A Gerusalemme Est “sta per essere espulsa un’intera comunità palestinese”

Shatha Yaish 

1 maggio 2026 +972 Magazine

Israele sta sfrattando i 1.500 abitanti di Al-Bustan per costruire un parco a tema biblico. Per evitare di pagare multe salatissime, le famiglie stanno demolendo da sé le proprie case.

Omar Abu Rajab ha messo i suoi effetti personali nei sacchi neri della spazzatura. Pochi giorni fa, mentre il sessantenne era in lutto per la recente perdita della madre, i rappresentanti del Comune di Gerusalemme hanno bussato alla sua porta notificandogli un ordine di demolizione per il piccolo appartamento che condivide con la moglie ad Al-Bustan, un quartiere di Silwan nella Gerusalemme Est occupata, attualmente al centro di una campagna israeliana di espulsioni in rapida intensificazione.

Di fronte all’ordine di demolizione e alla prospettiva di una multa di migliaia di dollari per il problema causato al Comune dalla demolizione della sua casa, ha scelto di non aspettare le ruspe. Ha optato invece per la soluzione più economica: demolirsi da solo la casa.

Il Comune di Gerusalemme sostiene che case come quella di Abu Rajab siano state costruite illegalmente, senza i permessi necessari. “Non ci sono permessi”, ha dichiarato Abu Rajab a +972 Magazine, spiegando che Israele rende quasi impossibile per i palestinesi di Gerusalemme Est ottenere l’autorizzazione necessaria per costruire legalmente.

Negli ultimi dieci anni Abu Rajab è già stato sfrattato da altre due case a Silwan; una è stata demolita dal Comune, mentre l’altra l’ha demolita lui stesso.

“Sto ancora pagando le penali per una casa precedente che hanno demolito anni fa”, ha spiegato. “Sono malato, lavoro quattro ore al giorno e non riesco a sostenere tutte queste spese. Non c’è altro che io possa fare. È più economico farlo da solo.”

Pochi giorni fa tre dei nipoti di Abu Rajab hanno marinato la scuola per aiutare nella demolizione, portandosi i martelli per abbattere i muri. Da allora Abu Rajab e sua moglie si sono trasferiti dalla famiglia del fratello che abita nella casa accanto, tutti stipati in un piccolo appartamento.

Nei piani del Comune le case di Al-Bustan sono da tempo destinate alla demolizione per sostituire l’area residenziale con un parco a tema biblico. Ma nel contesto della guerra di Gaza, dopo una battaglia legale durata vent’anni, le autorità israeliane hanno intensificato i loro sforzi per “ripulire” la zona dai palestinesi.

Questa pressione si è ulteriormente intensificata nelle ultime settimane, con la polizia che ha effettuato incursioni nell’area insieme a rappresentanti del Comune per consegnare una serie di ordini che intimano agli abitanti di demolire le proprie case o di accollarsi le spese relative alla demolizione. L’intero quartiere di Al-Bustan, composto da 115 case e circa 1.500 abitanti, è ora a rischio di demolizione.

“È un’intera area di Silwan destinata alla demolizione”, ha dichiarato a +972 Aviv Tatarsky, ricercatore dell’organizzazione non profit israeliana Ir Amim [Città di persone, fondata nel 2004 si propone di garantire pari dignità a tutti gli abitanti di Gerusalemme, ndt.]. “Un’intera comunità sta per essere espulsa”.

«Non abbiamo altro»

Secondo Ir Amim il progetto di un parco a tema ad Al-Bustan fa parte di un più ampio tentativo di rafforzare il controllo israeliano sulla Città Vecchia di Gerusalemme e sui quartieri circostanti (noti collettivamente come “Bacino della Città Vecchia”) attraverso l’espansione di attrazioni turistiche e parchi nazionali anche su terreni di proprietà della Chiesa come il Monte degli Ulivi.

Situato immediatamente a sud della Città Vecchia, Al-Bustan è vicino a un’altra zona di Silwan nota come Batan Al-Hawa, che sta subendo una simile campagna di espulsioni guidata da organizzazioni di coloni israeliani.

Secondo il Governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese, nei primi quattro mesi del 2026 le autorità israeliane hanno demolito 185 edifici nella città. Delle 40 case distrutte ad aprile, 17 sono state demolite dai loro stessi abitanti.

In tutto Al-Bustan si percepisce un senso di sconfitta. Molti residenti, come Hatem Baydoun, considerano l’autodistruzione il male minore. “Se lasciassimo che sia il Comune a demolire la nostra casa dovremmo pagare decine di migliaia di shekel”, ha dichiarato a +972. “Quindi abbiamo deciso di farlo da soli.”

A due porte di distanza il sessantenne Mohammad Qwaider si trova di fronte alla stessa impossibile scelta. Vive in un condominio con la madre novantasettenne, Yusra, costretta a letto.

L’edificio di sei unità abitative è stato costruito nel 1970, con l’aggiunta di altri piani man mano che la famiglia cresceva; Qwaider ha detto che nei primi anni dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, dopo la guerra del 1967, c’erano meno restrizioni edilizie.

All’inizio del mese scorso, racconta, “il Comune mi ha ordinato di demolire l’appartamento al terzo piano, altrimenti sarebbero venuti loro a demolirlo, e così abbiamo fatto”. Ma dopo aver demolito quell’appartamento, che ospitava uno dei suoi figli e i suoi nipoti, il Comune gli ha ora ordinato di demolire l’intero edificio, adducendo la mancanza di permessi.

Questa volta si rifiuta di obbedire. “Possono demolirlo, e rimuoverò le macerie e ci metterò una tenda per viverci. Il terreno è più importante della struttura che ci sorge sopra”.

Sua moglie, Manal, è d’accordo. «Non dormiamo la notte», ha detto. «Non abbiamo alternative a questa casa o a questa terra. Non abbiamo altro che questo posto.»

“Doppia sofferenza”

Secondo Tatarsky di Ir Amim, il forte aumento delle demolizioni ad Al-Bustan è stato innescato dalla decisione improvvisa del Comune di Gerusalemme di sospendere ogni trattativa con gli abitanti volta a giungere a una soluzione abitativa.

“Le autorità israeliane vogliono trasformare Silwan in un insediamento israeliano e stanno usando ogni mezzo per farlo”, ha spiegato. “Usano la scusa della costruzione senza permesso, ma per i residenti è impossibile ottenere i permessi. Quindi Israele può dichiarare illegali tutte le case in questa parte di Silwan.”

“Le autorità hanno una forte motivazione politica”, ha continuato Tatarsky. “Non si tratta di leggi edilizie; è una questione di politica, [tesa a] trasformare Silwan da quartiere palestinese a colonia ebraica. Ufficialmente il piano è [portato avanti] dal Comune di Gerusalemme, ma proviene in gran parte dal governo, e gli ordini sono stati originariamente emessi circa 20 anni fa.”

Finora, spiega, la campagna per proteggere queste case ha avuto successo “principalmente perché sono riusciti a sensibilizzare l’opinione pubblica e a esercitare una forte pressione su Israele attraverso la comunità internazionale”. Ma dopo il 7 ottobre “la comunità internazionale o non se ne cura più o si concentra su Gaza. Il punto è che la comunità internazionale non sta fermando il governo israeliano”.

Secondo Fakhri Abu Diab, un attivista locale, dal 7 ottobre 2023 più di 50 case ad Al-Bustan – circa la metà della comunità – sono state demolite. Le autorità israeliane “sono diventate più aggressive”, dice. “Arrivano nel cuore della notte e ti notificano [l’ordine di demolizione]”.

La sua stessa casa è stata demolita dal Comune nel febbraio 2024, costringendolo a pagare “enormi somme di denaro. Sto ancora pagando a rate”.

Abu Diab si oppone alle autodemolizioni, che a suo dire causano “una doppia sofferenza” per i palestinesi. “È una sorta di guerra psicologica contro le famiglie. Diventiamo lo strumento con cui il Comune mette in atto i suoi piani. Non vogliono che il mondo veda la distruzione delle nostre case. Facendolo da soli, li aiutiamo”.

Ma Abu Diab riconosce anche la paura che le famiglie provano non sapendo quando le squadre di demolizione israeliane arriveranno a casa loro, e la difficoltà di essere costretti a pagare multe esorbitanti. “Le persone cercano di minimizzare il danno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Le guardie della notte”: uno sguardo alla rete popolare che si oppone agli attacchi dei coloni israeliani

Majd Jawad  

27 aprile 2026 Mondoweiss

Parliamo della rete di volontari palestinesi che, organizzandosi dal basso, trascorrono le notti a difendere i loro villaggi in Cisgiordania dalla crescente violenza dei coloni israeliani

Sotto la luna di mezzanotte, in cima alla montagna nel villaggio di Sinjil, gli abitanti puntano le torce segnalando la loro presenza alle colline dall’altra parte della valle. I fasci di luce, insieme alle luci attorno a una piccola tenda di guardia solitamente usata come arredo durante il Ramadan, fungono da tempestivo sistema di allarme. Il segnale che il villaggio è sveglio e in allerta.

“Vedi quella luce?” chiede a bassa voce uno dei giovani, indicando un bagliore sulla collina di fronte. Annuisco. Per un attimo, nessuno parla. Il vento è pungente a quest’altitudine e sotto di noi il villaggio è completamente buio.

“Significa che sono lì”, dice. “In allerta, come noi.”

Mentre il ritmo degli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi raggiunge livelli senza precedenti in un contesto di debole risposta ufficiale ai crescenti rischi in tutta la Cisgiordania occupata, i gruppi di volontari locali, noti come comitati di protezione o “guardie della notte” sono emersi come prima linea di difesa contro la violenza quasi quotidiana. Il gruppo di giovani che organizza pattuglie notturne a Sinjil è uno di questi.

La tenda stessa è un semplice telo sottile teso su pali di metallo, i cui bordi sono appesantiti da pietre per resistere al vento. Eppure è diventata la prima linea del villaggio.

Sedie di plastica ne fiancheggiano i lati e un caricabatterie per cellulari condiviso pende da un collegamento elettrico improvvisato, alimentando i dispositivi che mantengono il villaggio connesso durante la notte. Come tutti quelli che si riuniscono qui, gli uomini oscillano tra stanchezza e vigilanza, barcamenandosi fra il lavoro diurno e l’obbligo di rimanere svegli fino all’alba.

«Dall’inizio dello scorso anno e a seguito dell’intensificarsi degli attacchi a Sinjil abbiamo ritenuto necessario formare un comitato composto principalmente da volontari», afferma R.M., un partecipante abituale del villaggio. «Avevamo bisogno di organizzare il servizio di guardia in modo più efficace e di passare da un modello di faz’a a un sistema più organizzato».

Quello che R.M. chiama faz’a con un’espressione colloquiale palestinese è quando un gruppo di persone accorre in aiuto di altri membri della comunità, incarnando l’espressione organica e spontanea di mutuo soccorso tra palestinesi. Nel contesto dell’escalation dei pogrom dei coloni, i membri della comunità rappresentano praticamente l’unica protezione che i palestinesi hanno contro i violenti coloni ebrei israeliani che continuano a uccidere palestinesi nelle città della Cisgiordania.

Dall’inizio dell’anno oltre 260 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi da parte di coloni israeliani secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), un aumento di tre volte rispetto alla media mensile di 30-105 feriti al mese registrata nel 2023.

R.M. afferma che a Sinjil questi attacchi sono diventati quasi quotidiani. “Non era più logico continuare con il vecchio approccio per difendere la nostra gente e le nostre terre”, spiega.

Nel luglio 2025 un attacco su larga scala dei coloni vicino alla città ha causato la morte di due palestinesi e il ferimento di almeno altri 58. Da allora i resoconti locali indicano un drastico incremento nella frequenza degli attacchi, da circa un episodio al mese prima del 7 ottobre ad assalti quasi quotidiani al villaggio.

“Quanto spesso accade adesso?”, chiedo.

R.M. accenna a una breve risata. “Non si contano più in quel modo”, dice. “Si contano le notti tranquille”. Fa una pausa. “E non ce ne sono molte”.

In precedenza i volontari si affidavano a un faz’a individuale ogni volta che si verificava un attacco, interpellando vicini e conoscenti. Ma con l’intensificarsi degli attacchi, sempre più violenti e frequenti, è diventato essenziale istituire comitati centrati sull’allerta precoce, il monitoraggio e l’osservazione, consentendo al villaggio di riunirsi e difendere gli abitanti disarmati.

«Appena avvistiamo i coloni che attaccano avvisiamo gli abitanti tramite WhatsApp o makhshir (walkie-talkie)», spiega R.M. precisando che il meccanismo di protezione si basa semplicemente sulla sicurezza data dal numero di persone. «La missione principale della tenda non è di attaccare; non possediamo strumenti o armi paragonabili a quelli dei coloni. Piuttosto ci assicuriamo che delle persone siano sempre presenti nelle zone potenzialmente a rischio, per scoraggiare un attacco prima ancora che inizi».

L’improvviso suono di una notifica rompe il silenzio. Uno degli uomini prende il telefono, legge velocemente, poi alza lo sguardo.

«Movimento», dice.

Nessuno si fa prendere dal panico, ma l’atmosfera cambia. Due di loro prendono delle torce e escono nell’oscurità.

Tornano e parlano a lungo delle difficoltà e dei pericoli che li circondano. “Gli attacchi arrivano sempre all’improvviso”, aggiunge R.M. “I palestinesi spesso dormono, di solito dopo mezzanotte, oppure sono al lavoro, fuori dal villaggio o impegnati nei campi. Gli aggressori sono generalmente pesantemente armati e la nostra reazione è del tutto improvvisata”.

La prima notte di Ramadan il comitato di Sinjil è stato colto di sorpresa da un attacco di circa 20 coloni, che ha provocato il ferimento di un membro e l’arresto di altri per una settimana, durante la quale sono stati picchiati brutalmente. E nel contempo l’esercito ha smantellato e confiscato la tenda del comitato, secondo il racconto di R.M.

In seguito i volontari hanno continuato il loro lavoro con turni notturni all’aperto per diversi mesi, esposti al freddo e all’oscurità, finché gli abitanti del villaggio non hanno fatto una colletta e contribuito a ricostruire un’altra tenda per riprendere l’attività di guardia. Il loro lavoro è ancora in corso, così come gli attacchi dei coloni.

Una tradizione rinnovata

La nascita di comitati di protezione popolare nei villaggi palestinesi non presenta semplicemente delle somiglianze con forme passate di azione collettiva, ma è la continuazione di una tradizione profondamente radicata di auto-organizzazione comunitaria che risale alla Prima Intifada, seppur in condizioni politiche profondamente diverse.

“Nonostante il diverso contesto politico, la nostra storica esperienza della Prima Intifada è simile all’esperienza dei comitati di oggi”, ha dichiarato a Mondoweiss R.S., donna membro di un comitato popolare del campo profughi di Jenin. Ora vive nel quartiere di al-Jabriyat a Jenin, dopo che gli abitanti del campo profughi sono stati espulsi con la forza e non è stato loro permesso farvi ritorno.

Tra il 1987 e il 1993 la Prima Intifada fu combattuta nella vita quotidiana. Sotto coprifuoco, blocchi e la costante minaccia di arresto, i palestinesi costruirono i propri sistemi di sopravvivenza. Nei quartieri, nei villaggi e nei campi profughi nacquero comitati locali che organizzavano la distribuzione di cibo, tenevano corsi clandestini quando le scuole erano chiuse e fornivano assistenza medica di base quando l’accesso alle cure era bloccato.

R.S. approfondisce quel ricordo: “Ha offerto molti esempi di lavoro comunitario e resilienza. Nessuno soffriva la fame allora; chiunque avesse bisogno di aiuto trovava qualcuno disposto a dare una mano. Molti abitanti offrivano le loro case, le moschee e i circoli a coloro che erano stati sfollati dai campi. Nessuno dormiva all’aperto”.

“Ora è diverso”, aggiunge a bassa voce. “Ma anche uguale”.

Secondo la Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro, un organismo ufficiale allineato all’Autorità Palestinese che documenta l’attività degli insediamenti israeliani, l’origine della più recente costituzione dei comitati di protezione risale al 2015, in gran parte a seguito del devastante incendio doloso di Duma. Nell’attentato persero la vita alcuni membri della famiglia Dawabsheh, tra cui il piccolo Ali di 18 mesi e i suoi genitori.

“La necessità di guardie notturne è emersa chiaramente come mezzo per prevenire gli attacchi dei coloni”, ha dichiarato a Mondoweiss Amir Daoud, direttore della documentazione presso la Commissione. “In quella fase era stato avviato un coordinamento con le forze locali e studentesche, e un numero limitato di comitati si era formato nei villaggi più vulnerabili agli attacchi con un semplice supporto logistico come degli strumenti di comunicazione”.

Un esempio noto è rappresentato dalle unità di “vigilanza notturna” in luoghi come il villaggio di Beita o nella battaglia di Jabal Sabih. Il modello tuttavia è rimasto circoscritto fino al 7 ottobre quando, secondo Daoud, la violenza dei coloni è aumentata drammaticamente in tutta la Cisgiordania, ridefinendo il ruolo di questi comitati. Quelle che erano iniziative locali di vigilanza notturna si sono trasformate in un sistema più ampio di protezione comunitaria, in particolare contro i ripetuti tentativi di incendio doloso notturno ai danni delle abitazioni. “Questo ha contribuito alla diffusione del modello dei comitati in molte comunità”, ha aggiunto.

Ma il loro ruolo, sottolinea Daoud, va oltre la protezione immediata. In un contesto in cui la violenza è spesso sottovalutata o contestata, questi comitati sono diventati una forma di documentazione sul campo e di responsabilità pubblica. “Questi comitati ci raccontano la situazione così com’è, momento per momento, direttamente dai villaggi e dalle zone minacciate, il che ci permette di agire con rapidità ed efficacia sia a livello legale che mediatico. Senza questa presenza popolare molte violazioni rimarrebbero invisibili o difficili da dimostrare. Per noi sono parte integrante del sistema di resilienza, non un semplice strumento organizzativo.”

La loro struttura, osserva, è volutamente disomogenea e adeguata al contesto locale piuttosto che centralizzata. Ogni villaggio si organizza in base alla geografia e alle specifiche minacce che deve affrontare, che si tratti di strade costruite dai coloni, della vicinanza agli avamposti o delle modalità delle incursioni. Alcune comunità operano con supporto esterno e strumenti di coordinamento più avanzati, mentre altre si affidano a risorse minime, a testimonianza di un sistema di protezione frammentato ma adattabile.

Eppure, sebbene l’etica della cura collettiva e del sumud rimanga intatta, gli strumenti si sono evoluti radicalmente. Ciò che un tempo veniva organizzato tramite volantini, scioperi e mobilitazioni di persona si è ora spostato su infrastrutture digitali che consentono il coordinamento in tempo reale e la documentazione immediata. Questa trasformazione ha introdotto una nuova essenziale dimensione: la capacità di tradurre le esperienze locali di violenza in narrazioni visibili a livello globale.

“I social media hanno rimodellato la natura del lavoro collettivo all’interno dei comitati di protezione”, afferma R.S. del comitato di Jenin. “Si basano in gran parte su app come WhatsApp e Telegram per il coordinamento immediato, sia per segnalare i movimenti dei coloni che per organizzare le ronde notturne”. Questo tipo di comunicazione istantanea conferisce ai comitati un’elevata capacità di risposta rapida e riduce la necessità di strutture organizzative complesse. “Chiunque può far parte della rete”, aggiunge.

Operare con meno risorse e condividere il peso

Nonostante usino abilmente le tecnologie digitali, i comitati di protezione locali rimangono ostacolati da risorse limitate e da un territorio imprevedibile.

Uno studio condotto da una ONG locale, la Palestinian Initiative for the Promotion of Global Dialogue and Democracy Foundation, evidenzia le difficoltà che affrontano i club giovanili, le organizzazioni di base e i comitati di quartiere e di volontariato, tra cui la mancanza di risorse logistiche, dispositivi di protezione individuale e attrezzature avanzate, ciò che pone i volontari in una posizione di notevole svantaggio.

I gruppi hanno anche subito molestie e attacchi da parte dei coloni e dell’esercito, inclusi episodi di sparatorie dirette contro i volontari delle pattuglie notturne. Nel villaggio di Beit Lid, a est di Tulkarem, che ha subito ripetuti attacchi da parte dei coloni, i comitati si sono trovati ad affrontare una forma inaspettata di disturbo. Alcuni giovani del villaggio hanno riferito di aver ricevuto improvvisamente messaggi nei loro gruppi WhatsApp che sembravano provenire dal telefono di un altro volontario, arrestato quella stessa notte dalle forze israeliane. I messaggi mettevano in guardia dal riunirsi o tentare di mobilitarsi in risposta all’attacco.

«I messaggi hanno creato un momento di confusione ed esitazione tra i gruppi, poiché i membri cercavano di capire se fossero autentici o inviati sotto costrizione», afferma A.S., membro dei comitati. «In seguito è risultato evidente a tutti i coinvolti che il telefono era stato usato mentre il proprietario era detenuto, trasformando uno strumento di coordinamento in un canale di intimidazione».

Nonostante questa interruzione i comitati hanno gradualmente ripreso il coordinamento, adattando le proprie pratiche di comunicazione a maggiore cautela e verifica. L’episodio ha messo in luce non solo i rischi fisici che i volontari affrontano, ma anche i metodi in continua evoluzione utilizzati per interferire con la risposta collettiva, intralciandola.

Aiuto reciproco

Un altro modo in cui i comitati operano è quello di impegnarsi in attività di mutuo soccorso per affrontare le conseguenze di un attacco dei coloni. Invece di lasciare che le famiglie colpite sopportino individualmente l’intero peso dei danni, il comitato distribuisce il carico all’intera comunità, considerando la perdita un onere sociale ed economico condiviso.

