La chiusura del valico di Rafah lascia i pazienti di Gaza bloccati e senza cure.

Maram Humaid

16 marzo 2026 – Aljazeera

Migliaia di persone rischiano un peggioramento delle proprie condizioni di salute dopo che la chiusura di questo importante valico ha bloccato le evacuazioni sanitarie per le famiglie in attesa di cure all’estero.

Gaza City, Striscia di Gaza – Il 28 febbraio Lama Abu Reida si trovava a poche ore da quello che sperava avrebbe cambiato il destino della sua figlioletta malata, Alma.

La famiglia era stata finalmente informata che la bambina, di meno di cinque mesi e incapace di respirare senza un respiratore, aveva i requisiti per una evacuazione sanitaria.

La piccola borsa da viaggio era pronta, la documentazione clinica in ordine e Abu Rheida era pronta a partire. Non restava che uscire dal valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, e da lì dirigersi in Giordania, dove Alma avrebbe potuto sottoporsi a un intervento chirurgico impossibile nella Striscia di Gaza.

Ma appena un giorno prima della partenza prevista per il 1° marzo Israele ha chiuso i valichi di Gaza “fino a nuovo avviso” adducendo motivi di sicurezza. La decisione ha coinciso con l’inizio dell’attacco militare congiunto con gli Stati Uniti contro l’Iran e ha infranto le speranze di Abu Rheida.

“Mi hanno detto che il valico era stato chiuso senza preavviso a causa della guerra con l’Iran”, dice la madre con voce rotta dal dolore.

Alma, che soffre di una cisti polmonare, è ricoverata all’ospedale Nasser di Khan Younis nel sud di Gaza da oltre tre mesi e la madre è al suo fianco giorno e notte.

“Non può assolutamente fare a meno dell’ossigeno”, dice Abu Rheida. “Senza, si sfinisce”.

«Non so cosa potrebbe succedere»

Il valico di Rafah, la principale porta d’accesso di Gaza al mondo esterno, è rimasto chiuso per lunghi periodi durante la guerra genocida di Israele contro i palestinesi nella Striscia, iniziata nell’ottobre del 2023.

Il 1° febbraio Israele ha annunciato una riapertura limitata nell’ambito di una fase di prova a seguito di un “cessate il fuoco” con il gruppo palestinese Hamas. Ciò ha reso possibili in base agli accordi alcuni spostamenti in particolare per i casi medici.

Tuttavia solo pochi pazienti sono riusciti a viaggiare e migliaia sono rimasti in lista d’attesa fino alla chiusura del 28 febbraio che ha bloccato il trasferimento all’estero dei feriti, così come le evacuazioni sanitarie di pazienti come Alma.

I medici avevano detto alla sua famiglia che l’unica opzione per Alma, ricoverata in terapia intensiva tre volte in un mese, era un intervento chirurgico all’estero per rimuovere la cisti dal polmone. Sebbene non particolarmente rischiosa, un’operazione del genere non può essere eseguita a Gaza a causa delle limitate risorse mediche.

“La vita di mia figlia dipende da un singolo intervento chirurgico, dopo il quale potrebbe vivere una vita completamente normale”, afferma Abu Rheida.

«Se il suo viaggio dovesse subire ulteriori ritardi… non so cosa potrebbe succedere. Le sue condizioni non sono rassicuranti», aggiunge sconsolata.

Domenica le autorità israeliane hanno annunciato che il valico di Rafah riaprirà mercoledì per consentire un «flusso limitato di persone» in entrambe le direzioni.

«La chiusura ha ucciso i miei figli»

Ciò che di fatto teme Abu Rheida è quanto Hadeel Zorob ha già vissuto.

Il figlio di sei anni di Zorob, Sohaib, è morto il 1° marzo 2025, mentre la figlia di otto anni, Lana, si è spenta il mese scorso, il 18 febbraio. Entrambi i bambini soffrivano di una rara malattia genetica che causa un progressivo deterioramento delle funzioni corporee.

Entrambi erano in attesa di un’autorizzazione medica per recarsi all’estero per le cure, ma questa non è mai arrivata.

«Ho visto i miei figli morire lentamente davanti ai miei occhi, uno dopo l’altro, senza poter fare nulla», dice scoppiando in lacrime Zorob, 32 anni.

Quando è morta Lana sarebbe dovuta partire dopo pochi giorni.

«Il viaggio di mia figlia era previsto nello stesso periodo in cui il valico è stato chiuso, ma è morta prima», racconta Zorob.

«Quando è arrivata la notizia della chiusura del valico il dolore per mia figlia è tornato prepotentemente al pensiero di tanti bambini che subiranno la stessa sorte».

Zorob racconta che nelle prime fasi della malattia i suoi figli erano ancora in grado di muoversi e giocare in modo relativamente normale.

Prima della guerra di Israele contro Gaza entrambi i bambini ricevevano cure ospedaliere specialistiche che avevano contribuito a stabilizzare in qualche misura le loro condizioni. Ma con l’intensificarsi degli attacchi israeliani le loro condizioni sono gradualmente peggiorate fino a raggiungere uno stadio critico. Il collasso del sistema sanitario di Gaza ha reso difficile per la famiglia l’accesso ai farmaci di cui avevano assoluto bisogno.

«Abbiamo persino provato a far arrivare le medicine dalla Cisgiordania, e ho chiesto aiuto alla Croce Rossa e all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non c’è stato verso», racconta Zorob.

Durante la guerra lei e la sua famiglia sono state costrette a lasciare la loro casa e a trasferirsi in una tenda nella zona di al-Mawasi. Le nuove condizioni di sfollamento hanno reso molto più difficile prendersi cura dei bambini.

«Entrambi erano costretti a letto… con i pannolini, e la loro glicemia doveva essere monitorata costantemente. Dovevamo dar loro da bere e controllare la loro alimentazione… tutto questo in una tenda, senza beni di prima necessità».

Zorob dice di sentirsi «impazzire» al pensiero che i suoi figli avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere e migliorare se avessero potuto ricevere cure all’estero.

«La chiusura dei valichi ha ucciso i miei figli!» aggiunge, con la voce piena di angoscia. «Il mondo non dà valore alle nostre vite né a quelle dei nostri figli… questa è diventata la normalità».

Zorob dice che, nonostante il dolore incessante, cerca di farsi forza per il suo terzo figlio, Layan, di quattro anni.

«Tutto ciò che desidero è che quello che è successo ai miei figli non accada a nessun’altra madre… che il valico venga riaperto e che ai bambini e ai malati sia permesso di viaggiare».

«È chiedere troppo?»

Secondo il Ministero della Salute di Gaza oltre 20.000 pazienti e feriti sono in attesa di poter viaggiare all’estero per ricevere cure mediche.

Tra questi figurano circa 4.000 malati di cancro, che necessitano di cure specialistiche non disponibili a Gaza, e circa 4.500 bambini.

Gli elenchi includono anche circa 440 casi “salvavita” che necessitano di un intervento urgente e quasi 6.000 feriti che necessitano di cure ospedaliere continue al di fuori di Gaza.

L’Associazione Al-Dameer per i diritti umani ha definito la chiusura del valico di Rafah una forma di punizione collettiva per i civili di Gaza, avvertendo che essa “condanna a morte un numero sempre maggiore di malati” e aggrava la crisi umanitaria di Gaza.

Per Amal al-Talouli la chiusura del valico di Rafah è stata un altro colpo devastante nella sua battaglia contro il cancro.

La donna di 43 anni soffre di cancro al seno da circa cinque anni. Nonostante si fosse sottoposta a delle cure prima della guerra, la malattia è ricomparsa e si è diffusa in altre parti del corpo, compresa la colonna vertebrale.

“Sia lode a Dio, accettiamo il nostro destino”, dice la madre di due figli. “Eppure, perché la nostra sofferenza deve peggiorare solo perché ci viene impedito di viaggiare e i valichi sono chiusi?”

Al-Talouli vive attualmente con dei parenti dopo aver perso la sua casa nell’area del Progetto di Beit Lahiya [complesso residenziale multipiano, ndt.], nel nord di Gaza, durante la guerra.

Lo sfollamento non è stata una scelta facile a causa delle sue condizioni di salute, afferma. La situazione è aggravata dalla grave carenza di farmaci e personale medico specializzato, una realtà che affligge anche altri malati di cancro a Gaza.

“C’è carenza di tutto”, dice al-Talouli. «Ho sviluppato osteoporosi e accumulo di liquido negli occhi a causa della chemioterapia. La chemio richiede una buona alimentazione, ma la malnutrizione e la carestia hanno reso tutto molto più difficile».

Al-Talouli afferma che la chiusura dei valichi ha peggiorato ulteriormente la situazione.

«Ci colpisce moltissimo. Non arrivano medicinali né trattamenti essenziali», dice Al-Talouli, il cui nome era in una lista d’attesa per recarsi fuori Gaza per le cure.

