A Qusra si infrangono le menzogne di Israele riguardo alla violenza dei coloni

Oren Ziv

18 agosto 2026 – +972 Magazine

I coloni hanno assediato una famiglia palestinese per 10 giorni nel tentativo di occupare la loro casa. La mancanza di volontà dell’esercito di fermarli racconta come stanno le cose

Negli ultimi 10 giorni Qusai Abu Ridi ha visto dal suo balcone come i coloni israeliani e i soldati che li accompagnano assediano la sua casa.

I coloni sono arrivati a Qusra, situata a circa 30 chilometri a sudest di Nablus nella Cisgiordania occupata, il 9 agosto, montando una tenda direttamente fuori dalla casa di Abu Ridi. Nei giorni seguenti hanno tagliato le tubature dell’acqua e la linea elettrica e hanno bloccato le strade circostanti, intrappolando Abu Ridi e suo figlio diciottenne all’interno con scorte in diminuzione. Hanno assediato anche altre due case del villaggio, tutte situate nell’Area B [in base agli accordi Oslo sotto amministrazione civile dell’ANP e militare di Israele, ndt.] della Cisgiordania, dove i coloni stanno rapidamente espandendo il suo controllo territoriale nonostante apparentemente l’Autorità Palestinese mantenga la giurisdizione civile.

Questo metodo di pulizia etnica, per cui i coloni creano un avamposto direttamente fuori dalle case palestinesi per cercare di espellere le famiglie e occupare le loro proprietà, ha avuto successo innumerevoli volte in tutta la Cisgiordania, anche a Qusra e nei villaggi vicini. Quello che è inusuale in questo caso è che ha attirato notevole attenzione, anche dai mezzi di comunicazione israeliani che raramente si occupano dell’occupazione dalla prospettiva dei palestinesi, prima che il processo fosse completato.

Anche i video di Abu Ridi hanno portato a una significativa diffusione internazionale creando un livello di pressione sul governo e sull’esercito israeliani raro negli ultimi anni. Il fratello di Abu Ridi, Loui, che è proprietario della casa, è cittadino americano e l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee ha condannato i coloni che assediano Qusra come “terroristi israeliani.”

Parte della ragione dell’attenzione, soprattutto all’interno di Israele, è l’evidenza di quello che si sta consumando. Non ci sono accuse dell’esercito riguardo a un sospetto palestinese armato, né la solita descrizione di “frizioni” reciproche. Anche le imminenti elezioni israeliane e le crescenti critiche internazionali sulla violenza dei coloni possono aiutare a spiegare l’attenzione.

Ma l’episodio è diventato particolarmente rivelatore a causa della differenza tra quello che l’esercito israeliano dice di cercare di fare e quello che effettivamente sta succedendo sul terreno.

L’esercito afferma di voler cacciare i coloni e ha riversato soldati nella zona, che ha anche dichiarato zona militare chiusa. Il capo del comando centrale Avi Bluth, responsabile per la Cisgiordania, ha visitato personalmente il luogo per due volte.

Eppure, mentre faceva irruzione nelle case degli abitanti palestinesi trasformandone alcune in postazioni militari, l’esercito ha fatto ben poco contro i coloni. Alcuni soldati sono stati filmati mentre pregavano, bevevano il caffè con i coloni e gli stringevano la mano quando stavano di pattuglia nella zona con i fuoristrada, evidenziando la totale impunità con cui [i coloni] stanno operando. Nel momento in cui scriviamo la tenda è stata smantellata e la famiglia è riuscita a riottenere l’accesso all’acqua e all’elettricità, ma i coloni circolano liberamente nella zona fuori dalla casa di Abu Ridi sotto il controllo dell’esercito.

Il gruppo è composto da varie decine di giovani coloni sostenuti da un numero più piccolo di coloni più vecchi armati e soldati della Difesa Regionale [in prevalenza coloni armati, ndt.]. Non è certo una forza che l’esercito israeliano non sia in grado di controllare.

Con tutta l’attenzione internazionale su quello che si sta consumando a Qusra ci si aspetterebbe che l’esercito spostasse almeno temporaneamente i coloni, se non altro per dimostrare un simulacro di applicazione della legge e di “autorità”. Invece questo episodio sta evidenziando le politiche formali e informali da lungo tempo in vigore in tutta la Cisgiordania.

Ai coloni è concessa un’estrema libertà di entrare nelle terre e comunità palestinesi, sia durante “escursioni”, mentre pascolano le pecore o per stabilire avamposti e compiere aggressioni. Questo sistema sembra così profondamente radicato sia nell’esercito che nella polizia che persino gli ordini impartiti da comandanti di alto grado non sono necessariamente eseguiti sul terreno.

L’esercito potrebbe allontanarli in 10 minuti”

Questa situazione è stata chiaramente visibile durante il fine settimana. Venerdì mattina +972 Magazine ha documentato che giovani coloni stavano accanto a una tenda eretta da poco nei pressi di una delle case palestinesi mentre i soldati parlavano tranquillamente con loro. Solo quando forze della polizia di frontiera sono arrivate i coloni sono scappati in un vicino uliveto, anche se nessuno ha cercato di arrestarli.

Quel giorno circa 100 attivisti di sinistra, per lo più israeliani, accompagnati da troupe televisive di tutto il mondo hanno cercato per la prima volta di avvicinarsi alla casa. Avevano portato cibo, bottiglie di acqua e medicine per circa un chilometro a piedi lasciando i rifornimenti nei pressi del cancello. Ma i soldati e poliziotti di frontiera hanno impedito loro di avvicinarsi alla casa e il gruppo si è ritirato dopo che la polizia ha minacciato di disperderli con la forza Solo il membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Ofer Cassif è riuscito ad attraversare il blocco servendosi della sua immunità parlamentare).

Da allora i coloni hanno continuato ad aggirarsi nella zona, hanno eretto una tenda camminando avanti e indietro fuori dal muro di una delle case e terrorizzando una squadra di operai municipali arrivata per aggiustare la conduttura idrica che [i coloni] avevano danneggiato. “I coloni hanno attaccato i lavoratori proprio sotto gli occhi dell’esercito,” ha detto Abu Ridi a +972. “Nel contempo agli attivisti arrivati (venerdì) non è stato consentito di avvicinarsi.”

Domenica, parlando al telefono con +972 dalla sua casa, Abu Ridi ha affermato che un nuovo contingente di soldati dell’unità di comando di Egoz è arrivato per sostituire quelli della Golani, suggerendo che la dirigenza dell’esercito fosse scontenta del modo di operare di questi ultimi: “Spero che aiuteranno a mettere fine a questo spettacolo,” ha detto. “Ma finora niente è cambiato. Siamo ancora sotto assedio.

Se lo volessero potrebbero mandarli via in 10 minuti,” ha continuato Abu Ridi. Invece egli è convinto che le autorità stiano tentando di aspettare la fine della crescente attenzione: “Sperano che la gente si stanchi, che il mondo dimentichi e che i media smettano di informare su questo. Allora saranno in grado di occupare le case e gli avamposti torneranno. Questo è ciò che temo.”

Lunedì suo fratello Loui è arrivato in volo dagli Stati Uniti ed è andato direttamente a Qusra. Appena arrivato alla sua casa assediata ha srotolato sul tetto una grande bandiera americana, una chiara indicazione della protezione che ritiene questo simbolo gli garantisca agli occhi dell’esercito e del governo israeliani, anche se non dei coloni.

Ero terrorizzato per mio fratello e suo figlio, temevo per la loro incolumità. Ora sto avendo paura per la mia stessa sicurezza,” ha detto Loui a +972 appena atterrato all’aeroporto Ben Gurion. Ha lasciato la sua casa a gennaio e suo fratello ha iniziato a viverci a marzo per timore che i coloni cercassero di impossessarsene anche prima che iniziasse l’attuale assedio. Ha aggiunto di essere stato in contatto con l’ambasciata USA e con un membro del Congresso, ma di dover ancora vedere una qualunque azione concreta per proteggere la sua famiglia e la sua proprietà.

Non siamo gli unici ad avere a che fare con questo, ci sono centinaia di palestinesi in Cisgiordania che affrontano la stessa situazione, è uno schema,” ha aggiunto martedì. “I miei vicini di Jalud (il villaggio adiacente) sono già stati obbligati ad andarsene e i coloni hanno occupato le loro case. Se riescono a farlo qui probabilmente scenderanno fino alla strada e prenderanno la casa del mio vicino, avvicinandosi sempre più al (centro del) villaggio.

Potrebbe succedere a chiunque,” ha continuato. “Ognuno dovrebbe poter vivere in pace. I bambini dovrebbero poter vivere una vita normale, non con la paura che qualcuno li aggredisca di notte.”

Ruqaya Hassan, 28 anni, viveva in una delle altre case sotto assedio a Qusra, vicino alla proprietà di Abu Ridi. I coloni hanno circondato il suo edificio per giorni e persino “sparato contro (la casa) e ci hanno attaccati (con delle pietre) mentre eravamo rinchiusi,” ha detto a +972

Vari giorni fa una delle figlie di Hassan ha avuto bisogno di cure mediche urgenti. Con i coloni che circondavano la casa della famiglia da ogni lato era impossibile andarsene con la propria auto. Solo quando è arrivata un’ambulanza Hassan e le sue due figlie sono riuscite ad uscire. “Eravamo intrappolate dentro,” ha raccontato. “Era pericoloso persino per l’ambulanza arrivare là.”

Suo marito è rimasto a casa, temendo che i coloni la occupassero se se ne fosse andato. Ma in seguito l’esercito ha ordinato al marito di Hassan di lasciarla e ne ha preso il controllo. Ora sta da Abu Ridi.

Dopo che la figlia ha ricevuto le cure Hassan ha cercato di tornare a casa, solo per scoprirla “piena di soldati che l’hanno trasformata in una postazione militare.” In seguito a ciò Hassan e le figlie soggiornano in un’altra casa del villaggio. “I soldati sono venuti per liberare la zona dai coloni, ma stanno a guardare e non fanno niente,” ha aggiunto.

Una strategia sistematica

La maggior parte delle informazioni giornalistiche su Qusra, sia in Israele che all’estero, ha trattato l’assedio come un incidente isolato. Ma esso fa parte di una trasformazione più generale in corso in questa parte della Cisgiordania: una rete di avamposti dei coloni che prendono il controllo di decine di migliaia di dunam [unità di misura della terra in Palestina: 10 dunam= 1 ettaro, ndt.] di terreni agricoli palestinesi e espropriano case ai margini di villaggi, tra cui Jalud, Oaryut, Jurish e Qabalan, spesso con risultati letali.

Solo a marzo a Qaryut sono stati uccisi da un colono che prestava servizio militare i fratelli Muhammad e Fahim Muammar e a Qusra Amir Odeh è stato ucciso da un colono armato sulla strada che porta alle case ora sotto assedio.

Come ha mostrato in una mappa che ha pubblicato sulle reti sociali Dror Etkes, dell’associazione di monitoraggio delle colonie Kerem Navot, Jabal Ein Eina, dove a gennaio è stato creato il principale avamposto della zona, Tel Talpiot, si trova in un punto strategico tra sei villaggi palestinesi dell’Area B. Da lì i coloni possono controllare una vasta area delle terre dei villaggi, confinando le comunità palestinesi nelle loro zone edificate e creando nel contempo contiguità territoriale con altre colonie e avamposti dell’area.

Dalla fondazione di Tel Talpiot i coloni che operano dall’avamposto hanno ripetutamente preso di mira gli abitanti ora sotto assedio a Qusra, cacciando le famiglie dalle proprie abitazioni e danneggiando case e altre proprietà.

La casa di Mahmoud Tubasi è stata teatro di un incidente simile lo scorso mese nella vicina Jalud. Ad aprile i coloni di Tel Talpiot hanno creato un avamposto nei pressi della sua casa, che in seguito hanno tentato di incendiare. A luglio hanno occupato un’altra casa tra la sua proprietà e il villaggio e messo sotto assedio Tubasi e la sua famiglia per più di due settimane.

Mi hanno circondato in modo che non potessi andare a prendere cibo e acqua,” ha detto a +972 venerdì a Qusra, dove è andato a sostenere le famiglie intrappolate nelle proprie case. “Tagliano le tubature e i cavi della luce.”

Ha detto che il 22 luglio coloni armati sono arrivati alla sua casa e hanno consegnato alla famiglia un ultimatum: “Avete un’ora per andarvene sani e salvi o morirete nella casa.” Tubasi, sua moglie e i loro due figli hanno deciso di non avere scelta se non andarsene. Ora i coloni hanno occupato la casa.

Per lui la somiglianza con quello che ora sta avvenendo a Qusra è inconfutabile. “Hanno fatto la stessa cosa con me: assedio, distruzione di rete elettrica e idrica ed espulsione,” ha spiegato. “Il problema è che l’esercito li protegge. Prendono la terra e le case, occupano tutto e ci espellono.”

Tuttavia questa volta l’attenzione che circonda Qusra gli ha dato un certo ottimismo: “Spero che non ci riescano.”

Non ci viene concesso di difenderci”

Il pericolo nel cercare di raggiungere la zona assediata a Qusra era già evidente mesi fa. Alla fine di febbraio i coloni sono scesi da Tel Talpiot su un fuoristrada e hanno aggredito brutalmente tre attivisti dell’associazione israeliana Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi], che stavano riaccompagnando alcuni abitanti alle proprie case.

Una delle persone ferite, Yael Levkovitz, è tornata venerdì a Qusra per unirsi alla marcia verso le case assediate. “Per tre giorni sono stata seduta a leggere i messaggi e mi sono detta che dovevo essere qui,” ha detto a +972.

E’ la prima volta che torno a Qusra dopo l’aggressione,” ha aggiunto. “Sono venuta qui con una spinta molto forte. Ma questa volta c’è un sacco di gente e di soldati, cosa che non è successa allora.”

Anche Ibrahim Luzi, un altro abitante della zona, era presente alla marcia di venerdì, tornato per controllare la casa che era stato obbligato a lasciare a marzo in seguito a mesi di intensi attacchi dei coloni. Ha detto a +972 che senza la presenza di attivisti non sarebbe stato in grado neppure di arrivarci.

I coloni hanno vandalizzato la proprietà, distruggendo una parte del muro, spaccando le finestre e devastandone l’interno. “Ho costruito la casa in 20 anni e ci ho vissuto per un anno,” ha spiegato Luzi. Ma la violenza dei coloni ha reso sempre più difficile alla sua famiglia rimanere.

Una notte, mentre stavo dormendo, sono entrati dalla finestra e hanno spruzzato contro di me e la mia famiglia del gas,” ha raccontato. “Non c’era nessuno a proteggerci.” 

Il figlio di Luzi ha passato quattro mesi in prigione dopo essere stato arrestato per aver cercato di proteggere la casa dai coloni. “(I coloni) hanno libertà d’azione e l’esercito sta con loro, mentre noi non possiamo difenderci,” ha lamentato.

Secondo Luzi un ufficiale dell’esercito ha chiarito quali sono le sue priorità. “L’ufficiale mi ha detto di essere qui solo per proteggere (i coloni). Gli ho detto che stavano entrando in casa e lui ha risposto di non potermi aiutare.”

Durante il fine settimana di fronte allo scenario degli eventi a Qusra il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato di aver dato istruzioni all’esercito di stendere un piano per trasferire la responsabilità per l’applicazione delle leggi civili in Cisgiordania alla polizia israeliana. E’ un’iniziativa che, come ha ammesso con gioia il ministro della Sicurezza Nazionali Itamar Ben Gvir, è un “passo significativo verso (l’applicazione della) sovranità israeliana,” e l’annessione della Cisgiordania.

L’esercito interviene già ora raramente in modo concreto contro i pogrom e le aggressioni dei coloni: normalmente i soldati arrivano solo dopo che gli attacchi sono iniziati e consente agli aggressori di andarsene liberamente. In ogni caso è improbabile che affidare maggiori poteri di intervento alla polizia protegga maggiormente i palestinesi: la stessa polizia israeliana in Cisgiordania ha apertamente evitato di agire contro i responsabili.

Nonostante la recente attenzione internazionale su Qusra Luzi non vede una ragione per credere che la situazione cambi in modo significativo. “Finora niente è cambiato,” ha affermato. “Non c’è speranza con il governo di Smotrich.”

+972 e Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] hanno contattato l’esercito israeliano per un commento. La risposta verrà aggiunta se e quando arriverà.

Una versione di questo articolo è stata in precedenza pubblicata in ebraico su Local Call.

Oren Ziv è fotogiornalista e reporter di Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Non potevo star a guardare i miei figli piangere dalla fame”: per sopravvivere al genocidio alcuni gazawi hanno creato una “economia dello sfollamento”

Tareq S. Hajjaj

17 agosto 2026  Mondoweiss

Nei campi degli sfollati di Gaza i sopravvissuti hanno dato vita a nuove attività economiche: la proprietaria di una palestra adesso forgia pesi usando lattine vuote, il proprietario di un supermercato è diventato panettiere, una casalinga fa l’ambulante — dalla distruzione del genocidio hanno ricostruito attività per sopravvivere.

Iman Mughira ha speso mesi e 250.000 dollari per aprire, con vari soci, una palestra a Rafah prima che Israele la distruggesse durante il genocidio. Sfollata ad al-Mawasi, nella zona occidentale di Khan Younis a sud di Gaza, ha monitorato le immagini da satellite della sua città finché è stata certa che la palestra non c’era più.

Quando ho capito che era stata distrutta mi sono sentita come se anche il mio futuro fosse stato distrutto,” ha detto a Mondoweiss Mughira, 33 anni.

Mughira è una delle migliaia di gazawi che ha perso la propria fonte di reddito in quello che un rapporto dell’organizzazione ONU Commercio e Sviluppo (UNCTAD) ha definito “la più grave crisi economica mai registrata” a Gaza, cancellando 22 anni di progresso e sviluppo in meno di due anni. ”Tagliati fuori da quello che avevano costruito prima del genocidio, molti palestinesi sfollati nella Striscia hanno improvvisato nuove attività e aziende partendo da quello che si sono lasciati alle spalle, cercando di continuare quello che avevano un tempo costruito in modi completamente diversi.”

Quando ho dovuto andarmene ho lasciato dietro di me i sogni della mia vita, qualcosa che avevo impiegato anni a costruire e sono arrivata ad al-Mawas dove non ci sono né sicurezza né stabilità,” ha continuato. Mughira ci ha detto che, dopo la fuga, la sua massima preoccupazione era cosa sarebbe stato della sua attività. Avendo seguito le notizie sulla sua città dalle immagini satellitari, cercando di capire cosa fosse successo, un giorno ha ricevuto conferma che era stata completamente spazzata via dall’esercito israeliano, proprio come quasi tutto il resto di Rafah.

Dopo lo shock iniziale della perdita della sua impresa, Mughira ha cominciato a cercare un modo per venir fuori dalla sofferenza che l’aveva sommersa. Ha notato quello che si stava ammonticchiando intorno ad ogni tenda del campo: le latte vuote degli aiuti alimentari dell’olio per cucinare.

Questi materiali sono disponibili in ogni tenda perché tutti li ricevono e poi buttano le lattine vuote nell’immondizia,” ci ha detto Mughira. “Così mi è venuta l’idea di riusarle per qualcosa di nuovo e positivo per gli sfollati. Le abbiamo riempite di sabbia e usando come sbarre dei bastoni di legno usati abbiamo improvvisato dei pesi,” ha spiegato.

Mughira ha cominciato a condividere la sua esperienza sui social media, ricevendo messaggi da donne nei campi che dicevano di essersi ritagliate un’ora al giorno per sé stesse per fare un po’ di esercizio e muoversi di nuovo senza dover andare da qualche parte e spendere dei soldi che non avevano.

Altre donne le hanno detto che gli esercizi le avevano aiutate a ritornare in forma recuperando flessibilità, affrontando con maggiore facilità gli sforzi fisici richiesti dallo sfollamento come portare l’acqua, trasportare le cose a mano, dormire sulla sabbia e fare il bucato.

Alla fine le donne hanno cominciato ad andare personalmente nella sua tenda per fare ginnastica con lei. Mughira dice che ha scoperto che molte di loro erano affette da malattie o avevano dei problemi fisici, come dolori muscolari, causati dal dormire sulla sabbia dentro le tende e dai doveri a cui dovevano adempiere come lavare i panni a mano e portare e pulire le loro cose.

“Non avevo scelta”

Ayman Abu Muhareb, 44 anni, passa le sue giornate davanti al forno che la sua famiglia ha costruito con fango e paglia davanti al campo per sfollati di Deir al-Balah, nella parte centrale di Gaza, cuocendo pane per pochi soldi per sostenere la propria famiglia di otto persone, fra cui una figlia con una malformazione cardiaca. 

I medici mi hanno ripetutamente messo in guardia dallo stare lunghe ore davanti al fumo proveniente dal forno dove brucio legna, plastica e stoffa,” Abu Muhareb ha detto a Mondoweiss. “Ho cominciato questo lavoro un anno fa e da allora la mia salute e le mie condizioni fisiche sono visibilmente peggiorate. Ma non ho scelta. Devo lavorare per portare a casa da mangiare per la mia famiglia e per curare la mia figlia malata.”

Prima della guerra Abu Muhareb possedeva un supermercato e viveva con i suoi in relativa stabilità. Da allora il supermercato è stato bombardato e quello che restava è stato razziato. La sua fonte di reddito è andata distrutta costringendolo a trovarsi un altro lavoro per sfamare la famiglia.

 Non mi sarei mai aspettato che un giorno avrei fatto il panettiere per le famiglie sfollate,” ha detto. “Ma le circostanze mi hanno costretto, proprio come hanno costretto molte persone a fare lavori per cui non sono adatte solo per soddisfare le necessità quotidiane.”

Ma nonostante lavori ore e ore, ignorando i consigli dei medici, dice che con questo lavoro ci sono ancora giorni in cui non riesce a procurarsi tutto quello di cui la sua famiglia avrebbe bisogno. 

Muhareb non è la sola persona che è stata costretta ad una professione che non ha scelto. In tutta Gaza donne che prima non erano mai state l’unica fonte di reddito della famiglia improvvisamente sono state costrette a cercarsi un lavoro per provvedere alle proprie famiglie, particolarmente quando il marito o il padre sono stati feriti o uccisi. 

Zeinab al-Najjar, 50 anni, ha otto figli. Suo marito è stato ferito durante la guerra ed è ridotto alla sedia a rotelle, lasciandole il compito di sostenere la grande famiglia con ogni mezzo possibile.

Dopo essere sfollati sulla spiaggia di Deir al-Balah, al-Najjar si è trovata costretta a fronteggiare grandi responsabilità. Ha cominciato andando di tenda in tenda vendendo i lupini che si sgranocchiano comunemente a Gaza.

Una volta era una madre che cucinava per i propri figli e se ne prendeva cura mentre il marito lavorava. Adesso i ruoli si sono ribaltati e lei è l’unica responsabile di mettere in cibo in tavola per l’intera famiglia.

Lo sfollamento ha costretto la gente a cambiare attività e modo di vivere,” ha spiegato al-Najjar. Io comincio nel pomeriggio quando il calore del sole è meno intenso,” ha continuato. “Lavoro per ore e qualche volta ritorno alla mia tenda dopo mezzanotte quando so di aver guadagnato abbastanza per prendermi cura della mia famiglia.”

Non potevo star seduta a guardare i miei figli, specie i più piccoli, piangere per la fame. So che questo lavoro forse non è adatto a me, ma non ho altra scelta. Non cerco grandi guadagni o ricchezza, tutto quello che voglio è dar da mangiare ai miei figli, niente di più. Ecco cosa lo sfollamento ha costretto a fare, giorno dopo giorno,” ha concluso.

S.Hajjaj
Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro del Sindacato degli scrittori palestinesi. Seguilo su Twitter/X at @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Autismo e guerra: a Gaza le famiglie affrontano la distruzione e la perdita

Enas Abu Ghayad

12 agosto 2026 – Aljazeera

I continui bombardamenti sconvolgono la routine quotidiana provocando traumi emotivi e ricadute comportamentali nei minori autistici di Gaza.

Khan Younis, Striscia di Gaza Tra le macerie di Khan Younis, il sedicenne Ahmed Hatem al-Mahabeel stringe forte la mano sotto il mento: un gesto ripetitivo che compie per calmare il suo sistema nervoso e per affrontare il ricordo del fragore delle esplosioni.

Ahmed, affetto da autismo, ha dovuto affrontare la perdita di alcuni dei suoi luoghi preferiti: la sua camera da letto, la sua scuola, il centro sportivo che frequentava, tutti distrutti dalla guerra genocida di Israele contro Gaza.

Prima della guerra Ahmed stava bene. Faceva progressi a scuola sotto la supervisione di uno specialista. Si allenava in una scuola di calcio, imparava a memoria il Corano e eccelleva in inglese.

Ma la guerra di Israele, in corso dall’ottobre 2023, ha ucciso più di 73.380 palestinesi e distrutto vaste aree dell’enclave. E dietro questi titoli di giornale si cela l’interruzione dei servizi e delle strutture di supporto necessari a persone come Ahmed, affette un disturbo dello spettro autistico.

“Ahmed andava da solo in moschea e al circolo, facendo ottimi progressi, ma la guerra ha distrutto tutto ciò che avevamo costruito”, dice la madre, Umm Ahmed. “Soffre di un’estrema sensibilità ai rumori improvvisi; quando sente delle esplosioni ha gravi attacchi di panico, si copre le orecchie e barcolla. Nei casi di terrore estremo ricorre all’autolesionismo, sbattendo la testa per terra per sfuggire al rumore.”

In aggiunta al trauma psicologico la grave malnutrizione e la carenza di proteine ​​hanno causato la rottura dell’appendice.

“A causa della scarsità di cibo le complicazioni hanno portato a un’infezione della ferita costringendo i medici a eseguire un secondo intervento chirurgico per aprire l’addome e pulirlo fino alla guarigione”, ricorda Umm Ahmed.

Oggi Ahmed trascorre le sue giornate rinchiuso in casa a causa della mancanza di sicurezza a Gaza, dato che gli attacchi israeliani continuano nonostante il cessate il fuoco di ottobre.

“Tutta la nostra speranza è che Ahmed abbia l’opportunità di viaggiare all’estero per le cure e la riabilitazione, per riprendersi ciò che la guerra gli ha portato via”, dice la madre.

Bombardamenti e sovraccarico sensoriale

I continui bombardamenti rappresentano una minaccia diretta per il sistema nervoso dei pazienti autistici. A Gaza le continue esplosioni hanno provocato gravi ricadute di disturbi comportamentali, tra cui privazione totale del sonno, vagabondaggio fuori dalle tende, attacchi di panico e autolesionismo.

“Un ragazzo autistico ha assoluto bisogno di routine e tranquillità per sentirsi al sicuro”, spiega lo psicologo Diaa Abu Aoun, che ha lavorato con Ahmed. “Quando è costretto a vivere in una tenda in mezzo a continue esplosioni, il suo cervello riceve un trauma sensoriale che non riesce a elaborare. Questa paura si traduce in insonnia, problemi digestivi e gravi crisi di urla con completa perdita di controllo”.

Nel campo di Nuseirat, nella parte centrale di Gaza, il diciannovenne Muneer al-Haj ha mostrato alcuni di questi comportamenti. Quando sente i bombardamenti aerei stringe forte le mani a pugno e cammina avanti e indietro emettendo suoni per attutire il rumore.

