Il ‘tempo dei miracoli’ della destra israeliana è finito. I palestinesi non stanno andando da nessuna parte

Meron Rapoport

2 ottobre 2025 – +972 Magazine

Benché per molti versi problematico, il piano in 20 punti di Trump per porre fine alla guerra di Gaza sembra segnare la fine delle fantasticherie di espulsione del governo.

Dovremmo saperne di più prima di prendere sul serio qualunque cosiddetta proposta di pace presentata dal presidente USA Donald Trump insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ma, mentre il mondo aspetta la risposta di Hamas al piano di Trump in 20 punti per porre fine alla guerra a Gaza, reso pubblico lunedì al momento della conferenza stampa dei due, è possibile incominciare a delineare alcune iniziali conclusioni su quanto tutto ciò significa per Israele e i palestinesi.

Tuttavia prima di ogni discussione su chi “ha vinto” o “perso” negli scorsi due anni non dobbiamo dimenticare il semplice fatto che se questo accordo sarà applicato alla lettera il genocidio finirà, la distruzione di Gaza si fermerà, gli aiuti umanitari entreranno impedendo altre morti per fame, tutti gli ostaggi israeliani rimasti verranno rilasciati insieme a migliaia di palestinesi detenuti con o senza accuse nelle prigioni israeliane e i soldati israeliani non saranno più uccisi in missione in una guerra insensata e criminale.

C’è una quantità di elementi di confusione e contraddittorietà sia nel discorso di Trump che nella proposta scritta, mentre alcuni dei Paesi che inizialmente hanno appoggiato il testo stanno già prendendone le distanze dopo le modifiche dell’ultimo minuto di Netanyahu. Ma i punti fondamentali sono praticamente gli stessi che hanno caratterizzato i negoziati sul cessate il fuoco a partire da ottobre 2023: il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio della fine della guerra e del rilascio di prigionieri palestinesi, un graduale ritiro israeliano da Gaza, la rinuncia al potere da parte di Hamas e l’ingresso di una forza di sicurezza multinazionale con il coinvolgimento di diversi Stati arabi.

Dopo la morte stimata di 100.000 palestinesi e la maggior parte delle città di Gaza rase al suolo ogni espressione di “vittoria” per Hamas sarebbe del tutto assurda. Ma questa proposta non è nemmeno una vittoria per Israele, certo non per Netanyahu ed i suoi partner di governo, le cui ambizioni di ripulire Gaza dalla sua popolazione palestinese sono da molto tempo esplicite.

Non era neanche passata una settimana dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre che il Ministero dell’Intelligence di Israele (in qualche modo impotente), guidato da Gila Gamliel del partito Likud di Netanyahu, pubblicò un piano ufficiale che auspicava l’evacuazione di 2.3 milioni di abitanti di Gaza. L’esercito iniziò ad attuare una politica di distruzione di interi quartieri per impedire il ritorno degli sfollati nel breve tempo e questo divenne il suo principale modus operandi a partire dal cosiddetto “Piano dei Generali” della fine del 2024.

Il risultato è che la maggior parte di Khan Younis nel sud insieme a Beit Hanoun, Beit Lahiya ed ora parti di Gaza City nel nord non esistono più, essendo state completamente rase al suolo e la loro popolazione compressa in un’area di solo il 13% della terra della Striscia.

Dal momento in cui Trump ha presentato il suo piano per la “Riviera di Gaza” nel febbraio di quest’anno la pulizia etnica, definita “migrazione volontaria” o semplicemente espulsione, è diventata il programma di azione centrale del governo israeliano. Netanyahu ne ha parlato esplicitamente. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha creato un’ “amministrazione dei trasferimenti” per sviluppare i piani per implementarla. Funzionari israeliani e americani sono andati in giro per trovare Paesi che fossero disposti ad accettare grandi numeri di rifugiati palestinesi.

L’esercito ha presentato “l’allontanamento della popolazione” come uno degli obiettivi dell’ “Operazione Carri di Gedeone” lanciata a marzo e si è vantato dei convogli di centinaia di migliaia di persone scacciate da Gaza City nelle ultime settimane come di un risultato dei “Carri di Gedeone II”. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha sostenuto di stare già spartendo le proprietà immobiliari di Gaza con l’amministrazione Trump, dato che una “vittoria decisiva” sui palestinesi sembrava alla portata. Per la destra israeliana era, come ha affermato lo scorso anno il Ministro delle Colonie e delle Missioni Nazionali Orit Strook, “un tempo di miracoli”.

Nel piano in 20 punti della Casa Bianca molto è stato lasciato nell’ambiguità, ma quando si tratta della questione della migrazione il linguaggio è inequivocabile. “Nessuno verrà costretto a lasciare Gaza e chi intende andarsene sarà libero di farlo e libero di ritornare”, recita l’articolo 12. “Incoraggeremo le persone a rimanere e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore.”

Il “tempo dei miracoli”, quell’opportunità unica in un secolo di eliminare i palestinesi da Gaza una volta per tutte, è finito. Bastonati e malconci, i gazawi restano lì.

L’articolo 16 inoltre stabilisce che “Israele non occuperà o annetterà Gaza”. Accanto ai commenti di Trump della scorsa settimana che implicano che l’annessione della Cisgiordania per il momento non è sul tavolo dei negoziati, la lista dei desiderata del governo si sta velocemente dissolvendo.

Inoltre il vertiginoso voltafaccia del portavoce di Netanyahu sui media della destra – dall’euforia per l’imminente espulsione al fervente appoggio al patto anti-trasferimento di Trump – nasce non solo dalla volontà di esaltare il primo ministro prima in vista di elezioni anticipate che molti prevedono per il prossimo anno; può anche nascere dal tardivo riconoscimento che una deportazione di massa semplicemente non è attuabile.

I fatti sono che l’Egitto non permetterà nessun trasferimento forzato nel Sinai e non un solo Paese ha concordato di accettare centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi. Anche se Israele riuscisse a distruggere Gaza City e spingere tutti i restanti abitanti ad Al-Mawasi nel sud, sarà comunque “impantanato” con 2 milioni di palestinesi e con un livello di isolamento internazionale un tempo considerato impossibile.

Sembra che molti in Israele, anche tra i sostenitori di Netanyahu, stiano ora realizzando che sia meglio chiudere il capitolo Gaza e dichiarare vittoria piuttosto che continuare a finanziare una campagna militare senza un chiaro punto finale e con obbiettivi che non potranno mai essere raggiunti.

Via il blocco, sì allo Stato?

Hamas e i palestinesi in generale non sono certo felici della nuova proposta, e per buone ragioni. Con l’eccezione di un iniziale e limitato ripiegamento delle forze israeliane, non ci sono date o garanzie per i successivi ritiri. Questo lascia aperta la porta ad Israele per dire che le sue condizioni non sono state rispettate e che perciò continuerà ad occupare grandi parti di Gaza. La proposta comprende anche la “demilitarizzazione” della Striscia e la distruzione di tutte le infrastrutture militari, il che significa che nessun gruppo armato palestinese sarà in grado di respingere l’aggressione israeliana.

A livello politico l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non tornerà a Gaza fino a che non abbia attuato un “programma di riforme” la cui durata è rimasta indefinita. Lo scollamento da lungo tempo esistente tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania continuerà quindi indefinitamente e Gaza stessa verrà posta sotto una specie di gestione fiduciaria americano-britannica. Hamas lascerà tutti i poteri di governo ed i suoi leader “che si impegneranno ad una coesistenza pacifica” otterranno l’amnistia e un transito sicuro qualora volessero lasciare la Striscia.

In quanto organizzazione nata sull’idea di “resistenza” sarà molto arduo per Hamas accettare ciò che inevitabilmente sarà percepito come una resa. Potrebbe respingere l’accordo proprio per questo motivo.

Ma qui le cose si complicano un po’. La Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) preconizzata nel testo somiglia molto a qualcosa che il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ed anche alcuni governi europei hanno richiesto da due decenni per proteggere i palestinesi da Israele. Israele non si è mai degnato di commentare quelle proposte: adesso Netanyahu presenta l’idea come un risultato storico.

Non è ancora chiaro che forma avrà l’ISF, di quali poteri godrà e come funzionerà il suo coordinamento con l’esercito israeliano. Ma è certo che includerà soldati stranieri – dal Pakistan, dall’Indonesia e forse dall’Egitto – accanto alla polizia locale palestinese.

Non per niente Netanyahu ha preferito che fosse Hamas a governare Gaza: sapeva che non aveva appoggi internazionali perciò lui poteva sganciare bombe sulla Striscia quando voleva. Sarà molto più difficile agire con la forza contro soldati pachistani che hanno alle spalle una potenza nucleare. Il Capo di Gabinetto israeliano Yossi Fuchs può continuare a vantare che Israele manterrà il totale controllo della sicurezza su Gaza, ma il testo afferma altro. In nessuno degli articoli vi è l’ipotesi che le forze israeliane potranno operare in aree sotto il controllo dell’ISF.

Inoltre la Striscia di Gaza è stata sotto assedio israeliano per quasi venti anni. Se attuato, il piano di Trump coinvolgerà la creazione di un cosiddetto “Comitato di Pace” con a capo lo stesso presidente USA e l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair, che significa che il blocco terminerà davvero. In base alla proposta non solo gli aiuti entreranno a Gaza almeno nella misura concordata nel cessate il fuoco di gennaio di quest’anno (600 camion al giorno), ma “l’ingresso e la distribuzione degli aiuti procederà senza interferenze delle due parti attraverso le Nazioni Unite e le loro agenzie e la Mezzaluna Rossa”, segnando la fine del letale meccanismo della Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Mentre molti osservatori hanno sottolineato che il “Comitato di Pace” ha più di un sentore di governo coloniale, tutto in questo meccanismo – dalle forze di sicurezza all’amministrazione locale e, cosa più importante, ai finanziamenti – coinvolge i palestinesi accanto a personale di altri Stati arabi e musulmani. Se quei Paesi saranno insoddisfatti di ciò che vedono, questa amministrazione di transizione si sgretolerà.

E Blair può giustamente essere biasimato per la mortale guerra in Iraq e le sue disastrose conseguenze, ma è difficile immaginare che con la sua nuova brillante immagine consenta che l’esercito israeliano decida se permettere o no l’ingresso di ortaggi o farina nel suo piccolo emirato a Gaza. Analogamente, prima del 2023 il blocco israeliano rese virtualmente impossibile ai palestinesi lasciare la Striscia, a volte addirittura pretendendo che rinunciassero alla loro residenza come condizione per ottenere un permesso di uscita o si impegnassero a non ritornare per almeno un anno. In base alla nuova proposta ingressi e uscite non avranno impedimenti.

E poi c’è la questione dello Stato palestinese. Su questo il testo non potrebbe essere più vago: “In base all’avanzamento della ricostruzione di Gaza e quando il programma di riforme dell’ANP fosse portato fedelmente avanti, potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese”, sancisce il penultimo articolo.

Il programma di riforme, è scritto, si baserà sulle proposte già presenti nell’ “Accordo del Secolo” di Trump del 2020 e nella più recente iniziativa franco-saudita, che includono riferimenti all’interruzione dei pagamenti dell’ANP alle famiglie dei prigionieri (cosa già avvenuta), alla modifica del curriculum nelle scuole dell’ANP sotto la supervisione europea (anch’essa già avvenuta in passato) e all’indizione di libere elezioni, cosa che i palestinesi chiedono da anni.

Se le decisioni relative a quanto “fedelmente” sia realizzato questo programma di riforme e in quale momento “possano finalmente verificarsi le condizioni” per andare verso lo Stato vengono lasciate nelle mani di Israele, il percorso verso uno Stato palestinese resterà senza dubbio precluso per sempre. Di certo Netanyahu ha già iniziato a raccontare ai suoi sostenitori che in nessun modo questo accordo porterà all’indipendenza dei palestinesi.

Ma se tali decisioni faranno capo al “Comitato di Pace” di Blair e Trump, insieme alla forza di sicurezza multinazionale, le cose potranno essere abbastanza differenti. E se loro decideranno che l’ANP ha rispettato le principali condizioni, Netanyahu si troverà di fronte al fatto di aver firmato un accordo che si impegna ad un “percorso credibile” verso uno Stato Palestinese.

Cambio di paradigma

Netanyahu cercherà di presentare l’accordo come una specie di ritorno al 6 ottobre 2023, alla politica della “gestione del conflitto” che era sostenuta con uguale forza dai leader di opposizione Yair Lapid e Naftali Bennet. Ma quella politica si basava sull’idea che la comunità internazionale, e specialmente gli Stati del Golfo, fossero d’accordo a stringere i legami con Israele ignorando e isolando i palestinesi.

Oggi sembra che la situazione sia completamente diversa. Dopo il bombardamento di Israele sul Qatar gli Stati arabi, compresi quelli del Golfo, sembra siano giunti alla conclusione che Israele sia una costante minaccia alla loro stabilità e che l’unico modo per stabilizzare il Medio Oriente passi attraverso la creazione di uno Stato palestinese, non per solidarietà con i palestinesi, ma perchè preoccupati per sé stessi. La recente ondata di riconoscimenti diplomatici di uno Stato palestinese mostra che la comunità internazionale è in maniera schiacciante della stessa opinione.

La solidarietà mondiale con la Palestina non si prevede scomparirà presto, come evidenziato questa settimana dall’esplosione di manifestazioni di solidarietà con la Sumud Flotilla che tentava di rompere il blocco navale. Di conseguenza Netanyahu, o chiunque gli succeda se perdesse le elezioni, potrebbe essere in procinto di scoprire che ciò che funzionava prima dell’ottobre 2023 non è più possibile.

E’ troppo presto per dire se questo cambiamento del programma di lunga data della destra israeliana provocherà lo stesso genere di crisi di quella causata dal “disimpegno” del 2005 da Gaza, ma certamente è una possibilità. Resta da vedere quale tipo di paradigma lo sostituirà.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)





In seguito alle rivelazioni di +972 Microsoft revoca i servizi cloud all’Unità 8200 di Israele.

Yuval Abraham

25 settembre 2025 – +972Magazine

Il colosso della tecnologia ha bloccato l’accesso dopo che abbiamo rivelato che l’esercito israeliano aveva utilizzato i suoi server per archiviare milioni di intercettazioni telefoniche dei palestinesi.

Secondo quanto riportato dal Guardian Microsoft ha informato il Ministero della Difesa israeliano, in una lettera alla fine della scorsa settimana, di aver revocato l’accesso dell’esercito israeliano alla tecnologia che stava utilizzando per archiviare enormi quantità di informazioni di intelligence sui civili palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.

La decisione fa seguito a un articolo di denuncia pubblicato il mese scorso da +972 Magazine, Local Call e dal Guardian che rivelava come l’Unità 8200, l’agenzia d’élite per la guerra informatica dell’esercito israeliano, stesse archiviando registrazioni intercettate di milioni di chiamate da cellulare di palestinesi sulla piattaforma cloud di Microsoft Azure, creando una delle raccolte di dati di sorveglianza più invasive al mondo su un singolo gruppo di popolazione. Secondo l’indagine congiunta, questi dati sono stati utilizzati negli ultimi due anni per pianificare attacchi aerei letali a Gaza, nonché per arrestare palestinesi in Cisgiordania.

Per quanto ne sappiamo questa è la prima volta che una grande azienda tecnologica statunitense revoca l’accesso dell’esercito israeliano a uno qualsiasi dei suoi prodotti dall’inizio della guerra a Gaza. Microsoft continua tuttavia a collaborare con altre unità militari israeliane che sono suoi clienti di lunga data.

La lettera di Microsoft al Ministero della Difesa israeliano, visionata dal Guardian, afferma che l’azienda ha avviato un’indagine esterna “urgente” a seguito della nostra denuncia e ha riscontrato che l’esercito israeliano ha violato i termini di servizio di Microsoft utilizzando la sua piattaforma cloud per archiviare i dati di sorveglianza. Secondo il Guardian la lettera affermava che, poiché l’azienda ha “trovato prove” a supporto della nostra segnalazione, ha deciso di sospendere i servizi di archiviazione e intelligenza artificiale connessi al progetto in esame. Aggiungeva che Microsoft “non ha come obiettivo quello di facilitare la sorveglianza di massa dei civili”.

Giovedì, riporta il Guardian, il vice amministratore delegato e presidente di Microsoft Brad Smith, ha inviato un’e-mail al personale per informarlo della decisione, spiegando che l’azienda ha “cessato e disattivato una serie di servizi a un’Unità del Ministero della Difesa israeliano”. Ha aggiunto: “Non forniamo tecnologia per facilitare la sorveglianza di massa dei civili. Abbiamo applicato questo principio in ogni paese del mondo e lo abbiamo ribadito ripetutamente per oltre due decenni”.

Questa decisione senza precedenti arriva nel mezzo delle crescenti proteste contro Microsoft e altri giganti della tecnologia i cui servizi Israele ha utilizzato per il suo attacco a Gaza che dura da due anni e in cui i civili hanno costituito la stragrande maggioranza delle vittime. Il mese scorso gli attivisti hanno organizzato una manifestazione fuori dal data center di Microsoft nei Paesi Bassi dopo che la nostra indagine ha rivelato che ospitava 11.500 terabyte di dati militari israeliani, equivalenti a circa 195 milioni di ore di audio.

Secondo il Guardian l’Unità 8200 ha rapidamente trasferito la quantità di dati di sorveglianza dai server Microsoft all’esterno dopo pochi giorni dalla pubblicazione della nostra indagine; secondo le fonti del Guardian l’Unità prevedeva invece di trasferire i dati alla piattaforma cloud di Amazon Web Services, dai cui servizi l’esercito è sempre più dipendente dal 7 ottobre.

Tuttavia molti altri progetti militari israeliani che coinvolgono i servizi Microsoft rimangono inalterati. A gennaio un’indagine condotta da +972, Local Call e dal Guardian, basata su documenti trapelati dal Ministero della Difesa israeliano e dalla filiale israeliana di Microsoft, ha rivelato che il gigante tecnologico “ha una presenza in tutte le principali infrastrutture militari in Israele”, con decine di unità dell’esercito israeliano – tra cui forze aeree, terrestri e navali – che si affidano ai servizi cloud di Microsoft. Inoltre durante il periodo più intenso del bombardamento aereo israeliano su Gaza le vendite di servizi di intelligenza artificiale di Microsoft al Ministero della Difesa israeliano sono aumentate significativamente.

Il progetto di sorveglianza di massa ospitato sui server cloud di Microsoft è nato nel novembre 2021, quando Yossi Sariel, allora comandante dell’Unità 8200, si è recato presso la sede centrale del gigante tecnologico a Seattle per incontrare l’amministratore delegato Satya Nadella. Secondo un documento interno di Microsoft ottenuto dal Guardian che riassume l’incontro, Sariel ha informato alti funzionari dell’azienda di voler archiviare enormi quantità di informazioni di intelligence – fino al 70% dei dati dell’Unità, incluso materiale altamente riservato – sui server di Azure.

Un funzionario dell’intelligence ha dichiarato a +972, Local Call e al Guardian che, prima della partnership con Microsoft, l’Unità 8200 disponeva sui suoi server interni solo della capacità di archiviazione necessaria per conservare le registrazioni delle telefonate di decine di migliaia di palestinesi definiti dall’esercito come “sospetti”. Ma grazie alla capacità di archiviazione pressoché illimitata di Azure l’unità ha potuto iniziare a salvare sui suoi server le chiamate intercettate di molti altri palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, consentendo quello che diverse fonti israeliane hanno descritto come l’ambizioso obiettivo del progetto: archiviare “un milione di chiamate all’ora”.

Questa massiccia raccolta di dati di sorveglianza ha permesso all’esercito di ottenere informazioni potenzialmente incriminanti su praticamente qualsiasi palestinese in Cisgiordania, dati che potevano, in pratica, essere utilizzati per ricattare, mettere in detenzione amministrativa o addirittura per giustificare retroattivamente le uccisioni.

Non tutti nell’Unità avevano visto con favore la decisione di Sariel di trasferire le informazioni riservate dell’esercito sui server Microsoft all’estero sia a causa dei costi che della delicatezza del materiale. Ma Sariel aveva insistito, esprimendo chiaramente il suo entusiasmo per il potenziale del progetto.

La nostra indagine ha anche rilevato che la dirigenza di Microsoft considerava il consolidamento dei legami con l’Unità 8200 un’opportunità commerciale redditizia. Nell’incontro del 2021 a Seattle Nadella aveva affermato che la partnership con l’Unità 8200 era “fondamentale” per Microsoft, mentre documenti interni descrivevano il progetto congiunto come “un punto di forza per il marchio”.

Ma di fronte alla crescente indignazione interna e pubblica contro l’azienda – e al crescente numero di organizzazioni per i diritti umani che hanno stabilito che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza – i calcoli di Microsoft potrebbero essere cambiati.

Inizialmente l’azienda ha annunciato a maggio, in seguito alla nostra indagine di gennaio, che una revisione interna non aveva trovato prove che l’esercito israeliano stesse utilizzando la sua tecnologia per danneggiare i palestinesi. Tuttavia l’indagine esterna avviata in risposta alla nostra ultima indagine, supervisionata dagli avvocati dello studio legale statunitense Covington & Burling, ha portato l’azienda a bloccare l’accesso dell’Unità 8200 ad alcuni dei suoi servizi di cloud storage e di intelligenza artificiale.

Secondo il Guardian l’email di Smith al personale sottolinea che la nostra denuncia ha portato alla luce “informazioni a cui [Microsoft] non poteva accedere alla luce dei nostri impegni in materia di privacy dei clienti”. Ha aggiunto: “La nostra verifica è in corso”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




A Gaza Israele sta portando avanti un olocausto. La denazificazione è la nostra unica via d’uscita.

Orly Noy

18 settembre 2025 – +972 Magazine

La mortale supremazia etnica insita nella società israeliana ha un’origine più profonda di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Deve essere affrontata alla radice.

Gaza City è avvolta dalle fiamme, mentre dopo settimane di bombardamenti incessanti l’esercito israeliano lancia la sua offensiva di terra da tempo minacciata. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, già sottoposto a un mandato di arresto internazionale per sospetto di crimini contro l’umanità, ha descritto quest’ultimo assalto come un'”operazione intensificata”. Vi esorto a guardare le immagini in streaming da Gaza e a capire cosa significa veramente questo eufemismo.

Guardate negli occhi le persone in preda a un terrore senza pari nemmeno nei momenti più bui di questo genocidio in corso da due anni. Osservate le file di bambini coperti di cenere che giacciono sul pavimento intriso di sangue di quello che un tempo era un centro medico, alcuni a malapena vivi, altri che piangono di dolore e paura, mentre mani disperate cercano di confortarli o di curarli con le scorte mediche rimaste. Ascoltate le urla delle famiglie in fuga senza un posto dove rifugiarsi. Osservate i genitori che perlustrano l’inferno alla ricerca dei loro figli; arti che sporgono da sotto le macerie; un paramedico che culla una bambina immobile, implorandola invano di aprire gli occhi.

Ciò che Israele sta facendo a Gaza City non è il tragico esito di una perdita di controllo degli eventi, ma un atto di annientamento ben calcolato, eseguito a sangue freddo dall'”esercito del popolo”, ovvero i padri, i figli, i fratelli e i vicini di noi israeliani.

Come è possibile che, nonostante le crescenti testimonianze dai campi di concentramento e sterminio di Gaza, nessun movimento di massa per il rifiuto abbia preso piede in Israele? Che dopo due anni di questa carneficina solo una manciata di obiettori di coscienza si trovi in ​​prigione è davvero inconcepibile. Persino i cosiddetti “gray refusers”, riservisti che non si oppongono alla guerra per motivi ideologici, ma sono semplicemente esausti e ne mettono in discussione lo scopo, sono troppo pochi per rallentare la macchina della morte, figuriamoci per fermarla.

Chi sono queste anime obbedienti che mantengono in funzione questo sistema? Come può una società così profondamente divisa, tra religiosi e laici, coloni e progressisti, membri di un kibbutz e cittadini, immigrati veterani e nuovi arrivati, unirsi solo nella volontà di massacrare i palestinesi senza un attimo di esitazione?

Negli ultimi 23 mesi la società israeliana ha tessuto una rete infinita di menzogne ​​per giustificare e consentire la distruzione di Gaza, non solo di fronte al mondo, ma soprattutto a se stessa. La principale tra queste è l’affermazione che gli ostaggi possano essere liberati solo attraverso la pressione militare. Eppure, coloro che eseguono gli ordini dell’esercito, scatenando la morte di massa su Gaza, lo fanno sapendo benissimo che così facendo potrebbero uccidere gli ostaggi. Il bombardamento indiscriminato di ospedali, scuole e quartieri residenziali, unito a questo disprezzo per la vita degli israeliani tenuti prigionieri, dimostra il vero obiettivo della guerra: l’annientamento totale della popolazione civile di Gaza.

Israele sta scatenando un olocausto a Gaza, e non può essere liquidato semplicemente come frutto della volontà degli attuali leader fascisti del Paese. Questo orrore ha un’origine più profonda di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Ciò a cui stiamo assistendo è la fase finale della nazificazione della società israeliana.

Il compito urgente ora è porre fine a questo olocausto. Ma fermarlo è solo il primo passo. Se la società israeliana vuole tornare a far parte dell’umanità, deve intraprendere un profondo processo di denazificazione.

Una volta che la polvere della morte si sarà depositata dovremo tornare sui nostri passi fino alla Nakba, alle espulsioni di massa, ai massacri, alle confische di terre, alle leggi razziali e all’inerente ideologia di supremazia che hanno normalizzato il disprezzo per i nativi di questa terra e il furto delle loro vite, proprietà, dignità e del futuro dei loro figli. Solo affrontando questo meccanismo mortale insito nella nostra società possiamo iniziare a sradicarlo.

Questo processo di denazificazione deve iniziare ora, in primo luogo con il rifiuto. Il rifiuto non solo di prendere parte attiva alla distruzione di Gaza, ma di indossare l’uniforme, indipendentemente dal grado o dal ruolo. Il rifiuto di rimanere ignoranti. Il rifiuto di essere ciechi. Il rifiuto di tacere. Per i genitori è un dovere necessario proteggere la prossima generazione dal rischio che divenga autrice di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

La denazificazione deve anche includere il riconoscimento che ciò che è stato non può rimanere. Non basterà semplicemente sostituire l’attuale governo. Dobbiamo abbandonare il mito del carattere “ebraico e democratico” di Israele, un paradosso la cui morsa ferrea ha contribuito ad aprire la strada alla catastrofe in cui siamo ora immersi.

Questo inganno deve finire con il chiaro riconoscimento che rimangono solo due strade: o uno Stato ebraico, messianico e genocida, o uno Stato veramente democratico per tutti i suoi cittadini.

L’olocausto di Gaza è stato reso possibile dall’adesione alla logica etno-suprematista insita nel sionismo. Pertanto, è necessario affermarlo chiaramente: non è possibile ripulire il sionismo, in tutte le sue forme, dalla macchia di questo crimine. Bisogna porvi fine.

La denazificazione sarà lunga e totalizzante, e toccherà ogni aspetto della nostra vita collettiva. Probabilmente sacrificheremo altre generazioni, sia vittime che carnefici, prima che questo flagello venga completamente sradicato. Ma il processo deve iniziare ora, con il rifiuto di commettere gli orrori che si verificano quotidianamente a Gaza e il rifiuto di lasciarli passare come cose normali.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa persiana. È presidente del consiglio direttivo di BTselem e milita nel partito politico Balad [rappresentativo della minoranza araba, ndt.]. I suoi scritti affrontano le linee che si intersecano e definiscono la sua identità: mizrahi [comunità ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, donna tout court, migrante temporanea che vive dentro unimmigrata perenne, e il dialogo costante tra tutte queste dimensioni.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I renitenti alla leva israeliani sfidano l’inasprimento delle pene per protestare contro il genocidio

Oren Ziv

8 settembre 2025 – +972 Magazine

Di fronte a pene detentive più lunghe e a una maggiore ostilità da parte dell’opinione pubblica, una nuova generazione di obiettori di coscienza sostiene che il rifiuto è sia un dovere morale che un atto di speranza.

A metà luglio alcune decine di giovani attivisti israeliani di origine ebraica hanno marciato per le strade di Tel Aviv per protestare contro il genocidio in corso a Gaza. La manifestazione si è conclusa in piazza Habima, nel centro della città, dove 10 partecipanti che avevano ricevuto la cartolina di precetto militare l’hanno data alle fiamme, dichiarando pubblicamente il proprio rifiuto di arruolarsi.

Il gesto ha scatenato un putiferio sui social media israeliani, innescando un’ondata di messaggi privati, alcuni di sostegno, altri ostili, oltre ad accuse di istigazione provenienti da pagine di destra.

«Dopo che abbiamo bruciato le cartoline le persone mi hanno contattato ogni singolo giorno», ha dichiarato in un’intervista a +972 la diciannovenne Yona Roseman, una dei partecipanti. «Non so se questo da solo possa portare a un cambiamento, ma anche un soldato in meno che prende parte al genocidio è un passo positivo».

Roseman è una dei sette giovani israeliani incarcerati ad agosto per aver rifiutato il servizio militare in segno di protesta contro il genocidio e l’occupazione israeliana. Secondo la rete degli obiettori di coscienza Mesarvot [“rifiutiamo” in ebraico, ndt.] si tratta del numero più alto di incarcerazioni simultanee da quando il gruppo ha iniziato a operare nel 2016. Le loro condanne vanno dai 20 ai 45 giorni, dopo di che verranno probabilmente convocati nuovamente, scontando altri periodi di reclusione prima di essere ufficialmente congedati.

In totale dall’inizio della guerra 17 giovani israeliani sono stati incarcerati per aver pubblicamente rifiutato l’arruolamento. Il primo è stato Tal Mitnick, imprigionato per 185 giorni. Un altro, Itamar Greenberg, è stato detenuto per quasi 200 giorni, la condanna più lunga per un obiettore di coscienza degli ultimi dieci anni. I loro casi segnalano un irrigidimento della posizione dell’esercito; secondo Mesarvot, i militari sembrano aver abbandonato la precedente politica di rilasciare i renitenti dopo 120 giorni, mentre le pene detentive prolungate diventano la nuova norma.

Sebbene l’obiezione di coscienza tra i giovani in età di leva rimanga rara nella società israeliana, l’offensiva israeliana su Gaza ha innescato un’ondata di rifiuto più ampia tra i riservisti che hanno già completato il servizio militare obbligatorio. Oltre 300 hanno cercato sostegno dal movimento di obiezione Yesh Gvul [in ebraico “C’è un limite”, ndt.], la maggior parte dei quali richiamati in servizio a Gaza.

«Ciò che caratterizza questa ondata [di rifiuto], a differenza di quanto avvenuto durante la Prima Guerra in Libano e le Intifade [Prima e Seconda], è che allora c’erano obiettori selettivi – coloro che si rifiutavano di andare in Libano o in Cisgiordania», ha spiegato Ishai Menuchin, presidente di Yesh Gvul. «Ma ora, questi sono renitenti che, per la maggior parte, non sono per nulla disposti a prestare servizio nell’esercito».

A differenza degli obiettori di coscienza in età di leva l’esercito generalmente opta per rilasciare rapidamente i riservisti renitenti o trovare altri accordi. Dei 300 riservisti supportati da Yesh Gvul, solo quattro sono stati processati.

«Oggi la decisione di rifiutare è molto più semplice»

Il 17 agosto, giorno in cui Roseman ha annunciato il suo rifiuto, circa 150 manifestanti si sono riuniti fuori dall’ufficio di reclutamento della sua città natale, Haifa. Roseman, che era già stata arrestata sei volte durante manifestazioni organizzate da palestinesi a Haifa, ha assistito alla rapida dichiarazione di illegalità della protesta da parte della polizia e all’arresto violento di 10 persone, una prassi comune durante i raduni contro la guerra guidati da palestinesi in città.

«Il vero riconoscimento della scala di distruzione che il nostro Stato sta seminando, della sofferenza che infligge ai suoi sudditi, ci impone di agire di conseguenza», ha dichiarato alla folla prima che la protesta venisse dispersa. «Se vedete l’entità delle atrocità e vi considerate persone morali non potete continuare a vivere come prima, nonostante il prezzo sia sociale che legale».

Roseman aveva deciso di rifiutare per la prima volta all’inizio del 2023, partecipando a manifestazioni settimanali contro i tentativi del governo di indebolire la magistratura. In quel periodo manifestava con il “blocco anti-occupazione”, un piccolo contingente che insisteva nel collegare la riforma giudiziaria con l’occupazione israeliana in corso dei territori palestinesi, spesso a dispetto degli organizzatori principali delle proteste. È stata anche una dei 230 giovani firmatari della lettera “Gioventù contro la dittatura” poche settimane prima del 7 ottobre, i cui sottoscrittori si impegnavano a «rifiutare di unirsi all’esercito finché la democrazia non sarà garantita a tutti coloro che vivono entro la giurisdizione del governo israeliano».

«Penso che oggi la decisione di rifiutare sia molto più semplice», ha affermato Roseman. «Non c’è molta necessità o desiderio di filosofare sul militarismo e sull’obbedienza perché c’è un genocidio in corso, ed è ovvio che non ci si arruola in un esercito che sta commettendo un genocidio».