Sottolinea che i malati di cancro a Gaza hanno urgente bisogno di sostegno.

«Ora desidero solo che il valico riapra, così da poter guarire e continuare la mia vita con i miei figli», dice. «È chiedere troppo?»

Humaid è corrispondente on-line di Al Jazeera English a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come la maggioranza silenziosa di Israele sta lasciando che i palestinesi della Cisgiordania vengano cacciati via

Amira Haas

10 marzo 2026 Haaretz

“Abitanti di Beita, vi consigliamo di iniziare a fare i bagagli”, commentava lunedì l’amministratore del gruppo WhatsApp in lingua ebraica “News of the Hills” [in riferimento a Hilltop Youth, i giovani delle colline, giovani coloni estremisti haredi che hanno stabilito avamposti senza base legale israeliana e operano gravi violenze contro i palestinesi. Ndt.], dopo aver spiegato che “Beita è solo un esempio di ciò che accade quando gli ebrei decidono… di comportarsi come i proprietari terrieri”. Come al solito, ha invocato Dio, concludendo il suo sermone con “C’è una sola soluzione: il trasferimento. Accadrà presto, se Dio vuole”.

L’amministratore ha poi postato il seguente consiglio meno di un giorno dopo che gli ebrei israeliani avevano preso d’assalto il villaggio di Khirbet Abu Falah e ucciso a colpi d’arma da fuoco due dei suoi residenti: “A tutti i piccoli terroristi di Abu Falah… la migliore raccomandazione che riceverete è semplicemente quella di fuggire. Trasferitevi in ​​Turchia, Dubai o in Francia… Non avete futuro qui. Le colline vi sconfiggeranno”. In quasi tutti i casi noti gli aggressori ebrei ribadiscono alle vittime palestinesi la raccomandazione di fuggire in un altro Paese.

E così, in pieno giorno, sotto le telecamere di sorveglianza delle Forze di Difesa Israeliane e del servizio di sicurezza Shin Bet e nei video degli aggrediti trasmessi in diretta streaming, le squadre terroristiche ebraiche continuano instancabilmente a sparare contro i palestinesi, a distruggere boschi e condutture dell’acqua, a violare i campi e a picchiare e tormentare donne e anziani, giovani e persino bestiame, a picchiare quasi a morte gli attivisti che praticano presenza protettiva e poi a vantarsi apertamente che l’obiettivo è espellere i palestinesi dalla loro patria.

C’è una spiegazione logica del perché possano continuare a scatenarsi e a vantarsi della loro furia.

La ragione è duplice. Il primo punto è che la loro “soluzione” di espulsione si sposa a meraviglia con i piani ufficiali oggi non più celati e con le linee politiche segrete attuate in passato. Inoltre la loro visione da incubo risponde alle speranze, ai desideri e ai lunghi anni di lavaggio etnocentrico del cervello di troppi ebrei israeliani.

Il secondo punto è che alla maggior parte dei membri della società ebraica israeliana non importerebbe se i palestinesi scomparissero completamente da questa terra, e non solo dietro recinzioni di filo spinato, muri di separazione, la Route 6 e i ristoranti di Wadi Ara.

Il primo punto afferma che dietro ogni adolescente trasandato o cowboy, con tzitzit [le frangie attaccate ai quattro angoli della camicia bianca tallit gadol, ndt.] e pistola, c’è una lunga fila di avvocati e pianificatori ben vestiti, laureati nelle migliori università, ministri e impiegati del Fondo Nazionale Ebraico, comandanti militari e dirigenti e ispettori dell’Amministrazione Civile.

Quelli che per anni hanno fatto finta che la “sicurezza” fosse l’unica ragione per dichiarare zone di tiro e divieti di coltivazione della terra. Quelli che, per mano delle forze dell’ordine, hanno ordinato la distruzione delle cisterne d’acqua e proibito alle comunità palestinesi di allacciarsi all’acqua e all’elettricità. Quelli che hanno redatto e stanno redigendo leggi e ordinanze che stabiliscono, in un linguaggio militaresco o in un magniloquente gergo legale, che i terreni pubblici saranno assegnati solo agli ebrei.

Sono loro che hanno progettato e autorizzato muri di separazione e autostrade per divorare quanti più terreni agricoli e futuri lotti edificabili palestinesi possibile – su entrambi i lati della Linea Verde, nel Negev e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Il sacro terrorismo ebraico, che raggiunge ogni giorno nuove vette, non fa che accelerare notevolmente la violenza burocratica e l’espropriazione che lo Stato persegue da decenni.

Le colline hanno già vinto, anche se la soluzione finale che stanno profilando non si materializza. Stanno vincendo in virtù del fatto che solo la violenza che provoca feriti gravi o morte varca la soglia della cronaca. Stanno vincendo semplicemente perché l’opposizione sionista non ha inviato le sue migliaia di sostenitori con esperienza di combattimento a proteggere le comunità palestinesi. Le colline stanno vincendo perché i partiti di opposizione non arabi chiariscono con il loro silenzio che ciò che stanno facendo i pogromisti non li disturba. Le colline stanno vincendo perché le comunità ebraiche all’estero continuano a sostenere Israele, il che incoraggia il terrorismo ebraico a conquistare più territorio, così da poter accogliere più immigrati in cerca di una casa per le vacanze invernali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Siamo in guerra, dunque siamo

Orly Noy

1 marzo 2026 +972 Magazine

Mesi dopo aver proclamato una “vittoria storica” Israele lancia un’altra offensiva contro l’Iran, e riparte la rituale cancellazione del dissenso politico

Sabato mattina in Israele le sirene hanno squarciato il silenzio. Non per esortare i civili a correre nei rifugi, ma piuttosto per annunciare proprio lo scoppio della guerra, quasi una fanfara trionfale. Dopo più di una settimana di snervante incertezza, sballottati tra la inquieta attesa di una guerra che ci veniva ripetutamente detta essere inevitabile e la flebile speranza che la diplomazia potesse ancora prevalere, alla fine era arrivata.

“Non puoi immergerti due volte nello stesso fiume”, recita il detto dell’antico filosofo greco Eraclito. Ma a quanto pare puoi distruggere un nemico che hai già proclamato distrutto. Solo otto mesi fa, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che “nei 12 giorni dell’Operazione Leone Nascente abbiamo ottenuto una vittoria storica che durerà per generazioni”.

A quanto pare quella “vittoria storica” ​​non è durata nemmeno un anno, figuriamoci generazioni.

Questa volta l’attacco aveva un ulteriore obiettivo: liberare il popolo iraniano dal dominio oppressivo degli ayatollah. Perché è ben noto che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di far piovere la libertà sui popoli della regione con aerei da combattimento e bombardieri.

Improvvisamente le vite degli iraniani sono diventate molto care ai cuori israeliani; così care che sono disposti a trascorrere lunghe notti nei rifugi antiaerei sapendo che per parte loro affronteranno pesanti perdite a patto che i nostri piloti rechino buone notizie: la liberazione o almeno l’assassinio della leadership iraniana e la distruzione delle infrastrutture delle Guardie Rivoluzionarie e degli impianti nucleari.

“La nostra operazione creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano prenda in mano il proprio destino”, ha twittato Netanyahu poco dopo l’inizio dell’attacco. “È giunto il momento per tutte le componenti del popolo iraniano – persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi – di liberarsi dal giogo della tirannia e di creare un Iran libero e in cerca di pace”. 

Lo stesso uomo che più di ogni altro nella storia di Israele ha lavorato instancabilmente per aizzare i cittadini gli uni contro gli altri, per incitarli e istigarli, per fomentare un odio senza precedenti tra loro; l’uomo che ha un mandato di arresto internazionale che pende sul suo capo per crimini contro l’umanità – quest’uomo ora esprime preoccupazione per l’unità del popolo iraniano e la sua lotta contro la tirannia. Sarebbe comico se non fossero in gioco così tante vite.

Il popolo iraniano sta conducendo una lotta coraggiosa e determinata per la propria libertà. La comunità internazionale dispone di strumenti diplomatici ed economici per assisterlo senza ripetuti attacchi aerei che promettono poco in termini di cambiamento duraturo. Applaudire l’attacco israelo-americano significa abbracciare un ordine globale cannibalesco in cui solo la forza definisce la moralità.

Celebrando la guerra, gli israeliani celebrano quel sistema: un mondo in cui il bullo detta le regole. Per ora possono essere contenti che il bullo sia dalla loro parte.

Un ritornello familiare

Ma la retorica della solidarietà si è dissolta quasi con la stessa rapidità con cui era apparsa. Non appena hanno iniziato ad arrivare notizie di vittime civili – soprattutto dalla scuola elementare femminile di Minab, dove circa 150 bambine sono state uccise a quanto sembra in un attacco aereo israeliano – la presunta preoccupazione per il popolo iraniano si è rivelata sottile come carta.

Scioccata, ho condiviso i video della scuola sulla mia pagina Facebook. Confesso che non mi aspettavo il torrente di odio che ne è seguito.

So già che, a parte che da una frangia molto ristretta, non ci si può aspettare reazioni empatiche all’uccisione in massa dei palestinesi; che la stragrande maggioranza della società ebraica in Israele non solo non piange, ma gioisce apertamente per ogni morto palestinese, in qualsiasi circostanza. Ma non immaginavo che una simile sete di sangue avrebbe accompagnato i bombardamenti mortali di bambine in uniforme scolastica, soprattutto dopo che così tanti israeliani si erano affrettati a dichiarare che nostro nemico non era il popolo iraniano ma il regime.

Nel giro di cinque ore il mio post aveva accumulato centinaia di commenti pieni di odio e la solita ondata di minacce e insulti aveva iniziato a intasare la mia casella di posta. Alcuni negavano l’accaduto, o sostenevano che il regime iraniano avesse bombardato la propria scuola da sé. La maggior parte si rallegrava per la sorte delle ragazze assassinate.

“Peccato che non chiudano le scuole durante lo Shabbat!” ha scritto uno, aggiungendo cinque emoji sorridenti per sottolineare la sua gioia. “Eccellente, eccellente, eccellente, rallegra e scalda il cuore. Che ci siano molti altri casi come questo, e presto anche tra la gente di sinistra”, ha scritto un altro.

Non meno deprimente e prevedibile è stato il modo in cui i leader dell’opposizione ebraica si sono schierati con entusiasmo e d’istinto dietro Netanyahu a sostegno della guerra. “Voglio ricordarlo a tutti: il popolo di Israele è forte. Le Forze di Difesa Israeliane e l’Aeronautica Militare sono forti. La potenza più forte del mondo è al nostro fianco”, ha twittato Yair Lapid. “In momenti come questi restiamo uniti e vinciamo insieme. Non c’è coalizione né opposizione, solo un popolo e un’unica IDF con tutti noi al loro fianco.”

Persino Yair Golan, che in qualità di presidente del Partito Democratico dovrebbe occupare il posto più a sinistra dello spettro sionista, ha mantenuto un garbato riserbo e ha offerto pieno appoggio alla guerra. “Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) e le forze di sicurezza stanno operando con forza e professionalità”, ha scritto. “Hanno il nostro pieno appoggio”.

Naftali Bennett, nelle prossime elezioni il principale candidato a sostituire Netanyahu, è rimasto indietro rispetto ai colleghi perché ha dovuto aspettare la fine dello Shabbat prima di twittare. Una volta terminato, si è prontamente schierato a favore dello sforzo bellico. “Sostengo pienamente le Forze di Difesa Israeliane (IDF), il governo di Israele e il primo ministro per l’Operazione Leone Ruggente. L’intero popolo di Israele vi sostiene finché la minaccia iraniana non sarà annientata”, ha dichiarato.

Per questi tre uomini – Lapid, Golan e Bennett – nessun compito è apparentemente più urgente che sostituire il governo kahanista e sanguinario di Netanyahu, che ha condotto il Paese a un livello di crisi senza precedenti. Sanno quanto sia pericoloso. Sanno a quale devastazione porterebbe un altro suo mandato.

Eppure, nel momento in cui l’odore di guerra riempie l’aria, tutte quelle analisi evaporano, sostituite da un’automatica riverenza per la macchina bellica israeliana. È come se l’idea stessa che ci si possa opporre a una guerra semplicemente non esista nel loro quadro cognitivo.

Nessuno comprende questo meccanismo meglio di Netanyahu. Per quanto precaria possa essere la sua posizione politica, sa che per unire anche i suoi più accaniti rivali in tutto lo spettro sionista basta un clic. Se “in tempo di guerra non c’è coalizione né opposizione”, allora la guerra perpetua diventa la strategia politica più affidabile, e Netanyahu ha imparato a impiegarla con sempre maggiore frequenza.

Netanyahu è un cinico e pericoloso criminale di guerra. Ma una cosa non si può negare: nessun leader israeliano ha compreso così profondamente la psiche collettiva della società ebraica israeliana. Una società che sembra capace di sentire il proprio polso solo nella guerra e nella distruzione; che se non attacca, distrugge e uccide non è del tutto certa di esistere. In questo senso, Netanyahu le calza a pennello.

Orly Noy è redattrice di Local Call [edizione ebraica di +972 Magazine], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa dal persiano. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. Nei suoi testi affronta i confini che si intersecano e definiscono la sua identità come Mizrahi, donna di sinistra, migrante temporanea che vive all’interno di un’eterna immigrata, e il dialogo costante tra di loro.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Con una decisione senza precedenti l’UE sanziona un giornalista tedesco per i reportage su Gaza

Ali Abunimah

19 febbraio 2026 – The Electronic Intifada

A gennaio sono rimasto scioccato da un post pubblicato su Twitter/X.

URGENTE: al momento non ho alcun accesso al denaro” ha scritto Hüseyin Dogru. A causa delle sanzioni dellUE non posso provvedere al sostentamento della mia famiglia, compresi due bambini molto piccoli”

Dogru è un giornalista, un cittadino tedesco residente a Berlino.

Dopo aver letto il suo post gli ho inviato un messaggio privato offrendomi di ordinare la spesa e fargliela consegnare a casa.

La risposta mi ha scioccato ancora di più. “Purtroppo non mi è permesso accettare alcun sostegno finanziario o materiale”, ha scritto Dogru.

Dogru è il primo cittadino dell’Unione Europea residente all’interno dell’UE a subire sanzioni extragiudiziali imposte da Bruxelles che lo privano dei diritti civili e umanitari fondamentali.

È anche la prima persona a essere sanzionata specificamente per i suoi reportage sulla Palestina.

“Non mi è più permesso vivere, non mi è permesso fornire ai miei figli beni di prima necessità”, ha spiegato questa settimana al podcast di The Electronic Intifada.

“Non posso pagare l’affitto, non posso pagare i miei avvocati e sì, non mi è nemmeno permesso accettare cibo, acqua o medicine di alcun tipo da terze parti”.

Tecnicamente queste sanzioni coinvolgono anche la moglie.

Dogru è nato in Germania, dove ha sempre vissuto. È stato il fondatore di Red, una pubblicazione indipendente che ha ampiamente documentato le proteste in Germania contro il genocidio di Israele a Gaza.

È improbabile che sia l’ultima persona a subire questa nuova forma di scomunica, dato che il governo tedesco sta ora minacciando apertamente i giornalisti che potrebbero essere i prossimi se si allontanano troppo dalla linea ufficiale.

Le sanzioni bloccano tutti i beni di Dogru e gli impediscono di viaggiare. In teoria, gli è concesso un prelievo dal suo conto di 600 dollari al mese, ma in pratica la sua banca ha ripetutamente impedito anche tale operazione.

In ogni caso 600 dollari non sono per nulla sufficienti in una città costosa come Berlino. Dogru e la sua famiglia hanno dovuto ridurre drasticamente le spese per cercare di sopravvivere.

Dogru potrebbe andare incontro a pene severe se accettasse aiuto da qualcuno.

Le draconiane direttive dell’UE prevedono fino a cinque anni di carcere per chiunque violi le sanzioni contro Dogru e altri individui.

“Condanna a una morte socio-economica”

Come è potuto succedere tutto questo?

Nel maggio dello scorso anno l’Unione Europea ha adottato il suo diciassettesimo pacchetto di sanzioni apparentemente dirette contro la Russia.

Ma quelle sanzioni e le successive non sono state utilizzate solo contro entità e individui russi.

Bruxelles ha iniziato a prendere di mira, a quanto pare per la prima volta, anche i cittadini dell’UE e di altri Paesi europei.

Ciò che è particolarmente scioccante è che questi individui siano stati sanzionati semplicemente per aver espresso opinioni – giornalistiche o in disaccordo con le politiche estere dei loro governi, della NATO e dell’Unione Europea.

Tra questi Xavier Moreau, ex ufficiale dell’esercito francese e fondatore a Mosca di Stratpol, un sito web critico nei confronti della NATO e del governo francese, e i cittadini tedeschi Alina Lipp e Thomas Röper, sanzionati per i loro reportage dalla Russia.

A dicembre l’UE ha sanzionato anche Jacques Baud, ex colonnello dell’esercito svizzero e analista di intelligence, noto nei media indipendenti per le sue analisi sulla NATO e la strategia occidentale nel contesto della guerra in Ucraina.

Baud vive a Bruxelles, ma a causa delle sanzioni non può tornare in Svizzera, che non è uno Stato membro dell’UE.

Secondo il giornalista Patrick Baab, che gli ha recentemente fatto visita nella capitale belga, Baud sopravvive con le poche centinaia di dollari che gli è consentito prelevare dal suo conto bancario in base alle sanzioni, e “i vicini cucinano per lui”.

Baud, come Dogru, sta lottando.

L’UE ha sanzionato anche Nathalie Yamb, una studiosa anticolonialista svizzero-camerunense.

Yamb ha descritto l’impatto devastante delle sanzioni, nonostante non viva né viaggi in Europa: afferma di non essere in grado di pagare l’affitto o le medicine e di non poter tornare in Svizzera perché le sanzioni impediscono di sorvolare il territorio dell’UE.

Yamb definisce le sanzioni una “condanna a una morte socio-economica” e anche lei sta lottando in tribunale.

Sanzionato per aver scritto sulla Palestina

Oltre a essere il primo cittadino dell’UE a essere punito mentre viveva sul territorio dell’UE, Dogru è unico anche per un altro aspetto che crea un precedente.

Come gli altri, è stato sanzionato in base ad accuse generiche di presunta diffusione di quella che l’UE considera “disinformazione” filo-russa.

Ma è l’unica persona ad essere stata finora punita specificamente per aver documentato la situazione in Palestina, in particolare i crimini israeliani nel contesto del genocidio in corso a Gaza.

Anche la pubblicazione di Dogru, Red, è stata sottoposta a sanzioni da parte dell’UE. Per giustificare l’attacco a Red l’UE sostiene che la pubblicazione “ha diffuso sistematicamente false informazioni su argomenti politicamente controversi con l’intento di creare discordia etnica, politica e religiosa tra il suo pubblico di riferimento prevalentemente tedesco, anche diffondendo le narrazioni di gruppi terroristici islamici radicali come Hamas”.

Non è difficile immaginare come un’affermazione così vaga e generica, che ricorda le accuse di Israele secondo cui qualsiasi critico è un sostenitore di Hamas, possa essere utilizzata per mettere a tacere qualsiasi pubblicazione che smentisca le narrazioni ufficiali.

Le sanzioni contro Red si sono rivelate superflue: la pubblicazione è stata di fatto costretta a chiudere prima ancora che le misure entrassero in vigore.

Questo è avvenuto dopo quella che la pubblicazione ha definito una “campagna coordinata” di accuse false e persino criminali, lanciate da “una scellerata alleanza di organi di stampa tedeschi, giornalisti, rappresentanti sindacali e ONG, alcune delle quali sono state persino fondate o finanziate direttamente dagli Stati tedesco e israeliano”.

Un’eco inquietante del passato tedesco

Queste sanzioni personali vengono adottate dai ministeri degli Esteri dell’UE, senza alcun procedimento giudiziario o possibilità per le persone prese di mira di difendersi, e sono vincolanti per tutti gli Stati membri.

A quanto pare per privare Dogru di qualsiasi diritto legale di cui godrebbe in quanto cittadino dell’UE, la decisione dell’UE sulle sanzioni lo identifica come cittadino turco, sebbene sia in realtà un cittadino esclusivamente tedesco e non turco.

La Germania e l’UE sembrano negare la cittadinanza tedesca a Dogru basandosi esclusivamente sulla sua etnia, una scelta di comodo e un’eco terrificante di come un precedente governo tedesco trattava i suoi cittadini ebrei qualche tempo prima di decidere di sterminarli.

Il messaggio a milioni di europei con antenati nelle ex colonie europee non potrebbe essere più chiaro.

La battaglia difensiva

Dogru sta contestando le sanzioni dinanzi ai tribunali dell’Unione Europea, un processo lungo e costoso che potrebbe richiedere anni senza offrire a lui e alla sua famiglia alcun aiuto immediato.

Il fatto che Dogru non sia stato accusato di alcun reato e non gli sia stato concesso alcun giusto processo sembra essere proprio il cardine delle sanzioni.

L’UE stessa afferma che “le sanzioni non sono punitive e mirano piuttosto a provocare un cambiamento nella politica o nella condotta di coloro che sono colpiti, al fine di promuovere gli obiettivi della Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’UE”.

Inoltre Bruxelles ammette che nel sanzionare persone come Dogru per aver pubblicato notizie e opinioni che l’UE preferirebbe sopprimere le stia prendendo di mira per comportamenti “non illegali”.

In altre parole l’Unione Europea sta privando i giovanissimi figli di Dogru dei diritti e delle necessità essenziali finché il loro padre non si adeguerà alle sue politiche: una versione personalizzata delle guerre occidentali attraverso le sanzioni condotte contro intere popolazioni a Cuba, in Venezuela, a Gaza, in Siria, Iraq o Iran.

Tuttavia Dogru è fermamente convinto che il tentativo non avrà successo.

“L’unico modo per combattere è fare esattamente l’opposto di quello che loro vogliono”, afferma Dogru. “Non promuoverò mai la sicurezza e la politica estera europea, quindi la combatterò.”

Nonostante la chiusura di Red Dogru continua ad esprimersi su Twitter/X, Instagram e YouTube. Gestisce ancora l’account @redstreamnet su Twitter/X.

La sua opera include un documentario sulla resistenza palestinese alla colonizzazione israeliana, all’apartheid e al terrorismo dei coloni, girato nella Cisgiordania occupata nel 2022.

Per Dogru, non è un caso che lui, con la sua particolare attenzione alla Palestina e al genocidio di Gaza, sia il primo cittadino dell’UE a essere sanzionato sul suolo europeo.

“Stanno testando tale tipo di intervento su di me perché mettere a tacere le voci palestinesi o filo-palestinesi è attualmente la cosa che suscita meno polemiche” afferma Dogru. E una volta raggiunto questo obiettivo e creato un precedente, si rivolgeranno anche contro tutte le voci non filo-palestinesi”.

Ali Abunimah

Co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di “The Battle for Justice in Palestine” [La battaglia per la giustizia in Palestina, ndt.], ora pubblicato da Haymarket Books.

Ha anche scritto “One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse” [Un solo Paese: una proposta ambiziosa per porre fine alla situazione di stallo israelo-palestinese, ndt.].

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quando i commercianti d’armi israeliani si vantano che Gaza funga da laboratorio per test sugli esseri umani

Sapir Sluzker Amran

24 febbraio 2026 – Haaretz

La settimana scorsa mi è capitato di arrecare disturbo in un festival del sangue. Faccio fatica a trovare un modo diverso per descriverlo. Si svolgeva in un piccolo padiglione dell’Expo Tel Aviv, dove diverse centinaia di persone si erano radunate per la Defense Tech Expo Israel 2026, la più grande fiera del genere nel paese dal 7 ottobre e dalla guerra di annientamento nella Striscia di Gaza.

Avevo trovato l’annuncio su un sito web di notizie economiche. Tra le altre cose, prometteva (in inglese) che la mostra avrebbe presentato “tecnologie collaudate in combattimento che hanno plasmato il recente conflitto” una perifrasi tecnica che inquadra il combattimento come un risultato professionale, privo di contesto. Il significato dei termini tecnici inglesi “field-tested” [“testato sul campo”] e “innovation under fire” [innovazione in un contesto di guerra] è semplice: si tratta di sistemi testati in una situazione molto reale, in cui centinaia di persone sono state uccise in un solo giorno, per un totale di decine di migliaia in due anni. E questo viene presentato come un vantaggio commerciale, come se si stesse vendendo una crema rassodante coreana o un forno a microonde che riscalda il cibo nella metà del tempo rispetto ad altri modelli.

In altre parole, i produttori che espongono i loro prodotti qui si vantano apertamente e spudoratamente del fatto che Gaza sia il laboratorio perverso che permette loro di guadagnare di più; di essere dei trafficanti d’armi che traggono profitto dalla guerra e che gli unici numeri di cui si preoccupano riguardano la capitalizzazione di mercato della loro azienda. Gli organizzatori della conferenza non presentano il bilancio delle vittime accertate a Gaza che secondo il Ministero della Salute palestinese nella Striscia a ottobre 2025 era di 68.844, di cui 1.054 bambini di età pari o inferiore a 12 mesi, un numero che Israele non contesta più – come una difficoltà degna di discussione. Cosa hanno presentato come sfida? “La minaccia di TikTok e dei social media”, come veniva presentata una delle sessioni nello spot, presumibilmente focalizzata sui video di civili, a volte intere famiglie, sterminate con l’ausilio di queste tecnologie innovative.

Nella pubblicità non c’era nulla riguardo ai fallimenti di quei sistemi durante la fase sperimentale, di tentativi ed errori, né riguardo all’etica dell’uso delle tecnologie di intelligenza artificiale, che riducono il coinvolgimento umano nel processo decisionale e portano all’uccisione di civili.

All’ingresso della sala conferenze imprenditori, generali israeliani e delegazioni provenienti da tutto il mondo attendevano pazientemente; la cerimonia di apertura, con interventi di personalità come il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, ex Ministro della Difesa italiano e attuale presidente di un’azienda italiana produttrice di strumenti per la difesa, era già iniziata. La stragrande maggioranza dei partecipanti era israeliana, accorsi sia per vendere che per scoprire cosa vendevano le altre aziende. Secondo quanto riportato, le tante delegazioni straniere addette agli acquisti che avevano caratterizzato le precedenti edizioni della fiera erano questa volta meno numerose.

Si può presumere che sia un po’ sgradevole fare acquisti in pubblico ma questo non significa che non ci siano acquirenti: secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute le vendite di armi israeliane sono aumentate di oltre il 18% negli ultimi due anni. Alla fine del 2024 gli ordini ricevuti dall’industria della difesa israeliana hanno raggiunto i 68,4 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto al 2023.

Il Ministero della Difesa ha annunciato lo scorso anno che il record storico di esportazioni nel settore della difesa di Israele è stato battuto per il quarto anno consecutivo, con oltre 14,7 miliardi di dollari nel 2024, pari a un aumento del 13% rispetto all’anno precedente.

Questo divario tra una realtà di violenza in corso e un ciclo infinito di spargimenti di sangue da una parte e il linguaggio di innovazione, crescita e opportunità dall’altra – è nauseante. Noi, un piccolo gruppo di attivisti, siamo andati alla conferenza e alla mostra per evidenziare questo divario. Quando abbiamo esposto cartelli che accusavano i visitatori di sostenere e partecipare a crimini di guerra e immagini di bambini uccisi dalle tecnologie innovative che erano venuti a esaminare, i partecipanti sono sembrati sorpresi. Genocidio? Bambini morti? Economia del sangue? Che cosa c’entra con loro? Questo è diverso da loro.

Infatti la conferenza ha persino ospitato una sessione intitolata “Donne in prima linea nell’innovazione della sicurezza: tra visione, potere e influenza globale”. Uno dei relatori era l’amministratrice delegata e co-fondatrice di Smart Shooter, che sviluppa e produce mirini intelligenti. Secondo i resoconti l’azienda ha registrato un fatturato di 20,8 milioni di dollari nei primi nove mesi del 2025, con un aumento del 241% rispetto allo stesso periodo del 2024. Un risultato femminista di cui possiamo essere tutti orgogliosi, una celebrazione degna della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo.

Era un mondo alla rovescia, sottosopra. I trafficanti d’armi che hanno fatto fortuna con i cadaveri accumulati e che a quanto pare non si sono distinti particolarmente nel proteggere gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre dovrebbero essere emarginati dalla società. Invece, si permettono di continuare la loro festa del commercio, sfacciatamente, vantandosi di armi testate nel corso di un genocidio.

Molti dei presenti sembravano non capire quale fosse il problema. Alcuni hanno espresso il loro parere su quelle “donne pazze” che non capiscono nulla della vita. “È così che funziona il mondo, tutti hanno bisogno di armi”, mi ha urlato una.

Coloro che traggono profitto dalle uccisioni ma anche coloro che semplicemente non vogliono affrontare l’orribile realtà – preferiscono dipingere come deliranti coloro che si rifiutano di rimanere in silenzio. Una partecipante, che ha cercato di convincermi a porre fine al disturbo che stavamo causando, ha spiegato che i presenti stavano solo facendo il loro lavoroe che lei stessa era in realtà contraria alla guerra.

Ma il nostro obiettivo non era convincere le persone all’interno; coloro che traggono vantaggio dal sistema non si offriranno volontari per sfidarlo. Siamo venuti alla conferenza e alla mostra per rompere il silenzioso consenso che considera tutto ciò come qualcosa di normale. Ignorarlo conferisce legittimità pubblica a un consesso del genere e ai suoi partecipanti, accademici inclusi, come se si trattasse solo di un altro evento professionale di routine e neutrale.

Dobbiamo dire la verità così com’è: nulla di tutto questo è di routine o neutrale. Abbiamo la responsabilità, come società, di agire contro la normalizzazione delle uccisioni a Gaza, non di fingere che si tratti di un’innovazione priva di contesto e di permettere ai profittatori della guerra di godere di uno status pubblico esente da critiche.

Sapir Slutzker Imran è un’avvocata per i diritti umani, attivista sociale e dottoranda in giurisprudenza presso l’Università Bar-Ilan.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele chiude cinque organi di informazione palestinesi a Gerusalemme

Redazione MEE

24 febbraio 2026 – Middle East Eye

Rabbia per i continui tentativi di eliminare la documentazione dei crimini israeliani contro i palestinesi, soprattutto alla Moschea di Al-Aqsa

Israele ha chiuso cinque organi di informazione palestinesi che riportano notizie su Gerusalemme est occupata, stigmatizzandoli come “organizzazioni terroristiche”.

Secondo la radio dell’esercito israeliano domenica il Ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che le pubblicazioni Quds Plus, Maraj, Al-Maydan, Al Quds al-Asima e Asima Agency sarebbero state vietate.

Pare che la decisione sia stata presa dopo che lo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, ha detto che Hamas stava cercando di scatenare tensioni a Gerusalemme durante il mese di Ramadan, utilizzando siti web come “copertura per il movimento”.

Le autorità israeliane non hanno fornito alcuna ulteriore prova a sostegno delle accuse.

Commentatori hanno affermato che la decisione fa parte di un continuo tentativo di eliminare la documentazione delle violazioni israeliane alla Moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, uno dei siti più sacri dell’islam.

Abdullah Marouf, professore di studi su Gerusalemme, ha scritto su X: “Questo significa una sola cosa: l’occupazione sta per attuare una mossa decisiva nei prossimi giorni e settimane a Gerusalemme e alla sacra Moschea di Al-Aqsa. Ecco perché sta mettendo a tacere preventivamente tutte le voci di informazione di Gerusalemme.

La Asima Agency ha detto di aver sospeso tutte le sue attività di informazione, “non per retrocedere dalle proprie posizioni o abbandonare la propria linea, ma per proteggere i corrispondenti e i giornalisti gerosolimitani dall’oppressione e dall’aggressione dell’occupazione”.

L’agenzia ha affermato di essere un organo di informazione da Gerusalemme indipendente e autofinanziato.

Gerusalemme resterà il nostro campo d’azione, la Moschea di Al-Aqsa la nostra causa e la libera espressione è un impegno che non si spegne col tempo”, ha dichiarato.

Secondo la radio dell’esercito israeliano definire le piattaforme di informazione “terroriste” in base alle leggi antiterrorismo permette alle autorità israeliane di chiuderle, di vietare i loro contenuti e bloccare tutte le loro attività digitali.

Soffocare le voci palestinesi indipendenti’

Alcuni giorni prima della decisione la giornalista palestinese Nisreen Salem Al-Abd è stata arrestata mentre svolgeva un reportage a Gerusalemme.

In seguito è stata rilasciata, secondo un avvocato, a condizione che sarebbe rimasta agli arresti domiciliari per 10 giorni, senza poter usare il suo telefonino o i suoi social media durante gli arresti e le è stato impedito di andare alla Moschea di Al-Aqsa per 180 giorni.

Il Forum dei media palestinesi ha condannato la decisione di censurare gli organi di informazione.

E’ un chiaro tentativo di soffocare le voci palestinesi indipendenti, stravolgere il loro ruolo di rendere nota la realtà di ciò che accade e mettere a tacere la loro narrazione verso il pubblico arabo e internazionale”, ha dichiarato.

Consideriamo la decisione una patente violazione della libertà di stampa e di espressione e una trasgressione degli standard internazionali che garantiscono la libertà del lavoro di informazione.”

Le autorità israeliane hanno vietato a migliaia di fedeli palestinesi di entrare alla Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata per praticare la preghiera del primo venerdì di Ramadan la scorsa settimana, nonostante avessero i permessi precedentemente concessi.

La Moschea di Al-Aqsa è stata al centro della pluridecennale occupazione israeliana della Palestina.

Per i palestinesi e per i musulmani di tutto il mondo la moschea simbolizza la lotta per la libertà, l’identità e l’indipendenza. Per molti israeliani ultra nazionalisti essa è il luogo in cui sperano di vedere eretto il terzo tempio ebraico.

Per decenni è stata governata da un accordo internazionale che manteneva il suo status religioso come esclusivo sito islamico.

Ma dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967 Israele ha gradualmente compromesso tale status attraverso continue restrizioni all’accesso per musulmani e palestinesi, espandendo al contempo la presenza e il controllo degli ebrei.

Negli ultimi anni vi sono state frequenti incursioni di coloni accompagnati dalle forze israeliane, mentre ai funzionari della Waqf islamica (antica istituzione del diritto islamico, fondazione pia a scopo di beneficenza, ndtr.) è stato impedito di amministrare il complesso della Moschea di Al-Aqsa.

La scorsa settimana la polizia israeliana ha arrestato l’imam di Al-Aqsa nel cortile della moschea, con un’iniziativa che secondo i palestinesi minaccia ulteriormente la sacralità del sito durante il mese sacro del Ramadan.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Arrestati numerosi palestinesi durante un raid delle forze israeliane in una città della Cisgiordania occupata

Redazione di Middle East Monitor

24 febbraio 2026 MEMo

Le forze israeliane hanno fatto irruzione in una città palestinese a sud di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale, arrestando diverse persone e danneggiando proprietà, secondo quanto ha dichiarato martedì un funzionario locale.

Yaqub Oweis, presidente del consiglio locale di Lubban orientale, ha dichiarato ad Anadolu [agenzia stampa di proprietà del governo di Turchia, ndt.] che le truppe israeliane sono entrate in città intorno a mezzanotte, hanno perquisito diverse abitazioni e danneggiato alcune proprietà all’interno delle abitazioni.

Ha poi affermato che diversi giovani sono stati arrestati, senza specificarne il numero.

Oweis ha detto che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 la città, che ha una popolazione di circa 4.200 palestinesi, ha subito ripetute chiusure e l’inasprimento delle restrizioni da parte delle forze israeliane.

Ha aggiunto che anche coloni israeliani illegali hanno fatto irruzione nella città e compiuto atti di vandalismo.

Lubban orientale si trova lungo la strada principale che collega Ramallah a Nablus. Diversi insediamenti e avamposti israeliani sono stati costruiti su terreni di proprietà della città.

Asma al-Aboushi, una residente, ha raccontato il raid israeliano nella sua casa: “Ci hanno fatto sedere tutti, hanno perquisito la casa e ci hanno fotografato per verificare la nostra identità. Due soldati sono scesi in cucina per perquisirla”, ha raccontato ad Anadolu.

Ha detto che poi i soldati hanno detto che i loro colleghi in cucina al piano di sotto stavano mangiando e hanno iniziato a ridere. “Poi si sono coperti il ​​volto con delle mascherine e hanno iniziato a mangiarci sotto, guardandoci per vedere chi se ne fosse accorto”, ha detto.

Aboushi ha detto che i soldati hanno preso il suhoor (il pasto prima dell’alba durante il Ramadan) della famiglia e lasciato la casa a soqquadro.

Non ci sono stati commenti immediati sul raid da parte dell’esercito israeliano.

Altrove i testimoni hanno riferito che le forze israeliane hanno fatto irruzione nella città di Silwad, a est di Ramallah, con decine di soldati dispiegati nei diversi quartieri.

L’esercito israeliano effettua regolarmente raid e perquisizioni nelle città e nelle case palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata.

I palestinesi affermano che l’esercito ha intensificato gli arresti dall’inizio del Ramadan la scorsa settimana.

Domenica la Palestinian Prisoner Society, un’organizzazione non governativa, ha dichiarato che le forze israeliane hanno arrestato più di 100 palestinesi in Cisgiordania dall’inizio del Ramadan.

Secondo dati palestinesi più di 9.300 palestinesi sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane, tra cui 66 donne e 350 bambini.

La violenza è aumentata in Cisgiordania dall’inizio della guerra di Gaza nell’ottobre 2023. Più di 1.116 palestinesi sono stati uccisi, circa 11.500 feriti e circa 22.000 arrestati, secondo dati palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Ferrero Laura. Contrabbando di vita. Prigionia, genere e riproduzione in Palestina, Carocci, Roma, pp. 138.

Recensione di Amedeo Rossi

Nel 2018 vinse il premio per la fiction del Nazra Festival, rassegna di corti palestinesi, Bonboné, che raccontava la storia di una coppia di palestinesi i quali, nonostante lui fosse in prigione in Israele, cercava di avere un figlio facendo uscire clandestinamente lo sperma dal carcere.

Di tale pratica, più diffusa di quanto si potrebbe pensare, parla il libro di Laura Ferrero. Il suo sguardo antropologico le consente di proporre al lettore un’analisi che va molto oltre il semplice accorgimento per risolvere un problema legato all’impossibilità di godere dell’intimità matrimoniale per procreare. La ricerca, che si basa su un approfondito apporto teorico, una ricca bibliografia e su interviste realizzate sul campo. Come scrive l’autrice nell’introduzione, “il libro intende accostare le molteplici cornici di senso necessarie per una profonda comprensione del fenomeno: la dimensione politica, quella etico-religiosa e quella intima” cercando di “riempire cornici interpretative ‘astratte’ con esperienze ‘concrete’.” In Palestina il conflitto tra popolazione autoctona e colonialismo di insediamento sionista include tre aspetti strettamente correlati: il territorio, la demografia e la narrazione. Questo libro tiene conto di tutti e tre, naturalmente con particolare attenzione al secondo, e aggiunge anche dettagli sul discorso etico che nell’islam si occupa di riproduzione assistita (non pare, segnala l’autrice, che questa pratica riguardi anche le coppie cristiane) e sui discorsi che si muovono all’interno della società palestinese, entrambi necessari per inquadrare il “contrabbando di vita”. Tutto ciò è ulteriormente arricchito dalla conoscenza del dialetto arabo locale, il cui lessico svela il contesto culturale sotteso a questa pratica.

Il primo livello, imprescindibile, è la situazione determinata dall’occupazione israeliana e più in generale dal colonialismo di insediamento. Il tentativo di occupare la “Terra Promessa” è alla radice della costruzione dello Stato israeliano e della sua progressiva espansione territoriale. Questa occupazione ha implicato fin da subito l’eliminazione della presenza dei palestinesi. Nel 1972 due giornali israeliani raccontarono che Golda Meir, all’epoca primo ministro e presidente del Partito Laburista, aveva affermato di perdere il sonno pensando alla quantità di bambini “arabi” che stavano nascendo in quel momento. A questo tentativo di cancellazione, sia fisica che simbolica, i palestinesi si oppongono in vari modi, dalla lotta armata alla resistenza non violenta, come il boicottaggio, e con il sumud, sintetizzato nello slogan “esistere è resistere”. Uno dei principali strumenti di oppressione a danno dei palestinesi è l’incarcerazione di oppositori o presunti tali e l’uso della detenzione amministrativa, una misura che consente di trattenere una persona in carcere senza un processo e senza accuse formali. Si stima che dal 1967 circa il 20% della popolazione palestinese sia stato arrestato almeno una volta nella vita. La percentuale di condanne nei tribunali militari dei territori occupati raggiunge l’iperbolica percentuale di circa il 99%. Le vittime dirette di questo sistema sono in grande maggioranza maschi, ma ciò si ripercuote anche sulle donne, in particolare sulle mogli dei condannati a lunghe pene detentive. Nel contempo, evidenzia Ferrero citando Dalla Negra, “dominazione coloniale e oppressione patriarcale sono «sistemi gerarchici di controllo e sopraffazione che si plasmano e si rinforzano a vicenda».” Così alla tradizionale centralità maschile (la maschilità, come la definisce l’autrice, concetto che indica i vari modi di essere o di voler essere maschi all’interno di un certo contesto storico-culturale) si unisce l’enfasi nazionalista, che rivendica la virilità dei maschi e il ruolo delle donne come “riproduttrici biologiche e simboliche della patria”. Una “bomba biologica”, le definì Arafat. Ferrero aggiunge, citando Joseph Massad, che a partire dalla lettura che vede il nemico sionista stuprare la terra palestinese, “la mascolinità [palestinese] si lega alla protezione della nazione-corpo femminile-terra, che richiede che si risponda alla violenza subita con un’affermazione virile di resistenza.” Questa retorica, che fa del corpo delle donne un terreno di lotta per la terra e con essa le identifica, ne oscura “i vissuti e le narrazioni, anche silenziando il loro dolore.” Nel contempo essa accentua la pressione sociale sulle donne, il cui vissuto viene subordinato all’esigenza di rimanere legate ai detenuti politici e di sostenerli nei duri anni di detenzione. “Non mettono in prigione le persone solo per impedirgli di fare attività politica,” afferma una delle donne intervistate, “ma gli impediscono di vivere, di vedere la loro famiglia, di studiare, di vivere la loro vita […] Quindi il discorso dei figli […] è un messaggio per l’occupazione che loro non possono vietarci tutto.”

Il vissuto e il dolore emergono nel libro dalle testimonianze delle mogli dei detenuti che hanno deciso di affrontare il percorso della procreazione assistita in assenza del coniuge. In esse è presente la rivendicazione di un ruolo all’interno della resistenza contro l’occupante, la consapevolezza che il personale è anche politico, ma in genere prevale una visione intima e privata della decisione di avere dei figli “a distanza”. Questa scelta non ha solo cambiato in positivo la vita delle mogli/madri, ma anche quella dei detenuti. Come dice Hanan, citando un detto locale: “Chi ha figli non muore […] È come quando pianti un albero, e trai benefici dai suoi frutti, e dai suoi frutti puoi avere altri semi, e puoi piantare ancora altri alberi.” Un beneficio che Ferrero e le sue intervistate interpretano in senso ampio: non solo affettivo o politico, ma anche per il benessere della coppia forzatamente separata e come una forma di assicurazione per la vecchiaia, in presenza di un welfare piuttosto debole.

