Kafka a Gaza: come Israele ha trasformato un operatore umanitario palestinese in un “terrorista”

Antony Loewenstein

8 settembre 2022 – +972 Magazine

Nel processo di sei anni contro Mohammed Halabi tutte le prove erano “segrete” o non plausibili. Ciò non ha impedito a Israele di condannarlo a 12 anni di prigione.

Dopo uno dei processi più lunghi nella storia israeliana, che ha compreso più di 160 udienze in sei anni, il 30 agosto un tribunale israeliano ha condannato l’operatore umanitario palestinese Mohammed Halabi a 12 anni di prigione con l’accusa di aver dirottato denaro verso Hamas. A giugno Halabi, che era a capo dell’ufficio di Gaza dell’organizzazione umanitaria cristiana World Vision, è stato dichiarato colpevole dal tribunale distrettuale di Be’er Sheva di aver deviato 50 milioni di dollari dei fondi dell’organizzazione alle autorità di Hamas che governano la Striscia di Gaza bloccata.

Durante il processo kafkiano, condotto in quasi totale segretezza dal momento dell’arresto di Halabi nel giugno 2016, e condannato da diverse delle principali organizzazioni mondiali per i diritti umani, il palestinese di 45 anni ha sempre proclamato la sua innocenza. È stato separato dai suoi cinque figli e dalla sua famiglia a Gaza dal momento in cui si è rifiutato di capitolare alle richieste di Israele di ammettere la sua colpevolezza e accettare un patteggiamento fraudolento.

World Vision, che ha sostenuto Halabi durante tutto il processo, ha continuato a difendere il proprio collaboratore dopo la condanna. “Non abbiamo verificato nulla che ci faccia mettere in dubbio le nostre conclusioni che Mohammed sia innocente da tutte le accuse”, ha scritto in una dichiarazione ufficiale.

Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina, è stato più diretto, definendo la sentenza un “grave errore giudiziario”. Ha condannato Israele per aver “trattenuto Halabi per sei anni sulla base di prove segrete confutate da numerose indagini” aggiungendo: “Il caso Halabi mostra come Israele usi il suo sistema giudiziario per fornire una patina di legalità al fine di mascherare il suo orrendo sistema di apartheid nei confronti di milioni di palestinesi. “

Il caso di Halabi è l’ultimo esempio di un sistema giudiziario israeliano truccato ed impegnato in una discriminazione contro palestinesi e non ebrei. Ma la sua storia fornisce più di un semplice spaccato dell’occupazione israeliana. Oltre al silenzio assordante degli alleati di Israele che pretendono di sostenere la democrazia, la sentenza di Halabi è un paradigma di quanto lontano si possa spingere Israele nel suo assalto alla società civile palestinese.

Parlando da Gaza alla rivista +972 dopo la sentenza il padre di Mohammed, Khalil, ha detto che “continuerà a lottare prima nei tribunali [distrettuali] israeliani e poi appellandosi [alla Corte suprema israeliana]” per ottenere giustizia. “Dopodiché [si rivolgerà] ai tribunali dei Paesi europei e in America”, fino a quando Israele non avanzerà le sue scuse per aver arrestato Mohammed, aggiunge.

Khalil, che ha lavorato per anni presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro (UNRWA) a Gaza, ha affermato che i figli di Mohammed comprendono che il loro padre è innocente. Ho sollevato loro il morale fornendo delle spiegazioni. Dico sempre loro che nel procedimento contro il padre la giustizia prevarrà. Il mondo è con lui così come gli israeliani che amano la giustizia e la pace”.

Una totale mancanza di prove

Israele ha arrestato Halabi al valico di Erez tra Israele e la Striscia di Gaza assediata nel giugno 2016 e per settimane non si è saputo niente di lui. Due mesi dopo, Israele ha annunciato che Halabi avrebbe confessato di aver dirottato 50 milioni di dollari nelle casse di Hamas, mentre l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu ha fatto riferimento all’arresto senza menzionare il nome di Halabi.

Organizzazioni umanitarie internazionali e Paesi donatori come la Germania e l’Australia hanno interrotto immediatamente tutti gli aiuti in denaro alla sede di World Vision a Gaza, lasciando migliaia di palestinesi in uno stato di incertezza sugli aiuti e centinaia senza lavoro. Da allora World Vision non è più stata in grado di operare a Gaza.

World Vision ha intrapreso una costosa verifica del suo lavoro a Gaza per determinare se mancasse del denaro. La società di revisione Deloitte e lo studio legale statunitense DLA Piper non hanno trovato prove di illeciti, azioni illegali e nessuna prova credibile che Halabi lavorasse per Hamas (in effetti, la sua famiglia era nota per l’opposizione al gruppo). L’organizzazione umanitaria ha anche affermato che il suo intero budget decennale per Gaza era di 22,5 milioni di dollari, ridicolizzando l’affermazione che El-Halabi avrebbe rubato 50 milioni di dollari.

L’Australia, uno dei principali finanziatori dei programmi di World Vision a Gaza, ha immediatamente condotto la propria indagine sulle gravi accuse di Israele. Anch’esso non ha trovato nulla.

L’allora capo di World Vision Australia, il ministro battista Tim Costello, ha detto a +972 che l’intero caso era un “insulto ai contribuenti australiani, alla nostra integrità. Il bilancio degli aiuti australiani è stato sottoposto ad un’indagine e tuttavia nessun denaro dei contribuenti è scomparso. Ci deve essere una risposta ufficiale del governo australiano, anche se a porte chiuse e in privato, per condannare la sentenza [contro Halabi]”.

Fino al momento in cui scrivo, il governo australiano è rimasto in silenzio, anche se tre senatori verdi del parlamento federale hanno condannato la sentenza. L’Australia è da molti anni uno degli alleati più fedeli di Israele.

È una decisione chiaramente ideologica”, dice Costello a +972. Israele vuole dire: siamo una democrazia con uguaglianza davanti alla legge, ma i palestinesi non godono di questa uguaglianza. Lascia che la giustizia scorra come un fiume” [ “Let justice roll on like a river” è una famosa frase, tratta dalla Bibbia, che Martin Luther King pronunciò nel 1963 a Washington, ndt.].

Confessione sotto costrizione

Halabi afferma di essere stato torturato dalle autorità israeliane durante la detenzione nel 2016, e di aver ricevuto tra l’altro un pugno alla testa che gli ha lasciato persistenti problemi di udito. È stato sottoposto forzatamente a prolungate posizioni di stress, privato del cibo e del sonno e rinchiuso in una cella con un informatore palestinese, un sedicente membro di Hamas. Tali tattiche coercitive non sono insolite: Israele ha una lunga storia di torture nei confronti dei palestinesi sotto custodia per costringerli a una falsa confessione e ad accettare un patteggiamento con una pena ridotta.

Dopo essere rimasto intrappolato per giorni in una stanza con quell’uomo Halabi ha detto al suo avvocato palestinese, Maher Hanna, che non poteva più sopportare quel trattamento. Halabi ha ammesso tutto ciò che volevano gli inquisitori dopo essere stato sottoposto a una coercizione intollerabile, ha detto Hanna. Diversi relatori speciali delle Nazioni Unite hanno ritenuto che la detenzione e l’interrogatorio di Halabi “potrebbero essere equiparati a tortura”.

Nel frattempo Halabi non credeva che nessun tribunale israeliano credibile avrebbe preso sul serio il processo, e così ha ritrattato la sua confessione. Ma per sei lunghi anni ha dovuto sopportare interminabili ritardi, mancanza di prove in aula e un sistema giudiziario israeliano che ha rifiutato di consentire l’audizione di testimoni credibili.

Per l’accusa israeliana il semplice fatto che i numeri non tornassero – che Halabi non avesse mai avuto accesso a nessun quantitativo di denaro che si avvicinasse a 50 milioni di dollari – era irrilevante. Avevano quella che sostenevano fosse un’ammissione da parte dell’operatore umanitario durante la sua detenzione, e questo era sufficiente. Niente di tutto questo è mai stato sottoposto a verifica in un tribunale equo e pubblico; al contrario, l’accusa è stata autorizzata a presentare tutte le sue cosiddette “prove segrete” nel corso di udienze a porte chiuse.

Durante questo processo-farsa la maggior parte della comunità internazionale è rimasta in silenzio o ha affermato di non poter intervenire fino alla sua conclusione, una posizione che andava a pennello per Israele.

Dopo la sentenza di fine agosto, ad esempio, il consolato britannico a Gerusalemme si è limitato a twittare di essere “preoccupato”, mentre la delegazione dell’Unione europea presso i palestinesi ha twittato che “si rammarica dell’esito“. L’UE è il principale partner commerciale di Israele, una solida relazione che sta crescendo nonostante la preoccupazione pubblica per i tentativi di Israele di schiacciare importanti organizzazioni della società civile palestinese, molte delle quali ricevono fondi da governi europei.

“Un moderno processo Dreyfus”

Il nocciolo della questione, come la scorsa settimana ha rilevato l’avvocato Maher Hanna a +972, è stata la riluttanza di Halabi ad ammettere un crimine che non ha commesso. Durante un’udienza del marzo 2017 un giudice del tribunale distrettuale israeliano lo ha incoraggiato a patteggiare perché avrebbe avuto “poche possibilità” di non essere ritenuto colpevole. “Ha letto i numeri e le statistiche”, ha continuato il giudice, alludendo ai tassi di condanna dei tribunali militari. “Sa come vengono gestite queste situazioni.”

“All’inizio gli sono stati offerti tre anni, poi quattro, poi sei e infine otto”, spiega Hanna da Gerusalemme. Ma Halabi ha rifiutato di accettare ognuna di queste offerte, e di conseguenza è stato condannato a 12 anni di carcere.

Nonostante la sentenza l’accusa ha minacciato di ricorrere in appello per ottenere una sentenza più severa. “È difficile capire il cambio di posizione dell’accusa”, dice Hanna. “Era disposta ad accontentarsi di una condanna a tre anni in caso di confessione, ma non ad accettare una condanna a 12 anni quando l’imputato si è dichiarato innocente per lo stesso presunto reato“.

Hanna aggiunge: “L’accusa, e anche la corte, ritengono importante trasmettere un messaggio a tutti i detenuti e prigionieri palestinesi secondo cui chiunque non accetti una pena detentiva in un patteggiamento e costringa il tribunale ad ascoltare la propria difesa sarà severamente punito”.

In un’indagine del 2019 per la rivista +972 Magazine ho dettagliato la serie dei motivi per cui il processo non è riuscito a soddisfare nemmeno i più elementari standard internazionali di equità. Lo stesso Halabi mi ha detto nello stesso anno che credeva che l’intero caso contro di lui fosse una battuta di pesca per tentare di accentuare l’assedio contro gli abitanti di Gaza. Non stavano attaccando soltanto me, ma l’intero sistema di aiuti umanitari a Gaza, di cui ero solo una parte”.

Hanna è rimasto scioccato dalla sentenza della corte e sconvolto dal fatto che i giudici abbiano respinto la maggior parte delle rimostranze di Mohammed. Hanno puntualmente ignorato tutte le incongruenze presenti nel caso come se quelle rimostranze non fossero state presentate. Sono rimasti molto sorpresi quando hanno ascoltato le rimostranze durante le argomentazioni per la condanna e hanno ammesso la possibilità di aver sbagliato, ma per loro “è necessario mantenere una coerenza”.

Israele sta attualmente conducendo una guerra più estesa contro la società civile palestinese, con la determinazione di chiudere le ONG principali e neutralizzare la loro autorevolezza nella battaglia davanti all’opinione pubblica globale. Come per il caso Halabi, in cui non esistono prove per dimostrare la sua colpevolezza, il governo israeliano spera che le sue false accuse di terrorismo contro le principali ONG palestinesi le metteranno a tacere e le dissuaderanno.

Intanto Hanna continua a nutrire delle speranze per Halabi. “A questo punto ci aspettiamo che la Corte Suprema annulli una simile sentenza”, afferma. “Questo è un moderno processo Dreyfus e lo Stato di Israele non può permettersi di portare una macchia del genere nel suo sistema giudiziario”.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di best seller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [Rivista australiana progressista di giornalismo investigativo, ndt.]. Ha scritto per The Guardian, The New York Times, The New York Review of Books e molte altre testate. I suoi libri includono Pills, Powder and Smoke: Inside The Bloody War On Drugs, Disaster Capitalism: Making A Killing Out Of Catastrophe e My Israel Question. I suoi documentari includono Disaster Capitalism e i film inglesi di Al Jazeera: West Africa’s opioid crisis e Under the Cover of Covid. Ha lavorato a Gerusalemme Est dal 2016 al 2020. Il suo prossimo libro, in uscita nel 2023, è The Palestine Laboratory: How Israel Exports the Technology of Occupation Around the World.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




‘Abbiamo ucciso un bambino, ma abbiamo rispettato le regole di ingaggio’

Yuval Abraham

11 agosto 2022 – +972 magazine

Ex soldati delle Forze di Difesa Israeliane rivelano che, se ritiene che il numero delle vittime sarà contenuto, l’esercito autorizza attacchi contro Gaza pur sapendo che saranno uccisi dei civili.

L’ultimo attacco di Israele contro Gaza si è concluso con l’uccisione di 48 palestinesi, fra cui 16 minori. Israele sostiene che 15 sono morti a causa di razzi vaganti lanciati dal Jihad Islamico Palestinese (PIJ) caduti nella Striscia e che gli attacchi aerei israeliani hanno ucciso 24 miliziani del PIJ e 11 “non-combattenti.”

Ynet, il sito israeliano di notizie [del quotidiano Yedioth Ahronot, ndt.] riporta che alcuni ufficiali dell’esercito si sono vantati perché il rapporto fra “non-combattenti” e combattenti uccisi è stato “il migliore di tutte le operazioni.” Eppure Israele ammette di aver ammazzato almeno 11 persone, tra cui una bambina di cinque anni, che non avevano nulla a che fare con attività militari.

Stando a una soldatessa che ha rilasciato un’intervista a Ynet dopo l’ultimo attacco, l’esercito ha anche riconosciuto di aver ucciso persone disarmate. “Il miliziano (del PIJ) era uscito dalla sua postazione disarmato e io ho fatto fuoco,” ha detto. “Quando è caduto, ho continuato a sparare.”

La maggioranza degli israeliani crede che i minori, o le famiglie, uccisi a Gaza durante le operazioni militari israeliane, il cui unico obiettivo è naturalmente la sicurezza, siano stati uccisi involontariamente. Si pensa infatti che, a differenza delle organizzazioni terroristiche, l’esercito israeliano non ammazzi intenzionalmente degli innocenti. Questo meccanismo permette alla società israeliana di dimenticare scene di sangue e orrore e scacciare dalla nostra coscienza le centinaia di minori che l’esercito ha ucciso a Gaza nel corso degli anni.

Ma la realtà è molto più complessa. Israeliani che hanno prestato servizio in varie unità dei servizi di intelligence dell’IDF negli ultimi mesi hanno rivelato che in molti casi durante le operazioni militari l’esercito sapeva in anticipo che un attacco avrebbe ucciso civili disarmati. Ammazzarli non è stato un errore, ma piuttosto una decisione calcolata e consapevole.

Gli ex soldati hanno testimoniato che i loro superiori avevano detto loro che c’è un certo numero di “non-combattenti”, famiglie e bambini, che l’esercito può uccidere durante attività operative. Finché non si supera questo numero, le uccisioni possono essere approvate in anticipo.

Hanno ucciso un militante di Hamas e il figlioletto’

Dana, che ha chiesto di usare uno pseudonimo come tutti gli ex soldati intervistati per questo articolo, è una maestra d’asilo e vive nel centro di Tel Aviv in un appartamento arredato in legno pieno di libri di filosofia. Durante il servizio militare ha partecipato a un’operazione a Gaza in cui è stato anche assassinato un bambino di cinque anni.

Quando ho servito nella Divisione Gaza stavamo seguendo uno di Hamas perché [l’esercito] sapeva che nascondeva dei razzi,” afferma. “Avevano preso la decisione di eliminarlo.”

Dana era analista del traffico dati nella sala operativa dove il suo compito era di confermare se il missile aveva colpito la persona giusta. “Abbiamo mandato un drone per seguirlo e ucciderlo,” dice, “ma abbiamo visto che era con suo figlio. Un maschietto di cinque o sei anni, penso. Prima di una uccisione bisogna confrontare le informazioni provenienti da due fonti diverse in modo da essere sicuri di uccidere il bersaglio giusto,” spiega Dana. “Ho detto al comandante, un tenente colonnello, che non potevo identificare con precisione il bersaglio. Ho chiesto di non confermare l’azione. Lui mi ha risposto: ‘Non m’importa,’ e l’ha confermata. E aveva anche ragione. Era l’obiettivo giusto. Hanno ucciso il militante di Hamas e il bambino che era con lui.”

Dana mi offre un bicchiere d’acqua, aleggia nell’aria l’odore di segatura proveniente da un vicino deposito di legname. “Come ti sei sentita dopo?” le chiedo. “Quando ero nell’esercito avevo dei meccanismi di difesa,” aggiunge Dana spiegando che aveva rimosso.

I comandanti hanno detto che era conforme alle regole e quindi consentito,” continua. “Nell’esercito avevamo delle regole riguardo a quanti non-combattenti che si trovavano insieme ai bersagli era permesso uccidere a Gaza. Il motivo di questo numero? Ancora non lo so. Adesso mi sembra folle. Ma ci sono regole e la logica interna che hanno escogitato lo rende più facile. Lo rende accettabile.” Dana ha prestato servizio nel reparto di intelligence fino al 2011.

Il dolore dei palestinesi serve a imparare l’arabo

Alle parole di Dana hanno fatto eco parecchi altri ufficiali dei servizi di intelligence con cui ho parlato che vi hanno fatto il servizio militare durante le precedenti guerre contro Gaza in anni recenti.

Tre di loro, fra cui Dana, raccontano che in seguito a un bombardamento israeliano su Gaza nel corso del quale erano stati uccisi dei palestinesi, ai soldati fu chiesto di monitorare le conversazioni telefoniche con i familiari per sentire quando si comunicavano che il loro caro era morto.

È un altro modo per controllare chi è stato ucciso e per essere sicuri che la persona morta era quella che volevamo,” spiega Dana. Questo è stato il suo compito dopo l’assassinio del bambino di cinque anni. “Ho sentito una donna dire: ‘È morto. Il bambino è morto.’ È così che ho avuto la conferma di quello che era successo.”

Alcune di queste conversazioni sono salvate e usate in seguito per insegnare l’arabo ai soldati, come ha testimoniato Ziv che ha terminato il suo servizio militare in un’unità di intelligence top-secret tre anni fa. La prima volta che ha sentito una conversazione così è stato durante l’addestramento. Dice che è un momento scolpito nella mente dei soldati come “particolarmente scioccante.”

Durante l’addestramento abbiamo imparato l’arabo tramite le telefonate fra palestinesi,” ricorda. “Un giorno i comandanti hanno presentato una chiamata di una donna il cui marito le stava dicendo al telefono che il loro figlio era stato ammazzato. Lei ha cominciato a urlare e piangere, era molto difficile stare ad ascoltare. Ti spezzava il cuore. Abbiamo dovuto tradurre in ebraico quello che urlava. Eravamo un gruppo di diciottenni, dei ragazzi. Siamo usciti dalla lezione totalmente sconvolti.

Non era neppure una questione politica, fra noi c’era uno di destra, anche lui inorridito,” continua Ziv. “La conversazione aveva colpito di più i ragazzi che le ragazze, non so perché. Poi ho chiesto ai comandanti se dovevamo proprio imparare l’arabo da questo tipo di dialoghi, ma non sapevano cosa rispondere. Anche loro erano dei ragazzi, avevano 19 anni.”

Il Truman Show’ a Gaza

L’anno scorso Adam, 23 anni, ha terminato il suo servizio militare con l’Intelligence dopo tre anni nell’unità SIGNIT che supervisionava Gaza. Afferma che il controllo delle frontiere e la dipendenza da Israele degli abitanti della Striscia procura a Israele ottime informazioni e rende possibile reclutare collaboratori. “Non hanno modo di andarsene,” dice. “Anche gli egiziani lavorano con noi in totale cooperazione.”

Noi controlliamo tutti i loro varchi, questo ci dà molto potere,” afferma un altro soldato che ha prestato servizio nell’unità tecnologica dei servizi segreti nel 2019. “Se Gaza fosse connessa alla Cisgiordania perderemmo in parte questo potere. Oggi controlliamo tutto quello che entra ed esce fisicamente, elettronicamente o in termini di persone. Ciò rende possibili più modalità di azione: per esempio, gli abitanti di Gaza implorano di ottenere la possibilità di viaggiare per studiare all’estero o andare a trovare parenti fuori dalla Striscia. Questo può essere usato per farli diventare dei collaboratori.”

C’erano persone per cui non avevo alcuna empatia. Tutti i membri più anziani di Hamas che erano molto ideologici, si sentiva veramente che volevano morire per la patria,” dice Adam. “Io non mi riconosco nel loro nazionalismo. Questo è il motivo per cui mi sentivo giustificato a colpirli. Ma abbiamo anche raccolto informazioni su molte persone meno importanti che stavano semplicemente facendo il proprio lavoro. Andavano in ufficio. Chiedevano alla moglie cosa c’era per cena.”

Secondo Adam le informazioni personali che l’esercito raccoglie sono usate per reclutare collaboratori. “La privacy non esiste,” dice. “Si sa tutto di una persona. Cosa gli piace, cosa ha fotografato (con il telefonino), se ha un’amante e il suo orientamento sessuale. Tutto è completamente svelato. Si possono raccogliere informazioni su chiunque uno voglia. E sai che queste persone non vorrebbero che noi sapessimo queste cose.”

Shira, una soldatessa anche lei nei servizi segreti, dice di essere rimasta sorpresa da quanti collaboratori palestinesi lavorino per l’esercito. “Ricordo gli ufficiali che me li indicavano: ‘Lui è un collaboratore. E lui. E anche lui.’ Gli appartenenti ad Hamas e Fatah ci forniscono informazioni a non finire. A un certo punto mi sembrava che tutti cooperassero con noi. Come se ci fosse solo Israele, senza conflitto, e noi vivessimo tutti in una versione del film ‘The Truman Show.’”

Yuval Abraham è un giornalista e attivista che vive a Gerusalemme

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




I bulldozer dei coloni abbattono negozi palestinesi nella Città Vecchia di Hebron

Basil Adra e Yuval Abraham 

1 agosto 2022, +972Magazine

Per vent’anni i coloni hanno saccheggiato e bruciato negozi palestinesi chiusi dall’esercito israeliano. Ora li stanno abbattendo per espandere una colonia.

Tareq al-Kiyal aveva una volta un negozio nella Città Vecchia di Hebron. Per più di 20 anni gli è stato impedito di accedervi dopo che l’esercito ne ha ordinato la chiusura e proibito ai palestinesi di entrare nell’area. Ora è in rovina: il mese scorso un colono israeliano ha distrutto il negozio con un bulldozer.

Il negozio di Al-Kiyal non è l’unico; il 6 luglio i coloni hanno distrutto quattro negozi palestinesi che l’esercito israeliano aveva inizialmente chiuso in seguito al massacro della moschea di Ibrahimi nel 1994, quando un colono israeliano uccise a colpi di arma da fuoco 29 fedeli musulmani. Sette anni dopo, al culmine della Seconda Intifada, l’esercito ha emesso un ordine formale di chiusura. Secondo i residenti palestinesi locali, anche altri due negozi sono stati parzialmente distrutti dai coloni.

I negozi si trovavano nell’area nota come mercato di Kiyal (detto anche “mercato dei cammelli”), a pochi metri dal complesso della colonia di Avraham Avinu, nel cuore di Hebron. In passato, i proprietari dei negozi palestinesi vendevano dolci, farina e formaggi. “Era la principale fonte di reddito per la mia estesa famiglia”, ha detto al-Kiyal. Abbiamo circa 20 negozi e magazzini in quest’area”.

Un funzionario dell’Amministrazione Civile – il ramo dell’esercito israeliano responsabile della vita quotidiana dei palestinesi nella Cisgiordania occupata – ha definito le azioni dei coloni “lavori di pulizia”, eseguiti secondo lui “senza autorizzazione e senza previo coordinamento”. Il portavoce dell’Amministrazione Civile ha affermato che, dopo l’intervento dell’esercito, “i lavori sono stati immediatamente sospesi, senza alcun danno alle cose”.

Ma la documentazione dei palestinesi nel giorno delle demolizioni mostra il bulldozer in azione e una visita al sito due settimane fa ha rivelato che gli edifici erano stati notevolmente danneggiati. “Nulla si muove nella Città Vecchia – e certamente nessun bulldozer entra e distrugge gli edifici – senza il via libera dell’esercito”, dice al-Kiyal.

Dalla Seconda Intifada, circa 2.500 negozi palestinesi sono stati chiusi nell’area conosciuta come H2, la parte del centro di Hebron sotto il controllo civile e militare israeliano, abitata da circa 35.000 palestinesi. Alcuni negozi sono stati chiusi su ordine militare, mentre altri sono stati abbandonati dai proprietari a causa delle severe restrizioni imposte dall’esercito alla circolazione dei palestinesi nell’area.

Quello che era il centro commerciale della Cisgiordania meridionale è diventato una città fantasma, comprese diverse strade quasi totalmente interdette ai palestinesi. Circa 800 coloni ebrei vivono nell’area sotto la piena protezione di un analogo numero di soldati e beneficiando dei diritti civili israeliani, mentre i loro vicini palestinesi vivono sotto il regolamento militare.

“In passato c’era lì un vivace mercato commerciale”, rammenta al-Kiyal. “Nel 2001 i negozi della mia famiglia sono stati chiusi su ordine militare. Negli anni successivi, i coloni hanno cercato di rimuovere le porte e trasformare il posto in un parcheggio per le loro auto. Ora hanno semplicemente distrutto i nostri negozi”. I familiari hanno sporto denuncia alla polizia, che ha precisato che “al ricevimento della denuncia è stata aperta un’indagine, ora in fase iniziale, nell’ambito della quale saranno svolte tutte le azioni necessarie per acquisire la verità.”

“L’obiettivo è ripulire la zona dai palestinesi”

Danneggiare gli edifici palestinesi chiusi non è un fenomeno nuovo. Hagit Ofran, direttore del programma Peace Now’s Settlement Watch [Osservatorio sulle colonie di Peace Now, ONG di patrocinio liberale e attivismo, ndt.] che monitora e fa campagne contro l’edilizia israeliana nella Cisgiordania occupata, ha descritto come ci si sente a camminare tra questi negozi in strade riservate solo agli ebrei: “Ci sono negozi dove sbircio dentro e vedo un ristorante con un calendario alla parete dove l’anno è ancora il 2001. Le sedie sono tirate su come si farebbe prima di pulire i pavimenti a fine giornata. Ci sono ancora le ricevute dei clienti sul tavolo.

“Un anziano palestinese, che aveva un negozio dove vendeva olio, mi ha detto che non è ancora in grado di entrarvi per svuotarlo della sua attrezzatura”, continua Ofran. “Ad oggi ha ancora dei costosi macchinari lì dentro.”

I coloni iniziarono a fare irruzione in questi negozi dopo la loro chiusura in seguito al massacro della moschea Ibrahimi, e soprattutto durante la Seconda Intifada. “Hanno fatto dei buchi nei muri e sono andati negozio dopo negozio, attraverso i muri, saccheggiando”, ha spiegato Ofran. “Ancora oggi, di tanto in tanto, irrompono in un altro negozio e prendono ciò che vi è rimasto.

Alcuni negozi sono diventati spazi ricreativi e in altri ci sono persone che oggi ci vivono. Hanno semplicemente preso possesso. Molti dei negozi sono diventati magazzini dei coloni. Vedo all’interno materassi, attrezzi da giardino e tavoli.”

Tawfiq Jahshan è direttore dell’ufficio legale del Comitato per la Costruzione di Hebron, un’organizzazione palestinese che lavora per lo sviluppo economico della Città Vecchia e la documentazione delle violazioni dei diritti umani nell’area. Ha detto a +972 che i palestinesi sul posto hanno chiamato la polizia mentre i coloni stavano distruggendo gli edifici. “Ci è stato detto al telefono che i coloni si muovevano per conto proprio, senza alcun collegamento con l’esercito, e che sarebbero andati ad arrestarli. E dopo infatti le demolizioni si sono interrotte e abbiamo sporto denuncia alla polizia”.

Secondo Jahshan, durante la Seconda Intifada l’esercito ha emesso 512 ordini di chiusura presumibilmente temporanea per i negozi nell’area di proprietà palestinese. Nella maggior parte dei casi, però, i titolari dei negozi abitano nelle vicinanze e aspettano ancora di riaprirli.

“Gli ordini di chiusura sono stati emessi con il pretesto della sicurezza, ma quello che è successo mostra che il vero obiettivo è ripulire l’area dai palestinesi e trasferire i terreni nelle mani dei coloni”, dice Jahshan. “I negozi che sono stati distrutti si trovano a 30-40 metri dalla colonia di Avraham Avinu. Li hanno distrutti in modo da poter espandere ulteriormente [la colonia]”.

“Hanno fatto di questo posto un museo dell’apartheid”

Secondo un rapporto redatto dall’Amministrazione Civile nel 2001 sul tema “Violazioni della legge – Ebrei” nella città di Hebron, i coloni agiscono secondo un metodo “sistematico e pianificato” per forzare gli edifici e i negozi palestinesi chiusi da ordini militari. In una serie di diapositive intitolate “Il Metodo”, vengono descritte tre fasi: i leader dei coloni “identificano un obiettivo” – un edificio o un negozio di proprietà palestinese; i giovani coloni irrompono, saccheggiano o danno fuoco alle attrezzature all’interno ed infine entrano nel “bersaglio” attraverso un foro praticato nel muro interno, attraverso un cortile, o attraverso uno stretto passaggio, con lo scopo di stabilirvisi. La presentazione contiene un lungo elenco di negozi di proprietà palestinese che i coloni hanno bruciato o saccheggiato in questo modo.

Nell’ultima diapositiva, l’Amministrazione Civile esprime preoccupazione per il danno all’immagine di Israele a seguito di queste azioni. “Le attività ebraiche a Hebron qui descritte, sono rappresentate, anche se in modo errato, come se fossero svolte sotto la copertura del governo israeliano”, si legge nella presentazione. “A Hebron lo Stato di Israele si presenta molto male rispetto allo stato di diritto.”

Imad Abu Shamsiyah, la cui casa si trova nella Città Vecchia di Hebron, ha documentato nel 2016 l’esecuzione di un aggressore palestinese disarmato da parte del soldato israeliano Elor Azaria. Da allora, Abu Shamsiyah è stato vittima di continue vessazioni da parte sia dei coloni che delle forze di sicurezza israeliane.

Oggi, Abu Shamsiyah guida un’organizzazione di volontariato chiamata Human Rights Defenders, i cui volontari documentano la dura realtà che li circonda e la postano su Facebook, compreso il video dei coloni che hanno demolito i negozi palestinesi alcune settimane fa. In un altro recente video caricato sulla pagina Facebook, si possono vedere coloni che prendono possesso di una casa palestinese nella Città Vecchia.

Mentre Abu Shamsiyah parlava dei negozi distrutti, i soldati stavano trattenendo un ragazzo palestinese al vicino posto di blocco. Nell’area H2, che rappresenta circa il 20% dell’area totale di Hebron, l’esercito israeliano ha allestito circa 20 posti di blocco, rendendovi i movimenti dei palestinesi difficili al punto da essere quasi impossibili. Alcuni giovani si sono avvicinati ai soldati e Abu Shamsiyah ha gridato loro di stare alla larga.

Spiega che i soldati consentono l’ingresso nell’area solo ai palestinesi di un elenco che si limita ai proprietari di appartamenti. “I miei genitori, per esempio, non possono venire a trovarmi. Non possono entrare nel quartiere passando per il posto di blocco. Sono fuori lista. Anche mio figlio non può venire a trovarmi. È stato arrestato più volte, quindi il suo nome è stato cancellato.

La distruzione dei negozi è una piccola parte di una grande ingiustizia”, continua Abu Shamsiyah. “Una volta, questo era il centro della città. Ricordo come prendevamo i taxi da qui per Jaffa, Yatta e Gaza. Ora è tutto deserto. Hanno trasformato questo posto in un museo dell’apartheid”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un documento secretato rivela che le “zone di tiro” dell’IDF sono costruite per dare terra ai coloni

In una riunione top secret tenutasi nel 1979, qui per la prima volta svelata, l’allora Ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon spiegò che le zone di tiro avevano lo scopo di creare “riserve di terra” per gli insediamenti coloniali, nel contesto del suo più ampio piano di stabilire “confini etnici” tra ebrei e palestinesi.

Yuval Abraham

11 luglio 2022 –  +972 Magazine

Un documento inedito rivela che Israele ha creato “zone di tiro militari” nella Cisgiordania occupata come meccanismo per trasferire terreni agli insediamenti coloniali. Quelle zone di tiro, istituite apparentemente ai fini di addestramento militare, sono state realizzate nell’ambito di una strategia più ampia rivolta a creare un “confine etnico” tra ebrei e palestinesi.

Secondo il verbale di una riunione “top secret” del 1979 della Settlement Division della World Zionist Organization [la Divisione per le colonie, è un ente privato che agisce nell’ambito dell’Organizzazione Sionista Mondiale ma è interamente finanziato da fondi pubblici israeliani. Agisce come agente governativo nell’assegnazione di terre ai coloni ebrei in Cisgiordania, ndt.] che lavora in tandem con il governo israeliano, l’allora ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon spiegò come la realizzazione di zone di tiro in tutta la Cisgiordania avesse come unico obiettivo finale quello di fornire la terra ai coloni israeliani.

“Essendo la persona che ha fatto nascere nel 1967 le zone di tiro militari, ho voluto destinarle tutte a uno scopo: fornire un’opportunità per l’insediamento coloniale ebraico nell’area”, disse Sharon durante la riunione. “Non appena la Guerra dei Sei Giorni finì, ero ancora di stanza nel Sinai con la mia divisione. Quando ho disegnato queste zone mi trovavo nel Sinai. Le zone di tiro sono state create per uno scopo: costituire delle riserve di terra per le colonie”.

40 anni dopo, le osservazioni di Sharon hanno avuto conseguenze di vasta portata, poiché migliaia di palestinesi a Masafer Yatta, nelle grandi colline a sud di Hebron e nella Valle del Giordano sono attualmente sotto diretta minaccia di espulsione dopo che la loro terra è stata dichiarata zona di tiro militare.

La Divisione delle Colonie si era riunita per discutere la creazione di insediamenti coloniali nelle aree della valle del Giordano dichiarate zone di tiro, e quindi chiuse ai palestinesi. Sharon rese noto di aver delineato i confini delle zone di tiro sin dall’inizio e ordinato il trasferimento delle basi militari in Cisgiordania in modo che la terra fosse sequestrata a fini di insediamento coloniale.

Sharon sarebbe diventato ancora più esplicito riguardo ai suoi piani per le zone di tiro. Solo due anni dopo, durante un altro incontro della Divisione per le Colonie, il ministro affermò che era stata decisa [la realizzazione, ndt.] della zona di tiro 918 al di sopra di Masafer Yatta [insieme di 19 frazioni palestinesi nelle colline meridionali di Hebron nella Cisgiordania meridionale, ndt.] per fermare la “diffusione degli abitanti dei villaggi arabi sul fianco della montagna verso il deserto”. A maggio l’Alta Corte israeliana ha dato il via libera all’espulsione di oltre 1.000 palestinesi da otto villaggi di Masafer Yatta per consentire all’esercito di addestrarsi nell’area.

All’udienza dell’Alta Corte lo Stato ha affermato che la distruzione di queste comunità – che gli abitanti affermano essere lì almeno dalla fine del 19° secolo – è necessaria per l’addestramento. La scorsa settimana l’esercito ha iniziato a inviare carri armati, impiegare armi da fuoco e posizionare mine vicino alle case del villaggio.

Protezione delle periferie ebraiche

Due ulteriori documenti portati alla luce da +972 fanno chiarezza sulla motivazione politica alla base della creazione di colonie e zone di tiro nelle colline meridionali di Hebron. In base a quanto dichiarato da Sharon, egli ha cercato di creare una “zona cuscinetto” tra i cittadini beduini di Israele nel Negev/Naqab e gli abitanti palestinesi della Cisgiordania meridionale, dove si trova Masafer Yatta.

“Esiste un fenomeno, in corso da diversi anni, di contiguità fisica tra la popolazione araba del Negev e gli arabi delle colline di Hebron. Si è creata una situazione in cui il confine [della terra di proprietà araba] si è spinto più profondamente nel nostro territorio”, disse Sharon al comitato nel gennaio 1981. “Dobbiamo creare rapidamente una zona cuscinetto di insediamenti coloniali che si insinui tra le colline di Hebron e la comunità ebraica del Negev. Sharon è arrivato persino a etichettare questa zona cuscinetto come un “confine etnico” che avrebbe impedito ai palestinesi della Cisgiordania di raggiungere la “periferia di Be’er Sheva [città del sud di Israele, la più grande del deserto del Negev, ndt.]”.

I verbali di un incontro del 1980 rivelano come Sharon ritorni sulla stessa questione: “A Hura [una cittadina beduina nel Negev/Naqab] c’è una comunità araba in crescita di migliaia di persone. Questa comunità ha contatti con la popolazione araba delle colline meridionali di Hebron. Pertanto il confine passerà praticamente nelle vicinanze di Be’er Sheva, vicino a Omer [una ricca città del Negev-Naqab]. Supponiamo che io aggiunga altre decine di migliaia di ebrei a Dimona o Arad [due città operaie nel sud di Israele], e che li voglia lì. Come colmerò questo divario? Come farò a creare un cuneo tra i beduini del Negev e gli arabi delle colline meridionali di Hebron?

Sharon avrebbe presto avuto una risposta alla sua domanda. Quell’anno Israele dichiarò 30.000 dunam [3.000ettari] di terra nella punta meridionale della Cisgiordania delle zone di tiro militari. Come Sharon aveva ben chiaro, queste zone furono realizzate come confini etnici: a sud delle zone militari c’erano dozzine di villaggi beduini non riconosciuti all’interno di Israele, mentre a nord e ad ovest c’erano le città palestinesi e le cittadine delle colline a sud di Hebron. All’interno della zona militare rimasero le migliaia di palestinesi che ora devono affrontare un trasferimento di popolazione.

Durante queste discussioni Sharon stabilì persino la creazione di nuovi insediamenti coloniali ebraici nel Negev-Naqab, come Meitar, così come nelle colline occupate a sud di Hebron, come Maon e Susiya, che avrebbero fatto parte della stessa zona cuscinetto.

Per Sharon, come per molti altri leader israeliani, la nozione stessa di territorio arabo contiguo era una minaccia diretta alle ambizioni dello Stato di controllare quanta più terra possibile su entrambi i lati della Linea Verde [la linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949 fra Israele e alcuni fra i Paesi arabi confinanti alla fine della guerra arabo-israeliana del 1948-1949, ndt.]. Ancora oggi, le colonie ebraiche in Cisgiordania e nel Negev/Naqab rimangono una parte cruciale della strategia di controllo di Israele.

Un segreto di Pulcinella

Secondo un rapporto di Kerem Navot, un’organizzazione [israeliana, ndr.] che tiene traccia degli insediamenti coloniali nella Cisgiordania occupata, nel 2015 circa il 17% della Cisgiordania è stata designata come sede di varie zone di tiro militari, in particolare nella Valle del Giordano, nelle colline a sud di Hebron e lungo il confine orientale con la Giordania. La maggior parte di queste assegnazioni furono fatte immediatamente dopo l’occupazione della Cisgiordania nel 1967 e all’inizio degli anni ’70. Secondo il rapporto l’esercito utilizza solo il 20% circa di queste zone per l’addestramento.

Alcuni esempi recenti mostrano che Israele si sta spingendo ancora più in là dei cuscinetti etnici di Sharon tra ebrei e palestinesi. Oggi i palestinesi in tutta la Cisgiordania vengono espulsi dalle zone di tiro, mentre i coloni stanno lentamente prendendo il loro posto.

Nell’ultimo decennio, ad esempio, i coloni hanno stabilito 66 cosiddetti avamposti agricoli, che occupano enormi appezzamenti di terra in Cisgiordania, nonostante abbiano pochi residenti. Circa un terzo di quel territorio, 83.000 dunam [8.300 ettari], che i coloni hanno conquistato attraverso il pascolo, si trovano all’interno di zone di tiro militari. Queste aree – almeno sulla carta – dovrebbero essere chiuse sia agli ebrei che ai palestinesi. I soldati israeliani nella Valle del Giordano hanno persino ammesso apertamente che consentono ai coloni di utilizzare le zone di tiro, mentre vietano ai palestinesi di fare lo stesso.

Dror Etkes, a capo di Kerem Navot, ha detto a +972 che negli ultimi anni c’è stato un aumento significativo del subentro di coloni nelle zone di tiro. “Questa è la logica conseguenza di quanto fece Ariel Sharon 55 anni fa. Le fattorie avamposto coloniale sono state progettate in modo tale da consentire l’occupazione di vaste aree di pascolo, che nell’agosto del 1967 erano state dichiarate zone di tiro militari”, afferma Etkes.

Questo meccanismo si sta ripetendo nelle colline meridionali di Hebron. L’anno scorso la Divisione per le Colonie ha assegnato un terreno nella zona di tiro 918 a uno dei coloni che vivono nelle vicinanze. Le foto aeree mostrano che nella zona di tiro sono state costruite nuove strutture appartenenti a tre avamposti coloniali – Mitzpe Yair, Avigayil e Havat Ma’on – stabiliti nell’area nel 2000. L’anno scorso, i coloni hanno persino cercato di realizzare un nuovissimo avamposto coloniale direttamente all’interno della zona di tiro.

Che le zone di tiro siano utilizzate per rafforzare il progetto di colonizzazione e l’espropriazione della popolazione nativa dei territori occupati è ormai un segreto di Pulcinella e tutti vi sono coinvolti, tranne i palestinesi.

Yuval Abraham è un giornalista e attivista che risiede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Pacifisti israeliani usano i bulldozer per combattere l’occupazione

Oren Ziv e Haggai Matar

1 giugno 2022 – +972 Magazine

Una manifestazione contro un avamposto di coloni mostra come gli attivisti israeliani dopo le proteste contro Netanyahu adottino sempre di più interventi radicali.

“Veniamo a smantellare l’avamposto di Homesh!” afferma lo slogan diffuso sui social media due settimane fa da un gruppo di organizzazioni israeliane di sinistra, che annunciava l‘intenzione di presentarsi sabato scorso, 28 maggio, armato di un bulldozer, presso l’insediamento coloniale non autorizzato nella Cisgiordania settentrionale.

Come molti si aspettavano, l’esercito ha impedito al bulldozer di entrare in Cisgiordania e ha arrestato l’autista nel parcheggio della stazione ferroviaria di Rosh Ha’ayin, dove gli attivisti si erano radunati sabato mattina prima di proseguire verso Homesh. Ma i manifestanti non si sono arresi senza combattere: hanno circondato l’auto della polizia per cercare di impedire l’arresto del conducente del bulldozer, e si sono sdraiati sulla strada costringendo gli agenti di polizia a rimuoverli ripetutamente con la forza.

Alla fine gli attivisti hanno proseguito verso Homesh, ma l’esercito e la polizia hanno fermato i loro autobus fuori dall’insediamento di Kedumim, a diversi chilometri di distanza dal loro obiettivo. Così gli attivisti hanno deciso di tenere lì la manifestazione.

Sabato, al di là dell’evidente ostinazione degli attivisti, il concetto stesso di “prendere in mano la legge” ha rappresentato un notevole cambiamento tattico da parte di determinati gruppi che hanno avviato l’azione, suscitando grande scalpore sui media e online tra i commentatori di destra e di sinistra.

Prima dell’azione di protesta gli organizzatori hanno affermato che tale cambiamento tattico è il risultato dell’immissione nel campo contrario all’occupazione di attivisti provenienti dal movimento di protesta “Balfour” del 2020-21, che cercava di estromettere l’ex primo ministro Benjamin Netanyahu dall’incarico (e così chiamato per la via in cui si trova la residenza del Primo Ministro a Gerusalemme). Infatti, coloro che per molti anni hanno partecipato alle proteste di sinistra a Sheikh Jarrah, nelle colline a sud di Hebron o a Lydd, o hanno accompagnato i pastori palestinesi nella Valle del Giordano rischiando interventi violenti di militari o coloni, hanno salutato l’arrivo di volti nuovi provenienti dalle proteste del Balfour dello scorso anno, pieni di energia e nuovi spunti di azione.

Ora, dopo aver assorbito i nuovi attivisti dalle proteste di Balfour, i gruppi contro l’occupazione coinvolti nella manifestazione di Homesh stanno iniziando ad adottare le tattiche di protesta che li avevano caratterizzati. Gli attivisti hanno rimarcato come la loro insoddisfazione verso il cosiddetto governo del cambiamento” – che ha sostituito Netanyahu un anno fa giustifichi la richiesta di un approccio diverso alla questione palestinese, il che costituirà una sfida più dura al sistema.

“Questa protesta [di sabato] è una continuazione delle tattiche e della mentalità che abbiamo visto con Balfour”, afferma Dana Mills, direttrice esecutiva ad interim di Peace Now [Pace adesso, movimento progressista pacifista non-governativo israeliano, ndtr.]. In quelle manifestazioni, continua, era presente una sfida nei confronti dei limiti imposti dalla legge, una testimonianza sul fatto che la nostra voce non viene ascoltata e che il sistema non funziona. Quello che sta succedendo nei territori occupati è illegale e immorale, e io voglio contestare la legge”.

Oltre a Peace Now, la protesta è stata sostenuta dalle organizzazioni per i diritti umani Breaking the Silence, Combatants for Peace e Machsom Watch, i gruppi di sinistra Mehazkim, Zazim, Harvest Coalition e Jordan Valley Activists e da tre gruppi che si sono formati all’interno o sulla scia delle proteste di Balfour: Ministro del crimine, Madri contro la violenza e Guardare negli occhi l’occupazione.

Una tradizione di azioni mirate

L’azione mirata degli attivisti israeliani in Cisgiordania non costituisce una novità: attivisti di gruppi di sinistra radicale come Anarchists Against the Wall [Anarchici contro il Muro, ndtr.] e Ta’ayush [Insieme in arabo, ndtr.] hanno iniziato a unirsi alle proteste dei palestinesi e ad accompagnare i pastori nelle aree rurali già all’inizio degli anni 2000. In questi giorni attivisti di molti dei gruppi che sabato hanno partecipato alla manifestazione di Homesh partecipano regolarmente alle proteste e alla raccolta delle olive con i palestinesi.

Tuttavia la sensazione ora è che questo genere di visione si sia spostato dalla sinistra radicale all’opinione corrente della sinistra sionista, motivo per cui questo evento ha attirato in anticipo un’attenzione e una copertura più ampie ed è apparso in primo piano nei principali siti di notizie sabato mentre si svolgevano gli eventi.

“Questo è per noi sicuramente un passo avanti”, aggiunge Mills. “È un cambio di tattica. Non vogliamo lavorare solo nell’ambito delle regole costituite. Peace Now era in passato un movimento i cui attivisti bloccavano le strade o si sdraiavano davanti ai bulldozer”.

Mills ritiene che il cambiamento di approccio rifletta la disillusione nei confronti del cosiddetto “governo del cambiamento”. “Questo governo è più a destra rispetto ai governi precedenti senza [i partiti di sinistra] Meretz e Labour, sta costruendo più unità abitative negli insediamenti coloniali rispetto ai suoi predecessori e, per sopravvivere, non mantiene nessuna delle sue promesse riguardo all’occupazione, prosegue. I partiti di sinistra non vogliono agitare le acque. Quindi la domanda è: qual è il nostro ruolo qui?”

La scelta di puntare su Homesh per questa azione non è stata casuale. Non solo l’avamposto non è autorizzato, ma si trova anche in un’area in cui la legge proibisce agli israeliani di insediarsi. Inoltre, nel 2013 l’Alta Corte ha stabilito che agli agricoltori palestinesi della zona dovrebbe essere consentito l’accesso alla loro terra, ma da allora si sono verificati numerosi attacchi violenti contro i palestinesi da parte dei coloni. Proprio la scorsa settimana il ministro della Difesa Benny Gantz e il ministro degli Esteri (e primo ministro supplente) Yair Lapid hanno ribadito che l’avamposto coloniale deve essere demolito.

Dopo che nel dicembre 2021 Yehuda Dimentman, studente ebreo della Yeshiva [istituzione educativa ebraica che si basa sullo studio dei testi religiosi tradizionali, ndtr.] di Homesh (che i coloni hanno edificato senza autorizzazione) è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da palestinesi, la presenza ebraica nell’area è aumentata. I coloni hanno tenuto diverse marce di protesta illegali con la partecipazione di membri della Knesset , che l’esercito non solo non ha impedito, ma ha presidiato e accompagnato. Il movimento dei palestinesi nell’area, nel frattempo, è stato fortemente interdetto.

É una necessaria evoluzione

“Sono contento che queste organizzazioni abbiano adottato un nuovo approccio: è importante”, ha affermato Yishai Hadas, che è stato uno degli attivisti più importanti del movimento di Balfour e tra i fondatori di Ministero del crimine. Sabato mattina Hadas è stato arrestato preventivamente dalla polizia mentre si recava in auto alla protesta per sospetto di disturbo della quiete.

“Siamo consapevoli che ripetere le stesse cose non porti dei risultati, quindi è tempo di fare qualcosa di leggermente diverso per raggiungere il generale dibattito pubblico”, continua Hadas. “Le cose potrebbero non cambiare immediatamente, ma è impossibile che una parte [la destra] sia iperattiva e una parte [la sinistra] sia calma e gentile e continui come se tutto fosse normale”.

Alec Yefremov, direttore degli interventi pubblici di Peace Now, è lui stesso un’incarnazione del passaggio dalle proteste di Balfour a quelle contro l’occupazione. “C’è una marea di persone che si sono ritrovate in questa lotta, e ha molto senso”, continua. “Le persone si sono riunite nell’emergenza di una battaglia contro la minaccia immediata di una dittatura [all’interno di Israele], e quando quella minaccia è stata dissolta sono passate alla successiva questione più scottante”.

Secondo Yefremov, questo afflusso non solo ha portato nuove persone, ma anche un modo diverso di lottare rispetto a quello che ha caratterizzato in precedenza il vecchio campo politico di una sinistra un po’ assopita. Con Balfour ci siamo resi conto che non basta stare accanto alla polizia e manifestare in piazza all’interno delle loro regole. Si deve lanciare una sfida, essere tenaci e forzare i limiti. Queste tattiche sono trasmigrate: c’è una balfourizzazione della lotta contro l’occupazione».

Hadas concorda sull’influenza delle proteste di Balfour. “È limpido come il sole”, dice. Ed è positivo: è un’evoluzione necessaria. La questione dell’occupazione è stata messa da parte per più di 20 anni e ora si parla di “ridurre il conflitto” invece di affrontare i problemi. Non abbiamo scelta, dobbiamo agire. È impossibile sedersi a bordocampo quando l’estremismo è diventato la norma”.

A differenza delle proteste di Balfour, dove le bandiere israeliane erano onnipresenti, gli attivisti dei gruppi che hanno organizzato la manifestazione di sabato si sono premurati di non portare bandiere. Tuttavia, un paio di manifestanti ha portato delle bandiere israeliane, il che deve aver creato confusione nei passanti palestinesi che hanno visto sventolare la stessa bandiera sia da parte dei partecipanti alla manifestazione della sinistra contro l’occupazione che dei coloni che avevano organizzato una contro-manifestazione spontanea nelle vicinanze.

Ce l’abbiamo fatta allora, ce la faremo anche adesso

Guy Hirschfeld, un veterano delle proteste nella Valle del Giordano, ha partecipato all’accampamento permanente durante le proteste di Balfour. È anche uno dei fondatori di Looking the Occupation in the Eye [Guardare negli occhi l’occupazione, organizzazione per i diritti umani attiva nelle aree rurali della Cisgiordania, ndtr.] e ha portato molti attivisti di Balfour in tournée in Cisgiordania. “C’è un nuovo vento di cambiamento, portato da attivisti che sono venuti da Balfour con un nuovo stile e una nuova energia, e questo è ottimo“, afferma.

Looking the Occupation in the Eye organizza campi di protesta settimanali davanti al complesso governativo di Tel Aviv, porta attivisti solidali per sostenere i palestinesi a rischio di violenza da parte dei coloni in Cisgiordania e organizza ogni sabato piccole proteste sui ponti delle principali autostrade. Quest’ultima idea è stata ispirata dalle proteste di Balfour continuate durante il lockdown per il coronavirus, quando gli attivisti manifestavano sui ponti vicino alle loro case perché non potevano riunirsi come al solito fuori dalla residenza del Primo Ministro a Gerusalemme.

Hirschfeld crede che la stessa partecipazione alle proteste di Balfour, dove ogni settimana era presente un gruppo che protestava contro l’occupazione e si organizzavano persino marce dal quartiere palestinese di Silwan a Balfour, ha fatto sì che più persone si convincessero della necessità di combattere l’occupazione. “Improvvisamente, le persone con una consapevolezza sociale e politica si sono svegliate”, sostiene. “La gente mi dice che fino ad oggi non era a conoscenza [della realtà nei territori occupati], perché nelle notizie pubbliche [i palestinesi, ndtr.] vengono chiamati tutti terroristi”.

Ora, secondo Hirschfeld, quegli attivisti stanno infondendo nuovo vigore alla lotta contro l’occupazione. La gente di Balfour è arrivata con la sensazione che ‘ce l’abbiamo fatta allora, ce la faremo anche adesso.’ Certo è diverso, ma hanno portato energia. Molti di loro sono pieni di determinazione e speriamo di continuare a crescere ancora”.

Rispondendo alle critiche contro il “prendere in mano le leggi” e all’affermazione che voler demolire un avamposto sia un’azione violenta, Yefremov ha detto prima della manifestazione:

Faremo qualcosa che metterà fine alla situazione illegale. È impossibile combatterla attraverso i post su Facebook; occorre agire sul campo. Arrivare con un bulldozer in una struttura illegale non è violento. Anche secondo Israele, l’occupante, loro [i coloni, ndtr.] sono lì illegalmente.

Nessuno alzerà una mano né contro un agente di polizia né contro un colono, continua, e non esiste una legge che vieti lo smantellamento di una struttura illegale. Per coloro che ci criticano dall’interno [del campo della sinistra], la scelta è tra fare questo e non fare nulla”.

Tuttavia, nonostante le proteste della sinistra radicale in Cisgiordania, solo gli israeliani vi hanno preso parte. “È chiaro che se i palestinesi tentassero di fare una cosa del genere, andrebbero incontro a proiettili veri”, dice Mills. “Stiamo qui approfittando dei nostri privilegi.”

Yefremov aggiunge che dietro le quinte gli attivisti stavano in stretta e continua collaborazione con i palestinesi. Seguivamo i consigli del villaggio di Burka e di Bazaria [due dei villaggi sulle cui terre è stato costruito l’avamposto dei coloni], e loro ci supportavano. Abbiamo chiesto loro se non avessero paura che la protesta potesse danneggiarli, e hanno risposto che vivono in uno condizione di costante pericolo e l’azione non avrebbe potuto peggiorare la loro situazione.

Oren Ziv è un fotoreporter e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [organizzazione di fotografi e fotoreporter arabi ed israeliani che utilizza le immagini fotografiche come strumento di lotta per i diritti umani e civili dei palestinesi, ndtr.].

Haggai Matar è un giornalista pluripremiato e attivista politico israeliano, oltre a ricoprire il ruolo di direttore generale di “972 – Advancement of Citizen Journalism” [Promozione di un giornalismo partecipativo, ndtr.], l’organizzazione no profit che pubblica la rivista +972.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I suprematisti ebrei cantano “Morte agli arabi” durante la Marcia della Bandiera

Oren Ziv

30 maggio 2022 – +972

Israeliani di estrema destra hanno attaccato negozianti, giornalisti e curiosi palestinesi inneggiando al genocidio per le strade di Gerusalemme.

Domenica 29 maggio decine di migliaia di israeliani di estrema destra sono scesi nelle strade di Gerusalemme per l’annuale Marcia della Bandiera in occasione della “Giornata di Gerusalemme”, che celebra la “riunificazione” della città da parte di Israele nel 1967, quando conquistò Gerusalemme est sconfiggendo la Giordania. Per i palestinesi residenti a Gerusalemme questo giorno è spesso uno dei più violenti dell’anno, con estremisti ebrei israeliani che marciano e attraversando la Porta di Damasco entrano nella Città Vecchia e aggrediscono verbalmente e fisicamente i palestinesi per le strade. La Marcia di quest’anno non è stata diversa.

Se dal punto di vista dell’opinione pubblica israeliana la Marcia della Bandiera si è svolta in modo relativamente tranquillo – non sono stati lanciati razzi da Gaza come aveva minacciato Hamas, non sono scoppiate né battaglie né violenze in tutto il paese come è avvenuto nel 2021 – per i palestinesi residenti in città, la Marcia di quest’anno è stata persino peggiore degli anni precedenti.

Verso mezzogiorno la polizia ha iniziato a sfollare i palestinesi non residenti dalla Città Vecchia e ha impedito alle persone di entrare attraverso molti dei cancelli della città. Successivamente, le autorità hanno chiuso completamente la Porta di Damasco a palestinesi e turisti. I giovani israeliani che erano entrati nella Città Vecchia prima della marcia ufficiale hanno aggredito e spruzzato spray al peperoncino ai palestinesi per strada.

Ad un certo punto è scoppiata una rivolta, durante la quale un colono ha estratto un’arma. La polizia non lo ha arrestato.

Sebbene la polizia avesse affermato che le bandiere palestinesi sarebbero state confiscate solo se avessero interferito con la Marcia, in pratica la polizia ha arrestato diversi uomini palestinesi che sventolavano bandiere alla Porta di Damasco e successivamente ha confiscato bandiere ad altri. Alcuni palestinesi hanno trovato un modo creativo per issare la bandiera durante la parata, con l’aiuto di un drone che ha sventolato la bandiera sopra le mura della Città Vecchia. Quando poco dopo il drone è atterrato, è stato sequestrato dalla polizia.

Quest’anno, i canti principali della Marcia sembrano essere stati slogan razzisti come “Morte agli arabi”, “Maometto è morto” e “Che il tuo villaggio bruci” – intonati da quasi tutti i gruppi che sono passati attraverso la Porta di Damasco, e non solo ai margini. Giovani estremisti ebrei hanno anche festeggiato la morte della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh e hanno augurato la morte ad Ahmad Tibi, membro palestinese della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]

Gli organizzatori della marcia non hanno fatto nulla per impedire i canti. Neanche la polizia, che disperde regolarmente e con la forza le proteste palestinesi a Gerusalemme in caso di canti politici ritenuti di “istigazione”, è intervenuta. Solo quando un gruppo di manifestanti ha cercato di prendere d’assalto il recinto della stampa, la polizia li ha fermati, ma senza effettuare alcun arresto, nemmeno di quelli che avevano lanciato oggetti contro i giornalisti sotto gli occhi della polizia.

Mentre la polizia faceva sgombrare i palestinesi entro un chilometro dalla Porta di Damasco, nella Città Vecchia i manifestanti aggredivano i team dei media palestinesi, israeliani e internazionali. Hanno imprecato contro i giornalisti, interrotto le trasmissioni in diretta e cercato di colpire alcuni giornalisti con le bandiere. Alcuni fra i manifestanti entrati in marcia attraverso la Porta di Damasco hanno cercato anche di danneggiare i negozi palestinesi e aggredire i residenti. Un manifestante palestinese è stato arrestato dopo aver sventolato una bandiera palestinese davanti ai dimostranti.

foto Oren Ziv.

Contemporaneamente, centinaia di manifestanti palestinesi si sono radunati con bandiere palestinesi in via Salah A-Din, a diverse centinaia di metri dalla Porta di Damasco, e hanno marciato verso i posti di blocco della polizia fino a che gli agenti li hanno dispersi con granate assordanti. Successivamente, le forze sotto copertura hanno arrestato un manifestante palestinese e hanno sparato proiettili veri che ne hanno ferito un altro.

Quando i coloni israeliani hanno rotto i finestrini di oltre una dozzina di auto nel quartiere e sono fuggiti senza essere arrestati, alcuni dei manifestanti palestinesi hanno proseguito verso Sheikh Jarrah; i coloni sono stati filmati anche mentre lanciavano pietre contro i palestinesi in piena vista della polizia, che non li ha arrestati. Gli estremisti ebrei hanno quindi aggredito, spruzzato con spray al peperoncino e rubato il cellulare a un giornalista palestinese. Alla fine della giornata più di 40 palestinesi erano comunque stati fermati e arrestati. Nella tarda notte di domenica, giovani ebrei estremisti hanno tentato di marciare ancora una volta nel quartiere ma sono stati fermati dalla polizia.

Inoltre, mentre il governo e la polizia hanno insistito nelle ultime settimane sul fatto che non c’è stato alcun cambiamento dello status quo di Al-Aqsa, gli eventi di domenica hanno presentato un quadro molto diverso. [Fino al 1967 la moschea Al Aqsa era sotto il controllo del Ministero dei Beni giordano. Con la guerra dei sei giorni Israele ha inglobato de facto la parte araba di Gerusalemme; il controllo della moschea è stato attribuito dagli occupanti alla Fondazione islamica Waqf cui è stata garantita la piena indipendenza dal governo israeliano, ndtr.]

Per mesi, gli ebrei sono saliti senza problemi sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif per pregare; domenica, molti di loro hanno sventolato bandiere israeliane e si sono prostrati a terra in preghiera mentre la polizia stava a guardare.

La leadership israeliana sostiene che le affermazioni di un’appropriazione da parte degli ebrei di Al-Aqsa sarebbero “istigazione” e “fake news”, ma chiunque abbia visto le immagini di oltre 1.000 ebrei che entrano nell’area sa che un cambiamento significativo sta avvenendo in concreto sotto i nostri occhi.

Oren Ziv è fotoreporter e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Armati di un ordine di espulsione dell’Alta Corte i bulldozer israeliani arrivano a Masafer Yatta

Yuval Abraham e Basil al-Adraa, 

12 maggio 2022 – +972

L’esercito israeliano ha portato a termine le prime demolizioni nell’area dopo la sentenza del tribunale della scorsa settimana, scatenando il timore di una deportazione di massa come non si vedeva da vent’anni.

La scorsa settimana l’Alta Corte di giustizia israeliana ha autorizzato, con un linguaggio legale preciso e raffinato, l’espulsione di oltre 1.000 residenti palestinesi da otto villaggi nella regione di Masafer Yatta della Cisgiordania occupata, a seguito di un procedimento legale durato 22 anni sul destino di coloro che vivono all’interno della “Zona di tiro 918.” Mercoledì l’esercito israeliano ha dato il via alla prima operazione di sgombero nell’area dopo la sentenza, distruggendo nove case in due di quei villaggi, e lasciando 45 palestinesi senza casa.

“Tredici di noi dovranno dormire qui in tenda”, ha detto Fares al-Najjar, una delle persone a cui è stata distrutta la casa. Seduto su una sedia di plastica, guardava dei video della casa in cui viveva con la sua famiglia che veniva distrutta. Intorno a lui, i suoi fratelli stendevano corde, appendevano teloni e cercavano di allestire un riparo vicino ai resti della casa. “Ci hanno rimandato indietro di 20 anni”, ha detto Ali, fratello di Fares, tirando una corda per fissare la tenda a delle sbarre di ferro.

La tenda che i membri della famiglia al-Najjar stavano allestendo come rifugio temporaneo era servita fino a poco tempo prima come recinto per le pecore. “Abbiamo lasciato il gregge fuori”, ha detto Fares, che poi si è rivolto al resto della famiglia esortandoli a sbrigarsi, “in modo da avere il tempo di lavarci e portare i letti nella tenda prima che faccia buio”.

I bulldozer erano arrivati nel villaggio di Al-Mirkez, sulle colline a sud di Hebron, la mattina presto. I soldati hanno permesso solo alle donne di rimuovere il contenuto delle case e un alto ufficiale dell’esercito dell’amministrazione civile – il braccio dell’esercito israeliano che governa i territori occupati – ha supervisionato il processo. Le donne hanno trascinato fuori gli effetti personali delle famiglie, ammucchiando in una pila materassi, zaini, specchi, vestiti, articoli da toeletta e attrezzature mediche.

Uno degli uomini ha cercato di entrare in casa sua, ma l’ufficiale gli ha detto: “Solo le donne possono entrare”. Un’ adolescente ha portato fuori dalla sua stanza un foglio di carta con dei disegni. «Ecco fatto» ha detto l’ufficiale. “Dio ti punirà”, ha risposto la ragazza, mentre il bulldozer si avvicinava per distruggere la sua casa. Poi un’altra casa è stata distrutta. E un’altra.

“Procediamo”, ha detto l’ufficiale dell’amministrazione civile e i bulldozer si sono diretti al vicino villaggio di Al-Fakheit. Lì, i bulldozer hanno preso di mira diverse case, in cui non c’era nessuno ma erano piene di cose e mobili. “Non sono in casa”, ha detto un uomo con la barba, Jaber, la cui casa è stata distrutta già cinque volte.

Alcuni giovani soldati con giubbotti verdi e mascherati sono scesi da una jeep bianca e hanno iniziato a svuotare le case. Alcuni dei soldati avevano il viso coperto; solo gli alti ufficiali camminavano con la schiena dritta e le facce visibili. “Ecco fatto, [la sentenza del]l’Alta Corte è a posto”, ha detto un ispettore anziano dell’amministrazione civile. “Ora possiamo iniziare il lavoro”.

“Non ho mai visto una simile distruzione “

All’improvviso abbiamo sentito delle grida; un gruppo di persone accorreva verso le ruspe. Uno di loro, Maher, insegnante in una scuola vicina, si era precipitato fuori nel bel mezzo di una lezione perché aveva sentito che la casa della sua famiglia stava per essere distrutta. I soldati hanno intimato ai famigliari di restare indietro. Poi il bulldozer cigolando si è avventato sulla casa iniziando a schiacciarla mentre la famiglia urlava inorridita.

Il bulldozer si è poi mosso in direzione di un asino legato alla cisterna dell’acqua usata dagli abitanti del villaggio, il quale sbatteva lentamente le palpebre accanto alla casa distrutta. Una soldatessa ha gridato: “Fermati! Qualcuno liberi l’asino.” L’ispettore ha slegato la corda dicendo: “Non preoccuparti, sta bene”. Poi un segnale con la mano e il bulldozer ha schiacciato la casa. Fatto questo ha demolito la cisterna d’acqua del villaggio.

“Non ho mai visto una simile distruzione”, ha detto Eid Hathaleen che da anni documenta demolizioni come queste. Il padre di Eid, Suleiman, è stato ucciso a gennaio dopo essere stato investito da un carro attrezzi agli ordini della polizia israeliana. Gli abitanti di altri villaggi hanno affermato che le demolizioni di ieri sono simili a quelle avvenute qui due mesi fa.

Mercoledì ad Al-Mirkez sono stati demolite in tutto cinque abitazioni e due stalle di pecore. Alla famiglia al-Najjar è rimasta solo la tenda e un’antica grotta scavata nella roccia, in cui vivevano i genitori di Fares. “Il padre di mio nonno, ‘Abd al-Rahman al-Najjar, è arrivato al villaggio alla fine del XIX secolo”, ha detto Fares. “Ci sono 10 grotte qui, che ospitavano 10 famiglie. La maggior parte delle persone se ne andò nel corso degli anni a causa dell’occupazione. Noi siamo rimasti.”

Lo Stato rifiuta di rilasciare permessi di costruzione nei villaggi di Masafer Yatta, e dunque i residenti sono prigionieri di un tortuoso gioco del gatto e del topo. “Hanno già demolito la nostra casa a dicembre”, ha detto Ali. “Avevamo vissuto lì per 10 anni.”

Ali ha spiegato che quando i residenti ricevono un ordine di demolizione, pagano un avvocato che presenterà ricorso ai tribunali. Questo fa guadagnare un po’ di tempo, ma alla fine il loro appello viene inevitabilmente rifiutato. “E allora vengono a distruggere”, ha detto.

Quando questo accade, se ricostruiscono sul loro terreno privato vicino allo stesso posto, l’Amministrazione Civile può immediatamente venire a demolire la casa senza bisogno di un ordine di demolizione. È quello che è successo mercoledì: l’esercito ha distrutto le case che erano state ricostruite dopo le demolizioni di dicembre.

Ci stanno perseguitando senza sosta”

Nel periodo di tregua, i membri della famiglia si sono riuniti per valutare le opzioni: o rimanere in una tenda o cercare di trovare abbastanza soldi per ricostruire. “Ora è estate”, ha detto uno di loro. “Possiamo restare nella tenda fino all’inverno.” Fares annuisce, e dice: “Non possono farci assolutamente nulla in una tenda. Aspetteremo fino all’inverno. A quel punto, forse qualcosa sarà cambiato, forse Dio li avrà portati via”.

A pochi metri di distanza c’era una donna di 70 anni, Safa al-Najjar, seduta accanto alle rovine della casa in cui viveva con la giovane figlia. Dietro la casa c’era una grotta scavata nella pietra, da cui si sentiva la voce di un bambino. “Per tutta la vita ho allevato le pecore”, ha detto Safa. La sua voce era un po’ roca e il suo sorriso quello di una donna giovane. Indossava un velo bianco con dei fiori e si rivolgeva a noi come ” figli miei “.

“All’inizio, mio marito ed io vivevamo in questa grotta”, ha detto. “Era camera da letto, soggiorno e cucina tutto insieme. Le pecore vivevano accanto a noi nell’altra grotta. Ma 20 anni fa, quando i bambini sono cresciuti, abbiamo costruito una stanza. Da allora ci perseguitano senza sosta”. La parola “loro”, che qui si sente molto spesso, si riferisce sempre a Israele, agli occupanti.

Safa ricorda bene le espulsioni avvenute qui alla fine del 1999, quando 700 residenti furono cacciati dalla zona. Successivamente è stata depositata una petizione presso la Corte Suprema, che ha emesso un’ingiunzione provvisoria che consentiva ai residenti di tornare alle loro case fino a quando non fosse stata presa una decisione legale definitiva. Più di 20 anni dopo, il tribunale ha deciso di respingere il ricorso dei residenti.

Stavamo facendo asiugare il formaggio fuori quando sono arrivati”, dice Safa di quella fatidica mattina del 1999. “I soldati sono arrivati con due grandi camion e ci hanno costretto a salire con tutti i nostri averi. Le pecore sono scappate. Ci hanno cacciato vicino a Susiya”, riferendosi al villaggio vicino a Masafer Yatta, anch’esso minacciato di demolizione. Abbiamo chiesto a Safa se avesse sentito parlare della sentenza della Corte Suprema la scorsa settimana e lei ha detto di no. “È la loro corte.”

Najati, il figlio più giovane di Safa, aveva in effetti sentito parlare della sentenza. “Quando ha distrutto la casa l’ufficiale mi ha detto: ‘Perché hai costruito? Il caso giudiziario è chiuso. Questo è territorio dell’esercito’ ”, riferisce Najati. “Penso che quello che è successo oggi non potrà che peggiorare, ci caricheranno di nuovo sui camion e ci deporteranno”.

È impossibile sapere se i militari ripeteranno l’atto di deportazione di massa avvenuta nel 1999, in particolare nell’era odierna dei social media e della pressione internazionale. Quello che sappiamo, tuttavia, è che una donna di 70 anni dormirà sul pavimento accanto alle rovine della sua casa.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su Local Call.

Yuval Abraham è giornalista e attivista e vive a Gerusalemme.

Basil al-Adraa è attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani sulle colline a sud di Hebron.

(Traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Solo i palestinesi possono decidere se boicottare la Corte degli occupanti

Michael Sfard

10 maggio 2022 – +972 magazine

La Corte Suprema israeliana ha approvato l’espulsione forzata di Masafer Yatta, e si ripresenta la questione se “legittimare” i tribunali.

La sentenza della Corte Suprema israeliana della scorsa settimana, che consente al governo di trasferire con la forza la comunità palestinese della Zona di Tiro 918 nell’area di Masafer Yatta, nella Cisigordania occupata, ha riacceso l’annoso dibattito tra attivisti di sinistra e per i diritti umani in Israele: dobbiamo presentare ricorsi alla Corte Suprema sulle violazioni dei diritti dei palestinesi che vivono sotto occupazione?

Le considerazioni sulle reti sociali, anche da parte di avvocati che hanno rappresentato i palestinesi davanti alla Corte Suprema per molti anni, hanno suggerito che è giunto il momento (e forse avrebbe dovuto essere fatto prima) di boicottare i tribunali israeliani ed evitare di chiedere ai giudici di porre rimedio o tutelare dai danni ai palestinesi.

È un argomento ben noto, e la comunità di attivisti in Israele-Palestina non è la prima a sollevarlo. Questo dibattito ha avuto luogo per decenni tra i militanti per i diritti umani in tutto il mondo – nel Sudafrica dell’apartheid e negli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam, per esempio – e continua tuttora, dall’India alla Russia.

Gli attivisti che si oppongono allo status quo – soprattutto in regimi repressivi, occupanti, di apartheid, etnocratici o totalitari – quasi sempre devono lottare con una situazione di sistemi giudiziari accondiscendenti che collaborano, e a volte persino si identificano, con i crimini di quei regimi.

La questione politica se ricorrere al sistema giudiziario di un governo repressivo è pertanto importante e affascinante, benché emerga solo dove c’è una possibilità realistica che si possa ottenere qualcosa con un procedimento legale. Perché ci sia questo dubbio ci deve essere un sistema che ogni tanto conceda qualche forma di riparazione, e la domanda è quindi se sia opportuno continuare a impegnarvisi e pagare il prezzo di tale impegno o lasciar perdere del tutto.

Ad ogni modo ciò che si ottiene non è sempre una vittoria, cioè una vittoria totale in una causa. Un contenzioso può garantire quelli che si potrebbero definire “frutti secondari”: benefici collaterali che a lungo termine possono aiutare in maniera significativa la lotta contro una determinata politica, ma non sono il risarcimento diretto cercato avviando il procedimento giudiziario.

Ogni avvocato che abbia mai avuto a che fare con una causa le cui possibilità di successo sono esili conosce i benefici collaterali delle azioni giudiziarie per i diritti umani. Spesso la speranza, e persino la strategia, è che si ottengano proprio questi successi secondari. Per esempio: il tempo.

Il tempo è un vantaggio collaterale molto importante. Molte cause rimandano in modo significativo la messa in pratica di un’azione o una politica ingiuste. I processi contro l’espulsione della comunità palestinese di Khan al-Ahmar, nella Cisgiordania occupata, è durato 11 anni, finché la Corte Suprema ha deliberato a favore dello Stato. A Susiya, sulle colline meridionali di Hebron, lo stesso procedimento è durato 17 anni. La causa riguardante la Zona di Tiro 918 ha portato a un’ingiunzione temporanea che ha consentito alle comunità di continuare a vivere sulle loro terre. L’ingiunzione è rimasta in vigore per 22 anni.

Questi lunghi periodi di tempo consentono di organizzarsi politicamente, l’attivazione di pressioni diplomatiche e la garanzia di una significativa copertura mediatica –niente di tutto ciò sarebbe stato possibile se i progetti dello Stato fossero attuati rapidamente. Susiya e Khan al-Ahmar sono esempi perfetti di come il tempo possa rendere possibili l’organizzazione e una opposizione efficace, rendendo particolarmente difficile portare a termine le espulsioni forzate previste persino ora che tutti i ricorsi sono stati rigettati.

Un altro esempio di prodotto collaterale delle cause è l’informazione. Un’azione legale può mettere in luce molti dettagli riguardo a una politica o una prassi, che possono invece essere utili in una lotta sociale o politica. A volte in queste lotte le informazioni possono valere quanto l’oro.

Le azioni giudiziarie possono portare altri risultati: un procedimento legale può spesso incrementare la consapevolezza pubblica e attirare l’attenzione dei media sull’argomento sottoposto a controllo giudiziario; è un processo che dà vita a dibattiti concreti contro lo status quo e le azioni progettate dal governo, formulando nel contempo l’alternativa che dovrebbe sostituirle, contribuendo a far conoscere la lotta; obbliga lo Stato a prendere una posizione chiara che spieghi e difenda le sue azioni, e a darne conto. Sono tutti strumenti importanti in una lotta e che di rado sono ottenuti fuori dalle aule dei tribunali.

Fare ricorso o non fare ricorso

Di fronte a tutto ciò quelli che si oppongono alle azioni legali sono per lo più preoccupati dell’effetto di legittimazione di sentenze negative;, dell’inganno di una parvenza di processo equo e non di parte a favore dell’uso della forza coercitiva da parte del governo; l’impegno in queste cause di energie e risorse che potrebbero essere investite altrove. Questi sono i costi politici dei procedimenti giudiziari.

Quindi, cosa si conclude se si soppesano costi e benefici? Qual è il bilancio finale? Ricorrere o meno ai tribunali? Forse il prezzo maggiore sempre citato in questo contesto è che i procedimenti giudiziari possono portare a sentenze che legittimano i crimini. Ciò evidenzia un paradosso: più il tribunale è progressista – cioè, più è disponibile ad opporsi alle autorità e interviene a favore delle vittime delle violazioni dei diritti umani – maggiore è il costo in termini della legittimazione nel caso in cui caso si perda.

D’altro canto, più il sistema giudiziario è sottomesso, più sentenzia regolarmente a favore delle autorità e adotta la loro posizione, più si riduce il prezzo in termini di legittimazione.

Questa è una conclusione importante: il pericolo di legittimare le politiche (e il regime) è particolarmente alto nei sistemi giudiziari in cui è alta la possibilità di garantirsi delle vittorie significative. Non mi pare che questa sia la situazione in Israele. Anche se la Corte è stata tenuta tradizionalmente in grande considerazione, quell’epoca è passata sia in Israele che all’estero, sicuramente in quei contesti sociali che costituiscono il bacino di potenziali reclute e sostenitori nella lotta per porre fine all’occupazione.

Riguardo al molto tempo e alle molte energie che le cause richiedono, è chiaro che, se ci fossero mezzi alternativi di resistenza che potrebbero portare a risultati e soluzioni positive migliori dei tribunali israeliani sarebbe giusto spostare risorse su quei mezzi. Mi pare che in molti casi non ci siano alternative più efficaci ai procedimenti giudiziari.

Dall’altra parte ci sono esseri umani che sono vittime delle azioni che queste istanze cercano di impedire. Dal loro punto di vista c’è poco da perdere nel ricorrere ai tribunali. Se un’istanza fallisce, quello che succede sarebbe successo comunque, solo molto prima. In questo modo c’è almeno la speranza di garantirsi il tempo necessario per organizzare una lotta, per sfruttare l’attenzione data ai procedimenti giudiziari e per utilizzare le informazioni – parte delle quali possono essere importanti – che i processi mettono in luce.

E a volte, solo a volte, i ricorrenti ottengono una vera e propria vittoria, parziale o – in rare occasioni – totale, che impedisce un’ingiustizia: annullando la proibizione di viaggiare all’estero; limitando il furto di terre; garantendo l’accesso a terreni agricoli; cancellando la “legge sulle regolarizzazioni” [degli avamposti israeliani illegali, ndt.]; cacciando coloni da terre di proprietari privati palestinesi, come nel caso degli avamposti di Amona e di Migron.

La lealtà ai diritti umani ci autorizza a sacrificare la possibilità per una persona di evitare l’espulsione, la perdita di reddito o lo smantellamento di una comunità sull’altare di un calcolo dell’eventuali scotto di legittimare un regime repressivo?

Dopo tutte le considerazioni e valutazioni, in definitiva non sta agli avvocati o alle Ong decidere. La decisione spetta ai palestinesi. Sono loro che devono scegliere se ricorrere ai tribunali dell’occupante o boicottarli. Nel frattempo ogni anno migliaia di palestinesi optano per correre il rischio. Che sia per mancanza di alternative o per le sofferenze, questa è la scelta che stanno facendo.

Michael Sfard è avvocato specializzato in leggi sui diritti umani e umanitarie internazionali ed autore di “The Wall and The Gate: Israel, Palestine and the Legal Battle for Human Rights [Il muro e la porta: Israele, Palestina e la battaglia giuridica per i diritti umani].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché una portavoce israeliana per la lotta all’antisemitismo diffonde la documentazione delle indagini contro un bambino palestinese?

Oren Ziv

26 aprile 2022 – +972 Magazine

La celebre attivista israeliana Noa Tishby ha diffuso foto inedite di un’indagine dell’esercito per giustificare l’arresto di un palestinese di 14 anni.

Le autorità responsabili della sicurezza israeliane stanno consegnando il materiale investigativo alle personalità di spicco online della hasbara [parola ebraica che indica la propaganda a favore dello Stato di Israele attraverso la diffusione di informazioni positive, ndtr.] per guadagnare consensi sui social media? Sembra proprio di sì.

Venerdì scorso l’attrice israeliana Noa Tishby, che questo mese è stata nominata prima portavoce speciale di Israele per la lotta all’antisemitismo e alla delegittimazione di Israele, ha pubblicato un video sulla sua pagina personale di Instagram in risposta a un post della top model palestinese-americana Bella Hadid. Hadid aveva condiviso una testimonianza su Athal al-Azzeh, un ragazzo palestinese di 14 anni arrestato due settimane fa dall’esercito israeliano con l’accusa di aver lanciato pietre, un’accusa che Athal ha categoricamente negato.

Nel suo video di risposta Tishby mostra due foto di un palestinese mascherato che fa rotolare un pneumatico, che sembra facciano parte del fascicolo investigativo dell’esercito israeliano su Athal – dato confermato da sua madre, Jinan, che afferma che le foto le sono state mostrate nel corso di un interrogatorio da agenti israeliani diversi giorni prima del post di Tishby. Il fascicolo dell’indagine, che non è pubblico, è stato molto probabilmente consegnato a Tishby dalle autorità.

Athal è stato arrestato il 15 aprile vicino al Checkpoint 300 a Betlemme, nella Cisgiordania occupata, mentre si dirigeva verso la casa di sua nonna nel campo profughi di Aida, vicino al muro di separazione. Sul luogo non erano in corso proteste ma nelle vicinanze, mentre lui passava, alcuni adolescenti stavano lanciando delle pietre contro la barriera di separazione.

Si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato”, ha detto a +972 il padre di Athal, Ahmad, che svolge la professione di avvocato. Ahmad fa presente che sono passate poche ore prima che la famiglia ricevesse finalmente la notizia dal distretto palestinese dell’Ufficio di Coordinamento e Collegamento (DCO) [Uffici di coordinamento militare israelo-palestinese istituiti nell’ambito dell’accordo Gaza-Gerico del 1994 tra Israele e l’Autorità palestinese, ndtr.] che il loro figlio era stato arrestato, dopodiché hanno ricevuto una telefonata da un investigatore militare israeliano.

“Eravamo felici che fosse vivo, che almeno non l’avessero ucciso, soprattutto in un momento in cui sentiamo costantemente parlare di uso di armi da fuoco contro adolescenti”, dice Ahmad.

L’arresto di Athal ha attirato l’attenzione internazionale dopo che Bella Hadid ha condiviso un commento sul caso da parte dell’attivista israeliano di sinistra Yahav Erez, che ha ricevuto oltre 16.000 ‘mi piace’. Il post di Erez, che mostrava una foto di al-Azzeh mentre suonava il violino e cercava di convincere le autorità israeliane a rilasciarlo, riportava che Athal era “tenuto in ostaggio dall’apartheid israeliana”.

In risposta al post di Erez, Tishby sostenitrice di Israele di vecchia data, la cui nuova posizione di portavoce ricade sotto la competenza del ministero degli Esteri ha sostenuto su Instagram che Hadid stesse “propagandando antisemitismo”.

“Non è vero”, ha detto Tishby ai suoi follower. Non è stato rapito né è tenuto in ostaggio. È stato processato il 16 [aprile], ha visto un giudice due volte e ne è previsto il rilascio il 24. Athal è stato arrestato per aver lanciato sassi e bruciato pneumatici, cosa per cui sarebbe stato arrestato negli Stati Uniti o in qualsiasi altro Paese del mondo rispettoso della legge”.

Nel condividere il post, continua Tishby, Hadid sta “diffondendo odio e disinformazione, che demonizza lo stato ebraico e fa divampare – sì, Bella – divampare l’antisemitismo”, aggiungendo che Athal dovrebbe “concentrarsi maggiormente sul suo violino piuttosto che sulla violenza contro gli ebrei.

Il video di Tishby includeva foto di palestinesi mascherati che sembrano essere state scattate dalle telecamere di sicurezza israeliane posizionate lungo la barriera di separazione, presumibilmente durante gli scontri con le forze israeliane. Jinan, la madre di Athal, ha detto che mercoledì scorso, diversi giorni prima che Tishby pubblicasse il suo video, dopo essere stata condotta alla stazione di polizia di Atarot, gli agenti israeliani che la interrogavano le hanno mostrato, tra l’altro, le due foto viste nel pezzo postato da Tishby.

“Ho visto le foto che sono apparse su Instagram”, ricorda. Sono esattamente le stesse foto [che mi hanno mostrato]. Mi hanno mostrato le due immagini e volevano che dicessi che era mio figlio, ma ho detto loro che non lo era. Mi hanno chiamata bugiarda”.

Dal momento del suo arresto Athal ha affrontato quattro udienze presso il tribunale militare di Ofer, una delle quali si è svolta martedì scorso. È stato accusato di lancio di pietre e di aver dato fuoco a pneumatici. “Mio figlio non ha fatto nulla e ha negato tutte le accuse contro di lui”, afferma Jinan. “Nel corso delle indagini hanno continuato a fare pressioni su di lui con l’uso di tattiche psicologiche per costringerlo a confessare”.

Ahmad ha detto che quando ha incontrato suo figlio a Ofer Athal gli ha riferito che gli agenti che conducevano l’interrogatorio lo hanno minacciato di tenerlo in prigione “per sempre”, ma Athal si è rifiutato di ammettere le accuse. “Ciò li disturba”, ha aggiunto Ahmad. Io stesso sono un avvocato e molto spesso in casa abbiamo parlato della legge. Lui lo sa”. Athal ha anche detto ai suoi genitori che se si fosse rifiutato di confessare, anche loro sarebbero stati sottoposti ad interrogatorio. Le autorità hanno mantenuto la loro promessa e la scorsa settimana hanno convocato Jinan.

Violazione del diritto ad un procedimento equo

Non sorprende che, nonostante le affermazioni di Tishby, Athal non sia stato rilasciato il 24 aprile, ma al contrario sia stato portato per un’udienza a Ofer, dove la sua custodia cautelare è stata prolungata.

Ho visto il post [di Tishby]. Speravo che riportasse la verità e che sarebbe stato rilasciato, ma sfortunatamente non è stato così”, dice Ahmad. Non ho alcuna speranza, ma chissà. Voglio continuare a credere che Dio lo aiuti e che il giudice ordini il rilascio di [Athal]”.

Lo stesso Ahmad ha pubblicato due commenti sul video di Tishby su Instagram prima e dopo l’indicazione da parte sua della data di rilascio. Tra le altre osservazioni ha scritto (riformulato per maggiore chiarezza): Ti permetti di essere poco professionale e di parlare a nome dell’intelligence israeliana. Stai diffondendo bugie su un ragazzo innocente di 14 anni”. Trascorso il 24 aprile, ha pubblicato un’ulteriore risposta: “Athal è stato torturato dal tuo esercito e la madre di Athal è stata sottoposta a un inferno di interrogatori che volevano costringerla a condannare suo figlio – hai qualche risposta in merito? Mentre ti godi l’abbronzatura sulla spiaggia noi palestinesi veniamo torturati dal tuo governo”.

In un’udienza tenutasi martedì presso il tribunale militare di Ofer il giudice Noam Breiman ha ordinato il rilascio di Athal su una cauzione di 4.000 NIS [nuovi shekel israeliani, 1147 euro, ndtr.], nonché una cauzione sulla responsabilità di terzi di 5.000 NIS [1433 euro, ndtr.]. I procedimenti legali continueranno e Athal rischia di essere giudicato alla fine di maggio.

Il giudice ha stabilito che il lancio di pietre avvenuto durante il passaggio di Athal non era diretto ai soldati israeliani ma piuttosto a una torre di guardia e che a causa della sua taglia fisica è dubbio che le pietre possano aver causato danni significativi.

L’arresto di minori palestinesi, compresi adolescenti, è una pratica israeliana comune nella Cisgiordania occupata. Secondo Addameer, un’organizzazione impegnata a favore dei diritti dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e palestinesi, Israele detiene attualmente in prigione 160 minori palestinesi.

Proprio questa settimana Haaretz ha riferito che, secondo i dati dell’esercito, tra il 2018 e l’aprile 2021, il 96% dei processi nei tribunali militari israeliani si è concluso con una condanna e il 99,6% di tali condanne è stato ottenuto tramite un patteggiamento. Questa tendenza dominante è evidente nel caso di Athal, poiché l’esercito e il sistema giudiziario militare cercano chiaramente di fare pressioni su di lui affinché confessi le accuse durante gli interrogatori, aprendo la strada a un patteggiamento.

Riham Nassra, un avvocato che rappresenta i detenuti palestinesi nei tribunali militari, ha affermato che la pubblicazione di materiale investigativo prima che venga emessa un’accusa, come ha fatto Tishby, è illegale e indica che il materiale è effettivamente trapelato. “Anche se quei materiali sono stati in qualche modo presentati all’udienza del tribunale, era illegale che venissero diffusi: ciò viola il diritto a un processo equo, soprattutto quando si tratta di un minore la cui udienza si tiene a porte chiuse e può anche interrompere o danneggiare l’indagine”.

Il ministero degli esteri israeliano, che sovrintende al ruolo di Tishby come portavoce speciale per la lotta all’antisemitismo, ha dichiarato: “Il video di Noa Tishby è stato pubblicato in risposta a un video ingannevole pubblicato sui social media con informazioni deliberatamente false sull’arresto di un giovane palestinese, al fine di offuscare l’immagine di Israele e delegittimare le sue azioni. In coordinamento con vari organismi abbiamo condotto un esame dei fatti che hanno costituito la base per la risposta di Noa Tishby. Le foto pubblicate non rivelano il volto del detenuto e quindi non vi è alcun impedimento alla loro pubblicazione. In particolare, il ministero degli Esteri non ha negato esplicitamente di aver consegnato i materiali per la pubblicazione da parte di Tishby.

Il portavoce dell’IDF [esercito israeliano, ndtr.] deve ancora rispondere alla nostra richiesta di commento.

Oren Ziv è un fotoreporter e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [organizzazione internazionale di fotografi e fotoreporter che utilizzano l’immagine fotografica come strumento contro ogni forma di oppressione, razzismo e discriminazione, in particolare nel territorio palestinese, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mansour Abbas non intende far cadere il governo israeliano, per il suo stesso bene

Sama Salaime

19 aprile 2022 – +972 magazine

Il leader di Ra’am ha congelato l’adesione del suo partito al governo in seguito alla violenta repressione ad Al-Aqsa. Ecco perché andarsene non è un’opzione.

La decisione dello scorso fine settimana del partito Ra’am [Lista Araba Unita, ndtr.] di congelare temporaneamente, ma non cancellare, la sua adesione al governo israeliano a seguito delle rinnovate violenze nel complesso di Al-Aqsa [la moschea al-Aqā fa parte del complesso di edifici religiosi di Gerusalemme noto sia come Monte Majid o al-aram al-Sharīf da parte dei musulmani, Har ha-Bayit dagli ebrei, ndtr.] è tanto singolare quanto necessaria. Non c’è nessun politico palestinese in Israele che vorrebbe trovarsi in questo momento nei panni di Abbas. Il suo partito è stato in grado di resistere per 10 mesi come membro di una coalizione debole e in bilico, e ha subito attacchi feroci sia dall’opposizione che dalle fazioni più a destra del governo, in primo luogo dalla ministra dell’Interno Ayelet Shaked [del partito di estrema destra Yamina, lo stesso del primo ministro Bennett, ndtr.].

Di volta in volta la Lista Araba Unita ha resistito, nonostante le critiche mossele, tra l’altro, durante la vicenda riguardante la legge sulla cittadinanza [il 10 marzo la Knesset ha ripristinato una legge che vieta ai palestinesi sposati con cittadini israelo-palestinesi di ottenere la cittadinanza israeliana e di riunire le loro famiglie in territorio israeliano, ndtr.], i tentativi di approvare un bilancio nazionale nonché le demolizioni di case, gli attacchi ai beduini nel Naqab/Negev, la sua posizione sui diritti LGBTQ. Ha perso il deputato Said al-Harumi, uno dei suoi parlamentari più popolari, morto per un attacco cardiaco, così come la fiducia dei suoi elettori dopo che non è stata in grado di affrontare efficacemente i crimini violenti che continuano ad affliggere la società palestinese in Israele.

Nonostante tutte queste crisi, Ra’am è stata in grado di resistere e di promettere ai suoi elettori – e alla comunità araba in generale – che tutto sarebbe andato bene. Ma poi è arrivato il Ramadan.

È difficile sostenere che i vertici del Movimento islamico siano rimasti sorpresi dalla tempistica del mese santo, durante il quale Israele avrebbe dovuto esibire agli occhi dei palestinesi e del resto del mondo gesti senza precedenti a favore dei fedeli musulmani del Paese, inclusi più permessi per lavoratori da Gaza in Israele e l’allentamento del controllo dei movimenti per coloro che desiderano viaggiare dalla Cisgiordania a Gerusalemme occupate.

Abbas e soci non potevano prevedere i quattro attacchi omicidi contro cittadini israeliani che hanno avuto luogo lo scorso mese. La Lista Unita [coalizione di partiti arabo-israeliani laici, all’opposizione, ndtr.] ha condannato duramente le uccisioni. Mentre l’ondata di attacchi si è placata, almeno per ora, le operazioni militari israeliane nelle città della Cisgiordania sono diventate di giorno in giorno più letali. Tredici palestinesi sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco, tra cui un ragazzo di 17 anni e una vedova di 47 anni madre di sei figli.

Ra’am ha fatto parte di un governo che ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi, e il suo imbarazzo è cresciuto sempre più davanti a ogni immagine di minorenni arrestati o di shaheed [“testimone” in arabo, spesso tradotta con il termine “martire”, ndtr.] sepolti a Hebron o a Betlemme. Ma durante questo Ramadan tutti gli occhi sono puntati [su quello che accade, ndtr.] alla moschea di Al-Aqsa, dalle percosse subite da giovani palestinesi e giornalisti da parte degli agenti presso la Porta di Damasco agli attacchi sfrontati e quotidiani presso il complesso di Al-Aqsa durante il fine settimana.

Impossibile nascondere alla vista queste immagini: donne picchiate da agenti di polizia armati di manganelli, anziani spinti e feriti dalle forze di sicurezza, soldati armati fino ai denti che fanno irruzione nella moschea e sparano gas lacrimogeni, attaccano tutto ciò che si muove e arrestano centinaia di persone. Come potrebbe lo stesso movimento che fa l’elemosina ai poveri di Gerusalemme e organizza campi estivi gratuiti per bambini nella moschea fornire il suo sostegno a un governo che un giorno dà ordine di irrompere nella moschea con il pugno di ferro e il giorno dopo di fornire protezione a decine di coloni e attivisti di estrema destra saliti a pregare sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif?

Nel frattempo i social media sono pieni di video satirici su Abbas che vende Al-Aqsa ai coloni. Per molti Abbas e Ra’am avranno le mani sporche del sangue di ogni palestinese che morirà a Gerusalemme.

La critica interna al movimento islamico, che ha proclamato Al-Aqsa una “linea rossa” che Israele non può oltrepassare, non ha fatto che crescere nell’ultimo mese, mettendo Ra’am in un angolo. Non può più rimanere in silenzio quando il presidente della Lista Unita Ayman Odeh, un socialista laico dichiarato, si piazza sui gradini della Porta di Damasco per difendere la santità di Gerusalemme, il presidente di Balad [partito israeliano che si oppone all’idea di uno Stato unicamente ebraico e sostiene la natura bi-nazionale di Israele, ndtr.] Sami Abu Shehadeh corre di studio in studio per spiegare le conseguenze dell’occupazione sui palestinesi, e come tutti questi vari episodi di violenza siano il risultato di questa occupazione, e il presidente di Ta’al [“Movimento arabo per il rinnovamento”, uno dei componenti della Lista Unita, ndtr.] Ahmad Tibi in diretta dal Russian Compound [quartiere di Gerusalemme in cui sorge la Cattedrale russo-ortodossa della Santissima Trinità, ndtr.] annuncia che starà al fianco dei detenuti palestinesi fino alla fine. Alla luce di tutto ciò, cosa restava da fare ad Abbas e al suo partito?

False promesse e sogni irrealizzabili

D’altra parte è chiaro che Abbas non vuole essere l’unico responsabile della caduta del primo governo israeliano che ha accolto cittadini palestinesi nelle sue fila, e non è certo interessato a essere accusato — sia dagli ebrei israeliani che dai palestinesi — del ritorno al potere di Netanyahu.

È proprio per questo che congelare l’adesione del suo partito è il trucco funambolico di cui andava alla ricerca: è un’esibizione di protesta contro un governo che sostiene, priva di qualsiasi minaccia reale di farlo cadere.

Non è ancora chiaro quanto questo patetico tentativo di protesta sia stato coordinato con il primo ministro Naftali Bennett – che ha consentito alla polizia di scatenarsi ad Al-Aqsa – e con colui che dovrebbe succedergli [in base ad un accordo tra i partiti della coalizione di governo, ndtr.], Yair Lapid.

Dal canto loro Bennett e Lapid sanno che devono aiutare il loro partner assediato, almeno fino a dopo il Ramadan. È probabile che nei prossimi giorni vedremo una serie di gesti umanitari rivolti ai palestinesi – in particolare in vista dell’Eid al-Fitr, che segna la fine della ricorrenza – che consentirà loro non solo di pregare a Gerusalemme, ma anche di bagnarsi i piedi nel Mediterraneo. La presenza della polizia nella Città Vecchia probabilmente diminuirà in modo significativo e le ultime preghiere del mese potrebbero trascorrere senza nuove aggressioni verso i palestinesi.

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: questo governo non cadrà a causa dei suoi parlamentari arabi. L’esperienza recente ci insegna che i membri del partito di Bennett rappresentano la più grande minaccia all’esistenza della coalizione. Non sarà Ra’am a rovesciarlo, non perché sia soddisfatta del governo, ma perché il futuro del partito dipende da ciò che l’elettore arabo avrà deciso, alla fine, in merito alla bontà della decisione di entrare nel governo Bennett-Lapid. La scommessa fatta da Abbas deve dare i suoi frutti il ​​prima possibile, finché è ancora al governo, altrimenti il ​​suo partito non avrà diritto di esistere.

Sarà accusato, ancora una volta, di aver smantellato la Lista Unita [di cui faceva parte prima delle ultime elezioni, ndtr.] in nome di false promesse e sogni irrealizzabili. Sarà un suicidio politico e la prova determinante che il nuovo e pragmatico corso del movimento islamico è destinato a fallire, e che Mansour Abbas non è ancora pronto ad ammetterlo.

Samah Salaime è un’attivista e giornalista femminista palestinese.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)