Già profondamente coinvolta nell’attivismo con i palestinesi – fornendo “presenza protettiva” alle comunità rurali palestinesi in Cisgiordania contro la violenza dei coloni e dell’esercito e partecipando a manifestazioni anti-genocidio a Haifa – Roseman ha affermato che le sue relazioni personali con attivisti palestinesi non hanno fatto che rafforzare la sua decisione di rifiutare. «Se vuoi essere un alleato per i palestinesi non puoi unirti all’esercito che li sta uccidendo», ha detto. «Queste sono persone che conosci, le cui case vengono demolite o che vengono uccise».

Il suo lavoro di solidarietà con i palestinesi, ha aggiunto, ha anche messo in luce i limiti del tentativo di riformare il sistema dall’interno. «Più di una volta un soldato mi ha lanciato una granata stordente, mi ha arrestata o ho visto soldati demolire case in cui avevo dormito, case di compagni attivisti palestinesi. Questo cambia davvero la tua prospettiva, la tua comprensione che questo non è “il mio” esercito, che l’esercito è contro di me».

Al di fuori degli ambienti di attivisti la decisione di Roseman di rifiutare ha avuto un costo personale. «Alcuni compagni di classe hanno troncato i rapporti con me per questo motivo. Ho interrotto prematuramente il mio programma di anno sabbatico a causa delle difficoltà legate al mio rifiuto», ha spiegato. La sua famiglia, ha aggiunto, «mi ha sostenuta in quanto loro figlia, ma non è una decisione che hanno appoggiato».

A differenza della maggior parte dei renitenti nelle carceri militari israeliane, Roseman passa la maggior parte delle ore del giorno in isolamento. In quanto detenuta trans, la politica dell’esercito prevede che venga portata fuori solo per brevi pause e in ultima fila – lo stesso trattamento subito da un’altra renitente alla leva trans, Ella Keidar Greenberg, all’inizio di quest’anno.

«È importante per me sottolineare, soprattutto dopo essere stata trattata in modo umiliante in seguito ai miei arresti durante le proteste, che l’atteggiamento dello Stato verso le persone queer è liberale e progressista solo in specifiche condizioni», ha dichiarato. «Nel momento in cui non rispetti lo standard nazionale, i tuoi diritti ti vengono negati».

«Non siamo arrivati a questo per caso»

Il 31 luglio, poche settimane prima dell’incarcerazione di Roseman, due diciottenni israeliani – Ayana Gerstmann e Yuval Peleg – sono stati condannati rispettivamente a 30 e 20 giorni di prigione per essersi rifiutati di arruolarsi. In seguito Gerstmann è stata rilasciata, mentre Peleg è stato condannato a ulteriori 30 giorni. Se i casi recenti sono indicativi, probabilmente ne affronterà altri quattro o cinque prima del congedo.

«Sono qui per rifiutare di prendere parte a un genocidio e per inviare un messaggio a chiunque voglia ascoltare: finché il genocidio continua non possiamo vivere in pace e sicurezza», ha dichiarato Peleg prima di entrare in prigione.

Cresciuto in una famiglia sionista liberale nella benestante città di Kfar Saba, Peleg ha detto che la sua decisione di rifiutare è recente. «A casa non abbiamo mai parlato di rifiuto [della leva]. Abbiamo parlato molto di Bibi [Netanyahu] e un po’ di occupazione», ha detto in un’intervista congiunta con Gerstmann prima della loro reclusione.

Per Peleg, l’esposizione a media online non israeliani nei primi giorni della guerra è stata una svolta. «Mi ha dato una prospettiva che non avevo avuto crescendo», ha detto. «A un certo punto, mi sono reso conto che l’esercito israeliano non è l’esercito morale, protettivo e buono che pensavo fosse».

Mentre la guerra avanzava e la portata dell’assalto israeliano a Gaza diventava più evidente, «non arruolarsi è diventata una decisione relativamente facile», ha affermato. Il rifiuto gli ha anche offerto l’opportunità di esprimere dissenso. «Non c’è quasi posto in questo paese dove si possano dire queste cose».

Per Gerstmann, cresciuta a Ramat Gan, quartiere residenziale di Tel Aviv, la decisione di rifiutare è maturata nel corso degli anni. «In quinta elementare ci è stato assegnato come compito scolastico di scrivere su luoghi di Gerusalemme per il Giorno di Gerusalemme. Avrebbe dovuto suscitare sentimenti patriottici, ma per me ha fatto il contrario», ha ricordato.

Sebbene l’occupazione fosse spesso discussa in famiglia, non l’aveva veramente incontrata fino a quel momento. «Mia mamma mi ha suggerito di controllare il sito web di B’Tselem [ONG israeliana per i diritti umani nei territori occupati, ndt.] e leggere su Gerusalemme Est per il progetto scolastico», ha detto a +972. « È stata la prima volta che ho visto cosa vi stava succedendo. Ero scioccata».

Nel sistema educativo israeliano, ha aggiunto, «parlano sempre di Gerusalemme Est solo nel contesto della “riunificazione” della città e lodano la guerra [del 1967, durante la quale fu occupata]. Improvvisamente mi sono trovata di fronte alle ingiustizie e sofferenze che ciò ha comportato».

All’età di 16 anni aveva già deciso di non arruolarsi nell’esercito. «Ho detto a un’amica che volevo ottenere un’esenzione per motivi di salute mentale perché mi opponevo all’occupazione», ha detto. La sua amica l’ha sfidata: “Se queste sono le tue convinzioni perché non le dichiari apertamente? Perché hai bisogno di nasconderti dietro a una bugia?”

«Quello è stato il momento in cui ho capito», ha ricordato. «Mi sono resa conto che aveva ragione – che dovevo gridare il mio rifiuto in modo chiaro e pubblico».

Come Roseman e Peleg, anche Gerstmann ha sentito che le ragioni per il rifiuto erano divenute innegabili con l’inizio della guerra a Gaza e l’intensificarsi dell’assalto israeliano al popolo palestinese. «È diventato molto più chiaro che rifiutare è la cosa giusta da fare, che non devi cooperare con ciò che l’esercito sta facendo a Gaza», ha detto.

Gerstmann e Peleg sperano che il loro rifiuto mandi un messaggio a ogni soldato che viene mandato a Gaza: c’è una scelta. «Per anni siamo stati condizionati a pensare che devi arruolarti, che è impossibile metterlo in discussione. Ma ciò che stiamo vedendo ora a Gaza è la linea rossa che prova che una scelta c’è, assolutamente».

«Abbiamo raggiunto un livello di violenza e distruzione che non abbiamo mai visto nella storia di questa terra», ha detto Peleg. «Israele non tornerà mai più com’era il 6 ottobre 2023. È chiaro che siamo nel pieno di un genocidio in atto. Di fronte a ciò, noi rifiutiamo».

Per Peleg era importante sottolineare che la campagna di annientamento di Israele a Gaza non è venuta fuori dal nulla. «Non ci siamo arrivati per caso», ha spiegato. «Israele ha sempre avuto elementi di occupazione, fascismo e razzismo verso i palestinesi – ovviamente dal 1967, ma anche se si risale alla Nakba. Non è sorprendente che siamo arrivati a una situazione in cui sta avvenendo un genocidio contro i palestinesi».

Anche se l’opinione pubblica israeliana si è drasticamente spostata a destra, Gerstmann ha detto che spera ancora di riuscire a comunicare con i suoi coetanei. «Sento la frase “Non ci sono persone innocenti a Gaza” che si normalizza. È molto preoccupante, ma il mio rifiuto è, in realtà, un rifiuto della disperazione», ha detto. «Spero che aprirà loro gli occhi e permetterà loro di pensare e capire cosa sta facendo l’esercito in loro nome».

Entrambi hanno riconosciuto la paura di rifiutare pubblicamente in una società che equipara quell’atto al tradimento. «Certo che fa paura, ma non mi ha scoraggiato», ha detto Gerstmann. «Al contrario, ciò che abbiamo visto dall’inizio di questa guerra mi ha fatto capire che devo assolutamente rifiutare».

«Non posso più farne parte»

Altri due obiettori di coscienza incarcerati lo scorso mese, che hanno parlato con +972, hanno chiesto di rimanere anonimi per ragioni personali e familiari.

R., un diciottenne della città di Holon, è stato condannato a 30 giorni di prigione. «Avevo deciso di rifiutare già prima del 7 ottobre, ma dopo aver visto la distruzione a Gaza ho capito che non potevo esitare oltre», ha detto. «Dopo, l’arruolamento era semplicemente fuori discussione».

Il suo messaggio ad altri giovani è stato diretto: «Rifiutate e basta. Nel clima attuale, alla luce di ciò che stiamo vedendo a Gaza, dovete resistere».

Un altro renitente, B., ha seguito un percorso più insolito. Diciannovenne, arruolatosi nell’Amministrazione Civile (l’organo militare che governa i palestinesi in Cisgiordania) ha deciso di rifiutare dopo otto mesi di servizio ed è stato condannato a 45 giorni di prigione.

«Prima di arruolarmi ero stato in Cisgiordania, avevo incontrato persone e compreso la situazione», ha ricordato B. «Anche allora è stato difficile per me, non volevo davvero arruolarmi. [Ma poi] ho parlato con alcune persone che mi hanno convinto ad arruolarmi lo stesso».

Ciò a cui ha assistito sul campo ha infine cementato la sua decisione di rifiutare. «Durante l’addestramento e sul terreno ho visto molte cose e ho pensato: “Wow, non posso più farne parte”. Perlopiù ho visto gli altri soldati – come parlavano, come si comportavano – persone spinte da un razzismo estremo».

La violenza, ha detto, era pervasiva. «Ho visto palestinesi picchiati senza motivo. Li legano, li lasciano ammanettati al sole per 24 ore, a faccia in giù sulle ginocchia senza acqua né cibo. I soldati passavano e li prendevano a calci. Ero scioccato».

«Il mio secondo giorno ho visto un detenuto e ho chiesto cosa avesse fatto. Hanno detto che “non aveva obbedito”. Poi ne ho visto un altro che veniva preso a calci. Dicevano: “Se lo merita”. Casi del genere erano tutt’altro che isolati».

Un episodio in particolare lo tormenta ancora. «Un soldato ha parlato in ebraico a un palestinese e, quando questi ha risposto in arabo, il soldato gli ha sbattuto la testa contro un muro e ha detto: “Sei in Israele, parla ebraico”. Gli ho detto: “Lui non capisce”. Si vedevano violenze di questo tipo in continuazione».

Gli abusi, ha aggiunto, non risparmiavano nessuno – nemmeno gli anziani. «Ho visto un palestinese di 70 anni selvaggiamente picchiato. Quando ho chiesto agli altri soldati cosa avesse fatto, mi hanno detto che aveva “mancato di rispetto all’esercito”».

«Non avevano nulla di cui accusarlo, quindi lo hanno trattenuto per 14 o 15 ore, senza cibo né acqua, e poi hanno detto: “La prossima volta non farlo”. Non lo hanno nemmeno trasferito alla polizia – cosa avrebbe potuto dirgli?»

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Dati dell’intelligence israeliana: fra i detenuti di Gaza solo 1 su 4 è un militante

Yuval Abraham

4 settembre 2025 +972 Magazine

Un’indagine congiunta scopre in un database segreto dell’esercito israeliano che la stragrande maggioranza dei 6.000 palestinesi arrestati a Gaza e trattenuti in condizioni spaventose nelle carceri israeliane è costituita da civili

Come rivela un’indagine congiunta di +972 Magazine, Local Call e The Guardian solo un palestinese su quattro catturato dalle forze israeliane a Gaza è stato identificato dall’esercito come militante, mentre i civili costituiscono la stragrande maggioranza dei “combattenti illegali” detenuti nelle carceri israeliane dal 7 ottobre.

Questo è quanto emerge dai dati contenuti in un database riservato gestito dalla Direzione dell’Intelligence Militare israeliana (nota con l’acronimo ebraico “Aman”), oltre alle statistiche ufficiali sulle carceri israeliane divulgate in procedimenti legali. Testimonianze di ex detenuti palestinesi e soldati israeliani che hanno prestato servizio in centri di detenzione rivelano inoltre che Israele ha consapevolmente rapito civili in massa e li ha trattenuti per lunghi periodi in condizioni spaventose.

I dati sulle detenzioni forniti a maggio dallo Stato in risposta alle petizioni dell’Alta Corte hanno rivelato che un totale di 6.000 palestinesi erano stati arrestati a Gaza durante i primi 19 mesi di guerra e trattenuti in Israele in base a una legge per l’incarcerazione di “combattenti illegali” – uno strumento giuridico che consente a Israele di imprigionare le persone a tempo indeterminato senza accusa né processo se vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che abbiano partecipato o siano membri di un gruppo che abbia partecipato ad “attività ostili contro lo Stato di Israele”.

I politici, i militari e i media israeliani si riferiscono abitualmente a tutti i detenuti palestinesi di Gaza come “terroristi”, e il governo non ha mai ammesso di aver detenuto o trattenuto alcun civile. Nei resoconti pubblici l’Israel Prison Service (IPS) ha affermato, senza fornire prove, che quasi tutti i “combattenti illegali” detenuti nelle carceri israeliane sono membri di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese (JIP).

Tuttavia i dati ottenuti a metà maggio dal database di Aman, che fonti di intelligence hanno descritto come l’unica fonte affidabile per determinare chi l’esercito consideri combattente attivo a Gaza, hanno dimostrato che Israele aveva arrestato solo 1.450 individui appartenenti alle ali militari di Hamas e JIP, il che significa che circa tre quarti dei 6.000 detenuti non appartengono a nessuno dei due.

Il database, la cui esistenza è stata recentemente svelata da +972, Local Call e Guardian, elenca i nomi di 47.653 palestinesi che l’esercito considera militanti di Hamas e della Jihad islamica (viene aggiornato regolarmente e include persone fermate dopo il 7 ottobre). Secondo i dati, a metà maggio Israele aveva arrestato circa 950 combattenti di Hamas e 500 della Jihad islamica.

Il database non contiene informazioni su membri di altri gruppi armati a Gaza, che nei rapporti dell’Israel Prison Service rappresentano meno del 2% dei “combattenti illegali” detenuti. Almeno 300 palestinesi sono inoltre detenuti in Israele con l’accusa di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre; non sono definiti “combattenti illegali” ma detenuti per reati penali, poiché Israele afferma di avere prove sufficienti per processarli.

+972, Local Call e Guardian hanno ottenuto i dati numerici dal database senza i nomi delle persone elencate o le informazioni che presumibilmente le incriminano, la cui affidabilità è comunque messa in dubbio dalle inconsistenti accuse mosse contro persone come il giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif, assassinato il mese scorso.

Nel corso della guerra, in parte a causa del grave sovraffollamento delle carceri, Israele ha rilasciato più di 2.500 prigionieri che aveva classificato come “combattenti illegali”, il che implica che non li ritenesse realmente militanti. Altri 1.050 sono stati rilasciati in seguito a scambi di prigionieri concordati tra Israele e Hamas.

Sia i gruppi per i diritti umani che i soldati israeliani hanno descritto una percentuale di combattenti tra i prigionieri arrestati a Gaza ancora inferiore a quella che emerge dai dati trapelati. Nel dicembre 2023, quando le foto di decine di palestinesi spogliati e incatenati suscitarono indignazione internazionale, alti ufficiali ammisero ad Haaretz che “l’85-90%” non erano membri di Hamas.

Il Centro Al Mezan per i Diritti Umani, con sede a Gaza, ha difeso centinaia di civili detenuti nelle carceri israeliane. Il suo operato “indica una campagna sistematica di detenzioni arbitrarie che prende di mira i palestinesi in modo indiscriminato, indipendentemente da qualsiasi presunto reato”, ha affermato il vicedirettore Samir Zaqout.

“Al massimo forse uno su sei o sette [detenuti] potrebbe avere qualche legame con Hamas o altre fazioni militanti, e, anche in quel caso, non necessariamente con le loro ali militari. In molti casi l’affiliazione politica a un partito palestinese è sufficiente perché Israele etichetti qualcuno come militante.”

I palestinesi rilasciati dai centri di detenzione militari israeliani e dalle prigioni israeliane nel corso della guerra hanno testimoniato di condizioni estremamente dure, tra cui frequenti abusi e torture. A causa di queste pratiche decine di detenuti sono morti sotto la custodia israeliana.

Aggirare il giusto processo

Emanata nel 2002, la Legge sull’Incarcerazione dei Combattenti Illegali è stata concepita per consentire a Israele di detenere persone durante la guerra senza doverle riconoscere come prigionieri di guerra come previsto dalle Convenzioni di Ginevra. La legge consente inoltre a Israele di negare ai detenuti di ricorrere a un avvocato fino a 75 giorni.