Un esempio è la città di Qaryut, che ha istituito un fondo di risarcimento comunitario per coloro che sono stati colpiti dagli attacchi dei coloni. “Abbiamo creato un comitato di otto persone e diviso i compiti tra loro”, afferma S.A., un membro del comitato. “Alcuni membri sono responsabili del monitoraggio e dell’organizzazione, altri della valutazione dei danni causati dagli attacchi per facilitare il risarcimento, e altri ancora del sistema di allerta precoce per gli abitanti del villaggio.”

Il meccanismo di risarcimento, spiega, è stato creato per garantire che le perdite non ricadano esclusivamente sulle vittime. “L’idea era che nessuno dovesse pensare che ciò che è accaduto riguardi solo lui”, afferma, spiegando che l’iniziativa, interamente autofinanziata, è pensata per fornire sostegno economico per i danni alle proprietà, ai terreni agricoli bruciati e ai familiari colpiti.

Questo sistema è stato attivato a Qaryut in risposta ai ripetuti attacchi dei coloni, tra cui un raid del settembre 2024 in cui due palestinesi sono rimasti feriti e un attacco del marzo 2026 in villaggi vicini che ha causato il ferimento di tre persone e l’incendio di diversi veicoli e proprietà comunali. Gli abitanti affermano che la violenza dei coloni coniuga ripetutamente aggressioni fisiche a danni ingenti all’agricoltura e alle proprietà. Oltre al risarcimento finanziario, il fondo fornisce anche materiale medico e sanitario di base ai feriti nei continui attacchi, rafforzando un sistema più ampio di resilienza comunitaria di fronte alla continua violenza dei coloni.

In tutta la Cisgiordania ogni comunità ha improvvisato la propria versione di questo sistema, utilizzando strumenti diversi, in terreni diversi e assumendosi rischi diversi. Ma la logica è la stessa ovunque: in assenza di protezione dall’alto, l’unica cosa che si frappone tra un villaggio palestinese e il prossimo attacco è il villaggio stesso. Il fondo di compensazione a Qaryut, le reti WhatsApp a Beit Lid, le pattuglie notturne a Sinjil: ogni villaggio ha trovato la propria risposta alla stessa domanda: come proteggere ciò che è tuo quando nessun altro lo fa?

Mentre lascio il sito di Sinjil, un turno sta per terminare e ne inizia un altro. Un piccolo gruppo si riunisce all’interno della tenda per un breve passaggio di consegne, durante il quale un giovane consegna il registro di servizio e aggiorna la squadra entrante su quanto osservato nelle ore precedenti. Il gruppo uscente si fa da parte mentre il nuovo turno si insedia; alcuni arrivano con bottiglie di energy drink e sigarette, che posano sul tavolo. La notte, come ogni notte, non è ancora finita.

Majd Jawad è giornalista e ricercatore originario di Jenin, in Palestina, in possesso di un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e di una laurea in Giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Sofferenza silenziosa”: perché i bambini di Gaza stanno perdendo la capacità di parlare

Mariem Bah e Ibrahim al-Khalili

24 aprile 2026 – Aljazeera

Si stima che oggi 1,1 milioni di bambini a Gaza necessitino di supporto psicologico e psicosociale, poiché un numero crescente di loro sta perdendo la capacità di parlare a causa dei traumi e delle ferite riportate nel corso degli attacchi israeliani.

In seguito a un intenso bombardamento vicino alla sua casa il piccolo Jad Zohud, di cinque anni, ha improvvisamente perso la capacità di parlare.

Non è il solo. In tutta Gaza gli specialisti segnalano un numero crescente di bambini che non riescono più a parlare a causa di ferite legate alla guerra o a traumi psicologici.

Per alcuni la causa è fisica: traumi cranici, danni neurologici o traumi da esplosione. Per altri, non c’è alcuna ferita visibile. Il loro silenzio è la conseguenza di ripetute esposizioni alla violenza che sopraffanno la loro capacità di elaborare o comunicare.

La psicoterapeuta infantile Katrin Glatz Brubakk, che ha lavorato a Gaza in due occasioni con Medici Senza Frontiere (MSF), la descrive come una “sofferenza silenziosa”, spesso celata sotto l’immensità della distruzione.

Come si manifesta il problema?

All’ospedale Hamad di Gaza City i medici affermano che i casi di perdita del linguaggio nei bambini sono in aumento.

Il dottor Musa al-Khorti, primario del dipartimento di logopedia dell’ospedale, ha dichiarato ad Al Jazeera che in alcuni casi “un bambino può perdere completamente la capacità di parlare”, riferendosi a condizioni come il mutismo selettivo o l’afonia isterica, una perdita funzionale della voce legata a un grave disagio psicologico.

I casi sono vari, ma molti seguono uno schema simile: una perdita improvvisa della parola in seguito a violenza o trauma.

Jad, di cinque anni, non aveva mai avuto problemi di linguaggio prima, ha raccontato la madre, ma dopo un bombardamento vicino alla sua casa al risveglio non riusciva più a parlare: era incapace di emettere suoni o parole.

Jad non è un caso isolato. Lucine Tamboura, di quattro anni, ha perso la voce dopo essere caduta dal terzo piano della sua casa a causa del crollo di una scala danneggiata da un attacco aereo israeliano.

«La caduta ha compromesso la sua capacità di parlare e le ha causato una paralisi parziale a un braccio e a una gamba», ha dichiarato la madre, Nehal Tamboura, ad Al Jazeera. «La gamba e il braccio sono guariti, ma ha ancora difficoltà a parlare. Stiamo continuando le terapie per questo problema».

I medici avvertono che, senza cure costanti, queste condizioni possono avere effetti a lungo termine sullo sviluppo, soprattutto se associate a traumi psicologici.

Perché succede questo?

La psicoterapeuta infantile Katrin Glatz Brubakk afferma che i bambini perdono la parola in risposta a traumi estremi.

“Si tratta di bambini che sono stati esposti a traumi molto gravi e, senza alcuna causa patologica, smettono di parlare”, spiega. “All’origine c’è sempre un trauma estremo”.

Descrive bambini che hanno perso familiari, assistito a morti, subito lesioni o vissuto ripetute violenze, per i quali il silenzio diventa l’unico modo per affrontare la situazione.

“A un certo punto il mondo sembra completamente imprevedibile e il bambino si trova in grave pericolo”, afferma. “Non è una scelta. È una risposta fisica”.

Molti entrano in quella che lei definisce una “reazione di blocco”, in cui il corpo si disattiva di fronte alla minaccia.

“Il corpo dice: non posso combattere. Le persone possono morire. Posso morire anch’io. Quindi la cosa più sicura è rimanere immobile”, spiega. “È aspettare che il mondo torni a essere sicuro”.

Ma l’impatto va oltre la perdita della parola, spiega.

«Se i bambini smettono di giocare e interagire, smettono di imparare e di svilupparsi», afferma,«lo definisco trauma cognitivo da guerra».

Spiega che un trauma prolungato mantiene il cervello in modalità sopravvivenza: l’amigdala – il sistema di allarme del cervello – rimane in allerta, mentre i sistemi responsabili dell’apprendimento e della regolazione emotiva vengono bloccati.

«Perfino quando un bambino sembra chiuso in se stesso il sistema nervoso è ancora in stato di massima allerta», afferma. «Nel tempo, questo ha effetti molto gravi sullo sviluppo».

Gaza è diversa da altre zone di conflitto?

Brubakk afferma che in oltre dieci anni di lavoro la portata e la vastità del trauma a Gaza non hanno eguali.

“Lavoro sul campo da 12 anni e non c’è niente che si possa paragonare a Gaza. Niente”, dice. “Non c’è nessuno a Gaza che non sia stato colpito”.

Aggiunge che Gaza è caratterizzata da una totale mancanza di sicurezza.

“Bombe ovunque, tutti colpiti, tutti in pericolo: non c’è alcuna sicurezza”.

Questo problema, spiega, è ulteriormente aggravato dal collasso del sistema sanitario e dei servizi essenziali.

“Non si riesce a ottenere l’aiuto necessario, né fisico né psicologico, e non si può scappare”, dice. “Non c’è nessun posto dove andare. E questa combinazione rende l’impatto così devastante”.

Per Brubakk le conseguenze più trascurate non sono solo le lesioni visibili ma anche quelle che lei definisce «conseguenze silenziose a lungo termine» che si manifestano sotto la superficie.

«È semplice mostrare le amputazioni o le bende», dice. «Ma qui si tratta di una sofferenza silenziosa. Ed è ovunque»

A Gaza, aggiunge, non esiste più nemmeno la presunzione di sicurezza.

«Non possiamo dire a nessuno che è al sicuro perché non si può mai sapere», afferma. «Anche con il cosiddetto cessate il fuoco la gente continua a morire. Non si sa mai quando toccherà a te».

Come inizia il processo di guarigione nei bambini?

Per Brubakk la guarigione dal mutismo post-traumatico è lenta e instabile.

Ricorda Adam, un bambino di cinque anni che sviluppò un mutismo selettivo dopo aver assistito alla morte del padre in un bombardamento aereo israeliano. Smise di parlare con chiunque tranne che con la madre, comunicando solo con deboli sussurri, isolandosi quasi del tutto.

Inizialmente rifiutava qualsiasi interazione. Ma gradualmente comparvero piccoli segni di guarigione.

“Un giorno sussurrò alla madre: ‘Manda via quella donna, non mi piace'”, racconta. “E in realtà ne fui felice, perché significava che stava reagendo di nuovo”.

Da quel momento in poi il recupero avvenne per gradi: brevi sguardi, momenti di curiosità, piccoli passi verso un ritorno alla normalità, finché, poco a poco, ritrovò la voce.

Brubakk afferma che questo tipo di progresso dipende da cure strutturate e costanti, che sono sempre più difficili da fornire. All’ospedale Hamad, al-Khorti afferma che i bambini con patologie come il mutismo selettivo necessitano di strumenti specializzati e di una riabilitazione a lungo termine.

«Queste condizioni richiedono interventi terapeutici e strumenti di riabilitazione specializzati», dichiara ad Al Jazeera. «Molti di questi sono stati danneggiati o persi durante la guerra».

Nonostante ciò, Brubakk afferma che la guarigione può comunque iniziare nei modi più semplici.

Uno dei suoi strumenti è quello che lei chiama «bolle di speranza»: bolle di sapone utilizzate nella terapia con bambini introversi.

«Sono così belle e così rilassanti mentre cadono lentamente», dice. «E aiutano i bambini a distogliere l’attenzione dalla paura».

Il soffiare diventa anche un modo per regolare il respiro e calmare il sistema nervoso.

«Se vuoi bolle grandi, devi respirare lentamente», spiega. «Diventa un modo per calmare il corpo attraverso il gioco».

Dice che questo passaggio, dalla paura alla curiosità, può aiutare i bambini a ricominciare a interagire e a rilassarsi.

«Li aiuta a rilassarsi, a dormire meglio, a regolare il loro sistema nervoso», afferma. «Li rimette sul giusto percorso di sviluppo».

