Un contractor statunitense della sicurezza: “Ho visto Israele commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza”

Michael Arria

29 luglio 2025-Mondoweiss

Un contractor della sicurezza statunitense che lavorava per la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza corroborando le denunce palestinesi che durano da mesi secondo cui i siti di distribuzione degli aiuti sono “trappole mortali”.

Un ex contractor della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti gestiti dall’agenzia americana sostenuta da Israele.

In una serie di interviste l’ex dipendente della GHF ed ex- Berretto Verde [membro delle forze speciali dell’esercito USA, ndt.] Anthony Aguilar ha affermato di aver visto soldati israeliani fare uso indiscriminatamente della forza contro i civili in vari siti di distribuzione degli aiuti a Gaza.

“Ad essere sincero direi che sono dei criminali”, ha detto Aguilar. “In tutta la mia carriera non ho mai assistito a un simile livello di brutalità e all’uso di una tale forza indiscriminata e non necessaria contro una popolazione civile, una popolazione disarmata e affamata.”

Ha proseguito: “Fino a Gaza e per mano delle IDF e dei contractor statunitensi non ho mai assistito a una cosa del genere in tutti i luoghi in cui sono stato impegnato in guerra “.

In un’intervista a Democracy Now Aguilar ha affermato che i siti di distribuzione degli aiuti erano “progettati come trappole mortali”.

“Tutti e quattro i siti di distribuzione sono stati intenzionalmente, deliberatamente costruiti, pianificati e realizzati nel mezzo di una zona di combattimento attiva.

“Quei siti sono stati costruiti intenzionalmente in quelle aree. Non è un caso. Ciò, ovvero designare siti di distribuzione umanitaria per assistere una popolazione disarmata e affamata e costruirli deliberatamente in una zona di combattimento attiva di per sé è una violazione dei protocolli della Convenzione di Ginevra”, ha continuato. “È una violazione del diritto umanitario. E, a mio parere, è una violazione dell’umanità in generale”.

In una conversazione con il gruppo israeliano anti-Netanyahu UnXeptable Aguilar ha raccontato la storia di un ragazzo affamato e scalzo che lo ha ringraziato per il cibo prima di essere ucciso dai soldati israeliani.

“Il 28 maggio, al sito di distribuzione sicuro n. 2, questo ragazzo, Amir, si avvicina a me, mi allunga la mano e mi bacia”, ha spiegato Aguilar. “Questo ragazzo non indossa scarpe. I suoi vestiti gli cadono addosso perché è così magro… Non ha un contenitore una scatola, ha mezzo sacco di riso e lenticchie e ci stava ringraziando. Ha camminato per 12 chilometri per arrivare lì… e quando è arrivato ci ha ringraziato per quel poco che aveva ricevuto… mi ha baciato e mi ha detto ‘grazie'”.

“[Amir] è tornato tra la folla, poi è stato colpito con spray al peperoncino, gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili, gli hanno sparato ai piedi e in aria e lui è scappato… e le IDF [esercito israeliano] sparavano sulla folla… Palestinesi, civili, esseri umani, si sono accasciati a terra e Amir è stato uno di loro”, ha continuato. “Amir ha camminato per 12 chilometri per procurarsi del cibo, non ha ottenuto altro che degli avanzi, ci ha ringraziato ed è morto”.

In risposta alle affermazioni di Aguilar la GHF ha rilasciato una dichiarazione in cui insiste sul fatto che queste “non hanno alcun fondamento”.

“Va sottolineato che il signor Aguilar era impiegato come subcontrator ed è stato licenziato più di un mese fa per comportamento inappropriato”, afferma la fondazione. “In seguito al licenziamento abbiamo ricevuto minacce secondo cui, se non fosse stato reintegrato, sarebbero stati presi provvedimenti contro di noi, sollevando dubbi sulle motivazioni alla base delle sue interviste.”

“Abbiamo anche prove che probabilmente ha falsificato documenti e presentato video fuorvianti per promuovere la sua falsa narrazione”, ha aggiunto l’associazione. Tuttavia non ha prodotto alcuna delle presunte prove.

Questa settimana, un gruppo di senatori statunitensi, guidato dal senatore (della minoranza democratica eletto nel Maryland) Chris Van Hollen, ha inviato al Segretario di Stato Marco Rubio una lettera in cui chiede all’amministrazione Trump di interrompere i finanziamenti alla GHF e di riprendere il sostegno al programma di distribuzione alimentare delle Nazioni Unite.

“Confondere i confini tra la distribuzione degli aiuti e le operazioni di sicurezza viola norme consolidate che regolano la distribuzione degli aiuti umanitari sin dalla ratifica delle Convenzioni di Ginevra nel 1949”, si legge nella lettera

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che a Gaza non c’è fame, ma in recenti dichiarazioni ai giornalisti il Presidente Trump ha riconosciuto la gravità della situazione.

“A giudicare dalla televisione, … quei bambini sembrano molto affamati”, ha detto Trump. “Ma stiamo dando un sacco di soldi e cibo, e altre Nazioni stanno intensificando gli aiuti”.

“Alcuni di quei bambini sono… si tratta veramente di denutrizione”, ha aggiunto.

Venerdì della scorsa settimana il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che dalla fine di maggio un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nel tentativo di procurarsi cibo.

“Facciamo videochiamate con i nostri operatori umanitari che stanno morendo di fame davanti ai nostri occhi”, ha detto Guterres. “Continueremo a denunciarlo apertamente in ogni occasione. Ma le parole non sfamano i bambini che muoiono di fame”.

La scorsa settimana, donne palestinesi di Gaza hanno raccontato a Mondoweiss di essere state attirate in un sito della GHF con la promessa di aiuti solo per essere picchiate e fatte segno di colpi d’arma da fuoco, con la conseguente morte di almeno due donne. Le testimonianze di queste donne rispecchiano precedenti episodi in cui la GHF è stata accusata di attirare persone nei suoi punti di distribuzione dove poi le forze israeliane compiono quelli che molti descrivono come “massacri degli aiuti” con il pretesto della distribuzione umanitaria.

Secondo l’Ufficio Stampa governativo di Gaza, da maggio scorso [quando è iniziata l’attività sul campo della GHF, ndt.] il numero di palestinesi colpiti dalle forze israeliane all’interno o nelle vicinanze dei centri di distribuzione della GHF ha superato i 1.000 morti e oltre 6.011 feriti.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Stiamo morendo di fame.

Ruwaida Amer

21 luglio 2025 – +972 Magazine

Il mio corpo cade a pezzi. Mia madre sta crollando per la stanchezza. Mio cugino ogni giorno sfida la morte per un pezzetto di cibo. I bambini di Gaza stanno morendo davanti ai nostri occhi e noi non possiamo aiutarli.

Ho tanta fame.

Non ho mai attribuito a queste parole il significato che hanno per me adesso. Portano con sé una sorta di umiliazione che non riesco a descrivere appieno. Ogni momento mi ritrovo a esprimere un desiderio: se questo fosse solo un incubo. Se potessi svegliarmi e tutto finisse.

Dallo scorso maggio, dopo essere stata costretta a fuggire da casa e a rifugiarmi da alcuni parenti nel campo profughi di Khan Younis, ho sentito tantissime persone intorno a me pronunciare le stesse parole. La fame qui viene percepita come un attacco alla nostra dignità, una crudele contraddizione in un mondo che si vanta di progresso e innovazione.

Ogni mattina ci svegliamo pensando a una cosa sola: come trovare qualcosa da mangiare. Il mio pensiero va subito a nostra madre malata, che ha subito un intervento chirurgico alla colonna vertebrale due settimane fa e ora ha bisogno di nutrimento per riprendersi. Non abbiamo nulla da offrirle.

Poi ci sono i miei nipotini, Rital, 6 anni, e Adam, 4, che chiedono sempre del pane. E noi adulti cerchiamo di resistere alla fame solo per conservare qualche pezzetto di cibo per i bambini e gli anziani.

Da quando all’inizio di marzo Israele ha imposto su Gaza un blocco totale (allentato solo minimamente a fine maggio) non abbiamo più assaggiato carne, uova o pesce. Anzi, siamo rimasti senza quasi l’80% del cibo che mangiavamo prima. Il nostro fisico si sta esaurendo. Ci sentiamo costantemente deboli, confusi e scombussolati. Ci irritiamo con facilità, ma il più delle volte restiamo in silenzio. Parlare consuma troppe energie.

Cerchiamo di comprare quanto disponibile al mercato, ma i prezzi stanno diventando proibitivi. Un chilo di pomodori ora costa 90 NIS [nuovi shekel israeliani, ndt.] (oltre 23 euro). I cetrioli costano 70 NIS al chilo (circa 18 euro). Un chilo di farina costa 150 NIS (oltre 38 euro). Queste cifre sono scandalose e crudeli.

Sopravviviamo con un solo pasto al giorno: di solito solo pane, fatto con la farina che riusciamo a trovare. Se siamo fortunati, il pranzo può comprendere del riso, ma nemmeno quello ci sazia. Cerchiamo di mettere da parte un po’ di cibo per mia madre, magari delle verdure, ma non è mai abbastanza. Quasi sempre è troppo debole per stare in piedi, troppo esausta persino per recitare le sue preghiere.

Ormai usciamo raramente di casa, per paura che le gambe possano cedere. È già successo a mia sorella: mentre cercava per strada qualcosa, qualsiasi cosa, per sfamare i suoi figli, è improvvisamente crollata a terra. Il suo corpo non aveva nemmeno la forza per stare in piedi.

Abbiamo iniziato a percepire la gravità della crisi alimentare quando il fornaio Abu Hussein, conosciuto da tutti nel campo, ha iniziato a ridurre la sua attività. Prima sfornava per decine di famiglie al giorno che, come la nostra, non avevano più gas o energia elettrica per cucinare. I suoi forni a legna erano in funzione senza sosta dalla mattina alla sera.

Ma di recente è stato costretto a lavorare sempre meno giorni alla settimana. Mia sorella tornava a casa e diceva: “Il forno di Abu Hussein è chiuso. Forse aprirà domani”. Ora cercare di procurarsi impasto e farina è diventata una sofferenza in più.

Tre generazioni di affamati

Nel campo ho potuto cogliere in pieno la crudeltà di questo genocidio: il soffocante sovraffollamento, la massa di rifugiati costretti a lasciare le loro case e le infinite storie di fame.

Attualmente vivo a casa di mia zia, che ci ha accolti dopo essere stati sfollati e ci ha ospitati nel corso degli ultimi due mesi. Come quasi tutti gli altri edifici del campo, la sua casa è stata quasi completamente distrutta dagli attacchi israeliani. I fratelli di mia zia hanno lavorato giorno e notte per riparare il possibile, riuscendo a rendere abitabile una stanza.

La casa è piena di nipoti, ognuno dei quali sta lottando contro la fame. Il mio cugino più grande, Mahmoud, è il padre di quattro di loro. Lui stesso ha perso quasi 40 chili negli ultimi mesi. I segni della malnutrizione sono visibili ovunque sul suo viso pallido e sul suo corpo emaciato.

Ogni giorno, prima dell’alba, Mahmoud si reca ai centri di distribuzione degli aiuti umanitari gestiti dagli americani rischiando la vita per cercare di portare a casa del cibo per i suoi figli affamati. Da quando sono arrivata per stare con loro mi racconta le stesse storie strazianti giorno dopo giorno.

“Oggi mi sono trascinato carponi tra una folla di migliaia di persone”, ha raccontato di recente, mostrandomi un sacchetto con gli avanzi di cibo che era riuscito a recuperare. “Ho dovuto raccogliere tutto quello che era caduto a terra: lenticchie, riso, ceci, pasta, persino il sale. Mi fanno male le ossa perché mi hanno calpestato, ma devo farlo per i miei figli. Non sopporto il borbottio della loro fame”.

Un giorno Mahmoud è tornato senza niente. Aveva il volto cadaverico e sembrava sul punto di crollare. Mi ha raccontato che l’esercito israeliano aveva aperto il fuoco senza preavviso. “Il sangue di un ragazzo accanto a me è schizzato sui miei vestiti”, ha detto. “Per un attimo, ho pensato di essere stato colpito. Mi sono bloccato, ero sicuro che il proiettile fosse dentro il mio corpo”.

Il ragazzo è caduto a terra proprio davanti a lui, ma Mahmoud non ha potuto fermarsi per aiutarlo. “Ho corso più di sei chilometri senza voltarmi indietro. I miei figli hanno fame e aspettano che porti del cibo”, ha detto con la voce rotta, “ma non sarebbero contenti se tornassi a casa morto”.

L’altro mio cugino, Khader, ha 28 anni. Ha una figlia di 2 anni e sua moglie è incinta. È tormentato dalla preoccupazione per il loro bambino, che nascerà tra due mesi. Sua moglie non mangia come dovrebbe e ogni giorno lui siede in silenzio, tormentato dalle solite domande: questa carestia danneggerà mia moglie? Il bambino che partorirà sarà sano o malato?

La sua bambina di 2 anni, Sham, piange tutto il giorno per la fame. Implora il pane, qualsiasi cosa tranne i cibi insipidi e pesanti come riso, lenticchie e fagioli che l’hanno fatta star male più volte procurandole mal di stomaco.

Un giorno un amico di Khader gli ha dato una manciata di acini d’uva per lei. È stato un piccolo miracolo: Khader si è inginocchiato accanto a Sham offrendole l’uva, ma lei si è limitata a fissarla, giocherellando con le sue piccole mani e rifiutandosi di mangiarla. Non la riconosceva: nei suoi due anni di vita a Gaza non aveva mai visto dell’uva.

Solo quando suo padre sorridendo si è messo un acino in bocca lei, esitante, lo ha imitato. Ha masticato l’uva e poi ha riso.

Corpi che si spengono

Spesso mi fermo sulla porta di casa a osservare i bambini del campo. Passano la maggior parte del tempo seduti per terra, a fissare i passanti con sguardo assente. Quando chiedo a uno di loro di comprarmi una scheda internet per poter lavorare, o di chiamare mia nipote dalla casa accanto, rispondono con voce bassa e stanca. Mi dicono che hanno fame. Che non mangiano pane da giorni.

Ho solo 30 anni, ma non sono più la donna energica di una volta. Lavoravo molte ore tra l’insegnamento e il giornalismo, ma da quando è iniziata questa guerra non ho avuto un attimo di riposo. Mi destreggio tra le estenuanti faccende domestiche, prendermi cura di mia madre e della mia famiglia, e allo stesso tempo cerco di continuare a documentare e scrivere di tutto ciò che accade intorno a me.

Da circa un mese però ho perso la capacità di seguire le notizie. La mia concentrazione sta calando. Il mio corpo sta collassando. Soffro di anemia perché per mesi ho mangiato solo lenticchie e altri legumi. E da due giorni non riesco a deglutire a causa di una grave infiammazione alla gola, conseguenza del fatto che mi affido alla dukkah [miscela di erbe, spezie e frutti essiccati e tritati, ndt.] e ai peperoncini rossi piccanti per cercare di placare la fame.

Anche Mahmoud, un fotografo di 28 anni che lavora con me ai video, sta facendo fatica. “Non mangio niente da due giorni, tranne la zuppa”, mi ha detto di recente. “Non ho l’energia per lavorare”. Nessuno ce l’ha. Lavorare durante un genocidio richiede una quantità di forza impossibile da mantenere. La fame ha paralizzato la produttività di ogni lavoratore a Gaza.

Ieri ho accompagnato mia madre all’ospedale Nasser per una seduta di fisioterapia dopo l’operazione. Lungo il tragitto abbiamo visto decine di persone che non riuscivano a camminare più di pochi metri senza dover riposare. Anche mia madre era così: le sue gambe erano troppo deboli per reggersi. Si è seduta su una sedia di plastica sul ciglio della strada e ha recuperato un poco di forza per proseguire.

Mentre continuavamo a camminare abbiamo sentito delle urla. Giovani uomini e donne correvano, gridando con gioia: “Ci sono camion di farina per strada!”. Si era formata una folla enorme. La gente correva disperatamente verso i camion per accaparrarsi un sacco di farina.

È scoppiato il caos. Nessuno scortava i camion per garantire che tutti potessero ottenere la loro parte in sicurezza. Abbiamo visto invece la folla correre verso zone a rischio, sotto il controllo dell’esercito israeliano, solo per la farina.

Alcuni sono tornati indietro con i sacchi. Altri sono stati uccisi. Abbiamo visto corpi portati via sulle spalle, uccisi a colpi d’arma da fuoco proprio nei luoghi in cui gli aiuti avrebbero dovuto salvarli.

18 morti in 24 ore

Dopo la seduta di fisioterapia abbiamo lasciato l’ospedale e abbiamo incontrato donne che piangevano per i loro bambini affamati, che morivano davanti ai nostri occhi. Una donna, Amina Badir, urlava, stringendo tra le braccia la sua bambina di 3 anni.

“Ditemi come salvare mia figlia Rahaf dalla morte”, gridava. “Per una settimana non ha mangiato altro che un cucchiaio di lenticchie al giorno. Soffre di malnutrizione. Non ci sono cure, non c’è latte in ospedale. Le hanno tolto il diritto di vivere. Vedo la morte nei suoi occhi”.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza il bilancio delle vittime per fame e malnutrizione dal 7 ottobre è salito a 86 persone, 76 delle quali bambini. Ieri è stato riferito che solo nelle 24 ore precedenti 18 persone sono morte di fame. Il personale medico ha organizzato una manifestazione all’ospedale Nasser per chiedere un intervento internazionale prima che altre persone muoiano di fame.

Non sono riuscita a trovare un taxi per tornare a casa. Mia madre mi aspettava al cancello dell’ospedale mentre cercavo un mezzo di trasporto, ma il carburante scarseggia e i taxi sono praticamente inesistenti. Ho trascorso un’ora intera ad attendere.

Quando sono tornata, ero stordita e debole. Sono crollata. Ho cercato di rimanere forte per mia madre, ma non c’era nessun altro con noi. Intorno a me, vedevo persone svenire ovunque. Un uomo mi ha detto: “Se ci fosse del cibo decente, tua madre non si sarebbe ammalata così.

Tutti noi stiamo solo cercando di confortarci a vicenda in questa carestia senza fine. Su Facebook la gente riversa la propria rabbia, scrivendo post dopo post sulla politica israeliana della fame che ha messo Gaza in ginocchio. Non possiamo più fare le cose più elementari che le persone in tutto il mondo fanno ogni giorno. La fame ci ha privato di tutto.

Ruwaida Amer è una giornalista freelance di Khan Younis.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Aumentano irruzioni nelle case e violenze: a Hebron è in corso il trasferimento “volontario” dei palestinesi

Gideon Levy e Alex Levac

11 luglio 2025 https://archive.is/yzTdM

Mentre la guerra infuria, le incursioni di coloni e soldati israeliani nelle case palestinesi della Città Vecchia di Hebron diventano sempre più frequenti e violente

La piazza del mercato è vuota, come recita la famosa canzone su un’altra Città Vecchia, quella di Gerusalemme. Il mercato principale di Hebron è quasi completamente deserto da anni. Per capirne il motivo, basta alzare lo sguardo: appesi alle grate metalliche installate dai palestinesi per proteggere le bancarelle dai coloni, pendono sacchetti di spazzatura ed escrementi che questi ultimi lanciano ai passanti.

Le case dei coloni nel Quartiere Ebraico di Hebron incombono sul mercato morto e vi si affacciano. Oltre il checkpoint, in quel quartiere, non è rimasto un solo negozio o bancarella palestinese. Più avanti, anche la parte ancora aperta del mercato questa settimana era semideserta. Non mancano prodotti e bancarelle colorate, ma i clienti sono pochi.

I palestinesi non hanno soldi, in una città che un tempo, prima dello scoppio della guerra nella Striscia di Gaza, era il centro economico della Cisgiordania. Volete sapere perché? Guardate il cancello d’ingresso principale. Questa settimana era sprangato. Una città di un quarto di milione di abitanti è chiusa a chiave. Esiste qualcosa di simile in un altro luogo del pianeta?

I soldati israeliani controllano l’ingresso principale a Hebron. A volte aprono il cancello, a volte no. Non si può mai sapere quando sarà sbloccato. Lunedì scorso, durante la nostra visita, non l’hanno aperto. Ci sono percorsi alternativi, alcuni tortuosi e collinari, ma è impossibile vivere così. Proprio per questo il cancello viene chiuso: perché è impossibile vivere così. Non c’è altra ragione se non il bisogno dell’esercito israeliano di vessare gli abitanti, cosa che fanno ancora più violentemente dopo il 7 ottobre, per spingerli alla disperazione, e forse oltre. In modo permanente.

Forse alcuni sceglieranno finalmente di andarsene, realizzando così il sogno di alcuni dei loro vicini ebrei. Da parte sua, l’esercito israeliano collabora con entusiasmo a questi piani satanici, lavorando a braccetto con i coloni al tanto agognato trasferimento di popolazione. Sotto la copertura della guerra nella Striscia, anche qui le vessazioni hanno avuto un’accelerazione e sono quasi senza freni.

Nessun luogo lo dimostra meglio dell’Area H2, sotto controllo israeliano, che include l’insediamento ebraico nella città e gli antichi quartieri che lo circondano. Qui il trasferimento non striscia, galoppa. Gli unici palestinesi ancora visibili sono quelli che non hanno i mezzi per abbandonare questa vita infernale, sotto il terrore dei coloni e dell’esercito, in uno dei centri dell’apartheid in Cisgiordania. Qui si trovano antichi edifici in pietra, adornati di archi, in un quartiere che potrebbe essere un tesoro culturale, un sito patrimonio dell’umanità, ma che giace abbandonato e semidistrutto, tra la spazzatura dei coloni e i loro graffiti d’odio ultranazionalista.

Dopo aver parcheggiato (ora c’è abbondanza di spazio nel mercato desolato) imbocchiamo una scala stretta e buia. Attraverso la finestra con le sbarre si vedono cumuli di rifiuti; dietro di essi, le istituzioni dei coloni: Beit Hadassah, il centro religioso di studi Yona Menachem Rennart e l’edificio del Fondo Joseph Safra. Le case dei coloni sono a portata di mano. Basta allungare un braccio.

Questa è Shalalah Street, in parte sotto controllo palestinese. L’antico edificio in pietra che abbiamo visitato è stato ristrutturato negli ultimi anni dal palestinese Comitato per la Riabilitazione di Hebron, e non si può non ammirarne la bellezza, nonostante le deprimenti condizioni dei dintorni. A poche decine di metri dal checkpoint che conduce al Quartiere Ebraico, questa struttura stretta su tre piani ospita cinque famiglie. La famiglia allargata Abu Haya, genitori, figli e nipoti, inclusi 15 tra bambini e neonati, rimane qui per l’affitto basso.

Attraversando una ressa di bambini saliamo al terzo piano, nell’appartamento di Mahmoud Abu Haya e sua moglie Naramin al-Hadad. Mahmoud ha 46 anni, Naramin 42, hanno cinque figli, alcuni dei quali già con famiglia propria. Naramin aveva 15 anni quando si è sposata, racconta con un sorriso.

Il padre di famiglia, un tempo muratore ad Ashkelon, è disoccupato da quando è scoppiata la guerra, il 7 ottobre 2023. Naramin cucina a casa e vende il cibo agli abitanti del luogo. Questa è l’unica fonte di reddito della famiglia al momento. Prima della guerra, era anche volontaria nell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Con una videocamera fornita dell’ONG nell’ambito del suo Camera Project, documentava ciò che accadeva nella zona. Ma ora Naramin non osa più partecipare al progetto. È troppo pericoloso possedere una videocamera qui. L’ultima volta che l’ha usata, l’unica durante la guerra, è stato circa cinque mesi fa, quando ha documentato un incendio appiccato dai coloni sulla tettoia sovrastante il mercato. Circa un mese e mezzo fa, i soldati sono venuti nell’appartamento, hanno mostrato a Naramin una foto di suo figlio Nasim di 7 anni, e poi sono andati via portandolo con sé – se lo sono portato via. L’hanno rilasciato, terrorizzato, circa mezz’ora dopo.

Le incursioni notturne nelle case palestinesi sono diventate molto più frequenti negli ultimi 21 mesi. Da una volta al mese, in media, l’esercito ora irrompe nelle loro case almeno una volta a settimana, dice Naramin, quasi sempre nel cuore della notte.

Nessun israeliano conosce una realtà in cui, per anni, in qualsiasi momento, ti svegli di soprassalto al rumore e alla vista di decine di soldati armati e mascherati che invadono la tua casa, a volte con i cani, per poi spingere tutti gli occupanti storditi, inclusi i bambini terrorizzati, in una sola stanza. In alcuni casi gli invasori picchiano e perquisiscono violentemente i locali, lasciando una scia di distruzione dietro di sé; in tutti i casi insultano e umiliano.

In passato, queste incursioni sembravano avere uno scopo: l’arresto di un sospettato, la ricerca di materiale bellico. Ma dall’inizio della guerra si ha l’impressione che l’unica ragione dei raid sia seminare paura e panico, e inasprire la vita dei palestinesi. Chiaramente non hanno altro scopo.

L’ultimo episodio che ha coinvolto la famiglia Abu Haya è avvenuto una settimana fa. Nelle prime ore di giovedì scorso, Maher, figlio di Naramin, 24 anni, sposato con Aisha di 18 e padre di due bambini piccoli, è uscito di casa ma è tornato indietro dopo aver visto i soldati avvicinarsi alla porta d’ingresso.

Le telecamere di sicurezza installate dalla famiglia mostrano Maher innocentemente in piedi in strada e i soldati che appaiono all’improvviso. Gli hanno ordinato di farli entrare e guidarli nell’edificio. Maher li ha portati all’altro ingresso, che conduce all’appartamento di suo fratello Maharan, 23 anni, sposato e padre di una bimba di 6 settimane, per evitare di svegliare tutti gli altri numerosi bambini nell’edificio.

Ma a Maher è stato ordinato di svegliare tutti e radunare gli occupanti di ogni piano in una stanza. I soldati non hanno detto nulla sul motivo dell’operazione. Maharan aveva appena cercato di mettere a dormire la figlia quando i soldati hanno fatto irruzione. Maher ha bussato alla porta dell’appartamento dei genitori e li ha svegliati. Suo zio Hamed, 35 anni, è stato tirato giù dal letto; nonostante fosse stato spiegato ai soldati che era in convalescenza dopo un intervento alla schiena è stato afferrato per la gola e trascinato fuori.

Le tre famiglie del terzo piano sono state concentrate nel piccolo soggiorno in cui siamo stati ospitati questa settimana. Naramin ricorda che era preoccupata per ciò che accadeva ai piani inferiori. Hanno sentito Maher urlare, come se venisse picchiato.

Un soldato ha strappato la tenda all’ingresso del soggiorno di Naramin, poi i suoi compagni hanno fracassato gli oggetti di vetro nella credenza. Senza motivo. I bambini hanno cominciato a piangere. Naramin voleva aprire una finestra, perché dentro si soffocava, ma un soldato, più giovane della maggior parte dei suoi figli, glielo ha impedito.

Il giorno dopo, la ricercatrice sul campo di B’Tselem Manal al-Ja’bri ha raccolto la testimonianza della moglie di Maharan. Ha raccontato che la bimba piangeva e che voleva allattarla, ma i soldati non glielo permettevano. Anche le richieste di acqua sono state rifiutate.

Dopo circa un’ora, le truppe hanno ordinato a Naramin e agli altri della sua famiglia di spostarsi in un altro appartamento dell’edificio. Il pavimento era cosparso di vetri rotti e lei aveva paura per i suoi bambini scalzi. Poi ha sentito il rumore di stoviglie che si rompevano nella sua casa. I soldati hanno anche gettato a terra il ventilatore, rompendolo.

Ja’bri dice di aver già documentato circa 10 casi simili di distruzione fine a se stessa nella stessa zona, popolata da palestinesi economicamente svantaggiati.

Qual era lo scopo dell’incursione della scorsa settimana? Ecco la risposta dell’Unità Portavoce dell’esercito israeliano questa settimana: “Il 2 luglio 2025, l’IDF ha operato nella città di Hebron, che è sotto la supervisione della Brigata Ebraica, in seguito a informazioni di intelligence. L’attività si è svolta senza eventi eccezionali, e le accuse di distruzione di proprietà non sono note.”

Verso le 2 di notte è scesa la quiete sull’edificio. Naramin ha osato guardare fuori per vedere se i soldati se ne fossero andati; avevano lasciato la casa senza avvisare gli occupanti. A chi importava? I palestinesi potevano rimanere dove erano fino al mattino. Maher era ferito ma non ha voluto dire a sua madre cosa gli avessero fatto. Le tre auto della famiglia erano state vandalizzate; le chiavi sono state trovate nel cassonetto.

Mentre ci servivano il caffè, la famiglia ha scoperto che anche il vetro del tavolo era incrinato. Stanno pensando di andarsene? Naramin sobbalza come morsa da un serpente, e risponde con un secco “No”.

La scorsa settimana quattro famiglie hanno lasciato il vicino quartiere di Tel Rumeida. Non ce la facevano più. In totale, Ja’bri stima che almeno 10 famiglie abbiano abbandonato il quartiere dall’inizio della guerra. La scorsa settimana a quanto pare non c’erano problemi di sicurezza da investigare e a Tel Rumeida, dove ai palestinesi non è permesso introdurre alcun tipo di veicolo, nemmeno un’ambulanza, è stato concesso l’ingresso a un veicolo commerciale per rimuovere le proprietà delle famiglie in partenza. Alcuni fini, a quanto pare, giustificano tutti i mezzi.

Siamo poi saliti sul tetto, per vedere il panorama. Antichi edifici in pietra piantati sul pendio. Ma il tetto era soffocato su tutti i lati dagli edifici dei coloni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“Non è per te”: i rifugi israeliani escludono i palestinesi mentre piovono bombe

Aseel Mafarjeh

17 giugno 2025 – Al Jazeera

In Israele i rifugi sono un’ancora di salvezza dagli attacchi missilistici iraniani, ma i cittadini palestinesi del Paese sono stati chiusi fuori.

Quando i missili iraniani hanno iniziato a piovere su Israele molti abitanti si sono precipitati a cercare riparo. Le sirene hanno suonato in tutto il Paese mentre la gente correva nei rifugi antiaerei.

Ma per alcuni palestinesi cittadini di Israele, due milioni di persone, ossia circa il 21% della popolazione, le porte si sono chiuse di colpo, ma non per la forza delle esplosioni né da nemici, ma da vicini e concittadini.

Molti cittadini palestinesi, per lo più abitanti in città, cittadine e villaggi all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele, durante quelle che finora sono state le peggiori notti del conflitto tra Iran e Israele si sono ritrovati ad essere esclusi da infrastrutture salvavita.

Per Samar al-Rashed, ventinovenne madre single che vive in un condominio abitato in grande maggioranza da ebrei nei pressi di Acri, la condizione di esclusione si è verificata venerdì notte. Samar era in casa con la figlia di 5 anni, Jihan. Quando le sirene hanno squarciato l’aria, avvertendo dell’arrivo dei missili, ha afferrato la figlia e si è messa a correre verso il rifugio dell’edificio.

“Non ho neppure avuto il tempo di prendere qualcosa,” ricorda. “Solo acqua, i nostri telefoni e la mano di mia figlia nella mia.”

La madre presa dal panico ha cercato di alleviare la paura della figlia nascondendo la sua, incoraggiandola dolcemente in arabo con voce pacata perché tenesse il ritmo dei suoi passi affrettati verso il rifugio mentre anche altri vicini scendevano le scale.

Ma arrivata alla porta del rifugio, afferma, un abitante israeliano, avendola sentita parlare in arabo, ha impedito che entrasse e le ha chiuso la porta in faccia.

“Sono rimasta attonita,” sostiene. “Parlo fluentemente l’ebraico. Ho cercato di spiegare, ma mi ha guardata con disprezzo e ha solo detto: “Non è per te”.

Samar afferma che in quel momento le profonde linee di divisione della società israeliana sono state messe a nudo. Ritornata al suo appartamento e guardando i missili lontani che illuminavano il cielo e ogni tanto si schiantavano al suolo, era terrorizzata sia da quello che vedeva che dai suoi vicini.

Una storia di esclusione

Da molto tempo i cittadini palestinesi di Israele hanno dovuto affrontare sistematiche discriminazioni nell’accesso alla casa, all’educazione, al lavoro e ai servizi pubblici. Benché abbiano la cittadinanza israeliana sono spesso trattati come cittadini di seconda classe e la loro lealtà è sistematicamente messa in dubbio nei discorsi pubblici.

Secondo Adalah-The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel [Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele] più di 65 leggi discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi. La legge sullo Stato-Nazione approvata nel 2018 ha consolidato questa disparità definendo Israele lo “Stato Nazione del popolo ebraico”, un’iniziativa che secondo i critici ha istituzionalizzato l’apartheid.

In tempi di guerra questa discriminazione spesso si intensifica.

Nei periodi di conflitto i cittadini palestinesi di Israele sono frequentemente sottoposti a politiche e restrizioni discriminatorie, tra cui arresti per post sulle reti sociali, rifiuto di accesso ai rifugi e aggressioni verbali nelle città miste.

Molti hanno già riferito di aver sperimentato tali discriminazioni.

Sabato sera ad Haifa il trentatreenne Mohammed Dabdoob stava lavorando nel suo negozio di riparazione di cellulari quando tutti i telefoni hanno suonato l’allerta simultaneamente, scatenando la sua ansia. Ha cercato di finire di aggiustare un cellulare rotto, che l’ha fatto ritardare. Poi si è affrettato a chiudere il negozio ed è corso verso il rifugio pubblico più vicino, sotto un edificio dietro al suo negozio. Avvicinatosi al rifugio ha trovato la porta blindata sbarrata.

“Ho provato con il codice. Non ha funzionato. Ho bussato alla porta, chiesto, in ebraico, che quelli che erano all’interno mi aprissero. Nessuno ha aperto,” afferma. “Dopo qualche attimo un missile è esploso lì vicino, spargendo schegge di vetro sulla strada. “Ho pensato che sarei morto.”

“C’erano fumo e urla, e dopo un quarto d’ora tutto quello che si poteva sentire erano le sirene della polizia e delle ambulanze. La scena era terrificante, come se vivessi un incubo simile a quello che è successo nel porto di Beirut,” aggiunge, in riferimento all’esplosione nel porto di Beirut nel 2020.

Bloccato dal grande spavento e dallo choc, dal posto in cui si era nascosto in un vicino parcheggio Mohammed ha visto che si scatenava il caos e poco dopo la porta del rifugio si è aperta. Mentre quelli che erano dentro il rifugio hanno iniziato a uscire alla spicciolata li ha guardati in silenzio. “Non c’è una vera sicurezza per noi,” dice. “Non dai missili e neppure dalla gente che si presume siano i nostri vicini.”

Discriminazioni nell’accesso ai rifugi

In teoria ogni cittadino israeliano dovrebbe avere lo stesso accesso alle misure di sicurezza pubblica, compresi i rifugi antiaerei. In pratica il quadro è molto diverso.

Città e villaggi palestinesi in Israele hanno molti meno spazi protetti delle località ebraiche. Secondo un rapporto del 2022 del Controllore dello Stato di Israele [ente governativo che verifica le politiche dello Stato, ndt.] citato dal quotidiano [israeliano] Haaretz, più del 70% delle case nelle comunità palestinesi in Israele, rispetto al 25% delle case di ebrei, è privo di una stanza di sicurezza o di uno spazio che sia a norma. Spesso i Comuni ricevono meno finanziamenti per la difesa civile e gli edifici vecchi non sono a norma.

Persino nelle città miste come Lydda (Lod), dove abitanti ebrei e palestinesi vivono uno vicino all’altro, la disuguaglianza è notevole.

Yara Srour, una studentessa dell’Università Ebraica di 22 anni, vive nel quartiere degradato di al-Mahatta, a Lydda. L’edificio di tre piani della sua famiglia, che risale a circa 40 anni fa, è privo dei permessi ufficiali e di un rifugio. In seguito al pesante bombardamento cui ha assistito sabato pomeriggio, che ha scioccato tutti attorno ad essa, domenica mattina presto la famiglia ha cercato di scappare verso un luogo più sicuro della città.

“Siamo andati nella parte nuova di Lydda, dove ci sono rifugi adeguati,” dice Yara, aggiungendo che sua madre, di 48 anni e con problemi alle ginocchia, faticava a muoversi. “Eppure non ci hanno lasciati entrare. Anche ebrei delle zone più povere sono stati mandati via. Era solo per i ‘nuovi abitanti’, quelli degli edifici moderni, per lo più famiglie ebraiche di classe media.”

Yara ricorda chiaramente l’orrore.

“Mia madre ha problemi articolari e non può correre come tutti noi,” afferma. “Abbiamo pregato, bussato alle porte, ma la gente ci ha solo guardati attraverso gli spioncini e ci ha ignorati, mentre vedevamo il cielo illuminato dalle fiamme dei missili intercettati.”

Paura, trauma e rabbia

Samar dice che l’esperienza di essere cacciata da un rifugio con sua figlia le ha lasciato una ferita psicologica: “Quella notte mi sono sentita completamente sola,” afferma. “Non l’ho raccontato alla polizia. A che sarebbe servito? Non avrebbe fatto niente.”

Più tardi quel pomeriggio una villa a Tamra è stata colpita, uccidendo quattro donne della stessa famiglia. Dal suo balcone Samar ha visto del fumo salire in cielo. “Sembrava la fine del mondo,” dice. “Eppure persino sotto attacco, siamo trattati come una minaccia, non come persone.”

Da allora lei e sua figlia sono andate a casa dei suoi genitori a Daburiyya, un villaggio della Bassa Galilea. Ora possono rintanarsi insieme in una camera di sicurezza. Con gli allarmi che si susseguono a distanza di poche ore Samar sta pensando di scappare in Giordania: “Voglio proteggere Jihan. Non conosce ancora questo mondo. Ma non voglio neppure lasciare la mia terra. Questo è il nostro dilemma: sopravvivere o rimanere e soffrire.”

Anche se dopo gli attacchi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che “i missili iraniani prendono di mira tutti gli israeliani, sia ebrei che arabi,” la situazione sul terreno racconta una storia diversa.

Già prima della guerra i cittadini palestinesi di Israele venivano arrestati in modo sproporzionato per aver espresso opinioni politiche o reagito agli attacchi. Alcuni sono stati arrestati solo per aver postato emoji sulle reti sociali. Invece gli appelli alla giustizia sommaria contro i palestinesi su forum on line sono stati per lo più ignorati.

“Lo Stato si aspetta da noi lealtà in guerra,” afferma Mohammed Dabdoob. “Ma quando è il momento di proteggerci siamo invisibili.”

Per Samar, Yara, Mohammed e migliaia di persone come loro il messaggio è chiaro: sono cittadini sulla carta, ma in pratica stranieri.

“Voglio sicurezza come chiunque altro,” afferma Yara. “Sto studiando per diventare infermiera. Voglio aiutare la gente. Ma come posso prestare servizio in un Paese che non vuole proteggere mia madre?”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per le donne palestinesi incinte i posti di blocco sono questione di vita o di morte

Hala H.

10 giugno 2025, +972 Magazine

Quando sono entrata in travaglio ho rimandato la partenza per ore, per paura dei soldati e dei coloni israeliani. Siamo arrivata all’ospedale di Hebron in tempo, ma non tutte sono così fortunate.

Da un anno e mezzo Israele sta imponendo un sistema di checkpoint e blocchi stradali sempre più soffocante in tutta la Cisgiordania. Durante il cessate il fuoco a Gaza lo scorso gennaio l’ingresso al mio villaggio, Umm Al-Khair è stato sbarrato, così come quello a tutte le città e i villaggi della Cisgiordania, come forma di punizione collettiva. Non essendoci nessun negozio vicino, le incombenze quotidiane come comprare un chilo di sale a Yatta, la città più vicina, si sono trasformate da una commissione di 20 minuti a un calvario di due ore. Anche se alla fine l’entrata principale al villaggio è stata riaperta, da allora ci sono state molte altre chiusure.

Ma un posto di blocco non è solo un contrattempo, può anche fare la differenza tra la vita e la morte. Nel settembre 2024 ero incinta di sei mesi. Non essendoci alcun ospedale o clinica vicino a noi, sono dovuta andare al centro sanitario dell’UNRWA per un normale controllo. Un vicino di casa ha portato me e mia madre in macchina fino all’entrata della città, e per fortuna il posto di blocco era aperto. Da lì, abbiamo preso un taxi fino in centro. Dopo ore di attesa e dopo aver fatto gli accertamenti medici ce ne siamo andate. Ho ricordato ai medici che venivo da una zona molto distante e che quindi dovevamo tornare presto, perché non si può mai sapere quando puoi trovare un nuovo posto di blocco.

Ma lungo la strada di ritorno da Hebron mi hanno detto che i posti di blocco erano chiusi alle auto e sarebbe stato impossibile tornare al villaggio in macchina dalla città: l’unica possibilità era fare un chilometro a piedi e poi prendere un taxi. Non avevo scelta, volevo tornare a casa. Non potevo aspettare che i posti di blocco venissero riaperti. Avrebbero potuto aprire dopo un’ora, o più tardi nella giornata, o il giorno dopo. Non si possono fare previsioni.

Abbiamo iniziato ad attraversare il posto di blocco a piedi, e all’inizio non ho visto soldati. Improvvisamente un’automobile è entrata nel checkpoint e ci ha superato in pochi secondi. Ho visto un gruppo di circa sei soldati che correvano verso di noi gridando come ossessi. Mi è sembrato che il sangue mi si congelasse nelle vene. Ho provato a camminare ma ero paralizzata dalla paura, proprio non riuscivo a muovermi. Mia madre mi ha spinto, dicendo «Su, dai, ci spareranno se non ci muoviamo. Riesco a malapena ad andare avanti con le mie cose, sono sotto shock anch’io».

Quando uno dei soldati ha raggiunto l’automobile che era entrata nel posto di blocco, ha iniziato a urlare e a colpire il finestrino con la sua arma, ordinando diverse volte all’auto di tornare indietro. Mia madre ha provato a continuare a camminare nonostante la scena terrificante a cui stavamo assistendo, ma io non riuscivo a controllare il mio corpo. Abbiamo oltrepassato il trambusto e ho posato le mie cose.

Poi ho sentito delle voci che mi dicevano: «Dai, presto. Cammina, non fermarti». Non sapevo proprio da dove venissero quelle voci. Mia madre mi ha detto di non girarmi e di affrettare il passo. Finalmente siamo riuscite ad arrivare al taxi che ci aspettava all’entrata di Hebron, e dopo che siamo salite in macchina mia madre mi ha detto che le voci che sentivamo venivano dalla torretta militare sopra di noi. Quando siamo arrivate a casa ho provato a riposarmi ma ho continuato ad avere degli incubi riguardo a quello che era successo. Ho sperato che nessuno mai dovesse sentirsi come me in quel momento.

Paura e angoscia mi hanno sopraffatta”

Poco dopo, una mia cara amica ha avuta anche lei un’esperienza terrificante con le chiusure stradali e i posti di blocco. Stava andando al più vicino centro sanitario nella città di Yatta per partorire. Quando hanno saputo che la strada più corta era chiusa, non hanno potuto fare altro che prendere una strada sterrata non adatta alla macchina a noleggio, e ancor meno a dei passeggeri.

Mentre andavano la mia amica non ha sopportato i dolori del travaglio e ha partorito la sua bambina in mezzo alla strada. Esiste un dolore più grande di questo? Può esistere un’esperienza più spaventosa per una donna?

Solo quando ha finalmente raggiunto l’ospedale, dove è rimasta per più di due giorni, un medico ha potuto visitarla e rassicurarla sulla salute della bambina. Io l’ho sostenuta durante questo periodo stressante. Mi ha detto che la paura e l’angoscia che ha provato durante il travaglio sono state più dolorose del parto. Pensava che il suo primo parto sarebbe stato facile, che il dottore le avrebbe consegnato la bambina e lei l’avrebbe stretta al petto. «La paura e l’angoscia mi hanno sopraffatto proprio in quel momento che avevo aspettavo da tempo», mi ha detto.

Una fredda notte di dicembre, esattamente a mezzanotte, sono andata in travaglio. Mi sono svegliata e sono andata in bagno. Il dolore è diventato sempre più insopportabile. Mi ricordo molto bene che mi sono chiesta se fosse il caso di avvisare mio marito.

«Non posso dirglielo, non c’è nulla che possa fare», ho pensato. «Vorrà portarmi al più vicino ospedale a Hebron, ma la strada per arrivarci fa paura ed è piena di coloni e di posti di blocco controllati dall’esercito, specialmente di notte». Ho deciso di tenermi il dolore e aspettare fino al mattino.

Ma dopo due ore il dolore era così forte che non riuscivo a stare in piedi. Finalmente è arrivata la mattina. Ho immediatamente svegliato mio marito e gli ho chiesto di portarmi in ospedale. Siamo arrivati esattamente alle 8, e l’ultima cosa che ricordo è il via vai dei medici attorno a me.

Quando mi sono svegliata ho provato ad ascoltare il respiro o la voce del mio bambino. Non riuscivo a muovere il corpo né a destra né a sinistra per vederlo. Ho continuato a chiedere del mio piccolo e alla fine mi hanno detto che le infermiere lo stavano preparando. Dopo un’ora è venuto il medico e mi ha chiesto: «Perché non è venuta prima in ospedale?». Ho spiegato che il viaggio era molto difficile e gli ho raccontato della mia paura di incontrare l’esercito e i coloni durante la notte.

«Grazie a dio siamo riusciti a far nascere il bambino all’ultimo momento», ha detto. È stanco e ha bisogno di un po’ di ossigeno, ma sopravviverà».

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Una dottoressa americana è stata a Gaza e ha visto l’orrore da vicino. Cinque casi che la tormentano

Nir Hasson

29 maggio 2025 – Haaretz

Le stragi causate dai raid aerei, la fame, le deportazioni da una zona all’altra: la crudeltà di Israele sta raggiungendo nuovi livelli. La dottoressa Mimi Syed, una dottoressa americana che si è offerta volontaria per aiutare gli abitanti di Gaza, ora racconta alcune loro storie.

Siamo entrati in una fase terrificante. Secondo organizzazioni umanitarie la carestia nella Striscia di Gaza è ormai acuta. Da quando Israele ha iniziato a bloccare l’ingresso di cibo non meno di 10.000 bambini sono sprofondati in stati di malnutrizione che necessitano trattamento.

Il Primo Ministro ha annunciato la ripresa degli aiuti, ma ciò che sta arrivando è “il minimo del minimo”, come ha affermato il Gabinetto di Sicurezza. In effetti, il responsabile degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite ha definito gli aiuti “una goccia nell’oceano rispetto a ciò di cui c’è urgente bisogno”.

Oltre alla fame l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani sottolinea i “ripetuti attacchi alle tende degli sfollati” e “la distruzione metodica di interi quartieri”.

La distruzione avviene di pari passo con le espulsioni di massa all’interno della Striscia. Nelle ultime settimane quasi un terzo degli abitanti di Gaza ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. Ora l’intera popolazione si sta accalcando in appena un quinto dell’enclave.

Anche il sistema sanitario è stato distrutto. L’esercito israeliano sta prendendo di mira con maggiore intensità ospedali e ambulatori (28 attacchi in una settimana), dove, a suo dire, sarebbe presente Hamas. Non consente l’ingresso di molti farmaci e attrezzature di base e ostacola l’evacuazione di moltitudini di feriti e malati per cure mediche all’estero.

Un Palestinese porta il corpo di un bambino ucciso il 26 maggio 2025. Foto: AFP/OMAR AL-QATTAA

In questo modo l’esercito, oltre ad uccidere, sta provocando ulteriori cause di decesso. Senza cure, persino infezioni e tumori facilmente rimovibili hanno un esito mortale.

E gli attacchi continuano quotidianamente. Questa settimana in un attacco ad una scuola sono state uccise trentuno persone, tra cui 18 bambini e sei donne.

“Ho avuto tanta paura”, ha detto Hanin al-Wadiya, una bambina fuggita dalle fiamme con ustioni sul viso. “Ero sotto le coperte e improvvisamente il fuoco mi ha investita. Mi sono alzata per cercare mamma e papà, ma non li ho trovati.” Tutta la sua famiglia è morta.

Il pianto di un bambino ferito ricoverato all’ospedale Al Awda il 29 maggio 2025.Foto: AFP/EYAD BABA

“Penso che tutto questo sia reso possibile dalla paura, dal razzismo e dalla disumanizzazione”, afferma la dottoressa Mimi Syed, medico d’urgenza americana che l’anno scorso ha svolto due turni di volontariato a Gaza. “Se non li consideri esseri umani, puoi fargli qualsiasi cosa”.

Sembra che questa settimana l’asticella del “fargli qualsiasi cosa” sia stata sollevata di una tacca. Sempre più civili, compresi molti bambini, vengono uccisi attraverso la carestia e gli sfollamenti forzati.

Lunedì le Forze di Difesa Israeliane [IDF] e il servizio di sicurezza Shin Bet hanno rilasciato una dichiarazione sull’attacco alla scuola Fahmi Al-Jarjawi a Gaza City. La terminologia è familiare: gli obiettivi erano ” terroristi chiave” in un “centro di comando e controllo”. Anche questa volta “sono state adottate numerose misure per ridurre il rischio di danni ai civili”.

L’attacco è iniziato verso l’una di notte. Hanin al-Wadiya, una bambina di 4 anni che alloggiava nella scuola sfollata con la sua famiglia, si è svegliata mentre le fiamme la circondavano e sua sorella urlava “Mamma, mamma!” come si vede nelle immagini del disastro.

“Ho sentito Mimi [la sorella di Hanin] chiamare la mamma, ma non riuscivo a trovarla. Ho anche gridato ‘mamma, mamma’. Sono uscita e ho iniziato a piangere”, ha raccontato Hanin in ospedale, con gli occhi gonfi e chiusi, metà del viso ed entrambe le mani coperte di ustioni. Sua madre, suo padre e sua sorella sono morti nell’incendio insieme ad altre 30 persone.

Ricoverato in un altro ospedale nel sud di Gaza c’è Adam al-Najjar, l’unico sopravvissuto di 10 fratelli la cui casa è stata attaccata due giorni prima dell’attacco alla scuola. Sua madre è uscita illesa, suo padre è rimasto gravemente ferito.

Anche in questo caso le IDF hanno affermato di aver fatto tutto il possibile; anzi, hanno rimproverato la famiglia per non essersi allontanata nonostante l’ordine di evacuazione emesso dalla divisione in lingua araba dell’Unità Portavoce delle IDF.

Ma l’ultimo ordine di evacuazione non includeva l’area in cui si trovava la casa della famiglia. Solo nell’ordine precedente, di un mese e mezzo prima, era stata ingiunta l’evacuazione da quell’area.

Gli ordini non hanno una data di scadenza e non c’è alcun segnale di cessato allarme, quindi i cittadini di Gaza devono indovinare se il pericolo è passato, e molti corrono il rischio. Non hanno scelta: i cittadini di Gaza hanno sempre meno spazio in cui muoversi; oltre l’80% dell’enclave è sotto il diretto controllo israeliano o sotto ordine di evacuazione.

Questi ordini mappe con aree contrassegnate in rosso e pubblicate su X e Telegram sono la manifestazione geografica della politica israeliana a Gaza. Lunedì il portavoce delle IDF ha emesso un altro ordine di evacuazione, uno dei più importanti della guerra: il 43% di Gaza è stato contrassegnato in rosso, con la dicitura “Zona di combattimento pericolosa”.

Nei due mesi e mezzo trascorsi da quando Israele ha violato il cessate il fuoco di due mesi oltre 630.000 persone sono state sradicate.

I ripetuti spostamenti stanno spingendo gli abitanti di Gaza sull’orlo della sopravvivenza. È molto difficile trovare cibo e beni di prima necessità come acqua pulita, un sistema fognario funzionante, un alloggio e assistenza medica. Due milioni di persone vengono spinte in un’area sempre più ristretta, dove vivono tra le macerie o in tende che si distruggono rapidamente.

I bambini non vanno a scuola da quasi due anni. L’affollamento, il caldo, la mancanza di acqua corrente o di un sistema fognario funzionante, insieme alla sistematica distruzione del sistema sanitario, stanno aumentando notevolmente il rischio di malattie ed epidemie.

La logica brutale di questa politica è nascosta in uno degli obiettivi ufficiali della guerra: “concentrare e spostare la popolazione”.

A Gaza è soprattutto la fame a fare da padrona. La scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la ripresa degli aiuti alla Striscia, ma sono stati ripresi con parsimonia. Ogni giorno solo poche decine di camion entrano dal valico di Kerem Shalom. Moltitudini di bambini continuano a stare in piedi per ore con una pentola vuota nella speranza di ricevere del cibo.

Martedì una grande folla ha preso d’assalto il centro di distribuzione alimentare creato da Israele. Migliaia di persone correvano tra le dune spingendosi contro le recinzioni e imploravano del cibo dagli uomini armati della sicurezza americana. (Per gli americani, si tratta di 1.100 dollari per una giornata di lavoro.)

“Non credo che gli israeliani lo vogliano. Non vogliono che tutto questo accada in loro nome”, dice Syed. “Penso che la cosa più importante che ho imparato a Gaza è che è impossibile ignorare la verità. Dopo aver visto cosa sta succedendo lì diventa molto semplice distinguere tra il bene e il male.”

Come puntualizza: “Oltre il 50% della popolazione di Gaza è composta da bambini. Il governo degli Stati Uniti sta finanziando una guerra illegale contro i bambini. Quasi tutte le agenzie umanitarie mondiali hanno definito ciò che sta accadendo a Gaza un crimine di guerra, eppure gli Stati Uniti continuano a fornire armi per commettere questi crimini.

“Mentre sono comodamente seduta a casa mia a scrivere la storia di Sami [un bambino di Gaza], mi viene in mente che questi crimini deliberati e atroci vengono ancora commessi contro bambini come Sami. Quando finirà? Quando il governo degli Stati Uniti si mostrerà per quello che una volta pensavo fosse? Non siamo stati noi a impedire alla Germania di sterminare così tante vite innocenti? Non dovremmo essere i “buoni”?

Syed ha svolto i suoi due periodi di volontariato a Gaza lo scorso agosto e a dicembre. In entrambi i casi ha constatato la morte di decine di bambini. Ha visto otto bambini morti per ipotermia in inverno, una bambina di 9 anni deceduta perché era impossibile ottenere farmaci standard per l’epilessia e una bambina di 9 mesi morta per aver bevuto acqua contaminata.

Ora, rientrata negli Stati Uniti, Syed afferma di essere ancora in contatto con i medici di Gaza: “Mi dicono che non c’è cibo. Per la prima volta li sento dire: ‘Moriremo tutti e il mondo non sta facendo nulla per salvarci'”.

Da quando è tornata negli Stati Uniti, Syed ha raccontato a chiunque volesse ascoltarla cosa sta succedendo a Gaza. Non risparmia ai suoi ascoltatori descrizioni grafiche accompagnate da foto. Di seguito sono riportate alcune delle tristi storie a cui ha assistito; la dottoressa Syed ha già raccontato parte della sua testimonianza da Gaza in altre testate giornalistiche in lingua inglese.

Sami di 8 anni portato in braccio dal fratello più grande all’ospedale Al Aqsa il 14 dicembre 2024.Foto: Moiz Salhi / AFP

Sami, 8 anni, è stato portato in braccio dal fratello maggiore. I due sono arrivati ​​all’ospedale Al-Aqsa, nel centro di Gaza, su un carretto trainato da un asino pochi minuti dopo che i frammenti di missile avevano lacerato il volto di Sami.

Giornalisti e curiosi si sono accalcati intorno a Sami e gli hanno scattato una foto; indossava una maglia a strisce rosse e bianche. La parte ferita del viso era nascosta alle telecamere, appoggiata sulla spalla del fratello.

“Sami aveva una ferita da esplosione al viso che gli aveva lacerato la maggior parte delle strutture vitali”, racconta Syed. “La ferita comprendeva bocca, naso e palpebre. Il resto del corpo era in buone condizioni, a parte un paio di ferite più lievi. Quando è arrivato in sala rianimazione è stato adagiato sul lettino senza altri adulti in vista. Era coperto da una giacca insanguinata.

Mentre giaceva davanti a me gorgogliando e soffocando con il suo stesso sangue gli ho aspirato la bocca e il naso per rimuovere eventuali ostruzioni nelle vie respiratorie. In seguito ad un leggero movimento del suo viso mi sono resa conto che aveva la mandibola completamente disarticolata e strappata via, appesa solo a un piccolo lembo di pelle. C’erano ustioni e schegge su tutto il viso e il collo.

Mentre mi occupavo di lui si è verificato un altro incidente con un elevato numero di feriti, con pazienti ancora più gravi. Sono stata costretta a spostare il piccolo Sami a terra per far spazio agli altri feriti.

Mentre lo stendevo sul pavimento sono arrivati la madre e lo zio, che urlavano per la disperazione. Sua madre si è gettata immediatamente a terra e ha iniziato a pregare Dio che suo figlio fosse risparmiato. Mi ha guardata dritto negli occhi e ha afferrata con forza la mia mano, implorandomi di fare tutto il possibile per salvarlo.

Ho annuito… ma sapevo nel mio intimo che non potevo fare una promessa del genere. Date le sue condizioni, sapevo che sarebbe stato un miracolo se si fosse salvato. Sono riuscita a stabilizzarlo temporaneamente, così da poterlo trasportare alla TAC funzionante più vicina.

Ma la TAC non si trovava all’ospedale di Al-Aqsa, bensì all’ospedale Yaffa, a pochi minuti di auto. In base alle norme di sicurezza del Ministero della Salute palestinese ai volontari stranieri era vietato l’accesso all’ospedale Yaffa, che all’epoca si trovava vicino alle postazioni militari israeliane.

Ho scelto di salire comunque sull’ambulanza per mantenere pervie le vie respiratorie e assicurarmi che arrivasse alla TAC in sicurezza”, racconta Syed. “Nella stessa ambulanza veniva trasportata per un esame diagnostico un’altra donna, tra la vita e la morte.

Respirava attraverso un tubo ed era accompagnata dal figlio adolescente che le teneva la mano. L’ambulanza ha attraversato macerie e folle di persone per strada”

Sami è stato sottoposto a una TAC ed è stato riportato ad Al-Aqsa per un intervento di ricostruzione facciale. “Il giorno dopo, stavo camminando per l’ospedale quando qualcuno mi ha afferrato il braccio.

Era la madre di Sami”, racconta Syed.

“Era seduta su un letto d’ospedale, nell’angolo di un corridoio anch’esso pieno di pazienti a terra o su brandine. Ho guardato il letto e c’era il piccolo Sami con i punti di sutura. Riusciva a malapena ad aprire la bocca per bere da una cannuccia e continuava a piangere di dolore ogni volta che si muoveva”.

Lo scorso ottobre sul New York Times è stata pubblicata una foto di una radiografia: ​​Mira, una bambina di 4 anni, aveva un proiettile conficcato in testa. È diventata un simbolo della guerra, mentre l’immagine è diventata una delle più controverse dei quasi 20 mesi di combattimenti.

Il New York Times ha pubblicato nella sezione opinioni altre tre foto di radiografie; facevano parte di un articolo firmato da 65 medici, infermieri e paramedici che si erano offerti volontari a Gaza. Questi operatori sanitari affermavano che Israele stava deliberatamente sparando ai bambini, e il Times ha ricevuto una serie di lettere che sostenevano che la notizia fosse falsa.

Il 15 ottobre la direttrice editoriale del Times, Kathleen Kingsbury, ha pubblicato una risposta: il giornale si era assicurato che tutti i medici e gli infermieri avessero lavorato a Gaza. Le immagini della TAC erano state inviate a esperti indipendenti in ferite da arma da fuoco, radiologia e traumatologia pediatrica, che ne hanno corroborato l’autenticità. Inoltre, i metadati digitali delle immagini sono stati confrontati con le foto dei bambini.

Secondo Kingsbury il Times possedeva foto che corroboravano le immagini della TAC, ma erano “troppo raccapriccianti per essere pubblicate”. Ha concluso: “Sosteniamo questo report e la ricerca su cui si basa. Qualsiasi insinuazione che le immagini siano inventate è semplicemente falsa”.

I genitori di Mira hanno raccontato ad Al Jazeera di essersi svegliati presto quel giorno di agosto nella loro tenda nella zona umanitaria di Muwasi, perché le loro figlie erano emozionate per il compleanno della sorella maggiore di Mira. Improvvisamente è scoppiata una sparatoria.

Mira è entrata nella tenda con il viso coperto di sangue e una ferita aperta sopra la fronte. Suo padre l’ha portata all’ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud della Striscia.

In base al crudele triage che si è reso necessario a Gaza, dopo le stragi di massa le persone con ferite cerebrali non vengono curate. La regola è che nel caso di penetrazione intracranica di proiettili o di esposizione di materia cerebrale non ha senso lottare per la vita del paziente a causa della carenza di neurochirurghi, attrezzature e materiali sanitari.

Syed avrebbe dovuto lasciare che Mira morisse. “Ho iniziato a visitarla”, racconta. “Uno dei medici mi ha detto: ‘Non perdere tempo’. Ma sentivo che si muoveva ancora; reagiva al dolore questo mi ha fatto pensare che dovevo provarci.”

La foto della radiografia del proiettile conficcato nella testa di Mira ,una bambina di 4 anni pubblicata dal New York Times. Ospedale Nasser 25 Agosto 2024.

Così ha inserito dei tubi per aiutare Mira a respirare ed è riuscita a stabilizzarla. Mira è stata sottoposta a un intervento chirurgico al cervello, il proiettile è stato rimosso e la sua vita è stata salvata.

Syed è rimasta in contatto con i genitori della ragazza e di recente ha ricevuto un video emozionante: Mira camminava e parlava. “L’ultima volta che l’ho vista apriva a malapena gli occhi”, racconta Syed.

Ma come gli altri pazienti sopravvissuti, Mira è sempre in pericolo. Ha bisogno di cure costanti per ridurre la pressione alla testa, soffre di debolezza al lato sinistro e deve assumere farmaci.

A gennaio la tenda della famiglia è stata colpita nel corso di un attacco e la madre di Mira ha perso un braccio. “Hanno fame, non hanno farmaci e non hanno un posto sicuro”, dice Syed, che sta cercando di aiutare la famiglia a lasciare Gaza per necessità di cure mediche.

Syed ha portato la foto della radiografia a Washington e si è confrontata con dei senatori per cercare di convincerli a smettere di sostenere Israele. “Ho incontrato scetticismo sull’autenticità della foto”, dice.

“Ma l’ho toccata, le mie mani l’hanno curata, l’ho salvata. Mettere in dubbio tutto questo mi ha davvero spezzato il cuore. Mi è stato chiesto perché Israele prendesse di mira i bambini, ma questo è normale se si vuole distruggere il futuro.”

Shaban è morto a causa della guerra. Non è stato colpito da una scheggia o da un proiettile, ma dalla distruzione delle reti fognarie e idriche di Gaza. Era nato nel dicembre del 2022. A due anni, nel bel mezzo della guerra, si è ammalato e la sua pelle è diventata giallastra. “Aveva la stessa età del mio figlio più piccolo, eppure sembrava tanto piccolo per la sua età. Il bianco degli occhi emanava un bagliore arancione fosforescente, la sua pelle aveva il colore intenso del Tang”, dice Syed, riferendosi alla bevanda in polvere. “Giaceva immobile, respirava con affanno, aveva l’addome gonfio. Ogni movimento gli causava dolore”.

Shaban soffriva di insufficienza epatica causata dall’epatite A. “Negli Stati Uniti e in ogni Paese avanzato, è molto difficile contrarre l’epatite, e anche se succede è abbastanza semplice da curare. A Gaza, non avevamo modo di aiutarlo”, racconta Syed.

La madre di Shaban ha mostrato a Syed le foto del bambino scattate un anno prima. “Quando la madre ha condiviso una foto di suo figlio di appena un anno fa, raggiante di salute e felicità, mi sono sentita sommergere da un’ondata di tristezza”, dice Syed. Il bambino aveva bisogno di un trapianto di fegato, ma anche in questo caso la famiglia non aveva ricevuto il permesso da Israele per lasciare Gaza per l’intervento.

Syed ha fotografato la madre mentre lasciava l’ospedale con il figlio. “Non riesco a liberarmi dall’immagine della madre che portava in braccio il suo bambino, il suo corpicino aggrappato a lei, entrambi avvolti nella disperazione”, dice.

“La sofferenza di questo bambino mi tormenta in modi che le parole non possono esprimere. Il medico che è in me sa che quel bambino è morto quel giorno, poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale, ma la madre che è in me non vuole accettare la realtà.

Fatma, 29 anni, è arrivata in ospedale con tre bambini piccoli, tutti sotto i 7 anni. Non era stata ferita dalle bombe, ma sanguinava copiosamente da un seno.

“I suoi figli sedevano in silenzio al suo fianco, con i volti segnati dalla paura”, racconta Syed. “Ho cercato nella borsa con i guanti insanguinati, e ho tirato fuori qualche palloncino per distrarli. I loro volti si sono illuminati mentre dimenticavano per un attimo l’orrore che li circondava.”

Si è scoperto che la madre soffriva di un tumore al seno in stadio molto avanzato. “Mi sono trovata di fronte a una scena che, nonostante la mia esperienza in zone svantaggiate, non avevo mai visto: una massa mammaria così grande e deturpante che era chiaramente la causa della sua abbondante emorragia”, dice Syed.

La zia della paziente, che accompagnava lei e i suoi figli, ha raccontato che i medici avevano scoperto il nodulo, all’epoca delle dimensioni di un’oliva, sette mesi prima, all’inizio della guerra.

Le era stato prescritto un intervento chirurgico e la chemioterapia, ma a causa della guerra e della distruzione del sistema sanitario non ha potuto curarsi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva approvato la sua evacuazione per motivi sanitari, ma la sua richiesta è stata respinta da Israele, oppure i permessi hanno impiegato troppo tempo per arrivare.

“Era evidente che il suo cancro era curabile”, dice Syed. “In qualsiasi altro Paese, o persino a Gaza prima del 7 ottobre, avrebbe ricevuto cure e sarebbe guarita. Ma ora non potevamo fare nulla. Non avevamo le scorte di sangue per stabilizzarla ed era preferibile riservare le risorse chirurgiche necessarie per la riduzione del tumore a pazienti con maggiori speranze di guarigione.

“Sarebbe morta presto con i suoi figli accanto. Questa madre non avrebbe mai visto i suoi figli crescere, non avrebbe mai visto sua figlia laurearsi o suo figlio diventare un uomo. L’ingiustizia di tutto ciò bruciava dentro di me, un fuoco che non si sarebbe mai spento.”

Alla fine Fatma è stata trasferita in un altro ospedale. Quando Syed ha chiamato per avere notizie, le è stato detto che Fatma era morta quel giorno.

Nelle conversazioni con i medici che hanno curato civili a Gaza si parla sempre dei primi minuti dopo una strage di massa. Le descrizioni sono le stesse.

Pochi minuti dopo l’attacco missilistico o la bomba i pronto soccorso e le unità di terapia intensiva diventano una scena da film dell’orrore. Le urla di dolore si fondono con le grida di angoscia delle persone che scoprono la morte di una persona cara.

I letti, le barelle e poi il pavimento si riempiono di feriti, mentre tra di loro si formano pozze di sangue. E i medici devono ripetutamente prendere decisioni crudeli: chi scartare perché con nessuna prospettiva di sopravvivenza o perché richiede l’utilizzo di risorse in grado di salvare altre persone con più possibilità di successo.

Syed è tornata a Gaza il 4 dicembre dopo il precedente periodo di volontariato in agosto. “Il viaggio è stato straziante, con strade dissestate e bambini che camminavano da soli, tale da risvegliare un familiare senso di angoscia nello stomaco”, racconta. Dopo un’ora di macchina siamo arrivati all’ospedale Nasser. La disposizione degli alloggi era rimasta invariata: angusti letti a castello e l’onnipresente odore di fogna proveniente dal bagno.

Mentre iniziavo a disfare i bagagli una forte esplosione ha scosso l’edificio. Ho subito capito che questo attacco aereo era più vicino del solito. Le urla echeggiavano mentre la gente correva verso l’ospedale. Conoscendo fin troppo bene la procedura, mi sono precipitata verso il reparto di traumatologia.

Mentre indossavo con difficoltà i miei guanti già strappati, ho visto che due bambini piccoli venivano portati di corsa. Le loro famiglie li hanno sdraiati sul pavimento dato che non c’erano letti disponibili. Prima ancora di toccarli ho capito che non erano più in vita. Mi ha travolto un senso di totale impotenza.

“Poi è arrivata una bambina di 8 anni di nome Alaa, la stessa età di mia figlia. Suo padre mi ha spiegato che stava giocando davanti alla loro tenda quando in seguito ad un attacco aereo delle schegge sono penetrate nel suo cranio. Era gravemente ferita, il suo corpo si muoveva a malapena e la materia cerebrale era esposta. Secondo il protocollo era da considerare irrecuperabile.

Ma quando ho visto la disperazione negli occhi di suo padre non sono riuscita a stare a guardare. Ho preso dalla mia borsa il laringoscopio che avevo dovuto far passare di nascosto dall’esercito israeliano e ho assicurato la pervietà delle vie respiratorie, poi l’abbiamo portata di corsa in sala operatoria.

Pochi giorni dopo sono stata trasferita in un altro ospedale e ho perso traccia dei progressi di Alaa. Suo padre aveva promesso aggiornamenti, ma temevo il peggio. Una sera, verso la fine del mio soggiorno di un mese, ho ricevuto un messaggio con due video.

“Il primo video mostrava Alaa seduta mentre leggeva un libro con una benda attorno alla testa. Nel secondo la si vedeva camminare, leggermente instabile ma autonoma. Si è fermata al centro dell’inquadratura e ha detto: ‘Shokran doktora, anam khair’ Grazie, dottoressa, sto bene.”

Ma Alaa ha bisogno di un intervento chirurgico per la protezione del cervello, un’operazione che non può essere eseguita a Gaza. Come per altri casi, è in attesa di essere evacuata dalla Striscia.

“Negli Stati Uniti abbiamo la possibilità di intervenire in diversi modi e salvare vite umane”, dice Syed. “A Gaza anche se salvi una vita non è detto che ci sia veramente riuscito.

“Alaa potrebbe morire domani. Il suo cervello è esposto. Se domani inciampa tra le macerie o contrae un’infezione, morirà. Tutto è così incerto. La sensazione che si prova è di non fare molto, di non portare alcun cambiamento.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

Vedi video della relazione del dr. Feroze Sidhwa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU 




Come sei mesi in Cisgiordania hanno cancellato una vita di indottrinamento sionista

Sam Stein 

30 maggio 2025 – +972 Magazine

Come molti ebrei americani sono stato educato a considerare infallibile Israele. Vivere tra i palestinesi mi ha insegnato alcune verità fondamentali sulla situazione dell’occupazione.

Se si cresce nel mondo degli ebrei ortodossi americani quello che si fa è semplicemente passare un anno post-diploma a studiare la Torah in Israele. Io scelsi di frequentare una “mechina”, un programma israeliano propedeutico al servizio militare, ignaro che quello che consideravo il mio “anno in Israele” in realtà mi avrebbe portato nei territori palestinesi occupati in Cisgiordania.

La “Mechinat Yeud” si trovava a Efrat, una colonia illegale del blocco di Gush Etzion [prima colonia fondata da Israele nei territori occupati nel ’67, ndt.], a sud di Gerusalemme. I nostri giorni lì erano principalmente divisi in due parti: la prima metà veniva dedicata a studiare la Torah e l’altra a fare escursioni, a prestare servizio per la comunità e ad allenarsi nel Krav Maga [arte marziale adottata dall’esercito israeliano, ndt.].

Terminai quell’anno senza sapere molto dell’occupazione israeliana. Mentre vedevo più “arabi” (la parola “palestinesi” non veniva mai pronunciata dalle nostre labbra) attorno alla mia colonia che nel vero e proprio Israele, continuai ad ignorare la realtà da loro vissuta sotto il potere militare straniero, senza cittadinanza né diritto di voto.

La prima volta che ricordo di aver sentito la parola “occupazione” fu quando il mio rabbino, un abitante della colonia illegale di Alon Shvut, si lamentò del fatto che gli israeliani avessero un accesso limitato al Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, ndt.]. “Israele,” dichiarò, “è occupato dagli arabi.”

Cinque anni dopo, mentre studiavo all’Hunter College di New York, uno studente palestinese di Betlemme fece un discorso nel nostro centro Hillel [principale organizzazione studentesca ebraica al mondo, ndt.]. Avendo vissuto durante il tempo passato a Efrat a poca distanza da lui, ingenuamente pensai a noi due come “vicini”. Ma quando spiegò che frequentare un’università a New York gli imponeva di ottenere in primo luogo i permessi israeliani anche solo per andare in Giordania e avere il diritto di salire su un volo internazionale, lo stridente contrasto tra le nostre due vite divenne impossibile da ignorare.

Sette anni dopo il mio soggiorno nella mechina tornai in Israele-Palestina, questa volta con una chiara visione dell’occupazione della Cisgiordania e della responsabilità che comportava entrare in quella terra. Sapevo di dovermi impegnare nell’attivismo concreto contro l’occupazione. Fu così che arrivai a unirmi ad “All That’s Left” [Tutto ciò che rimane], un collettivo di base e senza gerarchie degli ebrei della diaspora impegnato nell’azione diretta contro l’occupazione.

Attraverso All That’s Left iniziai a viaggiare regolarmente in Cisgiordania con una prospettiva totalmente diversa rispetto a quando avevo 18 anni. Mi unii ai contadini palestinesi nei loro campi, accompagnai i pastori a pascolare le loro greggi, partecipai alle proteste contro la violenza di Stato israeliana e infine passai notti, poi settimane, poi mesi, nei villaggi palestinesi. Come parte di attivismo della presenza protettiva i miei compagni di militanza ed io documentammo gli attacchi dei coloni e le incursioni militari, sperando che il nostro status privilegiato agli occhi dello Stato potesse scoraggiare la violenza.

Questo lavoro mi ha portato al settembre 2024, quando, dopo essermi unito a Rabbis for Human Rights [Rabbini per i Diritti Umani, associazione religiosa israeliana contro l’occupazione, ndt.], ho deciso di trasferirmi a tempo pieno a Masafer Yatta, un gruppo di villaggi palestinesi sulle Colline Meridionali di Hebron i cui abitanti hanno resistito tenacemente alla violenza dei coloni e dell’esercito intesa a cacciarli dalle loro terre, come recentemente descritto dal documentario vincitore dell’Oscar “No other land” [Nessun’altra terra]. Andando lì speravo di rafforzare i miei rapporti con la comunità, migliorare il mio arabo e fornire una presenza protettiva.

Come cittadino israeliano ebreo, parte del gruppo demografico che spinge per l’espansione della colonizzazione, volevo assicurarmi che stando a Masafer Yatta avrei fatto una resistenza attiva all’occupazione invece che perpetuarla. Attraverso conversazioni con gli abitanti del luogo e il mio lavoro con iniziative come Hineinu [Noi siamo qui, progetto di appoggio alle comunità palestinesi, ndt.], sono arrivato alla convinzione che esso era accolto positivamente e apprezzato dagli abitanti palestinesi.

Senza limiti di tempo, senza sostegno istituzionale e senza neppure una casa a Gerusalemme in cui tornare se le cose si fossero messe male, ho caricato tutte le mie cose in macchina e sono partito a sud verso Masafer Yatta.

Per sei mesi ho vissuto insieme a quelli che, come ero stato continuamente messo in guardia, alla prima occasione mi avrebbero ucciso. Le verità che ho imparato lì devono essere condivise, soprattutto con altri che sono stati educati con gli stessi timori. Queste lezioni hanno un’importanza immediata perché ancora una volta Masafer Yatta sta affrontando una campagna di demolizioni che minaccia di cancellare la sua gente dall’unica terra che conosce.

  1. Puoi (e dovresti) ignorare i cartelli rossi

    Durante l’anno alla mechina il nostro direttore indicava invariabilmente i cartelli rossi che indicavano gli ingressi nell’Area A, il territorio della Cisgiordania ufficialmente sotto totale controllo palestinesi [in base agli accordi di Oslo, ndt.]. Gli avvisi, piazzati da Israele, affermavano che l’ingresso era “illegale” e “pericoloso per le vite” dei cittadini israeliani. “Questo è il vero apartheid,” diceva il nostro direttore, lamentando la presunta esclusione per gli israeliani da quelle zone. Solo in seguito capii che i palestinesi non intendevano escludermi né avevano l’effettiva autorità su quei luoghi.

In realtà il divieto contro i cittadini israeliani che entravano nell’Area A esiste più sulla carta che in pratica. Queste restrizioni non intendono proteggere gli israeliani, ma rafforzare un sistema e una cultura di apartheid attraverso barriere psicologiche. Dove finiscono posti di blocco e muri prendono il loro posto la paura e autocensura come mezzi di separazione.

Ho presto compreso che disimparare questo razzismo condizionato richiede l’immersione in luoghi in cui la cultura palestinese rimane predominante. Ho visitato i siti storici di Betlemme, mi sono allenato in palestre di arti marziali a Ramallah e ho fatto la spesa nei mercati di Yatta. Quasi ogni volta gli abitanti locali scoprivano che sono sia ebreo che israeliano, eppure non mi sono mai sentito in pericolo. L’unica vera angoscia c’è stata quando ho lasciato le città palestinesi, seduto in infinite code ai posti di blocco, un ricordo quotidiano del peso schiacciante dell’occupazione.

  1. I coloni degli avamposti non ti rappresentano

Se, come me, sei cresciuto come un tipico ebreo ortodosso moderno in America, non troverai nessun punto in comune con quelli che passano il pomeriggio del sabato andando in giro in macchina e usando il telefono [attività vietate il sabato dalla legge religiosa ebraica, ndt.] per coordinare attacchi contro i palestinesi.

A differenza dei coloni più “moderati” di posti come Efrat o Alon Shvut, che pur sostenendo l’occupazione almeno conservano un’apparenza di osservanza religiosa, , i violenti radicali degli avamposti sono totalmente estranei al tuo mondo.

Se incontri a scuola il tipico giovane delle colline [membro di un gruppo di coloni estremisti, ndt.] non vedi uno come te, vedi un giovane a rischio che ha bisogno di assistenza. E gli adulti che gestiscono questi avamposti? Non hanno niente a che vedere con i rabbini che ti fanno lezione a scuola, sono estremisti ideologici che usano la nostra tradizione come arma calpestando la stessa halacha [tradizione normativa ebraica, ndt.] che ti è stato insegnato essere essenziale e immutabile.

  1. L’esercito mente

Come la maggioranza degli ebrei e degli israeliani, sono stato educato a vedere l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] come infallibile. Ma quando dico che l’esercito mente, non sto parlando di interpretazioni o di mezze verità. Intendo che inventano in blocco la realtà, creando finzioni prive di ogni base oggettiva.

Ho assistito di persona ad avvenimenti per poi leggere resoconti dell’esercito che contraddicevano totalmente la realtà. Per due volte sono stato aggredito da soldati e coloni per poi essere arrestato con l’assurda accusa che avevo attaccato i miei aggressori.

Questo schema di menzogne non è nuovo: molto prima degli ultimi 18 mesi Israele ha ripetutamente ritrattato le sue versioni ufficiali, come il mondo ha visto in seguito all’assassinio della giornalista Shireen Abu Akleh [uccisa a Jenin da un cecchino israeliano ma che secondo la prima versione israeliana sarebbe stata colpita da un combattente palestinese, poi da un proiettile di rimbalzo, ndt.]. Oggi, mentre Israele commette un genocidio a Gaza dietro il muro della censura, dobbiamo partire dall’assunto opposto: ogni parola ufficiale dell’esercito è una menzogna.

  1. L’occupazione opera ininterrottamente

Una volta un compagno attivista di Hineinu ha descritto la risposta alla violenza a Masafer Yatta come “giocare a colpire la talpa”. Ogni chiamata d’emergenza del mattino — i coloni attaccano qui, i soldati invadono là — dà l’avvio a un altro giorno di corse tra avamposti per documentare le atrocità.

Mi sono abituato a questo ritmo di crisi: dormire con la suoneria impostata per squarciare il silenzio della notte, un cambio di vestiti sempre a portata di mano, affinare la particolare abilità di vestirsi in pochi secondi mentre sei mezzo addormentato. A tutt’oggi un telefono che suona mi provoca le palpitazioni.

È rapidamente diventato chiaro che la mia sola presenza là turbava profondamente i soldati israeliani. Avrebbero inventato pretesti per allontanare me e gli altri attivisti, arrestandomi per aver fotografato un’auto civile, accusandomi falsamente di essere entrato nell’Area A o prendendo di mira i nostri veicoli per futili violazioni del codice della strada.

Ma mentre questi continui soprusi mi hanno sfiancato, impallidiscono in confronto a quello che devono sopportare giornalmente i miei vicini. So che persino in un cosiddetto giorno “tranquillo” la violenza non si ferma, significa solo che altri si stanno accollando il peso al mio posto.

  1. La risposta è una solidarietà vera.

Integrarmi in una comunità palestinese mi ha rivelato l’implacabile morsa dell’occupazione. Quando ho iniziato ad accompagnare in macchina i miei vicini a sbrigare le loro faccende ogni posto di blocco si è trasformato da un’ingiustizia vista da fuori in qualcosa che mi colpiva personalmente. Queste esperienze mi hanno insegnato che l’antidoto più potente alla propaganda è essere veramente accomunati agli oppressi e diseredati, non in base a una falsa nozione di “coesistenza”, ma a un impegno condiviso per la giustizia e la liberazione.

L’occupazione continua esattamente perché non crea un disagio agli israeliani, che è la ragione per cui chi li sostiene deve consapevolmente condividere la sofferenza dei palestinesi. Ciò non implica andare a Masafer Yatta, solo costruire rapporti così profondi che la sofferenza degli altri diventi la nostra. Assistere ai soprusi là non disturba solo la mia coscienza, mi fa arrabbiare perché le persone che amo sono state colpite. Questa rabbia continua anche adesso che me ne sono andato. Moltiplicate questo per migliaia e il sistema crollerà.

È così che un’ora di vero ascolto del discorso di un compagno di studi al college è stata il primo passo perché mi si aprissero gli occhi sul vissuto dei palestinesi. Ora, condividendo la mia esperienza di sei mesi insieme ai palestinesi di Masafer Yatta, spero di aiutare altri che sono stati educati come me a rompere lo stesso muro di menzogne. Solo allora potremo riprenderci non solo da questi 18 mesi devastanti, ma dai 75 anni che li hanno preceduti e costruire un futuro degno della nostra comune umanità.

Sam Stein è uno scrittore e attivista che ha passato sei anni impegnato nella presenza protettiva in Cisgiordania. Collabora frequentemente con la rivista The Progressive Magazine [storico periodico statunitense di sinistra, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ogni soldato dell’Esercito Israeliano in servizio a Sde Teiman sa cosa accade ai detenuti palestinesi

Anonimo

31 maggio 2025 Haaretz

Ho sentito proprio il comandante del centro spiegare: “I piani alti dicono che Sde Teiman viene chiamato cimitero”. Eppure i media e l’opinione pubblica israeliani ignorano deliberatamente il rivoltante quadro del centro di detenzione.

Questa settimana con i nervi a fior di pelle aspettavo che andasse in onda sull’emittente pubblica israeliana il rapporto investigativo sugli eventi accaduti, nel corso della guerra di Israele a Gaza, al centro di detenzione di Sde Teiman dove ho prestato servizio come riservista. Non è stata una scelta facile per me quella di partecipare quando i produttori dell’importante docu-serie investigativa israeliana hanno chiesto di intervistarmi. I media israeliani raramente mostrano al pubblico ciò che viene fatto in loro nome e il pubblico, da parte sua, preferisce tenere gli occhi ben chiusi. E ancora una volta, la mia intervista non è stata inclusa nella versione finale del rapporto, così come ogni altra informazione sugli abusi sistematici e la morte dei detenuti di cui molti alti funzionari israeliani sono a conoscenza.

Il programma Zman Emet, che si traduce letteralmente con “Tempo della Verità”, non ha trasmesso la verità al pubblico, bensì una verità filtrata, forse persino peggiore di una bugia. Il servizio si è concentrato principalmente su una singola, famigerata indagine dell’esercito israeliano sugli abusi a Sde Teiman: un caso documentato di presunta violenza sessuale con un oggetto estraneo commessa da soldati dell’unità segreta delle Forze armate israeliane nota come Forza 100.

Zman Emet si è concentrato su questo incidente e su come la successiva indagine, con l’aiuto di politici cinici, si sia quasi trasformata in un ammutinamento contro lo stato di diritto. L’incidente è culminato con una folla inferocita, tra cui diversi funzionari del governo israeliano, che hanno fatto irruzione a Sde Teiman e in un’altra base militare vicina a difesa dei presunti colpevoli. Concentrandosi su questo singolo caso, il programma ha deliberatamente ignorato il contesto più ampio, il quadro generale e rivoltante che è Sde Teiman.

Come sa chiunque ci sia stato, Sde Teiman è un sadico campo di tortura. Dalla fine del 2023 decine di detenuti sono entrati vivi e ne sono usciti chiusi in sacchi per cadaveri. Ci sono testimonianze di guardie, medici e detenuti, e tutti raccontano eventi simili. Niente di tutto questo è stato menzionato nell’inchiesta. Come se l’inferno sulla terra che vi abbiamo creato si riducesse a un singolo evento che può essere spiegato con una discussione astratta sulla legittimità dei diversi tipi di punizione corporale. Ma io ho visto quell’inferno. Ho visto un detenuto morire davanti ai miei occhi. Era seduto con altri prigionieri, bendato, e a un certo punto ci siamo resi conto che se n’era andato. Ho visto il comandante del campo radunare tutti per cercare di mitigare la routine quotidiana di abusi, l’uso smodato della forza, le condizioni disumane in cui i prigionieri erano tenuti. L’ho sentito spiegare: “I piani alti dicono che Sde Teiman viene definito un cimitero” e “dobbiamo smetterla”.

Ho visto persone arrivare alla struttura dalla Striscia di Gaza ferite, poi morire di fame e restare per settimane senza cure mediche. Li ho visti urinarsi e defecarsi addosso perché non gli era permesso usare il bagno. Sento ancora l’odore. Molti di loro non erano nemmeno membri della Nukhba (il commando di Hamas che ha guidato l’attacco del 7 ottobre), solo normali civili palestinesi di Gaza detenuti per indagini e, dopo aver subito brutali abusi, rilasciati quando si è scoperto che erano innocenti. Non è strano che qualcuno vi sia morto. La cosa sorprendente è che qualcuno sia sopravvissuto. Gli investigatori di Zman Emet sono rimasti scioccati quando ho raccontato loro tutto questo, ma niente di tutto ciò è stato inserito nel programma. Cosa è stato inserito nel montaggio finale? Il capo del dipartimento investigativo della polizia militare che pretende di non saperne nulla: “Fino a quel momento”, ovvero fino a quando non hanno ricevuto la segnalazione di un detenuto ferito e sanguinante, “non avevamo avuto alcun segnale d’allarme”.

Davvero? All’epoca ex detenuti e anche soldati e personale medico che prestavano servizio a Sde Teiman avevano pubblicato testimonianze di abusi estremi, condizioni disumane e mancanza di cure mediche di base. Tutto ciò che dovevano fare era ascoltare, o anche solo contare il numero di detenuti che entravano e confrontarlo con quello di coloro che non ce l’avevano fatta. Non c’è bisogno di essere Sherlock Holmes. Tutti coloro che hanno prestato servizio a Sde Teiman lo sanno. Sanno delle torture, degli interventi chirurgici eseguiti senza anestesia e delle pessime condizioni igieniche. Ma niente di tutto questo è stato trasmesso. Come se un campo di tortura militare, operante con la piena consapevolezza dei comandanti superiori, fosse meno interessante o importante di un singolo caso isolato di abuso che può essere negato o confermato: un intero programma su Sde Teiman senza effettivamente parlare di Sde Teiman.

Ciò che accade a Sde Teiman non è un segreto, eppure la maggior parte degli israeliani non ne sa nulla, nemmeno adesso, perché i media israeliani lo hanno quasi completamente ignorato. È anche per questo che ho accettato l’intervista. Perché i palestinesi continuano a lasciare i nostri centri di detenzione in sacchi per cadaveri e la maggior parte delle persone intorno a me non ne ha mai sentito parlare. Ma più che rivelare la verità su Sde Teiman, il programma ha messo a nudo il modo in cui una tale realtà possa tranquillamente continuare. Perché i giornalisti israeliani, pienamente consapevoli dei fatti, scelgono di nasconderli per vendere invece una piccola storia circoscritta a poche “mele marce”. Sde Teiman non è un caso isolato. È indubbiamente una scelta politica – una politica attuata e sostenuta con la complicità attiva dei media israeliani.

Questo articolo è stato scritto da un riservista anonimo dell’Esercito Israeliano.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Distruggere Gaza “con amore”: i nuovi yogi-nazisti israeliani

Alon Ida

18 maggio 2025 – Haaretz

Chi ha detto che spiritualità e pulizia etnica non possano andare a braccetto? Israele è pieno di persone spirituali che vedono l’annientamento dell’altro come una forma di crescita personale.

Rivka Lafair è una “conduttrice di workshop, incontri e sessioni di gruppo su tematiche yoga, insegnante di yoga femminile e sviluppo personale”. Vive nell’insediamento di Shiloh, nella Cisgiordania meridionale, e si definisce un'”ebrea orgogliosa” che “pensa fuori dagli schemi”. Adorabile. Inoltre, vuole annientare ed espellere due milioni di esseri umani dalla Striscia di Gaza.

Lafair appartiene a una corrente all’interno dell’ebraismo israeliano che può essere descritta come “Yogi-Nazi”: persone la cui spiritualità è alla base del loro nazismo. Si tratta di un substrato relativamente nuovo, sebbene con profonde radici nella cultura locale, che ha guadagnato popolarità dal 7 ottobre, soprattutto grazie alla sua capacità di unire concetti che, in superficie, sembrano agli antipodi: spiritualità e annientamento, emancipazione ed espulsione, yoga e fame, ritiri spirituali e bombardamenti a tappeto.

Lafair è convinta che “la musica ha il potere di alterare la nostra coscienza”, ma anche che espellere e annientare due milioni di abitanti di Gaza inizi con “una modifica della propria coscienza”. Per riuscire in questo importante cambiamento cognitivo dobbiamo capire che “qui abbiamo un nemico che guardiamo negli occhi prima di eliminare“. Sì, guardateli negli occhi, non fatelo alle loro spalle, perché dobbiamo essere in contatto diretto, senza intermediari, con coloro che stiamo annientando.

E per chiarire che per “nemico” non intende solo i terroristi di Hamas, precisa: “Siamo determinati a vendicarci e a distruggere Gaza. Dal neonato all’anziana”. Conclude con un versetto biblico appropriato: “Cancellerai il ricordo di Amalek sotto il cielo; non dimenticare”.

Lafair capisce che le persone tendono a rimanere perplesse di fronte a questa dissonanza tra spiritualità e annientamento. Così in uno dei suoi video lancia “un messaggio a tutti coloro che non capiscono come sia possibile essere spirituali, insegnare yoga e tenere ritiri mentre si invoca l’espulsione e l’annientamento del proprio nemico”.

In effetti la sua risposta è semplice: “Amo il mio popolo con un amore eterno e odio il mio nemico con un odio eterno… L’uno non contraddice l’altro. Si può essere una persona piena di valori e amore, e allo stesso tempo… sapere anche cosa è giusto e cosa è sbagliato, resistere al nemico e sapere cosa bisogna farne.”

Quindi, cosa bisogna farne? (SHSHSH… non ditelo a nessuno.)

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E se lo spiritualismo nazista di Lafair può essere liquidato perché è una colona che ha trovato una soluzione efficace per realizzare l’idea del Grande Israele, vale la pena notare che questo è un fenomeno molto più ampio che non si limita ai territori occupati.

Alla vigilia del Giorno della Memoria dell’Olocausto, ad esempio, il comico e autore satirico Gil Kopatz, che da anni flirta con la spiritualità e la religione, ha pubblicato quanto segue: “Se dai da mangiare agli squali alla fine ti mangiano. Se dai da mangiare ai Gazawi alla fine ti mangiano. Sono favorevole all’estinzione degli squali e allo sterminio dei Gazawi. Riflessioni per il Giorno della Memoria dell’Olocausto 2025”.

In seguito alla “tempesta” generata dal post Kopatz ha pubblicato una precisazione: “Non provo un briciolo di compassione per i Gazawi. Per gli arabi in generale sì, per gli esseri umani in generale sì, per gli squali no, e nemmeno per le bestie umane”. Naturalmente, il suo desiderio di sterminare milioni di persone non implica che sia una cattiva persona. Anzi, scrive: “Mi considero una persona umana, liberale e morale”. Per chiudere in bellezza termina il post con un pizzico di umorismo nero: “Non è un genocidio, è un pesticidio, ed è necessario”. Un vero spasso, eh?

Gil Kopatz, “Non è genocidio, è pesticidio”. Foto Davina Zagury

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In effetti in Israele è stata mobilitata al servizio dello Yogi-Nazismo gran parte della terminologia spirituale. Prendiamo ad esempio M., una donna di una grande città abbiente a pochi chilometri a nord di Tel Aviv. Gestisce uno studio descritto come “uno spazio piacevole, pieno di ispirazione”, che sposa tre valori: “Creatività. Emozione. Esperienza”.

In questo piacevole spazio promuove “gruppi di creatività per bambini dai quattro anni in su; guida emozionale personale per bambini e ragazzi con un approccio gentile, relazionale e formativo”. Tutto questo avviene, ovviamente, in “un’atmosfera familiare, calorosa e professionale” (gli interessati sono “invitati con affetto”).

Eppure, quando a questa stessa M. viene mostrato un video che mostra un bambino affamato nella Striscia di Gaza, afferma immediatamente: “È poco credibile. Mi dispiace. Ho visto come vengono messe in scena le clip: posizionamento, applicazione del trucco, stesura di una sceneggiatura”. Ma credibile o meno la stessa donna che si prende cura dei bambini “con un approccio gentile, affettuoso e premuroso” spiega: “Sapete cosa? Anche se fosse reale, dopo il 7 ottobre non provo un briciolo di compassione per nessuno lì. Nemmeno per i bambini”. Inoltre: “Mi rattrista vedere persone tra noi condividere questa merda e, peggio ancora, identificarsi con essa ed esprimere dolore”.

Per chiarire che non è una persona insensibile, riassume: “Chi scrive è una madre, un’amante dell’umanità e una persona fantastica a tutto tondo”. È solo che “il 7 ottobre mi ha portato via l’innocenza”. Povera donna, sta davvero lottando.

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Neanche A. è una colona. Vive in una città ben nota in Israele e sta semplicemente cercando una nuova casa per “un cane fantastico!!!! È completamente addestrato a vivere in casa, un cane pieno d’amore che ha bisogno di una casa calda e amorevole”.

Tanta cura, tanto amore, tanta compassione. Eppure, quando si imbatte nella fotografia di un bambino di Gaza ucciso in un bombardamento israeliano capisce immediatamente che qualcuno sta cercando di confonderla e scrive: “Chiariamo le cose. Se non ci fosse stato un massacro qui, non ci sarebbe stato un massacro lì!! Non è il caso dell’uovo e della gallina!!!”

In seguito, quando l’uovo e la gallina non riescono a capire cosa intendesse, ricorre ad alcune delle “migliori” calunnie sfatate diffuse in seguito all’orribile massacro “dopo che i bambini qui sono stati bruciati, decapitati, messi in un forno” e conclude con fermezza: “Non c’era bisogno di mandare un container di vestiti per i loro bambini”.

Certo, anche lei un tempo era una persona compassionevole e sensibile “Non fraintendetemi, la pensavo esattamente come voi fino al 6 ottobre, ma se qualcuno viene a uccidervi… il caso è chiuso. Loro hanno iniziato e noi finiremo!!!” (non intendete forse “finire?“).

Ce ne sono tante nell’Israele contemporaneo. Persone spirituali che vedono l’annientamento dell’altro come una forma di crescita personale e l’eradicazione del nemico come un’acquisizione di potere. Vivono in un unico grande rifugio, dove la coscienza è così finemente sintonizzata che ogni rumore scompare, ogni disturbo è attutito, così che rimangono solo con se stesse, loro e il loro essere interiore puro, compassionevole, incontaminato e finalmente in grado di connettersi con ciò che è rimasto lì per tutto il tempo, in attesa di essere rivelato: il desiderio di annientare e distruggere milioni di persone, inclusi bambini, donne e anziani. Con grande amore.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il 40% degli israeliani dice di aver pensato di lasciare il Paese. Ecco cosa li trattiene

Noa Limone

12 maggio 2025 – Haaretz

Barak dice che preferisce “combattere i fascisti”, Riky vuole solo una vita normale e Meital conosce i pericoli della solitudine. Gli israeliani raccontano cosa li trattiene in Israele – per ora.

Lo scorso anno quasi 60.000 israeliani hanno lasciato il Paese senza farvi ritorno – più del doppio rispetto al 2023. Secondo l’ufficio statistico l’81% sono stati giovani e famiglie, spesso tra i 25 e i 44 anni. Inoltre un sondaggio della società Ci Marketing ha rivelato che circa il 40% degli israeliani rimasti sta valutando di andarsene.

Le ragioni di questi numeri potrebbero sembrare ovvie: la guerra, il tentativo del governo di indebolire la magistratura, il costo della vita in aumento. Altrove, il futuro dei figli potrebbe essere migliore.

Ma quali sono invece le ragioni per restare? Quattro israeliani hanno raccontato ad Haaretz perché stanno pensando di andarsene e perché, almeno per ora, rimangono.

Riky Cohen. Foto: Moti Milrod

Riky Cohen, 56 anni, è una scrittrice, poetessa e redattrice che vive a Tel Aviv e da un decennio pensa di emigrare. “Ogni volta che sento che qualcuno se ne va, ho una crisi isterica”, racconta.

Cohen ha una relazione ed è madre di due figli: un giovane di 23 anni militare di carriera e una figlia di 18 anni che sta svolgendo l’anno di servizio nazionale [sorta di servizio civile, ndt.] prima di entrare nell’esercito. Per alcuni anni il suo partner ha completamente rifiutato l’idea di andarsene.

“Si era persino opposto alla mia idea di chiedere il passaporto portoghese, quando c’era ancora tempo. Adesso se ne pente”, dice Cohen.

La frequenza e l’intensità di questi pensieri sono gradualmente cresciute e da due anni “abbiamo discussioni accese sull’argomento”, racconta. Il suo compagno temeva che all’estero non avrebbero trovato lavoro, e i loro figli hanno radici qui. E non volevano andarsene senza di loro.

Cohen guarda all’estero perché è pessimista sul futuro di Israele in termini di insicurezza, instabilità politica ed economica. E sogna, con un misto di malinconia, una vita “normale”: “Senza la preoccupazione costante di ciò che accade in un Paese in via di disintegrazione, in una distopia”.

Manifestazione a Basilea l’11 maggio per l’esclusione di Israele dall’Eurovision. foto: AFP/STEFAN WERMUTH

Ma non è solo il suo compagno ad avere motivi per restare. «L’ebraico è la mia prima ancora nel mondo», dice Cohen, aggiungendo che «quando te ne vai, perdi la tua rete. Sarei felice di partire in gruppo».

L’antisemitismo non la spaventa: “Ne fanno un problema più grande di quanto sia in realtà”, dice. Per lei, è la vita qui a essere più terrificante; del resto, abita in una casa senza stanza blindata [camera in cui rifugiarsi in caso di attacchi o altre emergenze militari. Dal 1992 per legge tutte le nuove costruzioni in Israele devono averne una, ndt.]. “Durante gli allarmi temevo che un muro mi crollasse addosso e per mesi dopo il 7 ottobre ho avuto incubi riguardo a terroristi”.

Nel frattempo Cohen cerca di convincere i suoi figli a emigrare dopo il servizio militare. “Chiedo loro cosa deve succedere perché la vita qui diventi per loro insopportabile nella speranza che, se e quando ciò accadrà, sarà ancora possibile andarsene”, dice. “Penso che potremmo aver perso l’occasione”.

Teme che Israele diventi una dittatura “e in un modo o nell’altro quello che sta succedendo adesso attirerà su di noi qualcosa di simile all’annientamento”.

Come dice Cohen, “siamo al disastro. Mi sono chiesta molte volte cosa avrei fatto durante l’Olocausto: unirmi ai partigiani e combattere o tentare la fuga per salvarmi. Ora oscillo tra la domanda se lottare fino alla fine per provare a salvare questo posto – e a quale prezzo – o fuggire”.

Nonostante le molte ragioni per andarsene, Cohen conclude l’intervista citando un verso di “Città e paure” (2011) del poeta Eli Eliahu: “Una persona deve lasciare dietro di sé tracce di lotta”.

“Spero che combatteremo, nonostante tutto”, aggiunge.

Sentirsi indesiderati

Un’altra intervistata ha chiesto l’anonimato: la chiameremo Shira. Ha 41 anni e vive nel centro del Paese. Anche per lei i pensieri sull’emigrazione non sono una novità.

“Ci penso da sempre, ma da quando è iniziata la guerra questa idea si è fatta più forte e parlarne è diventato socialmente più accettabile”, racconta.

Shira, graphic designer e single, racconta che molti suoi amici se ne sono già andati. Per lei la ragione sta nella convinzione che Israele non abbia un futuro politico. “Finché insisteremo sull’essere uno Stato «ebraico e democratico», e finché ci sarà un’occupazione, non potrà esserci una vera democrazia”, afferma.

L’emigrazione non è un’idea peregrina per Shira. Quando lei era bambina la sua famiglia ha vissuto per alcuni anni negli Stati Uniti. “Mi rendo conto che è possibile vivere in modo diverso, ma avendo fatto l’esperienza dell’emigrazione so quanto sia difficile”.

Il suo inglese può anche essere eccellente, ma “non mi ci sento a casa”. Inoltre sa bene quanto sia difficile integrarsi in un nuovo posto. “Ricordo quanto fu difficile per me da ragazzina, quindi cosa potrei aspettarmi a oltre 40 anni?”.

Un altro motivo di preoccupazione riguarda la salute. “Ho problemi di salute, sono seguita dall’Assicurazione Nazionale e mi curo nel sistema sanitario pubblico”, spiega. “Inoltre ho qui una rete di sostegno fatta di familiari e amici. Ricostruire tutto questo in un nuovo posto sarebbe molto complicato”.

E come fare a trasferire i suoi animali domestici e le sue cose, e dove? “Non è una decisione semplice: gli Stati Uniti sono in condizioni terribili, e in passato New York non è stata proprio gentile con me”, racconta.

Ciononostante, Shira rimane convinta che lascerà Israele: “Non so come né quando e forse mi illudo, ma la vita qui sta diventando insopportabile e sento che mi stanno rubando il diritto di sentirmi a casa”.

Il divario tra le opinioni dominanti e le posizioni politiche di Shira – specialmente dopo il 7 ottobre – l’ha fatta sentire indesiderata. Oggi si sente sempre più estranea a ciò che l’essere israeliani sembra rappresentare.

Manifestazione a Bruxelles contro i bombardamenti a Gaza l’11 maggio 2025. Foto: AFP/HATIM KAGHAT

Racconta di come siano cambiate dopo il 7 ottobre le chiacchiere al parco dove porta a spasso il cane. Un giorno, mentre conversava con un gruppo di donne con cui aveva rapporti amichevoli, una ha chiesto: “In quale modo sarebbe meglio spazzare via Gaza: per fame o con la bomba atomica?”.

Shira si chiede: “Come è possibile che questa sia una conversazione nomale per strada, e che io invece sia considerata strana?”.

Quando la casa brucia, si resta

Il regista israeliano Barak Heymann ha la sensazione di vivere in un universo parallelo israeliano. “Non respiriamo la stessa aria”, dice.

Si riferisce agli elettori di destra, ma anche ai suoi stessi concittadini che protestano contro lo smantellamento della magistratura e per un accordo che riporti a casa tutti gli ostaggi. Eppure, questi spiriti a lui affini ignorano la sofferenza dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

“Questo fa di me un eterno guastafeste. Sono con loro nella lotta contro il colpo di Stato giudiziario e provo la stessa rabbia per gli ostaggi abbandonati, ovviamente”, continua Heymann.

“Ma quando racconto loro che circa 70 prigionieri palestinesi sono morti nelle carceri israeliane dall’inizio della guerra, mettono in dubbio le mie fonti. E quando nel gruppo di lavoro WhatsApp scrivo dei bambini di Gaza uccisi dai soldati, vengo considerato un’estremista e un esecrabile provocatore, come se fossi insensibile alla sofferenza degli israeliani».

Il regista Barak Heymann. Foto: Moti Milrod

Heymann non frequenta più i social media ormai da un anno, dopo che la sua foto e le sue informazioni personali sono state condivise in un gruppo Telegram di estrema destra. Ma su Whatsapp legge dei bambini uccisi a Gaza.

“La maggior parte degli ebrei israeliani vive in una falsa realtà, dove c’è stato un Olocausto il 7 ottobre, mentre io vivo in una realtà in cui c’è un Olocausto a Gaza e in Cisgiordania, e questo crea una disconnessione emotiva molto pesante e triste”, osserva Heymann.

Quasi tutto ciò che accade gli appare in modo diverso rispetto alle altre persone; per esempio, la recente lettera dei riservisti piloti di jet da combattimento. “Questa frase secondo cui dobbiamo riportare a casa gli ostaggi «persino a costo di mettere fine alla guerra», è come dire che smetterla di uccidere bambini sia un prezzo da pagare e non qualcosa di desiderabile”, commenta Heymann.

Anna Kardaszewska, la sua compagna nativa di Varsavia, era venuta in Israele nel 2009 per stare con lui. Anche se per un po’ hanno spesso parlato di vivere in Polonia, quando è scoppiata la guerra e Kardaszewska ha deciso che era ora di partire Heymann si è reso conto che non poteva raggiungerla.

Per adesso lei e i bambini sono in Polonia, mentre Heymann va a trovarli ogni mese. Dice di non poter lasciare il suo lavoro di direttore della scuola di cinema del College di Beit Berl, a nordest di Tel Aviv.

“Per me è inimmaginabile dire ai miei studenti che qui è difficile, quindi io me ne vado e voi arrangiatevi. Quando la casa è in fiamme il mio istinto è di restare, resistere e gettare acqua sul fuoco”.

La sua situazione è “strana e complicata”, dice: “Politicamente parlando preferisco combattere i fascisti. Dal punto di vista emotivo invece, anche se sono disgustato da tutto questo nazionalismo israeliano e sostengo coloro che boicottano Israele, allo stesso tempo sono la persona più israeliana del mondo e mi considero un patriota”.

Semplicemente il senso di estraneità non è stato abbastanza forte da decidere di andarsene. “Viaggio in tutto il mondo per lavoro, ma il posto che preferisco resta questo”, afferma. “Mi piacciono il modo di pensare, il clima, la gente, la lingua, il cibo. Insomma, resto qui non solo per questioni di principio, ma anche per un bel po’ di sano egoismo”.

Ovviamente Heymann sta lavorando a un documentario in lingua ebraica sugli israeliani che lasciano il Paese. “È totalmente schizofrenico”, dice con un sorriso, per poi aggiungere che mentre la sua famiglia era in viaggio per Varsavia lui passava il tempo con persone che si preparavano a trasferirsi all’estero.

“Dovrò decidere quando raggiungerli, perché la nostalgia è l’emozione più forte che provo in questo momento”, dice. “Ma spero che, anche se li raggiungerò, sarà solo per un periodo limitato. Più le cose si fanno difficili qui, più sento il desiderio e il dovere di restare.”

Una nuova borsa di problemi

Meital, 38 anni, esperta di sostenibilità originaria di Gerusalemme, ha scelto di usare uno pseudonimo. Racconta di prendere una decisione ogni settimana, a volte ogni giorno, sul fatto di rimanere o meno in Israele. Single, afferma di porsi la stessa domanda dal conflitto di Gaza del 2014.

“Ma di recente la decisione di restare si fa sempre più difficile”, afferma. “Per la prima volta mi sono resa conto di avere una linea rossa: se perdiamo alle prossime elezioni me ne andrò, perché mi renderò definitivamente conto che per le persone come me qui non c’è più posto”.

Anche Meital da bambina ha vissuto un trasferimento. Quando aveva 11 anni la sua famiglia si è trasferita a Londra per alcuni anni, e da adulta lei vi ha frequentato un master.

“Sono qui per scelta”, dice. “Quando le persone parlano di emigrare, faccio loro notare che non è un picnic. Chi non ne ha vissuto l’esperienza non può capire la profondità del senso di solitudine”.

Sotto molti aspetti la vita era migliore in Inghilterra. “Più soldi, più cultura. Laggiù tutto è meglio, tranne ciò che conta davvero”.

Quindi cos’è che conta davvero? “Innanzitutto, i miei genitori sono qui, e non sono giovani”, risponde. “Una volta restavo per senso di appartenenza, oggi è soprattutto la consapevolezza che il tempo che posso ancora passare con i miei famigliari più stretti è limitato”.

Poi aggiunge: “C’è anche una cosa che avrebbe detto mia nonna. Vengo da una famiglia di kibbutzniks che ha contribuito a costruire il Paese, ferventi sionisti. Lasciare per sempre Israele sarebbe per noi come rinunciare alla religione”.

Inoltre Meital non vuole partire con la sensazione di fuggire; vuole andare verso qualcosa. “Molte persone mi dicono che ho un passaporto straniero, quindi sono a cavallo”, dice.

“Ma la burocrazia non è l’ostacolo più grande alla migrazione. Ciò che è difficile è lasciare la tua casa”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)