I tribunali israeliani prolungano la detenzione dei palestinesi quasi automaticamente, basandosi su “prove segrete” in udienze che durano solo pochi minuti. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, l’Israel Prison Service sta attualmente detenendo circa 2.660 cittadini di Gaza arrestati dopo il 7 ottobre come “combattenti illegali”, il numero più alto mai registrato durante la guerra. Le organizzazioni [per i diritti, n.d.t.] legali ritengono che centinaia di altre persone siano attualmente confinate nei centri di detenzione militari israeliani prima di essere trasferite nelle prigioni dell’IPS (l’esercito ha dichiarato a maggio che il numero totale di detenuti “combattenti illegali” nelle carceri e nei centri di detenzione era di 2.750).

“Se Israele dovesse processare tutti [i detenuti], dovrebbe redigere atti di accusa per capi d’imputazione specifici e presentare prove di tali accuse”, ha spiegato Jessica Montell, direttrice di HaMoked. “Il giusto processo può essere impegnativo. Ecco perché hanno creato la Legge sui Combattenti Illegali, per aggirare tutto questo”.

Questa legge, ha aggiunto Montell, ha facilitato la “sparizione forzata di centinaia e persino migliaia di persone” che sono di fatto detenute senza alcuna supervisione esterna.

Il fatto che tre quarti di coloro che sono detenuti come “combattenti illegali” non siano considerati, nei registri dell’esercito, appartenenti alle ali armate di Hamas o della JIP “mina l’intera giustificazione della loro detenzione”, ha spiegato Tal Steiner, direttore del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, le cui petizioni legali contro l’incarcerazione di massa hanno spinto lo Stato a fornire i dati sul numero di detenuti dal 7 ottobre.

“Appena è iniziata l’ondata di arresti di massa a Gaza nell’ottobre 2023 si è diffusa la seria preoccupazione che molte persone non coinvolte venissero detenute senza motivo”, ha continuato Steiner. “Questa preoccupazione è stata confermata quando abbiamo appreso che metà degli arrestati all’inizio della guerra sono stati infine rilasciati, a dimostrazione del fatto che non vi era alcun fondamento per la loro detenzione”.

Un ufficiale dell’esercito israeliano che ha guidato le operazioni di arresti di massa nel campo profughi di Khan Younis ha dichiarato a +972, Local Call e Guardian che la missione della sua unità era quella di “svuotare” il campo e costringere i suoi residenti a fuggire più a sud. Nell’ambito di questa missione i detenuti sono stati arrestati in massa e condotti in strutture militari dove sono stati classificati come “combattenti illegali”.

“Tutti venivano fatti marciare in lunghi convogli con sacchi in testa verso la costa, verso Al-Mawasi”, ha detto. “[Venivano portati in] quello che chiamavamo un centro di ispezione, [dove] le persone venivano controllate. Ogni notte caricavano il cassone di un camion con decine, centinaia di uomini, bendati, legati, accatastati uno sopra l’altro. Ogni notte un camion come questo andava in Israele”.

L’agente si era reso conto che non veniva fatta alcuna distinzione “tra un terrorista entrato in Israele il 7 ottobre e qualcuno che lavorava per l’autorità idrica di Khan Younis”, e che gli arresti anche di minori venivano effettuati in modo quasi arbitrario. “È inconcepibile”, ha detto. “Si prende un uomo, un ragazzo, un giovane dalla sua famiglia, e lo si manda in Israele per un interrogatorio. Se mai tornasse, come farebbe a ritrovarla?”

Ahmad Muhammad, un trentenne del campo profughi di Khan Younis, ha raccontato di essere stato costretto il 7 gennaio 2024 a camminare in uno di questi convogli con la moglie e i tre figli. Al posto di blocco l’esercito ha annunciato con un megafono che gli uomini dovevano fermarsi, identificandoli in base al colore dei loro vestiti. ” ‘Camicia blu, torna indietro, torna indietro’, mi ha urlato un soldato”, ha ricordato.

È stato separato dalla famiglia insieme a un gruppo di altri uomini. “Eravamo un gruppo di persone a caso: lavoro come barbiere nel campo, non sono affiliato a nessuna fazione”, ha detto Muhammad. “Ogni volta che un soldato si avvicinava ci insultava, finché non è arrivato un camion e siamo stati gettati dentro, ammucchiati uno sopra l’altro, profondamente umiliati”.

Muhammad è stato portato alla prigione del Negev e interrogato sugli attacchi del 7 ottobre. Ha detto ai soldati di non sapere nulla, ma lo hanno tenuto in detenzione per un anno intero. Ancora oggi non sa perché. “Ho vissuto giorni difficili in prigione: malattia, freddo, torture, umiliazioni”, ha spiegato.

Muhammad è stato rilasciato a gennaio di quest’anno insieme a circa altri 2.000 prigionieri palestinesi, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas; metà erano detenuti dal 7 ottobre ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali senza poter comunicare con un avvocato o accedere ad un giusto processo per mesi.

Diversi soldati hanno confermato a +972, Local Call e Guardian di aver assistito alla detenzione di massa di civili palestinesi presso strutture militari israeliane. Un soldato che ha prestato servizio nel famigerato centro di detenzione di Sde Teiman ha affermato che un complesso era soprannominato “il reparto geriatrico” perché tutti i detenuti erano anziani o gravemente feriti, alcuni dei quali prelevati direttamente dagli ospedali di Gaza. 

“Dall’ospedale indonesiano [di Beit Lahiya] prelevavano masse di persone”, ha detto il soldato. “Portavano uomini su sedie a rotelle, persone senza gambe o con gambe praticamente inutili. Ricordo un uomo di 75 anni con monconi gravemente infetti. Ho sempre pensato che la scusa per arrestare i pazienti fosse che forse avevano visto gli ostaggi o qualcosa del genere”. Tutti loro, ha aggiunto, erano trattenuti nel “reparto geriatrico”.

Un altro soldato che comandava una squadra all’inizio della guerra ha detto che l’esercito aveva arrestato un paziente sulla settantina all’interno dell’ospedale Al-Shifa di Gaza City. “È arrivato legato a una barella. Era diabetico, con la cancrena a una gamba, incapace di camminare. Non rappresentava un pericolo per nessuno”. Quell’uomo è stato trasferito a Sde Teiman.

Oltre ad andare a prelevare civili feriti negli ospedali di Gaza e a imprigionarli nei centri di detenzione israeliani, Israele ha arrestato centinaia di medici che li curavano. Oggi più di 100 operatori sanitari di Gaza rimangono incarcerati come “combattenti illegali”, secondo Physicians for Human Rights–Israel (Medici per i Diritti Umani – Israele, PHRI) che a febbraio ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 20 medici e militari disposti a parlare che descrivono abusi e torture.

Naji Abbas, capo del dipartimento prigionieri di PHRI, ha affermato che le loro testimonianze hanno rivelato una pratica di incarcerazione per mesi dopo un singolo breve interrogatorio. Per Abbas questo smentisce l’affermazione di Israele secondo cui tali detenuti vengono trattenuti perché in possesso di preziose informazioni sugli ostaggi israeliani prigionieri di Hamas, e vede la loro detenzione come parte dell’attacco israeliano al sistema sanitario di Gaza.

In un resoconto raccolto da PHRI, un chirurgo dell’ospedale Nasser di Khan Younis ha descritto come i soldati “si sedevano sopra di noi, ci prendevano a calci con gli stivali e ci picchiavano con il calcio dei fucili”. In un’altra testimonianza, il primario del reparto di chirurgia dell’ospedale indonesiano ha dichiarato: “Ci hanno schiacciato la testa nella ghiaia ripetutamente per quattro ore, ci hanno picchiato selvaggiamente con i manganelli e ci hanno colpito con scariche elettriche”.

Un terzo medico ha riferito di essere stato picchiato fino a rompergli le costole, mentre un chirurgo dell’ospedale Al-Shifa ha descritto detenuti sottoposti a scariche elettriche, aggiungendo di aver sentito di prigionieri morti a causa di ciò. “Mentre andavamo al centro interrogatori mi hanno detto che mi avrebbero tagliato le dita perché sono un dentista”, ha testimoniato un altro medico a PHRI.

I medici che hanno reso testimonianza al PHRI erano stati classificati come “combattenti illegali”. Uno di questi detenuti, il dottor Adnan Al-Bursh, primario di ortopedia all’ospedale Al-Shifa, è morto in detenzione l’anno scorso dopo essere stato arrestato nel dicembre 2023. Secondo la sua famiglia è stato torturato a morte. Un altro, Iyad Al-Rantisi, direttore di un ospedale femminile a Gaza, è morto l’anno scorso in una struttura per interrogatori dello Shin Bet.

Il medico che prestava servizio ad Anatot [colonia e prigione a dieci km. a nord-est di Gerusalemme, ndt.] ha affermato che molti medici palestinesi vi erano incarcerati. Ricorda un pediatra, incatenato e bendato, che lo supplicava in inglese: “Siamo colleghi, può aiutarmi?”

Nel giugno 2024 l’allora capo dello Shin Bet Ronen Bar inviò una lettera al Primo Ministro Benjamin Netanyahu avvertendolo di una crisi di sovraffollamento carcerario: il numero di detenuti aveva superato le 21.000 unità, mentre la capienza era di sole 14.500 unità. Scrisse che il trattamento dei prigionieri “rasentava l’abuso”, esponendo i dipendenti statali a possibili procedimenti penali dall’estero.

Il duro trattamento riservato ai detenuti è coerente con le dichiarazioni del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che l’anno scorso aveva dichiarato che una delle sue massime priorità era “peggiorare le condizioni” dei prigionieri palestinesi, anche fornendo solo “pochissimo cibo”. Molti civili di Gaza arrestati e imprigionati dalle forze israeliane hanno testimoniato di essere stati sottoposti a gravi abusi e torture.

Ma l’arresto di massa di medici e altri civili sembra anche essere stato, almeno in parte, finalizzato a creare una leva per le trattative sugli ostaggi. Quando il direttore dell’ospedale Al-Shifa Mohammed Abu Salmiya è stato rilasciato l’anno scorso, il parlamentare Simcha Rothman, presidente della Commissione Costituzione, Diritto e Giustizia della Knesset, si è lamentato che fosse stato liberato “non in cambio di ostaggi”. Nella stessa riunione della Commissione il parlamentare Almog Cohen ha affermato che Israele aveva perso l’occasione “di detenere un importante simbolo di Gaza” da utilizzare in un accordo.

“Continuavamo a rilasciare persone ‘gratuitamente’, e questo faceva arrabbiare [i soldati]”, ha spiegato un soldato di stanza in un centro di detenzione. “[I soldati] dicevano: ‘Non restituiscono gli ostaggi, quindi perché dovremmo lasciarli andare?'”

Legalizzare il rapimento”

Pochi casi evidenziano la crudeltà arbitraria della politica israeliana di incarcerazione di massa in maniera più lampante del caso di Fahamiya Al-Khalidi, arrestata dai soldati in una scuola nel quartiere Zeitoun di Gaza City il 9 dicembre 2023.

L’allora 82enne soffriva di Alzheimer e aveva difficoltà a camminare autonomamente, ma l’esercito israeliano l’ha comunque portata al centro di detenzione militare di Anatot prima di trasferirla il giorno successivo nella prigione di Damon, nel nord di Israele, dove è stata incarcerata per sei settimane. Un documento del carcere rivela che è stata detenuta ai sensi della legge sui combattenti illegali, confermando i dettagli pubblicati per la prima volta su Haaretz all’inizio del 2024.

In risposta alla nostra inchiesta, l’esercito israeliano ha inizialmente dichiarato che Al-Khalidi era stata arrestata “per escludere il suo coinvolgimento in attività terroristiche”. In seguito ha affermato che la donna era stata detenuta “sulla base di informazioni specifiche che la riguardavano personalmente”, aggiungendo che “alla luce delle sue attuali condizioni, la detenzione non era appropriata ed era il risultato di un errore di giudizio isolato e locale”.

Un medico militare di stanza ad Anatot ha raccontato a +972, Local Call e Guardian di essere stato chiamato per curare Al-Khalidi per un collasso la prima notte dopo il suo arrivo. “È caduta e si è fatta male, probabilmente a causa del filo spinato”, ha raccontato. “Le abbiamo cucito la mano nel cuore della notte”. Le foto scattate dal medico, visionate da +972, Local Call e Guardian, confermano la sua presenza ad Anatot al momento della detenzione di Al-Khalidi.

Secondo il soldato, Al-Khalidi non riusciva a ricordare la sua età e pensava di essere ancora a Gaza, eppure l’esercito la considerava ancora una militante. “Dicevano ai soldati che la persona è una ‘combattente illegale’, che equivale a terrorista”, ha spiegato. “Quando Al-Khalidi è arrivata ricordo che zoppicava visibilmente verso la clinica. Ed era classificata come combattente illegale. Il modo in cui viene usata questa etichetta è folle”. Al-Khalidi era una delle circa 40 donne che il soldato ricorda di aver visto ad Anatot nei due mesi trascorsi nella struttura. “C’era una donna che aveva avuto un aborto spontaneo; le sue guardie dicevano che aveva avuto un’abbondante emorragia. Un’altra donna, una madre che allattava portata via senza il suo bambino, voleva continuare ad allattare per preservare il latte.”

Abeer Ghaban, 40 anni, era già detenuta nel carcere di Damon quando Al-Khalidi è arrivata. Ha raccontato che l’anziana donna sembrava spaventata e aveva il viso e le mani gonfie. All’inizio Al-Khalidi non parlava quasi con nessuna delle altre detenute, ma lentamente hanno scoperto che era fuggita quando l’esercito israeliano aveva minacciato di bombardare il suo edificio ed era stata successivamente arrestata.

Ghaban ha raccontato di aver trascorso settimane ad accudire Al-Khalidi mentre erano incarcerate insieme. “Le davamo da mangiare con le nostre mani”, ha ricordato. “Le cambiavamo i vestiti. Si muoveva su una sedia a rotelle”.

Ghaban ha raccontato che una volta le guardie carcerarie hanno preso in giro Al-Khalidi finché lei non ha tentato di fuggire, si è schiantata contro una recinzione e si è ferita.

Erano anni che Ghaban stava crescendo da sola i suoi tre figli di 10, 9 e 7 anni, che quindi sono stati abbandonati a se stessi quando i soldati israeliani l’hanno arrestata a un posto di blocco a Gaza nel dicembre 2023. Durante l’interrogatorio Ghaban si è resa conto che l’esercito aveva confuso suo marito, un contadino, con un membro di Hamas con il medesimo nome. Dopo aver confrontato le fotografie un soldato ha ammesso l’errore, ma lei è stata trattenuta in prigione per altre sei settimane, in ansia per i suoi figli.

Le due donne sono state rilasciate insieme nel gennaio 2024, senza spiegazioni. Ghaban ha aiutato Al-Khalidi a contattare i suoi figli che vivono all’estero, e ha trovato i propri figli che mendicavano per strada, quasi irriconoscibili. “Erano vivi”, ha detto, “ma vedere lo stato in cui erano stati per 53 giorni senza di me mi ha spezzato il cuore”.

Un giornalista ha fatto un servizio su Al-Khalidi a Rafah dopo il suo rilascio, disorientata e confusa, senza nessuno dei suoi familiari. Non ricordava per quanto tempo fosse stata detenuta. “Mi hanno portato via dalla scuola”, ha detto, ancora vestita con i pantaloni grigi della prigione. “Ho passato tante cose.”

Michael Sfard, uno dei principali avvocati israeliani per i diritti umani, ha confermato che il diritto internazionale consente l’internamento di civili solo se rappresentano una consistente minaccia alla sicurezza e ne garantisce i diritti fondamentali – che Israele sta violando,.

“Le condizioni dei cittadini di Gaza detenuti in Israele non rispettano assolutamente, senza dubbio, quanto previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra”, ha spiegato, sottolineando che abusi violenti, privazione di cibo e negazione delle visite della Croce Rossa e della comunicazione con le famiglie sono all’ordine del giorno. La legislazione utilizzata per trattenerli, ha aggiunto, è di per sé “una flagrante violazione del diritto internazionale”.

Hassan Jabareen, direttore dell’organizzazione per i diritti legali palestinesi Adalah con sede ad Haifa, concorda. “La Legge sui Combattenti Illegali è concepita per facilitare la detenzione di massa di civili e le sparizioni forzate, legalizzando di fatto il rapimento di palestinesi da Gaza”, ha affermato. “Priva i detenuti delle protezioni garantite dal diritto internazionale, comprese le garanzie specificamente destinate ai civili, utilizzando l’etichetta di ‘combattente illegale’ per giustificare la negazione sistematica dei loro diritti.

