«Come si fa a curare artisticamente un genocidio?»

Oren Ziv

21 maggio 2026 – +972 Magazine

Segnata dalle proteste per la partecipazione di Israele, la Biennale di Venezia ospita una mostra con 100 ricami palestinesi ispirati alle strazianti immagini provenienti da Gaza. Il curatore Faisal Saleh racconta come è nato il progetto.

Alla vigilia della 61ª Biennale di Venezia, inaugurata all’inizio di questo mese, diversi artisti tra i più attesi del festival hanno annunciato il loro rifiuto di esporre le proprie opere. Lo sciopero di 24 ore, in segno di protesta contro la decisione del festival di includere padiglioni ufficiali di Israele e Russia, è stato organizzato dall’Art Not Genocide Alliance, che nei giorni precedenti aveva già mobilitato centinaia di attivisti per bloccare l’ingresso del padiglione israeliano con striscioni recanti la scritta “No artwashing genocide” [Nessuna pulizia mediante l’arte del genocidio, ndt.].

Circa una settimana prima dell’apertura i cinque membri della giuria della Biennale si sono dimessi dichiarando che non avrebbero giudicato i padiglioni rappresentativi di Paesi “i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale”, ovvero Israele e Russia.

L’edizione di quest’anno del prestigioso festival internazionale d’arte vede la partecipazione di 100 padiglioni nazionali, ciascuno dei quali ospita artisti in rappresentanza del proprio Paese. Israele, che ha avuto un padiglione fin dal 1950, è rappresentato dallo scultore israeliano di origini romene Belu-Simion Fainaru. Il padiglione della Russia, dal canto suo, è stato riammesso dopo essere stato escluso in seguito all’invasione dell’Ucraina.

A questo punto lunico veto possibile sarebbe unesclusione preventiva”, ha affermato il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco in risposta alle critiche sollevate riguardo alla partecipazione di quei Paesi. Nominato dal governo di Giorgia Meloni nell’ottobre 2023, il giornalista di destra e intellettuale pubblico ha difeso la decisione aggiungendo: «Questa è una Biennale che non cerca di risolvere i problemi ma di metterli in mostra».

Sebbene la mostra principale della Biennale, «In Minor Keys», della compianta curatrice camerunese-svizzera Koyo Kouoh, contenga alcuni riferimenti a Israele-Palestina (i visitatori trovano all’ingresso la poesia «Se devo morire» dello scrittore gazawi assassinato Refaat Alareer accanto a un’installazione del collettivo di artiste queer Fierce Pussy” che presenta una bandiera palestinese strappata), l’Italia non riconosce lo Stato di Palestina, lasciando i palestinesi senza un padiglione nazionale ufficiale.

Tuttavia oltre ai 100 padiglioni nazionali sono previsti 31 eventi collaterali, e uno di questi insiste nel dare centralità alle voci palestinesi. “‘ _____________* * Gaza – No Words See the Exhibit” [“‘ _____________* * Gaza – Senza Parole – Guardate la Mostra”, ndt.], organizzata dal Palestine Museum US e ufficialmente riconosciuta dalla Biennale, porta 100 opere di tatreez (ricamo tradizionale palestinese) nel cuore di Venezia. Ogni pannello ricamato ricrea un’immagine del genocidio israeliano a Gaza ed è stato realizzato a mano da donne palestinesi che vivono nei campi profughi in Cisgiordania, Libano e Giordania. Insieme, i pannelli formano quello che gli organizzatori chiamano l’arazzo del genocidio di Gaza”.

Faisal Saleh, imprenditore palestinese-americano e fondatore del Palestine Museum US di Woodbridge, nel Connecticut, è uno dei quattro curatori della mostra. La sua famiglia è originaria del villaggio di Salama, vicino all’odierna Tel Aviv, e fu sfollata durante la Nakba del 1948. Saleh è cresciuto a Ramallah e ha vissuto l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967 prima di trasferirsi negli Stati Uniti per studiare. In seguito, ha intrapreso una carriera da imprenditore e dopo il pensionamento ha fondato il primo museo palestinese negli Stati Uniti.

Mentre le proteste turbavano i primi giorni convulsi della Biennale ogni giorno migliaia di visitatori – tra cui molti turisti che non erano venuti a Venezia appositamente per il festival – hanno visitato la mostra gratuita, situata in posizione centrale. Percorrendo la galleria gli spettatori hanno riconosciuto le immagini suggestive su cui si basano le opere ricamate. Da vicino, i ricami intricati catturano lo sguardo, ma quando lo spettatore fa un passo indietro si svela l’immagine nella sua interezza.

In un’intervista rilasciata a +972 Magazine in occasione della mostra Saleh ha parlato del processo di ideazione e realizzazione del progetto all’interno di uno degli spazi artistici più politicamente pregnanti al mondo. L’intervista è stata modificata per ragioni di brevità e chiarezza.

Qual è stato l’intento alla base della mostra?

Noi [i curatori] vogliamo che il mondo si trovi faccia a faccia con ciò che permette che accada. Speriamo che le [opere darte] spingano le persone a riflettere sulla necessità dellassunzione di responsabilità e della giustizia. In altre parole, non vogliamo che queste cose vengano dimenticate. Sono dei moniti e saranno conservati per sempre.

E abbiamo voluto portare l’arte palestinese ai vertici del mondo dell’arte. La Biennale di Venezia costituisce le Olimpiadi del mondo dell’arte. Abbiamo voluto portare l’arte delle donne palestinesi che lavorano nei campi profughi allo stesso livello delle artiste di altri Paesi. I loro nomi contano. Molte di loro hanno realizzato molti progetti commerciali in cui i galleristi prendevano le loro opere e le vendevano. Ma ora [queste opere sono esposte pubblicamente] con il loro nome. Ottengono il giusto riconoscimento.

Perché avete scelto il tatreez come principale mezzo espressivo?

L’idea è quella di promuovere e presentare la storia e la narrazione politica palestinese. Abbiamo pensato di utilizzare il tatreez perché viene realizzato dalle donne palestinesi nei campi profughi in Libano, nei villaggi della Cisgiordania e in Giordania. Abbiamo sette gruppi, a cui assegniamo dei lavori, e la coordinatrice commissiona a donne specifiche la realizzazione di determinate opere. Le opere provenienti dalla Cisgiordania vengono raccolte e spedite ad Amman. Quelle provenienti da Ain Al-Hilweh [il più grande campo profughi palestinese in Libano, ndt.] sono inviate a Beirut, mentre affidiamo il loro trasporto a persone che si recano in Europa.

Ho detto al mio gruppo che volevamo creare 100 ricami in un anno. Sapevo che ci erano voluti 12 anni per realizzare i 100 ricami che avevamo nel museo sulla storia palestinese. Ma ho detto: «Per Gaza c’è una certa urgenza.»

Perché non la fotografia? E come avete scelto le immagini su cui basare i ricami?

Non ho voluto organizzare una mostra fotografica perché la gente aveva già visto tutte queste fotografie sui social media. Una foto è spesso molto esplicita, mentre un dipinto racchiude in sé un elemento di astrazione. Così come quest’opera: è realizzata con dei puntini. Se la si osserva da due metri di distanza sembra una fotografia. Ma avvicinandosi si iniziano a distinguere i puntini. Ogni pezzo è composto da 55.000 punti.

La tecnica del ricamo rallenta la percezione della terribile realtà rappresentata in queste immagini. Richiede molto tempo: una donna le osserva per due mesi e mezzo, vedendo l’immagine svilupparsi gradualmente e dovendo conviverci per tutto questo tempo.

In qualche modo è molto più toccante vederla ricamata e pensare a chi l’ha realizzata e a come l’ha fatta; è una sensazione diversa rispetto a guardare una fotografia. Le donne [che hanno fatto i ricami] sono rifugiate del 1948 e vedono ciò che sta accadendo a Gaza come una versione aggravata di quanto accaduto nel 1948, una continuazione della stessa politica.

Abbiamo assistito a proteste di massa e a uno sciopero che chiedevano l’esclusione di Israele dal festival, ma il presidente della Biennale ha affermato che il festival non avrebbe escluso nessuno. Come vede questi due approcci politici dal punto di vista di un artista?

Credo che fino ad ora fosse accettabile seguire il principio [che chiunque potesse partecipare]. Ma ciò che Israele ha fatto ha raggiunto livelli inaccettabili, livelli di atrocità e orrori indicibili che impongono un nuovo standard di comportamento umano. Al di sotto [di tale standard] nessuno dovrebbe essere autorizzato a partecipare a competizioni internazionali, non solo alla Biennale, ma anche all’Eurovision, alla FIFA, alle Olimpiadi, a tutti gli eventi internazionali e ai concorsi cinematografici di Hollywood. La Biennale, insieme a tutte le altre organizzazioni, deve definire dove inizia e dove finisce la condizione umana.

A che punto un Paese si autoesclude dall’essere tra le nazioni del mondo che credono nei diritti umani e che non sono disposte a scendere al di sotto di un certo livello? Chi va oltre tale soglia non dovrebbe essere autorizzato a partecipare. A mio parere a questo punto Israele non dovrebbe essere ammesso. Non vorrei trovarmi nello stesso posto di chi ha commesso tutte queste atrocità. Non è giusto aspettarsi che altri artisti di altri Paesi siano presenti, perché li si mette in una situazione imbarazzante, costretti a scegliere tra il rispetto della vita umana e l’esposizione delle proprie opere.

Come vede il fatto che la Palestina non abbia un padiglione ufficiale alla Biennale?

Sapete cosa succederà se l’Italia alla fine riconoscerà lo Stato di Palestina e la Palestina diventerà idonea ad avere un padiglione? Indovinate chi cercherà di controllarlo: l’Autorità Palestinese. Questo è un problema per noi, perché queste persone non rappresentano i palestinesi. Rappresentano sè stesse e non lavorano per il popolo. Fanno il lavoro sporco per Israele in Cisgiordania.

In nessun caso noi palestinesi accetteremo che siano loro a gestire qualcosa di così importante. Quindi si spera che se dovesse accadere qualcosa del genere ci sia una sorta di processo democratico che determini chi potrà esporre e in base a quale modalità: un processo aperto, senza corruzione e senza il controllo di un singolo partito.

In che modo la storia della sua famiglia, sopravvissuta alla Nakba del 1948, ha influenzato il suo lavoro?

Siamo originari del villaggio di Salama – Kfar Shalem, come lo ribattezzò Israele – nell’attuale zona sud di Tel Aviv. Il nostro villaggio fu completamente svuotato e distrutto [durante la Nakba]. Ci rifugiammo ad Al-Bireh [vicino a Ramallah], dove sono nato nel 1951. Ero l’undicesimo figlio e vivevamo in una sola stanza. Non è stata una vita facile, ma ce l’abbiamo fatta tutti.

Nel 1967, da Ramallah, potemmo assistere al bombardamento di Nabi Samwil e di Gerusalemme. L’esercito israeliano entrò a Ramallah e la bombardò, costringendo l’esercito giordano alla ritirata.

Sono arrivato negli Stati Uniti nel 1969, ho studiato, ho lavorato nel settore commerciale per 40 anni, poi sono andato in pensione e ho iniziato a impegnarmi per la causa palestinese. Ho collaborato con alcune persone che volevano allestire un museo, ma non mi piaceva il modo in cui lo stavano facendo, così le ho abbandonate e ho lavorato per conto mio, creando il primo museo [palestinese] nell’emisfero occidentale.

Pensa che questa mostra sia di per sé una sorta di risposta a coloro che affermano che l’arte dovrebbe essere apolitica, che dovrebbe essere neutrale?

Gaza ha infranto tutte le regole. Mi sono trovato di fronte alla domanda: come si cura artisticamente un genocidio? Non esiste un manuale. Non c’è un libro che ti spieghi come farlo.

Ho dovuto riflettere a lungo, collegare molti elementi e ideare qualcosa di potente, che raccontasse la storia palestinese a Gaza senza ombra di dubbio. Posso assicurarle che chiunque visiti questa mostra ne uscirà una persona diversa.

Oren Ziv è un fotoreporter, collaboratore di Local Call [rivista online in lingua ebraica edita in collaborazione con + 972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(Tradotto dall’inglese da Aldo Lotta)




La scena culturale di Gaza rivive da sotto le macerie

Ruwaida Amer

15 maggio 2026 – +972 Magazine

Dopo che Israele ha distrutto le istituzioni letterarie e artistiche della Striscia, i palestinesi stanno lanciando nuove iniziative per preservare il sapere e rivendicare il diritto alla vita

Durante i primi due anni della guerra genocida israeliana quasi tutti i centri e le istituzioni culturali di Gaza sono stati distrutti e almeno 150 delle figure di spicco del panorama culturale uccise. Negli ultimi mesi, nonostante la fragilità del cosiddetto cessate il fuoco, sono emerse diverse iniziative per far rivivere la fiorente scena letteraria e artistica della Striscia.

Tra queste c’è la Biblioteca Phoenix, inaugurata a fine aprile, i cui fondatori hanno raccolto oltre 100.000 dollari tramite una campagna di crowdfunding per ristrutturare un edificio superstite nel centro di Gaza City. Fondata da due amici, Omar Hamad e Ibrahim Al-Masri, la nuova biblioteca di Gaza si propone di salvare dalle macerie ciò che resta della vita letteraria della Striscia.

Durante il genocidio, l’occupazione ha perseguito una politica di sradicamento dell’istruzione distruggendo scuole, università e biblioteche. Hanno distrutto centinaia di migliaia di libri, molti dei quali antichi e parte del patrimonio e dell’eredità palestinese, alcuni stampati prima del 1948 e altri risalenti all’epoca ottomana”, racconta a +972 Hamad, di 30 anni. “L’idea della biblioteca è nata dal desiderio di preservare ciò che era sopravvissuto e di far rivivere la lettura, la scrittura e la ricerca a Gaza, in mezzo all’immenso vuoto educativo creato dalla guerra”.

Al-Masri, 31 anni, afferma che il progetto è nato da un analogo senso di responsabilità. “Siamo persone che leggono, scrivono e che hanno a cuore la cultura, ed è stato difficile per noi vedere centri educativi e biblioteche distrutti e libri bruciati”, spiega. “Per fortuna siamo riusciti a recuperare libri dalle macerie di biblioteche private e universitarie. Altri libri appartenevano a persone martirizzate durante la guerra e ci sono stati donati dalle loro famiglie. Desideravano che altri potessero beneficiare di quei libri, che costituissero un atto di beneficenza duraturo [in onore dei loro cari].”

Abbiamo chiamato la biblioteca ‘Fenice’ perché evoca la rinascita dalle macerie e la speranza in mezzo al dolore», aggiunge. «Vogliamo vivere le nostre vite normalmente e dimostrare al mondo che, nonostante le circostanze, rimaniamo saldi nel nostro sapere, nella nostra cultura e nel nostro Paese”.

Per Hamad la biblioteca rappresenta anche un tentativo di condividere il rifugio che i libri gli hanno offerto durante la guerra. “Sono stato sfollato diverse volte ed ero molto affezionato ai miei libri. Passavo ore a leggere e cercavo persone che avessero libri per poterli scambiare”, racconta. “Continuavo a pensare a come avrei potuto mettere questi libri in un luogo adatto dove tutti potessero trarne beneficio, proprio come loro avevano aiutato me ad alleviare le difficoltà e l’amarezza dello sfollamento”.

La biblioteca ora ospita più di 6.000 libri in arabo e inglese che spaziano in campi quali scienza, linguistica, media, istruzione, management, economia, medicina, matematica, diritto e storia, oltre alla letteratura araba e internazionale, con una particolare attenzione alla scrittura palestinese e di Gaza. È diventata rapidamente un rifugio per lettori appassionati in cerca di pace e tranquillità, nonché uno spazio di studio per gli studenti le cui biblioteche universitarie sono state distrutte.

Khaled Radwan, uno studente universitario di 20 anni, afferma di frequentare la biblioteca sia per studiare che per la sua passione di sempre per la lettura. “Avevo bisogno di molti libri per i miei studi e tutte le biblioteche universitarie sono state completamente distrutte”, dice a +972. “Sono anche un appassionato lettore fin da bambino. Mio padre aveva alcuni libri e mi piaceva andare nella Città Vecchia di Gaza per trovarne di antichi. Sono particolarmente interessato ai libri di storia e sulle civiltà; amo leggere delle diverse epoche in Palestina e in altri Paesi”.

Radwan ora spera di contribuire ad ampliare la collezione della biblioteca cercando libri sotto le macerie di biblioteche e centri culturali distrutti. “È importante preservare la nostra storia dopo che l’esercito israeliano ha distrutto così tanti libri”, aggiunge. “Bruciano deliberatamente la storia in modo che non ci rimanga nulla, ma noi teniamo alla cultura e alla conoscenza e vogliamo che non vadano perdute a causa dei loro attacchi e delle loro guerre”.

Per Sarah Al-Taweel, 24 anni, che frequentava le biblioteche universitarie durante i suoi studi, la Biblioteca Phoenix rappresenta un rifugio. “Studiavo all’Università di Al-Azhar e mi spostavo tra le biblioteche per prendere in prestito libri da leggere”, racconta a +972. “Ho smesso di farlo durante la guerra. Ho provato a procurarmi libri e romanzi online, ma la sensazione è diversa quando tengo un libro tra le mani. Mi sento psicologicamente a mio agio, come se fossi libera tra le parole e le righe. Speravo di trovare anche un solo libro che mi tenesse occupata”.

Quando ha saputo dell’apertura della biblioteca Al-Taweel ha detto di essere stata tra le prime a visitarla. Rivedere i libri disposti sugli scaffali come prima della guerra le ha restituito un senso di normalità. “Ora posso dedicare del tempo alla lettura”, dice. “Isolarmi dalla difficile realtà in cui viviamo è importante per preservare la salute mentale. Ecco perché per me il risultato più importante dopo il cessate il fuoco è stata l’apertura della biblioteca.”

“La musica è un balsamo per l’anima”

Durante la guerra a Gaza la formazione musicale è rimasta una delle poche attività culturali e artistiche a continuare nonostante le difficili condizioni a stento immaginabili.

Ismail Daoud, insegnante di oud e direttore accademico del Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said di Gaza, è stato tra coloro che hanno cercato di mantenere viva la musica. Insieme ad altri insegnanti del Conservatorio si spostava tra le tende dei bambini nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis per insegnare canto e strumenti musicali.

“All’inizio della guerra sono stato sfollato dalla mia casa nel nord di Gaza con i miei figli e pochi effetti personali essenziali, e ho lasciato indietro i miei strumenti musicali. Tutto è stato bombardato e distrutto”, racconta a +972. “Per i primi sette mesi di guerra non ho sentito musica né suonato. Ma nel maggio del 2024 il mio collega Ahmed Abu Amsha mi ha detto che il Conservatorio voleva far ripartire le attività musicali a Gaza.”

Anche la sede del Conservatorio è stata tra gli spazi culturali distrutti. Inaugurato nel 2012 in un edificio della Mezzaluna Rossa Palestinese a Tel Al-Hawa, a ovest di Gaza City, l’istituto è stato bombardato, saccheggiato e incendiato durante la guerra, con la conseguente perdita di mobili e strumenti. L’amministrazione è ora alla ricerca dei fondi necessari per ricostruire e riaprire la sede.

Nel frattempo il Conservatorio ha ripreso a offrire lezioni ai bambini, inizialmente nel nord di Gaza e in seguito in spazi di apprendimento improvvisati in tutta la Striscia. Col tempo, ha affermato Daoud, la musica, che definisce “un linguaggio universale di pace”, è diventata uno strumento importante per aiutare i bambini ad affrontare il trauma psicologico della guerra.

“All’inizio è stato difficile”, afferma. “Abbiamo perso uno studente di nome Youssef Salman di Khan Younis. Suo padre era in viaggio all’estero e comunicavano online.”

Un giorno Youssef non è venuto a lezione perché era andato in un bar a parlare con suo padre, e lì è stato colpito. Sua sorella era con noi ed era devastata dalla perdita del fratello, ma la musica è stata il nostro sostegno e la nostra consolazione in quelle situazioni: è un balsamo per l’anima.”

Oggi il Conservatorio offre lezioni di strumenti come tabla, oud, chitarra e flauto, oltre a canto corale, a bambini e ragazzi dagli 8 ai 20 anni. Abu Amsha, insegnante e coordinatore del Conservatorio nonché direttore del gruppo musicale Gaza Birds Singing, è diventato virale la scorsa estate con una sua suggestiva canzone che si armonizza con il ronzio costante dei droni israeliani, ora usata nella campagna globale per boicottare l’Eurovision Song Contest.

“C’è un aumento significativo del numero di persone che cercano una formazione musicale”, afferma Daoud. “Attualmente stiamo pianificando di organizzare concerti e festival culturali con organizzazioni locali a Gaza come l’UNICEF. Questo lavoro è stata la nostra principale fonte di sostegno dall’inizio della guerra. Vogliamo continuare a diffondere speranza e vita.”

Non un lusso, una umana necessità”

Prima della guerra il regista teatrale e produttore culturale palestinese Jamal Abu Al-Qumsan aveva dedicato parte della sua casa nella parte occidentale di Gaza City a quella che definiva una “galleria culturale”: uno spazio in cui ospitava intellettuali, scrittori, musicisti e artisti per vari eventi.

“Il teatro a Gaza era vitale per l’espressione artistica e la consapevolezza della comunità, nonostante le risorse limitate e il blocco”, dichiara a +972. “C’erano spettacoli, laboratori e iniziative regolari per bambini e bambine e ragazzi e ragazze, e il teatro rappresentava una finestra di speranza e un luogo di espressione e dialogo”.

Al-Qumsan metteva in scena spettacoli durante tutto l’anno, soprattutto per i bambini. “Per loro il teatro non era solo intrattenimento, ma uno spazio per imparare e riappropriarsi dell’infanzia”, ​​ afferma. “Durante la guerra sono stati privati ​​di spazi sicuri, creando un enorme vuoto psicologico e culturale che sentiamo ancora oggi”.

La vivace scena artistica di Gaza, un tempo fiorente, è stata quasi completamente spazzata via dalla guerra israeliana. Tra i luoghi demoliti è il Teatro Rashad Al-Shawa nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City, il principale centro per le produzioni teatrali della Striscia.

Dalla fine del 2023, con l’invasione di terra di Gaza City da parte dell’esercito israeliano, la casa e la galleria di Al-Qumsan sono state distrutte. È stato costretto a vivere in una tenda nella zona di Al-Zawayda, nella Gaza centrale, dove si trova tuttora.

Eppure, anche in questa situazione di sfollamento, Al-Qumsan ha continuato a organizzare proiezioni cinematografiche e laboratori artistici per bambini nei campi profughi in diverse zone della Striscia. “Queste attività offrono ai bambini la possibilità di ridere e li aiutano a ritrovare un certo equilibrio psicologico, rafforzando in loro la consapevolezza di essere amati e di avere diritto alla gioia e alla vita”, afferma. “Per loro il teatro è un mezzo per esprimere le emozioni e ritrovare un senso di sicurezza durante la guerra”.

La perdita della galleria ha lasciato un segno indelebile su Al-Qumsan, “sia a livello personale che professionale”. Ciononostante sta cercando di trovare modi alternativi per continuare la sua attività teatrale, che descrive come “non un lusso, ma una necessità umana”.

“La Galleria Culturale di Jamal non era solo un luogo, ma una casa per artisti, bambini e persone creative”, afferma. “Credo però che la cultura non riguardi solo gli edifici, ma anche la volontà. Attualmente sto lavorando alla progettazione di una nuova galleria culturale utilizzando materiali semplici e reperibili localmente. C’è un grande desiderio tra i bambini e le famiglie di teatro e attività culturali”, conclude Al-Qumsan. “Ogni volta che presentiamo uno spettacolo o un’attività constatiamo quanto sia necessario questo tipo di spazi. Le persone non cercano solo intrattenimento, ma anche speranza e un senso di normalità. Questo conferma che il teatro rimarrà una necessità sociale e culturale, a prescindere dalle difficoltà.”

Ruwaida Amer è una giornalista indipendente di Khan Younis

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La guerra di Israele in Cisgiordania prende di mira le serre palestinesi.

Meron Rapoport

7 maggio 2026 – +972 Magazine

A Jayyous e nei villaggi limitrofi agli agricoltori palestinesi sono stati notificati decine di nuovi ordini di demolizione con l’obiettivo di costringerli ad abbandonare le proprie terre.

Hakam Salim si trovava nella sua serra di peperoni sul territorio di Jayyous, un villaggio a est di Qalqilya i cui terreni agricoli si trovano in parte nella cosiddetta «zona di confine» — la striscia di territorio della Cisgiordania situata tra la Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] e la barriera di separazione israeliana. La realizzazione della serra gli è costata più di 30.000 Shekel (8.798 euro), a cui si aggiungono altre decine di migliaia di Shekel investiti nella preparazione del terreno.

Una serra tipica a Jayyous genera un reddito annuo di 50.000-60.000 shekel, al lordo delle spese. Per Salim e suo fratello questo reddito sostiene le loro famiglie e contribuisce a pagare le tasse universitarie dei loro quattro figli.

Ora tuttavia un recente ordine di sospensione dei lavori emesso dall’Amministrazione Civile israeliana [organismo militare-amministrativo israeliano che gestisce le questioni civili palestinesi nei territori occupati, ndt.] minaccia di spazzare via tutto ciò che Salim ha costruito, insieme al sostentamento della sua famiglia.

L’Amministrazione Civile, un ramo dell’esercito, afferma che le serre sono state costruite senza permessi, nonostante siano presenti da molti anni, alcune da oltre vent’anni. “Quando sono state costruite, non c’è stato alcun problema con l’esercito, nessuno è venuto a dire ‘non costruite qui'”, ha dichiarato Salim a +972. “Il comune le ha persino allacciate alla rete elettrica”.

Salim non è certo un caso isolato. A Jayyous nelle ultime settimane le autorità israeliane hanno emesso ordini di sospensione dei lavori – il primo passo prima della demolizione – per 52 serre situate a est della barriera di separazione. Almeno due di queste sono già state demolite. Inoltre questa settimana decine di altre serre situate dalla parte opposta del muro hanno ricevuto ordini di demolizione.

Il fatto che gli ordini si applichino alle strutture entro 300 metri da entrambi i lati della barriera e non citino alcuna specifica motivazione di sicurezza suggerisce che il loro obiettivo sia quello di eliminare completamente la presenza agricola palestinese dall’area. «Ci perseguitano, noi abitanti dei villaggi, per costringerci a trasferirci nelle città e, da lì, allestero», spiega Salim a +972. «Vogliono rendere la vita più difficile agli agricoltori palestinesi. Il loro obiettivo è politico».

Tagliare il “granaio” della Cisgiordania

Jayyous sorge su una collina che domina la pianura costiera israeliana, con la città di Netanya visibile in lontananza. Le sue serre sono così vicine alla barriera di separazione che durante la recente guerra con l’Iran gli agricoltori che vi lavoravano potevano sentire sia le sirene antimissili in Israele sia le esplosioni delle intercettazioni che spesso si verificavano sopra la Cisgiordania.

I terreni agricoli del villaggio si estendono in una delle zone più ricche d’acqua della Cisgiordania al di fuori della Valle del Giordano. Estendendosi da sud di Qalqilya a nord di Tulkarem, la regione è spesso descritta come il “granaio” della Cisgiordania.

All’inizio degli anni 2000 Israele ha costruito lungo queste terre fertili quello che i palestinesi locali chiamano il “muro dell’apartheid”. In molti punti la barriera corre vicino alle case più occidentali dei villaggi palestinesi, lasciando ampie zone di terreno agricolo sul lato occidentale, tra la Linea Verde e il muro.

Gli agricoltori possono accedere ai loro terreni solo attraverso cancelli che vengono aperti quotidianamente per brevi periodi, e solo pochi membri delle famiglie ottengono i permessi necessari. Un attivista palestinese di lunga data contro la barriera di separazione, che ha scelto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni da parte delle autorità israeliane, ha dichiarato a +972 che Israele ha stabilito il tracciato “deliberatamente per impedire ai palestinesi di accedere a questa falda acquifera”.

Tuttavia sebbene la barriera limiti severamente l’accesso degli agricoltori di Jayyous ai propri terreni non impedisce all’esercito di entrare regolarmente nel villaggio. Il giorno prima del mio arrivo a Jayyous Sabriya Amin Shamasneh, di 68 anni, è morta per un attacco di cuore mentre i soldati facevano irruzione nella sua casa nel cuore della notte.

Le restrizioni hanno anche portato a situazioni assurde. Un agricoltore di Jayyous, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha raccontato di come la polizia israeliana abbia arrestato dei volontari israeliani per aver “rubato” olive dai suoi alberi oltre la recinzione, nonostante le stessero raccogliendo su sua richiesta.

Per Salim la prova che l’esercito e l’amministrazione civile israeliani non vedessero alcun problema nella costruzione delle serre risiede nel fatto che fino al 2014 queste si trovavano in un’area sul lato occidentale del muro di separazione. “Accedevamo alle nostre serre attraverso il cancello con un permesso”, ricorda Salim. “Portavamo attrezzature, archi di ferro, teli di plastica e ortaggi. Non c’era alcun problema”.

Tuttavia a seguito di una sentenza della Corte Suprema di quell’anno la barriera è stata spostata verso ovest, riportando il terreno sul lato della Cisgiordania. Ecco perché gli ordini di sospensione dei lavori sono stati uno shock. “A volte dicono che è perché non c’è il permesso, a volte dicono che è per motivi di sicurezza, ma non c’è stato alcun problema di sicurezza in quest’area”, afferma.

«Un attacco all’agricoltura in generale»

Sebbene l’agricoltura rappresenti solo il 6% del PIL palestinese la sua importanza va oltre l’aspetto economico. «Storicamente la cultura palestinese è una cultura agricola e abbiamo preservato la nostra identità agricola», ha dichiarato a +972 l’economista Raja Khalidi, ex direttore del Palestine Economic Policy Research Institute. «Se hai soldi compri terra: fa parte della cultura. È il modo in cui le persone mangiano, il modo in cui vivono».

Le politiche israeliane, afferma, hanno accelerato la proletarizzazione della società palestinese, in parte perché la concorrenza con i prodotti israeliani ha impedito alle famiglie palestinesi di guadagnarsi da vivere con l’agricoltura. Allo stesso tempo, si sta verificando un processo contrario: i palestinesi che hanno perso il lavoro in Israele si sono dedicati all’agricoltura su piccola scala, coltivando cibo per uso personale e per il commercio informale.

Gli agricoltori più anziani di Jayyous ricordano ancora i terreni che appartenevano al villaggio prima del 1948, ora parte della città israeliana di Kochav Yair-Tzur Yigal. «Questa terra apparteneva ai nostri nonni», dice Salim. “Una volta qui coltivavamo grano, angurie e cetrioli, ma nel corso degli anni si è sviluppata l’agricoltura [in serra].”

«Negli anni ’70 e ’80 gli agrumi venivano esportati da lì in Giordania, negli Stati del Golfo e persino in Iran», afferma Khalidi. Ma dopo la prima Guerra del Golfo, il processo di Oslo e la liberalizzazione economica il settore è entrato in crisi. Gli agricoltori si sono adattati dedicandosi a colture come avocado, guava, nespole e litchi, costruendo al contempo serre per peperoni, pomodori e cetrioli. «Questo dimostra l’elevata capacità imprenditoriale degli agricoltori palestinesi», aggiunge Khalidi.

Ora l’intero sistema agricolo è minacciato. Come a Jayyous, sono stati emessi ordini di sospensione dei lavori nel vicino villaggio di Falamya e più a nord in villaggi come Deir al-Ghusun, Shweika e Attil.

Nel villaggio di Irtah, appena a sud di Tulkarem, l’agricoltore Faiz Taneeb ha ricevuto ordini di sospensione dei lavori per nove dunam [9.000 mq., ndt.] di serre che coltivava da 35 anni. «Dopo il 7 ottobre, i soldati hanno tagliato i teli di plastica delle serre vicino alla recinzione», ha raccontato. Per un certo periodo gli operai si sono tenuti alla larga. Ma non appena sono tornati per riparare i danni Taneeb ha ricevuto un ordine di sospensione dei lavori con la motivazione che la serra era stata costruita senza permesso.

«È la prima volta che sentiamo dire che serve un permesso per costruire delle serre», afferma. «L’esercito vuole perseguitarci, vuole che andiamo in città. Il problema non sono solo le serre: questo è un attacco all’agricoltura in generale in Cisgiordania».

«Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento»

Ad eccezione di due o tre già demolite, la maggior parte delle serre a Jayyous è ancora in piedi in attesa dei procedimenti legali. Tuttavia altrove in Cisgiordania i danni si fanno già sentire.

Nella parte orientale in particolare nella Valle del Giordano, ricca di risorse idriche, e in seno alle comunità di pastori che vivono ai suoi margini le milizie dei coloni hanno guidato la campagna di espulsione contro agricoltori e pastori palestinesi, avvalendosi di avamposti coloniali e pascoli per appropriarsi delle terre, mentre l’esercito svolge un ruolo di supporto.

Laddove la terra non viene coltivata attivamente Israele può rivendicarla come proprietà statale. Khalidi e altri ricercatori hanno individuato una “zona vulnerabile” di questo tipo nell’area di Auja, nella Valle del Giordano. “Israele vuole che queste terre siano vuote”, afferma.

Nella parte settentrionale della Valle del Giordano gli agricoltori hanno segnalato gravi disagi, anche per quanto riguarda l’allevamento e l’industria della carne. L’ottanta per cento della carne di capra proviene dalle comunità beduine della Cisgiordania meridionale, così come lo yogurt e il formaggio. Tutto ciò è stato messo a repentaglio dagli attacchi dei coloni.

Allo stesso tempo le strade agricole in tutta la Cisgiordania sono state sistematicamente distrutte mentre l’accesso ad esse è stato ostacolato dai coloni e dall’esercito. “Quest’anno il raccolto di olive è stato quasi inesistente”, ha dichiarato Hagit Ofran dell’ONG anti-occupazione Peace Now a +972.

Ma mentre gli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi in altre parti della Cisgiordania hanno ricevuto una notevole attenzione pubblica l’assalto all’agricoltura nella Cisgiordania occidentale è passato in gran parte inosservato.

A Jayyous, Irtah e in altri villaggi della zona non ci sono milizie di coloni. Sono invece circondati da insediamenti “borghesi” che offrono un’elevata qualità della vita, come Tzofin e Sal’it, ai cui residenti era stato promesso che avrebbero potuto vivere “a 15 minuti da Tel Aviv”. Qui, il compito di sfrattare i palestinesi dalle loro terre è svolto principalmente dall’Amministrazione Civile e dall’esercito.

Oltre che dagli ordini di demolizione Salim afferma che gli agricoltori palestinesi sono schiacciati dall’evoluzione delle dinamiche del mercato. In passato, dice, lui e molti altri agricoltori vendevano i loro prodotti a Israele; oggi, i prodotti israeliani dominano i mercati della Cisgiordania. Solo durante i periodi di carenza in Israele, come nel caso della penuria di pomodori dopo il 7 ottobre, i prodotti palestinesi vengono temporaneamente ammessi, spesso facendo lievitare i prezzi nei mercati della Cisgiordania.

Con l’interruzione delle attività lavorative in Israele dal 7 ottobre e l’Autorità Palestinese che riesce a malapena a pagare gli stipendi, gli abitanti del villaggio dicono di vedere poche possibilità di guadagnarsi da vivere. “Non c’è più lavoro nel villaggio; metà degli uomini lavorava in Israele. Ora la gente non ha nemmeno 20 shekel [6 euro, ndt.] per riattivare l’elettricità nelle proprie case”, ha dichiarato a +972 Yaqoub Asfour, funzionario dell’Autorità Palestinese per Jayyous. “Centinaia di famiglie vivono grazie a queste serre. Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento”.

Asfour afferma che i giovani di Jayyous stanno sempre più cercando di emigrare, sebbene andarsene, per non parlare di stabilirsi in luoghi come l’Europa o gli Stati Uniti, sia tutt’altro che semplice. “Credo che questo faccia parte di un piano israeliano per cacciarci da qui”, conclude.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Gerusalemme Est “sta per essere espulsa un’intera comunità palestinese”

Shatha Yaish 

1 maggio 2026 +972 Magazine

Israele sta sfrattando i 1.500 abitanti di Al-Bustan per costruire un parco a tema biblico. Per evitare di pagare multe salatissime, le famiglie stanno demolendo da sé le proprie case.

Omar Abu Rajab ha messo i suoi effetti personali nei sacchi neri della spazzatura. Pochi giorni fa, mentre il sessantenne era in lutto per la recente perdita della madre, i rappresentanti del Comune di Gerusalemme hanno bussato alla sua porta notificandogli un ordine di demolizione per il piccolo appartamento che condivide con la moglie ad Al-Bustan, un quartiere di Silwan nella Gerusalemme Est occupata, attualmente al centro di una campagna israeliana di espulsioni in rapida intensificazione.

Di fronte all’ordine di demolizione e alla prospettiva di una multa di migliaia di dollari per il problema causato al Comune dalla demolizione della sua casa, ha scelto di non aspettare le ruspe. Ha optato invece per la soluzione più economica: demolirsi da solo la casa.

Il Comune di Gerusalemme sostiene che case come quella di Abu Rajab siano state costruite illegalmente, senza i permessi necessari. “Non ci sono permessi”, ha dichiarato Abu Rajab a +972 Magazine, spiegando che Israele rende quasi impossibile per i palestinesi di Gerusalemme Est ottenere l’autorizzazione necessaria per costruire legalmente.

Negli ultimi dieci anni Abu Rajab è già stato sfrattato da altre due case a Silwan; una è stata demolita dal Comune, mentre l’altra l’ha demolita lui stesso.

“Sto ancora pagando le penali per una casa precedente che hanno demolito anni fa”, ha spiegato. “Sono malato, lavoro quattro ore al giorno e non riesco a sostenere tutte queste spese. Non c’è altro che io possa fare. È più economico farlo da solo.”

Pochi giorni fa tre dei nipoti di Abu Rajab hanno marinato la scuola per aiutare nella demolizione, portandosi i martelli per abbattere i muri. Da allora Abu Rajab e sua moglie si sono trasferiti dalla famiglia del fratello che abita nella casa accanto, tutti stipati in un piccolo appartamento.

Nei piani del Comune le case di Al-Bustan sono da tempo destinate alla demolizione per sostituire l’area residenziale con un parco a tema biblico. Ma nel contesto della guerra di Gaza, dopo una battaglia legale durata vent’anni, le autorità israeliane hanno intensificato i loro sforzi per “ripulire” la zona dai palestinesi.

Questa pressione si è ulteriormente intensificata nelle ultime settimane, con la polizia che ha effettuato incursioni nell’area insieme a rappresentanti del Comune per consegnare una serie di ordini che intimano agli abitanti di demolire le proprie case o di accollarsi le spese relative alla demolizione. L’intero quartiere di Al-Bustan, composto da 115 case e circa 1.500 abitanti, è ora a rischio di demolizione.

“È un’intera area di Silwan destinata alla demolizione”, ha dichiarato a +972 Aviv Tatarsky, ricercatore dell’organizzazione non profit israeliana Ir Amim [Città di persone, fondata nel 2004 si propone di garantire pari dignità a tutti gli abitanti di Gerusalemme, ndt.]. “Un’intera comunità sta per essere espulsa”.

«Non abbiamo altro»

Secondo Ir Amim il progetto di un parco a tema ad Al-Bustan fa parte di un più ampio tentativo di rafforzare il controllo israeliano sulla Città Vecchia di Gerusalemme e sui quartieri circostanti (noti collettivamente come “Bacino della Città Vecchia”) attraverso l’espansione di attrazioni turistiche e parchi nazionali anche su terreni di proprietà della Chiesa come il Monte degli Ulivi.

Situato immediatamente a sud della Città Vecchia, Al-Bustan è vicino a un’altra zona di Silwan nota come Batan Al-Hawa, che sta subendo una simile campagna di espulsioni guidata da organizzazioni di coloni israeliani.

Secondo il Governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese, nei primi quattro mesi del 2026 le autorità israeliane hanno demolito 185 edifici nella città. Delle 40 case distrutte ad aprile, 17 sono state demolite dai loro stessi abitanti.

In tutto Al-Bustan si percepisce un senso di sconfitta. Molti residenti, come Hatem Baydoun, considerano l’autodistruzione il male minore. “Se lasciassimo che sia il Comune a demolire la nostra casa dovremmo pagare decine di migliaia di shekel”, ha dichiarato a +972. “Quindi abbiamo deciso di farlo da soli.”

A due porte di distanza il sessantenne Mohammad Qwaider si trova di fronte alla stessa impossibile scelta. Vive in un condominio con la madre novantasettenne, Yusra, costretta a letto.

L’edificio di sei unità abitative è stato costruito nel 1970, con l’aggiunta di altri piani man mano che la famiglia cresceva; Qwaider ha detto che nei primi anni dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, dopo la guerra del 1967, c’erano meno restrizioni edilizie.

All’inizio del mese scorso, racconta, “il Comune mi ha ordinato di demolire l’appartamento al terzo piano, altrimenti sarebbero venuti loro a demolirlo, e così abbiamo fatto”. Ma dopo aver demolito quell’appartamento, che ospitava uno dei suoi figli e i suoi nipoti, il Comune gli ha ora ordinato di demolire l’intero edificio, adducendo la mancanza di permessi.

Questa volta si rifiuta di obbedire. “Possono demolirlo, e rimuoverò le macerie e ci metterò una tenda per viverci. Il terreno è più importante della struttura che ci sorge sopra”.

Sua moglie, Manal, è d’accordo. «Non dormiamo la notte», ha detto. «Non abbiamo alternative a questa casa o a questa terra. Non abbiamo altro che questo posto.»

“Doppia sofferenza”

Secondo Tatarsky di Ir Amim, il forte aumento delle demolizioni ad Al-Bustan è stato innescato dalla decisione improvvisa del Comune di Gerusalemme di sospendere ogni trattativa con gli abitanti volta a giungere a una soluzione abitativa.

“Le autorità israeliane vogliono trasformare Silwan in un insediamento israeliano e stanno usando ogni mezzo per farlo”, ha spiegato. “Usano la scusa della costruzione senza permesso, ma per i residenti è impossibile ottenere i permessi. Quindi Israele può dichiarare illegali tutte le case in questa parte di Silwan.”

“Le autorità hanno una forte motivazione politica”, ha continuato Tatarsky. “Non si tratta di leggi edilizie; è una questione di politica, [tesa a] trasformare Silwan da quartiere palestinese a colonia ebraica. Ufficialmente il piano è [portato avanti] dal Comune di Gerusalemme, ma proviene in gran parte dal governo, e gli ordini sono stati originariamente emessi circa 20 anni fa.”

Finora, spiega, la campagna per proteggere queste case ha avuto successo “principalmente perché sono riusciti a sensibilizzare l’opinione pubblica e a esercitare una forte pressione su Israele attraverso la comunità internazionale”. Ma dopo il 7 ottobre “la comunità internazionale o non se ne cura più o si concentra su Gaza. Il punto è che la comunità internazionale non sta fermando il governo israeliano”.

Secondo Fakhri Abu Diab, un attivista locale, dal 7 ottobre 2023 più di 50 case ad Al-Bustan – circa la metà della comunità – sono state demolite. Le autorità israeliane “sono diventate più aggressive”, dice. “Arrivano nel cuore della notte e ti notificano [l’ordine di demolizione]”.

La sua stessa casa è stata demolita dal Comune nel febbraio 2024, costringendolo a pagare “enormi somme di denaro. Sto ancora pagando a rate”.

Abu Diab si oppone alle autodemolizioni, che a suo dire causano “una doppia sofferenza” per i palestinesi. “È una sorta di guerra psicologica contro le famiglie. Diventiamo lo strumento con cui il Comune mette in atto i suoi piani. Non vogliono che il mondo veda la distruzione delle nostre case. Facendolo da soli, li aiutiamo”.

Ma Abu Diab riconosce anche la paura che le famiglie provano non sapendo quando le squadre di demolizione israeliane arriveranno a casa loro, e la difficoltà di essere costretti a pagare multe esorbitanti. “Le persone cercano di minimizzare il danno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’inizio della fine della dottrina israeliana della “sicurezza permanente”

Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

24 aprile 2026 – +972 Magazine

La costante ricerca della “vittoria totale” da parte di Israele lo ha invischiato un una guerra contro l’Iran che non può vincere, erodendone la legittimità all’estero e approfondendone il degrado morale all’interno.

Il nome attribuito alla letale ondata di bombardamenti israeliani in Libano l’8 aprile, lanciata mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra USA e Iran, è estremamente rivelatrice riguardo all’attuale posizione regionale di Israele. Fino a poco tempo fa Israele sceglieva nomi delle guerre che edulcorassero le enormi distruzioni o mobilitassero il fronte interno. L’operazione “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, per esempio, cercava di trasmettere resilienza, mentre la campagna “Spade di ferro” nella Striscia dopo il 7 ottobre e “Ruggito del Leone” di quest’anno contro l’Iran ha inteso evidenziarne la potenza militare.

Non più: con 100 attacchi aerei in Libano che hanno lasciato 300 morti e oltre 1.100 feriti “Oscurità eterna” suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia morte e annientamento. Se nel 1996 l’uccisione di 100 civili libanesi da parte di Israele nel villaggio di Qana nel sud del Libano provocó la fine dell’operazione “Grappoli d’ira”, oggi il massacro di centinaia di persone è percepito praticamente come un fine in sè, senza neppure una traccia di critiche da parte dell’esercito o dell’opinione pubblica.

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a distruggere villaggi e infrastrutture civili in zone del sud sotto il suo controllo, un tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire agli abitanti di tornarvi. A fine marzo il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che alla fine della guerra ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarà permesso tornare e le loro case presso il confine saranno state distrutte.

Sia in Libano che in Iran, guerre non iniziate come risposta a un attacco né per impedire una minaccia inminente, Israele è sembrato adottare in pieno la dottrina della “sicurezza permanente”. Come ha sostenuto recentemenre il sociologo politico Yagil Levy adottando il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio intende non solo eliminare minacce inmediate ma anche quelle future attraverso distruzioni su vasta scala della vita dei civili ed espellere o controllare la popolazione. In sintesi, non c’è una soluzione política, ma solo militare, e quello che non si può ottenere con la forza lo si potrà ottenere con ancora più forza.

Questo approccio della “sicurezza permanente” è stato evidente in primo luogo nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Quando solo qualche giorno dopo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale”, inizialmente, e a ragion veduta, la frase è stata percepita dall’opinione publica israeliana come un tentativo di sfuggire alle sue responsabilità per gli errori [del sistema di sicurezza]. Ma ciò ha rappresentato molto più di un esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere sono stati la manifestazione della “vittoria totale” sostenuta da tutto il sistema politico e militare israeliano.

Non è un caso che lo spostamento sia avvenuto specificamente a Gaza. Fino al 7 ottobre la Striscia era il principale esempio della messa in pratica della dottrina della “gestione del conflitto” firmata Netanyahu, una combinazione di blocco quasi totale, recinzione sopra e sotto terra, controllo completo in cielo e in mare e una rigida sorveglianza elettronica della vita quotidiana dei palestinesi insieme a periodici episodi di bombardamenti ogni anno o due che venivano reputati “tollerabili” dal punto di vista israeliano.

La gestione del conflitto ha fornito anche una formula per frammentare e contenere la politica palestinese, parte di una strategia per rinviare la questione dell’autodeterminazione. Hamas è stato “tenuto sotto controllo” attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e convogliando fondi approvati dallo stesso Netanyahu in modo da mantenere le tensioni a bassa intensità. E in Cisgiordania l’Autorità Palestinese è servita come subappaltante dell’occupazione israeliana, conservando l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett [exprimo ministro e dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndt.], che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, l’ ha brutalmente definita come “una scheggia nel culo”, una seccatura da gestire piuttosto che una minaccia esistenziale.

Quando la barriera attorno a Gaza è crollata il 7 ottobre, altrettanto ha fatto la dottrina del contenimento del conflitto. Ma ciò non ha portato Israele a cercare il modo per risolvere lo scontro con i palestinesi. Al contrario ha deciso di vincerlo definitivamente. E non solo con i palestinesi. Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a buona parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina le leggi internazionali non esistono più, il compromesso politico è sparito e i cessate il fuoco non vincolano Israele nè a Gaza nè in Libano. Questa è la guerra permanente, in cui Israele sfrutta la sua superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, e a ogni distanza.

L’ultima campagna contro l’Iran ha elevato il concetto di “sicurezza permanente” a un ulteriore livello. Non è stato piu sufficiente colpire duramente i dirigenti, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come Israele ha fatto nel giugno 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambiamento di regime in un Paese di circa 90 milioni di abitanti con una civiltà di migliaia di anni, non semplicemente per neutralizzare una minaccia percepita, ma ridefinendo lo stesso contesto politico.

Eppure Israele da solo non ha la forza militare né la legittimità politica sufficienti per una mossa talmente ambiziosa, e di conseguenza era necessario il coinvolgimento americano. Quindi, contrariamente alle posizioni più caute espresse nel gabinetto di Trump, Netanyahu è riuscito a convincere il presidente USA Donald Trump che questo obiettivo poteva essere raggiunto e così è iniziata una guerra israelo-americana che per il momento è parsa essere un altro passo verso il raggiungimento della “sicurezza permanente” in tutta la regione.

E qui, di fatto, è dove questa logica si è rivelata un’illusione. Anche se una minaccia viene affrontata, immediatamente se ne produce un’altra, evidenziando così il paradosso dell’intero progetto: non raggiungere la “sicurezza permamente” ponendo fine al conflitto ma piuttosto il suo perpetuarsi attraverso un orizzonte di minacce in continua espansione.

“Dopo l’Iran Israele non può vivere senza un nemico,” ha notato all’inizio del mese il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. “Non solo l’amministrazione Netanyahu ma anche alcune figure dell’opposizione, anche se non tutte, stanno cercando di dichiarare la Turchia come il nuovo nemico.” Il vicino capisce come ragiona la Super Sparta [come Netanyahu ha definito Israele, ndt.].

Un nuovo Medio Oriente

E’ troppo presto per sintetizzare i risultati della guerra, ma sembra già che Israele abbia sbattuto contro un muro: invece di avvicinarsi alla “sicurezza permanente” si è ritrovato in una situazione di sicurezza piú precaria di prima. Non solo l’obiettivo generale di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non può neppure cercare di raggiungere un’amara situazione di stallo.

Di fatto l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come molti commentatori ed esperti hanno sostenuto, è riuscito a spostare la discussione da un contesto di coercizione militare a uno di negoziati politici, cambiando di conseguenza le stesse regole del gioco.

Sta iniziando a prendere forma un nuovo Medio Oriente, in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo viene eroso. Israele ha dovuto interrompere i suoi attacchi in Libano e Washington ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica, libera da sanzioni e con ampie dimensioni geografiche, demografiche e ideologiche, non è più soltanto un attore regionale ma sta raggiungendo uno status di potenza globale.

È il suo potere sullo stretto che probabilmente ha obbligato Trump a prendere in considerazione come base legittima per i negoziati la proposta iraniana in 10 punti per porre fine alla guerra, dal togliere le sanzioni e un ritiro statunitense dal Medio oriente fino a garanzie per i suoi alleati regionali. Persino ora, mentre il presidente USA cerca di imporre un contro blocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni dell’Iran hanno già iniziato a definire i confini dei colloqui.

Il punto più drammatico qui non è l’uranio arricchito che rimane nelle mani dell’Iran né la sua insistenza nel continuare il programma nucleare civile, e neppure i missili balistici che l’Iran ha lanciato per 40 giorni contro Israele e gli Stati del Golfo arabico.

È piuttosto il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha rispettato la richiesta americana di sconfessare i suoi alleati in Libano, Iraq e Yemen, ma ha fatto il contrario. In particolare gli Stati Uniti e Israele sono obbligati a fare i conti con la profondità dei legami strategici tra l’Iran ed Hezbollah: Hormuz non verrà riaperto se Israele continua a bombardare il Libano.

A questo si aggiunge un altrettanto significativo cambiamento nei rapporti tra USA e Israele, e la decisione israeliana di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe dimostrarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025 Israele ha agito da solo fino all’ultimo dei 12 giorni del conflitto, colpendo obiettivi militari e uccidendo importanti politici del regime, e l’Iran ha risposto lanciando missili solo contro Israele. Questa volta l’ingresso di Washington nell’attacco fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, garantendo all’Iran la legittimità per ampliare il campo colpendo le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati della regione e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ciò ha dunque trasformato uno scontro bilaterale in una crisi globale costruita da Israele con le sue stesse mani.

Un sondaggio dell’opinione pubblica rivela un drastico declino nell’appoggio a Israele tra gli americani, sospendere la vendita di armi a Israele è rapidamente diventata una posizione maggioritaria nel partito Democratico, con una maggioranza di senatori democratici che ora votano per tali misure. Come ha rilevato una recente inchiesta del New York Times, è diventato impossibile ignorare che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra e la crescente reazione è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di allontanarsi dall’Israele di Netanyahu.

Un vuoto di paradigma

Se due anni e mezzo fa il paradigma della “gestione del conflitto” di Netanyahu è fallito, ora potremmo stare assistendo all’inizio della fine anche della dottrina della “sicurezza permanente”. Entrambi si basavano sullo stesso presupposto, cioè che la realtà può essere controllata attraverso la forza, ed entrambi hanno fallito.

Il vuoto che accompagna il fallimento di entrambi i paradigmi rivela anche il decadimento morale all’interno della società israeliana. Il discorso pubblico è per lo più pervaso dal linguaggio dell’annientamento. Quando Trump ha minacciato di cancellare l’intera civiltà iraniana molti americani e persone in tutto il mondo hanno condannato come genocide le sue affermazioni. In Israele c’è stato silenzio, lo stesso che ha prevalso mentre le forze israeliane distruggevano Gaza o perpetravano la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.

Nonostante la marea di commentatori e politici che hanno vantato giorno e notte gli “enormi” risultati della guerra e nonostante le assicurazioni di Netanyahu che Iran ed Hezbollah sono stati indeboliti come non mai, l’opinione pubblica israeliana sta già iniziando a vedere le crepe. In un sondaggio condotto da Canale 13 dopo il cessate il fuoco con l’Iran solo il 33% di chi ha risposto credeva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra e il 28% che avesse vinto l’Iran. Un sondaggio simile del giornale israeliano Maariv ha scoperto dati altrettanto sorprendenti, che si sono raramente visti alla fine delle guerre o delle operazioni militari israeliane.

Ma per comprendere la profondità del fenomeno si deve essere precisi: è il paradigma della “vittoria totale” in sè che si è spezzato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti lì e Hamas non è stato sconfitto, e persino ancor di più nelle ultime settimane, quando è diventato chiaro che Hezbollah, che si presumeva sconfitto, ha continuato ad operare e a lanciare decine e persino centinaia di missili al giorno. E alla fine, poichè gli israeliani vedono i rappresentanti iraniani che negoziano con gli americani da una posizione di maggior forza rispetto a quella che avevano prima della guerra conservando il controllo di una delle arterie di trasporto più importanti al mondo.

Eppure questa frattura nella consapevolezza dell’opinione pubblica non garantisce un ravvedimento politico. Senza un progetto politico che fornisca agli israeliani un linguaggio, una direzione e un’alternativa, la crescente sensazione di fallimento politico e militare potrebbe trasformarsi in disperazione piuttosto che in critica. Tale disperazione ha la paradossale tendenza a stabilizzare lo status quo e potrebbe in ultima istanza favorire Netanyahu.

Infatti il collasso nella gestione del conflitto e dei paradigmi della “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra quadri di riferimento. Israele sta invece cadendo profondamente in un vuoto strategico, politico e morale in cui la violenza militare continua per conto suo, persino quando smette di generare un senso o uno scopo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nel reparto propaganda dell’esercito israeliano

Illy Pe’ery 

April 8, 2026 +972 Magazine

Campagne di guerra psicologica, fughe di notizie selettive, accesso riservato a inviati selezionati: soldati e giornalisti rivelano come l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane controlli il discorso pubblico e promuova la narrativa di Israele all’estero

Nell’ottobre del 2023 la riserva Gili fu richiamata in servizio nell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e assegnata al Comando Nord. Nei giorni successivi agli attacchi di Hamas, mentre l’attenzione pubblica in Israele era concentrata sulla devastazione nel sud, Hezbollah iniziò a lanciare razzi e missili anticarro verso il nord di Israele.

“Lavoravamo con turni di 12 ore in una sala operativa sotterranea, mentre i soldati negli avamposti erano terrorizzati, ma non potevamo raccontare che il nord era in fiamme”, ha ricordato. “Nonostante i lanci incessanti minimizzavamo la situazione sul fronte settentrionale per evitare di scatenare il panico tra la popolazione. Le persone non morivano come al sud, ma ricordo di aver avuto la sensazione che stessimo dando un’immagine distorta: mostravamo molta più forza che vulnerabilità”.

L’esperienza portò Gili, che ha chiesto di usare uno pseudonimo, a mettere in discussione lo stesso sistema per cui aveva prestato servizio per anni. “Era facile ripetere di continuo che ‘Le IDF sono preparate a qualsiasi scenario'”, ha continuato. «Chi eravamo noi per metterlo in dubbio? Ma in realtà erano tutte cazzate.»

«Lo si vede anche con l’Iran: l’attenzione è quasi interamente concentrata sulla schiacciante potenza dell’esercito e non c’è quasi altro», spiega. «Non mi rassicura sentirmi dire quanto duramente stiano colpendo le Forze di Difesa Israeliane o della superiorità aerea rispetto a Teheran. In fin dei conti i missili balistici continuano a colpirci, e niente è normale. Ci sono i sistemi di difesa aerea, ma per ogni 10 intercettazioni riuscite ci sono anche colpi che vanno a segno».

Alla domanda su chi oggi ritenga credibile Gili ha risposto senza esitazione: «Nessuno. Né quello che dice il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, né i corrispondenti militari. Sono solo dei portavoce».

Parlando con il sito investigativo israeliano The Hottest Place in Hell [Il posto più caldo all’inferno], soldati dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane e corrispondenti militari di pubblicazioni israeliane hanno delineato un modello sistematico: una spinta ossessiva al controllo del discorso pubblico, un trattamento di favore per i giornalisti “comodi” mentre quelli critici vengono emarginati e puniti e, soprattutto, una cultura che si organizza sull’inganno.

Durante i primi 14 mesi della guerra di Israele a Gaza l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha condotto addirittura una campagna segreta di interventi psicologici volta a plasmare l’opinione pubblica in Israele e all’estero, come ha recentemente rivelato The Hottest Place in Hell. Parallelamente a queste attività di manipolazione l’Unità aveva il compito di elaborare e distribuire filmati relativi all’attacco di Hamas del 7 ottobre contro le comunità israeliane vicino a Gaza.

Secondo le testimonianze i soldati hanno raccolto grandi quantità di materiale visivo, inclusi filmati girati dai militanti di Hamas, e lo hanno rielaborato per una rapida diffusione sulle piattaforme dei social media.

Questo processo è culminato in Testimonianza del massacro del 7 ottobre, quello che in Israele è noto come il “video delle atrocità”: una raccolta di 47 minuti di filmati grezzi prodotti sotto la supervisione del maggiore (riserva) Yuval Horowitz, capo del reparto per le campagne informative.

“Era come il Far West: non c’era alcuna restrizione”, ha affermato un soldato che ha prestato servizio nell’Unità e ha lavorato al film. «Siamo stati sommersi dai materiali e abbiamo visto di tutto. Ero sotto shock, ma allo stesso tempo c’era la pressione a diffondere tutto il possibile… era come in una campagna pubblicitaria sui social media: cosa funziona? Cosa non funziona? Cosa attira l’attenzione?»

«Il Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane mente», ha dichiarato un alto corrispondente militare a The Hottest Place in Hell. «Qualche volta si tratta di manipolare i dati, ma alla fine è il pubblico a essere colto alla sprovvista.”

«All’inizio dell’Operazione Leone Ruggente», ha continuato, riferendosi all’attuale guerra con l’Iran, «le Forze di Difesa Israeliane avevano affermato di aver distrutto il 70% dei lanciamissili iraniani. Abbiamo verificato e ci siamo subito resi conto che non era vero: a volte venivano colpiti gli ingressi dei tunnel dei lanciamissili, non i lanciamissili stessi, e questi continuavano a sparare nonostante fossero stati “distrutti”. Sui principali organi di stampa nessuno l’ha messo in discussione. Ma quando la guerra finirà e i missili continueranno a cadere, la gente non capirà come la cosa sia possibile».

Dopo quasi due anni e mezzo di guerra continua sembra che la fiducia del pubblico israeliano nella narrativa dell’esercito stia venendo meno. Tra una sirena e l’altra, sempre più israeliani si chiedono: stiamo davvero raggiungendo gli obiettivi come ci viene detto? E se sì, perché continuiamo a correre nei rifugi?

Costruire un’operazione di influenza occulta

Il 29 ottobre 2023 su WhatsApp è apparso un gruppo che si chiama “Fact Check – Daily Content” [Verifica dei fatti – Argomenti quotidiani]. La descrizione in inglese presentava l’iniziativa come un progetto educativo neutrale: “un’organizzazione senza scopo di lucro che si impegna a fornire agli studenti informazioni e dati concreti sulla guerra in corso tra Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”.

Due settimane dopo, il 12 novembre, è stato creato un canale YouTube chiamato “Fact Check” che utilizza un account statunitense e si presenta di nuovo come “organizzazione giornalistica senza scopo di lucro”. Il giorno successivo è stato aperto un account Instagram con lo stesso nome.

In realtà, come recentemente rivelato da Hottest Place in Hell, è stata l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a lanciare e gestire questi canali. Questa campagna di propaganda si è svolta da ottobre 2023 a dicembre 2024 sotto le spoglie di un’iniziativa mediatica indipendente e senza scopo di lucro, presentata come un organo di “fact-checking”. Durante questo periodo ha prodotto e diffuso decine di video che promuovevano la narrativa militare israeliana senza rivelarne la provenienza.

Nessuno dei canali è riuscito ad attrarre un gran numero di iscritti. Tuttavia per l’operazione sono stati reclutati decine di influencer israeliani e internazionali filo-israeliani per amplificare i messaggi orchestrati dai militari, tra cui Noa Tishby e Sarai Givaty insieme ad altre figure delle comunità ebraiche all’estero. I contenuti venivano diffusi tramite WhatsApp, YouTube e Instagram, raggiungendo milioni di spettatori.

I video promuovevano una serie di argomentazioni strettamente allineate con la propaganda ufficiale israeliana. Tra queste l’affermazione che gli ebrei non possono essere considerati colonizzatori in Palestina a causa dei loro legami storici con il biblico Regno di Giuda, mentre sono gli “arabi” i veri “colonizzatori della terra”, l’asserzione che le azioni di Israele a Gaza non costituiscono genocidio e la difesa dalle accuse di crimini di guerra mosse contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.

«I canali [su YouTube, WhatsApp e Instagram] si rivolgevano ad un pubblico straniero e si presentavano come neutrali e non affiliati a Israele», ha dichiarato a The Hottest Place in Hell un soldato coinvolto nella produzione dei video. «Ma tutto era creato all’interno della nostra Unità e chiaramente promuoveva la narrativa israeliana. La Divisione Campagne è l’area moralmente più ambigua all’interno dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane», ha continuato il soldato. «All’inizio sentivamo l’urgenza di mostrare al mondo ciò che avevamo vissuto. Ma molto rapidamente la situazione è cambiata. Gaza veniva rasa al suolo e la narrativa che poteva aver retto nelle prime settimane ha iniziato a sgretolarsi. Quando sono stato congedato provavo un profondo senso di repulsione per averne fatto parte».

L’indagine suggerisce che non si trattasse di un’iniziativa isolata, ma parte di un più ampio schema di operazioni psicologiche condotte dall’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane.

Nel maggio 2021, durante quella che l’esercito israeliano ha soprannominato “Operazione Guardiano delle Mura”, la Divisione Campagne dell’Unità ha lanciato un’iniziativa sui social media con l’hashtag #GazaRegrets, volta a incrementare il sostegno alle azioni militari a Gaza tra l’opinione pubblica israeliana. Nell’ambito del progetto i soldati gestivano account falsi che condividevano immagini di raid aerei israeliani a Gaza con quell’hashtag, interagendo con gli account social dei sostenitori del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di altri politici di destra, il tutto senza rivelare la loro affiliazione all’esercito.

A seguito di un’inchiesta di Haaretz che ha smascherato la campagna, l’esercito ha riconosciuto il proprio coinvolgimento e l’ha definita un “errore”. Tuttavia, le scoperte di The Hottest Place in Hell indicano che metodi simili hanno continuato a essere impiegati negli anni successivi.

L’approccio “bastone e carota” dell’esercito

L’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa Israeliane funge in primo luogo da punto di contatto tra il pubblico e le forze armate attraverso la stampa. Per ottenere informazioni, verificare i dettagli o intervistare ufficiali delle forze armate i giornalisti devono passare attraverso questo Ufficio, conferendogli un potere che, secondo i giornalisti e i soldati intervistati da The Hottest Place in Hell, viene spesso forzato per distorcere la copertura mediatica e di conseguenza la percezione che il pubblico israeliano ha dell’esercito.

Roni si è arruolata nell’esercito israeliano nel 2019 e ha prestato servizio in questo Ufficio. Come molti altri è stata richiamata come riservista dopo il 7 ottobre e ha svolto a rotazione diversi ruoli tra cui rispondere alle richieste dei giornalisti e distribuire comunicati stampa. “Era quasi come una droga”, ha ricordato. “La misura della responsabilità affidatami mi aveva profondamente coinvolta. Ero reperibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ricevevo telefonate continuamente. Mi sentivo come se stessi facendo qualcosa di enorme”.

L’ufficio stampa è suddiviso in diverse sezioni all’interno delle divisioni e dei dipartimenti dell’esercito. I portavoce sul campo, in genere ufficiali con il grado di capitano o maggiore, sono integrati nei comandi e nelle brigate e sono responsabili delle risposte alle richieste dei media.

Ad esempio, se un giornalista chiede informazioni su un incidente in Cisgiordania, il quartier generale inoltra la richiesta al team portavoce del Comando Centrale che raccoglie i dettagli dalle unità competenti e formula una risposta ufficiale. I portavoce sul campo hanno anche il compito di individuare “notizie” all’interno delle sezioni che possano essere proposte ai media, fungendo essenzialmente da ufficio stampa.

Il ruolo più comune dell’Unità tuttavia è quello di interfacciarsi con i media, con dipartimenti specializzati che si occupano rispettivamente di televisione, stampa, digitale e radio. Quando i giornalisti desiderano una risposta in merito al loro articolo in genere contattano il dipartimento corrispondente alla loro testata, ad eccezione di un gruppo selezionato di 16 reporter israeliani che appartengono alla cosiddetta “cellula dei corrispondenti”.

«I membri della cellula ricevono briefing esclusivi, partecipano a conferenze, hanno linee dirette e sono invitati a eventi speciali», ha spiegato Roni. «C’erano giornalisti e testate che non venivano ammessi per anni e altri venivano riassegnati a dipartimenti meno prestigiosi, ad esempio dalla redazione nazionale di InterRadio a quella di testate locali, poiché erano critici nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane. Io non ero al livello in cui venivano prese queste decisioni, ma spesso tutto dipendeva dall’atteggiamento del giornalista nei nostri confronti: è un sistema di dare e avere.»

Un giornalista ha raccontato a The Hottest Place in Hell che a volte il suo lavoro giornalistico gli è costato caro a livello professionale. «Ero molto critico nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane e la cosa non piaceva. Delle persone all’interno dell’esercito mi dicevano che le mie critiche erano eccessive, anche alcuni membri dell’Ufficio del Portavoce», ha affermato. Per anni è stato boicottato dall’Ufficio, finché la sua testata non ha esercitato pressioni e costretto l’esercito ad ammetterlo nella cellula.

«Quando sono entrato a far parte della cellula dei corrispondenti ho capito che non era finita lì: ci sono delle “caste” all’interno del gruppo, con una chiara priorità per i giornalisti meno critici», ha continuato. «I corrispondenti televisivi sono favoriti, soprattutto quelli considerati allineati alla narrativa delle IDF. La gerarchia è evidente: ad esempio, durante i briefing su Zoom, alcuni giornalisti di spicco non partecipano nemmeno, ma pubblicano comunque le informazioni, il che significa che le hanno ricevute in anticipo.»

«L’Ufficio del Portavoce delle IDF opera con un approccio basato su premi e punizioni», ha dichiarato un altro corrispondente militare di alto livello, parlando in anonimato. «Se li critichi, vieni punito».

Yaniv Kubovich, corrispondente militare di Haaretz, è stato autore di diverse importanti inchieste in tempo di guerra. Parlando con The Hottest Place in Hell ha affermato che quando chiedeva chiarimenti al portavoce delle Forze di Difesa Israeliane l’obiettivo principale dell’Unità era quello di bloccare la pubblicazione, non di fornire informazioni accurate.

«Mi rivolgevo a loro con tutto quello che avevo, ma erano concentrati solo sul farmi abbandonare la storia ed evitare una risposta», ha detto. «Dal 7 ottobre, con tutto il trauma subito, le Forze di Difesa Israeliane stanno facendo di tutto per sopprimere le notizie che denunciano fallimenti, problemi etici o carenze di comando, invece di esaminare cosa sia realmente accaduto. In questo senso sono tornate alla stessa arroganza di prima: la convinzione che nessuno possa criticarle attraverso la stampa».

Kubovich, membro di lunga data della cellula dei corrispondenti, l’ha descritta sostanzialmente come uno strumento di controllo. «Il rapporto tra il Portavoce delle IDF e la cellula dei corrispondenti è assurdo. La dipendenza è assoluta», ha affermato. «Gli consente di decidere quando parliamo e con chi.

Siamo in guerra da così tanto tempo e abbiamo incontrato il Capo di Stato Maggiore forse due volte. Da quando [il Capo di Stato Maggiore Eyal] Zamir si è insediato non abbiamo incontrato il comandante del Comando Meridionale nemmeno una volta, nonostante sia il fronte più critico. Non incontra i giornalisti critici perché potrebbero minare il morale.»

Fughe selettive di notizie e accesso esclusivo

Durante il suo servizio Roni ha contribuito a decidere se e come rispondere ai giornalisti. “Quando sceglievamo di non rispondere, spesso si trattava di reportage molto problematici, ma anche di giornalisti con cui preferivamo non avere a che fare”, ha affermato. Un’altra pratica consisteva in fughe selettive di notizie o, come ha detto Roni, assicurarsi che «alcuni materiali venissero pubblicati da una testata e non da un’altra».

Questo è quanto è successo nel dicembre 2024 quando, per due settimane, l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane si è rifiutato di spiegare come gli attivisti di Uri Tsafon, un gruppo israeliano che promuove la colonizzazione del Libano meridionale, fossero riusciti ad attraversare il confine indisturbati. Dopo aver inizialmente negato che dei civili avessero oltrepassato il confine, l’ufficio ha cambiato idea e ha fatto trapelare l’informazione a Doron Kadosh, corrispondente militare della Radio dell’Esercito Israeliano. Kadosh ha poi promosso la versione dell’esercito sull’incidente, definendolo un «grave incidente oggetto di indagine», aggiungendo che «erano state intraprese diverse operazioni per bloccare i varchi nella recinzione».

«I giornalisti di guerra che non pendono dalle labbra del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane muoiono di fame», ha detto Roni. «Ci vuole molto impegno per trovare fonti al di fuori del sistema, e questo ci dava un grande vantaggio». Questa dinamica va oltre l’accesso ai briefing o alle risposte ufficiali. Come ha osservato Roni, questi rapporti di “dare e avere” si traducono in potere, prestigio e incentivi finanziari.

«Alla fine lavoriamo per gli ascolti», ha detto un giornalista, parlando in forma anonima a The Hottest Place in Hell. «Quando succede qualcosa, la cellula dei corrispondenti viene informata per prima: sono i primi a pubblicare. Se non fai parte di quel gruppo e non sei abbastanza preparato come giornalista pubblichi con 10 minuti di ritardo rispetto agli altri e sei irrilevante».

Di fatto l’Unità del Portavoce usa la fiducia del pubblico non solo per gestire le informazioni, ma anche per influenzare la concorrenza commerciale tra le testate giornalistiche. «L’Unità fornisce una certa notizia a Canale 12 perché ha ascolti elevati, ma poiché aveva già fornito loro notizie precedenti, crea interferenze nella concorrenza», ha osservato il giornalista.

«Questo crea un circolo vizioso nell’intero sistema», ha affermato un altro giornalista. «Abbiamo discusso tra di noi se valesse la pena contrastare l’Unità. Ma in definitiva i proprietari vedono che i concorrenti ottengono le notizie e vogliono lo stesso. Tutto si riduce al controllo dei giornalisti e alla repressione delle critiche».

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha rifiutato di commentare.

Illy Pe’ery è una giornalista investigativa e redattrice associata della rivista online israeliana indipendente The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Progetto Paraguay: il piano segreto di Israele per deportare i gazawi negli anni ‘70

Ben Reiff

26 marzo 2026 – +972 Magazine

Un nuovo podcast svela il fallito tentativo del Mossad di espellere 60.000 palestinesi dopo aver occupato la Striscia di Gaza. Quasi sessant’anni dopo i metodi e gli obiettivi di Israele rimangono in modo inquietante simili.

Il 9 settembre 1969 circa 20 palestinesi della Striscia di Gaza salirono su un aereo in un aeroporto della zona centrale di Israele credendo di essere diretti in Brasile. Tramite un’agenzia di viaggi israeliana avevano firmato un programma di lavoro all’estero con la promessa di stipendi più alti di quelli che avrebbero potuto avere a Gaza, che Israele aveva occupato due anni prima. A chi aveva una famiglia venne assicurato che le mogli e i figli avrebbero potuto raggiungerli in Brasile poco tempo dopo. Ma non fu quello che avvenne.

Quando l’aereo atterrò a Sao Paulo delle guardie armate scortarono gli uomini su un altro velivolo più piccolo che li portò ad Asunción, la capitale del Paraguay, un Paese di cui molti di loro non avevano mai sentito parlare e che all’epoca era soggetto alla dittatura di Alfredo Stroessner. Lì vennero accolti da poliziotti armati e portati in un hotel per passarvi la notte.

Disorientati e insospettiti, venne detto loro di non preoccuparsi: la mattina seguente funzionari governativi gli avrebbero rilasciato dei documenti d’identità e avrebbero provveduto al loro inserimento lavorativo. Tuttavia quando questi funzionari arrivarono attribuirono a ognuno di loro sulle carte d’identità nuove professioni in modo arbitrario, poi li fecero salire su un autobus verso remote zone rurali.

Questo fu l’ultimo contatto che i palestinesi avrebbero avuto con una qualunque autorità riguardante il programma di lavoro, perché esso non esisteva. Erano stati indotti con l’inganno dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, a salire su un volo che li avrebbe deportati come parte di un progetto segreto per esiliare in massa i palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Abbandonati in un Paese di cui non parlavano la lingua, i nuovi arrivati si ritrovarono senza denaro, senza casa, senza lavoro, isolati e senza alcun modo per tornare a casa. E presto si resero conto che non erano gli unici, né gli ultimi, ad essere stati adescati e abbandonati in quel modo.

Per decenni la conoscenza di questa operazione segreta è rimasta confinata alle famiglie degli uomini che ne furono vittime. Ma un nuovo podcast [serie di episodi audio, interviste o narrazioni, ndt.], basato sulle testimonianze di due deportati e su prove negli archivi israeliani e paraguaiani, si prefigge di svelare una vicenda che Israele ha cercato a lungo di cancellare e spiega perché sia fallita pochi mesi dopo essere iniziata.

Dopo due anni e mezzo in cui Israele ha tentato, attraverso vari metodi, di sradicare totalmente la presenza palestinese a Gaza, gli echi di questa storia difficilmente potrebbero essere più forti.

Il racconto dei due deportati

Creata dal managing producer Maxim Saakyan e dai coproduttori Nadeen Shaker e Nada El-Kouny, la serie in quattro parti “Palestinians in Paraguay” [Palestinesi in Paraguay] di Uncovering Roots [Radici scoperte, nome del sito che ospita il podcast, ndt.] è costruita sulla ricerca di Hadeel Assali, una studiosa con un post-dottorato alla Columbia University, e John Tofik Karam, storico dell’università dell’Illinois, entrambi ospitati nei vari episodi.

Al centro ci sono le testimonianze di due uomini deportati in base a quello che è diventato noto come il Progetto Paraguay: Mahmoud Yousef, prozio di Assali (morto ad Amman nel 2021, ma i cui ricordi Assali ha registrato prima della morte) e Talal Al-Dimassi, che è ancora vivo e, sorprendentemente vive tuttora in Paraguay.

I due condividono le stesse origini. Entrambi erano nati in campi profughi in Egitto dopo che le loro famiglie furono cacciate durante la Nakba del 1948. Entrambi in seguito si sposarono a Gaza, allora sotto amministrazione egiziana, dove erano cresciuti nel campo di Al-Maghazi.

Stavano per diventare adulti quando Israele occupò la Striscia di Gaza nel 1967 e non molto tempo dopo entrambi si imbatterono nel progetto di deportazione segreto mascherato da programma di lavoro all’estero, apparentemente organizzato da un’agenzia di viaggi chiamata Patra. Yousef era attratto dalla promessa di salari elevati ricorda che gli erano stati offerti 3.000 $ al mese per un anno o due, dopodiché sarebbe tornato a Gaza. Ad Al-Dimassi, che era già stato arrestato e torturato dall’esercito israeliano a causa del suo passato coinvolgimento con gruppi della resistenza armata, venne dato un ultimatum: avrebbe potuto firmare per il programma oppure tutta la sua famiglia sarebbe stata espulsa.

Finora non si conosce il numero di palestinesi deportati in base al Programma Paraguay e le stime variano da qualche decina a varie migliaia. La domanda è dove siano andati a finire in giro per il mondo. Ma un documento scoperto da un amico di Assali nell’Archivio di Stato di Israele, il verbale della riunione di una Commissione governativa nel maggio 1969, ci racconta esattamente quanti gazawi i dirigenti israeliani intendevano espellere.

Si è ufficialmente deciso di approvare la proposta del Mossad riguardo all’emigrazione di 60.000 [persone] dai territori amministrati al Paraguay,” afferma il documento, aggiungendo che Israele avrebbe pagato al governo paraguaiano una tariffa di 33 $ a deportato, compreso un anticipo di 350.000 $ per i primi 10.000.

Oggi Gaza ospita oltre 2 milioni di persone, ma all’epoca la popolazione ne contava meno di 400.000. Il Progetto Paraguay, destinato in particolare ad attirare giovani di Gaza, intendeva dunque far sparire una grandissima percentuale di giovani maschi della Striscia eppure solo pochi voli decollarono. Allora perché il programma venne abbandonato?

Costretti a una condizione di sopravvivenza, nel giro di qualche settimana dall’arrivo molti deportati lasciarono il Paraguay attraversando a piedi i confini con i Paesi vicini: Brasile, Bolivia o Argentina. Yousef imparò rapidamente lo spagnolo e trovò lavoro vendendo prodotti tessili tra i vari Paesi, e alla fine si mise in contatto con la diaspora palestinese in Cile. Al-Dimassi si mise a vendere abiti porta a porta nelle zone rurali del Paraguay finché un giorno venne derubato sotto minaccia di un coltello. Per lui fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Assolutamente disperati e sentendo di non avere più niente da perdere, Al-Dimassi e un altro deportato, Khaled Kassab, comprarono vecchi fucili e tornarono ad Asunción per affrontare direttamente l’ambasciatore israeliano in Paraguay, Benjamin Weiser Varon. 

Il 4 maggio 1970 arrivarono all’ambasciata e chiesero di parlare con Varon. Le guardie dell’ambasciata dissero loro che non c’era. Sospettando che non fosse vero fecero irruzione all’interno. Le guardie estrassero le armi e scoppiò uno scontro a fuoco.

Nella confusione i palestinesi videro Varon e spararono vari colpi. Uno di questi colpì l’ambasciatore alla schiena, ferendolo. Un altro uccise la sua segretaria, Edna Peer. (Sia Al-Dimassi che Kassab in seguito negarono di aver sparato i colpi; Al-Dimassi affermò che era stato Kassab, secondo cui era stato un terzo uomo che li aveva accompagnati.)

La sparatoria arrivò sulle prime pagine dei giornali in tutto il Sud America e nel resto del mondo. I primi articoli non menzionarono la deportazione degli uomini da Gaza, dipingendo invece l’incidente come un tentativo di assassinio orchestrato dall’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma quel racconto venne presto smentito.

Nel corso di un processo pubblico che durò due anni Kassab e Al-Dimassi utilizzarono l’aula di tribunale per dire al mondo quello che gli era successo, strappando il velo di segretezza da cui dipendeva il Progetto Paraguay. Di fatto con i loro proiettili posero fine dal progetto.

Il giudice paraguaiano alla fine considerò i due uomini colpevoli di omicidio e condannò entrambi a 13 anni di prigione, di cui ne scontarono otto. Secondo Al-Dimassi Israele cercò di ucciderlo varie volte in prigione (anche, afferma, con una torta avvelenata), obbligandolo ad entrare in una sorta di programma di protezione dei testimoni per circa un decennio dopo la sua liberazione. Ma non è pentito di quello che ha fatto.

Ho salvato 60.000 palestinesi che stavano per essere espulsi in Paraguay,” dice nel podcast. “Sono rimasti là, nella nostra patria.”

Emigrazione involontaria

Fin dai primi giorni del sionismo i leader del movimento hanno cercato di massimizzare la quantità di terra sotto il loro controllo riducendo nel contempo al minimo il numero di palestinesi che vi vivevano. Questo filo conduttore può essere tracciato in decenni di politica israeliana, in particolare con l’espulsione di circa 750.000 palestinesi da quello che diventò lo Stato di Israele durante la Nakba del 1948 e altri 300.000 dalla Cisgiordania e da Gaza con la Naksa del 1967.

Tuttavia la guerra del 1967 diede come risultato il fatto che Israele assorbì 1 milione di palestinesi all’interno dei suoi confini appena ampliati. Quasi subito i principali dirigenti politici del governo laburista al potere iniziarono a discutere di come liberarsi di quanti più palestinesi possibile. (“Voglio che se ne vadano tutti, anche se dovessero andare sulla luna,” avrebbe detto il primo ministro Levi Eshkol in uno di questi incontri). Ecco che entra in scena il Progetto Paraguay.

Israele non ha mai riconosciuto ufficialmente l’esistenza del progetto. Ma nel 2004 vari ex-politici con conoscenza diretta di esso vennero allo scoperto, confermando che era stata una politica del governo. “Facemmo un tentativo di incoraggiare l’emigrazione volontaria,” disse al giornale israeliano Makor Rishon Meir Amit, che aveva diretto il Mossad all’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. “Il punto era di sfoltire la zona il più possibile dagli arabi.”

Per decenni le persone coinvolte sono state tenute a mantenere il segreto. Secondo Moshe Peer, il vedovo di Edna, uccisa nella sparatoria del 1970, un agente del Mossad andò a trovarlo dopo la morte di lei e gli chiese di non parlarne per 30 anni. Ma ancora oggi, dopo che sono stati resi pubblici dettagli del progetto, vige ancora una politica ufficiale di silenzio.

Un breve ricordo di Peer comparso sul sito del governo lo scorso anno per il Giorno della Memoria non menziona le circostanze della sua uccisione, attribuendola semplicemente a “terroristi palestinesi” di Gaza. E quando i produttori del podcast hanno contattato Patra, l’agenzia di viaggio che aveva agito come copertura del programma e che opera ancora a Tel Aviv, il suo amministratore delegato Reem Greiver (il cui padre, Gad, all’epoca dirigeva l’impresa) ha negato che l’agenzia abbia giocato un ruolo nell’organizzazione del trasferimento di palestinesi.

Ci sono varie possibili ragioni per mantenere questa politica del silenzio, ma uno dei più importanti è probabilmente il fatto che i tentativi israeliani di espellere i palestinesi da Gaza, sia con mezzi occulti che palesi, non sono mai cessati, come gli ultimi due anni e mezzo hanno reso palesemente evidente.

C’è voluta meno di una settimana dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 perché un ministro israeliano raccomandasse formalmente il trasferimento forzato e permanente dell’intera popolazione di Gaza al di là del confine, nella penisola egiziana del Sinai. Tre mesi dopo circa una decina di ministri del governo ha partecipato a una conferenza organizzata da gruppi di coloni che ospitava una enorme mappa con potenziali luoghi per nuove colonie ebraiche a Gaza.

Dirigenti di estrema destra, primi fra tutti il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e quello della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, hanno riproposto un eufemismo familiare per descrivere quello che dovrebbe succedere agli abitanti palestinesi della Striscia: “emigrazione volontaria”.

Questa retorica si è tradotta in strategia militare. Lungi dall’attenersi alle intenzioni ufficiali della guerra di liberare gli ostaggi e distruggere Hamas, il massacro di Israele contro Gaza si è rapidamente rivelato essere una campagna di eliminazione totale. Oltre ad uccidere circa uno ogni 30 gazawi e ferirne uno ogni 14, Israele ha danneggiato o distrutto oltre il 90% delle unità abitative della Striscia e circa il 90% delle sue infrastrutture idriche e sanitarie.

Lo scopo era la devastazione, intesa ad impedire ogni possibilità di una vita degna per i palestinesi nell’enclave. Il maggio scorso, in un incontro a porte chiuse della Knesset, Netanyahu ha detto che l’esercito stava “distruggendo sempre più case (in modo che i gazawi) non avessero dove tornare,” ottenendo come “unico ovvio risultato” l’emigrazione all’estero.

E in larga misura questa strategia ha raggiunto gli effetti sperati: a marzo 2025 più di metà dei gazawi intervistati ha affermato che se ne avesse avuta l’opportunità se ne sarebbe andata, ma Israele ha chiuso tutti i valichi.

Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca all’inizio del 2025 e ha proclamato la sua intenzione di “prendere” Gaza e spostare definitivamente la sua popolazione, il governo israeliano ha lanciato (o piuttosto rilanciato) un “Ufficio per l’Emigrazione Volontaria” incaricato di pianificare deportazioni di massa. “Se spostiamo 5.000 (palestinesi) al giorno, ci vorrà un anno (per espellerli tutti),” ha osservato Smotrich in un’altra riunione della Knesset.

Il problema, come sempre, è stato trovare un posto che li accogliesse. Il rifiuto dell’Egitto di aprire la sua frontiera ai rifugiati palestinesi è stato irremovibile, nel timore di diventare complice di un atto di pulizia etnica di massa. Politici israeliani e statunitensi hanno passato mesi a cercare in giro per il mondo un Paese che volesse, al giusto prezzo, assorbire centinaia di migliaia di deportati da Gaza, ma nessuno si è detto disponibile.

Di conseguenza Israele è stato obbligato a ripartire da zero. Beh, non proprio.

Chiusura del cerchio

Lo scorso novembre un aereo con a bordo 153 palestinesi di Gaza è partito dall’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele, ed è atterrato a Johannesburg, in Sudafrica, via Nairobi, Kenya. Non si è trattato di un volo ordinario: i passeggeri non sapevano quale fosse la loro destinazione e, secondo l’ambasciata palestinese in Sudafrica, l’aereo è arrivato senza preavviso né coordinamento.

A causa dell’assenza di timbri di partenza sui passaporti dei passeggeri, così come del fatto che non avevano prenotato biglietti di ritorno né una sistemazione, le autorità di frontiera sudafricane gli hanno impedito di sbarcare dall’aereo per circa 12 ore dopo l’atterraggio. Infine hanno consentito loro di scendere dall’aereo “per ragioni umanitarie” e un’associazione benefica locale è intervenuta per fornire una sistemazione temporanea.

I passeggeri hanno detto ai media che il loro viaggio era stato organizzato da un’associazione chiamata Al-Majd Europe, che gli ha chiesto da 1.000 a 3.000 $ a testa con la promessa, attraverso una pubblicità in rete, di sicurezza e cure mediche all’estero. Qualche giorno dopo un’inchiesta di Haaretz ha ricondotto Al-Majd a un uomo d’affari israelo-estone e ha rivelato che le sue operazioni erano state autorizzate dall’Ufficio per l’Emigrazione Volontaria del governo israeliano.

La stessa inchiesta ha scoperto che il volo del 13 novembre a Johannesburg era il terzo del genere organizzato da Al-Majd: il primo, lo scorso maggio, ha portato 57 gazawi in Indonesia e Malaysia via Budapest, e il secondo, alla fine di ottobre, ne ha portati 150 a Johannesburg via Nairobi, lo stesso viaggio di quello contrastato di novembre, ma che non ha suscitato gli stessi sospetti o pubblicità.

Non è tutto. Secondo un’altra inchiesta pubblicata all’inizio di questo mese da AP [Associated Press, agenzia di notizie statunitense, ndt.] Al-Majd di fatto funge da copertura per la nota organizzazione israeliana di estrema destra Ad Kan, che lo scorso anno ha pagato una pubblicità sugli autobus israeliani su cui si leggeva “Vittoria = Emigrazione volontaria”, e “Questo autobus potrebbe essere pieno di gazawi. Ascoltate Trump, fateli uscire!”

Nonostante queste rivelazioni Al-Majd sta ancora attivamente reclutando gazawi per voli di deportazione, sfruttando la disperazione di quanti hanno perso tutto in conseguenza del massacro genocida di Israele. In un post su X del 5 marzo l’organizzazione ha affermato di aver “evacuato” un totale di 1.021 palestinesi verso altri Paesi, tra cui Canada e Australia, anche se i dettagli di queste operazioni rimangono avvolti nel mistero.

Ovviamente con circa 2 milioni di palestinesi che rimangono a Gaza il tentativo israeliano di “assottigliare” la popolazione, almeno per gli standard di quanti se ne occupano, è stato un sonoro fallimento. Eppure la permanenza di tali comportamenti, con l’utilizzo di metodi così simili al Progetto Paraguay di quasi sessant’anni fa, rivela la straordinaria persistenza della pretesa israeliana di espellere il popolo palestinese dalla sua terra, che sia sotto la direzione della sinistra sionista o della destra kahanista [ i seguaci del rabbino razzista e suprematista Meir Kahane, ndt.].

Nel contempo il fatto che dopo tutti questi anni Israele stia ancora tentando e non riesca ad espellere in massa i gazawi dovrebbe semmai evidenziare l’inutilità di questo progetto. Anche dopo una campagna militare di due anni intesa a rendere totalmente inabitabile la Striscia, i palestinesi rimangono determinati a ricostruire le proprie vite dalle macerie e dalla polvere.

Israele non ha mai consentito ad Al-Dimassi di tornare a Gaza, ma Gaza torna ancora nei suoi sogni. Nell’episodio finale del podcast racconta che in uno di questi “mi sono ritrovato su una montagna a Gaza. A sinistra vedo animali che pascolano. A destra sventola la bandiera palestinese. Vedo contemporaneamente la luna e il sole. Ho cercato di capire cosa significhi il mio sogno e vuol dire che Gaza tornerà. Un giorno ci sarà la pace.”

Ben Reiff è vice direttore di +972 Magazine e vive a Londra. Ha scritto per The Guardian, The Nation, New Statesman, Prospect e Haaretz ed è intervenuto su Punto d’Ascolto di Al Jazeera e sulla radio britannica LBC. È anche membro fondatore del collettivo editoriale Vashti Media [rivista britannica in rete che offre punti di vista ebraici e si rivolge alla sinistra britannica, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Coazione a ripetere”: come la guerra permanente condiziona la psiche israeliana

Dana Mills

4 marzo 2026 – +972 Magazine

Dal 7 ottobre all’Iran il governo israeliano ha ripetutamente usato lo stato di emergenza per rendere superfluo il pensiero individuale, spiega la Dott.ssa Dana Amir.

Otto mesi fa Israele ha lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran, segnando l’inizio di quella che in seguito sarebbe stata definita la “Guerra dei 12 giorni”. Al termine il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato una vittoria storica. “Abbiamo rimosso due minacce esistenziali: la minaccia di annientamento da parte di armi nucleari e la minaccia di annientamento da parte di 20.000 missili balistici”, ha affermato. “Se non avessimo agito ora lo Stato di Israele sarebbe presto andato incontro al rischio di un annientamento”.

La guerra si è svolta nel mezzo del genocidio israeliano a Gaza, meno di due anni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre contro il sud di Israele, e mentre Israele si confrontava contemporaneamente con Hezbollah e gli Houthi. Per molti israeliani ha segnato l’apice di un biennio caratterizzato da ansia, impotenza e incertezza. Ma sabato scorso l’avvio congiunto di una nuova guerra contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti ha infranto le promesse di Netanyahu, insieme a qualsiasi illusione di tregua da un continuo stato di emergenza.

Come sempre l’esperienza stessa della guerra è condizionata dall’apartheid israeliano nella terra tra il fiume e il mare. I palestinesi in Cisgiordania e a Gaza non hanno rifugi per sfuggire ai bombardamenti, mentre i cittadini palestinesi di Israele hanno infrastrutture molto meno stabili per proteggersi dai missili balistici. A volte sembra che Netanyahu e il suo governo siano impegnati in uno stato di guerra e instabilità permanente nella regione, in cui tutti gli esseri umani sono costretti a vivere in una condizione di costante vulnerabilità e precarietà.

Da sabato mattina, tra una corsa alla stanza antipanico e il tentativo di pensare al futuro prossimo e a medio termine, ho riflettuto sulle conseguenze psicologiche di questa situazione. Per comprendere meglio le implicazioni personali e politiche del vivere in uno stato di guerra perpetua ho parlato con la Dott.ssa Dana Amir, psicologa clinica, psicoanalista, scrittrice e poetessa.

L’intervista è stata modificata per motivi di sintesi e chiarezza.

Prima che gli israeliani avessero il tempo di piangere le vittime degli attacchi del 7 ottobre il governo ha iniziato a massacrare i civili palestinesi a Gaza, mentre i media tradizionali israeliani giustificavano questa violenza genocida sostenendo che avrebbe “impedito il prossimo 7 ottobre”. Secondo lei quale prezzo psicologico stanno pagando gli israeliani costretti a vivere in questo ciclo di paura e violenza da più di due anni?

Quando eventi di tale travolgente intensità – il 7 ottobre, il successivo massacro israeliano a Gaza e le guerre con Iran e Hezbollah – si verificano in così rapida successione la prima cosa che crolla è la capacità di elaborare il lutto, che è uno dei processi più essenziali per la psiche umana. Dobbiamo elaborare il lutto per andare avanti. Quando questa possibilità viene negata la psiche praticamente si blocca.

Il risultato è che noi israeliani siamo di fatto bloccati in uno stato psicologico primitivo riguardo allo sforzo necessario per elaborare eventi traumatici. Non abbiamo modo di fare ciò che è necessario per andare avanti. Ci lasciamo invece coinvolgere in una forma altamente pericolosa di coazione a ripetere: un impulso inconscio a rivivere l’evento ancora e ancora, a riscrivere il dolore sia a livello personale che collettivo.

Ciò a cui stiamo assistendo è una società che non riesce a elaborare il lutto e, di conseguenza, non riesce a condurre alcun significativo esame di coscienza, né interiormente né in relazione agli altri. Il risultato è una sorta di sprofondamento nel dolore, da cui le uniche vie d’uscita sono atti di vendetta che scaricano questo dolore sull’altro e lo riproducono al suo interno.

Il messaggio contraddittorio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump prima della guerra con l’Iran, che suggeriva un possibile accordo e minacciava contemporaneamente l’uso della forza militare, ha creato nell’opinione pubblica un continuo senso di impotenza, culminato sabato mattina con l’attacco alla Repubblica Islamica. Come si fa a fronteggiare tali livelli di incertezza?

Esiste davvero un profondo senso di impotenza accompagnato da uno stato di costante prontezza ad assorbire il dolore. Questa prontezza permane durante la guerra stessa, perché rimaniamo nell’assoluta incertezza su ciò che sta accadendo. Di conseguenza viviamo in uno stato di allerta incessante, estenuante e snervante.

In superficie questa prontezza fornisce un illusorio senso di potenza: l’essere pronti apparentemente porta all’azione, ad esempio a correre verso la stanza antipanico. Ma la prontezza in cui ci troviamo non ha orizzonte. Ben poco di ciò che accade dipende effettivamente da ciò che facciamo, e c’è una crescente sensazione che nulla di tutto ciò sia collegato ai nostri interessi. Siamo pedine su una scacchiera controllata da forze politiche che hanno sé stesse come unico orizzonte politico.

Questa situazione offre l’opportunità di riflettere sulla natura dell’ansia. Considero l’ansia psicologica l’equivalente della temperatura corporea, una sorta di meccanismo di segnalazione. Quando la temperatura corporea aumenta il nostro impulso immediato è quello di abbassarla. Ma la febbre è in realtà un segnale importante che il sistema immunitario sta combattendo qualcosa. È un meccanismo di allarme naturale che cerca anche di affrontare ciò che sta attaccando il corpo.

L’ansia funziona in modo simile: in uno stato di ansia normale, non in quella patologica, che è un’alterazione del meccanismo di segnalazione, l’ansia si intensifica quando c’è una minaccia per il sistema psichico e si attenua una volta che il sistema immunitario della psiche riesce a farvi fronte.

Tuttavia nella situazione attuale il termometro non funziona più correttamente. Siamo costantemente ansiosi e di conseguenza l’ansia diventa una condizione costante. Cambiano solo le cause.

Quando l’ansia diventa un parametro costante assomiglia a un malato alla cui malattia viene assegnato ogni giorno un nome diverso. Ieri moriva di influenza; oggi muore di cancro. Le malattie stesse perdono significato perché portano tutte allo stesso risultato. Di conseguenza non vengono mobilitate risorse reali per affrontarle.

Nel linguaggio della psicologia cognitiva questo si chiama impotenza appresa. È un fenomeno osservato nei topi da laboratorio che smettono di premere i pedali che forniscono loro cibo. Non riescono più a collegare un’azione specifica a un risultato specifico, e quindi si arrendono.

Gli israeliani sono da tempo quei topi. Abbiamo smesso di premere i pedali. Il nostro livello di ansia e impotenza è così alto che la maggior parte di noi ha rinunciato al tentativo di comprendere la connessione tra azione o inazione e il suo risultato. Sembra che tutti i risultati siano identici. In un certo senso questa è la grande vittoria del governo: è riuscito a trasformare cittadini attivi e pensanti in indifesi topi da laboratorio.

Questa situazione è esattamente il motivo per cui a novembre una compagine di associazioni di psicologi e organizzazioni della società civile ha pubblicato una lettera in cui si chiedeva al primo ministro di dichiarare lo stato di emergenza nel campo della salute mentale.

Nel suo bestseller “The Shock Doctrine” Naomi Klein sostiene che governi e aziende sfruttano crisi estreme – guerre, disastri o collasso economico – per portare avanti programmi politici ed economici di vasta portata. Nel caso di Israele il governo sembra utilizzare l’accumularsi di così tanti fattori che generano ansia per reprimere il dissenso e intensificare il potere militare e la continua disumanizzazione dei palestinesi. Come possono le persone reagire sul piano psicologico e mantenere una resistenza collettiva in tali condizioni?

Gli stati di emergenza collettivi sono situazioni prodotte dagli stessi governi. Il loro utilizzo è legato alla dichiarazione dello stato di emergenza, che solo il detentore del massimo potere ha l’autorità di proclamare.

Quindi fin dall’inizio si tratta di una condizione imposta dal potere a quanti vi sono soggetti.

Nel momento in cui viene dichiarato lo stato di emergenza entriamo in una sorta di stanza sicura [a prova di esplosione] non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. È una condizione in cui siamo circondati da spesse mura, senza ricezione per i cellulari, isolati dal mondo esterno. Il significato di questa condizione è la rarefazione, o addirittura l’annullamento, del pensiero indipendente e critico. In uno stato di emergenza qualcun altro pensa per noi. L’emergenza stessa rende superfluo il pensiero individuale.

Se immaginiamo il sistema psichico come un apparato digerente, una sana digestione implica l’assunzione di ciò che è necessario ed espulsione di ciò che non lo è. C’è una negoziazione costante tra ciò che viene interiorizzato e ciò che viene rifiutato.

In questo stato di emergenza non c’è spazio per una tale digestione. O ingoiamo interamente i messaggi che ci vengono somministrati, o li sputiamo del tutto, oppure li teniamo bloccati nella gola.

Questo è il motivo per cui in situazioni di stato di emergenza può essere esercitata una forza così grande su di noi. È anche il motivo per cui il detentore del potere ha interesse a creare sempre più stati di emergenza. Il compito più difficile in tali circostanze è quello di recuperare la pluralità, il dubbio e il pensiero stesso.

Ora, mentre corriamo avanti e indietro verso i rifugi e l’Iran risponde ai continui bombardamenti israelo-americani le nostre vite sono cambiate ancora una volta. La frequenza degli attacchi e la rapida regionalizzazione della guerra hanno creato molteplici strati di incertezza. Come si collegano gli ultimi giorni ai due anni appena trascorsi?

Penso che questi ultimi giorni siano semplicemente un concentrato di ciò che accade ininterrottamente da più di due anni: ansia al massimo, esaurimento al massimo, nervi completamente a pezzi. E a tutto questo si aggiungono messaggi che inquadrano questa guerra come una guerra di liberazione, persino come possibile base per una nuova pace mondiale.

Il grado in cui questi messaggi sono distaccati dalla distruzione deliberata che viene perpetrata produce una profonda disconnessione tra causa ed effetto, una disconnessione che, come ho detto prima, crea terreno fertile per l’impotenza appresa.

Negli ultimi tempi sembra che non ci sorprendiamo più quando si verificano nuovi disastri. Una catastrofe segue l’altra. In che modo questo influisce sulla nostra capacità di immaginare un orizzonte diverso, di vivere le nostre vite con una prospettiva più ampia e immaginare un futuro non saturo di violenza?

La resistenza si basa proprio sulla capacità di immaginare, di andare oltre ciò che è immediatamente reale e concreto. La capacità di aggrapparsi alla possibilità di un orizzonte dipende da una sorta di lirismo individuale e collettivo dell’anima.

Non si tratta di un singolo atto di deviazione dalla realtà. È uno sforzo continuo per permettere alla realtà di trasformarsi dentro di noi ripetutamente, in modo che alla fine possa trasformarsi anche fuori di noi.

Nel 1920 Paul Klee dipinse l’Angelo della Storia [Angelus Novus”], raffigurando un angelo che fissa qualcosa da cui sembra cercare di fuggire. Il suo volto è rivolto al passato, mentre la sua schiena è rivolta al futuro. Negli ultimi giorni mi è spesso tornata in mente questa immagine: quella di una persona il cui sguardo è fisso su ciò che viene distrutto piuttosto che su ciò che potrebbe essere costruito; qualcuno che cerca di sfuggire a qualcosa, ma alla fine ne rimane intrappolato.

Il potere del lirismo umano risiede nella capacità di volgere in avanti il ​​volto dell’angelo della storia. È il potere di rivendicare per noi stessi non solo il diritto, ma anche l’obbligo di scegliere la vita anziché la morte, di scegliere il futuro anziché rievocare all’infinito il passato in modo compulsivo e futile.

Dana Mills è scrittrice, attivista, danzatrice e responsabile dello sviluppo delle risorse di +972/Local Call. È autrice di “Dance and Politics: Moving beyond Boundaries” [Danza e politica: oltrepassare i confini, ndt.] (2016), “Rosa Luxemburg” (2020), “Dance and Activism” Danza e attivismo, ndt.] (2021) e “One Woman’s War” [Guerra di una donna, ndt.] (2024).

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Siamo in guerra, dunque siamo

Orly Noy

1 marzo 2026 +972 Magazine

Mesi dopo aver proclamato una “vittoria storica” Israele lancia un’altra offensiva contro l’Iran, e riparte la rituale cancellazione del dissenso politico

Sabato mattina in Israele le sirene hanno squarciato il silenzio. Non per esortare i civili a correre nei rifugi, ma piuttosto per annunciare proprio lo scoppio della guerra, quasi una fanfara trionfale. Dopo più di una settimana di snervante incertezza, sballottati tra la inquieta attesa di una guerra che ci veniva ripetutamente detta essere inevitabile e la flebile speranza che la diplomazia potesse ancora prevalere, alla fine era arrivata.

“Non puoi immergerti due volte nello stesso fiume”, recita il detto dell’antico filosofo greco Eraclito. Ma a quanto pare puoi distruggere un nemico che hai già proclamato distrutto. Solo otto mesi fa, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che “nei 12 giorni dell’Operazione Leone Nascente abbiamo ottenuto una vittoria storica che durerà per generazioni”.

A quanto pare quella “vittoria storica” ​​non è durata nemmeno un anno, figuriamoci generazioni.

Questa volta l’attacco aveva un ulteriore obiettivo: liberare il popolo iraniano dal dominio oppressivo degli ayatollah. Perché è ben noto che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di far piovere la libertà sui popoli della regione con aerei da combattimento e bombardieri.

Improvvisamente le vite degli iraniani sono diventate molto care ai cuori israeliani; così care che sono disposti a trascorrere lunghe notti nei rifugi antiaerei sapendo che per parte loro affronteranno pesanti perdite a patto che i nostri piloti rechino buone notizie: la liberazione o almeno l’assassinio della leadership iraniana e la distruzione delle infrastrutture delle Guardie Rivoluzionarie e degli impianti nucleari.

“La nostra operazione creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano prenda in mano il proprio destino”, ha twittato Netanyahu poco dopo l’inizio dell’attacco. “È giunto il momento per tutte le componenti del popolo iraniano – persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi – di liberarsi dal giogo della tirannia e di creare un Iran libero e in cerca di pace”. 

Lo stesso uomo che più di ogni altro nella storia di Israele ha lavorato instancabilmente per aizzare i cittadini gli uni contro gli altri, per incitarli e istigarli, per fomentare un odio senza precedenti tra loro; l’uomo che ha un mandato di arresto internazionale che pende sul suo capo per crimini contro l’umanità – quest’uomo ora esprime preoccupazione per l’unità del popolo iraniano e la sua lotta contro la tirannia. Sarebbe comico se non fossero in gioco così tante vite.

Il popolo iraniano sta conducendo una lotta coraggiosa e determinata per la propria libertà. La comunità internazionale dispone di strumenti diplomatici ed economici per assisterlo senza ripetuti attacchi aerei che promettono poco in termini di cambiamento duraturo. Applaudire l’attacco israelo-americano significa abbracciare un ordine globale cannibalesco in cui solo la forza definisce la moralità.

Celebrando la guerra, gli israeliani celebrano quel sistema: un mondo in cui il bullo detta le regole. Per ora possono essere contenti che il bullo sia dalla loro parte.

Un ritornello familiare

Ma la retorica della solidarietà si è dissolta quasi con la stessa rapidità con cui era apparsa. Non appena hanno iniziato ad arrivare notizie di vittime civili – soprattutto dalla scuola elementare femminile di Minab, dove circa 150 bambine sono state uccise a quanto sembra in un attacco aereo israeliano – la presunta preoccupazione per il popolo iraniano si è rivelata sottile come carta.

Scioccata, ho condiviso i video della scuola sulla mia pagina Facebook. Confesso che non mi aspettavo il torrente di odio che ne è seguito.

So già che, a parte che da una frangia molto ristretta, non ci si può aspettare reazioni empatiche all’uccisione in massa dei palestinesi; che la stragrande maggioranza della società ebraica in Israele non solo non piange, ma gioisce apertamente per ogni morto palestinese, in qualsiasi circostanza. Ma non immaginavo che una simile sete di sangue avrebbe accompagnato i bombardamenti mortali di bambine in uniforme scolastica, soprattutto dopo che così tanti israeliani si erano affrettati a dichiarare che nostro nemico non era il popolo iraniano ma il regime.

Nel giro di cinque ore il mio post aveva accumulato centinaia di commenti pieni di odio e la solita ondata di minacce e insulti aveva iniziato a intasare la mia casella di posta. Alcuni negavano l’accaduto, o sostenevano che il regime iraniano avesse bombardato la propria scuola da sé. La maggior parte si rallegrava per la sorte delle ragazze assassinate.

“Peccato che non chiudano le scuole durante lo Shabbat!” ha scritto uno, aggiungendo cinque emoji sorridenti per sottolineare la sua gioia. “Eccellente, eccellente, eccellente, rallegra e scalda il cuore. Che ci siano molti altri casi come questo, e presto anche tra la gente di sinistra”, ha scritto un altro.

Non meno deprimente e prevedibile è stato il modo in cui i leader dell’opposizione ebraica si sono schierati con entusiasmo e d’istinto dietro Netanyahu a sostegno della guerra. “Voglio ricordarlo a tutti: il popolo di Israele è forte. Le Forze di Difesa Israeliane e l’Aeronautica Militare sono forti. La potenza più forte del mondo è al nostro fianco”, ha twittato Yair Lapid. “In momenti come questi restiamo uniti e vinciamo insieme. Non c’è coalizione né opposizione, solo un popolo e un’unica IDF con tutti noi al loro fianco.”

Persino Yair Golan, che in qualità di presidente del Partito Democratico dovrebbe occupare il posto più a sinistra dello spettro sionista, ha mantenuto un garbato riserbo e ha offerto pieno appoggio alla guerra. “Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) e le forze di sicurezza stanno operando con forza e professionalità”, ha scritto. “Hanno il nostro pieno appoggio”.

Naftali Bennett, nelle prossime elezioni il principale candidato a sostituire Netanyahu, è rimasto indietro rispetto ai colleghi perché ha dovuto aspettare la fine dello Shabbat prima di twittare. Una volta terminato, si è prontamente schierato a favore dello sforzo bellico. “Sostengo pienamente le Forze di Difesa Israeliane (IDF), il governo di Israele e il primo ministro per l’Operazione Leone Ruggente. L’intero popolo di Israele vi sostiene finché la minaccia iraniana non sarà annientata”, ha dichiarato.

Per questi tre uomini – Lapid, Golan e Bennett – nessun compito è apparentemente più urgente che sostituire il governo kahanista e sanguinario di Netanyahu, che ha condotto il Paese a un livello di crisi senza precedenti. Sanno quanto sia pericoloso. Sanno a quale devastazione porterebbe un altro suo mandato.

Eppure, nel momento in cui l’odore di guerra riempie l’aria, tutte quelle analisi evaporano, sostituite da un’automatica riverenza per la macchina bellica israeliana. È come se l’idea stessa che ci si possa opporre a una guerra semplicemente non esista nel loro quadro cognitivo.

Nessuno comprende questo meccanismo meglio di Netanyahu. Per quanto precaria possa essere la sua posizione politica, sa che per unire anche i suoi più accaniti rivali in tutto lo spettro sionista basta un clic. Se “in tempo di guerra non c’è coalizione né opposizione”, allora la guerra perpetua diventa la strategia politica più affidabile, e Netanyahu ha imparato a impiegarla con sempre maggiore frequenza.

Netanyahu è un cinico e pericoloso criminale di guerra. Ma una cosa non si può negare: nessun leader israeliano ha compreso così profondamente la psiche collettiva della società ebraica israeliana. Una società che sembra capace di sentire il proprio polso solo nella guerra e nella distruzione; che se non attacca, distrugge e uccide non è del tutto certa di esistere. In questo senso, Netanyahu le calza a pennello.

Orly Noy è redattrice di Local Call [edizione ebraica di +972 Magazine], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa dal persiano. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. Nei suoi testi affronta i confini che si intersecano e definiscono la sua identità come Mizrahi, donna di sinistra, migrante temporanea che vive all’interno di un’eterna immigrata, e il dialogo costante tra di loro.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un nuovo muro di separazione israeliano taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania

Oren Ziv

16 febbraio 2026 – +972 magazine

L’esercito sta emanando ordini di evacuazione ed espropriando terreni per preparare una barriera enorme, parte di un più complessivo progetto di annessione del “granaio” della Palestina.

Questa montagna è l’unico posto in cui posso respirare, l’unico in cui posso pascolare,” dice Tawfiq Bani Odeh, un abitante del villaggio palestinese di Atuf, che ogni giorno va sul monte Tammun con il suo gregge di centinaia di pecore.

Nell’Area C della Cisgiordania occupata, che Israele sta rapidamente svuotando dei suoi abitanti palestinesi, rimangono pochi posti come il monte Tammun: circa 50.000 dunam (5.000 ettari) di terra aperta, in altura e verde in cui i palestinesi, soprattutto pastori, possono vagare liberamente senza soprusi da parte di coloni e soldati israeliani.

Tuttavia ora Israele sta minacciando di chiudere l’area, espellere le sue comunità palestinesi ed annetterla di fatto.

Sulla montagna che sovrasta la cittadina palestinese di Tammun sono in corso progetti per fondarvi una nuova colonia israeliana, una delle 19 annunciate lo scorso anno dal ministro delle Finanze Bazalel Smotrich. Il piano include la ricostruzione di Ganim e Kadim, due delle quattro colonie nel nord della Cisgiordania che sono state smantellate durante il cosiddetto “disimpegno” israeliano da Gaza nel 2005.

Il destino di quest’area è stato ulteriormente deciso l’agosto scorso, quando il maggior generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano, ha firmato nove ordini di “esproprio di terre” per la costruzione di una nuova barriera che attraverserà proprio il monte Tammun.

Gli ordini riguardano un’area che va dal posto di blocco di Tayasir a quello di Hamra, per quella che sarà alla fine una barriera di oltre 480 chilometri che si estenderà dalle Alture del Golan occupate al Mar Rosso, con un costo di 5,5 miliardi di shekel (circa 1,3 miliardi di euro).

Una mappa dell’area intorno al Monte Tammun nella parte settentrionale della Valle del Giordano, con la linea rossa che indica il percorso della barriera prevista e la linea blu che indica la strada di accesso all’insediamento previsto. (Per gentile concessione di Kerem Navot)

L’obiettivo dichiarato del progetto, noto come “Filo Cremisi”, è impedire il contrabbando di armi ai confini orientali della Cisgiordania con la Giordania e contrastare il terrorismo. “Questo progetto si basa su una evidente necessità di sicurezza, per conformare il territorio e controllare e monitorare la circolazione di veicoli tra il confine orientale e la valle, i cinque villaggi (Tubas, Tammun, Far’a, Tayasir e Aqaba) e la Giudea e la Samaria [cioè la Cisgiordania, ndt.],” ha detto un portavoce dell’esercito israeliano a +972 rispondendo a una domanda.

I territori della zona del monte Tammun sono, nella loro stragrande maggioranza, terre dello Stato,” ha continuato il portavoce, aggiungendo che gli ordini di esproprio “sono stati firmati attraverso una corretta procedura giudiziaria e consegnati in modo legale,” e che “gli ordini di demolizione sono stati emanati a quanti nella zona non si comportano in base alla legge.”

Ma secondo Dror Etkes, che guida l’osservatorio Kerem Navot [associazione israeliana, ndt.] che monitora le politiche territoriali israeliane e le attività di colonizzazione in Cisgiordania, in quest’area solo circa 3.500 dunam di territorio sono stati dichiarati terre statali. “La maggior parte della zone in cui i palestinesi non potranno assolutamente entrare, o solo con molte difficoltà, non è stata dichiarata terra dello Stato,” afferma, “e in gran parte si trova nell’Area B”, che è virtualmente sotto il controllo civile dell’Autorità Palestinese.

In pratica, secondo un ricorso presentato da varie amministrazioni locali e da oltre 100 abitanti all’Alta Corte israeliana, la barriera taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania, i palestinesi da circa 50.000 dunam della loro terra (dei quali 777 dunam saranno espropriati e demoliti per la costruzione), impedirà a circa 900 abitanti a est della barriera di ricevere servizi municipali, compresi ambulatori medici, scuole e opportunità di lavoro, e obbligherà varie comunità ad andarsene. Alcune di queste hanno già ricevuto ordini di evacuazione. Altre sono già andate via.

Una prigione circondata da ogni lato”

Gli effetti sui contadini saranno particolarmente catastrofici. La Valle del Giordano è soprannominata “il granaio della Cisgiordania” a causa dell’uso estensivo della zona per l’agricoltura e l’allevamento. Il ricorso afferma che il danno diretto della barriera stimato per le comunità locali sarà di “circa 170 milioni di euro all’anno.”

Nel ricorso gli abitanti chiedono anche di sapere perché lo Stato non proponga un’alternativa “meno dannosa” della barriera. Sostengono che l’esercito non ha pubblicato gli ordini di esproprio “subito dopo che sono stati firmati” ad agosto: fino a novembre lo Stato li ha tenuti segreti, il che significa che quelli che vengono danneggiati non avevano idea che il governo intendesse prendersi la loro terra.

Il piano include la costruzione di una strada asfaltata per il pattugliamento adiacente alla barriera, oltre ai fossati e agli sbancamenti di terra nelle zone in cui l’esercito lo ritiene necessario. In parallelo Israele sta anche spostando il checkpoint di Hamra, che usualmente si trova agli incroci principali che uniscono la Valle del Giordano al resto della Cisgiordania, in un’area più vicina al villaggio di Ain Shibli, a est di Nablus, deviando il traffico palestinese in modo che non interferisca con i coloni israeliani che viaggiano lungo la Allon Road [importante strada che corre da nord a sud lungo il confine con la Giordania, ndt.]

Lo spostamento concederà inoltre alla Moshe’s Farm [Fattoria di Moshe], un avamposto sanzionato a livello internazionale, il controllo su altra terra dopo che, in seguito al 7 ottobre, esso ha già espulso famiglie palestinesi dalla zona. Una volta che la barriera verrà costruita, la Moshe’s Farm sarà collegata attraverso la strada di pattugliamento con Tzvi HaOfarim, un altro avamposto violento creato lo scorso anno nei pressi della parte più settentrionale della barriera.

Lo scopo della barriera è consentire ai coloni più aggressivi di spostarsi rapidamente nella zona est delle cittadine di Tammun e Tubas,” spiega Atkes. Così facendo, afferma, Israele consentirà a questi coloni di “prendere il controllo di decine di migliaia di dunam che rimarranno intrappolati a est della barriera prevista.”

Come nota Etkes, le poche comunità palestinesi che restano in quello che diventerà il lato “israeliano” della barriera, quelle che finora hanno resistito all’acuirsi della violenza dei coloni che ha già svuotato buona parte della zona, saranno in buona misura tagliate fuori dal resto della Cisgiordania. L’accesso alle città e cittadine palestinesi a ovest della Valle del Giordano sarà possibile solo attraverso i posti di controllo di Hamra e Tayasir, dove ci saranno attese di ore, invece che a piedi, come è stato finora.

Il muro circonderà la comunità di pastori di  Khirbet Yarza con un recinto, il che comporterà che gli abitanti potranno solo entrare ed uscire dal loro villaggio attraverso un cancello controllato dall’esercito israeliano. La conseguenza, come la descrive il ricorso degli abitanti, sarà “una prigione circondata da ogni lato.”

Dalla costruzione di una strada all’espulsione

A mezz’ora di macchina dal monte Tammun lungo la ventosa strada sterrata tra Khirbet Atuf e Tammun si arriva a Yarza, una piccola comunità palestinese di sei complessi abitativi che ospita qualche decina di abitanti. Si possono vedere a una certa distanza il posto di blocco di Tayasir e l’avamposto di Tzvi HaOfarim, che i coloni hanno creato lì vicino.

Questa è una comunità storica che esiste da migliaia di anni, e noi vi abbiamo vissuto da centinaia di anni,” dice a +972 Hafez Mas’ad, di 52 anni. “Io vivo qui, e così hanno fatto mio padre e mio nonno. Ora i coloni e l’esercito arrivano e ci dicono ‘andate via da Yarza, questa è una zona militare’. Questa è la nostra terra,” continua. “Noi siamo nati qui e questa [terra] è stata registrata a nostro nome da molti anni. Dove andremo, sulla luna? Non abbiamo un altro posto.”

Non sappiamo come ci potremo muovere per fare la spesa, per andare a scuola o in caso di emergenza quando ci sarà un cancello,” aggiunge Khaled Daraghmeh, un abitante sessantenne.

Il 15 gennaio l’esercito ha iniziato a lavorare a una strada sul versante occidentale del monte Tammun nei pressi della barriera prevista. Secondo l’esercito i lavori vengono effettuati in conformità con un nuovo ordine di esproprio (non uno dei nove originari di Bluth) e questa strada è diventata la via di accesso per la nuova colonia che si prevede di costruire lì.

Dieci giorni dopo l’Alta Corte [israeliana] ha emanato un ordine provvisorio che proibisce che lo Stato “compia qualunque azione irreversibile per l’attuazione degli ordini (di esproprio)” finché il 25 febbraio non risponderà alla richiesta di provvedimento cautelare. Gli abitanti raccontano che ciononostante i lavori sulla strada continuano. (Un portavoce dell’esercito ha chiarito che l’ingiunzione della Corte “non si applica agli urgenti lavori riguardanti la sicurezza che l’IDF sta realizzando in questa zona.”). 

L’asfaltatura della strada è stata accompagnata dall’espulsione di comunità beduine che si trovavano nei pressi,” dice a +972 Bilal Ghrayeb, un abitante di Tammun. “La mossa intende minacciare la sopravvivenza dei contadini impedendo loro l’accesso ai pascoli, tagliando le sorgenti di acqua e interrompendo le strade agricole utilizzate per trasportare il foraggio.”

Varie comunità di pastori della zona nei pressi del villaggio di Atuf sono già state gravemente colpite dalla costruzione.“ Sin da quando (le autorità israeliane) hanno iniziato a lavorare qui per il muro hanno minacciato di cacciarci,” racconta a +972 Abdel Karim Bani Odeh. “Ora ci stanno impedendo di pascolare sulla montagna.

L’esercito arriva due o tre volte al giorno per impedirci di uscire al pascolo, emanando ordini e dicendoci di andarcene. Questa terra è registrata, ci sono documenti (che lo dimostrano), ma loro dicono ‘La terra non è vostra, andate a Tammun.”

Vicino al complesso abitativo delle famiglie di questa zona ci sono campi agricoli e serre che si prevede verranno attraversati dalla barriera. La costruzione della strada, di cui gli abitanti non sono stati precedentemente informati, ha già danneggiato una conduttura che portava acqua a varie piccole comunità palestinesi. “Non ce l’hanno detto direttamente,” spiega Odeh, “ma lo abbiamo saputo dai notiziari che ci vogliono costruire una colonia.”

Ti trasformano in un colono sulla tua stessa terra”

Il 9 febbraio l’esercito ha demolito varie case a Al-Meite, una piccola comunità nei pressi del posto di blocco di Tayasir, che si trova sul lato orientale della barriera prevista. Il giorno seguente vari coloni sono arrivati sul posto con una mandria di mucche, sono entrati nella tenda improvvisata allestita da una famiglia la cui casa era stata demolita il giorno precedente e hanno distrutto le loro provviste di cibo.

Ho il permesso di pascolare qui,” ha detto agli attivisti uno dei coloni presenti sul posto. “Non ho bisogno di mostrare i documenti, chiedi al consiglio locale [dei coloni, ndt.]. Quella sera la famiglia aggredita è scappata. Durante il fine settimana una struttura adiacente è stata incendiata.

Dal 7 ottobre le autorità israeliane e i coloni hanno intensificato i tentativi di espellere le comunità palestinesi dalla Valle del Giordano. Demolizioni di case, blocchi stradali e avamposti dei coloni hanno completamente cancellato almeno sei comunità di questa zona.

Non abbiamo il permesso di andare oltre i 200 metri da casa per pascolare, “dice Najia Basharat, un’abitante di Khallet Makhul, una comunità da cui sono scappate varie famiglie a causa dell’attività dei coloni ( anche diverse case della comunità furono demolite dall’esercito israeliano più di dieci anni fa). “I coloni maltrattano i bambini e disturbano chiunque stia pascolando [i propri animali],” continua Basharat.

Questa settimana Basharat, suo marito Yusuf e uno dei loro figli sono stati arrestati dopo che un colono del vicino avamposto ha affermato che stavano pascolando in una zona di tiro e che avevano lanciato pietre. A gennaio due uomini della comunità sono stati arrestati e hanno passato cinque giorni agli arresti dopo che i coloni sono entrati nel terreno agricolo della comunità e gli hanno spruzzato addosso un liquido urticante.

Dall’inizio dell’anno i coloni hanno fondato un nuovo avamposto nei pressi di Al-Hadidiya, un’altra piccola comunità di pastori della zona. I coloni hanno ridotto le aree di pascolo del villaggio, piantato bandiere israeliane attorno alla comunità ed eretto un recinto per i propri animali nei pressi delle case dei palestinesi.

Creano un sacco di problemi,” dice Aref Basharat, il cui padre ha la casa nella comunità. “I coloni arrivano e dicono: ‘Perché siete qui? Questa è una zona israeliana. Andatevene.’ Da quando è stato fondato l’avamposto varie famiglie se ne sono andate.

Una storia simile è accaduta agli abitanti di Yarza dal momento in cui i coloni hanno costruito l’avamposto di Tzvi HaOfarim. “Mio nonno e il mio bisnonno hanno vissuto qui,” si lamenta Daraghmeh. “Sono cresciuto qui, sono andato a scuola qui, ho pascolato le nostre pecore qui, piantato e raccolto qui, mi sono sposato e avuto figli qui. Ora sono arrivati i coloni e la vita è diventata molto dura.”

Mentre i coloni possono entrare a Yarza quasi tutti i giorni, gli attivisti hanno difficoltà ad accedervi. A metà gennaio, quando due attivisti israeliani e un giornalista americano hanno tentato di entrare nel villaggio dal lato della Valle del Giordano, i coloni li hanno bloccati con una mandria di mucche e lanciato una pietra contro la loro macchina. I coloni hanno seguito l’auto all’interno della comunità e li hanno aggrediti fisicamente. Alla fine l’esercito è arrivato per scortare gli attivisti [fuori dal villaggio].

Un altro abitante, che vuole rimanere anonimo, ha sintetizzato quanto sperimentato dal villaggio nelle ultime settimane: “Trasformano te in un colono sulla tua stessa terra e i coloni in abitanti.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, inviato di Local Call [la versione in ebraico di +972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

[traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi]