A Gaza la medicina si reinventa di continuo

Donya Abu Sitta

6 settembre 2025 – Al Jazeera

Come studenti di medicina a Gaza ci viene insegnato come salvare vite umane a mani nude e come prendere decisioni impossibili.

Studiare medicina era il mio sogno d’infanzia. Volevo diventare un medico per aiutare le persone. Non avrei mai immaginato di studiare medicina non in un’università, ma in un ospedale; non sui libri di testo, ma sulla base dell’esperienza diretta.

L’anno scorso, dopo aver conseguito la laurea triennale in inglese, ho deciso di iscrivermi alla facoltà di medicina dell’Università di al-Azhar. Ho iniziato gli studi a fine giugno. Dal momento che le università di Gaza sono state tutte distrutte noi studenti siamo costretti a seguire le lezioni sui nostri cellulari e a leggere i testi di medicina alla luce delle loro torce.

Parte della nostra formazione consiste nel ricevere lezioni da studenti di medicina più anziani, costretti a iniziare la pratica anzitempo a causa del genocidio.

La mia prima lezione di questo tipo è stata tenuta da uno studente di medicina del quinto anno, il Dott. Khaled, all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir el-Balah.

Al-Aqsa non assomiglia per niente a un ospedale normale. Non ci sono ampie stanze bianche né privacy per i pazienti. Il corridoio è la stanza, i pazienti giacciono sui letti o sul pavimento e i loro lamenti riecheggiano in tutto l’edificio.

A causa del sovraffollamento dobbiamo seguire le lezioni in un caravan nel cortile dell’ospedale.

“Vi insegnerò quello che ho imparato non da lezioni”, ha esordito il Dott. Khaled, “ma da circostanze in cui la medicina era [qualcosa] che bisognava reinventare di continuo”.

Ha iniziato dalle basi: controllare la respirazione, aprire le vie aeree ed eseguire la rianimazione cardiopolmonare (RCP). Ma presto, la lezione si è spostata su qualcosa che nessun normale programma di studi contempla: come salvare una vita senza nulla a disposizione.

Il dottor Khaled ci ha raccontato un caso recente: un giovane uomo è stato estratto da sotto le macerie con le gambe frantumate e la testa sanguinante. Il protocollo standard prevede l’immobilizzazione del collo con uno stabilizzatore prima di spostare il paziente.

Ma non c’era nessuno stabilizzatore. Nessuna stecca. Niente di niente.

Così il dottor Khaled ha fatto ciò che nessun manuale di medicina avrebbe mai insegnato: si è seduto a terra, ha accolto la testa delluomo tra le ginocchia e la ha tenuta perfettamente ferma per venti minuti, finché non è arrivata lattrezzatura.

“Quel giorno”, ha detto, “non ero uno studente. Ero il tutore. Ero lo strumento.”

Mentre il medico supervisore preparava la sala operatoria il dottor Khaled non si è mosso, nemmeno quando i muscoli hanno iniziato a fargli male, perché era l’unica cosa che poteva fare per prevenire ulteriori lesioni.

Questo non è stato il solo racconto del dottor Khaled sulle soluzioni mediche improvvisate. Uno in particolare è stato straziante da ascoltare.

Una donna sulla trentina era stata portata in ospedale con una profonda lesione pelvica. La sua carne era lacerata. Aveva bisogno di un intervento chirurgico urgente. Ma prima, la ferita doveva essere sterilizzata.

Non c’era Betadine. Niente alcol. Niente strumenti puliti. Solo cloro.

, cloro. La stessa sostanza chimica che brucia la pelle e irrita gli occhi.

Era priva di sensi. Non c’erano alternative. Le hanno versato il cloro sulla ferita.

Il dottor Khaled ci raccontava questa storia con una voce tremante per il senso di colpa.

“Abbiamo usato il cloro”, ha detto, senza guardarci. “Non per incompetenza, ma perché non c’era altro.”

Siamo rimasti scioccati da ciò che abbiamo sentito, ma forse non sorpresi. Molti di noi avevano sentito racconti su misure disperate che i medici di Gaza avevano dovuto adottare. Molti di noi avevano visto il video straziante del dottor Hani Bseiso che operava la nipote su un tavolo da pranzo.

L’anno scorso il dottor Hani, chirurgo ortopedico dell’al-Shifa Medical Complex, si è trovato in una situazione impossibile quando la nipote diciassettenne, Ahed, è rimasta ferita in un attacco aereo israeliano. Erano rimasti intrappolati nel loro condominio a Gaza City, impossibilitati a muoversi, poiché l’esercito israeliano aveva assediato la zona.

La gamba di Ahed era irreparabilmente mutilata e sanguinava. Il dottor Hani non aveva molta scelta.

Non c’erano anestetici né strumenti chirurgici. Solo un coltello da cucina, una pentola con un po’ d’acqua e un sacchetto di plastica.

Ahed giaceva sul tavolo da pranzo, pallida in viso e con gli occhi socchiusi, mentre suo zio con gli occhi pieni di lacrime si preparava ad amputarle la gamba. Il momento è stato ripreso in video.

“Guardate”, ha gridato con la voce rotta, “le sto amputando la gamba senza anestesia! Dov’è la pietà? Dov’è l’umanità?”

É intervenuto rapidamente, con le mani tremanti ma precise, la sua formazione chirurgica si scontrava con il crudo orrore del momento.

Questa scena si è ripetuta innumerevoli volte in tutta Gaza, poiché persino i bambini piccoli hanno dovuto subire amputazioni senza anestesia. E noi, come studenti di medicina, stiamo imparando che questa potrebbe essere la nostra realtà; che anche noi potremmo dover operare un parente o un bambino mentre osserviamo e ascoltiamo il loro dolore insopportabile.

Ma forse la lezione più dolorosa che stiamo imparando è quella sui momenti in cui non è possibile intervenire, quando le ferite sono irreparabili e le risorse devono essere spese per coloro che hanno ancora una possibilità di sopravvivenza. In altri Paesi questa è una discussione etica teorica. Qui, è una decisione che dobbiamo imparare a prendere perché potremmo presto doverla assumere personalmente.

Il Dott. Khaled ci ha detto: “Alla facoltà di medicina insegnano che ogni vita va salvata. A Gaza si impara che non è possibile, e bisogna convivere con questa realtà“.

Questo è ciò che significa essere un medico a Gaza oggi: portare il peso disumano di sapere che non puoi salvare tutti e andare avanti; sviluppare un livello sovrumano di resistenza emotiva per assorbire una perdita dopo l’altra senza crollare e senza perdere la propria umanità.

Queste persone continuano a curare e insegnare, anche quando sono esauste, anche quando muoiono di fame.

Un giorno, a metà di una lezione sul trauma, il nostro istruttore, il Dott. Ahmad, si è interrotto a metà della frase, si è appoggiato al tavolo e si è seduto. Ha sussurrato: “Ho solo bisogno di un minuto. Ho un calo di zucchero”.

Sapevamo tutti che non mangiava dal giorno prima. La guerra non sta solo esaurendo le medicine, ma sta consumando i corpi e le menti di coloro che cercano di curare gli altri. E noi studenti stiamo imparando in tempo reale che la medicina qui non riguarda solo conoscenze e competenze. Si tratta di sopravvivere abbastanza a lungo da poterle usare.

Essere un medico a Gaza significa reinventare la medicina ogni giorno con ciò che si ha a disposizione, curare senza strumenti, rianimare senza attrezzature e medicare con il proprio corpo.

Non è solo una crisi di risorse. È una prova morale.

E in questa prova le ferite sono profonde: nella carne, nella dignità, nella speranza stessa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Donya Abu Sitta è una redattrice di contenuti, traduttrice e insegnante di inglese. Ha iniziato a studiare medicina da poco. Ha svolto attività di volontariato come traduttrice e scrittrice per l’Hult Prize, lo Youth Innovation Hub, Science Tone, Eat Sulas e Electronic Intifada.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’esercito israeliano ferisce 24 palestinesi durante il più grave attacco a Ramallah degli ultimi anni

Qassam Muaddi

26 agosto 2025 Mondoweiss

L’esercito israeliano ha effettuato una delle più massicce incursioni degli ultimi anni nel centro della città di Ramallah, sparando ai civili con gas lacrimogeni, granate stordenti e vere munizioni

Martedì le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui un bambino di 12 anni e un anziano di 71, nel più grande raid degli ultimi anni sulla città di Ramallah. Intorno alle 12:00 ora locale, veicoli blindati israeliani sono entrati nel centro della città in Cisgiordania e hanno sparato proiettili veri, granate stordenti e gas lacrimogeni nell’affollato centro cittadino delle ore di punta. Le forze israeliane hanno fatto irruzione in un’importante società di cambio valuta e nella sede centrale della Arab Bank nella centrale piazza Manara.

Il raid è durato tre ore e mezza, durante le quali i soldati israeliani hanno appostato cecchini sui tetti della zona mentre veicoli blindati israeliani bloccavano il centro città e continuavano a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri contro i giovani che lanciavano pietre contro le forze israeliane.

Secondo fonti locali i gas lacrimogeni e le granate stordenti sono stati lanciati contro diverse attività commerciali locali tra cui un barbiere, una popolare caffetteria, il mercato ortofrutticolo e diversi altri negozi.

Testimoni oculari nel centro città hanno riferito a Mondoweiss che l’esercito israeliano ha confiscato ingenti somme di denaro contante all’ufficio di cambio valuta di Ajjouli.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato in un comunicato che le forze israeliane hanno impedito alle sue ambulanze di raggiungere almeno un palestinese ferito vicino al mercato ortofrutticolo.

“Abbiamo tutti pensato a Gaza”

“Ero seduto in un bar che guarda la Piazza dei Leoni [nome popolare della piazza Manara per via della sua fontana con cinque statue di leoni, ndt.] quando all’improvviso ho sentito una forte esplosione”, ha raccontato a Mondoweiss un testimone oculare che ha chiesto di rimanere anonimo. “La gente nel bar si è precipitata alle finestre per vedere cosa stesse succedendo, poi ha iniziato ad allontanarsi perché il proprietario diceva che l’esercito di occupazione stava facendo irruzione a Ramallah. Poi ho visto un veicolo blindato parcheggiato proprio accanto all’ingresso dell’Arab Bank, con diversi soldati in piedi vicino alla porta e un altro soldato appollaiato sul balcone proprio sopra la banca. Stava puntando il fucile verso la piazza.”

“I giovani si radunavano dietro gli angoli, lanciando a turno pietre contro le forze di occupazione che sparavano gas lacrimogeni in tutte le direzioni, e poi ho iniziato a sentire odore di gas lacrimogeni all’interno del bar e la gente all’interno ha iniziato a tossire nonostante i dipendenti avessero chiuso tutte le finestre”, ha aggiunto il testimone oculare.

Un’altra testimone oculare ha raccontato a Mondoweiss che stava andando in università quando è iniziato il raid. “Mi sono fermata in un negozio di cosmetici in piazza Yasser Arafat, proprio accanto al centro città, quando improvvisamente ho visto gente correre via e ho sentito esplosioni di quelle che in seguito ho capito essere granate assordanti”, ha detto. “La gente ha iniziato a correre nei negozi per ripararsi, e ci siamo ritrovati in 13 persone – uomini, donne e due bambini – dentro il negozio di cosmetici”.

“Una soldatessa è arrivata e si è fermata per un po’ davanti al negozio, poi se n’è andata e poco dopo dei giovani si sono radunati nello stesso punto e hanno iniziato a lanciare pietre contro i soldati di occupazione”, ha ricordato la testimone, raccontando di aver visto un giovane colpito a una gamba. “Si teneva la gamba che sanguinava, finché degli altri non lo hanno portato via su un’ambulanza”.

La testimone ha riferito che, dopo tre ore, i palestinesi rifugiati nel negozio avevano fame. “Una bambina ha tirato fuori dei datteri e li ha fatti passare, ma non erano sufficienti per tutti, così li abbiamo divisi, e poi una donna anziana ha detto: ‘Che Dio aiuti la gente di Gaza’. Stavamo tutti pensando alla carestia nella Striscia”, ha aggiunto.

Le adiacenti città gemelle di Ramallah e al-Bireh ospitano la sede centrale dell’Autorità Nazionale Palestinese e i ministeri e le agenzie del governo palestinese. Entrambe le città sono state oggetto di raid israeliani più volte dall’ottobre 2023, e le forze israeliane hanno sistematicamente effettuato incursioni negli uffici di cambio valuta durante ogni raid. Nel dicembre 2023 le forze israeliane hanno lanciato un raid su larga scala uccidendo un palestinese di 23 anni e confiscando 2,8 milioni di dollari da diversi uffici di cambio valuta.

Nel maggio 2024 durante un raid mattutino le forze israeliane hanno lanciato grandi quantità di gas lacrimogeni nel mercato ortofrutticolo di Ramallah, provocando un vasto incendio tra le bancarelle del mercato che si è esteso a un edificio commerciale adiacente e ha distrutto almeno 80 piccole attività commerciali.

Sebbene Ramallah e al-Bireh siano classificate come Area A secondo gli accordi di Oslo – che dovrebbero essere sotto il totale controllo di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese – le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni in diversi quartieri di entrambe le città nell’ambito delle loro campagne di arresti notturni in Cisgiordania. Tuttavia le incursioni diurne in queste città erano diventate meno comuni dopo la fine della Seconda Intifada nel 2006. Le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni anche in altre città designate come Area A quali Nablus, Jenin, Hebron e Betlemme.

La governatrice dell’Autorità Nazionale Palestinese per l’area di Ramallah e al-Bireh, Leila Ghannam, ha descritto l’incursione come “terrorismo di Stato organizzato”. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che sette dei feriti sono stati colpiti da proiettili veri e quattro da proiettili rivestiti di gomma, mentre tre sono stati feriti da schegge e dieci hanno sofferto di asfissia a causa dei gas lacrimogeni. Secondo il ministero della Salute palestinese, dall’ottobre 2023 le forze armate e i coloni israeliani hanno ucciso 1.016 palestinesi in Cisgiordania, mentre nello stesso periodo vi sono stati arrestati oltre 10.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Troppo affamato per pensare, troppo debole per stare seduto dritto. La concentrazione scivola via”: la vita di un docente universitario a Gaza

Ahmed Kamal Junina,

19 agosto 2025, The Guardian

È difficile tenere la mente lucida quando il corpo è gracile e disidratato, ma la solidarietà è insegnare agli studenti affamati che i loro pensieri continuano a essere importanti.

