“Tutto è ammesso”: i crimini di guerra israeliani a Gaza raccontati in un documentario britannico

Simon Speakman Cordall

11 novembre 2025 – Aljazeera

Il nuovo film, che presenta testimonianze dirette di soldati israeliani a Gaza, rivela un campionario di abusi sistematici.

Nel corso di un nuovo documentario che presenta testimonianze di soldati israeliani impiegati a Gaza, dopo circa 30 minuti dall’inizio un soldato riflette sull’enclave dopo mesi di guerra israeliana: “Caldo terribile. Sabbia. Fetore. E cani che vagano in branco. Mangiano cadaveri… È orribile… È una specie di apocalisse zombie. Niente alberi. Niente cespugli. Niente strade. Non c’è nulla”.

Il documentario Breaking Ranks: Inside Israels War [Rompere i ranghi: nel cuore della guerra israeliana, ndt.], andato in onda lunedì [10 novembre, ndt.] sulla rete britannica ITV, presenta le testimonianze di soldati israeliani: alcuni parlano della vergogna provata per aver partecipato a ciò che riconoscono essere un genocidio, altri descrivono senza esitazioni la natura di quella guerra.

Sono compresi i dettagli di regole sull’apertura del fuoco quasi del tutto avulse da possibili giustificazioni, la distruzione totale di proprietà e case, l’uso sistematico di scudi umani, la guerra con i droni e le uccisioni indiscriminate legate a un sistema di aiuti militarizzato.

“La gente non ci pensa”, dice alla telecamera uno dei soldati, citato come Eli. “Perché se ci pensi, vorresti suicidarti.

“Quando ti prendi un momento per pensarci, ti viene voglia di urlare”, dice, con il volto oscurato per nascondere la sua identità.

Fuoco libero

Nei suoi due anni di guerra genocida a Gaza Israele ha ucciso più di 69.000 persone e ne ha ferite centinaia di migliaia. Le agenzie internazionali affermano che ci vorranno decenni prima che l’enclave si riprenda, se mai ci riuscirà.

L’intelligence israeliana sostiene che l’83% delle persone uccise a Gaza erano civili.

“‘Non ci sono civili a Gaza’, lo sentiamo dire continuamente”, riferisce Daniel, comandante di un’unità corazzata israeliana. Un’altra collaboratrice, il maggiore Neta Caspin, descrive una conversazione con il rabbino della sua brigata.

Racconta: “[Lui] si è seduto accanto a me e ha passato mezz’ora a spiegarmi perché dobbiamo comportarci come loro [Hamas] il 7 ottobre 2023. Che dobbiamo vendicarci di tutti loro, civili compresi… che questo è il solo modo”.

Il 7 ottobre 2023 Il braccio armato di Hamas ha condotto un attacco contro Israele, durante il quale sono morte 1.139 persone e circa 250 sono state fatte prigioniere.

Il capitano Yotam Vilk del Corpo Corazzato descrive la sospensione di tutte le regole sull’apertura del fuoco contro i civili – secondo le quali questi dovrebbero disporre dei mezzi, dell’intenzione e della capacità di rappresentare una minaccia per i soldati israeliani.

“Non esistono mezzi, intenzioni e capacità a Gaza”, spiega Vilk. “Basta un semplice sospetto che i civili si muovano dove non è permesso'”, dice, descrivendo l’ambiente sovraffollato e caotico di Gaza, dove i limiti precisi ai movimenti sono noti quasi esclusivamente alle truppe israeliane.

“Chiunque oltrepassi il limite viene automaticamente considerato un criminale e può essere ucciso”, aggiunge Vilk.

Zanzare

Durante la sua guerra Israele ha negato il crescente numero di accuse di crimini di guerra da parte di molteplici organismi, sostenendo di aver indagato su qualsiasi accusa credibile.

Tuttavia ad agosto un rapporto dell’organismo di monitoraggio britannico Action on Armed Violence (AOAV) [azione contro la violenza armata] ha rivelato che, delle poche indagini sulle accuse di crimini di guerra da parte degli investigatori militari, tra cui l’uccisione di 15 paramedici ad aprile, poche hanno portato a una risposta.

Rispondendo alle smentite israeliane di non aver utilizzato scudi umani, il comandante carrista Daniel ha chiarito che l’esercito “sta mentendo”.

“Si chiama ‘protocollo zanzara'”, dice riferendosi alla pratica di routine di catturare civili palestinesi, agganciare loro un iPhone e usarli per esplorare a distanza presunti centri di Hamas.

“Ogni compagnia ha la sua ‘zanzara'”, aggiunge, alludendo ai palestinesi catturati come insetti. “Si tratta di tre palestinesi per battaglione, da nove a dodici per brigata, poi decine, se non centinaia, per divisione”.

Daniel ricorda che alcuni soldati della sua unità avevano deciso di rilasciare due adolescenti catturati come scudi umani, preoccupati di incorrere in una violazione del diritto internazionale, e aggiunge che allora un alto ufficiale aveva affermato: “I soldati non hanno bisogno di conoscere il diritto internazionale, ma solo lo ‘spirito [militare israeliano]“.

Distruzione

Secondo l’ONU durante i suoi due anni di guerra a Gaza Israele ha distrutto o danneggiato il 92% del patrimonio abitativo e sfollato più volte almeno 1,9 milioni di persone.

Tutte le istituzioni che compongono una società, dalle università agli ospedali, sono state prese di mira e distrutte. I video caricati sui social media dai soldati israeliani mostrano un’orgia di violenza, con case e beni palestinesi saccheggiati ed esposti al ridicolo dai soldati.

“Senti che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e che puoi fare qualsiasi cosa”, ha detto un militare di leva che ha dichiarato di chiamarsi solo “Yaakov”. “Non per vendetta, ma semplicemente perché puoi”.

Altri partecipanti hanno raccontato di aver bruciato regolarmente le case palestinesi o di aver esultato davanti alle demolizioni.

Parlando dall’insediamento illegale israeliano di Beit El, nella Cisgiordania occupata, il giudice rabbinico Avraham Zarbiv, oggetto di una denuncia per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale, si è vantato di aver guidato un bulldozer per distruggere case e beni della gente durante la sua permanenza a Gaza.

“Pubblico molti video”, dice, prima di passare a uno in cui lo si vede alla guida di un bulldozer, mentre distrugge case in palese violazione del diritto internazionale.

“Fino alla fine, fino alla vittoria, fino all’insediamento coloniale. Non ci arrenderemo finché questo villaggio non sarà spazzato via”, dice nel video, spiegando alla telecamera come il suo filmato “sollevi il morale dei soldati”.

Proseguendo, Zarbiv si è attribuito il merito di aver introdotto la tattica di distruggere intere case, ormai diventata comune.

“Abbiamo cambiato il comportamento di un intero esercito”, si vanta. “Rafah è stata rasa al suolo. Jabalia è stata rasa al suolo. Beit Hanoon è stata rasa al suolo. Shujayea è stata rasa al suolo. E Khan Younis è stata rasa al suolo.”

Vergogna

Un altro soldato ha descritto lesperienza di restare seduto in uno scantinato, mezzo svestito, e uccidere palestinesi a distanza tramite un drone, incoraggiato da media e da unopinione pubblica che, come ha detto Yaakov, sergente di plotone e presente nel film, non sapevano né volevano sapere cosa stesse accadendo a Gaza.

Qualsiasi vita che non fosse israeliana contava poco, dice Eli, mentre Yaakov descrive come, da un’altra parte, i soldati del programma di aiuti privato israelo-americano, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), “aprissero il fuoco, anche senza vedere una minaccia concreta”.

Alcuni dei partecipanti hanno riconosciuto di aver preso parte a un genocidio; altri hanno ammesso di aver causato sofferenze.

“Tutte le moschee, quasi tutti gli ospedali, quasi tutte le università, ogni istituzione culturale è stata distrutta”, ha detto Yaakov rivolgendosi alla telecamera.

Avete distrutto una società. Non è necessario ucciderli uno a uno per distruggere ogni traccia della società che c’era prima.

“Spero di poter trovare un modo per vivere senza provare vergogna qualsiasi cosa faccia.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La violenza dei coloni tocca un livello record

Tamara Nassar 

10 novembre 2025 – The Electronic Intifada

La violenza dei coloni ebrei contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata ha raggiunto livelli record.

Ottobre si avvia ad essere “il mese più violento” da quando l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha iniziato a documentare le violenze dei coloni nel 2013.

L’agenzia di monitoraggio dell’ONU OCHA ha anche registrato il più alto numero di attacchi di coloni in un solo mese da quando ha iniziato a documentare gli incidenti nel 2006, con oltre 260 attacchi di coloni contro palestinesi e loro proprietà.

Si tratta di una media di otto incidenti al giorno.

OCHA ha documentato al momento circa 150 attacchi di coloni ai raccolti contro palestinesi e loro proprietà nella Cisgiordania occupata durante la stagione, in confronto a 110 nello stesso periodo dello scorso anno e dai 30 ai 46 attacchi tra il 2020 e il 2023.

In questi attacchi sono stati feriti più di 140 palestinesi.

I coloni ebrei estremisti hanno provocato più danni durante la stagione di raccolta delle olive di quest’anno che in tutti gli anni dal 2020. Oltre 4.200 alberi e virgulti di ulivo sono stati vandalizzati dai coloni – più del doppio del numero registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Anche l’ampiezza degli attacchi è significativamente aumentata”, ha riferito OCHA la settimana scorsa.

Sono stati presi di mira più di 75 cittadine e villaggi, circa il doppio del numero delle comunità colpite nel 2023 e tre volte quello del 2020.

Gli attacchi dei coloni durante la stagione della raccolta hanno incluso aggressioni violente ai contadini, furto delle olive e degli attrezzi per la raccolta, abbattimento o sradicamento degli alberi, ostruzione dell’accesso alla terra e incendio di veicoli appartenenti a abitanti palestinesi.

La raccolta annuale delle olive è la principale fonte di sussistenza per decine di migliaia di palestinesi e gli ulivi sono profondamente radicati nella tradizione e nell’identità palestinesi”, ha affermato Roland Friedrich in quanto capo degli affari dell’UNRWA per la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est.

Questi attacchi “minacciano il modo di vivere di molti palestinesi”.

OCHA ha registrato circa 1.500 attacchi di coloni contro palestinesi dall’inizio dell’anno, la maggior parte dei quali ha riguardato danneggiamenti delle proprietà palestinesi.

Più di 180 di questi casi hanno anche provocato vittime palestinesi.

Accesso alla terra

Inoltre i coloni hanno pesantemente limitato l’accesso dei palestinesi alle proprie terre, anche quando i contadini avevano un esplicito permesso da parte dell’esercito israeliano per entrarvi.

Un esempio delle intimidazioni dei coloni è il villaggio di Burin, nel governatorato di Nablus nel nord della Cisgiordania occupata.

I contadini palestinesi avevano un “accordo preliminare” con le autorità israeliane per accedere alle loro terre per la raccolta. Ma i cosiddetti custodi della colonia di Yitzhar, che ospita alcuni dei coloni più violenti in Cisgiordania, ha impedito ai palestinesi l’ingresso sparando colpi in aria per costringerli ad andarsene.

Di conseguenza circa 74 acri di uliveti sono rimasti non raccolti.

Questo è il terzo anno consecutivo in cui alcuni villaggi sono stati completamente privati di accesso ai loro uliveti all’interno delle colonie israeliane.

In alcuni casi ai contadini che avevano il permesso di accesso ai loro uliveti è stato dato un periodo di tempo limitato, come nel villaggio di Ein Yabrud vicino Ramallah, dove sono stati concessi tre giorni di tempo. Se venivano attaccati dai coloni non vi tornavano.

In particolare i nuovi avamposti di coloni hanno compromesso la possibilità dei contadini di accedere alle loro terre, anche nelle aree A e B – piccole zone della Cisgiordania occupata in cui l’Autorità Nazionale Palestinese detiene il controllo nominale.

Quelli che Israele definisce “avamposti” spesso sono costruiti senza il permesso di Israele e sono considerati illegali per la legge israeliana.

Nel dicembre 2024 due associazioni israeliane che monitorano l’attività dei coloni hanno riferito che gli avamposti di pastorizia includono il 14% della Cisgiordania, più di 194.000 acri di terra.

In meno di tre anni il 70% di tutta la terra requisita dai coloni ad oggi è stato preso con il pretesto di attività di pascolo”, hanno riferito Peace Now e Kerem Navot.

I coloni iniziano la requisizione delle terre espellendo con la forza i pastori e gli agricoltori palestinesi dalla loro terra e insediando avamposti di pastorizia.

Poi incominciano ad aggredire, intimidire e attaccare le comunità palestinesi, non lasciando loro altra scelta che andarsene, spiegano le associazioni. Dopo di che i coloni si prendono la terra e costruiscono nuovi avamposti, che inizialmente consistono di poche roulotte o strutture in genere non collegate a infrastrutture idriche, elettriche o fognarie.

L’attuale governo israeliano sta lavorando per sveltire il processo di riconoscimento di questi avamposti come colonie.

Tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, comprese Gerusalemme est e le alture del Golan siriane, sono illegali ai sensi del diritto internazionale e sono considerate crimini di guerra.

La settimana scorsa il consiglio di pianificazione dell’Amministrazione Civile si è riunito per discutere piani per 1973 nuove unità abitative per coloni che dovrebbero essere costruite nella Cisgiordania occupata. Dal novembre scorso questo “Alto Consiglio di Pianificazione” ha tenuto riunioni mensili con lo scopo di sviluppare progetti abitativi per le colonie.

Dall’inizio del 2025, includendo i piani destinati all’approvazione in questa settimana, il consiglio ha promosso un totale di 28.183 unità abitative”, ha riferito Peace Now [il più numeroso e longevo movimento israeliano che sostiene la pace, ndt.] la settimana scorsa.

E’ un “record assoluto.”

All’inizio di questo mese il Ministero dell’Edilizia Abitativa di Israele ha pubblicato piani attuativi per la costruzione di un nuovo quartiere in una colonia a sud est di Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania occupata.

La colonia di Geva Binyamin aggiungerebbe 342 unità e 14 nuove case per singole famiglie, in particolare per soldati riservisti nell’esercito israeliano.

Questo consente gare d’appalto emesse in agosto dal governo israeliano per più di 4.000 unità nella mega colonia di Maale Adumim, vicino a Gerusalemme, e di Ariel.

Dall’inizio dell’anno Israele ha emesso gare d’appalto per circa 5.700 unità abitative per coloni, definite da Peace Now “un record assoluto” e approssimativamente un aumento del 50% dall’ultimo picco del 2018.

Questi piani potrebbero portare circa 25.000 nuovi coloni a vivere in colonie esclusivamente per ebrei in Cisgiordania.

Deportazioni

Israele ha espulso decine di attivisti stranieri che cercavano di portare aiuto o protezione ai contadini palestinesi nella Cisgiordania occupata durante la stagione della raccolta.

Rudy Schulkind, un attivista inglese di 30 anni, era uno degli espulsi.

Tutti i contadini con cui abbiamo parlato erano incredibilmente generosi e amichevoli e grati per il sostegno da parte dei volontari internazionali”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ma la sua permanenza in Cisgiordania è stata interrotta.

Ho raccolto le olive solo per un giorno intero e il secondo giorno sono stato arrestato ed espulso”, ha detto a The Electronic Intifada.

Schulkind ha raccontato che in quel secondo giorno i coloni israeliani con mitragliatrici pesanti “hanno cercato, sia verbalmente che fisicamente, di impedire il lavoro che stavamo facendo e di interrompere la nostra raccolta delle olive.”

Schulkind ha aggiunto che quando poi è arrivato l’esercito è stato chiaro che “non era interessato a dissuadere i coloni e che era lì essenzialmente per aiutare i coloni ad impedire ai contadini palestinesi di accedere al diritto alla propria terra.”

Una volta arrivati in un altro luogo i volontari sono stati arrestati ed informati dall’esercito israeliano che la zona in cui si trovavano era stata dichiarata cosiddetta zona militare.

Schulkind ha detto che lui e parecchi altri attivisti sono stati caricati su un autobus e condotti in una stazione di polizia dove sono stati interrogati uno per volta con differenti accuse, comprese accuse di terrorismo.

Le forze israeliane hanno trattenuto Schulkind per circa tre giorni prima di rimpatriarlo in Inghilterra il 19 ottobre.

Non abbiamo mai avuto la possibilità di parlare con le nostre famiglie”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ha aggiunto che gli è stata concessa una breve telefonata con un avvocato prima dell’interrogatorio, ma non è stato mai portato davanti a un giudice prima di essere espulso.

Tamara Nassar è assistente di redazione per The Electronic Intifada.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Ci stanno obbligando a ingrassare”: a Gaza è consentito l’ingresso di certi cibi scelti mentre prodotti essenziali sono introvabili

Maha Hussaini da Gaza City, Palestina occupata

4 novembre 2025 – Middle East Eye

Alimenti voluttuari inondano gli scaffali di Gaza mentre cibi e medicine vitali continuano a scarseggiare o sono vietati

Nei supermercati che riaprono in tutta Gaza in seguito al cessate il fuoco che ha posto fine a due anni di guerra Monther al-Shrafi trova scaffali stracolmi di cioccolato, bibite gassate e sigarette, prodotti che durante la carestia sembravano “un sogno”.

Ma sostiene che, mentre questi beni di lusso sono tornati in abbondanza, quelli essenziali continuano a mancare, compresi cibi fondamentali come le uova o medicine salvavita come gli antibiotici.

“Ti rendi conto che a Gaza c’è il cioccolato mentre non ci sono antibiotici? O c’è la frutta ma non bendaggi e punti di sutura?” dice a Middle East Eye Shrafi, un abitante di Gaza City.

“Qui a Gaza c’è carenza, o persino quasi mancanza, di prodotti essenziali come carne, pollo, pesce e uova, di cui il corpo umano ha bisogno e che sono componenti fondamentali di una dieta sana.”

Dopo che il 10 ottobre è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Israele e Hamas le autorità israeliane hanno riaperto parzialmente il valico di Kerem Shalom nel sudest di Gaza.

Per la prima volta da quando l’esercito israeliano ha chiuso i valichi il 2 marzo, costringendo la Striscia in una situazione di carestia che è costata la vita a centinaia di palestinesi, è stato consentito l’ingresso di beni e aiuti internazionali.

Insieme a frutta e verdura, i prodotti ammessi includono carboidrati e farinacei come farina di grano, semolino, riso, pasta, mais in scatola e patate; prodotti zuccherati come cioccolato, caramelle e marmellata; grassi come burro, sottilette e panna in scatola e altri beni secondari, comprese sigarette e bibite gassate.

Tuttavia le proteine animali sono molto scarse. Le uova sono completamente assenti, i prodotti quotidiani sono per lo più introvabili e pollo e carne bovina congelati sono autorizzati solo in quantità molto ridotta, rendendo il loro prezzo inaccessibile alla stragrande maggioranza degli abitanti.

Per esempio, quando si riesce a trovarlo, un chilo di pollo congelato ora costa circa 80 shekel (circa 22 euro).

“Non mi pare che (dopo il cessate il fuoco) ci sia alcun miglioramento nella situazione alimentare, perché i prodotti che si riescono a trovare a Gaza non sono sani,” dice Shrafi.

“Cibi in scatola e liofilizzati non possono sostituire quelli naturali fondamentali come uova o carne fresca. Quindi non c’è un miglioramento rispetto alla carestia.”

Shrafi afferma che in svariate occasioni è andato da una farmacia all’altra in cerca di alcune medicine ma non è riuscito a trovarle.

“Mia figlia soffre di un’infezione all’alluce e non riesco neppure a trovare antidolorifici per alleviare il suo dolore,” aggiunge.

“Le pillole di antibiotico sono introvabili, e se si trovano vengono vendute a prezzi esorbitanti, molto oltre le possibilità dei comuni cittadini schiacciati da due anni di continuo sterminio. Farmacie, negozi di articoli sanitari e reparti ospedalieri a Gaza sono completamente privi di molti prodotti essenziali di cui hanno bisogno i pazienti.”

Una piccola quantità rispetto a ciò che serve”

Secondo il ministero della Salute di Gaza anche dopo l’accordo di cessate il fuoco le autorità israeliane impongono ancora pesanti restrizioni sull’ingresso di medicine, forniture e attrezzature mediche. “Queste costanti restrizioni hanno portato ad una carenza di farmaci che raggiunge il 56%, mentre la mancanza di materiale sanitario è al 68%, delle forniture di laboratorio al 67%,” afferma Zahir al- Wahidi, direttore dell’Unità di Informazione sulla Salute del ministero della Sanità di Gaza.

“La chirurgia ortopedica deve affrontare una carenza dell’83%, la chirurgia cardiaca del 100% e i servizi renali e i tutori per le ossa dell’80%. Le carenze più gravi sono nei servizi d’emergenza, negli anestetici, nelle cure intensive e nei farmaci per gli interventi chirurgici.”

Commercianti e organizzazioni internazionali che operano a Gaza devono ottenere il permesso delle autorità israeliane per quali prodotti possono far entrare nella Striscia assediata.

Le restrizioni sono imposte sia attraverso ordini diretti e liste di beni vietati o indirettamente lasciando in sospeso le richieste di importazione di alcuni beni o rifiutandole in blocco.

Di conseguenza molti prodotti essenziali sono introvabili da più di due anni, mentre altri inondano Gaza.

“Quello che è entrato l’anno scorso è solo una frazione del necessario, sei o sette piccoli convogli che non soddisfano le richieste di un grande numero di medicinali e beni di consumo, che dovrebbero alleviare due anni di privazioni,” aggiunge Wahidi.

Un aumento di peso “anomalo”

Nelle ultime tre settimane sono entrate a Gaza decine di camion riattivando per la prima volta da mesi i suoi mercati. Centinaia di venditori ora espongono sulla strada i vivaci colori di cioccolatini, vari tipi di caffè e alcuni frutti.

“La grande maggioranza dei prodotti consiste in carboidrati, zuccheri e farinacei,” dice a MEE Abdallah Sharshara, avvocato e ricercatore giuridico di Gaza.

“Includono farina e vari tipi di formaggi usati per i dolci e la pizza, oltre a derivati dello zucchero e della farina per la produzione dolciaria. È chiaro che l’attenzione nell’importazione di questi prodotti spinge indirettamente la gente a basarsi su di essi come principale fonte di alimento, obbligando nel contempo le organizzazioni umanitarie a concentrarsi sull’acquisto e la distribuzione di questi prodotti, in quanto sono gli unici che possono accedere al mercato locale.”

Sharshara spiega che le autorità israeliane hanno anche creato condizioni che “scoraggiano i commercianti” dall’importare prodotti ad alto rischio come le uova, che potrebbero andare a male durante le lunghe attese.

Nota che Israele sta deliberatamente consentendo [l’ingresso] a Gaza di alcuni cibi per “nascondere i segni visibili di dimagrimento visti tra la popolazione l’anno scorso.

“Ora c’è un anomalo aumento di peso della gente. Sembra che l’occupazione israeliana stia cercando di occultare il crimine di aver affamato i palestinesi creando un’immagine opposta, di rapido e innaturale aumento di peso,” afferma.

Sharshara racconta che lo scorso anno, durante il blocco israeliano di Gaza, lui stesso aveva perso circa 20 chili, ma ora ha preso rapidamente peso. “Lo scorso anno ero dimagrito a causa delle ridotte e ripetitive disponibilità del cibo di cui dovevamo alimentarci,” sostiene. “Ora mangio le stesse quantità che però portano a un aumento di peso perché sono obbligato a consumare carboidrati, sottilette e carne in scatola, che è quello che si trova. Ci obbligano sistematicamente a ingrassare.”

In vari post sulle reti sociali la gente di Gaza ha condiviso la stessa impressione, notando che si possono trovare diversi tipi di prodotti elaborati ma non quelli essenziali che sono mancati per circa due anni. “Israele sta creando l’impressione errata che il blocco contro il popolo palestinese sia stato tolto, come se ora la gente stesse mangiando un sacco di pizza e di dolci, dando l’immagine di benessere e abbondanza,” afferma Sharshara.

“Carne fresca e uova sono ancora esclusi dall’ingresso a Gaza e i pescatori possono pescare solo all’interno di un’area marina molto limitata. L’obiettivo nel consentire l’ingresso parziale dei prodotti è di impedire a chiunque di sostenere che Israele li stia bloccando completamente. Ma in realtà quando dividi questi beni per le reali necessità della popolazione la quantità per persona è molto ridotta. È per questo che diciamo che, anche se Israele consente l’ingresso di alcuni prodotti, essi non arrivano realmente alle persone.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Siamo sopravvissuti alla guerra, forse non sopravviveremo al cessate il fuoco

Sara Awad

25 ottobre 2025 Al Jazeera

Anche se è in corso un cessate il fuoco, ogni giorno Israele continua a uccidere palestinesi a Gaza

Domenica scorsa sono uscita dalla tenda della mia famiglia ad az-Zawayda, nella Striscia di Gaza centrale, e mi sono diretta al vicino Twix Cafe, uno spazio di coworking per freelance e studenti. Erano passati dieci giorni dall’annuncio del “cessate il fuoco” e ho pensato che finalmente fosse sicuro uscire. Avventurarmi fuori avrebbe dovuto essere un passo verso la riconquista di una piccola parte della mia vecchia vita.

Io e mio fratello eravamo quasi arrivati ​​al caffè quando abbiamo sentito un suono molto familiare: il rombo di un’esplosione. Un drone israeliano aveva colpito l’ingresso del Twix Cafe.

Mi sono bloccata. Ho pensato: ci siamo, è il mio turno. Non sopravviverò a questa guerra.

Tre persone sono state uccise e molte altre sono rimaste ferite. Se io e mio fratello avessimo lasciato la tenda di famiglia qualche minuto prima anche noi avremmo potuto essere tra le vittime.

Mentre la notizia si diffondeva la mia famiglia è andata nel panico, chiamandoci ripetutamente. Il segnale era debole e nonostante i loro tentativi non riuscivano a contattarci. Siamo riusciti a consolare la mamma solo quando siamo tornati alla tenda.

Mi sono chiesta: che specie di “cessate il fuoco” è questo? Ho provato più rabbia che paura.

Quando l’accordo di cessate il fuoco è entrato in vigore e i leader stranieri ci hanno detto che la guerra era finita, molti di noi hanno osato sperare. Pensavamo che le esplosioni sarebbero finalmente cessate, che avremmo potuto iniziare senza paura a ricostruire le nostre vite distrutte.

Ma non c’è questa speranza sotto l’occupazione israeliana. La violenza non finisce mai davvero. Quel giorno, quando l’esercito israeliano ha bombardato il Twix Cafe, ha bombardato anche decine di altri luoghi in tutta la Striscia di Gaza, uccidendo almeno 45 persone e ferendone molte altre.

È stato il giorno più letale dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Non è passato giorno senza vittime; Israele continua a uccidere ogni giorno. Ad oggi più di 100 palestinesi sono stati assassinati da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco.

Tra loro c’erano 11 membri della famiglia Abu Shaaban. Il massacro è avvenuto il 18 ottobre, il giorno prima del bombardamento più massiccio. Gli Abu Shaaban stavano cercando di tornare a casa loro, nel quartiere Zeitoun di Gaza City, a bordo di un veicolo. Una bomba israeliana ha ucciso quattro adulti: Sufian, Samar, Ihab e Randa e sette bambini: Karam, 10 anni, Anas, 8, Nesma, 12, Nasser, 13, Jumana, 10, Ibrahim, 6, e Mohammed, 5.

Domenica, con l’inizio dei bombardamenti di massa, panico e insicurezza si sono diffusi in tutta la Striscia. Mentre le esplosioni continuavano, la gente si è precipitata nei mercati per procurarsi tutto il cibo che poteva permettersi, preparandosi alla guerra e di nuovo alla fame.

È stato straziante vedere come, tra le bombe, la mente delle persone si concentrasse automaticamente sul cibo. Sembra che abbiamo perso per sempre la sensazione di sicurezza, di sapere che domani avremo del cibo in tavola.

E sì, siamo ancora costretti ad acquistare il nostro cibo perché Israele non solo viola il “cessate il fuoco” bombardandoci, ma anche trattiene gli aiuti che ha sottoscritto avrebbe permesso. Almeno 600 camion di aiuti avrebbero dovuto entrare a Gaza al giorno. Secondo il Gaza Media Office, solo 986 camion di aiuti sono entrati a Gaza dall’entrata in vigore del cessate il fuoco l’11 ottobre, appena il 15% di quanto promesso. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha visto autorizzati a entrare solo 530 dei suoi camion. L’UNRWA ne ha 6.000 in attesa di entrare; nessuno è stato autorizzato.

Ieri il portavoce del WFP ha affermato che nessun grande convoglio di aiuti è entrato a Gaza City; Israele non ha ancora concesso all’agenzia il permesso di utilizzare Salah al-Din Street. La politica israeliana di affamare il nord di Gaza è ancora in atto.

Il valico di frontiera di Rafah con l’Egitto – il nostro unico sbocco verso il resto del mondo – rimane chiuso. Non sappiamo quando riaprirà, quando alle migliaia di feriti sarà consentito di attraversare il confine per ricevere cure mediche urgenti, quando gli studenti potranno partire per continuare gli studi, quando le famiglie divise dalla guerra saranno riunite, quando coloro che amano Gaza – coloro che hanno aspettato così a lungo per tornare a casa – potranno finalmente tornare.

È ormai chiaro che Israele sta trattando questo “cessate il fuoco” come un interruttore, da accendere e spegnere a suo piacimento. Domenica siamo tornati ai bombardamenti massicci, lunedì è stato di nuovo un “cessate il fuoco”. Come se nulla fosse accaduto, come se 45 persone non fossero state massacrate, come se nessuna casa fosse stata distrutta e nessuna famiglia fosse stata dilaniata. È devastante vedere le nostre vite trattate come se non contassero nulla. È straziante sapere che Israele può riprendere gli omicidi di massa quando vuole, senza preavviso, senza giustificazioni.

Questo cessate il fuoco non è altro che una pausa in quella che ora crediamo sarà una guerra senza fine – un momento di silenzio che può finire in qualsiasi momento. Rimarremo in balia di un occupante omicida finché il mondo non riconoscerà finalmente il nostro diritto alla vita e non agirà concretamente per garantirlo. Fino ad allora, rimarremo numeri nei titoli dei giornali sull’infinita furia omicida di Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera

Sara Awad è una studentessa di letteratura inglese, scrittrice e narratrice che vive a Gaza. Catturando con passione esperienze umane e problematiche sociali, Sara usa le parole per far luce su storie spesso inascoltate. Il suo lavoro esplora temi di resilienza, identità e speranza in tempo di guerra.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Donne palestinesi raccontano di come le forze israeliane le abbiano usate come scudi umani a Gaza e in Cisgiordania

Majd Jawad

28 ottobre 2025 – Mondoweiss

Durante il genocidio di Gaza diverse testimonianze hanno documentato l’uso di donne palestinesi come scudi umani da parte dell’esercito israeliano. Non si tratta di atti isolati compiuti da soldati ribelli, ma di una pratica sistematica nota ai comandanti israeliani e riconosciuta dagli stessi soldati.

Mi hanno costretta a portare un drone dentro sette case per ispezionarle e assicurarsi che fossero vuote di persone o attrezzature militari. La mia bambina ha pianto per ore mentre mi aspettava. Li ho supplicati di permettermi di allattarla, ma hanno rifiutato, continuando a usarmi come scudo umano, ha raccontato Hazar Al-Sititi, 33 anni, del campo profughi di Jenin.

Durante l’assedio di dieci giorni del campo profughi di Jenin da parte dell’esercito israeliano nell’agosto 2024 i soldati hanno costretto Al-Sititi a separarsi dalla sua bambina di sei mesi e a eseguire i loro ordini.

Mi obbligavano a precedere un’unità di fanteria composta da circa 30 soldati, con una distanza di dieci metri tra noi. Poi mi ordinavano di entrare nelle case, costringere gli abitanti a uscire e riprendere l’interno prima che i soldati facessero irruzione per arrestare i giovani che cercavano, racconta Al-Sititi.

Questa non è stata soltanto l’azione occasionale di un soldato scellerato, ma rispecchia una pratica militare sistematica, attuata con il consenso dei comandanti israeliani, come ammesso dai soldati in una precedente indagine di Haaretz. Nell’esercito sanno che non si tratta di un atto isolato compiuto da un giovane e insensato comandante di compagnia che agisce di propria iniziativa, ha dichiarato un soldato agli intervistatori.

Dall’inizio del genocidio a Gaza sono emerse testimonianze che documentano l’uso da parte dell’esercito israeliano del corpo di donne palestinesi come scudo umano, in base a procedure specifiche stabilite per proteggere i soldati israeliani dal pericolo durante le operazioni di terra e le incursioni nelle aree palestinesi.

Una scelta tra mia figlia e la mia vita

«Quel giorno circa 70 soldati israeliani hanno invaso il campo e lo hanno circondato. Hanno arrestato diversi giovani prima di giungere alla mia abitazione. Hanno sfondato la porta e hanno urlato contro la mia bambina. Poi mi hanno costretta a scegliere: o mi avrebbero portato via mia figlia, oppure sarei stata usata come scudo umano», ha raccontato Iman al-Amer, 41 anni, del campo di Jenin.

I soldati hanno ordinato a Iman di entrare in diverse case, costringere i residenti a uscire avvisandoli che un rifiuto avrebbe comportato la loro uccisione.

Questa pratica fa parte di quello che è noto come Protocollo Zanzara, una procedura militare non dichiarata in base alla quale i detenuti, deliberatamente trattenuti sul campo invece che nelle prigioni israeliane, sono costretti a svolgere rapide mansioni in siti civili o militari prima dell’ingresso dei soldati.

Perché le donne?

IL’uso da parte di Israele del corpo dei palestinesi come scudo umano coinvolge palestinesi di ogni età e sesso. Nel corso di decenni di occupazione dei territori palestinesi Israele ha preso di mira non solo gli uomini, ma anche i bambini, gli anziani e le donne, sia durante le operazioni militari su larga scala che nelle incursioni quotidiane.

La dottoressa Lina Meari, del Dipartimento di Scienze Sociali e Comportamentali e dell’Istituto per gli Studi sulle Donne, ha spiegato: La visione delle questioni di genere da parte delle potenze coloniali è rigida e costante, radicata nella convinzione che le donne siano intrinsecamente deboli e possano essere sfruttate come strumenti, attraverso molestie o stupri, o utilizzate per esercitare pressione sui combattenti resistenti affinché si arrendano o compiano operazioni militari. In questo contesto, l’uso del corpo di una donna come scudo umano può anche essere inteso come una tattica per costringere i membri della resistenza a non usare armi contro i soldati israeliani durante le operazioni militari, data la sua condizione delicata’”.

Come evidenzia il libro Human Shields: A History of People in the Line of Fire, [di Neve Gordon e Nicola Perugini, pubblicato in Italia col titolo Scudi Umani: una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Ed. Laterza, ntr.] l’attenzione globale sulle donne e i loro diritti coincide paradossalmente con il loro sfruttamento come scudi umani. Ciò che un tempo era socialmente emarginato, le donne e i bambini, è diventato un obiettivo strategico.

Durante l’attuale genocidio sono emerse testimonianze di diversi ragazzi e ragazze palestinesi usati come scudi umani dall’esercito israeliano. Tra queste c’è la storia della piccola Malak Shahab, nove anni, del campo di Nur Shams a Tulkarem, portata via da casa insieme alla sua famiglia e trattenuta con quello scopo.

Secondo il racconto di Malak, I soldati mi spingevano contro ciascuna porta della casa di mia zia, mentre loro stavano dietro di me, pronti a sparare. Quando nessuno rispondeva, e con profonda disperazione per essere costretta a obbedire, bussavo alla porta con la testa”.

Lo sfollamento forzato come strategia

«Mi hanno usata come scudo umano tre volte fin da quando ero bambina. Ogni volta eseguivo compiti militari sotto minaccia e ogni volta pretendevano che lasciassi subito dopo il campo. Anche se mi usassero mille volte, rimarrei comunque nel mio quartiere», afferma Hazar Al-Sititi.

Questo comportamento potrebbe indicare che tali protocolli vadano oltre una semplice tattica militare del momento, trasformando il corpo palestinese e l’individuo in un bersaglio a sé stante. Le donne sono state usate come scudi umani nel campo di Jabalia come parte di un piano più ampio per svuotare l’area dei suoi abitanti”, dice Meari, aggiungendo: “I colonizzatori ricorrono alle donne nei momenti in cui non riescono a reprimere la resistenza o a proteggersi. Gli attacchi in un luogo come il campo di Jabalia erano inaspettati, quindi l’esercito israeliano si è servito di ogni mezzo a sua disposizione, compresi gli scudi umani, per proteggersi”.

Secondo un’indagine del sito ebraico “The Warmest Place in Hell” [Il posto più caldo dell’Inferno, ndtr.], nell’ambito della sua politica di sfollamento forzato dei civili fin dal primo giorno del genocidio, l’esercito israeliano ha usato una coppia di anziani come scudi umani per costringerli a lasciare la loro casa, dopo che la coppia aveva dichiarato di non poter raggiungere Khan Younis a piedi e di non avere un posto dove andare in seguito agli ordini di evacuazione dell’esercito.

Un’altra indagine condotta dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor [ONG per i diritti umani con sede a Ginevra, ndtr.] ha identificato la coppia di anziani come Maziyouna Abu Hussein e Muhammad Abu Hussein. Sono stati costretti a entrare nelle case per verificare che fossero sicure e, una volta portato a termine il loro compito, i soldati israeliani li hanno giustiziati con dei colpi di arma da fuoco.

Il protocollo Zanzaraa Gaza

Dopo il suo arresto nella Striscia di Gaza il 7 ottobre 2023 Muhannad Wasfi è stato usato come scudo umano dai soldati israeliani. “Dopo 45 giorni nelle prigioni israeliane mi hanno trasferito nella parte meridionale della Striscia per svolgere una missione militare, alla ricerca di tunnel all’interno delle case. Ho perquisito case vuote, sollevando tappeti e spostando mobili alla ricerca di un’apertura o di un buco, ma non ho trovato nulla”, ha detto Wasfi.

Ha continuato: Per la prima volta ho sentito che la morte era imminente. Avevo sentito molte storie di palestinesi uccisi dai soldati anche dopo aver completato i compiti che erano stati loro imposti. Ogni volta che entravo in una stanza, recitavo la shahada [testimonianza di fede in Allah, ndtr.], come se fosse il mio ultimo respiro”.

La testimonianza di Muhannad è in linea con quello che è noto come Protocollo Vespa, in base al quale prigionieri e detenuti palestinesi vengono prelevati dalle prigioni israeliane e portati in zone di combattimento attivo per essere usati come scudi umani. Le testimonianze, compresa la sua, indicano che durante le operazioni di ricerca dei tunnel i detenuti sono spesso costretti a indossare uniformi militari israeliane, probabilmente per sgomberare gli ingressi dei tunnel da eventuali esplosivi nel caso in cui uno venisse individuato e fatto detonare dai combattenti.

Mi vestivano con la loro uniforme e mi mettevano un cappello, una telecamera e un dispositivo audio sulla testa. Mi bendavano gli occhi, mi legavano le mani e mi ordinavano di perquisire i luoghi. Mi interrogavano e mi torturavano. Una volta mi hanno spogliato nudo, mi hanno messo in una stanza, hanno acceso l’aria condizionata e hanno messo musica ad alto volume in ebraico fino a farmi perdere parzialmente l’udito, ha detto Wasfi.

L’infermiere Hassan al-Ghoul di Gaza ha testimoniato: Mi hanno costretto a indossare un’uniforme militare completa, ma senza armi, e mi hanno dato un attrezzo da taglio e una torcia elettrica. Mi hanno detto che avremmo fatto irruzione nell’ospedale Nasser e che io sarei entrato per primo. Mi hanno detto che mi avrebbero indicato un’apertura e che sopra la mia testa ci sarebbe stato un drone sotto il loro controllo aggiungendo: così, se fai qualcosa, possiamo vederti e controllarti. Mi hanno detto che sarei andato all’ospedale e che, se avessi trovato dei civili, avrei dovuto dire loro di andarsene perché l’esercito avrebbe fatto irruzione. Mi hanno ordinato di aprire tutte le porte chiuse e di manomettere tutte le bombole di gas a cui era attaccato un filo. Ho interrotto il soldato dicendo: Qualsiasi bombola di gas con un filo potrebbe esplodere con me vicino. Lui ha risposto: Lascia che esploda; è per questo che ti mandiamo lì’. Ho eseguito il compito dietro minaccia, sotto la mira di unarma”.

Una violazione anche della legge israeliana?

Forse questi protocolli militari definiscono i metodi di utilizzo dei palestinesi come scudi umani in un contesto storico recente, ma non tengono conto della lunga storia di questa pratica nella regione, che risale a prima della fondazione dello Stato di Israele.

Nel suo studio When Palestinians Became Human Shields: Counterinsurgency, Racialization, and the Great Revolt (1936-1939) [Quando i palestinesi divennero degli scudi umani: la controinserruzione, la razzializzazione e la grande rivolta (1936-1939) ndtr.] lo scrittore Charles Anderson ha documentato il primo caso registrato di scudo umano in Palestina durante la rivolta araba del 1936: Suleiman Touqan, sindaco di Nablus, che ricopriva un ruolo sociale di rilievo tra la popolazione locale. L’esercito britannico lo collocò sul tetto di un edificio militare per proteggere le proprie forze dagli attacchi dei combattenti palestinesi. Anderson sottolinea che questo faceva parte di una strategia più ampia per colpire i combattenti palestinesi e scoraggiare attacchi previsti sulle principali vie di comunicazione della zona.

Questa violazione israeliana dei corpi palestinesi divenne particolarmente evidente durante l’invasione delle città della Cisgiordania nel marzo 2002, durante la Seconda Intifada. Nota come “Procedura del Vicino”, prevedeva la perlustrazione delle abitazioni prima dell’ingresso dell’esercito alla ricerca di individui o combattenti ricercati.

Dopo la Seconda Intifada, il 6 ottobre 2005, la Corte Suprema israeliana ha emesso una sentenza che vieta l’uso di civili palestinesi come scudi umani nelle operazioni militari. Ciononostante l’esercito ha continuato a attuare questa pratica fino ad oggi, in palese violazione delle norme e del diritto internazionale.

Il diritto internazionale proibisce lo sfruttamento o l’uso di individui protetti dalla Quarta Convenzione di Ginevra, ai sensi degli articoli 28 e 49, come scudi umani per rafforzare le posizioni militari contro gli attacchi nemici o per prevenire attacchi di rappresaglia durante un attacco.

Il diritto internazionale umanitario garantisce alle donne una protezione speciale in tempo di conflitto, riconoscendo che le donne in particolare sono esposte a specifiche forme di violenza. Di conseguenza, necessitano di ulteriori tutele, sia in quanto madri, sia in quanto più vulnerabili alla violenza sessuale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un obbiettivo alla volta: la logica che ha permesso ai progressisti israeliani di commettere genocidio

Yuval Abraham

20 ottobre 2025 – +972 Magazine

Attribuendo un obbiettivo militare ad ogni uccisione gli israeliani di ogni parte della popolazione hanno potuto partecipare ai massacri senza porsi il problema della moralità delle proprie azioni.

Pochi mesi dopo il 7 ottobre mi sono iscritto ad un corso introduttivo sul genocidio alla Open University di Israele. Il docente ha iniziato la prima lezione dicendoci – eravamo circa 20 studenti ebrei israeliani contattati su Zoom – che alla fine del semestre avremmo capito esattamente che cosa comporta il genocidio e saremmo stati in grado di spiegare perché Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza.

In sintesi la sua argomentazione era la seguente: al massimo Israele potrebbe stare distruggendo Gaza, ma le sue azioni sono guidate da obbiettivi militari piuttosto che da un “intenzione di distruggere” un gruppo specifico “in quanto tale”, come specifica la Convenzione sul Genocidio. In assenza di questa intenzione, ha concluso, il termine genocidio non può essere impiegato.

Negli ultimi due anni ho pubblicato molte ricerche che rivelano dettagli sulla politica di fuoco illimitato di Israele a Gaza, parecchie delle quali hanno contribuito a formulare accuse legali di genocidio. Quando il Sudafrica ha presentato la sua denuncia contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel gennaio 2024, essa si basava in parte sul nostro esposto del novembre 2023 che rivelava la campagna di Israele di uccisioni di massa gestite dall’intelligenza artificiale dirette contro le case delle famiglie di sospetti militanti. Quando un comitato delle Nazioni Unite il mese scorso ha analogamente raggiunto la conclusione che Israele ha commesso un genocidio si è basato, in parte, su un’altra delle nostre ricerche che mostrava che l’80% dei morti a Gaza erano civili, secondo un data base dei servizi di sicurezza interni israeliani.

Eppure pochi delle decine di soldati ed ufficiali con cui ho parlato nel corso di queste ricerche, molti dei quali si sono offerti volontariamente come informatori, si ritenevano partecipi di un genocidio. Quando ufficiali di intelligence e comandanti descrivevano il bombardamento di case civili a Gaza spesso richiamavano la logica del docente dell’università: certo, possiamo aver commesso dei crimini, ma non eravamo assassini poiché ogni azione aveva uno specifico obbiettivo militare.

Per esempio, dopo il 7 ottobre l’esercito ha autorizzato i soldati ad uccidere fino a 20 civili allo scopo di assassinare un sospetto militante di Hamas di basso grado, oppure centinaia di civili se l’obbiettivo erano figure più importanti. La gran maggioranza di queste uccisioni sono avvenute in abitazioni civili dove non aveva luogo alcuna attività militare. Ma per la maggioranza dei soldati con cui ho parlato la mera esistenza di un sospetto obbiettivo militare, anche in casi in cui la fotografia dell’intelligence non era chiara, giustificava virtualmente qualunque numero di morti.

Durante un’altra ricerca un soldato mi ha raccontato come il suo battaglione abbia utilizzato droni a controllo remoto per sparare su civili palestinesi, compresi donne e bambini, mentre cercavano di tornare alle loro case distrutte in una zona occupata dall’esercito israeliano, uccidendo 100 palestinesi disarmati nell’arco di tre mesi. L’obbiettivo, mi ha spiegato, non era ucciderli per il gusto di farlo, ma per svuotare il quartiere e renderlo così più sicuro per i soldati di stanza lì.

Un’altra soldatessa ha raccontato di aver preso parte ad un bombardamento di un intero blocco residenziale, comprendente oltre 10 edifici multipiano e un grattacielo, tutti abitati da famiglie. Sapeva in anticipo che facendo ciò lei e la sua squadra avrebbero probabilmente ucciso circa 300 civili. Ma l’operazione, ha spiegato, si basava su informazioni secondo cui un comandante di Hamas di livello relativamente alto avrebbe potuto essere nascosto da qualche parte sotto uno di quegli edifici. In assenza di informazioni più precise hanno distrutto l’intera zona nella speranza di ucciderlo.

La soldatessa ha ammesso che l’attacco è stato un massacro. Ma a suo parere non era questa l’intenzione: l’obbiettivo era colpire il comandante, che avrebbe potuto anche non essere là.

Questo schema di focalizzazione sull’obbiettivo ha svolto un ruolo cruciale nel consentire agli israeliani comuni di partecipare al genocidio, forse più ancora della sola obbedienza, che normalmente viene considerata la principale motivazione in simili contesti. Considerando ogni azione violenta come un compito a sé stante, dal prendere di mira un militante di Hamas al mettere in sicurezza una zona, i soldati possono evitare di confrontarsi con il proprio ruolo nel massacro di massa di civili.

Inoltre questo atteggiamento mentale diventa più facile da sostenere in un periodo di intelligenza artificiale e di grandi numeri. Queste tecnologie possono raccogliere ed analizzare informazioni su un’intera popolazione quasi istantaneamente, mappando gli edifici e i loro abitanti con presumibile precisione. In tal modo producono un continuo flusso di apparenti giustificazioni militari, creando una parvenza di legalità per una politica di uccisioni di massa. Infatti l’intelligenza artificiale ha permesso a Israele di trasformare un caposaldo del diritto internazionale – l’obbligo di attaccare soltanto obbiettivi militari – in uno strumento che legittima ed accelera proprio quel massacro che si intendeva impedire.

Motivazioni sovrapposte

Mentre un fragile cessate il fuoco mediato dagli USA entra in vigore a Gaza, gli sforzi globali per garantire responsabilità e giustizia continueranno a pieno ritmo. La denuncia del Sudafrica alla CIG continuerà a far rumore, mentre Israele e i suoi sostenitori, compresi i governi occidentali, tenteranno di screditare le accuse di genocidio allo scopo di evitare le conseguenze legali di una simile sentenza. Nel far questo continueranno ad indicare pretesi obbiettivi militari dietro ogni specifico attacco, come fa normalmente l’esercito in risposta ai nostri rapporti.  

L’abitudine degli autori del genocidio di invocare la “sicurezza” come giustificazione della violenza di massa è ben documentata, giustficando le azioni di brutalità in un più ampio schema di autodifesa. Ma qualunque inconsistente scusa venga avanzata per ogni caso, gli attacchi di Israele sono stati condotti innegabilmente con la totale consapevolezza che avrebbero comportato la distruzione di un altro popolo. Il risultato è un numero di morti palestinesi che si ritiene superi i 100.000 e il quasi completo annientamento della Striscia di Gaza.

Tuttavia focalizzarsi solo su come ogni singolo atto di violenza si è sommato fino a creare una complessiva realtà di genocidio significa anche non cogliere il punto. Per molti leader israeliani la morte e la distruzione di massa era l’intento. Dalla deliberata riduzione alla fame di due milioni di persone e l’uccisione di chi cercava gli aiuti, fino al radere al suolo sistematicamente intere città e agire attivamente per l’espulsione di massa, l’eliminazione dei palestinesi di Gaza come obbiettivo in quanto tale era ampiamente chiara.

Soprattutto dopo che Israele ha violato il precedente cessate il fuoco di marzo, qualunque [giustificazione come, n.d.t.] obbiettivo militare si potesse dire esistesse è diventata anche più esile. Ciò che è rimasto è una nuda logica omicida che l’esercito raramente si è preoccupato di giustificare in termini militari.

Questa motivazione è chiara non solo nei fatti ma anche a parole. Come ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu a maggio: “Continuiamo a demolire le case: non hanno dove ritornare. L’unica via di uscita sarà la volontà dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia.” L’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva è entrato in dettagli anche più specifici: “Per tutto ciò che è accaduto il 7 ottobre, per ognuno di noi che è morto il 7 ottobre, 50 palestinesi devono morire. Non importa adesso se bambini o no. Non sto parlando di vendetta ma sto mandando un messaggio per le future generazioni. Hanno bisogno di una Nakba adesso e poi soffrirne il prezzo.”

Ma essenzialmente le motivazioni legate a un obbiettivo e quelle genocidarie non si escludono a vicenda: anzi, si rafforzano una con l’altra. E questa sovrapposizione allarga la base di coloro che intendono partecipare al massacro.

I soldati apertamente favorevoli al genocidio – e ce n’erano molti – hanno raso al suolo la città di Rafah per fare pulizia etnica dei palestinesi, mentre quelli con una percezione più liberale di sé stessi l’hanno distrutta per “creare una zona cuscinetto di sicurezza”. Haliva considerava il bombardamento di case civili come un atto di vendetta, mentre soldati più turbati da simili giustificazioni potevano raccontarsi che è stato fatto per colpire un bersaglio al loro interno.

La mentalità orientata ad un obbiettivo frammenta la distruzione di un popolo e la inserisce in migliaia di azioni isolate, ognuna giustificata di per sé, nessuna riconosciuta come parte di una più ampia campagna di genocidio. Ciò consente ad alcuni di coloro che la conducono di ignorare l’intento generale, nemmeno se leader come Netanyahu e Haliva lo esplicitano chiaramente. Per parafrasare il vecchio detto: concentrandosi su un singolo albero non vedono la foresta del genocidio.

Il genocidio come disegno morale

Ciò che sta al cuore di queste giustificazioni è la disumanizzazione dei palestinesi. I soldati che hanno massacrato 300 persone per uccidere un solo militante di Hamas mi hanno detto che probabilmente non lo avrebbero fatto se anche un solo bambino ebreo si fosse trovato nell’edificio.

La disumanizzazione va in due direzioni: non solo trasforma le vittime in una minaccia mostruosa, ma fa anche l’opposto, riducendole a polvere, rimpicciolendole fino a farle scomparire. Ecco come un soldato che compie una determinata missione può giustificare l’uccisione di 300 persone. Non le vede come 300 singoli esseri umani, ma solamente come dati di un software che calcola “i danni collaterali”.

Molti ebrei israeliani hanno interpretato gli sviluppi degli ultimi due anni attraverso il linguaggio dell’olocausto. Un amico d’infanzia che è diventato ufficiale di carriera nell’esercito, e che non mi parla più, ha scritto su Facebook che prima del 7 ottobre si è impegnato a seguire le testimonianze pubbliche di sopravvissuti all’olocausto “per traumatizzarsi il più possibile” e in tal modo trovare uno scopo nel suo lavoro. Dopo il massacro di Hamas, che lui considera un’azione degli odierni nazisti, ha scritto che ora può capire a fondo il dolore dei sopravvissuti all’olocausto.

Altri in Israele e nel mondo, me compreso, hanno visto il massacro di Israele di civili, i bambini di Gaza che muoiono di fame, le fosse comuni e i continui sfollamenti forzati ed hanno considerato quegli stessi eventi dalla prospettiva opposta.

E’ impressionante che l’immaginario dell’olocausto possa essere usato sia per giustificare la distruzione di Gaza sia per opporvisi. Questo paradosso parla del potere del genocidio come linguaggio morale prevalente nel nostro tempo e del fatto che i palestinesi devono spesso tradurre la propria sofferenza nei termini di quel linguaggio per essere anche solo ascoltati come vittime.

Tuttavia vedere gli ultimi due anni non solo attraverso il prisma del genocidio ma anche come una seconda Nakba – un duraturo progetto di eliminazione finalizzato a distruggere sia un popolo che lo spazio in cui vive – può avvicinarci a comprendere la natura delle azioni di Israele. Mentre il genocidio è spesso considerato violenza fine a sé stessa, la Nakba rappresenta una violenza che ha uno scopo: la rimozione e la sostituzione di un popolo.

Eppure, in quanto ebreo israeliano posto di fronte agli orrori degli ultimi due anni, non posso non pensare in termini di olocausto. La distruzione di Gaza mi ha permesso di comprendere meglio non solo le storie delle vittime, ma anche quelle degli autori – la maggioranza silenziosa che ha favorito le atrocità con le proprie azioni e con le storie che si racconta per giustificare tutto questo.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il prigioniero palestinese Abu Shanab afferma che le autorità israeliane hanno abusato dei detenuti fino agli ultimi momenti prima del rilascio

Redazione di MEMO

14 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il prigioniero palestinese Kamal Abu Shanab ha affermato che le autorità israeliane hanno continuato a maltrattare i detenuti fino all’ultimo momento prima del loro rilascio, descrivendo abusi generalizzati e condizioni disumane nelle prigioni israeliane.

Abu Shanab di 58 anni è stato rilasciato lunedì come parte della prima fase dell’accordo sul cessate il fuoco che è cominciato venerdì scorso, secondo un piano che sarebbe stato mediato con il coinvolgimento degli Stati Uniti.

Parlando all’agenzia Anadolu, Abu Shanab, un abitante di Tulkarem, nella Cisgiordania occupata settentrionale, ha affermato: “La situazione nelle prigioni è molto difficile – torture, oppressione, umiliazione e paura. Ai prigionieri palestinesi succede di tutto. La situazione è indescrivibile.”

Ha mostrato i segni sui polsi e le caviglie, dicendo che il servizio penitenziario israeliano ha mantenuto i detenuti destinati al rilascio “ammanettati e incatenati sulla ghiaia per più di sei ore.”

Abu Shanab, che è stato imprigionato per 15 anni di una condanna all’ergastolo, ha ricordato che i soldati hanno espresso incredulità per la capacità di resistenza dei prigionieri: “Essi hanno detto ‘Come possono sopportare questo? Che tipo di forza hanno?’”

Ha aggiunto che i prigionieri sono stati “soggetti a umiliazioni e torture” e che “tutto è stato fatto per spezzare la loro resistenza.”

Molti ex-detenuti hanno anche affermato all’agenzia Anadolu che le condizioni nelle prigioni israeliane sono chiaramente peggiorate dall’inizio della campagna militare israeliana contro Gaza il 7 ottobre 2023, citando racconti di tortura, fame e negazione delle cure mediche.

Secondo organizzazioni per i diritti umani palestinesi e israeliane più di 10.000 palestinesi – inclusi minori e donne – rimangono nelle prigioni israeliane, molti dei quali presumibilmente subiscono trattamenti crudeli e privazioni.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Sono tutti dei bugiardi”: così reagiscono i cittadini di Gaza alla proposta di “pace” di Trump e al potenziale cessate il fuoco

Tareq S. Hajjaj  

7 ottobre 2025 Mondoweiss

Molti a Gaza credono che il piano di “pace” di Trump sia uno stratagemma per liberare i prigionieri israeliani e poi riprendere il genocidio. Ma nonostante il profondo scetticismo, l’ansia di porre fine alla guerra prevale su tutto

L’annuncio del piano per porre fine alla guerra su Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto un impatto immediato sui palestinesi che vivono sotto i violenti bombardamenti israeliani. Quando il 29 settembre è arrivato l’annuncio alcune famiglie di Gaza City hanno ritardato ad evacuare anche dopo aver ricevuto molteplici avvertimenti dell’esercito di spostarsi a sud, aggrappandosi alla speranza che il piano di Trump avrebbe posto fine alla guerra e risparmiato loro un altro turno di sfollamento.

Dopo la risposta positiva di Hamas del 3 ottobre, che si è dichiarato pronto a “discutere i dettagli”, alcune famiglie sono addirittura tornate dal sud. Il primo giorno le famiglie sono tornate pacificamente. Il secondo giorno, quando l’esercito israeliano ha notato un aumento delle persone dirette a nord, ha iniziato a prenderle di mira su al-Rashid Street, l’unica strada che collega la metà settentrionale e quella meridionale di Gaza.

Molti a Gaza hanno respinto il piano di Trump, definendolo uno stratagemma per ingannare Hamas e la resistenza palestinese, prima ottenendo il rilascio dei prigionieri israeliani e poi consentendo a Israele di abbandonare l’accordo e riprendere la sua campagna di bombardamenti e demolizioni. Ma nonostante il profondo scetticismo, la maggior parte della popolazione di Gaza vede il piano come l’ultima possibilità di fermare il genocidio. Il loro disperato bisogno che si ponga fine alle uccisioni quotidiane ha spinto molti a sostenere qualsiasi accordo.

