L’antisionismo riguarda la correzione di errori storici, non l’incoraggiamento all’antisemitismo

Ran Greenstein

23 dicembre 2019 – +972

Il dibattito sul sionismo è fondamentale, ma non deve diventare anche un test di purezza che indebolisca la solidarietà dove può essere costruita.

Il decreto del presidente Trump dell’11dicembre non cita sionismo o antisionismo, Israele o Palestina. Eppure ha determinato un acceso dibattito su tutte e quattro le questioni, in particolare sul rapporto tra antisionismo e antisemitismo. Buona parte di questo dibattito si sta svolgendo come se avessimo una comprensione condivisa di questi termini e come se fossero interconnessi. Sarebbe opportuno riflettere su questi problemi per chiarire le questioni che ci troviamo ad affrontare oggi.

Il sionismo – l’ideologia, il movimento politico e il progetto di insediamento nato nell’Europa centro-orientale alla fine del XIX° secolo – nella sua essenza vedeva gli ebrei come un gruppo nazionale che necessitava di una propria patria o un proprio Stato indipendente in cui essere al sicuro dalle persecuzioni. Questa patria doveva essere il loro “vecchio-nuovo” territorio ancestrale: la storica terra di Israele, che allora era la terra di Palestina abitata da arabi.

Comprendere il sionismo, così come l’atteggiamento internazionale nei suoi confronti, richiede di guardare al contesto storico in cui è nato, con tre dimensioni fondamentali. La prima è l’emergere dell’etno-nazionalismo negli imperi territoriali in declino, in cui all’epoca viveva la maggior parte degli ebrei – gli imperi russo, austro-ungarico e ottomano – che videro minoranze cercare l’indipendenza dai loro dominatori imperiali. La seconda è l’ultimo stadio dell’espansione coloniale degli imperi marittimi – in particolare di Gran Bretagna e Francia – che videro vaste parti dell’Asia e dell’Africa cadere sotto la dominazione straniera. La terza, che si sviluppò in seguito, è la decolonizzazione dei domini coloniali degli imperi e il sorgere di nuove forme di potere imperialista, che hanno portato alla Guerra Fredda e alle sue conseguenze.

Nei suoi primi decenni il sionismo non riuscì a conquistarsi l’adesione della maggior parte degli ebrei. Alcuni di loro adottarono esplicite posizioni antisioniste e rifiutarono l’appello alla concentrazione territoriale degli ebrei in un proprio Stato. Queste posizioni erano variamente motivate da visioni del mondo religiose, di sinistra e liberali.

La maggioranza degli ebrei non era attivamente contraria al sionismo, ma non lo seguì ideologicamente o nella pratica. Privilegiavano invece altre possibilità: l’integrazione come uguali nei propri Paesi di residenza (su base individuale o collettiva); l’assimilazione nelle culture dominanti; l’immigrazione in luoghi più favorevoli, dove gli ebrei potessero vivere liberi dai vecchi pregiudizi europei contro di loro, come il Nord e il Sud America e il Sudafrica.

In contrasto con questa linea di condotta, il sionismo chiese agli ebrei di tutto il mondo di insediarsi in Palestina. Alcuni lo fecero durante le prime fasi del movimento sionista, ma non necessariamente per un impegno ideologico. Di fatto molti immigrati ebrei si spostarono e si insediarono là perché costretti e in mancanza di alternative migliori – in particolare gli ebrei polacchi negli anni ’20 e quelli tedeschi negli anni ’30, il cui viaggio verso l’ovest era stato bloccato da leggi restrittive.

Comunque centinaia di migliaia di ebrei si spostarono in Palestina, incrementando la popolazione ebraica locale da 50.000 alla fine della Prima Guerra Mondiale nel 1918 a 450.000 alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939. Non era solo il numero crescente che importava: durante quel periodo sotto la direzione delle agenzie sioniste gli ebrei comprarono grandi appezzamenti di terra, fondarono decine di nuovi insediamenti urbani e rurali e costruirono vaste infrastrutture economiche ed istituzionali.

Naturalmente gli arabi palestinesi si opposero all’immigrazione, all’acquisto di terre e allo sviluppo politico sulla loro terra guidati fin dalla nascita dal movimento dai sionisti. Tuttavia avevano scarso interesse nel sionismo come l’ideologia della costruzione dello Stato e dell’identità ebraici: il movimento nazionale palestinese si è sempre concentrato sulle conseguenze pratiche dell’insediamento sionista, su come lo colpiva direttamente. Che ciò fosse messo in pratica in particolare dagli ebrei era una preoccupazione molto marginale, ed è lo stesso ora. Alcuni atteggiamenti negativi verso gli ebrei potrebbero essere emersi come conseguenza dello scontro con il sionismo, ma questi furono un risultato, non una causa, della resistenza ad un progetto politico visto come intenzionato a cacciarli e a sostituirli.

Negli anni ’40, in seguito alla Seconda Guerra Mondiale e all’Olocausto, il principio fondante del sionismo – la necessità di una patria sicura o di uno Stato per gli ebrei – conquistò un vastissimo appoggio internazionale e divenne la posizione maggioritaria tra gli ebrei. Anche allora la maggioranza di quanti emigrarono nel nuovo Stato di Israele continuò a farlo per mancanza di opzioni migliori, in particolare a causa dell’espulsione fisica e di condizioni politiche difficili nell’Europa orientale del dopoguerra e della crescente sensazione di insicurezza e di esclusione politica in Medio Oriente e in Nord Africa. L’impegno politico giocò ancora un ruolo secondario in questo processo. La percezione del sionismo come la possibilità di un rifugio per gli ebrei in circostanze disperate e di fare tutto quanto fosse possibile per garantire la loro sopravvivenza alla fine si consolidò nelle menti degli stessi ebrei e nel resto del mondo.

Tuttavia questa forma di sopravvivenza degli ebrei comportò un prezzo notevole. Israele venne edificato sulle rovine della società arabo-palestinese e la sua creazione diede come risultato la pulizia etnica, la frammentazione e l’esilio su larga scala. Quindi l’opposizione a Israele divenne molto vasta nel mondo arabo e islamico. Parte di questa opposizione venne occasionalmente espressa in discorsi e azioni antisemiti, ma fu quasi sempre un risultato dell’indignazione per l’espulsione dei palestinesi, non la sua causa. Così è in buona misura ancora ai giorni nostri.

Globalmente il sionismo è stato visto contemporaneamente come una forma di autodeterminazione nazionale e come una forma di dominio colonialista sulla popolazione indigena del territorio. Per i palestinesi, sionismo significa spoliazione e privazione dei diritti; per la maggior parte degli ebrei, significa appoggiare il concetto di uno Stato ebraico. Le precise implicazioni del carattere ebraico dello Stato, la sua relazione con l’ebraismo come religione, le conseguenze pratiche per i cittadini ebrei e non ebrei e i suoi confini e le sue politiche sono tutti messi in discussione all’interno. Non c’è una posizione sionista unitaria su questi argomenti, e non c’è mai stata.

Di fronte a questo scenario, per la maggioranza degli attivisti della solidarietà di oggi, antisionismo significa il rifiuto della nozione di Israele come Stato esclusivamente ebraico in cui i palestinesi sono sottoposti a una posizione di inferiorità o ne sono del tutto esclusi. In pratica antisionismo significa appoggiare l’uguaglianza, la giustizia e il risarcimento per i palestinesi che vivono come cittadini di seconda classe, soggetti all’occupazione o rifugiati senza Stato. Ciò significa appoggiare i diritti degli ebrei di vivere come uguali in Israele-Palestina, e in qualunque altro luogo di residenza, senza particolari privilegi o obblighi. Ciò va oltre la contrapposizione rispetto a politiche specifiche, come l’occupazione del 1967 o l’assedio di Gaza, che non richiedono una posizione antisionista.

Le principali obiezioni nel dibattito interno tra gli ebrei sul sionismo nel periodo precedente al 1948 sono di grande interesse per gli accademici. Tuttavia sono diventate marginali nel discorso pubblico a causa della concentrazione di molti attivisti sulle sole politiche israeliane. Queste questioni rimangono rilevanti oggi: gli ebrei sono una Nazione, una religione o una combinazione di entrambe? Hanno bisogno di uno Stato solo per loro? La diaspora è un’anomalia o una caratteristica permanente, forse desiderabile, dell’esistenza ebraica?

In questo contesto di solidarietà e di lotta, la divisione tra prospettive liberali e radicali si basa sulla questione dello Stato ebraico, che tende a separare i sionisti dagli antisionisti. Ma ciò non dovrebbe essere un ostacolo per la mobilitazione su preoccupazioni pratiche condivise: opposizione all’occupazione del 1967 e alle politiche di colonizzazione, uguaglianza per i cittadini palestinesi, e via di seguito. Qui la regola pratica è costruire un vasto fronte basato su quello che abbiamo in comune, facendo nel frattempo attivismo in modo separato per pubblici diversi su questioni che ci dividono. La questione del sionismo, per quanto fondamentale, non deve diventare un test di purezza che indebolisca la solidarietà dove può essere costruita.

Un modo per garantire questo è l’adozione di un linguaggio strategico semplice. Le forze che mettono in atto l’assedio di Gaza, spogliano il popolo della propria terra su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania, ndtr.] e tengono i palestinesi sotto occupazione sono lo Stato di Israele e i suoi organi militari e civili. Sono aiutati e spalleggiati da sostenitori (sia ebrei che non ebrei) che agiscono come agenti dell’hasbara [propaganda israeliana, ndtr.] all’estero. Non sono i “sionisti” genericamente etichettati (per non parlare degli “zios” [termine spregiativo per indicare i sionisti, ndtr.]) che lo fanno. Semmai è una concreta serie di forze affiliate in vario modo all’apparato statale israeliano.

Più prendiamo di mira individui, istituzioni e politiche concreti ed evitiamo di usare termini vaghi e fumosi, meglio possiamo concentrare gli sforzi di solidarietà e resistenza e contrastare con efficacia accuse di antisemitismo come armi utilizzate contro il movimento per porre fine all’apartheid israeliana e ottenere giustizia ed uguaglianza per tutti.

Ran Greenstein è professore associato di sociologia all’università del Witwatersrand a Johannesburg, in Sudafrica. Tra le sue opere ci sono “Zionism and its Discontents: A Century of Radical Dissent in Israel/Palestine [Il sionismo e i suoi dissidenti: un secolo di dissenso radicale in Israele/Palestina], (Pluto, 2014) e “Identity, Nationalism, and Race: Anti-Colonial Resistance in South Africa and Israel/Palestine [Identità, Nazionalismo e Razza: resistenza anticolonialista in Sudafrica e in Israele/Palestina] (Routledge, in uscita).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché parlamentari esteri stanno favorendo gli attacchi israeliani contro i diritti dei palestinesi?

Amjad Iraqi

13 dicembre 2019 – +972

Due risoluzioni approvate dal parlamento francese e dal Congresso USA la scorsa settimana hanno preoccupanti implicazioni per i palestinesi e per i loro sostenitori.

Un decreto firmato mercoledì dal presidente USA Donald Trump, che concretamente prevede che l’attivismo palestinese venga preso di mira in quanto discriminatorio nei confronti degli ebrei in base al Civil Rights Act [legge sui diritti civili, emanata nel 1964 per porre fine alle discriminazioni razziali contro gli afro-americani, ndtr.], ha messo in allarme molti osservatori per la sua potenziale minaccia contro la libertà di parola riguardo ad Israele. Però il decreto è solo l’ultimo sviluppo legislativo di questo mese che mette in pericolo i diritti dei palestinesi e dei loro sostenitori all’estero.

Il 3 dicembre l’Assemblea Nazionale, la Camera bassa del parlamento francese, ha stabilito di adottare (con 154 voti contro 72) la bozza di definizione di antisemitismo formulata dalla International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, organizzazione intergovernativa il cui scopo è la conservazione della memoria dell’Olocausto, ndtr.] (IHRA). Tre giorni dopo la Camera dei Rappresentanti USA ha approvato (con 226 voti contro 188 e due astensioni) la legge parlamentare 326, una norma che obbliga a promuovere la soluzione dei due Stati e a rivitalizzare gli sforzi di pace promossi in precedenza dagli USA nella regione.