Prima della guerra Muneer seguiva un promettente percorso di riabilitazione sotto la guida di specialisti. Frequentava la scuola e dimostrava spiccate capacità comunicative e un talento per il disegno.

Con l’inizio dei bombardamenti israeliani nel corso della guerra e la carenza di farmaci causata dal blocco di Gaza le sue condizioni sono peggiorate, con la comparsa di convulsioni e sintomi simili a crisi epilettiche.

A causa della carenza di farmaci la terapia di Muneer è stata ridotta a mezza compressa al giorno di un sedativo.

Ecco come il padre, che non ha voluto rivelare il suo nome completo preferendo farsi chiamare Abu Muneer, descrive il cambiamento:

“Prima comunicava e si esprimeva con chiarezza, ma la guerra ha distrutto ogni cosa… questo spazio sicuro si è dissolto di fronte alle difficoltà e alla paura”, dice Abu Muneer. «Ora ci pone domande pressanti a cui non sappiamo rispondere e se le lasciamo irrisolte reagisce con violenti attacchi. Durante i bombardamenti cerchiamo di rassicurarlo dicendogli “Dio ci proteggerà“, ma lui si rende conto di quello che sta succedendo ed esprime la sua angoscia dicendo: ‘Non ho un tetto sopra la testa né una patria’ ”.

L’assenza di un luogo sicuro e l’esaurimento dei sedativi hanno trasformato i nostri tentativi di calmare i bambini in singole iniziative, cariche di paura e confusione”, afferma Abu Muneer.

Carenza di farmaci

L’interruzione di trattamenti specialistici minaccia direttamente decine di pazienti, affermano gli esperti.

“L’improvvisa interruzione o la riduzione forzata delle dosi di farmaci psichiatrici e anticonvulsivanti… crea gravi alterazioni nella chimica cerebrale”, ha affermato Abu Aoun. “Quando un giovane autistico viene privato dei farmaci o riceve solo metà dose il sistema nervoso esprime una grave reazione di rimbalzo. Aumentano le crisi violente e le convulsioni acute, che inducono all’autolesionismo e impediscono la risposta all’addestramento comportamentale”.

La carenza di farmaci e il collasso dei servizi specialistici hanno lasciato i minori autistici senza un trattamento continuativo o alternative adeguate. L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che nessuna attrezzatura per la riabilitazione è entrata a Gaza tra maggio 2024 e aprile di quest’anno, mentre tutte le strutture hanno dovuto affrontare gravi limitazioni.

Anche il Centro Palestinese per l’Educazione Speciale è stato distrutto e il suo ex direttore, Arij Abu Sultan, è stato ucciso, costringendo i genitori ad assumere un ruolo terapeutico sempre maggiore.

Reem Jarour, responsabile dei programmi per l’autismo presso l’associazione Dolphins per l’istruzione e lo sviluppo comunitario di Gaza, sottolinea come le persone con autismo abbiano necessità di ambienti familiari per mantenere la propria stabilità emotiva:

“Un giovane autistico non può sopravvivere senza un ecosistema predeterminato; la routine è una valvola di sicurezza neurologica”, afferma Jarour. “Quello a cui assistiamo oggi a Gaza è la distruzione totale delle strutture comportamentali costruite nel corso degli anni. Lo sfollamento improvviso trasforma i fattori ambientali scatenanti in minacce acute portando a una massiccia regressione delle competenze linguistiche e sociali”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cosa significa la campagna israeliana di distruzione dei campi profughi palestinesi in Cisgiordania

Qassam Muaddi  

11 agosto 2026  Mondoweiss

Israele ha giurato di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania, come ha già fatto a Jenin e Tulkarem. Un nuovo raid nel campo profughi di Qalandia dimostra chiaramente che la campagna israeliana mira a porre fine non solo alla resistenza palestinese, ma anche a ciò che questi campi rappresentano

I campi profughi palestinesi in Cisgiordania sono nuovamente in cima alle notizie dopo che l’esercito israeliano ha lanciato un nuovo, prolungato raid nel campo profughi di Qalandia, che si trova a nord di Gerusalemme e appena fuori Ramallah. Nella tarda notte di martedì le forze israeliane sono entrate nel campo di Qalandia dopo averlo completamente chiuso e hanno proceduto ad arrestare dozzine di palestinesi e a condurre interrogatori sul campo, distribuendo volantini che minacciavano di arrestare i palestinesi che avessero intrapreso qualsiasi azione contro le forze israeliane.

In una precedente incursione a Qalandia lo scorso maggio i soldati israeliani avevano detto agli abitanti di “fare le valigie e andare in un paese europeo” e avevano ripetutamente evocato il nome di “Jenin” mentre si muovevano attraverso il campo. Gli abitanti hanno interpretato il riferimento a Jenin come una minaccia diretta, visto l’annientamento del campo profughi di Jenin nel nord della Cisgiordania.

L’attuale raid a Qalandia è avvenuto pochi giorni dopo che il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva annunciato di aver dato istruzioni all’esercito di occupare “un altro” campo profughi in Cisgiordania, replicando l’occupazione israeliana di tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale all’inizio del 2025. All’epoca l’esercito israeliano sfollò l’intera popolazione dei campi profughi di Tulkarem e Nur Shams a Tulkarem, e del campo profughi di Jenin per un totale di almeno 40.000 persone. A queste persone non fu mai permesso di tornare alle proprie case e rimangono tuttora sfollate, e molti di loro continuano a vivere in una situazione di grave crisi umanitaria.

Durante la distruzione dei campi le forze israeliane rasero al suolo ampie porzioni delle case degli abitanti aprendo larghe strade sterrate nel cuore degli insediamenti per creare, a loro dire, “vie sicure” per le operazioni militari. In realtà non si tratta solo di un tentativo da parte di Israele di “riprogettare” l’architettura dei campi, ma di eliminarli completamente come tali, trasformandoli in estensioni urbane delle città vicine e cancellando ciò che rappresentano.

Dal 2021 i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati centri nevralgici di gruppi di resistenza armata locali, e la dura repressione israeliana contro questi gruppi ha portato ad uno spopolamento su vasta scala.

L’attacco a questi campi profughi ha però implicazioni che vanno oltre la semplice repressione dei gruppi di resistenza palestinesi. La popolazione che è stata sfollata era già rifugiata da settant’anni e i campi svolgevano un ruolo fondamentale nella storia della lotta palestinese, rivestendo un forte valore simbolico per i palestinesi e per Israele. È proprio questo aspetto che rende i campi profughi un bersaglio costante in tutta la Cisgiordania.

Decenni di resistenza

Tutti i 19 campi profughi palestinesi in Cisgiordania furono creati tra il 1948 e il 1950 per ospitare i palestinesi che erano stati sfollati con la forza dalle loro case durante la Nakba in quello che sarebbe diventato Israele. L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) affittò appezzamenti di terreno per la costruzione dei campi con contratti di 90 anni, diventando così il detentore legale dei diritti immobiliari sui campi, che non furono mai ampliati. Per le masse di rifugiati che avevano perso tutto, questi campi divennero l’unica opzione abitativa in condizioni di vita precarie, povertà e sovraffollamento, a cui si aggiungeva lo stigma sociale dell’espropriazione.

Almeno dal 2017 i funzionari israeliani hanno spinto per la chiusura dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile dei campi profughi palestinesi. Benjamin Netanyahu ha affermato che l’UNRWA perpetua il problema dei rifugiati palestinesi prolungando il conflitto. Nel gennaio 2025, mentre Israele preparava l’invasione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, il governo ordinò all’agenzia delle Nazioni Unite di lasciare la propria sede a Gerusalemme dopo averle vietato per legge l’ingresso nel paese.

Alla fine degli anni ’50 iniziarono a emergere in tutto il Medio Oriente nei primi campi profughi i primi gruppi di resistenza palestinese. Dopo l’occupazione israeliana del 1967 iniziò a prendere forma in Cisgiordania la resistenza armata palestinese, concentrandosi nei campi profughi.

A metà degli anni ’70 il campo di Jenin vide l’emergere di uno dei gruppi più importanti in Cisgiordania: le “Pantere Nere” legate a Fatah, un gruppo paramilitare che si affermò durante la Prima Intifada del 1987. Fu nel campo profughi di Balata, alla periferia di Nablus, che la prima scintilla dell’Intifada si diffuse dal campo profughi di Jabalia in Gaza alla Cisgiordania.

Circa un decennio dopo, nei primi anni 2000 la Seconda Intifada vide i campi profughi diventare una roccaforte per le ali armate delle fazioni palestinesi, in particolare i campi di Balata e al-Ain a Nablus, il campo di Tulkarem e il campo di Jenin. Nel 2002 quest’ultimo fu bersaglio di un assedio e di una campagna di bombardamenti israeliani durata 10 giorni. Uno degli ultimi raid israeliani contro un campo palestinese durante la Seconda Intifada fu quello contro al-Ain nel 2008, per reprimere i combattenti palestinesi anche molto tempo dopo la fine dell’Intifada nella maggior parte del resto della Cisgiordania.

Più che una roccaforte militante

Nel corso degli anni la resistenza contro Israele è diventata una caratteristica fondamentale dell’identità collettiva dei campi profughi, dove palestinesi di diversa estrazione sociale hanno dato vita a nuove comunità focalizzate sull’idea di espropriazione ed emarginazione. Sebbene sia la resistenza di massa e dei gruppi armati ad aver reso famosi i campi profughi della Cisgiordania, è qualcos’altro che costituisce il nucleo della loro identità e ha creato, in primo luogo, le condizioni per una cultura della resistenza.

Nel marzo dello scorso anno Mondoweiss ha intervistato alcuni rifugiati palestinesi sfollati di recente dalle loro case nel campo di Jenin. Halima, una donna sulla sessantina che alloggiava in una scuola trasformata in rifugio nella città di Jenin, ha descritto i forti legami comunitari tra gli abitanti del campo, raccontando il momento in cui l’ha lasciato.

“Non sopportavo la vista della distruzione… Mi ha spezzato il cuore, perché ogni angolo del campo è casa mia e tutti gli abitanti sono per me come una famiglia “, ha detto Halima. “Diverse famiglie di più generazioni vivevano nello stesso edificio, e dunque le porte delle nostre case erano sempre aperte a tutti. Se a qualcuno di noi mancava qualcosa per cucinare, una medicina o qualsiasi altra cosa, bastava che andasse nella casa accanto a chiedere. È il nostro modo di vivere.”

“Sono cresciuta nella consapevolezza che la mia famiglia era stata costretta ad abbandonare Haifa, e questa consapevolezza è un elemento condiviso della nostra identità di rifugiati”, ha continuato Halima. “Ovunque andiamo ce la portiamo dietro: provenire dal campo profughi di Jenin significa condividere con tutti gli altri del campo il fatto di essere nati rifugiati, e questo ci lega gli uni agli altri ovunque andiamo”.

In un certo senso i campi profughi hanno dato vita a una nuova forma di comunità palestinese, in cui la questione dell’espropriazione è al centro dell’identità collettiva. Più specificamente è la questione dei rifugiati palestinesi e la memoria della Nakba del 1948.

“Un campo profughi è una concentrazione degli aspetti irrisolti della questione palestinese”, ha dichiarato a Mondoweiss Abdul Rahim Al-Shaikh, professore di Studi Culturali all’Università di Birzeit.

“I campi profughi sono sempre stati luoghi marginalizzati, del tutto esclusi dai servizi, con alti livelli di povertà. Questo li ha sempre resi un monito dell’espropriazione originaria del popolo palestinese e li ha trasformati in roccaforti della resistenza”.

Ecco perché l’offensiva israeliana in Cisgiordania si concentra sui campi profughi, nel tentativo di annettere “definitivamente” il territorio e sradicare ogni forma di resistenza. Non solo per l’attività militante che i campi hanno generato per decenni, ma per ciò che rappresentano: la memoria vivente della Nakba, le loro strutture sociali collettiviste, una coscienza plasmata dall’espropriazione – e la cultura della resistenza che producono.

Qassam Muaddi è il corrispondente di Mondoweiss per la Palestina. Si può seguirlo su Twitter/X all’indirizzo @QassaMMuaddi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




‘Buio, fiamme, urla’: villaggio palestinese terrorizzato dai coloni israeliani

Basel Adra

7 agosto 2026 – +972 Magazine

Nel remoto villaggio di Tuba in Cisgiordania un pogrom notturno di decine di coloni ha lasciato abitanti feriti, case bruciate e pannelli solari distrutti

Il messaggio Whatsapp è arrivato alle 21,50 di mercoledì. Era la disperata richiesta d’aiuto di Hamza Abu Jundiya, un ventiduenne del villaggio di Tuba a Masafer Yatta: “I coloni stanno dando fuoco alle case”.

Alle 22,11 un altro messaggio: “Mandate ambulanze e pompieri. Ci sono bambini feriti e le case stanno bruciando.”

Quelle poche parole racchiudevano il crescente terrore di quella notte nel piccolo villaggio, situato al confine meridionale della Cisgiordania occupata. Era stato già prima bersaglio di attacchi incendiari da parte dei coloni israeliani, ma questa volta è sembrato ad un livello diverso.

Arrivare a Tuba non è mai facile. La fangosa strada che conduce al villaggio è stata danneggiata ed erosa dalle piogge invernali perché ai palestinesi è proibito ripararla; ogni azione del genere verrebbe considerata “costruzione illegale” in un’area in cui è impossibile ottenere permessi. Nel migliore dei casi il viaggio dura circa 30 minuti.

Una volta dal mio villaggio di At-Tuwani ci volevano solo cinque o dieci minuti. Ma la creazione dell’avamposto di Havat Ma’on e della colonia di Ma’on ha tagliato il nostro accesso diretto alla strada, lasciando Tuba sempre più isolata ogni volta che scoppiano le violenze.