Inizialmente l’esercito israeliano non ha negato i dati numerici riportati in questo articolo, ma in una dichiarazione successiva ha affermato che le cifre erano “errate” e ha sostenuto che le nostre affermazioni “riflettono un’errata interpretazione delle procedure di detenzione in Israele”. Ha poi proseguito: “Le forze dell’IDF sono tenute a detenere i sospettati sul campo, sia sulla base di esistenti informazioni di intelligence, sia a causa di un ragionevole sospetto derivante dalle circostanze del loro arresto, e ad accertare chi tra loro sia coinvolto in attività terroristiche. L’IDF respinge categoricamente le accuse di detenzioni arbitrarie. Prima dell’emissione di un ordine di internamento permanente, e come parte della procedura standard, viene emesso un ordine di detenzione temporanea del detenuto ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali, che consente la sua detenzione per un periodo limitato durante il quale si svolgono indagini e valutazioni. Durante questo periodo non è ancora stabilito se l’individuo si qualifichi come combattente illegale. Solo se si riscontra che l’individuo soddisfa quei criteri e rappresenta una minaccia per la sicurezza verrà emesso un ordine di internamento permanente ai sensi di quella legge. Ogni persona detenuta ai sensi di un ordine di internamento permanente è sottoposta a revisione giudiziaria da parte di un giudice del Tribunale Distrettuale dopo l’emissione dell’ordine, e nuovamente ogni sei mesi per tutta la durata della detenzione. La maggior parte delle persone detenute ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali sono membri di organizzazioni terroristiche, mentre altri sono stati coinvolti in attività terroristiche senza essere affiliati a un gruppo specifico. I detenuti ricevono cure mediche adeguate, che includono una visita medica al momento dell’ammissione al centro di detenzione e controlli medici regolari per monitorare le loro condizioni. Se necessario, i detenuti vengono trasferiti in ospedale per le cure. I detenuti che necessitano di supervisione medica possono essere trattenuti insieme per facilitare l’accesso e le cure da parte del personale medico.”

Emma Graham-Harrison del Guardian ha contribuito a questo articolo

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme, co-autore del film No other Land.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Dimenticate il riconoscimento simbolico di uno Stato palestinese: il mondo deve riconoscere l'apartheid israeliano.

Alaa Salama

29 agosto 2025 – +972 Magazine

L’accento sul riconoscimento di uno Stato palestinese crea l’illusione di un’azione concreta, ma ritarda la vera soluzione: sanzionare e isolare il regime israeliano di apartheid.

Mia nonna ha 90 anni. Esiliata due volte, prima da Israele durante la Nakba [la pulizia enica operata dai sionisti nel 1947-49, ndt.], poi dal regime di Assad in Siria, la sua memoria non è più integra. Della sua vita attuale in Svezia conserva solo gli ultimi minuti. Dei decenni passati solo frammenti.

Eppure la sua infanzia a Kfar Sabt, un villaggio palestinese in Galilea spopolato nel 1948, arde di luce propria. Sorride, quasi maliziosamente, mentre ricorda i momenti in cui giocava nei campi, correva con gli altri bambini e spiava un contadino ebreo il cui arrivo improvviso nel villaggio, insieme al rumoroso trattore che lo accompagnava, suscitò curiosità e sospetto.

Sono nato profugo, la famiglia di mia nonna proveniva da Kfar Sabt, quella di mio nonno dal vicino villaggio di Lubya. Oggi a casa mia a Ramallah mi sveglio ogni mattina con la vista di una bandiera israeliana nella vicina colonia di Beit El, un chiaro promemoria sul regime di apartheid che condiziona ogni aspetto della mia vita.

Gli ebrei israeliani che vivono lì votano per un governo che decide dove posso vivere, lavorare e viaggiare, quanta acqua posso ricevere e che tipo di regole e leggi devo o meno osservare. Come milioni di palestinesi, dalla Cisgiordania a Gaza, sono governato da un sistema che mi vede solo come un ostacolo al suo Stato etnico espansionista.

Questa è una realtà che per milioni di persone in tutto il mondo è diventata impossibile da ignorare, soprattutto negli ultimi due anni. Eppure, negli ultimi mesi, invece di riconoscere l’apartheid israeliano o di intraprendere azioni significative per fermare le atrocità a Gaza, un coro crescente di Stati ha deciso di riconoscere qualcos’altro: uno Stato palestinese.

La prima svolta è avvenuta nel maggio 2024, quando Norvegia, Spagna e Irlanda hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, questi ultimi due tra i più accesi critici, a parole, della guerra di Israele a Gaza. Ora sta emergendo una seconda ondata, guidata da un’iniziativa di Francia e Regno Unito in risposta ai piani di Israele di prolungare la guerra, a cui si aggiungeranno presto Australia, Canada, Portogallo e Malta.

Sebbene indicativo del crescente isolamento internazionale di Israele, il teatrino politico mondiale del “riconoscimento di uno Stato palestinese” è impossibile da prendere sul serio. Con Israele che procede all’annessione di vaste aree della Cisgiordania, e nel mezzo di un genocidio a Gaza che ha ucciso più di 60.000 palestinesi, è assurdo continuare a sostenere la soluzione dei due Stati come un compromesso ragionevole o pratico.

Ancora più assurda è l’insistenza sul fatto che sia l’unica risposta possibile a ciò che, 77 anni dopo la Nakba, non risolve in alcun modo il problema fondamentale: un regime violento e militarista che pretende l’attuazione di una supremazia nazionale, giuridica ed economica di un popolo sull’altro.

Non sprechiamo altri 30 anni di vite palestinesi dietro il paradigma della partizione – una “soluzione” coloniale a un problema coloniale. Israele ha da tempo chiarito che non accetterà mai uno Stato palestinese; aggrapparsi alla soluzione dei due Stati è una immensa illusione, e ci ha portato solo disperazione.

Ora più che mai i gesti simbolici sono peggio che inutili, poiché offrono al regime più tempo per commettere crimini e tolgono urgenza alle uniche soluzioni che contano: porre fine al genocidio, sanzionare il colpevole, isolare il sistema di apartheid e insistere senza remore sulla parità di diritti e sul diritto al ritorno. Questo non è estremismo. È il minimo indispensabile di giustizia.

C’è già uno Stato, ed è uno Stato di apartheid

Una “soluzione” che non è né giusta né possibile non è un piano di pace, ma un alibi per l’inazione che permetterà a Israele di continuare i suoi massacri, accelerare la sua espansione e consolidare il regime di apartheid. È davvero così che puniamo un regime che ha commesso un genocidio? Offrendogli il dominio completo sulle sue vittime, mentre diamo loro la falsa speranza di poter ottenere uno Stato su meno del 23% della loro patria ancestrale?

E dove sono i palestinesi in tutto questo? Quando è stata l’ultima volta che siamo stati rappresentati democraticamente, o che ci è stato anche solo chiesto quale soluzione avremmo accettato? Come nel 1947, quando il Piano di spartizione delle Nazioni Unite fu elaborato senza il nostro consenso, l’ultima spinta per una soluzione a due Stati è guidata dalle potenze europee, con poco riguardo verso le persone che ne subiranno le conseguenze, con la vita o con la morte.

La Francia rende esplicita la sua arroganza: minaccia Israele di riconoscere uno Stato palestinese, ma insiste perché venga smilitarizzato, continuando a rifornire Israele di armi. Posso sognare un mondo libero da armi letali, ma un trafficante d’armi non può dire alle vittime di un genocidio di deporre le armi.

Nel frattempo Israele urla e sbraita, condannando i riconoscimenti come un “premio al per il terrorismo” e usandoli come pretesto per attuare misure ancora più estreme. A luglio la Knesset ha approvato una risoluzione a sostegno dell’annessione della Cisgiordania, e l’espansione delle colonie continua a ritmo serrato, inclusa la recente approvazione del blocco E1 che, avvertono gli esperti, renderebbe impossibile uno Stato palestinese con una continuità territoriale.

Anche se per miracolo Israele alla fine si ritirasse dalla Cisgiordania e da Gaza, cosa garantirebbe la sicurezza dei palestinesi nel loro nuovo Stato? Quando mai la sovranità ha protetto qualcuno dall’aggressione e dall’espansionismo israeliano? Libano e Siria sono entrambi Stati sovrani con confini riconosciuti a livello internazionale, eppure hanno visto il loro territorio occupato e le loro città bombardate. Una bandiera palestinese alle Nazioni Unite non fermerà la crescita delle colonie, non smantellerà il regime militare né porrà fine alla guerra regionale.

Se i Paesi desiderano riconoscere uno Stato palestinese, che lo facciano, ma non devono fingere che ciò cambi la realtà. Il vero cambiamento inizia con il riconoscimento della verità: qui esiste già uno Stato unico, ed è uno Stato di apartheid. Quindi i Paesi devono agire legalmente, diplomaticamente ed economicamente finché per Israele il costo del mantenimento dell’apartheid non superi i suoi benefici. Finché la mia famiglia non avrà di nuovo un posto da chiamare casa e finché centinaia di comunità palestinesi sfollate non potranno tornare a casa.

Il sionismo ha fallito, non solo perché creare una patria ebraica in Palestina a spese dei palestinesi è sempre stato ingiusto, ma perché la pulizia etnica e ora il genocidio sono sempre stati i suoi logici esiti, atrocità che lasceranno lo Stato ebraico isolato e odiato. E nonostante gli sforzi di Israele, il sionismo ha fallito anche perché i palestinesi continuano a insistere a voler rimanere nella loro patria.

Ciò che permane oggi è un grottesco sistema di apartheid, in cui un popolo gode di pieni diritti e sovranità mentre gli indigeni vengono massacrati, divisi e sottomessi. Potrebbe crollare sotto il peso della sua stessa brutalità, ma non se ne andrà in silenzio, aggrappandosi alla vita con il tipo di violenza che già vediamo scatenarsi a Gaza oggi.

Con il riconoscimento arrivano le responsabilità

Riconoscere Israele come Stato di apartheid è il primo passo necessario verso un futuro che vada oltre l’etnonazionalismo, radicato nell’uguaglianza, nella giustizia e nella libertà per tutti. E non è un fatto simbolico: in base al diritto internazionale l’apartheid è un crimine contro l’umanità.

Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale lo definisce come tale, e la Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite del 1973 per la repressione e la punizione del crimine di apartheid obbliga gli Stati ad adottare misure legislative, giudiziarie e amministrative per prevenirlo e punirlo. Proprio l’estate scorsa, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo storico sull’apartheid israeliano, concludendo che l’occupazione e l’annessione dei territori palestinesi da parte di Israele violano il diritto internazionale e chiedendo riparazioni.

Il riconoscimento ufficiale del sistema israeliano come apartheid, anche da parte di una manciata di Stati, porrebbe tali obblighi in primo piano e renderebbe legalmente e politicamente indifendibile il continuo sostegno militare ed economico a Israele. Aprirebbe inoltre la porta a sanzioni, al ritiro delle rappresentanze diplomatiche e al divieto di viaggio per i funzionari che sostengono il sistema.

Cambierebbe anche il discorso pubblico, rendendo la parola stessa “apartheid” inevitabile nel dibattito su Israele, e facendo pressione sulle aziende, sotto la minaccia di boicottaggio, discredito pubblico o rivolta degli azionisti, affinché riconsiderino le loro operazioni in o con Israele. Il precedente esiste: nel caso del Sudafrica dell’apartheid l’attivismo di base, unito alla condanna a livello statale, ha gradualmente costretto le aziende a disinvestire, anche se molte hanno resistito per anni.

Cambierebbe anche il modo in cui i palestinesi sono visti a livello internazionale. Oggi siamo etichettati come “apolidi” o cittadini di uno “Stato di Palestina” virtuale, senza alcun potere reale per proteggerci, privati ​​degli strumenti diplomatici ed economici che la maggior parte delle nazioni dà per scontati. Riconoscere Israele come un regime di apartheid ci riconfigura come vittime di un crimine contro l’umanità, aventi diritto a protezione, e obbliga a fare i conti con l’assurdità di un mondo in cui gli israeliani viaggiano liberamente mentre noi affrontiamo infinite barriere per studiare, lavorare o visitare i familiari all’estero.

Questa non sarà una soluzione magica. Israele combatterà più duramente del Sudafrica per mantenere l’apartheid, poiché è diventato più radicato, alimentato da miti religiosi e appoggiato dal sostegno internazionale. Ma il riconoscimento ci metterebbe almeno sulla strada giusta, sostituendo decenni di finzione con un confronto con la realtà. Anni che potrebbero essere spesi per smantellare il sistema invece che per rafforzare le illusioni.

Kfar Sabt non esiste più. Secondo Palestine Remembered [sito informatico interattivo dedicato ai profughi palestinesi, ndt.] rimangono solo “mucchi e terrazze di pietra” a testimonianza che un tempo lì sorgeva un villaggio. La gente si è dispersa; la terra è inutilizzata, disabitata. Ma Kfar Sabt vive nella mente di mia nonna, nelle storie che racconta e in quelle che io continuerò a raccontare. Vive nella ferita aperta di un popolo a cui è stato negato il ritorno. La mia patria si estende da Ramallah a Kfar Sabt, dal Naqab a Lubya [altro villaggio spopolato e raso al suolo nel 1948, ndt.].

Questo non è un appello all’espulsione o alla guerra; ne abbiamo avuto abbastanza di entrambe. È un appello alla giustizia, perché solo la giustizia può portare la pace e garantire un futuro diverso a tutti i popoli di questa terra, un futuro in cui le storie di mia nonna non siano solo reliquie di un mondo distrutto, ma semi di un mondo ricostruito.

Alaa Salama è il responsabile delle strategie di coinvolgimento dei lettori per +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’esercito israeliano e i coloni uniti nella punizione collettiva di Al-Mughayyir

Oren Ziv e Shatha Yaish 

27 agosto 2025 – +972 Magazine

L’assedio del villaggio della Cisgiordania e la distruzione dei suoi uliveti sono stati un esercizio congiunto di intimidazione e modificazione dello spazio palestinese

Venerdì 22 agosto una colonna di bulldozer è entrata negli uliveti di Al-Mughayyir, un villaggio a est di Ramallah nella Cisgiordania occupata. Molti erano macchinari civili guidati da coloni, supportati da vari bulldozer blindati dell’esercito. Domenica migliaia di ulivi, molti vecchi di decenni e di proprietà di famiglie locali, sono stati sradicati.

L’ordine è venuto dal generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano. Ufficialmente la distruzione è parte di una caccia all’uomo per trovare un palestinese armato che avrebbe aperto il fuoco contro coloni israeliani che pascolavano le pecore sulla terra del villaggio, ferendone uno prima di scappare. L’esercito ha sostenuto che la distruzione degli alberi intendeva evitare che il ricercato vi si potesse nascondere. Eppure lo stesso Bluth ha subito rivelato che la vera intenzione era un’altra.

“Ogni villaggio e ogni nemico devono sapere che se attaccano gli abitanti (i coloni), pagheranno un prezzo pesante,” ha dichiarato Bluth durante una conferenza informativa sul posto. “Faranno l’esperienza del coprifuoco, di un assedio e di operazioni di modificazione del territorio.”

“Operazioni di modificazione del territorio” è un eufemismo dell’esercito per indicare una politica di riprogettazione fisica di aree in cui è presente la resistenza palestinese. All’inizio di quest’anno la tattica è stata applicata a campi profughi in tutto il nord della Cisgiordania, dove i soldati hanno demolito centinaia di case, espulso decine di migliaia di abitanti e raso al suolo edifici per agevolare l’accesso all’esercito, lasciando tre campi, uno a Jenin e due a Tulkarem, praticamente deserti.

Ad Al-Mughayyir le parole di Bluth sono state rapidamente messe in pratica. I bulldozer hanno raso al suolo gli uliveti mentre i soldati hanno imposto un assedio e fatto irruzione nelle case. “Ora abbiamo il controllo assoluto del villaggio,” ha detto Bluth. “La prima missione è dare la caccia (all’aggressore)… Il secondo è effettuare qui un’operazione preliminare e garantire che chiunque sia scoraggiato, non solo questo villaggio, ma ogni villaggio che cerchi di alzare una mano contro gli abitanti (i coloni).”

In seguito alle affermazioni di Bluth, due importanti associazioni israeliane per i diritti umani, Yesh Din e l’Association for Civil Rights in Israel [Associazione per i Diritti Civili in Israele, ACRI, ndt.], hanno chiesto che la procura generale militare apra un’indagine penale contro il generale per sospetti crimini di guerra. Nel suo ricorso al tribunale Yesh Din ha sostenuto che l’ordine di Bluth era palesemente illegale “perché contraddice direttamente le disposizioni delle leggi internazionali che proibiscono di danneggiare la proprietà privata e le punizioni collettive,” e perché agli abitanti “non è stata data l’opportunità di presentare appello (contro l’azione).”