Le due risoluzioni, che di primo acchito non sembrano in rapporto tra loro, hanno in apparenza buone intenzioni. Dato il vertiginoso aumento di attacchi antisemiti in Francia e nel resto d’Europa, l’Assemblea Nazionale si è rivolta alla definizione dell’IHRA per contribuire ad istituzionalizzare la sua lotta contro il razzismo nei confronti degli ebrei. A Washington rappresentanti del Congresso hanno sperato di controbilanciare l’aperto sostegno dell’amministrazione Trump nei confronti delle politiche israeliane di colonizzazione puntando di nuovo a quella che vedono come una soluzione più equa del conflitto.

Tuttavia entrambe le leggi provocano serie preoccupazioni. Dalla sua emanazione del 2016 la definizione dell’IHRA è stata pesantemente messa in discussione perché include varie critiche nei confronti di Israele come esempi di azioni antisemite (6 su 11 esempi riguardano direttamente Israele). Nella sua risoluzione l’Assemblea Nazionale sottolinea persino che “criticare la semplice esistenza di Israele come collettivo di cittadini ebrei equivale a odio nei confronti della comunità ebraica nel suo complesso… tali abusi rendono sempre più l’antisionismo ‘una delle forme contemporanee di antisemitismo.’” Politici israeliani, compreso il ministro degli Affari Strategici Gilad Erdan e il capo di “Blu e Bianco” [coalizione di partiti di centro che ha vinto le ultime elezioni israeliane, ndtr.] Benny Gantz, hanno lodato la decisione.

La risoluzione insiste sul fatto che questa posizione non inibisce il diritto di criticare le politiche del governo israeliano, ma è esattamente quello che fa. Dipinge lo Stato di Israele e la diaspora ebraica come un tutt’uno, deducendone che ogni critica a quest’ultimo deve essere vista in primo luogo con sospetto, se non con ostilità. Vede il sionismo come l’unico legittimo contesto per l’esercizio dell’autodeterminazione ebraica, mentre ignora le opinioni antisioniste dissenzienti e gli israeliani e gli ebrei non sionisti in tutto il mondo. E respinge il diritto dei palestinesi – a cominciare da quelli che sono cittadini di Israele – di chiedere perché lo Stato dovrebbe privilegiare i cittadini ebrei invece di sancire uguali diritti per tutti.

Nel contempo la legge 326 riflette la classica tendenziosità della politica USA nei confronti della regione. Per esempio, una delle affermazioni del suo preambolo sostiene che “per più di 20 anni presidenti degli Stati Uniti di entrambi i partiti e primi ministri israeliani hanno sostenuto il raggiungimento della soluzione dei Due Stati” (sottolineatura dell’autore). Il Congresso ignora volutamente non solo che Netanyahu, il leader di Israele nello scorso decennio, ha fatto tutto il possibile per ostacolare uno Stato palestinese, ma non si preoccupa neppure di menzionare l’Autorità Nazionale Palestinese – l’unico attore che ha effettivamente lavorato, benché incautamente e inutilmente, come parte del progetto per il riconoscimento di quello Stato.

Oltretutto, pur aderendo solo formalmente all’autodeterminazione dei palestinesi, metà dei preamboli della risoluzione sono dedicati a ribadire continuamente l’appoggio “incrollabile” nei confronti di Israele (senza menzionare neanche una volta la parola “occupazione”). Un ultimo emendamento al testo ha persino reiterato “i ferrei impegni” dell’America verso il memorandum d’intesa firmato dal presidente Obama che concede a Israele 3,8 miliardi di dollari all’anno in fondi militari dal 2019 al 2028. La frase è una chiara risposta al crescente dibattito all’interno del partito Democratico in merito a porre condizioni ai finanziamenti per Israele: invece di mettere in discussione la loro complicità nella conservazione della situazione attuale, la Camera ha affermato che li manterranno.

Benché queste risoluzioni non abbiano ancora un peso politico sostanziale, hanno però conseguenze molto preoccupanti per gli attivisti a favore dei diritti dei palestinesi.

In primo luogo rassicurano Israele che i suoi alleati all’estero non agiranno per ostacolare le sue ambizioni di annessione o la sua sempre maggiore oppressione dei palestinesi, semmai proteggeranno con entusiasmo l’impunità di Israele. La risoluzione francese lo fa danneggiando l’opposizione alle politiche di Israele e svalutando ogni critica alle basi ideologiche di Israele, come motivata da malvagità invece che dai diritti umani. Anche la risoluzione americana aiuta Israele, tenendo i parlamentari slegati dalla realtà sul terreno, preservando il mito che la soluzione dei Due Stati sia ancora percorribile, e che i dirigenti israeliani siano interessati a raggiungerla.

Secondo, le risoluzioni inviano un messaggio agghiacciante secondo cui, per quanto riguarda i governi francese e americano, i palestinesi non hanno diritto a una rappresentanza politica come popolo che sta lottando per la giustizia e i diritti umani. La prima risoluzione etichetta essenzialmente i palestinesi come intrinsecamente antisemiti perché osano denunciare i danni devastanti che il sionismo ha causato loro. La seconda risoluzione, che dipinge sfacciatamente USA e Israele come partner dalla stessa parte del tavolo negoziale, tratta i palestinesi semplicemente come la “controparte” con cui trattare invece di una Nazione che merita libertà e rispetto.

Prese insieme, le due risoluzioni illustrano in che misura Israele stia cercando di spogliare i palestinesi della loro umanità agli occhi di governi stranieri – e, tristemente, questi governi paiono molto ben disposti ad intensificare questo progetto a favore di Israele. Il nuovo decreto di Trump, l’ultimo di una crescente ondata di misure contro il BDS [movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, ndtr.] in tutto il mondo, preannuncia l’arrivo di altre pericolose iniziative come queste.

Eppure, anche di fronte a questi angoscianti attacchi, c’è ancora resistenza. Una lettera pubblica al parlamento francese firmata da 129 accademici ebrei e israeliani rifiuta la confusione dell’antisionismo con l’antisemitismo. La deputata [USA] Rashida Tlaib, contraria alla legge 326 insieme al resto di “The Squad” [“La Squadra”, gruppo di quattro giovani parlamentari democratiche con posizioni di sinistra, ndtr.], ha tenuto un discorso emozionante alla Camera [dei Rappresentanti] indossando la kefiah, la tradizionale sciarpa palestinese. Una nuova piattaforma politica, ““Freedom is the Future” [La libertà è il futuro] sta riunendo le voci palestinesi in vista delle elezioni del 2020. Le pressioni dall’alto si possono intensificare, ma lo sta facendo anche la lotta dal basso.

Amjad Iraqi è redattore e autore di +972 magazine. È anche analista politico di Al-Shabaka e in precedenza è stato un coordinatore della difesa di “Adalah” [Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele]. E’ un cittadino palestinese di Israele, attualmente residente ad Haifa.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ecco chi è Gideon Sa’ar, l’ideologo di destra che piace alla sinistra israeliana

Naomi Niddam

2 dicembre, 2019 + 972

Il membro del Likud Gideon Sa’ar è il volto nuovo della coalizione di sinistra e di centro anti-Netanyahu. Ma, come mostra la sua biografia, è un convinto ideologo di destra.

Negli ultimi due mesi la coalizione di centro sinistra “chiunque tranne Netanyahu” ha acquisito un nuovo volto: quello di Gideon Sa’ar, da tempo membro del Likud [partito di destra al governo, ndtr.] e antico rivale del Primo Ministro, che potrebbe alla fine sfidare Bibi (Netanyahu) per la guida del partito, se il Likud svolgesse le primarie. Per molti Sa’ar è l’antitesi di Netanyahu: ha buoni rapporti coi media, un atteggiamento da uomo di Stato e continua a far andare avanti le cose nonostante le pagliacciate di Netanyahu.

Ma prima di tirare un sospiro di sollievo conviene riconsiderare alcune delle sue scelte politiche e dichiarazioni pubbliche come ministro, per valutare dove potrebbe condurre Israele se fosse eletto Primo Ministro.

Sa’ar, 52 anni, è stato un ideologo della destra sin da quando era un giovane di Tehiya, partito ultranazionalista che protestava contro l’evacuazione delle colonie israeliane nel Sinai nel 1982 in seguito agli Accordi di Camp David. È fermamente contrario ad uno Stato palestinese e appoggia l’annessione della Cisgiordania – soprattutto dell’area C e delle colonie esistenti, avendo sostenuto qualche anno fa che una tale mossa deve essere “una politica ufficiale del Likud” e che il partito ha bisogno di “abbandonare formalmente l’idea dei due Stati”.

Da allora Sa’ar ha chiarito la sua intenzione di compiere passi concreti verso la messa in pratica della sovranità israeliana nei territori occupati, compreso un incremento della costruzione di colonie. Inoltre, secondo una dichiarazione che fece tre anni fa, ritiene che “il compito più urgente ed importante della Nazione è garantire una maggioranza ebraica in una Gerusalemme unita”, aggiungendo che la costruzione di colonie ebraiche nella città era “insufficiente”.

L’esperto di media, laico, ashkenazita che viene da Tel Aviv.

Come Ministro dell’Educazione dal 2009 al 2013, Sa’ar ha inserito la sua personale versione del sionismo nel curriculum scolastico, incluse lezioni sull’eredità ebraica e viaggi a Hebron [dove si trova una delle colonie israeliane più fanatiche e violente, ndtr.]. Ha anche supervisionato personalmente i cambiamenti di personale nei dipartimenti civili del Ministero, inserendovi quattro membri dell’Istituto per le Strategie Sioniste, un gruppo di esperti ideologico.

La professoressa Yuli Tamir, ex politica laburista e Ministro dell’Educazione prima di Sa’ar, rileva che l’educazione civica in Israele è peggiorata dopo il suo incarico. Tuttavia apprezza Sa’ar, dicendo che i ministri che gli sono succeduti “hanno distrutto l’intero sistema”. Benché avesse dei disaccordi con Sa’ar, continua, “lui era molto professionale. Dopo le proteste per la giustizia sociale (del 2011) ha introdotto una riforma che ha inserito l’istruzione gratuita dall’età di tre anni.”

Ogni ministro porta nel sistema la propria visione del mondo”, continua Tamir. “Io ho portato la mia, e lui la sua. Cerchiamo di lasciare un segno. Io non ho sempre approvato ciò che lui ha fatto, ma, a differenza di Naftali Bennett [dirigente della coalizione di estrema destra dei coloni, ndtr.] (Ministro dell’Educazione dal 2015 al 2019), ha agito in modo ragionevole.”

Tamir suggerisce che chi preferisce Sa’ar a Netanyahu forse rimpiange, come lei, un dibattito corretto. “Sa’ar è molto di destra, ma non ha bisogno che tutti siano d’accordo con lui”, continua. “Abbiamo avuto molti scontri, ma lui si è sempre comportato secondo le regole – a differenza di Bibi, che le ha completamente stravolte. È questa l’impressione – non che Sa’ar sia di sinistra, ma che sia un uomo che rispetta le regole.”

Il professor Yossi Dahan, un fondatore del sito web israeliano di sinistra Haokets ed esperto di educazione e giustizia sociale, respinge l’opinione di Tamir. “Sa’ar non si comporta secondo le regole democratiche, se non sono le regole della maggioranza”, dice. “È uno dei più entusiastici sostenitori del gruppo di estrema destra sionista ‘Im Tirtzu’, quindi non capisco come possa essere un democratico. Non ha mai condannato quell’organizzazione, che un giudice ha sentenziato potesse essere definita legalmente un gruppo fascista”, continua Dahan. “Quando mai ha condannato la destra quando essa disprezza la legge e viola i diritti umani? Essere democratico comporta proteggere questi diritti.”

Dahan sostiene che la posizione morbida delle persone di sinistra verso Sa’ar deriva dal loro status sociale – laici, ashkenaziti [ebrei dell’Europa centro-orientale, ndtr.], abitanti di Tel Aviv, che sono “galvanizzati soprattutto dal fatto che lui gli assomiglia da vicino. Non è Miri Regev [ex militare e ministra della Cultura e dello Sport del Likud, che appoggia incondizionatamente Netanyahu, ndtr.] o Bazalel Smotrich [parlamentare della coalizione di estrema destra dei coloni, ndtr.]”.

Sa’ar è anche noto come benvoluto dai media e gode di un rapporto personale con parecchi giornalisti di alto livello in giornali e canali televisivi di tutto lo spettro politico.

Ha una profonda conoscenza dell’ambiente dei media, da quando ha lavorato per breve tempo come giornalista e commentatore”, dice Ronit Vardi, giornalista e commentatore politico.

Se la strategia mediatica di Netanyahu è aggressiva e reazionaria –avendo lanciato il canale 20 di estrema destra, a quanto pare con interventi personali nel modo di dare le notizie del [giornale] ‘Israel Hayom’ e del sito informativo web ‘Walla!’, e dimostrando una costante riluttanza ad essere intervistato – Sa’ar al contrario è riuscito a ingraziarsi giornalisti di sinistra e di destra senza mitigare le proprie opinioni.

Le conversazioni informali con Gideon Sa’ar sono sempre eccellenti”, dice Vardi. “I giornalisti ricavano un sacco di informazioni da lui, e anche la sua manipolazione nei loro confronti è più proficua.”

Continua la guerra ai richiedenti asilo

Un esempio di questa manipolazione sono i precedenti contraddittori di Sa’ar riguardo ai richiedenti asilo in Israele, quando era Ministro dell’Interno dal 2013 al 2014. Da un lato ha garantito un permesso ai richiedenti asilo di spicco perché rimanessero in Israele, un atto che è apparso dare un segno ai leader della lotta [dei richiedenti asilo] che lui prestava attenzione alle loro richieste. D’altro lato ha mantenuto una politica bellicosa che è stata responsabile della creazione del campo di detenzione di Holot, in mezzo al deserto meridionale israeliano. Vi sono stati imprigionati migliaia di richiedenti asilo africani – persone a cui i media non hanno dato né nomi né volti.

Come Ministro dell’Interno Sa’ar ha continuato a promuovere le decisioni del governo prese quando era Ministro dell’Interno Eli Yishai del partito Shas [partito di ebrei sefarditi ultraortodossi, ndtr.]. Holot, per esempio, non è stato un’idea di Sa’ar, ma piuttosto parte di un tira e molla legale tra la Corte Suprema ed il governo. Ma, a differenza dell’attuale Ministro dell’Interno Aryeh Deri, anch’egli dello Shas, Sa’ar ha usato la guerra ai richiedenti asilo come strumento politico e, secondo Yael Agor Orgel, membro del Consiglio del Centro della Comunità Africana di Gerusalemme, si è vantato di farlo. “Deri è più disposto di Sa’ar a considerare i richiedenti asilo come esseri umani”, dice.

Oltre ad applicare formalmente le precedenti decisioni del governo, Saa’ar ha anche introdotto una delle politiche che ha maggiormente danneggiato i richiedenti asilo – la riduzione del numero delle sedi dove potevano rivolgersi per essere riconosciuti come rifugiati e li ha isolati rispetto ad altre procedure burocratiche.

Il suo intento era rendere loro la vita difficile”, dice Agor Orgel. “Invece di passare due ore al mattino per richiedere i servizi, devono passare una giornata intera e fare ore di coda. Ora vi è un dipartimento che è precluso a chiunque non sia un richiedente asilo e che si occupa solo di loro. Vi subiscono trattamenti umilianti, degradanti e verbalmente violenti.”

Alcuni dicono che la preferenza di Sa’ar rispetto a Netanyahu è simile a come la gente si rapporta con Ayelet Shaked [ex Ministra della Giustizia, dirigente della coalizione di estrema destra dei coloni, ndtr.]: entrambi sono di Tel Aviv e sono della giusta classe socioeconomica di destra e del colore giusto. Ma, a parte le dinamiche sociali, è difficile ignorare l’inusuale grado di rispetto che Sa’ar ha ottenuto dai suoi rivali politici.

Non è solo questione di familiarità, ma è anche il fatto che lui è il tipo di politico che può proporre fatti, non solo parole. Sa’ar ha guadagnato consensi perché non si nasconde dietro parole vuote: dichiara apertamente le proprie intenzioni politiche e fa tutto ciò che può per portarle avanti – che si tratti di espandere il territorio israeliano, di rafforzare l’identità ebraica, di calpestare i diritti dei palestinesi o di agire con la forza contro ogni resistenza.

Una versione di questo articolo è stata originariamente pubblicata in ebraico su Local Call.

Naomi Niddam è una giornalista

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Dirigente di un gruppo suprematista ebraico imputato di incitamento all’odio contro i palestinesi

Natasha Roth-Rowland

27 Novembre 2019 – +972

Come Benjamin Netanyahu, Benzi Gopstein deve affrontare un procedimento penale atteso da tempo. Ma l’incriminazione di entrambi non cambia niente riguardo al sistema razzista ed espansionista che li ha prodotti

Martedì [26 novembre] un tribunale di Gerusalemme ha incriminato Benzi Gopstein, capo del gruppo razzista anti-assimilazionista “Lehava”, ed ha bandito il candidato alla Knesset del partito Otzma Yehudit [Potere Ebraico] per incitamento alla violenza, al razzismo e al terrorismo e per essersi pronunciato in favore del massacro alla Grotta dei Patriarchi di Hebron da parte di Baruch Goldstein nel 1994. Il suo rinvio a giudizio rappresenta il culmine di una campagna durata otto anni da parte dell’“Israel Reform Action Center” [Centro di Azione Israeliano per la Riforma, ndtr.] (IRAC), braccio giuridico dell’ebraismo riformato, per far sì che Gopstein e Lehava rendano conto [della loro posizione politica].

L’incriminazione di Gopstein cita, tra le altre cose, video in cui egli ha giustificato l’uso della violenza contro i palestinesi che sono in rapporto con donne ebree; ha definito i “nemici tra noi” (cioè i palestinesi) un “cancro”, ha proposto che la soluzione sia togliere di mezzo la Cupola della Roccia e la moschea di al-Aqsa ed ha affermato che ogni palestinese che egli dovesse vedere ad un matrimonio ebraico finirebbe nel “più vicino ospedale”.

Gopstein, allievo del fondatore della “Lega per la Difesa Ebraica” e demagogo razzista Meir Kahane ed ex-attivista del Kach, movimento politico israeliano di quest’ultimo, ha una lunga e storica carriera di razzismo violento. Da giovane ha avuto a che fare con la giustizia, in particolare quando è stato arrestato (e in seguito rilasciato per mancanza di prove) nel novembre 1990 in quanto sospettato di essere coinvolto nell’uccisione di due palestinesi, a quanto pare come rappresaglia per l’assassinio di Kahane a New York all’inizio di quel mese.

Di tutti i discepoli di Kahane che occupano ancora un posto sulla ribalta, Gopstein si è forse impegnato in modo più assiduo per portare avanti la principale ossessione del suo mentore: evitare rapporti tra ebrei e palestinesi, soprattutto tra donne ebree e uomini palestinesi. Come fondatore e capo di “Lehava” (il cui nome in ebraico è un acronimo per “Evitare l’Assimilazione nella Terra Santa”), Gopstein ha progettato di persona accaniti e spesso violenti tentativi di distruggere rapporti misti [tra israeliani e palestinesi, ndtr.] – sia tramite l’istituzione di un “telefono rosso” in stile Stasi [polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca, ndtr.], in cui israeliani preoccupati possono dare informazioni su cittadini che sospettano avere rapporti misti, fino a violente proteste durante matrimoni musulmani in cui la moglie si sia convertita dall’ebraismo.

Questi incidenti hanno fatto di “Lehava” un parafulmine per le critiche all’estrema destra nel discorso pubblico israeliano. Ed è facile capire perché: l’organizzazione e le sue azioni sono emblematiche dei fenomeni che israeliani progressisti (e non tanto progressisti) evidenziano come i mali della loro società, in un modo che consente loro di evitare di approfondire i più profondi problemi strutturali in cui essi stessi sono coinvolti.

Come Kahane prima di lui, Gopstein ha cercato di reclutare intorno alla sua causa giovani disadattati e svantaggiati dal punto di vista socio-economico, portando nell’organizzazione mizrahim (ebrei originari dei Paesi arabi o musulmani) della periferia sociale e geografica di Israele. La sua orchestrazione di proteste molto visibili – sia durante i matrimoni summenzionati o quelle del sabato notte in piazza Zion a Gerusalemme – garantisce che i media e i politici israeliani abbiano un archivio di immagini da condannare quando insistono che nel Paese la violenza della destra è esclusivamente un problema “mizrahi” (cioè: marginale e non istituzionale), invece che sistematico o “ampiamente diffuso” (cioè: ashkenazita [ebrei di origine europea, che dominano nella vita economica, politica e sociale di Israele, ndtr.]).

Analogamente lo stesso Gopstein – insieme al resto della sua coorte di “Otzma Yehudit”: Itamar Ben-Gvir, Baruch Marzel e Michael Ben-Ari — è liquidato come un fanatico religioso marginale, la cui ortodossia gli israeliani stentano ad evidenziare quando si scagliano contro la sua ideologia. Quindi, per esempio, durante un dibattito alla Knesset sulla messa fuori legge di “Lehava” nel 2015, il parlamentare laburista Itzik Shmuli denunciò trionfalmente Gopstein come “Isis con la kippah [il tradizionale copricapo ebraico, soprattutto degli ebrei praticanti, ndtr.]”.

Tali tentativi di definire come “diversi” i terroristi ebrei – siano Kahane, Yigal Amir [l’assassino di Rabin, ndtr.], Baruch Goldstein [autore della strage di 29 fedeli palestinesi nella tomba dei Patriarchi a Hebron, ndtr.], gli assassini di Muhammad Abu Khdeir [ragazzino palestinese bruciato vivo per vendicare la morte di tre giovani coloni uccisi da palestinesi nel 2014, ndtr.] o la “gioventù della cima delle colline” [gruppo informale di coloni estemisti, ndtr.] che incendia chiese, case e scuole [palestinesi] – è molto utile all’establishment israeliano. La condanna e l’occasionale incriminazione di questi personaggi consente al governo e ai suoi sostenitori interni ed internazionali di evidenziare un sistema giudiziario che funziona e un codice morale che rifiuta questa ideologia e queste azioni razziste. È lo stesso meccanismo che seleziona sporadicamente e in apparenza (anche se non realmente) in modo arbitrario soldati e poliziotti israeliani da punire per la continua serie di uccisioni extragiudiziarie di palestinesi, tra gli altri violenti misfatti.

In entrambi i processi, il sistema che produce violenza politica e abusi dell’esercito e li ricompensa con un’impunità quasi totale sfugge a una verifica.

Vale la pena di notare il tempismo dell’incriminazione di Gopstein: cinque giorni dopo l’incriminazione di Benjamin Netanyahu e nel bel mezzo dell’ultimo picco di violenza dei coloni in Cisgiordania durato sette giorni, compresa l’ultima fiammata dello scorso fine settimana a Hebron in cui circa una decina di palestinesi sono rimasti feriti, tra cui un bimbo di 18 mesi.

L’incriminazione di Netanyahu è stata sbandierata come la prova decisiva di una democrazia israeliana in ottima salute – un sistema talmente sicuro da mettere sotto processo il suo stesso primo ministro. Tali analisi hanno misteriosamente ignorato il fatto che Netanyahu finora non ha dovuto affrontare alcuna conseguenza per il fatto di aver infranto ripetutamente la legge relativa alla campagna elettorale e alle elezioni, né per i suoi tentativi razzisti di sopprimere il diritto di voto [dei palestinesi] – azioni che, si potrebbe pensare, rivelano molto più dello stato della democrazia israeliana di quanto questi osservatori evidenzino. Non dimentichiamoci neppure che Netanyahu ha conferito una legittimazione senza precedenti a Gopstein e ai suoi colleghi di “Otzma Yehudit” intervenendo personalmente in loro favore prima delle elezioni dell’aprile 2019.

Né la squadra di quelli che dicono che “la corruzione rafforza la democrazia” segnala l’altro, più fondamentale ostacolo per le loro analisi, cioè che il sistema giudiziario che ha indagato e incriminato Netanyahu è lo stesso che appoggia l’occupazione della Cisgiordania e l’assedio contro Gaza; che consente l’espulsione di palestinesi dalle loro case e la loro demolizione; che gestisce un apparato giudiziario separato su base etnica nei territori occupati, uno per i palestinesi e l’altro per gli ebrei. Ed è lo stesso sistema giudiziario che costantemente omette di considerare responsabili i propri soldati e civili per aver commesso soprusi, per aver aggredito e ucciso palestinesi ed ebrei etiopi, perché fa parte di uno Stato che, lasciando mano libera ai coloni violenti che agiscono in qualità di civili, ha rinunciato al proprio monopolio sull’uso legittimo della violenza.