Per le famiglie intrappolate nelle loro case quella notte ogni minuto sembrava senza fine. Quando è iniziato l’attacco Rana Maghnam di 37 anni era seduta nella stanza degli ospiti con la sua figliastra di 7 anni, Razan.

Ho guardato fuori dalla finestra ed ho visto un gruppo di coloni che correvano giù dalla collina”, racconta. “Sono uscita e il primo colono che ha raggiunto la nostra casa si è diretto verso di noi. Aveva un bastone ed ha cominciato subito a picchiarmi mentre le ragazze si nascondevano dietro di me.

Siamo corse in un’altra stanza per proteggerci, ma il colono ci ha seguite”, continua Maghnam. “Razan è stata colpita da una pietra lanciata dall’esterno della casa che le ha ferito il naso e il labbro superiore. Poi il colono ci ha nuovamente raggiunte e mi ha picchiata alla testa e ad un braccio.”

L’aggressione ha procurato a Maghnam dita fratturate alla mano destra e una profonda ferita alla testa che ha necessitato di otto punti. È stata trasportata in un ospedale nella città più vicina di Yatta dove ha ricevuto le cure di emergenza. Ma anche molto tempo dopo che le ferite sono state ricucite i ricordi di quella notte restano impossibili da cancellare.

Tuttora fa fatica a descrivere la paura nel vedere decine di coloni israeliani invadere il villaggio. “È stata una notte terrificante. I rumori delle grida, dei pianti, delle persone picchiate e delle finestre in frantumi risuonavano dappertutto. Sono divampate fiamme dalla stanza (degli ospiti) dove eravamo sedute e il fumo si è diffuso nella stanza dove ci siamo nascoste dopo che hanno dato fuoco a sedie, divani e mobili di legno fuori casa.”

Quando finalmente è spuntato il giorno la distruzione si è rivelata in pieno: tre case erano state bruciate fino ad essere irriconoscibili. La rete elettrica del villaggio è stata gravemente danneggiata dal fuoco e i coloni avevano distrutto circa due dozzine dei pannelli solari del villaggio. Cinque abitanti, compresi tre bambini, sono stati feriti.

Mentre lasciavano il villaggio i coloni hanno scritto con lo spray sull’ovile di una famiglia le parole in ebraico “1:0 per gli ebrei” – un messaggio che gli abitanti hanno letto non solo come vandalismo, ma come un festeggiamento per la loro sofferenza.

Hanno dato fuoco alla casa mentre io ero ancora dentro’

La mattina dopo dentro ad una delle case bruciate tutto era nero. Dal soffitto pendevano fili elettrici fusi. Il pavimento era ricoperto di cenere. Il frigorifero era diventato nulla più che un contorto ammasso di metallo. Anche 15 ore dopo l’incendio la puzza di fumo era così soffocante da rendere difficile respirare.

In piedi tra i resti della casa di famiglia la 17enne Sujood Mahmoud Awad ha descritto ciò che aveva visto la notte prima. “Ero seduta dentro casa quando ho sentito dei rumori fuori. Ho guardato e ho visto i coloni tirare pietre alle finestre. Sono corsa a nascondermi in bagno. Ho chiamato mio padre che dormiva nella stanza accanto.

Mio fratello Joud di 11 anni stava dormendo in camera sua. Un colono lo ha afferrato al collo, soffocandolo, e lo ha scaraventato fuori.

Sono tornati dentro casa. Sentivo che distruggevano delle cose. Hanno gettato sul pavimento il frigorifero e la lavatrice e poi hanno dato fuoco alla casa mentre io ero ancora dentro, tremante di paura.”

In quel momento Sujood non era certa che ne sarebbe uscita viva. “Un colono ha cominciato a colpire la porta del bagno, che mi è sbattuta in faccia e io sono caduta a terra. Quando finalmente i coloni sono andati via la casa si è riempita di fumo denso. Il fuoco è rapidamente divampato da una stanza all’altra. Sono corsa fuori atterrita, ma non riuscivo a respirare. Sono svenuta fuori di casa per via del fumo.”

Suo padre Mahmoud Awad si è svegliato con ciò che descrive come il peggior incubo di qualunque genitore. “La nostra casa stava bruciando, come anche quella di mio fratello Mohammad, due magazzini per il fieno e una tenda che usavamo come deposito. Sono corso a cercare i miei figli. Avevo tre estintori, ma due non funzionavano. Ho tentato di tutto per spegnere il fuoco, ma non ci sono riuscito. Non abbiamo le apparecchiature antincendio necessarie.”

Vedeva impotente il villaggio che sprofondava nel buio. “È andata via la corrente e il villaggio è diventato completamente buio. C’erano solo fumo, fiamme, grida e pianti. Stavamo lì incapaci di spegnere il fuoco mentre lo vedevamo divorare le nostre case e distruggere tutto all’interno.

Continuavo ad andare avanti e indietro portando taniche d’acqua, cercando di spegnere le fiamme, ma ogni volta che mi avvicinavo soffocavo per il fumo e dovevo tornare indietro”, continua. “Non è rimasto niente se non pietre e metallo contorto.”

Tutto ciò che la famiglia possedeva è scomparso in pochi minuti. “Il cibo, i mobili, i materassi, le coperte: tutto è scomparso.”

Hanno distrutto le telecamere di sicurezza, i fari e il nostro bagno’

Hamza, il cui messaggio per primo quella notte mi aveva informato dell’attacco, ha detto che i coloni, dopo aver dato fuoco alla casa di suo cugino Radwan, si sono diretti alla casa della sua famiglia.

Uno dei coloni aveva due bottiglie di liquido infiammabile. Mia madre, le mie sorelle e i bambini sono corsi dentro casa a nascondersi. Mio padre, mio fratello ed io siamo rimasti fuori per difendere la casa. Siamo riusciti a evitare che le dessero fuoco, ma mi hanno picchiato sulla testa e sulla schiena con delle pietre.

Hanno distrutto tre telecamere di sicurezza, i fari intorno alla casa e il nostro bagno esterno”, continua. “Hanno anche rotto le finestre cercando di irrompere in casa. Mia madre è stata colpita in faccia da schegge di vetro.”

Man mano che più abitanti del villaggio si sono riuniti e sono corsi verso la casa per aiutare a difenderla i coloni infine si sono ritirati verso il vicino avamposto di Havat Ma’on, a solo pochi minuti da Tuba. È lo stesso avamposto da cui recentemente decine di coloni hanno attaccato il mio villaggio di At-Tuwani, incendiando la moschea e case ed auto, frantumando finestre e scrivendo con lo spray “Vendetta”.

Giovani e volontari dei villaggi vicini sono accorsi per aiutare a spegnere il fuoco prima che riuscissero ad arrivare le squadre di emergenza; a causa delle condizioni della strada le ambulanze non sono arrivate a Tuba fino a quasi un’ora dopo l’inizio dell’attacco. Un denso fumo ricopriva il villaggio mentre gli abitanti si muovevano nell’oscurità recando torce a mano, cercando i sopravvissuti, aiutando i feriti e cercando disperatamente di salvare ciò che restava.

La polizia israeliana è arrivata circa 40 minuti dopo l’inizio dell’attacco, provenendo dalla direzione di Havat Ma’on. I soldati israeliani, che sono responsabili della sicurezza in questa parte della Cisgiordania, non sono arrivati se non dopo più di un’ora dall’inizio dell’attacco.

Gli abitanti dicono che la polizia è andata da una casa bruciata all’altra scattando fotografie e registrando video, procedure di routine che, nella loro esperienza, raramente hanno condotto all’incriminazione degli assalitori. Al tempo stesso i soldati erano apertamente ostili nei confronti della gente del villaggio. Hanno minacciato di arresto gli abitanti e camminavano tra le case bruciate coi fucili puntati contro i civili.

Se la polizia fosse stata davvero interessata ad identificare i responsabili avrebbe saputo esattamente dove cercare. I coloni venivano dai vicini avamposto e colonia, luoghi dotati di alcune delle più avanzate videocamere di sorveglianza nella zona. Ma gli abitanti non hanno speranza che i loro assalitori vengano portati davanti alla giustizia: anzi, vengono lasciati a prepararsi per il prossimo pogrom.

Nel pomeriggio di venerdì tre coloni di Havat Ma’on erano già tornati nel villaggio ad attaccare gli abitanti.

Questi attacchi non solo provocano profondi danni fisici e psicologici alle comunità che li subiscono, ma comportano anche un enorme onere finanziario che raramente viene risarcito. Le famiglie le cui case, veicoli e beni personali vengono bruciati o distrutti sono lasciate a sostenere devastanti perdite che spesso annullano i risparmi e le risorse accumulati in tutta una vita.

Ricostruire una casa, rimpiazzare i beni essenziali e ripristinare anche solo un semplice senso di normalità richiedono risorse che la maggior parte delle famiglie colpite semplicemente non possiede. Di conseguenza questi attacchi si lasciano dietro durature conseguenze umanitarie, economiche e sociali che continuano ad incidere su intere comunità molto dopo che le violenze sono cessate.

Una dichiarazione della polizia israeliana ha confermato che “sono stati inviati sulla scena investigatori della stazione di polizia di Hebron e investigatori forensi della polizia israeliana” e “hanno cominciato a raccogliere prove, reperti forensi e dichiarazioni di testimoni.” +972 Magazine ha chiesto che cosa stia facendo la polizia per impedire gli attacchi dei coloni contro i villaggi palestinesi in questa zona e il portavoce ha risposto che “la responsabilità di impedire e reagire agli incidenti nelle aree A e B compete all’esercito” – eppure Tuba e i vicini villaggi palestinesi di Masafer Yatta si trovano in Area C [sotto esclusivo controllo israeliano, ndt.]

In risposta alla richiesta di +972 di un commento, l’esercito israeliano ha affermato: “Mercoledì le forze dell’IDF sono state inviate nell’area di Khirbet Tuba, nel settore della Brigata Yehuda, in seguito ad un rapporto secondo cui civili israeliani hanno incendiato case e attaccato palestinesi nella zona. Di conseguenza diversi palestinesi sono stati feriti, comprese una ragazza e una donna. Anche diverse strutture sono state bruciate. Al loro arrivo le forze hanno perlustrato la zona e identificato strutture bruciate, scritte sui muri e proprietà danneggiate. I sospetti erano fuggiti prima dell’arrivo delle forze. Durante la notte agenti del distretto di polizia di Giudea e Samaria [come gli israeliani chiamano la Cisgiordania, ndt.] sono entrati nell’area sotto la protezione dell’esercito per raccogliere testimonianze, prove e reperti per l’indagine.”

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di At-Tuwani nelle colline a sud di Hebron.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Uno sterminio silenzioso”: Israele bombarda i magazzini di medicinali di Gaza, peggiorando ulteriormente la catastrofica crisi sanitaria nella Striscia

Tareq S. Hajja

4 agosto 2026, Mondoweiss

Israele ha colpito due importanti depositi di medicinali a Deir al-Balah, l’ultimo di una serie di attacchi israeliani al precario sistema sanitario di Gaza. Secondo il Ministero della Sanità di Gaza la carenza di medicinali sta uccidendo tre malati di tumore al giorno.

Domenica 2 agosto, prima dell’alba, l’esercito israeliano ha colpito un deposito di medicinali accanto all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah, nel centro di Gaza, in quello che le autorità sanitarie palestinesi hanno descritto come l’ultimo passo in una campagna sistematica mirata a smantellare il sistema sanitario di Gaza.

L’attacco ha provocato danni estesi oltre gli obiettivi principali. Due dei quattro magazzini di medicinali dell’ospedale sono stati completamente distrutti, mentre gli altri due hanno subito importanti danni strutturali, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Sanità di Gaza. L’esplosione ha inoltre devastato anche decine di tende che ospitavano famiglie di sfollati che si erano rifugiate nel complesso ospedaliero dopo avere perduto le loro case.

Secondo il Ministero della Sanità, l’attacco ha anche provocato danni significativi a un vicino ambulatorio e ha distrutto le scorte già criticamente basse di medicinali e forniture sanitarie.

L’attacco segue mesi di restrizioni all’entrata di aiuti sanitari mentre a migliaia di pazienti è stato impedito di recarsi all’estero per ricevere cure mediche”, prosegue il comunicato, che accusa Israele di compiere attacchi “sistematici e deliberati”.

Fin dall’inizio del genocidio perpetrato da Israele a Gaza, il sistema sanitario della Striscia è stato al centro di ripetute crisi. Le strutture sanitarie sono state ripetutamente attaccate, gli ospedali e le cliniche danneggiate o distrutte in tutta la Striscia. Solo un piccolo numero degli ospedali che una volta offrivano servizi alla popolazione di Gaza continua a essere operativo e a ricevere pazienti.

Il dottor Khalil al-Daqran, portavoce dell’Ospedale dei Martiri di al-Aqsa, ha detto che l’attacco di domenica è parte di un più ampio assalto al settore sanitario di Gaza. “L’obiettivo dell’occupazione è il crollo totale del sistema sanitario di Gaza”, ha aggiunto il dottor al-Daqran. “I missili hanno completamente distrutto il deposito, è rimasto solo un enorme cratere e tantissimi pazienti in grave pericolo”.

Secondo il medico i magazzini distrutti contenevano medicinali per pazienti con malattie croniche, comprese malattie renali. La distruzione di quei medicinali, ha avvertito, significa un’immediata minaccia alle vite di molti pazienti.

Il dottor al-Daqran ha osservato che i medicinali che riforniscono gli ospedali di Gaza provengono principalmente da organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della Sanità, ma che Israele “non tiene in alcuna considerazione il diritto internazionale o le organizzazioni internazionali”, citando la distruzione dei magazzini come prova.

