‘Vogliono spezzare la nostra volontà’: un’attivista della flotilla di Gaza parla di stupro nella detenzione israeliana

Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

15 luglio 2026 – The Guardian

Anna Liedtke ha sporto una denuncia penale per una presunta aggressione da parte di carceriere donne sostenendo che gli abusi erano intesi a far tacere i manifestanti

Stando a interviste e denunce penali presentate in Israele, la terza volta che Anna Liedtke è stata costretta a spogliarsi per una perquisizione illegale in un carcere israeliano le carceriere l’hanno costretta a inginocchiarsi, tappandole la bocca per impedirle di urlare e l’hanno stuprata.

Ha raccontato di aver sentito ridere dei carcerieri durante l’aggressione che lei pensa abbiano visto e forse filmato. Il fatto si è svolto in una zona separata dal corridoio d’ingresso della prigione da una tenda parzialmente tirata che chi l’ha aggredita aveva lasciato aperta.

Liedtke, 25 anni, faceva parte della flottiglia che lo scorso autunno era salpata dall’Europa diretta a Gaza con aiuti umanitari. L’8 ottobre le forze israeliane hanno intercettato la sua imbarcazione in acque internazionali e l’hanno trasportata in Israele, dove è rimasta in detenzione per cinque giorni.

Gli abusi e le violenze, inclusi stupri, nelle prigioni israeliane contro i partecipanti alla flotilla avevano l’intenzione di intimidirci, dice Liedtke. “È chiaro che volevano spezzare la nostra volontà e farci tacere rendendo il tutto così traumatico che non avremmo mai più parlato di Palestina,” ha detto al Guardian.

Al contrario pochi giorni dopo lei l’ha raccontato ad amici e medici. A dicembre è diventata la prima attivista della flotilla a parlare pubblicamente di stupro durante la detenzione israeliana. Più di una decina di altre persone, la maggioranza in forma anonima, hanno riportato aggressioni sessuali.

Ora gli avvocati che rappresentano Liedtke in Israele hanno presentato una denuncia chiedendo alle autorità un’indagine sulle sue accuse. La legge israeliana definisce lo stupro una penetrazione completa non consensuale.

Non ho motivo di vergognarmi,” ha detto Liedtke nella sua prima intervista sulla causa legale. “Se restiamo in silenzio lo faranno a un’altra persona.”

La denuncia, presentata al Procuratore Generale israeliano, al Consulente legale del servizio carcerario israeliano, al Dipartimento per le indagini delle Guardie Carcerarie (Yahas) e al comandante della prigione di Givon, è una sfida alla “cultura dell’impunità” per abusi contro prigionieri in Israele, ha detto Muna Haddad la legale di Liedtke.

È desiderio di Anna cercare giustizia e perseguire tutte le vie per far sì che i colpevoli paghino per tali azioni. Vogliamo anche attirare l’attenzione su come il sistema israeliano risponderà davanti alle nostre richieste di aprire un’inchiesta,” ha detto Haddad, avvocata di Adalah, un’organizzazione palestinese per i diritti umani basata in Israele.

Violenza sessuale e stupro sono violazioni ricorrenti che sono state perpetrate contro prigionieri palestinesi da circa tre anni… Ora assistiamo a un’escalation poiché Israele è pronto a estendere questa condotta a cittadini stranieri che operano in solidarietà con i palestinesi.”

Rifiutandosi di cedere alla vergogna, Liedtke ha trasformato l’attacco in una componente del suo attivismo, diventando una voce per coloro che sono ancora nelle carceri israeliane o che potrebbero diventarne bersagli in futuro. Ha detto: “Non penso che [parlarne apertamente] porrà fine agli stupri nelle prigioni. Ma da donna e politica sento la responsabilità di far sentire la mia voce e in tal modo combatterli.

Questa non è solo la mia esperienza personale, è un comportamento più sistematico. E non sottolineerò mai abbastanza che è stato meno, molto meno di quello che subiscono i prigionieri palestinesi.”

Israele ha normalizzato la tortura dei palestinesi detenuti nelle sue carceri, mentre politici di governo hanno celebrato gli abusi di attivisti stranieri e denunciato il fallito tentativo di perseguire i soldati per aggressioni e stupri ben documentati.

A maggio l’ONU ha incluso Israele nella lista nera per violenza sessuale nel corso di conflitti, citando abusi da parte delle forze di sicurezza, inclusi stupri di detenuti, e questo mese la Gran Bretagna ha espresso preoccupazione presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per le aggressioni sessuali in centri di detenzione israeliani.

La polizia australiana sta investigando accuse di stupro e tortura fatte da partecipanti alla flotilla di maggio e il Pubblico Ministero francese ha aperto un’inchiesta per crimini di guerra per sospetto di tortura e maltrattamenti di concittadini in carceri israeliane.

Liedtke era stata informata da partecipanti di precedenti flotille prima di salpare dall’Italia meridionale il 30 settembre su un grande traghetto dismesso con circa altri 100 attivisti. Aveva cercato di prepararsi mentalmente alla possibilità di violenze, inclusa l’aggressione sessuale, in strutture di detenzione israeliane, ma poi ha capito che era quasi impossibile.

Ha detto: “Puoi sapere che ti aggrediranno sessualmente e puoi dire a te stessa, OK, lo faranno. E nel momento in cui succede è come se tu non ne avessi mai sentito parlare. È perché non sai come il tuo corpo reagirà.”

Ora il suo consiglio per altri attivisti è sia politico che pratico. “Devi essere convinta che questa è la missione giusta. E alla fine capisci che niente ti potrà preparare.”

L’8 ottobre è stata svegliata verso le 4 e mezza del mattino dal capitano che annunciava: “Questa non è un’esercitazione, gli israeliani stanno arrivando.” [I soldati] Sono saliti a bordo dell’imbarcazione, hanno trasportato gli attivisti su una bettolina e hanno fatto vela verso il porto israeliano di Ashdod, dove sono arrivati la sera.

Liedtke è stata portata per l’interrogatorio e ha detto che uno che parlava un tedesco fluente l’ha chiamata “puttana nazista”.

Ha detto che la prima aggressione sessuale è avvenuta subito dopo, con una perquisizione personale durante la quale era stata denudata. La legge israeliana richiede il consenso del detenuto prima della perquisizione, ha detto l’avvocata di Liedtke. Se il consenso è negato, un funzionario di grado superiore deve recarsi ad ascoltare le obiezioni e autorizzare per iscritto qualsiasi perquisizione successiva. Le perquisizioni sono limitate all’ispezione visiva del corpo nudo e devono avvenire in una stanza chiusa alla presenza del solo personale femminile.

Liedtke ha detto di aver rifiutato la perquisizione corporea, ma di essere stata costretta a togliersi i vestiti in una zona solo parzialmente protetta da una tenda. Il suo corpo nudo era visibile ai soldati maschi che passavano. “Alcuni, mentre stavano passando, hanno guardato direttamente verso di noi,” ha detto.

Si è rifiutata di firmare i documenti per una rapida deportazione perché di fatto avrebbe rappresentato l’ammissione di essere entrata in Israele illegalmente. Liedtke era stata portata a forza in Israele da acque internazionali.

Più tardi quella stessa notte è stata portata, bendata e ammanettata, nella prigione di Ketziot, di nuovo perquisita completamente nuda e senza consenso. “Ho detto che non lo volevo fare, che mi avevano già perquisita alcune ore prima e che quindi non avevano bisogno di rifarlo,” ha detto. Quelli che avevano dato il consenso alla perquisizione avevano ottenuto di tenersi la biancheria intima, ha aggiunto.

Le hanno dato l’uniforme della prigione e l’hanno portata in una cella sporca, senza acqua pulita da bere. Privata del sonno per tutta la notte a causa di musica a tutto volume e ripetute perquisizioni della cella, anche con cani, poteva sentire le urla arrivare da altre parti della prigione.

Il 10 ottobre, Liedtke è stata di nuovo trasferita nella prigione di Givon. Lì è ancora una volta portata in uno spazio solo parzialmente schermato da una tenda dove le hanno ordinato di spogliarsi.

Al suo rifiuto le guardie le hanno strappato gli abiti, l’hanno afferrata e costretta a inginocchiarsi. Una di loro, una donna, le ha inserito le dita nella vagina e poi nell’ano, ha detto Liedtke.

C’erano due e poi 3 soldatesse che mi hanno detto di togliermi i vestiti,” ha detto. “Poi hanno cominciato a toccarmi. Io ho detto di no. Ho detto che non volevo essere toccata e che stavano facendomi male. Poi mi hanno afferrata per le mani in modo che non potessi muovermi, mi hanno spinta giù, io continuavo a cercare di urlare e poi mi hanno tappato la bocca per impedirmelo.”

L’umiliazione si è aggiunta al dolore dell’aggressione fisica. “Ricordo i soldati maschi ridere, fermi lì in piedi a ridere. So che potevano vedere tutto perché la tenda non era completamente chiusa.”

Liedtke crede che l’aggressione sia anche stata filmata dato il gran numero di telecamere di sicurezza e body cam usate in prigione. Video e immagini di abusi e torture di detenuti palestinesi e attivisti sono stati pubblicati in Israele da individui e politici.

Gli attivisti sono poi stati deportati in Giordania il 12 ottobre. Liedtke ha fatto lo sciopero della fame per tutto il tempo, ma ha detto che più che mangiare avrebbe voluto una sigaretta.

In un hotel di Amman il gruppo è stato accolto da medici e psicologi e Liedtke ha fatto il suo primo passo verso una denuncia pubblica, raccontando tutto a un’amica e collega giornalista: “Assicurati di includere nel tuo resoconto che almeno una donna è stata aggredita sessualmente.”

A casa in Germania ha deciso di parlare dello stupro a una conferenza sui prigionieri politici a dicembre e ha detto che così facendo l’intimidazione è stata sostituita da un inaspettato sollievo, “come se un nodo lentamente si sciogliesse”.

Altre donne della sua barca si sono messe in contatto con lei per dire che avevano avuto “la stessa esperienza”, e i messaggi di sostegno hanno superato gli attacchi da sconosciuti.

Ero preoccupata per i commenti maligni, specialmente perché si trattava di carceriere. Ero preoccupata che la gente mettesse in dubbio che fosse veramente stupro. C’è stata gente in internet che ha discusso sulla mia esperienza, su come l’avrebbero definita, ma non in un modo che mi ha influenzata più di tanto.”

Dice di vivere con il trauma dell’aggressione. “In questo momento sto bene. Ci sono giorni in cui non ricordo nulla e altri quando penso che non andrà meglio, ma credo che sia normale.”

Ma trova forza nell’impegno politico che originariamente l’aveva portata a bordo della flotilla, rinforzato dal gioioso benvenuto dato alla barca di una flotilla al suo arrivo, vuota, sulle spiagge di Gaza. “È valsa la pena. Tutto quello che ho passato per portare almeno un po’ di speranza, che la prossima flotilla riuscirà ad arrivare.”

L’esercito israeliano “nega accuse di abusi” da parte delle forze che hanno intercettato la flotilla di Liedtke, ha detto un portavoce, rimandando ulteriori domande al Servizio Penitenziario Israeliano (IPS).

Un portavoce dell’IPS ha detto: “Le accuse descritte nella vostra indagine sono categoricamente smentite e sono totalmente infondate,” e l’IPS “respinge ogni accusa di stupro, aggressioni sessuali o sistematici abusi da parte del suo personale”.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




A Gaza la ricerca dei dispersi comporta dolore ed estremo saluto per i propri cari

Lina Ghassan Abu Zayed

10 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati sotto le macerie delle loro case con un lungo e difficile lavoro di ricerca.

Il 16 novembre 2023 la casa della famiglia Haji nel quartiere di al-Zaitoun a Gaza City viveva felicemente sotto lo stesso tetto e nessuno si aspettava di stare insieme per l’ultima volta.

L’edificio di tre piani era pieno della vita di più di 30 membri della famiglia estesa, dai 4 ai 40 anni, finché un attacco aereo israeliano ha ridotto in macerie la loro casa.

Fidaa Haji, 34 anni, e i suoi 4 figli – Raed, Mohammed, Hala e Raghad – che vivevano in una stanza esterna sono sopravvissuti, ma gli altri membri della famiglia [che si trovavano] nell’edificio principale sono stati uccisi, compreso il marito di Fidaa, Andan Haji, di 34 anni.

Fidaa e i suoi figli si sono diretti a sud in una zona relativamente sicura di Gaza, dove hanno piazzato delle tende sulla spiaggia. Quando nell’ottobre 2025 è stata annunciato un cessate il fuoco sono tornati ad al-Zaitoun e si sono sistemati provvisoriamente nei pressi della loro precedente casa, ma le macerie sono diventate un ricordo quotidiano del tragico lutto che opprime i loro cuori.

Non posso immaginare che le persone che amo siano ancora sotto le macerie… ogni giorno il solo pensiero mi spezza il cuore,” dice ad Al Jazeera. “Quello che mi ferisce più della perdita è non aver potuto dare loro l’ultimo addio o seppellirli… come se il lutto rimanesse sospeso.”

In seguito suo fratello è riuscito a recuperare il corpo di Adnan e lo ha sepolto nel giardino dell’ospedale al-Shifa, per porre provvisoriamente fine allo straziante limbo di Fidaa, ma mancano ancora un funerale e un ultimo addio adeguati.

Non più un ricordo

Fidaa descrive il momento del ritorno come doversi confrontare inaspettatamente con un luogo che non è più lo stesso che avevano lasciato. Ha esitato ad avvicinarsi ai resti della sua casa pensando: come si può tornare in uno spazio che una volta conteneva tutte le persone che amava, alcune delle quali sono ancora sotto le macerie?

Ogni volta che torno in quel posto cerco di convincermi che non è così… ma la mia mente si rifiuta di credere che siano finiti sottoterra senza l’ultimo addio,” afferma.

Mentre cercavano di risistemarsi nella loro casa uno strano odore ha riempito la zona. Ha cercato di ignorarlo, ma non poteva accettare totalmente quello che era successo. Per i bambini l’esperienza è stata ancora più dura. Avevano paura di avvicinarsi alla cucina o a parti della casa, consapevoli del fatto che alcuni dei cugini stavano ancora vicino a loro.

Sua figlia Hala ha sofferto di un evidente trauma psicologico che ha colpito la sua capacità di alimentarsi ed è rimasta in preda alla paura per il fatto che i corpi dei suoi cugini erano a pochi metri da lì.

Nella casa distrutta i ricordi non erano solo immagini ma una fonte quotidiana di ansia incorporata all’interno dei piccoli dettagli della vita dei bambini.

Tra le storie rimaste profondamente impresse nella memoria di Fidaa c’è quella di Shireen, sua nipote ventenne e figlia unica. È stata uccisa nell’attacco, lasciando i suoi genitori di nuovo soli.

Vivo tra la necessità di continuare la mia vita e il fatto che gran parte di essa è ancora sotto le macerie,” afferma.

Confrontarsi con la verità

Il 1° luglio la famiglia Haji ha cercato di recuperare da sola i corpi dei propri cari. Nonostante la mancanza di risorse e di macchinari pesanti sono riusciti a estrarre sei corpi della loro famiglia.

Ciò ha significato confrontarsi duramente con una verità rimandata per più di due anni, soprattutto in quanto identificare i resti è stato estremamente difficile a causa del lasso di tempo passato dalla morte.

La loro sofferenza riflette una situazione più generale vissuta da migliaia di famiglie di Gaza. Secondo la Protezione Civile di Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati tra le rovine di edifici distrutti, mentre le operazioni di recupero continuano a un ritmo molto lento a causa della grave carenza di macchinari per scavare.

Le organizzazioni umanitarie hanno avvertito che i ritardi nel recupero dei corpi causano danni psicologici alle famiglie che vivono in uno stato di “lutto sospeso”. I loro cari sono contemporaneamente assenti e presenti, né sepolti né congedati, senza una chiara fine del cordoglio.

Nel corso del tempo l’identificazione dei resti diventa sempre più difficile a causa della decomposizione, aggiungendo un ulteriore peso psicologico sulle famiglie che hanno atteso per anni risposte che devono ancora arrivare.

La mancanza di risorse rende più grave la catastrofe

Ismail al-Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Gaza, afferma che la situazione riflette una complessa crisi umanitaria che crea un profondo impatto psicologico e sociale sulle famiglie.

“A causa della difficoltà di accesso e della mancanza dei macchinari pesanti necessari alle operazioni di recupero migliaia di corpi sono ancora sotto le macerie,” dice Thawabta.

La mancanza di mezzi continua a ostacolare il lavoro della Protezione Civile di Gaza e crea uno “stato sospeso di perdita” in cui le famiglie sopportano un trauma costante a causa dell’impossibilità di dare l’ultimo saluto ai propri cari.

Ciò ha lasciato profonde ferite psicologiche all’interno delle famiglie e nella società di Gaza, soprattutto tra i bambini che crescono senza risposte definitive riguardo alla sorte delle loro madri, dei loro padri o fratelli.

La ‘guerra silenziosa’ della Protezione Civile

Abdullah al-Majdalawi, direttore delle pubbliche relazioni e dell’ufficio stampa della Protezione Civile afferma che le sue squadre stanno lavorando con il Comitato Internazionale della Croce Rossa, che è riuscita a fornire scavatrici per le operazioni di recupero.

La durata del progetto è solo di 400 ore, che è a malapena sufficiente per un piccolo numero di case,” sostiene.

Ciò ha obbligato le squadre a dare la priorità ad aree in base a criteri specifici, spesso dove c’è stato un grande numero di vittime. Il processo si basa su piccoli dettagli, come testimonianze di sopravvissuti o vicini, beni personali come un pezzo di vestito o occhiali da lettura, che possano aiutare le squadre di ricerca a individuare resti umani.

A volte andiamo con strumenti rudimentali, tagliando il ferro con martelli e attrezzi semplici, rimanendo impotenti di fronte a migliaia di tonnellate di cemento,” afferma.

Uno dei momenti più difficili è quando mi ritrovo con tre o quattro ossa di un corpo umano e li consegno alla famiglia che stava aspettando di trovare il figlio o la figlia. A volte le famiglie ci dicono: portateci qualunque cosa di loro, ogni ricordo, ogni osso che possiamo seppellire.”

Queste scene provocano un profondo impatto psicologico sui lavoratori della Protezione Civile. Nonostante la percezione che ha di loro l’opinione pubblica come risoluti e resilienti, indifferenti al loro lavoro, devono costantemente confrontarsi con i resti di corpi e con le grida delle madri. Diventa parte della “guerra silenziosa” che li accompagna molto dopo la fine della loro giornata di lavoro.

La gente vede gli uomini della Protezione Civile come forti e valorosi, ma dentro di sé sono sul punto di piangere,” dice.

Per me i momenti più duri sono durante le pause, perché è allora che mi tornano in mente le voci dei bambini sotto le macerie: ‘Zio, perché ci uccidono? Zio, dove siamo?’ La nostra preghiera costante come squadre della Protezione Civile è: Dio, non farci impazzire dopo tutto il terrore e l’orrore che abbiamo visto.”

Al-Majdalawi ricorda un momento durante un’operazione di recupero che probabilmente rimarrà nella sua mente per sempre, quando la sua squadra stava lavorando in mezzo alle rovine per trovare un corpo mentre la famiglia aspettava nelle vicinanze.

Hanno trovato i resti di una ragazzina, ma solo parte del cranio, che ha reso possibile l’identificazione solo attraverso piccoli dettagli, come il colore dei capelli e i tratti del volto parzialmente conservati. Dice che è stato uno dei momenti più difficili che ha passato nella sua vita.

Durante gli scavi in una casa bombardata che si riteneva contenesse circa 45 corpi il lavoro è continuato per tre giorni di seguito, eppure ne sono stati trovati solo due, una madre e suo figlio. Nonostante tutti i loro sforzi le squadre non sono state in grado di individuare gli altri.

Non erano rimaste tracce… non abbiamo trovato ossa né altro,” aggiunge. “Le famiglie si aggrappano ad ogni piccolo segno … qualunque cosa dimostri che si tratta del figlio o della figlia.”

Queste esperienze creano uno “shock continuo” alle squadre della protezione civile, con una nuova serie di sofferenze a ogni tentativo di identificazione, riconoscimento o accettazione [di una salma].

Tra immagini indelebili, luoghi che non sono più sicuri per la memoria e corpi ancora insepolti il lutto si trasforma in un peso a lungo termine senza un reale estremo saluto o una consolazione possibile sia per le famiglie che per i soccorritori.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In Israele un palestinese detenuto muore e mostra segni di tortura

Redazione di Middle East Eye

22 giugno 2026 MiddleEastEye

Famiglia e avvocati affermano di aver visto gravi ematomi sul corpo del ventunenne dopo la sua morte all’ospedale di Barzilai, avvenuta dopo settimane nelle prigioni dello Shin Bet

Un palestinese cittadino di Israele, detenuto dall’agenzia di sicurezza interna Shin Bet, è morto in ospedale dopo essere stato trovato privo di sensi nella sua cella. La famiglia e i suoi avvocati hanno riferito di aver riscontrato gravi ematomi sul suo corpo. Secondo un articolo di Haaretz Saber Amitel, 21 anni, era stato arrestato all’inizio di questo mese e trasferito nel carcere di Shikma ad Ashkelon, dove gli era stato negato ogni contatto con un avvocato. Era sospettato di traffico d’armi.

La polizia ha comunicato ai suoi avvocati e alla famiglia che avrebbe tentato il suicidio.

Alla famiglia e al suo team legale è stato permesso di fargli visita solo dopo che Haaretz ha chiesto informazioni sul caso.

Quando l’8 giugno i suoi avvocati lo hanno visitato all’ospedale Barzilai hanno riscontrato gravi ematomi sul suo corpo, secondo quanto riportato da Haaretz.

È deceduto il 20 giugno. Il suo corpo è stato trasferito al Centro Nazionale di Medicina Legale in attesa di ulteriori accertamenti.

La famiglia si è rifiutata di autorizzare l’autopsia per motivi religiosi, e dunque si prevede che verrà effettuato solo un esame esterno.

Amitel, residente nel Negev, non aveva precedenti penali e lavorava come fabbro e saldatore in una fonderia.

Suo padre Odeh ha dichiarato ad Haaretz che il figlio si era recato a Beersheba il giorno dell’arresto e poi era scomparso.

La famiglia lo aveva cercato per due giorni prima di denunciarne la scomparsa alla polizia, e a quel punto le è stato comunicato che era stato arrestato.

“Siamo arrivati ​​al Centro Medico di Barzilai e lo abbiamo trovato attaccato a tutte le macchine. Era come un vegetale; il suo cervello non funzionava”, ha detto Odeh ad Haaretz.

“Il personale medico ci ha detto che era arrivato in quelle condizioni”, ha aggiunto. “Era sotto sorveglianza e ammanettato. Da ragazzo sano, arrestato che camminava sulle sue gambe, è finito in questo stato”.

Odeh ha respinto l’ipotesi che suo figlio si sia tolto la vita. “Saber non è mai stato fermato. Ho cresciuto un bravo ragazzo, gentile e tranquillo. Non ha mai fatto del male a nessuno”, ha affermato.

“Mi hanno portato via un ragazzo sano solo per restituirmelo morto. In questo Paese non c’è più legge; le persone vengono uccise sotto tortura”.

“Nessun precedente penale”

Gli avvocati di Amitel hanno presentato un ricorso d’urgenza al Tribunale Distrettuale di Beersheba chiedendo un’inchiesta giudiziaria sulle circostanze della sua morte, contro il Servizio Penitenziario Israeliano, lo Shin Bet, alla polizia e il Centro medico Barzilai.

Stanno inoltre cercando i filmati delle telecamere di sorveglianza del carcere di Shikma, i registri di servizio e i documenti medici.

“È inconcepibile che la polizia e lo Shin Bet abbiano arrestato un giovane, sano di corpo e di mente, incensurato, che lavorava da tempo in una fabbrica per mantenere la famiglia, e lo abbiano restituito alla famiglia da morto”, hanno dichiarato ad Haaretz i suoi avvocati Esther Bar Zion e Victor Ozen.

Il Servizio Penitenziario Israeliano ha affermato che non avrebbe commentato dettagli medici o personali riguardanti un detenuto e che “le circostanze sono al vaglio delle autorità competenti”.

Lo Shin Bet ha dichiarato che Amitel “è stato interrogato in conformità con la legge” e che il 7 giugno “è emerso che il detenuto avesse tentato il suicidio nella sua cella”, dopo di che è stato trasferito in ospedale.

Dall’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023 almeno 100 prigionieri palestinesi sarebbero morti sotto la custodia israeliana.

Tuttavia si ritiene generalmente che questa sia una sottostima e che la cifra reale potrebbe essere molto più alta.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Con una mossa inconsueta Israele confisca case nella parte della Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese, suscitando allarme riguardo all’annessione

 Asmaa Al-Masalmeh

16 giugno 2026 – Mondoweiss

Un ordine militare firmato a maggio 2026 autorizza la prima base israeliana permanente vicino a Jenin nell’Area A, la parte della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Israele ha già iniziato a sfollare le famiglie che ci vivono.

La casa di Muhammad Hussein Rahal a Jenin, nella Cisgiordania occupata, è stata sequestrata e destinata alla demolizione da parte dell’esercito israeliano, insieme a due case vicine.

Ma il sequestro della casa di Rahal non è come le altre demolizioni di case palestinesi, che sono un evento comune in tutta la Cisgiordania. La casa di Rahal sta per essere distrutta per costruire una base militare israeliana – probabilmente la prima mai costruita sulla terra sotto il controllo dell’Autorità Palestinese (AP).