Ricorda di nuovo Adam, con lo sguardo perso nel vuoto. La ripresa, spiega, non avviene grazie a una singola svolta, ma attraverso molti piccoli, quasi impercettibili progressi.

“Bisogna avere pazienza”, afferma. “Ogni piccolo passo conta”.

A Gaza, continua, anche i più piccoli momenti di sicurezza hanno un peso enorme proprio perché sono così rari.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ONU afferma che dal cessate il fuoco gli attacchi a Gaza sono aumentati del 46% in una settimana

Redazione di MEMO

21 aprile 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca] Anadolu riferisce che martedì l’ONU ha affermato che la violenza nella Striscia di Gaza ha raggiunto il suo punto più alto dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, con incidenti che sono aumentati del 50% circa rispetto alla settimana precedente.

“I nostri partner sul terreno riferiscono che tra il 12 e il 18 aprile incidenti come sparatorie, bombardamenti e attacchi sono cresciuti del 46% in confronto alla settimana precedente, segnando il più alto totale settimanale da quando l’accordo del cessate il fuoco di ottobre è entrato in vigore,” ha affermato il portavoce Stephane Dujarric ad una conferenza stampa.

Dujarric ha osservato che “i governatorati di Gaza Nord, Gaza e Deir al Balah hanno visto gli aumenti più elevati.”

Sul fronte umanitario, ha informato che le restrizioni stanno ostacolando gli sforzi per gestire la minaccia di ordigni inesplosi ovunque nel territorio.

Ha affermato che, mentre i partner addetti allo sminamento hanno condotto delle sessioni educative per decine di migliaia di civili, “affrontare questa minaccia più efficacemente richiede l’ingresso di attrezzatura specializzata, ampia libertà di intervento e delle attività di smaltimento.”

“Restrizioni, incluse limitazioni sull’ingresso di equipaggiamento necessario a smaltire ordigni esplosivi, continuano a ostacolare la risposta umanitaria complessiva,” ha aggiunto.

Gli attacchi avvengono come parte delle continue violazioni israeliane del cessate il fuoco.

L’ufficio stampa di Gaza ha affermato che le forze israeliane hanno commesso 2.400 violazioni dal cessate il fuoco, inclusi assassinii, arresti, blocchi e misure volte a causare la fame.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza, alla data di lunedì le violazioni hanno causato la morte di 777 palestinesi e il ferimento di altri 2.193.

Il cessate il fuoco è giunto dopo due anni di guerra genocidaria israeliana iniziata nell’ottobre 2023, che secondo le cifre ufficiali ha ucciso più di 72.000 palestinesi e ne ha feriti oltre 172.000, distruggendo il 90% delle infrastrutture civili di Gaza.

Citando l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs [Ufficio ONU per il Coordinamento degli affare umanitari] (OCHA), Dujarric ha sottolineato il carattere preoccupante della violenza israeliana nella Cisgiordania occupata.

Egli ha affermato che “durante il primo trimestre dell’anno, 33 palestinesi sono stati uccisi e 790 feriti dalle forze israeliane o dai coloni, mentre oltre 540 attacchi di questi ultimi hanno causato vittime o danneggiamenti delle proprietà.”

Ha enfatizzato il fatto che “attacchi che coinvolgono civili devono essere indagati e i civili devono essere protetti,” che Israele come potenza occupante “ha l’obbligo di proteggere la popolazione palestinese e che i responsabili devono essere chiamati a risponderne in linea con il diritto umanitario internazionale.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Coloni israeliani uccidono due palestinesi, tra cui uno studente, in un attacco ad una scuola di Ramallah

Mohammed Turkman e Fayha Shalash, Ramallah, Palestina occupata

21 aprile 2025 – Middle East Eye

Il Ministero della Sanità afferma che ci sono stati altri quattro feriti quando i coloni hanno sparato ai palestinesi

Martedì coloni israeliani hanno sparato uccidendo due palestinesi, tra cui uno studente adolescente, nel corso di un attacco ad una scuola nella Cisgiordania occupata.

Le vittime sono state identificate come Aws Hamdi al-Nassan e Jihad Marzouk Abu Naiem. Secondo il Ministero della Sanità palestinese avevano rispettivamente 14 e 32 anni.

L’attacco è avvenuto contro una scuola nel villaggio di al-Mughayyr, a nordest di Ramallah. I medici hanno detto che sono stati feriti dagli spari almeno altri quattro palestinesi, compresi tre studenti.

L’organizzazione per i diritti umani Al-Baidar ha detto che poco prima dell’attacco coloni vestiti in uniformi simili a quelle dell’esercito israeliano avevano tentato di espellere degli agricoltori dal terreno a sud di al-Mughayyr.

L’organizzazione ha affermato che i coloni sono entrati nel terreno agricolo e hanno cercato di impedire ai contadini di lavorarvi, facendo salire la tensione nell’area.

Il racconto di un testimone oculare che ha parlato con Middle East Eye ha specificato che i coloni erano protetti da soldati della fanteria israeliana che li hanno accompagnati in cima alla collina prima che attaccassero la scuola e i suoi studenti, cercando di farvi irruzione.

Quando gli abitanti del villaggio hanno provato a fermarli, i coloni hanno iniziato a sparare proiettili veri.

Bilal Abu Aliya, un abitante del villaggio e testimone oculare della scena, ha confermato a MEE che i coloni vestiti con uniformi militari hanno aperto il fuoco direttamente contro la scuola e i suoi studenti senza alcuna giustificazione.

Hamed Abu Naim, che abita vicino alla scuola, ha detto che la situazione si è aggravata rapidamente. Lui e Jihad, una delle vittime, stavano lavorando in un villaggio vicino quando è iniziato l’attacco.

Quando sono tornato la situazione era terribile. Ho trovato il ragazzo Aws coperto di sangue nel cortile della scuola, insieme ad altre persone ferite”, ha detto.

Mentre cercavano di raggiungere gli altri membri della famiglia bloccati in casa, uno dei coloni ha sparato in testa a Jihad.

Si sono poi verificate scene di panico quando gli abitanti hanno provato a portare via i feriti sotto una grandine di colpi di arma da fuoco.

La scena era tragica. Più di 500 studenti erano terrificati dall’intensa sparatoria e i loro genitori cercavano di salvarli e portarli fuori dalla scuola”, ha detto a MEE Hamed.

Gli spari non si sono interrotti neanche un momento. Era una guerra nel vero senso della parola.”

Secondo lo zio di Nassan, Faraj, l’attacco è durato solo pochi minuti ma è stato “estremamente violento”.

Ha detto che l’assalto sembrava premeditato, con l’obbiettivo di “provocare quante più vittime possibile.”

Adesso Aws si riunisce a suo padre”, ha detto, riferendosi all’uccisione del padre di Nassan in un attacco simile nel 2019.

Era un bambino a quel tempo e ha detto addio a suo padre con molto dolore, senza che lui avesse alcuna colpa, e oggi viene ucciso nello stesso modo.”

Si intensifica la violenza dei coloni

Haniya Nazzal, direttrice dell’educazione per i distretti settentrionale e orientale di Ramallah, ha affermato che l’area ha assistito ad un aumento della violenza dei coloni.

Ha detto che gli studenti non avevano che “quaderni e penne” quando sono stati attaccati.

L’occupazione israeliana ha ucciso l’innocenza di Nassan e il cortile della scuola si è intriso del suo sangue”, ha detto a MEE.

L’attacco avviene nel contesto di un forte aumento della quotidiana violenza dei coloni in tutta la Cisgiordania occupata.

Martedì in un altro luogo i coloni, sotto la protezione dell’esercito israeliano, hanno bloccato un camion nella zona di Khirbet Samra nel nord della Valle del Giordano.

Il veicolo è stato fermato mentre attraversava la zona e gli è stato impedito di proseguire, interrompendo il trasporto.

Martedì le forze israeliane hanno anche demolito la scuola primaria di al-Maleh nel nord della Valle del Giordano.

Questo attacco non è nuovo nel nostro villaggio”, ha detto Abu Aliya, aggiungendo che i coloni cercano di prendere di mira gli abitanti e mandarli via dalle loro case.

Ma noi non abbandoneremo il nostro villaggio e lo difenderemo sempre.”

La violenza dei coloni, pur ricorrente, si è molto intensificata da ottobre 2023, includendo un maggiore impiego di proiettili veri e il sistematico sfollamento forzato delle comunità nomadi palestinesi.

La Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti ha affermato che i coloni a marzo hanno condotto 497 attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà nella Cisgiordania occupata, che hanno provocato nove morti.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Le donne raccontano gli abusi subiti ad opera dei militari israeliani

Ohood Nassar

15 aprile 2026 – The Electronic Intifada

Mentre cercano un qualche conforto tra le rovine di ciò che resta della loro terra gli abitanti di Gaza sono anche consapevoli che gli efferati crimini di Israele non devono essere dimenticati.

Sono le donne palestinesi, in particolare, ad aver sofferto. Le Nazioni Unite stimano che a maggio 2025 siano state uccise a Gaza oltre 28.000 donne e ragazze.

Il dottor Hussein Hammad, ricercatore sui diritti umani a Gaza, ha dichiarato a The Electronic Intifada che è evidente che Israele ha “perpetrato un genocidio contro tutte le fasce della società palestinese, comprese le donne”, in totale disprezzo del diritto internazionale umanitario, inclusa la Quarta Convenzione di Ginevra.

“Durante la sua guerra genocida a Gaza [Israele] ha commesso gravi violazioni contro le donne.”

Le testimonianze di Sharifa Qudih di Khan Younis e di Saja Abdel Aal di Jabaliya rivelano parte di ciò che le donne hanno subito durante le incursioni militari israeliane nei quartieri di Gaza – un percorso che inizia, ma non finisce, con i raid aerei e gli sfollamenti.

In uno stretto corridoio all’interno di una scuola statale trasformata in rifugio nella città di Khan Younis, nel sud di Gaza, Sharifa Qudih, 50 anni, siede su un pezzo di cartone circondata da famiglie che le passano di continuo accanto.

Nubile e senza figli di cui prendersi cura, questo corridoio “è tutto ciò che resta”, ha detto, dopo che la sua casa nella città di Abasan al-Kabira, a est di Khan Younis, è stata distrutta.

Nel febbraio 2024 intorno alle 5:30 del mattino, ha raccontato Sharifa, stava dormendo quando la sua casa è stata bombardata.

«Mi sono svegliata per una fortissima esplosione e poi mi sono ritrovata sotto le macerie», ha raccontato.

Non ha riportato ferite gravi, ma è rimasta intrappolata sotto i detriti per quasi due ore prima che le truppe israeliane la sentissero e la tirassero fuori.

«Quando mi hanno fatta uscire ho pensato che sarei morta o che mi avrebbero fatta prigioniera».

Invece, ha raccontato a The Electronic Intifada, i soldati le hanno ordinato di togliersi l’hijab, il velo che le copre i capelli, e le hanno legato le mani.

Poi l’hanno interrogata.