In altre parole il sistema giudiziario che ha messo sotto processo Netanyahu e Gopstein in questo stesso momento sta anche consentendo ai coloni di aggirarsi per la Cisgiordania vandalizzando e incendiando proprietà palestinesi e aggredendo i proprietari. Queste due incriminazioni di alto livello non intaccano minimamente i progetti di espansione delle colonie, di esclusione su base etnica e di occupazione militare, azioni promosse dagli individui incriminati: la violenza nella relazione con i palestinesi continuerà anche se Gopstein verrà condannato, e la formalizzazione dell’annessione della Cisgiordania, insieme alla devastazione di Gaza che dura da molto tempo, sopravvivrà alla destituzione di Netanyahu.

Il sistema giudiziario che li ha messi sotto processo, per quanto possa essere disturbato dai loro quasi indistinguibili attacchi contro di esso come quinta colonna all’interno della società israeliana, continuerà ad approvare questi progetti.

È positivo che questi due uomini stiano affrontando le conseguenze attese da tempo per (alcune delle) loro azioni. L’ Israeli Religious Action Center, in particolare, deve essere elogiato per una battaglia quasi decennale per chiamare Gopstein a rispondere delle sue azioni. Ma non dobbiamo neppure fare di questa serie di avvenimenti altro che quello che sono: una foglia di fico che, puntando il dito contro due facili bersagli, rafforza piuttosto che indebolire il sistema che li ha prodotti.

Natasha Roth-Rowland è una dottoranda in storia all’università della Virginia, dove fa ricerca e scrive sull’estrema destra ebraica israeliana in Israele-Palestina e negli USA. In precedenza ha passato parecchi anni come scrittrice, redattrice e traduttrice in Israele-Palestina e il suo lavoro è stato pubblicato su The Daily Beast, the London Review of Books Blog, Haaretz, The Forward e Protocols. Scrive sotto lo pseudonimo del suo vero cognome in memoria di suo nonno, Kurt, che venne obbligato a cambiare il proprio cognome in ‘Rowland’ quando cercò di rifugiarsi in Gran Bretagna durante la Seconda Guerra Mondiale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come la questione israelo-palestinese è arrivata al cuore della politica USA

Alex Kane

22 novembre 2019 – +972

Un acceso dibattito su Israele e Palestina sta diventando centrale nella politica USA e non vi sono segnali che si stia spegnendo.

L’ultima volta che vi sono state delle primarie aperte del partito democratico, Hillary Clinton e Barack Obama si sono scontrati su tutto, dalla guerra in Iraq all’assistenza sanitaria, alla razza. Cioè su tutto tranne che su Israele.

Le critiche a Israele, nel corso della campagna elettorale 2007-2008 si sono limitate a candidati marginali. In un dibattito del 2007 sulla radio nazionale, Mike Gravel, il polemico ex senatore dell’Alaska che non ha mai avuto consensi superiori al 3%, ha chiesto perché fosse un problema che l’Iran finanziasse Hamas e Hezbollah, mentre gli Stati Uniti finanziano Israele.

Quella è stata una delle rare eccezioni rispetto alla linea standard filoisraeliana diffusa durante il periodo delle primarie – e il candidato che l’ha fatto non era esattamente una star. Gravel non ha ottenuto nemmeno un delegato. Mentre Clinton e Obama davano debitamente voce all’appoggio ad Israele durante la campagna, le relazioni tra USA ed Israele non occupavano un posto centrale nella corsa alle primarie democratiche

Dieci anni dopo, il dibattito su Israele è radicalmente cambiato. Adesso sta occupando la scena principale della politica americana – la corsa alla presidenza – e le aule del Congresso.

Il senatore Bernie Sanders, che è dato terzo nei sondaggi come prossimo candidato democratico alla presidenza, ha detto ripetutamente di desiderare che gli USA diminuiscano gli aiuti militari ad Israele per porre fine all’iniquo trattamento dei palestinesi da parte di Israele. Pete Buttigieg, il sindaco dell’Indiana accreditato al quarto posto, ha detto che i contribuenti statunitensi non dovrebbero pagare il conto di un’annessione israeliana della Cisgiordania. La senatrice Elizabeth Warren, che sta lottando per il primo posto con Joe Biden, è stata meno esplicita sui suoi programmi riguardo ad Israele/Palestina. Però ha parlato della necessità di porre termine all’occupazione israeliana e a ottobre ha detto di essere disposta a condizionare l’aiuto militare USA ad Israele. Quanto a Biden, è il solo a dichiarare che condizionare l’aiuto militare USA ad Israele sarebbe “assolutamente vergognoso”.

Intanto un nuovo gruppo di progressisti, guidati dalle deputate Ilhan Omar e Rashida Tlaib, sta allargando il dibattito al Congresso sull’alleanza USA-Israele, chiedendo limitazioni agli aiuti militari USA e accogliendo le tattiche di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni come strumenti per cambiare lo status quo sul terreno.

“C’è una crescente apertura e volontà di parlare in modo molto più approfondito e molto più imparziale riguardo alla realtà del conflitto israelo-palestinese”, ha detto Logan Bayroff, portavoce di ‘J Street’, il gruppo di pressione ebreo-americano filoisraeliano. “Si è aperto uno spazio molto più ampio negli ultimi 10 anni e soprattutto negli ultimi quattro, sotto l’amministrazione Trump.”

Questa evoluzione non è casuale. Il netto cambiamento nel dibattito statunitense su Israele e Palestina è il risultato di cambiamenti da tempo in gestazione nell’ideologia del partito, di una serie di clamorosi eventi in Israele e negli USA e della tenace organizzazione condotta da palestinesi americani che ha messo a profitto queste tendenze. Il risultato di tutto ciò? Un vivace dibattito sul futuro delle relazioni tra USA e Israele che non mostra segni di spegnersi.

Lo Stato ebraico non è estraneo alle politiche di Washington. Anche prima che il Presidente Harry Truman riconoscesse Israele nel 1948, gli ebrei americani stavano al Campidoglio, facendo pressione su Truman perché appoggiasse la trasformazione della Palestina, allora a maggioranza araba, in uno Stato ebraico.

Durante molti dei 70 anni trascorsi da allora, la discussione su Israele a Washington si è incentrata su come meglio proteggere lo Stato ebraico dai suoi ostili vicini.

Vi sono state occasionali interruzioni dello status quo. All’inizio degli anni ’80 il Presidente Ronald Reagan ha sospeso l’invio di aerei da combattimento ad Israele dopo il bombardamento di un reattore nucleare iracheno ed ha proibito l’esportazione di bombe a grappolo dopo che Israele le ha sganciate sul Libano durante la prima guerra israeliana in quel Paese. Nel 1992 il Presidente George H. W. Bush ha rifiutato di approvare la concessione di crediti a Israele finché non avesse smesso di costruire colonie su terra palestinese in Cisgiordania e a Gaza.

Questi occasionali cambiamenti nella posizione politica americana riguardo a Israele non hanno comunque compromesso l’alleanza di ferro tra USA ed Israele. E alla fine queste fratture nella discussione sullo status quo si sono spente.

Tuttavia la polarizzazione della politica di Washington negli ultimi anni ha aperto la strada all’attuale contrapposizione su Israele. Il partito repubblicano è diventato più bianco, più vecchio e più ricco. L’influenza dei cristiani evangelici di destra sul GOP [il partito repubblicano, ndtr.] è notevolmente aumentata, spingendo molto a destra la politica del partito repubblicano su Israele. Il partito democratico ha fatto maggior affidamento sulla gente di colore, sui giovani, sui laici e sulle minoranze religiose. I sostenitori di entrambi i partiti si sono coalizzati intorno a due visioni profondamente diverse su come l’America dovrebbe comportarsi nel mondo. Gli attacchi dell’11 settembre 2001 hanno provvisoriamente unito la dirigenza democratica e quella repubblicana per promuovere la guerra all’Iraq, ma negli ambienti progressisti il sentimento contro la guerra era forte. E con esso, vi era maggior attenzione verso la questione palestinese, benché la Palestina a volte costituisse un argomento divisivo. Alcuni progressisti non volevano collegare la Palestina all’Iraq, mentre quelli più schierati a sinistra le vedevano come questioni interconnesse.

“Hanno incominciato a mettere in rapporto ciò che avveniva all’interno del Paese e ciò che avveniva in Israele, perché Israele stava facendo quel collegamento all’interno della sua campagna di hasbara (propaganda)”, ha detto Zaha Hassan, una ricercatrice ospite al ‘Carnegie Endowment for International Peace’ [organizzazione no profit, che ha come missione la promozione della pace e la cooperazione fra le Nazioni, ndtr.]. “Dicevano che la resistenza palestinese nei territori occupati non era diversa dai movimenti islamici estremisti in Medio Oriente. I liberal e i progressisti negli Stati Uniti hanno incominciato a chiedersi se i valori sostenuti dal loro movimento potessero coerentemente continuare ad appoggiare Israele senza prendere in considerazione i diritti umani dei palestinesi.”

Era normale, nelle proteste contro la guerra in Iraq, vedere le bandiere palestinesi, sentire lo slogan “Dall’Iraq alla Palestina, l’occupazione è un crimine!”. Il legame tra la lotta contro l’imperialismo USA e la Palestina ricordava la fine degli anni ’60, quando i militanti del Black Power proposero una prospettiva internazionalista che collegava la lotta dei neri negli USA alle lotte anticoloniali in tutto il mondo, compresa la Palestina. Nell’era post 11 settembre, come alla fine degli anni ’60, le divisioni nelle strade riguardo a Israele-Palestina non si sono tradotte in una rottura nel consenso di Washington su Israele. Invece si è dovuti arrivare agli anni di Obama perché lo scetticismo su Israele giungesse al cuore del dibattito nel distretto di Washington.

L’elezione alla presidenza di Barack Obama è giunta come uno shock in un Paese abituato ad avere un bianco insediato alla Casa Bianca. Egli ha anche promesso di chiudere con le guerre dell’era Bush e di ricucire le relazioni con il mondo arabo e musulmano dopo l’11 settembre, una promessa che ha cercato di onorare compiendo la sua prima visita oltremare in Medio Oriente. Là, ha promesso una nuova era nella politica USA.

Una delle aree di quella nuova politica era Israele-Palestina. Dopo essersi insediato nel gennaio 2009, egli [Obama] ha telefonato al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas prima che al primo ministro israeliano Ehud Olmert, che presto avrebbe lasciato l’incarico per uno scandalo, sostituito da Benjamin Netanyahu. Nel suo viaggio in Medio Oriente, Obama non è atterrato in Israele, ma al Cairo, dove ha criticato la violenza palestinese, ma ha chiesto a Israele che smettesse di costruire colonie e che affrontasse la crisi umanitaria di Gaza.

Snobbato da Netanyahu, il cui governo ha continuato a costruire colonie israeliane, Obama non ha mai dato seguito alle sue richieste con dei fatti. Ma l’appello di Obama per un congelamento delle colonie, accanto alla fredda risposta di Netanyahu, ha gettato le basi per quella che sarebbe diventata una relazione avvelenata tra Obama e Netanyahu.

Queste tensioni hanno raggiunto un picco nel 2013 con il dibattito sull’accordo nucleare iraniano. La decisione di Obama di negoziare un accordo con l’Iran ha fatto venire un colpo a Netanyahu ed ai suoi alleati repubblicani. Ai loro occhi, l’accordo avrebbe consentito all’Iran di entrare nell’economia globale senza fare niente per limitare i suoi finanziamenti a gruppi di militanti ostili alla politica USA nella regione. Per Netanyahu, avrebbe anche compromesso il ruolo dell’Iran come elemento di distrazione dalla questione palestinese.

Il partito Repubblicano ha invitato Netanyahu a tenere un discorso al Congresso per cercare di impedire l’accordo. Questo ha provocato un impressionante scontro politico tra Obama, lo storico presidente amato dalla base del suo partito, da un lato, e il partito Repubblicano ed Israele dall’altro, accentuando la contrapposizione riguardo allo Stato ebraico.

“I repubblicani pensavano che Netanyahu fosse il leader più importante al mondo in quel momento – persino più di Reagan. È diventato una star, come se fosse il guru del partito repubblicano”, ha detto Shibley Telhami, docente all’università del Maryland e professore associato ospite presso la ‘Brookings Institution’ [importante gruppo di ricerca americano indipendente, ndtr.]. Per i democratici era l’esatto opposto. Ciò ha avuto un grande impatto.”

Telhami, un sondaggista, ha osservato queste ripercussioni in una inchiesta che ha condotto nel dicembre 2015: i sondaggi contrari a Netanyahu tra i democratici sono saliti dal 22% al 34%. Il 13% dei repubblicani non vedeva di buon’occhio il leader israeliano, mentre il 51% gli era favorevole.