La casa di Rahal si trova nell’Area A, la piccola porzione della Cisgiordania che tecnicamente ricade sotto il completo controllo dell’AP, un’area che per decenni è stata considerata il posto “più sicuro” in Cisgiordania per i palestinesi dove costruire una casa. Il sequestro della casa di Rahal da parte dell’esercito israeliano costituisce ciò che sembra essere la prima volta, dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993, in cui Israele si impadronisce di terra nell’Area A a scopi militari. I palestinesi affermano che la mossa non prova soltanto che gli Accordi di Oslo sono definitivamente morti, ma dimostra anche che i piani di Israele per annettere la Cisgiordania stanno avanzando a tutto spiano.

Durante la scorsa settimana Rahal, meglio conosciuto come Abu Faris, è rimasto seduto su una sedia di fronte alla sua porta ad al-Jabriyat, un sobborgo della città di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale, aspettando.

Ogni volta che un veicolo militare israeliano passava io pensavo che venissero ad eseguire l’ordine”, dice. “Non c’è niente di più difficile che essere costretto a lasciare la tua casa.” Aveva ragione di aspettare.

Lunedì 15 giugno i soldati sono arrivati e lui è stato costretto ad andarsene. Quando ha chiesto se il sequestro sarebbe durato solo fino al 23 agosto, come gli era stato detto precedentemente, la risposta è stata brutale: “Nessun ritorno”. Allora si è diretto a Jenin, dove vive sua sorella.

Fino a poco tempo fa Abu Faris pensava che la sua casa fosse al sicuro dato che si trovava entro il territorio controllato dall’AP, che dal 1993 è stata relativamente al sicuro dall’intervento israeliano.

Quel presupposto adesso è svanito.

Documenti legali ottenuti da Haaretz rivelano che il 7 maggio 2026 il Comando Generale di Israele ha firmato un ordine di sequestro del terreno accanto al campo profughi di Jenin e di costruzione di una base militare permanente all’interno dell’Area A. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), che ha inviato una petizione contro l’iniziativa, l’ha definita la più significativa violazione dell’impianto di Oslo da sempre.

Gli Accordi di Oslo sono l’insieme di accordi firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che hanno portato alla creazione dell’AP, che costituiva un ente amministrativo destinato a segnare l’inizio dell’autogoverno palestinese in luogo di un vero Stato. L’impianto di Oslo in teoria avrebbe concesso all’AP il pieno controllo amministrativo e di sicurezza su circa il 18% della Cisgiordania (Area A). Su un altro 22% del territorio (noto come Area B) avrebbero avuto il controllo congiunto sia Israele che l’AP. Il restante 60% è classificato come Area C, su cui Israele detiene il totale controllo amministrativo e di sicurezza.

La scorsa settimana è stata a quanto pare la prima volta che il tipo di espansionismo israeliano normalmente riservato all’Area C si è esteso al territorio controllato dall’AP nell’Area A, indicando che i piani di annessione di Israele in Cisgiordania stanno procedendo.

Fino ad ora l’espansione delle colonie israeliane e i sequestri di terre si erano concentrati nell’Area C, effettuati attraverso una varietà di misure amministrative e legali intese a stabilire l’annessione di fatto di Israele del territorio. Tuttavia lo spostamento nell’Area A segna un passaggio dall’accerchiamento alla penetrazione: non più solamente circondare i centri popolati palestinesi, ma entrarvi. Se questo costituisse un precedente, favorirebbe l’obbiettivo più volte ribadito dall’estremista Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich di “seppellire” uno Stato palestinese rendendo la terra palestinese geograficamente non contigua e amministrativamente disorganica. Ciò significherebbe che la Cisgiordania è stata praticamente annessa a Israele e che gli Accordi di Oslo sono di fatto superati.

La Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese ha segnalato che simili misure rappresentano “deliberati passi progressivi verso l’annessione permanente, portata avanti un pezzo per volta, alla luce del giorno e nella totale impunità.” Fino a poco tempo fa ogni investimento nello sviluppo di proprietà nell’Area A era considerato una certezza. È per questo che Abu Faris ha speso tutto il suo denaro nella costruzione della sua attuale casa, pensando che la sua proprietà sarebbe stata fuori dalla portata di Israele.

La sua precedente casa era stata demolita nel campo profughi di Jenin, nell’ambito dell’ondata di distruzioni che ha raso al suolo decine di case durante l’operazione di Israele “Muro di Ferro” lanciata nel gennaio 2025. Aveva bisogno di un luogo sicuro.

Allora ho deciso di investire i soldi della mia pensione delle Nazioni Unite nell’acquisto di terra e costruendo una casa modesta”, dice. “Negli ultimi tre mesi abbiamo lavorato giorno e notte. Durante il Ramadan cominciavamo dopo il suhoor [il pasto che precede l’alba, ndt.] e continuavamo dopo l’iftar [il pasto che rompe il digiuno dopo il tramonto, ndt.] finché non finivamo i mattoni e la vernice”. Non era la prima volta che i soldati arrivavano alla porta. Una settimana prima i soldati israeliani erano arrivati alla casa.

Mi hanno chiesto se la casa fosse mia. Ho risposto di sì e loro hanno detto che l’avrebbero sequestrata in base ad un ordine militare”, dice Abu Faris. “Hanno detto che mi avevano visto lavorare alla casa tutti i giorni.”

L’ufficiale mi ha chiesto se fossi arrabbiato e io gli ho risposto: ‘Come posso non essere arrabbiato se voi mi cacciate dalla mia nuova casa e mi ordinate di andarmene in 10 minuti?’”

Secondo Abu Faris l’ufficiale ha fatto una telefonata ed ha ottenuto il rinvio dell’evacuazione. I soldati hanno detto che sarebbero tornati a sequestrare la casa e che glie la avrebbero restituita il 23 agosto, ma non hanno dato garanzie. “Per ora non so dove andrò”, ha detto allora con la voce stanca. “I miei fratelli mi hanno suggerito di andare da loro ed altri dicono di tornare nei locali di sfollamento”, con riferimento all’abitazione provvisoria che ha preso presso l’università arabo-americana dopo che la sua precedente casa è stata demolita, insieme a centinaia di altre famiglie espulse dal campo di Jenin. Recentemente i soldati israeliani hanno pattugliato la sua zona, mettendo in allarme il quartiere. “La paura era tanta che i miei fratelli non hanno osato venire a trovarmi durante l’Eid [Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, ndt.]”, dice Abu Faris.

Secondo i dati ONU lo sconfinamento israeliano nell’Area A avviene nel contesto della più vasta ondata di sfollamenti forzati in Cisgiordania a partire dal 1967. Oltre 40.000 palestinesi sono stati espulsi dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, secondo l’UNWRA e il Ministro della Difesa Israel Katz. Issa Zboun, direttore del Dipartimento dei Sistemi di Informazione Geografica presso l’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), ha detto a Mondoweiss che questo ordine militare è “il culmine della politica di insediamenti perseguita dall’occupazione israeliana in Cisgiordania contro i cittadini e la terra palestinesi.” Ha aggiunto: “Sono stati emessi parecchi ordini di confisca della terra e demolizione delle case nelle aree che appartengono amministrativamente all’Autorità Palestinese, compresa l’Area B.”

L’obbiettivo è “cambiare la configurazione della terra, imporre i fatti sul terreno e consolidare l’idea di non stabilire uno Stato palestinese geograficamente contiguo in Cisgiordania”, ha affermato Zboun.

Ha detto che l’AP “non ha strumenti sufficienti per contrastare questo feroce attacco perché la situazione regionale mette in ombra la questione palestinese e l’occupazione israeliana sfrutta questa opportunità.”

Zboun ha detto che gli Accordi di Oslo sono stati “praticamente annullati sul terreno da tanto tempo”, sottolineando “le continue incursioni nell’Area A e nelle città del centro come Ramallah, anche vicino alla residenza del presidente palestinese.”

Dichiarazioni ufficiali israeliane, comprese quelle di Itamar Ben Gvir, che ha dichiarato che Oslo è morta, rispecchiano le esplicite richieste di porre fine all’Autorità Palestinese e cancellare Oslo e le classificazioni A, B e C. Queste sono patenti violazioni degli Accordi di Oslo, che sembrano essere decaduti”, ha detto.

L’Area A non è più sicura

Anche Mansour Kabha ha ricevuto un ordine di lasciare la sua casa, situata nella zona di Jabriyat, adiacente al campo profughi di Jenin.

L’esercito israeliano è arrivato e mi ha notificato la decisione di confiscare la terra fino al 31 agosto 2028 per scopi militari, in base agli ordini che ho ricevuto”, dice Kabha.

Ho costruito la casa al costo di circa 700.000 shekel (circa 240.000 dollari) e se la base viene costruita lì vicino tutta la vita della mia famiglia ne verrà influenzata, specialmente per le mie figlie, che fanno il tragitto ogni giorno per studio e lavoro”.

Kabha e i suoi vicini sono preoccupati che le nuove procedure di sicurezza possano rendere i movimenti e il trasporto più difficili se la zona venisse circondata da un campo militare.

La comunicazione che ha ricevuto richiede la confisca di circa 7 dunam (7.000 mq.) di proprietà di 10 persone.

Tra i proprietari vi sono sua sorella e suo fratello. I lotti sono ufficialmente registrati con atti legali di proprietà (noti come kushans), dice, e si trovano nell’Area A sotto l’Autorità Palestinese. Sono stati proprietari della terra per circa 20 anni. “Ci siamo recati dall’Autorità Palestinese e ci è stato detto che la questione è politica e che l’Autorità se ne occuperà e ci è stato chiesto di non intraprendere alcuna azione individuale. Da allora è passato circa un mese e mezzo.”

Recentemente l’esercito è arrivato in altre due case dell’area e ha detto agli abitanti che dovevano andarsene per due mesi. Ai padroni di casa è stato chiesto di portare via i propri beni personali e che i soldati sarebbero arrivati per impadronirsi delle case. Gli è stato anche detto che dovevano restare in casa fino all’arrivo dell’esercito per fotografarla e ricevere le chiavi.

Attualmente nell’area ci sono circa 5.000 persone e circa 30 case ed è previsto che venga costruito un campo militare in mezzo a questa comunità residenziale”, dice. “Si prevede che la costruzione del campo inizi la prossima settimana.”

Questo è un terreno residenziale che le persone hanno comprato proprio perché si trova nelle aree dell’Autorità Palestinese ed ha uno status legale. Tutti i lotti sono autorizzati e ufficialmente registrati. Le nostre case sono il risultato di molti anni di lavoro e risparmi e paghiamo le tasse all’Autorità”, dice Kabha.

L’Autorità ci ha chiesto di aspettare’

Hassan Brijiyeh, ricercatore presso la Commissione di Resistenza al Muro e alle Colonie, un’organizzazione che lavora sotto l’Autorità Palestinese, ha detto: “L’impianto di Oslo è un accordo internazionale e nessuno può cancellarlo, anche se in pratica la parte israeliana sta cercando di smantellarlo”.

L’occupazione israeliana non si preoccupa di Area A o B o C”, ha detto. “Considera tutta la terra palestinese come parte della Giudea e Samaria”, riferendosi al nome che Israele attribuisce all’intera Cisgiordania occupata dal 1967, ma esclude Gerusalemme est.

Brijieh ha sottolineato che il diritto internazionale sancisce la proprietà palestinese della terra, richiamando due sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: una sentenza del 2004 che ha definito illegale la costruzione da parte di Israele di un muro di separazione nei territori occupati, e una sentenza del 2024 che ha dichiarato illegittima l’intera occupazione di Israele e illegale la costruzione dei suoi insediamenti, inclusa Gerusalemme est. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1973 definisce l’intera Cisgiordania terra palestinese, ha aggiunto.

Sul terreno la realtà è differente. “Passo dopo passo Israele sta frammentando la terra e stabilendo il controllo con un forte sostegno degli Stati Uniti”, ha detto Brijiyeh.

Tutto è avvenuto molto velocemente.

A maggio soldati israeliani hanno cominciato a radunarsi dietro la sua casa, dice Abu Faris. Sono arrivati con dei geometri, passando ore a fotografare e ad elaborare piani. Quando ne ha parlato con i vicini loro hanno detto che non sarebbe successo niente, perché si tratta dell’Area A. Le visite sono continuate, tre volte alla settimana. La sua casa è stata sequestrata solo una settimana dopo.

Durante le visite dei soldati si sono sparse voci che accusavano i proprietari della terra di vendere i loro terreni, ma li conosciamo bene e sono persone rispettabili che hanno tutti i documenti legali che comprovano la loro proprietà”, dice Abu Faris.

I proprietari hanno pensato di assumere un avvocato, ma l’AP ha chiesto loro di non farlo. Secondo Abu Faris l’AP ha detto che si trattava di una questione politica e che se ne sarebbe occupata, dato che sovrintende agli affari nell’Area A.

Kabha, il cui investimento di 700.000 shekel adesso si trova all’ombra di un futuro campo militare, è di fronte ad una scelta impossibile: rimanere e vivere sotto sorveglianza militare oppure andar via e perdere tutto.

Abbiamo comprato questa terra perché era in Area A”, dice. “Abbiamo pagato le tasse, abbiamo rispettato le norme. E adesso l’Autorità ci dice che è una questione politica e dobbiamo aspettare.”