Il cratere provocato dai missili israeliani sul magazzini dei medicinali dell’ospedale Martiri di Al Aqsa a Deir al Balah. Foto (Ahmed Ibrahim/APA Images)

Ho visto mio padre morire di cancro. Ora è il turno di mio figlio”

Sei settimane fa, Jihad Abu Hamida, di 61 anni, combatteva contro un tumore mentre lottava per la sopravvivenza nel sistema sanitario di Gaza al collasso. Sfollato nella zona di Al-Mawasi di Khan Younis dopo che la sua casa in città era stata distrutta, Abu Hamida non ha mai ricevuto le cure necessarie a combattere la malattia. Nel giro di sei settimane è morto dopo mesi di cure inadeguate, perché la sua famiglia non ha potuto ricevere i medicinali di cui aveva bisogno né ottenere il permesso di lasciare Gaza per essere curato all’estero.

Suo figlio, Ali Abu Hamida, di 41 anni, ha detto che la famiglia ha esaurito tutte le possibili strade, contattando organizzazioni e enti dentro e fuori Gaza nel tentativo di salvare suo padre. “Abbiamo lottato per lui e ci siamo rivolti a tutti quelli che potevamo, ma senza ottenere alcun risultato”, Ali ha raccontato a Mondoweiss. “Mio padre è morto davanti ai miei occhi senza avere la possibilità di essere curato”.

Ma la famiglia ha dovuto affrontare anche altro, oltre alla morte di suo padre.

Ali ha detto che anche suo figlio, Abdulazziz, di 14 anni, soffre di malattie al cuore e ai reni e che prima della guerra si recava regolarmente in ospedale nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme per cure specialistiche. Dallo scoppio della guerra nell’ottobre del 2023, però, non ha più potuto continuare le cure. Il risultato è stato un deterioramento continuo delle sue condizioni che hanno determinato uno stadio avanzato della malattia.

Ora vedo mio figlio morire davanti ai miei occhi, proprio come ho visto morire mio padre”, ha detto Ali, secondo cui la morte del padre è stata causata semplicemente dal fatto che le cure non erano disponibili. Oggi, vede la salute di suo figlio peggiorare di giorno in giorno. Il ragazzo ha anche sviluppato sintomi da acuto trauma psicologico, provocati dalla costante paura dei bombardamenti e dall’impossibilità di continuare le cure.

In qualsiasi altro paese i governi e le organizzazioni umanitarie si prendono cura dei malati e forniscono loro le cure di cui hanno bisogno per avere la possibilità di guarire”, ha detto Ali. “Solo a Gaza i malati vengono deliberatamente lasciati morire mentre il mondo guarda le loro sofferenze senza offrire alcun vero aiuto”.

Questa è l’occupazione”, ha aggiunto Ali, “questo è quello che ha fatto alla nostra vita di tutti i giorni. Malattie che sono curabili altrove da noi diventano mortali perché le persone non hanno accesso alle cure mediche di base”.

Le conseguenze sulle tende dei civili presenti nel cortile dell’ospedale Martiri di Al Aqsa .Foto: Ahmed Ibrahim Apa Images

La carenza di medicinali comporta tre decessi collegati ai tumori ogni giorno

Storie come quelle di Ali Abu Hamida fanno parte di quello che in una dicharazione dello scorso lunedì il Ministero della Sanità di Gaza ha definito “uno sterminio silenzioso” di malati da parte di Israele durante il genocidio.

Il Ministero ha detto che le restrizioni di Israele continuano a bloccare e limitare gravemente l’ingresso di medicinali a Gaza, e che le forniture in ingresso sono ben al di sotto del minimo richiesto per le cure mediche. Le maggiori carenze, fino al 61%, riguardano i farmaci oncologici ed ematologici, mettendo i pazienti oncologici a “imminente rischio di morte” a causa dell’interruzione dei protocolli terapeutici, ha detto il Ministero.

Secondo il Ministero, manca il 47% dei medicinali e il 58% dei medicinali deperibili. C’è una carenza critica di materiali per gli esami di laboratorio, che in alcuni casi raggiunge l’85%, facendo temere che molti servizi terapeutici e diagnostici essenziali potrebbero presto cessare del tutto.

Il ministero ha detto che quasi tutti i principali settori sanitari sono ora carenti. Manca il 56% dei medicinali per la salute delle madri e dei bambini; il 55% dei medicinali per le cure primarie; il 46% dei farmaci per la cura dei reni e le dialisi; il 35% dei farmaci psichiatrici e neurologici; il 33% dei farmaci per le cure di emergenza e intensive; il 39% delle forniture chirurgiche; e il 48% dei materiali ortopedici.

Ha aggiunto che la grave carenza di materiali per gli esami di laboratorio sta direttamente mettendo a repentaglio la capacità dei medici di salvare vite. Tra i materiali di cui c’è bisogno con più urgenza ci sono gli esami dell’emocromo completo (CBC), l’analisi dei gas ematici e gli esami di chimica clinica, tutti fondamentali per la gestione quotidiana dei pazienti in condizioni critiche nelle unità di terapia intensiva e nei reparti chirurgici.

In un altro comunicato il ministero ha affermato che “la crisi che devono affrontare i malati di tumore ha raggiunto livelli catastrofici: tre pazienti ora muoiono ogni giorno a causa della mancanza di cure specialistiche”.

Il dottor Muhammad Abu Nada, direttore del Centro per la cura dei tumori di Gaza, ha avvertito, in una dichiarazione video pubblicata dal Ministero della Sanità, che si tratta di un deterioramento senza precedenti delle condizioni dei malati di tumore nella Striscia. Circa 11.000 pazienti sono ora a rischio a causa della grave carenza di medicinali essenziali e delle continue restrizioni che impediscono loro di ricevere cure all’estero.

Secondo il dottor Abu Nada, il crollo delle cure specialistiche per i tumori e l’assenza di terapie essenziali hanno come conseguenza tre decessi collegati ai tumori ogni giorno. Circa 4.000 pazienti sono in possesso di un’impegnativa medica ufficiale per cure o diagnosi all’estero ma non possono lasciare Gaza perché le frontiere sono chiuse.

La distruzione dei centri di trattamento specialistici, ha detto il dottor Abu Nada, ha forzato i medici a prendere delle decisioni cliniche sempre più drastiche. In alcuni casi di tumore al seno, comprese pazienti diagnosticate precocemente, “i medici non hanno potuto fare altro che portare a termine mastectomie complete perché la radioterapia non è disponibile e le pazienti non possono viaggiare all’estero per ricevere le cure”.

Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




“Piena collaborazione”: come l’università di Tel Aviv fornisce servizi ai servizi di sicurezza statali di Israele

Meron Rapoport e Aharon Porath

20 luglio 2026 – +972 Magazine

Dal reclutamento da parte dello Shin Bet ai programmi di addestramento militare, le istituzioni israeliane della difesa si stanno inserendo sempre più nella vita accademica.

Il 16 luglio, alla cerimonia per il diploma di dottorato dell’università di Tel Aviv, dopo che Hila Ben David si è esibita nella canzone “Imagine” di John Lennon il palco è passato al brigadiere generale (della riserva) Danny Gold, capo della Direzione Generale del ministero della Difesa per le Ricerche e lo Sviluppo della Difesa. Gold, studente della TAU [Tel Aviv University, ndt], dove ha ottenuto tutti i suoi titoli accademici, era tornato alla sua università per rivolgersi ai dottorandi.

In una lezione intitolata “Turning Vision into Security” [Trasformare la Visione in Sicurezza] Gold ha presentato sistemi d’arma israeliani insieme a immagini di lanciamissili, intercettori della difesa aerea e attacchi israeliani contro camion nel cuore di Teheran. Sullo schermo sono comparse diapositive che promuovevano Elbit Systems e Rafael, le principali industrie israeliane della difesa, così come marchi privati più piccoli come SMART (“Mortalità e precisione per combattenti”) e UNIQAI (“IA per la pianificazione delle missioni”).

Dopo circa sette minuti dall’inizio della presentazione la cerimonia è stata interrotta da urla indistinte, sporadici applausi e fischi di disapprovazione. Vari dottorandi e loro familiari se ne sono andati, tra gli altri il dottor Jad Ka’dan, che aveva appena ricevuto il dottorato in studi culturali ed era uno dei 17 studenti palestinesi che quest’anno l’università ha insignito con quel titolo.

Quando (l’università) invita il dr. Gold e improvvisamente stai guardando video del lancio di missili, sirene d’allarme e bombardamenti su Teheran ti rendi conto che vieni trattato con disprezzo, stanno cercando di umiliarti,” ha detto a +972 Magazine e a Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.].

Ka’dan, che ha terminato il suo dottorato in California, ha trovato la celebrazione dell’industria della difesa israeliana particolarmente scioccante: “(In tutto il mondo) la gente sta parlando di BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele, ndt.] e tu ci stai mostrando video come questo? Mi vergogno di dire che questo è ciò che fanno vedere qui,” afferma.

Le proteste non sono venute solo dagli studenti palestinesi. Secondo Ka’dan quando la madre di un suo amico si è avvicinata al palco e ha iniziato a gridare “Vergogna!”, circa un quarto del pubblico si è unita a lei. “Nella sala circa metà delle persone ha disturbi post traumatici da stress in seguito alla guerra (con l’Iran),” ha detto Ka’dan, “e quindi tu mostri loro dei video di esplosioni?”

E’ davvero appropriato,” ha aggiunto. “Prima ‘Imagine’, riguardo al fatto che non ci siano Nazioni e niente per cui uccidere o essere uccisi, e poi un ufficiale dell’esercito.”

Poco dopo che Gold ha finito il suo discorso la rettrice dell’università prof.ssa Noga Kronfeld-Schor, visibilmente a disagio, è salita sul palco e si è scusata se il discorso “aveva ferito alcune delle persone (tra il pubblico).”

Docenti del gruppo “Academia For Equality” [Accademia per l’Uguaglianza] hanno subito fatto circolare una lettera in cui sostengono che il problema è andato al di là di un discorso di laurea privo di tatto. Hanno scritto che l’allocuzione era rivolta a studenti ebrei e palestinesi i cui corpi e le cui menti negli ultimi tre anni sono stati segnati da una guerra che sembra infinita “e che erano arrivati lì “per festeggiare i loro risultati accademici, non per vedere uno spettacolo propagandistico.” L’evento, hanno sostenuto, ha costituito “un ulteriore passo nella crescente militarizzazione delle nostra università nel corso degli ultimi anni.”

Nei giorni seguenti l’amministrazione ha rilasciato delle scuse più dettagliate ai principali membri del personale docente, riconoscendo che l’invito a Gold era stato “un errore” perché la presentazione aveva turbato parte del pubblico, tra cui minorenni, famiglie in lutto e soldati traumatizzati dalla guerra. Ma ha categoricamente rifiutato la principale conclusione di Academia For Equality, secondo cui l’università sta attraversando un processo di militarizzazione.

Nella loro risposta il preside dell’università Ariel Porat e la rettrice Noga Kronfeld-Schor hanno definito l’accusa “una menzogna e un’invenzione, una vera campagna di calunnie” che rafforza la causa di “quanti vogliono boicottare il mondo universitario israeliano presentandolo come un agente dell’esercito.” Eppure un’indagine di +972 e Local Call mette in discussione il biasimo dell’amministrazione.

Interviste e documenti indicano un’università che negli ultimi anni ha dato sempre più spazio al sistema militare e della sicurezza israeliano nella vita del campus, dalla collaborazione con l’esercito ai tentativi di reclutare studenti nello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno di Israele.

Caccia ai talenti nel campus

Circa un mese prima della discussa apparizione di Gold alla cerimonia di consegna dei titoli il Centro per lo Sviluppo delle Carriere della TAU aveva invitato gli studenti dei dipartimenti di Studi di Storia del Medio Oriente e Africa e di Studi Arabi e Islamici a un incontro sulle prospettive di carriera con un rappresentante dello Shin Bet. La mail di giugno, inviata dalla consulente per le Carriere Umanistiche Sivan Tivoni e ottenuta da +972 e Local Call, diceva che il servizio di sicurezza aveva preso contatti con l’università per organizzare un evento specificamente rivolto agli studenti dei due dipartimenti.

Come parte dell’evento,” si legge nell’invito, “un ex- ufficiale di altro grado dello Shin Bet sarà nostro ospite per una sessione motivazionale e una discussione aperta su operazioni sotto copertura, su sfide di intelligence e sicurezza e sull’importanza della conoscenza della lingua araba e della familiarità con il mondo arabo e islamico nell’importante lavoro professionale.” Gli studenti avrebbero anche ascoltato “vicende e approfondimenti da questi campi (argomento sottoposto a vincoli di riservatezza riguardo alla sicurezza) e partecipato a discussioni dirette con gli ospiti.”

Muhammad Masarwa, studente di un master in Studi Arabi e Islamici e attivista politico, afferma che l’invito riflette una più generale tendenza a vedere lo studio dell’arabo principalmente attraverso le lenti della sicurezza. “E’ molto triste inquadrare lo studio dell’Islam e la familiarità con il mondo arabo dalla prospettiva di ‘conoscere il nemico’,” ha affermato. L’invito, aggiunge, trasmette il messaggio che “attraverso la tua conoscenza della cultura e della lingua puoi diventare parte di un sistema che può danneggiare altri.”

Masarwa ha detto che né lui né alcun altro studente palestinese che lui conosca nei due dipartimenti hanno mai ricevuto la mail. Lo ha saputo solo dopo che un amico palestinese gli ha inoltrato l’invito che altri studenti ebrei avevano condiviso con quell’amico. (La TAU non ha risposto alla domanda di +972 e Local Call riguardo a se l’invito sia stato mandato esclusivamente a studenti ebrei.)

Secondo Masarwa all’interno del dipartimento l’invito ha provocato scarso dibattito. Ma lui non crede che la diffusione sia stata casuale: “Tra gli studenti ebrei, anche se non tra tutti, c’è un’evidente aspirazione a trovare lavoro nello Shin Bet per unirsi al sistema di sicurezza,” ha affermato. “(Non si dedicano allo studio dell’arabo) per amore verso una lingua e una cultura.”