Nel contempo ACRI ha affermato che “i crimini di guerra e contro l’umanità (sono diventati) un problema giornaliero in Cisgiordania,” ed ha avvertito che “la dottrina dell’esercito secondo cui ‘non ci sono (persone) non coinvolte’ messa in atto prima a Gaza è arrivata in Cisgiordania ed è stata denominata ‘operazioni di modificazione del territorio’”

Poiché le critiche si sono moltiplicate, il portavoce dell’esercito ha cercato di ridurre il danno. In una dichiarazione rilasciata domenica ha difeso Bluth, insistendo che “l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] condanna i commenti inappropriati contro il capo del comando centrale che sta agendo in base a considerazioni operative e in accordo con la legge.”

Eppure le parole dello stesso Bluth, insieme alla decisione dell’esercito di sradicare intere coltivazioni invece di limitarsi a potare gli alberi, hanno rafforzato la sensazione che ciò riguardi meno considerazioni immediate in merito alla sicurezza e più una punizione collettiva. Questa impressione si è ulteriormente rafforzata dopo che ha circolato sulle reti sociali un video che mostra l’autista di un bulldozer dell’esercito che ha preso parte all’operazione e che si vanta: “Voi figli di puttana, non scocciatemi. Nel prossimo attacco raderò al suolo una casa.”

Il loro obiettivo è espellerci”

Da giovedì a domenica mattina Al-Mughayyir è stato sottoposto a un blocco completo: agli abitanti è stato impedito di uscire dalle proprie case e i soldati hanno chiuso entrambi gli ingressi del villaggio. La porta orientale verso Alon Road [strada che attraversa la Cisgiordania da nord a sud, ndt.] è rimasta chiusa fin dall’inizio della guerra, e durante l’assedio anche quella orientale è stata chiusa, obbligando gli abitanti a cercare di rientrare a casa con deviazioni di molte ore [su strade] che erano anch’esse bloccate. Secondo i racconti di persone del posto giovedì numerosi lavoratori che cercavano di tornare attraverso le colline circostanti sono stati fermati e picchiati da coloni e soldati.

Nel corso dei tre giorni di assedio l’esercito ha arrestato dieci abitanti, tra cui cinque fratelli e il capo del consiglio di villaggio, Amin Abu Alia. L’esercito ha sostenuto che uno degli arrestati è l’uomo armato sospettato di aver sparato al colono. Nel contempo stelle di David e le iniziali “MTA” e “MH”, in riferimento alle squadre di calcio Maccabi Tel Aviv e Maccabi Haifa, sono state scritte con lo spray sui muri di parecchie case.

In un video postato nella pagina Facebook del consiglio Abu Alia ha spiegato perché ha deciso di consegnarsi. “Durante l’incursione in casa hanno arrestato mio figlio e mi hanno detto che dovevo costituirmi,” ha detto. “Hanno collegato l’assedio al villaggio al fatto che mi consegnassi.”

La mattina del 24 agosto finalmente le forze israeliane si sono ritirate, lasciando dietro di sé vaste distruzioni. Solo allora gli abitanti hanno potuto lasciare le loro case e verificare i danni. “Non è stato il primo attacco, ma il più violento,” ha affermato il membro del consiglio Marzouk Abu Naim. “La loro giustificazione è che è stato attaccato un colono. La gente ha perso i suoi alberi, alberi antichi, sradicati lontano da Alon Road (dove è avvenuta la sparatoria). Alcune case sono state invase e perquisite. Le persone sono rimaste scioccate dal numero di soldati e dal livello di odio. Hanno saccheggiato decine di case, lanciato granate stordenti. Lo hanno fatto a casa mia mentre mia moglie ed io eravamo dentro. (In altre case) hanno persino rubato denaro e oggetti in oro.”

In piedi sulla sua terra accanto a Alon Road il cinquantacinquenne Abd al-Latif Abu Alya guarda i resti di 350 ulivi abbattuti. “Il loro obiettivo è mandarci via, sradicarci dalla nostra terra e distruggerla,” dice a +972. “Ma noi siamo radicati qui, saldi sulla nostra terra e vi rimarremo per tutta la vita. Se Dio vuole ripianterò sulla mia terra con rinnovata determinazione. Nessuna distruzione mi spezzerà.”

L’attivista locale Rabeah Abu Naim ripete la stessa opinione, descrivendo come i soldati hanno fatto irruzione nelle case, distrutto beni e si sono impossessati di oggetti di valore: “Hanno assediato il villaggio perché è l’ultimo a est di Ramallah prima della Valle del Giordano. Controllano già la valle e le aree circostanti, ora è il turno dei villaggi più vicini.” Aggiunge che i soldati hanno picchiato il suo fratello minore perché ha filmato i bulldozer e poi hanno arrestato il capo del consiglio “su richiesta dei coloni, per placarli.”

Abd al-Latif Abu Alya, in piedi accanto a uno delle migliaia di ulivi sradicati dall’esercito israeliano a Al-Mughayyir, il 24 agosto 2025. Foto Oren Ziv

Alle domande di +972 su questi avvenimenti il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che i militari hanno avviato “un’intensa attività operativa nella zona” in risposta a “un grave attacco armato nei pressi del villaggio di Al-Mughayyir e alla fuga del terrorista dal luogo del delitto nel villaggio,” così come “una serie di attacchi terroristici che hanno avuto origine nello stesso villaggio.”

Il portavoce ha aggiunto che le forze israeliane hanno posto in atto nei pressi di Alon Road “operazioni di pulizia del terreno”, che lo sparatore potrebbe aver usato per nascondersi, definendo l’intervento “immediatamente necessario per impedire una minaccia mortale.” Ha confermato che i soldati hanno condotto detenzioni e perquisizioni, durante le quali il sospetto aggressore è stato arrestato. Rispondendo alle denunce degli abitanti secondo cui i soldati hanno confiscato denaro, oro e un’auto, il portavoce ha detto che i militari hanno agito per sequestrare “macchine e armi rubate”.

Gli ulivi sradicati, continua la dichiarazione, “sono stati lasciati ai bordi della zona ripulita; non verranno venduti e l’IDF non intende usarli.” Accuse di furto, ha aggiunto, “sono state esaminate e non confermate.”

Finalmente l’IDF sta agendo a dovere”

Negli ultimi anni, e soprattutto dall’inizio della guerra a Gaza, alcuni coloni si sono impossessati di tutti i pascoli a est della Alon Road, molti dei quali di proprietà di abitanti di Al-Mughayyir. Ora sembrano intenzionati a occupare anche le radure a ovest della strada e a quanto pare l’esercito fa tutto quello che può per assecondarli.

Secondo Dror Atkes, dell’ong israeliana Kerem Navot, dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023 attorno ad Al-Mughayyir sono stati creati quattro nuovi avamposti dei coloni e uno è stato fondato in precedenza quello stesso anno. In totale ora accerchiano il villaggio otto avamposti, tra cui uno all’interno della zona B (territorio sottoposto [in base agli accordi di Oslo, ndt.] all’autorità civile palestinese ma sotto il controllo militare israeliano). Il più importante, Adei Ad, legalizzato nel 2022 e riconosciuto formalmente come colonia lo scorso maggio, funziona come centro per gli altri.

Venerdì Zvi Sukkot, presidente della sottocommissione della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] per gli Affari di Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.] ha visitato il luogo in cui sono stati sradicati gli alberi. “Finalmente l’IDF sta agendo a dovere,” ha dichiarato. “Ogni villaggio da cui è uscito un terrorista per colpire i nostri abitanti deve sapere che pagherà un prezzo salato.”

Elisha Yered, che si autodefinisce “giovane delle colline” [gruppo di coloni particolarmente violenti, ndt.] ed ex-portavoce del parlamentare di Sionismo Religioso [partito di estrema destra dei coloni, ndt.] Limor Son Har-Melech, ha descritto nel dettaglio le azioni dell’esercito e le loro motivazioni in un video filmato sul posto: “Per circa 24 ore i bulldozer hanno lavorato per spianare tutti gli alberi ai lati della strada. Al villaggio è stato imposto un blocco, i soldati stanno andando casa per casa e l’esercito ha promesso che è solo l’inizio. Il comandante Bluth parla pubblicamente per la prima volta di punizione collettiva, in modo che (questo villaggio) e i suoi amici capiscano che colpire gli ebrei non paga.”

Yered ha chiesto che la campagna non si fermi ad Al-Mughayyir: “Le case degli assassini nel villaggio devono continuare ad essere demolite, la casa del terrorista deve essere distrutta oggi (indipendentemente dalla posizione della) Corte Suprema e (dell’associazione per i diritti umani) B’Tselem, e il modello deve essere replicato in ogni villaggio che osi metterlo alla prova.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Da un database dell’esercito israeliano emerge che almeno l’83% delle vittime di Gaza sarebbero civili.

Yuval Abraham

21 agosto 2025 – +972 Magazine

Un’indagine congiunta rivela che dati di intelligence classificati di maggio rivelano che Israele ritiene di aver ucciso nei suoi attacchi a Gaza circa 8.900 militanti, indicando una percentuale di massacri di civili con pochi riscontri nelle guerre moderne.

Un’indagine di +972 Magazine, Local Call e The Guardian rileva che sulla base di dati provenienti da un database interno dell’intelligence israeliana almeno l’83% dei palestinesi uccisi nell’aggressione israeliana a Gaza sarebbe costituito da civili.

I dati ottenuti dal database classificato che registra le morti di militanti di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese (PIJ) contraddicono ampiamente le dichiarazioni pubbliche dell’esercito e dei funzionari governativi israeliani durante la guerra, che hanno generalmente sostenuto un rapporto di 1:1 o 2:1 tra vittime civili e combattenti. Al contrario, i dati classificati corroborano i risultati di diversi studi che suggeriscono che i bombardamenti israeliani su Gaza abbiano ucciso civili a un ritmo con poche analogie nelle guerre moderne.

L’esercito israeliano ha confermato l’esistenza del database, gestito dalla Direzione dell’Intelligence Militare (nota con l’acronimo ebraico “Aman”). Diverse fonti di intelligence a conoscenza del database hanno affermato che l’esercito lo considera l’unico conteggio affidabile dei militanti uccisi. Come ha detto uno di loro: “Non c’è altro posto dove controllare”.

Il database include un elenco di 47.653 nomi di palestinesi di Gaza che Aman ritiene attivi nei ranghi militari di Hamas e PIJ; secondo le fonti, l’elenco si basa su documenti interni delle organizzazioni acquisiti dall’esercito (che +972, Local Call e The Guardian non sono stati in grado di verificare). Il database indica 34.973 di questi nomi come membri di Hamas e 12.702 come membri della Jihad Islamica (pochi militanti sono catalogati come facenti parte di entrambe le organizzazioni, ma questi vengono conteggiati solo una volta nel totale complessivo).

Secondo i dati, ottenuti a maggio di quest’anno, l’esercito israeliano riteneva di aver ucciso dal 7 ottobre circa 8.900 militanti, di cui 7.330 morti considerati certi e 1.570 registrati come “probabilmente morti”. La grande maggioranza di loro erano di basso rango, mentre lesercito sospettava di aver ucciso tra 100 e 300 alti esponenti di Hamas su un totale di 750 nominativi presenti nel database.”

Una fonte a conoscenza del database ha spiegato che nell’elenco al nome di ogni combattente che l’esercito è sicuro di aver ucciso è allegato uno specifico documento dell’intelligence che giustifica tale designazione. +972, Local Call e The Guardian hanno ottenuto i dati numerici dal database senza i nomi o ulteriori rapporti dell’intelligence.

Il bilancio complessivo delle vittime pubblicato quotidianamente dal Ministero della Salute di Gaza (che, come rivelato da Local Call l’anno scorso, è considerato affidabile persino dall’esercito israeliano) non distingue tra civili e militanti. Tuttavia, confrontando i dati sulle vittime tra i militanti ottenuti dal database interno dell’esercito israeliano a maggio con il bilancio totale delle vittime del Ministero della Salute, è possibile calcolare un rapporto approssimativo delle vittime civili causate dalla guerra fino a tre mesi fa, quando il bilancio delle vittime era di 53.000.

Supponendo che tutte le morti, certe e probabili, tra i militanti fossero conteggiate nel bilancio delle vittime, ciò significherebbe che oltre l’83% dei morti a Gaza erano civili. Se si escludessero le morti probabili e si considerassero solo quelle certe, la percentuale di morti civili salirebbe a oltre l’86%.

Fonti di intelligence hanno spiegato che il numero totale di militanti uccisi è probabilmente superiore a quello registrato nel database interno, poiché non include i combattenti di Hamas o della Jihad islamica (PIJ) uccisi ma non identificabili per nome, i cittadini di Gaza che hanno preso parte ai combattimenti ma non erano ufficialmente membri di Hamas o della Jihad islamica (PIJ), né figure politiche di Hamas come sindaci e ministri del governo, che Israele considera anch’essi obiettivi legittimi (in violazione del diritto internazionale).

Tuttavia, ciò non significa necessariamente che il tasso di vittime civili sia inferiore a quello calcolato sopra; anzi, potrebbe essere persino più alto. Studi recenti hanno suggerito che il bilancio delle vittime del Ministero della Salute che attualmente si aggira intorno alle 62.000 sia probabilmente una significativa sottostima del numero totale di vittime dell’attacco israeliano, forse di diverse decine di migliaia.

Falsificare le cifre

Fin dall’inizio della guerra, i funzionari israeliani hanno cercato di respingere le accuse di uccisioni indiscriminate a Gaza, mentre il bilancio delle vittime palestinesi aumentava rapidamente. Nel dicembre 2023, con il totale delle vittime già a quota 16.000, il portavoce internazionale dell’esercito israeliano, Jonathan Conricus, dichiarò alla CNN che Israele aveva ucciso due civili per ogni militante, un rapporto che descrisse come “estremamente positivo”. Nel maggio 2024, quando il bilancio delle vittime aveva raggiunto 35.000, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu affermò che il rapporto era in realtà più vicino a 1:1, un’affermazione che ripeté nel settembre dello stesso anno.

Il numero specifico di militanti che Israele afferma di aver ucciso dal 7 ottobre ha oscillato apparentemente senza alcuna logica. Nel novembre 2023, un alto funzionario della sicurezza suggerì sul sito di notizie israeliano Ynet che Israele avesse già ucciso oltre 10.000 militanti. In una valutazione militare ufficiale presentata al governo il mese successivo questo numero scese a 7.860.

Le misteriose oscillazioni nel numero delle vittime tra i militanti continuarono fino al 2024. Nel febbraio di quell’anno, il portavoce delle IDF affermò che Israele aveva ucciso 13.000 combattenti di Hamas, ma una settimana dopo l’esercito riportò una cifra inferiore, pari a 12.000. Nell’agosto 2024 l’esercito dichiarò di aver ucciso 17.000 militanti di Hamas e PIJ, un numero che si ridusse nuovamente due mesi dopo a 14.000 uccisi “con alta probabilità“. Nel novembre 2024 Netanyahu affermò che il numero era “vicino a 20.000”.

Nel suo discorso di congedo, a gennaio di quest’anno, il Capo di Stato Maggiore uscente Herzi Halevi ha ribadito che dal 7 ottobre a Gaza Israele avrebbe ucciso 20.000 militanti. E a giugno il Centro di studi strategici Begin-Sadat dell’Università di Bar-Ilan, un istituto di destra, ha citato fonti militari che affermavano che il numero di vittime tra i militanti a Gaza ammontasse a 23.000.

Fonti di intelligence hanno riferito a +972, Local Call e The Guardian che alcune di queste affermazioni probabilmente derivavano da un database obsoleto e impreciso gestito dal Comando Sud dell’esercito, che alla fine dell’anno scorso stimava, senza un elenco di nomi, che fossero stati uccisi circa 17.000 militanti. “Questi numeri sono fandonie del Comando Sud”, ha affermato una fonte di intelligence.

I resoconti esagerati del Comando Sud si basavano probabilmente su dichiarazioni di comandanti sul campo i cui subordinati solevano segnalare erroneamente le vittime civili come militanti.

Ad esempio, +972 e Local Call hanno recentemente rivelato un caso in cui un battaglione di stanza a Rafah ha ucciso circa 100 palestinesi, registrandoli tutti come “terroristi”; eppure un ufficiale del battaglione ha testimoniato che in tutti i casi, tranne due, le vittime erano disarmate. Un’inchiesta di Haaretz dell’anno scorso ha rilevato in modo analogo che solo 10 dei 200 “terroristi” uccisi dalla 252ª Divisione nel Corridoio di Netzarim, secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’IDF, potevano essere considerati agenti di Hamas.

