“Volete sapere di che cosa mi accusano ? Anche io”.

Oren Ziv

27 Ottobre 2019 +972

Hiba al-Labadi è in sciopero della fame da 35 giorni, dopo essere stata imprigionata senza processo da Israele in agosto. Gli attivisti palestinesi e israeliani stanno ora cercando di sensibilizzare il pubblico a riguardo.

La scorsa domenica, attivisti israeliani e palestinesi hanno lanciato una campagna virale per chiedere il rilascio della cittadina giordana che sostiene uno sciopero della fame dal mese scorso, dopo essere stata imprigionata da Israele senza processo in agosto.

Hiba al-Labadi, una cittadina giordano-palestinese di ventiquattro anni, è stata arrestata dalle forze israeliane il 20 agosto al valico di frontiera del ponte Alleby; in compagnia della madre, si stava dirigendo dalla Giordania alla città di Jenin, in Cisgiordania, per un matrimonio.il suo arresto è stato giustificato con un presunto incontro tra al-Labadi ed alcuni affiliati di Hezbollah (partito islamista e gruppo militante libanese sciita,ndtr) nel corso di una precedente permanenza a Beirut, dove la giovane visitava la sorella.

Al-Labadi è in sciopero della fame da 35 giorni.

La scorsa domenica, gli attivisti israeliani hanno lanciato unazione di protesta di 30 ore in piazza Habima a Tel Aviv, durante la quale diverse donne si sono ammanettate ad una sedia posta allinterno duno stanzino trasparente, che richiamava la cella in cui al-Labadi è stata interrogata. Molti passanti si sono fermati per fotografare la rappresentazione, alcuni dei quali hanno contattato le autorità per denunciare una anziana donna legata ad una sedia. Due agenti sono accorsi sul posto per fare degli accertamenti.

La detenzione amministrativa è una pratica che Israele sfrutta per incarcerare i palestinesi (e talvolta anche alcuni ebrei) senza accuse né processo- per un periodo indefinito. Gli ordini di detenzione amministrativa vengono rivalutati ogni sei mesi, ma ai detenuti non è comunicato di che cosa li si accusi, nè vengono mostrate loro le prove a sostegno dellincarcerazione. Ne consegue che sia virtualmente impossibile difendersi contro un ordine di detenzione amministrativa.

Parliamo di una giovane donna che è in prigione da agosto senza accuse ufficiali, e nessuno in Israele ne discute, ha dichiarato Sigal Avivi, unattivista politica di rilievo nonché uno degli organizzatori delliniziativa. Secondo Avivi, gli attivisti hanno deciso di passare allazione dopo aver letto delle torture subite da al-Labadi e delle severe condizioni nelle quali è detenuta. Avivi ha inoltre aggiunto che larresto di al-Labadi è unopportunità per rinvigorire le proteste contro la pratica della detenzione amministrativa. Non possiamo più tacere, vediamo Israele utilizzare questo strumento continuamente, e ciò in violazione delle norme internazionali.

Nel corso del fine settimana, degli attivisti in Israele hanno lanciato una campagna online che riportava una fotografia di al-Labadi e la didascalia in arabo ed ebraicoHai sentito parlare di me?, mirata a portare lattenzione sulla detenzione amministrativa. I contenuti della pagina Facebook in lingua ebraica che fornisce informazioni riguardo alla detenzione della ragazza ed alla lotta per ottenerne il rilascio sono stati condivisi centinaia di volte dalla sua apertura.

Lunedì al-Labadi sarà portata davanti alla corte militare di Ofer per unudienza sul suo arresto amministrativo. Gli attivisti pianificano un presidio di protesta allesterno del tribunale.

Lo scorso sabato decine di palestinesi hanno manifestato in via Salah a-Din a Gerusalemme Est, chiedendo allesercito israeliano il rilascio di al-Labadi. La polizia ha disperso la folla con la forza arrestando due persone, e degli agenti sono stati filmati mentre buttavano a terra i manifestanti e vi si sedevano sopra nel corso dellarresto. Il fotografo e attivista Faiz Abu Rmeleh è stato spintonato da un agente mentre riprendeva gli scontri.

Attivisti israeliani protestano contro la detenzione amministrativa di Hiba al Labadi dinanzi alla prigione di Ofer il 28 ottobre. (foto: AHMAD GHARABLI / AFP)

Lavvocato Juwad Bolous, che ha fatto visita ad al-Labadi durante la detenzione, ha dichiarato che dal suo arresto la giovane è stata interrogata per sedici giorni consecutivi senza che le fosse permesso di vedere il suo legale. La maggior parte degli interrogatori è durata diverse ore, durante le quali la ragazza rimaneva legata ad una sedia ed ammanettata. Secondo Bolous, al-Labadi è stata insultata ed ha ricevuto degli sputi dagli agenti che la interrogavano, i quali hanno minacciato di arrestarne la madre e la sorella. Sistemi di oppressione e tortura sono stati sfruttati per costringerla a firmare unammissione di colpevolezza. Però, nonostante questi interrogatori crudeli, lei non ha confessato, ha scritto Bolous nel fine settimana.

Al-Labadi respinge le accuse, che non sono state rese pubbliche al di fuori di una dichiarazione dello Shin Bet ( i servizi sicurezza interni israeliani, ndtr), il quale imputava larresto a gravi questioni di sicurezza. La comunicazione dello Shin Bet lascia trasparire che la giovane è detenuta per alcuni post pubblicati sulla propria pagina Facebook in cui esprimeva sostegno per Hezbollah e per degli attacchi violenti in Cisgiordania.

Secondo i resoconti di giornalisti palestinesi, al-Labadi è stata trasferita dalla prigione di Jalma ad un ospedale di Haifa per ricevere delle cure, ma presto è stata rimessa in custodia.

Questo articolo è apparso originariamente su Local Call, in ebraico.

(Traduzione dallinglese a cura di Jacopo Liuni)




Le proteste contro la violenza armata provocano un risveglio politico nei palestinesi residenti in Israele

Henriette Chacar

23 ottobre 2019 – +972

Secondo la nota attivista Fida Tabony, un’ondata di manifestazioni contro la violenza armata e la negligenza della polizia ha suscitato un rinnovato senso di solidarietà tra i cittadini palestinesi residenti in Israele. Dopo anni di divisioni, afferma, “ci stiamo comportando come un popolo”.

Fida Tabony ricorda che un giorno, circa due mesi fa, intorno alle 14, mentre lasciava il suo ufficio a Nazareth, una motocicletta le è sfrecciata davanti. Non ci sarebbe stato nulla di insolito in quel consueto viaggio verso casa se quello stesso motociclista non si fosse poi fermato soltanto due auto più avanti e non avesse aperto il fuoco.

Tabony ricorda al telefono che l’incidente è avvenuto in pieno giorno mentre i bambini stavano tornando a casa dalla scuola. “Ci sono i primi cinque secondi – dice – in cui ti chiedi come poter reagire, non sapendo cosa fare. Ricordo di essermi sentita spaventata e nervosa, ma anche arrabbiata.”

Tabony accenna ad un altro fatto, lo scorso maggio, quando Tufiq Zaher è stato ucciso a colpi di arma da fuoco semplicemente per essersi trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Cittadino rispettoso della legge, Zaher stava camminando a Nazaret con sua nipote quando è stato colpito da un proiettile vagante.

All’epoca ero via e le mie figlie dovevano prendere l’autobus da casa a scuola. L’autobus attraversa quella stessa area in cui [Zaher] è stato ucciso. Sono entrata nel panico – dice Tabony – e ho pensato: “Questo potrebbe accadere a chiunque di noi”.

Almeno 74 cittadini palestinesi cittadini di Israele sono stati uccisi dall’inizio dell’anno a causa della violenza armata o di attività criminali all’interno della comunità palestinese. Nel 2018 il numero di vittime nel corso dell’anno è stato di 71. Queste cifre sono solo la punta dell’iceberg, poiché non tengono conto del ripetersi quotidiano di sparatorie o del crimine organizzato che sono arrivati a caratterizzare la realtà giornaliera di così tanti cittadini palestinesi.

Nel corso delle ultime settimane, decine di migliaia di palestinesi cittadini di Israele sono scesi in piazza per protestare contro la violenza armata e l’insufficiente controllo da parte della polizia nelle loro comunità. Sembra che le manifestazioni siano state scatenate dall’uccisione di due fratelli nella città di Majd al-Krum, nella Galilea settentrionale, con le autorità locali che dopo l’episodio hanno abbastanza rapidamente mobilitato la gente, in coordinamento con l’ Higher Arab Monitoring Committee (Comitato superiore arabo per il monitoraggio) – un’organizzazione ombrello che rappresenta 1.9 milioni di cittadini palestinesi cittadini del Paese.

Tabony, co-direttrice della fondazione Mahpach-Taghir e membro del Comitato per la Lotta contro la Violenza di Nazareth, è una nota attivista sociale e politica che è stata coinvolta nell’organizzazione della recente ondata di proteste. Le ho posto domande sulle dimostrazioni, su cosa rivelano dei rapporti della comunità palestinese con le autorità israeliane e su cosa gli organizzatori sperano di ottenere.

Questa intervista è stata riveduta e ridotta per [ragioni di] chiarezza.

Perché queste proteste avvengono ora? Cosa c’è di diverso in questo momento?

Questo è il segno di quanto insopportabile sia diventato il dolore. È così, abbiamo esaurito la pazienza. Le persone non lo accetteranno più. A mio avviso, il fatto che noi, come comunità, decidiamo di nuovo di organizzarci è un segnale positivo. Ci stiamo comportando come un popolo, il che è positivo dopo un lungo periodo di divisioni “.

Che cosa vuoi dire con questo?

Come comunità palestinese che vive all’interno di Israele – afferma Tabony – sappiamo che dal 1948 fino ad oggi lo Stato ha cercato in tanti modi di indebolirci, di distruggere la nostra identità di palestinesi e la nostra unità come popolo. Penso che non siano riusciti a farlo, ma negli ultimi 20 anni, specialmente dall’ottobre 2000 e, ancora di più, nell’ultimo decennio, sotto il governo di Netanyahu, è stato intrapreso un cammino verso leggi estremamente razziste. Stiamo subendo tanto razzismo “.

Nell’ottobre 2000, poco dopo l’inizio della Seconda Intifada, la polizia israeliana ha ucciso 13 palestinesi, di cui 12 civili, mentre protestavano in solidarietà con i manifestanti in Cisgiordania e Gaza. Alla fine il governo ha nominato una commissione d’inchiesta per indagare sulle uccisioni, ma non è stato incriminato un solo ufficiale. La violenza ha segnato una svolta per i cittadini palestinesi di Israele, erodendo ulteriormente la scarsa fiducia che avevano nelle istituzioni statali e nelle forze dell’ordine.