Fonti ufficiali del dipartimento che hanno parlato con +972 e Local Call hanno preso le distanze dall’iniziativa: “Devo ammettere di non saperne niente,” ha detto il dott. Avner Wishnitzer, direttore del dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell’Africa. “Ho capito che l’evento era organizzato dal Centro per lo Sviluppo della Carriera. Non sapevo che la segreteria del dipartimento avesse inviato l’invito. Non è passato attraverso me. In sintesi: non abbiamo alcun rapporto con lo Shin Bet e non organizziamo eventi di quel genere.”

L’università ha fornito una spiegazione simile. Gli eventi per lo sviluppo della carriera intendono esporre agli studenti opportunità di lavoro nei settori pubblici, privati e sociali, ha affermato il portavoce Tomer Walner.

Datori di lavoro “che operano nel rispetto della legge sono invitati a presentare agli studenti campi di lavoro e offerte di impiego coerenti con la loro formazione,” ha aggiunto, sottolineando che questi eventi sono organizzati dal centro e “in nessun caso fanno parte del curriculum accademico.”

Secondo una fonte universitaria alla fine l’evento, previsto per il 15 giugno, non ha avuto luogo perché si sono iscritti troppo pochi studenti. Tuttavia questa “caccia ai talenti”, reclutamento proattivo di persone con capacità specialistiche da parte delle agenzie di sicurezza israeliane nei campus universitari, non è affatto nuova.

Un rapporto del 2025 da parte dell’organizzazione antimilitarista New Profile ha documentato anni di eventi per il reclutamento che hanno coinvolto lo Shin Bet e il Mossad nelle università israeliane, tra cui una “sessione per la carriera nello Shin Bet” del 2017 ospitata dalla facoltà di Scienze Sociali della TAU e un incontro presso il Technion intitolato “La tecnologia al servizio del Servizio della Sicurezza Generale (Shin Bet):”

Più di recente, a maggio, il Centro per lo Sviluppo della Carriera della TAU ha invitato gli studenti di scienze sociali e materie umanistiche a un evento intitolato “Carriere nelle Organizzazioni della Sicurezza” che ha ospitato rappresentanti di Mossad, Shin Bet, ministero della Difesa e Servizio Carcerario Israeliano. “Lo sai” chiedeva l’invito, “che le conoscenze e competenze che hai acquisito nelle scienze sociali e nelle materie umanistiche possono fornirti un reale vantaggio in una carriera nel cuore dell’apparato di sicurezza di Israele?”

Secondo la dott.ssa Outi Bat-El, una linguista della TAU e membro di Academia for Equality, ciò che distingue l’invito di giugno non è che lo Shin Bet stesse reclutando nel campus, ma che stesse cercando studenti da discipline particolari. “L’invito è inusuale in quanto si rivolge specificamente a questi due dipartimenti,” ha sostenuto Bat-El. “Questa non è una fiera del lavoro in cui chiunque può andare e venire come gli va. È mirato.”

La promessa secondo cui gli studenti avrebbero ascoltato “vicende e approfondimenti” sulle operazioni dello Shin Bet, nota, “sembra Disneyland. È un reclutamento per qualcosa di terribile. È cooperazione totale tra l’università e lo Shin Bet.”

Una storia di simbiosi

Il rapporto tra studi di arabo e mediorientali nel mondo universitario israeliano e il sistema della sicurezza del Paese risale ai primi giorni dello Stato e forse persino a prima. Alla TAU è stato istituzionalizzato a metà degli anni ‘60 quando l’università accettò di includere l’Istituto Shiloah, un ente di ricerca del ministero della Difesa che in seguito è diventato il Centro Moshe Dayan, nel suo dipartimento di Studi di Storia su Medio Oriente e Africa.

La decisione non avvenne senza discussioni. In un recente articolo di Haaretz [giornale israeliano di centro-sinistra, ndt.] l’ex-presidente della TAU Itamar Rabinovich, che guidò il Centro Dayan prima di diventare direttore del Dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell’Africa, ha ricordato che l’università Ebraica di Gerusalemme aveva rifiutato la proposta del ministero della Difesa di inglobare l’istituto.

La TAU adottò un approccio diverso. All’epoca la nascente istituzione stava cercando di reclutare Shimon Shamir, allora giovane studioso che in seguito sarebbe diventato capo di dipartimento e ricoprì l’incarico di ambasciatore in Egitto e in Giordania. Shamir condizionò la sua nomina al fatto che l’università accettasse l’Istituto Shiloah.

La “simbiosi” tra l’istituzione e il nuovo dipartimento che ne derivò, ha scritto Rabinovitch, “diede all’università di Tel Aviv uno status unico,” all’interno del mondo universitario israeliano.

Il dottor Yonatan Mendel, capo del dipartimento di Studi sul Medio Oriente all’università Ben-Gurion, la cui ricerca riguarda il rapporto tra sicurezza e studi arabi dall’Yishuv [comunità organizzata di immigrati ebrei, ndt.] pre-statale in Palestina in poi, concorda sul fatto che il rapporto era inusuale: “Una relazione così diretta ed esplicita che leghi lo studio dell’arabo all’università con lo Shin Bet e la sicurezza nazionale è piuttosto rara,” ha detto a +972 e Local Call.

Eppure, aggiunge, “l’ingresso di aspetti delle agenzie di intelligence e della sicurezza nell’accademia non è sicuramente un fenomeno nuovo. Ci sono processi che precedono la creazione di Israele e hanno preso slancio negli anni ‘60 e ‘70.”

Nei decenni seguenti, dice Mendel, tale rapporto venne largamente mantenuto sotto un velo di segretezza. Tuttavia dal 7 ottobre ha riguadagnato forza ed è diventato sempre più esplicito. “Forse ciò è a causa del fatto che appoggiare le necessità di sicurezza è improvvisamente visto come all’ordine del giorno,” suggerisce.

Mendel sostiene che il suo dipartimento all’università Ben Gurion non ha mai ricevuto richieste dirette comparabili. La cultura dell’istituzione può spiegare in parte la differenza: nel suo articolo su Haaretz Rabinovich ha descritto il dipartimento di studi sul Medio Oriente della Ben-Gurion come “ribelle, contrario allo spirito dominante.”

Nel suo libro del 2024 “Torri d’Avorio e di Ferro: come le università israeliane negano la libertà ai palestinesi,” [ed. it. Alegre, 2024, ndt.] la studiosa israeliana Maya Wind sostiene che le università israeliane hanno a lungo aiutato a produrre sapere che appoggia il dominio di Israele sui palestinesi presentandosi come istituzioni progressiste e democratiche.

Nel contesto di una crescente collaborazione accademica tra le università statunitensi e israeliane, lo scorso agosto Wind ha detto a +972 che queste ultime “sono di fatto profondamente coinvolte nel colonialismo di insediamento israeliano e ora nel genocidio”, non per ultimo a causa del fatto che intere discipline accademiche “subordinano la loro produzione di sapere alle necessità dello Stato di Israele.”

Per Mendel questa vicinanza storica tra gli studi sul Medio Oriente e il sistema di sicurezza aiuta a spiegare perché il campo di studi “a volte cade nella trappola dell’Orientalismo” e perché molti cittadini palestinesi di Israele hanno stentato a vederlo come proprio.

Tuttavia evidenzia anche una tendenza opposta: negli ultimi anni studiosi e ricercatori dell’accademia israeliana hanno spinto le loro discipline in direzioni più civili e critiche. “Questa è la tendenza che dobbiamo rafforzare: ricerca indipendente e critica il più lontano possibile da un approccio centrato sulla sicurezza.”

Militarizzazione alla luce del sole

Eppure, anche se alcuni studiosi hanno un’opinione critica nei confronti dei rapporti tra il mondo universitario e il sistema della sicurezza, negli ultimi anni i legami istituzionali della TAU con l’esercito si sono significativamente rafforzati.

Agli inizi dell’ottobre 2023, prima dell’attacco del 7 ottobre, l’università ha lanciato il programma “Erez” [terra in ebraico, ndt.], in base al quale approssimativamente 200 candidati al ruolo di ufficiale di combattimento completano il corso di laurea in materie umanistiche e scienze sociali prima di iniziare l’addestramento come ufficiali. La TAU riceverebbe circa 15 milioni di shekel (circa 4,3 milioni di euro) per il programma.

Benché inizialmente l’università abbia promesso che i partecipanti del programma non avrebbero portato armi nel campus, dopo lo scoppio della guerra soldati armati e in uniforme hanno iniziato ad assistere regolarmente alle lezioni. Da allora il loro numero è diminuito, ma i docenti dicono che continuano ad essere una presenza consueta. Bat-El dice: “Sei nel campus e 50 soldati in uniforme e armati si spostano da un edificio all’altro. Non mi sento a mio agio. Immagina come si sentono gli studenti palestinesi.”

I legami dell’università con il sistema della sicurezza si estendono anche nel settore tecnologico. Dal 2018 TAU Ventures, un fondo di capitale di rischio creato dall’università, ha avviato con lo Shin Bet l’“Xcelerator”. Il programma fornisce a startup selezionate un finanziamento di 50.000 dollari dall’agenzia della sicurezza insieme all’ufficio del supporto spaziale e aziendale, e pubblicizza quello che chiama un’“opportunità esclusiva per la validazione e prove di concetto con lo Shabak (lo Shin Bet).”

Il programma ha affermato che per il suo ultimo gruppo stava cercando tecnologie nei campi che includono IA e dati, cyber, minacce con i droni e UAV [aeromobili a pilotaggio remoto, ndt.], piattaforme senza pilota, sensori e intelligence in rete che potrebbero “avere un impatto sul campo di battaglia” e rafforzare le “capacità a lungo termine nella sicurezza” di Israele.

All’inizio del prossimo anno accademico la TAU ospiterà anche il prestigioso programma “Havatzalot”, che addestra le migliori reclute dei servizi segreti mentre completano i loro studi universitari. Il programma è attivo presso l’Università Ebraica dal 2019 nonostante l’opposizione di studenti e docenti, che sostengono che rappresenta “un’espropriazione della sfera accademica e il suo trasferimento al controllo militare.” Dopo che la TAU ha vinto il bando per ospitare il programma l’Università Ebraica ha chiesto al tribunale di impugnare la decisione.

Un incidente recente suggerisce che i legami della TAU con il sistema della difesa va al di là delle campagne di reclutamento e dei programmi di addestramento. Nel maggio 2025, dopo che l’amministrazione universitaria ha sospettato uno studente palestinese di aver scritto slogan contro la guerra di Israele contro Gaza sugli stand dello Shin Bet e di Elbit durante una fiera del lavoro nel campus, essa ha fornito allo Shin Bet i suoi dati personali. Poco dopo lo studente ha ricevuto una chiamata da un uomo che si è identificato come un rappresentante dello Shin Bet e gli ha ordinato di recarsi a una stazione di polizia per una “conversazione”.

Anche se il procedimento è stato subito bloccato dopo l’intervento da parte dell’ufficio disciplinare dell’università, l’incidente ha dimostrato con quanta facilità la cooperazione dell’università con il sistema di sicurezza possa sconfinare nella sorveglianza e nell’intimidazione degli studenti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ecco com’è un pogrom dei coloni israeliani

Mohammad Hesham Huraini 

27 luglio 2026 – +972 Magazine

Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato totalmente inerme. La mia auto è stata avvolta dalle fiamme, ma l’unica cosa che mi importava era la sopravvivenza della mia famiglia.

Ho saputo che erano qui prima ancora di vederli. Era poco dopo la mezzanotte del 18 luglio e circa 40 coloni israeliani mascherati del notoriamente violento avamposto di Havat Ma’on armati di bastoni, pietre e benzina stavano invadendo il mio villaggio di At Tuwani, sulle colline meridionali di Hebron.

Ho sentito delle urla, seguite dall’inconfondibile suono di pietre che rompono dei vetri. Poi ho sentito il calore delle fiamme che avevano appiccato.

I coloni sono scesi prima verso la moschea di Al-Tuwani. Hanno sfasciato le sue finestre, sparso versato per terra e appiccato il fuoco all’ingresso. Hanno tracciato con lo spray una Stella di Davide sui muri e scritto slogan in ebraico, tra cui “Vendetta”.

Ma vendetta per cosa, esattamente? Ci hanno accusato di aver provocato un incendio che all’inizio della giornata aveva avvolto la colonia di Havat Gilad. In seguito le autorità israeliane hanno annunciato che probabilmente era stato provocato accidentalmente da una sigaretta ancora accesa.

Ma questo falso pretesto era solo una scusa perché i coloni scatenassero la loro ira contro dei palestinesi. Sapevano che non avrebbero dovuto affrontare le conseguenze dei loro delitti e che se avessimo cercato di difenderci l’esercito israeliano sarebbe accorso in difesa dei coloni arrestandoci o persino sparandoci addosso senza alcuna esitazione.

Dopo aver attaccato la moschea si sono divisi in vari gruppi e sono andati di casa in casa. Hanno lanciato altre pietre, rotto altre finestre e gettato benzina nelle case prima di incendiarle.

Quando l’attacco è iniziato mi trovavo da mio zio, mentre il resto della mia famiglia — i miei genitori, le mie sorelle e il mio fratellino — stavano dormendo nella casa vicina. Ho sentito le mie sorelle urlare quando si sono svegliate a causa della puzza di fumo e pareti bruciate, rendendosi conto di quello che stava avvenendo. Sono corso verso casa con un nodo alla gola.

Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito completamente inerme. Io ero solo e loro erano più di 40, appoggiati dalle forze di occupazione. Mentre correvo mi hanno lanciato contro delle pietre; non sapevo se alcuni di loro avevano armi da fuoco. Ho a malapena avuto abbastanza fiato da gridare contro di loro, se non altro per avere la sensazione di non essere uno spettatore di fronte alla distruzione della mia casa.