«Mi hanno chiesto perché fossi in casa e i nomi di alcune persone. Non ne conoscevo nessuna».

I soldati l’hanno fatta sedere su una sedia, sul pavimento devastato di casa sua, mentre continuavano le operazioni. Sharifa ha raccontato che i soldati l’hanno poi usata come scudo umano, insieme a un gruppo di giovani.

«Ci hanno costretti a camminare davanti a loro», ha detto.

Violaioni premiate

Hammad ha affermato che i centri per i diritti umani hanno documentato centinaia di casi in cui l’esercito israeliano ha violato il diritto internazionale, incluso l’utilizzo di donne e bambini come scudi umani.

Sharifa è stata fotografata mentre era seduta su una sedia su un cumulo di terra, con soldati israeliani accovacciati dietro di lei, apparentemente pronti al combattimento. Lo ha scoperto solo in seguito, quando un soldato israeliano ha ricevuto un premio per la foto, scattata a quanto pare da un drone, e ha dichiarato di non aver dato alcun consenso, né che gli sia mai stato chiesto.

“Sono rimasta scioccata quando dei conoscenti mi hanno mandato una mia foto esposta in una galleria d’arte a Tel Aviv. Non avevo idea che mi avessero fotografata.”

Dopo che i soldati hanno finito con lei l’hanno lasciata andare, con un drone di sorveglianza che la monitorava dall’alto, ha raccontato. Ha dovuto camminare sulle macerie per più di un’ora per allontanarsi dalla zona e mettersi in salvo.

Sharifa ora vive nel corridoio della scuola governativa di Khan Younis. Non ha né materasso né coperta. Dorme e si siede su un pezzo di cartone distribuito come aiuto umanitario. La sua casa è stata completamente distrutta e non ha nessun altro posto dove andare.

Saja Abdel Aal, 23 anni, ora vive in una fragile tenda a Deir al-Balah che non la protegge né dal freddo né dal caldo.

Saja è stata sfollata dal campo profughi di Jabaliya, al nord di Gaza, nell’ottobre del 2024.

“Eravamo seduti in famiglia a mangiare”, ha ricordato. Intorno alle 16 del 6 ottobre di quell’anno sono iniziati i pesanti bombardamenti vicino alla loro casa.

La famiglia è fuggita in fretta, rifugiandosi presso un parente nella vicina Beit Lahiya. Durante i giorni dello sfollamento, ha raccontato, non avevano acqua potabile da bere, non avevano niente da mangiare e sono rimasti assediati in casa fino al 18 ottobre.

Quel giorno droni israeliani dotati di altoparlanti hanno sorvolato la zona, ordinando ai residenti di evacuare immediatamente: gli uomini alla Scuola del Kuwait, le donne alla Scuola Hamad, entrambe a Beit Lahiya vicino all’Ospedale Indonesiano.

“Per un attimo ho provato un po’ di sollievo”, ha raccontato Saja. “Ho pensato che l’assedio fosse finito, che il pericolo fosse cessato e che avrei potuto mangiare e bere di nuovo”.

Ma mentre si dirigeva verso la scuola è stata colpita dalla scheggia di un proiettile di carro armato sparato nella loro direzione, ed è rimasta ferita alla mano sinistra.

“Ho fasciato la ferita con un vecchio pezzo di stoffa, ma il sangue non si fermava”.

La scuola era diventata un posto di blocco e centro di interrogatori. Le donne venivano perquisite e interrogate, poi costrette a camminare a piedi verso sud. Durante la terribile esperienza, Saja ha chiesto dell’acqua a una delle soldatesse, che “me l’ha rifiutata e l’ha versata per terra davanti a me ridendo”.

Dentro un carro armato

Hammad ha affermato che durante gli sfollamenti forzati le truppe israeliane hanno allestito posti di blocco dove le donne venivano perquisite in modi che “violano la loro dignità e le sottopongono a umiliazioni durante gli interrogatori e i controlli “.

A volte il trattamento che subiscono è di gran lunga peggiore e include violenze sessuali e torture.

Mentre le donne se ne stavano andando, i soldati hanno chiamato Saja e le hanno ordinato di salire su un carro armato.

“Il mio cuore si è quasi fermato. Ho pensato che mi avrebbero arrestata.”

Saja ha raccontato che dentro il carro armato i soldati le hanno prestato i primi soccorsi, poi l’hanno filmata – per fingere, ha aggiunto, di trattare le donne con “gentilezza e umanità” – prima di ordinarle di continuare a camminare verso sud.

Ha camminato per più di un’ora tra macerie e carri armati, con la mano ancora sanguinante.

“I droni quadricotteri ci circondavano e ci impedivano di fermarci o di fare alcun movimento.”

Giunta nella parte occidentale di Gaza City è stata trasferita all’ospedale Al-Shifa, dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla mano. In seguito la casa della sua famiglia nel campo profughi di Jabaliya è stata distrutta.

Sebbene l’attenzione si sia allontanata da Gaza a causa dell’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran e di un cessate il fuoco che tale non è mai stato, la difficile situazione della popolazione permane. Entrambe le donne intervistate in questo articolo hanno affermato che per loro è importante che il mondo conosca le loro storie.

“Anche se le donne a Gaza non portano armi vengono trattate come fossero combattenti della resistenza”, ha detto Saja a The Electronic Intifada. “Abbiamo bisogno di protezione e sicurezza”.

Sharifa ha affermato di voler dire al mondo “che le donne palestinesi sono pazienti nonostante le sofferenze che stiamo sopportando”. Ma, ha aggiunto, “abbiamo bisogno di aiuto”.

Ohood Nassar è una giornalista e insegnante originaria di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




A Gaza un’università improvvisata offre la possibilità di riprendere gli studi universitari

Ahmed Al-Najjar

11 aprile 2026 – Aljazeera

Aule alimentate a energia solare rappresentano un’ancora di salvezza per gli studenti di Gaza che lottano contro le conseguenze della guerra e la scarsità di risorse

Il nuovo semestre accademico è iniziato a Gaza alla fine di marzo. Ma le mattine non sono più animate dalla consueta vivacità degli studenti in attesa degli autobus che attraversano le città diretti verso università e college.

Quella sensazione è stata invece sostituita dalle difficoltà legate agli sfollamenti.

La devastante campagna israeliana ha ridotto in macerie le istituzioni accademiche di Gaza, molte delle quali ora riutilizzate come sovraffollati rifugi per famiglie sfollate. Con la distruzione dei campus l’istruzione in presenza è praticamente scomparsa, costringendo le università a passare all’apprendimento online. Ma per gli studenti che vivono in tende, lottando per procurarsi cibo, acqua, elettricità e internet, assistere a una lezione, anche online, è diventato un privilegio.

In mezzo a questo caos si è materializzato un barlume di speranza.

Nella zona densamente popolata di al-Mawasi, nel distretto di Khan Younis, nel sud di Gaza, sta prendendo forma una nuova iniziativa accademica. Scholars Without Borders [Studenti senza confini, ndt.], un’organizzazione non governativa statunitense, ha creato quella che chiama “University City”, uno spazio accademico provvisorio progettato per riportare gli studenti nelle aule universitarie.

Costruito con legno, lamiere e qualsiasi altro materiale reperibile localmente il sito rappresenta una piccola ricostruzione di come era un tempo la vita accademica a Gaza.

Nonostante le difficoltà la nostra missione è quella di avvicinare l’istruzione agli studenti in un ambiente migliore”, ha affermato Hamza Abu Daqqa, rappresentante dell’organizzazione a Gaza.

Abbiamo progettato questo spazio per servire più istituzioni accademiche e il maggior numero possibile di studenti”, aggiunge. Ci sono sei sale, in grado di ospitare fino a 600 studenti al giorno. Può sembrare dimesso ma ricrea un senso di vita accademica normale, qualcosa di cui gli studenti sono stati privati”.

Lo spazio include un accesso a internet alimentato da pannelli solari, aree verdi improvvisate e persino un piccolo incubatore d’impresa, pensato per aiutare gli studenti a sviluppare i propri progetti.

Come spiega l’organizzazione, University City opera con un programma settimanale a rotazione, che prevede che ogni giorno sia assegnato a una diversa istituzione accademica. Questo sistema permette a più istituzioni di condividere lo spazio limitato garantendo il più ampio accesso possibile agli studenti.

Date le limitazioni le università danno priorità ai corsi che richiedono maggiormente la presenza fisica, come le lezioni pratiche e quelle basate sulla discussione.

Alcune preminenti università di Gaza, come l’Università Islamica e l’Università di Al-Azhar, hanno iniziato a utilizzare il sito, insieme ad altri istituti come il Palestine College of Nursing [Scuola palestinese per infermieri, ndt.].

Ma dietro questa modesta struttura si cela una realtà ben più complessa.

Uno sguardo a ciò che è andato perduto

Dall’inizio della guerra genocida di Israele, nell’ottobre 2023, in tutta Gaza le università sono state sistematicamente danneggiate o distrutte. Nel sud tutti gli istituti sono stati resi inutilizzabili. Nella zona settentrionale di Gaza un numero limitato di campus è stato parzialmente ricostruito, ma la potenzialità di un loro utilizzo rimane estremamente limitata.

Il Palestine College of Nursing, ad esempio, è circondato da rovine dopo essersi ritrovato all’interno della “linea gialla”, dove l’esercito israeliano continua a essere presente dal cessate il fuoco di ottobre, isolando completamente gli studenti dalle loro aule.

Per un’intera generazione di studenti la vita universitaria ha semplicemente smesso di esistere, poiché al suo posto hanno dovuto lottare per sopravvivere.

Ogni anno accademico è solitamente segnato da nuovi inizi, soprattutto per le matricole che entrano in una nuova fase di indipendenza e scoperta. Ma per due anni consecutivi a migliaia di studenti di Gaza è stata negata questa esperienza.

Ora all’interno di University City la stanno vivendo per la prima volta.

«Sembra una vera università»

Mariam Nasr, 20 anni, studentessa del primo anno di infermieristica sfollata da Rafah, è seduta in una delle aule improvvisate e riflette sul significato di quello spazio per lei.

«Prima del genocidio tutto ciò di cui avevamo bisogno per studiare era disponibile: le case, l’elettricità, i materiali e, soprattutto, la sicurezza», dice. «Ma da più di due anni le nostre vite sono state completamente sconvolte».

Mariam ha iniziato l’ultimo anno di liceo proprio all’inizio della guerra. Ci è voluto più di un anno per completare gli esami in condizioni difficili prima di potersi finalmente iscrivere all’università.

«Ho sempre sognato di studiare medicina», afferma. «Ma le circostanze hanno influenzato le mie scelte. Il mio defunto nonno mi diceva che curare le persone non si limita a un solo percorso, quindi ho scelto infermieristica».

Tuttavia il suo corso di laurea prevede lezioni in presenza, un’esperienza che non aveva mai vissuto prima.

«Quando ho visto questo posto sono rimasta a bocca aperta», ha detto. “È stata la prima volta che ho frequentato lezioni in un ambiente che sembra davvero un’università. Siamo tutti emozionati. È diverso, sembra vero.”

Per studenti come Mariam il primo anno è trascorso dietro a uno schermo, se erano fortunati ad averne uno nelle loro tende, disconnessi dall’ambiente accademico che avevano sperato.

Amr Muhammad, 20 anni, un altro studente del primo anno di infermieristica proveniente dal campo di al-Magahzi, nella Gaza centrale, ha espresso una reazione simile.

Mi aspettavo qualcosa di molto più semplice, solo tende e attrezzature di base”, dice. Ma questo è diverso. Essere qui con altri studenti, discutere e partecipare alle lezioni fa un’enorme differenza.”

Il mondo accademico sotto attacco e assedio

L’esperienza vissuta dagli studenti in questo piccolo spazio riflette una tragedia ben più ampia.

La distruzione del settore accademico di Gaza da parte di Israele è stata definita dagli esperti dell’ONU come scolasticidio: lo smantellamento sistematico dell’istruzione attraverso la presa di mira di istituzioni, studenti e della vita accademica stessa. Università sono state distrutte, professori e studenti uccisi e gli sforzi di ricostruzione ostacolati.

Secondo l’Euro-Med Human Rights Monitor [organizzazione no profit per la protezione dei diritti umani, ndt.] e le informazioni fornite da funzionari palestinesi, oltre 7.000 studenti universitari e accademici sono stati uccisi o feriti dagli attacchi israeliani, mentre più di 60 edifici universitari sono stati completamente demoliti da incursioni aeree o bombardamenti terrestri.

Di conseguenza centinaia di migliaia di studenti sono stati esclusi dall’istruzione formale, costretti a ricorrere ad alternative che non sono in grado di eguagliare le loro precedenti esperienze.

E tali soluzioni alternative, come University City, incontrano enormi difficoltà già solo nel mettere in moto la propria attività.

«Tutti i materiali che vedete qui provengono dalla Striscia di Gaza», dice Abu Daqqa, indicando il sito con un gesto. «Abbiamo dovuto lavorare con quello che avevamo a disposizione, con costi crescenti e scarsità di risorse. Ma eravamo determinati a creare qualcosa che desse agli studenti un senso di normalità».

In base al cessate il fuoco di ottobre Israele è obbligato a consentire l’ingresso di materiali da ricostruzione per aiutare a ripristinare alloggi e servizi essenziali per i palestinesi. Ma Israele non ha rispettato tale clausola e ha continuato a imporre restrizioni, conducendo nel frattempo attacchi mortali in tutta Gaza.

E per molti studenti raggiungere University City è di per sé una sfida.

«Sono sfollata ad al-Mawasi, quindi dovrei essere relativamente vicina, ma anche solo arrivare qui è difficile», afferma Mariam. «Le mie lezioni iniziano alle 9 e mi sveglio alle 5 solo per trovare un mezzo di trasporto».

Con le strade danneggiate e la carenza di carburante le opzioni per gli studenti si limitano a veicoli malandati e carri trainati da asini o cavalli.

Procurarsi contanti è frustrante. Taxi e carretti accettano solo monete. Oggi mio padre è riuscito a malapena a procurarmi otto shekel [2,24 euro] ma non sono riuscita a trovare un passaggio”, aggiunge. Così ho camminato per quasi quattro chilometri con i miei amici”.

Per Amr il viaggio è ancora più lungo.

Sono partito alle 6 del mattino e ho aspettato due ore prima di trovare un mezzo di trasporto superaffollato”, dice. Era l’unico modo per arrivare qui”.

E una volta terminata la giornata le difficoltà ricominciano.

Questo spazio è a nostra disposizione solo per poche ore”, aggiunge. Per il resto della settimana torniamo a lottare con l’elettricità internet e i bisogni primari. Non possiamo nemmeno stampare materiale o accedere correttamente alle lezioni online”.

Gli studenti si affidano a dispositivi condivisi o danneggiati, connessioni instabili e risorse limitate, il che rende difficile un apprendimento costante.

Tornata nella tenda mi affido al vecchio telefono di mio padre giusto per seguire le lezioni quando posso”, dice Mariam. “Nella maggior parte dei giorni non c’è una connessione internet stabile né un’alimentazione elettrica adeguata. Cerco di resistere e andare avanti ma spesso desidererei semplicemente una fonte di alimentazione fissa e un dispositivo migliore come un iPad per studiare correttamente e non rimanere indietro.”

L’istruzione va avanti

Nonostante tutto gli studenti procedono mostrando la loro resilienza.

Nei corridoi riprendono le discussioni, si prendono appunti e il senso della vita accademica riemerge lentamente, anche se solo temporaneamente.

“Per la formazione medica l’apprendimento in presenza è essenziale”, afferma il Dott. Essam Mughari, professore al Palestine College of Nursing. “È piuttosto difficile per la formazione online sostituire l’interazione pratica”.

Descrive il significato emotivo del rivedere gli studenti.

“Dopo tutto quello che hanno passato, potersi riunire, interagire e imparare insieme, restituisce qualcosa di vitale”, dice. “Abbiamo la responsabilità di sostenerli, nonostante le circostanze, perché domani saranno loro al nostro posto”.

Per Mariam questa determinazione è una questione profondamente personale.

“Alcuni potrebbero pensare che sia impossibile studiare in queste condizioni”, dice. «Ma io voglio continuare. Mia cugina era un’infermiera. Un raid aereo israeliano ha raso al suolo la casa di tre piani della sua famiglia a Gaza City, uccidendo lei e molte altre persone. La ricordo per non dimenticare perché continuo su questa strada, per curare gli altri e servire il mio popolo».

La University City ora accoglie centinaia di studenti ogni giorno. Ma migliaia di altri rimangono senza accesso a spazi simili.

Scholars Without Borders afferma che l’iniziativa è solo l’inizio di una missione ancora ostacolata dall’assedio israeliano.

«Il nostro lavoro va avanti», dice Abu Daqqa. «Abbiamo allestito decine di scuole provvisorie e creato questa città universitaria, ma i bisogni sono molto maggiori. Questo è ciò che siamo riusciti a costruire sotto il blocco», afferma. «Immaginate cosa si potrebbe fare se ci venissero fornite le risorse veramente necessarie».

Ahmed Al-Najjar è un giornalista e accademico palestinese residente a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Si occupa di reportage sul genocidio in corso perpetrato da Israele.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nel reparto propaganda dell’esercito israeliano

Illy Pe’ery 

April 8, 2026 +972 Magazine

Campagne di guerra psicologica, fughe di notizie selettive, accesso riservato a inviati selezionati: soldati e giornalisti rivelano come l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane controlli il discorso pubblico e promuova la narrativa di Israele all’estero

Nell’ottobre del 2023 la riserva Gili fu richiamata in servizio nell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e assegnata al Comando Nord. Nei giorni successivi agli attacchi di Hamas, mentre l’attenzione pubblica in Israele era concentrata sulla devastazione nel sud, Hezbollah iniziò a lanciare razzi e missili anticarro verso il nord di Israele.

“Lavoravamo con turni di 12 ore in una sala operativa sotterranea, mentre i soldati negli avamposti erano terrorizzati, ma non potevamo raccontare che il nord era in fiamme”, ha ricordato. “Nonostante i lanci incessanti minimizzavamo la situazione sul fronte settentrionale per evitare di scatenare il panico tra la popolazione. Le persone non morivano come al sud, ma ricordo di aver avuto la sensazione che stessimo dando un’immagine distorta: mostravamo molta più forza che vulnerabilità”.

L’esperienza portò Gili, che ha chiesto di usare uno pseudonimo, a mettere in discussione lo stesso sistema per cui aveva prestato servizio per anni. “Era facile ripetere di continuo che ‘Le IDF sono preparate a qualsiasi scenario'”, ha continuato. «Chi eravamo noi per metterlo in dubbio? Ma in realtà erano tutte cazzate.»

«Lo si vede anche con l’Iran: l’attenzione è quasi interamente concentrata sulla schiacciante potenza dell’esercito e non c’è quasi altro», spiega. «Non mi rassicura sentirmi dire quanto duramente stiano colpendo le Forze di Difesa Israeliane o della superiorità aerea rispetto a Teheran. In fin dei conti i missili balistici continuano a colpirci, e niente è normale. Ci sono i sistemi di difesa aerea, ma per ogni 10 intercettazioni riuscite ci sono anche colpi che vanno a segno».

Alla domanda su chi oggi ritenga credibile Gili ha risposto senza esitazione: «Nessuno. Né quello che dice il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, né i corrispondenti militari. Sono solo dei portavoce».

Parlando con il sito investigativo israeliano The Hottest Place in Hell [Il posto più caldo all’inferno], soldati dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane e corrispondenti militari di pubblicazioni israeliane hanno delineato un modello sistematico: una spinta ossessiva al controllo del discorso pubblico, un trattamento di favore per i giornalisti “comodi” mentre quelli critici vengono emarginati e puniti e, soprattutto, una cultura che si organizza sull’inganno.

Durante i primi 14 mesi della guerra di Israele a Gaza l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha condotto addirittura una campagna segreta di interventi psicologici volta a plasmare l’opinione pubblica in Israele e all’estero, come ha recentemente rivelato The Hottest Place in Hell. Parallelamente a queste attività di manipolazione l’Unità aveva il compito di elaborare e distribuire filmati relativi all’attacco di Hamas del 7 ottobre contro le comunità israeliane vicino a Gaza.

Secondo le testimonianze i soldati hanno raccolto grandi quantità di materiale visivo, inclusi filmati girati dai militanti di Hamas, e lo hanno rielaborato per una rapida diffusione sulle piattaforme dei social media.

Questo processo è culminato in Testimonianza del massacro del 7 ottobre, quello che in Israele è noto come il “video delle atrocità”: una raccolta di 47 minuti di filmati grezzi prodotti sotto la supervisione del maggiore (riserva) Yuval Horowitz, capo del reparto per le campagne informative.

“Era come il Far West: non c’era alcuna restrizione”, ha affermato un soldato che ha prestato servizio nell’Unità e ha lavorato al film. «Siamo stati sommersi dai materiali e abbiamo visto di tutto. Ero sotto shock, ma allo stesso tempo c’era la pressione a diffondere tutto il possibile… era come in una campagna pubblicitaria sui social media: cosa funziona? Cosa non funziona? Cosa attira l’attenzione?»

«Il Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane mente», ha dichiarato un alto corrispondente militare a The Hottest Place in Hell. «Qualche volta si tratta di manipolare i dati, ma alla fine è il pubblico a essere colto alla sprovvista.”

«All’inizio dell’Operazione Leone Ruggente», ha continuato, riferendosi all’attuale guerra con l’Iran, «le Forze di Difesa Israeliane avevano affermato di aver distrutto il 70% dei lanciamissili iraniani. Abbiamo verificato e ci siamo subito resi conto che non era vero: a volte venivano colpiti gli ingressi dei tunnel dei lanciamissili, non i lanciamissili stessi, e questi continuavano a sparare nonostante fossero stati “distrutti”. Sui principali organi di stampa nessuno l’ha messo in discussione. Ma quando la guerra finirà e i missili continueranno a cadere, la gente non capirà come la cosa sia possibile».

Dopo quasi due anni e mezzo di guerra continua sembra che la fiducia del pubblico israeliano nella narrativa dell’esercito stia venendo meno. Tra una sirena e l’altra, sempre più israeliani si chiedono: stiamo davvero raggiungendo gli obiettivi come ci viene detto? E se sì, perché continuiamo a correre nei rifugi?

Costruire un’operazione di influenza occulta

Il 29 ottobre 2023 su WhatsApp è apparso un gruppo che si chiama “Fact Check – Daily Content” [Verifica dei fatti – Argomenti quotidiani]. La descrizione in inglese presentava l’iniziativa come un progetto educativo neutrale: “un’organizzazione senza scopo di lucro che si impegna a fornire agli studenti informazioni e dati concreti sulla guerra in corso tra Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”.

Due settimane dopo, il 12 novembre, è stato creato un canale YouTube chiamato “Fact Check” che utilizza un account statunitense e si presenta di nuovo come “organizzazione giornalistica senza scopo di lucro”. Il giorno successivo è stato aperto un account Instagram con lo stesso nome.

In realtà, come recentemente rivelato da Hottest Place in Hell, è stata l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a lanciare e gestire questi canali. Questa campagna di propaganda si è svolta da ottobre 2023 a dicembre 2024 sotto le spoglie di un’iniziativa mediatica indipendente e senza scopo di lucro, presentata come un organo di “fact-checking”. Durante questo periodo ha prodotto e diffuso decine di video che promuovevano la narrativa militare israeliana senza rivelarne la provenienza.

Nessuno dei canali è riuscito ad attrarre un gran numero di iscritti. Tuttavia per l’operazione sono stati reclutati decine di influencer israeliani e internazionali filo-israeliani per amplificare i messaggi orchestrati dai militari, tra cui Noa Tishby e Sarai Givaty insieme ad altre figure delle comunità ebraiche all’estero. I contenuti venivano diffusi tramite WhatsApp, YouTube e Instagram, raggiungendo milioni di spettatori.

I video promuovevano una serie di argomentazioni strettamente allineate con la propaganda ufficiale israeliana. Tra queste l’affermazione che gli ebrei non possono essere considerati colonizzatori in Palestina a causa dei loro legami storici con il biblico Regno di Giuda, mentre sono gli “arabi” i veri “colonizzatori della terra”, l’asserzione che le azioni di Israele a Gaza non costituiscono genocidio e la difesa dalle accuse di crimini di guerra mosse contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.

«I canali [su YouTube, WhatsApp e Instagram] si rivolgevano ad un pubblico straniero e si presentavano come neutrali e non affiliati a Israele», ha dichiarato a The Hottest Place in Hell un soldato coinvolto nella produzione dei video. «Ma tutto era creato all’interno della nostra Unità e chiaramente promuoveva la narrativa israeliana. La Divisione Campagne è l’area moralmente più ambigua all’interno dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane», ha continuato il soldato. «All’inizio sentivamo l’urgenza di mostrare al mondo ciò che avevamo vissuto. Ma molto rapidamente la situazione è cambiata. Gaza veniva rasa al suolo e la narrativa che poteva aver retto nelle prime settimane ha iniziato a sgretolarsi. Quando sono stato congedato provavo un profondo senso di repulsione per averne fatto parte».

L’indagine suggerisce che non si trattasse di un’iniziativa isolata, ma parte di un più ampio schema di operazioni psicologiche condotte dall’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane.

Nel maggio 2021, durante quella che l’esercito israeliano ha soprannominato “Operazione Guardiano delle Mura”, la Divisione Campagne dell’Unità ha lanciato un’iniziativa sui social media con l’hashtag #GazaRegrets, volta a incrementare il sostegno alle azioni militari a Gaza tra l’opinione pubblica israeliana. Nell’ambito del progetto i soldati gestivano account falsi che condividevano immagini di raid aerei israeliani a Gaza con quell’hashtag, interagendo con gli account social dei sostenitori del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di altri politici di destra, il tutto senza rivelare la loro affiliazione all’esercito.

A seguito di un’inchiesta di Haaretz che ha smascherato la campagna, l’esercito ha riconosciuto il proprio coinvolgimento e l’ha definita un “errore”. Tuttavia, le scoperte di The Hottest Place in Hell indicano che metodi simili hanno continuato a essere impiegati negli anni successivi.

L’approccio “bastone e carota” dell’esercito

L’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa Israeliane funge in primo luogo da punto di contatto tra il pubblico e le forze armate attraverso la stampa. Per ottenere informazioni, verificare i dettagli o intervistare ufficiali delle forze armate i giornalisti devono passare attraverso questo Ufficio, conferendogli un potere che, secondo i giornalisti e i soldati intervistati da The Hottest Place in Hell, viene spesso forzato per distorcere la copertura mediatica e di conseguenza la percezione che il pubblico israeliano ha dell’esercito.

Roni si è arruolata nell’esercito israeliano nel 2019 e ha prestato servizio in questo Ufficio. Come molti altri è stata richiamata come riservista dopo il 7 ottobre e ha svolto a rotazione diversi ruoli tra cui rispondere alle richieste dei giornalisti e distribuire comunicati stampa. “Era quasi come una droga”, ha ricordato. “La misura della responsabilità affidatami mi aveva profondamente coinvolta. Ero reperibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ricevevo telefonate continuamente. Mi sentivo come se stessi facendo qualcosa di enorme”.

L’ufficio stampa è suddiviso in diverse sezioni all’interno delle divisioni e dei dipartimenti dell’esercito. I portavoce sul campo, in genere ufficiali con il grado di capitano o maggiore, sono integrati nei comandi e nelle brigate e sono responsabili delle risposte alle richieste dei media.

Ad esempio, se un giornalista chiede informazioni su un incidente in Cisgiordania, il quartier generale inoltra la richiesta al team portavoce del Comando Centrale che raccoglie i dettagli dalle unità competenti e formula una risposta ufficiale. I portavoce sul campo hanno anche il compito di individuare “notizie” all’interno delle sezioni che possano essere proposte ai media, fungendo essenzialmente da ufficio stampa.

Il ruolo più comune dell’Unità tuttavia è quello di interfacciarsi con i media, con dipartimenti specializzati che si occupano rispettivamente di televisione, stampa, digitale e radio. Quando i giornalisti desiderano una risposta in merito al loro articolo in genere contattano il dipartimento corrispondente alla loro testata, ad eccezione di un gruppo selezionato di 16 reporter israeliani che appartengono alla cosiddetta “cellula dei corrispondenti”.

«I membri della cellula ricevono briefing esclusivi, partecipano a conferenze, hanno linee dirette e sono invitati a eventi speciali», ha spiegato Roni. «C’erano giornalisti e testate che non venivano ammessi per anni e altri venivano riassegnati a dipartimenti meno prestigiosi, ad esempio dalla redazione nazionale di InterRadio a quella di testate locali, poiché erano critici nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane. Io non ero al livello in cui venivano prese queste decisioni, ma spesso tutto dipendeva dall’atteggiamento del giornalista nei nostri confronti: è un sistema di dare e avere.»

Un giornalista ha raccontato a The Hottest Place in Hell che a volte il suo lavoro giornalistico gli è costato caro a livello professionale. «Ero molto critico nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane e la cosa non piaceva. Delle persone all’interno dell’esercito mi dicevano che le mie critiche erano eccessive, anche alcuni membri dell’Ufficio del Portavoce», ha affermato. Per anni è stato boicottato dall’Ufficio, finché la sua testata non ha esercitato pressioni e costretto l’esercito ad ammetterlo nella cellula.

«Quando sono entrato a far parte della cellula dei corrispondenti ho capito che non era finita lì: ci sono delle “caste” all’interno del gruppo, con una chiara priorità per i giornalisti meno critici», ha continuato. «I corrispondenti televisivi sono favoriti, soprattutto quelli considerati allineati alla narrativa delle IDF. La gerarchia è evidente: ad esempio, durante i briefing su Zoom, alcuni giornalisti di spicco non partecipano nemmeno, ma pubblicano comunque le informazioni, il che significa che le hanno ricevute in anticipo.»

«L’Ufficio del Portavoce delle IDF opera con un approccio basato su premi e punizioni», ha dichiarato un altro corrispondente militare di alto livello, parlando in anonimato. «Se li critichi, vieni punito».

Yaniv Kubovich, corrispondente militare di Haaretz, è stato autore di diverse importanti inchieste in tempo di guerra. Parlando con The Hottest Place in Hell ha affermato che quando chiedeva chiarimenti al portavoce delle Forze di Difesa Israeliane l’obiettivo principale dell’Unità era quello di bloccare la pubblicazione, non di fornire informazioni accurate.

«Mi rivolgevo a loro con tutto quello che avevo, ma erano concentrati solo sul farmi abbandonare la storia ed evitare una risposta», ha detto. «Dal 7 ottobre, con tutto il trauma subito, le Forze di Difesa Israeliane stanno facendo di tutto per sopprimere le notizie che denunciano fallimenti, problemi etici o carenze di comando, invece di esaminare cosa sia realmente accaduto. In questo senso sono tornate alla stessa arroganza di prima: la convinzione che nessuno possa criticarle attraverso la stampa».

Kubovich, membro di lunga data della cellula dei corrispondenti, l’ha descritta sostanzialmente come uno strumento di controllo. «Il rapporto tra il Portavoce delle IDF e la cellula dei corrispondenti è assurdo. La dipendenza è assoluta», ha affermato. «Gli consente di decidere quando parliamo e con chi.

Siamo in guerra da così tanto tempo e abbiamo incontrato il Capo di Stato Maggiore forse due volte. Da quando [il Capo di Stato Maggiore Eyal] Zamir si è insediato non abbiamo incontrato il comandante del Comando Meridionale nemmeno una volta, nonostante sia il fronte più critico. Non incontra i giornalisti critici perché potrebbero minare il morale.»

Fughe selettive di notizie e accesso esclusivo

Durante il suo servizio Roni ha contribuito a decidere se e come rispondere ai giornalisti. “Quando sceglievamo di non rispondere, spesso si trattava di reportage molto problematici, ma anche di giornalisti con cui preferivamo non avere a che fare”, ha affermato. Un’altra pratica consisteva in fughe selettive di notizie o, come ha detto Roni, assicurarsi che «alcuni materiali venissero pubblicati da una testata e non da un’altra».

Questo è quanto è successo nel dicembre 2024 quando, per due settimane, l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane si è rifiutato di spiegare come gli attivisti di Uri Tsafon, un gruppo israeliano che promuove la colonizzazione del Libano meridionale, fossero riusciti ad attraversare il confine indisturbati. Dopo aver inizialmente negato che dei civili avessero oltrepassato il confine, l’ufficio ha cambiato idea e ha fatto trapelare l’informazione a Doron Kadosh, corrispondente militare della Radio dell’Esercito Israeliano. Kadosh ha poi promosso la versione dell’esercito sull’incidente, definendolo un «grave incidente oggetto di indagine», aggiungendo che «erano state intraprese diverse operazioni per bloccare i varchi nella recinzione».