Nell’aprile 2024 il quotidiano di destra Israel Hayom ha riferito che diversi membri della Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset avevano messo in dubbio l’affidabilità delle cifre relative alle vittime tra i militanti presentate loro dall’esercito. Dopo aver esaminato i dati forniti dall’esercito, i membri della commissione hanno scoperto che la cifra reale era molto inferiore e che l’esercito aveva gonfiato il numero di vittime tra i militanti “per creare un rapporto di 2:1” tra uccisioni di civili e di militanti.

“Stiamo segnalando l’uccisione di molti militanti di Hamas, ma credo che la maggior parte delle persone che segnaliamo come morte non siano realmente militanti di Hamas”, ha dichiarato a +972, Local Call e The Guardian una fonte dell’intelligence che ha accompagnato le forze sul campo. “Le persone vengono promosse al rango di terrorista dopo la loro morte. Se avessi dato retta alla brigata sarei giunto alla conclusione che avevamo ucciso il 200% dei militanti di Hamas nella zona”.

Una fonte ufficiale della sicurezza ha confermato che prima che il database dell’intelligence fosse in uso le cifre fornite dall’esercito riguardo alle vittime tra i militanti, come il numero di 17.000, erano solo una “stima” basata in gran parte sulle testimonianze degli ufficiali. “Il metodo di conteggio è cambiato”, ha detto la fonte. “All’inizio della guerra, [ci basavamo] sui comandanti che dicevano ‘Ho ucciso cinque terroristi'”.

Il database dell’intelligence, al contrario, si basa su un’analisi persona per persona e fornisce le uniche cifre sulle quali l’esercito può “fare affidamento” con un alto grado di certezza, ha spiegato la fonte, anche supponendo che i dati possano essere sottostimati. La fonte ha aggiunto che i numeri dichiarati pubblicamente dai leader politici non sono coordinati con i dati di intelligence disponibili.

L’analista palestinese Muhammad Shehada ha dichiarato a +972, Local Call e The Guardian che i numeri nel database dell’intelligence corrispondono strettamente a quelli a lui trasmessi da funzionari di Hamas e della Jihad islamica palestinese: questi nel dicembre 2024 stimavano che Israele avesse ucciso circa 6.500 dei loro membri, compresi quelli dell’ala politica.

“Mentono continuamente”

Poco dopo il 7 ottobre Yossi Sariel, allora comandante della squadra d’élite di intelligence dell’esercito, l’Unità 8200, iniziò a condividere un aggiornamento quotidiano con i suoi subordinati che mostrava il numero di combattenti di Hamas e della Jihad islamica (PIJ) uccisi a Gaza. Il grafico, secondo tre fonti che lo conoscevano, era chiamato “war dashboard” [pannello di controllo di guerra, ndt.] e veniva presentato da Sariel come misura del successo dell’esercito.

“Insisteva molto su ‘dati, dati, dati'”, ha spiegato uno dei subordinati di Sariel. “[C’era] la necessità di misurare tutto in termini quantitativi. Per dimostrare l’efficienza. Per cercare di rendere tutto più intelligente e tecnologico”. Un’altra fonte ha affermato che era come “una partita di calcio, con gli ufficiali seduti a guardare i numeri salire sul pannello di controllo”. (Yossi Sariel ha rifiutato la nostra richiesta di commento, rimandandoci al portavoce delle IDF).

Il Maggior Generale (in congedo) Itzhak Brik, che ha prestato servizio per molti anni come comandante dell’esercito israeliano e in seguito come Difensore Civico per i Reclami dei Soldati, ha spiegato come questa prospettiva abbia alimentato una cultura della menzogna. “Hanno creato un sistema [in base al quale] più si uccideva, più si otteneva successo, e di conseguenza hanno mentito sul numero di persone uccise”, ha affermato, descrivendo i numeri presentati dal portavoce delle IDF come “uno dei bluff più gravi” nella storia di Israele.

“Mentono continuamente, sia a livello militare che politico”, ha aggiunto Brik. “Per ogni raid il portavoce dell’IDF annunciava: ‘Centinaia di terroristi sono stati uccisi'”, ha continuato. “È vero che centinaia di persone sono state uccise, ma non erano terroristi. Non c’è assolutamente alcuna connessione tra i numeri che annunciano e ciò che sta realmente accadendo”.

Ha aggiunto che nel parlare con i soldati il ​​cui compito era esaminare e identificare i corpi delle persone uccise dall’esercito a Gaza, gli è stato riferito: “Tutti quelli che l’esercito afferma di aver ucciso, per la maggior parte sono [civili]. Punto”.

Sia Hamas che la Jihad islamica palestinese sono state gravemente indebolite dall’offensiva israeliana degli ultimi due anni, che ha ucciso la maggior parte dei vertici delle organizzazioni e danneggiato significativamente le loro infrastrutture militari. Tuttavia, i dati ottenuti dal database dell’intelligence mostrano che Israele ha ucciso solo un quinto di coloro che considera militanti. Stime dell’intelligence americana suggeriscono che Hamas abbia reclutato 15.000 militanti durante la guerra, il doppio di quelli uccisi da Israele.

Ma la diffusa retorica genocida della leadership e degli alti comandi militari israeliani fin dall’inizio della guerra suggerisce l’intenzione di colpire tutti i palestinesi di Gaza, non solo i militanti. La mattina del 7 ottobre, l’allora capo di stato maggiore Herzi Halevi disse alla moglie: “Gaza sarà distrutta”, ha rivelato lei in un recente podcast. E in una registrazione trapelata negli ultimi mesi, trasmessa la scorsa settimana sul Canale 12 israeliano, l’allora direttore di Aman, Aharon Haliva, affermò che “50 palestinesi devono morire” per ogni israeliano ucciso il 7 ottobre, aggiungendo: “e non importa se sono bambini”.

Il diritto internazionale non stabilisce cosa costituisca un rapporto “accettabile” tra le vittime civili, ma piuttosto esamina ogni attacco secondo il principio di “proporzionalità“. A questo proposito, già nel novembre 2023 +972 e Local Call avevano rivelato che dopo il 7 ottobre l’esercito israeliano aveva allentato significativamente le restrizioni sulle vittime civili, autorizzando l’uccisione di oltre 100 civili palestinesi nel caso si tentasse di assassinare un alto comandante di Hamas, e fino a 20 per i suoi subalterni.

Il risultato di questa politica dell’eliminazione fisica e del rafforzamento della cultura della vendetta seguite al 7 ottobre è un tasso di vittime civili a Gaza estremamente elevato per una guerra moderna, affermano gli esperti, anche rispetto a conflitti noti per le uccisioni indiscriminate come le guerre civili siriane e sudanesi.

“Questa percentuale di civili tra le vittime sarebbe insolitamente alta, soprattutto perché si protrae da così tanto tempo”, ha affermato Therese Pettersson dell’Uppsala Conflict Data Programme [Programma statistico sui conflitti di Uppsala, ndt.] (UCDP), che raccoglie dati sulle vittime civili in tutto il mondo. Ha aggiunto che è possibile riscontrare tassi simili tra vittime civili quando si individua una particolare città o battaglia all’interno di un conflitto più ampio, ma “molto raramente” quando si considera una guerra nel suo complesso.

Nei conflitti internazionali monitorati dall’UCDP dal 1989 i civili hanno rappresentato una percentuale maggiore di vittime solo nei genocidi di Srebrenica (1992-95) e Ruanda (1994) e durante l’assedio di tre mesi di Mariupol da parte della Russia (2022), ha affermato Pettersson.

Solo quando ci sarà un cessate il fuoco sarà possibile calcolare con precisione il numero di vittime civili e militanti a Gaza. Ma i dati dell’intelligence indicano che il tasso di vittime civili è di gran lunga superiore alle cifre che Israele ha presentato al mondo negli ultimi due anni.

+972 e Local Call hanno inizialmente contattato il portavoce delle IDF per un commento alla fine di luglio, ricevendo una dichiarazione che non contestava le nostre conclusioni: “Durante tutta la guerra sono state condotte valutazioni di intelligence complete sul numero di terroristi eliminati nella Striscia di Gaza. Il conteggio è un processo di intelligence complesso che si basa sulla situazione delle forze sul campo e sulle informazioni dell’intelligence, incrociando un’ampia gamma di fonti di intelligence”.

Tre settimane dopo, in seguito alla richiesta di commento del Guardian sugli stessi dati, l’esercito ha dichiarato di voler “riformulare” la sua risposta e ha respinto le nostre conclusioni senza ulteriori spiegazioni: “Le cifre presentate nell’articolo sono errate e non riflettono i dati disponibili nei sistemi delle IDF. Durante tutta la guerra vengono condotte continue valutazioni di intelligence sul numero di terroristi eliminati nella Striscia di Gaza, basate su metodologie BDA [valutazioni dei danni da bombardamento] e su verifiche incrociate di varie fonti… [inclusi] documenti provenienti da organizzazioni terroristiche nella Striscia”.

Al momento nessun portavoce ha risposto alla domanda sul perché l’esercito abbia fornito risposte diverse a domande su un singolo set di dati.

Ha contribuito all’articolo Emma Graham-Harrison di The Guardian.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come gli israeliani hanno fatto del negazionismo un’arte

Ron Dudai*

22 Agosto 2025, +972 Magazine

Mentre gli abitanti di Gaza documentano le uccisioni di massa e la carestia in tempo reale, gran parte della società civile israeliana reagisce dicendo “È tutto falso. E se lo meritano”

Dieci anni fa, durante gli ultimi giorni delle manifestazioni settimanali di protesta congiunte di palestinesi ed ebrei contro la costruzione da parte di Israele del muro di separazione nel villaggio di Al Ma’asara in Cisgiordania, uno dei rituali con cui aprivamo la manifestazione era un discorso di Mahmoud, un leader della comunità locale. Con il telefono in mano diceva: “Non ci sarà un’altra Nakba, perché adesso abbiamo questo. Abbiamo gli smartphone. Abbiamo Facebook. Proveranno a cacciarci via di nuovo, ma tutti potranno vederlo e fermarlo. Nel 1948 non avevamo gli smartphone, non c’era Facebook. Ora non succederà”.

Ripeteva questo mantra ogni venerdì, agli attivisti vicino a lui, ai soldati di fronte a noi, e a sé stesso. In quel momento suonava rassicurante. Ma si sbagliava.

Il genocidio in corso a Gaza da parte di Israele è forse l’atrocità documentata in maggior dettaglio nella storia recente, sia in termini della semplice quantità di prove documentali sia per la velocità con cui viene diffusa. Gli smartphone e i social media, che ancora erano di là da venire al momento dei genocidi in Bosnia e Rwanda, permettono di catturare gli eventi nel momento in cui accadono, da innumerevoli angolazioni, e di condividerli globalmente in tempo reale, mentre i media tradizionali ancora giocano un ruolo di supporto non indifferente.

E tuttavia, di fronte al flusso infinito di immagini e video di civili morti, di bambini scheletrici, di interi quartieri ridotti in macerie, gran parte del pubblico israeliano, e una parte significativa dei sostenitori di Israele all’estero, reagiscono in uno dei due modi: o è tutto falso oppure i gazawi se lo meritano. Spesso, paradossalmente, entrambe le cose: “Non ci sono bambini morti a Gaza, e abbiamo fatto bene a ucciderli”.

Una nuova era di negazione

La negazione delle atrocità è un fenomeno globale, ma la società israeliana l’ha trasformato in una specie di arte. Non è affatto una coincidenza che una delle opere più importanti sull’argomento Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea (Carocci 2002) del sociologo Stanley Cohen fosse ispirato alla sua esperienza personale di attivista per i diritti umani in Israele durante la Prima Intifada alla fine degli anni 1980.

Sulla base della sua esperienza Cohen descrive un repertorio di negazione utilizzato sia dagli Stati che dalle società: “non è successo” (non abbiamo mai torturato nessuno); “quello che è successo è qualcos’altro” (non si trattava di tortura ma di “moderata sollecitazione fisica”); “non c’erano alternative” (il pericolo imminente ha reso la tortura un male necessario).

In Israele questa logica ha le sue radici nel mito della “purezza delle armi” (la convinzione che Israele agisca solo per autodifesa) e la vecchia mentalità “spara e piangi” (il concetto che gli israeliani possono commettere violenze ma che, nonostante ciò, mantengono un primato morale perché poi se ne dolgono). Ma per quanto aberrante possa essere questa disposizione mentale purtuttavia essa poggia su due importanti presupposti: che le atrocità come la tortura, l’uccisione di civili, e il trasferimento forzato siano essenzialmente sbagliati e che quindi richiedano una giustificazione o debbano essere nascosti; e che la documentazione o lo svelamento della verità abbiano valore, anche solo come ostacoli da aggirare.

Per quanto ripugnante, l’ipocrisia insita nel mito della “purezza delle armi” ha una sua utilità: lascia spazio, per quanto poco, ad una sua correzione. Quando la distanza tra retorica e realtà viene svelata può provocare imbarazzo e perfino spingere al cambiamento. In un mondo come questo le immagini catturate da uno smartphone e condivise immediatamente possono davvero avere un peso.

Ma non è questo il mondo in cui oggi viviamo. In Israele l’istinto a liquidare qualsiasi documentazione da Gaza come “fake news” è stato assorbito nel discorso dominante, a partire dai principali esponenti politici e fino ai commentatori anonimi nei siti di notizie. Questo riflesso è radicato nella mentalità complottista importata dagli ambienti della destra statunitense, proprio come la retorica dello “Stato profondo” del presidente Donald Trump è diventata una delle preferite del primo ministro Benjamin Netanyahu e dei suoi sostenitori.

Uno dei principali apostoli di questo stile di negazione è il personaggio mediatico di estrema destra Alex Jones. Nel 2012, quest’alleato di lungo corso di Trump sosteneva che la sparatoria nella scuola elementare Sandy Hook, nella quale 20 studenti e sei adulti erano stati assassinati, era una messa in scena. Nonostante le prove schiaccianti, Jones insisteva che tutti i video del massacro, i genitori in lutto, perfino i corpi delle vittime, erano falsi, tutto parte di una cospirazione del partito Democratico per sabotare il diritto degli americani a portare armi.

Questo tipo di discorso ha iniziato a insinuarsi nella società israeliana anche prima del 7 ottobre, prima online e poi in luoghi di dibattito ufficiali. E più la guerra si è trascinata più si è diffuso, spesso diventando un riflesso condizionato: il video di un genitore palestinese che culla il corpo di un neonato? “Attori con una bambola”. Foto di civili uccisi da soldati israeliani? “Generate dall’intelligenza artificiale, manipolate, o prese altrove”. E così via, all’infinito.

Questa retorica è stata spesso affiancata al termine “Pallywood”, una parola composta a significare “Hollywood palestinese”. Importata dagli ambienti della destra statunitense all’inizio degli anni 2000, suggerisce che le immagini di palestinesi sofferenti non sono reali, ma parte di un’elaborata industria cinematografica: una vasta cospirazione a cui collaborano i palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani e i media internazionali per inventarsi atrocità.

In una precedente era di negazione di atrocità perlomeno l’affermazione che si trattava di messe in scena erano per lo meno elaborate. Molti ancora ricordano il caso di Muhammad Al Durrah, il dodicenne ucciso a Gaza nel settembre del 2000, la cui morte diventò il simbolo della Seconda Intifada. Gli israeliani e i loro sostenitori investirono immense risorse per tentare di screditare il filmato: centinaia di ore di analisi, inchieste, perfino documentari, che passavano al setaccio angolazioni di ripresa, balistica e dettagli forensi per sostenere che l’intero episodio fosse una messa in scena.

Oggi, non c’è più bisogno di simili sforzi per negare. Le complicate teorie complottiste del passato sono state sostituite da una forma più grezza di negazionismo che gli studiosi chiamano “cospirazionismo”, il rifiuto istintivo di qualsiasi prova che contraddica i propri interessi, considerandola falsa. La documentazione è liquidata con una singola parola: “Falsa”.

Post-verità, post-vergogna

Prendete, ad esempio, l’evidenza incontrovertibile della carestia a Gaza. La logica è dolorosamente semplice: una popolazione sotto assedio, i cui mezzi di autosufficienza sono stati completamente distrutti sarà inevitabilmente ridotta alla fame. Tuttavia in Israele, dai commentatori online ai più alti esponenti governativi, la reazione istintiva è sempre la stessa: “è tutto falso”.