Nel contempo non potevo far altro che pensare alla famiglia Dawabsheh, della cittadina di Duma, la cui casa era stata incendiata da coloni israeliani nel 2015 uccidendo tre di loro, tra cui Alì, di 18 mesi. Ero orripilato dall’idea di stare per perdere la mia famiglia nello stesso modo.

Quando ho raggiunto casa mia la prima cosa che ho visto è stata la mia auto avvolta dalle fiamme. Ma in quel momento non mi importava: tutto quello che contava per me era se la mia famiglia era salva.

Ho trovato mia madre e le mie sorelle piangenti e tremanti. Grazie a dio tutti erano in una stanza, ma i vetri delle nostre finestre rotte erano sparsi ovunque sul pavimento. Il terrore, il panico e la paura che tutti noi abbiamo provato quella notte ci accompagnerà per sempre, accentuato dalla possibilità concreta che potrebbe ripetersi domani.

Nei pressi uno dei miei vicini, un ragazzo di 16 anni, stava dormendo vicino a una finestra quando i coloni hanno buttato dentro della benzina, parte della quale si è sparsa sui suoi vestiti. Se le fiamme lo avessero raggiunto oggi non sarebbe vivo. Invece per il resto della sua vita sarà terrorizzato dal ricordo dell’odore acre del fumo, del sapore della paura e della sensazione di una minaccia mortale.

Mentre questo ragazzino ha avuto “fortuna”, quella notte c’è stata un’altra tragedia nella sua famiglia. Sua madre, che era incinta, è stata colpita da una pietra lanciata dai coloni attraverso la finestra. La Mezzaluna Rossa palestinese è arrivata circa 20 minuti dopo la fine dell’attacco e ha portato velocemente in ospedale la donna, la trentacinquenne Roqaya Rabie, ma non si è potuto salvare il suo bambino non ancora nato a cui è stata persino negata la possibilità di conoscere una vita qui indenne da questa violenza.

I coloni hanno attaccato anche il nostro caseificio, incendiandolo. Per la maggior parte delle donne del villaggio è l’unica fonte di reddito. Siamo già stati esclusi da molte attività per guadagnarci da vivere: la stazione di benzina, le imprese edili e tessili che una volta erano attive qui, negli ultimi anni hanno dovuto chiudere. Il caseificio è tutto quello che abbiamo e i coloni hanno cercato di distruggere pure quello.

Il pogrom è durato solo per circa 10 minuti. Ma 10 minuti passati credendo di stare per perdere la tua famiglia sembrano un’eternità. Come se non avessero già inflitto abbastanza distruzioni, quando se ne sono andati i coloni hanno dato fuoco a un’ultima casa.

In quel momento avevamo iniziato a spegnere gli incendi. Abbiamo cercato di salvare la moschea, le nostre case e il caseificio. La mia auto non si poteva salvare: il fuoco l’ha completamente bruciata quasi immediatamente. Come sempre l’esercito e la polizia israeliani sono arrivati solo dopo che i coloni se ne erano andati. Invece di inseguire gli aggressori o fare un’irruzione nel loro avamposto per arrestarli, se la sono presa con noi. Ci hanno respinti e ci hanno gridato contro consentendo ai coloni terroristi di andarsene nella più totale impunità. Ancora una volta i palestinesi sono stati lasciati senza difesa di fronte alla violenza coordinata praticata dai coloni con la protezione dello Stato.

Suppongo che non abbiate mai avuto da temere una violenta invasione mentre ve ne state seduti a casa vostra. Non vi aspettate che la vostra auto venga improvvisamente avvolta dalle fiamme. Probabilmente non pensereste mai di rinforzare le vostre finestre o di intonacare i vostri muri con una vernice che renda più facile cancellare le scritte dopo un attacco.

Ma qui a Masafer Yatta queste sono preoccupazioni quotidiane. Non importa che uno di noi abbia vinto un Oscar con “No other land” o che, grazie a questo film, il mondo ora sappia il nome nel nostro piccolo villaggio.

Invece di essere protetti siamo stati lasciati a rimettere insieme i pezzi lasciati da un ulteriore attacco che ha danneggiato le nostre vite. Una volta che i muri sono stati ripuliti e la cenere è stata spazzata via abbiamo iniziato a prendere nota di quello che potrebbe essere recuperato e di quello che è stato definitivamente perso a causa della violenza del regime coloniale di Israele.

Mohammad Hesham Hunaini è un giornalista e attivista per i diritti umani indipendente di At-Tuwani, Masafer Yatta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La cessazione delle attività dell’UNRWA lascia molte persone in esilio con gravi difficoltà economiche

Khuloud Rabah Sulaiman 

23 luglio 2026 – The Electronic Intifada

Quando la 37enne Fatima ha lasciato Gaza nel novembre 2023 per salvare la vita di suo figlio malato pensava di andarsene solo temporaneamente.

Invece lo avrebbe sepolto in esilio e poi avrebbe perso il suo lavoro di insegnante di inglese presso l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi con cui aveva lavorato per 12 anni.

La storia di Fatima è simile a quelle di centinaia di dipendenti palestinesi che sono stati licenziati nei mesi scorsi in quanto l’UNRWA affronta una crisi finanziaria che secondo alcuni è stata provocata deliberatamente per pregiudicare i diritti dei rifugiati palestinesi.

Come gli altri impiegati dell’UNRWA licenziati che hanno accettato di parlare a The Electronic Intifada per questo articolo, Fatima non ha voluto che venisse usato il suo vero nome.

In agosto 2023 al figlio di Fatima Abdullah è stato diagnosticato un tumore alle ossa e si sottoponeva alla chemioterapia ogni due giorni all’ospedale dei bambini Al-Rantisi a Gaza City. Era un lungo viaggio dalla casa di famiglia a Rafah nell’estremo sud, ma era necessario.

Ma quando Israele ha iniziato la sua campagna militare genocida a Gaza nell’ottobre di quell’anno gli spostamenti tra Gaza City e Rafah sono stati interrotti come anche la possibilità per Fatima di raggiungere l’Al-Rantisi. La chemioterapia di cui Abdullah aveva bisogno non era disponibile al sud.

La sua condizione si è velocemente deteriorata, ha detto a The Electronic Intifada. È diventato pallido e debole, non poteva più camminare. Si lamentava di dolori persistenti alle ossa nella maggior parte del corpo e i parametri del sangue sono scesi a livelli critici.

Il 6 novembre 2023, dopo essersi procurati un riferimento medico, madre e figlio sono stati fatti uscire attraverso il valico di Rafah vero l’Egitto dove Abdullah ha ricevuto la chemioterapia in uno degli ospedali pubblici per 20 giorni.

Però il dolore è aumentato, forti mal di testa lo facevano gridare e agitarsi dal male. È stato trasportato d’urgenza in Giordania dove, dice la madre, è migliorato benché solo temporaneamente.

Un anno dopo il tumore è ritornato in modo aggressivo, estendendosi ai polmoni. I medici non hanno potuto fare niente e lui è morto il 28 dicembre 2024.

Fatima è rimasta in lutto, sola in esilio, contando sull’assistenza finanziaria giordana e sul suo salario dell’UNRWA.

Tuttavia circa due mesi dopo ha ricevuto una email dall’UNRWA con cui veniva posta in “congedo eccezionale” non pagato, adducendo come motivo la crisi finanziaria dell’organizzazione.

Un anno dopo è stata licenziata.

Licenziamenti “arbitrari”

Dopo che ho perso mio figlio sono caduta in una grave depressione”, ha detto Fatima a The Electronic Intifada. Essere licenziata “non ha fatto che peggiorare la situazione”.

I medici le hanno diagnosticato un principio di diabete dovuto in parte allo stress emotivo prolungato, in parte all’alimentazione insufficiente.

Prima del genocidio di Israele Fatima, che è divorziata, era stata l’unica fonte di reddito per i suoi genitori e i suoi fratelli, solo uno dei quali è sposato e nessuno ha un lavoro. Così lei provvedeva alle loro spese e alle medicine della madre. Quando è venuto a mancare il suo salario la famiglia è sopravvissuta grazie agli aiuti e ai debiti.

Con la quasi distruzione di Rafah adesso le resta poco a casa.

“”Non ho più niente a Gaza”, dice. “Ho perso la mia casa, mio figlio e il mio lavoro. Ho perso tutto.”

A gennaio 2026 l’UNRWA ha licenziato 571 impiegati palestinesi a Gaza dopo un anno di “congedo eccezionale”, con la motivazione di una crisi finanziaria.

Il Commissario Generale dell’UNRWA Philippe Lazzarini nel novembre dello scorso anno aveva avvertito che l’agenzia doveva far fronte a 200 milioni di dollari di deficit per il 2026, dopo che gli USA – storicamente il principale finanziatore dell’UNRWA – ha sospeso i finanziamenti nel 2024.

Ma Hamed al-Wadi, un membro del sindacato dei dipendenti dell’UNRWA a Gaza, ha condannato i licenziamenti come ingiusti ed arbitrari, dicendo che molti dipendenti hanno lasciato Gaza per cure mediche, per accompagnare qualcuno che necessitava di cure o per sopravvivere, spesso previa autorizzazione.

L’UNRWA aveva in precedenza ordinato ai dipendenti, soprattutto internazionali, di andarsene dal nord di Gaza verso il sud per sicurezza e loro hanno creduto che, dato che lasciare il sud di Gaza in seguito è diventato una questione di sopravvivenza, questo non avrebbe compromesso la loro situazione lavorativa.

Non c’erano direttive che vietassero ai dipendenti di lasciare la Striscia di Gaza, né sono stati avvertiti di eventuali conseguenze di ciò”, ha detto al-Wadi a The Electronic Intifada.

L’UNRWA, in quanto maggior fornitore di aiuti a Gaza, è più che mai fondamentale. Circa il 90% delle scuole di Gaza sono state danneggiate o distrutte. Dall’ottobre 2023 circa il 94% degli ospedali sono stati anch’essi distrutti o danneggiati insieme alla maggior parte dei centri sanitari, mentre quasi 400 dipendenti e personale di supporto dell’UNRWA sono stati uccisi.

L’UNRWA ha il compito di fornire servizi ai rifugiati palestinesi “fino a che una soluzione giusta e duratura” non sia raggiunta e, a differenza di altre agenzie dell’ONU, si avvale esclusivamente di donazioni volontarie. Anche prima delle accuse israeliane senza prove circa un coinvolgimento di dipendenti UNRWA nel 7 ottobre 2023, l’UNRWA ha affrontato una grave crisi finanziaria in quanto i donatori hanno tergiversato riguardo al loro supporto e alla missione dell’agenzia.

Debito

Al-Wadi ha detto che i licenziamenti sono stati fatti in modo collettivo senza controllo di merito sui casi individuali.

Secondo i dati forniti a The Electronic Intifada da una fonte UNRWA che ha richiesto l’anonimato il 55% dei licenziati aveva lasciato Gaza per cure mediche o per accompagnare familiari feriti, mentre il 5% aveva avuto l’autorizzazione ad uscire prima dell’ottobre 2023.

Al-Wadi ha criticato la mancanza di trasparenza del processo di selezione. Si è chiesto perché la maggior parte di coloro che hanno perso il lavoro facesse parte del settore educativo dell’UNRWA: secondo una fonte si tratta almeno dell’80%.

Il sindacato dei dipendenti ha chiesto all’amministrazione di revocare la decisione”, ha detto al-Wadi a The Electronic Intifada. “Abbiamo proposto che i dipendenti continuino a lavorare online finché il confine non riaprirà, che quelli che tornano mantengano il proprio lavoro e che venga quindi licenziato chi rifiuta.”

L’amministrazione dell’UNRWA ha respinto la proposta, ha detto, e il sindacato non è in grado di intraprendere ulteriori iniziative. L’unica opzione adesso è che il personale colpito si appelli al tribunale dell’UNRWA per le controversie.

Taghreed, di 52 anni, un’insegnante di arabo dell’UNRWA, ha lasciato Gaza il 5 marzo 2024 alla ricerca di cure mediche per sua figlia Layla di 3 anni, gravemente ferita in un attacco israeliano.

Il 15 novembre 2023 la casa di tre piani di Taghreed nel campo profughi di al-Nuseirat nel centro di Gaza è stata danneggiata quando missili israeliani hanno colpito un edificio vicino a pochi metri di distanza. 29 membri della sua famiglia, compresa Layla, sono stati feriti nell’attacco.

Layla ha riportato le ferite più serie, subendo fratture alle gambe, al viso e al bacino, e anche ustioni di terzo grado su gran parte del corpo.

Il padre di Layla era morto anni prima e Taghreed era l’unica persona in grado di accompagnare sua figlia all’estero. È riuscita a ottenere un riferimento medico in Oman.

Layla ha trascorso due settimane in un ospedale pubblico a Muscat, in Oman, sottoponendosi a diversi interventi chirurgici prima di essere dimessa e a lei e sua madre è stata offerta una stanza in un albergo della città. Layla continua la sua terapia lì.

Nonostante questi interventi Layla ha ancora bisogno di parecchie operazioni ricostruttive e dermatologiche per le sue ustioni, che non sono pagate dal governo dell’Oman.

Mia figlia è stata fortunata ad essere operata mentre io stavo ancora ricevendo il salario”, ha detto Taghreed a The Electronic Intifada. “Ma dopo che sono stata licenziata non potevo continuare (a pagare): ogni intervento costa almeno 1.200 dollari”, l’equivalente di un salario mensile.

Rawan, di 40 anni, insegnante di studi sociali per 14 anni, ha lasciato Gaza il 7 novembre 2023 con suo marito e 5 figli piccoli. I due figli maggiori sono ancora a Gaza, vivendo con il salario di suo marito dell’Autorità Palestinese di 630 dollari e metà del suo salario dell’UNRWA di 1.300 dollari.