Asmaa al-Masalmeh

Asmaa al-Masalmeh è una giornalista informatica palestinese della Cisgiordania con un passato di stampa, radio e televisione ed esperienza nella gestione di piattaforme di social media. I suoi articoli sono su The New Arab e Arab Reporters for Investigative Journalism.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli agricoltori di Gaza iniziano il duro lavoro di ricostruzione di un settore agricolo devastato dal genocidio israeliano.

Ansam al-Qitaa

8 giugno 2026 – Mondoweiss

I due appezzamenti di terreno che Jalal Arafat possiede da decenni si trovano ai lati opposti della linea che ha ridisegnato la mappa di Gaza dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Uno è fuori dalla sua portata, a tre metri da quella che ora è conosciuta come la “Linea Gialla”, che taglia Gaza approssimativamente a metà. L’altro, 800 metri più lontano, venne utilizzato da Israele come sede di baracche militari durante l’invasione del quartiere di al-Zaytoun a Gaza City.

Dopo una pausa delle ostilità nei pressi del secondo appezzamento, Arafat, nonostante gli avvertimenti, vi fece ritorno. L’area era stata ridotta a quello che lui stesso descrisse come “dune di sabbia distrutte”. Nonostante questa tremenda condizione, con l’aiuto dei figli bonificò il terreno, lo livellò e piantò fichi e ulivi, scelti per il loro scarso fabbisogno idrico e per la loro capacità di sopravvivere con l’acqua che arriva dal sottosuolo.

In tutta la Striscia assediata decine di agricoltori stanno facendo lo stesso. Tornano a piedi nei campi ricoperti di macerie, cingoli di carri armati e ordigni inesplosi. Trasportano l’acqua sulle spalle per lunghe distanze. Lo fanno perché per molti questo è tutto ciò che rimane loro.

Alcuni sono sostenuti in questa impresa dal Ministero dell’Agricoltura di Gaza, che a maggio ha avviato un progetto di bonifica d’emergenza nei quartieri meridionali di Gaza di al-Mughraqa, al-Sheikh Ajleen e in alcune zone di al-Zaytoun, in collaborazione con la Palestinian Agricultural Relief Society, l’Agricultural Relief Society, la Cooperative Association for Grape and Vegetable Producers e Oxfam.

L’obiettivo è rimettere in produzione 400 ettari e sostenere centinaia di agricoltori nella prima fase, ripristinando tra il 60 e il 70% della loro capacità produttiva prebellica. I lavori iniziano con lo sminamento per garantire che i terreni siano privi di ordigni inesplosi, seguito da livellamento, aratura, fertilizzazione e piantumazione.

“L’albero, se riceve cure, acqua e ciò di cui ha bisogno per crescere, sopravvive”, ha dichiarato Arafat, che ha aderito all’iniziativa, a Mondoweiss. E così fa l’essere umano. Dal nulla può costruire una nuova vita e rimettere in sesto tutto ciò che l’occupazione ha distrutto.”

Un’operazione di recupero coordinata

Ad al-Zaytoun le squadre della Palestinian Agricultural Relief Society hanno rimosso le macerie da 66 dunam (6,6 ettari) di terreno agricolo dove all’inizio dell’anno non era rimasta una sola piantina.

Hanno riaperto le strade agricole sepolte sotto i detriti, ripristinato i pozzi e posato le condutture idriche, consentendo agli agricoltori di tornare ai campi che avevano abbandonato durante la guerra. Nel giro di pochi mesi zucchine e cetrioli sono ricominciati a crescere su terreni che erano stati dati per spacciati.

“La distruzione non si è limitata ai terreni agricoli. Ha colpito le infrastrutture agricole, l’allevamento e la pesca, e ha influito direttamente sulla capacità produttiva del settore”, ha affermato Noha al-Sharif, responsabile per la comunicazione e la difesa dei diritti presso la Palestinian Agricultural Relief Society a Gaza.

L’organizzazione sta lavorando anche ad al-Sheikh Ajleen, il distretto viticolo a sud di Gaza City.

«Nella prima fase ci siamo rivolti ad almeno 150 agricoltori e ora stiamo ampliando il progetto per includerne di nuovi», afferma al-Sharif.

L’associazione ha fornito fertilizzanti, nutrienti e componenti per l’irrigazione di provenienza locale, e le piantine di vite stanno tornando a popolare i terreni che erano stati completamente devastati. Un lavoro simile è in corso nella parte settentrionale di Gaza City, nelle zone di al-Zarqa e al-Amn al-Aam.

Secondo al-Sharif la Palestinian Agricultural Relief Society ha creato circa 240 orti domestici all’interno delle case distrutte dove le famiglie sono tornate, fornendo piantine, semi e serbatoi d’acqua in modo che gli abitanti possano coltivare ortaggi e verdure a foglia verde per il proprio consumo.

«Questo ha alleviato il peso economico sulle famiglie, riducendo la necessità di acquistare verdure al mercato, con prezzi così alti e merci così scarse», dice al-Sharif.

L’organizzazione, con l’aiuto di partner internazionali, sta inoltre introducendo l’agricoltura all’interno degli stessi campi profughi. Hanno creato orti nei pressi e allinterno dei campi in gran parte dei distretti di Gaza, hanno fornito agli abitanti gli attrezzi e i materiali necessari per la loro manutenzione e hanno collaborato con i responsabili dei campi profughi per integrare la coltivazione di prodotti alimentari nella vita quotidiana.

Sono stati organizzati seminari di sensibilizzazione rivolti alle famiglie i cui figli mostrano segni di malnutrizione, per spiegare come utilizzare gli alimenti nel modo più nutriente possibile.

Abbiamo voluto trasformare i campi da luoghi estenuanti e psicologicamente logoranti in ambienti più vivaci, introducendovi spazi verdi e attività agricole”, dichiara a Mondoweiss.

L’organizzazione sta pianificando interventi più estesi nel prossimo futuro, ma al-Sharif sottolinea che la ripresa di cui il settore agricolo di Gaza ha bisogno non può essere raggiunta solo con l’improvvisazione locale: “Il successo di questi sforzi richiede un’azione internazionale urgente per esercitare pressioni sull’ingresso di beni agricoli a Gaza, tra cui sementi, fertilizzanti, attrezzature e reti di irrigazione, in modo che gli agricoltori possano ripristinare la loro capacità di produrre e preservare ciò che resta della sicurezza alimentare nella Striscia”.

Al di là di ciò che gli sforzi locali possono risolvere

Israele continua a impedire l’ingresso a Gaza di fertilizzanti, sementi, reti di irrigazione e macchinari, lasciando che gli sforzi di ripresa rimangano a carico di ciò che si può recuperare dalle risorse locali.

Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza il 96% dei terreni agricoli coltivati ​​è crollato da 9.300 ettari prima della guerra a 400 ettari oggi. Le perdite dirette per il settore agricolo e zootecnico sono stimate in 2,8 miliardi di dollari, con il 94% dei terreni agricoli danneggiati e l’85% delle serre distrutte.

Gli agricoltori descrivono prezzi che hanno reso impossibile una ripresa autonoma. Una confezione da 250 grammi di pesticida è passata da 500 shekel (149 euro) a 3.000 shekel (892 euro). Un carico di fertilizzante è passato da 1.000 shekel (298 euro) a 20.000 shekel (5.951 euro).

Secondo una recente valutazione della ricostruzione condotta dalla Banca Mondiale la sola ripresa dei sistemi agricoli e alimentari di Gaza costerà circa nove miliardi di dollari [7,80 miliardi di euro, ndt.], gran parte dei quali destinati a sfamare la popolazione di Gaza fino alla ricostruzione della produzione locale.

Samaher Abu Jameh, un’agricoltore, ha affermato che la guerra ha distrutto la maggior parte dei terreni e delle infrastrutture agricole di Gaza, lasciando vaste aree incoltivabili a causa di munizioni inesplose e detriti pericolosi. “Il protrarsi della guerra, l’impossibilità per gli agricoltori di accedere alle proprie terre e la mancanza di un adeguato sostegno hanno portato a un calo significativo della produzione agricola e hanno impedito a molti di continuare il proprio lavoro”, ha dichiarato.

Le forze israeliane, aggiunge Abu Jameh, hanno preso il controllo di vaste aree a est di Salah al-Din Road. Gli impianti solari che alimentavano le pompe idrauliche sono stati distrutti insieme ai pozzi. Serre, attrezzi, pesticidi, fertilizzanti, sementi e piantine scarseggiano. Molti agricoltori sono costretti a utilizzare attrezzature vecchie e danneggiate non avendo altro a disposizione.

Le analisi satellitari della FAO e dell’UNOSAT mostrano che il 98% delle aree coltivate ad alberi a Gaza è stato distrutto, insieme al 90% delle serre e all’82,8% dei pozzi agricoli. Prima della guerra il settore agricolo impiegava circa 560.000 persone.

“Gli agricoltori di Gaza stanno vivendo una vera catastrofe che minaccia la sicurezza e sovranità alimentare”, ha affermato Saed Ziada, coordinatore del settore agricolo presso la rete delle organizzazioni non governative palestinesi. “Quasi tutti faticano a trovare una fonte di reddito in condizioni economiche disastrose”.

Ziada cita la recente iniziativa a sostegno del settore attraverso il recupero dei terreni, la distribuzione di sementi, le reti di irrigazione e altre forme di supporto in natura e finanziario. Tuttavia afferma che l’entità di questi aiuti rimane ben al di sotto del necessario.

“Le istituzioni sono presenti in un modo o nell’altro, nonostante i finanziamenti limitati”, dice. “Ma i bisogni sono di gran lunga superiori alle risorse disponibili”.

Gli agricoltori che non possono ricominciare

Rushdi Ayyad, un agricoltore di Al-Zaytoun, possiede 11 dunam (1,1 ettari) di terreno agricolo, ora a circa 800 metri dalla Linea Gialla, che sono stati distrutti. Non riesce a raggiungere la zona da quasi due anni e mezzo, essendo stato sfollato con la forza a Deir al-Balah, nel centro della Striscia..

Non ci sono le condizioni essenziali per la vita né per ripristinare le coltivazioni” afferma. “Non c’è una fonte di reddito che ci aiuti a bonificare la terra e nessuna concreta possibilità di ricominciare”

Il terreno ospitava alberi di oltre 25 anni, da cui lui, la sua famiglia e diversi lavoratori dipendevano come unica fonte di reddito. Tra le perdite più dolorose c’è un ma’rish, un pergolato per viti, di tre dunam (0,3 ettari), la cui costruzione gli era costata circa 40.000 dollari [35.000 euro, ndt.].

E poi c’è il costo del recupero. Anche la bonifica dei terreni dai detriti militari, afferma, è al di là delle possibilità di qualsiasi agricoltore.

“Viviamo già al di sotto della soglia di povertà”, dichiara a Mondoweiss. “Oggi dipendiamo da una takiya [una mensa comunitaria] solo per mangiare”.

Nel corso di sei guerre e incursioni tra il 2008 e il 2021 Ayyad era riuscito ogni volta a riacquisire la sua terra e a ricominciare da capo.

“Questa volta è completamente diverso”, dice. “Non posso ricominciare da capo.”

Ziada afferma che il legame dei palestinesi con la terra racchiude dimensioni di identità, appartenenza e tenacia.

La maggior parte dei terreni agricoli ancora coltivati, spiega, si trova nelle zone più vicine alla Linea Gialla, ma “nonostante il pericolo di raggiungerla, qualsiasi agricoltore che riesca ad arrivare alla propria terra e a procurarsi acqua e beni di prima necessità si affretterà a coltivarla, perché abbiamo urgente bisogno di una fonte di reddito per noi stessi e per le nostre famiglie”.

Le indagini effettuate dalla sua rete rivelano che molti agricoltori si sono indebitati o hanno venduto parte delle loro proprietà per acquistare beni agricoli nella speranza di provvedere al cibo per le loro famiglie e a una fonte di reddito che li aiuti a sopravvivere.

“E poi c’è la paura che incombe su ogni solco tracciato”, spiega. «Un contadino potrebbe seminare, aspettare il raccolto e poi vedere una nuova incursione o operazione militare costringerlo alla fuga, con la perdita del raccolto di un’intera stagione».

Nonostante tutto questo Arafat continua a seminare. Parla della terra di sua madre e di suo padre, il luogo da cui trae il pane quotidiano.

Vede la distruzione come un altro capitolo di quello che ha definito «un piano metodico per distruggere il settore agricolo», parte di un modello più ampio di sfollamento e costruzione di insediamenti iniziato nel 1948, che a suo dire mira a «sradicare i palestinesi dalla loro terra».

Ma «il contadino palestinese non conosce altra via se non l’agricoltura, che ha ereditato dai suoi padri e nonni», spiega. «Vogliamo investire nella terra. La terra, per sua natura, genera. L’albero porta il frutto e il frutto ci restituisce vita e benessere».

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Egab [piattaforma globale che offre supporto editoriale ai giornalisti locali, ndt.]