«I giornalisti di guerra che non pendono dalle labbra del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane muoiono di fame», ha detto Roni. «Ci vuole molto impegno per trovare fonti al di fuori del sistema, e questo ci dava un grande vantaggio». Questa dinamica va oltre l’accesso ai briefing o alle risposte ufficiali. Come ha osservato Roni, questi rapporti di “dare e avere” si traducono in potere, prestigio e incentivi finanziari.

«Alla fine lavoriamo per gli ascolti», ha detto un giornalista, parlando in forma anonima a The Hottest Place in Hell. «Quando succede qualcosa, la cellula dei corrispondenti viene informata per prima: sono i primi a pubblicare. Se non fai parte di quel gruppo e non sei abbastanza preparato come giornalista pubblichi con 10 minuti di ritardo rispetto agli altri e sei irrilevante».

Di fatto l’Unità del Portavoce usa la fiducia del pubblico non solo per gestire le informazioni, ma anche per influenzare la concorrenza commerciale tra le testate giornalistiche. «L’Unità fornisce una certa notizia a Canale 12 perché ha ascolti elevati, ma poiché aveva già fornito loro notizie precedenti, crea interferenze nella concorrenza», ha osservato il giornalista.

«Questo crea un circolo vizioso nell’intero sistema», ha affermato un altro giornalista. «Abbiamo discusso tra di noi se valesse la pena contrastare l’Unità. Ma in definitiva i proprietari vedono che i concorrenti ottengono le notizie e vogliono lo stesso. Tutto si riduce al controllo dei giornalisti e alla repressione delle critiche».

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha rifiutato di commentare.

Illy Pe’ery è una giornalista investigativa e redattrice associata della rivista online israeliana indipendente The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Vittorie del movimento BDS: lo Stato di Washington disinveste da Caterpillar e la capitale Olympia blocca gli investimenti con l’apartheid

Lois Pearlman

6 aprile 2026 – Mondoweiss

L’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha annunciato di aver disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar, e il consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per bloccare gli investimenti in società coinvolte nell’apartheid o nell’occupazione illegale

Ventitré anni da che Rachel Corrie è stata schiacciata a morte da un bulldozer Caterpillar a Gaza, due successi in materia di disinvestimento nel suo Stato natale di Washington le hanno fatto un po’ di giustizia.

Il mese scorso l’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar e il 24 marzo il Consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per includere nella sua politica di investimento etico una dichiarazione dal tono risoluto che esclude qualsiasi investimento in società che siano collegate all’apartheid o all’occupazione illegale.

Rachel stava difendendo la casa della famiglia Nasrallah a Rafah, Gaza, dove trascorreva le notti come volontaria dell’International Solidarity Movement. Olympia è la città in cui Corrie è cresciuta e dove ancora risiede la sua famiglia.

Con la vendita delle obbligazioni della Caterpillar da parte del tesoriere statale Mike Pellicciotti, lo Stato di Washington diventa il primo degli Stati Uniti a disinvestire da tutte le società presenti nella lista del programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), come dice Noam Perry, coordinatore della ricerca presso il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’American Friends Service Committee [fondata nel 1917, l’AFSC è un’organizzazione quacchera che promuove la giustizia col ridurre la complicità delle aziende nella violenza di Stato, ndt.]

La lista si concentra sulle società quotate in borsa profondamente coinvolte nell’apartheid israeliano. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Israele utilizza da decenni i bulldozer Caterpillar per demolire le case dei palestinesi.

Nella dichiarazione rilasciata dall’ufficio del Tesoriere in merito al disinvestimento da Caterpillar si legge: “Questa decisione è stata presa per generare liquidità atta a riallocare gli investimenti in conformità con il portafoglio obbligazionario approvato per il 2026 dal team di investimento del Tesoro, che include società recentemente aggiunte all’elenco degli investimenti”.

In altre parole, il suo team di investimento ha ritenuto le obbligazioni Caterpillar un investimento rischioso, dato che altre entità statali come la Norvegia, i Paesi Bassi e la contea di Alameda in California stanno disinvestendo dalla società.

Ma Perry ha sottolineato che questo non è tutto.

“Sappiamo per certo che è stato a causa della pressione degli attivisti”, ha dichiarato a Mondoweiss.

Rae Levine di Seattle Jewish Voice for Peace (JVP) ha confermato. Insieme a Washington for Peace and Justice, un’organizzazione guidata da palestinesi, le organizzazioni hanno fatto pressione per oltre un anno sul Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington affinché disinvestisse dall’apartheid israeliano.

Levine ha spiegato che lo Stato ha due fonti di finanziamento: il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington, che gestisce i fondi pensione, e l’Ufficio della Tesoreria che gestisce i fondi operativi dello Stato. Secondo Diana Fakhoury di Washington for Peace and Justice, il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington detiene ancora investimenti in 53 società presenti nella lista BDS per un valore di circa 1 miliardo di dollari.

Secondo Dov Baum, direttore del Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’AFSC, quando gli attivisti chiedono il disinvestimento prendono di mira i fondi operativi di un’entità, perché “è facile farlo, dato che quei fondi sono solitamente gestiti da un tesoriere”.

“Di solito ci concentriamo sui fondi operativi, non sui fondi pensione”, ha spiegato Baum. “Sono pochissimi i fondi pensione che tengono conto delle questioni etiche, perché questi fondi devono essere stabili e a lungo termine. Ed è molto difficile toccarli. E noi lo consideriamo un disinvestimento completo”.

In qualità di tesoriere dello Stato, Pellicciotti aveva già istituito nel suo dipartimento una politica di investimento responsabile dal punto di vista ambientale e sociale e agli attivisti è bastato fargli notare che Caterpillar non soddisfa quegli standard. Il suo ufficio ha esaminato l’investimento in Caterpillar e ha scoperto che altri enti avevano disinvestito dalla società, il che rendeva l’investimento rischioso e discutibile.

“È molto significativo che un tesoriere affermi che un investimento è rischioso”, ha detto Levine.

Il prossimo passo della coalizione è convincere il consiglio statale per gli investimenti ad adottare una politica di investimenti responsabili. Sosterranno una proposta di legge chiamata Responsible Investment Act, che non è stata approvata dal parlamento in questa sessione ma che probabilmente verrà ripresentata quando il parlamento si riunirà di nuovo nel gennaio 2027.

In una dichiarazione pubblica della società di macchinari pesanti con sede in Illinois, Caterpillar ha continuato a negare ogni responsabilità per l’uso che Israele fa dei bulldozer che acquista da loro. Dopo aver affermato “Non tolleriamo l’uso illegale o immorale di alcuna attrezzatura Caterpillar”, Caterpillar ha inoltre dichiarato di essere “soggetta a rigidi requisiti anti-boicottaggio ai sensi di due leggi statunitensi”.

La situazione a Olympia nello Stato di Washington è diversa perché la politica di investimento recentemente modificata è stata approvata all’unanimità dal consiglio comunale.

Il testo aggiornato recita tra l’altro: “La città si asterrà dall’investire in società le cui attività principali risiedono in settori dannosi come il tabacco, i combustibili fossili, la detenzione di massa o la reclusione degli immigrati e gli armamenti di qualsiasi tipo, o in società con una comprovata storia di coinvolgimento diretto in gravi violazioni dei diritti umani come la schiavitù e il lavoro carcerario, i crimini di guerra, l’occupazione militare illegale, la segregazione razziale o l’apartheid”.

Il consigliere comunale Clark Gilman, uno dei primi sostenitori dell’iniziativa per includere la clausola, ha dichiarato: “Spero che questo ispiri altri enti locali a unirsi a noi nell’affermare che i nostri investimenti non dovrebbero sostenere chi viola i diritti umani, i combustibili fossili o le armi da guerra”.

Per Cindy e Craig Corrie, i genitori di Rachel Corrie, queste due azioni di disinvestimento rappresentano il culmine di un lungo percorso che ha incluso cause legali contro Israele e Caterpillar, la ricerca di aiuto da parte di funzionari del governo statunitense e la fondazione della Rachel Corrie Foundation for Peace and Justice nei difficili mesi successivi alla morte di Rachel.

Sebbene diversi funzionari statunitensi, tra cui l’ex Segretario di Stato Antony Blinken, concordassero sul fatto che l’indagine israeliana sulla morte di Rachel fosse poco convincente, gli Stati Uniti non hanno mai esercitato pressioni su Israele affinché conducesse un’indagine più completa. E i tribunali israeliani, pronunciandosi sulle cause intentate dai Corrie contro Israele, hanno stabilito che la morte di Rachel è stata accidentale. 

Quando la famiglia Corrie intentò una causa contro la Caterpillar a nome di Rachel e di quattro famiglie palestinesi vittime delle demolizioni israeliane effettuate con i bulldozer Caterpillar, i tribunali distrettuali federali statunitensi respinsero il caso. La Corte stabilì che, poiché gli Stati Uniti avevano finanziato l’acquisto dei bulldozer Caterpillar, sarebbe stato inammissibile per la Corte interferire nelle decisioni di politica estera del potere esecutivo.

Nel 2003 il parlamentare per lo Stato di Washington Brian Baird presentò persino un disegno di legge che chiedeva un’indagine approfondita. Sebbene 78 membri della Camera dei Rappresentanti avessero co-sponsorizzato la proposta, questa non arrivò mai al voto.

Ma la famiglia Corrie, compresa la sorella di Rachel, Sarah, non si è mai arresa, continuando a lavorare a livello locale per la giustizia in Palestina attraverso la Rachel Corrie Foundation e con altre organizzazioni.

“Non abbiamo mai pensato che le azioni che abbiamo intrapreso fossero una perdita di tempo”, ha dichiarato Cindy Corrie durante un’intervista telefonica. “Erano tutti passi avanti nel processo”.

In seguito all’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nell’ottobre 2023, questo processo li ha portati a formare un’alleanza con altri attivisti di Olympia chiamata Palestine Action of the South Sound (PASS), che ha guidato la campagna per una politica di investimenti etici. Olympia si trova al confine con la parte meridionale di Puget Sound [lunga insenatura che si trova sulla costa pacifica, ndt.]

Secondo Perry il disinvestimento basato su politiche di investimento responsabile è la strada da percorrere. Il sito web “Divesting for Palestinian rights” dell’AFSC elenca decine di città, contee, stati, università e organizzazioni che hanno disinvestito da obbligazioni israeliane o da aziende che sostengono l’apartheid israeliano.

Il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’organizzazione offre guida e supporto ai gruppi che lavorano sul disinvestimento. Cindy Corrie ha affermato che Perry e Baum hanno contribuito a guidare le iniziative sia nello Stato di Washington che a Olympia, recandosi persino a Seattle per lavorare con loro di persona.

“Questo è un ottimo esempio di ciò che può accadere e che sta accadendo”, ha detto. 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)