Quando Netanyahu è arrivato a Washington nel marzo 2015 per opporsi all’accordo con l’Iran, 58 democratici e indipendenti alleati dei democratici hanno boicottato il suo intervento.

Le critiche ad Israele all’epoca di Obama non si limitavano al Congresso. Erano persino più aspre nei movimenti sociali progressisti, che a loro volta rassicuravano i democratici riguardo al fatto che la loro posizione anti Netanyahu era appoggiata dalla loro base elettorale.

Nel periodo in cui si è svolto lo scontro tra Obama e Netanyahu sull’Iran, sempre più gruppi per i diritti dei palestinesi hanno destinato risorse a Washington. Nel 2015 ‘Jewish Voice for Peace’ [Voce Ebraica per la Pace] (JVP), l’associazione di [ebrei di] sinistra di solidarietà con la Palestina, ha assunto il suo primo dipendente focalizzato sul Congresso.

“C’è stato l’attacco a Gaza del 2014, e allora improvvisamente siamo diventati molto, molto più grandi”, ha detto Rebecca Vilkomerson, che ha appena lasciato la carica di capo di JVP dopo 10 anni in carica. “Abbiamo deciso che avevamo abbastanza membri con abbastanza sezioni locali per cui non sarebbe stato inutile andare a fare questo genere di incontri (al Congresso)”.

Inoltre alla fine del 2014 ‘Defense for Children International-Palestine’ [associazione internazionale per la difesa dei bambini con sede a Ginevra, ndtr.] e l’ ‘American Friends Service Committee’ [associazione di quaccheri che si batte per la giustizia sociale, la pace, la riconciliazione tra i popoli, l’abolizione della pena di morte ed i diritti umani, ndtr.] hanno lanciato la campagna “Non è il modo di trattare un bambino”, un tentativo concentrato su Washington di spingere i parlamentari USA a esprimersi contro i maltrattamenti israeliani nei confronti dei bambini palestinesi. Questo tentativo ha avuto successo, soprattutto presso la deputata Betty McCollum: con le sue proposte di legge e lettere che chiedevano attenzione per gli arresti israeliani di bambini palestinesi, è diventata il principale difensore dei diritti dei palestinesi al Campidoglio.

Tuttavia non tutti i gruppi della sinistra progressista lavoravano congiuntamente. ‘J Street’ [associazione di ebrei liberal moderatamente critici con Israele, ndtr.], per esempio, un gruppo fondato nel 2007, si è creato uno spazio a parte in Campidoglio: premere per uno Stato palestinese e per la fine dell’occupazione israeliana per consentire ad Israele di rimanere “ebreo e democratico”, secondo quanto afferma J Street. Ciò si opponeva a gruppi come JVP e ‘US Campaign for Palestinian Rights’ [coalizione di gruppi che lavorano per libertà, giustizia ed eguaglianza, ndtr.] (USCPR), i quali sostengono in pieno la strategia del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni [contro Israele, ndtr.] (BDS) – compreso il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi – e il taglio degli aiuti militari statunitensi [ad Israele, ndtr.]. Eppure nel loro insieme, i gruppi da J Street a ‘US Campaign’ hanno introdotto una novità in un dibattito normalmente dominato soltanto dalla preoccupazione per la sicurezza di Israele.

“Anche se la parte avversa ha molte più risorse e migliori relazioni, i gruppi per i diritti dei palestinesi hanno svolto un duro e diligente lavoro per rendere visibile la propria presenza in Campidoglio, chiarendo che c’è un’altra prospettiva che i membri del Congresso devono riconoscere, anche se non sentono ancora la necessità di votare in quel senso”, ha detto a +972 un autorevole assistente parlamentare. “Ecco come riesci a spostare il dibattito. Si inizia a rendere più complessa la questione per la gente, e per troppi membri del Congresso la questione è stata semplice. Ciò sta cambiando.”

Ma se il dibattito a Washington si è incentrato su Netanyahu, i movimenti sociali di sinistra non hanno focalizzato la principale attenzione sul leader israeliano. Al contrario, si sono concentrati su Israele stesso e hanno criticato l’intero regime che ha governato i palestinesi in modo simile ad uno Stato di apartheid, uno Stato che doveva essere boicottato – un messaggio diffuso dalle campagne BDS. I gruppi per i diritti dei palestinesi si sono alleati con i gruppi per i diritti dei migranti e per i diritti civili in campagne indirizzate a chi fa profitti con le carceri private, lanciando il messaggio che l’oppressione delle persone di colore nelle carceri è collegata all’oppressione dei palestinesi – soprattutto perché imprese come G4S [società privata britannica di servizi per la sicurezza, ndtr.] traggono profitto dall’incarcerazione di tutte quelle comunità. Sezioni di ‘Students for Justice in Palestine’ [organizzazione di attivisti studenteschi pro-palestinesi negli Stati Uniti, in Canada e in Nuova Zelanda, ndtr.] hanno formato coalizioni con comunità di colore nei campus universitari per spingere i dirigenti studenteschi ad appoggiare il disinvestimento dalle imprese che traggono profitto dall’occupazione israeliana.

Molto di questo lavoro degli studenti è stato guidato dagli stessi palestinesi, un’eco del lavoro che gruppi come la ‘General Union of Palestinian Students’ [organizzazione gestita da studenti palestinesi che esiste fin dai primi anni ’20, ndtr.] hanno fatto nei campus USA a cominciare dalla guerra del 1967. Dopo gli Accordi di Oslo [del 1993], l’attivismo guidato dai palestinesi negli USA è venuto meno, in quanto è stata dedicata maggiore attenzione alla creazione di uno Stato a casa loro piuttosto che a creare un movimento globale anticoloniale. Ma, una volta falliti gli Accordi di Oslo, i capi delle organizzazioni palestinesi si sono reinseriti nel più ampio movimento di solidarietà. Questa rinascita ha raggiunto il suo apice in seguito all’invasione israeliana di Gaza nel 2008-2009.

“I palestinesi hanno iniziato ad essere più autocentrati, il che ha anche significato che sono aumentati i militanti palestinesi”, ha detto Andrew Kadi, a lungo organizzatore palestinese-americano e membro del comitato direttivo della USCPR.

Uno dei momenti più importanti per il movimento per i diritti dei palestinesi è stato nell’agosto 2016, quando ‘A Vision for Black Lives’, una piattaforma politica resa pubblica da gruppi collegati con il movimento ‘Black Lives Matter’, ha appoggiato il disinvestimento dal “complesso militare-industriale” di Israele ed ha accusato Israele di apartheid e genocidio. Per i gruppi per i diritti dei palestinesi la piattaforma politica è stata un eccellente esempio di come la lotta per la libertà dei neri e la lotta palestinese dovrebbero essere collegate. È stata una brillante affermazione della loro strategia “intersezionale”, che garantiva che i palestinesi difendessero i diritti dei neri negli USA, e viceversa, come parte di una più vasta spinta a collegare le lotte per la giustizia dei palestinesi e dei neri.

“Vi è ora una situazione in cui i movimenti sociali sono profondamente interconnessi”, ha detto Nadia Ben Youssef, direttrice delle attività di sostegno del Center for Constitutional Rights [Centro per i diritti costituzionali, organizzazione di sinistra per il patrocinio legale senza scopo di lucro con sede a New York, ndtr.]. “Stiamo creando una politica coerente di giustizia sociale, per cui se tu hai un’opinione sulla giustizia razziale, sulla detenzione, sulla disuguaglianza in senso più generale, hai un’opinione anche sulla Palestina.”

Nel periodo dello shock delle elezioni del 2016, l’ampio schieramento di sinistra era arrivato a riconoscere che i diritti dei palestinesi avrebbero dovuto essere parte integrante del programma progressista. Linda Sarsour, un’importante attivista palestinese-americana, è stata uno dei volti della storica Marcia delle Donne contro Trump del gennaio 2017. Ma l’integrazione dei diritti dei palestinesi nel movimento progressista non è avvenuto senza polemiche. Gruppi filoisraeliani hanno attaccato Sarsour e il Movimento per le Vite dei Neri. Li hanno accusati di dirottare il movimento progressista verso un programma del tutto differente. Tuttavia è diventato insostenibile per i progressisti ignorare la Palestina.

Ciò è diventato ancor più evidente quando dirigenti progressisti come Ilhan Omar, eletta nel 2016, ha sposato la lotta a favore di qualunque cosa, dall’assistenza sanitaria per tutti al Green New Deal fino all’eliminazione dell’occupazione israeliana. L’impostazione di politica estera di Omar si concentra sulla smilitarizzazione e sui diritti umani, senza fare eccezione riguardo al trattamento di Israele verso i palestinesi.

L’elezione di Trump ha esasperato la politica sulla Palestina negli USA. La sua stretta alleanza con Netanyahu ha allontanato i democratici da Israele. I regali di Trump alla destra israeliana – il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, il silenzio dell’amministrazione sulle colonie israeliane e il riconoscimento delle alture del Golan come territorio israeliano – lo hanno ulteriormente legato a Netanyahu, un problema per coloro che credono nell’importanza di una relazione bipartisan con lo Stato ebraico.

Trump ha perseguito anche un’altra strategia che ha portato la questione israelo-palestinese al centro del dibattito americano: definendo “antisemiti” suoi accesi oppositori come Omar e Tlaib, parte di un tentativo di spaccare il partito democratico, fa perdere elettori ebrei ed eccita la sua base di destra.

“Avete visto il partito repubblicano cercare di trasformarlo in un’arma politica, una questione spinosa. Diventa una questione di guerra culturale, come l’aborto o l’immigrazione”, ha detto Logan Bayroff, il portavoce di J Street. “Questo provoca la loro base elettorale, che non sono ebrei americani ma sono tanti elettori evangelici, che stanno guidando il programma [di Trump].”

La decisione di Netanyahu nello scorso agosto di vietare a Omar e Tlaib di recarsi in Israele-Palestina con una delegazione del Congresso faceva parte della strategia di Trump di dipingerle come nemiche di Israele e dell’America. Facendo in modo di creare un contrasto internazionale da prima pagina, Trump ha portato avanti i suoi piani di fare di Omar e Tlaib i volti del partito democratico, una strategia che lui reputa vincente nei confronti delle persone preoccupate della corsa a sinistra dei democratici.

Ma quella decisione ha avuto anche un effetto boomerang. Omar e Tlaib hanno tenuto un’eccezionale conferenza stampa dopo che è stato comunicato il divieto, in cui hanno parlato ad un pubblico di tutta la Nazione dell’indecenza dell’occupazione e di come Israele fa del male ai palestinesi. È stata, in una sola settimana, una sintesi di come la Palestina sia passata dai margini al centro della politica americana. A destra viene usata come questione controversa, mentre a sinistra viene amplificata dai parlamentari progressisti che vedono la Palestina come parte del loro più vasto programma di giustizia sociale.

Per quei democratici che vogliono mantenere l’alleanza USA-Israele così com’è, la decisione di Netanyahu di bandire Tlaib e Omar è stata inquietante ed ha solo incrementato il loro desiderio di vedere Netanyahu lasciare l’incarico e vincere qualcuno come Benny Gantz, il capo del partito Blu e Bianco [coalizione di centro-destra che ha vinto le ultime elezioni in Israele, ndtr.]. Ai loro occhi, ciò permetterebbe ai democratici di tornare alle loro consuete posizioni su Israele: appoggiare i negoziati tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese senza la seccatura di un Netanyahu sfacciatamente di parte che danneggia il rapporto tra USA ed Israele.

Ma mentre un incarico di formare un nuovo governo a Gantz potrebbe dare un attimo di respiro a questi democratici dopo il caos dell’era Netanyahu-Trump, non porrà fine alla messa in discussione progressista del consenso di Washington a Israele.

“Moltissimi democratici si illudono che il problema sia solo Bibi (Netanyahu). Ma non dovremmo fare troppe personalizzazioni”, ha detto l’importante consigliere democratico al Congresso. “Sì, Bibi è particolarmente dannoso, sfacciato nel suo approccio di parte, ma, come Trump, Bibi è il prodotto di una reale tendenza politica in Israele. Rappresenta un elemento illiberale con cui i democratici devono fare i conti se prendono sul serio i valori che professano.”