Nella scelta di procreare ha un peso notevole la pressione della comunità, sia scoraggiando la decisione per il rischio di maldicenze e pettegolezzi, sia in senso contrario: “Per noi i discorsi della gente sono molto importanti […] Devi rispettare la società perché non puoi perdere il supporto della comunità,” afferma Souad. Tutto l’iter, dalla consegna dello sperma del detenuto per l’inseminazione, che coinvolge in prima persona i maschi delle rispettive famiglie perché certifichino “l’autenticità” dello sperma, fino al parto sono avvenimenti pubblici, come sfida all’occupazione ma anche per sfatare l’accusa che il neonato sia il frutto di una relazione extraconiugale. “[I mezzi di comunicazione] hanno rivestito un ruolo di primaria importanza non solo nella diffusione delle notizie relative alla nascita di un nuovo bambino, ma anche nel veicolare un determinato discorso simbolico e culturale […] i corridoi e le stanze dell’ospedale erano popolati da conduttori televisivi e personalità pubbliche.” In genere il figlio ha anche un effetto positivo sulla coppia: “Il nostro rapporto è diventato più bello. Lui ha visto che mi sacrifico per lui, e che lo aspetto veramente […] C’è finalmente qualcosa a cui pensare, di cui occuparsi. Non devo rivolgere il mio pensiero tutto solo e unicamente alla prigione,” afferma Rola; “I miei figli hanno restituito luce alla mia vita […] Adesso addirittura la vita di mio marito in carcere è migliorata; anche per lui è una nuova speranza,” racconta Mariam. Questi bambini hanno ridato almeno in parte la normalità alla vita di coppia nonostante le condizioni avverse dovute all’occupazione. E si comprende la ragione per cui i bambini nati dallo “sperma di contrabbando” dei detenuti vengano chiamati safir al-hurriyya, ossia “ambasciatori della libertà”, definizione che racchiude il significato politico di questa pratica e nel contempo li carica di un senso che va oltre il loro posto all’interno della famiglia di appartenenza.

In questa situazione, già di per sé complessa, ci sono altri due elementi che hanno una notevole importanza: la tecnologia riproduttiva e la questione religiosa, cui Ferrero dedica particolare attenzione. Il primo fa riferimento all’attività del centro Razan di Nablus, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare la fecondazione artificiale. A loro volta sia detenuti e mogli che lo stesso centro l’hanno accolta favorevolmente in quanto una serie di fatawa, di pareri, hanno considerato halal, legittima dal punto di vista religioso, la riproduzione assistita attraverso il contrabbando di sperma. Ciò risponde anche a quello che l’autrice definisce “un vero e proprio imperativo riproduttivo maschile” tipico del mondo arabo “che attribuisce alla fertilità e alla procreazione un ruolo centrale nella costruzione dell’identità maschile.”

La ricerca sul campo si è svolta dall’ottobre 2015 al febbraio 2016. Nel frattempo, soprattutto a partire dal 7 ottobre 2023, la situazione in Palestina e in particolare nelle carceri è notevolmente peggiorata. Le visite dei parenti sono state praticamente vietate e la mobilità all’interno dei territori occupati è stata ulteriormente limitata, compromettendo la possibilità dei prigionieri e delle loro mogli di accendere la “luce” portata nelle loro vite dagli “ambasciatori della libertà”.




“Al-Aqsa è un detonatore”: crolla l’accordo di oltre mezzo secolo sulla preghiera nel luogo sacro di Gerusalemme

Julian Borger ed Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

Venerdì 20 feb 2026 The Guardian

La polizia israeliana fa irruzione nel complesso, arresta il personale e limita l’accesso ai musulmani all’inizio del Ramadan

Un accordo durato sei decenni che regolava la preghiera musulmana ed ebraica nel luogo sacro più sensibile di Gerusalemme è “collassato” sotto la pressione degli estremisti ebrei sostenuti dal governo israeliano, hanno segnalato gli esperti.

Una serie di arresti fra il personale musulmano addetto alla custodia, divieti di accesso per centinaia di musulmani e crescenti incursioni da parte di gruppi ebrei radicali sono culminati questa settimana nell’arresto di un imam della moschea di al-Aqsa e in un raid della polizia israeliana durante le preghiere serali della prima notte di Ramadan.

Gli interventi della polizia di Gerusalemme e delle forze di sicurezza interna dello Shin Bet, entrambe ora sotto una guida di estrema destra, rappresentano una rottura dell’accordo sullo status quo risalente all’indomani della guerra del 1967, che stabilisce che solo i musulmani possono pregare nel complesso sacro intorno alla moschea noto ai musulmani come al-Haram al-Sharif [il Nobile Santuario, ndt.], che comprende anche il santuario della Cupola della Roccia del VII secolo. Per gli ebrei è il Monte del Tempio, il sito del primo tempio, del X secolo a.C. [distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., ndt.], e del secondo tempio, distrutto dai Romani nel 70 d.C.

Storicamente i cambiamenti nello status quo hanno dimostrato la potenziaità di innescare disordini e conflitti a Gerusalemme e nei territori palestinesi occupati, con ripercussioni in tutto il mondo. Una visita dell’allora leader dell’opposizione israeliana, Ariel Sharon, nel 2000 diede inizio alla seconda intifada palestinese, durata cinque anni, e Hamas diede il nome di “Alluvione di al-Aqsa” al suo attacco contro Israele nell’ottobre 2023, che uccise 1.200 israeliani e innescò la guerra contro Gaza, sostenendo che fosse stato provocato dalle violazioni israeliane nella moschea di Gerusalemme.

“Al-Aqsa è un detonatore”, ha affermato Daniel Seidemann, avvocato di Gerusalemme che ha regolarmente fornito consulenza a governi israeliani, palestinesi e stranieri su questioni legali e storiche della città. “Di solito è più o meno la stessa cosa: una minaccia reale o percepita all’integrità dello spazio sacro. Ed è ciò a cui stiamo assistendo. Ci sono state frequenti provocazioni durante il Ramadan, ma ora la situazione è esponenzialmente più delicata. La Cisgiordania è una polveriera.”

Le tensioni intorno alla moschea di al-Aqsa sono aumentate vertiginosamente da quando gli israeliani di estrema destra hanno assunto posizioni chiave nella sicurezza. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir – che aveva già otto condanne penali prima di entrare in carica, tra cui sostegno a un’organizzazione terroristica e incitamento al razzismo – ha dichiarato di voler issare la bandiera israeliana nel complesso e costruirvi una sinagoga.

Nell’ultimo anno Ben-Gvir ha compiuto diverse visite provocatorie ad al-Aqsa e ha sostenuto una serie di modifiche unilaterali allo status quo, consentendo agli ebrei di pregare e cantare nel complesso. A gennaio ha nominato un suo alleato ideologico, il maggiore generale Avshalom Peled, capo della polizia di Gerusalemme e, con il sostegno dichiarato del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha permesso agli ebrei di portare con sé sul sito foglietti con le preghiere stampate, in una violazione sempre più evidente.

“Lo status quo è crollato perché vi si prega ogni giorno”, ha detto Seidemann. “In passato, la polizia era molto severa nel prevenire qualsiasi tipo di provocazione… ma queste misure sono una dimostrazione del fatto che ‘qui siamo noi ad avere il controllo, adeguatevi o toglietevi di mezzo’.”

In vista del Ramadan di quest’anno il Waqf di Gerusalemme, la fondazione nominata dalla Giordania incaricata di gestire il sito di al-Aqsa nell’ambito dell’accordo di status quo, è stato oggetto di una pressione crescente. Fonti del Waqf hanno affermato che questa settimana cinque membri del suo personale sono stati posti in detenzione amministrativa (detenzione senza accusa) dallo Shin Bet, mentre a 38 membri del personale è stato vietato l’ingresso al sito. Hanno inoltre aggiunto che a sei imam della moschea è stato negato l’ingresso.

Hanno riferito che nelle ultime settimane sono stati saccheggiati sei uffici del Waqf e al personale è stato impedito di ristrutturare le porte o effettuare altre riparazioni. Al Waqf è stato impedito di installare ripari per il sole e la pioggia o ambulatori provvisori per i fedeli [nell’area di al Aqsa]. I funzionari sostengono che sia stato persino impedito loro di portare carta igienica all’interno del sito.

L’effetto cumulativo, hanno affermato i funzionari, ha messo a dura prova la capacità del Waqf di accudire i 10.000 musulmani che si prevede si recheranno a pregare nella moschea di al-Aqsa durante il mese del Ramadan.

Il governatorato di Gerusalemme controllato dai palestinesi ha fornito cifre diverse: 25 membri del personale del Waqf sono stati banditi e quattro sono stati arrestati. Né la polizia di Gerusalemme né lo Shin Bet hanno risposto alle richieste di commento sulle accuse.

Nella prima settimana del Ramadan la polizia ha esteso l’orario di visita mattutino per ebrei e turisti da tre a cinque ore, un’altra modifica unilaterale allo status quo. Secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa lunedì l’imam di al-Aqsa, sceicco Mohammed al-Abbasi è stato arrestato all’interno del cortile della moschea, e dei post sui social media hanno mostrato la polizia fare nuovamente irruzione nel complesso martedì sera durante la prima preghiera notturna del Ramadan.

Mercoledì mattina circa 400 coloni sono entrati nel complesso e, secondo dei testimoni, hanno cantato, ballato e pregato ad alta voce.

“Ci sono tantissimi ingredienti che rendono questo Ramadan particolarmente pericoloso”, ha affermato Amjad Iraqi, esperto analista su Israele/Palestina presso l’International Crisis Group. “L’anno scorso è stato relativamente tranquillo, ma quest’anno c’è una convergenza di così tanti fattori, sia da parte israeliana che palestinese, che potrebbero incentivare gli attivisti del Monte del Tempio a cercare di apportare nuove modifiche”.

“Se in passato il governo israeliano si sentiva obbligato a confrontarsi con le autorità regionali, oggi gli importa molto meno di ciò che queste hanno da dire e pensare”, ha aggiunto Iraqi.

“C’è stata un‘estensione dell’impunità… Gli israeliani sono riusciti ad arrivare molto oltre i vincoli che pensavano esistessero a livello politico, militare e diplomatico, a Gaza e in Cisgiordania. Quindi perché dovrebbero sentirsi vincolati dall’opinione pubblica internazionale?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Un chiaro atto di annessione”: il nuovo piano di Israele di dichiarare le terre palestinesi in Cisgiordania proprietà statale

Matan Golan

16 febbraio 2026 Haaretz

È la prima volta che un ente governativo israeliano decide di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania. Secondo il nuovo piano del governo, se i palestinesi non riusciranno a dimostrare la proprietà dei loro terreni nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano, questi verranno registrati come proprietà statale.

Con una decisione presa domenica dal governo, Israele prevede di incorporare il 15% del territorio nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano [in base agli accordi di Oslo del 1993, ma solo provvisoriamente, ndt.], entro i prossimi cinque anni.

Domenica il governo israeliano ha stanziato 244 milioni di shekel (66,7 milioni di euro) per la procedura, che attribuirà ai palestinesi l’onere di dimostrare la proprietà. Se gli abitanti non riusciranno a dimostrare di possedere il terreno, questo verrà registrato come proprietà statale.

Gli esperti ritengono che la misura comporterà l’espropriazione delle terre di molti palestinesi, poiché avranno difficoltà a dimostrarne la proprietà. In base alla risoluzione, il governo ha incaricato i ministri e il comandante del Comando Centrale delle IDF di autorizzare il Ministero della Giustizia ad attuare la misura.

Questa è la prima volta che un ente governativo israeliano si propone di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania.

La risoluzione è stata adottata dopo che nel maggio 2025 il governo aveva ordinato, per la prima volta da quando Israele l’ha occupata nel 1967, di avviare la regolamentazione della proprietà terriera in Cisgiordania. L’accordo prevede che i diritti di proprietà terriera nell’Area C saranno registrati in modo permanente nel Catasto israeliano.

Area C della Cisgiordania.

L’agenzia autorizzata a implementare la misura è una speciale “autorità di regolamentazione”, che sarà istituita presso l’Autorità per la Registrazione e la Regolamentazione dei Diritti Fondiari del Ministero della Giustizia.

L’Ufficio di Stato di Israele presso il Ministero dell’Edilizia Abitativa e delle Costruzioni sarà responsabile della mappatura e della suddivisione dei terreni per la registrazione.

La regolamentazione fondiaria si riferisce alla registrazione dei diritti di proprietà nel Catasto dopo la mappatura e la definizione delle rivendicazioni di proprietà. La proprietà registrata nel Catasto è definitiva e difficilmente impugnabile. In base a questa procedura, qualsiasi terreno per il quale non vi sia alcuna rivendicazione di proprietà viene trasferito allo Stato.

La registrazione dei terreni in Cisgiordania è iniziata durante il Mandato britannico [dal 1920 al 1948, ndt.] e la dominazione giordana [dal 1948 al 1967, ndt.], ma solo il 34% è stato completato. Israele ha sospeso il processo per ordine militare dopo l’occupazione della Cisgiordania.

Nella risoluzione approvata domenica il governo israeliano ha sostenuto che la misura è stata adottata in risposta ai tentativi dell’Autorità Nazionale Palestinese di registrare i terreni nell’Area C in violazione degli accordi firmati.

“L’Autorità Nazionale Palestinese gestisce il proprio insediamento territoriale per quanto riguarda tutta la Giudea e la Samaria[Il modo israeliano di chiamare la Cisgiordania,ndt], e ha persino istituito un’agenzia speciale indipendente incaricata di registrare i terreni, sebbene questo processo non rientri nella sua giurisdizione per quanto riguarda l’Area C”, si legge nella nota esplicativa della risoluzione.

Gli esperti hanno dichiarato ad Haaretz che la registrazione da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcun significato pratico, poiché il Catasto è sotto il controllo israeliano.

Il mese scorso l’Alta Corte di Giustizia ha respinto un ricorso contro la risoluzione del governo approvata a maggio, affermando che era improbabile che provocasse a breve “azioni che determinino ‘fatti sul campo’ o causino danni irreversibili”.

La petizione, presentata da Yesh Din – Volontari per i Diritti Umani, Bimkom – Agenda per i Diritti Urbanistici, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele e HaMoked – Centro per la Difesa dell’Individuo, sosteneva che la risoluzione del governo fosse un chiaro atto di annessione che viola gli impegni di Israele nei confronti del diritto internazionale.

“La risoluzione del governo ribalta una politica messa in atto da sessant’anni, con la convinzione che regolamentare la gestione del territorio sotto occupazione [israeliana] significhi violare i diritti dei palestinesi”, ha dichiarato ad Haaretz l’avvocato Michael Sfard, esperto di diritto internazionale e legislazione di guerra.

Se la risoluzione venisse applicata, ha affermato Sfard, i diritti dei palestinesi sulla loro terra in tutta la Cisgiordania potrebbero essere violati.

“La risoluzione, che sottrae la gestione del territorio all’esercito e la cede a un ente governativo israeliano, è un’espressione di sovranità e quindi di annessione israeliana”, ha affermato Sfard.

“Stabilisce anche la supremazia politica ebraica. Non sono riusciti a ottenere una vittoria totale a Gaza e ora stanno cercando di mettere in atto una totale espropriazione in Cisgiordania.”

L’architetto Alon Cohen Lifshitz di Bimkom [associazione israeliana di architetti e urbanisti per i diritti umani, ndt.] ha dichiarato: “Nonostante il processo di registrazione palestinese dell’Area C sia privo di senso, il governo lo sta usando come argomento peraltro infondato per giustificare la revisione della regolamentazione fondiaria con una modalità che viola il diritto internazionale”.

“I palestinesi non possono procedere con quella registrazione, che è in pratica inutile. Ma, secondo il governo, tale processo minaccia il crescente controllo di Israele sulla Cisgiordania”.

La dott.ssa Michal Breyer della ONG Bimkom sostiene che la risoluzione fa parte dell’attuale strategia del governo per annettere vaste aree della Cisgiordania.

Afferma che esiste un ampio consenso, incluso un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, sul fatto che le procedure di regolamentazione fondiaria siano un chiaro esercizio di autorità sovrana e pertanto ai sensi del diritto internazionale siano vietate ad una potenza occupante.

“Lo Stato ha sostenuto che, nell’ambito della regolamentazione fondiaria in Cisgiordania, si possa dichiarare la proprietà statale”, ha affermato. “Questo rivela il vero intento del provvedimento: il continuo saccheggio delle terre palestinesi e l’espansione dell’attività di insediamento coloniale”.

La principale implicazione della risoluzione del governo è “l’espropriazione massiccia dei palestinesi dalla maggior parte delle loro terre nell’Area C e la dichiarazione [delle terre] come proprietà statale”, ha affermato Peace Now in una nota.

“Il processo di regolamentazione richiederà ai proprietari terrieri di dimostrare i propri diritti di proprietà in modo per loro quasi impossibile, e finché non saranno in grado di dimostrare la proprietà, la terra sarà automaticamente registrata come proprietà statale”, ha aggiunto la ONG.

“La registrazione fondiaria è un chiaro atto di sovranità, ed è vietata ad uno Stato occupante ai sensi del diritto internazionale”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)