Gli edifici sventrati di Gaza sono l’ultima risorsa per le famiglie in cerca di riparo

Huda Skaik

23 dicembre 2025 – The Electronic Intifada

Intorno all’ospedale Al-Shifa di Gaza City intere strutture ed edifici sono accartocciati, con i muri che sono inclinati ad angolo acuto. I pavimenti e i soffitti cedono, come se si stessero sgretolando, e le scale sono sospese a mezz’aria.

Queste rovine inzuppate dalla pioggia non sono adatte ad essere abitate; sono così instabili che una raffica di vento o una notte di pioggia intensa potrebbero farle crollare. Eppure, a causa della mancanza di tende e di spazio disponibile nei rifugi di Gaza, gli sfollati vivono al loro interno.

Sono andata in scuole e rifugi, ma nessuno ci ha accettati,” afferma Sumaya Nabhan, 32 anni.

“Semplicemente non c’era spazio. Ho un marito ferito e tre figli. Se avessi una tenda, anche se significasse vivere per strada, la preferirei a questo edificio.”

Prima del genocidio Nabhan e la sua famiglia vivevano in una modesta abitazione con una sola stanza nella zona di Tel al-Zaatar, nella Striscia di Gaza settentrionale, ma quella casa è stata distrutta dai bombardamenti israeliani.

Da sette mesi occupano questo edificio pericolante nel quartiere di al-Rimal, che pende così tanto verso destra che gli occupanti istintivamente cercano di mantenere l’equilibrio per contrastare la pendenza.

“Persino il bollitore del tè è inclinato”, dice Nabhan.

Nabhan e suo marito hanno rimosso le macerie quanto basta per potersi infilare all’interno dell’edificio, ma ogni volta che piove il tetto perde come un tubo rotto e di notte entrano cani randagi.

“Resto sveglia tutta la notte per proteggere i miei figli dai cani”, dice.

“Cosa significa questa casa per me?” afferma. “Un rifugio. Niente nella vita conta di più, nemmeno il cibo.”

Secondo la Protezione Civile palestinese almeno 17 edifici residenziali sono crollati in seguito alle tempeste invernali che hanno colpito Gaza nel mese di dicembre, mentre l’UN Agency for Palestine Refugees [agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi] (UNRWA) ha segnalato 16 decessi come conseguenza delle stesse tempeste, in alcuni casi a causa del crollo di edifici allagati su famiglie che vi avevano trovato rifugio”.

Utenti di social media e organi di informazione hanno documentato il crollo di numerosi edifici a Gaza, con palestinesi rimasti intrappolati sotto le macerie di edifici che, danneggiati dai bombardamenti israeliani, sono poi collassati sotto la pioggia invernale.

Sumaya Nabhan afferma di essere ossessionata dal pericolo di vivere in un simile edificio.

Purtroppo le sue possibilità di trovare un alloggio sono molto limitate, dato che, secondo un’analisi delle immagini satellitari fatta dall’ONU, nell’ottobre 2025 l’81% degli edifici a Gaza è danneggiato.

“Vivo con tristezza e disperazione”, dice. “A volte desidero la morte piuttosto che questo”.

Il suo unico sogno ora è “una tenda chiusa”.

“Mi sento come se vivessi in un posto inadatto agli esseri umani”, afferma.

Come uno scivolo in un parco divertimenti

Nella stessa strada di al-Rimal dove vivono Nabhan e la sua famiglia, anche Serene al-Farra, 31 anni, occupa con il marito e i due figli una struttura parzialmente crollata.

Prima del genocidio la sua casa a Tel al-Zaatar era un luogo stabile e semplice, con “due stanze, un soggiorno, una cucina e un bagno”. Amava soprattutto il soggiorno.

Ma la loro casa fu distrutta nei primi giorni del genocidio e da allora si sono trasferiti da un posto all’altro, fino a stabilirsi, nel maggio 2025, in questa struttura vicino all’ospedale Al-Shifa.

Ci sentiamo abbastanza al sicuro anche sotto le macerie”, dice, ma quando si entra sembra di stare su uno scivolo in un parco giochi”.

L’edificio è talmente inclinato che gli occupanti più anziani, come i suoi genitori, spesso non riescono a stare in piedi.

Già nell’ottobre 2023 i raid aerei israeliani “rasero al suolo” il quartiere di al-Rimal, un tempo brulicante di vita: le riprese aeree di quel periodo mostravano una distruzione diffusa e cumuli di macerie.

Da allora non è cambiato molto, poiché interi isolati sono ancora irriconoscibili e il cessate il fuoco non ha contribuito in alcun modo a ridurre il pericolo di crollo di queste abitazioni.

Al-Farra racconta che quando piove la casa si allaga, quindi infila coperte negli angoli per assorbire l’acqua, cercando di evitare che raggiunga i suoi figli mentre dormono.

Non ci sono finestre, quindi il freddo è insopportabile,” dice. Non abbiamo un bagno. Per costruirne uno dovremmo scavare attraverso due piani crollati”.

Afferma che il suo carattere è completamente cambiato.

“Sono più irritabile e più apprensiva verso i miei figli.”

Teme che da un momento all’altro un muro crolli sul figlio mentre è chinato sul quaderno cercando di disegnare, o sulla figlia mentre gioca.

«Se mi sento al sicuro? No. Provo solo paura.»

Il suo desiderio è semplice come quello di Nabhan: “Una stanza. Una tenda. Qualsiasi cosa sia stabile.”

Pietre che cadono

Islam al-Faram, 37 anni, ha piantato una tenda in quello che un tempo era il cortile davanti alla sua casa, tra due strutture parzialmente crollate e pericolosamente inclinate.

“Da lì cadono detriti”, dice riferendosi agli edifici vicini. “Oggi delle pietre ci sono cadute addosso a causa della pioggia.”

Al-Faram e suo marito hanno rimosso le macerie dalla loro vecchia casa ad al-Rimal per poter montare dei teloni dove un tempo c’era il cortile. Hanno deciso di rimanere qui perché questa era la loro casa, anche se resta solo il terreno sottostante.

“Questo posto custodisce i nostri ricordi”, dice. “Anche se siamo in una tenda, sembra che parte della nostra anima sia ancora qui”.

Ma la tenda ha portato con sé le sue difficoltà: “Quando soffia il vento, vola via tutto. Quando piove, l’acqua inonda l’interno. Lavare, cucinare, tutto è una lotta“.

Afferma di sentirsi più al sicuro qui che in un rifugio affollato dove “non c’è nemmeno spazio per respirare”.

“Mi sento al sicuro perché qui c’era la mia casa”, sostiene.

La figlia di Al-Faram, Ghina, di 8 anni, dice: “Voglio guardare di nuovo la TV”.

Quando a dicembre è arrivata la pioggia l’acqua ha allagato la tenda e le macerie delle case circostanti, ormai pericolanti, sono crollate nelle vicinanze.

“A volte ho paura”, afferma Ghina.

La sua distrazione preferita è giocare a nascondino con suo cugino.

Le manca “molto” la scuola.

Huda Skaik è una studentessa di inglese e giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’espansione della ‘Linea Gialla’ da parte di Israele ingloba i distretti di Gaza e sradica le famiglie

Maha Hussaini, Gaza City, Palestina occupata

13 dicembre 2025 – Middle East Eye

Le famiglie palestinesi sono costrette ad andarsene dalle proprie case in silenzio mentre le forze israeliane sono sempre più vicine, nonostante il cessate il fuoco

Quando Ahmed Hamed è tornato a casa sua dopo il cessate il fuoco questa si trovava a circa 1,5 chilometri ad ovest della cosiddetta ‘Linea Gialla’ imposta da Israele.

Due mesi dopo quella distanza si è ridotta a circa 200 metri.

Prima della fine della guerra la nostra casa si trovava in una zona pericolosa ed era difficile per noi ritornarci”, ha detto a Middle East Eye il giornalista palestinese di 31 anni.

Abbiamo aspettato due settimane dopo il cessate il fuoco per essere certi che fosse sicura.”

Alla fine la famiglia è ritornata nella propria casa vicino al quartiere di Shujaiya nella parte orientale di Gaza City.

Quasi immediatamente il fragore della guerra l’ha nuovamente raggiunta.

Fin dal primo giorno in cui siamo tornati abbiamo sentito bombardamenti, demolizioni e spari”, dice Hamed.

Cominciavano al tramonto e proseguivano fino all’alba.”

All’inizio pensavano che le esplosioni fossero lontane, credendo che la Linea Gialla fosse ancora distante.

Ma ora Hamed può vedere i blocchi di cemento gialli piazzati dalle forze israeliane dalla sua finestra – cosa che non era possibile solo alcune settimane fa.

In tutta Gaza la linea provvisoria di demarcazione si è spostata, avvicinandosi ancor di più alle zone densamente popolate e alimentando il timore di nuovi sfollamenti e violenze da parte di Israele.

Fuggire in silenzio’

La Linea Gialla è un confine militare che è stato imposto e contrassegnato unilateralmente dalle forze israeliane all’interno della Striscia di Gaza dopo il cessate il fuoco mediato ad ottobre dagli USA.

Definita zona interdetta, impedisce ai palestinesi di entrare in ampie aree di terra a nord, sud ed est.

Dall’inizio del cessate il fuoco la linea è costantemente avanzata verso ovest, inglobando quartieri e occupando attualmente circa il 53% del territorio.

Ogni nuova progressione viene segnalata con blocchi di cemento gialli piazzati all’interno dei quartieri civili.

Secondo Hamed migliaia di case si trovano all’incirca entro un chilometro quadrato tra la posizione originaria della linea e quella attuale.

Dopo il cessate il fuoco molte famiglie sono tornate in queste case, cercando di riprendere la propria vita.

Le persone hanno installato dei generatori ed anche internet”, spiega.

Poi una notte sono stati svegliati da un’intensa sparatoria ed hanno trovato un blocco di cemento giallo in mezzo alla strada. Hanno raccolto le proprie cose e sono scappati sotto il fuoco in piena notte.”

Alcune famiglie sono rimaste intrappolate nelle loro case per ore a causa dei pesanti bombardamenti prima di poter uscire e scoprire che il confine si era già spostato.

Complessivamente la linea è avanzata di oltre un chilometro durante il cessate il fuoco, provocando silenziose ondate di sfollati che non hanno ricevuto quasi alcuna attenzione dai media.

C’è una potente ondata di abitanti in fuga e nessuno informa di questo”, dice Hamed.

Le famiglie scappano in silenzio. Durante la guerra si parlava della nostra sofferenza e questo leniva un poco il dolore. Adesso nessuno ne parla.

Immaginate l’angoscia: abbiamo ringraziato dio perché le nostre case hanno resistito a due anni di genocidio ed ora la gente le sta perdendo durante il cessate il fuoco.”

La casa della famiglia di Hamed adesso sta proprio di fronte alla Linea Gialla. Dalla sua finestra lui può vedere i carrarmati israeliani e i veicoli militari che pattugliano e sparano verso i quartieri al di là del confine.

La moglie di suo cugino, Samar Abu Waked, trentenne madre di tre figli, è stata uccisa all’ingresso della casa della sua famiglia da un proiettile in testa, evidentemente sparato da un soldato israeliano dalla Linea Gialla, secondo i suoi parenti.

Più di una volta ho dovuto strisciare con mia moglie e i bambini dalla stanza che affaccia sulla strada verso le stanze più interne, a causa delle intense sparatorie”, dice Hamed a MEE.

E’ come un fuoco che brucia in tutto il quartiere e ci aspettiamo che le fiamme ci raggiungano. Nessuno può fermare questa avanzata.”

Dall’inizio della guerra genocidaria ad ottobre 2023 Hamed è stato sfollato molte volte.

Nei primi sfollamenti ho impacchettato solo quel che ci serviva, sapendo che alla fine saremmo tornati”, dice il giovane padre.

Ma adesso, aggiunge, teme che lo sfollamento sarà permanente.

Quartieri ridotti in macerie

Quando le forze israeliane sono avanzate verso ovest hanno usato veicoli carichi di esplosivi per demolire edifici residenziali in un sol colpo a Gaza est, spianando aree e impedendo agli abitanti di tornare.

Domenica il capo dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, ha definito la Linea Gialla un “nuovo confine”.

In base al piano di cessate il fuoco appoggiato dagli USA la Linea Gialla è una linea di ripiegamento temporaneo per le forze israeliane, mentre ulteriori ripiegamenti verso la frontiera di Gaza sono previsti in successive fasi dell’accordo.

Tuttavia Zamir ha affermato che l’esercito mantiene “il controllo operativo su ampie parti della Striscia di Gaza” e rimarrà sulle posizioni lungo quelle linee difensive.

La Linea Gialla è un nuovo confine, utilizzato come linea difensiva avanzata per le nostre comunità e come linea di attività operative”, ha detto.

Il mese scorso l’abitante di Shujaiya Reem Mortaja è stata sfollata dalla sua casa per l’undicesima volta.

L’aspetto più demoralizzante è che in base all’accordo di cessate il fuoco ci è stato permesso di tornare solo per trovare le nostre case gravemente danneggiate”, ha detto a MEE la ventisettenne.

Eppure eravamo contenti che alcuni muri fossero ancora in piedi. Abbiamo comprato nuove cose e effettuato piccole riparazioni, avendo la sensazione di essere più stabili rispetto ai precedenti sfollamenti.”

Ma quella sensazione di stabilità è durata poco.

Tre settimane fa abbiamo dovuto nuovamente scappare e non abbiamo potuto portare molto con noi”, dice.

Una mattina la sua famiglia al risveglio ha trovato un blocco di cemento giallo piazzato a pochi metri dalla casa. Hanno afferrato quel che potevano e sono scappati.

Pochi giorni dopo che noi e i nostri vicini ce ne siamo andati hanno bombardato le nostre case e ridotto in macerie l’intero quartiere”, dice.

Il mondo pensa che il cessate il fuoco sia in vigore. Ma noi stiamo ancora attraversando fasi di guerra, mentre l’occupazione prosegue senza essere condannata poiché agisce silenziosamente e rapidamente.

Ogni giorno ci sono spostamenti in avanti, attacchi aerei e fuoco d’artiglieria. L’espulsione non si ferma mai, e tutto questo avviene nel silenzio totale.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele ci sta cacciando”: il piano per aprire il valico di Rafah a Gaza lascia i palestinesi con più domande che risposte

Nagham Zbeedat

8 dicembre 2025 – Haaretz

I palestinesi di Gaza affermano di sentirsi sotto pressione nel decidere se lasciare le proprie famiglie nella speranza di attraversare il valico verso l’Egitto; alcuni hanno rinunciato del tutto a lasciare la Striscia.

La decisione potrebbe segnare una svolta per gli abitanti della Striscia sotto assedio, dove l’uscita è stata resa praticamente impossibile dall’inizio della guerra. Ha suscitato speranze tra i 16.500 malati e feriti che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno urgente bisogno di lasciare la Striscia per accedere a cure mediche salvavita all’estero, dal momento che il sistema sanitario di Gaza è prossimo al tracollo. La riapertura potrebbe anche dare una fragile spinta all’economia di Gaza, al collasso, offrendo ai commercianti una rara opportunità di movimentare le merci oltre l’enclave.

Ma la riapertura è accompagnata da rigide limitazioni imposte da Israele e da controversie politiche che hanno riacceso i timori che la decisione possa essere parte di un intento più ampio di cacciare definitivamente i palestinesi da Gaza.

Secondo dei funzionari israeliani i palestinesi che vorranno andarsene dovranno ottenere l’autorizzazione della sicurezza sia israeliana che egiziana, sebbene i criteri per tale autorizzazione restino poco chiari.

Israele ha affermato che la riapertura dipenderà dai preparativi logistici della missione dell’Unione Europea che supervisiona il valico dal 2005, nonché dalle riparazioni delle infrastrutture gravemente danneggiate durante la guerra.

Inoltre non è ancora chiaro come verranno gestite le persone prive di documenti o se verranno escluse del tutto, il che aggiunge un ulteriore livello di incertezza, dato il numero di famiglie a Gaza che hanno perso documenti di identità essenziali, tra cui passaporti e carte d’identità nazionali, a causa di ripetuti sfollamenti e bombardamenti.

A seguito dell’annuncio di Israele i ministri degli Esteri di Egitto, Indonesia, Giordania, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno rilasciato venerdì una dichiarazione congiunta in cui viene espressa una “profonda preoccupazione” per il piano di Israele di aprire il valico di Rafah esclusivamente “in una direzione, con l’obiettivo di trasferire gli abitanti della Striscia di Gaza in… Egitto”.

La dichiarazione congiunta condanna quelli che i ministri hanno descritto come “tentativi di espellere forzatamente il popolo palestinese dalla sua terra” e sottolinea “l’importanza” di attuare il piano di cessate il fuoco in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che prevede che il valico rimanga aperto in entrambe le direzioni.

Prima della guerra Rafah era l’unica porta di Gaza verso il mondo esterno non controllata da Israele: un passaggio vitale attraverso cui viaggiavano studenti, famiglie riunite e merci.

Dall’inizio della guerra l’Egitto ha inasprito drasticamente le restrizioni. La situazione è peggiorata ulteriormente nel maggio 2024, quando le forze israeliane hanno preso il controllo del lato di Gaza del valico, costringendo l’Egitto a chiuderlo. Da allora il valico di Rafah è rimasto quasi costantemente chiuso, consentendo solo sporadiche e limitate uscite a scopi medici, l’ultima delle quali a febbraio.

“Molte paure”

Per molti palestinesi a Gaza, intrappolati dalla guerra, dalle espulsioni e dal collasso del sistema sanitario, l’annuncio di Israele è stato interpretato come un’inconsueta opportunità in uno stato di realtà prestabilito. Ma all’interno di Gaza lo stato d’animo è più complesso. Per alcuni l’annuncio non rappresenta un’opportunità ma un dilemma.

Hamada, 29 anni, è originario di Gaza City e vive a Deir al-Balah da settembre. I suoi genitori e fratelli sono rimasti a Gaza City. Se gliene fosse data la possibilità, vorrebbe partire per l’Egitto, ricongiungersi con la sua ragazza in Cisgiordania, sposarsi e costruirsi una nuova vita lì.

Ma anche quel sogno sembra difficile da realizzare.

“Quando ho sentito la notizia per la prima volta, mi sono sentito solo confuso”, dice. “Da un lato, lascerò la mia famiglia e mi adeguerò ai piani dell’occupazione israeliana. Dall’altro, siamo privati ​​dei mezzi di sussistenza di base, sia a livello personale che collettivo. Non riesco a svolgere il mio lavoro come si deve. Lavoro online e non ho una connessione internet stabile. Per ottenere un lavoro dovrei spendere più di quanto riesco a guadagnare.”

Il suo desiderio di andarsene non nasce dal bisogno di comodità, ma dalla stanchezza.

“Per uno come me, che vuole fare una vita normale, vivere in questo posto è estenuante, fisicamente, emotivamente, finanziariamente e mentalmente”, dice. “Se non fosse stato per la mia famiglia me ne sarei andato prima.”

La sua visione dell’Egitto non è idealistica. È vulnerabile e incerta. “Se dovessimo arrivare in Egitto, vorrei stabilirmi, creare una famiglia e vivere in pace”, dice. “Ma in realtà so che sarà dura. Se la pensassi diversamente, mi illuderei. Chiunque viva nella diaspora ha vita dura, persino in Egitto, il posto più vicino a Gaza.”

Ciò che lo frena non è la mancanza di voglia di vivere, ma la paura di perdere tutto il resto. “Ci sono molte incognite e paure”, dice. “Lasciare la famiglia, la possibilità di tornare, l’adattamento dentro e fuori Gaza. Se me ne andassi e mi sposassi in Egitto rimarrei solo? La mia famiglia non può lasciare la Striscia. Cosa faremmo? Ci sono molte paure che ci paralizzano.”

C’è anche il costo. “Se il confine si apre e i prezzi salgono alle stelle, non potrò andarmene”, dice. “Non posso permettermelo.”

Hamada osserva sulla rete ciò che scrivono le persone che vogliono andarsene. Insiste sul fatto che queste parole non significano che la gente voglia abbandonare Gaza. “Tutti noi amiamo Gaza”, dice. “Anche quando è in rovina e non mostra segni di vita la amiamo. Questa non è poesia o idealizzazione delle nostre vite. Vivere tutta questa distruzione e morte ci ha legato a questo posto”.

Ciò che la gente sogna qui, dice, è ridotto alle forme più elementari di dignità.

A Gaza i nostri desideri e i nostri sogni si limitano all’amore per una ciotola di zuppa di lenticchie calda, all’odio per un piatto vuoto, al sogno di un luogo dove i bombardamenti aerei non possano arrivare.”

“C’è troppa pressione per prendere questa decisione ora”

Sami, 26 anni, è originario di Jabaliya e vive a Deir al-Balah dal 14 ottobre 2023. Lavora come podcaster e creatore di contenuti visivi ed inoltre è impiegato presso Save the Children. Solo due giorni prima dell’inizio della guerra lui e il suo team hanno aperto il loro studio di podcasting: il culmine di anni di lavoro.

“Un mese dopo lo studio è stato bombardato e raso al suolo”, racconta.

Lo spazio fisico non c’è più, ma il lavoro continua. Il team continua a produrre episodi che parlano della vita giovanile, sociale e culturale a Gaza, anche se le attrezzature e le infrastrutture sono scomparse.

A differenza di altri che vedono nell’andarsene l’unica via d’uscita Sami crede ancora nel proposito di restare, almeno in teoria.

“Ho sempre pensato che quando e se la guerra fosse finita non avrei lasciato Gaza immediatamente”, dice. “Credo che le darò la possibilità di respirare, ricostruirsi e riabilitarsi. Penso che sia meglio fare le cose con calma..”

Ma il suo proposito di restare si scontra con un sentimento di responsabilità e paura. “Sono l’uomo di casa”, dice. “I miei vecchi genitori, i miei sette fratelli: come farò ad andarmene con tutti loro? Come farò ad andarmene senza di loro?”

Per lui la possibilità di andarsene non dipende tanto dall’opportunità quanto dalla sicurezza.

“Se avessi la garanzia che il cessate il fuoco e la fine della guerra fossero una cosa certa e duratura, allora potrei prendere in considerazione l’idea di andarmene”, dice. “Almeno non mi preoccuperei così tanto per la mia famiglia. Li sentirei più al sicuro.”

Ma non ci sono garanzie. “La guerra potrebbe tornare. L’esercito potrebbe non ritirarsi mai. C’è troppa pressione per prendere questa decisione ora”, dice.

Afferma che se potesse lavorare all’estero e portare con sé la sua famiglia lo prenderebbe in considerazione. Senza questa possibilità l’idea di partire gli sembra lacerante.

Descrive la vita quotidiana a Gaza come una sorta di crudele illusione di normalità. “Le nostre grida e le nostre richieste sono ben lontane da ciò che stiamo ricevendo”, dice. “Un’enorme quantità di prodotti è arrivata sui nostri mercati, ma senza alcun valore reale. Hanno inondato i nostri mercati di iPhone, barrette di cioccolato e cose assurde. È come costruire una piscina per un senzatetto.”

Non c’è alcun giudizio nelle sue parole verso coloro che se ne vanno o spendono soldi in beni di lusso. “Non posso biasimare chi compra iPhone o se ne va”, dice. “Tutti noi non sappiamo cosa fare. Non c’è cibo vero da comprare – niente pollo e carne – o è molto raro trovarlo.”

Secondo lui l’apertura di Rafah potrebbe essere legata sia a motivi di immagine sia a questioni strategiche. “L’apertura del valico di Rafah è un modo per migliorare la narrazione e l’immagine [israeliana] nei media internazionali – guardate, gli stiamo fornendo iPhone, cioccolata e permettiamo loro di andarsene– oppure per spingerci in un angolo, senza alcuna speranza, e costringerci ad andarcene volontariamente.”

La sua percezione delle pressioni subite è radicata nella realtà quotidiana. Abbiamo bisogno di cibo, vestiti, riparo. Queste sono le nostre richieste. Ma non abbiamo nemmeno il minimo indispensabile, la sicurezza. Molti dettagli dimostrano come Israele ci stia spingendo fuori dalla Striscia. Ci sta rendendo stranieri e rifugiati nella nostra patria”.

Vede la contraddizione svolgersi in tempo reale. “Molti palestinesi che hanno lasciato Gaza e ora si trovano in Egitto aspettano che il confine venga aperto per poter tornare”, dice. “E molti dall’altra parte aspettano di fare il contrario.”

Per lui i giudizi provenienti dall’esterno sono irrilevanti. A chi ci critica, sia che decidiamo di restare o di andarcene, dico che non sono affari loro”, afferma. Nessuno condivide le nostre ferite, quindi non possono sapere come possiamo guarire”.

Rinunciare ad andarsene

Per Khaled Abu Sultan, 33 anni, che una volta ha cercato di trasformare l’idea della fuga in un impegno collettivo, l’annuncio sul confine non ha praticamente più alcun significato. All’inizio di quest’anno ha lanciato un’iniziativa popolare per aiutare gli abitanti di Gaza a condividere informazioni sulle possibili vie di uscita dalla Striscia.

All’epoca ha descritto l’iniziativa non come un piano per abbandonare Gaza, ma come una lotta per la sopravvivenza. Ha affittato una piccola casa a Gaza City dopo mesi di sfollamento nel sud. Descrive la parte meridionale di Gaza come “insopportabile”, ma afferma che, anche ora, nulla nella Striscia sembra vivibile. La differenza, dice, è l’isolamento.

A Gaza City ho trovato una dimensione di solitudine”, dice. Mi sono isolato. Non desidero parlare con nessuno. Non desidero interagire con ciò che accade intorno a me. Onestamente, non mi sono nemmeno preoccupato di prendere in esame la decisione di lasciare la Striscia. Mi concentro sulla mia casa, sul lavoro e su me stesso, e basta”.

A differenza dei mesi precedenti, quando seguiva ossessivamente ogni voce sull’apertura di un valico, non crede più che ciò possa avvenire con effetti concreti. A suo avviso la disputa tra il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha trasformato il valico in una performance politica.

“Non credo che il confine verrà aperto”, afferma. “Netanyahu vuole qualcosa e al-Sisi dice di no. Per loro è un gioco fatto di provocazioni. E anche se il confine verrà aperto lasceranno passare solo pazienti e feriti, e la situazione sarà monitorata attentamente.”

Quella che sembra un’analisi politica si trasforma rapidamente in qualcosa di più personale.

“Sono una delle tante persone che hanno perso la speranza”, afferma. “Non voglio più viaggiare e andarmene. Tutti intorno a me erano sotto shock. Mi sono arreso alla realtà e sono stato costretto a stabilirmi a Gaza City perché questo dilemma ci prosciugava.”

Questo cambiamento è sorprendente, considerando quanta energia un tempo dedicava al tentativo di aiutare le persone a trovare una via d’uscita.

Quando gli viene chiesto come sia passato dallo sforzo di aiutare gli altri a rinunciare egli stesso alla partenza, la sua risposta è semplice: Ho perso la speranza. Sono arrivato al punto di non sopportarmi più, quindi ho rinunciato”.

“Ora provo indifferenza per tutto ciò che accade”, continua. “Non guardo nemmeno più il telegiornale. La vita non ha senso né scopo. Tutta la nostra esistenza è arbitraria. Questa decisione è nata dalla disperazione, perché mi ha consumato. Ha consumato i miei pensieri. Non riuscivo a pensare ad altro che a questo. Ecco perché ho deciso di togliermelo dalla testa, dal mio orizzonte

Il suo ritiro non è concepito come pace, ma come autoconservazione. Per lui, la speranza è diventata una forma di tormento.

In questo limbo l’idea stessa di andarsene è diventata fonte di esaurimento. Eppure Khaled non rifiuta del tutto la speranza. Semplicemente ora la tratta in modo diverso.

Nel momento in cui ci si lascia andare appare la rivelazione”, dice, facendo una pausa prima di aggiungere una contraddizione che sembra più umana che politica.

“La speranza c’è finché respiriamo”, dice. “Se smettiamo di sognare moriremo.”

Al centro della tensione c’è una questione politica più ampia: se la riapertura sia stata pensata principalmente per alleviare la pressione umanitaria o per creare delle condizioni che rendano più semplice partire che sopravvivere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata oggi la situazione (I parte).

Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione comune di disperazione e che la resistenza stia lentamente diventando un ricordo.

Improvvisamente a novembre di fianco a un’autostrada nella Cisgiordania palestinese sono comparse delle bandiere israeliane. Più di 1.000 sono state piazzate a circa 27 metri di distanza una dall’altra su entrambi i lati della strada lungo circa 16 km. Sono state sistemate a sud di Nablus, nei pressi di villaggi palestinesi regolarmente presi di mira da coloni israeliani estremisti. Le ho viste il mattino dopo che erano state piazzate mentre mi dirigevo verso quei villaggi. Il loro messaggio fa eco alle scritte onnipresenti tracciate dai coloni in tutta la Cisgiordania: “Non avete futuro in Palestina.”

In confronto ai 70.000 palestinesi uccisi a Gaza e agli oltre 1.000 in Cisgiordania dall’ottobre 2023 le bandiere non rappresentano niente più che una provocazione marginale. Tuttavia riflettono quanto si stia rafforzando la dominazione israeliana in Cisgiordania, una terra che secondo le leggi internazionali è riconosciuta come palestinese. Durante la Seconda Intifada, la rivolta palestinese dal 2000 al 2005, i coloni israeliani non avrebbero osato piantare simili bandiere per timore di finire sotto il fuoco dei palestinesi. Ora non più.

Sono tornato il mese scorso per la prima volta in Cisgiordania dopo 20 anni. All’inizio degli anni 2000 ci ero stato regolarmente come inviato per il Guardian per aiutare i colleghi di stanza a Gerusalemme a coprire la Seconda Intifada. La rivolta era molto più violenta della prima, durata dal 1987 al 1993. L’immagine indelebile della prima è quella di giovani palestinesi che lanciano pietre contro i soldati israeliani. La seconda fu uno scontro su larga scala, con Israele che attaccava le città e cittadine palestinesi con artiglieria, carri armati, elicotteri e aerei da guerra mentre i palestinesi rispondevano con fucili ed esplosivi.

I palestinesi tendevano imboscate a soldati e coloni in Cisgiordania, rendendo pericolose le strade, soprattutto di notte, e terrorizzavano Israele con attentatori suicidi mandati al di là del confine per attaccare fermate di autobus, caffè, alberghi e ovunque in luoghi affollati. Vennero uccisi più di 3.000 palestinesi e più di 1.000 israeliani.

Non avevo previsto di scrivere qualcosa riguardo al mio viaggio in Cisgiordania del mese scorso, ma ho cambiato idea quando ho visto quanto sia peggiorata la vita quotidiana dei palestinesi, quanto siano diventati sfiduciati e quanto controllo esercitino ora Israele e i coloni sulla popolazione palestinese. Mi aspettavo che le condizioni dei palestinesi fossero peggiori, ma non fino a questo punto.

Ero stato invitato a partecipare all’università di Birzeit, nelle vicinanze di Ramallah, a una conferenza organizzata da “Progressive International”, un’ampia coalizione di organizzazioni e personalità di sinistra di tutto il mondo fondata, tra gli altri, dall’ex-ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e dal senatore USA Bernie Sanders nel 2020. La conferenza sulla decolonizzazione della Palestina era stata organizzata insieme da Progressive International, dal centro studi palestinese Al-Shabaka e dall’Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies di Birzeit. I docenti e gli studenti dell’università hanno una lunga storia di proteste e scontri con le forze israeliane, da cui negli ultimi due anni il campus è stato ripetutamente attaccato.

Dopo la conferenza alcuni partecipanti sono partiti per varie zone della Cisgiordania. Ero curioso di sapere perché non ci fosse stata una rivolta palestinese in Cisgiordania simile alla Seconda Intifada per sostenere i loro compatrioti a Gaza. Ero anche curioso di scoprire quanto appoggio ci fosse per Hamas in Cisgiordania e se qualcuno credeva che nei prossimi decenni avremmo potuto vedere uno Stato palestinese indipendente. Le loro risposte sono state differenziate e complesse, ma sono emersi alcuni temi costanti. Uno è quanto siano scoraggiati. L’altro è quanto ora sembri lontana la prospettiva di una Palestina sovrana e indipendente.

Ramallah, il centro politico, culturale ed economico della Cisgiordania, mi è sembrata più pulita, meno caotica e in alcuni posti più prospera dell’ultima volta che ci ero stato, non molto diversa da molte città europee: cartelloni pubblicitari di ristoranti, di cioccolaterie specializzate e dell’apertura di nuove palestre. Giovani palestinesi alla moda sedevano chiacchierando in caffè e bar; secondo alcuni della vecchia generazione in genere sono meno interessati alla politica.

Ma quest’aria di normalità e prosperità è doppiamente illusoria. Primo, Ramallah non è rappresentativa del resto della Cisgiordania. Secondo, una delle ragioni per cui sembra così diversa e meno caotica è l’assenza di tanti contadini delle zone circostanti che solevano piazzarsi in fila lungo i lati delle strade con i loro sacchi di frutta e verdura. Di fronte a un crescente intrico di posti di blocco e cancelli israeliani che rendono incerto il percorso, molti agricoltori non fanno più il viaggio fino a Ramallah. Gli ostacoli rappresentano un deterrente non solo per i contadini, ma in generale per il commercio e gli affari in tutta la Cisgiordania.

Secondo l’ONU alla fine della Seconda Intifada in Cisgiordania c’erano 376 posti di controllo e barriere. Oggi se ne stimano 849, molti dei quali sorti negli ultimi due anni. Checkpoint e barriere sono un argomento ricorrente di conversazione tra i palestinesi, più o meno come il meteo in Gran Bretagna. Anche se un’app che dà informazioni fornite da autisti di bus e altri utenti della strada offre un aiuto, non è sicuro, come ho scoperto, che le strade siano aperte. L’occupazione è codificata con colori: le barriere in ferro rosse sono chiuse per la maggioranza del tempo, quelle gialle sono aperte più spesso. Le targhe gialle israeliane garantiscono un accesso a strade vietate a chi viaggia con quelle verdi palestinesi.

Negli ultimi due anni le incursioni dell’esercito israeliano nel centro di Ramallah sono diventate più frequenti. I soldati israeliani arrivano in forze, arrestano qualcuno e se ne vanno. Ad agosto in un’incursione hanno preso di mira i cambiavalute, hanno fatto cinque arresti e, secondo i palestinesi, hanno lasciato più di una decina di feriti da proiettili veri, pallottole di gomma e lacrimogeni.

Durante una vasta operazione nel 2002 Israele occupò buona parte della città. I suoi carrarmati e bulldozer colpirono il complesso presidenziale riducendone una buona parte in rovina e assediando Yasser Arafat, allora leader palestinese. La scarsa illuminazione, le stanze anguste in cui venne confinato fino a poco prima della sua morte nel 2004 sono state lasciate intatte e fanno parte del museo e mausoleo di Arafat. I resti del complesso sono un simbolo di sfida in un tempo in cui i palestinesi erano uniti e c’era una sensazione di speranza.

Una delle principali differenze tra la Seconda Intifada e l’attuale situazione è che Arafat aveva tacitamente appoggiato la rivolta. La sua organizzazione, la laica Fatah, combattè insieme agli islamisti, Hamas e la Jihad Islamica palestinese, e al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, di sinistra. Invece Mahmoud Abbas, il successore di Arafat, eletto presidente nel 2005, negli ultimi due anni ha resistito alle pressioni perché lanciasse una nuova rivolta in Cisgiordania. Secondo i sondaggi e i palestinesi con cui ho parlato la decisione di Abbas è impopolare tra i palestinesi della Cisgiordania.

Tra i pochi che ho trovato favorevoli alla decisione di Abbas c’è stato Maher Canawati, il sindaco di Betlemme, che, come Abbas e Arafat, è un membro di Fatah. Ha affermato che Abbas ha dovuto affrontare molte critiche. “La gente voleva che dicesse: ‘Andiamo a combattere.’” Ma la prudenza del presidente è stata confermata, ha detto Canawati. “Le persone in Cisgiordania hanno compreso che questo non è il momento per fare quello che hanno fatto nella Prima e nella Seconda Intifada. Non vogliamo dare loro un pretesto per attaccarci. Siamo inermi, non siamo al livello degli israeliani,” ha sostenuto Canawati. “Se avessimo deciso di ribellarci ciò avrebbe dato loro il via libera per rispondere come hanno fatto a Gaza.”

Dall’ufficio del sindaco si può vedere la chiesa della Natività, dove alcuni gradini portano a una grotta venerata dai cristiani come il luogo in cui è nato Gesù. Nel 2002, durante la Seconda Intifada, le forze israeliane hanno assediato la chiesa per 39 giorni, sparando ai miliziani palestinesi rinchiusi all’interno. Pochi turisti ricordano che vicino ai gradini per arrivare alla grotta furono lasciati a decomporsi i corpi dei palestinesi uccisi.

Non che in questi giorni ci siano molti turisti. Canawati, un cristiano la cui famiglia ha vissuto a Betlemme dal XVII° secolo e possiede I Tre Archi, uno dei maggiori fornitori di souvenir biblici della Palestina, ha affermato che negli ultimi due anni il turismo è sceso fin quasi a zero.

Non è solo il turismo a soffrire. L’economia della Cisgiordania nel suo complesso è disastrosa. Il reddito pro capite è sceso del 20% e la disoccupazione si aggira intorno al 33%. Oltre a questo, mentre la popolazione sta soffrendo l’Autorità Palestinese, formalmente responsabile di amministrare la Cisgiordania e guidata da Fatah, è sinonimo di corruzione, malversazione, loschi traffici e nepotismo. I palestinesi con cui ho parlato erano infuriati per come molto spesso gli impieghi siano assegnati non in base al merito ma ai rapporti familiari, ai contatti, a bustarelle o all’affiliazione politica.

Non è difficile trovare degli esempi. Mentre girovagavo nel centro di Tulkarem, nel nord della Cisgiordania, un venditore ambulante mi ha chiamato per fare due chiacchiere. Ha detto di essere stato uno studente modello all’università, di essersi laureato in diritto e mi ha orgogliosamente mostrato il suo attestato di membro dell’ordine degli avvocati palestinesi. Quindi perché stava lavorando in un banco di frutta e verdura? Ha affermato che semplicemente non ha contatti all’interno dell’AP che gli consentano di iniziare una carriera forense.

Canawati ha riconosciuto che c’è corruzione ma ha mitigato la sua accusa aggiungendo “come in altri Paesi”. Data l’impopolarità di Abbas, dell’AP e di Fatah, gli ho chiesto che risultati avrebbe Hamas se ci fossero elezioni in Cisgiordania. Hamas non avrebbe “possibilità”, ha sostenuto, benché praticamente tutti gli altri con cui ho parlato prevedessero che Hamas avrebbe vinto. In assenza di elezioni politiche nazionali – non ce ne sono state dal 2006 – le votazioni per il consiglio studentesco all’università di Birzeit sono viste come una sorta di indicatore. Nelle ultime elezioni, nel 2023 e prima del 7 ottobre, un blocco islamico affiliato ad Hamas aveva vinto 25 dei 51 seggi, mentre un gruppo legato a Fatah ne aveva ottenuti 20 e un altro affiliato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina 6.

Il massacro del 7 ottobre, in cui più di 1.200 israeliani e stranieri sono stati uccisi e circa 250 presi come ostaggio, inevitabilmente ha provocato una forte reazione. Perché, chiedono rabbiosamente i palestinesi, prendere il 7 ottobre come punto di inizio? Perché non cominciare con gli attacchi aerei israeliani contro Gaza che hanno fatto migliaia di morti palestinesi tra il 2005 e il 2023? Essi vedono Hamas come parte della resistenza e pochi di quelli che ho incontrato erano disposti a criticare l’attacco.

Una delle eccezioni è Omar Haramy, direttore di Sabeel, un centro della teologia della liberazione palestinese con sede a Gerusalemme. Secondo lui il fatto che la società civile palestinese non abbia aperto una seria discussione sul massacro è un problema. Mentre parlavamo si trovava nei pressi della Porta di Giaffa all’entrata della Città Vecchia di Gerusalemme, vicino alla stazione di polizia israeliana di Kishle. Haramy, che ha detto di essere stato portato lì e interrogato molte volte, ha suggerito che, se i palestinesi avessero fatto pressioni su Hamas fin da subito, forse avrebbe rilasciato i bambini, le donne e gli anziani che erano stati presi in ostaggio: “Questi sono i nostri valori come palestinesi? Prendere bambini in ostaggio? Per l’amor di Dio. Noi non siamo così.” Secondo lui le varie fazioni e partiti politici sono un peso nella spinta verso la liberazione: “Sono tutti complici, senza elezioni, senza un progetto. È tutto triste e confuso.”

Il cambiamento più grave dal mio ultimo viaggio nella regione è l’espansione delle colonie israeliane. Ci sono 3.3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania, compresi 435.000 a Gerusalemme est. Il numero di coloni israeliani è salito dai 400.000 ai tempi della Seconda Intifada ai più di 700.000 oggi. Ma queste cifre non trasmettono il livello dell’intrusione delle colonie, il loro impatto soffocante, l’occupazione di ulteriori cime delle colline che sovrastano città, cittadine e villaggi e persino collocate in mezzo a loro, dietro muri e filo spinato, spesso a pochi metri dalle case dei palestinesi e protette dai soldati israeliani.

Durante la Seconda Intifada avevo intervistato il capo di una piccola colonia nel centro di Hebron, la cui popolazione era nella stragrande maggioranza palestinese. Quando gli ho chiesto cosa pensasse dei palestinesi mi rispose che erano “animali”. Quando gli ho detto che lo avrei citato, non fece nessun tentativo di rettificare la sua affermazione. Non sono mai riuscito a scrollarmi di dosso il ricordo di quel disprezzo sbrigativo.

Ma è moderato in confronto a quello che sta avvenendo oggi, in quanto i coloni, incoraggiati dagli estremisti che fanno parte del governo israeliano, con crescente frequenza e ferocia vessano i palestinesi scatenandosi nei villaggi in totale impunità, intimidendoli nel tentativo di cacciarli. (segue)

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I palestinesi affermano che, contrariamente alle affermazioni della propaganda israeliana, l’ospedale Al-Shifa di Gaza è “ben lungi dall’essere pienamente operativo”

Nagham Zbeedat

5 dicembre 2025 – Haaretz

Sui social media alcuni influencer filoisraeliani hanno diffuso video del reparto maternità restaurato dell’ospedale Al-Shifa per mettere in dubbio la distruzione del complesso da parte di attacchi aerei e raid dell’IDF. Le immagini satellitari e le testimonianze di palestinesi di Gaza dimostrano il contrario.

All’ingresso di quello che un tempo era il più grande e importante complesso medico di Gaza, su un muro di cemento è stato scritto un messaggio in arabo e in inglese: “Giuriamo di ricostruirlo

Il graffito è stato dipinto nell’ambito di un impegno congiunto, durato oltre un anno, di organizzazioni umanitarie, governi stranieri e cittadini comuni per ristrutturare l’ospedale Al-Shifa di Gaza City.

Eppure, quando la scorsa settimana sono circolati online dei video che mostravano muri appena ridipinti e corridoi riparati ad Al-Shifa, è scoppiata una polemica. In post che hanno ricevuto milioni di visualizzazioni degli influencer filoisraeliani hanno falsamente affermato che le immagini costituissero la “prova” che gli ospedali di Gaza non fossero mai stati bombardati da attacchi aerei israeliani.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i media in lingua araba hanno riferito che, come appare in alcuni filmati che mostrano delle impalcature su alcune delle strutture sopravvissute, la ristrutturazione dell’ospedale Al-Shifa sarebbe iniziata all’inizio del 2024, nonostante le operazioni militari israeliane in corso in quel periodo.

L’edificio che appare nei video virali è il reparto maternità, una struttura situata all’estremità sud-occidentale del complesso di Al-Shifa. È stato costruito di recente, alla fine del 2020, e rispetto ad altri edifici ospedalieri ha subito danni minimi durante le diverse settimane di attacchi da parte delle IDF dell’anno scorso. Grazie a una rete elettrica funzionante nelle vicinanze e all’accesso a delle materie prime come la vernice, è stata una delle poche strutture che gli operai rimasti a Gaza hanno potuto riparare.

“Quello che si vede in quei video è solo un po’ di vernice e piccole riparazioni”, spiega Hajar, 32 anni, di Gaza City. “Quell’edificio ha subito danni minimi perché è separato dal complesso principale. Si trova a sud-est dell’ospedale e non è stato colpito direttamente dai raid, solo da alcuni colpi di artiglieria. Il resto dell’ospedale è stato spazzato via.”

Queste strutture, che un tempo costituivano la spina dorsale del sistema sanitario di Gaza, sono state ridotte a lamiere contorte, soffitti crollati e sale operatorie bruciate. La loro ricostruzione richiede risorse ben oltre l’attuale capacità di Gaza: equipaggiamento specializzato, materiali importati, macchinari pesanti e manodopera qualificata sono stati tutti dissipati dalla guerra.

“Condividere queste immagini senza spiegazioni serve all’occupazione e alla sua narrazione”, afferma Kamel, un infermiere di 28 anni del quartiere Shujaiyeh di Gaza City, che si è offerto volontario in ospedale all’inizio della guerra nel 2023 e da allora vi è tornato più volte. Questa opinione è ampiamente diffusa tra abitanti e operatori sanitari di Gaza.

In ogni modo “gli edifici principali – il reparto di chirurgia, il pronto soccorso, l’unità di dialisi, la medicina interna, le sale operatorie, la terapia intensiva e altro ancora – sono completamente distrutti e del tutto irreparabili”, afferma Kamel.

Più di un ospedale

Prima della guerra l’ospedale Al-Shifa (in arabo “l’ospedale della guarigione”) era la principale istituzione medica di Gaza, la più grande, la più attrezzata e fondamentale. Ma i palestinesi della Striscia raccontano ad Haaretz che l’ospedale costituisce un simbolo della resistenza di Gaza, un luogo in cui le vite sono state consegnate, salvate e perse durante decenni di blocco e attacchi ripetuti.

La sua distruzione durante i due anni di guerra ha rappresentato un punto di rottura per molti palestinesi, non solo per il suo ruolo cruciale nell’assistenza sanitaria, ma anche per ciò che rappresentava per una popolazione già stremata dalla devastazione.

Dopo mesi di bombardamenti e due incursioni su larga scala da parte delle IDF, l’ospedale è ormai in gran parte irriconoscibile. Gli edifici principali – tra cui chirurgia, pronto soccorso, terapia intensiva, dialisi e medicina interna – sono distrutti o incendiati. I corridoi che un tempo ospitavano famiglie sfollate a causa della guerra sono ridotti in macerie. Le sale operatorie sono carbonizzate. Gli impianti elettrici, le condutture dell’ossigeno e le reti idriche sono state recise. Solo un paio di strutture periferiche ha subito danni minimi, consentendo ai volontari di ridipingere ed eseguire riparazioni di base.

A marzo Hajar, madre di tre figli, stava andando a prendere l’acqua per la sua famiglia quando un inaspettato attacco aereo israeliano ha fatto tremare il terreno sotto i suoi piedi. Spaventata, è caduta rovinosamente, fratturandosi un braccio. Poiché Al-Shifa si trovava a corto di forniture mediche e prestava assistenza solo ai casi più gravi causati dalla guerra ha dovuto recarsi all’ospedale Al-Quds, situato a 2,6 km di distanza. “Nemmeno lì hanno potuto operarmi, anche se avevo davvero bisogno di un intervento chirurgico. Tutto quello che hanno potuto fare è stato mettermi una fasciatura e dirmi di aspettare che il braccio guarisse da solo”, spiega. “Al-Shifa era tutto per noi quando c’era bisogno di cure mediche.”

L’ospedale e il suo vasto complesso hanno subito alcuni dei colpi più duri della guerra, tra cui due massicce incursioni che hanno lasciato profonde ferite fisiche e psicologiche alla popolazione di Gaza: nel corso della prima, ampie parti del complesso sono state bombardate, le sue aree mediche sono state invase dai corpi e l’elettricità e l’ossigeno sono venuti a mancare; la seconda incursione, la scorsa primavera durante gli ultimi giorni del Ramadan, è stata ancora più distruttiva. “Hanno bruciato tutto. Hanno spianato i cortili dell’ospedale con i bulldozer”, ricorda Hajar. “Quando l’esercito si è ritirato e finalmente ci è stato permesso di rientrare, abbiamo trovato una fossa comune. Corpi ammucchiati uno sopra l’altro. Alcuni erano stati sepolti dalle ruspe. Non posso dimenticare quella scena.”

Secondo Human Rights Watch, la distruzione degli ospedali Al-Shifa, Nasser e Kamal Adwan ha seguito uno schema costante – incursioni, evacuazioni forzate, negazione di forniture salvavita e demolizione di edifici – che, sempre secondo HRW, indica un attacco deliberato alle infrastrutture mediche di Gaza. Le Nazioni Unite hanno descritto la condotta delle IDF come “medicidio”.

Ancora “lungi dall’essere pienamente operativo”

Nonostante la distruzione, sul campo è proseguito un intervento umanitario silenzioso, spontaneo e spesso pericoloso. Volontari, ingegneri, personale medico locale e ONG hanno svolto compiti un tempo riservati a istituzioni pienamente funzionanti: rimuovere manualmente i detriti, riallacciare le linee elettriche interrotte, recuperare attrezzature dalle macerie dell’ospedale, costruire in modo creativo letti ospedalieri e tentare di ripristinare la funzionalità di base in alcune parti del complesso.

L’edificio della maternità, ora parzialmente restaurato, è diventato un esempio non di ripresa, ma di determinazione – un piccolo segno di ciò che i palestinesi sperano di ricostruire se ne avranno i mezzi.

Dopo il primo cessate il fuoco nel gennaio 2024 sono iniziati immediatamente gli sforzi per riparare i danni infrastrutturali e riavviare le attività dell’ospedale Al-Shifa. Tra le istituzioni che hanno facilitato la riabilitazione figurano il governo malese, l’organizzazione no-profit britannica SKT Welfare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria fondata in Sudafrica nel 1992.

Tutti i medici e gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato, sia come membri di una delegazione medica sia come persone che hanno lavorato a Gaza, hanno confermato che gli edifici dell’ospedale sono stati gravemente danneggiati. La distruzione è stata pesante e ingiustificabile”, ha dichiarato Abou Rageila ad Haaretz. Ci siamo concentrati su un unico edificio perché le nostre precedenti strutture mediche erano insufficienti per i casi gravi che richiedevano interventi chirurgici o trattamenti complessi. Il collasso delle infrastrutture nel settore sanitario di Gaza ha reso questo progetto unico nel suo genere”.

Il fine dell’organizzazione non era solo quello di ripristinare i servizi medici, ma anche di sostenere l’economia locale. Attraverso i propri programmi, ha fornito opportunità di lavoro agli abitanti colpiti dalla guerra. Gift of the Givers ha collaborato con alcune organizzazioni per ripristinare un piano dell’ospedale. Il costo totale del progetto è stato di 1,5 milioni di dollari, di cui 300.000 sono stati donati da Gift of the Givers.

Abou Rageila sottolinea che il termine “recupero” deve essere usato con cautela. “L’edificio è ora utilizzabile per ricevere pazienti, ma richiede ancora importanti lavori. Mancano pannelli solari, attrezzature mediche essenziali e materiali di consumo. La maggior parte dei dispositivi attualmente in uso è stata recuperata da ospedali distrutti durante la guerra. Abbiamo pulito e riparato muri, chiuso le fessure danneggiate dalle bombe e coordinato gli interventi al fine di rendere lo spazio funzionale, ma Al-Shifa è ben lungi dall’essere pienamente operativo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nuovi dati rivelano che dal 7 ottobre 98 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana.

Yuval Abraham

17 novembre 2025 – +972 Magazine

Le autopsie e le testimonianze di ex detenuti suggeriscono che molti siano morti a causa di torture, negligenza medica e privazione di cibo. Secondo un archivio dell’intelligence israeliana trapelato decine di loro erano civili.

Dal 7 ottobre 2023 almeno 98 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane e nei centri di detenzione militari, in molti casi verosimilmente come conseguenza diretta di torture, negligenza medica e privazione di cibo da parte di soldati e agenti penitenziari. Dei detenuti di Gaza, che costituiscono la maggioranza, meno di un terzo è stato classificato dallo stesso esercito israeliano come costituito da combattenti, il che significa che Israele è responsabile della morte di decine di civili palestinesi sotto custodia.

Dati finora non resi pubblici sulle morti di palestinesi in detenzione sono stati ottenuti dallesercito israeliano e dal Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) da parte di Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), [ONG internazionale costituita da medici che si battono contro le atrocità di massa e le gravi violazioni dei diritti umani, ndt.], che oggi ha diffuso un rapporto rendendo note queste cifre. Secondo PHRI, 98 è probabilmente una cifra notevolmente sottostimata, dato che le organizzazioni per i diritti umani non sono in grado di localizzare centinaia di altre persone presumibilmente detenute a Gaza.

+972 Magazine, Local Call e The Guardian hanno incrociato i dati di PHRI con un database interno dell’intelligence militare israeliana, trapelato e pubblicato all’inizio di quest’anno, per determinare quanti dei detenuti deceduti a Gaza l’esercito considerasse appartenenti alle ali militari di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese. (Il database non contiene informazioni su membri di altri gruppi armati a Gaza, che secondo i rapporti dell’IPS rappresentano meno del 2% di tutti i detenuti dell’enclave dal 7 ottobre).

Secondo i dati ottenuti da PHRI almeno 68 prigionieri provenienti da Gaza sono morti sotto custodia israeliana fino alla fine di agosto. L’archivio dell’intelligence, che comprende i dati ottenuti a maggio e che, secondo diverse fonti dei servizi segreti israeliani, l’esercito considera la banca dati più completa sui combattenti palestinesi a Gaza, indicava che 21 di questi detenuti erano combattenti, deceduti sotto custodia israeliana dallinizio della guerra. Nello stesso periodo sono state documentate 65 morti tra i detenuti provenienti da Gaza nelle prigioni e nei centri di detenzione israeliani, il che suggerisce che ben 44 dei prigionieri gazawi deceduti fossero civili.

+972, Local Call e The Guardian avevano precedentemente rivelato che l’archivio interno dell’esercito indicava che i civili costituissero l’83% di tutte le vittime a Gaza e i tre quarti di coloro che erano stati arrestati e trattenuti in stato detentivo.

Oltre ai 68 gazawi, PHRI riferisce che durante la guerra e fino all’agosto di quest’anno sono morti sotto custodia israeliana 23 palestinesi della Cisgiordania e tre con cittadinanza o residenza israeliana, per un totale di 94 detenuti. Da allora sono morti sotto custodia almeno altri quattro palestinesi, tre della Cisgiordania e uno di Gaza, portando il bilancio totale delle vittime note a 98. (Questo non include altri sette casi in cui i palestinesi sono stati colpiti dal fuoco dell’esercito e sono morti sotto custodia poco dopo essere stati arrestati e prima di raggiungere le strutture carcerarie).

Questa cifra è notevolmente più alta di quanto si pensasse in precedenza. I dati più recenti pubblicati all’inizio di novembre da tre organizzazioni per i diritti dei prigionieri palestinesi (Addameer, la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti e la Società dei Prigionieri Palestinesi) stimavano che i detenuti deceduti nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani negli ultimi due anni siano stati 81.

Secondo Amani Sarahneh, dell’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, tra il 1967 e l’ottobre 2023 il numero totale di palestinesi deceduti sotto custodia israeliana è stato di 237. Sebbene la documentazione relativa ai primi anni dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza fosse contraddittoria, il bilancio delle vittime tra i prigionieri e i detenuti palestinesi negli ultimi due anni rappresenta una netta escalation, a dimostrazione di come durante la guerra la violenza fisica, la tortura e altri abusi ai danni dei palestinesi siano diventati una normalità nel sistema carcerario israeliano.

Tuttavia PHRI osserva che 98 è probabilmente una cifra significativamente sottostimata. “Questo non è un quadro completo”, ha spiegato Naji Abbas, direttore del Dipartimento Prigionieri e Detenuti dell’organizzazione. “Siamo certi che ci siano altre persone morte in stato di detenzione delle quali non siamo a conoscenza”.

L’esercito israeliano ha fornito gli ultimi dati sui detenuti deceduti in strutture di detenzione militari nel maggio 2024, insieme a dati equivalenti pubblicati dall’IPS relativi alle carceri; in quel momento il bilancio totale delle vittime in entrambe le tipologie di strutture era di 60; ciò significa che il tasso di decessi di detenuti palestinesi sotto custodia israeliana durante i primi otto mesi di guerra era di circa uno ogni quattro giorni. Quattro mesi dopo l’IPS ha dichiarato, in risposta a una richiesta di accesso ai dati, che altri tre detenuti erano morti nelle carceri israeliane.

Dal settembre 2024 ulteriori informazioni sui decessi di palestinesi sotto custodia israeliana sono pervenute solo in risposta a richieste specifiche su singoli detenuti: in altre parole, l’esercito e l’IPS hanno confermato decessi specifici quando richiesto, ma non hanno fornito dati di propria iniziativa.

Nel frattempo, resta sconosciuto il destino di molti altri palestinesi che sarebbero stati arrestati dai soldati israeliani a Gaza. L’esercito ha informato l’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked di non avere informazioni su centinaia di palestinesi che l’organizzazione sospetta siano stati arrestati dalle forze israeliane. In passato l’esercito ha comunicato alle organizzazioni per i diritti umani che alcuni individui non si trovassero sotto custodia israeliana, per poi riferire in seguito, in risposta a procedimenti legali, che erano morti.

Le famiglie a Gaza non ricevono notifiche ufficiali della morte dei loro parenti durante la detenzione israeliana e spesso ne vengono a conoscenza attraverso i media. I dati forniti dallo Stato a PHRI indicano che l’identità di almeno 18 cittadini di Gaza deceduti nelle carceri israeliane è sconosciuta e che nessuna notifica della loro morte è stata data alle loro famiglie.

Nonostante quasi 100 decessi registrati in condizioni di custodia cautelare e numerose testimonianze e altre prove di gravi abusi fisici, tra cui violenze sessuali generalizzate, come documentato in un nuovo schiacciante rapporto del Centro Palestinese per i Diritti Umani di Gaza, solo un soldato israeliano è stato processato: a febbraio  ed è stato condannato a sette mesi per aggressione a detenuti di Gaza. Altri cinque soldati sono stati accusati di maltrattamenti aggravati e di aver causato gravi lesioni personali a un prigioniero nel centro di detenzione di Sde Teiman, dopo che un filmato è trapelato ai media israeliani lo scorso anno.

Come riporta Haaretz, il massimo funzionario legale dell’esercito israeliano ha deliberatamente evitato di avviare indagini su presunti crimini di guerra commessi da soldati israeliani, anche in relazione alle morti di detenuti sotto custodia cautelare, per timore della prevedibile reazione della destra.

“Non ci sono state accuse per alcun caso di omicidio”, ha spiegato Abbas. “Questo non è solo un caso isolato. È sistemico e continuerà ad avvenire“.

Secondo i dati ottenuti da PHRI Sde Teiman è stato il centro di detenzione più letale, con la morte di 29 palestinesi dal 7 ottobre. Almeno altri due detenuti sono morti nel campo di Ofer (dove +972 ha rivelato testimonianze di gravi abusi, scosse elettriche e la diffusione dilagante di malattie), almeno uno nel campo di Anatot e almeno altri sette in diverse altre strutture di detenzione gestite dall’esercito nel sud di Israele. Cinque sono morti all’ospedale di Soroka dopo essere stati trasferiti da strutture di detenzione militari mentre erano ancora sotto custodia.

Per quanto riguarda le carceri normali gestite dall’IPS, almeno 16 detenuti sono morti nel carcere di Ketziot, almeno cinque nel carcere di Ofer, almeno sei nel carcere di Nitzan e nel Centro Medico dell’IPS (Marash), sette nel carcere di Megiddo, quattro nel complesso che comprende il carcere di Nafha e quello di Ramon, almeno uno nel carcere di Eshel, almeno tre in quello di Kishon e altri tre nel carcere di Shikma. Il luogo del decesso di altri otto è sconosciuto.

“Ogni notte sentivamo persone picchiate a morte”

+972, Local Call e The Guardian hanno esaminato 10 resoconti autoptici di palestinesi deceduti sotto custodia israeliana, redatti da medici che hanno assistito alle autopsie per conto delle famiglie dei deceduti. In cinque di questi c’erano prove di violenza come possibile causa di morte: numerose costole rotte, lividi sulla pelle o in prossimità degli organi interni e lacerazioni degli organi interni. Almeno tre decessi sono stati causati direttamente da negligenza, tra cui un caso di malnutrizione estrema, un caso di tumore del sangue non curato e un altro in cui un detenuto diabetico è stato privato di insulina.

Omar Daraghmeh, 58 anni, è morto nel carcere di Megiddo nell’ottobre 2023. Una TAC post-mortem ha rivelato un’estesa emorragia addominale, sollevando il sospetto che il decesso sia stato causato da aggressione fisica o da una caduta da un’altezza considerevole.

Anche l’autopsia di Abdel Rahman Mara’i, 33 anni, morto nello stesso carcere il mese successivo, ha rivelato segni di violenza: costole e sterno erano rotti, oltre alla presenza di lividi su tutto il corpo. Il medico che ha assistito all’autopsia di Mara’i ha attribuito la sua morte alle violenze subite.

Un detenuto che si trovava nella stessa cella di Mara’i ha raccontato a PHRI: “Circa 15 agenti [del carcere] lo hanno aggredito, tutti intorno a lui, picchiandolo violentemente. Lo hanno pestato per circa cinque minuti, soprattutto sulla testa”.

Sari Hurriyah, un avvocato palestinese con cittadinanza israeliana, arrestato nello stesso periodo di Mara’i a causa di post su Facebook, ha dichiarato al canale israeliano Channel 13 di aver assistito alla morte di Mara’i nella cella vicina. “Ogni notte sentivamo persone che venivano picchiate a morte, urlavano”, ha detto Hurriyah.

Secondo la testimonianza di Hurriyah, Mara’i ha gridato per ore dopo l’aggressione: “Sto male, ho dolore, non riesco a respirare, portatemi un medico”. Ma le guardie carcerarie sono semplicemente entrate nella sua cella e gli hanno detto di stare zitto, ha raccontato Hurriyah. Il giorno dopo, la sua voce si è spenta; le guardie si sono rese conto che era morto e lo hanno portato fuori dalla cella “in un sacco della spazzatura nero”.

Abdel Rahman Bahash, 23 anni, è morto nel carcere di Megiddo nel gennaio 2024. L’autopsia ha rilevato fratture multiple alle costole, una lesione alla milza, infiammazione e lesioni polmonari. Una possibile causa del decesso è stata l’insufficienza respiratoria dovuta a una lesione polmonare. Un altro detenuto ha raccontato che le guardie avevano aggredito Bahash; in seguito, lui aveva lamentato dolori al torace e alle costole, ma gli è stata negata qualsiasi cura medica. Quando non è riuscito più a stare in piedi, le guardie lo hanno portato via ed è morto pochi giorni dopo.

Walid Khaled Abdullah Ahmed, 17 anni, è morto nel carcere di Megiddo nel marzo 2025. Un medico presente all’autopsia ha riferito che non aveva quasi più massa grassa o muscolare e soffriva anche di colite e scabbia, il che ha fatto sospettare che fosse morto di fame. Suo padre ha dichiarato ad Haaretz: “Ho visto durante le udienze in tribunale che il ragazzo appariva magro, con il viso emaciato, come altri detenuti che soffrono di malnutrizione nelle carceri”. Secondo suo padre, Ahmed non aveva malattie pregresse.

Arafat Hamdan, 25 anni, è morto nel carcere di Ofer nell’ottobre 2023. Soffriva di diabete di tipo 1 e un detenuto che era con lui ha affermato che la morte è dovuta a negligenza: le sue condizioni sono gradualmente peggiorate fino a quando non ha smesso di mangiare e ha iniziato a perdere conoscenza a intermittenza.

“Abbiamo chiamato di nuovo il medico per visitarlo, e lui ci ha detto di chiamarlo quando Arafat fosse morto”, ha ricordato il detenuto in un rapporto di B’Tselem. “Dopo un’ora e mezza, abbiamo visto del liquido fuoriuscire dalla sua bocca. Uno dei detenuti gli ha controllato il polso e ha urlato che Arafat era morto”.

Mohammed Al-Zabar, 21 anni, è deceduto nel carcere di Ofer nel febbraio 2024. Fin dall’infanzia, soffriva di malattie intestinali e necessitava di una alimentazione specifica. L’autopsia ha indicato che è morto per mancanza dei nutrimenti necessari, con conseguente stipsi prolungata, senza che gli venissero somministrate cure mediche.

Secondo le testimonianze dei detenuti che stavano insieme a lui Thaer Abu Asab, 38 anni, è stato picchiato a morte nel carcere di Ketziot nel novembre 2023. Un detenuto ha raccontato a B’Tselem che le forze speciali hanno fatto irruzione nella cella e hanno iniziato a picchiare su tutto il corpo i detenuti con manganelli fino a farli sanguinare dalla testa. “Hanno colpito Thaer più forte”, ha raccontato. “Ha cercato di proteggersi la testa con le mani, ma ben presto ha dovuto cedere a causa dei colpi”.

Dopo che le guardie se ne sono andate Abu Asab è rimasto a terra, ancora sanguinante e privo di sensi. Il detenuto ha raccontato di aver cercato di chiamare una guardia per più di un’ora, ma nessuno si è fatto vivo. Alla fine, Abu Asab è stato portato fuori dalla cella e le guardie hanno informato i detenuti che era morto.

Il giorno seguente, ha continuato il carcerato, lo Shin Bet (l’agenzia per la sicurezza interna israeliana) ha interrogato uno a uno tutti i detenuti che stavano insieme ad Abu Asab e “ha affermato che avevamo creato scompiglio e ucciso Thaer, motivo per cui eravamo rimasti tutti feriti. Hanno detto che eravamo stati noi ad attaccarci a vicenda, non le guardie… Ha detto che avevamo ucciso Thaer e volevamo incastrare la prigione”.

L’IPS si è rifiutata di rispondere all’indagine dettagliata di +972 sui decessi menzionati nel nostro rapporto, indirizzandoci invece al Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) perché “il COGAT è responsabile dei detenuti palestinesi non condannati”. Il COGAT ha detto a +972 che la questione dei decessi sotto custodia non è di loro competenza.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che negli ultimi due anni sono state detenute a Gaza persone “ragionevolmente sospettate di essere coinvolte in attività terroristiche. Nei casi di indizi rilevanti i prigionieri vengono sottoposti a ulteriori interrogatori, screening e detenzione in strutture apposite sul territorio israeliano”.

La dichiarazione afferma che i sospettati sono “trattenuti in base a ordini di detenzione emessi in conformità con la legge e, nei casi appropriati, vengono avviati contro di loro procedimenti penali. In altri casi vengono trattenuti in custodia cautelare a causa del rischio che rappresentano, al fine di tenerli lontani dai combattimenti, nel pieno rispetto della legge israeliana e delle Convenzioni di Ginevra”.

L’esercito ha ammesso che “ci sono stati decessi di detenuti, compresi quelli arrivati ​​feriti o con una condizione medica complessa preesistente”, aggiungendo che “ogni decesso viene indagato dalla polizia militare inquirente”, i cui risultati vengono sottoposti all’Ufficio dell’Avvocatura Generale Militare per la revisione.

Il portavoce ha aggiunto: “L’affermazione secondo cui i detenuti sarebbero ‘scomparsi’ da Gaza è falsa ed erronea”.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Tutto è ammesso”: i crimini di guerra israeliani a Gaza raccontati in un documentario britannico

Simon Speakman Cordall

11 novembre 2025 – Aljazeera

Il nuovo film, che presenta testimonianze dirette di soldati israeliani a Gaza, rivela un campionario di abusi sistematici.

Nel corso di un nuovo documentario che presenta testimonianze di soldati israeliani impiegati a Gaza, dopo circa 30 minuti dall’inizio un soldato riflette sull’enclave dopo mesi di guerra israeliana: “Caldo terribile. Sabbia. Fetore. E cani che vagano in branco. Mangiano cadaveri… È orribile… È una specie di apocalisse zombie. Niente alberi. Niente cespugli. Niente strade. Non c’è nulla”.

Il documentario Breaking Ranks: Inside Israels War [Rompere i ranghi: nel cuore della guerra israeliana, ndt.], andato in onda lunedì [10 novembre, ndt.] sulla rete britannica ITV, presenta le testimonianze di soldati israeliani: alcuni parlano della vergogna provata per aver partecipato a ciò che riconoscono essere un genocidio, altri descrivono senza esitazioni la natura di quella guerra.

Sono compresi i dettagli di regole sull’apertura del fuoco quasi del tutto avulse da possibili giustificazioni, la distruzione totale di proprietà e case, l’uso sistematico di scudi umani, la guerra con i droni e le uccisioni indiscriminate legate a un sistema di aiuti militarizzato.

“La gente non ci pensa”, dice alla telecamera uno dei soldati, citato come Eli. “Perché se ci pensi, vorresti suicidarti.

“Quando ti prendi un momento per pensarci, ti viene voglia di urlare”, dice, con il volto oscurato per nascondere la sua identità.

Fuoco libero

Nei suoi due anni di guerra genocida a Gaza Israele ha ucciso più di 69.000 persone e ne ha ferite centinaia di migliaia. Le agenzie internazionali affermano che ci vorranno decenni prima che l’enclave si riprenda, se mai ci riuscirà.

L’intelligence israeliana sostiene che l’83% delle persone uccise a Gaza erano civili.

“‘Non ci sono civili a Gaza’, lo sentiamo dire continuamente”, riferisce Daniel, comandante di un’unità corazzata israeliana. Un’altra collaboratrice, il maggiore Neta Caspin, descrive una conversazione con il rabbino della sua brigata.

Racconta: “[Lui] si è seduto accanto a me e ha passato mezz’ora a spiegarmi perché dobbiamo comportarci come loro [Hamas] il 7 ottobre 2023. Che dobbiamo vendicarci di tutti loro, civili compresi… che questo è il solo modo”.

Il 7 ottobre 2023 Il braccio armato di Hamas ha condotto un attacco contro Israele, durante il quale sono morte 1.139 persone e circa 250 sono state fatte prigioniere.

Il capitano Yotam Vilk del Corpo Corazzato descrive la sospensione di tutte le regole sull’apertura del fuoco contro i civili – secondo le quali questi dovrebbero disporre dei mezzi, dell’intenzione e della capacità di rappresentare una minaccia per i soldati israeliani.

“Non esistono mezzi, intenzioni e capacità a Gaza”, spiega Vilk. “Basta un semplice sospetto che i civili si muovano dove non è permesso'”, dice, descrivendo l’ambiente sovraffollato e caotico di Gaza, dove i limiti precisi ai movimenti sono noti quasi esclusivamente alle truppe israeliane.

“Chiunque oltrepassi il limite viene automaticamente considerato un criminale e può essere ucciso”, aggiunge Vilk.

Zanzare

Durante la sua guerra Israele ha negato il crescente numero di accuse di crimini di guerra da parte di molteplici organismi, sostenendo di aver indagato su qualsiasi accusa credibile.

Tuttavia ad agosto un rapporto dell’organismo di monitoraggio britannico Action on Armed Violence (AOAV) [azione contro la violenza armata] ha rivelato che, delle poche indagini sulle accuse di crimini di guerra da parte degli investigatori militari, tra cui l’uccisione di 15 paramedici ad aprile, poche hanno portato a una risposta.

Rispondendo alle smentite israeliane di non aver utilizzato scudi umani, il comandante carrista Daniel ha chiarito che l’esercito “sta mentendo”.

“Si chiama ‘protocollo zanzara'”, dice riferendosi alla pratica di routine di catturare civili palestinesi, agganciare loro un iPhone e usarli per esplorare a distanza presunti centri di Hamas.

“Ogni compagnia ha la sua ‘zanzara'”, aggiunge, alludendo ai palestinesi catturati come insetti. “Si tratta di tre palestinesi per battaglione, da nove a dodici per brigata, poi decine, se non centinaia, per divisione”.

Daniel ricorda che alcuni soldati della sua unità avevano deciso di rilasciare due adolescenti catturati come scudi umani, preoccupati di incorrere in una violazione del diritto internazionale, e aggiunge che allora un alto ufficiale aveva affermato: “I soldati non hanno bisogno di conoscere il diritto internazionale, ma solo lo ‘spirito [militare israeliano]“.

Distruzione

Secondo l’ONU durante i suoi due anni di guerra a Gaza Israele ha distrutto o danneggiato il 92% del patrimonio abitativo e sfollato più volte almeno 1,9 milioni di persone.

Tutte le istituzioni che compongono una società, dalle università agli ospedali, sono state prese di mira e distrutte. I video caricati sui social media dai soldati israeliani mostrano un’orgia di violenza, con case e beni palestinesi saccheggiati ed esposti al ridicolo dai soldati.

“Senti che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e che puoi fare qualsiasi cosa”, ha detto un militare di leva che ha dichiarato di chiamarsi solo “Yaakov”. “Non per vendetta, ma semplicemente perché puoi”.

Altri partecipanti hanno raccontato di aver bruciato regolarmente le case palestinesi o di aver esultato davanti alle demolizioni.

Parlando dall’insediamento illegale israeliano di Beit El, nella Cisgiordania occupata, il giudice rabbinico Avraham Zarbiv, oggetto di una denuncia per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale, si è vantato di aver guidato un bulldozer per distruggere case e beni della gente durante la sua permanenza a Gaza.

“Pubblico molti video”, dice, prima di passare a uno in cui lo si vede alla guida di un bulldozer, mentre distrugge case in palese violazione del diritto internazionale.

“Fino alla fine, fino alla vittoria, fino all’insediamento coloniale. Non ci arrenderemo finché questo villaggio non sarà spazzato via”, dice nel video, spiegando alla telecamera come il suo filmato “sollevi il morale dei soldati”.

Proseguendo, Zarbiv si è attribuito il merito di aver introdotto la tattica di distruggere intere case, ormai diventata comune.

“Abbiamo cambiato il comportamento di un intero esercito”, si vanta. “Rafah è stata rasa al suolo. Jabalia è stata rasa al suolo. Beit Hanoon è stata rasa al suolo. Shujayea è stata rasa al suolo. E Khan Younis è stata rasa al suolo.”

Vergogna

Un altro soldato ha descritto lesperienza di restare seduto in uno scantinato, mezzo svestito, e uccidere palestinesi a distanza tramite un drone, incoraggiato da media e da unopinione pubblica che, come ha detto Yaakov, sergente di plotone e presente nel film, non sapevano né volevano sapere cosa stesse accadendo a Gaza.

Qualsiasi vita che non fosse israeliana contava poco, dice Eli, mentre Yaakov descrive come, da un’altra parte, i soldati del programma di aiuti privato israelo-americano, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), “aprissero il fuoco, anche senza vedere una minaccia concreta”.

Alcuni dei partecipanti hanno riconosciuto di aver preso parte a un genocidio; altri hanno ammesso di aver causato sofferenze.

“Tutte le moschee, quasi tutti gli ospedali, quasi tutte le università, ogni istituzione culturale è stata distrutta”, ha detto Yaakov rivolgendosi alla telecamera.

Avete distrutto una società. Non è necessario ucciderli uno a uno per distruggere ogni traccia della società che c’era prima.

“Spero di poter trovare un modo per vivere senza provare vergogna qualsiasi cosa faccia.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La violenza dei coloni tocca un livello record

Tamara Nassar 

10 novembre 2025 – The Electronic Intifada

La violenza dei coloni ebrei contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata ha raggiunto livelli record.

Ottobre si avvia ad essere “il mese più violento” da quando l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha iniziato a documentare le violenze dei coloni nel 2013.

L’agenzia di monitoraggio dell’ONU OCHA ha anche registrato il più alto numero di attacchi di coloni in un solo mese da quando ha iniziato a documentare gli incidenti nel 2006, con oltre 260 attacchi di coloni contro palestinesi e loro proprietà.

Si tratta di una media di otto incidenti al giorno.

OCHA ha documentato al momento circa 150 attacchi di coloni ai raccolti contro palestinesi e loro proprietà nella Cisgiordania occupata durante la stagione, in confronto a 110 nello stesso periodo dello scorso anno e dai 30 ai 46 attacchi tra il 2020 e il 2023.

In questi attacchi sono stati feriti più di 140 palestinesi.

I coloni ebrei estremisti hanno provocato più danni durante la stagione di raccolta delle olive di quest’anno che in tutti gli anni dal 2020. Oltre 4.200 alberi e virgulti di ulivo sono stati vandalizzati dai coloni – più del doppio del numero registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Anche l’ampiezza degli attacchi è significativamente aumentata”, ha riferito OCHA la settimana scorsa.

Sono stati presi di mira più di 75 cittadine e villaggi, circa il doppio del numero delle comunità colpite nel 2023 e tre volte quello del 2020.

Gli attacchi dei coloni durante la stagione della raccolta hanno incluso aggressioni violente ai contadini, furto delle olive e degli attrezzi per la raccolta, abbattimento o sradicamento degli alberi, ostruzione dell’accesso alla terra e incendio di veicoli appartenenti a abitanti palestinesi.

La raccolta annuale delle olive è la principale fonte di sussistenza per decine di migliaia di palestinesi e gli ulivi sono profondamente radicati nella tradizione e nell’identità palestinesi”, ha affermato Roland Friedrich in quanto capo degli affari dell’UNRWA per la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est.

Questi attacchi “minacciano il modo di vivere di molti palestinesi”.

OCHA ha registrato circa 1.500 attacchi di coloni contro palestinesi dall’inizio dell’anno, la maggior parte dei quali ha riguardato danneggiamenti delle proprietà palestinesi.

Più di 180 di questi casi hanno anche provocato vittime palestinesi.

Accesso alla terra

Inoltre i coloni hanno pesantemente limitato l’accesso dei palestinesi alle proprie terre, anche quando i contadini avevano un esplicito permesso da parte dell’esercito israeliano per entrarvi.

Un esempio delle intimidazioni dei coloni è il villaggio di Burin, nel governatorato di Nablus nel nord della Cisgiordania occupata.

I contadini palestinesi avevano un “accordo preliminare” con le autorità israeliane per accedere alle loro terre per la raccolta. Ma i cosiddetti custodi della colonia di Yitzhar, che ospita alcuni dei coloni più violenti in Cisgiordania, ha impedito ai palestinesi l’ingresso sparando colpi in aria per costringerli ad andarsene.

Di conseguenza circa 74 acri di uliveti sono rimasti non raccolti.

Questo è il terzo anno consecutivo in cui alcuni villaggi sono stati completamente privati di accesso ai loro uliveti all’interno delle colonie israeliane.

In alcuni casi ai contadini che avevano il permesso di accesso ai loro uliveti è stato dato un periodo di tempo limitato, come nel villaggio di Ein Yabrud vicino Ramallah, dove sono stati concessi tre giorni di tempo. Se venivano attaccati dai coloni non vi tornavano.

In particolare i nuovi avamposti di coloni hanno compromesso la possibilità dei contadini di accedere alle loro terre, anche nelle aree A e B – piccole zone della Cisgiordania occupata in cui l’Autorità Nazionale Palestinese detiene il controllo nominale.

Quelli che Israele definisce “avamposti” spesso sono costruiti senza il permesso di Israele e sono considerati illegali per la legge israeliana.

Nel dicembre 2024 due associazioni israeliane che monitorano l’attività dei coloni hanno riferito che gli avamposti di pastorizia includono il 14% della Cisgiordania, più di 194.000 acri di terra.

In meno di tre anni il 70% di tutta la terra requisita dai coloni ad oggi è stato preso con il pretesto di attività di pascolo”, hanno riferito Peace Now e Kerem Navot.

I coloni iniziano la requisizione delle terre espellendo con la forza i pastori e gli agricoltori palestinesi dalla loro terra e insediando avamposti di pastorizia.

Poi incominciano ad aggredire, intimidire e attaccare le comunità palestinesi, non lasciando loro altra scelta che andarsene, spiegano le associazioni. Dopo di che i coloni si prendono la terra e costruiscono nuovi avamposti, che inizialmente consistono di poche roulotte o strutture in genere non collegate a infrastrutture idriche, elettriche o fognarie.

L’attuale governo israeliano sta lavorando per sveltire il processo di riconoscimento di questi avamposti come colonie.

Tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, comprese Gerusalemme est e le alture del Golan siriane, sono illegali ai sensi del diritto internazionale e sono considerate crimini di guerra.

La settimana scorsa il consiglio di pianificazione dell’Amministrazione Civile si è riunito per discutere piani per 1973 nuove unità abitative per coloni che dovrebbero essere costruite nella Cisgiordania occupata. Dal novembre scorso questo “Alto Consiglio di Pianificazione” ha tenuto riunioni mensili con lo scopo di sviluppare progetti abitativi per le colonie.

Dall’inizio del 2025, includendo i piani destinati all’approvazione in questa settimana, il consiglio ha promosso un totale di 28.183 unità abitative”, ha riferito Peace Now [il più numeroso e longevo movimento israeliano che sostiene la pace, ndt.] la settimana scorsa.

E’ un “record assoluto.”

All’inizio di questo mese il Ministero dell’Edilizia Abitativa di Israele ha pubblicato piani attuativi per la costruzione di un nuovo quartiere in una colonia a sud est di Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania occupata.

La colonia di Geva Binyamin aggiungerebbe 342 unità e 14 nuove case per singole famiglie, in particolare per soldati riservisti nell’esercito israeliano.

Questo consente gare d’appalto emesse in agosto dal governo israeliano per più di 4.000 unità nella mega colonia di Maale Adumim, vicino a Gerusalemme, e di Ariel.

Dall’inizio dell’anno Israele ha emesso gare d’appalto per circa 5.700 unità abitative per coloni, definite da Peace Now “un record assoluto” e approssimativamente un aumento del 50% dall’ultimo picco del 2018.

Questi piani potrebbero portare circa 25.000 nuovi coloni a vivere in colonie esclusivamente per ebrei in Cisgiordania.

Deportazioni

Israele ha espulso decine di attivisti stranieri che cercavano di portare aiuto o protezione ai contadini palestinesi nella Cisgiordania occupata durante la stagione della raccolta.

Rudy Schulkind, un attivista inglese di 30 anni, era uno degli espulsi.

Tutti i contadini con cui abbiamo parlato erano incredibilmente generosi e amichevoli e grati per il sostegno da parte dei volontari internazionali”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ma la sua permanenza in Cisgiordania è stata interrotta.

Ho raccolto le olive solo per un giorno intero e il secondo giorno sono stato arrestato ed espulso”, ha detto a The Electronic Intifada.

Schulkind ha raccontato che in quel secondo giorno i coloni israeliani con mitragliatrici pesanti “hanno cercato, sia verbalmente che fisicamente, di impedire il lavoro che stavamo facendo e di interrompere la nostra raccolta delle olive.”

Schulkind ha aggiunto che quando poi è arrivato l’esercito è stato chiaro che “non era interessato a dissuadere i coloni e che era lì essenzialmente per aiutare i coloni ad impedire ai contadini palestinesi di accedere al diritto alla propria terra.”

Una volta arrivati in un altro luogo i volontari sono stati arrestati ed informati dall’esercito israeliano che la zona in cui si trovavano era stata dichiarata cosiddetta zona militare.

Schulkind ha detto che lui e parecchi altri attivisti sono stati caricati su un autobus e condotti in una stazione di polizia dove sono stati interrogati uno per volta con differenti accuse, comprese accuse di terrorismo.

Le forze israeliane hanno trattenuto Schulkind per circa tre giorni prima di rimpatriarlo in Inghilterra il 19 ottobre.

Non abbiamo mai avuto la possibilità di parlare con le nostre famiglie”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ha aggiunto che gli è stata concessa una breve telefonata con un avvocato prima dell’interrogatorio, ma non è stato mai portato davanti a un giudice prima di essere espulso.

Tamara Nassar è assistente di redazione per The Electronic Intifada.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Ci stanno obbligando a ingrassare”: a Gaza è consentito l’ingresso di certi cibi scelti mentre prodotti essenziali sono introvabili

Maha Hussaini da Gaza City, Palestina occupata

4 novembre 2025 – Middle East Eye

Alimenti voluttuari inondano gli scaffali di Gaza mentre cibi e medicine vitali continuano a scarseggiare o sono vietati

Nei supermercati che riaprono in tutta Gaza in seguito al cessate il fuoco che ha posto fine a due anni di guerra Monther al-Shrafi trova scaffali stracolmi di cioccolato, bibite gassate e sigarette, prodotti che durante la carestia sembravano “un sogno”.

Ma sostiene che, mentre questi beni di lusso sono tornati in abbondanza, quelli essenziali continuano a mancare, compresi cibi fondamentali come le uova o medicine salvavita come gli antibiotici.

“Ti rendi conto che a Gaza c’è il cioccolato mentre non ci sono antibiotici? O c’è la frutta ma non bendaggi e punti di sutura?” dice a Middle East Eye Shrafi, un abitante di Gaza City.

“Qui a Gaza c’è carenza, o persino quasi mancanza, di prodotti essenziali come carne, pollo, pesce e uova, di cui il corpo umano ha bisogno e che sono componenti fondamentali di una dieta sana.”

Dopo che il 10 ottobre è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Israele e Hamas le autorità israeliane hanno riaperto parzialmente il valico di Kerem Shalom nel sudest di Gaza.

Per la prima volta da quando l’esercito israeliano ha chiuso i valichi il 2 marzo, costringendo la Striscia in una situazione di carestia che è costata la vita a centinaia di palestinesi, è stato consentito l’ingresso di beni e aiuti internazionali.

Insieme a frutta e verdura, i prodotti ammessi includono carboidrati e farinacei come farina di grano, semolino, riso, pasta, mais in scatola e patate; prodotti zuccherati come cioccolato, caramelle e marmellata; grassi come burro, sottilette e panna in scatola e altri beni secondari, comprese sigarette e bibite gassate.

Tuttavia le proteine animali sono molto scarse. Le uova sono completamente assenti, i prodotti quotidiani sono per lo più introvabili e pollo e carne bovina congelati sono autorizzati solo in quantità molto ridotta, rendendo il loro prezzo inaccessibile alla stragrande maggioranza degli abitanti.

Per esempio, quando si riesce a trovarlo, un chilo di pollo congelato ora costa circa 80 shekel (circa 22 euro).

“Non mi pare che (dopo il cessate il fuoco) ci sia alcun miglioramento nella situazione alimentare, perché i prodotti che si riescono a trovare a Gaza non sono sani,” dice Shrafi.

“Cibi in scatola e liofilizzati non possono sostituire quelli naturali fondamentali come uova o carne fresca. Quindi non c’è un miglioramento rispetto alla carestia.”

Shrafi afferma che in svariate occasioni è andato da una farmacia all’altra in cerca di alcune medicine ma non è riuscito a trovarle.

“Mia figlia soffre di un’infezione all’alluce e non riesco neppure a trovare antidolorifici per alleviare il suo dolore,” aggiunge.

“Le pillole di antibiotico sono introvabili, e se si trovano vengono vendute a prezzi esorbitanti, molto oltre le possibilità dei comuni cittadini schiacciati da due anni di continuo sterminio. Farmacie, negozi di articoli sanitari e reparti ospedalieri a Gaza sono completamente privi di molti prodotti essenziali di cui hanno bisogno i pazienti.”

Una piccola quantità rispetto a ciò che serve”

Secondo il ministero della Salute di Gaza anche dopo l’accordo di cessate il fuoco le autorità israeliane impongono ancora pesanti restrizioni sull’ingresso di medicine, forniture e attrezzature mediche. “Queste costanti restrizioni hanno portato ad una carenza di farmaci che raggiunge il 56%, mentre la mancanza di materiale sanitario è al 68%, delle forniture di laboratorio al 67%,” afferma Zahir al- Wahidi, direttore dell’Unità di Informazione sulla Salute del ministero della Sanità di Gaza.

“La chirurgia ortopedica deve affrontare una carenza dell’83%, la chirurgia cardiaca del 100% e i servizi renali e i tutori per le ossa dell’80%. Le carenze più gravi sono nei servizi d’emergenza, negli anestetici, nelle cure intensive e nei farmaci per gli interventi chirurgici.”

Commercianti e organizzazioni internazionali che operano a Gaza devono ottenere il permesso delle autorità israeliane per quali prodotti possono far entrare nella Striscia assediata.

Le restrizioni sono imposte sia attraverso ordini diretti e liste di beni vietati o indirettamente lasciando in sospeso le richieste di importazione di alcuni beni o rifiutandole in blocco.

Di conseguenza molti prodotti essenziali sono introvabili da più di due anni, mentre altri inondano Gaza.

“Quello che è entrato l’anno scorso è solo una frazione del necessario, sei o sette piccoli convogli che non soddisfano le richieste di un grande numero di medicinali e beni di consumo, che dovrebbero alleviare due anni di privazioni,” aggiunge Wahidi.

Un aumento di peso “anomalo”

Nelle ultime tre settimane sono entrate a Gaza decine di camion riattivando per la prima volta da mesi i suoi mercati. Centinaia di venditori ora espongono sulla strada i vivaci colori di cioccolatini, vari tipi di caffè e alcuni frutti.

“La grande maggioranza dei prodotti consiste in carboidrati, zuccheri e farinacei,” dice a MEE Abdallah Sharshara, avvocato e ricercatore giuridico di Gaza.

“Includono farina e vari tipi di formaggi usati per i dolci e la pizza, oltre a derivati dello zucchero e della farina per la produzione dolciaria. È chiaro che l’attenzione nell’importazione di questi prodotti spinge indirettamente la gente a basarsi su di essi come principale fonte di alimento, obbligando nel contempo le organizzazioni umanitarie a concentrarsi sull’acquisto e la distribuzione di questi prodotti, in quanto sono gli unici che possono accedere al mercato locale.”

Sharshara spiega che le autorità israeliane hanno anche creato condizioni che “scoraggiano i commercianti” dall’importare prodotti ad alto rischio come le uova, che potrebbero andare a male durante le lunghe attese.

Nota che Israele sta deliberatamente consentendo [l’ingresso] a Gaza di alcuni cibi per “nascondere i segni visibili di dimagrimento visti tra la popolazione l’anno scorso.

“Ora c’è un anomalo aumento di peso della gente. Sembra che l’occupazione israeliana stia cercando di occultare il crimine di aver affamato i palestinesi creando un’immagine opposta, di rapido e innaturale aumento di peso,” afferma.

Sharshara racconta che lo scorso anno, durante il blocco israeliano di Gaza, lui stesso aveva perso circa 20 chili, ma ora ha preso rapidamente peso. “Lo scorso anno ero dimagrito a causa delle ridotte e ripetitive disponibilità del cibo di cui dovevamo alimentarci,” sostiene. “Ora mangio le stesse quantità che però portano a un aumento di peso perché sono obbligato a consumare carboidrati, sottilette e carne in scatola, che è quello che si trova. Ci obbligano sistematicamente a ingrassare.”

In vari post sulle reti sociali la gente di Gaza ha condiviso la stessa impressione, notando che si possono trovare diversi tipi di prodotti elaborati ma non quelli essenziali che sono mancati per circa due anni. “Israele sta creando l’impressione errata che il blocco contro il popolo palestinese sia stato tolto, come se ora la gente stesse mangiando un sacco di pizza e di dolci, dando l’immagine di benessere e abbondanza,” afferma Sharshara.

“Carne fresca e uova sono ancora esclusi dall’ingresso a Gaza e i pescatori possono pescare solo all’interno di un’area marina molto limitata. L’obiettivo nel consentire l’ingresso parziale dei prodotti è di impedire a chiunque di sostenere che Israele li stia bloccando completamente. Ma in realtà quando dividi questi beni per le reali necessità della popolazione la quantità per persona è molto ridotta. È per questo che diciamo che, anche se Israele consente l’ingresso di alcuni prodotti, essi non arrivano realmente alle persone.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Siamo sopravvissuti alla guerra, forse non sopravviveremo al cessate il fuoco

Sara Awad

25 ottobre 2025 Al Jazeera

Anche se è in corso un cessate il fuoco, ogni giorno Israele continua a uccidere palestinesi a Gaza

Domenica scorsa sono uscita dalla tenda della mia famiglia ad az-Zawayda, nella Striscia di Gaza centrale, e mi sono diretta al vicino Twix Cafe, uno spazio di coworking per freelance e studenti. Erano passati dieci giorni dall’annuncio del “cessate il fuoco” e ho pensato che finalmente fosse sicuro uscire. Avventurarmi fuori avrebbe dovuto essere un passo verso la riconquista di una piccola parte della mia vecchia vita.

Io e mio fratello eravamo quasi arrivati ​​al caffè quando abbiamo sentito un suono molto familiare: il rombo di un’esplosione. Un drone israeliano aveva colpito l’ingresso del Twix Cafe.

Mi sono bloccata. Ho pensato: ci siamo, è il mio turno. Non sopravviverò a questa guerra.

Tre persone sono state uccise e molte altre sono rimaste ferite. Se io e mio fratello avessimo lasciato la tenda di famiglia qualche minuto prima anche noi avremmo potuto essere tra le vittime.

Mentre la notizia si diffondeva la mia famiglia è andata nel panico, chiamandoci ripetutamente. Il segnale era debole e nonostante i loro tentativi non riuscivano a contattarci. Siamo riusciti a consolare la mamma solo quando siamo tornati alla tenda.

Mi sono chiesta: che specie di “cessate il fuoco” è questo? Ho provato più rabbia che paura.

Quando l’accordo di cessate il fuoco è entrato in vigore e i leader stranieri ci hanno detto che la guerra era finita, molti di noi hanno osato sperare. Pensavamo che le esplosioni sarebbero finalmente cessate, che avremmo potuto iniziare senza paura a ricostruire le nostre vite distrutte.

Ma non c’è questa speranza sotto l’occupazione israeliana. La violenza non finisce mai davvero. Quel giorno, quando l’esercito israeliano ha bombardato il Twix Cafe, ha bombardato anche decine di altri luoghi in tutta la Striscia di Gaza, uccidendo almeno 45 persone e ferendone molte altre.

È stato il giorno più letale dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Non è passato giorno senza vittime; Israele continua a uccidere ogni giorno. Ad oggi più di 100 palestinesi sono stati assassinati da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco.

Tra loro c’erano 11 membri della famiglia Abu Shaaban. Il massacro è avvenuto il 18 ottobre, il giorno prima del bombardamento più massiccio. Gli Abu Shaaban stavano cercando di tornare a casa loro, nel quartiere Zeitoun di Gaza City, a bordo di un veicolo. Una bomba israeliana ha ucciso quattro adulti: Sufian, Samar, Ihab e Randa e sette bambini: Karam, 10 anni, Anas, 8, Nesma, 12, Nasser, 13, Jumana, 10, Ibrahim, 6, e Mohammed, 5.

Domenica, con l’inizio dei bombardamenti di massa, panico e insicurezza si sono diffusi in tutta la Striscia. Mentre le esplosioni continuavano, la gente si è precipitata nei mercati per procurarsi tutto il cibo che poteva permettersi, preparandosi alla guerra e di nuovo alla fame.

È stato straziante vedere come, tra le bombe, la mente delle persone si concentrasse automaticamente sul cibo. Sembra che abbiamo perso per sempre la sensazione di sicurezza, di sapere che domani avremo del cibo in tavola.

E sì, siamo ancora costretti ad acquistare il nostro cibo perché Israele non solo viola il “cessate il fuoco” bombardandoci, ma anche trattiene gli aiuti che ha sottoscritto avrebbe permesso. Almeno 600 camion di aiuti avrebbero dovuto entrare a Gaza al giorno. Secondo il Gaza Media Office, solo 986 camion di aiuti sono entrati a Gaza dall’entrata in vigore del cessate il fuoco l’11 ottobre, appena il 15% di quanto promesso. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha visto autorizzati a entrare solo 530 dei suoi camion. L’UNRWA ne ha 6.000 in attesa di entrare; nessuno è stato autorizzato.

Ieri il portavoce del WFP ha affermato che nessun grande convoglio di aiuti è entrato a Gaza City; Israele non ha ancora concesso all’agenzia il permesso di utilizzare Salah al-Din Street. La politica israeliana di affamare il nord di Gaza è ancora in atto.

Il valico di frontiera di Rafah con l’Egitto – il nostro unico sbocco verso il resto del mondo – rimane chiuso. Non sappiamo quando riaprirà, quando alle migliaia di feriti sarà consentito di attraversare il confine per ricevere cure mediche urgenti, quando gli studenti potranno partire per continuare gli studi, quando le famiglie divise dalla guerra saranno riunite, quando coloro che amano Gaza – coloro che hanno aspettato così a lungo per tornare a casa – potranno finalmente tornare.

È ormai chiaro che Israele sta trattando questo “cessate il fuoco” come un interruttore, da accendere e spegnere a suo piacimento. Domenica siamo tornati ai bombardamenti massicci, lunedì è stato di nuovo un “cessate il fuoco”. Come se nulla fosse accaduto, come se 45 persone non fossero state massacrate, come se nessuna casa fosse stata distrutta e nessuna famiglia fosse stata dilaniata. È devastante vedere le nostre vite trattate come se non contassero nulla. È straziante sapere che Israele può riprendere gli omicidi di massa quando vuole, senza preavviso, senza giustificazioni.

Questo cessate il fuoco non è altro che una pausa in quella che ora crediamo sarà una guerra senza fine – un momento di silenzio che può finire in qualsiasi momento. Rimarremo in balia di un occupante omicida finché il mondo non riconoscerà finalmente il nostro diritto alla vita e non agirà concretamente per garantirlo. Fino ad allora, rimarremo numeri nei titoli dei giornali sull’infinita furia omicida di Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera

Sara Awad è una studentessa di letteratura inglese, scrittrice e narratrice che vive a Gaza. Catturando con passione esperienze umane e problematiche sociali, Sara usa le parole per far luce su storie spesso inascoltate. Il suo lavoro esplora temi di resilienza, identità e speranza in tempo di guerra.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)