Donne palestinesi raccontano di come le forze israeliane le abbiano usate come scudi umani a Gaza e in Cisgiordania

Majd Jawad

28 ottobre 2025 – Mondoweiss

Durante il genocidio di Gaza diverse testimonianze hanno documentato l’uso di donne palestinesi come scudi umani da parte dell’esercito israeliano. Non si tratta di atti isolati compiuti da soldati ribelli, ma di una pratica sistematica nota ai comandanti israeliani e riconosciuta dagli stessi soldati.

Mi hanno costretta a portare un drone dentro sette case per ispezionarle e assicurarsi che fossero vuote di persone o attrezzature militari. La mia bambina ha pianto per ore mentre mi aspettava. Li ho supplicati di permettermi di allattarla, ma hanno rifiutato, continuando a usarmi come scudo umano, ha raccontato Hazar Al-Sititi, 33 anni, del campo profughi di Jenin.

Durante l’assedio di dieci giorni del campo profughi di Jenin da parte dell’esercito israeliano nell’agosto 2024 i soldati hanno costretto Al-Sititi a separarsi dalla sua bambina di sei mesi e a eseguire i loro ordini.

Mi obbligavano a precedere un’unità di fanteria composta da circa 30 soldati, con una distanza di dieci metri tra noi. Poi mi ordinavano di entrare nelle case, costringere gli abitanti a uscire e riprendere l’interno prima che i soldati facessero irruzione per arrestare i giovani che cercavano, racconta Al-Sititi.

Questa non è stata soltanto l’azione occasionale di un soldato scellerato, ma rispecchia una pratica militare sistematica, attuata con il consenso dei comandanti israeliani, come ammesso dai soldati in una precedente indagine di Haaretz. Nell’esercito sanno che non si tratta di un atto isolato compiuto da un giovane e insensato comandante di compagnia che agisce di propria iniziativa, ha dichiarato un soldato agli intervistatori.

Dall’inizio del genocidio a Gaza sono emerse testimonianze che documentano l’uso da parte dell’esercito israeliano del corpo di donne palestinesi come scudo umano, in base a procedure specifiche stabilite per proteggere i soldati israeliani dal pericolo durante le operazioni di terra e le incursioni nelle aree palestinesi.

Una scelta tra mia figlia e la mia vita

«Quel giorno circa 70 soldati israeliani hanno invaso il campo e lo hanno circondato. Hanno arrestato diversi giovani prima di giungere alla mia abitazione. Hanno sfondato la porta e hanno urlato contro la mia bambina. Poi mi hanno costretta a scegliere: o mi avrebbero portato via mia figlia, oppure sarei stata usata come scudo umano», ha raccontato Iman al-Amer, 41 anni, del campo di Jenin.

I soldati hanno ordinato a Iman di entrare in diverse case, costringere i residenti a uscire avvisandoli che un rifiuto avrebbe comportato la loro uccisione.

Questa pratica fa parte di quello che è noto come Protocollo Zanzara, una procedura militare non dichiarata in base alla quale i detenuti, deliberatamente trattenuti sul campo invece che nelle prigioni israeliane, sono costretti a svolgere rapide mansioni in siti civili o militari prima dell’ingresso dei soldati.

Perché le donne?

IL’uso da parte di Israele del corpo dei palestinesi come scudo umano coinvolge palestinesi di ogni età e sesso. Nel corso di decenni di occupazione dei territori palestinesi Israele ha preso di mira non solo gli uomini, ma anche i bambini, gli anziani e le donne, sia durante le operazioni militari su larga scala che nelle incursioni quotidiane.

La dottoressa Lina Meari, del Dipartimento di Scienze Sociali e Comportamentali e dell’Istituto per gli Studi sulle Donne, ha spiegato: La visione delle questioni di genere da parte delle potenze coloniali è rigida e costante, radicata nella convinzione che le donne siano intrinsecamente deboli e possano essere sfruttate come strumenti, attraverso molestie o stupri, o utilizzate per esercitare pressione sui combattenti resistenti affinché si arrendano o compiano operazioni militari. In questo contesto, l’uso del corpo di una donna come scudo umano può anche essere inteso come una tattica per costringere i membri della resistenza a non usare armi contro i soldati israeliani durante le operazioni militari, data la sua condizione delicata’”.

Come evidenzia il libro Human Shields: A History of People in the Line of Fire, [di Neve Gordon e Nicola Perugini, pubblicato in Italia col titolo Scudi Umani: una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Ed. Laterza, ntr.] l’attenzione globale sulle donne e i loro diritti coincide paradossalmente con il loro sfruttamento come scudi umani. Ciò che un tempo era socialmente emarginato, le donne e i bambini, è diventato un obiettivo strategico.

Durante l’attuale genocidio sono emerse testimonianze di diversi ragazzi e ragazze palestinesi usati come scudi umani dall’esercito israeliano. Tra queste c’è la storia della piccola Malak Shahab, nove anni, del campo di Nur Shams a Tulkarem, portata via da casa insieme alla sua famiglia e trattenuta con quello scopo.

Secondo il racconto di Malak, I soldati mi spingevano contro ciascuna porta della casa di mia zia, mentre loro stavano dietro di me, pronti a sparare. Quando nessuno rispondeva, e con profonda disperazione per essere costretta a obbedire, bussavo alla porta con la testa”.

Lo sfollamento forzato come strategia

«Mi hanno usata come scudo umano tre volte fin da quando ero bambina. Ogni volta eseguivo compiti militari sotto minaccia e ogni volta pretendevano che lasciassi subito dopo il campo. Anche se mi usassero mille volte, rimarrei comunque nel mio quartiere», afferma Hazar Al-Sititi.

Questo comportamento potrebbe indicare che tali protocolli vadano oltre una semplice tattica militare del momento, trasformando il corpo palestinese e l’individuo in un bersaglio a sé stante. Le donne sono state usate come scudi umani nel campo di Jabalia come parte di un piano più ampio per svuotare l’area dei suoi abitanti”, dice Meari, aggiungendo: “I colonizzatori ricorrono alle donne nei momenti in cui non riescono a reprimere la resistenza o a proteggersi. Gli attacchi in un luogo come il campo di Jabalia erano inaspettati, quindi l’esercito israeliano si è servito di ogni mezzo a sua disposizione, compresi gli scudi umani, per proteggersi”.

Secondo un’indagine del sito ebraico “The Warmest Place in Hell” [Il posto più caldo dell’Inferno, ndtr.], nell’ambito della sua politica di sfollamento forzato dei civili fin dal primo giorno del genocidio, l’esercito israeliano ha usato una coppia di anziani come scudi umani per costringerli a lasciare la loro casa, dopo che la coppia aveva dichiarato di non poter raggiungere Khan Younis a piedi e di non avere un posto dove andare in seguito agli ordini di evacuazione dell’esercito.

Un’altra indagine condotta dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor [ONG per i diritti umani con sede a Ginevra, ndtr.] ha identificato la coppia di anziani come Maziyouna Abu Hussein e Muhammad Abu Hussein. Sono stati costretti a entrare nelle case per verificare che fossero sicure e, una volta portato a termine il loro compito, i soldati israeliani li hanno giustiziati con dei colpi di arma da fuoco.

Il protocollo Zanzaraa Gaza

Dopo il suo arresto nella Striscia di Gaza il 7 ottobre 2023 Muhannad Wasfi è stato usato come scudo umano dai soldati israeliani. “Dopo 45 giorni nelle prigioni israeliane mi hanno trasferito nella parte meridionale della Striscia per svolgere una missione militare, alla ricerca di tunnel all’interno delle case. Ho perquisito case vuote, sollevando tappeti e spostando mobili alla ricerca di un’apertura o di un buco, ma non ho trovato nulla”, ha detto Wasfi.

Ha continuato: Per la prima volta ho sentito che la morte era imminente. Avevo sentito molte storie di palestinesi uccisi dai soldati anche dopo aver completato i compiti che erano stati loro imposti. Ogni volta che entravo in una stanza, recitavo la shahada [testimonianza di fede in Allah, ndtr.], come se fosse il mio ultimo respiro”.

La testimonianza di Muhannad è in linea con quello che è noto come Protocollo Vespa, in base al quale prigionieri e detenuti palestinesi vengono prelevati dalle prigioni israeliane e portati in zone di combattimento attivo per essere usati come scudi umani. Le testimonianze, compresa la sua, indicano che durante le operazioni di ricerca dei tunnel i detenuti sono spesso costretti a indossare uniformi militari israeliane, probabilmente per sgomberare gli ingressi dei tunnel da eventuali esplosivi nel caso in cui uno venisse individuato e fatto detonare dai combattenti.

Mi vestivano con la loro uniforme e mi mettevano un cappello, una telecamera e un dispositivo audio sulla testa. Mi bendavano gli occhi, mi legavano le mani e mi ordinavano di perquisire i luoghi. Mi interrogavano e mi torturavano. Una volta mi hanno spogliato nudo, mi hanno messo in una stanza, hanno acceso l’aria condizionata e hanno messo musica ad alto volume in ebraico fino a farmi perdere parzialmente l’udito, ha detto Wasfi.

L’infermiere Hassan al-Ghoul di Gaza ha testimoniato: Mi hanno costretto a indossare un’uniforme militare completa, ma senza armi, e mi hanno dato un attrezzo da taglio e una torcia elettrica. Mi hanno detto che avremmo fatto irruzione nell’ospedale Nasser e che io sarei entrato per primo. Mi hanno detto che mi avrebbero indicato un’apertura e che sopra la mia testa ci sarebbe stato un drone sotto il loro controllo aggiungendo: così, se fai qualcosa, possiamo vederti e controllarti. Mi hanno detto che sarei andato all’ospedale e che, se avessi trovato dei civili, avrei dovuto dire loro di andarsene perché l’esercito avrebbe fatto irruzione. Mi hanno ordinato di aprire tutte le porte chiuse e di manomettere tutte le bombole di gas a cui era attaccato un filo. Ho interrotto il soldato dicendo: Qualsiasi bombola di gas con un filo potrebbe esplodere con me vicino. Lui ha risposto: Lascia che esploda; è per questo che ti mandiamo lì’. Ho eseguito il compito dietro minaccia, sotto la mira di unarma”.

Una violazione anche della legge israeliana?

Forse questi protocolli militari definiscono i metodi di utilizzo dei palestinesi come scudi umani in un contesto storico recente, ma non tengono conto della lunga storia di questa pratica nella regione, che risale a prima della fondazione dello Stato di Israele.

Nel suo studio When Palestinians Became Human Shields: Counterinsurgency, Racialization, and the Great Revolt (1936-1939) [Quando i palestinesi divennero degli scudi umani: la controinserruzione, la razzializzazione e la grande rivolta (1936-1939) ndtr.] lo scrittore Charles Anderson ha documentato il primo caso registrato di scudo umano in Palestina durante la rivolta araba del 1936: Suleiman Touqan, sindaco di Nablus, che ricopriva un ruolo sociale di rilievo tra la popolazione locale. L’esercito britannico lo collocò sul tetto di un edificio militare per proteggere le proprie forze dagli attacchi dei combattenti palestinesi. Anderson sottolinea che questo faceva parte di una strategia più ampia per colpire i combattenti palestinesi e scoraggiare attacchi previsti sulle principali vie di comunicazione della zona.

Questa violazione israeliana dei corpi palestinesi divenne particolarmente evidente durante l’invasione delle città della Cisgiordania nel marzo 2002, durante la Seconda Intifada. Nota come “Procedura del Vicino”, prevedeva la perlustrazione delle abitazioni prima dell’ingresso dell’esercito alla ricerca di individui o combattenti ricercati.

Dopo la Seconda Intifada, il 6 ottobre 2005, la Corte Suprema israeliana ha emesso una sentenza che vieta l’uso di civili palestinesi come scudi umani nelle operazioni militari. Ciononostante l’esercito ha continuato a attuare questa pratica fino ad oggi, in palese violazione delle norme e del diritto internazionale.

Il diritto internazionale proibisce lo sfruttamento o l’uso di individui protetti dalla Quarta Convenzione di Ginevra, ai sensi degli articoli 28 e 49, come scudi umani per rafforzare le posizioni militari contro gli attacchi nemici o per prevenire attacchi di rappresaglia durante un attacco.

Il diritto internazionale umanitario garantisce alle donne una protezione speciale in tempo di conflitto, riconoscendo che le donne in particolare sono esposte a specifiche forme di violenza. Di conseguenza, necessitano di ulteriori tutele, sia in quanto madri, sia in quanto più vulnerabili alla violenza sessuale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un obbiettivo alla volta: la logica che ha permesso ai progressisti israeliani di commettere genocidio

Yuval Abraham

20 ottobre 2025 – +972 Magazine

Attribuendo un obbiettivo militare ad ogni uccisione gli israeliani di ogni parte della popolazione hanno potuto partecipare ai massacri senza porsi il problema della moralità delle proprie azioni.

Pochi mesi dopo il 7 ottobre mi sono iscritto ad un corso introduttivo sul genocidio alla Open University di Israele. Il docente ha iniziato la prima lezione dicendoci – eravamo circa 20 studenti ebrei israeliani contattati su Zoom – che alla fine del semestre avremmo capito esattamente che cosa comporta il genocidio e saremmo stati in grado di spiegare perché Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza.

In sintesi la sua argomentazione era la seguente: al massimo Israele potrebbe stare distruggendo Gaza, ma le sue azioni sono guidate da obbiettivi militari piuttosto che da un “intenzione di distruggere” un gruppo specifico “in quanto tale”, come specifica la Convenzione sul Genocidio. In assenza di questa intenzione, ha concluso, il termine genocidio non può essere impiegato.

Negli ultimi due anni ho pubblicato molte ricerche che rivelano dettagli sulla politica di fuoco illimitato di Israele a Gaza, parecchie delle quali hanno contribuito a formulare accuse legali di genocidio. Quando il Sudafrica ha presentato la sua denuncia contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel gennaio 2024, essa si basava in parte sul nostro esposto del novembre 2023 che rivelava la campagna di Israele di uccisioni di massa gestite dall’intelligenza artificiale dirette contro le case delle famiglie di sospetti militanti. Quando un comitato delle Nazioni Unite il mese scorso ha analogamente raggiunto la conclusione che Israele ha commesso un genocidio si è basato, in parte, su un’altra delle nostre ricerche che mostrava che l’80% dei morti a Gaza erano civili, secondo un data base dei servizi di sicurezza interni israeliani.

Eppure pochi delle decine di soldati ed ufficiali con cui ho parlato nel corso di queste ricerche, molti dei quali si sono offerti volontariamente come informatori, si ritenevano partecipi di un genocidio. Quando ufficiali di intelligence e comandanti descrivevano il bombardamento di case civili a Gaza spesso richiamavano la logica del docente dell’università: certo, possiamo aver commesso dei crimini, ma non eravamo assassini poiché ogni azione aveva uno specifico obbiettivo militare.

Per esempio, dopo il 7 ottobre l’esercito ha autorizzato i soldati ad uccidere fino a 20 civili allo scopo di assassinare un sospetto militante di Hamas di basso grado, oppure centinaia di civili se l’obbiettivo erano figure più importanti. La gran maggioranza di queste uccisioni sono avvenute in abitazioni civili dove non aveva luogo alcuna attività militare. Ma per la maggioranza dei soldati con cui ho parlato la mera esistenza di un sospetto obbiettivo militare, anche in casi in cui la fotografia dell’intelligence non era chiara, giustificava virtualmente qualunque numero di morti.

Durante un’altra ricerca un soldato mi ha raccontato come il suo battaglione abbia utilizzato droni a controllo remoto per sparare su civili palestinesi, compresi donne e bambini, mentre cercavano di tornare alle loro case distrutte in una zona occupata dall’esercito israeliano, uccidendo 100 palestinesi disarmati nell’arco di tre mesi. L’obbiettivo, mi ha spiegato, non era ucciderli per il gusto di farlo, ma per svuotare il quartiere e renderlo così più sicuro per i soldati di stanza lì.

Un’altra soldatessa ha raccontato di aver preso parte ad un bombardamento di un intero blocco residenziale, comprendente oltre 10 edifici multipiano e un grattacielo, tutti abitati da famiglie. Sapeva in anticipo che facendo ciò lei e la sua squadra avrebbero probabilmente ucciso circa 300 civili. Ma l’operazione, ha spiegato, si basava su informazioni secondo cui un comandante di Hamas di livello relativamente alto avrebbe potuto essere nascosto da qualche parte sotto uno di quegli edifici. In assenza di informazioni più precise hanno distrutto l’intera zona nella speranza di ucciderlo.

La soldatessa ha ammesso che l’attacco è stato un massacro. Ma a suo parere non era questa l’intenzione: l’obbiettivo era colpire il comandante, che avrebbe potuto anche non essere là.

Questo schema di focalizzazione sull’obbiettivo ha svolto un ruolo cruciale nel consentire agli israeliani comuni di partecipare al genocidio, forse più ancora della sola obbedienza, che normalmente viene considerata la principale motivazione in simili contesti. Considerando ogni azione violenta come un compito a sé stante, dal prendere di mira un militante di Hamas al mettere in sicurezza una zona, i soldati possono evitare di confrontarsi con il proprio ruolo nel massacro di massa di civili.

Inoltre questo atteggiamento mentale diventa più facile da sostenere in un periodo di intelligenza artificiale e di grandi numeri. Queste tecnologie possono raccogliere ed analizzare informazioni su un’intera popolazione quasi istantaneamente, mappando gli edifici e i loro abitanti con presumibile precisione. In tal modo producono un continuo flusso di apparenti giustificazioni militari, creando una parvenza di legalità per una politica di uccisioni di massa. Infatti l’intelligenza artificiale ha permesso a Israele di trasformare un caposaldo del diritto internazionale – l’obbligo di attaccare soltanto obbiettivi militari – in uno strumento che legittima ed accelera proprio quel massacro che si intendeva impedire.

Motivazioni sovrapposte

Mentre un fragile cessate il fuoco mediato dagli USA entra in vigore a Gaza, gli sforzi globali per garantire responsabilità e giustizia continueranno a pieno ritmo. La denuncia del Sudafrica alla CIG continuerà a far rumore, mentre Israele e i suoi sostenitori, compresi i governi occidentali, tenteranno di screditare le accuse di genocidio allo scopo di evitare le conseguenze legali di una simile sentenza. Nel far questo continueranno ad indicare pretesi obbiettivi militari dietro ogni specifico attacco, come fa normalmente l’esercito in risposta ai nostri rapporti.  

L’abitudine degli autori del genocidio di invocare la “sicurezza” come giustificazione della violenza di massa è ben documentata, giustficando le azioni di brutalità in un più ampio schema di autodifesa. Ma qualunque inconsistente scusa venga avanzata per ogni caso, gli attacchi di Israele sono stati condotti innegabilmente con la totale consapevolezza che avrebbero comportato la distruzione di un altro popolo. Il risultato è un numero di morti palestinesi che si ritiene superi i 100.000 e il quasi completo annientamento della Striscia di Gaza.

Tuttavia focalizzarsi solo su come ogni singolo atto di violenza si è sommato fino a creare una complessiva realtà di genocidio significa anche non cogliere il punto. Per molti leader israeliani la morte e la distruzione di massa era l’intento. Dalla deliberata riduzione alla fame di due milioni di persone e l’uccisione di chi cercava gli aiuti, fino al radere al suolo sistematicamente intere città e agire attivamente per l’espulsione di massa, l’eliminazione dei palestinesi di Gaza come obbiettivo in quanto tale era ampiamente chiara.

Soprattutto dopo che Israele ha violato il precedente cessate il fuoco di marzo, qualunque [giustificazione come, n.d.t.] obbiettivo militare si potesse dire esistesse è diventata anche più esile. Ciò che è rimasto è una nuda logica omicida che l’esercito raramente si è preoccupato di giustificare in termini militari.

Questa motivazione è chiara non solo nei fatti ma anche a parole. Come ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu a maggio: “Continuiamo a demolire le case: non hanno dove ritornare. L’unica via di uscita sarà la volontà dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia.” L’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva è entrato in dettagli anche più specifici: “Per tutto ciò che è accaduto il 7 ottobre, per ognuno di noi che è morto il 7 ottobre, 50 palestinesi devono morire. Non importa adesso se bambini o no. Non sto parlando di vendetta ma sto mandando un messaggio per le future generazioni. Hanno bisogno di una Nakba adesso e poi soffrirne il prezzo.”

Ma essenzialmente le motivazioni legate a un obbiettivo e quelle genocidarie non si escludono a vicenda: anzi, si rafforzano una con l’altra. E questa sovrapposizione allarga la base di coloro che intendono partecipare al massacro.

I soldati apertamente favorevoli al genocidio – e ce n’erano molti – hanno raso al suolo la città di Rafah per fare pulizia etnica dei palestinesi, mentre quelli con una percezione più liberale di sé stessi l’hanno distrutta per “creare una zona cuscinetto di sicurezza”. Haliva considerava il bombardamento di case civili come un atto di vendetta, mentre soldati più turbati da simili giustificazioni potevano raccontarsi che è stato fatto per colpire un bersaglio al loro interno.

La mentalità orientata ad un obbiettivo frammenta la distruzione di un popolo e la inserisce in migliaia di azioni isolate, ognuna giustificata di per sé, nessuna riconosciuta come parte di una più ampia campagna di genocidio. Ciò consente ad alcuni di coloro che la conducono di ignorare l’intento generale, nemmeno se leader come Netanyahu e Haliva lo esplicitano chiaramente. Per parafrasare il vecchio detto: concentrandosi su un singolo albero non vedono la foresta del genocidio.

Il genocidio come disegno morale

Ciò che sta al cuore di queste giustificazioni è la disumanizzazione dei palestinesi. I soldati che hanno massacrato 300 persone per uccidere un solo militante di Hamas mi hanno detto che probabilmente non lo avrebbero fatto se anche un solo bambino ebreo si fosse trovato nell’edificio.

La disumanizzazione va in due direzioni: non solo trasforma le vittime in una minaccia mostruosa, ma fa anche l’opposto, riducendole a polvere, rimpicciolendole fino a farle scomparire. Ecco come un soldato che compie una determinata missione può giustificare l’uccisione di 300 persone. Non le vede come 300 singoli esseri umani, ma solamente come dati di un software che calcola “i danni collaterali”.

Molti ebrei israeliani hanno interpretato gli sviluppi degli ultimi due anni attraverso il linguaggio dell’olocausto. Un amico d’infanzia che è diventato ufficiale di carriera nell’esercito, e che non mi parla più, ha scritto su Facebook che prima del 7 ottobre si è impegnato a seguire le testimonianze pubbliche di sopravvissuti all’olocausto “per traumatizzarsi il più possibile” e in tal modo trovare uno scopo nel suo lavoro. Dopo il massacro di Hamas, che lui considera un’azione degli odierni nazisti, ha scritto che ora può capire a fondo il dolore dei sopravvissuti all’olocausto.

Altri in Israele e nel mondo, me compreso, hanno visto il massacro di Israele di civili, i bambini di Gaza che muoiono di fame, le fosse comuni e i continui sfollamenti forzati ed hanno considerato quegli stessi eventi dalla prospettiva opposta.

E’ impressionante che l’immaginario dell’olocausto possa essere usato sia per giustificare la distruzione di Gaza sia per opporvisi. Questo paradosso parla del potere del genocidio come linguaggio morale prevalente nel nostro tempo e del fatto che i palestinesi devono spesso tradurre la propria sofferenza nei termini di quel linguaggio per essere anche solo ascoltati come vittime.

Tuttavia vedere gli ultimi due anni non solo attraverso il prisma del genocidio ma anche come una seconda Nakba – un duraturo progetto di eliminazione finalizzato a distruggere sia un popolo che lo spazio in cui vive – può avvicinarci a comprendere la natura delle azioni di Israele. Mentre il genocidio è spesso considerato violenza fine a sé stessa, la Nakba rappresenta una violenza che ha uno scopo: la rimozione e la sostituzione di un popolo.

Eppure, in quanto ebreo israeliano posto di fronte agli orrori degli ultimi due anni, non posso non pensare in termini di olocausto. La distruzione di Gaza mi ha permesso di comprendere meglio non solo le storie delle vittime, ma anche quelle degli autori – la maggioranza silenziosa che ha favorito le atrocità con le proprie azioni e con le storie che si racconta per giustificare tutto questo.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il prigioniero palestinese Abu Shanab afferma che le autorità israeliane hanno abusato dei detenuti fino agli ultimi momenti prima del rilascio

Redazione di MEMO

14 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il prigioniero palestinese Kamal Abu Shanab ha affermato che le autorità israeliane hanno continuato a maltrattare i detenuti fino all’ultimo momento prima del loro rilascio, descrivendo abusi generalizzati e condizioni disumane nelle prigioni israeliane.

Abu Shanab di 58 anni è stato rilasciato lunedì come parte della prima fase dell’accordo sul cessate il fuoco che è cominciato venerdì scorso, secondo un piano che sarebbe stato mediato con il coinvolgimento degli Stati Uniti.

Parlando all’agenzia Anadolu, Abu Shanab, un abitante di Tulkarem, nella Cisgiordania occupata settentrionale, ha affermato: “La situazione nelle prigioni è molto difficile – torture, oppressione, umiliazione e paura. Ai prigionieri palestinesi succede di tutto. La situazione è indescrivibile.”

Ha mostrato i segni sui polsi e le caviglie, dicendo che il servizio penitenziario israeliano ha mantenuto i detenuti destinati al rilascio “ammanettati e incatenati sulla ghiaia per più di sei ore.”

Abu Shanab, che è stato imprigionato per 15 anni di una condanna all’ergastolo, ha ricordato che i soldati hanno espresso incredulità per la capacità di resistenza dei prigionieri: “Essi hanno detto ‘Come possono sopportare questo? Che tipo di forza hanno?’”

Ha aggiunto che i prigionieri sono stati “soggetti a umiliazioni e torture” e che “tutto è stato fatto per spezzare la loro resistenza.”

Molti ex-detenuti hanno anche affermato all’agenzia Anadolu che le condizioni nelle prigioni israeliane sono chiaramente peggiorate dall’inizio della campagna militare israeliana contro Gaza il 7 ottobre 2023, citando racconti di tortura, fame e negazione delle cure mediche.

Secondo organizzazioni per i diritti umani palestinesi e israeliane più di 10.000 palestinesi – inclusi minori e donne – rimangono nelle prigioni israeliane, molti dei quali presumibilmente subiscono trattamenti crudeli e privazioni.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Sono tutti dei bugiardi”: così reagiscono i cittadini di Gaza alla proposta di “pace” di Trump e al potenziale cessate il fuoco

Tareq S. Hajjaj  

7 ottobre 2025 Mondoweiss

Molti a Gaza credono che il piano di “pace” di Trump sia uno stratagemma per liberare i prigionieri israeliani e poi riprendere il genocidio. Ma nonostante il profondo scetticismo, l’ansia di porre fine alla guerra prevale su tutto

L’annuncio del piano per porre fine alla guerra su Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto un impatto immediato sui palestinesi che vivono sotto i violenti bombardamenti israeliani. Quando il 29 settembre è arrivato l’annuncio alcune famiglie di Gaza City hanno ritardato ad evacuare anche dopo aver ricevuto molteplici avvertimenti dell’esercito di spostarsi a sud, aggrappandosi alla speranza che il piano di Trump avrebbe posto fine alla guerra e risparmiato loro un altro turno di sfollamento.

Dopo la risposta positiva di Hamas del 3 ottobre, che si è dichiarato pronto a “discutere i dettagli”, alcune famiglie sono addirittura tornate dal sud. Il primo giorno le famiglie sono tornate pacificamente. Il secondo giorno, quando l’esercito israeliano ha notato un aumento delle persone dirette a nord, ha iniziato a prenderle di mira su al-Rashid Street, l’unica strada che collega la metà settentrionale e quella meridionale di Gaza.

Molti a Gaza hanno respinto il piano di Trump, definendolo uno stratagemma per ingannare Hamas e la resistenza palestinese, prima ottenendo il rilascio dei prigionieri israeliani e poi consentendo a Israele di abbandonare l’accordo e riprendere la sua campagna di bombardamenti e demolizioni. Ma nonostante il profondo scetticismo, la maggior parte della popolazione di Gaza vede il piano come l’ultima possibilità di fermare il genocidio. Il loro disperato bisogno che si ponga fine alle uccisioni quotidiane ha spinto molti a sostenere qualsiasi accordo.

A Gaza anche l’ottimismo è evidente; molti credono che ci sia una reale possibilità che la guerra possa finalmente finire. Credono che il mondo intero sia ora d’accordo nel fermare la guerra a Gaza, nonostante i dubbi persistenti sulle vere intenzioni di Trump e sull’impegno di Israele a rispettare il ritiro.

“Confidiamo in Dio. Non ci fidiamo di Trump”, ha detto Muhammad Badr, 44 anni, di Gaza City. “Non ci fidiamo degli Stati Uniti e non ci fidiamo di Israele. Ma speriamo che questa volta tutti questi paesi, guidati da Trump, pongano finalmente fine a questa guerra devastante”.

“Votiamo a favore di qualsiasi piano che fermi la guerra”, ha continuato. “Qualsiasi cosa che ci riporti alle nostre case, anche se sono state distrutte da Israele e dagli Stati Uniti. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è stabilità, pace e la fine dell’eccidio”.

“Abbiamo alle spalle molte false speranze e preghiamo che questa volta non sia come la volta precedente, che aveva solo lo scopo di ingannarci e prolungare la guerra”, aggiunge Badr.

Mentre i negoziati in Egitto proseguono, la gente di Gaza attende i risultati e l’annuncio che questa guerra sia finalmente finita. Nonostante le preoccupazioni sui termini del piano e la diffusa convinzione che serva agli interessi israeliani, il desiderio di porre fine alla guerra prevale su tutto.

Alcuni abitanti di Gaza sottolineano che la prima fase del piano prevede il rilascio di tutti i prigionieri israeliani da Gaza City – prova, a loro dire, che il piano avvantaggia principalmente Israele. Fadi Harb, 33 anni, residente nel campo profughi di al-Nuseirat nella zona centrale di Gaza, ha espresso un cauto ottimismo riguardo all’accordo, definendolo un passo avanti verso la fine della guerra.

“Abbiamo perso le nostre case e le nostre città sono distrutte”, ha detto Harb. “Ma abbiamo ancora speranza. Se questa guerra finisce presto, potremo ricostruire la nostra patria”.

“Eravamo davvero contenti quando Hamas ha risposto accettando”, ha aggiunto. “Speriamo che entrambe le parti – Hamas e l’occupazione israeliana – abbiano la sincera intenzione di fermarsi”.

Harb ritiene che la pressione internazionale su Israele l’abbia costretto ad accettare il piano e che Israele stia “perdendo più di quanto guadagni combattendo a Gaza”.

“La loro reputazione mondiale è rovinata, stanno perdendo legittimità e vengono emarginati ovunque vadano”, ha spiegato. “La guerra ha smascherato Israele per quello che è: uno Stato di criminali assetati di sangue. La pressione internazionale ha spinto Israele al tavolo delle trattative”.

Harb ha anche affermato che le condizioni poste da Hamas per il piano erano legittime: fermare il fuoco israeliano in modo di poter localizzare i prigionieri e consegnarli a Israele. “Hanno bisogno dell’atmosfera e del contesto giusti per svolgere questo lavoro. È normale”, ha spiegato. “Sono ottimista sul fatto che una volta consegnati tutti i prigionieri questa guerra finirà”. Alla domanda da dove provenga questo ottimismo, Harb ha risposto di essere fiducioso che la pressione internazionale costringerà Israele a mantenere gli impegni. “E anche perché il Presidente degli Stati Uniti sta guidando questo piano”, ha aggiunto.

“Forse per loro pace significa resa totale”

L’ottimismo, tuttavia, non è condiviso da tutti i palestinesi della Striscia. Alcuni ricordano la lunga storia di coinvolgimento americano con palestinesi e israeliani e credono che Israele e Stati Uniti stiano ancora una volta ingannando Hamas.

“Sono tutti bugiardi”, ha detto Muhammad Tanja, un residente di Gaza. “Gli americani, gli israeliani, sono tutti bugiardi. Non danno nulla ai palestinesi. Prendono solo.”

“Prendono le nostre terre. Prendono le nostre vite. E lo fanno con l’inganno”, ha continuato Tanja. “Ogni tanto escogitano un nuovo piano o un nuovo accordo. Ci tengono lì a sperare in svolte positive mentre continuano a ucciderci. Parlano di pace e di fine della guerra. Ma proprio ora hanno ucciso 20 persone nella loro casa e nessuno può tirarle fuori da sotto le macerie. Di quale pace stanno parlando?”

“Forse per loro pace significa la resa totale o l’uccisione totale dei palestinesi”, ha aggiunto Tanja. “Forse la loro la pace è una terra senza un popolo.”

Altri vedono il piano come poco più che un’operazione di salvataggio per Netanyahu, portata avanti per suo conto da Trump.

“Questo piano non è il piano di Trump, è un piano israeliano”, ha detto Jihad Wadi, 51 anni, di Deir al-Balah. “È solo per salvare Netanyahu. Il piano libererà i prigionieri, distruggerà Hamas e le sue armi e li caccerà da Gaza dopo due anni di distruzione e uccisioni. Il risultato è che tutta Gaza è stata distrutta”.

“Non abbiamo più nulla dopo questa guerra: niente scuole, niente ospedali, niente case, niente parenti, niente amici. Israele ha distrutto tutto”, ha continuato Wadi. “Ora vogliono porre fine alla guerra, ma vogliono anche un’idea di vittoria. Netanyahu la vuole per le prossime elezioni. Con questo piano Trump lo ha salvato”.

“Israele si atterrà a questo piano, e credo che lo farà anche Hamas”, ha aggiunto. “Israele vuole porre fine alla guerra, rivendicare la vittoria e sfuggire alle pressioni internazionali. Hamas vuole fermare l’uccisione dei palestinesi a Gaza”.

In Israele, ha spiegato Wadi, questo sarà celebrato come un successo. “Hanno distrutto Gaza, hanno ripreso i prigionieri e hanno distrutto Hamas. Quindi sì, festeggeranno se questo piano si concretizzerà.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Gli italiani ci hanno regalato un sorriso a Gaza

Eman Abu Zayed

Scrittrice palestinese di Gaza

28 settembre 2025 – Al Jazeera

 

Lunedì scorso ero per strada a Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza, cercando di prendere la linea internet, qualcosa che è diventato quasi impossibile a Gaza. La nostra casa era stata appena bombardata per la terza volta nel corso della guerra ed eravamo stati costretti a fuggire per la decima volta. Avevo di nuovo perso tutto.

Il mio cuore era pieno di angoscia e tutto intorno a me mi ricordava la perdita che ci aveva colpiti.

Quando finalmente sono riuscita a connettermi il mio telefono è stato inondato da video, foto e messaggi audio dall’Italia. Ho visto masse di gente in marcia nelle strade, sventolando bandiere palestinesi e inneggiando insieme per la nostra libertà. Ho visto piazze piene di striscioni con la scritta “Fermare la guerra” e “Palestina libera” e volti che mostravano un misto di rabbia e speranza. Cercavano di mandarci un messaggio: vi ascoltiamo, siamo con voi.

Ho provato un’immensa gioia.

Era la prima volta che vedevo manifestazioni pro Palestina di questa grandezza ed impatto. I sindacati di base italiani avevano convocato uno sciopero di 24 ore e gli italiani hanno risposto in massa. In più di 70 città italiane le persone sono scese in piazza per dimostrarci che si preoccupano per Gaza, che sostengono la nostra causa, che vogliono una fine immediata del genocidio.

Non si trattava di una nazione musulmana o a maggioranza araba: si trattava di un Paese occidentale, il cui governo rifiuta di riconoscere uno Stato palestinese e continua a sostenere Israele. Eppure il popolo italiano ha marciato per noi per esprimere la sua solidarietà.

Questa mobilitazione dimostra che la solidarietà per i palestinesi non si limita a chi ci è vicino per lo stesso retroterra culturale, ma si estende alle persone di tutto il mondo, anche in luoghi dove le elite politiche continuano a sostenere Israele.

A Gaza queste immagini della solidarietà italiana si diffondono di telefono in telefono, portando un raggio di speranza tra le macerie, la fame e le bombe. La gente ha trasmesso questi video sulle chat, guardando con stupore le masse italiane. Queste immagini e questi video hanno dipinto un raro sorriso su tanti volti palestinesi. Si è insinuata la sensazione che non siamo completamente abbandonati, che il mondo esterno si sta mobilitando per fermare la guerra.

Durante la scorsa settimana ho anche seguito da vicino la Sumud Flotilla che si stava dirigendo verso Gaza. Il governo italiano ha fatto enormi pressioni sulla delegazione di 50 cittadini italiani perché desistessero. La maggioranza di loro ha rifiutato e ora sono a bordo di diverse navi che si dirigono verso di noi.

Sono anche stata in grado di comunicare con alcuni giornalisti a bordo della nave, che mi hanno detto parole piene di incoraggiamento e speranza, assicurandoci che non siamo soli e che c’è chi continua a lottare per noi, nonostante le distanze e i rischi.

Le manifestazioni e la flotilla non sono state il solo raggio di speranza che mi ha raggiunta dall’Italia. A giugno, dopo aver letto alcuni miei articoli, due italiani, Pietro e Sara, e Fadi, un palestinese che vive in Italia, mi hanno aiutata.

Il loro sostegno non si è limitato alle parole, è stato tangibile. Mi hanno aiutata a diffondere i miei scritti in modo che raggiungessero più persone. Inoltre mi hanno costantemente seguita, chiedendomi di me e della mia famiglia e inviandomi messaggi di speranza e incoraggiamento.

Ad agosto con l’aiuto dei miei amici sono riuscita a pubblicare la mia storia personale sul quotidiano italiano Il Manifesto, condividendo la nostra sofferenza e resilienza con migliaia di lettori.

Prima della guerra non conoscevo molto dell’Italia. Sapevo che è un bel Paese con una storia interessante e una popolazione amichevole. Ma non mi sarei mai aspettata di vedere gli italiani mobilitarsi per la Palestina, scendendo in piazza in tantissimi per sostenerci.

Oggi provo ammirazione e stima per gli italiani. La loro partecipazione alle manifestazioni, il loro appoggio personale e il loro ruolo in iniziative come la Sumud Flotilla mi hanno davvero fatto sentire che la nostra causa non è lontana dal cuore delle persone di tutto il mondo, che la solidarietà internazionale non è fatta solo di parole, ma di azioni concrete.

Spero di vedere manifestazioni simili in altri paesi, per sentire che il resto del mondo vede davvero la nostra sofferenza e sostiene il nostro diritto alla vita, alla libertà e alla dignità.

Al popolo italiano e a tutti gli altri che si mobilitano per Gaza voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, voi riempite di gioia i nostri cuori.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Eman Abu Zayed è una scrittrice palestinese di Gaza e una studentessa in traduzioni

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




A Gaza la cosiddetta “evacuazione dei civili” è un cammino tra bombe e morte

Amira Hass

17 settembre 2025 – Haaretz

Gaza sta per essere cancellata dalle mappe, pietra dopo pietra. “Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che sta succedendo,” scrive un abitante.

“Ho mandato la mia famiglia a sud,” mi ha scritto un amico ieri mattina, “ma io sono rimasto a Gaza City per dire addio alle sue strade e per piangerla. Sto seduto da solo nella casa di mio padre, pensando ai pochi luoghi simbolici ancora in piedi. Non so cosa farò domani. Prevarrà la nostalgia della mia famiglia e mi dirigerò a sud? O avrò il coraggio di rimanere finché il mio sangue, le mie ossa e la mia carne si mescoleranno alla polvere e alla cenere di Gaza mentre viene cancellata dalla faccia della terra, pietra dopo pietra?” Fino alla notte scorsa era ancora nella sua casa a Gaza City. In risposta alla mia preghiera – in cui gli dicevo di sperare di venire a sapere che aveva già raggiunto la sua famiglia – ha ripetuto che probabilmente oggi o domani sarebbe andato a sud.

Ogni momento potrebbe essere l’ultimo.

Ieri pomeriggio la famiglia Zaqout (originaria di Ashdod/Isdud) ha annunciato che 23 dei suoi membri sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano la mattina presto, insieme ad altre 24 persone di famiglie vicine che erano rimaste nelle proprie case o tende nel quartiere di Sheikh Radwan, a nord-ovest della città. Nel pomeriggio non tutti i corpi erano stati recuperati e neppure localizzati.

La figlia di altri amici, insieme ai suoi bambini e alla famiglia del marito, è partita ieri verso sud dalla casa semidistrutta in cui ha continuato a vivere persino durante le invasioni sul terreno degli ultimi due anni.

Ci è voluto tempo: tempo per trovare un’auto, per trovare il denaro per pagare un autista, per decidere cosa prendere e cosa lasciarsi dietro, per convincere il figlio più grande che non poteva portarsi i giocattoli e i libri.

Al pomeriggio procedevano lentamente verso sud lungo la strada costiera, ammassati in un’auto tra migliaia di altri veicoli e carretti. Nessuno esprimeva ad alta voce la paura che li assillava miglio dopo miglio, che una bomba o un missile potesse colpire anche loro lungo la strada.

Dopotutto quello che eufemisticamente l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] chiama l’“evacuazione di civili da Gaza City” è accompagnata da un’incessante raffica di attacchi aerei, bombardamenti ed esplosioni.

A conferma di ciò ieri alle 18,36 l’agenzia di notizie Wattan [palestinese con sede a Ramallah, ndt.] ha informato che cinque persone sono state uccise nei pressi di piazza al-Katiba, nella parte occidentale della città, da un missile mentre viaggiavano in un’auto che stava trasportando verso sud degli sfollati.

Alle 18,24 la stessa agenzia riportava del bombardamento della moschea Al-Aybaki nel quartiere al-Tuffah, nell’est della città.

Alle 18,18 sono giunte informazioni di esplosioni in edifici del quartiere di Shujaiyeh, sempre a est.

Alle 18,10 c’è stata la notizia di attacchi di elicotteri nei pressi dell’incrocio Ansar a ovest – non sono stati dati ulteriori dettagli sul tipo di munizioni.

Alle 17,52 un missile sparato da un drone ha colpito la scuola Hamama a Sheikh Radwan, nel nord della città, dove si erano rifugiati degli sfollati.

Alle 17,32 un video ha accompagnato un’informazione scritta su un intenso bombardamento di edifici residenziali nel campo di rifugiati di Shati: si vedono grigi isolati di cemento, un fischio acuto attraversa l’aria, un incendio che divampa, poi sale del fumo. In sottofondo si sentono le voci di un uomo e vari bambini.

“Vibrazione. All’inizio neppure una voce ma un brivido nella spina dorsale. E poi una voce. Razzi colpiscono la casa che ho davanti,” ha scritto nel fine settimana Anees Ghanima su Facebook, descrivendo un altro bombardamento.

A intervalli di pochi minuti arriva questo tipo di aggiornamenti.

Alle 18,31 l’agenzia di notizie Wattan ha informato che secondo fonti ospedaliere dall’alba il fuoco israeliano ha ucciso 89 persone, 79 delle quali a Gaza.

Una giovane donna della famiglia Samouni, sopravvissuta al bombardamento del 2009 ordinato dall’allora colonello della brigata Givati Ilan Malka, pronuncia la parola “difficile” circa 20 volte durante il nostro colloquio telefonico. È la settima o ottava volta che è stata sfollata con i suoi tre figli di un’età dai nove mesi ai cinque anni, suo marito e la sua famiglia. Ogni volta ha detto che “stavolta è peggio”.

Quattro giorni fa hanno lasciato a piedi il campo profughi di Shati, dove hanno vissuto per mesi in una tenda, in un accampamento sovraffollato di tende e baracche. Un’auto ha portato prima i loro averi in un posto a Deir al-Balah ed è tornata a prenderli. Se lei dice che questa volta è peggio sa quello che dice.

Ha ancora nel cranio frammenti del bombardamento del 2009 nel quartiere di Zeitoun. Continua a soffrire di emicranie e di capogiri. All’epoca su ordine dei soldati lei e circa 100 membri della sua famiglia allargata furono cacciati dalle loro case e obbligati a stare in un edificio inabitabile. Il giorno dopo il colonnello Malka decise, in base alle immagini di un drone, che assi di legno prese dal cortile per accendere un fuoco e preparare il tè erano lanciarazzi. Ventuno persone vennero uccise da un attacco missilistico contro l’edificio. I feriti furono decine.

Oggi a Gaza chiunque – sfollato, ferito o che seppellisce i propri figli, alla ricerca di un pezzo di terra libero per piantarvi una tenda – è un sopravvissuto alle invasioni, agli attacchi e alle guerre precedenti. A Gaza ogni persona ha conosciuto ogni genere di paura. Ma prima forse c’erano ancora parole per descriverla.

“Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che avviene,” ha scritto sulla sua pagina Facebook un mio conoscente di Gaza City, Abed Alkarim Ashhour.

Dall’inizio della guerra ha tenuto un diario in cui ha scritto poco di sé e ha cercato di descrivere la situazione intorno a lui con un linguaggio moderato.

“Le immagini non sono sufficienti. I resoconti sono limitati. Le notizie in breve raccontano solo una piccola parte della verità. Per comprendere davvero quello che sta avvenendo devi essere qua, anche solo per qualche ora. Ascoltare il rombo degli aerei sulla tua testa. Tremare per ogni esplosione e soffocare per la polvere densa e il fumo. Solo allora capirai che la sofferenza è più pesante di quanto il linguaggio possa tollerare. Qui a Gaza persino il silenzio grida.”

Due giorni fa un ragazzo e una ragazza sono stati visti in strada sotto la finestra di Fedaa Zeyad che, secondo la sua pagina Facebook, ha studiato letteratura e critica letteraria all’università Al-Azhar. A quanto pare i genitori dei ragazzi avevano chiesto loro di tenere d’occhio le loro cose mentre andavano a cercare un luogo dove sistemarsi per la strada.

Immagino che fossero persone fuggite dalle proprie abitazioni dopo aver ricevuto ordini telefonici registrati dell’esercito che intimavano di andarsene prima che le case venissero bombardate.

[Questa testimonianza di Zeyad, così come quella succitata di Anees Ghanima, è stata tradotta in ebraico da Tamar Goldschmidt e postata sulla sua pagina Facebook, come lei ha fatto con molte decine di post di palestinesi nel corso degli anni.]

Ecco come Zeyad lo racconta, parafrasato dall’originale:

“Mentre spostava i loro averi la madre ha detto: ‘Non preoccuparti, Fatima…’ e il padre a sua volta: ‘Fai il bravo, Hussein, finché non ritorno!’ Volevo allontanarmi dalla finestra, ma temevo che avrebbero avuto paura. Ogni volta che la ragazza diventava inquieta e cercava di vedere se i suoi genitori stavano tornando, il ragazzo le diceva: ‘Stai qui, tra poco bombaranno.’

In strada, sull’altro marciapiede, un’altra famiglia si era sistemata appendendo una tenda di tessuto su un’auto. Si poteva sentire una ragazza gridare: ‘Hai dimenticato le scarpe! Quelle bianche erano dietro la porta della camera da letto.’

‘Adesso vai a dormire e te le porterò domani, se non bombardano,’ ha promesso sua madre. L’aereo è riapparso sulla città rombando terrorizzante sopra il respiro dei due ragazzini, Fatima e Hussein.

Fatima ha chiesto: ‘Ci vorrà molto?’ E Hussein ha risposto: ‘Guarda che bella giornata!’, perché si era alzata una fresca brezza.

Tutti si sono tranquillizzati, salvo che per l’aereo, che rombava terrorizzante accanto alle teste dei ragazzini, alla mia testa, a quella della ragazza in attesa che il giorno dopo non cadessero bombe per non perdere le sue scarpe, alla testa della città che ora giace più vicina al suolo.

L’aereo ha divorato persino la brezza che per breve tempo aveva placato la paura di Fatima.

Questo è il destino di molte famiglie che dopo l’ordine di evacuazione sono uscite alla ricerca di un riparo. In strada.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




A Gaza la medicina si reinventa di continuo

Donya Abu Sitta

6 settembre 2025 – Al Jazeera

Come studenti di medicina a Gaza ci viene insegnato come salvare vite umane a mani nude e come prendere decisioni impossibili.

Studiare medicina era il mio sogno d’infanzia. Volevo diventare un medico per aiutare le persone. Non avrei mai immaginato di studiare medicina non in un’università, ma in un ospedale; non sui libri di testo, ma sulla base dell’esperienza diretta.

L’anno scorso, dopo aver conseguito la laurea triennale in inglese, ho deciso di iscrivermi alla facoltà di medicina dell’Università di al-Azhar. Ho iniziato gli studi a fine giugno. Dal momento che le università di Gaza sono state tutte distrutte noi studenti siamo costretti a seguire le lezioni sui nostri cellulari e a leggere i testi di medicina alla luce delle loro torce.

Parte della nostra formazione consiste nel ricevere lezioni da studenti di medicina più anziani, costretti a iniziare la pratica anzitempo a causa del genocidio.

La mia prima lezione di questo tipo è stata tenuta da uno studente di medicina del quinto anno, il Dott. Khaled, all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir el-Balah.

Al-Aqsa non assomiglia per niente a un ospedale normale. Non ci sono ampie stanze bianche né privacy per i pazienti. Il corridoio è la stanza, i pazienti giacciono sui letti o sul pavimento e i loro lamenti riecheggiano in tutto l’edificio.

A causa del sovraffollamento dobbiamo seguire le lezioni in un caravan nel cortile dell’ospedale.

“Vi insegnerò quello che ho imparato non da lezioni”, ha esordito il Dott. Khaled, “ma da circostanze in cui la medicina era [qualcosa] che bisognava reinventare di continuo”.

Ha iniziato dalle basi: controllare la respirazione, aprire le vie aeree ed eseguire la rianimazione cardiopolmonare (RCP). Ma presto, la lezione si è spostata su qualcosa che nessun normale programma di studi contempla: come salvare una vita senza nulla a disposizione.

Il dottor Khaled ci ha raccontato un caso recente: un giovane uomo è stato estratto da sotto le macerie con le gambe frantumate e la testa sanguinante. Il protocollo standard prevede l’immobilizzazione del collo con uno stabilizzatore prima di spostare il paziente.

Ma non c’era nessuno stabilizzatore. Nessuna stecca. Niente di niente.

Così il dottor Khaled ha fatto ciò che nessun manuale di medicina avrebbe mai insegnato: si è seduto a terra, ha accolto la testa delluomo tra le ginocchia e la ha tenuta perfettamente ferma per venti minuti, finché non è arrivata lattrezzatura.

“Quel giorno”, ha detto, “non ero uno studente. Ero il tutore. Ero lo strumento.”

Mentre il medico supervisore preparava la sala operatoria il dottor Khaled non si è mosso, nemmeno quando i muscoli hanno iniziato a fargli male, perché era l’unica cosa che poteva fare per prevenire ulteriori lesioni.

Questo non è stato il solo racconto del dottor Khaled sulle soluzioni mediche improvvisate. Uno in particolare è stato straziante da ascoltare.

Una donna sulla trentina era stata portata in ospedale con una profonda lesione pelvica. La sua carne era lacerata. Aveva bisogno di un intervento chirurgico urgente. Ma prima, la ferita doveva essere sterilizzata.

Non c’era Betadine. Niente alcol. Niente strumenti puliti. Solo cloro.

, cloro. La stessa sostanza chimica che brucia la pelle e irrita gli occhi.

Era priva di sensi. Non c’erano alternative. Le hanno versato il cloro sulla ferita.

Il dottor Khaled ci raccontava questa storia con una voce tremante per il senso di colpa.

“Abbiamo usato il cloro”, ha detto, senza guardarci. “Non per incompetenza, ma perché non c’era altro.”

Siamo rimasti scioccati da ciò che abbiamo sentito, ma forse non sorpresi. Molti di noi avevano sentito racconti su misure disperate che i medici di Gaza avevano dovuto adottare. Molti di noi avevano visto il video straziante del dottor Hani Bseiso che operava la nipote su un tavolo da pranzo.

L’anno scorso il dottor Hani, chirurgo ortopedico dell’al-Shifa Medical Complex, si è trovato in una situazione impossibile quando la nipote diciassettenne, Ahed, è rimasta ferita in un attacco aereo israeliano. Erano rimasti intrappolati nel loro condominio a Gaza City, impossibilitati a muoversi, poiché l’esercito israeliano aveva assediato la zona.

La gamba di Ahed era irreparabilmente mutilata e sanguinava. Il dottor Hani non aveva molta scelta.

Non c’erano anestetici né strumenti chirurgici. Solo un coltello da cucina, una pentola con un po’ d’acqua e un sacchetto di plastica.

Ahed giaceva sul tavolo da pranzo, pallida in viso e con gli occhi socchiusi, mentre suo zio con gli occhi pieni di lacrime si preparava ad amputarle la gamba. Il momento è stato ripreso in video.

“Guardate”, ha gridato con la voce rotta, “le sto amputando la gamba senza anestesia! Dov’è la pietà? Dov’è l’umanità?”

É intervenuto rapidamente, con le mani tremanti ma precise, la sua formazione chirurgica si scontrava con il crudo orrore del momento.

Questa scena si è ripetuta innumerevoli volte in tutta Gaza, poiché persino i bambini piccoli hanno dovuto subire amputazioni senza anestesia. E noi, come studenti di medicina, stiamo imparando che questa potrebbe essere la nostra realtà; che anche noi potremmo dover operare un parente o un bambino mentre osserviamo e ascoltiamo il loro dolore insopportabile.

Ma forse la lezione più dolorosa che stiamo imparando è quella sui momenti in cui non è possibile intervenire, quando le ferite sono irreparabili e le risorse devono essere spese per coloro che hanno ancora una possibilità di sopravvivenza. In altri Paesi questa è una discussione etica teorica. Qui, è una decisione che dobbiamo imparare a prendere perché potremmo presto doverla assumere personalmente.

Il Dott. Khaled ci ha detto: “Alla facoltà di medicina insegnano che ogni vita va salvata. A Gaza si impara che non è possibile, e bisogna convivere con questa realtà“.

Questo è ciò che significa essere un medico a Gaza oggi: portare il peso disumano di sapere che non puoi salvare tutti e andare avanti; sviluppare un livello sovrumano di resistenza emotiva per assorbire una perdita dopo l’altra senza crollare e senza perdere la propria umanità.

Queste persone continuano a curare e insegnare, anche quando sono esauste, anche quando muoiono di fame.

Un giorno, a metà di una lezione sul trauma, il nostro istruttore, il Dott. Ahmad, si è interrotto a metà della frase, si è appoggiato al tavolo e si è seduto. Ha sussurrato: “Ho solo bisogno di un minuto. Ho un calo di zucchero”.

Sapevamo tutti che non mangiava dal giorno prima. La guerra non sta solo esaurendo le medicine, ma sta consumando i corpi e le menti di coloro che cercano di curare gli altri. E noi studenti stiamo imparando in tempo reale che la medicina qui non riguarda solo conoscenze e competenze. Si tratta di sopravvivere abbastanza a lungo da poterle usare.

Essere un medico a Gaza significa reinventare la medicina ogni giorno con ciò che si ha a disposizione, curare senza strumenti, rianimare senza attrezzature e medicare con il proprio corpo.

Non è solo una crisi di risorse. È una prova morale.

E in questa prova le ferite sono profonde: nella carne, nella dignità, nella speranza stessa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Donya Abu Sitta è una redattrice di contenuti, traduttrice e insegnante di inglese. Ha iniziato a studiare medicina da poco. Ha svolto attività di volontariato come traduttrice e scrittrice per l’Hult Prize, lo Youth Innovation Hub, Science Tone, Eat Sulas e Electronic Intifada.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’esercito israeliano ferisce 24 palestinesi durante il più grave attacco a Ramallah degli ultimi anni

Qassam Muaddi

26 agosto 2025 Mondoweiss

L’esercito israeliano ha effettuato una delle più massicce incursioni degli ultimi anni nel centro della città di Ramallah, sparando ai civili con gas lacrimogeni, granate stordenti e vere munizioni

Martedì le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui un bambino di 12 anni e un anziano di 71, nel più grande raid degli ultimi anni sulla città di Ramallah. Intorno alle 12:00 ora locale, veicoli blindati israeliani sono entrati nel centro della città in Cisgiordania e hanno sparato proiettili veri, granate stordenti e gas lacrimogeni nell’affollato centro cittadino delle ore di punta. Le forze israeliane hanno fatto irruzione in un’importante società di cambio valuta e nella sede centrale della Arab Bank nella centrale piazza Manara.

Il raid è durato tre ore e mezza, durante le quali i soldati israeliani hanno appostato cecchini sui tetti della zona mentre veicoli blindati israeliani bloccavano il centro città e continuavano a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri contro i giovani che lanciavano pietre contro le forze israeliane.

Secondo fonti locali i gas lacrimogeni e le granate stordenti sono stati lanciati contro diverse attività commerciali locali tra cui un barbiere, una popolare caffetteria, il mercato ortofrutticolo e diversi altri negozi.

Testimoni oculari nel centro città hanno riferito a Mondoweiss che l’esercito israeliano ha confiscato ingenti somme di denaro contante all’ufficio di cambio valuta di Ajjouli.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato in un comunicato che le forze israeliane hanno impedito alle sue ambulanze di raggiungere almeno un palestinese ferito vicino al mercato ortofrutticolo.

“Abbiamo tutti pensato a Gaza”

“Ero seduto in un bar che guarda la Piazza dei Leoni [nome popolare della piazza Manara per via della sua fontana con cinque statue di leoni, ndt.] quando all’improvviso ho sentito una forte esplosione”, ha raccontato a Mondoweiss un testimone oculare che ha chiesto di rimanere anonimo. “La gente nel bar si è precipitata alle finestre per vedere cosa stesse succedendo, poi ha iniziato ad allontanarsi perché il proprietario diceva che l’esercito di occupazione stava facendo irruzione a Ramallah. Poi ho visto un veicolo blindato parcheggiato proprio accanto all’ingresso dell’Arab Bank, con diversi soldati in piedi vicino alla porta e un altro soldato appollaiato sul balcone proprio sopra la banca. Stava puntando il fucile verso la piazza.”

“I giovani si radunavano dietro gli angoli, lanciando a turno pietre contro le forze di occupazione che sparavano gas lacrimogeni in tutte le direzioni, e poi ho iniziato a sentire odore di gas lacrimogeni all’interno del bar e la gente all’interno ha iniziato a tossire nonostante i dipendenti avessero chiuso tutte le finestre”, ha aggiunto il testimone oculare.

Un’altra testimone oculare ha raccontato a Mondoweiss che stava andando in università quando è iniziato il raid. “Mi sono fermata in un negozio di cosmetici in piazza Yasser Arafat, proprio accanto al centro città, quando improvvisamente ho visto gente correre via e ho sentito esplosioni di quelle che in seguito ho capito essere granate assordanti”, ha detto. “La gente ha iniziato a correre nei negozi per ripararsi, e ci siamo ritrovati in 13 persone – uomini, donne e due bambini – dentro il negozio di cosmetici”.

“Una soldatessa è arrivata e si è fermata per un po’ davanti al negozio, poi se n’è andata e poco dopo dei giovani si sono radunati nello stesso punto e hanno iniziato a lanciare pietre contro i soldati di occupazione”, ha ricordato la testimone, raccontando di aver visto un giovane colpito a una gamba. “Si teneva la gamba che sanguinava, finché degli altri non lo hanno portato via su un’ambulanza”.

La testimone ha riferito che, dopo tre ore, i palestinesi rifugiati nel negozio avevano fame. “Una bambina ha tirato fuori dei datteri e li ha fatti passare, ma non erano sufficienti per tutti, così li abbiamo divisi, e poi una donna anziana ha detto: ‘Che Dio aiuti la gente di Gaza’. Stavamo tutti pensando alla carestia nella Striscia”, ha aggiunto.

Le adiacenti città gemelle di Ramallah e al-Bireh ospitano la sede centrale dell’Autorità Nazionale Palestinese e i ministeri e le agenzie del governo palestinese. Entrambe le città sono state oggetto di raid israeliani più volte dall’ottobre 2023, e le forze israeliane hanno sistematicamente effettuato incursioni negli uffici di cambio valuta durante ogni raid. Nel dicembre 2023 le forze israeliane hanno lanciato un raid su larga scala uccidendo un palestinese di 23 anni e confiscando 2,8 milioni di dollari da diversi uffici di cambio valuta.

Nel maggio 2024 durante un raid mattutino le forze israeliane hanno lanciato grandi quantità di gas lacrimogeni nel mercato ortofrutticolo di Ramallah, provocando un vasto incendio tra le bancarelle del mercato che si è esteso a un edificio commerciale adiacente e ha distrutto almeno 80 piccole attività commerciali.

Sebbene Ramallah e al-Bireh siano classificate come Area A secondo gli accordi di Oslo – che dovrebbero essere sotto il totale controllo di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese – le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni in diversi quartieri di entrambe le città nell’ambito delle loro campagne di arresti notturni in Cisgiordania. Tuttavia le incursioni diurne in queste città erano diventate meno comuni dopo la fine della Seconda Intifada nel 2006. Le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni anche in altre città designate come Area A quali Nablus, Jenin, Hebron e Betlemme.

La governatrice dell’Autorità Nazionale Palestinese per l’area di Ramallah e al-Bireh, Leila Ghannam, ha descritto l’incursione come “terrorismo di Stato organizzato”. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che sette dei feriti sono stati colpiti da proiettili veri e quattro da proiettili rivestiti di gomma, mentre tre sono stati feriti da schegge e dieci hanno sofferto di asfissia a causa dei gas lacrimogeni. Secondo il ministero della Salute palestinese, dall’ottobre 2023 le forze armate e i coloni israeliani hanno ucciso 1.016 palestinesi in Cisgiordania, mentre nello stesso periodo vi sono stati arrestati oltre 10.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Troppo affamato per pensare, troppo debole per stare seduto dritto. La concentrazione scivola via”: la vita di un docente universitario a Gaza

Ahmed Kamal Junina,

19 agosto 2025, The Guardian

È difficile tenere la mente lucida quando il corpo è gracile e disidratato, ma la solidarietà è insegnare agli studenti affamati che i loro pensieri continuano a essere importanti.

Devo ammetterlo: scrivo questo testo mentre sto morendo di fame, troppo affamato per pensare con lucidità, troppo debole per stare seduto a lungo senza afflosciarmi. Non me ne vergogno perché l’inedia mi è inflitta deliberatamente. Rifiuto la fame che provo anche mentre mi sta consumando. Non posso sopravvivere in altro modo.

Dal 2 marzo 2025 Israele ha imposto il blocco totale a Gaza. Gli aiuti che riescono a entrare o a essere distribuiti, cibo, medicine, carburante, sono pochissimi. I mercati sono vuoti e i panifici, le mense comunitarie e le stazioni di rifornimento sono chiuse.

Il 27 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato 74 decessi per “malnutrizione” a Gaza quest’anno, 63 dei quali a luglio. Tra i morti ci sono 25 bambini, di cui 24 sotto i cinque anni. La fame sta dilagando in modo incontrollabile, quasi impossibile da fermare.

Un rigagnolo di aiuti è stato lanciato dal cielo. L’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere ha chiamato questi lanci “notoriamente inefficaci e pericolosi”. I punti di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta dagli Stati Uniti e da Israele, sono stati denunciati come “trappole mortali”, e l’ONU ha avvertito che si tratta di un sistema che viola i principi umanitari ed è costato più vite di quante ne abbia salvato.

La carestia non è più una minaccia, è già qui. Alcuni giorni ho i crampi per la fame mentre provo a rivedere anche un solo paragrafo. Le mie dita sono secche e doloranti, inaridite dalla mancanza di liquidi. La fame è assordante. Leggo, ma la fame mi urla nelle orecchie. Scrivo, ma la fame mi azzanna lo stomaco ad ogni tasto che batto.

E quando cerco di calmarmi, di pensare ai modesti piaceri della quiete ronzante dei droni, la mia mente vaga: in quale tana di coniglio sarei precipitato se fossi in una biblioteca? Cosa non farei per un caffè tra un articolo e l’altro. Per un panino tra una frase e l’altra. Per uno spuntino mentre sfoglio pigramente l’ultimo numero di TESOL Quarterly [rivista di didattica della lingua inglese, N.d.T.].

Mi chiedo: come posso tenere la mente lucida quando il mio corpo è diventato così magro e disidratato?

La fame inizia con un brontolio e si diffonde rapidamente. Le gambe mi sorreggono a malapena mentre cerco di raggiungere l’Internet cafè più vicino. Una volta lì, cerco di stare al passo con il lavoro e gli impegni, ricaricare i miei dispositivi elettronici e collegarmi brevemente con il mondo esterno. Ma con una pesante borsa per il computer in spalla non mi sembra di fare una breve camminata ma un viaggio attraverso il deserto.

Alcuni giorni la sopravvivenza dipende da una singola bustina di Plumpy’Nut, una pasta nutritiva a base di arachidi che di solito viene distribuita gratuitamente nelle zone colpite dalla carestia, ma che qui è venduto a circa 3 dollari e mezzo, un prezzo che molti non possono più permettersi. Chi è più fortunato può riuscire a comprare alcuni biscotti arricchiti di vitamine a prezzi esorbitanti.

Ma il problema non è solo pagare per mangiare. È prima di tutto avere accesso ai soldi. Dato che tutte le banche di Gaza sono danneggiate e non esiste più nessun bancomat funzionante, i contanti sono diventati sia scarsi che necessari. I pagamenti elettronici non sono comuni qui, tutti gli acquisti si fanno in contanti.

Dopo quasi due anni di guerra le banconote sono strappate e logore, e spesso i negozi non le accettano. Prelevare denaro dal proprio conto può significare essere taglieggiati, perché il cambio di valuta informale al di fuori dei consueti canali bancari può costare fino al 50% di commissioni.

Tutto ciò è in netto contrasto con lo spirito di Gaza, nota per la sua generosità, in cui i vicini si si sono sempre presi cura l’uno dell’altro e dove, come molti di noi ricordano, non è mai successo che qualcuno andasse a letto affamato se qualcun altro aveva cibo da condividere.

Questo spirito non è scomparso. Le persone condividono ancora qual poco che hanno. Ma la carenza di mezzi di sostentamento ha raggiunto livelli così elevati che anche le mani più generose sono spesso vuote. Le famiglie vanno a letto affamate e si svegliano affamate.

Un giorno in particolare avevo lavorato senza fermarmi, resistendo all’annebbiamento mentale e alla spossatezza. Quando sono riuscito a raggiungere le scale del mio appartamento mi reggevo a malapena in piedi. Il livello di zuccheri nel sangue era precipitato. Sono crollato nel momento in cui sono arrivato in camera da letto. Mi hanno portato d’urgenza dal medico più vicino che mi ha somministrato una flebo per stabilizzarmi.

La mattina seguente ero di nuovo al lavoro. Non perché stessi meglio, ma perché sentivo che non potevo permettermi di fermarmi. Dovevo condurre e trascrivere delle interviste, assistere degli studenti, inviare dei messaggi. La necessità di portare testimonianza era più forte del bisogno di riposarmi.

Non è questione di ego, ma di rifiutarsi di scomparire. Di resistere alla lenta cancellazione portata dalla guerra e dalla carestia. Di continuare a credere che i nostri pensieri e il nostro lavoro continuano, anche quando devono avvenire tra le macerie. A Gaza, essere un accademico oggi significa rifiutare di essere ridotto a una statistica.

Ci sono giorni in cui andare avanti sembra impossibile. Il corpo semplicemente si rifiuta. Leggere mi dà le vertigini. La concentrazione scivola via. Insegnare diventa una battaglia per dire cose che abbiano un qualche senso.

E oltre al logorio fisico c’è un’altra erosione: quella dell’identità. Come studiosi e persone di cultura ci è richiesto di stimolare il pensiero libero e non dogmatico nei nostri studenti, ma quando la realtà di tutti i giorni è la fame, il dolore e il trasferimento forzato, iniziamo a chiederci se ancora siamo in grado di adempiere a questo compito.

Cosa significa essere uno studioso quando vengono meno le condizioni richieste per pensare, insegnare e creare? Cosa significa libertà accademica quando la libertà intellettuale, politica e pedagogica è limitata dall’assedio? Cosa significa aiutare i giovani a sviluppare il pensiero critico quando noi stessi dobbiamo lottare per reggerci in piedi? Sono questioni che si pongono non come preoccupazioni astratte ma come tensioni vissute. Ma dobbiamo andare avanti, perché fermarci vorrebbe dire rinunciare al poco che ancora siamo in grado di fare.

Mi trovo spesso a dover fare una scelta difficile in classe: evitare di discutere della crisi, per timore di traumatizzare nuovamente i miei studenti, o prenderla di petto, per aprire uno spazio di riflessione collettiva. Sono entrambi percorsi erti di insidie, ma animati dalla stessa speranza: che l’istruzione serva non solo a informare ma anche a liberare, aiutando gli studenti a credere che le loro voci hanno ancora valore.

Il lavoro continua. Progetti di ricerca, verifiche dello stato di avanzamento, seminari online, lezioni registrate, corsi di aggiornamento, anche se spesso si devono sospendere. Questa è la nostra realtà. Eppure, continuiamo a esserci, ad andare a lezione, a scrivere progetti, a fare conferenze, a partecipare a convegni, a pubblicare. Non perché siamo forti o coraggiosi, ma perché crediamo al potere trasformativo dell’istruzione. E perché fermarsi vorrebbe dire arrendersi al silenzio.

Tuttavia, la verità più elementare rimane difficile da dire a voce alta: abbiamo fame. Non per un caso fortuito, ma premeditatamente. Da quand’è che non si può più chiamare una cosa con il proprio nome? Da giorni le lenticchie spezzate sono il mio unico pasto. Trovare farina è una caccia al tesoro.

E se riusciamo a trovare gli ingredienti, cuocere il pane in un forno all’aperto è estenuante, sia fisicamente che emotivamente. Bruciamo il legno dei mobili rotti per fare il pane. Usiamo i quaderni degli appunti e la carta da riciclo come combustibile, oppure dobbiamo comprare la legna solo per terminare la cottura. Non si tratta solo di fame, ma di essere costretti a lottare per sopravvivere in silenzio.

Accendere un fuoco è una sfida formidabile. Non ci sono più fiammiferi. È quasi impossibile sostituire gli accendini, e quando se ne trova uno può avere un prezzo proibitivo.

Chi ancora ha un accendino funzionante lo ricarica con cura con piccoli quantitativi di gas. In molti casi i vicini condividono un’unica fiamma, che passa di famiglia in famiglia, un atto tranquillo di solidarietà e di spirito di resistenza.

E quindi continuiamo a documentare. Non per eroismo, ma per rimanere presenti. Perché dietro ogni relazione, ogni nota a piè di pagina, ogni lezione c’è una verità più profonda: a Gaza si produce ancora conoscenza. Persino ora. Soprattutto ora.

Cosa significa la solidarietà quando alcuni di noi devono pensare, insegnare e lavorare mentre muoiono di fame? Cosa significa inclusione quando l’accesso al cibo, all’acqua e alla sicurezza determina chi può partecipare?

Questo non è un appello alla carità. È un invito di affrontare una verità scomoda: la solidarietà non significa nulla se non nomina e chiama in causa i sistemi che escludono le persone mentre lottano per sopravvivere sotto assedio, occupazione e privazioni intenzionali.

La vera solidarietà significa porre delle domande difficili: chi può parlare? Chi può essere ascoltato? Chi può continuare a imparare e a immaginare un futuro quando cadono le bombe e la fame morde?

La solidarietà significa cambiare il modo in cui il mondo lavora con chi sta affrontando una crisi: adattare le scadenze, esentare dai pagamenti, aprire l’accesso a libri e riviste, e dare spazio alle voci provenienti da Gaza e oltre, non come vittime ma come partner alla pari. Significa comprendere che il dolore, la fame e le infrastrutture distrutte non sono “disagi” sul lavoro, sono le nostre attuali condizioni di vita.

Produrre conoscenza in un contesto di carestia significa riflettere attraverso il dolore. Insegnare a studenti che non hanno mangiato e dire loro che la loro voce conta. Continuare a dire che, contro ogni previsione, Gaza pensa ancora, si interroga ancora, crea ancora.

Questo, di per sé, è un atto di resistenza.

  • Ahmed Kamal Junina è professore associato di linguistica applicata e direttore del dipartimento di lingua inglese all’università Al-Aqsa di Gaza, e membro del Centro per la ricerca comparativa e internazionale nell’istruzione dell’Università di Bristol.

[traduzione di Federico Zanettin]




Escrementi di soldati israeliani nelle pentole: quando l’IDF si è impossessato di centinaia di case in Cisgiordania

Amira Hass

28 luglio 2025 – Haaretz

Durante la guerra di Israele con l’Iran l’esercito ha occupato circa 250 case ed appartamenti in tutta la Cisgiordania, convertendoli in basi improvvisate e centri di interrogatori. Quando i soldati se ne sono andati gli abitanti sono tornati nelle case ridotte nel caos

Porte scardinate, armadi rotti, scaffali ribaltati col loro contenuto sparso sul pavimento, bagni sudici, serbatoi rotti, mucchi di vestiti e materassi in disordine e coperte imbrattate di feci – è questo lo scenario che ha accolto la famiglia Amouri quando è tornata nella sua casa a Balata, il più grande campo profughi della Cisgiordania. Erano stati costretti ad andarsene dopo che soldati israeliani avevano trasformato casa loro in una base temporanea.

Ho dovuto far andare la lavatrice per 24 ore consecutive”, afferma Dalal Amouri, la madre della famiglia. “Ho dovuto buttar via alcuni vestiti, erano troppo sporchi. Abbiamo trovato della carne presa dal freezer e buttata sul pavimento. Il bagno era così sporco che non potevamo nemmeno entrarci.”

La loro casa non era l’unica in quelle condizioni. Nelle ultime due settimane di giugno, durante la guerra Israele-Iran, l’esercito ha occupato circa 250 case e appartamenti nei campi profughi, nei villaggi e in alcuni quartieri delle città in tutta la Cisgiordania. In queste case abitano almeno 1.350 persone. La maggior parte di loro sono state scacciate, di solito in piena notte. In alcuni casi l’esercito è rimasto nelle case solo per qualche ora; nella maggior parte dei casi l’occupazione è durata ovunque dai due agli 11 giorni.

In questi periodi i soldati hanno condotto brevi incursioni nelle case vicine. Interi villaggi o specifici quartieri al loro interno sono stati sottoposti a coprifuoco o a severe restrizioni di movimento.

Solo poche delle case occupate erano vuote. In alcuni casi le famiglie sono state confinate in una sola stanza mentre soldati armati controllavano la porta. Più spesso gli abitanti sono stati costretti ad andarsene tutti e l’esercito ha usato le case come basi e, in molti casi, come centri di detenzione e interrogatorio per decine di uomini.

I soldati hanno strappato strisce di vestiti per usarle per bendare i detenuti”, dice Subhiya Hamadeh, anche lei abitante di Balata. Uno dei suoi vicini, che è stato arrestato, le ha detto di essere stato chiuso in una toilette con altre sei o sette persone per due o tre ore prima di essere interrogato e rilasciato.

L’esercito israeliano da lungo tempo è solito convertire le case in postazioni militari, avamposti e postazioni di cecchini. Ma l’occupazione di un così gran numero di case simultaneamente in così tante zone della Cisgiordania è un fatto senza precedenti. Secondo un rapporto preliminare dell’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) e informazioni ottenute da Haaretz, la maggior parte delle case coinvolte, circa 150, si trovavano in cittadine e villaggi del distretto di Jenin e circa 800 persone hanno dovuto abbandonarle.

In base allo stesso rapporto a Hebron, compresa l’area H2 (sotto totale controllo israeliano), l’esercito ha occupato almeno 25 unità residenziali e il tetto di una scuola. In quelle proprietà vivevano circa 300 persone.

In ciascuna casa occupata si sono posizionati decine di soldati. Secondo testimonianze raccolte dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, da ricercatori dell’ONU e da Haaretz, le famiglie che sono tornate a casa hanno trovato i loro effetti personali rotti, i mobili rovesciati o distrutti e le porte scardinate. Materassi, lenzuola e coperte erano stati usati o insudiciati. Alcuni hanno raccontato che prodotti per l’igiene e cibo sono stati consumati o danneggiati.

Alcune famiglie hanno riferito che la loro riserva di acqua era stata completamente consumata. A causa delle quote di acqua imposte da Israele, le municipalità e le compagnie palestinesi le forniscono ai quartieri a rotazione e le famiglie le immagazzinano in taniche sul tetto. Ad altezze maggiori o nei mesi estivi spesso le famiglie devono comprare l’acqua dalle cisterne a un prezzo tre volte superiore a quello comunale. “Non abbiamo trovato neanche una goccia d’acqua nelle nostre taniche sul tetto”, afferma Dalal Amouri.

La famiglia Amouri ha documentato tutto al momento del suo ritorno: “Abbiamo saputo dai vicini che quando sono andati via, la notte del 19 giugno, i soldati hanno dato fuoco alla loro immondizia proprio fuori alla nostra porta d’ingresso”, dice Ahmed, il figlio di Dalal. “Se le squadre di difesa civile (i vigili del fuoco) non fossero arrivate in fretta l’intera casa sarebbe bruciata.”

All’interno la famiglia ha scoperto una decina di ventilatori elettrici che i soldati avevano raccolto dalle case dei vicini. Quando Ahmed li ha riportati ai loro proprietari un vicino gli ha riferito che un soldato aveva detto: ‘Avete l’aria condizionata, non avete bisogno dei ventilatori.’”

Il figlio di Ahmed, di due anni, ha visto i soldati ed è scoppiato a piangere, chiedendo di giocare con uno dei loro fucili. “Tutti i nostri figli sanno che cosa sono le armi,” afferma Ahmed. Sua madre aggiunge: “La prima parola che dicono i nostri bambini è ‘takh’, sparare. Eravamo abituati a conoscere gli ebrei e volevamo vivere con loro. Ma i piccolini? Loro conoscono solo quelli che sparano.”

Come altre, anche la famiglia Amouri riferisce che mancavano oggetti di valore: due anelli d’oro, sei orologi costosi (i più economici li hanno trovati buttati a terra), pietre preziose, una penna d’oro e dei profumi.

In alcune case con contatori elettrici prepagati, una volta esaurito il credito i soldati pare abbiano chiamato le famiglie sfollate chiedendo loro di ricaricare da remoto il conto in modo che i soldati potessero continuare ad usare l’elettricità.

Diversi testimoni hanno descritto scene di immondizia e sudiciume abbandonati – compresi escrementi dentro a pentole e sulle coperte e bottiglie piene di urina sul pavimento. I palestinesi (e chi scrive questo articolo) hanno riscontrato per la prima volta queste pratiche durante la seconda Intifada in Cisgiordania e nuovamente durante la guerra del 2009 a Gaza.

In ogni casa le famiglie hanno impiegato giorni per pulire e rimuovere i rifiuti dopo che i soldati se ne sono andati. Come gli Amouri, altre famiglie hanno riferito di furti di denaro, gioielli e oggetti personali.

Una bandiera israeliana su un cavo elettrico”

La ricerca di Haaretz ha scoperto che le prime case occupate dall’esercito israeliano durante l’operazione di giugno erano nel villeggio di Nazlet Zeid, parte del governatorato di Jenin. Nel pomeriggio di venerdì 13 giugno le jeep dell’esercito sono entrate nel villaggio e i soldati hanno ordinato agli abitanti di due ville di evacuare “entro dieci minuti”.

Secondo il consiglio del villaggio i soldati sono rimasti 11 giorni, durante i quali il villaggio è stato sotto coprifuoco. Secondo i dati del Dipartimento Affari Negoziali (NAD) dell’OLP a Zeita, parte del governatorato di Tulkarem, i soldati sono restati in tre case per 10 giorni, fino al 24 giugno. Nella cittadina di Ya’bad tra il 24 e il 25 giugno tre case sono state trasformate in postazioni militari, mentre i soldati hanno fatto irruzione in 113 case durante un coprifuoco imposto sulla cittadina.

In base ai dati di B’Tselem e dei Comitati di Servizi Popolari dei campi (PSC) nei campi profughi di New Askar e Balata, nell’area di Nablus, l’esercito ha occupato almeno 24 case. Il 16 giugno alle 2 di notte massicce forze militari sono entrate a New Askar, che ospita circa 6.500 abitanti. Membri dei PSC hanno riferito a Haaretz che i soldati sono arrivati a piedi dalla direzione della colonia Elon Moreh ad est, mentre altri sono entrati su veicoli attraverso i due principali ingressi del campo.

Oltre a sette appartamenti residenziali l’esercito ha occupato anche un edificio pubblico che ospita gli uffici dei PSC.

Abbiamo saputo dai vicini che i soldati erano nell’edificio ed hanno anche issato una bandiera israeliana su uno dei cavi elettrici”, ha detto Talal Abu Kishek. Quando due giorni dopo i soldati sono andati via si sono lasciati dietro “incredibili quantità di immondizia. Sudiciume dovunque”, afferma.

Il suo collega Mohammed Abu Kishek aggiunge: “Evidentemente i soldati hanno utilizzato tutto ciò che potevano per sedersi o sdraiarsi, anche le barelle che tenevamo di scorta. Tre porte sono state scardinate e tutti i nostri documenti sparpagliati. Ci è voluta una settimana per riorganizzare tutto.”

Durante quei due giorni i soldati hanno fatto irruzione in circa 100 case del campo.

Nella casa di Khadijah e A’atef Kharoushi, a New Askar, 12 membri di una famiglia vivono sotto lo stesso tetto. Secondo Khadijah “i soldati sono arrivati appena prima della chiamata per la preghiera del mattino. Ci hanno buttati fuori casa. Siamo andati dai vicini, ma i soldati non ci hanno lasciati stare neanche là.”

Allora hanno chiesto che suo marito telefonasse al loro figlio, che abita a Nablus, dicendogli di venire subito. È arrivato con sua moglie e i loro quattro figli. I soldati hanno interrogato lui, uno dei figli e un altro dei nipoti dei Kharoushi.

Il nipote dice a Haaretz che gli hanno chiesto di qualcuno che era stato ucciso dai soldati. “Dato che non sapevo rispondere il soldato mi ha picchiato”, afferma.

Come ad altre famiglie di Askar, ai Kharoushi è stato ordinato di lasciare il campo.

Siamo tornati solo quando i vicini ci hanno detto che i soldati erano andati via”, dice A’atef, conosciuto anche come Abu al Abed. “Quel che abbiamo dovuto buttar via dalla casa avrebbe potuto riempire un camion intero. Abbiamo anche gettato i materassi che hanno usato. Hanno scardinato tre porte. Hanno usato tutto quel che potevano, in cucina e nel bagno.”

Lui e sua moglie si sono risparmiati le scene del sudiciume: “Mio figlio e i suoi amici sono venuti a pulire prima che ci fosse permesso di rientrare”, racconta.

Si è riscontrata la mancanza di qualche centinaio di shekel e di un cardellino in gabbia – anche se Abu al-Abed si astiene dall’incolpare direttamente i soldati. Tuttavia una cosa che tutti hanno notato è il modo in cui sono stati trattati gli animali di casa. “Si sono presi cura del cavallo, delle colombe e delle galline che teniamo fuori dalla casa,” sostiene. “I vicini li hanno visti uscire a dargli da mangiare.”

Anche Abd al-Rahim Amouri, un ex dipendente dell’ospedale governativo di Nablus, ha notato che i soldati hanno trattato con cura i conigli della sua famiglia, che stavano sul tetto della loro casa a Balata. “Eravamo preoccupati per loro, ma quando siamo tornati abbiamo visto che i soldati gli avevano dato cibo e acqua”, dice.

Il modo in cui i soldati hanno trattato la casa e i suoi abitanti è stata tutt’altra cosa.

Quando la mattina presto del 18 giugno hanno cominciato a colpire e prendere a calci la porta gli sono andato incontro”, ricorda Amouri. “Ho chiesto a loro di entrare con calma. Ho cercato di essere ragionevole, di dialogare. Gli ho persino offerto un caffè.”

Ma i soldati sono entrati in modo aggressivo e hanno iniziato a distruggere gli oggetti della casa.

Forse era la prima volta che facevano una cosa del genere e sentivano di dover dimostrare qualcosa”, dice Amouri, aggiungendo che l’ufficiale responsabile ha cercato di calmare i soldati.

Ha chiesto come stavo. Gli ho detto: ‘Mi avete cacciato da casa mia sia 20 anni fa che 50 anni fa. Avete espulso la mia famiglia 78 anni fa. Come pensi che mi senta?’”

Una delle prime cose che i soldati hanno fatto è stata appendere una bandiera israeliana fuori dalla porta d’ingresso. Suo figlio Ahmed ricorda che cosa è successo dopo: “Ci hanno dato due opzioni: o restare tutti noi 13 chiusi insieme in una stanza per 72 ore oppure lasciare la casa.”

Dove andrò?”

In un’altra casa a Balata di proprietà della famiglia Hamadeh, in cui 17 persone vivono su due piani, i soldati israeliani hanno preso il controllo dell’edificio alle 3 di notte di mercoledì 18 giugno.

Abbiamo sentito suonare il campanello della porta. Ho detto a mio marito che c’era l’esercito. Eravamo appena usciti dalla stanza quando hanno sfondato la porta ed erano già dentro”, racconta Subhiya, in origine Haj Yahya, nativa della città del triangolo [la zona in cui si concentrano i palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] di Taybeh, nella Cisgiordania israeliana, che ha parlato ai soldati in ebraico.

A quanto dice, un soldato ha dato un pugno in faccia a suo marito Ali. Decine di soldati hanno invaso la casa. Alcuni erano mascherati, altri no. “C’era un giovane soldato al piano terra e uno più anziano è salito al secondo piano”, afferma.

Ali, che ha lavorato per 21 anni in una lavanderia a Herzliya [città costiera israeliana, ndt.], capiva tutto quello che dicevano i soldati.

Quando sono entrati si sono rivolti a me dicendo: ‘Ascolta, dovete lasciare la casa.’ Io ho chiesto: ‘Dove dovrei andare?’ Uno di loro ha detto: ‘Andate dove volete, tornate venerdì.’ Io ho detto: ‘Lasciatemi portare qualcosa con me.’ L’ufficiale ha detto: ‘Veloci, veloci, avete due minuti.’ Io ho detto: ‘Che cosa intendete? I bambini sono di sopra’. Lui mi ha detto: ‘Vieni con me dai bambini’.

Quando Ali è andato di sopra alcuni dei figli e dei nipoti dormivano ancora. Afferma di aver visto un ufficiale dare un calcio in testa col piede ad una delle sue nipoti addormentate. Ali ha svegliato con gentilezza i bambini dicendo loro di non aver paura e di portarsi via un cambio di vestiti. Sua moglie, ancora al piano di sotto, li ha sentiti piangere.

Quando la famiglia è uscita nell’oscurità una telecamera di sorveglianza ha filmato il momento: il bagliore dei fari della jeep militare, soldati armati posizionati lungo la stradina accanto a porte di ferro chiuse – e nel centro uno dei figli di Subhiya e Ali con due dei loro nipoti, uno dei quali con un gatto in braccio.

I soldati hanno lasciato la casa giovedì alle 22. La famiglia è tornata il mattino seguente presto, venerdì, dopo aver passato la notte distribuita in tre case vicine fuori dal campo.

Stiamo ancora soffrendo per la presenza dei soldati qui”, ha affermato Ali ad Haaretz due settimane fa. “Ci hanno rubato del cibo. Abbiamo trovato topi in casa. Dopo qualche giorno abbiamo iniziato a sentire prurito. Sono venuti degli operatori dell’UNRWA ed hanno disinfestato le nostre camere da letto.”

Da un armadietto che appartiene alla sorella di Ali, che abita con loro, sono spariti 3.000 shekel [circa 700 euro]. Il denaro era stato messo da parte per un’organizzazione di beneficenza di cui lei fa parte e doveva essere distribuito a persone bisognose. Fortunatamente la famiglia era riuscita a portare con sé i gioielli d’oro quando è stata cacciata.

Quando Haaretz ha chiesto all’esercito quanti edifici e appartamenti sono stati convertiti in basi militari temporanee, il portavoce ha rifiutato di rispondere direttamente. Invece l’ufficio ha rilasciato la seguente dichiarazione:

In accordo con le direttive del comando ed entro i limiti consentiti dalla legge, le forze dell’IDF hanno temporaneamente preso possesso di diverse proprietà, inclusi edifici e case privati, per brevi periodi di tempo. Queste azioni sono state condotte per chiari motivi operativi, seguendo le corrette procedure e con l’approvazione degli ufficiali autorizzati, impegnandosi a ridurre al minimo per quanto possibile la perturbazione della vita quotidiana degli abitanti.

L’IDF non è a conoscenza di denunce di danni alla proprietà, comportamenti anti-igienici, uso improprio di beni privati o danni fisici agli abitanti. Se fossero inoltrate specifiche denunce, comprendenti informazioni dettagliate circa luoghi e tempi, esse verranno accuratamente esaminate. Simili incidenti sono in contraddizione con i valori dell’IDF e, se risultasse che siano avvenuti, saranno trattati con severità.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)