A Gaza anche l’ottimismo è evidente; molti credono che ci sia una reale possibilità che la guerra possa finalmente finire. Credono che il mondo intero sia ora d’accordo nel fermare la guerra a Gaza, nonostante i dubbi persistenti sulle vere intenzioni di Trump e sull’impegno di Israele a rispettare il ritiro.

“Confidiamo in Dio. Non ci fidiamo di Trump”, ha detto Muhammad Badr, 44 anni, di Gaza City. “Non ci fidiamo degli Stati Uniti e non ci fidiamo di Israele. Ma speriamo che questa volta tutti questi paesi, guidati da Trump, pongano finalmente fine a questa guerra devastante”.

“Votiamo a favore di qualsiasi piano che fermi la guerra”, ha continuato. “Qualsiasi cosa che ci riporti alle nostre case, anche se sono state distrutte da Israele e dagli Stati Uniti. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è stabilità, pace e la fine dell’eccidio”.

“Abbiamo alle spalle molte false speranze e preghiamo che questa volta non sia come la volta precedente, che aveva solo lo scopo di ingannarci e prolungare la guerra”, aggiunge Badr.

Mentre i negoziati in Egitto proseguono, la gente di Gaza attende i risultati e l’annuncio che questa guerra sia finalmente finita. Nonostante le preoccupazioni sui termini del piano e la diffusa convinzione che serva agli interessi israeliani, il desiderio di porre fine alla guerra prevale su tutto.

Alcuni abitanti di Gaza sottolineano che la prima fase del piano prevede il rilascio di tutti i prigionieri israeliani da Gaza City – prova, a loro dire, che il piano avvantaggia principalmente Israele. Fadi Harb, 33 anni, residente nel campo profughi di al-Nuseirat nella zona centrale di Gaza, ha espresso un cauto ottimismo riguardo all’accordo, definendolo un passo avanti verso la fine della guerra.

“Abbiamo perso le nostre case e le nostre città sono distrutte”, ha detto Harb. “Ma abbiamo ancora speranza. Se questa guerra finisce presto, potremo ricostruire la nostra patria”.

“Eravamo davvero contenti quando Hamas ha risposto accettando”, ha aggiunto. “Speriamo che entrambe le parti – Hamas e l’occupazione israeliana – abbiano la sincera intenzione di fermarsi”.

Harb ritiene che la pressione internazionale su Israele l’abbia costretto ad accettare il piano e che Israele stia “perdendo più di quanto guadagni combattendo a Gaza”.

“La loro reputazione mondiale è rovinata, stanno perdendo legittimità e vengono emarginati ovunque vadano”, ha spiegato. “La guerra ha smascherato Israele per quello che è: uno Stato di criminali assetati di sangue. La pressione internazionale ha spinto Israele al tavolo delle trattative”.

Harb ha anche affermato che le condizioni poste da Hamas per il piano erano legittime: fermare il fuoco israeliano in modo di poter localizzare i prigionieri e consegnarli a Israele. “Hanno bisogno dell’atmosfera e del contesto giusti per svolgere questo lavoro. È normale”, ha spiegato. “Sono ottimista sul fatto che una volta consegnati tutti i prigionieri questa guerra finirà”. Alla domanda da dove provenga questo ottimismo, Harb ha risposto di essere fiducioso che la pressione internazionale costringerà Israele a mantenere gli impegni. “E anche perché il Presidente degli Stati Uniti sta guidando questo piano”, ha aggiunto.

“Forse per loro pace significa resa totale”

L’ottimismo, tuttavia, non è condiviso da tutti i palestinesi della Striscia. Alcuni ricordano la lunga storia di coinvolgimento americano con palestinesi e israeliani e credono che Israele e Stati Uniti stiano ancora una volta ingannando Hamas.

“Sono tutti bugiardi”, ha detto Muhammad Tanja, un residente di Gaza. “Gli americani, gli israeliani, sono tutti bugiardi. Non danno nulla ai palestinesi. Prendono solo.”

“Prendono le nostre terre. Prendono le nostre vite. E lo fanno con l’inganno”, ha continuato Tanja. “Ogni tanto escogitano un nuovo piano o un nuovo accordo. Ci tengono lì a sperare in svolte positive mentre continuano a ucciderci. Parlano di pace e di fine della guerra. Ma proprio ora hanno ucciso 20 persone nella loro casa e nessuno può tirarle fuori da sotto le macerie. Di quale pace stanno parlando?”

“Forse per loro pace significa la resa totale o l’uccisione totale dei palestinesi”, ha aggiunto Tanja. “Forse la loro la pace è una terra senza un popolo.”

Altri vedono il piano come poco più che un’operazione di salvataggio per Netanyahu, portata avanti per suo conto da Trump.

“Questo piano non è il piano di Trump, è un piano israeliano”, ha detto Jihad Wadi, 51 anni, di Deir al-Balah. “È solo per salvare Netanyahu. Il piano libererà i prigionieri, distruggerà Hamas e le sue armi e li caccerà da Gaza dopo due anni di distruzione e uccisioni. Il risultato è che tutta Gaza è stata distrutta”.

“Non abbiamo più nulla dopo questa guerra: niente scuole, niente ospedali, niente case, niente parenti, niente amici. Israele ha distrutto tutto”, ha continuato Wadi. “Ora vogliono porre fine alla guerra, ma vogliono anche un’idea di vittoria. Netanyahu la vuole per le prossime elezioni. Con questo piano Trump lo ha salvato”.

“Israele si atterrà a questo piano, e credo che lo farà anche Hamas”, ha aggiunto. “Israele vuole porre fine alla guerra, rivendicare la vittoria e sfuggire alle pressioni internazionali. Hamas vuole fermare l’uccisione dei palestinesi a Gaza”.

In Israele, ha spiegato Wadi, questo sarà celebrato come un successo. “Hanno distrutto Gaza, hanno ripreso i prigionieri e hanno distrutto Hamas. Quindi sì, festeggeranno se questo piano si concretizzerà.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Gli italiani ci hanno regalato un sorriso a Gaza

Eman Abu Zayed

Scrittrice palestinese di Gaza

28 settembre 2025 – Al Jazeera

 

Lunedì scorso ero per strada a Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza, cercando di prendere la linea internet, qualcosa che è diventato quasi impossibile a Gaza. La nostra casa era stata appena bombardata per la terza volta nel corso della guerra ed eravamo stati costretti a fuggire per la decima volta. Avevo di nuovo perso tutto.

Il mio cuore era pieno di angoscia e tutto intorno a me mi ricordava la perdita che ci aveva colpiti.

Quando finalmente sono riuscita a connettermi il mio telefono è stato inondato da video, foto e messaggi audio dall’Italia. Ho visto masse di gente in marcia nelle strade, sventolando bandiere palestinesi e inneggiando insieme per la nostra libertà. Ho visto piazze piene di striscioni con la scritta “Fermare la guerra” e “Palestina libera” e volti che mostravano un misto di rabbia e speranza. Cercavano di mandarci un messaggio: vi ascoltiamo, siamo con voi.

Ho provato un’immensa gioia.

Era la prima volta che vedevo manifestazioni pro Palestina di questa grandezza ed impatto. I sindacati di base italiani avevano convocato uno sciopero di 24 ore e gli italiani hanno risposto in massa. In più di 70 città italiane le persone sono scese in piazza per dimostrarci che si preoccupano per Gaza, che sostengono la nostra causa, che vogliono una fine immediata del genocidio.

Non si trattava di una nazione musulmana o a maggioranza araba: si trattava di un Paese occidentale, il cui governo rifiuta di riconoscere uno Stato palestinese e continua a sostenere Israele. Eppure il popolo italiano ha marciato per noi per esprimere la sua solidarietà.

Questa mobilitazione dimostra che la solidarietà per i palestinesi non si limita a chi ci è vicino per lo stesso retroterra culturale, ma si estende alle persone di tutto il mondo, anche in luoghi dove le elite politiche continuano a sostenere Israele.

A Gaza queste immagini della solidarietà italiana si diffondono di telefono in telefono, portando un raggio di speranza tra le macerie, la fame e le bombe. La gente ha trasmesso questi video sulle chat, guardando con stupore le masse italiane. Queste immagini e questi video hanno dipinto un raro sorriso su tanti volti palestinesi. Si è insinuata la sensazione che non siamo completamente abbandonati, che il mondo esterno si sta mobilitando per fermare la guerra.

Durante la scorsa settimana ho anche seguito da vicino la Sumud Flotilla che si stava dirigendo verso Gaza. Il governo italiano ha fatto enormi pressioni sulla delegazione di 50 cittadini italiani perché desistessero. La maggioranza di loro ha rifiutato e ora sono a bordo di diverse navi che si dirigono verso di noi.

Sono anche stata in grado di comunicare con alcuni giornalisti a bordo della nave, che mi hanno detto parole piene di incoraggiamento e speranza, assicurandoci che non siamo soli e che c’è chi continua a lottare per noi, nonostante le distanze e i rischi.

Le manifestazioni e la flotilla non sono state il solo raggio di speranza che mi ha raggiunta dall’Italia. A giugno, dopo aver letto alcuni miei articoli, due italiani, Pietro e Sara, e Fadi, un palestinese che vive in Italia, mi hanno aiutata.

Il loro sostegno non si è limitato alle parole, è stato tangibile. Mi hanno aiutata a diffondere i miei scritti in modo che raggiungessero più persone. Inoltre mi hanno costantemente seguita, chiedendomi di me e della mia famiglia e inviandomi messaggi di speranza e incoraggiamento.

Ad agosto con l’aiuto dei miei amici sono riuscita a pubblicare la mia storia personale sul quotidiano italiano Il Manifesto, condividendo la nostra sofferenza e resilienza con migliaia di lettori.

Prima della guerra non conoscevo molto dell’Italia. Sapevo che è un bel Paese con una storia interessante e una popolazione amichevole. Ma non mi sarei mai aspettata di vedere gli italiani mobilitarsi per la Palestina, scendendo in piazza in tantissimi per sostenerci.