Alex Kane è un giornalista che vive a New York, il cui lavoro su Israele/Palestina, libertà civili e politica estera USA è stato pubblicato su VICE News, The Intercept, The Nation, In These Times ed altri giornali.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Bollando gli arabi come una ‘minaccia esistenziale’ Bibi evoca una spaventosa storia di violenza etnica

Dahlia Scheindlin

18 novembre 2019 – +972

Domenica notte Netanyahu ha convocato un incontro di emergenza del Likud, in cui ha accusato i cittadini palestinesi in Israele di sostenere il terrorismo. Noi sappiamo fin troppo bene come questo tipo di cose può andare a finire.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, nella sua accanita battaglia per impedire al suo avversario di formare un governo con l’appoggio della Lista Unita, coalizione a prevalenza araba, ha nuovamente accusato i leader del partito arabo di rappresentare una minaccia esistenziale per Israele. Domenica notte il presidente [della Lista Unita]Ayman Odeh ha risposto facendo circolare sui social una sua foto in pigiama mentre legge delle favole ai suoi tre affettuosissimi bambini. “Alla fine di una lunga giornata devo far addormentare queste minacce esistenziali!” ha scritto, contribuendo al divertimento virale dei lettori.

Anche se può essere una soddisfazione vedere come Odeh abbia fatto a pezzi Netanyahu con l’umorismo, le parole del primo ministro costituiscono in se stesse un grande pericolo.

Le deliranti diatribe anti-arabe di Netanyahu stanno accelerando in velocità e gravità. Nel 2015 aveva messo in guardia che i cittadini arabi stavano andando a votare “a frotte.” In vista delle elezioni di settembre la sua pagina Facebook dichiarava che “i politici arabi ci vogliono distruggere tutti.” (Netanyahu ha detto che si è trattato di un errore di un impiegato della campagna elettorale.)

Domenica Netanyahu ha tenuto un incontro di “emergenza” dei membri del Likud (l’emergenza non era una pioggia di razzi, ma l’eventualità di una coalizione di minoranza sostenuta dalla Lista Unita). In quell’occasione aveva tuonato che Blu e Bianco, il partito rivale, stava negoziando con i parlamentari arabi e che, ha continuato, “sostiene le organizzazioni terroristiche e vuole distruggere lo Stato.”

Non potendo trovare delle prove che la leadership della Lista Comune, formata da politici di lungo corso e attivisti della società civile, abbia il desiderio o le possibilità di distruggere Israele, ha citato invece Khamenei, l’ayatollah iraniano, che recentemente ha invocato la distruzione di Israele. Queste sono parole esecrabili, ma non riescono a trasformare l’ayatollah in un politico arabo in Israele.

Ancora più preoccupante è che fare della “minaccia esistenziale” dell’Iran una cosa sola con i cittadini arabo-palestinesi imita la retorica ideologica che sta dietro alle peggiori violenze etniche del mondo.

Un’analisi attenta delle origini di queste atrocità mostra che i responsabili avevano un’immagine distorta di una imminente distruzione che li aveva portati a commettere violenze estreme contro una collettività “altra” , giustificandole con la difesa nazionale. I leader e le élite spesso mettono insieme un reale trauma storico collettivo con una sfida politica del momento, o un’offesa, come prova di distruzione incombente.

Nei primi anni ’90, i miliziani serbi non si sono svegliati un mattino e hanno deciso di terrorizzare, stuprare e commettere un genocidio contro i loro vicini non-serbi. Secondo Stuart Kaufman, uno studioso di conflitti etnici, sebbene il collasso della Jugoslavia avesse naturalmente comportato violenze da parecchie parti, per molti anni i leader e gli intellettuali hanno sottolineato l’idea che le minoranze serbe delle ex-repubbliche della Jugoslavia si trovassero ad affrontare una “estinzione etnica”. Accademici di fama pubblicarono un memorandum, affermando che in Kosovo gli abitanti stavano cospirando per commettere un genocidio della popolazione serba locale. Il nazionalismo albanese in Kosovo stava infatti crescendo e molti, come nelle altre repubbliche, rivendicavano l’indipendenza.

L’influente documento sottolineava che i serbi non erano mai stati in un tale immediato pericolo dagli anni degli ustascia, quando il regime croato fantoccio dei nazisti aveva terrorizzato e massacrato circa mezzo milione di serbi. I serbi avevano fatto circolare voci di stupri commessi da albanesi e di un traffico croato di organi di combattenti serbi morti. Slobodan Milosevic aveva anche lui denunciato che i kosovari albanesi stavano progettando un “genocidio demografico.” Alla fine furono i serbi bosniaci ad essere condannati per il genocidio.

In Ruanda nel 1994 il regime dominato dagli hutu mobilitò la partecipazione di massa a un genocidio contro la minoranza dei tutsi che uccise circa 800.000 persone in circa 100 giorni. Il ruolo della propaganda e l’incitamento attraverso i media sono ben documentati. Ma in realtà che cosa affermava l’incitamento allo sterminio? Un rapporto di Human Rights Watch [associazione statunitense per la difesa dei diritti umani, ndtr.] ha riscontrato il seguente messaggio:

I tutsi costituivano una minaccia per gli hutu che erano sempre le vittime, sia che si trattasse del potere militare dei tutsi o della loro furbizia (usare le donne per sedurre gli hutu, usare i loro soldi per comprare gli hutu) e così gli hutu avevano il diritto di difendersi.”

Il rapporto di Human Rights Watch continua: “In particolare fu l’ultima idea, cioè che gli hutu fossero in pericolo e che dovessero difendersi, ad aver avuto il successo maggiore nel mobilitare gli attacchi contro i tutsi dal 1990 fino al genocidio del 1994.”

Anche qui il pericolo imminente era attribuito alle sofferenze storiche e recenti degli hutu per mano dei tutsi. Nel vicino Burundi, gli hutu erano vissuti sotto il dominio tutsi per decenni. Quando il primo governo a guida hutu salì al potere nel 1993, il leader fu assassinato in un colpo di stato tutsi e le violenze reciproche uccisero centinaia di migliaia di persone. La distruzione si potrebbe considerare come la continuazione della storica dominazione di una monarchia a guida tutsi in Ruanda durante il colonialismo, prima di un colpo di stato nel 1959.

Mescolare dei torti veri con la ripetizione ossessiva di minacce esistenziali imminenti dovrebbe far paura a chiunque.

A suo modo le fantasie di Netanyahu sono persino più vergognose. Mancano di ogni base di un danno causato dai cittadini arabo-palestinesi in Israele, nel passato o nel presente. Questi gruppi non sono mai stati coinvolti in terrorismo organizzato e anche gli incidenti singoli sono estremamente rari. La comunità non ha tendenze secessioniste, ha partecipato al processo politico in Israele per decenni e dichiara ripetutamente il suo desiderio di una maggiore integrazione politica, civile ed economica. L’unica richiesta che sfida gli ebrei israeliani è simbolica: la conservazione della loro bistrattata identità palestinese. La principale richiesta politica, associata a quella dell’identità, è di porre fine all’occupazione militare dei territori palestinesi durata 50 anni e di riconoscere loro l’indipendenza.

Trasformare i cittadini arabo-palestinesi in una minaccia esistenziale di reale distruzione è un falso a livello di quello di una calunnia che provoca spargimento di sangue e questo è qualcosa che gli ebrei dovrebbero capire.

Dahlia Scheindlin è un’analista di fama internazionale degli orientamenti dell’opinione pubblica e una consulente strategica, specializzata in cause progressiste, in campagne politiche e sociali in oltre una dozzina di Paesi, incluse democrazie nuove/in transizione e nella ricerca su pace/conflitto in Israele, con esperienze nell’Europa orientale e nei Balcani. Lavora per un grande numero di organizzazioni locali e internazionali che si occupano dei temi del conflitto israelo-palestinese, diritti umani, processi di pace, democrazia, identità religiosa e problemi sociali interni. Ha conseguito un dottorato di ricerca in scienze politiche alla TAU, l’università di Tel Aviv e co-presenta il podcast The Tel Aviv Review.

(Traduzione di Mirella Alessio)




Israele non può nascondere l’occupazione mettendo a tacere i giornalisti palestinesi

Haokets e Omri Najad

18 novembre 2019 – +972

Venerdì scorso [15 novembre, ndtr.] il fotografo palestinese Moath Amarnih si è recato a documentare una protesta degli abitanti di Surif, nella Cisgiordania occupata. Era la seconda volta in due settimane che cercavano di manifestare contro il furto della loro terra da parte dei coloni. Poco dopo l’inizio di una dimostrazione non violenta, alcuni giovani si sono messi a lanciare pietre contro gli agenti della polizia di frontiera che si trovavano nella zona.

I poliziotti hanno risposto con lacrimogeni e pallottole rivestite di gomma, e Amarnih – che stava fotografando gli scontri da una collina lì vicino – è stato colpito a un occhio da un proiettile. La pallottola Ruger da 0,22 pollici probabilmente era diretta contro uno dei manifestanti o è stata sparata a terra prima di rimbalzare in testa ad Amarnih. In quel momento indossava un giubbotto antiproiettile con la scritta “Stampa”. Da allora decine di giornalisti palestinesi e israeliani si sono uniti a una campagna in solidarietà con Amarnih e si sono fotografati con un occhio bendato.

Nelle ultime due settimane gli abitanti di Surif hanno manifestato contro una barriera costruita attorno a un largo tratto della loro terra coltivata per espandere la vicina colonia di Bay Ayin. Lo sparo contro Amarnih evidenzia la criminale indifferenza con cui le forze di sicurezza israeliane puntano le proprie armi – e spesso sparano – contro fotografi palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.

Nel marzo 2019 una commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani dell’ONU ha pubblicato un rapporto sull’uccisione di manifestanti nei pressi della barriera di Gaza da parte di Israele nel 2018. Secondo il rapporto, le forze israeliane hanno ucciso due fotografi a Gaza, mentre altri 39 giornalisti sono stati feriti dai cecchini. Queste ferite sono state provocate nonostante il fatto che con molta probabilità i cecchini li avevano riconosciuti come giornalisti, dato che indossavano giubbotti antiproiettile. I cecchini israeliani continuano a sparare e a ferire giornalisti che documentano le proteste.

Il fotografo o la fotografa e la loro macchina fotografica sono spesso visti come nemici dai regimi oppressivi in tutto il mondo. In Israele-Palestina lo scorso anno le forze di sicurezza hanno sparato proiettili ricoperti di gomma contro giornalisti che informavano per l’agenzia di stampa francese AFP nei pressi di Ramallah, mentre in posti come la Siria e Hong Kong le forze di sicurezza commettono violenze contro i giornalisti, soprattutto i fotografi.

Durante i periodi di guerra i media israeliani vogliono far tacere e nascondere tali critiche. Per esempio, nell’ultima serie di violenze a Gaza agli spettatori della televisione è stata presentata una situazione distorta, che mostrava la Striscia come un luogo in cui vivono solo miliziani che lanciano missili, senza nomi o volti. Ancora una volta, quando si parla di Gaza, vediamo video di razzi sparati contro Israele, come se a Gaza non ci fossero persone, bambini, non ci fosse vita. Solo razzi.

Così otto membri della famiglia A-Swarkeh sono stati uccisi nella città di Deir al-Balah. Le IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] hanno ammesso che pensavano che l’edificio bombardato fosse vuoto, dopo che il portavoce in lingua araba delle IDF aveva affermato che l’esercito aveva preso di mira il comandante di un’unità lanciarazzi della Jihad Islamica. Di fatto l’esercito ha bombardato un edificio in rovina in cui abitava una famiglia povera, che comprendeva bambini di 12 e 13 anni, così come due bimbi piccoli.

Impedire ai fotografi di fare il proprio lavoro è necessario per continuare a reprimere i palestinesi. I continui attacchi e le uccisioni di innocenti dipendono, tra le altre cose, dalla mancanza di documentazione, dalla disumanizzazione dell’altra parte. Le macchine fotografiche sono viste dalle forze di sicurezza come un bersaglio, per non consentire all’opinione pubblica israeliana di vedere chi c’è là.

L’attacco contro Amarnih rivela la necessità, tragica e simbolica, da parte di Israele di nascondere le ingiustizie che commette, di nascondere l’oppressione di milioni di palestinesi. Ma il danno provocato all’occhio di un fotografo non cancellerà l’ingiustizia del regime. Attaccare i fotografi non riuscirà mai a nascondere l’esproprio di terre, le espulsioni, le uccisioni o un’esistenza in cui il sangue di alcuni vale più del sangue di altri.

Haokets è una rivista israeliana in rete no-profit, indipendente, progressista [in lingua ebraica, ndtr.] che ospita discussioni critiche su questioni socioeconomiche, culturali e filosofiche, l’attivismo per i diritti umani, il femminismo e questioni politiche dei mizrahi [ebrei di origine araba che vivono in Israele, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




**La Corte Suprema emette una sentenza contraria a rivelare il ruolo di Israele nel genocidio in Bosnia

John Brown* (Tradotto da Tal Haran)

5 dicembre 2016 – +972 Magazine

Evocando un potenziale danno alla politica estera di Israele, la Corte Suprema respinge una petizione che chiede di rivelare dettagli sulle esportazioni di armi da parte del governo all’esercito serbo durante il genocidio in Bosnia.

**Nota redazionale: nonostante si tratti di un articolo che risale al dicembre 2016, riteniamo interessante tradurre questo articolo perché smentisce la rappresentazione ed autorappresentazione di sé di Israele come Stato etico e nato dal rifiuto di crimini contro l’umanità, e in particolare dell’Olocausto. Si tratta di un impegno selettivo, come dimostrano questo ed altri episodi. Ciò è ancora più significato oggi, nel momento in cui Israele e i suoi sostenitori utilizzano in modo strumentale e sempre più spudorato l’antisemitismo e l’antirazzismo per attaccare i palestinesi e chi ne sostiene la causa.

Il mese scorso la Corte Suprema israeliana ha respinto una petizione che chiedeva di rivelare i dettagli delle esportazioni israeliane per la difesa all’ex Jugoslavia durante il genocidio in Bosnia negli anni ’90. La Corte ha deliberato che rivelare il coinvolgimento israeliano nel genocidio avrebbe danneggiato la politica estera del Paese ad un punto tale da prevalere sull’interesse pubblico a conoscere quelle informazioni e la possibile incriminazione dei soggetti coinvolti.

I ricorrenti, l’avvocato Itay Mack e il professor Yair Oron, hanno presentato alla Corte prove concrete delle esportazioni della difesa israeliana alle forze serbe a quell’epoca, inclusi addestramento, munizioni e fucili. Tra le altre cose, hanno presentato il diario personale del generale Ratko Mladic, attualmente sotto processo presso la Corte Internazionale di Giustizia per aver commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Il diario di Mladic menziona in modo esplicito le vaste connessioni relative ad armamenti con Israele a quel tempo.

Le esportazioni sono avvenute molto tempo dopo che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva posto un embargo sulle armi in varie parti della ex Jugoslavia, e dopo la pubblicazione di una serie di testimonianze che hanno rivelato il genocidio e la creazione di campi di concentramento.

La risposta del Procuratore di Stato israeliano e il respingimento del ricorso da parte della Corte sono un’ammissione de facto da parte di Israele di aver cooperato con il genocidio bosniaco: se il governo non avesse avuto niente da nascondere, i documenti in questione non avrebbero rappresentato nessuna minaccia per la politica estera.

I più tremendi atti di crudeltà dopo l’Olocausto

Tra il 1991 e il 1995 la ex Jugoslavia si dissolse, passando da una repubblica multi-nazionale ad un insieme di Nazioni in conflitto tra di loro in una sanguinosa guerra civile che incluse massacri e infine il genocidio.

I serbi combatterono una guerra contro la Croazia dal 1991 al 1992 e contro la Bosnia dal 1992 al 1995. In entrambe le guerre commisero genocidio e pulizia etnica dei musulmani nelle zone che occupavano, portando alla morte di 250.000 persone. Decine di migliaia di altre furono ferite e affamate, moltissime donne stuprate e molte persone incarcerate in campi di concentramento. Anche altre parti in conflitto commisero crimini di guerra, ma il ricorso si concentra sulla collaborazione di Israele con le forze serbe. Gli atti orribilmente crudeli in Jugoslavia sono stati la cosa peggiore che l’Europa abbia visto dopo l’Olocausto.

Uno dei massacri più noti fu perpetrato dai soldati agli ordini del generale serbo Ratko Mladic intorno alla città di Srebrenica nel luglio 1995. Le forze serbe comandate dal generale uccisero circa 8.000 bosniaci e li seppellirono in fosse comuni durante una campagna di pulizia etnica che stavano conducendo contro i musulmani in quella zona. Pur se la città doveva essere sotto la protezione delle Nazioni Unite, quando iniziò il massacro le truppe ONU non intervennero. Nel 2012 Mladic venne estradato alla Corte Internazionale di Giustizia all’Aja ed è tuttora sotto processo.

A quel tempo importanti organizzazioni ebraiche fecero appello per una immediata fine del genocidio e lo smantellamento dei campi di morte. Non così fece lo Stato di Israele. Esteriormente condannò il massacro, ma dietro le quinte stava fornendo armi ai massacratori e addestrando le loro truppe.

L’avvocato Mack e il professor Oron hanno raccolto molte testimonianze sulla fornitura di armi da Israele alla Serbia, che hanno presentato nel loro ricorso. Hanno fornito prove che tali esportazioni hanno avuto luogo molto dopo che l’embargo del Consiglio di Sicurezza ONU era entrato in vigore nel settembre 1991. Le testimonianze sono state sottoposte a verifiche incrociate e vengono qui riportate così come presentate nel ricorso, con le necessarie abbreviazioni.

Nel 1992 un’ex alta dirigente del Ministero della Difesa serbo pubblicò un libro, ‘The Serbian Army’ [L’esercito serbo], in cui scrisse dell’accordo sulle armi tra Israele e la Serbia, firmato circa un mese dopo l’embargo: “Uno dei più ampi accordi fu concluso nell’ottobre 1991. Per ovvi motivi l’accordo con gli ebrei non fu reso pubblico in quel momento.”

Un israeliano che al tempo era volontario in un’organizzazione umanitaria in Bosnia ha testimoniato che nel 1994 un dirigente dell’ONU gli chiese di vedere i resti di una granata da 120 mm – con sopra scritte in ebraico – che era esplosa sulla pista di atterraggio dell’aeroporto di Sarajevo. Ha anche testimoniato di aver visto dei serbi che giravano per la Bosnia muniti di fucili Uzi fabbricati in Israele.

Nel 1995 fu riferito che trafficanti d’armi israeliani in collaborazione coi francesi strinsero un accordo per fornire alla Serbia missili LAW. Secondo rapporti del 1992, una delegazione del Ministero della Difesa israeliano si recò a Belgrado e firmò un accordo per la fornitura di granate.

Lo stesso generale Mladic, che è attualmente incriminato per crimini di guerra e genocidio, scrisse nel suo diario che “da Israele hanno proposto di unirsi alla lotta contro gli estremisti islamici. Si sono offerti di addestrare i nostri uomini in Grecia e di fornirci gratis fucili di precisione.” Un rapporto stilato su richiesta del governo olandese durante l’inchiesta sugli eventi di Srebrenica contiene quanto segue: “Belgrado considerava Israele, la Russia e la Grecia come i suoi migliori amici. Nell’autunno 1991 la Serbia strinse un accordo segreto sulle armi con Israele.”

Nel 1995 fu riferito che trafficanti di armi israeliani fornirono armi al VRS – l’esercito della ‘Republika Srpska’, l’esercito serbo bosniaco. Questa fornitura deve essere stata eseguita con il benestare del governo israeliano.

I serbi non erano gli unici in questa guerra a cui i trafficanti di armi israeliani cercarono di vendere armi. In base ai rapporti, ci fu anche un tentativo di fare un accordo con il regime antisemita della Croazia, che alla fine andò in fumo. Il ricorso ha anche presentato rapporti di attivisti per i diritti umani sull’addestramento israeliano all’esercito serbo, e sul fatto che l’accordo sulle armi con i serbi consentì agli ebrei di lasciare Sarajevo, che era sotto assedio.

Mentre tutto ciò avveniva in relativa segretezza, pubblicamente il governo israeliano esprimeva in modo poco convincente la sua apprensione per la situazione, come se si trattasse di cause di forza maggiore e non di una carneficina per mano di uomini. Nel luglio 1994 l’allora capo della Commissione Relazioni Estere e Difesa del parlamento israeliano, deputato Ori Or, si recò a Belgrado e disse: “La nostra memoria è viva. Sappiamo cosa significa vivere sotto boicottaggio. Ogni Risoluzione dell’ONU contro di noi è stata decisa con la maggioranza di due terzi.” In quell’anno l’allora vice presidente degli Stati Uniti Al Gore convocò l’ambasciatore israeliano e intimò ad Israele di sospendere questa collaborazione.

Tra parentesi, nel 2013 Israele non si è fatto problemi ad estradare in Bosnia-Erzegovina un cittadino immigrato in Israele sette anni prima, che era ricercato per sospetto coinvolgimento in un massacro in Bosnia nel 1995. In altri termini, ad un certo punto lo Stato stesso ha riconosciuto la gravità della questione.

La Corte Suprema al servizio dei crimini di guerra

L’udienza della Corte Suprema in merito alla risposta dello Stato al ricorso si è svolta ex parte, cioè ai ricorrenti non è stato permesso di assistere. I giudici Danziger, Mazouz e Fogelman hanno respinto il ricorso ed hanno accettato la posizione dello Stato secondo cui rivelare i dettagli delle esportazioni della difesa israeliana alla Serbia durante il genocidio avrebbe danneggiato le relazioni estere e la sicurezza di Israele, e questo danno potenziale era prevalente rispetto all’interesse pubblico alla rivelazione di quanto accadde.

Questa sentenza è pericolosa per diverse ragioni. In primo luogo, l’accettazione della Corte della certezza dello Stato sul grave danno che sarebbe stato arrecato alle relazioni estere di Israele lascia perplessi. All’inizio di quest’anno la stessa Corte Suprema ha respinto un’accusa simile relativa alle esportazioni della difesa durante il genocidio del Rwanda, però un mese dopo lo Stato ha dichiarato che le esportazioni sono state sospese sei giorni dopo l’inizio del massacro. Se persino lo Stato non vede nessun pericolo nel rivelare – almeno parzialmente – queste informazioni riguardo al Rwanda, perché un mese prima è stata imposta una stretta riservatezza sulla questione? Perché i giudici della Corte Suprema hanno sottovalutato questo inganno, arrivando a rifiutare di accettarlo come prova come richiesto dai ricorrenti? Dopotutto, lo Stato ha ovviamente esagerato nel sostenere che questa informazione avrebbe danneggiato la politica estere.

In secondo luogo, è veramente di pubblico interesse rivelare il coinvolgimento dello Stato in un genocidio, per di più attraverso trafficanti d’armi, in particolare in quanto Stato fondato sulla devastazione del suo popolo in seguito all’Olocausto. È per questo motivo che Israele, per esempio, ha voluto disconoscere la sovranità dell’Argentina quando ha rapito Eichmann e lo ha portato in tribunale nel proprio territorio. È nell’interesse non solo degli israeliani, ma anche di coloro che sono state vittime dell’Olocausto. Quando la Corte si occupa dei crimini di guerra, è corretto che prenda in considerazione anche il loro interesse.

Quando la Corte sentenzia, in casi di genocidio, che il danno alla sicurezza dello Stato – cosa che resta tutta da provare – prevale sul perseguimento della giustizia per le vittime di tali crimini, manda un chiaro messaggio: che il diritto dello Stato alla sicurezza, reale o presunta, è assoluto e ha precedenza rispetto ai diritti dei suoi cittadini e di altri.

La sentenza della Corte Suprema potrebbe portare alla conclusione che più grave è il crimine, più facile è occultarlo. Più armi sono state vendute e più sono stati i massacratori addestrati, maggiore sarebbe il danno per le relazioni estere e per la sicurezza dello Stato se questi crimini venissero divulgati, ed il peso di un tale presunto danno prevarrà necessariamente sull’interesse pubblico. Questo è inaccettabile. Trasforma i giudici – come hanno detto i ricorrenti – in complici. In questo modo i giudici rendono anche un’ inconsapevole popolazione israeliana complice di crimini di guerra e le negano il diritto democratico di discutere nel merito.

Lo Stato deve affrontare simili ricorsi relativamente alla sua collaborazione con gli assassini della giunta argentina, del regime di Pinochet in Cile e dello Sri Lanka. L’avvocato Mack ha intenzione di presentare ulteriori casi entro la fine dell’anno. Anche se fosse interesse dello Stato respingere questi ricorsi, la Corte Suprema deve smettere di aiutare a coprire questi crimini – se non per il desiderio di perseguire gli autori delle atrocità del passato, almeno per fermarli nel tempo presente.

*John Brown è lo pseudonimo di un accademico e blogger israeliano. Questo articolo è comparso per la prima volta in ebraico su ‘Local Call’, di cui egli è un blogger.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Hamas non partecipa allo scontro

Menachem Klein

13 novembre 2019 – + 972

Perché Hamas si tiene fuori dallo scontro tra Israele e la Jihad Islamica

Il coordinamento politico e per la sicurezza di Israele con Hamas ha risposto ad interessi condivisi per molti anni. Ora Hamas spera di rimanere fuori dall’attuale scontro per estendere se possibile il suo potere politico in Cisgiordania

Nella nuova serie di scontri tra Israele e la Jihad Islamica a Gaza si ha l’impressione che ci sia un accordo non scritto tra Israele e Hamas. Ciò non è fuori dal comune nei rapporti tra nemici con interessi comuni. Siria e Israele, per esempio, una volta avevano un accordo riguardante i limiti invalicabili del coinvolgimento di quest’ultimo in Libano.

Per comprendere la delicata danza tra Israele e Hamas è necessario conoscere la storia recente. Nel 2007 Hamas cacciò Fatah, che allora governava Gaza con l’uomo forte Mohammed Dahlan. In risposta, Israele impose un blocco a Gaza, sperando che avrebbe fatto crollare il regime di Hamas attraverso pressioni esterne o provocando una rivolta interna palestinese. Quella strategia è fallita: fino ad oggi Hamas è rimasta al potere.

Verso il 2010 Israele cambiò la politica di cacciare Hamas, optando invece per una sorta di coesistenza. Il governo decise di istituzionalizzare la separazione tra Gaza e la Cisgiordania, annettendo gradualmente parti di quest’ultima e cercando nel contempo accordi concreti con Hamas. Israele rifiuta di consentire ad Hamas di avere una posizione forte in Cisgiordania, che è una delle ragioni principali della sua collaborazione per la sicurezza con Mahmoud Abbas e l’Autorità Nazionale Palestinese.

Quindi Israele rafforza il potere di Abbas incentivando sospetti e ostilità nei confronti di Hamas, ma si è prefissato la conservazione del potere di Hamas a Gaza. Utilizza la classica tattica del divide et impera per controllare entrambe le parti dei palestinesi, comprendendo che, se Hamas dovesse cadere, il vuoto potrebbe essere riempito da uno dei gruppi affiliati all’ISIS presenti nel Sinai. Israele ha bisogno di un rapporto stabile con Hamas per tenere l’ISIS fuori da Gaza.

Il coordinamento con Hamas è stato sospeso nel 2014, dopo che militanti palestinesi rapirono e uccisero tre ragazzi israeliani in Cisgiordania. Israele accusò Hamas di essere responsabile, ignorando le sue smentite, e riarrestò prigionieri palestinesi che erano stati rilasciati come parte di un accordo per la liberazione di Gilad Shalit [soldato israeliano rapito da Hamas nel 2006, ndtr.]. Ciò mise in moto uno confronto militare che terminò nello stesso modo di precedenti scontri – con la conferma di precedenti accordi strategici, compreso il fatto di alleggerire il blocco, estendere la zona di pesca di Gaza e consentire che entrassero a Gaza finanziamenti del Qatar.

A settembre, quando la Jihad Islamica ha sparato razzi contro Ashdod mentre Netanyahu vi stava facendo un comizio elettorale, i media israeliani iniziarono a concentrarsi sul bellicoso comandante del gruppo, Baha Abu al-Ata, assassinato martedì mattina. Riunioni dell’intelligence hanno sottolineato che Abu al-Ata era probabilmente un comandante ribelle che non accettava l’autorità di Hamas.

Abu al-Ata era un obiettivo perché danneggiava gli accordi tra Israele ed Hamas. Assassinandolo Israele ha mandato il messaggio ad Hamas di essere interessato a mantenere questi accordi. Da quando i miliziani della Jihad Islamica hanno iniziato a lanciare razzi in risposta all’assassinio, Hamas ne è rimasta fuori, mentre Israele ha chiarito di agire solo contro la Jihad Islamica. Hamas, i cui principali dirigenti non hanno fatto commenti, non ha interesse a rafforzare la Jihad Islamica o ad essere trascinata in un conflitto armato con Israele. Tuttavia, se la risposta israeliana dovesse uccidere troppi civili palestinesi, Hamas probabilmente risponderà. In una situazione di crescenti tensioni, ciò potrebbe avvenire in conseguenza di errori operativi o di malintesi.

Politicamente Hamas è concentrata sulle elezioni palestinesi che Abbas ha annunciato all’inizio dell’anno. L’organizzazione intende accettare i parametri di Abbas: elezioni parlamentari seguite da quelle presidenziali. Hamas ha anche accettato che le elezioni avvengano con modalità diverse. Invece di elezioni regionali in 16 distretti dei territori occupati – in cui il partito che vince prende tutto – le elezioni saranno in tutto il Paese. Ciò significa che anche se Hamas non vincesse la maggioranza dei voti, avrebbe la possibilità di conquistarsi una solida posizione in Cisgiordania e presentare un proprio candidato alla presidenza. Abbas, un leader molto impopolare, si è impegnato a non presentarsi per un ulteriore mandato. Hamas spera di poter andare oltre il governo a Gaza e di partecipare alle elezioni nazionali.

Menachem Klein è docente di scienze politiche all’università [israeliana] di Bar Ilan. E’ stato consigliere della delegazione israeliana con l’OLP nel 2000 e uno dei leader della Geneva Initiative [Iniziativa di Ginevra, un gruppo di dirigenti politici e intellettuali israeliani e palestinesi che hanno stilato un piano di pace non accettato né da Israele né dai palestinesi, ndtr.]. Il suo nuovo libro “Arafat and Abbas: Portraits of Leadership in a State Postponed” [Afarat e Abbas: ritratti di dirigenti in uno Stato rinviato], è stato da poco pubblicato da Hurst London and Oxford University Press New York.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




La Corte Suprema sentenzia che Israele può espellere il direttore di Human Rights Watch

Henriette Chacar

5 novembre 2019 – +972

 

Il massimo tribunale di Israele sancisce che Omar Shakir può essere espulso, ratificando gli sforzi del governo per mettere a tacere chi critica le sue politiche. Il suo caso è stato descritto come uno spartiacque per la difesa dei diritti umani e per la libertà di espressione in Israele.

Martedì, dopo una lunga battaglia legale per consentirgli di rimanere nel Paese, la Corte Suprema di Israele ha approvato l’espulsione del direttore di Human Rights Watch di Israele e Palestina, Omar Shakir.

I giudici Neal Hendel, Noam Sohlberg e Yael Willner hanno accolto l’accusa dello Stato in base alla quale Shakir, cittadino statunitense, appoggia il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ed hanno respinto l’appello di Shakir e di Human Rights Watch contro la sua espulsione.

Shakir dice che ora ha 20 giorni di tempo per andarsene o subire l’espulsione.

Il caso di Shakir è stato descritto come uno spartiacque per la difesa della libertà di espressione e dei diritti umani in Israele. Ordinando la sua espulsione, Israele si affianca a Paesi come la Corea del Nord, l’Iran, Cuba e il Venezuela, che hanno anch’essi vietato l’ingresso ai membri dello staff dell’organizzazione.

La sentenza si basa sull’emendamento del 2017 alla Legge di divieto di ingresso in Israele, che autorizza il Ministro dell’Interno a rifiutare i visti temporanei o la residenza a qualunque cittadino non israeliano che abbia pubblicamente invitato o si sia impegnato a partecipare al boicottaggio di Israele. In agosto Israele ha fatto ricorso a questa legge per impedire alle deputate del Congresso [USA] Ilhan Omar e Rashida Tlaib di entrare nel Paese.

L’anno scorso il Ministero dell’Interno israeliano ha revocato il permesso di lavoro di Shakir ed ha ordinato la sua espulsione entro due settimane. È stata la prima volta che il governo israeliano ha utilizzato l’emendamento del 2017 alla Legge sull’ingresso per espellere qualcuno che era già presente nel Paese.

La decisione di Israele si è basata in larga parte su un dossier dell’ intelligence che il Ministero degli Affari Strategici ha elaborato riguardo all’attivismo di Shakir in favore dei diritti dei palestinesi prima di entrare a far parte di HRW. In quanto co-presidente degli ‘Studenti per equi diritti per i palestinesi’ a Stanford, Shakir aveva richiesto all’università di disinvestire dalle aziende che traggono profitti dall’occupazione.

HRW, rappresentata dagli avvocati israeliani per i diritti umani Michael Sfard, Sophia Brodsky e Emily Schaeffer Omer-Man, ha quindi presentato ricorso contro l’ordine di espulsione del governo.

Israele sostiene di avere il diritto di difendersi e di proteggere i propri cittadini da “un boicottaggio politico-diplomatico da parte di soggetti non statali che intendono minare le fondamenta dell’esistenza dello Stato in questione.” Tuttavia la legge anti-boicottaggio non fa distinzione tra gli inviti al boicottaggio della colonizzazione da parte di Israele, che viola il diritto internazionale, e le dichiarazioni e le azioni dirette contro lo Stato.

Lo Stato ha inoltre dichiarato che la questione non si pone rispetto a HRW come organizzazione, bensì rispetto a Shakir come singolo individuo. Nella sentenza di martedì il giudice Hendel ha detto che “Human Rights Watch non è classificata come organizzazione che boicotta – e può richiedere di incaricare un altro rappresentante che non sia coinvolto fino al collo nelle attività del BDS.” Tuttavia, secondo HRW, Shakir ha seguito e messo in atto le politiche dell’organizzazione.

HRW, organizzazione statunitense non profit indipendente fondata nel 1978 ed oggi presente in 90 Paesi, “non prende posizione sul boicottaggio di Israele. Non si tratta di una politica specifica riguardo a Israele, fa parte del nostro modo di lavorare dovunque nel mondo”, ha detto Shakir nel Podcast di +972 a maggio.

Oggi la cartina di tornasole politica per entrare in Israele sembra essere l’appoggio al boicottaggio. Potrebbe domani essere la richiesta alla Corte Penale Internazionale di aprire un’inchiesta, oppure l’invito a eliminare le colonie, o affermare che la Cisgiordania è occupata? Oggi queste limitazioni vengono usate per impedire a qualcuno di entrare nel Paese. Potrebbe domani essere questa la base per limitare le attività dei difensori dei diritti israeliani e palestinesi?” ha aggiunto.

Secondo Shakir, il suo caso non riguarda il BDS, come sostiene Israele, ma “costringere al silenzio la difesa dei diritti umani”. Decine di associazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani hanno criticato l’ordine di espulsione, come anche il Segretario Generale dell’ONU, 27 Stati europei e 17 deputati del Congresso (USA), descrivendo l’impatto agghiacciante che questo avrà su coloro che sfidano le politiche di Israele.

Alla fine di ottobre Israele ha vietato all’attivista palestinese di Amnesty International Laith Abu Zeyad di recarsi in Giordania per il funerale di sua zia, a causa di ciò che le autorità israeliane hanno definito “considerazioni di sicurezza”. Amnesty, da parte sua, ha scritto che questa è stata “una sinistra iniziativa imposta come punizione per il suo lavoro in difesa dei diritti umani in Palestina”. Nel 2017 Israele ha vietato l’ingresso al direttore per la sensibilizzazione dell’organizzazione per il Medio Oriente e Nordafrica, Raed Jarrar, in occasione di una sua visita personale nei territori occupati in seguito alla morte di suo padre.

L’anno scorso Israele ha vietato l’ingresso a quattro dirigenti statunitensi di associazioni per i diritti umani che stavano visitando Israele e la Cisgiordania per comprendere meglio la situazione sul terreno. I membri che sono stati espulsi includono Vincent Warren, direttore esecutivo del Centro per i Diritti Costituzionali (CCR) e Katherine Franke, presidente del Consiglio del CCR e docente di diritto, gender e studi sulla sessualità alla Columbia University. I due sono stati interrogati relativamente alla loro affiliazione politica a gruppi critici verso Israele e Franke è stata accusata di essere membro del movimento BDS.

Henriette Chacar è redattrice della rivista +972 che si occupa delle notizie arabo-palestinesi. È cittadina palestinese di Israele, nata e cresciuta a Jaffa. Si è laureata alla Scuola di Giornalismo della Columbia ed ha lavorato per ‘Mount Desert Islander’, ‘PBS Frontline’ e ‘The Intercept’.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)