Devo ammetterlo: scrivo questo testo mentre sto morendo di fame, troppo affamato per pensare con lucidità, troppo debole per stare seduto a lungo senza afflosciarmi. Non me ne vergogno perché l’inedia mi è inflitta deliberatamente. Rifiuto la fame che provo anche mentre mi sta consumando. Non posso sopravvivere in altro modo.

Dal 2 marzo 2025 Israele ha imposto il blocco totale a Gaza. Gli aiuti che riescono a entrare o a essere distribuiti, cibo, medicine, carburante, sono pochissimi. I mercati sono vuoti e i panifici, le mense comunitarie e le stazioni di rifornimento sono chiuse.

Il 27 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato 74 decessi per “malnutrizione” a Gaza quest’anno, 63 dei quali a luglio. Tra i morti ci sono 25 bambini, di cui 24 sotto i cinque anni. La fame sta dilagando in modo incontrollabile, quasi impossibile da fermare.

Un rigagnolo di aiuti è stato lanciato dal cielo. L’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere ha chiamato questi lanci “notoriamente inefficaci e pericolosi”. I punti di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta dagli Stati Uniti e da Israele, sono stati denunciati come “trappole mortali”, e l’ONU ha avvertito che si tratta di un sistema che viola i principi umanitari ed è costato più vite di quante ne abbia salvato.

La carestia non è più una minaccia, è già qui. Alcuni giorni ho i crampi per la fame mentre provo a rivedere anche un solo paragrafo. Le mie dita sono secche e doloranti, inaridite dalla mancanza di liquidi. La fame è assordante. Leggo, ma la fame mi urla nelle orecchie. Scrivo, ma la fame mi azzanna lo stomaco ad ogni tasto che batto.

E quando cerco di calmarmi, di pensare ai modesti piaceri della quiete ronzante dei droni, la mia mente vaga: in quale tana di coniglio sarei precipitato se fossi in una biblioteca? Cosa non farei per un caffè tra un articolo e l’altro. Per un panino tra una frase e l’altra. Per uno spuntino mentre sfoglio pigramente l’ultimo numero di TESOL Quarterly [rivista di didattica della lingua inglese, N.d.T.].

Mi chiedo: come posso tenere la mente lucida quando il mio corpo è diventato così magro e disidratato?

La fame inizia con un brontolio e si diffonde rapidamente. Le gambe mi sorreggono a malapena mentre cerco di raggiungere l’Internet cafè più vicino. Una volta lì, cerco di stare al passo con il lavoro e gli impegni, ricaricare i miei dispositivi elettronici e collegarmi brevemente con il mondo esterno. Ma con una pesante borsa per il computer in spalla non mi sembra di fare una breve camminata ma un viaggio attraverso il deserto.

Alcuni giorni la sopravvivenza dipende da una singola bustina di Plumpy’Nut, una pasta nutritiva a base di arachidi che di solito viene distribuita gratuitamente nelle zone colpite dalla carestia, ma che qui è venduto a circa 3 dollari e mezzo, un prezzo che molti non possono più permettersi. Chi è più fortunato può riuscire a comprare alcuni biscotti arricchiti di vitamine a prezzi esorbitanti.

Ma il problema non è solo pagare per mangiare. È prima di tutto avere accesso ai soldi. Dato che tutte le banche di Gaza sono danneggiate e non esiste più nessun bancomat funzionante, i contanti sono diventati sia scarsi che necessari. I pagamenti elettronici non sono comuni qui, tutti gli acquisti si fanno in contanti.

Dopo quasi due anni di guerra le banconote sono strappate e logore, e spesso i negozi non le accettano. Prelevare denaro dal proprio conto può significare essere taglieggiati, perché il cambio di valuta informale al di fuori dei consueti canali bancari può costare fino al 50% di commissioni.

Tutto ciò è in netto contrasto con lo spirito di Gaza, nota per la sua generosità, in cui i vicini si si sono sempre presi cura l’uno dell’altro e dove, come molti di noi ricordano, non è mai successo che qualcuno andasse a letto affamato se qualcun altro aveva cibo da condividere.

Questo spirito non è scomparso. Le persone condividono ancora qual poco che hanno. Ma la carenza di mezzi di sostentamento ha raggiunto livelli così elevati che anche le mani più generose sono spesso vuote. Le famiglie vanno a letto affamate e si svegliano affamate.

Un giorno in particolare avevo lavorato senza fermarmi, resistendo all’annebbiamento mentale e alla spossatezza. Quando sono riuscito a raggiungere le scale del mio appartamento mi reggevo a malapena in piedi. Il livello di zuccheri nel sangue era precipitato. Sono crollato nel momento in cui sono arrivato in camera da letto. Mi hanno portato d’urgenza dal medico più vicino che mi ha somministrato una flebo per stabilizzarmi.

La mattina seguente ero di nuovo al lavoro. Non perché stessi meglio, ma perché sentivo che non potevo permettermi di fermarmi. Dovevo condurre e trascrivere delle interviste, assistere degli studenti, inviare dei messaggi. La necessità di portare testimonianza era più forte del bisogno di riposarmi.

Non è questione di ego, ma di rifiutarsi di scomparire. Di resistere alla lenta cancellazione portata dalla guerra e dalla carestia. Di continuare a credere che i nostri pensieri e il nostro lavoro continuano, anche quando devono avvenire tra le macerie. A Gaza, essere un accademico oggi significa rifiutare di essere ridotto a una statistica.

Ci sono giorni in cui andare avanti sembra impossibile. Il corpo semplicemente si rifiuta. Leggere mi dà le vertigini. La concentrazione scivola via. Insegnare diventa una battaglia per dire cose che abbiano un qualche senso.

E oltre al logorio fisico c’è un’altra erosione: quella dell’identità. Come studiosi e persone di cultura ci è richiesto di stimolare il pensiero libero e non dogmatico nei nostri studenti, ma quando la realtà di tutti i giorni è la fame, il dolore e il trasferimento forzato, iniziamo a chiederci se ancora siamo in grado di adempiere a questo compito.

Cosa significa essere uno studioso quando vengono meno le condizioni richieste per pensare, insegnare e creare? Cosa significa libertà accademica quando la libertà intellettuale, politica e pedagogica è limitata dall’assedio? Cosa significa aiutare i giovani a sviluppare il pensiero critico quando noi stessi dobbiamo lottare per reggerci in piedi? Sono questioni che si pongono non come preoccupazioni astratte ma come tensioni vissute. Ma dobbiamo andare avanti, perché fermarci vorrebbe dire rinunciare al poco che ancora siamo in grado di fare.

Mi trovo spesso a dover fare una scelta difficile in classe: evitare di discutere della crisi, per timore di traumatizzare nuovamente i miei studenti, o prenderla di petto, per aprire uno spazio di riflessione collettiva. Sono entrambi percorsi erti di insidie, ma animati dalla stessa speranza: che l’istruzione serva non solo a informare ma anche a liberare, aiutando gli studenti a credere che le loro voci hanno ancora valore.

Il lavoro continua. Progetti di ricerca, verifiche dello stato di avanzamento, seminari online, lezioni registrate, corsi di aggiornamento, anche se spesso si devono sospendere. Questa è la nostra realtà. Eppure, continuiamo a esserci, ad andare a lezione, a scrivere progetti, a fare conferenze, a partecipare a convegni, a pubblicare. Non perché siamo forti o coraggiosi, ma perché crediamo al potere trasformativo dell’istruzione. E perché fermarsi vorrebbe dire arrendersi al silenzio.

Tuttavia, la verità più elementare rimane difficile da dire a voce alta: abbiamo fame. Non per un caso fortuito, ma premeditatamente. Da quand’è che non si può più chiamare una cosa con il proprio nome? Da giorni le lenticchie spezzate sono il mio unico pasto. Trovare farina è una caccia al tesoro.

E se riusciamo a trovare gli ingredienti, cuocere il pane in un forno all’aperto è estenuante, sia fisicamente che emotivamente. Bruciamo il legno dei mobili rotti per fare il pane. Usiamo i quaderni degli appunti e la carta da riciclo come combustibile, oppure dobbiamo comprare la legna solo per terminare la cottura. Non si tratta solo di fame, ma di essere costretti a lottare per sopravvivere in silenzio.

Accendere un fuoco è una sfida formidabile. Non ci sono più fiammiferi. È quasi impossibile sostituire gli accendini, e quando se ne trova uno può avere un prezzo proibitivo.

Chi ancora ha un accendino funzionante lo ricarica con cura con piccoli quantitativi di gas. In molti casi i vicini condividono un’unica fiamma, che passa di famiglia in famiglia, un atto tranquillo di solidarietà e di spirito di resistenza.

E quindi continuiamo a documentare. Non per eroismo, ma per rimanere presenti. Perché dietro ogni relazione, ogni nota a piè di pagina, ogni lezione c’è una verità più profonda: a Gaza si produce ancora conoscenza. Persino ora. Soprattutto ora.

Cosa significa la solidarietà quando alcuni di noi devono pensare, insegnare e lavorare mentre muoiono di fame? Cosa significa inclusione quando l’accesso al cibo, all’acqua e alla sicurezza determina chi può partecipare?

Questo non è un appello alla carità. È un invito di affrontare una verità scomoda: la solidarietà non significa nulla se non nomina e chiama in causa i sistemi che escludono le persone mentre lottano per sopravvivere sotto assedio, occupazione e privazioni intenzionali.

La vera solidarietà significa porre delle domande difficili: chi può parlare? Chi può essere ascoltato? Chi può continuare a imparare e a immaginare un futuro quando cadono le bombe e la fame morde?

La solidarietà significa cambiare il modo in cui il mondo lavora con chi sta affrontando una crisi: adattare le scadenze, esentare dai pagamenti, aprire l’accesso a libri e riviste, e dare spazio alle voci provenienti da Gaza e oltre, non come vittime ma come partner alla pari. Significa comprendere che il dolore, la fame e le infrastrutture distrutte non sono “disagi” sul lavoro, sono le nostre attuali condizioni di vita.

Produrre conoscenza in un contesto di carestia significa riflettere attraverso il dolore. Insegnare a studenti che non hanno mangiato e dire loro che la loro voce conta. Continuare a dire che, contro ogni previsione, Gaza pensa ancora, si interroga ancora, crea ancora.

Questo, di per sé, è un atto di resistenza.

  • Ahmed Kamal Junina è professore associato di linguistica applicata e direttore del dipartimento di lingua inglese all’università Al-Aqsa di Gaza, e membro del Centro per la ricerca comparativa e internazionale nell’istruzione dell’Università di Bristol.

[traduzione di Federico Zanettin]




Escrementi di soldati israeliani nelle pentole: quando l’IDF si è impossessato di centinaia di case in Cisgiordania

Amira Hass

28 luglio 2025 – Haaretz

Durante la guerra di Israele con l’Iran l’esercito ha occupato circa 250 case ed appartamenti in tutta la Cisgiordania, convertendoli in basi improvvisate e centri di interrogatori. Quando i soldati se ne sono andati gli abitanti sono tornati nelle case ridotte nel caos

Porte scardinate, armadi rotti, scaffali ribaltati col loro contenuto sparso sul pavimento, bagni sudici, serbatoi rotti, mucchi di vestiti e materassi in disordine e coperte imbrattate di feci – è questo lo scenario che ha accolto la famiglia Amouri quando è tornata nella sua casa a Balata, il più grande campo profughi della Cisgiordania. Erano stati costretti ad andarsene dopo che soldati israeliani avevano trasformato casa loro in una base temporanea.

Ho dovuto far andare la lavatrice per 24 ore consecutive”, afferma Dalal Amouri, la madre della famiglia. “Ho dovuto buttar via alcuni vestiti, erano troppo sporchi. Abbiamo trovato della carne presa dal freezer e buttata sul pavimento. Il bagno era così sporco che non potevamo nemmeno entrarci.”

La loro casa non era l’unica in quelle condizioni. Nelle ultime due settimane di giugno, durante la guerra Israele-Iran, l’esercito ha occupato circa 250 case e appartamenti nei campi profughi, nei villaggi e in alcuni quartieri delle città in tutta la Cisgiordania. In queste case abitano almeno 1.350 persone. La maggior parte di loro sono state scacciate, di solito in piena notte. In alcuni casi l’esercito è rimasto nelle case solo per qualche ora; nella maggior parte dei casi l’occupazione è durata ovunque dai due agli 11 giorni.

In questi periodi i soldati hanno condotto brevi incursioni nelle case vicine. Interi villaggi o specifici quartieri al loro interno sono stati sottoposti a coprifuoco o a severe restrizioni di movimento.

Solo poche delle case occupate erano vuote. In alcuni casi le famiglie sono state confinate in una sola stanza mentre soldati armati controllavano la porta. Più spesso gli abitanti sono stati costretti ad andarsene tutti e l’esercito ha usato le case come basi e, in molti casi, come centri di detenzione e interrogatorio per decine di uomini.

I soldati hanno strappato strisce di vestiti per usarle per bendare i detenuti”, dice Subhiya Hamadeh, anche lei abitante di Balata. Uno dei suoi vicini, che è stato arrestato, le ha detto di essere stato chiuso in una toilette con altre sei o sette persone per due o tre ore prima di essere interrogato e rilasciato.

L’esercito israeliano da lungo tempo è solito convertire le case in postazioni militari, avamposti e postazioni di cecchini. Ma l’occupazione di un così gran numero di case simultaneamente in così tante zone della Cisgiordania è un fatto senza precedenti. Secondo un rapporto preliminare dell’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) e informazioni ottenute da Haaretz, la maggior parte delle case coinvolte, circa 150, si trovavano in cittadine e villaggi del distretto di Jenin e circa 800 persone hanno dovuto abbandonarle.

In base allo stesso rapporto a Hebron, compresa l’area H2 (sotto totale controllo israeliano), l’esercito ha occupato almeno 25 unità residenziali e il tetto di una scuola. In quelle proprietà vivevano circa 300 persone.