Ansam al-Qitaa è una giornalista palestinese di Gaza che lavora nel giornalismo cartaceo, radiofonico e mobile. Appassionata di storie di interesse umano e desiderosa di mettere in luce le difficoltà delle persone, crede nel potere delle parole e delle immagini di generare un cambiamento.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Oltre il confine era lecito dare di matto”: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane raccontano il declino morale dell’esercito in Libano

Tom Levinson

20 maggio 2026 – Haaretz

«La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate come un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino così sono contenti e continuano a combattere», dice un soldato. Cinque di loro hanno raccontato ad Haaretz gli orrori e la disillusione

Nadav ha visto i soldati entrare nelle case e saccheggiare tutto ciò che trovavano. Itai è rimasto paralizzato dalla paura durante uno scontro. Elad disgustato dalla distruzione dei villaggi ha giurato che non sarebbe mai più tornato. Tomer ha chiesto ai suoi amici di accertarsi che nessun ufficiale parlasse al suo funerale. E ha smesso di portare con sé una pistola perché teme di farsi del male.

Sono cinque soldati di diversa estrazione sociale, alcuni dei quali riservisti. Servono nella fanteria e nel Corpo Corazzato. Alcuni sono padri; altri hanno appena finito le superiori. Alcuni si trovavano a Bint Jbeil appena oltre il confine, altri hanno raggiunto il fiume Litani, a circa 30 chilometri all’interno del territorio libanese.

Ma tutti sentono che il cessate il fuoco dichiarato il mese scorso è una finzione e che la zona di sicurezza israeliana che si sta creando nel Libano meridionale è una cicatrice incisa sui loro corpi. Qui a seguire i soldati raccontano la loro esperienza nell’ultima ondata di combattimenti tra Israele e Hezbollah.

Tutti i nomi sono pseudonimi e i soldati nel Libano meridionale ritratti nelle foto, fornite dall’ufficio stampa delle Forze di Difesa Israeliane, non sono menzionati in questo articolo.

I soldati saccheggiavano anche durante le visite dei comandanti di brigata”

Nadav, 32 anni, fante riservista, del centro del Paese.

“Il metodo era stabilito. Ogni sera, dopo il tramonto, arrivava il convoglio dell’unità logistica. La loro missione era quella di portarci rifornimenti: cibo, carburante, munizioni; tutto ciò che serviva. Ma c’era anche la missione non ufficiale: saccheggiare e scaricare il bottino al posto di comando in modo che i soldati lo trovassero pronto al loro ritorno a casa.

I soldati del convoglio, ovviamente, non erano degli sprovveduti; si prendevano gli oggetti di valore. ‘Scegliete quello che volete’, gli veniva detto. E di cose da saccheggiare non c’era certo penuria. Il villaggio in cui operavamo apparteneva a persone ricche, pieno di ville con piscine, auto di lusso, gioielli. Quasi ogni casa conteneva oggetti di valore. Entravamo nelle case sparando a raffica, ovvero sparando ovunque. … Una volta accertato che la zona fosse sgombra, iniziava la vera missione: trovare gli oggetti di valore.

È iniziato con piccole cose ed è gradualmente degenerato. Sugli Humvee [camion americani di supporto multiuso, ndt.] la gente caricava tappeti, motociclette, poltrone, stufe. Interi magazzini. Si sentivano soldati di oltre 30 anni litigare: ‘L’ho visto prima io’, ‘Avete già preso un sacco di cose dall’altra casa’. Però il piatto forte non erano le case, ma i negozi. I soldati entravano e portavano via tutta la merce: intere scatole di caramelle, sigarette, detersivi, persino articoli di cancelleria. Qualcuno ha preso uno zaino per il figlio. Un altro un tornio. Persino il sapone per le mani dell’avamposto proveniva dal Libano. Si vedevano in continuazione soldati che giravano per il villaggio con la roba dei civili; sembrava la missione principale. Alla maggior parte dei comandanti di alto grado non importava. I soldati saccheggiavano anche quando un comandante di brigata faceva visita; lui chiudeva un occhio. Faceva finta di non vedere.

Una volta il comandante del battaglione si è messo in contatto via radio e ha detto: ‘Vi ricordo che siamo in territorio nemico, dobbiamo esssere pronti ad agire. Se qualcuno entra in un negozio per prendere qualcosa deve aprire un fuoco di sbarramento: ci potrebbero essere dei ‘maledetti’ [Hezbollah] nascosti’.

Questo era l’approccio: nessun problema con il saccheggio, basta non farsi male. L’esercito non ha fatto praticamente alcun tentativo di fermarci; non c’era alcuna presenza della Polizia Militare ai valichi di frontiera.

Devo ammettere che all’inizio non mi dava fastidio, ma col passare dei giorni ha cominciato a disgustarmi. Ero andato lì per garantire la sicurezza della popolazione a nord, non per rubare. Ho provato a parlarne con la gente, a discutere, ma non c’era nessuno che volesse parlarne.

Alcuni dicevano che era una mitzvah [precetto, dovere religioso, nel linguaggio colloquiale buona azione], con una giustificazione religiosa. Altri dicevano che tanto tutto veniva distrutto comunque, quindi non c’era motivo di lasciarvi oggetti di valore.

Quando ne ho parlato con uno degli ufficiali ha sospirato e ha detto che anche a lui dava fastidio: ‘Ma c’è carenza di soldati, ed è difficile avanzare pretese o lamentarsi con persone che fanno 400 giorni di servizio di riserva’. La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino per farli contenti e spingerli a continuare a combattere. Dopo che la notizia è esplosa sui media abbiamo avuto una discussione. Il comandante di compagnia ha preteso che ‘tutto ciò che è successo qui rimanga qui’. Poche ore dopo è entrato nei negozi e ha distrutto tutto, così che i soldati non avessero nulla da saccheggiare.

Tutti si sono finti innocenti, comportandosi come se nulla fosse accaduto, come se non tornassero a casa ogni volta con il bagagliaio pieno di roba rubata. Nell’avamposto c’erano persino dei divani che avevamo preso dal Libano. Le prove erano ovunque, ma tutti l’hanno fatta franca.”

“Sentivo di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio”

Itai, 20 anni, membro della Brigata Paracadutisti, del centro del Paese.

“Mi ricordo il momento in cui ho capito che non ce la facevo più. È successo nella casa in cui dormivamo a Bint Jbeil, alla fine di marzo. Pioveva incessantemente e non c’era riscaldamento. Il freddo penetrava nelle ossa, mescolandosi al sudore sulle nostre uniformi.

Non riuscivo a smettere di tremare. Ho provato a coprirmi il viso con la sciarpa, ma non è servito a molto. Ricordo di aver iniziato a piangere, ma in silenzio; ho cercato di non farmi sentire da nessuno. Ero esausto, non riuscivo a muovermi. Non riuscivo ad addormentarmi. C’erano topi ovunque, che ci si arrampicavano addosso. Non c’era molto che potessimo fare.

La mattina dopo ho chiesto al comandante di plotone di poter rimanere nella casa e di non uscire per le operazioni, ma si è rifiutato. Mi ha detto: ‘Sei scemo? Non puoi restare qui, tutti stanno andando avanti, smettila di fare il piagnucolone’. Gli altri hanno riso… Non volevo fare il difficile né tornare a casa. Ero in crisi.

Qualche giorno dopo ci siamo trovati coinvolti in uno scontro a fuoco; diversi terroristi ci hanno sparato addosso. I miei amici si sono lanciati all’attacco sparando senza sosta, ma io sono rimasto paralizzato. Mi sentivo un fallito, un perdente. Ogni secondo sembrava un’eternità. Mentre cercavo riparo dietro un muro mi è caduto un auricolare. C’era un gran frastuono di spari e hanno iniziato a fischiarmi le orecchie. Mi sentivo come se mi stessi disconnettendo, come se non capissi cosa stesse succedendo intorno.

Uno dei miei amici ha cercato di parlarmi, ma non capivo cosa dicesse. Mi ha afferrato per la maglietta e mi ha spinto in un posto più riparato, dietro un edificio. Alla fine dell’incidente, mi sono reso conto che avevamo molti feriti. Tre ragazzi erano gravemente feriti. Mi sentivo in colpa.

Non c’era il tempo di elaborare l’accaduto. Continuavano a spararci addosso: colpi di mortaio, razzi, esplosioni di continuo. Poi sono arrivati ​​i droni, e questo ci ha spaventati ancora di più. Non riuscivo a smettere di guardare il cielo.

Quando sono tornato a casa tutto mi sembrava strano. Dopo qualche ora mi sono reso conto di non capire più cosa significasse andare in giro per il mondo senza il rumore delle esplosioni, senza paura. I miei genitori sentivano che qualcosa non andava. Continuavano a chiedermi se avessi bisogno di qualcosa, ma non avevo la forza di aprirmi con loro. Avevano paura che mi succedesse qualcosa. Stavano cercando di convincermi a lasciare il servizio in prima linea, a trasferirmi al quartier generale.

‘Non so cosa farò se ti succede qualcosa’, mi ha detto mia madre. Mia sorella minore mi ha detto che non riesce a smettere di piangere quando non ci sono. Mi ha colpito, mi ha spezzato il cuore. Quando siamo tornati ho chiesto di parlare con un funzionario responsabile per la salute mentale ma continuavano a prendermi in giro. Dicevano che al momento c’era un problema, che dovevo aspettare. Mi sentivo come se tutto mi stesse crollando addosso, come se non potessi resistere. Ho iniziato a odiare tutti, mi sentivo solo.

Alla fine mi hanno mandato a un incontro. Il tipo mi ha chiesto se volevo farmi del male e ha detto che dovevo imparare a respirare profondamente. Mi è sembrata una cosa molto superficiale, come se il suo unico obiettivo fosse farmi tornare a combattere, non curarmi o aiutarmi. Alla fine dell’incontro mi ha raccomandato di stare via ancora qualche giorno e poi tornare.

‘È importante mantenere la continuità funzionale’, diceva. Ho cercato di spiegargli che non ero in grado di operare, che non potevo. Ha risposto che ci saremmo rivisti dopo due settimane per vedere se c’erano stati dei miglioramenti. Non sapevo cosa fare. Ho pensato di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio.”

Solo dopo che Haaretz ha contattato le Forze di Difesa Israeliane a Itai è stato prescritto un trattamento intensivo per la salute mentale.

“Questeo è l’Eercito Israeliano degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case».”

Elad, 28 anni, fante riservista, del nord.

“Poche ore prima di entrare in Libano il comandante di brigata è venuto a parlarci.: ‘Questo è un momento storico; distruggeremo Hezbollah. Ci saranno combattimenti feroci, i terroristi ci aspettano, forse alcuni di voi non torneranno. Ma alla fine gli abitanti del nord potranno vivere in sicurezza, tutto grazie a voi.’ Tutti esultavano; sembrava un rito pagano. … Avevo già vissuto questa situazione: prima di entrare a Gaza, prima della precedente operazione in Libano, sempre le stesse promesse, sempre le stesse delusioni.

Anche stavolta è stato lo stesso. Nel villaggio in cui siamo entrati non c’erano terroristi; le case erano vuote. Non c’erano combattimenti, solo operazioni per radere al suolo e case.

Queste sono le IDF degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case. I notiziari parleranno di battaglie feroci e della distruzione delle infrastrutture terroristiche, ma la nostra missione era una sola: non lasciare in piedi nessuna struttura, distruggere tutto.

Una volta era necessario ‘incriminare’ una struttura per distruggerla, trovarvi armi, dimostrare la presenza di terroristi. Ma oggi distruggono e basta, persino scuole, cliniche; l’unica cosa che non abbiamo toccato è stato il cimitero. Hanno quasi smesso di usare gli esplosivi. Gli ufficiali hanno spiegato che erano troppo costosi e meno efficienti. Invece si avvalgono di appaltatori con escavatori militari. Alcuni vengono pagati a giornata, altri a numero di case che demoliscono. Nessuno di loro è un soldato; sono tutti civili. A quanto pare nessuno di loro ha mai fatto parte dell’esercito. Erano tutti coloni estremisti, beduini o drusi. Quando ho chiesto a uno degli appaltatori come fosse possibile mi ha risposto che erano gli unici disposti a farlo. E noi? Il nostro ruolo era quello di proteggerli.

Ogni giorno a ciascuna compagnia veniva assegnato un nuovo complesso di edifici del villaggio. Sembrava una corsa contro il tempo, cercare di demolire il più possibile. Ogni sera gli ufficiali dovevano riferire quante case ogni compagnia aveva demolito. Lo chiamavano ‘valutazione dei risultati’.

Una volta abbiamo ricevuto l’ordine di interrompere le demolizioni alle due del pomeriggio ma l’appaltatore si è rifiutato. Ha detto: ‘Mi hanno promesso che avremmo lavorato fino a sera. Non me ne vado da qui senza aver demolito altre case’. I comandanti hanno dovuto rivolgersi al comandante di divisione perché lo convincesse a fermarsi.

Per molti dei miei commilitoni più religiosi questa era una missione suprema. Il comandante di battaglione era il più estremista. Si rifiutava di tornare a casa, aveva sempre un sorriso in faccia. Era euforico, come un tifoso sfegatato la cui squadra vince il campionato dopo vent’anni di attesa.