Questa grave violazione della fiducia, tuttavia, è stata accompagnata da politiche economiche che hanno integrato meglio i cittadini palestinesi nella forza lavoro israeliana, spiega Tabony, creando un singolare equilibrio: “Da un lato, il razzismo è costante”, dice, e dall’altro , “ci vengono presentate nuove opportunità di lavoro”, come la risoluzione 922, con la quale il governo nel dicembre 2015 ha promesso 3,3 – 3,8 miliardi di euro per la promozione dello sviluppo economico nella società araba nei successivi cinque anni. Ciò ha dato origine all’individualismo, spronato dalla frenetica competitività della vita moderna, “che spesso ci allontana dal nostro senso di identità e dalla nostra principale battaglia – rivolta a porre fine all’occupazione.

“A tal proposito – aggiunge Tabony – le donne hanno assunto un ruolo chiaramente centrale in questa lotta”.

In che modo?

“Quando abbiamo bloccato la strada n°6 [una delle autostrade a pagamento nel centro di Israele], era notevole il numero di donne che guidavano le auto da sole. C’era un gruppo impressionante di donne che protestavano anche in testa [al corteo], dirigendo gli slogan e assumendo un ruolo attivo. Il numero di donne e ragazze alla protesta di Majd al-Krum è stato sorprendente. In entrambe le proteste di Nazareth che ho contribuito a organizzare, le donne hanno fatto parte della pianificazione e hanno costituito una parte significativa dei partecipanti. Ciò dimostra una partnership più autentica nella nostra comunità – afferma Tabony. – Lo spazio per le donne si è ampliato.”

Secondo Tabony, un altro motivo per cui queste manifestazioni stanno prendendo piede ora è la sensazione tra i cittadini palestinesi di essere uniti sotto un’unica guida “di fronte a un governo e a un regime fortemente razzisti” – in particolare con il ritorno, alle elezioni nazionali di settembre, della Lista Unita, che riunisce candidati palestinesi ed ebrei non sionisti. “In occasione di ogni protesta partecipano sempre più persone e spero che i nostri numeri continueranno a crescere”, afferma.

Ma sono le stesse persone, la leadership non è cambiata. Cosa c’è di diverso ora?

Sono tutti stufi. Da quando io ricordi ho sempre partecipato alle proteste. Ora vedo in queste dimostrazioni persone che non avrei mai immaginato di vedere. C’è una ventata di entusiasmo, unito a una maggiore consapevolezza sociale e politica – spiega Tabony. – C’è un più forte senso di responsabilità tra le persone”.

Tabony ritiene che la sparatoria di Majd al-Krum sia ciò che ha scatenato le proteste in parte a causa del classismo nella società palestinese. “Quando la violenza si manifestava nell’area del “Triangolo ” [una concentrazione di città e villaggi arabi israeliani adiacenti alla Linea Verde, situata nella pianura orientale di Sharon tra le colline del Samarian, n.d.tr.] o a Ramleh, Lyd e Yaffa, quante persone abbiamo mobilitato? Ci siamo davvero comportati come un solo popolo? No.”

Intendi a causa della disuguaglianza socio-economica?

C’è sicuramente del classismo nella nostra comunità. – afferma Tabony – Il nord è diverso dal sud”.

La maggior parte dei cittadini palestinesi israeliani vive nelle regioni “periferiche”, lontano dal centro economico e culturale del paese. Circa il 57% degli arabi vive nel nord, tra cui Haifa e la Galilea. Il “Triangolo” si riferisce a un gruppo di città e cittadine palestinesi più vicine al centro geografico di Israele, dove, insieme alle “città miste” [tra ebrei e arabi, n.d.tr.] di Jaffa, Ramleh e Lyd, vive circa il 10,7% della popolazione palestinese israeliana.

I palestinesi [che vivono] nei piccoli comuni e nelle città esclusivamente arabe del nord sono orgogliosi del loro parziale senso di autonomia dallo Stato, irraggiungibile per i palestinesi delle “città miste”. Mentre il governo esercita ancora un controllo significativo sulle località esclusivamente arabe in termini di stanziamenti di bilancio e pianificazione, ad esempio, c’è un senso condiviso dell’agire politico che ispira l’azione collettiva.

La povertà svolge un ruolo significativo nel perpetuare la violenza. Voglio dire, questi due ragazzi che mi sono passati davanti in moto, sono sicari; sono pagati per uccidere. Con la prospettiva di guadagnare grandi somme di denaro in breve tempo, quando non si riesce a trovare lavoro altrove – hanno intravisto questo lavoro “.

In base alle statistiche del 2014, il tasso di povertà tra i palestinesi cittadini di Israele è circa tre volte quello degli ebrei. Secondo i dati del 2011, una media del 47% dei diplomati presso le scuole superiori delle località arabe ha accesso all’iscrizione universitaria, rispetto al 61% delle aree ebraiche.

Ci sono molti altri mali da cui i cittadini palestinesi sono affetti in quanto comunità emarginata e con pochi servizi a disposizione, tra cui le disparità nello stanziamento di fondi pubblici, la segregazione e la confisca delle terre. Perché le proteste si concentrano sulla violenza armata?

“È collegato alla nostra gerarchia dei bisogni. Dopo la garanzia del cibo e di un riparo, viene la necessità del sentirsi al sicuro. La sicurezza personale è un’esigenza fondamentale “.

Secondo Tabony, si ha la sensazione che le autorità abbiano “perso il controllo”. La polizia israeliana e le istituzioni statali, afferma, sono arrivate alla conclusione che questa situazione non sia più sostenibile.

Il rapporto tra la comunità palestinese e le forze dell’ordine israeliane è stato storicamente difficile e complicato. Da un lato, al fine di sentirci più sicuri, chiediamo alla polizia di recarsi nelle città arabe e di svolgere correttamente il proprio lavoro. Dall’altro, non ci fidiamo di loro.

Tabony cita i risultati di un sondaggio del 2019 dell’Abraham Fund [organizzazione che intende promuovere la coesistenza in Palestina tra i tre popoli abramitici: ebrei, cristiani e musulmani, n.d.tr.], secondo il quale solo il 26,1% degli intervistati palestinesi dichiara di fidarsi della polizia israeliana e il 24% esprime soddisfazione per il funzionamento della polizia. Tuttavia, in base a quello stesso rapporto, il 58% di questi intervistati ha affermato che si rivolgerebbe alla polizia se essi stessi o qualcuno nella loro famiglia subisse una violenza.

“Questo dimostra che vogliamo che la polizia faccia il suo lavoro” – afferma Tabony. – “Ma quando non lo fa, ognuno perde fiducia in quell’istituzione.

La polizia stessa – l’intero sistema – è razzista nei nostri confronti e si comporta con noi alla stregua di una minaccia nazionale, non come cittadini con diritto agli stessi diritti e servizi che ottengono i cittadini ebrei. Il punto di partenza per la polizia è che noi siamo dei nemici dello Stato col proposito di uccidere. Solo dopo aver dimostrato che non rappresentiamo alcuna minaccia, iniziano ad aiutarci.”

Ma l’altro lato di tale equazione è che, poiché non ci fidiamo della polizia, non ci relazioniamo con loro in quanto organo legittimo.

Quando un giovane sparò dei colpi di arma da fuoco nel mezzo di Tel Aviv, il Paese si fermò fino a quando non venne trovato e non furono confiscate le sue armi da fuoco. Quando i colpi vengono sparati in una città araba e la polizia non fa nulla, cosa significa? Che la polizia approva [il fatto] che gli arabi si uccidano a vicenda. Approva la diffusione delle armi. Quello che vogliamo è che la polizia faccia effettivamente il proprio lavoro, e non che si rechi nei nostri villaggi e città solo per comminare più sanzioni o mostrarci chi è che comanda durante le proteste politiche”.

L’occupazione salta fuori durante queste proteste? Ne discutete come organizzatori?

Innanzitutto, facciamo sventolare la bandiera palestinese in quasi tutte le nostre manifestazioni, e questo è essenziale. Anche gli slogan; alcuni riguardano i nostri prigionieri, altri riguardano la fine dell’occupazione. Ci sono state persone che lo hanno criticato, che hanno detto: ‘Che cosa c’entra la bandiera palestinese con questo? La violenza armata è un problema interno’. Ma ovviamente sono [problemi] interconnessi.”

Come spiegheresti questo a qualcuno che non vede alcun legame tra il modo in cui le autorità israeliane trattano i cittadini palestinesi e il modo in cui controllano i palestinesi sotto occupazione?

In primo luogo, [farei presente] che la maggior parte delle armi da fuoco proviene dalla polizia e che l’esercito è la prova più chiara del fatto che [le autorità] sono coinvolte in questo, che è loro interesse sostenere questa violenza. Perché sono interessati a perpetuare questa situazione? Dovremmo chiedercelo. La violenza ci rende più deboli. Perché? Perché ci allontana dalle questioni centrali mentre siamo impantanati a causa delle minacce quotidiane alla nostra esistenza, cercando di sopravvivere.

Anche la modernizzazione e il capitalismo, qual è il loro obiettivo, alla fine? Darci la sensazione di possedere il controllo sulla nostra vita, [del fatto] che possiamo uscire e prendere un caffè in un bel locale, che la vita è bella. Le persone possono incontrare difficoltà ai posti di blocco, ma succede lì, qui va tutto bene. [Credere] che tutto ciò per cui dobbiamo impegnarci è il nostro benessere personale ci fa sentire padroni del nostro destino.

“Sai quante persone sulla mia pagina Facebook dicono cose come ‘la soluzione per noi è partire?’ Non è strettamente connesso? Sai quanti [cittadini palestinesi] sono già emigrati a causa di questa realtà?”

Intendi dire che questo è un altro modo attraverso cui Israele sta buttando fuori i palestinesi?

Indirettamente, sì. Spingendoci ad emigrare, interrompendo il nostro legame con questa terra, facendoci sentire come se dovessimo esistere solo come individui e prendere le distanze dagli altri. Questo ci rende più deboli. Riduce il nostro senso di solidarietà, la nostra identità di gruppo.

Questo è l’ideale per lo Stato, non solo perché siamo arabi, ma perché è così che impedisce a tutti i gruppi emarginati di formare alleanze. Se durante la protesta etiope [in Israele, nel luglio 2019, da parte degli ebrei etiopi, n.d.tr.], dopo l’uccisione del giovane, ci fossimo ritrovati tutti insieme, immagina le proteste che avremmo potuto organizzare. È la chiara strategia del ‘divide et impera’.

“Ma dico anche che abbiamo una responsabilità in quanto comunità. Supponiamo che il 70% della soluzione del problema spetti al governo: infondere un senso di sicurezza, sequestrare tutte le armi e elaborare un chiaro piano economico che offra opportunità alla comunità araba, compreso un coerente piano sociale per i nostri giovani. Dell’altro 30% del problema è responsabile la nostra comunità. Dobbiamo riconoscervi anche la nostra parte.”

Ultimamente, i cittadini palestinesi hanno anche organizzato importanti manifestazioni sulla violenza contro le donne e le molestie verso i LGBTQ. Queste questioni si sovrappongono nell’attuale ondata di proteste?

“Più del 50% delle donne uccise in Israele sono palestinesi e noi rappresentiamo solo il 20% della popolazione israeliana. Lo stesso vale per le uccisioni in generale: circa il 60% delle vittime di omicidio in Israele sono arabi. Questo in parte perché stiamo passando da una società tradizionale alla modernizzazione. Gli altri aspetti riguardano la consapevolezza riguardo il genere e i diritti delle donne.

La violenza domestica è [un tema] importante da discutere, ma differisce dalla più estesa ondata di violenza nella nostra comunità. Dobbiamo parlare dei diritti delle donne e dei diritti LGBTQ sempre all’interno della nostra più ampia lotta nazionale.

Le minacce che le persone affrontano a causa del loro genere sono un segno del dominio patriarcale e del controllo su di noi come donne. Il crimine dilagante nella nostra comunità, tuttavia, è una conseguenza di fattori economici e politici, oltre che patriarcali. Ciò significa che le donne vengono uccise a causa del desiderio della società di controllare le nostre decisioni e i nostri corpi, semplicemente per [il fatto di] essere donne. Quando si tratta di violenza ed episodi criminali, tuttavia, i soggetti che si scontrano tra di loro hanno lo stesso potere. Quindi, le dinamiche di potere sono diverse.”

Ci sono degli obiettivi specifici che state cercando di raggiungere con queste proteste?

Chiediamo un piano globale per combattere la violenza e il crimine nella società araba. Sembra che i ministeri si stiano finalmente svegliando rispetto a questa realtà. Il ministero dell’Interno ha inviato una lettera ai vari comuni affermando di avere l’interesse a procedere con dei progetti su questo tema. È chiaro che questo non è un problema che possiamo risolvere da soli e le autorità devono fare la loro parte.

“Stiamo presentando questi piani al governo, tenendo presente che non esiste ancora un governo e che potremmo avvicinarci alle terze elezioni politiche [in meno di un anno, n.d.tr]. Ma le nostre richieste sono chiare: innanzitutto, porre fine alla violenza arrestando gli autori e sequestrando tutte le armi da fuoco. Questo è essenziale. Tuttavia, ciò non avrà successo senza un programma più esteso che affronti anche i fattori sociali ed economici in gioco”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un giudice multa i promotori di una petizione contro la vendita di armi di Israele alle Filippine

Orly Noy

17 ottobre 2019 – +972

Un giudice condanna i promotori di un ricorso, che hanno fatto causa al governo nel tentativo di porre fine all’esportazione di armi nelle Filippine, a pagare una multa, mandando un chiaro messaggio a quanti protestano contro la complicità di Israele con alcuni dei regimi più repressivi al mondo

Giovedì la giudice Gilia Ravid, del tribunale distrettuale di Tel Aviv, ha emesso una sentenza su un ricorso presentato dall’avvocato per i diritti umani Eitay Mack per conto di più di 50 attivisti per i diritti umani che chiedono che Israele smetta di esportare armi alle Filippine. Come avviene di solito nel caso di ricorsi di questo genere, l’udienza si è tenuta a porte chiuse e la sentenza è stata tenuta segreta. Tuttavia, con un’iniziativa inusuale, il giudice ha imposto ai ricorrenti il pagamento di 10.000 shekel (circa 2.500 euro) per le spese legali – l’unica parte della sentenza di cui è stata autorizzata la pubblicazione. 

In risposta alla richiesta dello Stato in questo senso, l’udienza si è tenuta a porte chiuse “per evitare danni alla sicurezza dello Stato e alle relazioni internazionali.” Mentre questa è la norma per simili processi, non si può fare a meno di chiedersi la ragione che ci sta dietro e la reale efficacia di una richiesta simile, dato che la maggior parte delle prove presentate dai ricorrenti era già di dominio pubblico ed è stata riferita sia dai media israeliani che internazionali.

Il ricorso era basato su comunicati stampa ufficiali delle autorità filippine che elencano in dettaglio le forniture di armi da Israele. Le prove includono post sulla pagina Facebook della polizia e della guardia costiera filippine e di un’industria bellica che agevola le vendite da Israele, oltre a informazioni ufficiali pubblicate dalla polizia filippina, dal ministero della Difesa e da fonti di informazione ufficiali.

Nel settembre 2019, durante la sua visita in Israele, il presidente filippino Rodrigo Duderte ha ammesso di aver ordinato alle forze di sicurezza di acquistare armi solo da Israele, dato che, a differenza di Stati Uniti, Germania e persino Cina, Israele non pone nessuna restrizione sul suo traffico d’armi. Ha fatto questa dichiarazione durante una conferenza stampa a Gerusalemme, davanti al presidente israeliano Reuven Rivlin e a molti leader mondiali.

Non è neppure un segreto come il governo di Duderte utilizzi queste armi. Secondo i gruppi per i diritti umani, da quando nel giugno 2016 Duderte ha preso il potere, la polizia e le milizie filippine che con essa collaborano hanno ucciso senza un regolare processo almeno 12.000 persone come parte della “lotta alla droga” del regime.

Se tutte le informazioni del ricorso sono note e disponibili all’opinione pubblica, perché l’udienza si è svolta a porte chiuse? E perché non è stato reso pubblico il verdetto del giudice? Come sempre la parola magica è “sicurezza dello Stato”, sufficiente a rendere i giudici acquiescenti nei confronti della volontà dei servizi di sicurezza e del governo. L’ufficio del pubblico ministero del distretto, che rappresenta lo Stato, ha argomentato a favore del silenzio stampa affermando che, dato che lo Stato non può rispondere pubblicamente all’azione legale, il suo silenzio potrebbe essere mal interpretato dai media.

Ciò presuppone che i mezzi di comunicazione israeliani abbiano un qualche interesse in questo tipo di denunce. Storicamente i media locali non hanno mai sfidato la pesante censura dello Stato su informazioni riguardanti le vendite di armi ad alcuni dei regimi più repressivi al mondo, nonostante il fatto che i ricorsi siano stati presentati in “tempo reale”, e che i Paesi che comprano le armi stiano commettendo gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e contro l’umanità.

Altrettanto irragionevole della decisione del tribunale di accogliere la censura sul caso è la decisione della giudice Ravid di imporre un’ammenda ai promotori. Ciò manda un chiaro e sconfortante messaggio all’opinione pubblica: “Siete stati avvertiti: protestare ha un prezzo.”

Questo tipo di ricorsi viene presentato con un’intrinseca mancanza di equilibrio dei poteri, perché lo Stato presenta i suoi documenti al tribunale senza notificarli alla parte avversa,” ha detto Mack. “Il tribunale ora è andato oltre, punendo i cittadini che hanno esercitato il proprio dovere civico cercando di impedire la complicità del loro Paese in crimini contro l’umanità,” ha aggiunto.

Secondo Mack i promotori hanno quasi finito di raccogliere di fondi necessari per coprire le spese legali imposte dal tribunale. “Ho avuto l’appoggio di ogni gruppo sociale, veramente da tutti, compresi personaggi di destra che stanno facendo una lotta per proprio conto su questo problema,” ha affermato.

C’è qualcosa di anacronistico riguardo alle ripetute richieste da parte dei ministeri degli Esteri e della Difesa dell’imposizione del silenzio stampa. L’opinione pubblica percepisce questo comportamento come rivoltante. I ministeri possono anche vincere la battaglia, però stanno perdendo la guerra. Nessun divieto può cancellare le orribili immagini che arrivano dalle Filippine,” ha aggiunto Mack.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [edizione in ebraico di +972, ndtr.]

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per proteggere i suoi alleati curdi, Israele deve scendere in campo contro la Turchia

Eitay Mack

15 ottobre 2019 – +972

Israele ha ripetutamente contribuito a genocidi, crimini contro l’umanità e crimini di guerra vendendo armi, addestramento e competenze tecniche a regimi omicidi. Questo rende difficile credere che farà la cosa giusta per quanto riguarda i curdi.

Il mondo sta guardando con allarme l’esercito turco che inizia l’invasione militare della roccaforte curda nel nord-est della Siria; molti osservatori paventano imminenti crimini di guerra, crimini contro l’umanità e persino genocidio contro i curdi. Non c’è assolutamente alcun dubbio che il successo della Turchia nell’impedire il riconoscimento internazionale del genocidio armeno tra il 1915 e il 1923 abbia incoraggiato Erdoğan a commettere orribili crimini contro il popolo curdo nel 2019.

È probabile che l’invasione rafforzi anche l’ISIS e porti al ristabilimento del cosiddetto Stato islamico, dopo che tanti curdi hanno sacrificato le loro vite per distruggerlo.

Il governo israeliano si trova ora nella difficile posizione di dover scegliere tra due alleati storici. La storica alleanza di Israele con i curdi risale agli anni ’50, quando David Ben Gurion stabilì la sua dottrina regionale, secondo la quale il ministero degli Esteri perseguì alleanze strategiche con attori non arabi in Medio Oriente. Con gli auspici di questa dottrina, Israele ha fornito supporto militare, politico e morale ai curdi. Nel 2017 Netanyahu è arrivato al punto di annunciare che Israele appoggia l’istituzione di uno Stato curdo indipendente.

Allo stesso tempo, e sempre con l’etichetta di dottrina regionale, Israele ha stretto un’alleanza diplomatica e di sicurezza con la Turchia. Tale rapporto si è approfondito dopo la firma degli Accordi di Oslo. Nel 1996 i due Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione militare, e la Turchia negli anni successivi ha acquistato miliardi di dollari di armamenti e tecnologia di difesa da Israele. Secondo vari rapporti, Israele ha aggiornato i velivoli e i carri armati turchi e ha venduto al Paese sistemi radar, missili, droni e munizioni. Inoltre l’esercito israeliano ha inviato del personale per addestrare ufficiali e soldati dell’esercito turco.

Nel 1950, Israele ha approvato una legge sulla prevenzione e la punizione del genocidio. Ha anche ratificato la Convenzione sul Genocidio, che ha stabilito il dovere di fare tutto ciò che è in suo potere per prevenire un genocidio.

Al di là delle implicazioni legali e morali, lo Stato di Israele non ha mai abbandonato un alleato. Se ignorasse il genocidio dei curdi nella Siria nord-orientale, Israele stabilirebbe un pericoloso precedente storico con conseguenze di vasta portata per la sua politica estera e la sicurezza nazionale.

I successivi governi israeliani e i ministri della Difesa hanno sfidato la fiducia dell’opinione pubblica aiutando ripetutamente genocidi, crimini contro l’umanità e crimini guerra in tutto il mondo vendendo armi, addestramento e competenza tecnica a regimi omicidi. Questi precedenti rendono difficile credere che faranno la cosa giusta per quanto riguarda i curdi.

L’apoteosi di questo cinismo è stata la decisione di Israele di sostenere la Turchia nel negare il genocidio armeno. Secondo gli stessi dati del ministero, nel 1987 i funzionari del ministero degli Esteri israeliano hanno aiutato la Turchia a fare pressioni affinché il Congresso degli Stati Uniti abolisse il voto per istituire il 24 aprile come giorno commemorativo del genocidio armeno.

In un telegramma del 7 giugno 1987 Yitzhak Laor, vicedirettore del settore del Medio Oriente presso il Ministero degli Esteri, scrisse che gli israeliani hanno agito in modo molto discreto in questa faccenda perché sapevano che se fossero stati associati al tentativo di negare il genocidio armeno “anche indirettamente”, Israele avrebbe “dovuto affrontare un grande scandalo”, sia a livello nazionale che internazionale.

Oded Eran, allora vice capo dell’ambasciata israeliana a Washington, il 12 agosto 1987 scrisse di sentirsi “molto a disagio” per essere intervenuto a bloccare la decisione di stabilire un giorno di commemorazione del genocidio armeno. “Non è opportuno che un rappresentante dello Stato ebraico sia coinvolto in questo argomento,” riassunse.

In un altro inquietante incidente, il ministero degli Esteri israeliano collaborò con la Turchia per esercitare forti pressioni sul Museo per la Memoria dell’Olocausto degli Stati Uniti per annullare il progetto di una mostra sul genocidio armeno. Un documento del ministero degli Esteri del marzo 1988 riporta che Abe Foxman, allora direttore dell’Anti-Defamation League [Lega contro la Diffamazione, importante associazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] si unì a Israele nel tentativo di bloccare una mostra sul genocidio armeno, arrivando al punto di minacciare di dimettersi dal consiglio di amministrazione del museo. Diciotto anni dopo, sotto il successore di Foxman, Jonathan Greenblatt, l’Anti-Defamation League modificò completamente la propria posizione e riconobbe ufficialmente il genocidio armeno.

I testimoni di un imminente massacro non hanno il diritto di stare in silenzio. L’assicurazione di Netanyahu secondo cui Israele fornirà aiuto umanitario ai curdi non è sufficiente. Ricorda una situazione simile nel luglio 1994, quando Israele inviò aiuti umanitari alla frontiera del Rwanda per aiutare i sopravvissuti al genocidio perpetrato dagli hutu armati con armi israeliane.

L’opinione pubblica israeliana deve immediatamente chiedere che i suoi parlamentari prendano le seguenti iniziative:

  1. Inviare un messaggio inequivocabile a Erdoğan: la Turchia non deve perpetrare crimini contro il popolo curdo con armi israeliane;

  2. Annunciare che Israele congelerà i propri rapporti commerciali con la Turchia (nel 2017 ammontavano a 1,4 miliardi di dollari);

  3. Israele deve espellere l’ambasciatore turco in Israele e richiamare l’ambasciatore israeliano in Turchia;

  4. Israele deve riconoscere il genocidio armeno.

Eitay Mack è un giurista israeliano dei diritti umani che lavora per interrompere l’aiuto militare israeliano a regimi che commettano crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [edizione in ebraico di +972, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano )




Come alcuni medici israeliani rendono possibile la tortura da parte dello Shin Bet

Ruchama Marton

7 ottobre 2019- +972

Dall’autorizzare brutali tecniche di interrogatorio al redigere referti medici falsi, alcuni medici israeliani hanno assunto un ruolo attivo nella tortura dei prigionieri palestinesi.

Se lo Shin Bet [servizi di sicurezza interni israeliani, ndtr.] gestisce una scuola per i propri agenti ed addetti agli interrogatori, il curriculum deve sicuramente includere una lezione su come dire una menzogna. Sembra che i testi insegnati non siano cambiati nel corso degli anni. Nel 1993, rispondendo alle accuse secondo cui lo Shin Bet aveva brutalmente torturato il detenuto palestinese Hassan Zubeidi, l’allora comandante delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] del comando nord Yossi Peled disse al giornalista israeliano Gabi Nitzan che “in Israele la tortura non c’è. Ho fatto il soldato per 30 anni nelle IDF e so quello di cui sto parlando.”

Ventisei anni dopo, il vice capo dello Shin Bet ed ex-addetto agli interrogatori dello Shin Bet Yitzhak Ilan ha ripetuto la stessa frase al conduttore del telegiornale della televisione nazionale Ya’akov Eilon mentre parlava di Samer Arbeed, un palestinese di 44 anni che è stato ricoverato in ospedale in condizioni critiche dopo essere stato, a quanto pare, torturato dallo Shin Bet. Arbeed è sospettato di aver organizzato un attentato mortale che in agosto ha ucciso una ragazza israeliana ed ha ferito suo padre e suo fratello presso una sorgente in Cisgiordania. Ilan si è molto arrabbiato all’idea che lo Shin Bet sia in qualche modo responsabile delle condizioni di Arbeed.

Lasciando da parte queste assurde forme di negazione, come medico e fondatore di “Medici per i diritti umani-Israele”, sono sempre rimasto scosso da come in Israele medici israeliani collaborino e consentano le torture.

Nel giugno 1993 organizzai a Tel Aviv una conferenza internazionale per conto di MEDU contro la tortura in Israele. Alla conferenza presentai un documento medico dello Shin Bet scoperto per caso dalla giornalista israeliana Michal Sela. Nel documento al medico dello Shin Bet veniva chiesto se il prigioniero in questione avesse una qualche limitazione di carattere medico riguardo al fatto di tenerlo in isolamento, se potesse essere legato, se il suo volto potesse essere coperto o se potesse essere lasciato in piedi per lunghi periodi di tempo.

Lo Shin Bet negò che questo documento fosse mai esistito. “Non c’è nessun documento. Era un semplice documento sperimentale che non è in uso,” sostenne l’istituzione. Quattro anni dopo venne alla luce un secondo documento, simile in modo sospetto al primo. Quel documento chiedeva ai dottori di autorizzare la tortura in base a una serie di condizioni precedentemente concordate.

Il primo documento, insieme ad altre risultanze, venne pubblicato nel libro intitolato “Tortura: diritti umani, etica medica e il caso di Israele.” Il libro non si può trovare in Israele: Steimatzky, la più antica e grande catena di librerie di Israele, ha vietato la sua vendita. Forse è un’ulteriore prova che in Israele non si pratica la tortura.

Dopo che il documento venne scoperto, MEDU si rivolse all’associazione dei medici di Israele e chiese di unirsi alla lotta contro la tortura. L’IMA [Israel Medical Association] pretese che il MEDU consegnasse i nomi dei medici dello Shin Bet che avevano firmato il documento in modo che la questione potesse essere gestita internamente.

Mi rifiutai di consegnare i nomi e dissi all’avvocato dell’IMA di non essere interessato a perseguire medici di base – volevo cambiare l’intero sistema. Ciò significava l’abolizione della legittimità concessa alle confessioni estorte sotto tortura, educare i membri dell’IMA riguardo alla non collaborazione con i torturatori, e in particolare fornire aiuto concreto a quei dottori che denunciassero sospetti di torture o interrogatori brutali.

All’epoca l’IMA si accontentò di far circolare le nostre dichiarazioni senza fare niente per impedire ai medici dello Shin Bet di cooperare con la tortura. Oltretutto l’organizzazione non rispettò i suoi obblighi di creare un ambito di discussione in cui i dottori informassero su sospette torture.

Un fallimento etico, morale e pratico

Ma non sono solo i medici nello Shin Bet e nel servizio carcerario israeliano che collaborano con la tortura. In tutto Israele i medici dei pronto soccorso stilano falsi pareri medici in sintonia con le richieste dello Shin Bet. Prendete ad esempio il caso di Nader Qumsieh, della città cisgiordana di Beit Sahour. Venne arrestato a casa sua il 4 maggio 1993 e portato cinque giorni dopo nel centro medico Soroka di Be’er Sheva. Lì un urologo gli diagnosticò un’emorragia e una lacerazione allo scroto.

Qumsieh affermò di essere stato picchiato e colpito ai testicoli durante l’interrogatorio. Dieci giorni dopo Qumsieh venne portato davanti allo stesso urologo per un controllo medico, dopo che questi aveva ricevuto una telefonata dall’esercito israeliano. L’urologo scrisse una lettera retrodatata (come se fosse stata redatta due giorni prima), senza effettuare realmente un ulteriore controllo del paziente, in cui diceva che “secondo il paziente, egli è caduto dalle scale due giorni prima di essere arrivato al pronto soccorso.” Questa volta la diagnosi fu “ematoma superficiale nella zona dello scroto, che corrisponde a contusioni locali subite da due a cinque giorni precedenti la visita.” La lettera originaria dell’urologo scritta dopo il primo esame sparì dalla documentazione medica di Qumsieh. La storia ci insegna che ovunque i medici introiettano facilmente e concretamente i valori del regime, e molti di loro diventano suoi leali servitori. Questo è stato il caso della Germania nazista, degli Stati Uniti e di vari Paesi in America latina. Lo stesso vale per Israele. Il caso di Qumsieh, insieme a innumerevoli altri casi, riflette il fallimento etico, morale e concreto del sistema sanitario israeliano di fronte alla tortura.

Già dal XVIII° secolo giuristi – più che medici – pubblicarono opinioni legali accompagnate da prove secondo cui non c’era rapporto tra provocare dolore e arrivare alla verità. Quindi sia la tortura che le confessioni estorte con la sofferenza erano legalmente prive di valore. Si può solo supporre che i capi dello Shin Bet, dell’esercito e della polizia conoscano questo pezzo di storia.

Eppure la tortura, che include una crudeltà sia psicologica che fisica, continua ad avvenire su vasta scala. Perché? Perché il reale obiettivo della tortura e dell’umiliazione è spezzare lo spirito e il corpo del prigioniero o della prigioniera. Eliminare la sua personalità.

La ragione giuridica per vietare la tortura è basata sull’idea utilitaristica che non si possa arrivare alla verità infliggendo dolore. Ma i medici sono tenuti prima di tutto al principio che sia proibito provocare danno fisico o psicologico a un paziente.

Il documento di idoneità medica dello Shin Bet consente di impedire il sonno, consente a chi interroga di esporre il prigioniero a temperature estreme, di picchiarlo, di legarlo per molte ore in posizioni dolorose, di obbligarlo a stare in piedi per ore finché i vasi sanguigni dei piedi bruciano, di coprigli la testa per lunghi periodi di tempo, di umiliarlo sessualmente, di spezzare il suo spirito recidendo i rapporti con la famiglia e gli avvocati, di tenerlo in isolamento finché perde la salute mentale.

Il modulo di idoneità medica dello Shin Bet non è lo stesso di quello utilizzato per stabilire l’idoneità per far parte della forza aerea o persino guidare un’auto. Questo tipo di “idoneità” porta il prigioniero direttamente nella camera di tortura – e il medico lo sa. Il medico sa a quale tipo di processo sistematico di dolore e umiliazione lui o lei sta prestando il proprio consenso e approvazione. Sono i medici che sovrintendono alla tortura, visitano il prigioniero torturato e stilano il parere medico o il referto patologico.

Il camice bianco passa nella camera di tortura come un’ombra in agguato durante gli interrogatori. Un dottore che collabora con le torture di Israele è complice di quello stesso sistema. Se un prigioniero o una prigioniera muore durante l’interrogatorio, il medico è complice della sua morte. Medici, infermieri, paramedici e giudici che sanno quello che avviene e preferiscono rimanere in silenzio sono tutti complici.

Ci dobbiamo opporre in modo incondizionato a qualunque forma di tortura, senza eccezioni. Noi, cittadini di uno Stato democratico, dobbiamo rifiutare di cooperare con il crimine della tortura, e a maggior ragione se si tratta di medici.

Non dobbiamo neanche nasconderci dietro l’idea che la tortura sia un sintomo dell’occupazione, dicendo a noi stessi che questa pratica sparirà quando finirà l’occupazione. La tortura è una concezione del mondo in base alla quale i diritti umani non trovano posto o non hanno valore. Esisteva molto prima dell’occupazione e continuerà ad esistere se noi non cambiamo quella mentalità.

Pratiche investigative violente e crudeli non contribuiscono alla sicurezza nazionale neppure se sono commesse in suo nome. La tortura provoca una vertiginosa distruzione del nostro stesso tessuto sociale. Non perdono i valori morali, della dignità umana e della democrazia solo quelli che praticano questo terribile tipo di “lavoro”, ma anche tutti quelli che rimangono in silenzio, che non lo vogliono sapere. Di fatto, tutti noi.

Il dottor Ruchama Marton è il fondatore di “Medici per i Diritti Umani-Israele”. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su “Local Call” [edizione in ebraico di +972, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Guardate Hebron e vedrete l’occupazione nel suo complesso

Eyal Hareuveni

29 settembre 2019 +972 Magazine

Le colonie, i checkpoint ed i muri che sono la realtà della popolazione palestinese di Hebron vengono ora replicati ovunque in tutta la Cisgiordania.

Chi visita per la prima volta la colonia ebraica nel centro della città vecchia di Hebron potrebbe avere l’impressione di essere finito nel cuore dell’oscurità. È qui che le politiche di occupazione militare israeliana hanno toccato il picco della barbarie: reggimenti di soldati sono dispiegati per proteggere 700 coloni ebrei che vivono in un’enclave che è diventata un luogo di degrado urbano in conseguenza delle misure di sicurezza dell’esercito. I 200.000 palestinesi residenti della città non possono fare nulla per contrastare le misure oppressive che rendono insopportabili le loro vite.

A Hebron l’esercito ha distrutto o sigillato le case dell’epoca mamelucca [regno egiziano durato dalla metà del XIII alla metà del XVI secolo, ndtr.] che costeggiano il cosiddetto Cammino dei Fedeli, un sentiero riservato esclusivamente ai coloni ebrei in quanto è il loro percorso verso la Tomba dei Patriarchi [la moschea di Ibrahim per i musulmani, ndtr.]. Shuhada Street, un tempo vivace fulcro commerciale dell’intera Cisgiordania meridionale, è immersa nel silenzio; i commercianti hanno abbandonato i loro negozi e quasi tutti gli abitanti se ne sono andati. Né è possibile ignorare le decine di checkpoint attrezzati con tecnologie avanzate di riconoscimento facciale. Queste riproposizioni nel XXI secolo delle fortezze medievali mantengono la colonia ebraica separata dal resto di Hebron.

Alcuni palestinesi sono rimasti, anche se le loro vite sono controllate e gestite dalle forze di sicurezza israeliane. Quasi tutti dicono che, se solo avessero potuto, avrebbero lasciato la città fantasma in cui da tempo Israele li ha intrappolati. Ogni attività quotidiana – andare a scuola o al lavoro, fare o ricevere visite dai famigliari, partecipare a feste di famiglia, addirittura andare a fare la spesa – comporta stare in fila ai checkpoint e subire un trattamento umiliante.

Quasi ogni giorno, nella pressoché totale impunità, soldati, poliziotti e coloni commettono violenze contro i palestinesi. I soldati li sottopongono a perquisizioni umilianti, fanno incursione nelle loro case nel cuore della notte ed eseguono finti arresti. Tutti questi sono normali aspetti dell’occupazione in generale, ma ad Hebron sono molto più continui.

Nel 2007 Hagai Alon, allora collaboratore dell’ex Ministro della Difesa Amir Peretz [dirigente del partito Laburista israeliano, ndtr.], disse che lo scopo di queste politiche era di “svuotare Hebron dagli arabi” – in altri termini, scacciare la popolazione civile con la forza. In base al diritto umanitario internazionale, il trasferimento forzato di popolazione civile è un crimine di guerra.

Il modello di Hebron non è unico. Le forze di occupazione usano le stesse tattiche in tutta la Cisgiordania, in modi differenti ma con lo stesso scopo – la sempre più violenta espulsione dei palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. Insediamenti, checkpoint e muri circondano i principali centri urbani palestinesi, ed anche villaggi come Susiya e Khan al-Ahmar. Gli abitanti di questi due villaggi devono anche affrontare la minaccia di espulsione nel tentativo di spingerli a forza in enclave più grandi. Lo stesso avviene nella Valle di Shiloh, nel blocco di colonie di Talmonim, in tutta la Valle del Giordano dove sono sorti gli avamposti, a Gerusalemme est, intorno a Betlemme e nel sud della Cisgiordania. In altre parole, avviene ovunque.

Il meglio di Israele ha preso parte a questa ingiustizia: i giudici della Corte Suprema, gli alti ufficiali dell’esercito e degli apparati di sicurezza, i membri dell’Avvocatura Generale dell’esercito, l’ufficio della Procura di Stato e, ovviamente, politici di destra e di sinistra. Tutti hanno tollerato la violenza, a Hebron e dovunque in Cisgiordania. Tutti hanno legittimato l’espulsione dei palestinesi e il furto delle loro proprietà – e non solo ad Hebron. Tutti hanno appoggiato la continua oppressione dei palestinesi, anche dopo che gli atroci effetti di questa politica sono diventati evidenti.

I coloni amano dire: “Hebron: infine e per sempre”. Ma Hebron è molto più di ciò: è qui, là e dovunque. Guardate Hebron e vedrete tutti i territori occupati.

Eyal Hareuveni è un ricercatore di B’Tselem. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su ‘Local Call’.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il principale sconfitto in queste elezioni: il sionismo liberale

Mairav Zonszein

26 settembre 2019 +972

Gli israeliani votano regolarmente contro l’idea di uno Stato ebreo e democratico israeliano accanto uno Stato palestinese. E’ ora impossibile capire come ciò possa mai essere realizzato.

Domenica Ayman Odeh, il presidente della Joint List (Lista Unita, alleanza politica dei principali partiti arabi in Israele, n.d.tr.), ha incontrato il presidente Reuven Rivlin per annunciare la decisione importante del suo partito di appoggiare Benny Gantz, presidente del partito “Blu e Bianco” [i colori della bandiera israeliana. Partito di centro che ha vinto le elezioni, n.d.tr.], per la sua elezione come primo ministro. Nel tentativo di contrastare un altro mandato di Netanyahu, Ayman Odeh ha fatto ciò che nessun altro politico israeliano sta facendo – ha definito una visione per il futuro del Paese: “Vogliamo vivere in un luogo pacifico che sia fondato sulla fine dell’occupazione, sulla creazione di uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele, su una vera uguaglianza, a livello civile e nazionale, su una giustizia sociale e certamente sulla democrazia per tutti “.

Questa non è una posizione nuova o radicale. Semmai, rappresenta l’anima dello schieramento israeliano a favore della pace degli anni ’90. È un caratteristico approccio sionista liberale, ma l’unico politico israeliano che lo esprima è un politico musulmano palestinese di Haifa. Odeh presiede il Partito socialista arabo-ebraico Hadash, che insieme ai tre partiti prevalentemente arabi costituisce la Joint List; avendo vinto 13 seggi dopo le elezioni della scorsa settimana, la Joint List è ora il terzo maggiore partito della Knesset.

L’opinione di Odeh pubblicata sul The New York Times domenicale [vedi su zeitun.info] ha tradotto per un pubblico americano ciò in cui credono molti cittadini palestinesi e una minoranza di cittadini ebrei: “Il solo futuro per questo paese è un futuro condiviso, e non c’è futuro condiviso senza piena ed equa partecipazione dei cittadini [israeliani] arabo-palestinesi ”.

Per chi sostiene la democrazia liberale, o anche solo per chi è realista, è difficile mettere in discussione questa affermazione, soprattutto da momento che i cittadini palestinesi costituiscono il 20% della popolazione israeliana. Tuttavia rimane non solo una posizione minoritaria in Israele, ma perseguitata e delegittimata. Con o senza Netanyahu, non vi è alcuna prospettiva realistica che la Joint List sia invitata a far parte di una coalizione di governo (dalla fondazione dello Stato, nessun partito palestinese-israeliano è stato al governo) o addirittura a dirigere l’opposizione. I cittadini palestinesi di Israele hanno dimostrato di avere abbastanza potere per esistere nel quadro politico, ma non abbastanza per cambiarla.

Dopo i risultati elettorali della scorsa settimana, Netanyahu ha parlato della necessità di un “governo sionista forte” (in codice: per soli ebrei) ed ha etichettato la Joint List come “anti-sionista”. Allo stesso modo, il Partito Blu e Bianco, come la maggior parte degli israeliani, sostiene che Israele è la casa patria del popolo ebraico in cui solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione. Blu e Bianco ha partecipato alle elezioni con un programma anti-Netanyahu; durante la sua campagna, il partito ha sostenuto il pluralismo e ha insistito sul fatto che avrebbe respinto la legge discriminatoria sullo Stato nazione ebraico.

Alla fine, tuttavia, lo Stato-nazione ebraico finisce per rappresentare esattamente ciò in cui credono. Sono emotivamente e ideologicamente attaccati all’idea che Israele debba essere uno Stato che privilegi i diritti degli ebrei rispetto a quelli dei cittadini non ebrei. Non importa quanto siano liberali o affermino di esserlo, questo dato di fatto prevale sempre sul tutto il resto, lasciando centinaia di migliaia di cittadini palestinesi intrinsecamente privati degli stessi diritti e negando loro la via per acquisirli.

Un recente sondaggio condotto dall’Israel Democracy Institute mostra che il 76% dei cittadini palestinesi è favorevole al fatto che la Joint List si unisca a una coalizione al potere e faccia in modo che i propri rappresentanti ricoprano nel governo la carica di ministri. Quasi la metà dei cittadini ebrei (49 per cento) si oppone all’idea. Ciò rende insignificante l’affermazione secondo cui i cittadini palestinesi sono anti-sionisti o che non riconoscono Israele, dal momento che stanno evidentemente prendendo parte attiva al processo politico.

Dopo due elezioni in un anno, entrambe non in grado di produrre una chiara maggioranza, il paese si trova in una condizione di stallo politico; la difficoltà riflette la condizione sia del modello liberale sionista che l’ostinazione del consenso israeliano. Un Stato etnico ebraico non può, per definizione, essere anche liberale e democratico, in particolare quando la sua popolazione comprende una grande minoranza autoctona con un’identità nazionale e culturale separata.

Dalla fondazione dello Stato, i leader politici israeliani sia di destra che di sinistra hanno dato la priorità all’appropriazione della terra e agli’insediamenti ebraici rispetto alla concessione degli stessi diritti civili a tutti i cittadini, indipendentemente dalla nazionalità o dalla religione. Questa politica è andata a scapito del raggiungimento di una soluzione politica – per non dire sostenibile – che riconosca i diritti e le aspirazioni di entrambi i popoli.

Blu and Bianco, Likud, Yisrael Beitenu [Israele Casa Nostra, partito di estrema destra laica, n.d.tr.] di Avigdor Lieberman, i partiti ortodossi e persino i partiti Unione Democratica e laburista-Gesher, di centro-sinistra, affrontano tutti la stessa crisi. Sostengono di essere liberali e insistono di essere democratici, ma non hanno ancora capito come trattare con i cittadini palestinesi di Israele, come oggi gli è stato chiarito da Ayman Odeh, o dal popolo palestinese in generale. È interessante, ad esempio, notare che il partito israeliano di centrosinistra è stato chiamato, nelle elezioni del 2015, Unione Sionista, mentre quest’anno abbiamo visto come la formazione della Unione Democratica (una coalizione di Meretz, Ehud Barak e Labor’s Stav Shaffir, entrambi laburisti), manifestasse la tensione tra il sionismo e la democrazia e come, da un giorno all’altro, ammettesse che per essere di sinistra in Israele, alla fine devi difendere l’uno o l’altra. Questo dice molto sullo stato attuale della politica israeliana.

Il principale sconfitto della seconda elezione israeliana del 2019 è il sionismo liberale. L’idea che Israele possa essere uno Stato ebraico e democratico con confini internazionalmente riconosciuti, che riconosca la sua minoranza nazionale palestinese e insieme raggiunga un accordo per costituire uno Stato palestinese, ha subito un colpo fatale. Gli israeliani hanno regolarmente votato contro questa idea; ora è impossibile capire come potrebbe mai essere realizzata.

Ayman Odeh è un leader valido ed efficace, con un’integrità. Insistendo nel suo articolo sul New York Times, sul fatto che “c’è abbastanza spazio per tutti noi nella nostra patria condivisa, abbastanza spazio per la poesia di Mahmoud Darwish e le storie dei nostri nonni, abbastanza spazio per tutti noi per far crescere le nostre famiglie in uguaglianza e pace”, egli sta sfidando gli israeliani liberali a guardarsi allo specchio e a trovare un modo per conciliare le loro opinioni politiche particolaristiche (il loro sionismo) con i loro valori. Possono farlo solo accettando che i palestinesi – cittadini, residenti o sotto occupazione senza uno Stato – non se ne vadano. La natura precisa della soluzione politica, che si tratti di uno o due Stati, è di secondaria importanza per conseguire una formula in base alla quale ebrei e arabi abbiano pari diritti e vivano in pace e dignità.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le elezioni rivelano una profonda spaccatura nella destra israeliana.

Meron Rapoport

19 settembre 2019 + 972

Il potere politico del movimento dei coloni, una volta un’élite in ascesa, è ora in declino.

Mentre gli analisti politici si chiedono se siamo arrivati alla fine dell’era Netanyahu, si presta poca attenzione a un altro importante risultato di queste elezioni, cioè il declino del potere politico del movimento nazionalista religioso. Un tempo questi “signori della terra”, come si autodefiniscono, pensavano di essere sulla strada giusta per diventare la nuova élite politica e culturale di Israele. Ma i dati dimostrano che il loro influsso politico sta calando.

Il Likud è sempre stato al centro del blocco di destra. Negli ultimi decenni ha assorbito i partiti che rappresentano tre grandi gruppi demografici: gli ultraortodossi, gli immigrati dall’ex Unione Sovietica e il movimento nazionalista religioso o dei coloni. Netanyahu ha creato un blocco politico coerente che, ad ogni elezione, ha garantito una maggioranza praticamente automatica alla destra.

Netanyahu ha fatto del consolidamento del blocco dell’ala destra lo scopo della sua vita politica, basandosi sulla convinzione che fosse il modo migliore per evitare uno Stato palestinese. Quindi ha rafforzato i legami del Likud con il campo nazionalista religioso, poiché la loro lealtà alla Terra di Israele era indiscussa, a differenza di quella della vecchia base del Likud, più interessata al libertarismo che all’espansionismo territoriale. Questo è uno dei motivi per cui Netanyahu si è circondato di gente che indossa lo yarmulke [tipico copricapo degli ebrei osservanti, ndtr.] all’uncinetto, preferito dai coloni nazionalisti religiosi.

Le elezioni di aprile hanno creato una spaccatura nel blocco di destra, che ha visto i partiti che rappresentano gli ultraortodossi e gli elettori dall’ex Unione Sovietica distanziarsi dagli ideologi nazionalisti religiosi, di cui non condividono la visione del mondo. Infatti non sono mai stati particolarmente interessati né all’idea di controllare la Grande Terra Biblica di Israele, né al progetto delle colonie.

Lieberman non ha dovuto faticare molto per convincere i falchi della sua base secolare proveniente dall’ex Unione Sovietica che gli ultraortodossi erano il loro più grande nemico. Gli ultraortodossi sono quelli che mettono in discussione la loro identità ebraica e che cercano di imporre il loro stile di vita religioso, con il rifiuto di permettere i trasporti pubblici di sabato e i tentativi di controllare la vendita di cibi non kosher.  Gli ultraortodossi hanno reagito.

Alle elezioni del 17 settembre, entrambi i gruppi sono cresciuti, Lieberman ha fatto crescere il suo partito da cinque a otto seggi e gli ultra-ortodossi sono saliti da 16 a 17. Ma ci sono poche possibilità che i partiti di destra si uniscano di nuovo per ricostruire un’alleanza forte come in passato.

Ancora più interessante è la sorte dei partiti nazionalisti religiosi, che hanno legato il proprio destino al Likud. Ad aprile avevano vinto 44 seggi (35 per il Likud, 4 per Kahlon [leader del partito di centro Kulanu, ndtr.] e 5 per l’Unione dei partiti di destra), più 4 dal partito New Right [Nuova Destra, partito dei coloni, ndtr] di Bennett e Shaked e altri 3 dal partito Jewish Leadership [Dirigenza Ebraica, partito sionista libertario, ndtr.] di Moshe Feiglin. Complessivamente, 51 seggi sono andati al blocco di destra.

Queste elezioni hanno visto affievolirsi il potere del movimento religioso nazionalista. Il Likud ha conquistato solo 31 seggi, un calo rispetto ai 35 di aprile. Netanyahu ha ottenuto solo 38 seggi per il suo blocco, nonostante quelli vinti con i voti dei sostenitori di Kahlon, Feiglin, Smotrich, Rafi Peretz, Shaked e Bennett. La lista kahanista di Otzma Yehudit (Jewish Power) non ha superato la soglia, ma anche se lo avesse fatto, avrebbe portato solo quattro seggi in più, arrivando a 41, mentre il minimo necessario per un governo di coalizione è di 61 seggi.

L’equilibrio di potere nella destra politica è ora scosso, con implicazioni cruciali. Se i partiti ultra-ortodossi vedranno che collaborare con il blocco dell’ala destra non garantisce loro un incarico nel governo, rivaluteranno la loro alleanza. Se gli elettori dell’ex Unione Sovietica vedranno che scontrarsi con gli ultraortodossi ne fa l’ago della bilancia nell’arena politica israeliana, non si affretteranno a rientrare nel blocco di Netanyahu.

Il movimento nazionalista religioso pagherà il prezzo politico più alto per una tale ridistribuzione dell’equilibrio del potere. Nonostante la loro percezione di sé come signori della terra, non sono mai riusciti ad entrare in politica come partito indipendente. Invece di diventare la “nuova élite”, il movimento dei coloni starebbe per diventare un peso politico, proprio come il movimento dei kibbutz, ormai quasi dimenticato, che divenne praticamente irrilevante nel 1977 quando Menachem Begin guidò il Likud alla vittoria. Non siamo ancora arrivati a quel punto, ma ci siamo più vicini di quanto chiunque avesse potuto pensare sei mesi fa.

(traduzione  di Mirella Alessio)




Pretesti della polizia contro attivista palestinese

Per la polizia di Gerusalemme anche dirigere il traffico è una forma di terrorismo

Uno dei più importanti attivisti politici di Gerusalemme est è stato arrestato per appoggio al terrorismo mentre stava cercando di risolvere un ingorgo stradale nel suo quartiere

Oren Ziv

29 agosto 2019  +972

All’inizio di questa settimana la polizia israeliana ha arrestato a Gerusalemme est un noto attivista palestinese con l’accusa di aver incoraggiato gli automobilisti ad investire dei poliziotti israeliani, mentre dirigeva il traffico nel suo quartiere.

Muhammad Abu Hummus, uno dei più importanti attivisti a Issawiya, che ha documentato le quotidiane incursioni della polizia nel quartiere negli ultimi mesi, è stato arrestato domenica dopo aver messo in rete un video che riprendeva se stesso mentre dava indicazioni di guida a un’automobilista palestinese in mezzo a un ingorgo stradale.

Lunedì Abu Hummus è stato portato dinnanzi alla pretura di Gerusalemme, dove rappresentanti della polizia hanno detto al giudice che lui aveva incoraggiato l’automobilista ad investirli. Nel video si può sentire Abu Hummus che aiuta a dirigere il traffico nel centro di Issawiya, mentre i poliziotti stanno a guardare. Quando si avvicina un’automobilista palestinese esitante, si sente Abu Hummus che le dice ‘id’asi’, che in arabo significa ‘vai avanti’. Tuttavia, per la maggioranza degli ebrei israeliani, suona simile al termine ebraico ‘tidresi’, che significa ‘travolgere’. Abu Hummus è stato arrestato quattro giorni dopo che il video è stato postato su Facebook.

La pretura ha rilasciato Abu Hummus un giorno dopo il suo arresto. La polizia è ricorsa in appello presso la Corte distrettuale di Gerusalemme, che ha prorogato la sua custodia cautelare fino a martedì pomeriggio e gli ha ordinato di stare lontano dal quartiere per 15 giorni. Da allora Abu Hummus ha dormito in una stazione di servizio all’entrata di Issawiya.

A dispetto delle accuse della polizia, il video mostra che i poliziotti presenti non erano in pericolo, non hanno risposto direttamente ad Abu Hummus quando lui ha parlato in arabo all’automobilista e non lo hanno arrestato sul posto. I verbali delle sue audizioni rivelano che la polizia aveva altre motivazioni per l’arresto.

“Lui si presenta in occasione di ogni disordine o tutte le volte che arrivano poliziotti a Issawiya. Sobilla e si prende gioco dei poliziotti. Tutti i poliziotti lo conoscono”, ha detto il rappresentante della polizia Haitham Trody lunedì al giudice della Corte distrettuale. “Lo abbiamo arrestato perché non è un elemento positivo a Issawiya”, ha detto un altro rappresentante della polizia.

Michal Peleg, un’attivista dell’associazione [di israeliani e palestinesi, ndtr.] contro l’occupazione “Ta’ayush”, che era presente quando è stato girato il video, ha detto che è stata una  giornata come le altre a Issawiya. “Verso le 18,30 dei giovani poliziotti di frontiera hanno iniziato a marciare per il quartiere. Li abbiamo seguiti insieme a Abu Hummus ed abbiamo scattato fotografie. Mentre eravamo sulla strada principale uno dei poliziotti si è improvvisamente voltato e senza alcun motivo ha sparato verso di noi una granata stordente, che ha infranto il parabrezza di un’auto.”

Dice che i veicoli della polizia che tutti i giorni entrano nel quartiere bloccano le strette vie di Issawiya, provocando grossi ingorghi stradali e creando caos.

“Abu Hummus stava cercando di risolvere un ingorgo creato dalla polizia. L’automobilista era vicino a noi e lui le ha indicato di andare avanti per non bloccare il traffico”, ha aggiunto.

Peleg non ha dubbi che la polizia stia cercando tutti i modi per fermare Abu Hummus. “Cercano qualunque pretesto per arrestarlo, quindi a qualcuno è venuta l’idea che il video sarebbe stato utile. Hanno interesse a toglierlo di mezzo perché lui è una fonte di ispirazione per la resistenza civile nonviolenta e documenta ciò che loro fanno nel quartiere.”

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Dalle ondate di caldo all’ “apartheid ecologico”: cambiamento climatico in Israele-Palestina

Matan Kaminer, Basma Fahoum ed Edo Konrad

8 agosto 2019 – +972

Mentre il nascente movimento per la giustizia climatica in Israele cerca di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, i palestinesi sotto occupazione rimangono estremamente vulnerabili ai pericolosi effetti del cambiamento climatico. Tuttavia, a causa dello squilibrio di potere esistente, lavorare insieme per combatterlo sembra quasi impossibile.

Secondo i ricercatori del clima europei, il luglio 2019 è stato il mese più caldo mai registrato. Dopo solo un anno da quando la Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico dell’ONU ha reso pubblico il suo storico rapporto che mette in guardia su un’imminente catastrofe climatica, le temperature sono vertiginosamente aumentate in luoghi come Alaska e Svezia, sono state ridotte in cenere foreste in Siberia, si sono sciolti ghiacciai in Groenlandia e intere città sono rimaste senz’acqua in India.

Di fronte a un aumento delle temperature, affrontare la crisi climatica e i suoi effetti sugli esseri umani è diventato un problema cruciale per governi, politici e movimenti per la giustizia sociale in tutto il mondo. Si prevede che Israele-Palestina, situati in una delle regioni più calde del globo, vedranno un aumento delle temperature a un ritmo ancora più veloce.

Sondaggi effettuali tra gli israeliani mostrano una notevole indifferenza nei confronti dell’imminente crisi, il che significa che il governo israeliano deve affrontare una scarsa pressione popolare riguardo al problema. Non sono state fatte ricerche simili nei territori palestinesi occupati, ma la continua occupazione della Cisgiordania e l’assedio di Gaza accentuano il rischio di una catastrofe climatica per i palestinesi e al contempo rendono in pratica impossibile per il loro governo fare qualcosa al riguardo.

Alla fine dello scorso anno un gruppo di ricercatori israeliani ha pubblicato la prima previsione su quello che il cambiamento climatico potrebbe significare per Israele-Palestina. I risultati sono stati terrificanti: rispetto al periodo di riferimento 1981-2010, si prevede che il lasso di tempo di 30 anni che inizierà nel 2041 vedrà temperature medie in aumento di 2,5° e una riduzione delle precipitazioni fino al 40% nelle zone non aride del Paese.

Secondo uno dei ricercatori, la professoressa Hadas Saaroni dell’università di Tel Aviv, il caldo e l’umidità che israeliani e palestinesi che vivono lungo la costa avvertono durante i mesi estivi non farà che crescere in modo più estremo. Sostiene che in estate abbiamo già quasi 24 ore di stress termico, ma che tende a ridursi nelle ore serali e notturne. “Ciò peggiorerà: lo stress termico sarà più pesante di giorno e non si ridurrà di notte.” E, come praticamente tutto ciò che si riferisce al cambiamento climatico, il caldo non sarà distribuito in modo equilibrato. Una recente ricerca del comune di Tel Aviv-Jaffa prevede che le temperature nelle zone povere del sud della città saliranno di sette gradi Celsius più che nei ricchi quartieri settentrionali.

Mentre Saaroni è sorprendentemente ottimista riguardo agli effetti del cambiamento climatico sul livello del mare (“il mare salirà di circa un metro, ma solo alla fine del secolo. Con la tecnologia abbiamo il tempo di adeguarci”), lei e altri scienziati del clima israeliani sono sempre più preoccupati della strisciante desertificazione del Paese. Temperature in aumento e minor piovosità significano che il deserto, che già copre buona parte del Paese, si estenderà lentamente verso nord, sostiene il professore di ecologia Marcelo Sternberg, anche lui dell’università di Tel Aviv.

Tuttavia senza ulteriori studi è difficile dire fino a dove arriverà la desertificazione. “Alcune ricerche, compresa la mia, mostrano che il nostro territorio è resistente ai cambiamenti della piovosità all’interno della gamma naturale di variazioni,” dice Sternberg. “Ma cambiamento climatico significa temperature al di fuori di quella gamma – e non sappiamo cosa ciò significhi.” Quello che pare certo è che gli incendi, che negli ultimi anni hanno colpito sempre più frequentemente il Paese, continueranno a devastarlo durante le estati.

Lottare contro l’“apartheid climatico”

Lo Stato di Palestina ha firmato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico. Ma, a causa del governo militare israeliano in Cisgiordania e del blocco della Striscia di Gaza, i palestinesi non hanno praticamente alcun controllo sulle proprie risorse naturali, e non sono in grado di mettere pienamente in atto i trattati o di adottare progetti nazionali, e non possono fare piani concreti per adattarsi alla crisi climatica.

In Cisgiordania la fornitura di acqua è più vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico. Secondo un rapporto del 2013 dell’associazione palestinese per i diritti umani “Al-Haq”, il consumo pro capite di acqua per uso domestico degli israeliani è da quattro a cinque volte maggiore di quello della popolazione palestinese dei territori occupati. In Cisgiordania i coloni israeliani consumano circa sei volte la quantità di acqua usata dalla popolazione palestinese che vive nello stesso territorio.

Alcune comunità palestinesi, soprattutto quelle che vivono in zone della Cisgiordania sotto totale controllo militare israeliano, non sono collegate con alcuna infrastruttura idrica e devono percorrere chilometri per procurarsi l’acqua, che spesso è cara e di dubbia qualità. Nel contempo l’esercito israeliano rende quasi impossibile avere l’autorizzazione per nuovi serbatoi d’acqua, e quelli costruiti senza permesso sono regolarmente distrutti dalle autorità. Secondo Al-Haq, il settore idrico nei territori occupati e in Israele è caratterizzato da uno sfruttamento eccessivo notevolmente asimmetrico delle risorse idriche condivise, da un esaurimento dello stoccaggio a lungo termine, da un deterioramento della qualità dell’acqua e da crescenti livelli di domanda provocati da alti tassi di incremento della popolazione. Nel contempo la zona sta assistendo a una diminuzione della fornitura di acqua pro capite – un peso che è sproporzionatamente a carico della popolazione palestinese.

Il dottor Abdulrahman Tamimi, direttore generale del Gruppo Idrologico Palestinese, afferma che, mentre Israele ha le competenze tecnologiche per adattare il proprio settore agricolo ai cambiamenti del clima, in Cisgiordania entro un decennio l’agricoltura diverrà impraticabile. La situazione a Gaza è aggravata dall’assedio israeliano, che tra le altre cose ha portato all’eccessivo sfruttamento delle risorse idriche del sottosuolo che sta sempre più esaurendo l’Acquifero costiero, il che ha reso non potabile il 90% della fornitura d’acqua.

“Non c’è speranza per Gaza da nessun punto di vista finché la situazione politica là rimane senza soluzione,” sostiene Tamimi. Afferma di credere che entro i prossimi cinque o sei anni l’agricoltura di Gaza, le infrastrutture idriche e l’economia non funzioneranno più. Soluzioni come la desalinizzazione, che consentirebbe di avere sia acqua potabile che un’irrigazione regolare, sono lussi che la gente di Gaza semplicemente non si può permettere, spiega Tamimi: “Chi potrebbe pagare 1,5 dollari al metro cubo?”

“L’acqua è già una risorsa così rara nella regione,” dice Zena Agha, l’esperta di politica USA del gruppo di analisi palestinese Al-Shabaka, che si concentra sull’intersezione tra il clima e l’occupazione israeliana, “che il cambiamento climatico agisce semplicemente come un peggioramento della minaccia.” Agha afferma che sulla carta un accordo di pace tra israeliani e palestinesi dovrebbe poter risolvere la crisi idrica in Cisgiordania. Invece gli accordi di Oslo, una serie di intese provvisorie che due decenni fa avrebbero dovuto portare a un accordo per uno status finale, l’hanno solo peggiorata. In seguito a ciò, l’80% delle risorse idriche nei territori occupati è sotto controllo israeliano. Nel contempo i soldati israeliani distruggono regolarmente sistemi di raccolta dell’acqua tradizionali a livello locale utilizzati dai palestinesi nelle zone della Cisgiordania lasciati da Oslo sotto totale controllo militare israeliano.

“Si comincia a vedere una politica ufficiale di sottrazione dell’acqua e delle risorse, sostenuta e delineata da una serie di leggi, politiche, licenze, permessi e udienze in tribunale utilizzati per rubare l’acqua dei palestinesi,” dice Agha. “D’altra parte, c’è anche una sorta di approccio concreto, che coinvolge l’esercito israeliano che si presenta, dichiara un’area militare chiusa e ruba direttamente le risorse. Questa è la politica attiva dello Stato israeliano.” Agha dice che le politiche israeliane in Cisgiordania equivalgono a un “apartheid climatico”.

“Quanto sta avvenendo in Palestina è un chiaro esempio di un gruppo etnico-religioso che possiede risorse migliori e preferenziali rispetto a un altro gruppo, esclusivamente sulla base della religione e della cittadinanza. L’occupazione crea una situazione in cui è impossibile per i palestinesi sviluppare realmente le capacità di adattamento per resistere alla minaccia davvero incombente del cambiamento climatico,” dice Agha.

Agha sostiene che, mentre l’Autorità per la Qualità dell’Ambiente dell’Autorità Nazionale Palestinese ha elaborato un piano di adeguamento sostenuto dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, simili piani sono “quasi ridicoli”.

“Supponiamo che l’ANP [Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] abbia la possibilità di pianificare con 40 anni di anticipo: per ora non ha neppure il potere di prevedere cosa succederà domani. L’ANP si trova in un paradosso: pianificare per il futuro su una terra su cui non ha controllo. Da ogni punto di vista è priva di potere.”

Eppure Agha crede che l’ANP abbia un ruolo da giocare nel mettere in atto strategie a lungo termine per cercare di adattarsi all’attuale situazione, compreso il contrasto diretto con Israele riguardo alle politiche sull’acqua, promuovendo un’agricoltura sostenibile ed ecologica, ripristinando le cooperative agricole, che hanno rappresentato gli interessi e le preoccupazioni dei contadini e negli anni ’80 erano apprezzate nei territori occupati.

Alcune Ong e attivisti palestinesi stanno cercando di approfittare del vuoto lasciato. Per esempio la Società per la Natura in Palestina sta tentando di condurre la prima ricerca complessiva su flora e uccelli della Palestina, per comprendere meglio i cambiamenti della biodiversità in conseguenza del cambiamento climatico. L’Istituto Palestinese per la Biodiversità e la Sostenibilità e il Museo Palestinese di Storia Naturale presso l’università di Betlemme stanno dirigendo un progetto per la conservazione della biodiversità unica del Paese e per fare studi sulle complesse questioni della distruzione dell’habitat e del declino dell’ambiente provocati dal cambiamento climatico e dalle politiche del conflitto.

In Cisgiordania attivisti palestinesi hanno creato iniziative ambientali come archivi dei semi tradizionali che preservano il patrimonio agricolo e la biodiversità palestinesi, l’ agro-ecologia e l’agricoltura sostenuta dalla comunità, per promuovere la sovranità alimentare, riducendo al minimo gli effetti delle coltivazioni sull’ambiente.

Una politica senza sbocco

Nel luglio 2018 il governo israeliano ha adottato il “Programma Nazionale per l’Adeguamento al Cambiamento Climatico”, che include 30 punti di azione che affrontano vari aspetti del cambiamento climatico, come acqua, energia e salute pubblica. Il piano si occupa anche di problemi specifici delle preoccupazioni politiche ed economiche di Israele, compresi gli adeguamenti per l’industria ambientale, la possibilità di utilizzare energia nucleare e come il cambiamento climatico colpisca il Medio Oriente nel suo complesso, compresi rifugiati, nuove rotte commerciali, scarsità di cibo e di acqua.

Si presta particolare attenzione alle questioni della capacità di intervento dell’esercito. Il piano include raccomandazioni per affrontare le necessità materiali e strategiche delle IDF, che vanno dalle uniformi dei soldati e dalla dislocazione delle basi allo studio dell’“effetto del cambiamento climatico sui Paesi musulmani”, alla stipula di accordi di mutuo aiuto. Il piano tuttavia non specifica la fonte di finanziamento di ogni punto e non fornisce i costi totali previsti.

La produzione di energia di Israele rimane pressoché interamente basata su combustibili fossili. In molti Paesi in tutto il mondo le discussioni sul clima sono concentrate sul liberarsi dalla produzione di energia basata sui combustibili fossili – in seguito a forti pressioni dell’opinione pubblica, governi come quello della Germania e della California hanno annunciato un passaggio pianificato al 100% di energia rinnovabile entro il 2050 -, ma in Israele il problema rimane una questione politica senza sbocco. All’inizio del 2018 il ministro dell’Energia israeliano ha proposto un piano per passare dai “combustibili inquinanti” come carbone e petrolio al gas naturale. Il progetto intende raggiungere un obiettivo di appena il 17% della produzione da energia rinnovabile entro il 2030, con un obiettivo intermedio del 10% entro il 2020.

Tuttavia la richiesta di una produzione interna del 100% da energia rinnovabile ha oppositori persino all’interno il movimento ecologista israeliano. Mentre “Green Course”, un gruppo ambientalista di base, ha accolto la richiesta, la “Società per la Protezione della Natura in Israele”, l’organizzazione ambientalista israeliana più affermata, ha preso la posizione secondo cui solare ed eolico rappresentano una minaccia per la rara e pregiata biodiversità del Paese – il primo distrugge l’habitat della fauna terrestre e il secondo uccide gli uccelli.

“Stimiamo che i pannelli solari sui tetti e altre superfici alterate o deteriorate possano fornire almeno un terzo del fabbisogno di energia di Israele,” afferma Dror Boymel, capo del dipartimento di pianificazione presso l’SPNI. “Il resto dovrebbe venire da altre fonti – sia da gas naturale che da altri Paesi della regione che non hanno problemi di spazio e hanno una natura meno vulnerabile.”

É difficile parlare di render questo un posto migliore”

Uno studio pubblicato quest’anno dal centro di ricerche “PEW” prima del “Giorno della Terra” ha rilevato che solo il 38% degli israeliani considera il cambiamento climatico una grave minaccia. Su 26 Paesi in cui è stata fatta la ricerca Israele è arrivato per ultimo. Lo studio non include i palestinesi dei territori occupati.

Di conseguenza il movimento ambientalista israeliano sta cambiando marcia. Mentre in passato i gruppi ecologisti hanno teso a concentrarsi su problemi “lievi” come il riciclaggio, oggi la crisi climatica è in cima alla loro agenda, e molti che sono convinti che solo un’azione radicale sarà in grado di fermare la catastrofe.

“Gli ambientalisti non sono più considerati ‘simpatici’ come una volta,” dice Ya’ara Peretz, responsabile delle politiche di “Green Course”. Peretz è stata anche una delle principali organizzatrici della Marcia per il Clima di quest’anno, la più grande di sempre in Israele, che ha visto molte migliaia di persone protestare nel centro di Tel Aviv, con la richiesta che il governo di Israele prenda immediatamente misure. “Il rapporto dell’IPCC ha cambiato tutto e ha spinto la gente fuori dal proprio guscio,” dice. “Ci siamo resi conto del fatto che ciò è grave e quello che vediamo accadere nel mondo sta aiutando. Le persone vogliono essere coinvolte – ora è il momento di essere creativi.”

Secondo Peretz uno dei maggiori cambiamenti è l’impegno di giovani cittadini israeliani – sia ebrei che palestinesi – che ora stanno guidando il movimento con l’aiuto degli attivisti di “Green Course”. Prendendo esempio da Greta Thunberg, l’attivista svedese adolescente che è diventata l’icona della lotta contro il cambiamento climatico, studenti delle superiori hanno fatto vari scioperi e hanno marciato fino alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.], chiedendo che i parlamentari inizino a prendere sul serio il problema. “Questi ragazzi sono molto più svegli di noi,” dice Peretz.

“Ho sempre pensato che i problemi fossero dovuti al fatto che qualcun altro stava prendendo le decisioni,” dice Lama Ghanayim durante un evento nel Left Bank Club di Tel Aviv a metà luglio. Ghanayim, della città araba di Sakhnin, nel nord di Israele, è una dei dirigenti degli scioperi studenteschi. “Organizzare questi scioperi è stata un’opportunità per ottenere finalmente qualcosa. Non voglio stare fuori e lasciare che qualcun altro prenda i comandi quando si tratta di una questione così grave,” dice Ghanayim.

Gruppi ambientalisti esperti come “Green Course” e SPNI non sono più le uniche voci che affrontano il problema del clima in Israele. Recentemente il movimento per l’azione diretta “Extinction Rebellion” ha aperto una sezione in Israele. Il movimento israeliano di sinistra “Standing Together”, che finora si era concentrato prevalentemente sulla lotta contro il razzismo, l’occupazione e l’appoggio ai diritti dei lavoratori, recentemente ha adottato il cambiamento climatico come questione centrale del suo programma.

“Tra gli attivisti c’è la sensazione che, quando passano dalle proteste per il clima a quelle per la pace, vedano facce completamente diverse,” dice Ilay Abramovitch, un attivista di Standing Together. “Non si tratta delle stesse persone. Ma se guardi in giro per il mondo vedrai che molti partiti di sinistra hanno il clima in cima al loro programma.”

Abramovitch dice che la visione della sua organizzazione si basa sull’idea che ogni lotta contro il cambiamento climatico debba essere intrapresa insieme ai sindacati e ai gruppi palestinesi. “Crediamo che, quando viene danneggiato l’ambiente, lo sono anche le persone, e quelli che sono più a rischio sono i segmenti più poveri della società e i Paesi più poveri. La nostra lotta deve essere regionale, e ovviamente deve essere di ebrei e arabi insieme.”

Ma anche se il lavoro comune di arabi ed ebrei sui problemi del clima risulta naturale per attivisti come Ghanayem e Abramovich, che sono cittadini di Israele, gli attivisti e gli accademici palestinesi della Cisgiordania si trovano di fronte a una decisione molto più complicata. Mentre si rendono conto che la pianificazione regionale è inevitabile, sono preoccupati che qualunque discussione di collaborazione con gli israeliani sulle questioni climatiche che non affronti l’occupazione serva a normalizzare una situazione politica in cui le comunità palestinesi sono le più vulnerabili al cambiamento climatico.

Ma persino nella sinistra israeliana unire le forze nel movimento ambientalista non sempre sembra una scelta naturale. “Alcune persone chiedono: ‘Cosa c’entra la sinistra con il movimento ambientalista? Perché non ci lasciate continuare a lottare contro l’occupazione?’” Dice Abramovitch. “La gente non capisce pienamente l’opportunità che abbiamo di creare una lotta più ampia occupandoci della crisi climatica.”

Peretz dice che, nonostante il suo ottimismo, è ancora difficile trovare israeliani, persino quelli coinvolti in altre lotte per la giustizia sociale, che vedano il cambiamento climatico come una minaccia immediata. “La lotta ambientalista è vista come una battaglia di privilegiati, soprattutto quando così tanti credono che niente sia più importante della nostra sicurezza nazionale,” dice. “È difficile parlare con la gente di fare di questo un posto migliore. La mentalità è che dovremmo semplicemente essere grati di avere uno Stato nostro – che sia uno Stato buono o giusto è secondario.”

Matan Kaminer è un antropologo e un membro del consiglio di amministrazione dell’Accademia per l’Uguaglianza [organizzazione israeliana per i diritti di tutti i cittadini, ndtr.].

Basma Fahoum è una dottoranda in storia alla Standford University.

Edo Konrad è vice direttore di +972 Magazine.

(traduzione di Amedeo Rossi)