Netanyahu ha parlato di “percezione di una crisi umanitaria” presumibilmente creata da “foto messe in scena o manipolate abilmente” distribuite da Hamas. Il ministro degli esteri Gideon Sa’ar ha liquidato le immagini di bambini scheletrici come “realtà virtuale” citando la presenza di adulti “ben nutriti” vicino a loro. L’esercito ha sostenuto che Hamas stava riciclando immagini di bambini yemeniti o creando dei falsi generati dall’intelligenza artificiale. Il giornalista di Ynet Itamar Eichner, altrimenti fortemente critico nei confronti del governo, ha espresso lo stesso sentimento: “Loro [i palestinesi] sanno che le foto dei bambini affamati sono un punto debole. È probabile che le foto siano una messinscena, e i bambini potrebbero essere ammalati di qualcos’altro”.

Il bambino Yazan Abu Foul di due anni in braccio ala madre il 19 luglio 2025 Foto Yousef Zaanoun/Activestills

Questo schema negazionista compare anche nel discorso accademico. Una recente relazione del Centro di studi strategici Begin-Sadat dell’università Bar-Ilan, “Smentire le accuse di genocidio: una nuova analisi della guerra tra Israele e Hamas (2023-2025)”, contiene una sezione intitolata “Fonti false e altre generate dall’IA”.

Nonostante Ie prove documentate di atrocità siano sempre state contrastate con rifiuti e dinieghi, la situazione oggi è completamente diversa. Nell’era della “post-verità”, una combinazione di massimo sospetto e manipolazione dell’IA, l’erosione della fiducia nei media istituzionali e il crollo delle difese democratiche ha reso l’istinto di gridare al “falso” riguardo a qualsiasi cosa non sia di proprio gradimento più diffuso e potente di quanto non lo sia mai stato.

Nel frattempo, il comprensibile rifiuto da parte della grande maggioranza dei media israeliani di mostrare cosa davvero sta succedendo a Gaza significa che anche quando alcune immagini riescono alla fine a raggiungere il pubblico la reazione è spesso poco più che una scrollata di spalle o un rifiuto collettivo. Tuttavia, quasi ogni volta quella scrollata di spalle è accompagnata da “se lo meritano”, e la negazione e la giustificazione si intrecciano in quello che può sembrare un paradosso ma che in realtà riflette le due facce della stessa medaglia.

Il ministro del patrimonio culturale Amichai Eliyahu ha recentemente dichiarato: “Non c’è carestia a Gaza, e quando vi mostrano fotografie di bambini che muoiono di fame guardate con attenzione, ne vedrete sempre uno grasso lì vicino, che mangia bene. È tutta una messinscena”. Nella stessa intervista ha dichiarato: “Non c’è nessuna nazione che dà da mangiare ai suoi nemici. Avete perso la testa? Il giorno in cui restituiranno gli ostaggi là nessuno più soffrirà la fame. Il giorno in cui uccideranno i terroristi di Hamas nessuno soffrirà più la fame”.

Dopo vent’anni di assedio, durante i quali noi israeliani abbiamo tentato di toglierci dalla vista e dal pensiero Gaza e i suoi due milioni di residenti palestinesi, il massacro del 7 ottobre ha riportato brutalmente in piena vista quello che avevamo tentato di dimenticare. Forse è stato allora che queste due reazioni, “falso” e “se lo meritano” hanno trovato piena convergenza. La prima al servizio dell’immagine che vogliamo avere della nostra nazione (“i nostri figli non stanno commettendo atrocità”) e delle richieste della hasbara, la propaganda israeliana, per guadagnare tempo sulla scena internazionale. La seconda è una reazione cruda, viscerale, al dolore e all’umiliazione dell’essere stati colpiti da coloro che a lungo abbiamo considerato come esseri inferiori. Insieme, si sono fuse in una reazione che prevale su qualsiasi appello alla moralità, non richiede sospensioni e non esige scuse.

E qui sta la seconda sfida alla convinzione che gli smartphone e i social network possano fermare le atrocità. La lotta per i diritti umani si era sempre basata sul presupposto che documentare gli abusi avrebbe esposto i perpetratori alla “vergogna,” inducendoli a cambiare il loro comportamento. Ma cosa succede quando i perpetratori non provano più vergogna, e apertamente non prendono in alcuna considerazione la censura morale e perfino la stessa idea di verità? In questo caso la documentazione e la distribuzione, per quanto rapida o diffusa, perdono il loro potere.

In effetti, come hanno dimostrato i rapporti sui diritti umani e le istanze presentate davanti ai tribunali internazionali negli ultimi due anni, i leader militari, politici e culturali di Israele ora ammettono apertamente, di volontà propria, quello che in altre circostanze i gruppi per i diritti umani avrebbero cercato disperatamente di provare.

Dopo decenni di negazione della Nakba, in cui la parola stessa era stata bandita, i legislatori israeliani ora dichiarano orgogliosamente che Israele sta conducendo una seconda Nakba a Gaza. Mentre una volta i volontari dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem dovevano filmare dettagliatamente le atrocità commesse in Cisgiordania, solo per ricevere in risposta una scusa dopo l’altra, come ad esempio che gli incidenti erano stati “presi fuori contesto”, oggi gli stessi soldati israeliani registrano le violazioni dei diritti umani e li caricano sui loro social media senza esitazione.

Siamo assistendo al collasso del ciclo tradizionale di svelamento, negazione e conferma. In una tale realtà a cosa servono gli smartphone e i social media?

Crepe nel muro

Mentre i benefici della documentazione delle atrocità sono molto minori di quello che avevamo sperato in passato, sono ancora significativi. Mentre scrivo, sembra che le reazioni istintive “falso” e “se lo meritano” stiano finalmente incontrando degli ostacoli consistenti.

Di fronte alle abbondanti e implacabili prove della carestia a Gaza, le grida di “falso” stanno diventanto sempre più frenetiche e disperate. Sembra che le feroci calunnie, ripetute continuamente nei discorsi degli israeliani, che un bambino di Gaza che soffre di una malattia preesistente in qualche modo assolve Israele dalla responsabilità di farli morire di fame non riescano più a fermare la consapevolezza crescente in Israele della sofferenza palestinese, e della sua fondamentale ingiustizia.

Le arrampicate sugli specchi ora consuete nelle argomentazioni israeliane, che sì è vero che c’è una carestia ma che è colpa di Hamas; che si tratta di una conseguenza non voluta della guerra; che il mondo è ipocrita perché non tratta nello stesso modo la carestia in Yemen; ci riportano tutte alle negazioni descritte da Stanley Cohen. Ma suggeriscono anche qualcos’altro: la titubante riapparizione dell’imbarazzo, e forse perfino della vergogna, almeno in alcuni segmenti della popolazione israeliana.

Ciò che sembra aver contribuito a questo cambiamento sono, da una parte, le reazioni della comunità internazionale alla carestia, e dall’altra, la possibilità di ammettere la carestia senza implicare direttamente i soldati e i piloti (“i nostri figli migliori”). Tuttavia, un ruolo l’ha giocato anche il semplice accumulo di fotografie e documentazione incontrovertibile da Gaza. La persistenza di individui e organizzazioni nel documentare e riferire, da dentro e fuori Gaza, e nel validare e far circolare questo materiale in Israele e in tutto il mondo ha avuto infine un impatto.

Ma il piano israeliano di occupare la Striscia di Gaza e trasferire forzatamente i suoi residenti in quello che potrebbe essere considerato un campo di concentramento prima della loro espulsione permanente dalla Striscia rischia di trasformare qualcosa di già disastroso in qualcosa di ancora peggiore. La domanda è se il pubblico israeliano si ritirerà ulteriormente nella negazione o se sarà costretto a fare finalmente i conti con la realtà.

* Ron Dudai è Professore associato al Dipartimento di sociologia e antropologia dell’Università Ben-Gurion del Negev.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Da Sakhnin a Ramallah prende piede una nuova ondata di lotta popolare palestinese

Awad Abdelfattah

6 agosto 2025 – +972 Magazine

Mentre cresce l’indignazione per Gaza, proteste e scioperi della fame segnano un rinnovato movimento palestinese determinato a colmare le divisioni e a sostenere la resistenza.

Nelle ultime settimane la mobilitazione popolare palestinese ha acquisito un notevole slancio, in particolare nei territori del 1948 [ossia nello Stato di Israele, ndt.] e nella Cisgiordania occupata. Questa ondata riflette un crescente sforzo di riconnettersi con un’ondata rinvigorita di solidarietà globale che ha persistito, persino amplificandosi, nonostante la dura repressione dei movimenti filo-palestinesi negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Tutti i segnali suggeriscono che questo slancio continuerà a crescere, trasformandosi potenzialmente in una rivolta popolare più ampia, in grado di contrastare le brutali politiche israeliane nei confronti dei palestinesi in tutto il territorio.

Le immagini strazianti provenienti da Gaza – bambini scheletrici, famiglie ripetutamente cacciate dalle loro case, persone in attesa di cibo uccise a colpi d’arma da fuoco – sono diventate impossibili da ignorare o giustificare per gli alleati di Israele. Queste immagini hanno iniziato a perseguitare i governi occidentali, a lungo complici della campagna genocida israeliana, svergognandoli agli occhi dell’opinione pubblica e mettendo a nudo la bancarotta morale del loro silenzio.

Sotto la crescente pressione dei propri cittadini, diversi Stati occidentali hanno recentemente inasprito le loro critiche alla condotta di Israele a Gaza: il ritmo incessante delle uccisioni, il deliberato ostacolo agli aiuti umanitari, l’evidente assenza di un piano per porre fine alla guerra.

Forse i rimproveri più eclatanti sono arrivati sotto forma di riconoscimento formale (o minacce di riconoscimento) dello Stato di Palestina da parte di una manciata di capi di Stato occidentali, in particolare il francese Emmanuel Macron. Eppure, per quanto clamorose sulla carta, tali dichiarazioni rimangono in gran parte simboliche. La “soluzione dei due Stati” a cui alludono è ampiamente considerata illusoria e inadeguata, poiché preserva il regime coloniale di apartheid israeliano e nega a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno.

Anche se è improbabile che queste dichiarazioni abbiano implicazioni pratiche sostanziali, rappresentano comunque un importante gesto di sostegno e una spinta morale fortemente necessaria al movimento popolare che apre le porte a una nuova fase di pensiero e azione.

Uno scenario in evoluzione

I manifestanti palestinesi e i loro alleati stanno seguendo da vicino i cambiamenti nell’equilibrio geopolitico della regione. Con il sostegno incrollabile di Washington, Israele ora agisce con quasi totale impunità in tutto il territorio del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran. Eppure, nonostante i duri colpi subiti nella recente guerra di 12 giorni con Israele, l’Iran è tutt’altro che sconfitto. Entrambe le parti sono impegnate in una corsa al rafforzamento militare in preparazione di una fase ancora più sanguinosa e distruttiva del conflitto.

Ma per ora, con l’equilibrio di potere fortemente sbilanciato a favore di Israele, molti attivisti palestinesi si stanno rivolgendo verso l’interno – verso una resistenza popolare di base – in assenza di una forza militare esterna in grado di frenare l’aggressione israeliana. E ci sono ragioni per credere che questa strategia possa funzionare.

Nonostante il suo predominio militare, la posizione globale di Israele – anche tra gli ebrei di tutto il mondo – è più fragile che mai. A giugno, in qualità di presidente della One Democratic State Campaign [campagna per uno Stato unico democratico, ndt.] (ODSC), ho partecipato e parlato a un evento straordinario: la “Prima Conferenza Ebraica Antisionista”, tenutasi nella città natale di Theodor Herzl, il padre fondatore del movimento sionista. Gli organizzatori hanno riunito circa 500 intellettuali e attivisti ebrei da tutto il mondo con l’obiettivo di unire il crescente numero di ebrei antisionisti e integrarli nel più ampio movimento progressista globale contro il regime genocida di Israele.

Con gli orrori che sta infliggendo a Gaza e l’escalation di violenza appoggiata dallo Stato in Cisgiordania, Israele non è più in grado di ripulire la propria immagine all’estero, né la sua propaganda può nascondere i propri crimini. Alcuni sostengono che Israele non comprenda ancora la portata del danno reputazionale e strategico che si sta infliggendo, un danno che potrebbe presto rivelarsi irreversibile. In questo contesto una strategia di resistenza civile sostenuta e interconnessa a livello globale non è più solo praticabile; è una necessità storica.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi tentativi di andare avanti su questa strada, in particolare la serie di proteste al confine di Gaza nel 2018-2019, note nel loro insieme come la “Grande Marcia del Ritorno”. Fin dall’inizio, queste marce sono state accolte con una sanguinosa repressione da parte dell’esercito israeliano, volta a soffocare la loro forte risonanza nell’opinione pubblica mondiale.

Eppure la forza di quelle proteste non ha mai raggiunto la Cisgiordania. Ciò è dovuto in parte al fragile clima politico locale e all’assenza di una visione coerente di resistenza popolare all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Vincolata dal coordinamento per la sicurezza con Israele, l’ANP ha attivamente minato la mobilitazione popolare indipendente, lavorando in stretta collaborazione con il colonizzatore per impedirne il radicamento.

Nel maggio 2021 un’ampia rivolta popolare ha travolto tutta la Palestina, dal fiume al mare. Per un breve momento è parso che fosse destinata a evolversi in una campagna nazionale di resistenza civile prolungata. Ma l’introduzione di una dimensione militare, sotto forma di lancio di razzi da parte di Hamas, ha interrotto lo slancio e smorzato il potenziale di quel percorso guidato dai civili. Nonostante la repressione israeliana ce ne sarebbe stata l‘opportunità; semplicemente non si è pienamente concretizzata.

Queste occasioni mancate hanno rafforzato la convinzione di molti che la resistenza civile – giuridica, culturale e artistica – rimanga tra i mezzi più promettenti per sfidare il dominio israeliano, forse anche più della forza militare. Persino gli analisti israeliani ora ammettono che gli eventi del 7 ottobre e la guerra successiva hanno scosso il prestigio dell’esercito israeliano; un prestigio che, nonostante decenni di azioni criminali, era rimasto straordinariamente intatto.

Nel frattempo la lotta continua all’estero: nei tribunali internazionali, nelle arene culturali, nelle strade e nei campus universitari. Mentre i crimini israeliani diventano sempre più difficili da nascondere, nuove ondate di indignazione e solidarietà stanno rimodellando la copertura mediatica e il dibattito politico. È su questi campi di battaglia, dove le violazioni del diritto internazionale diventano prove di colpevolezza per i responsabili, che l’edificio dell’apartheid e del genocidio potrebbe infine iniziare a crollare.

Una scintilla da Sakhnin

Un recente sviluppo segnala una potenziale svolta nella mobilitazione tra i cittadini palestinesi di Israele. La città settentrionale di Sakhnin ha visto migliaia di persone convergere per una massiccia protesta contro il genocidio a Gaza, mentre a Giaffa diverse figure di spicco, tra cui parlamentari palestinesi e membri dell’Alto Comitato di Monitoraggio per i Cittadini Arabi di Israele, hanno lanciato uno sciopero della fame di tre giorni. Particolarmente impressionante è stata la consistente presenza di ebrei israeliani contrari all’occupazione, un segnale incoraggiante per il futuro di una vera e propria co-resistenza.

Da Sakhnin le proteste si sono rapidamente estese ad altre città palestinesi all’interno dei territori del 1948: in Galilea, nel Triangolo [zona centro-settentrionale di Israele in cui vive buona parte dei cittadini arabi del Paese, ndt.], nel Naqab e nella regione costiera. E ora, elemento cruciale, gli echi di questo movimento stanno iniziando a risuonare in Cisgiordania, anche se i palestinesi rimangono intrappolati tra la duplice repressione delle forze di occupazione israeliane e dei loro collaboratori dell’ANP.

Ispirati dallo sciopero della fame dei leader palestinesi in Israele, attivisti e personalità nazionali in Cisgiordania hanno iniziato il loro sciopero, non solo in solidarietà con Gaza, ma anche come mezzo di risveglio politico. Gli scioperanti della fame di Ramallah, a cui mi sono unito per un giorno, hanno parlato apertamente di come traggano ispirazione diretta dalla mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele e dalla loro leadership.

Stiamo assistendo ai primi passi verso un movimento popolare unificato in grado di imporre un vero cambiamento? È ancora troppo presto per dirlo. Ma una cosa è chiara: i palestinesi non possono più permettersi la paralisi derivante da una stagnazione politica. Ciò che accadrà in seguito dipenderà dalle dinamiche interne e dalla capacità dei leader del movimento di pensare in modo sufficientemente strategico da costruire il motore, la struttura e il quadro di riferimento in grado di guidare questa trasformazione storica.

Awad Abdelfattah è il coordinatore della One Democratic State Campaign (ODSC) e l’ex segretario generale del partito Balad [partito politico israeliano di sinistra rappresentativo della minoranza araba, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)