Diceva: ‘Niente sarà più come prima. Ciò che distruggiamo non sarà mai più’ ricostruito.’ Quando qualcuno parlava di tornare in Israele lui lo correggeva: ‘Anche questo è Israele’.

La cosa mi disgustava parecchio. Entravamo nelle case delle persone e alcune erano ancora piene di oggetti personali, resti di vite passate, come se fossero fuggite senza aver avuto il tempo di fare i bagagli. C’erano quadri alle pareti, vestiti nelle stanze, mobili. Mi si stringeva il cuore. Mi sentivo a disagio, come se stessi entrando con la forza nelle case altrui, nelle loro vite. La maggior parte delle persone che erano con me non se ne curava. Entravano e cercavano cose da rubare, da saccheggiare. A volte non prendevano nemmeno oggetti di valore, solo souvenir: piccole tazze, caffettiere. Altri si divertivano a distruggere, puro vandalismo. Prendevano un martello e spaccavano le cose, oppure aprivano armadi e rompevano tazze e piatti. L’unica motivazione era la vendetta.

Dopo qualche settimana ho deciso che ne avevo abbastanza. Ho detto ai comandanti che al lavoro mi stavano pressando per farmi tornare con la minaccia di licenziarmi, ma era una bugia. Sentivo solo di dovermene andare da lì.

Quando sono salito a bordo dell’autocolonna per l’ultima volta, in partenza, ho guardato il Libano e ho giurato che non ci sarei mai più tornato. Quella è stata l’ultima volta.”

“La sensazione che domina là è di impotenza, che a nessuno importi davvero di noi.”

Tomer, 19 anni, fante proveniente dal nord di Tel Aviv.
“È terrificante, e chiunque dica il contrario mente. Quando c’è uno scontro con i terroristi puoi attaccare o metterti al riparo. C’è anche la copertura dell’aviazione e dei mezzi corazzati. Puoi farcela. Ma con i droni la sensazione è che sia solo questione di fortuna. Due droni sono esplosi vicino al mio plotone, anche se non ci sono state vittime.

Il comandante di compagnia ci ha fatto un discorso dicendo che era merito della nostra buona disciplina operativa, ma era una totale assurdità. Pochi metri più indietro e saremmo morti o finiti all’ospedale Ichilov [di Tel Aviv] senza una gamba. Dopo una delle esplosioni avevo un fischio nelle orecchie e non mi hanno nemmeno permesso di andare da un medico.

Siamo sinceri: la sensazione dominante è di impotenza. Ci dicono di seguire le istruzioni, di indossare l’equipaggiamento protettivo, di tenere i caschi, ma gli ufficiali non hanno soluzioni concrete. Ci dicono di piazzare gli ‘osservatori del cielo’, soldati che se ne stanno in piedi come degli idioti su una collina a guardare in alto per vedere se sta arrivando qualcosa. Questa sarebbe la soluzione di un esercito con centinaia di aerei da combattimento e un budget enorme? Come si fa a stare lì per ore mantenendo la massima concentrazione? Non è umano. La sensazione è che a nessuno importi davvero di noi.

Dopo qualche settimana ci hanno portato un sistema che in realtà non funziona bene, e persino con il puntatore [un mirino elettro-ottico intelligente] non sempre si colpisce qualcosa. Ci dicono che stanno facendo esperimenti di ogni tipo e ci chiedono di stendere le reti, ma non si possono coprire tutte le aree. Uno dei tizi religiosi ogni giorno ci legge un capitolo dei Salmi. Questo è ciò che ci resta: pregare.

Siamo bersagli immobili là fuori, e Hezbollah lo sa. Approfittano della situazione.

Poi al telegiornale dicono “cessate il fuoco, cessate il fuoco” – ma di cosa state parlando? Sapete quanti droni ci mandano contro? Questa storia non finisce mai. È così che si fa un cessate il fuoco?

I politici parlano e prendono tempo, mentre noi siamo là fuori con le mani legate. Se, Dio non voglia, mi succedesse qualcosa, qualcuno si scuserebbe con i miei genitori? No. Si limiterebbero a trasmettere una canzone triste alla radio e a leggere il mio nome al telegiornale.

Quando ne abbiamo parlato con gli ufficiali ci hanno detto che è meglio che veniamo feriti noi piuttosto che i civili al nord. Immagino abbiano ragione, ma comunque è spaventoso e soprattutto frustrante, perché non sembra che si stia facendo abbastanza per proteggerci.

Almeno tre amici del mio plotone hanno fatto testamento. Io ho scritto una lettera d’addio ai miei genitori e l’ho lasciata nella mia borsa al posto di guardia. Una sera abbiamo parlato di cosa avremmo detto ai funerali l’uno dell’altro, se uno di noi fosse morto. Era un po’ uno scherzo, ma anche un po’ serio.

Il soldato più disilluso tra noi, uno che si lamenta ogni volta che deve fare qualcosa, mi ha chiesto: ‘Dì che amavo il mio Paese. Dì che ero un vero duro, che mi offrivo sempre volontario così mio padre sarà orgoglioso’.

Io ho detto che avrei preferito un funerale tranquillo, che parlassero solo i miei genitori, forse mio fratello. Ma basta. Niente discorsi di merda degli ufficiali. Li detesto.”

“Faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto.”

Or, 36 anni, riservista di una brigata corazzata, del centro del paese.

“Il messaggio è arrivato molto più velocemente di quanto mi aspettassi: mezz’ora, forse anche meno, dopo il suono delle sirene che annunciavano la guerra. ‘Ragazzi, ci stanno chiamando, andate al deposito di emergenza.’

[La mia compagna] ha subito chiesto: ‘Cosa? Cos’è successo?’. L’ha capito subito. Me lo leggeva in faccia. Era la quinta volta. Si è fermata sulla soglia del nostro appartamento, ha allargato le braccia e si è aggrappata allo stipite della porta. ‘Non andarci’, ha detto. ‘Quel che è successo l’ultima volta succederà di nuovo. Non è giusto. Non stai pensando a me.’

Da due anni stiamo cercando di avere un figlio. Dice che è per lo stress, per la guerra, per colpa mia. È difficile darle torto. Da più di un anno ormai non sono più quello di prima.

Il momento peggiore è stato durante il precedente ciclo di combattimenti in Libano. … Molti eventi mi hanno segnato, ma uno in particolare mi ha cambiato completamente, lasciandomi emotivamente mutilato, come se qualcuno mi avesse strappato l’anima. Cinque persone, riservisti come me, sono state uccise

Ci ​​hanno chiamato per aiutare a evacuarli. La morte aleggiava nell’aria. Parti di corpi, sangue, organi esposti. Dopo che tutto fu finito, sentii che qualcosa dentro di me era cambiato. Mi ha sconvolto la mente. Sono entrato in una casa libanese e ho distrutto tutto. Ho devastato l’intero appartamento.

Da allora faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto, come se qualcuno me lo facesse gocciolare sulla lingua. Ho quasi smesso di mangiare, ho chiuso la mia attività. Tutto è crollato.

Eppure ho deciso di andare – forse perché è proprio lì che mi sento normale, con le sirene, con le esplosioni. Ogni volta che attraverso il confine mi sento di nuovo vivo.

Mi sono offerto volontario per rimanerci. Anche quando piove, anche quando tutti gli altri stanno male. Preferisco dormire sul pavimento in case semidistrutte piuttosto che tornare al nostro appartamento. Avevo la sensazione che lì, oltre il confine, fosse in qualche modo lecito dare di matto.

Tante volte siamo stati vicini alla morte. Vicino a noi cadevano colpi di mortaio, esplodevano razzi. Ma non c’erano vittime. Per quasi due mesi ho prestato servizio senza incontrare la morte. Ma un drone esplosivo ha cambiato tutto. Ha colpito un bulldozer e ha bruciato vivo il civile beduino che era venuto a ripararlo. Siamo accorsi sul posto, ma non c’era più niente da fare. È morto sul colpo. Suo figlio era accanto a lui. Era sotto shock. Continuava a gridare senza sosta in arabo ‘Padre, padre, padre’, come fosse posseduto, con lo sguardo vuoto.

Due settimane dopo siamo stati congedati, ma le sue parole mi sono rimaste impresse. Sono passati più di 10 anni dalla morte di mio padre e non mi sono ancora ripreso. Da allora non riesco a smettere di vederlo che chiama suo padre, con quello sguardo vuoto. Ho pensato di andare a trovarlo a Shefa-Amr [una città nel nord], ma mi vergogno.

Cosa potrei dirgli? Non sono nemmeno in grado di prendermi cura di me stesso; mi rifiuto di chiedere aiuto. È sempre stato così: mi è difficile ammettere che le cose vadano male; stupido orgoglio maschile, ego. Una settimana fa ho deciso di smettere di portare con me una pistola e l’ho chiusa in una cassaforte. Ho avuto paura che in un momento di debolezza avrei potuto combinare qualcosa.

Ma non è questo che mi spaventa davvero. La mia vera paura è che [la mia compagna] se ne vada, che decida di averne abbastanza. È difficile biasimarla. È così bella, così intelligente… perché mai dovrebbe sobbarcarsi il peso di vivere con una persona traumatizzata come me?

Non posso nemmeno prometterle che se mi richiamassero non andrei. Non voglio mentire. Lei non può capire. Dice: ‘Ti fa così male, perché sei così masochista? Ti stanno sfruttando. Lo Stato ti sta sfruttando’.

So che ha ragione, ma mi rifiuto di ascoltarla. Mi sento come un pesce fuor d’acqua. Penso solo a trovare un modo per tornare, per essere di nuovo là in Libano.

A volte entro nei gruppi online di unità che cercano volontari e penso di andare a combattere come volontario. Vado su siti web e guardo foto del Libano meridionale, video. Probabilmente la gente che leggerà questo penserà che sono pazzo, uno psicopatico. Probabilmente hanno ragione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Come Israele sta usando milizie e blocchi di cemento per impadronirsi di ciò che resta di Gaza  

Tareq S. Hajjaj  

19 maggio 2026 Mondoweiss

Le forze israeliane hanno oltrepassato la “Linea Gialla” che divide a metà la Striscia di Gaza e ora controllano il 65% del territorio. Gli abitanti chiamano il nuovo confine “muro dell’apartheid” di Gaza

La mattina del 13 maggio gli abitanti nei pressi della moschea di al-Hikma, nella parte orientale di Deir al-Balah, hanno iniziato a ricevere telefonate da una persona che affermava di essere il “Capitano Abu Omar”, ufficiale dell’esercito israeliano, che ordinava loro di evacuare le proprie case e spostarsi di oltre 200 metri a ovest della moschea. Il termine per andarsene era inferiore a una settimana.

Lo stesso pomeriggio dei combattenti armati fedeli a Shawqi Abu Nuseira, leader di una milizia di Gaza che, secondo i residenti, è armata e protetta dall’esercito israeliano, hanno fatto irruzione negli stessi quartieri che l’esercito aveva avvertito poche ore prima. Secondo i residenti, il messaggio era lo stesso: evacuare.

La scena di Deir al-Balah si inserisce in un quadro più ampio che si sta profilando in tutta Gaza. Dall’inizio di maggio le forze israeliane hanno spinto i blocchi di cemento gialli che delimitano la cosiddetta “Linea Gialla” sempre più in profondità nelle aree della Striscia nominalmente sotto il controllo di Hamas.

Secondo Reuters la Linea ha conquistato un ulteriore 11% del territorio di Gaza, portando la superficie totale sotto il controllo militare israeliano al 65%. All’inizio del cessate il fuoco nell’ottobre 2025 Israele controllava il 53% della Striscia, con un accordo che avrebbe dovuto essere temporaneo e portare a un graduale ritiro israeliano dall’enclave. La nuova espansione è adesso nota come “linea arancione”, confinando oltre 2,2 milioni di palestinesi in ciò che resta di Gaza.

Abu Nuseira, secondo gli abitanti di Gaza centrale e Khan Younis, è un ex militante di lunga data delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza, con una lunga storia di lotta contro Israele. Ha perso un figlio nelle prime settimane della guerra del 2023, dopodiché ha iniziato ad agire in modo più aggressivo contro Hamas. Lui e la sua milizia ora operano in aree sotto controllo israeliano e sono ampiamente considerati a Gaza dei collaboratori che ricevono armi e supporto logistico da Israele.

In un video pubblicato sulla pagina Facebook della milizia, Abu Nuseira compare circondato da uomini pesantemente armati e mascherati. Afferma di “proteggere la vita delle persone” e che la loro “continua sofferenza è legata al rifiuto di Hamas di cedere l’amministrazione della Striscia di Gaza”. Al termine del suo discorso, i suoi uomini scandiscono ripetutamente “Morte ad Hamas”.

Muhammad al-Amour, residente nella parte orientale di Deir al-Balah, ha dichiarato a Mondoweiss che alcune famiglie hanno ricevuto chiamate dirette di evacuazione dall’esercito israeliano e che lo stesso giorno nelle stesse zone sono arrivate le milizie “ad avvisare gli abitanti tra cui decine di sfollati e quelli di case vicino alla Linea Gialla nella parte orientale di Deir al-Balah”. Al-Amour ha affermato che gli abitanti hanno preso sul serio gli avvertimenti e hanno iniziato ad evacuare le proprie case, temendo di essere uccisi dalle milizie o bombardati dall’esercito se fossero rimasti. “Questo è successo ripetutamente durante la guerra ad altre famiglie in diverse zone “, ha aggiunto.

Il nuovo “muro di Berlino” di Gaza

A Khan Younis, nel sud del Paese la linea arancione si è avvicinata a circa 200 metri dalle zone in cui si rifugiano gli sfollati. I palestinesi hanno paragonato le linee gialla e arancione al Muro di Berlino e, in altre circostanze, al muro dell’apartheid che attraversa la Cisgiordania occupata. Questo confine invisibile separa decine di migliaia di famiglie dalle loro case, terre e proprietà in aree dove l’esercito continua a demolire ciò che resta.

Mahmoud al-Raqab, uno sfollato di Khan Younis che vive a circa 300 metri dalla Linea Gialla, ha dichiarato a Mondoweiss che la continua avanzata della linea verso le zone residenziali è “estremamente pericolosa”.

“Tristezza, ansia e paura ci sopraffanno mentre questa espansione continua verso ciò che resta della nostra terra, del nostro quartiere e delle nostre tende”, ha affermato. “Sta riducendo gli spazi a nostra disposizione, impedendoci persino di camminare vicino alle nostre case e aumentando la probabilità che vengano confiscati altri terreni, case, tende e attività commerciali”.

Al-Raqab ha affermato di considerare quanto sta accadendo identico alla confisca dei terreni e alle restrizioni alla libertà di movimento imposte ai palestinesi in Cisgiordania e nelle zone cuscinetto. “Sta distruggendo ogni speranza che il resto della mia famiglia e i nostri vicini possano un giorno tornare a vivere insieme “, ha dichiarato Al-Raqab a Mondoweiss.

“L’esercito sta espandendo la sua occupazione su vaste aree agricole e zone aperte vicino a via Salah al-Din e nelle regioni orientali, scavando profonde trincee per impedire l’accesso alla zona e negare ai palestinesi la possibilità di coltivarla di nuovo”, ha aggiunto. La regione orientale è considerata il “granaio” di Gaza, già sede di fattorie, uliveti e agrumeti e fonte di sostentamento per decine di migliaia di famiglie che possiedono terreni nella parte orientale di Khan Younis.

“Questo è un nuovo muro dell’apartheid che si sta erigendo nella Striscia di Gaza”, ha concluso. «Oggi posano blocchi di cemento. Domani costruiranno alti muri. Stanno sezionando le nostre terre, erigendo barriere tra noi e le nostre case, imponendo restrizioni alla nostra libertà di movimento verso le nostre abitazioni, fattorie e terreni, separando le persone dalle loro proprietà e dalle loro terre d’origine e inglobando gradualmente la nostra terra sotto i nostri occhi.»

Al-Raqab afferma di aver visto la linea avanzare circa otto volte negli ultimi 12 mesi e di aver assistito personalmente alla sua più recente espansione. Poiché vive in una zona adiacente racconta come la linea abbia isolato nuove aree che si estendono dall’ospedale Dar al-Salam alla rotonda di Bani Suhaila, a est di Khan Younis, lungo via Salah al-Din.

“Non possiamo fare nulla contro questa linea”, ha dichiarato. “Non possiamo ignorarla e tornare a casa: verremmo uccisi immediatamente. Non è eroismo andare a farsi uccidere. Non è una questione personale per me, la mia casa e la mia terra. L’occupazione sta rubando tutta la mia patria, non solo la mia terra. E se ora non possiamo fare nulla per riprenderci la nostra terra, questo non significa che ce ne dimenticheremo. La terremo nei nostri cuori e nelle nostre menti finché non torneremo.”

Tareq S. Hajjaj è corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli scrittori palestinesi. È presente su Twitter/X all’indirizzo @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La scena culturale di Gaza rivive da sotto le macerie

Ruwaida Amer

15 maggio 2026 – +972 Magazine

Dopo che Israele ha distrutto le istituzioni letterarie e artistiche della Striscia, i palestinesi stanno lanciando nuove iniziative per preservare il sapere e rivendicare il diritto alla vita

Durante i primi due anni della guerra genocida israeliana quasi tutti i centri e le istituzioni culturali di Gaza sono stati distrutti e almeno 150 delle figure di spicco del panorama culturale uccise. Negli ultimi mesi, nonostante la fragilità del cosiddetto cessate il fuoco, sono emerse diverse iniziative per far rivivere la fiorente scena letteraria e artistica della Striscia.

Tra queste c’è la Biblioteca Phoenix, inaugurata a fine aprile, i cui fondatori hanno raccolto oltre 100.000 dollari tramite una campagna di crowdfunding per ristrutturare un edificio superstite nel centro di Gaza City. Fondata da due amici, Omar Hamad e Ibrahim Al-Masri, la nuova biblioteca di Gaza si propone di salvare dalle macerie ciò che resta della vita letteraria della Striscia.

Durante il genocidio, l’occupazione ha perseguito una politica di sradicamento dell’istruzione distruggendo scuole, università e biblioteche. Hanno distrutto centinaia di migliaia di libri, molti dei quali antichi e parte del patrimonio e dell’eredità palestinese, alcuni stampati prima del 1948 e altri risalenti all’epoca ottomana”, racconta a +972 Hamad, di 30 anni. “L’idea della biblioteca è nata dal desiderio di preservare ciò che era sopravvissuto e di far rivivere la lettura, la scrittura e la ricerca a Gaza, in mezzo all’immenso vuoto educativo creato dalla guerra”.

Al-Masri, 31 anni, afferma che il progetto è nato da un analogo senso di responsabilità. “Siamo persone che leggono, scrivono e che hanno a cuore la cultura, ed è stato difficile per noi vedere centri educativi e biblioteche distrutti e libri bruciati”, spiega. “Per fortuna siamo riusciti a recuperare libri dalle macerie di biblioteche private e universitarie. Altri libri appartenevano a persone martirizzate durante la guerra e ci sono stati donati dalle loro famiglie. Desideravano che altri potessero beneficiare di quei libri, che costituissero un atto di beneficenza duraturo [in onore dei loro cari].”

Abbiamo chiamato la biblioteca ‘Fenice’ perché evoca la rinascita dalle macerie e la speranza in mezzo al dolore», aggiunge. «Vogliamo vivere le nostre vite normalmente e dimostrare al mondo che, nonostante le circostanze, rimaniamo saldi nel nostro sapere, nella nostra cultura e nel nostro Paese”.

Per Hamad la biblioteca rappresenta anche un tentativo di condividere il rifugio che i libri gli hanno offerto durante la guerra. “Sono stato sfollato diverse volte ed ero molto affezionato ai miei libri. Passavo ore a leggere e cercavo persone che avessero libri per poterli scambiare”, racconta. “Continuavo a pensare a come avrei potuto mettere questi libri in un luogo adatto dove tutti potessero trarne beneficio, proprio come loro avevano aiutato me ad alleviare le difficoltà e l’amarezza dello sfollamento”.

La biblioteca ora ospita più di 6.000 libri in arabo e inglese che spaziano in campi quali scienza, linguistica, media, istruzione, management, economia, medicina, matematica, diritto e storia, oltre alla letteratura araba e internazionale, con una particolare attenzione alla scrittura palestinese e di Gaza. È diventata rapidamente un rifugio per lettori appassionati in cerca di pace e tranquillità, nonché uno spazio di studio per gli studenti le cui biblioteche universitarie sono state distrutte.

Khaled Radwan, uno studente universitario di 20 anni, afferma di frequentare la biblioteca sia per studiare che per la sua passione di sempre per la lettura. “Avevo bisogno di molti libri per i miei studi e tutte le biblioteche universitarie sono state completamente distrutte”, dice a +972. “Sono anche un appassionato lettore fin da bambino. Mio padre aveva alcuni libri e mi piaceva andare nella Città Vecchia di Gaza per trovarne di antichi. Sono particolarmente interessato ai libri di storia e sulle civiltà; amo leggere delle diverse epoche in Palestina e in altri Paesi”.

Radwan ora spera di contribuire ad ampliare la collezione della biblioteca cercando libri sotto le macerie di biblioteche e centri culturali distrutti. “È importante preservare la nostra storia dopo che l’esercito israeliano ha distrutto così tanti libri”, aggiunge. “Bruciano deliberatamente la storia in modo che non ci rimanga nulla, ma noi teniamo alla cultura e alla conoscenza e vogliamo che non vadano perdute a causa dei loro attacchi e delle loro guerre”.

Per Sarah Al-Taweel, 24 anni, che frequentava le biblioteche universitarie durante i suoi studi, la Biblioteca Phoenix rappresenta un rifugio. “Studiavo all’Università di Al-Azhar e mi spostavo tra le biblioteche per prendere in prestito libri da leggere”, racconta a +972. “Ho smesso di farlo durante la guerra. Ho provato a procurarmi libri e romanzi online, ma la sensazione è diversa quando tengo un libro tra le mani. Mi sento psicologicamente a mio agio, come se fossi libera tra le parole e le righe. Speravo di trovare anche un solo libro che mi tenesse occupata”.

Quando ha saputo dell’apertura della biblioteca Al-Taweel ha detto di essere stata tra le prime a visitarla. Rivedere i libri disposti sugli scaffali come prima della guerra le ha restituito un senso di normalità. “Ora posso dedicare del tempo alla lettura”, dice. “Isolarmi dalla difficile realtà in cui viviamo è importante per preservare la salute mentale. Ecco perché per me il risultato più importante dopo il cessate il fuoco è stata l’apertura della biblioteca.”

“La musica è un balsamo per l’anima”

Durante la guerra a Gaza la formazione musicale è rimasta una delle poche attività culturali e artistiche a continuare nonostante le difficili condizioni a stento immaginabili.

Ismail Daoud, insegnante di oud e direttore accademico del Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said di Gaza, è stato tra coloro che hanno cercato di mantenere viva la musica. Insieme ad altri insegnanti del Conservatorio si spostava tra le tende dei bambini nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis per insegnare canto e strumenti musicali.

“All’inizio della guerra sono stato sfollato dalla mia casa nel nord di Gaza con i miei figli e pochi effetti personali essenziali, e ho lasciato indietro i miei strumenti musicali. Tutto è stato bombardato e distrutto”, racconta a +972. “Per i primi sette mesi di guerra non ho sentito musica né suonato. Ma nel maggio del 2024 il mio collega Ahmed Abu Amsha mi ha detto che il Conservatorio voleva far ripartire le attività musicali a Gaza.”

Anche la sede del Conservatorio è stata tra gli spazi culturali distrutti. Inaugurato nel 2012 in un edificio della Mezzaluna Rossa Palestinese a Tel Al-Hawa, a ovest di Gaza City, l’istituto è stato bombardato, saccheggiato e incendiato durante la guerra, con la conseguente perdita di mobili e strumenti. L’amministrazione è ora alla ricerca dei fondi necessari per ricostruire e riaprire la sede.

Nel frattempo il Conservatorio ha ripreso a offrire lezioni ai bambini, inizialmente nel nord di Gaza e in seguito in spazi di apprendimento improvvisati in tutta la Striscia. Col tempo, ha affermato Daoud, la musica, che definisce “un linguaggio universale di pace”, è diventata uno strumento importante per aiutare i bambini ad affrontare il trauma psicologico della guerra.

“All’inizio è stato difficile”, afferma. “Abbiamo perso uno studente di nome Youssef Salman di Khan Younis. Suo padre era in viaggio all’estero e comunicavano online.”

Un giorno Youssef non è venuto a lezione perché era andato in un bar a parlare con suo padre, e lì è stato colpito. Sua sorella era con noi ed era devastata dalla perdita del fratello, ma la musica è stata il nostro sostegno e la nostra consolazione in quelle situazioni: è un balsamo per l’anima.”

Oggi il Conservatorio offre lezioni di strumenti come tabla, oud, chitarra e flauto, oltre a canto corale, a bambini e ragazzi dagli 8 ai 20 anni. Abu Amsha, insegnante e coordinatore del Conservatorio nonché direttore del gruppo musicale Gaza Birds Singing, è diventato virale la scorsa estate con una sua suggestiva canzone che si armonizza con il ronzio costante dei droni israeliani, ora usata nella campagna globale per boicottare l’Eurovision Song Contest.

“C’è un aumento significativo del numero di persone che cercano una formazione musicale”, afferma Daoud. “Attualmente stiamo pianificando di organizzare concerti e festival culturali con organizzazioni locali a Gaza come l’UNICEF. Questo lavoro è stata la nostra principale fonte di sostegno dall’inizio della guerra. Vogliamo continuare a diffondere speranza e vita.”

Non un lusso, una umana necessità”

Prima della guerra il regista teatrale e produttore culturale palestinese Jamal Abu Al-Qumsan aveva dedicato parte della sua casa nella parte occidentale di Gaza City a quella che definiva una “galleria culturale”: uno spazio in cui ospitava intellettuali, scrittori, musicisti e artisti per vari eventi.

“Il teatro a Gaza era vitale per l’espressione artistica e la consapevolezza della comunità, nonostante le risorse limitate e il blocco”, dichiara a +972. “C’erano spettacoli, laboratori e iniziative regolari per bambini e bambine e ragazzi e ragazze, e il teatro rappresentava una finestra di speranza e un luogo di espressione e dialogo”.

Al-Qumsan metteva in scena spettacoli durante tutto l’anno, soprattutto per i bambini. “Per loro il teatro non era solo intrattenimento, ma uno spazio per imparare e riappropriarsi dell’infanzia”, ​​ afferma. “Durante la guerra sono stati privati ​​di spazi sicuri, creando un enorme vuoto psicologico e culturale che sentiamo ancora oggi”.

La vivace scena artistica di Gaza, un tempo fiorente, è stata quasi completamente spazzata via dalla guerra israeliana. Tra i luoghi demoliti è il Teatro Rashad Al-Shawa nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City, il principale centro per le produzioni teatrali della Striscia.

Dalla fine del 2023, con l’invasione di terra di Gaza City da parte dell’esercito israeliano, la casa e la galleria di Al-Qumsan sono state distrutte. È stato costretto a vivere in una tenda nella zona di Al-Zawayda, nella Gaza centrale, dove si trova tuttora.

Eppure, anche in questa situazione di sfollamento, Al-Qumsan ha continuato a organizzare proiezioni cinematografiche e laboratori artistici per bambini nei campi profughi in diverse zone della Striscia. “Queste attività offrono ai bambini la possibilità di ridere e li aiutano a ritrovare un certo equilibrio psicologico, rafforzando in loro la consapevolezza di essere amati e di avere diritto alla gioia e alla vita”, afferma. “Per loro il teatro è un mezzo per esprimere le emozioni e ritrovare un senso di sicurezza durante la guerra”.

La perdita della galleria ha lasciato un segno indelebile su Al-Qumsan, “sia a livello personale che professionale”. Ciononostante sta cercando di trovare modi alternativi per continuare la sua attività teatrale, che descrive come “non un lusso, ma una necessità umana”.

“La Galleria Culturale di Jamal non era solo un luogo, ma una casa per artisti, bambini e persone creative”, afferma. “Credo però che la cultura non riguardi solo gli edifici, ma anche la volontà. Attualmente sto lavorando alla progettazione di una nuova galleria culturale utilizzando materiali semplici e reperibili localmente. C’è un grande desiderio tra i bambini e le famiglie di teatro e attività culturali”, conclude Al-Qumsan. “Ogni volta che presentiamo uno spettacolo o un’attività constatiamo quanto sia necessario questo tipo di spazi. Le persone non cercano solo intrattenimento, ma anche speranza e un senso di normalità. Questo conferma che il teatro rimarrà una necessità sociale e culturale, a prescindere dalle difficoltà.”

Ruwaida Amer è una giornalista indipendente di Khan Younis

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele approva la legge su processo pubblico e pena di morte per i detenuti del 7 ottobre

Redazione di Al Jazeera, AP, Reuters

12 maggio 2026 – Al Jazeera

Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che il disegno di legge rende più facile l’imposizione della pena di morte ed elimina le garanzie di un giusto processo

I parlamentari israeliani hanno approvato un disegno di legge che istituisce un tribunale speciale con il potere di comminare la pena di morte ai palestinesi accusati di coinvolgimento negli attentati guidati da Hamas il 7 ottobre 2023.

Il disegno di legge è stato approvato nella tarda serata di lunedì con 93 voti favorevoli e nessun contrario dalla Knesset, il parlamento israeliano composto da 120 seggi. I restanti 27 parlamentari erano assenti o si sono astenuti dal voto.

Le organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani avvertono che il disegno di legge renderà troppo facile l’imposizione della pena di morte, eliminando al contempo le procedure che tutelano il diritto a un giusto processo. Muna Haddad, avvocata di Adalah – Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele – ha dichiarato ad Al Jazeera che il disegno di legge riduce intenzionalmente le garanzie legali a un giusto processo per assicurare la condanna di massa dei palestinesi.

“Il disegno di legge consente esplicitamente processi di massa che si discostano dalle norme standard in materia di prove, inclusa un’ampia discrezionalità giudiziaria nell’ammettere prove ottenute in condizioni coercitive che possono configurarsi come tortura o maltrattamenti”, ha affermato Haddad. “Ciò costituisce una grave violazione delle garanzie a un giusto processo, ben al di sotto dei requisiti del diritto internazionale”.

In contrasto con la normale prassi giudiziaria israeliana, che di solito vieta le telecamere in aula, il disegno di legge impone la ripresa e la trasmissione pubblica dei momenti chiave dei processi su un sito web dedicato. Questo includerebbe le udienze di apertura, i verdetti e le sentenze. Haddad ha segnalato che questa disposizione di fatto “trasforma i procedimenti in processi farsa a scapito dei diritti degli imputati”.

[Dei circa 11.000 palestinesi prigionieri, ndt.] Israele detiene tra i 200 e i 300 palestinesi, contando anche quelli catturati nel Paese durante gli attacchi del 7 ottobre, che non sono ancora stati incriminati. L’attacco guidato da Hamas contro le comunità israeliane lungo il confine meridionale di Israele con Gaza ha ucciso almeno 1.139 persone, per lo più civili, secondo un conteggio di Al Jazeera basato su statistiche ufficiali israeliane. Altre 240 persone circa sono state prese in ostaggio. La successiva guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso circa 72.628 palestinesi, di cui almeno 846 da quando è entrato in vigore il “cessate il fuoco” mediato dagli Stati Uniti lo scorso ottobre. La guerra, che secondo gli esperti delle Nazioni Unite potrebbe configurarsi come genocidio, ha lasciato il territorio palestinese in rovina.

Lunedì diverse organizzazioni israeliane per i diritti umani tra cui Hamoked, Adalah e il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele hanno affermato che, sebbene “la giustizia per le vittime del 7 ottobre sia un imperativo legittimo e urgente”, qualsiasi accertamento delle responsabilità per i crimini “deve essere perseguito attraverso un processo che includa, anziché abbandonare, i principi di giustizia”.

Il disegno di legge è distinto dalla legge approvata a marzo che ha sancito la pena di morte per i palestinesi condannati per l’omicidio di israeliani, una misura duramente condannata dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per i diritti umani come discriminatoria e disumana. Tale legge si applica ai casi futuri e non è retroattiva, quindi non potrebbe essere applicata ai sospettati per i fatti dell’ottobre 2023.

Il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha dichiarato che la nuova legge “serve a coprire i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza”. La Corte penale internazionale sta indagando sulla condotta di Israele nella guerra a Gaza e ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, nonché per tre leader di Hamas tutti successivamente uccisi da Israele. Israele sta inoltre battendosi contro l’apertura di un procedimento per genocidio presso la Corte internazionale di giustizia. Israele respinge le accuse.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Permesso di stupro” – Il New York Times descrive nel dettaglio le violenze sessuali contro i palestinesi detenuti in Israele

Redazione di Palestine Chronicle

12 maggio 2026 Palestine Chronicle

Un editorialista del New York Times riferisce testimonianze che rivelano le sistematiche violenze sessuali contro i detenuti palestinesi da parte delle forze israeliane

I punti chiave

  • Nicholas Kristof, editorialista del New York Times, riferisce di casi di violenza sessuale commessi da soldati israeliani, guardie carcerarie e coloni.

  • Il rapporto cita le conclusioni delle Nazioni Unite e le testimonianze di organizzazioni per i diritti umani che documentano quelli che vengono descritti come sistematici abusi contro i palestinesi.

  • Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse, e Netanyahu ha liquidato le accuse di violenza sessuale come “prive di fondamento”.

Abuso sistematico

In una lunga inchiesta pubblicata dal New York Times il giornalista vincitore del Premio Pulitzer Nicholas Kristof ha riferito dettagliate testimonianze di palestinesi che raccontano di diffuse violenze sessuali commesse da soldati, guardie carcerarie, coloni e inquirenti israeliani.

Kristof, corrispondente di guerra di lunga data e opinionista di punta del New York Times, ha scritto: “È un’affermazione semplice: qualunque sia la nostra opinione sul conflitto in Medio Oriente, dovremmo essere in grado di unirci nel condannare lo stupro”.

“Non ci sono prove che i leader israeliani ordinino gli stupri”, ha scritto Kristof, aggiungendo però che le autorità israeliane hanno costruito “un apparato di sicurezza” per cui la violenza sessuale è diventata, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, una delle “procedure operative standard” di Israele.

Testimonianze di detenuti palestinesi

Kristof ha affermato di aver intervistato 14 uomini e donne palestinesi che hanno descritto aggressioni sessuali subite a opera di personale di sicurezza israeliano o di coloni.

Tra questi c’è il giornalista palestinese Sami al-Sai, il quale ha raccontato di essere stato aggredito dalle guardie carcerarie dopo il suo arresto nel 2024.

“Mi picchiavano tutti, e uno mi ha calpestato testa e collo”, ha dichiarato al-Sai al New York Times. Ha riferito che le guardie lo hanno spogliato e violentato con degli oggetti ridendo.

“È stato estremamente doloroso”, ha detto. “Pregavo di morire”.

Kristof ha anche descritto la testimonianza di un agricoltore palestinese che è stato ripetutamente violentato con un manganello di metallo per aver cercato di sporgere denuncia contro le guardie carcerarie.

“Ora hai anche altri elementi da aggiungere alla tua denuncia”, gli avrebbe detto una guardia.

L’agricoltore ha poi ritirato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome dopo che, come ha detto, i funzionari dello Shin Bet lo avevano ammonito a non fare dichiarazioni in pubblico.

Donne, bambini e gazawi in prigione

Il reportage del New York Times include anche la testimonianza di una donna palestinese arrestata dopo l’ottobre 2023, la quale ha affermato che i soldati israeliani avevano minacciato di stuprare lei e i membri della sua famiglia.

La donna ha raccontato a Kristof di essere stata ripetutamente spogliata, picchiata e palpeggiata dalle guardie.

“Mi mettevano le mani dappertutto”, ha detto.

Un giornalista di Gaza ha descritto in modo simile gli abusi subiti durante la detenzione, dichiarando al New York Times: “Nessuno è sfuggito alle aggressioni sessuali”.

Kristof ha anche intervistato alcuni ragazzi palestinesi che hanno affermato che le minacce di stupro erano una routine durante la detenzione.

Un detenuto di 15 anni ha ricordato che le guardie gli dicevano: “Fai così o ti infiliamo questo bastone nel culo”.

Risultanze sui diritti umani

Kristof cita i rapporti delle Nazioni Unite, di B’Tselem, di Save the Children, di Euro-Med Human Rights Monitor e del Comitato per la Protezione dei Giornalisti.

Un rapporto di Euro-Med ha descritto la violenza sessuale israeliana contro i palestinesi come “sistematica” e parte di una “una prassi organizzata di Stato“.

B’Tselem ha documentato quello che ha definito “un tragico sistema di violenza sessuale”, mentre Save the Children ha riferito che più della metà dei bambini palestinesi detenuti da Israele che sono stati intervistati ha dichiarato di aver assistito o subito violenza sessuale.

Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse.

Secondo il New York Times un portavoce del servizio penitenziario ha affermato di “respingere categoricamente le accuse” e ha dichiarato che le denunce vengono esaminate dalle autorità competenti.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha denunciato le accuse di violenza sessuale da parte delle forze israeliane come “accuse infondate”.

“Dare il permesso allo stupro”

Kristof sostiene che l’impunità ha permesso che gli abusi continuassero.

Ha fatto riferimento al caso del 2024 di un prigioniero palestinese di Gaza che sarebbe stato ricoverato in ospedale con gravi lesioni rettali e interne a seguito di presunti abusi da parte di riservisti israeliani. Sebbene inizialmente diversi soldati fossero stati arrestati, le accuse sono state successivamente ritirate.

Netanyahu ha celebrato l’archiviazione del caso come la fine di una “calunnia del sangue” [archetipo antisemita relativo a presunti omicidi rituali, ndt.].

Sari Bashi, direttrice esecutiva del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, ha dichiarato al New York Times: “Gli abusi sessuali dilaganti sui prigionieri palestinesi sono una realtà; sono stati normalizzati”. E aggiunge: “Non ci sono prove evidenti che ci siano degli ordini in merito. Ma ci sono ripetute prove che le autorità ne sono a conoscenza e non intervengono per fermare gli stupri”.

Dopo il ritiro delle accuse contro i riservisti Bashi ha detto: “Direi che ritirare le accuse equivale a dare il permesso di stuprare”.

Kristof ha concluso affermando che, poiché gli Stati Uniti continuano a sostenere Israele finanziariamente e militarmente, Washington ha la responsabilità di affrontare le accuse. “E anche i nostri dollari delle tasse americane sovvenzionano l’apparato di sicurezza israeliano”, ha scritto, “quindi si tratta di violenze sessuali in cui gli Stati Uniti sono complici”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)