Oggi provo ammirazione e stima per gli italiani. La loro partecipazione alle manifestazioni, il loro appoggio personale e il loro ruolo in iniziative come la Sumud Flotilla mi hanno davvero fatto sentire che la nostra causa non è lontana dal cuore delle persone di tutto il mondo, che la solidarietà internazionale non è fatta solo di parole, ma di azioni concrete.

Spero di vedere manifestazioni simili in altri paesi, per sentire che il resto del mondo vede davvero la nostra sofferenza e sostiene il nostro diritto alla vita, alla libertà e alla dignità.

Al popolo italiano e a tutti gli altri che si mobilitano per Gaza voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, voi riempite di gioia i nostri cuori.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Eman Abu Zayed è una scrittrice palestinese di Gaza e una studentessa in traduzioni

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




A Gaza la cosiddetta “evacuazione dei civili” è un cammino tra bombe e morte

Amira Hass

17 settembre 2025 – Haaretz

Gaza sta per essere cancellata dalle mappe, pietra dopo pietra. “Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che sta succedendo,” scrive un abitante.

“Ho mandato la mia famiglia a sud,” mi ha scritto un amico ieri mattina, “ma io sono rimasto a Gaza City per dire addio alle sue strade e per piangerla. Sto seduto da solo nella casa di mio padre, pensando ai pochi luoghi simbolici ancora in piedi. Non so cosa farò domani. Prevarrà la nostalgia della mia famiglia e mi dirigerò a sud? O avrò il coraggio di rimanere finché il mio sangue, le mie ossa e la mia carne si mescoleranno alla polvere e alla cenere di Gaza mentre viene cancellata dalla faccia della terra, pietra dopo pietra?” Fino alla notte scorsa era ancora nella sua casa a Gaza City. In risposta alla mia preghiera – in cui gli dicevo di sperare di venire a sapere che aveva già raggiunto la sua famiglia – ha ripetuto che probabilmente oggi o domani sarebbe andato a sud.

Ogni momento potrebbe essere l’ultimo.

Ieri pomeriggio la famiglia Zaqout (originaria di Ashdod/Isdud) ha annunciato che 23 dei suoi membri sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano la mattina presto, insieme ad altre 24 persone di famiglie vicine che erano rimaste nelle proprie case o tende nel quartiere di Sheikh Radwan, a nord-ovest della città. Nel pomeriggio non tutti i corpi erano stati recuperati e neppure localizzati.

La figlia di altri amici, insieme ai suoi bambini e alla famiglia del marito, è partita ieri verso sud dalla casa semidistrutta in cui ha continuato a vivere persino durante le invasioni sul terreno degli ultimi due anni.

Ci è voluto tempo: tempo per trovare un’auto, per trovare il denaro per pagare un autista, per decidere cosa prendere e cosa lasciarsi dietro, per convincere il figlio più grande che non poteva portarsi i giocattoli e i libri.

Al pomeriggio procedevano lentamente verso sud lungo la strada costiera, ammassati in un’auto tra migliaia di altri veicoli e carretti. Nessuno esprimeva ad alta voce la paura che li assillava miglio dopo miglio, che una bomba o un missile potesse colpire anche loro lungo la strada.

Dopotutto quello che eufemisticamente l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] chiama l’“evacuazione di civili da Gaza City” è accompagnata da un’incessante raffica di attacchi aerei, bombardamenti ed esplosioni.

A conferma di ciò ieri alle 18,36 l’agenzia di notizie Wattan [palestinese con sede a Ramallah, ndt.] ha informato che cinque persone sono state uccise nei pressi di piazza al-Katiba, nella parte occidentale della città, da un missile mentre viaggiavano in un’auto che stava trasportando verso sud degli sfollati.

Alle 18,24 la stessa agenzia riportava del bombardamento della moschea Al-Aybaki nel quartiere al-Tuffah, nell’est della città.

Alle 18,18 sono giunte informazioni di esplosioni in edifici del quartiere di Shujaiyeh, sempre a est.

Alle 18,10 c’è stata la notizia di attacchi di elicotteri nei pressi dell’incrocio Ansar a ovest – non sono stati dati ulteriori dettagli sul tipo di munizioni.

Alle 17,52 un missile sparato da un drone ha colpito la scuola Hamama a Sheikh Radwan, nel nord della città, dove si erano rifugiati degli sfollati.

Alle 17,32 un video ha accompagnato un’informazione scritta su un intenso bombardamento di edifici residenziali nel campo di rifugiati di Shati: si vedono grigi isolati di cemento, un fischio acuto attraversa l’aria, un incendio che divampa, poi sale del fumo. In sottofondo si sentono le voci di un uomo e vari bambini.

“Vibrazione. All’inizio neppure una voce ma un brivido nella spina dorsale. E poi una voce. Razzi colpiscono la casa che ho davanti,” ha scritto nel fine settimana Anees Ghanima su Facebook, descrivendo un altro bombardamento.

A intervalli di pochi minuti arriva questo tipo di aggiornamenti.

Alle 18,31 l’agenzia di notizie Wattan ha informato che secondo fonti ospedaliere dall’alba il fuoco israeliano ha ucciso 89 persone, 79 delle quali a Gaza.

Una giovane donna della famiglia Samouni, sopravvissuta al bombardamento del 2009 ordinato dall’allora colonello della brigata Givati Ilan Malka, pronuncia la parola “difficile” circa 20 volte durante il nostro colloquio telefonico. È la settima o ottava volta che è stata sfollata con i suoi tre figli di un’età dai nove mesi ai cinque anni, suo marito e la sua famiglia. Ogni volta ha detto che “stavolta è peggio”.

Quattro giorni fa hanno lasciato a piedi il campo profughi di Shati, dove hanno vissuto per mesi in una tenda, in un accampamento sovraffollato di tende e baracche. Un’auto ha portato prima i loro averi in un posto a Deir al-Balah ed è tornata a prenderli. Se lei dice che questa volta è peggio sa quello che dice.

Ha ancora nel cranio frammenti del bombardamento del 2009 nel quartiere di Zeitoun. Continua a soffrire di emicranie e di capogiri. All’epoca su ordine dei soldati lei e circa 100 membri della sua famiglia allargata furono cacciati dalle loro case e obbligati a stare in un edificio inabitabile. Il giorno dopo il colonnello Malka decise, in base alle immagini di un drone, che assi di legno prese dal cortile per accendere un fuoco e preparare il tè erano lanciarazzi. Ventuno persone vennero uccise da un attacco missilistico contro l’edificio. I feriti furono decine.

Oggi a Gaza chiunque – sfollato, ferito o che seppellisce i propri figli, alla ricerca di un pezzo di terra libero per piantarvi una tenda – è un sopravvissuto alle invasioni, agli attacchi e alle guerre precedenti. A Gaza ogni persona ha conosciuto ogni genere di paura. Ma prima forse c’erano ancora parole per descriverla.

“Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che avviene,” ha scritto sulla sua pagina Facebook un mio conoscente di Gaza City, Abed Alkarim Ashhour.

Dall’inizio della guerra ha tenuto un diario in cui ha scritto poco di sé e ha cercato di descrivere la situazione intorno a lui con un linguaggio moderato.

“Le immagini non sono sufficienti. I resoconti sono limitati. Le notizie in breve raccontano solo una piccola parte della verità. Per comprendere davvero quello che sta avvenendo devi essere qua, anche solo per qualche ora. Ascoltare il rombo degli aerei sulla tua testa. Tremare per ogni esplosione e soffocare per la polvere densa e il fumo. Solo allora capirai che la sofferenza è più pesante di quanto il linguaggio possa tollerare. Qui a Gaza persino il silenzio grida.”

Due giorni fa un ragazzo e una ragazza sono stati visti in strada sotto la finestra di Fedaa Zeyad che, secondo la sua pagina Facebook, ha studiato letteratura e critica letteraria all’università Al-Azhar. A quanto pare i genitori dei ragazzi avevano chiesto loro di tenere d’occhio le loro cose mentre andavano a cercare un luogo dove sistemarsi per la strada.

Immagino che fossero persone fuggite dalle proprie abitazioni dopo aver ricevuto ordini telefonici registrati dell’esercito che intimavano di andarsene prima che le case venissero bombardate.

[Questa testimonianza di Zeyad, così come quella succitata di Anees Ghanima, è stata tradotta in ebraico da Tamar Goldschmidt e postata sulla sua pagina Facebook, come lei ha fatto con molte decine di post di palestinesi nel corso degli anni.]

Ecco come Zeyad lo racconta, parafrasato dall’originale:

“Mentre spostava i loro averi la madre ha detto: ‘Non preoccuparti, Fatima…’ e il padre a sua volta: ‘Fai il bravo, Hussein, finché non ritorno!’ Volevo allontanarmi dalla finestra, ma temevo che avrebbero avuto paura. Ogni volta che la ragazza diventava inquieta e cercava di vedere se i suoi genitori stavano tornando, il ragazzo le diceva: ‘Stai qui, tra poco bombaranno.’

In strada, sull’altro marciapiede, un’altra famiglia si era sistemata appendendo una tenda di tessuto su un’auto. Si poteva sentire una ragazza gridare: ‘Hai dimenticato le scarpe! Quelle bianche erano dietro la porta della camera da letto.’

‘Adesso vai a dormire e te le porterò domani, se non bombardano,’ ha promesso sua madre. L’aereo è riapparso sulla città rombando terrorizzante sopra il respiro dei due ragazzini, Fatima e Hussein.

Fatima ha chiesto: ‘Ci vorrà molto?’ E Hussein ha risposto: ‘Guarda che bella giornata!’, perché si era alzata una fresca brezza.

Tutti si sono tranquillizzati, salvo che per l’aereo, che rombava terrorizzante accanto alle teste dei ragazzini, alla mia testa, a quella della ragazza in attesa che il giorno dopo non cadessero bombe per non perdere le sue scarpe, alla testa della città che ora giace più vicina al suolo.

L’aereo ha divorato persino la brezza che per breve tempo aveva placato la paura di Fatima.

Questo è il destino di molte famiglie che dopo l’ordine di evacuazione sono uscite alla ricerca di un riparo. In strada.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)