Al Cairo Rawan e la sua famiglia vivevano con il resto del suo salario, spendendo 300 dollari per l’affitto e le esigenze di base. Quando il suo reddito è stato tagliato hanno dovuto sopravvivere unicamente con il salario di suo marito, accumulando quello che attualmente ammonta a 15.000 dollari di debito.

Vivono in un alloggio rurale non ammobiliato fuori dal Cairo, mentre i suoi figli a Gaza non riescono a riprendere i loro studi universitari.

Due anni prima dell’ottobre 2023 Rawan aveva contratto un prestito bancario di 75.000 dollari per comprare un appezzamento di terra nel campo profughi di al-Maghazi, terra che ora si trova dietro la “linea gialla” di Israele.

A febbraio 2026 sono ricominciate le detrazioni del prestito bancario: in precedenza l’Autorità Palestinese aveva chiesto una moratoria sui rimborsi durante l’aggressione genocida di Israele. Non avendo risparmi sul suo conto, il salario di suo marito, a garanzia del prestito, è stato ridotto a circa 150 dollari al mese.

Adesso la famiglia ha a malapena il necessario per vivere.

Non so come potrà sopravvivere la mia famiglia”, dice. “Ho contratto il prestito prevedendo di ripagarlo col mio salario.”

Indebolire l’UNRWA

Mustafa Ibrahim, analista politico e direttore della Fondazione Al Dameer per i diritti umani di Gaza, ha descritto il taglio dei finanziamenti all’UNRWA da parte dei donatori e i conseguenti licenziamenti dei dipendenti trasferiti come un tentativo politico di porre fine al ruolo dell’UNRWA e compromettere la questione dei rifugiati palestinesi col pretesto di una crisi finanziaria.

Ha attribuito tutto ciò alla pressione israelo-americana con le campagne di disinformazione che hanno accusato 12 dipendenti UNRWA di coinvolgimento negli attacchi del 7 ottobre, accuse che non sono mai state provate e per le quali l’agenzia è stata discolpata dalla Corte Internazionale di Giustizia nell’ottobre 2025.

La perdurante sospensione dei finanziamenti USA e i tagli da parte di molti Paesi donatori europei in seguito alle accuse di Israele sono altamente dannosi per l’UNRWA, ha aggiunto Ibrahim, poiché l’agenzia dipende unicamente dalle donazioni volontarie.

Questo rende l’UNRWA vulnerabile alle “fluttuazioni politiche e all’instabilità finanziaria” e suggerisce che l’annullamento dei finanziamenti sia “un atto di natura politica”, ha detto Ibrahim a The Electronic Intifada.

La gestione della crisi da parte del Commissario UNRWA – tagliare i servizi, i salari e i dipendenti invece di cercare nuovi donatori per coprire il deficit – risponde agli interessi israelo-americani, ha aggiunto, che consistono nell’indebolire l’UNRWA e, con l’agenzia, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

La pressione USA garantisce il silenzio dei principali soggetti coinvolti, ha aggiunto, compresi la stessa ONU, altri donatori e Paesi ospitanti, come anche l’Autorità Palestinese.

Ola, di 38 anni, insegnante di arabo con 15 anni di esperienza, ha lasciato Gaza il 30 marzo 2024 in quanto paziente bisognosa di un medico specialista, con l’approvazione dell’UNRWA: necessitava di cure in Egitto per un tumore all’utero.

Poiché gli alloggi per i pazienti erano sovraffollati ha affittato un appartamento a proprie spese. Sua figlia Jamileh, di 15 anni, che l’ha accompagnata da Gaza, non poteva iscriversi alle scuole egiziane a causa delle restrizioni alla residenza per i palestinesi. Perciò Ola è stata costretta a cercare altrove una maggiore stabilità.

Nel 2022 Ola aveva ottenuto una borsa di studio per un dottorato di ricerca da un’università algerina, che fino ad allora non era riuscita a prendere. Questo alla fine ha permesso a lei e Jamileh di andare in Algeria a fine ottobre 2025. La borsa di studio tuttavia non copriva le spese quotidiane, perciò Ola contava sul suo salario UNRWA per le bollette e il cibo.

Questo fino a quando è stata posta in congedo obbligatorio. Quando ha presentato la documentazione che confermava che la sua partenza da Gaza era collegata a cure mediche, è stata bruscamente licenziata, ha detto, da un funzionario UNRWA in Giordania con le parole: “La tua salute adesso è stabile.”

Da allora ha dovuto contare su 2.000 dollari di indennità di congedo non utilizzata per pagare l’affitto mensile di 200 dollari. Suo marito Muhammad, segretario nell’ospedale Al-Shifa di Gaza City, fino al giugno dell’anno scorso, quando è stato ucciso in un attacco aereo israeliano nel loro edificio nel quartiere Al-Karama di Gaza City, le inviava più di 300 dollari dal suo salario ogni 50 giorni

Ola non ha avuto altra scelta che trovare lavoro come insegnante in Algeria per 200 dollari al mese, ma il suo tumore è peggiorato e l’ha costretta a smettere dopo tre mesi. Adesso sopravvive dando ripetizioni e con i 100 dollari al mese che Jamileh riceve attraverso un sostegno separato.

A causa delle mie difficoltà finanziarie ho dovuto ripetutamente rimandare i miei controlli oncologici fino a quando potrò pagarli”, ha detto Ola a The Electronic Intifada.

Quando mia figlia ha avuto bisogno di un intervento al collo non ho potuto far altro che farlo in un ospedale pubblico”, ha aggiunto. Ciò che ha definito sutura “di bassa qualità” dopo l’intervento ha lasciato una cicatrice nella zona vicina al collo di Jamileh.

I risparmi di Ola copriranno l’affitto solo per altri tre mesi e lei teme che le detrazioni per il prestito possano ridurre la sua liquidazione a 7.000 dollari, appena sufficienti a mantenerle.

Non riesco a dormire di notte”, ha detto. “Continuo a preoccuparmi di come ce la caveremo.”

Khuloud Rabah Sulaiman è un giornalista che vive a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Noi vogliamo semplicemente vivere”: i palestinesi a Gaza reagiscono alle elezioni di Hamas

Maram Humaid

21 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza ci sono reazioni contrastanti al fatto che Khalil al-Hayya sia stato eletto leader di Hamas, dato che gli abitanti mettono a confronto la politica con le privazioni quotidiane.

Gaza City, Striscia di Gaza – Ci sono state reazioni contrastanti tra i palestinesi di Gaza riguardo all’elezione di Khalil al-Hayya a leader di Hamas e all’impatto che questo avvenimento potrebbe avere sulle loro vite.

Questa settimana al-Hayya ha vinto le elezioni interne contro l’ex-leader politico di Hamas Khaled Meshaal. Per molti l’annuncio è stato oscurato da preoccupazioni più immediate, riguardanti in particolare una casa decente e dignitosa, trovare cibo, garantirsi acqua potabile e sopravvivere a un altro giorno di guerra.

Noman Saleh, 63 anni, ha perso la sua fabbrica durante il genocidio israeliano in corso a Gaza, una cosa che ha segnato ogni aspetto della sua vita.

“Qui tutti stanno soffrendo. Le persone sono affamate, sono state umiliate. Chi è dalla parte della gente oggi? Nessuno,” dice Saleh.

“Accuso tutte le fazioni [politiche]. Se ci sono fazioni, c’è un fallimento. La causa nazionale non dovrebbe essere utilizzata a favore delle organizzazioni.”

Gaza continua ad essere pressoché completamente distrutta dalla guerra genocida di Israele iniziata il 7 ottobre 2023.

L’assedio israeliano contro Gaza ha anche lasciato i palestinesi intrappolati e impossibilitati a trovare i prodotti fondamentali.

“Che vinca al-Hayya o qualcun altro per noi non fa nessuna differenza,” dice Saleh. “”Vogliamo solo qualcuno che sia fedele al paese, che sia onesto, che creda nelle persone che stanno vivendo tutto questo.”

Ahmed, autore di contenuti sulle reti sociali da Gaza City di 40 anni, afferma che l’elezione del nuovo leader giunge in un momento critico.

“La vittoria di al-Hayya arriva nella fase più difficile della storia di Hamas dai tempi della sua nascita alla guerra genocida che ha ucciso i suoi dirigenti,” sostiene Ahmed, che rifiuta di fornire le sue generalità per questioni di sicurezza.

“Lui (il nuovo leader) deve affrontare una grande prova e la sua ascesa alla presidenza riflette il desiderio del movimento di mantenere la propria coesione. L’occupazione israeliana stava cercando di creare un vuoto di potere, ma il movimento ha dimostrato la sua capacità di resistere,” afferma.

“La gente a Gaza ha bisogno di una dirigenza che gli sia vicina, che l’ascolti e capisca le sue sofferenze; dunque tutti sono in attesa della nuova fase in questo periodo critico,” aggiunge Ahmed.

Una generazione concentrata sulla sopravvivenza

Ali Abu Amshi, 28 anni, ha perso 22 membri della sua famiglia, compresi sua madre, suo padre e un fratello, e durante la guerra è stato sfollato dalla sua casa a Gaza City.

Afferma che le sofferenze che lui e altri a Gaza hanno affrontato dal 7 ottobre hanno ridotto l’importanza delle questioni politiche nella lista delle preoccupazioni della gente.

“Le notizie per noi non cambiano un granché. Vogliamo vivere. Vogliamo che i valichi riaprano, vogliamo mangiare, bere e avere una vita normale,” dice ad Al Jazeera.

“Non vogliamo continuare a chiederci chi ci guiderà, che sarà eletto o chi ci governerà. Noi vogliamo semplicemente vivere, chiunque ci governi.”

Sostiene che non si tratta di accuse di carattere politico, ma della fine delle privazioni che deve affrontare la gente normale. “La guerra è stata molto difficile. Ho perso dei cari. Mi sento morto dentro, eppure sono ancora vivo,” afferma Abu Amsha.

“Ogni anno torniamo alle stesse pene, alle stesse guerre. Quello che chiediamo è se ci danno da mangiare, ci danno acqua, se ci aiutano ad avere una vita dignitosa. Guarda Gaza oggi. Le strade sono piene di rifiuti. È vita questa? Ovviamente no. Speriamo che le cose cambino.”

Un messaggio di continuità

Eppure il giornalista palestinese Mahmoud Haniyeh vede l’elezione di Khalil al-Hayya come un importante messaggio politico da parte di Hamas. Sostiene che riflette essenzialmente la decisione del movimento di conservare la continuità della sua dirigenza e della direzione politica.

“L’importanza di aver eletto Khalil al-Hayya in questo momento è che Israele lo considera una delle figure rimaste che sono state coinvolte nella decisione che sta dietro al 7 ottobre,” dice Haniyeh ad Al Jazeera. “Scegliendo lui Hamas sta mandando il messaggio che non prende le distanze dal 7 ottobre e lo considera ancora parte del suo indirizzo strategico.”

Mentre durante l’attuale fase Hamas ha mostrato flessibilità nelle sue posizioni politiche, non ha abbandonato il suo obiettivo di resistere a Israele.

Le elezioni interne di Hamas, afferma Haniyeh, dovrebbero essere viste essenzialmente all’interno del più complessivo panorama politico palestinese, compresi i preparativi per possibili elezioni legislative che potrebbero portare a un maggior impegno politico. “I cittadini palestinesi avranno più spazio per scegliere la dirigenza politica che lo rappresenti,” sostiene.

Dopo quasi vent’anni di governo della Striscia di Gaza Hamas ha già annunciato che avrebbe sciolto il suo governo e consegnato il potere a una nuova autorità di governo tecnocratica palestinese. La mossa è giunta mentre il processo di pace sostenuto dagli Stati Uniti, che lo scorso anno ha portato al cessate il fuoco, è sostanzialmente in stallo e comunque i bombardamenti della Striscia da parte di Israele continuano.

Hamas dice che trasferirà il potere al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), una commissione tecnica palestinese sostenuta dalle Nazioni Unite come parte del cessate il fuoco mediato dagli USA. E’ stato formato nel gennaio 2026 in base alla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come parte del piano di pace in 20 punti sostenuto dagli USA per porre fine alla guerra di Israele contro Gaza.

Si tratta di un organismo transitorio guidato da tecnocrati palestinesi, tra cui il commissario ad interim Ali Abdel Hamid Shaath, visti come neutrali e non di parte.

Tuttavia Israele non ha ancora consentito ai membri della commissione di entrare nella Striscia di Gaza. Il comitato ha temporaneamente sede al Cairo.

Una crisi di fiducia

Per molte persone nella Striscia di Gaza le prospettive di pace e stabilità rimangono una realtà distante. Mustafa Ibrahim, un analista politico di Gaza, afferma che le reazioni alle elezioni interne di Hamas riflettono una crisi di fiducia più generale tra i palestinesi e le fazioni politiche. Vivere per anni sotto bombardamenti e ordini di sfollamento forzato israeliani hanno portato molti ad avere una visione critica di Hamas, che ha governato Gaza dal 2007.

“Molte persone non vedono più un futuro politico per Hamas e alcune appoggiano accordi che impediscano al movimento di avere un ruolo nel governo civile o amministrativo di Gaza,” sostiene Ibrahim.

Finché a Gaza i cambiamenti politici non si trasformeranno in passi concreti molti palestinesi vedranno le elezioni interne di Hamas come distanti dalle loro difficoltà quotidiane.

“La gente vuole che la guerra finisca,” afferma Ibrahim. “Se potesse scegliere tra nuove elezioni che portino figure politiche e partiti diversi o la fine delle sofferenze che stanno attraversando sceglierebbero la fine della guerra.”

La domanda che le persone si stanno facendo non è chi è stato eletto a capo di un ufficio politico, vogliono sapere quali decisioni questa dirigenza possa prendere per porre fine alla guerra, raggiungere un accordo e cambiare la loro situazione.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)