In ciascuna casa occupata si sono posizionati decine di soldati. Secondo testimonianze raccolte dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, da ricercatori dell’ONU e da Haaretz, le famiglie che sono tornate a casa hanno trovato i loro effetti personali rotti, i mobili rovesciati o distrutti e le porte scardinate. Materassi, lenzuola e coperte erano stati usati o insudiciati. Alcuni hanno raccontato che prodotti per l’igiene e cibo sono stati consumati o danneggiati.

Alcune famiglie hanno riferito che la loro riserva di acqua era stata completamente consumata. A causa delle quote di acqua imposte da Israele, le municipalità e le compagnie palestinesi le forniscono ai quartieri a rotazione e le famiglie le immagazzinano in taniche sul tetto. Ad altezze maggiori o nei mesi estivi spesso le famiglie devono comprare l’acqua dalle cisterne a un prezzo tre volte superiore a quello comunale. “Non abbiamo trovato neanche una goccia d’acqua nelle nostre taniche sul tetto”, afferma Dalal Amouri.

La famiglia Amouri ha documentato tutto al momento del suo ritorno: “Abbiamo saputo dai vicini che quando sono andati via, la notte del 19 giugno, i soldati hanno dato fuoco alla loro immondizia proprio fuori alla nostra porta d’ingresso”, dice Ahmed, il figlio di Dalal. “Se le squadre di difesa civile (i vigili del fuoco) non fossero arrivate in fretta l’intera casa sarebbe bruciata.”

All’interno la famiglia ha scoperto una decina di ventilatori elettrici che i soldati avevano raccolto dalle case dei vicini. Quando Ahmed li ha riportati ai loro proprietari un vicino gli ha riferito che un soldato aveva detto: ‘Avete l’aria condizionata, non avete bisogno dei ventilatori.’”

Il figlio di Ahmed, di due anni, ha visto i soldati ed è scoppiato a piangere, chiedendo di giocare con uno dei loro fucili. “Tutti i nostri figli sanno che cosa sono le armi,” afferma Ahmed. Sua madre aggiunge: “La prima parola che dicono i nostri bambini è ‘takh’, sparare. Eravamo abituati a conoscere gli ebrei e volevamo vivere con loro. Ma i piccolini? Loro conoscono solo quelli che sparano.”

Come altre, anche la famiglia Amouri riferisce che mancavano oggetti di valore: due anelli d’oro, sei orologi costosi (i più economici li hanno trovati buttati a terra), pietre preziose, una penna d’oro e dei profumi.

In alcune case con contatori elettrici prepagati, una volta esaurito il credito i soldati pare abbiano chiamato le famiglie sfollate chiedendo loro di ricaricare da remoto il conto in modo che i soldati potessero continuare ad usare l’elettricità.

Diversi testimoni hanno descritto scene di immondizia e sudiciume abbandonati – compresi escrementi dentro a pentole e sulle coperte e bottiglie piene di urina sul pavimento. I palestinesi (e chi scrive questo articolo) hanno riscontrato per la prima volta queste pratiche durante la seconda Intifada in Cisgiordania e nuovamente durante la guerra del 2009 a Gaza.

In ogni casa le famiglie hanno impiegato giorni per pulire e rimuovere i rifiuti dopo che i soldati se ne sono andati. Come gli Amouri, altre famiglie hanno riferito di furti di denaro, gioielli e oggetti personali.

Una bandiera israeliana su un cavo elettrico”

La ricerca di Haaretz ha scoperto che le prime case occupate dall’esercito israeliano durante l’operazione di giugno erano nel villeggio di Nazlet Zeid, parte del governatorato di Jenin. Nel pomeriggio di venerdì 13 giugno le jeep dell’esercito sono entrate nel villaggio e i soldati hanno ordinato agli abitanti di due ville di evacuare “entro dieci minuti”.

Secondo il consiglio del villaggio i soldati sono rimasti 11 giorni, durante i quali il villaggio è stato sotto coprifuoco. Secondo i dati del Dipartimento Affari Negoziali (NAD) dell’OLP a Zeita, parte del governatorato di Tulkarem, i soldati sono restati in tre case per 10 giorni, fino al 24 giugno. Nella cittadina di Ya’bad tra il 24 e il 25 giugno tre case sono state trasformate in postazioni militari, mentre i soldati hanno fatto irruzione in 113 case durante un coprifuoco imposto sulla cittadina.

In base ai dati di B’Tselem e dei Comitati di Servizi Popolari dei campi (PSC) nei campi profughi di New Askar e Balata, nell’area di Nablus, l’esercito ha occupato almeno 24 case. Il 16 giugno alle 2 di notte massicce forze militari sono entrate a New Askar, che ospita circa 6.500 abitanti. Membri dei PSC hanno riferito a Haaretz che i soldati sono arrivati a piedi dalla direzione della colonia Elon Moreh ad est, mentre altri sono entrati su veicoli attraverso i due principali ingressi del campo.

Oltre a sette appartamenti residenziali l’esercito ha occupato anche un edificio pubblico che ospita gli uffici dei PSC.

Abbiamo saputo dai vicini che i soldati erano nell’edificio ed hanno anche issato una bandiera israeliana su uno dei cavi elettrici”, ha detto Talal Abu Kishek. Quando due giorni dopo i soldati sono andati via si sono lasciati dietro “incredibili quantità di immondizia. Sudiciume dovunque”, afferma.

Il suo collega Mohammed Abu Kishek aggiunge: “Evidentemente i soldati hanno utilizzato tutto ciò che potevano per sedersi o sdraiarsi, anche le barelle che tenevamo di scorta. Tre porte sono state scardinate e tutti i nostri documenti sparpagliati. Ci è voluta una settimana per riorganizzare tutto.”

Durante quei due giorni i soldati hanno fatto irruzione in circa 100 case del campo.

Nella casa di Khadijah e A’atef Kharoushi, a New Askar, 12 membri di una famiglia vivono sotto lo stesso tetto. Secondo Khadijah “i soldati sono arrivati appena prima della chiamata per la preghiera del mattino. Ci hanno buttati fuori casa. Siamo andati dai vicini, ma i soldati non ci hanno lasciati stare neanche là.”

Allora hanno chiesto che suo marito telefonasse al loro figlio, che abita a Nablus, dicendogli di venire subito. È arrivato con sua moglie e i loro quattro figli. I soldati hanno interrogato lui, uno dei figli e un altro dei nipoti dei Kharoushi.

Il nipote dice a Haaretz che gli hanno chiesto di qualcuno che era stato ucciso dai soldati. “Dato che non sapevo rispondere il soldato mi ha picchiato”, afferma.

Come ad altre famiglie di Askar, ai Kharoushi è stato ordinato di lasciare il campo.

Siamo tornati solo quando i vicini ci hanno detto che i soldati erano andati via”, dice A’atef, conosciuto anche come Abu al Abed. “Quel che abbiamo dovuto buttar via dalla casa avrebbe potuto riempire un camion intero. Abbiamo anche gettato i materassi che hanno usato. Hanno scardinato tre porte. Hanno usato tutto quel che potevano, in cucina e nel bagno.”

Lui e sua moglie si sono risparmiati le scene del sudiciume: “Mio figlio e i suoi amici sono venuti a pulire prima che ci fosse permesso di rientrare”, racconta.

Si è riscontrata la mancanza di qualche centinaio di shekel e di un cardellino in gabbia – anche se Abu al-Abed si astiene dall’incolpare direttamente i soldati. Tuttavia una cosa che tutti hanno notato è il modo in cui sono stati trattati gli animali di casa. “Si sono presi cura del cavallo, delle colombe e delle galline che teniamo fuori dalla casa,” sostiene. “I vicini li hanno visti uscire a dargli da mangiare.”

Anche Abd al-Rahim Amouri, un ex dipendente dell’ospedale governativo di Nablus, ha notato che i soldati hanno trattato con cura i conigli della sua famiglia, che stavano sul tetto della loro casa a Balata. “Eravamo preoccupati per loro, ma quando siamo tornati abbiamo visto che i soldati gli avevano dato cibo e acqua”, dice.

Il modo in cui i soldati hanno trattato la casa e i suoi abitanti è stata tutt’altra cosa.

Quando la mattina presto del 18 giugno hanno cominciato a colpire e prendere a calci la porta gli sono andato incontro”, ricorda Amouri. “Ho chiesto a loro di entrare con calma. Ho cercato di essere ragionevole, di dialogare. Gli ho persino offerto un caffè.”

Ma i soldati sono entrati in modo aggressivo e hanno iniziato a distruggere gli oggetti della casa.

Forse era la prima volta che facevano una cosa del genere e sentivano di dover dimostrare qualcosa”, dice Amouri, aggiungendo che l’ufficiale responsabile ha cercato di calmare i soldati.

Ha chiesto come stavo. Gli ho detto: ‘Mi avete cacciato da casa mia sia 20 anni fa che 50 anni fa. Avete espulso la mia famiglia 78 anni fa. Come pensi che mi senta?’”

Una delle prime cose che i soldati hanno fatto è stata appendere una bandiera israeliana fuori dalla porta d’ingresso. Suo figlio Ahmed ricorda che cosa è successo dopo: “Ci hanno dato due opzioni: o restare tutti noi 13 chiusi insieme in una stanza per 72 ore oppure lasciare la casa.”

Dove andrò?”

In un’altra casa a Balata di proprietà della famiglia Hamadeh, in cui 17 persone vivono su due piani, i soldati israeliani hanno preso il controllo dell’edificio alle 3 di notte di mercoledì 18 giugno.

Abbiamo sentito suonare il campanello della porta. Ho detto a mio marito che c’era l’esercito. Eravamo appena usciti dalla stanza quando hanno sfondato la porta ed erano già dentro”, racconta Subhiya, in origine Haj Yahya, nativa della città del triangolo [la zona in cui si concentrano i palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] di Taybeh, nella Cisgiordania israeliana, che ha parlato ai soldati in ebraico.

A quanto dice, un soldato ha dato un pugno in faccia a suo marito Ali. Decine di soldati hanno invaso la casa. Alcuni erano mascherati, altri no. “C’era un giovane soldato al piano terra e uno più anziano è salito al secondo piano”, afferma.

Ali, che ha lavorato per 21 anni in una lavanderia a Herzliya [città costiera israeliana, ndt.], capiva tutto quello che dicevano i soldati.

Quando sono entrati si sono rivolti a me dicendo: ‘Ascolta, dovete lasciare la casa.’ Io ho chiesto: ‘Dove dovrei andare?’ Uno di loro ha detto: ‘Andate dove volete, tornate venerdì.’ Io ho detto: ‘Lasciatemi portare qualcosa con me.’ L’ufficiale ha detto: ‘Veloci, veloci, avete due minuti.’ Io ho detto: ‘Che cosa intendete? I bambini sono di sopra’. Lui mi ha detto: ‘Vieni con me dai bambini’.

Quando Ali è andato di sopra alcuni dei figli e dei nipoti dormivano ancora. Afferma di aver visto un ufficiale dare un calcio in testa col piede ad una delle sue nipoti addormentate. Ali ha svegliato con gentilezza i bambini dicendo loro di non aver paura e di portarsi via un cambio di vestiti. Sua moglie, ancora al piano di sotto, li ha sentiti piangere.

Quando la famiglia è uscita nell’oscurità una telecamera di sorveglianza ha filmato il momento: il bagliore dei fari della jeep militare, soldati armati posizionati lungo la stradina accanto a porte di ferro chiuse – e nel centro uno dei figli di Subhiya e Ali con due dei loro nipoti, uno dei quali con un gatto in braccio.

I soldati hanno lasciato la casa giovedì alle 22. La famiglia è tornata il mattino seguente presto, venerdì, dopo aver passato la notte distribuita in tre case vicine fuori dal campo.

Stiamo ancora soffrendo per la presenza dei soldati qui”, ha affermato Ali ad Haaretz due settimane fa. “Ci hanno rubato del cibo. Abbiamo trovato topi in casa. Dopo qualche giorno abbiamo iniziato a sentire prurito. Sono venuti degli operatori dell’UNRWA ed hanno disinfestato le nostre camere da letto.”

Da un armadietto che appartiene alla sorella di Ali, che abita con loro, sono spariti 3.000 shekel [circa 700 euro]. Il denaro era stato messo da parte per un’organizzazione di beneficenza di cui lei fa parte e doveva essere distribuito a persone bisognose. Fortunatamente la famiglia era riuscita a portare con sé i gioielli d’oro quando è stata cacciata.

Quando Haaretz ha chiesto all’esercito quanti edifici e appartamenti sono stati convertiti in basi militari temporanee, il portavoce ha rifiutato di rispondere direttamente. Invece l’ufficio ha rilasciato la seguente dichiarazione:

In accordo con le direttive del comando ed entro i limiti consentiti dalla legge, le forze dell’IDF hanno temporaneamente preso possesso di diverse proprietà, inclusi edifici e case privati, per brevi periodi di tempo. Queste azioni sono state condotte per chiari motivi operativi, seguendo le corrette procedure e con l’approvazione degli ufficiali autorizzati, impegnandosi a ridurre al minimo per quanto possibile la perturbazione della vita quotidiana degli abitanti.

L’IDF non è a conoscenza di denunce di danni alla proprietà, comportamenti anti-igienici, uso improprio di beni privati o danni fisici agli abitanti. Se fossero inoltrate specifiche denunce, comprendenti informazioni dettagliate circa luoghi e tempi, esse verranno accuratamente esaminate. Simili incidenti sono in contraddizione con i valori dell’IDF e, se risultasse che siano avvenuti, saranno trattati con severità.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un contractor statunitense della sicurezza: “Ho visto Israele commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza”

Michael Arria

29 luglio 2025-Mondoweiss

Un contractor della sicurezza statunitense che lavorava per la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza corroborando le denunce palestinesi che durano da mesi secondo cui i siti di distribuzione degli aiuti sono “trappole mortali”.

Un ex contractor della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti gestiti dall’agenzia americana sostenuta da Israele.

In una serie di interviste l’ex dipendente della GHF ed ex- Berretto Verde [membro delle forze speciali dell’esercito USA, ndt.] Anthony Aguilar ha affermato di aver visto soldati israeliani fare uso indiscriminatamente della forza contro i civili in vari siti di distribuzione degli aiuti a Gaza.

“Ad essere sincero direi che sono dei criminali”, ha detto Aguilar. “In tutta la mia carriera non ho mai assistito a un simile livello di brutalità e all’uso di una tale forza indiscriminata e non necessaria contro una popolazione civile, una popolazione disarmata e affamata.”

Ha proseguito: “Fino a Gaza e per mano delle IDF e dei contractor statunitensi non ho mai assistito a una cosa del genere in tutti i luoghi in cui sono stato impegnato in guerra “.

In un’intervista a Democracy Now Aguilar ha affermato che i siti di distribuzione degli aiuti erano “progettati come trappole mortali”.

“Tutti e quattro i siti di distribuzione sono stati intenzionalmente, deliberatamente costruiti, pianificati e realizzati nel mezzo di una zona di combattimento attiva.

“Quei siti sono stati costruiti intenzionalmente in quelle aree. Non è un caso. Ciò, ovvero designare siti di distribuzione umanitaria per assistere una popolazione disarmata e affamata e costruirli deliberatamente in una zona di combattimento attiva di per sé è una violazione dei protocolli della Convenzione di Ginevra”, ha continuato. “È una violazione del diritto umanitario. E, a mio parere, è una violazione dell’umanità in generale”.

In una conversazione con il gruppo israeliano anti-Netanyahu UnXeptable Aguilar ha raccontato la storia di un ragazzo affamato e scalzo che lo ha ringraziato per il cibo prima di essere ucciso dai soldati israeliani.

“Il 28 maggio, al sito di distribuzione sicuro n. 2, questo ragazzo, Amir, si avvicina a me, mi allunga la mano e mi bacia”, ha spiegato Aguilar. “Questo ragazzo non indossa scarpe. I suoi vestiti gli cadono addosso perché è così magro… Non ha un contenitore una scatola, ha mezzo sacco di riso e lenticchie e ci stava ringraziando. Ha camminato per 12 chilometri per arrivare lì… e quando è arrivato ci ha ringraziato per quel poco che aveva ricevuto… mi ha baciato e mi ha detto ‘grazie'”.

“[Amir] è tornato tra la folla, poi è stato colpito con spray al peperoncino, gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili, gli hanno sparato ai piedi e in aria e lui è scappato… e le IDF [esercito israeliano] sparavano sulla folla… Palestinesi, civili, esseri umani, si sono accasciati a terra e Amir è stato uno di loro”, ha continuato. “Amir ha camminato per 12 chilometri per procurarsi del cibo, non ha ottenuto altro che degli avanzi, ci ha ringraziato ed è morto”.

In risposta alle affermazioni di Aguilar la GHF ha rilasciato una dichiarazione in cui insiste sul fatto che queste “non hanno alcun fondamento”.

“Va sottolineato che il signor Aguilar era impiegato come subcontrator ed è stato licenziato più di un mese fa per comportamento inappropriato”, afferma la fondazione. “In seguito al licenziamento abbiamo ricevuto minacce secondo cui, se non fosse stato reintegrato, sarebbero stati presi provvedimenti contro di noi, sollevando dubbi sulle motivazioni alla base delle sue interviste.”

“Abbiamo anche prove che probabilmente ha falsificato documenti e presentato video fuorvianti per promuovere la sua falsa narrazione”, ha aggiunto l’associazione. Tuttavia non ha prodotto alcuna delle presunte prove.

Questa settimana, un gruppo di senatori statunitensi, guidato dal senatore (della minoranza democratica eletto nel Maryland) Chris Van Hollen, ha inviato al Segretario di Stato Marco Rubio una lettera in cui chiede all’amministrazione Trump di interrompere i finanziamenti alla GHF e di riprendere il sostegno al programma di distribuzione alimentare delle Nazioni Unite.

“Confondere i confini tra la distribuzione degli aiuti e le operazioni di sicurezza viola norme consolidate che regolano la distribuzione degli aiuti umanitari sin dalla ratifica delle Convenzioni di Ginevra nel 1949”, si legge nella lettera

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che a Gaza non c’è fame, ma in recenti dichiarazioni ai giornalisti il Presidente Trump ha riconosciuto la gravità della situazione.

“A giudicare dalla televisione, … quei bambini sembrano molto affamati”, ha detto Trump. “Ma stiamo dando un sacco di soldi e cibo, e altre Nazioni stanno intensificando gli aiuti”.

“Alcuni di quei bambini sono… si tratta veramente di denutrizione”, ha aggiunto.

Venerdì della scorsa settimana il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che dalla fine di maggio un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nel tentativo di procurarsi cibo.

“Facciamo videochiamate con i nostri operatori umanitari che stanno morendo di fame davanti ai nostri occhi”, ha detto Guterres. “Continueremo a denunciarlo apertamente in ogni occasione. Ma le parole non sfamano i bambini che muoiono di fame”.

La scorsa settimana, donne palestinesi di Gaza hanno raccontato a Mondoweiss di essere state attirate in un sito della GHF con la promessa di aiuti solo per essere picchiate e fatte segno di colpi d’arma da fuoco, con la conseguente morte di almeno due donne. Le testimonianze di queste donne rispecchiano precedenti episodi in cui la GHF è stata accusata di attirare persone nei suoi punti di distribuzione dove poi le forze israeliane compiono quelli che molti descrivono come “massacri degli aiuti” con il pretesto della distribuzione umanitaria.

Secondo l’Ufficio Stampa governativo di Gaza, da maggio scorso [quando è iniziata l’attività sul campo della GHF, ndt.] il numero di palestinesi colpiti dalle forze israeliane all’interno o nelle vicinanze dei centri di distribuzione della GHF ha superato i 1.000 morti e oltre 6.011 feriti.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Stiamo morendo di fame.

Ruwaida Amer

21 luglio 2025 – +972 Magazine

Il mio corpo cade a pezzi. Mia madre sta crollando per la stanchezza. Mio cugino ogni giorno sfida la morte per un pezzetto di cibo. I bambini di Gaza stanno morendo davanti ai nostri occhi e noi non possiamo aiutarli.

Ho tanta fame.

Non ho mai attribuito a queste parole il significato che hanno per me adesso. Portano con sé una sorta di umiliazione che non riesco a descrivere appieno. Ogni momento mi ritrovo a esprimere un desiderio: se questo fosse solo un incubo. Se potessi svegliarmi e tutto finisse.

Dallo scorso maggio, dopo essere stata costretta a fuggire da casa e a rifugiarmi da alcuni parenti nel campo profughi di Khan Younis, ho sentito tantissime persone intorno a me pronunciare le stesse parole. La fame qui viene percepita come un attacco alla nostra dignità, una crudele contraddizione in un mondo che si vanta di progresso e innovazione.

Ogni mattina ci svegliamo pensando a una cosa sola: come trovare qualcosa da mangiare. Il mio pensiero va subito a nostra madre malata, che ha subito un intervento chirurgico alla colonna vertebrale due settimane fa e ora ha bisogno di nutrimento per riprendersi. Non abbiamo nulla da offrirle.

Poi ci sono i miei nipotini, Rital, 6 anni, e Adam, 4, che chiedono sempre del pane. E noi adulti cerchiamo di resistere alla fame solo per conservare qualche pezzetto di cibo per i bambini e gli anziani.

Da quando all’inizio di marzo Israele ha imposto su Gaza un blocco totale (allentato solo minimamente a fine maggio) non abbiamo più assaggiato carne, uova o pesce. Anzi, siamo rimasti senza quasi l’80% del cibo che mangiavamo prima. Il nostro fisico si sta esaurendo. Ci sentiamo costantemente deboli, confusi e scombussolati. Ci irritiamo con facilità, ma il più delle volte restiamo in silenzio. Parlare consuma troppe energie.

Cerchiamo di comprare quanto disponibile al mercato, ma i prezzi stanno diventando proibitivi. Un chilo di pomodori ora costa 90 NIS [nuovi shekel israeliani, ndt.] (oltre 23 euro). I cetrioli costano 70 NIS al chilo (circa 18 euro). Un chilo di farina costa 150 NIS (oltre 38 euro). Queste cifre sono scandalose e crudeli.

Sopravviviamo con un solo pasto al giorno: di solito solo pane, fatto con la farina che riusciamo a trovare. Se siamo fortunati, il pranzo può comprendere del riso, ma nemmeno quello ci sazia. Cerchiamo di mettere da parte un po’ di cibo per mia madre, magari delle verdure, ma non è mai abbastanza. Quasi sempre è troppo debole per stare in piedi, troppo esausta persino per recitare le sue preghiere.

Ormai usciamo raramente di casa, per paura che le gambe possano cedere. È già successo a mia sorella: mentre cercava per strada qualcosa, qualsiasi cosa, per sfamare i suoi figli, è improvvisamente crollata a terra. Il suo corpo non aveva nemmeno la forza per stare in piedi.

Abbiamo iniziato a percepire la gravità della crisi alimentare quando il fornaio Abu Hussein, conosciuto da tutti nel campo, ha iniziato a ridurre la sua attività. Prima sfornava per decine di famiglie al giorno che, come la nostra, non avevano più gas o energia elettrica per cucinare. I suoi forni a legna erano in funzione senza sosta dalla mattina alla sera.

Ma di recente è stato costretto a lavorare sempre meno giorni alla settimana. Mia sorella tornava a casa e diceva: “Il forno di Abu Hussein è chiuso. Forse aprirà domani”. Ora cercare di procurarsi impasto e farina è diventata una sofferenza in più.

Tre generazioni di affamati

Nel campo ho potuto cogliere in pieno la crudeltà di questo genocidio: il soffocante sovraffollamento, la massa di rifugiati costretti a lasciare le loro case e le infinite storie di fame.

Attualmente vivo a casa di mia zia, che ci ha accolti dopo essere stati sfollati e ci ha ospitati nel corso degli ultimi due mesi. Come quasi tutti gli altri edifici del campo, la sua casa è stata quasi completamente distrutta dagli attacchi israeliani. I fratelli di mia zia hanno lavorato giorno e notte per riparare il possibile, riuscendo a rendere abitabile una stanza.

La casa è piena di nipoti, ognuno dei quali sta lottando contro la fame. Il mio cugino più grande, Mahmoud, è il padre di quattro di loro. Lui stesso ha perso quasi 40 chili negli ultimi mesi. I segni della malnutrizione sono visibili ovunque sul suo viso pallido e sul suo corpo emaciato.

Ogni giorno, prima dell’alba, Mahmoud si reca ai centri di distribuzione degli aiuti umanitari gestiti dagli americani rischiando la vita per cercare di portare a casa del cibo per i suoi figli affamati. Da quando sono arrivata per stare con loro mi racconta le stesse storie strazianti giorno dopo giorno.

“Oggi mi sono trascinato carponi tra una folla di migliaia di persone”, ha raccontato di recente, mostrandomi un sacchetto con gli avanzi di cibo che era riuscito a recuperare. “Ho dovuto raccogliere tutto quello che era caduto a terra: lenticchie, riso, ceci, pasta, persino il sale. Mi fanno male le ossa perché mi hanno calpestato, ma devo farlo per i miei figli. Non sopporto il borbottio della loro fame”.

Un giorno Mahmoud è tornato senza niente. Aveva il volto cadaverico e sembrava sul punto di crollare. Mi ha raccontato che l’esercito israeliano aveva aperto il fuoco senza preavviso. “Il sangue di un ragazzo accanto a me è schizzato sui miei vestiti”, ha detto. “Per un attimo, ho pensato di essere stato colpito. Mi sono bloccato, ero sicuro che il proiettile fosse dentro il mio corpo”.

Il ragazzo è caduto a terra proprio davanti a lui, ma Mahmoud non ha potuto fermarsi per aiutarlo. “Ho corso più di sei chilometri senza voltarmi indietro. I miei figli hanno fame e aspettano che porti del cibo”, ha detto con la voce rotta, “ma non sarebbero contenti se tornassi a casa morto”.

L’altro mio cugino, Khader, ha 28 anni. Ha una figlia di 2 anni e sua moglie è incinta. È tormentato dalla preoccupazione per il loro bambino, che nascerà tra due mesi. Sua moglie non mangia come dovrebbe e ogni giorno lui siede in silenzio, tormentato dalle solite domande: questa carestia danneggerà mia moglie? Il bambino che partorirà sarà sano o malato?

La sua bambina di 2 anni, Sham, piange tutto il giorno per la fame. Implora il pane, qualsiasi cosa tranne i cibi insipidi e pesanti come riso, lenticchie e fagioli che l’hanno fatta star male più volte procurandole mal di stomaco.

Un giorno un amico di Khader gli ha dato una manciata di acini d’uva per lei. È stato un piccolo miracolo: Khader si è inginocchiato accanto a Sham offrendole l’uva, ma lei si è limitata a fissarla, giocherellando con le sue piccole mani e rifiutandosi di mangiarla. Non la riconosceva: nei suoi due anni di vita a Gaza non aveva mai visto dell’uva.

Solo quando suo padre sorridendo si è messo un acino in bocca lei, esitante, lo ha imitato. Ha masticato l’uva e poi ha riso.

Corpi che si spengono

Spesso mi fermo sulla porta di casa a osservare i bambini del campo. Passano la maggior parte del tempo seduti per terra, a fissare i passanti con sguardo assente. Quando chiedo a uno di loro di comprarmi una scheda internet per poter lavorare, o di chiamare mia nipote dalla casa accanto, rispondono con voce bassa e stanca. Mi dicono che hanno fame. Che non mangiano pane da giorni.

Ho solo 30 anni, ma non sono più la donna energica di una volta. Lavoravo molte ore tra l’insegnamento e il giornalismo, ma da quando è iniziata questa guerra non ho avuto un attimo di riposo. Mi destreggio tra le estenuanti faccende domestiche, prendermi cura di mia madre e della mia famiglia, e allo stesso tempo cerco di continuare a documentare e scrivere di tutto ciò che accade intorno a me.

Da circa un mese però ho perso la capacità di seguire le notizie. La mia concentrazione sta calando. Il mio corpo sta collassando. Soffro di anemia perché per mesi ho mangiato solo lenticchie e altri legumi. E da due giorni non riesco a deglutire a causa di una grave infiammazione alla gola, conseguenza del fatto che mi affido alla dukkah [miscela di erbe, spezie e frutti essiccati e tritati, ndt.] e ai peperoncini rossi piccanti per cercare di placare la fame.

Anche Mahmoud, un fotografo di 28 anni che lavora con me ai video, sta facendo fatica. “Non mangio niente da due giorni, tranne la zuppa”, mi ha detto di recente. “Non ho l’energia per lavorare”. Nessuno ce l’ha. Lavorare durante un genocidio richiede una quantità di forza impossibile da mantenere. La fame ha paralizzato la produttività di ogni lavoratore a Gaza.

Ieri ho accompagnato mia madre all’ospedale Nasser per una seduta di fisioterapia dopo l’operazione. Lungo il tragitto abbiamo visto decine di persone che non riuscivano a camminare più di pochi metri senza dover riposare. Anche mia madre era così: le sue gambe erano troppo deboli per reggersi. Si è seduta su una sedia di plastica sul ciglio della strada e ha recuperato un poco di forza per proseguire.

Mentre continuavamo a camminare abbiamo sentito delle urla. Giovani uomini e donne correvano, gridando con gioia: “Ci sono camion di farina per strada!”. Si era formata una folla enorme. La gente correva disperatamente verso i camion per accaparrarsi un sacco di farina.

È scoppiato il caos. Nessuno scortava i camion per garantire che tutti potessero ottenere la loro parte in sicurezza. Abbiamo visto invece la folla correre verso zone a rischio, sotto il controllo dell’esercito israeliano, solo per la farina.

Alcuni sono tornati indietro con i sacchi. Altri sono stati uccisi. Abbiamo visto corpi portati via sulle spalle, uccisi a colpi d’arma da fuoco proprio nei luoghi in cui gli aiuti avrebbero dovuto salvarli.

18 morti in 24 ore

Dopo la seduta di fisioterapia abbiamo lasciato l’ospedale e abbiamo incontrato donne che piangevano per i loro bambini affamati, che morivano davanti ai nostri occhi. Una donna, Amina Badir, urlava, stringendo tra le braccia la sua bambina di 3 anni.

“Ditemi come salvare mia figlia Rahaf dalla morte”, gridava. “Per una settimana non ha mangiato altro che un cucchiaio di lenticchie al giorno. Soffre di malnutrizione. Non ci sono cure, non c’è latte in ospedale. Le hanno tolto il diritto di vivere. Vedo la morte nei suoi occhi”.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza il bilancio delle vittime per fame e malnutrizione dal 7 ottobre è salito a 86 persone, 76 delle quali bambini. Ieri è stato riferito che solo nelle 24 ore precedenti 18 persone sono morte di fame. Il personale medico ha organizzato una manifestazione all’ospedale Nasser per chiedere un intervento internazionale prima che altre persone muoiano di fame.

Non sono riuscita a trovare un taxi per tornare a casa. Mia madre mi aspettava al cancello dell’ospedale mentre cercavo un mezzo di trasporto, ma il carburante scarseggia e i taxi sono praticamente inesistenti. Ho trascorso un’ora intera ad attendere.

Quando sono tornata, ero stordita e debole. Sono crollata. Ho cercato di rimanere forte per mia madre, ma non c’era nessun altro con noi. Intorno a me, vedevo persone svenire ovunque. Un uomo mi ha detto: “Se ci fosse del cibo decente, tua madre non si sarebbe ammalata così.

Tutti noi stiamo solo cercando di confortarci a vicenda in questa carestia senza fine. Su Facebook la gente riversa la propria rabbia, scrivendo post dopo post sulla politica israeliana della fame che ha messo Gaza in ginocchio. Non possiamo più fare le cose più elementari che le persone in tutto il mondo fanno ogni giorno. La fame ci ha privato di tutto.

Ruwaida Amer è una giornalista freelance di Khan Younis.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Aumentano irruzioni nelle case e violenze: a Hebron è in corso il trasferimento “volontario” dei palestinesi

Gideon Levy e Alex Levac

11 luglio 2025 https://archive.is/yzTdM

Mentre la guerra infuria, le incursioni di coloni e soldati israeliani nelle case palestinesi della Città Vecchia di Hebron diventano sempre più frequenti e violente

La piazza del mercato è vuota, come recita la famosa canzone su un’altra Città Vecchia, quella di Gerusalemme. Il mercato principale di Hebron è quasi completamente deserto da anni. Per capirne il motivo, basta alzare lo sguardo: appesi alle grate metalliche installate dai palestinesi per proteggere le bancarelle dai coloni, pendono sacchetti di spazzatura ed escrementi che questi ultimi lanciano ai passanti.

Le case dei coloni nel Quartiere Ebraico di Hebron incombono sul mercato morto e vi si affacciano. Oltre il checkpoint, in quel quartiere, non è rimasto un solo negozio o bancarella palestinese. Più avanti, anche la parte ancora aperta del mercato questa settimana era semideserta. Non mancano prodotti e bancarelle colorate, ma i clienti sono pochi.

I palestinesi non hanno soldi, in una città che un tempo, prima dello scoppio della guerra nella Striscia di Gaza, era il centro economico della Cisgiordania. Volete sapere perché? Guardate il cancello d’ingresso principale. Questa settimana era sprangato. Una città di un quarto di milione di abitanti è chiusa a chiave. Esiste qualcosa di simile in un altro luogo del pianeta?

I soldati israeliani controllano l’ingresso principale a Hebron. A volte aprono il cancello, a volte no. Non si può mai sapere quando sarà sbloccato. Lunedì scorso, durante la nostra visita, non l’hanno aperto. Ci sono percorsi alternativi, alcuni tortuosi e collinari, ma è impossibile vivere così. Proprio per questo il cancello viene chiuso: perché è impossibile vivere così. Non c’è altra ragione se non il bisogno dell’esercito israeliano di vessare gli abitanti, cosa che fanno ancora più violentemente dopo il 7 ottobre, per spingerli alla disperazione, e forse oltre. In modo permanente.

Forse alcuni sceglieranno finalmente di andarsene, realizzando così il sogno di alcuni dei loro vicini ebrei. Da parte sua, l’esercito israeliano collabora con entusiasmo a questi piani satanici, lavorando a braccetto con i coloni al tanto agognato trasferimento di popolazione. Sotto la copertura della guerra nella Striscia, anche qui le vessazioni hanno avuto un’accelerazione e sono quasi senza freni.

Nessun luogo lo dimostra meglio dell’Area H2, sotto controllo israeliano, che include l’insediamento ebraico nella città e gli antichi quartieri che lo circondano. Qui il trasferimento non striscia, galoppa. Gli unici palestinesi ancora visibili sono quelli che non hanno i mezzi per abbandonare questa vita infernale, sotto il terrore dei coloni e dell’esercito, in uno dei centri dell’apartheid in Cisgiordania. Qui si trovano antichi edifici in pietra, adornati di archi, in un quartiere che potrebbe essere un tesoro culturale, un sito patrimonio dell’umanità, ma che giace abbandonato e semidistrutto, tra la spazzatura dei coloni e i loro graffiti d’odio ultranazionalista.

Dopo aver parcheggiato (ora c’è abbondanza di spazio nel mercato desolato) imbocchiamo una scala stretta e buia. Attraverso la finestra con le sbarre si vedono cumuli di rifiuti; dietro di essi, le istituzioni dei coloni: Beit Hadassah, il centro religioso di studi Yona Menachem Rennart e l’edificio del Fondo Joseph Safra. Le case dei coloni sono a portata di mano. Basta allungare un braccio.

Questa è Shalalah Street, in parte sotto controllo palestinese. L’antico edificio in pietra che abbiamo visitato è stato ristrutturato negli ultimi anni dal palestinese Comitato per la Riabilitazione di Hebron, e non si può non ammirarne la bellezza, nonostante le deprimenti condizioni dei dintorni. A poche decine di metri dal checkpoint che conduce al Quartiere Ebraico, questa struttura stretta su tre piani ospita cinque famiglie. La famiglia allargata Abu Haya, genitori, figli e nipoti, inclusi 15 tra bambini e neonati, rimane qui per l’affitto basso.

Attraversando una ressa di bambini saliamo al terzo piano, nell’appartamento di Mahmoud Abu Haya e sua moglie Naramin al-Hadad. Mahmoud ha 46 anni, Naramin 42, hanno cinque figli, alcuni dei quali già con famiglia propria. Naramin aveva 15 anni quando si è sposata, racconta con un sorriso.

Il padre di famiglia, un tempo muratore ad Ashkelon, è disoccupato da quando è scoppiata la guerra, il 7 ottobre 2023. Naramin cucina a casa e vende il cibo agli abitanti del luogo. Questa è l’unica fonte di reddito della famiglia al momento. Prima della guerra, era anche volontaria nell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Con una videocamera fornita dell’ONG nell’ambito del suo Camera Project, documentava ciò che accadeva nella zona. Ma ora Naramin non osa più partecipare al progetto. È troppo pericoloso possedere una videocamera qui. L’ultima volta che l’ha usata, l’unica durante la guerra, è stato circa cinque mesi fa, quando ha documentato un incendio appiccato dai coloni sulla tettoia sovrastante il mercato. Circa un mese e mezzo fa, i soldati sono venuti nell’appartamento, hanno mostrato a Naramin una foto di suo figlio Nasim di 7 anni, e poi sono andati via portandolo con sé – se lo sono portato via. L’hanno rilasciato, terrorizzato, circa mezz’ora dopo.

Le incursioni notturne nelle case palestinesi sono diventate molto più frequenti negli ultimi 21 mesi. Da una volta al mese, in media, l’esercito ora irrompe nelle loro case almeno una volta a settimana, dice Naramin, quasi sempre nel cuore della notte.

Nessun israeliano conosce una realtà in cui, per anni, in qualsiasi momento, ti svegli di soprassalto al rumore e alla vista di decine di soldati armati e mascherati che invadono la tua casa, a volte con i cani, per poi spingere tutti gli occupanti storditi, inclusi i bambini terrorizzati, in una sola stanza. In alcuni casi gli invasori picchiano e perquisiscono violentemente i locali, lasciando una scia di distruzione dietro di sé; in tutti i casi insultano e umiliano.

In passato, queste incursioni sembravano avere uno scopo: l’arresto di un sospettato, la ricerca di materiale bellico. Ma dall’inizio della guerra si ha l’impressione che l’unica ragione dei raid sia seminare paura e panico, e inasprire la vita dei palestinesi. Chiaramente non hanno altro scopo.

L’ultimo episodio che ha coinvolto la famiglia Abu Haya è avvenuto una settimana fa. Nelle prime ore di giovedì scorso, Maher, figlio di Naramin, 24 anni, sposato con Aisha di 18 e padre di due bambini piccoli, è uscito di casa ma è tornato indietro dopo aver visto i soldati avvicinarsi alla porta d’ingresso.

Le telecamere di sicurezza installate dalla famiglia mostrano Maher innocentemente in piedi in strada e i soldati che appaiono all’improvviso. Gli hanno ordinato di farli entrare e guidarli nell’edificio. Maher li ha portati all’altro ingresso, che conduce all’appartamento di suo fratello Maharan, 23 anni, sposato e padre di una bimba di 6 settimane, per evitare di svegliare tutti gli altri numerosi bambini nell’edificio.

Ma a Maher è stato ordinato di svegliare tutti e radunare gli occupanti di ogni piano in una stanza. I soldati non hanno detto nulla sul motivo dell’operazione. Maharan aveva appena cercato di mettere a dormire la figlia quando i soldati hanno fatto irruzione. Maher ha bussato alla porta dell’appartamento dei genitori e li ha svegliati. Suo zio Hamed, 35 anni, è stato tirato giù dal letto; nonostante fosse stato spiegato ai soldati che era in convalescenza dopo un intervento alla schiena è stato afferrato per la gola e trascinato fuori.

Le tre famiglie del terzo piano sono state concentrate nel piccolo soggiorno in cui siamo stati ospitati questa settimana. Naramin ricorda che era preoccupata per ciò che accadeva ai piani inferiori. Hanno sentito Maher urlare, come se venisse picchiato.

Un soldato ha strappato la tenda all’ingresso del soggiorno di Naramin, poi i suoi compagni hanno fracassato gli oggetti di vetro nella credenza. Senza motivo. I bambini hanno cominciato a piangere. Naramin voleva aprire una finestra, perché dentro si soffocava, ma un soldato, più giovane della maggior parte dei suoi figli, glielo ha impedito.

Il giorno dopo, la ricercatrice sul campo di B’Tselem Manal al-Ja’bri ha raccolto la testimonianza della moglie di Maharan. Ha raccontato che la bimba piangeva e che voleva allattarla, ma i soldati non glielo permettevano. Anche le richieste di acqua sono state rifiutate.

Dopo circa un’ora, le truppe hanno ordinato a Naramin e agli altri della sua famiglia di spostarsi in un altro appartamento dell’edificio. Il pavimento era cosparso di vetri rotti e lei aveva paura per i suoi bambini scalzi. Poi ha sentito il rumore di stoviglie che si rompevano nella sua casa. I soldati hanno anche gettato a terra il ventilatore, rompendolo.

Ja’bri dice di aver già documentato circa 10 casi simili di distruzione fine a se stessa nella stessa zona, popolata da palestinesi economicamente svantaggiati.

Qual era lo scopo dell’incursione della scorsa settimana? Ecco la risposta dell’Unità Portavoce dell’esercito israeliano questa settimana: “Il 2 luglio 2025, l’IDF ha operato nella città di Hebron, che è sotto la supervisione della Brigata Ebraica, in seguito a informazioni di intelligence. L’attività si è svolta senza eventi eccezionali, e le accuse di distruzione di proprietà non sono note.”

Verso le 2 di notte è scesa la quiete sull’edificio. Naramin ha osato guardare fuori per vedere se i soldati se ne fossero andati; avevano lasciato la casa senza avvisare gli occupanti. A chi importava? I palestinesi potevano rimanere dove erano fino al mattino. Maher era ferito ma non ha voluto dire a sua madre cosa gli avessero fatto. Le tre auto della famiglia erano state vandalizzate; le chiavi sono state trovate nel cassonetto.

Mentre ci servivano il caffè, la famiglia ha scoperto che anche il vetro del tavolo era incrinato. Stanno pensando di andarsene? Naramin sobbalza come morsa da un serpente, e risponde con un secco “No”.

La scorsa settimana quattro famiglie hanno lasciato il vicino quartiere di Tel Rumeida. Non ce la facevano più. In totale, Ja’bri stima che almeno 10 famiglie abbiano abbandonato il quartiere dall’inizio della guerra. La scorsa settimana a quanto pare non c’erano problemi di sicurezza da investigare e a Tel Rumeida, dove ai palestinesi non è permesso introdurre alcun tipo di veicolo, nemmeno un’ambulanza, è stato concesso l’ingresso a un veicolo commerciale per rimuovere le proprietà delle famiglie in partenza. Alcuni fini, a quanto pare, giustificano tutti i mezzi.

Siamo poi saliti sul tetto, per vedere il panorama. Antichi edifici in pietra piantati sul pendio. Ma il tetto era soffocato su tutti i lati dagli edifici dei coloni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“Non è per te”: i rifugi israeliani escludono i palestinesi mentre piovono bombe

Aseel Mafarjeh

17 giugno 2025 – Al Jazeera

In Israele i rifugi sono un’ancora di salvezza dagli attacchi missilistici iraniani, ma i cittadini palestinesi del Paese sono stati chiusi fuori.

Quando i missili iraniani hanno iniziato a piovere su Israele molti abitanti si sono precipitati a cercare riparo. Le sirene hanno suonato in tutto il Paese mentre la gente correva nei rifugi antiaerei.

Ma per alcuni palestinesi cittadini di Israele, due milioni di persone, ossia circa il 21% della popolazione, le porte si sono chiuse di colpo, ma non per la forza delle esplosioni né da nemici, ma da vicini e concittadini.

Molti cittadini palestinesi, per lo più abitanti in città, cittadine e villaggi all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele, durante quelle che finora sono state le peggiori notti del conflitto tra Iran e Israele si sono ritrovati ad essere esclusi da infrastrutture salvavita.

Per Samar al-Rashed, ventinovenne madre single che vive in un condominio abitato in grande maggioranza da ebrei nei pressi di Acri, la condizione di esclusione si è verificata venerdì notte. Samar era in casa con la figlia di 5 anni, Jihan. Quando le sirene hanno squarciato l’aria, avvertendo dell’arrivo dei missili, ha afferrato la figlia e si è messa a correre verso il rifugio dell’edificio.

“Non ho neppure avuto il tempo di prendere qualcosa,” ricorda. “Solo acqua, i nostri telefoni e la mano di mia figlia nella mia.”

La madre presa dal panico ha cercato di alleviare la paura della figlia nascondendo la sua, incoraggiandola dolcemente in arabo con voce pacata perché tenesse il ritmo dei suoi passi affrettati verso il rifugio mentre anche altri vicini scendevano le scale.

Ma arrivata alla porta del rifugio, afferma, un abitante israeliano, avendola sentita parlare in arabo, ha impedito che entrasse e le ha chiuso la porta in faccia.

“Sono rimasta attonita,” sostiene. “Parlo fluentemente l’ebraico. Ho cercato di spiegare, ma mi ha guardata con disprezzo e ha solo detto: “Non è per te”.

Samar afferma che in quel momento le profonde linee di divisione della società israeliana sono state messe a nudo. Ritornata al suo appartamento e guardando i missili lontani che illuminavano il cielo e ogni tanto si schiantavano al suolo, era terrorizzata sia da quello che vedeva che dai suoi vicini.

Una storia di esclusione

Da molto tempo i cittadini palestinesi di Israele hanno dovuto affrontare sistematiche discriminazioni nell’accesso alla casa, all’educazione, al lavoro e ai servizi pubblici. Benché abbiano la cittadinanza israeliana sono spesso trattati come cittadini di seconda classe e la loro lealtà è sistematicamente messa in dubbio nei discorsi pubblici.

Secondo Adalah-The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel [Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele] più di 65 leggi discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi. La legge sullo Stato-Nazione approvata nel 2018 ha consolidato questa disparità definendo Israele lo “Stato Nazione del popolo ebraico”, un’iniziativa che secondo i critici ha istituzionalizzato l’apartheid.

In tempi di guerra questa discriminazione spesso si intensifica.

Nei periodi di conflitto i cittadini palestinesi di Israele sono frequentemente sottoposti a politiche e restrizioni discriminatorie, tra cui arresti per post sulle reti sociali, rifiuto di accesso ai rifugi e aggressioni verbali nelle città miste.

Molti hanno già riferito di aver sperimentato tali discriminazioni.

Sabato sera ad Haifa il trentatreenne Mohammed Dabdoob stava lavorando nel suo negozio di riparazione di cellulari quando tutti i telefoni hanno suonato l’allerta simultaneamente, scatenando la sua ansia. Ha cercato di finire di aggiustare un cellulare rotto, che l’ha fatto ritardare. Poi si è affrettato a chiudere il negozio ed è corso verso il rifugio pubblico più vicino, sotto un edificio dietro al suo negozio. Avvicinatosi al rifugio ha trovato la porta blindata sbarrata.

“Ho provato con il codice. Non ha funzionato. Ho bussato alla porta, chiesto, in ebraico, che quelli che erano all’interno mi aprissero. Nessuno ha aperto,” afferma. “Dopo qualche attimo un missile è esploso lì vicino, spargendo schegge di vetro sulla strada. “Ho pensato che sarei morto.”

“C’erano fumo e urla, e dopo un quarto d’ora tutto quello che si poteva sentire erano le sirene della polizia e delle ambulanze. La scena era terrificante, come se vivessi un incubo simile a quello che è successo nel porto di Beirut,” aggiunge, in riferimento all’esplosione nel porto di Beirut nel 2020.

Bloccato dal grande spavento e dallo choc, dal posto in cui si era nascosto in un vicino parcheggio Mohammed ha visto che si scatenava il caos e poco dopo la porta del rifugio si è aperta. Mentre quelli che erano dentro il rifugio hanno iniziato a uscire alla spicciolata li ha guardati in silenzio. “Non c’è una vera sicurezza per noi,” dice. “Non dai missili e neppure dalla gente che si presume siano i nostri vicini.”

Discriminazioni nell’accesso ai rifugi

In teoria ogni cittadino israeliano dovrebbe avere lo stesso accesso alle misure di sicurezza pubblica, compresi i rifugi antiaerei. In pratica il quadro è molto diverso.

Città e villaggi palestinesi in Israele hanno molti meno spazi protetti delle località ebraiche. Secondo un rapporto del 2022 del Controllore dello Stato di Israele [ente governativo che verifica le politiche dello Stato, ndt.] citato dal quotidiano [israeliano] Haaretz, più del 70% delle case nelle comunità palestinesi in Israele, rispetto al 25% delle case di ebrei, è privo di una stanza di sicurezza o di uno spazio che sia a norma. Spesso i Comuni ricevono meno finanziamenti per la difesa civile e gli edifici vecchi non sono a norma.

Persino nelle città miste come Lydda (Lod), dove abitanti ebrei e palestinesi vivono uno vicino all’altro, la disuguaglianza è notevole.

Yara Srour, una studentessa dell’Università Ebraica di 22 anni, vive nel quartiere degradato di al-Mahatta, a Lydda. L’edificio di tre piani della sua famiglia, che risale a circa 40 anni fa, è privo dei permessi ufficiali e di un rifugio. In seguito al pesante bombardamento cui ha assistito sabato pomeriggio, che ha scioccato tutti attorno ad essa, domenica mattina presto la famiglia ha cercato di scappare verso un luogo più sicuro della città.

“Siamo andati nella parte nuova di Lydda, dove ci sono rifugi adeguati,” dice Yara, aggiungendo che sua madre, di 48 anni e con problemi alle ginocchia, faticava a muoversi. “Eppure non ci hanno lasciati entrare. Anche ebrei delle zone più povere sono stati mandati via. Era solo per i ‘nuovi abitanti’, quelli degli edifici moderni, per lo più famiglie ebraiche di classe media.”

Yara ricorda chiaramente l’orrore.

“Mia madre ha problemi articolari e non può correre come tutti noi,” afferma. “Abbiamo pregato, bussato alle porte, ma la gente ci ha solo guardati attraverso gli spioncini e ci ha ignorati, mentre vedevamo il cielo illuminato dalle fiamme dei missili intercettati.”

Paura, trauma e rabbia

Samar dice che l’esperienza di essere cacciata da un rifugio con sua figlia le ha lasciato una ferita psicologica: “Quella notte mi sono sentita completamente sola,” afferma. “Non l’ho raccontato alla polizia. A che sarebbe servito? Non avrebbe fatto niente.”

Più tardi quel pomeriggio una villa a Tamra è stata colpita, uccidendo quattro donne della stessa famiglia. Dal suo balcone Samar ha visto del fumo salire in cielo. “Sembrava la fine del mondo,” dice. “Eppure persino sotto attacco, siamo trattati come una minaccia, non come persone.”

Da allora lei e sua figlia sono andate a casa dei suoi genitori a Daburiyya, un villaggio della Bassa Galilea. Ora possono rintanarsi insieme in una camera di sicurezza. Con gli allarmi che si susseguono a distanza di poche ore Samar sta pensando di scappare in Giordania: “Voglio proteggere Jihan. Non conosce ancora questo mondo. Ma non voglio neppure lasciare la mia terra. Questo è il nostro dilemma: sopravvivere o rimanere e soffrire.”

Anche se dopo gli attacchi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che “i missili iraniani prendono di mira tutti gli israeliani, sia ebrei che arabi,” la situazione sul terreno racconta una storia diversa.

Già prima della guerra i cittadini palestinesi di Israele venivano arrestati in modo sproporzionato per aver espresso opinioni politiche o reagito agli attacchi. Alcuni sono stati arrestati solo per aver postato emoji sulle reti sociali. Invece gli appelli alla giustizia sommaria contro i palestinesi su forum on line sono stati per lo più ignorati.

“Lo Stato si aspetta da noi lealtà in guerra,” afferma Mohammed Dabdoob. “Ma quando è il momento di proteggerci siamo invisibili.”

Per Samar, Yara, Mohammed e migliaia di persone come loro il messaggio è chiaro: sono cittadini sulla carta, ma in pratica stranieri.

“Voglio sicurezza come chiunque altro,” afferma Yara. “Sto studiando per diventare infermiera. Voglio aiutare la gente. Ma come posso prestare servizio in un Paese che non vuole proteggere mia madre?”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per le donne palestinesi incinte i posti di blocco sono questione di vita o di morte

Hala H.

10 giugno 2025, +972 Magazine

Quando sono entrata in travaglio ho rimandato la partenza per ore, per paura dei soldati e dei coloni israeliani. Siamo arrivata all’ospedale di Hebron in tempo, ma non tutte sono così fortunate.

Da un anno e mezzo Israele sta imponendo un sistema di checkpoint e blocchi stradali sempre più soffocante in tutta la Cisgiordania. Durante il cessate il fuoco a Gaza lo scorso gennaio l’ingresso al mio villaggio, Umm Al-Khair è stato sbarrato, così come quello a tutte le città e i villaggi della Cisgiordania, come forma di punizione collettiva. Non essendoci nessun negozio vicino, le incombenze quotidiane come comprare un chilo di sale a Yatta, la città più vicina, si sono trasformate da una commissione di 20 minuti a un calvario di due ore. Anche se alla fine l’entrata principale al villaggio è stata riaperta, da allora ci sono state molte altre chiusure.

Ma un posto di blocco non è solo un contrattempo, può anche fare la differenza tra la vita e la morte. Nel settembre 2024 ero incinta di sei mesi. Non essendoci alcun ospedale o clinica vicino a noi, sono dovuta andare al centro sanitario dell’UNRWA per un normale controllo. Un vicino di casa ha portato me e mia madre in macchina fino all’entrata della città, e per fortuna il posto di blocco era aperto. Da lì, abbiamo preso un taxi fino in centro. Dopo ore di attesa e dopo aver fatto gli accertamenti medici ce ne siamo andate. Ho ricordato ai medici che venivo da una zona molto distante e che quindi dovevamo tornare presto, perché non si può mai sapere quando puoi trovare un nuovo posto di blocco.

Ma lungo la strada di ritorno da Hebron mi hanno detto che i posti di blocco erano chiusi alle auto e sarebbe stato impossibile tornare al villaggio in macchina dalla città: l’unica possibilità era fare un chilometro a piedi e poi prendere un taxi. Non avevo scelta, volevo tornare a casa. Non potevo aspettare che i posti di blocco venissero riaperti. Avrebbero potuto aprire dopo un’ora, o più tardi nella giornata, o il giorno dopo. Non si possono fare previsioni.

Abbiamo iniziato ad attraversare il posto di blocco a piedi, e all’inizio non ho visto soldati. Improvvisamente un’automobile è entrata nel checkpoint e ci ha superato in pochi secondi. Ho visto un gruppo di circa sei soldati che correvano verso di noi gridando come ossessi. Mi è sembrato che il sangue mi si congelasse nelle vene. Ho provato a camminare ma ero paralizzata dalla paura, proprio non riuscivo a muovermi. Mia madre mi ha spinto, dicendo «Su, dai, ci spareranno se non ci muoviamo. Riesco a malapena ad andare avanti con le mie cose, sono sotto shock anch’io».

Quando uno dei soldati ha raggiunto l’automobile che era entrata nel posto di blocco, ha iniziato a urlare e a colpire il finestrino con la sua arma, ordinando diverse volte all’auto di tornare indietro. Mia madre ha provato a continuare a camminare nonostante la scena terrificante a cui stavamo assistendo, ma io non riuscivo a controllare il mio corpo. Abbiamo oltrepassato il trambusto e ho posato le mie cose.

Poi ho sentito delle voci che mi dicevano: «Dai, presto. Cammina, non fermarti». Non sapevo proprio da dove venissero quelle voci. Mia madre mi ha detto di non girarmi e di affrettare il passo. Finalmente siamo riuscite ad arrivare al taxi che ci aspettava all’entrata di Hebron, e dopo che siamo salite in macchina mia madre mi ha detto che le voci che sentivamo venivano dalla torretta militare sopra di noi. Quando siamo arrivate a casa ho provato a riposarmi ma ho continuato ad avere degli incubi riguardo a quello che era successo. Ho sperato che nessuno mai dovesse sentirsi come me in quel momento.

Paura e angoscia mi hanno sopraffatta”

Poco dopo, una mia cara amica ha avuta anche lei un’esperienza terrificante con le chiusure stradali e i posti di blocco. Stava andando al più vicino centro sanitario nella città di Yatta per partorire. Quando hanno saputo che la strada più corta era chiusa, non hanno potuto fare altro che prendere una strada sterrata non adatta alla macchina a noleggio, e ancor meno a dei passeggeri.

Mentre andavano la mia amica non ha sopportato i dolori del travaglio e ha partorito la sua bambina in mezzo alla strada. Esiste un dolore più grande di questo? Può esistere un’esperienza più spaventosa per una donna?

Solo quando ha finalmente raggiunto l’ospedale, dove è rimasta per più di due giorni, un medico ha potuto visitarla e rassicurarla sulla salute della bambina. Io l’ho sostenuta durante questo periodo stressante. Mi ha detto che la paura e l’angoscia che ha provato durante il travaglio sono state più dolorose del parto. Pensava che il suo primo parto sarebbe stato facile, che il dottore le avrebbe consegnato la bambina e lei l’avrebbe stretta al petto. «La paura e l’angoscia mi hanno sopraffatto proprio in quel momento che avevo aspettavo da tempo», mi ha detto.

Una fredda notte di dicembre, esattamente a mezzanotte, sono andata in travaglio. Mi sono svegliata e sono andata in bagno. Il dolore è diventato sempre più insopportabile. Mi ricordo molto bene che mi sono chiesta se fosse il caso di avvisare mio marito.

«Non posso dirglielo, non c’è nulla che possa fare», ho pensato. «Vorrà portarmi al più vicino ospedale a Hebron, ma la strada per arrivarci fa paura ed è piena di coloni e di posti di blocco controllati dall’esercito, specialmente di notte». Ho deciso di tenermi il dolore e aspettare fino al mattino.

Ma dopo due ore il dolore era così forte che non riuscivo a stare in piedi. Finalmente è arrivata la mattina. Ho immediatamente svegliato mio marito e gli ho chiesto di portarmi in ospedale. Siamo arrivati esattamente alle 8, e l’ultima cosa che ricordo è il via vai dei medici attorno a me.

Quando mi sono svegliata ho provato ad ascoltare il respiro o la voce del mio bambino. Non riuscivo a muovere il corpo né a destra né a sinistra per vederlo. Ho continuato a chiedere del mio piccolo e alla fine mi hanno detto che le infermiere lo stavano preparando. Dopo un’ora è venuto il medico e mi ha chiesto: «Perché non è venuta prima in ospedale?». Ho spiegato che il viaggio era molto difficile e gli ho raccontato della mia paura di incontrare l’esercito e i coloni durante la notte.

«Grazie a dio siamo riusciti a far nascere il bambino all’ultimo momento», ha detto. È stanco e ha bisogno di un po’ di ossigeno, ma sopravviverà».

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Una dottoressa americana è stata a Gaza e ha visto l’orrore da vicino. Cinque casi che la tormentano

Nir Hasson

29 maggio 2025 – Haaretz

Le stragi causate dai raid aerei, la fame, le deportazioni da una zona all’altra: la crudeltà di Israele sta raggiungendo nuovi livelli. La dottoressa Mimi Syed, una dottoressa americana che si è offerta volontaria per aiutare gli abitanti di Gaza, ora racconta alcune loro storie.

Siamo entrati in una fase terrificante. Secondo organizzazioni umanitarie la carestia nella Striscia di Gaza è ormai acuta. Da quando Israele ha iniziato a bloccare l’ingresso di cibo non meno di 10.000 bambini sono sprofondati in stati di malnutrizione che necessitano trattamento.

Il Primo Ministro ha annunciato la ripresa degli aiuti, ma ciò che sta arrivando è “il minimo del minimo”, come ha affermato il Gabinetto di Sicurezza. In effetti, il responsabile degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite ha definito gli aiuti “una goccia nell’oceano rispetto a ciò di cui c’è urgente bisogno”.

Oltre alla fame l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani sottolinea i “ripetuti attacchi alle tende degli sfollati” e “la distruzione metodica di interi quartieri”.

La distruzione avviene di pari passo con le espulsioni di massa all’interno della Striscia. Nelle ultime settimane quasi un terzo degli abitanti di Gaza ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. Ora l’intera popolazione si sta accalcando in appena un quinto dell’enclave.

Anche il sistema sanitario è stato distrutto. L’esercito israeliano sta prendendo di mira con maggiore intensità ospedali e ambulatori (28 attacchi in una settimana), dove, a suo dire, sarebbe presente Hamas. Non consente l’ingresso di molti farmaci e attrezzature di base e ostacola l’evacuazione di moltitudini di feriti e malati per cure mediche all’estero.

Un Palestinese porta il corpo di un bambino ucciso il 26 maggio 2025. Foto: AFP/OMAR AL-QATTAA

In questo modo l’esercito, oltre ad uccidere, sta provocando ulteriori cause di decesso. Senza cure, persino infezioni e tumori facilmente rimovibili hanno un esito mortale.

E gli attacchi continuano quotidianamente. Questa settimana in un attacco ad una scuola sono state uccise trentuno persone, tra cui 18 bambini e sei donne.

“Ho avuto tanta paura”, ha detto Hanin al-Wadiya, una bambina fuggita dalle fiamme con ustioni sul viso. “Ero sotto le coperte e improvvisamente il fuoco mi ha investita. Mi sono alzata per cercare mamma e papà, ma non li ho trovati.” Tutta la sua famiglia è morta.

Il pianto di un bambino ferito ricoverato all’ospedale Al Awda il 29 maggio 2025.Foto: AFP/EYAD BABA

“Penso che tutto questo sia reso possibile dalla paura, dal razzismo e dalla disumanizzazione”, afferma la dottoressa Mimi Syed, medico d’urgenza americana che l’anno scorso ha svolto due turni di volontariato a Gaza. “Se non li consideri esseri umani, puoi fargli qualsiasi cosa”.

Sembra che questa settimana l’asticella del “fargli qualsiasi cosa” sia stata sollevata di una tacca. Sempre più civili, compresi molti bambini, vengono uccisi attraverso la carestia e gli sfollamenti forzati.

Lunedì le Forze di Difesa Israeliane [IDF] e il servizio di sicurezza Shin Bet hanno rilasciato una dichiarazione sull’attacco alla scuola Fahmi Al-Jarjawi a Gaza City. La terminologia è familiare: gli obiettivi erano ” terroristi chiave” in un “centro di comando e controllo”. Anche questa volta “sono state adottate numerose misure per ridurre il rischio di danni ai civili”.

L’attacco è iniziato verso l’una di notte. Hanin al-Wadiya, una bambina di 4 anni che alloggiava nella scuola sfollata con la sua famiglia, si è svegliata mentre le fiamme la circondavano e sua sorella urlava “Mamma, mamma!” come si vede nelle immagini del disastro.

“Ho sentito Mimi [la sorella di Hanin] chiamare la mamma, ma non riuscivo a trovarla. Ho anche gridato ‘mamma, mamma’. Sono uscita e ho iniziato a piangere”, ha raccontato Hanin in ospedale, con gli occhi gonfi e chiusi, metà del viso ed entrambe le mani coperte di ustioni. Sua madre, suo padre e sua sorella sono morti nell’incendio insieme ad altre 30 persone.

Ricoverato in un altro ospedale nel sud di Gaza c’è Adam al-Najjar, l’unico sopravvissuto di 10 fratelli la cui casa è stata attaccata due giorni prima dell’attacco alla scuola. Sua madre è uscita illesa, suo padre è rimasto gravemente ferito.

Anche in questo caso le IDF hanno affermato di aver fatto tutto il possibile; anzi, hanno rimproverato la famiglia per non essersi allontanata nonostante l’ordine di evacuazione emesso dalla divisione in lingua araba dell’Unità Portavoce delle IDF.

Ma l’ultimo ordine di evacuazione non includeva l’area in cui si trovava la casa della famiglia. Solo nell’ordine precedente, di un mese e mezzo prima, era stata ingiunta l’evacuazione da quell’area.

Gli ordini non hanno una data di scadenza e non c’è alcun segnale di cessato allarme, quindi i cittadini di Gaza devono indovinare se il pericolo è passato, e molti corrono il rischio. Non hanno scelta: i cittadini di Gaza hanno sempre meno spazio in cui muoversi; oltre l’80% dell’enclave è sotto il diretto controllo israeliano o sotto ordine di evacuazione.

Questi ordini mappe con aree contrassegnate in rosso e pubblicate su X e Telegram sono la manifestazione geografica della politica israeliana a Gaza. Lunedì il portavoce delle IDF ha emesso un altro ordine di evacuazione, uno dei più importanti della guerra: il 43% di Gaza è stato contrassegnato in rosso, con la dicitura “Zona di combattimento pericolosa”.

Nei due mesi e mezzo trascorsi da quando Israele ha violato il cessate il fuoco di due mesi oltre 630.000 persone sono state sradicate.

I ripetuti spostamenti stanno spingendo gli abitanti di Gaza sull’orlo della sopravvivenza. È molto difficile trovare cibo e beni di prima necessità come acqua pulita, un sistema fognario funzionante, un alloggio e assistenza medica. Due milioni di persone vengono spinte in un’area sempre più ristretta, dove vivono tra le macerie o in tende che si distruggono rapidamente.

I bambini non vanno a scuola da quasi due anni. L’affollamento, il caldo, la mancanza di acqua corrente o di un sistema fognario funzionante, insieme alla sistematica distruzione del sistema sanitario, stanno aumentando notevolmente il rischio di malattie ed epidemie.

La logica brutale di questa politica è nascosta in uno degli obiettivi ufficiali della guerra: “concentrare e spostare la popolazione”.

A Gaza è soprattutto la fame a fare da padrona. La scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la ripresa degli aiuti alla Striscia, ma sono stati ripresi con parsimonia. Ogni giorno solo poche decine di camion entrano dal valico di Kerem Shalom. Moltitudini di bambini continuano a stare in piedi per ore con una pentola vuota nella speranza di ricevere del cibo.

Martedì una grande folla ha preso d’assalto il centro di distribuzione alimentare creato da Israele. Migliaia di persone correvano tra le dune spingendosi contro le recinzioni e imploravano del cibo dagli uomini armati della sicurezza americana. (Per gli americani, si tratta di 1.100 dollari per una giornata di lavoro.)

“Non credo che gli israeliani lo vogliano. Non vogliono che tutto questo accada in loro nome”, dice Syed. “Penso che la cosa più importante che ho imparato a Gaza è che è impossibile ignorare la verità. Dopo aver visto cosa sta succedendo lì diventa molto semplice distinguere tra il bene e il male.”

Come puntualizza: “Oltre il 50% della popolazione di Gaza è composta da bambini. Il governo degli Stati Uniti sta finanziando una guerra illegale contro i bambini. Quasi tutte le agenzie umanitarie mondiali hanno definito ciò che sta accadendo a Gaza un crimine di guerra, eppure gli Stati Uniti continuano a fornire armi per commettere questi crimini.

“Mentre sono comodamente seduta a casa mia a scrivere la storia di Sami [un bambino di Gaza], mi viene in mente che questi crimini deliberati e atroci vengono ancora commessi contro bambini come Sami. Quando finirà? Quando il governo degli Stati Uniti si mostrerà per quello che una volta pensavo fosse? Non siamo stati noi a impedire alla Germania di sterminare così tante vite innocenti? Non dovremmo essere i “buoni”?

Syed ha svolto i suoi due periodi di volontariato a Gaza lo scorso agosto e a dicembre. In entrambi i casi ha constatato la morte di decine di bambini. Ha visto otto bambini morti per ipotermia in inverno, una bambina di 9 anni deceduta perché era impossibile ottenere farmaci standard per l’epilessia e una bambina di 9 mesi morta per aver bevuto acqua contaminata.

Ora, rientrata negli Stati Uniti, Syed afferma di essere ancora in contatto con i medici di Gaza: “Mi dicono che non c’è cibo. Per la prima volta li sento dire: ‘Moriremo tutti e il mondo non sta facendo nulla per salvarci'”.

Da quando è tornata negli Stati Uniti, Syed ha raccontato a chiunque volesse ascoltarla cosa sta succedendo a Gaza. Non risparmia ai suoi ascoltatori descrizioni grafiche accompagnate da foto. Di seguito sono riportate alcune delle tristi storie a cui ha assistito; la dottoressa Syed ha già raccontato parte della sua testimonianza da Gaza in altre testate giornalistiche in lingua inglese.

Sami di 8 anni portato in braccio dal fratello più grande all’ospedale Al Aqsa il 14 dicembre 2024.Foto: Moiz Salhi / AFP

Sami, 8 anni, è stato portato in braccio dal fratello maggiore. I due sono arrivati ​​all’ospedale Al-Aqsa, nel centro di Gaza, su un carretto trainato da un asino pochi minuti dopo che i frammenti di missile avevano lacerato il volto di Sami.

Giornalisti e curiosi si sono accalcati intorno a Sami e gli hanno scattato una foto; indossava una maglia a strisce rosse e bianche. La parte ferita del viso era nascosta alle telecamere, appoggiata sulla spalla del fratello.

“Sami aveva una ferita da esplosione al viso che gli aveva lacerato la maggior parte delle strutture vitali”, racconta Syed. “La ferita comprendeva bocca, naso e palpebre. Il resto del corpo era in buone condizioni, a parte un paio di ferite più lievi. Quando è arrivato in sala rianimazione è stato adagiato sul lettino senza altri adulti in vista. Era coperto da una giacca insanguinata.

Mentre giaceva davanti a me gorgogliando e soffocando con il suo stesso sangue gli ho aspirato la bocca e il naso per rimuovere eventuali ostruzioni nelle vie respiratorie. In seguito ad un leggero movimento del suo viso mi sono resa conto che aveva la mandibola completamente disarticolata e strappata via, appesa solo a un piccolo lembo di pelle. C’erano ustioni e schegge su tutto il viso e il collo.

Mentre mi occupavo di lui si è verificato un altro incidente con un elevato numero di feriti, con pazienti ancora più gravi. Sono stata costretta a spostare il piccolo Sami a terra per far spazio agli altri feriti.

Mentre lo stendevo sul pavimento sono arrivati la madre e lo zio, che urlavano per la disperazione. Sua madre si è gettata immediatamente a terra e ha iniziato a pregare Dio che suo figlio fosse risparmiato. Mi ha guardata dritto negli occhi e ha afferrata con forza la mia mano, implorandomi di fare tutto il possibile per salvarlo.

Ho annuito… ma sapevo nel mio intimo che non potevo fare una promessa del genere. Date le sue condizioni, sapevo che sarebbe stato un miracolo se si fosse salvato. Sono riuscita a stabilizzarlo temporaneamente, così da poterlo trasportare alla TAC funzionante più vicina.

Ma la TAC non si trovava all’ospedale di Al-Aqsa, bensì all’ospedale Yaffa, a pochi minuti di auto. In base alle norme di sicurezza del Ministero della Salute palestinese ai volontari stranieri era vietato l’accesso all’ospedale Yaffa, che all’epoca si trovava vicino alle postazioni militari israeliane.

Ho scelto di salire comunque sull’ambulanza per mantenere pervie le vie respiratorie e assicurarmi che arrivasse alla TAC in sicurezza”, racconta Syed. “Nella stessa ambulanza veniva trasportata per un esame diagnostico un’altra donna, tra la vita e la morte.

Respirava attraverso un tubo ed era accompagnata dal figlio adolescente che le teneva la mano. L’ambulanza ha attraversato macerie e folle di persone per strada”

Sami è stato sottoposto a una TAC ed è stato riportato ad Al-Aqsa per un intervento di ricostruzione facciale. “Il giorno dopo, stavo camminando per l’ospedale quando qualcuno mi ha afferrato il braccio.

Era la madre di Sami”, racconta Syed.

“Era seduta su un letto d’ospedale, nell’angolo di un corridoio anch’esso pieno di pazienti a terra o su brandine. Ho guardato il letto e c’era il piccolo Sami con i punti di sutura. Riusciva a malapena ad aprire la bocca per bere da una cannuccia e continuava a piangere di dolore ogni volta che si muoveva”.

Lo scorso ottobre sul New York Times è stata pubblicata una foto di una radiografia: ​​Mira, una bambina di 4 anni, aveva un proiettile conficcato in testa. È diventata un simbolo della guerra, mentre l’immagine è diventata una delle più controverse dei quasi 20 mesi di combattimenti.

Il New York Times ha pubblicato nella sezione opinioni altre tre foto di radiografie; facevano parte di un articolo firmato da 65 medici, infermieri e paramedici che si erano offerti volontari a Gaza. Questi operatori sanitari affermavano che Israele stava deliberatamente sparando ai bambini, e il Times ha ricevuto una serie di lettere che sostenevano che la notizia fosse falsa.

Il 15 ottobre la direttrice editoriale del Times, Kathleen Kingsbury, ha pubblicato una risposta: il giornale si era assicurato che tutti i medici e gli infermieri avessero lavorato a Gaza. Le immagini della TAC erano state inviate a esperti indipendenti in ferite da arma da fuoco, radiologia e traumatologia pediatrica, che ne hanno corroborato l’autenticità. Inoltre, i metadati digitali delle immagini sono stati confrontati con le foto dei bambini.

Secondo Kingsbury il Times possedeva foto che corroboravano le immagini della TAC, ma erano “troppo raccapriccianti per essere pubblicate”. Ha concluso: “Sosteniamo questo report e la ricerca su cui si basa. Qualsiasi insinuazione che le immagini siano inventate è semplicemente falsa”.

I genitori di Mira hanno raccontato ad Al Jazeera di essersi svegliati presto quel giorno di agosto nella loro tenda nella zona umanitaria di Muwasi, perché le loro figlie erano emozionate per il compleanno della sorella maggiore di Mira. Improvvisamente è scoppiata una sparatoria.

Mira è entrata nella tenda con il viso coperto di sangue e una ferita aperta sopra la fronte. Suo padre l’ha portata all’ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud della Striscia.

In base al crudele triage che si è reso necessario a Gaza, dopo le stragi di massa le persone con ferite cerebrali non vengono curate. La regola è che nel caso di penetrazione intracranica di proiettili o di esposizione di materia cerebrale non ha senso lottare per la vita del paziente a causa della carenza di neurochirurghi, attrezzature e materiali sanitari.

Syed avrebbe dovuto lasciare che Mira morisse. “Ho iniziato a visitarla”, racconta. “Uno dei medici mi ha detto: ‘Non perdere tempo’. Ma sentivo che si muoveva ancora; reagiva al dolore questo mi ha fatto pensare che dovevo provarci.”

La foto della radiografia del proiettile conficcato nella testa di Mira ,una bambina di 4 anni pubblicata dal New York Times. Ospedale Nasser 25 Agosto 2024.

Così ha inserito dei tubi per aiutare Mira a respirare ed è riuscita a stabilizzarla. Mira è stata sottoposta a un intervento chirurgico al cervello, il proiettile è stato rimosso e la sua vita è stata salvata.

Syed è rimasta in contatto con i genitori della ragazza e di recente ha ricevuto un video emozionante: Mira camminava e parlava. “L’ultima volta che l’ho vista apriva a malapena gli occhi”, racconta Syed.

Ma come gli altri pazienti sopravvissuti, Mira è sempre in pericolo. Ha bisogno di cure costanti per ridurre la pressione alla testa, soffre di debolezza al lato sinistro e deve assumere farmaci.

A gennaio la tenda della famiglia è stata colpita nel corso di un attacco e la madre di Mira ha perso un braccio. “Hanno fame, non hanno farmaci e non hanno un posto sicuro”, dice Syed, che sta cercando di aiutare la famiglia a lasciare Gaza per necessità di cure mediche.

Syed ha portato la foto della radiografia a Washington e si è confrontata con dei senatori per cercare di convincerli a smettere di sostenere Israele. “Ho incontrato scetticismo sull’autenticità della foto”, dice.

“Ma l’ho toccata, le mie mani l’hanno curata, l’ho salvata. Mettere in dubbio tutto questo mi ha davvero spezzato il cuore. Mi è stato chiesto perché Israele prendesse di mira i bambini, ma questo è normale se si vuole distruggere il futuro.”

Shaban è morto a causa della guerra. Non è stato colpito da una scheggia o da un proiettile, ma dalla distruzione delle reti fognarie e idriche di Gaza. Era nato nel dicembre del 2022. A due anni, nel bel mezzo della guerra, si è ammalato e la sua pelle è diventata giallastra. “Aveva la stessa età del mio figlio più piccolo, eppure sembrava tanto piccolo per la sua età. Il bianco degli occhi emanava un bagliore arancione fosforescente, la sua pelle aveva il colore intenso del Tang”, dice Syed, riferendosi alla bevanda in polvere. “Giaceva immobile, respirava con affanno, aveva l’addome gonfio. Ogni movimento gli causava dolore”.

Shaban soffriva di insufficienza epatica causata dall’epatite A. “Negli Stati Uniti e in ogni Paese avanzato, è molto difficile contrarre l’epatite, e anche se succede è abbastanza semplice da curare. A Gaza, non avevamo modo di aiutarlo”, racconta Syed.

La madre di Shaban ha mostrato a Syed le foto del bambino scattate un anno prima. “Quando la madre ha condiviso una foto di suo figlio di appena un anno fa, raggiante di salute e felicità, mi sono sentita sommergere da un’ondata di tristezza”, dice Syed. Il bambino aveva bisogno di un trapianto di fegato, ma anche in questo caso la famiglia non aveva ricevuto il permesso da Israele per lasciare Gaza per l’intervento.

Syed ha fotografato la madre mentre lasciava l’ospedale con il figlio. “Non riesco a liberarmi dall’immagine della madre che portava in braccio il suo bambino, il suo corpicino aggrappato a lei, entrambi avvolti nella disperazione”, dice.

“La sofferenza di questo bambino mi tormenta in modi che le parole non possono esprimere. Il medico che è in me sa che quel bambino è morto quel giorno, poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale, ma la madre che è in me non vuole accettare la realtà.

Fatma, 29 anni, è arrivata in ospedale con tre bambini piccoli, tutti sotto i 7 anni. Non era stata ferita dalle bombe, ma sanguinava copiosamente da un seno.

“I suoi figli sedevano in silenzio al suo fianco, con i volti segnati dalla paura”, racconta Syed. “Ho cercato nella borsa con i guanti insanguinati, e ho tirato fuori qualche palloncino per distrarli. I loro volti si sono illuminati mentre dimenticavano per un attimo l’orrore che li circondava.”

Si è scoperto che la madre soffriva di un tumore al seno in stadio molto avanzato. “Mi sono trovata di fronte a una scena che, nonostante la mia esperienza in zone svantaggiate, non avevo mai visto: una massa mammaria così grande e deturpante che era chiaramente la causa della sua abbondante emorragia”, dice Syed.

La zia della paziente, che accompagnava lei e i suoi figli, ha raccontato che i medici avevano scoperto il nodulo, all’epoca delle dimensioni di un’oliva, sette mesi prima, all’inizio della guerra.

Le era stato prescritto un intervento chirurgico e la chemioterapia, ma a causa della guerra e della distruzione del sistema sanitario non ha potuto curarsi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva approvato la sua evacuazione per motivi sanitari, ma la sua richiesta è stata respinta da Israele, oppure i permessi hanno impiegato troppo tempo per arrivare.

“Era evidente che il suo cancro era curabile”, dice Syed. “In qualsiasi altro Paese, o persino a Gaza prima del 7 ottobre, avrebbe ricevuto cure e sarebbe guarita. Ma ora non potevamo fare nulla. Non avevamo le scorte di sangue per stabilizzarla ed era preferibile riservare le risorse chirurgiche necessarie per la riduzione del tumore a pazienti con maggiori speranze di guarigione.

“Sarebbe morta presto con i suoi figli accanto. Questa madre non avrebbe mai visto i suoi figli crescere, non avrebbe mai visto sua figlia laurearsi o suo figlio diventare un uomo. L’ingiustizia di tutto ciò bruciava dentro di me, un fuoco che non si sarebbe mai spento.”

Alla fine Fatma è stata trasferita in un altro ospedale. Quando Syed ha chiamato per avere notizie, le è stato detto che Fatma era morta quel giorno.

Nelle conversazioni con i medici che hanno curato civili a Gaza si parla sempre dei primi minuti dopo una strage di massa. Le descrizioni sono le stesse.

Pochi minuti dopo l’attacco missilistico o la bomba i pronto soccorso e le unità di terapia intensiva diventano una scena da film dell’orrore. Le urla di dolore si fondono con le grida di angoscia delle persone che scoprono la morte di una persona cara.

I letti, le barelle e poi il pavimento si riempiono di feriti, mentre tra di loro si formano pozze di sangue. E i medici devono ripetutamente prendere decisioni crudeli: chi scartare perché con nessuna prospettiva di sopravvivenza o perché richiede l’utilizzo di risorse in grado di salvare altre persone con più possibilità di successo.

Syed è tornata a Gaza il 4 dicembre dopo il precedente periodo di volontariato in agosto. “Il viaggio è stato straziante, con strade dissestate e bambini che camminavano da soli, tale da risvegliare un familiare senso di angoscia nello stomaco”, racconta. Dopo un’ora di macchina siamo arrivati all’ospedale Nasser. La disposizione degli alloggi era rimasta invariata: angusti letti a castello e l’onnipresente odore di fogna proveniente dal bagno.

Mentre iniziavo a disfare i bagagli una forte esplosione ha scosso l’edificio. Ho subito capito che questo attacco aereo era più vicino del solito. Le urla echeggiavano mentre la gente correva verso l’ospedale. Conoscendo fin troppo bene la procedura, mi sono precipitata verso il reparto di traumatologia.

Mentre indossavo con difficoltà i miei guanti già strappati, ho visto che due bambini piccoli venivano portati di corsa. Le loro famiglie li hanno sdraiati sul pavimento dato che non c’erano letti disponibili. Prima ancora di toccarli ho capito che non erano più in vita. Mi ha travolto un senso di totale impotenza.

“Poi è arrivata una bambina di 8 anni di nome Alaa, la stessa età di mia figlia. Suo padre mi ha spiegato che stava giocando davanti alla loro tenda quando in seguito ad un attacco aereo delle schegge sono penetrate nel suo cranio. Era gravemente ferita, il suo corpo si muoveva a malapena e la materia cerebrale era esposta. Secondo il protocollo era da considerare irrecuperabile.

Ma quando ho visto la disperazione negli occhi di suo padre non sono riuscita a stare a guardare. Ho preso dalla mia borsa il laringoscopio che avevo dovuto far passare di nascosto dall’esercito israeliano e ho assicurato la pervietà delle vie respiratorie, poi l’abbiamo portata di corsa in sala operatoria.

Pochi giorni dopo sono stata trasferita in un altro ospedale e ho perso traccia dei progressi di Alaa. Suo padre aveva promesso aggiornamenti, ma temevo il peggio. Una sera, verso la fine del mio soggiorno di un mese, ho ricevuto un messaggio con due video.

“Il primo video mostrava Alaa seduta mentre leggeva un libro con una benda attorno alla testa. Nel secondo la si vedeva camminare, leggermente instabile ma autonoma. Si è fermata al centro dell’inquadratura e ha detto: ‘Shokran doktora, anam khair’ Grazie, dottoressa, sto bene.”

Ma Alaa ha bisogno di un intervento chirurgico per la protezione del cervello, un’operazione che non può essere eseguita a Gaza. Come per altri casi, è in attesa di essere evacuata dalla Striscia.

“Negli Stati Uniti abbiamo la possibilità di intervenire in diversi modi e salvare vite umane”, dice Syed. “A Gaza anche se salvi una vita non è detto che ci sia veramente riuscito.

“Alaa potrebbe morire domani. Il suo cervello è esposto. Se domani inciampa tra le macerie o contrae un’infezione, morirà. Tutto è così incerto. La sensazione che si prova è di non fare molto, di non portare alcun cambiamento.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

Vedi video della relazione del dr. Feroze Sidhwa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU