Microsoft immagazzina l’archivio dell’intelligence israeliana utilizzata per attaccare palestinesi.

Yuval Abraham

6 agosto 2025 – +972 Magazine

Un’inchiesta congiunta rivela che il gigante tecnologico ha sviluppato per l’Unità 8200 di Israele una versione personalizzata del suo cloud che ospita file audio di milioni di telefonate di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania

Un’inchiesta di +972 Magazine, Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] e del Guardian [quotidiano britannico, ndt.] ha svelato che l’unità d’élite dell’esercito israeliano per la guerra informatica sta utilizzando server di cloud di Microsoft per immagazzinare una grande quantità di dati di intelligence sui palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, informazioni utilizzate per pianificare attacchi aerei mortali e organizzare operazioni militari.

L’Unità 8200, più o meno simile come funzioni all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) degli USA, ha trasferito file audio di milioni di telefonate di palestinesi nei territori occupati sulla piattaforma del cloud computing [tecnologia che permette di archiviare e accedere a dati e applicazioni tramite internet, su server remoti, ndt.] di Microsoft, Azure, rendendo operativa quella che probabilmente è una delle più grandi e principali raccolte al mondo di dati per la sorveglianza su una popolazione specifica. Questo è quanto si ricava da interviste con 11 fonti di Microsoft e dell’intelligence israeliana, oltre che da un deposito segreto di documenti interni di Microsoft fatti filtrare e ottenuti dal Guardian.

Alla fine del 2021, in un incontro presso il quartier generale di Microsoft a Seattle, l’allora capo dell’Unità 8200, Yossi Sariel, si conquistò l’appoggio di Satya Nadella, amministratore delegato del gigante tecnologico, per lo sviluppo di un’area riservata ed esclusiva all’interno di Azure che facilitasse il progetto di sorveglianza di massa dell’esercito. Secondo le fonti Sariel si rivolse a Microsoft perché il campo di applicazione dell’intelligence israeliana su milioni di palestinesi in Cisgiordania e a Gaza è talmente ampio che non può essere immagazzinato solo sui server militari.

L’immensa portata del potere di immagazzinaggio ed elaborazione di Microsoft ha consentito di fare quello che molteplici fonti israeliane hanno descritto come l’ambizioso obiettivo del progetto: archiviare “un milione di telefonate all’ora”.

In seguito all’incontro del 2021 un gruppo dedicato di ingegneri di Microsoft iniziò a lavorare direttamente con l’Unità 8200 per costruire un modello che consentisse all’unità di intelligence di utilizzare i servizi del cloud dell’impresa statunitense dall’interno delle sue stesse basi. Secondo una fonte dell’intelligence alcuni di questi dipendenti di Microsoft erano stati a loro volta reclute dell’Unità 8200, il che ha reso la collaborazione “molto più facile”.

Secondo il reportage del Guardian i documenti filtrati suggeriscono che al luglio di quest’anno sono stati archiviati sui server di Microsoft in Olanda 11.500 terabyte di dati militari israeliani, equivalenti a circa 200 milioni di ore audio, mentre quantità minori sono state immagazzinate in Irlanda e Israele. È impossibile dire quanti di questi dati appartengano specificamente all’Unità 8200: come ha rivelato all’inizio di quest’anno una precedente indagine di +972, Local Call e del Guardian, decine di unità dell’esercito israeliano hanno acquistato da Microsoft servizi di cloud computing e l’impresa ha una presenza in tutte le principali infrastrutture militari di Israele.

Il documento fatto filtrare rivela inoltre che prima dell’attuale guerra a Gaza la dirigenza di Microsoft vedeva il fatto di coltivare i rapporti con l’Unità 8200 come una lucrosa opportunità di affari e al suo interno la definiva come “un’incredibilmente potente opportunità per il marchio” di Azure. Lo stesso Nadella, durante il suo incontro del 2021 con Sariel, definì la collaborazione come “essenziale” per Microsoft e si impegnò a fornire le risorse per sostenerla.

Microsoft ha affermato pubblicamente di non aver trovato “alcuna prova” che la sua tecnologia sia stata utilizzata per colpire i palestinesi a Gaza, e in risposta a questa inchiesta un portavoce ci ha detto che l’industria ignorava che questi prodotti sono stati usati per contribuire alla sorveglianza di civili. Ma tre fonti dell’intelligence israeliana hanno affermato che la raccolta di informazioni dell’Unità 8200 sul cloud è stata utilizzata negli ultimi due anni per pianificare bombardamenti letali a Gaza e che spesso è servita come base per arresti e altre operazioni militari in Cisgiordania.

Monitorare tutti in continuazione”

L’interesse di Sariel nel potenziamento dell’infrastruttura della sorveglianza di massa da parte di Israele risale al 2015, quando era un ufficiale dell’intelligence dello stato maggiore di Israele. Quell’anno in Cisgiordania, a Gerusalemme e all’interno della Linea Verde [cioè di Israele] si assistette a un’ondata di attacchi all’arma bianca di “lupi solitari”, molti dei quali effettuati da adolescenti palestinesi in precedenza sconosciuti ai servizi di sicurezza, il che li rendeva particolarmente difficili da sventare.

Ci ritrovammo ad andare… da un funerale all’altro,” ricorda Sariel in un libro da lui pubblicato a proposito dell’intelligenza artificiale nel 2021, l’anno in cui assunse la carica di capo dell’Unità 8200 (si è dimesso lo scorso anno). “(Un palestinese) decide di perpetrare un attacco usando un coltello da cucina per pugnalare una vittima, o l’auto di famiglia per investire gente,” scrive. “A volte la persona il giorno prima non sa neppure lui, o lei, che sta per commettere tale attacco. In questo caso le agenzie tradizionali di intelligence sono impotenti. Come è possibile prevedere o prevenire un simile attacco?” Secondo un ufficiale dell’intelligence che all’epoca ha prestato servizio sotto il suo comando la soluzione di Sariel era iniziare a “monitorare tutti in continuazione”.

Nel corso degli anni successivi egli ha diretto un progetto su larga scala e ben finanziato che ha esteso notevolmente la sorveglianza israeliana sui palestinesi e ha integrato molteplici banche dati di intelligence: “Improvvisamente la popolazione è diventata il nostro nemico,” afferma un’altra fonte che ha prestato servizio nell’unità sotto il comando di Sariel.

Nel suo libro Sariel scrive della necessità per le agenzie di intelligence di “migrare verso il cloud” per affrontare il problema di come accumulare una quantità progressivamente maggiore di dati. In precedenza +972 e Local Call avevano rivelato che l’esercito israeliano ha utilizzato anche la piattaforma del cloud computing di Amazon, AWS, per immagazzinare dati militari interni.

Sariel vedeva la collaborazione con Microsoft come una svolta, soprattutto perché avrebbe consentito la massiccia archiviazione di file audio. Molteplici fonti utilizzano il termine “infinite” per descrivere le dimensioni del progetto.

In precedenza nei suoi server interni l’Unità 8200 avrebbe potuto raccogliere le telefonate di decine di migliaia di palestinesi definiti come “sospetti”. L’unità aveva anche sviluppato un modello chiamato “messaggio rumoroso”, che raccoglie messaggi di testo dei palestinesi e assegna a ognuno di essi un punteggio che indica il livello di “pericolosità”. Ma con l’aiuto di Azure l’Unità 8200 era in grado di iniziare ad archiviare le telefonate di milioni di palestinesi, estendendo notevolmente il suo insieme di dati.

Un’importante fonte dell’Unità 8200 ha spiegato che Sariel vedeva i suoi rapporti con Nadella, l’amministratore delegato di Microsoft, come uno strumento per far progredire “rivoluzioni” nella massiccia sorveglianza dei palestinesi. “Yossi si vantava molto, anche con me, dei suoi rapporti con Satya,” ha affermato la fonte. (In risposta a questa inchiesta un portavoce di Microsoft ha affermato che Nadella era stato presente solo per 10 minuti all’incontro del 2021 e che il loro contatto succesivo è stato solo una lettera di condoglianze spedita da Sariel dopo la morte del figlio di Nadella).

Non tutti all’interno dell’unità sembravano favorevoli a questa collaborazione. Una fonte al corrente del progetto ha affermato che era significativamente più caro trasferire dati ai server di Microsoft che comprare autonomamente server e processori. Ma Sariel insisteva, evidenziando il suo entusiasmo per le potenzialità del progetto.

Per Yossi ‘cloud’ e ‘Microsoft’ sono parole chiave,” afferma una fonte di intelligence. “L’ha propagandata all’interno ed è così che ha ottenuto notevoli finanziamenti. Affermava che era la soluzione del nostro problema nel contesto palestinese e che questo sarebbe stato il futuro.”

Non lascerà Azur entro breve”

Alla fine del 2022 ingegneri di Microsoft e dell’Unità 8200 stavano lavorando rapidamente e a stretto contatto per disegnare un modello speciale all’interno del cloud che sarebbe stato accuratamente fatto su misura per le necessità dell’unità. “La frequenza dell’interazione con (8200) è quotidiana, dall’alto in basso e viceversa,” notava un documento interno.

I documenti filtrati rivelano che, come parte dei suoi tentativi per trasportare grandi quantità di dati della sorveglianza sul cloud, l’Unità 8200 era pronta a “superare i limiti” sul tipo di dati che voleva immagazzinare su Azure. Ci si aspettava che una parte significativa delle informazioni grezze venissero sistemate inizialmente in centri di dati di Microsoft fuori da Israele. Ma i ministeri della Giustizia e delle Finanze sollevarono preoccupazioni riguardo a potenziali azioni legali contro fornitori di servizi di cloud all’estero, che li avrebbero obbligati a consegnare dati immagazzinati in caso di sospetto utilizzo in violazione dei diritti umani.

Nel 2022 un parere giuridico interno del ministero di Giustizia notava che sia Francia che Germania richiedevano per legge alle multinazionali di controllare le violazioni dei diritti umani nelle loro catene di fornitura. Sottolineava che se fosse stato rivelato che queste multinazionali stavano operando nei territori palestinesi occupati tali leggi “potrebbero portare all’emanazione di ordini diretti a impedire o limitare i servizi” a Israele. Il ministero metteva in guardia sul fatto che l’Olanda stava lavorando a una legge simile.

Dato che i fornitori di servizi di cloud sono “alcune delle più grandi e potenti compagnie al mondo”, un documento del ministero della Giustizia avvertiva che una potenziale denuncia sarebbe stata particolarmente dannosa per Israele. Nonostante queste preoccupazioni la collaborazione, capeggiata da Sariel in persona, dell’Unità 8200 con Microsoft è continuata.

Dopo che in seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre Israele ha lanciato una guerra contro la Striscia di Gaza, è rapidamente diventato chiaro che l’enclave sarebbe rimasta sotto il controllo militare israeliano per un lungo periodo. In seguito a ciò, spiega un ufficiale dell’intelligence, è aumentato l’entusiasmo interno per accumulare massicci dati di sorveglianza da Gaza sul sistema basato sul cloud.

(L’esercito) ha capito che questo era necessario anche a Gaza, che là ci stiamo avviando verso un controllo di lungo termine, come in Cisgiordania,” spiega la fonte. “Questo (archivio di sorveglianza) non lascerà molto presto Azure. È un progetto enorme.”

Varie fonti insistono sul fatto che il progetto ha “salvato vite israeliane” prevenendo attacchi palestinesi: “Senti (qualcuno dire): ‘Voglio diventare un martire’, e ti rassicura, come ufficiale della sicurezza, che questa faccenda sia stata individuata dal nostro sistema,” dice un militare.

Ma tale sorveglianza generalizzata consente a Israele di trovare informazioni potenzialmente compromettenti su pressoché ogni palestinese, che possono essere usate per qualunque scopo, compresi ricatti, detenzione amministrativa o per giustificare retroattivamente uccisioni.

Queste persone sono entrate nel sistema e i dati su di loro continuano ad aumentare,” spiega un ufficiale dell’intelligence che recentemente ha prestato servizio in Cisgiordania. “Quando hanno bisogno di arrestare qualcuno e non ci sono ragioni abbastanza buone per farlo, trovano il pretesto (nell’archivio di sorveglianza). Ora siamo in una situazione in cui praticamente nessuno nei territori (occupati) è ‘pulito’ in quanto a ciò che l’intelligence ha su di lui.”

Gravi accuse di complicità in genocidio”

In documenti interni dal 2023 Microsoft ha stimato che in cinque anni la collaborazione con l’Unità 8200 avrebbe generato centinaia di milioni di dollari per l’impresa. Vi si nota che i comandanti dell’unità speravano di moltiplicare “di dieci volte” la quantità di dati immagazzinati nei server di Microsoft nei prossimi anni.

Ma notizie sui media riguardo alla complicità di Microsoft nel massacro israeliano contro Gaza, compresa la rivelazione di +972 e Local Call secondo cui la vendita del cloud e di intelligenza artificiale dell’azienda all’esercito israeliano è schizzata alle stelle durante la guerra, hanno accentuato la pressione sull’impresa sia da parte dell’opinione pubblica che dei suoi stessi dipendenti.

In un incidente molto pubblicizzato, durante l’annuale conferenza dell’azienda a maggio un ingegnere di Microsoft ha interrotto il discorso programmatico di Nadella: “Satya, che ne dici di mostrare come Microsoft sta uccidendo i palestinesi?” ha gridato. “Che ne dici di come i crimini di guerra di Israele sono potenziati da Azure?”

Contro questo scenario a luglio 60 investitori di Microsoft, che nel complesso detengono azioni per un valore di 80 milioni di dollari, “di fronte a serie denunce di complicità in genocidio e altri crimini internazionali” hanno posto all’azienda la richiesta di rivedere i suoi meccanismi di monitoraggio e supervisione dei clienti che usano scorrettamente strumenti di IA.  

Rispondendo alle crescenti pressioni Microsoft ha annunciato di aver condotto un controllo riguardo a se le sue vendite al ministero della Difesa israeliano abbiano portato a violazioni dei diritti umani. Secondo il comunicato Microsoft ha fornito “un limitato supporto d’emergenza” all’esercito israeliano dopo il 7 ottobre per “contribuire a salvare ostaggi”. L’azienda ha sottolineato che non ci sono “al momento prove” che l’esercito usi Azure per “colpire persone nel conflitto a Gaza”, sottolineando che l’appoggio di Microsoft non viola “la privacy e altri diritti dei civili a Gaza.”

Eppure i documenti interni che dettagliano la collaborazione di Microsoft con l’Unità 8200 dipingono un quadro diverso sulla preoccupazione dell’impresa riguardo alla privacy dei palestinesi. Di fatto nei documenti che riassumono l’incontro del 2021 tra Sariel e Nadella, che includeva anche ufficiali dell’intelligence israeliana e importanti dirigenti di Microsoft, i palestinesi non vengono menzionati.

Secondo il reportage del Guardian l’Unità 8200 informò Microsoft delle sue intenzioni di trasferire su Azure fino al “70%” dei suoi dati, compresi quelli segreti e top secret. E mentre il fine ultimo del progetto (oltre ad “approfondire la collaborazione”) non sembra essere stato esplicitamente dichiarato, una fonte dell’intelligence afferma che ai dirigenti della filiale israeliana di Microsoft, che lavoravano a stretto contatto con il personale dell’Unità 8200 sul progetto, erano state date indicazioni più chiare.

Tecnicamente si presume che non gli sia stato detto esattamente di cosa si trattava, ma non devi essere un genio per immaginartelo,” nota la fonte. “Tu dici (a Microsoft) che non abbiamo più spazio sui server, che si tratta di file audio. È piuttosto evidente di cosa si tratti.”

Rispondendo alla nostra inchiesta un portavoce di Microsoft ha affermato: “L’impegno di Microsoft con l’Unità 8200 si è basato sul rafforzamento della cybersicurezza e la protezione di Israele da cyber attacchi di Stati e terroristici. Questo era lo scopo dell’incontro del novembre 2021 e, in aggiunta al nostro rapporto commerciale standard, è la base della nostra collaborazione in corso con l’Unità 8200.

I comandanti dell’Unità 8200 erano interessati a valutare la protezione di sicurezza dei dati nel nostro prodotto di cloud pubblico Azure,” ha proseguito il portavoce. “Offriamo protezioni specifiche per numerosi clienti del commercio al dettaglio, organizzazioni di servizi finanziari e consulenza, così come governi. L’Unità 8200 era interessata ad esse e ne ha testato la sicurezza. Non era un progetto ‘segreto’ o nascosto.

Durante questo impegno in nessun momento o da allora Microsoft è stato a conoscenza della sorveglianza di civili o della raccolta delle loro conversazioni telefoniche con l’utilizzo di servizi di Microsoft, anche attraverso il controllo esterno che ha commissionato,” ha continuato il portavoce. “Ogni accusa riguardo al coinvolgimento e appoggio della dirigenza di Microsoft a questo progetto… è falsa.”

Il portavoce dell’IDF ha sostenuto che “il coordinamento tra il ministero della Difesa e l’IDF con imprese civili è condotto sulla base di accordi regolati e controllati dal punto di vista legale,” aggiungendo che l’esercito opera “nel rispetto delle leggi internazionali con l’intento di contrastare il terrorismo e garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini.”

Yossi Sariel ha rifiutato di commentare e ci ha invitati a rivolgerci al portavoce dell’IDF.

In seguito alla pubblicazione di questo articolo il portavoce dell’IDF ha inviato un’altra comunicazione: “Apprezziamo il supporto di Microsoft per la protezione della nostra sicurezza informatica. Confermiamo che Microsoft non lavora e non ha lavorato con l’IDF nella raccolta o elaborazione di dati.”

Harry Davies del Guardian ha collaborato a questo reportage.

Yuval Abraham è un giornalista e regista cinematografico che risiede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La persona più pacifica: Umm Al-Khair piange l’attivista assassinato da un colono israeliano

Basel Adra, Yuval Abraham e Oren Ziv
29 luglio 2025- +972 Magazine

Contrariamente al racconto del colono, le testimonianze oculari e l’analisi dei filmati mostrano che Awdah Hathaleen è stato assassinato a sangue freddo.

Ieri sera [lunedì 28 luglio] un colono israeliano ha ucciso a colpi d’arma da fuoco l’attivista palestinese Awdah Hathaleen nella sua comunità di Umm Al-Khair, nella Cisgiordania meridionale occupata. Noto a molti attivisti internazionali e diplomatici stranieri per la sua ferma resistenza non violenta alla pulizia etnica israeliana delle comunità palestinesi di Masafer Yatta, il trentunenne è stato gravemente ferito da un proiettile che gli ha trapassato un polmone ed è morto prima di raggiungere l’ospedale.

Anche il presunto assassino di Hathaleen, Yinon Levi, è ben noto ai palestinesi e agli attivisti della regione. Fondatore dell’avamposto coloniale di Meitarim Farm e proprietario di un’impresa di movimento terra regolarmente incaricata dalle autorità israeliane di demolire proprietà palestinesi, Levi è stato più volte protagonista di violenti attacchi a comunità palestinesi con l’obiettivo di cacciarle dalle loro terre, tra cui Khirbet Zanuta, uno dei numerosi villaggi i cui abitanti sono stati espulsi dai coloni nelle prime settimane della guerra di Gaza.

Levi ha ricevuto sanzioni dall’UE, dal Regno Unito, dalla Francia e dal Canada; anche l’amministrazione Biden lo ha sanzionato l’anno scorso, ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump subito dopo il suo ritorno in carica ha revocato tutte le sanzioni ai coloni israeliani.

Levi ha affermato di aver aperto il fuoco a Umm Al-Khair perché sarebbe stato aggredito da “decine di rivoltosi” che lanciavano pietre, e Honenu, un’organizzazione di estrema destra che gli fornisce supporto legale, ha descritto l’incidente come un tentativo di “linciaggio”. Un portavoce dell’insediamento coloniale di Carmel, per conto del quale sembra che Levi stesse svolgendo lavori di scavo, ha affermato che “se lui non si fosse difeso sarebbe potuto finire con l’omicidio di un ebreo.”

Tuttavia un’analisi di circa 20 video dell’incidente da parte di +972 e Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] chiarisce che sono stati i coloni ad attaccare gli abitanti palestinesi, non il contrario.

I dettagli del filmato mostrano che la sparatoria è avvenuta alle 17:29. Quattro minuti prima Levi era entrato in un terreno privato palestinese a Umm Al-Khair, accompagnato dal conducente di un escavatore. L’autista ha travolto gli ulivi, distrutto la recinzione del villaggio e la conduttura principale dell’acqua e ha tentato di investire il cugino di Hathaleen, Ahmad, colpendolo alla testa con il braccio dell’escavatore e facendogli perdere i sensi. Solo allora diversi altri abitanti hanno iniziato a lanciare pietre contro l’escavatore.

La ruspa non ha percorso la strada asfaltata, è entrata nella proprietà privata della nostra famiglia, che avevamo recintato e coltivato ad ulivi”, ha raccontato Alaa, cugino di Hathaleen, a +972 e Local Call. “Abbiamo cercato di dire loro in modo pacifico di fermarsi, ma non ci hanno ascoltato. Alcuni abitanti hanno cercato di mettersi davanti all’escavatore per bloccarlo, ma questo ha travolto la recinzione e ha usato il [braccio] per colpire Ahmad. La gente [ha lanciato pietre] per difendersi”.

Secondo le immagini del filmato le pietre lanciate dagli abitanti palestinesi non hanno colpito Levi, che si trovava a diversi metri di distanza dalla pala meccanica . Ma poco dopo Levi è corso verso di loro, ha colpito alla testa con il calcio della pistola un palestinese che lo stava filmando e ha sparato due colpi in direzione delle case del villaggio.

Sei testimoni oculari hanno confermato a +972 e Local Call che l’assassino era Levi; a parte lui e il conducente dell’escavatore, che non ha sparato, non erano presenti altri coloni.

Un’analisi dei video, che catturano il momento della sparatoria da tre diverse angolazioni, incrociata con una visita sul posto effettuata oggi, indica che il primo colpo di Levi ha colpito Hathaleen mentre cercava di documentare l’accaduto e si trovava a 35 metri di distanza sul campo da basket all’interno del centro comunitario del villaggio. Il secondo proiettile era diretto verso un folto gruppo di persone, tra cui almeno quattro bambini piccoli, ma non ha colpito nessuno.

“Tre quarti delle persone contro cui ha sparato erano minori”, ha detto a +972 e Local Call Connor Reese, un volontario internazionale che attualmente vive nella zona e ha assistito all’attacco. Ha sparato verso il parco giochi”.

Tynan Kavanaugh, un altro volontario internazionale e studente di medicina all’Università di Limerick, è corso verso il punto in cui Hathaleen era stato colpito e ha cercato di prestargli i primi soccorsi. “Ho visto che era stato colpito al torace”, ha raccontato. “Il polso non era rilevabile, quindi gli abbiamo praticato la rianimazione cardiopolmonare”.

“Abbiamo portato Awdah all’ingresso dell’insediamento e abbiamo implorato [i coloni] di evacuarlo con un’ambulanza”, ha spiegato Alaa. Un’ambulanza è arrivata e Hathaleen è stato trasportato al Soroka Medical Center nella città di Be’er Sheva, nel sud di Israele, dove all’arrivo ne è stato constatato il decesso.

Dopo l’incidente, secondo quattro testimoni oculari e in base alle riprese video, Levi è rimasto nella zona mentre arrivavano i soldati israeliani e ha indicato quali palestinesi voleva che arrestassero. Secondo Haaretz, un attivista israeliano-americano presente sul posto ha dichiarato che “Levi gli ha detto di essere ‘felice’ di aver ucciso [Hathaleen]”. I soldati hanno arrestato cinque abitanti di Umm Al-Khair, quattro dei quali al momento della stesura di questo articolo sono ancora detenuti in Israele.

Anche Levi è stato arrestato e portato oggi [29 luglio] davanti a un giudice a Gerusalemme, non con l’accusa di omicidio [volontario, ndt.], ma di omicidio colposo dovuto ad imprudenza. In tribunale il suo avvocato ha sostenuto che non ci sarebbero prove che i colpi da lui sparati abbiano colpito Hathaleen e che quest’ultimo si trovava troppo lontano (ha affermato, erroneamente, che la distanza fosse superiore a 50 metri) per poter essere stato colpito da un proiettile della pistola di Levi. Il giudice ha deciso di porre Levi agli arresti domiciliari, in attesa di ulteriori procedimenti.

“Per un essere umano come Awdah dovremmo piangere tutti”

Hathaleen collaborava con +972 Magazine dal 2021 e le riprese da lui girate sono apparse nel documentario premio Oscar “No Other Land”. I tre autori di questo articolo, due dei quali hanno co-diretto il film, lo conoscevano personalmente. Basel, anche lui residente a Masafer Yatta, lo considerava un fratello e fatica a credere che se ne sia andato.

Oltre a essere un attivista, Hathaleen era un insegnante di inglese e padre di tre bambini piccoli. All’inizio di quest’anno, era stato invitato a parlare in diverse sinagoghe e altre organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti, ma il suo visto è stato revocato al suo arrivo.

“C’è così tanto da dire su Awdah”, ha detto oggi Alaa, cugino di Hathaleen, ai giornalisti a Umm Al-Khair. “Aveva il cuore più gentile e generoso che avreste mai potuto conoscere nella vostra vita. È una persona che ha servito la sua comunità in modo straordinario, più di chiunque altro. Ogni singolo giorno si è impegnato per i nostri diritti. Ha pagato per questo servizio con il suo sangue, e ora con la sua vita.

La sue frasi più ricorrenti erano: ‘Voglio vivere in pace. Voglio crescere i miei figli in pace. Non voglio che vivano l’occupazione. Non voglio che soffrano come me’. Vogliamo solo vivere con la nostra dignità, libertà e diritti, senza soffrire. Quando finirà tutto questo?”

Nel 2022 lo zio di Hathaleen, Haj Suleiman, fu travolto con conseguenze letali da un carro attrezzi della polizia israeliana entrato a Umm Al-Khair per confiscare auto non registrate. Icona della resistenza non violenta nella regione per diversi decenni, la sua uccisione fu compianta non solo dall’intero villaggio, ma da migliaia di persone giunte da tutta la Cisgiordania per il suo funerale.

“Viviamo in costante pericolo”, scrisse Hathaleen mentre dopo l’incidente suo zio lottava ancora tra la vita e la morte. “In qualsiasi momento, mentre svolgiamo le nostre attività quotidiane, potremmo ritrovarci a perdere un arto o a rimanere paralizzati per sempre.” Dopo la morte di Haj Suleiman per le ferite riportate, avvenuta pochi mesi dopo, Hathaleen aiutò a dipingere un murale in suo onore, che ora adorna la facciata del centro comunitario del villaggio.

Stamattina gli abitanti hanno allestito una tenda funebre fuori dallo stesso centro comunitario per onorare Hathaleen. La pozza di sangue fuoriuscito dal petto di Hathaleen dopo l’impatto del proiettile era circondata da pietre e nascosta dietro delle sedie, ma alcuni parenti si sono seduti di fronte, con gli occhi pieni di lacrime.

Questo pomeriggio è intervenuto l’esercito israeliano e ha ordinato agli abitanti di smantellare la tenda, minacciando di rimuoverla con la forza. Come tutti i villaggi palestinesi in questa parte della Cisgiordania, Israele si rifiuta di rilasciare permessi di costruzione per Umm Al-Khair e demolisce regolarmente qualsiasi nuova costruzione.

Sembra che ora l’esercito abbia deciso che questo divieto totale di costruzione si estenda anche all’erezione di lapidi: oggi i soldati hanno detto ai familiari di Hathaleen che il suo corpo non verrà consegnato finché non accetteranno di non seppellirlo all’interno del villaggio. Successivamente i soldati hanno usato granate stordenti per cacciare amici e attivisti giunti a Umm Al-Khair per porgere le condoglianze.

Il cugino di Hathaleen, Eid, che si era recato con lui negli Stati Uniti all’inizio di quest’anno prima che i loro visti venissero revocati, lo ha descritto come un convinto sostenitore della resistenza non violenta e come un eccezionale calciatore. “Mi dispiace molto per aver perso il mio amico, il ragazzo cresciuto insieme a me”, ha detto. “Io ho 42 anni, lui ne aveva 31. Lo conosco da quando ero bambino. Era un attivista per i diritti umani, una persona che amava tutti”.

L’anno scorso, dopo un’ondata particolarmente brutale di demolizioni israeliane a Umm Al-Khair, Hathaleen ha riflettuto su come l’occupazione condanni i palestinesi a un trauma multigenerazionale. “In mezzo a tutta questa ingiustizia spesso ci sentiamo dimenticati, persi o senza speranza”, ha scritto. “A volte ci chiediamo: perché gli israeliani ci vedono come terroristi e nemici? Perché il mondo non agisce per ottenere giustizia per i palestinesi?

“Ma il più delle volte ci sentiamo stanchi”, ha continuato. “Gli attacchi, i raid, le demolizioni: ci pensiamo continuamente. Dico sempre che vorrei che il destino non ci avesse portati fino a questo punto. Ma ora siamo bloccati qui; non c’è modo di andarcene.”

“Hanno sparato ad Awdah, l’uomo della resistenza pacifica”, si lamentava oggi Alaa. “Un insegnante, un padre, un cugino, un marito. Tre figli rimasti senza padre. Questo è quanto soffriamo ogni giorno.

“Per Awdah gli uomini dovrebbero piangere con le donne”, ha continuato. “Per un essere umano come Awdah, dovremmo piangere tutti. Abbiamo perso Awdah, la persona più umana di chiunque altro. La persona più pacifica. Più pacifica di quanto possiate immaginare. Che Dio lo accolga.”

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter per Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

 




Attacchi aerei a “doppio colpo”: come Israele colpisce i tentativi di soccorso a Gaza

Yuval Abraham

24 luglio 2025 +972Mag

Un’indagine rivela che, dopo i bombardamenti, l’esercito israeliano spara sistematicamente sui soccorritori, i paramedici e altri civili palestinesi per impedire loro di salvare i feriti.

“Salvatemi! Sono debole e non posso resistere ancora a lungo”. Queste sono alcune delle ultime parole di Hala Arafat, 35 anni, filmata la scorsa settimana mentre era intrappolata sotto le macerie della casa di famiglia nel nord di Gaza, colpita da un attacco aereo israeliano. Ma l’esercito israeliano si è assicurato che nessuno potesse salvarla, sparando con droni a chiunque si avvicinasse alla zona sino a otto ore dopo il bombardamento iniziale. Qualche tempo dopo la registrazione del video Hala è morta, insieme ad altri 13 membri della famiglia uccisi nell’attacco, tra cui sette bambini.

Un’inchiesta di +972 Magazine e Local Call, basata su conversazioni con cinque fonti di sicurezza israeliane, dichiarazioni di testimoni oculari e personale di soccorso palestinesi e l’esame di decine di casi simili al bombardamento della famiglia Arafat, rivela che l’esercito ha adottato la pratica nota come attacchi “doppio colpo” come procedura standard a Gaza.

Per aumentare la probabilità che un obiettivo muoia, l’esercito effettua regolarmente attacchi aggiuntivi nell’area del bombardamento iniziale, a volte uccidendo intenzionalmente paramedici e altri soggetti coinvolti nelle operazioni di soccorso.

Le fonti affermano che la procedura del doppio colpo viene solitamente impiegata durante attacchi aerei “imprecisi”, quando l’esercito non è sicuro di aver colpito il bersaglio designato o se il bersaglio fosse effettivamente presente. Impedire il salvataggio dei feriti da sotto le macerie, inoltre, significa che il bersaglio, se presente, probabilmente morirà comunque per le ferite riportate, per soffocamento dovuto ai gas tossici o per fame e sete.

Una fonte che ha assistito agli attacchi a doppio colpo dalle sale di coordinamento degli attacchi presso il Comando Sud dell’esercito israeliano, note come cellule d’attacco, ha dichiarato a +972 e Local Call che l’esercito sa che la pratica è una condanna a morte per decine, e a volte centinaia, di civili feriti intrappolati sotto le macerie, e per i loro potenziali soccorritori.

“Se l’attacco è su un comandante di grado superiore, ne verrà subito effettuato un altro per garantire che non vengano operati soccorsi”, ha spiegato. “I primi soccorritori, le squadre di soccorso… li ammazzano. Colpiscono di nuovo, su di loro”.

Secondo questa fonte, gli attacchi secondari a cui ha assistito sono stati effettuati dall’Aeronautica Militare con l’ausilio di droni, senza sapere chi fossero le vittime: avrebbero potuto essere “squadre di soccorso di Hamas” intervenute per soccorrere l’obiettivo principale ma anche personale della Protezione Civile, paramedici della Mezzaluna Rossa o parenti e vicini che stavano semplicemente cercando di salvare i loro cari.

Una seconda fonte ha preso parte al doppio attacco che ha ucciso il comandante di Hamas Ahmed Ghandour in un complesso sotterraneo a nord di Gaza nel novembre 2023 (che ha ucciso per asfissia anche tre ostaggi israeliani tenuti insieme a lui). La fonte ha affermato che, dopo il bombardamento iniziale, i militari hanno colpito “persone che si trovavano nella zona e che uscivano da una casa vicina” perché cercavano di salvare i feriti.

Secondo la fonte, non c’erano “prove” che quelle persone fossero affiliate ad Hamas. Ha aggiunto che, poiché, come rivelato da +972 e Local Call in una precedente inchiesta, il bombardamento di tunnel sotterranei rilascia gas tossici che impiegano tempo a diffondersi e uccidono chiunque si trovi entro centinaia di metri, l’esercito ha ritenuto strategico impedire i soccorsi: senza aiuti, il bersaglio sarebbe morto lentamente a causa dei fumi.

Ma la pratica del doppio colpo è diffusa anche sul terreno, e non solo nei casi che coinvolgono alti esponenti di Hamas. Una terza fonte della sicurezza ha descritto come l’esercito abbia impedito alle ambulanze di raggiungere un luogo d’attacco dove dei bambini erano stati gravemente ustionati.

“Ricordo una donna che piangeva e urlava: il corpo di sua figlia era ustionato”, ha detto la fonte, che ha monitorato l’esito dell’attacco. “Sua figlia era ancora viva, implorava che qualcuno venisse a salvarla. Si sentivano le ambulanze che cercavano di entrare e non venivano lasciate entrare.”

“Impedire alle persone di avvicinarsi”

La tecnica del “doppio colpo” è considerata ampiamente illegale dal diritto internazionale, non solo perché prende deliberatamente di mira i primi a intervenire come giornalisti, soccorritori e medici, ma anche perché mira a scoraggiare del tutto gli sforzi di soccorso e causare ulteriori danni ai civili. Un rapporto del 2007 del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha definito il “doppio colpo” “la tattica preferita da Hamas”. Ma anche gli Stati Uniti li hanno impiegati: il Bureau of Investigative Journalism ha rivelato che tra il 2009 e il 2012 gli attacchi della CIA in Pakistan a doppio colpo con droni hanno ucciso almeno 50 civili che tentavano di salvare le vittime.

Anche la Russia ha effettuato attacchi a doppio colpo in Siria, incluso un attacco del 2019 al mercato di Idlib che ha causato la morte di 39 persone; l’Arabia Saudita ha utilizzato la tattica in Yemen, come nell’attacco del 2016 a un funerale a Sana’a, condotto con munizioni fornite dagli Stati Uniti e che ha causato la morte di 155 persone.

Tuttavia, mentre gli altri eserciti non hanno mai ammesso pubblicamente di aver utilizzato attacchi doppi, fonti militari israeliane hanno informato i media in Israele di aver colpito ripetutamente lo stesso punto per impedire l’arrivo delle squadre di soccorso durante l’assassinio di Mohammed Deif nel luglio 2024.

Secondo quanto riferito, l’Aeronautica Militare ha sganciato almeno cinque bombe sul campo profughi di Al-Mawasi nel tentativo di eliminare un comandante militare di Hamas, uccidendo 90 persone e ferendone circa 300. Fonti militari hanno ammesso che ulteriori attacchi sono stati effettuati specificamente per impedire ai soccorritori di raggiungere il sito.

“Il primo attacco ha colpito la parte dell’edificio in cui si trovava [Deif]”, si legge in un articolo di Itamar Eichner per il sito di notizie israeliano Ynet. “Il secondo attacco è stato con un missile che ha distrutto l’intero edificio. Il terzo ha creato una cintura di fuoco intorno all’area per impedire alle forze di arrivare e prestare soccorso”.

Un’indagine ottica del New York Times, basata su filmati, ha mostrato che dopo l’attacco iniziale l’esercito ha colpito di nuovo, questa volta contro i veicoli dei primi soccorritori. Uno dei soccorritori presenti sul posto, il responsabile della catena di approvvigionamento della Protezione Civile dott. Mohammed Al-Mourir, ha raccontato gli eventi a +972 e Local Call.

Il dr. Al-Mourir ha raccontato che, nel momento in cui sono arrivati sul posto, un missile sparato da un drone dell’Aeronautica Militare ha colpito l’ambulanza dietro di lui, uccidendo quattro soccorritori. Ha descritto la sua situazione, scioccato e impotente, mentre il suo amico veniva avvolto dalle fiamme: “Lo abbiamo visto bruciare vivo fino alla morte. Il fuoco lo ha consumato e noi siamo rimasti lì, a pochi metri di distanza, incapaci di fare nulla”.

Ma Al-Mourir ha dovuto ricomporsi subito. La folla intorno a lui implorava aiuto per cercare i propri familiari. I feriti gemevano di dolore sotto le macerie. È corso verso il campo di morte, trovandosi rapidamente a raccogliere parti di corpi per poter identificare i morti.

Ha detto di aver pianto, incapace di smettere di pensare ai suoi colleghi bruciati vivi e a come avrebbero reagito le loro famiglie. “Il nostro lavoro è umanitario”, ha detto, “ma fin dal primo giorno abbiamo saputo che avremmo potuto morire in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo”.

A maggio l’esercito israeliano ha assassinato Mohammed Sinwar, allora comandante dell’ala militare di Hamas, in una serie di attacchi aerei nei pressi dell’Ospedale Europeo di Khan Younis. Fonti militari hanno riferito che l’Aeronautica Militare ha effettuato ulteriori attacchi nella zona per “impedire alle persone di avvicinarsi”. Il giorno seguente, probabilmente a seguito di uno di questi attacchi, tre persone sono state uccise mentre si recavano all’ospedale.

Seguendo la stessa tecnica del doppio colpo usata negli attacchi imprecisi, una fonte della sicurezza ha dichiarato a Ynet che non era chiaro se Sinwar fosse morto sul colpo, ma “chiunque non fosse morto a causa dell’attacco è stato soffocato dai gas tossici”.

“Hanno colpito di nuovo mentre le persone erano ancora vive”

Gli attacchi a doppio colpo sono diventati particolarmente comuni negli ultimi mesi, da quando Israele bombarda le scuole di Gaza dove gli sfollati hanno cercato rifugio. A maggio, dopo un attacco a una scuola femminile a Jabalia, i residenti hanno riferito che l’esercito ha colpito di nuovo nello stesso punto per impedire ai soccorsi di salvare i bambini ustionati.

“Era l’1:30 di notte e un missile ha colpito la scuola di fronte a noi”, ha raccontato un testimone oculare ai media locali. “Tutte le aule stavano bruciando. Siamo scesi per soccorrere le persone.

“Mentre vedevamo i corpi bruciare e c’erano feriti che avremmo potuto portare in ambulanza, l’esercito ha chiamato [uno dei soccorritori per telefono] e ci ha detto: ‘Lasciate la scuola, perché la bombarderemo di nuovo’ “, ha continuato il testimone oculare. “Non siamo riusciti a recuperare i bambini ustionati e feriti. Hanno colpito di nuovo, [quando] c’erano ancora persone vive. Dopo il secondo bombardamento, erano morte.”

Ad aprile Israele ha bombardato la scuola di Dar Al-Arqam, seppellendo decine di palestinesi sotto le macerie. Circa 30 persone sono state uccise, tra cui molti bambini e una donna incinta di nove mesi di due gemelli. Poco dopo il loro arrivo sul posto i soccorritori hanno ricevuto una telefonata dall’esercito che intimava loro di andarsene poiché il sito sarebbe stato nuovamente bombardato. Nei filmati sul posto si vede uno dei soccorritori, l’operatore della Protezione Civile Nooh Al-Shagnobi, che insiste coraggiosamente a rimanere per estrarre un sopravvissuto dalle macerie, salvandogli la vita. “Dall’inizio della guerra si sono verificate migliaia di situazioni come questa, ma nessuno le ha filmate”, ha dichiarato in seguito.

Una fonte intervistata per questa inchiesta è stata recentemente interrogata sui bombardamenti alle scuole. Ha affermato che l’esercito ha istituito una cellula speciale per identificare sistematicamente le scuole, definite “centri di gravità” al fine di bombardarle, sostenendo che gli agenti di Hamas si nascondono tra le centinaia di civili.

Ma in molti casi di “doppio colpo” non sembrano esserci bersagli o obiettivi militari di alcun tipo. Uno dei casi documentati più strazianti di questa pratica è stato filmato da una giornalista palestinese, Wafaa Thaher, dalla sua finestra nel campo profughi di Jabalia nell’ottobre 2024.

Nel filmato il tredicenne Mohammed Salem è per strada ferito dopo un attacco aereo, incapace di muoversi, che urla e agita le mani in aria per chiedere aiuto. “Dio, è a pezzi”, ha detto la giornalista a suo padre, che era accanto a lei mentre filmava. Gli abitanti del quartiere hanno iniziato a radunarsi attorno al bambino, ma proprio mentre lo sollevavano sono stati colpiti da un secondo missile.

Salem è stato ucciso insieme a un secondo ragazzo, di 14 anni. L’esercito si è rifiutato di commentare l’incidente, avvenuto mentre stava attuando il Piano dei Generali per la pulizia etnica dei distretti settentrionali di Gaza.

“Sono andati a salvare le donne e sono stati martirizzati”

A gennaio un portavoce della Protezione Civile di Gaza ha dichiarato in una conferenza stampa che 99 membri del personale dell’organizzazione erano stati uccisi dall’inizio della guerra. Il dr. Al Mourir ha dichiarato a +972 che circa metà dei loro team è stata presa di mira. Un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha documentato 180 attacchi contro ambulanze a Gaza dall’inizio della guerra fino a maggio.

Ali Khawas, capo del dipartimento comunicazioni della Protezione Civile, ha dichiarato a +972 che gli attacchi contro i soccorritori spesso avvengono pochi minuti dopo il loro arrivo sui luoghi dei bombardamenti. Il 22 aprile l’esercito israeliano ha bombardato la casa della famiglia Al-Matouk a Jabalia. Secondo Khawas “10 minuti dopo l’arrivo della squadra, sono stati colpiti dal missile di un drone”.

Il 13 maggio un’altra squadra della Protezione Civile ha tentato di salvare la famiglia Al-Afghani, sepolta sotto le macerie a Khan Younis. “I feriti avrebbero potuto essere salvati, ma i ripetuti attacchi sul luogo hanno causato la morte di tutti gli abitanti della casa”, ha spiegato Khawas. “Solo dopo cinque ore l’incendio si è placato e siamo riusciti a recuperare i corpi.”

A volte però gli attacchi successivi arrivano a distanza di giorni dal primo. Nel novembre 2023 l’esercito fece crollare a Gaza City un edificio di sei piani con dentro i suoi occupanti. Tra le vittime c’era Maisara Al-Rayyes, un medico trentenne tornato a Gaza dopo aver studiato nel Regno Unito, insieme alla moglie incinta e ai genitori. Gli unici sopravvissuti della sua famiglia furono i suoi due fratelli, che non erano in casa al momento del bombardamento.

Due giorni dopo, secondo testimoni oculari citati dal Times, i fratelli sopravvissuti furono colpiti e uccisi da un secondo missile mentre scavavano a mani nude tra le macerie alla ricerca dei resti.

Nello stesso mese, secondo l’EuroMed Monitor [Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, organizzazione indipendente e senza scopo di lucro per la protezione dei diritti umani, ndt.] l’esercito ha bombardato diverse case appartenenti alla famiglia Shaheibar nel quartiere di Zeitoun per tutto un giorno, uccidendo circa 50 persone. Il giorno successivo, mentre cercavano di salvare i sopravvissuti, i parenti sono stati colpiti da due attacchi di droni che hanno ucciso altre 20 persone.

L’uso di attacchi a doppio colpo da parte dell’esercito israeliano non è iniziato il 7 ottobre: già nel 2014, durante l’assalto israeliano a Gaza noto come “Operazione Margine Protettivo”, le équipe mediche nella Striscia descrissero la stessa pratica. Il personale della Mezzaluna Rossa testimoniò all’epoca che questo schema era una delle cause principali delle morti e dei feriti tra gli operatori sanitari. Dall’inizio dell’attuale guerra, tuttavia, sembra che questa politica sia diventata assolutamente comune.

Airwars, organismo di controllo sui danni ai civili, ha pubblicato uno studio approfondito basato su un campione di oltre 600 attacchi aerei israeliani a Gaza durante il primo mese di guerra. Ha identificato quattro casi descritti da fonti di Gaza come attacchi a doppio colpo, che hanno ucciso tra 80 e 92 civili. Ha inoltre individuato altri 12 casi in cui un secondo attacco si è verificato a meno di 300 metri dal primo e che, secondo l’organizzazione, “potrebbero essere considerati attacchi a doppio colpo”.

In uno di questi casi l’esercito ha bombardato un’abitazione a Beit Lahiya, uccidendo 16 persone. Secondo le testimonianze raccolte da Airwars, l’esercito ha colpito di nuovo durante le operazioni di soccorso, ferendo i soccorritori giunti sul posto. Nove delle vittime dell’attacco erano bambini, tra cui un bambino di 5 anni e uno di 2 anni, la vittima più giovane un neonato di due mesi.

Le armi utilizzate in questi attacchi variano: le testimonianze suggeriscono che l’esercito effettui anche quelle che sembrano operazioni a doppio attacco utilizzando droni che sganciano esplosivi. Questo metodo di attacco è stato svelato in un’altra recente indagine di +972 e Local Call, che ha scoperto che l’esercito installa lanciagranate su piccoli droni commerciali per attaccare i civili nelle aree che intende spopolare.

A luglio l’esercito ha bombardato la casa della famiglia Sabbagh nel quartiere di Al-Tuffah a Gaza City, uccidendo almeno un bambino. Salem, un parente della vittima (che ha chiesto di non usare il suo nome completo), ha raccontato a +972 che altri membri della famiglia erano sepolti sotto le macerie, ma quando i vicini hanno cercato di salvarli sono stati attaccati. “Un quadricottero ha immediatamente sganciato una bomba su di loro e sono rimasti feriti”, ha detto Salem.

In un altro caso, risalente a giugno 2024, l’esercito israeliano ha ucciso almeno 25 persone in attacchi aerei contro le tende di un campo profughi vicino ad Al-Mawasi, secondo il personale medico di Gaza. Ma Hassan Al-Najjar ha dichiarato all’Associated Press che i suoi figli sono stati uccisi mentre aiutavano le vittime del primo attacco.

“I miei due figli sono andati [ad aiutare] dopo aver sentito le urla delle donne e dei bambini”, ha detto dall’ospedale. “Sono andati a salvare le donne, [l’esercito] ha colpito con un secondo proiettile e i miei figli sono stati uccisi. Hanno colpito il posto due volte.”

L’ultimo incidente con doppio colpo noto a +972 e Local Call si è verificato il 21 luglio, quando, come è stato riferito, Israele ha bombardato un impianto di desalinizzazione nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City e poi avrebbe colpito di nuovo mentre la gente cercava di soccorrere i feriti, uccidendo in tutto almeno cinque persone. In un video girato nelle vicinanze si può sentire un uomo gridare: “Hanno bombardato di nuovo il posto. La gente è venuta a salvarli e loro li hanno bombardati”.

Dopo la pubblicazione di questo articolo, il portavoce delle IDF ha inviato una risposta che non affrontava i dettagli dell’inchiesta di +972 e Local Call, inclusi i luoghi e le date esatte degli attacchi qui menzionati. La risposta sosteneva che “le affermazioni secondo cui le IDF stanno deliberatamente agendo per danneggiare il personale di soccorso e medico sono false e prive di qualsiasi fondamento. Le affermazioni emerse in questo contesto vengono esaminate attentamente dai meccanismi autorizzati delle IDF che lavorano per far rispettare la legge”.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele incarcera brutalmente il direttore di un ospedale per usarlo come ‘merce di scambio’, sostiene il suo avvocato

Shatha Yaish

22 luglio 2025 – +972 Magazine

Detenuto senza accuse da 7 mesi, il Dott. Hussam Abu Safiya è stato percosso, privato del cibo, tenuto isolato e senza contatti con la famiglia. La sua liberazione è ancora un miraggio.

Tagliato fuori dal mondo e detenuto senza accuse nelle carceri israeliane, il pediatra palestinese dottor Hussam Abu Safiya ha subito ripetute percosse, prolungata segregazione e negligenza medica dal momento del suo arresto a Gaza, ha raccontato a +972 il suo avvocato.

Abu Safiya, direttore dell’Ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya fino alla violenta chiusura imposta dall’esercito israeliano, è attualmente detenuto nel carcere di Ofer, vicino a Ramallah, in Cisgiordania occupata, dove l’avvocato Gheed Kassem lo ha incontrato all’inizio del mese. Era stato arrestato il 27 dicembre durante l’irruzione israeliana nella struttura medica, culmine di un assedio durato due mesi: i soldati avevano radunato il personale all’esterno, li avevano costretti a spogliarsi e poi avevano dato fuoco all’edificio.

Kamal Adwan non era solo il luogo di lavoro di Abu Safiya, era un’ancora di salvezza per un’intera popolazione sotto assedio. La sua chiusura ha segnato il colpo finale al sistema sanitario dei distretti settentrionali di Gaza.

Poco dopo l’irruzione sono emerse immagini che mostravano Abu Safiya condotto in un veicolo militare su ordine dei soldati israeliani. Per una settimana le autorità israeliane hanno negato il suo arresto, prima di ammettere che era in custodia. L’esercito ha giustificato il fermo accusandolo di essere coinvolto in “attività terroristica”, ma a sette mesi di distanza non è stata ancora presentata alcuna prova.

Abu Safiya è stato inizialmente detenuto a Sde Teiman, una base militare nel sud di Israele tristemente nota per le violenze inflitte ai prigionieri palestinesi. Dopo esservi stato trattenuto in condizioni durissime, il 9 gennaio è stato trasferito nella prigione di Ofer.

«Ho cercato di visitarlo il più spesso possibile», ha detto Kassem a +972. «Al momento dell’arresto pesava circa 97 chili. Nei primi due mesi ne ha persi 20. All’ultima visita, ne aveva persi quasi 40».

Abu Safiya ha passato quasi un mese in isolamento a Ofer prima di essere spostato in un reparto con altri detenuti di Gaza, secondo Kassem. Le celle sono sotterranee, senza ventilazione né luce naturale. «L’umidità è tale che i prigionieri sentono freddo anche quando all’esterno la temperatura supera i 30 gradi», ha spiegato.

Anche igiene e condizioni sanitarie sono disastrose. «Spesso nei bagni manca il sapone, c’è solo acqua», ha detto Kassem. «I vestiti vengono lavati ogni mese e mezzo o due. Coperte e lenzuola forse ogni sei mesi». Di conseguenza malattie come la scabbia sono ampiamente diffuse tra i detenuti.

Il cibo fornito dal carcere è «il minimo indispensabile: li stanno deliberatamente affamando», ha aggiunto Kassem. Sono inoltre completamente isolati dal mondo esterno: Abu Safiya ignorava persino la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran.

Subiscono anche percosse immotivate. Abu Safiya ha raccontato che l’ultima aggressione dei secondini è avvenuta il 24 o 25 giugno. «È stato picchiato con brutalità e ferocia, per circa 30 minuti. Aveva lividi su testa, collo e petto. Quando hanno finito ha chiesto di essere visitato da un medico perché non si sentiva bene e accusava un dolore al cuore. Gli è stato negato».

«Era la quinta o sesta volta che lo aggredivano, e gli hanno anche rotto gli occhiali», ha continuato Kassem. «Avevo faticato molto per procurargliene un nuovo paio [dopo che era stato arrestato senza] e a maggio c’ero riuscita, ma quando lo hanno picchiato di nuovo glie li hanno distrutti».

«Sono tribunali fantoccio»

Kassem ha sottolineato l’opacità del quadro giuridico della detenzione di Abu Safiya, regolata dalla Legge sulla Detenzione di Combattenti Illegali (2002), che consente a Israele di incarcerare persone senza accuse né processo se sussistono “motivi ragionevoli” di ritenere che abbia preso parte ad “attività ostili”.

Secondo l’ONG israeliana per i diritti umani HaMoked, circa 2.500 palestinesi di Gaza sono detenuti in base a questa legge, che nega l’accesso a un avvocato per i primi 90 giorni e non prevede limiti alla durata della detenzione.

«L’ordine vale sei mesi e può essere rinnovato all’infinito senza che né il detenuto né l’avvocato sappiano il motivo», ha spiegato Kassem. «Israele sostiene sempre che ci siano “dossier segreti” che nemmeno noi avvocati possiamo vedere. Un semplice sospetto basta a imprigionare qualcuno per anni».

«I processi sono farse», ha aggiunto. «I detenuti nemmeno compaiono in aula (durante le udienze): restano in cella e parlano al telefono con un traduttore che li informa solo che la detenzione è stata prorogata».

Secondo Kassem il caso di Abu Safiya è insolito perché ci è voluto del tempo prima che fosse classificato come “combattente illegale”. «Molti credono che le autorità israeliane abbiano posticipato questo atto nella speranza di formulare accuse precise contro di lui, ma non sono riusciti a estorcergli una confessione. Dopo circa un mese e mezzo di detenzione non hanno avuto altra scelta che ricorrere a questa classificazione».

Kassem ritiene che Abu Safiya sia tenuto come “merce di scambio nei negoziati” e, ha aggiunto, difficilmente sarà rilasciato prima della fine della guerra.

Tuttavia, sostiene, il suo spirito è rimasto intatto. «Nonostante tutti i danni subiti e le dure e difficili condizioni della sua detenzione egli resta ottimista, non si perde mai d’animo ed è fiducioso che il genocidio avrà fine».

«Sento che sta soffrendo»

La famiglia di Abu Safiya però è stata tenuta quasi completamente all’oscuro. «Quasi tutte le notizie sulla sua salute ci arrivano da fonti non ufficiali o, a volte, tramite avvocati», ha detto a +972 suo figlio Elias, 28 anni, anch’egli medico a Gaza. «È trattato in modo disumano: cibo insufficiente, niente luce, interrogatori continui».

Elias, anch’egli medico, si è detto sconcertato che il padre sia considerato una minaccia non avendo fatto altro che il suo lavoro all’ospedale Kamal Adwan. «Non ha alcuna affiliazione politica e credo che il suo arresto sia una conseguenza dei suoi appelli pubblici contro gli attacchi agli ospedali e al sistema sanitario di Gaza», afferma.

L’arresto di Abu Safiya rientra infatti in un più ampio assalto israeliano alla sanità di Gaza che dura da ormai 21 mesi. Un rapporto dell’ONU di aprile ha documentato oltre 1.450 attacchi a operatori, pazienti, ospedali e strutture mediche dal 7 ottobre, oltre all’arresto di centinaia di operatori sanitari da parte delle forze israeliane.

La moglie Albina ha raccontato a +972 che i medici rilasciati le hanno detto di essere stati pestati e torturati. «I miei figli cercano di proteggermi dai dettagli sulla salute [di Hussam], temono che la tristezza possa essere troppa per me. Ma io sento che sta soffrendo».

«Credo che l’esercito lo odi per la sua dedizione al lavoro», ha aggiunto. «Ha fatto tutto il possibile per sostenere il sistema sanitario di Gaza al collasso e salvare i feriti nonostante la mancanza di risorse. Vogliamo che torni, per stare insieme e continuare la nostra vita».

«Stiamo ancora piangendo nostro figlio Ibrahim, ucciso deliberatamente durante l’irruzione dell’esercito nell’ospedale. Non abbiamo nemmeno avuto il tempo di elaborare il lutto».

+972 Magazine ha chiesto un commento all’Amministrazione Penitenziaria Israeliana; eventuali risposte saranno aggiunte a questo articolo.

Ibtisam Mahdi ha contribuito a questo report.

Shatha Yaish è una giornalista corrispondente da Gerusalemme Est e la Cisgiordania.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Stiamo morendo di fame.

Ruwaida Amer

21 luglio 2025 – +972 Magazine

Il mio corpo cade a pezzi. Mia madre sta crollando per la stanchezza. Mio cugino ogni giorno sfida la morte per un pezzetto di cibo. I bambini di Gaza stanno morendo davanti ai nostri occhi e noi non possiamo aiutarli.

Ho tanta fame.

Non ho mai attribuito a queste parole il significato che hanno per me adesso. Portano con sé una sorta di umiliazione che non riesco a descrivere appieno. Ogni momento mi ritrovo a esprimere un desiderio: se questo fosse solo un incubo. Se potessi svegliarmi e tutto finisse.

Dallo scorso maggio, dopo essere stata costretta a fuggire da casa e a rifugiarmi da alcuni parenti nel campo profughi di Khan Younis, ho sentito tantissime persone intorno a me pronunciare le stesse parole. La fame qui viene percepita come un attacco alla nostra dignità, una crudele contraddizione in un mondo che si vanta di progresso e innovazione.

Ogni mattina ci svegliamo pensando a una cosa sola: come trovare qualcosa da mangiare. Il mio pensiero va subito a nostra madre malata, che ha subito un intervento chirurgico alla colonna vertebrale due settimane fa e ora ha bisogno di nutrimento per riprendersi. Non abbiamo nulla da offrirle.

Poi ci sono i miei nipotini, Rital, 6 anni, e Adam, 4, che chiedono sempre del pane. E noi adulti cerchiamo di resistere alla fame solo per conservare qualche pezzetto di cibo per i bambini e gli anziani.

Da quando all’inizio di marzo Israele ha imposto su Gaza un blocco totale (allentato solo minimamente a fine maggio) non abbiamo più assaggiato carne, uova o pesce. Anzi, siamo rimasti senza quasi l’80% del cibo che mangiavamo prima. Il nostro fisico si sta esaurendo. Ci sentiamo costantemente deboli, confusi e scombussolati. Ci irritiamo con facilità, ma il più delle volte restiamo in silenzio. Parlare consuma troppe energie.

Cerchiamo di comprare quanto disponibile al mercato, ma i prezzi stanno diventando proibitivi. Un chilo di pomodori ora costa 90 NIS [nuovi shekel israeliani, ndt.] (oltre 23 euro). I cetrioli costano 70 NIS al chilo (circa 18 euro). Un chilo di farina costa 150 NIS (oltre 38 euro). Queste cifre sono scandalose e crudeli.

Sopravviviamo con un solo pasto al giorno: di solito solo pane, fatto con la farina che riusciamo a trovare. Se siamo fortunati, il pranzo può comprendere del riso, ma nemmeno quello ci sazia. Cerchiamo di mettere da parte un po’ di cibo per mia madre, magari delle verdure, ma non è mai abbastanza. Quasi sempre è troppo debole per stare in piedi, troppo esausta persino per recitare le sue preghiere.

Ormai usciamo raramente di casa, per paura che le gambe possano cedere. È già successo a mia sorella: mentre cercava per strada qualcosa, qualsiasi cosa, per sfamare i suoi figli, è improvvisamente crollata a terra. Il suo corpo non aveva nemmeno la forza per stare in piedi.

Abbiamo iniziato a percepire la gravità della crisi alimentare quando il fornaio Abu Hussein, conosciuto da tutti nel campo, ha iniziato a ridurre la sua attività. Prima sfornava per decine di famiglie al giorno che, come la nostra, non avevano più gas o energia elettrica per cucinare. I suoi forni a legna erano in funzione senza sosta dalla mattina alla sera.

Ma di recente è stato costretto a lavorare sempre meno giorni alla settimana. Mia sorella tornava a casa e diceva: “Il forno di Abu Hussein è chiuso. Forse aprirà domani”. Ora cercare di procurarsi impasto e farina è diventata una sofferenza in più.

Tre generazioni di affamati

Nel campo ho potuto cogliere in pieno la crudeltà di questo genocidio: il soffocante sovraffollamento, la massa di rifugiati costretti a lasciare le loro case e le infinite storie di fame.

Attualmente vivo a casa di mia zia, che ci ha accolti dopo essere stati sfollati e ci ha ospitati nel corso degli ultimi due mesi. Come quasi tutti gli altri edifici del campo, la sua casa è stata quasi completamente distrutta dagli attacchi israeliani. I fratelli di mia zia hanno lavorato giorno e notte per riparare il possibile, riuscendo a rendere abitabile una stanza.

La casa è piena di nipoti, ognuno dei quali sta lottando contro la fame. Il mio cugino più grande, Mahmoud, è il padre di quattro di loro. Lui stesso ha perso quasi 40 chili negli ultimi mesi. I segni della malnutrizione sono visibili ovunque sul suo viso pallido e sul suo corpo emaciato.

Ogni giorno, prima dell’alba, Mahmoud si reca ai centri di distribuzione degli aiuti umanitari gestiti dagli americani rischiando la vita per cercare di portare a casa del cibo per i suoi figli affamati. Da quando sono arrivata per stare con loro mi racconta le stesse storie strazianti giorno dopo giorno.

“Oggi mi sono trascinato carponi tra una folla di migliaia di persone”, ha raccontato di recente, mostrandomi un sacchetto con gli avanzi di cibo che era riuscito a recuperare. “Ho dovuto raccogliere tutto quello che era caduto a terra: lenticchie, riso, ceci, pasta, persino il sale. Mi fanno male le ossa perché mi hanno calpestato, ma devo farlo per i miei figli. Non sopporto il borbottio della loro fame”.

Un giorno Mahmoud è tornato senza niente. Aveva il volto cadaverico e sembrava sul punto di crollare. Mi ha raccontato che l’esercito israeliano aveva aperto il fuoco senza preavviso. “Il sangue di un ragazzo accanto a me è schizzato sui miei vestiti”, ha detto. “Per un attimo, ho pensato di essere stato colpito. Mi sono bloccato, ero sicuro che il proiettile fosse dentro il mio corpo”.

Il ragazzo è caduto a terra proprio davanti a lui, ma Mahmoud non ha potuto fermarsi per aiutarlo. “Ho corso più di sei chilometri senza voltarmi indietro. I miei figli hanno fame e aspettano che porti del cibo”, ha detto con la voce rotta, “ma non sarebbero contenti se tornassi a casa morto”.

L’altro mio cugino, Khader, ha 28 anni. Ha una figlia di 2 anni e sua moglie è incinta. È tormentato dalla preoccupazione per il loro bambino, che nascerà tra due mesi. Sua moglie non mangia come dovrebbe e ogni giorno lui siede in silenzio, tormentato dalle solite domande: questa carestia danneggerà mia moglie? Il bambino che partorirà sarà sano o malato?

La sua bambina di 2 anni, Sham, piange tutto il giorno per la fame. Implora il pane, qualsiasi cosa tranne i cibi insipidi e pesanti come riso, lenticchie e fagioli che l’hanno fatta star male più volte procurandole mal di stomaco.

Un giorno un amico di Khader gli ha dato una manciata di acini d’uva per lei. È stato un piccolo miracolo: Khader si è inginocchiato accanto a Sham offrendole l’uva, ma lei si è limitata a fissarla, giocherellando con le sue piccole mani e rifiutandosi di mangiarla. Non la riconosceva: nei suoi due anni di vita a Gaza non aveva mai visto dell’uva.

Solo quando suo padre sorridendo si è messo un acino in bocca lei, esitante, lo ha imitato. Ha masticato l’uva e poi ha riso.

Corpi che si spengono

Spesso mi fermo sulla porta di casa a osservare i bambini del campo. Passano la maggior parte del tempo seduti per terra, a fissare i passanti con sguardo assente. Quando chiedo a uno di loro di comprarmi una scheda internet per poter lavorare, o di chiamare mia nipote dalla casa accanto, rispondono con voce bassa e stanca. Mi dicono che hanno fame. Che non mangiano pane da giorni.

Ho solo 30 anni, ma non sono più la donna energica di una volta. Lavoravo molte ore tra l’insegnamento e il giornalismo, ma da quando è iniziata questa guerra non ho avuto un attimo di riposo. Mi destreggio tra le estenuanti faccende domestiche, prendermi cura di mia madre e della mia famiglia, e allo stesso tempo cerco di continuare a documentare e scrivere di tutto ciò che accade intorno a me.

Da circa un mese però ho perso la capacità di seguire le notizie. La mia concentrazione sta calando. Il mio corpo sta collassando. Soffro di anemia perché per mesi ho mangiato solo lenticchie e altri legumi. E da due giorni non riesco a deglutire a causa di una grave infiammazione alla gola, conseguenza del fatto che mi affido alla dukkah [miscela di erbe, spezie e frutti essiccati e tritati, ndt.] e ai peperoncini rossi piccanti per cercare di placare la fame.

Anche Mahmoud, un fotografo di 28 anni che lavora con me ai video, sta facendo fatica. “Non mangio niente da due giorni, tranne la zuppa”, mi ha detto di recente. “Non ho l’energia per lavorare”. Nessuno ce l’ha. Lavorare durante un genocidio richiede una quantità di forza impossibile da mantenere. La fame ha paralizzato la produttività di ogni lavoratore a Gaza.

Ieri ho accompagnato mia madre all’ospedale Nasser per una seduta di fisioterapia dopo l’operazione. Lungo il tragitto abbiamo visto decine di persone che non riuscivano a camminare più di pochi metri senza dover riposare. Anche mia madre era così: le sue gambe erano troppo deboli per reggersi. Si è seduta su una sedia di plastica sul ciglio della strada e ha recuperato un poco di forza per proseguire.

Mentre continuavamo a camminare abbiamo sentito delle urla. Giovani uomini e donne correvano, gridando con gioia: “Ci sono camion di farina per strada!”. Si era formata una folla enorme. La gente correva disperatamente verso i camion per accaparrarsi un sacco di farina.

È scoppiato il caos. Nessuno scortava i camion per garantire che tutti potessero ottenere la loro parte in sicurezza. Abbiamo visto invece la folla correre verso zone a rischio, sotto il controllo dell’esercito israeliano, solo per la farina.

Alcuni sono tornati indietro con i sacchi. Altri sono stati uccisi. Abbiamo visto corpi portati via sulle spalle, uccisi a colpi d’arma da fuoco proprio nei luoghi in cui gli aiuti avrebbero dovuto salvarli.

18 morti in 24 ore

Dopo la seduta di fisioterapia abbiamo lasciato l’ospedale e abbiamo incontrato donne che piangevano per i loro bambini affamati, che morivano davanti ai nostri occhi. Una donna, Amina Badir, urlava, stringendo tra le braccia la sua bambina di 3 anni.

“Ditemi come salvare mia figlia Rahaf dalla morte”, gridava. “Per una settimana non ha mangiato altro che un cucchiaio di lenticchie al giorno. Soffre di malnutrizione. Non ci sono cure, non c’è latte in ospedale. Le hanno tolto il diritto di vivere. Vedo la morte nei suoi occhi”.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza il bilancio delle vittime per fame e malnutrizione dal 7 ottobre è salito a 86 persone, 76 delle quali bambini. Ieri è stato riferito che solo nelle 24 ore precedenti 18 persone sono morte di fame. Il personale medico ha organizzato una manifestazione all’ospedale Nasser per chiedere un intervento internazionale prima che altre persone muoiano di fame.

Non sono riuscita a trovare un taxi per tornare a casa. Mia madre mi aspettava al cancello dell’ospedale mentre cercavo un mezzo di trasporto, ma il carburante scarseggia e i taxi sono praticamente inesistenti. Ho trascorso un’ora intera ad attendere.

Quando sono tornata, ero stordita e debole. Sono crollata. Ho cercato di rimanere forte per mia madre, ma non c’era nessun altro con noi. Intorno a me, vedevo persone svenire ovunque. Un uomo mi ha detto: “Se ci fosse del cibo decente, tua madre non si sarebbe ammalata così.

Tutti noi stiamo solo cercando di confortarci a vicenda in questa carestia senza fine. Su Facebook la gente riversa la propria rabbia, scrivendo post dopo post sulla politica israeliana della fame che ha messo Gaza in ginocchio. Non possiamo più fare le cose più elementari che le persone in tutto il mondo fanno ogni giorno. La fame ci ha privato di tutto.

Ruwaida Amer è una giornalista freelance di Khan Younis.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Fa parte del territorio”: come gli archeologi israeliani legittimano l’annessione

Dikla Taylor-Sheinman

1 luglio 2025 – +972 Magazine

La militarizzazione delle antichità è connessa all’eredità coloniale di Israele, afferma Rafi Greenberg, i cui colleghi sono rimasti in gran parte in silenzio sulla distruzione di Gaza.

Il 2 aprile l’Israel Exploration Society ha improvvisamente annullato quello che sarebbe stato il più grande e prestigioso raduno annuale di archeologi del Paese. Il Congresso Archeologico, un appuntamento fisso da quasi 50 anni, è stato annullato dagli organizzatori in seguito alle pressioni del Ministro del Patrimonio di estrema destra Amichai Eliyahu perché venisse escluso il docente dell’Università di Tel Aviv Raphael (Rafi) Greenberg. “Non permetterò che le erbacce del mondo accademico che si adoperano per promuovere il boicottaggio dei loro colleghi archeologi sputino nel pozzo del patrimonio da cui il popolo di Israele beve”, ha scritto il ministro su X.

Agli occhi di Eliyahu e delle ONG di destra che si sono battuti per l’esclusione di Greenberg l’ultimo affronto da parte del professore era stata una lettera aperta scritta un mese prima. In essa esortava i colleghi israeliani e internazionali a boicottare la “Prima Conferenza Internazionale di Archeologia e Conservazione dei Siti di Giudea e Samaria” presso il lussuoso Dan Jerusalem Hotel, nella parte orientale della città, la prima del suo genere ospitata in un territorio occupato riconosciuto come tale a livello internazionale.

Sebbene il Congresso Archeologico si sia svolto online la scorsa settimana con la partecipazione di Greenberg, le controversie che circondano entrambe le conferenze sollevano interrogativi morali e politici più profondi sul ruolo della comunità archeologica israeliana mentre Israele intensifica il suo attacco al patrimonio culturale e ai siti religiosi palestinesi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e il governo si muove verso l’annessione della Cisgiordania, in parte attraverso la militarizzazione dell’archeologia stessa.

A maggio il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali israeliano ha ufficialmente avviato gli scavi di Sebastia, a nord di Nablus, in Cisgiordania, con l’obiettivo di trasformare il sito nel “parco nazionale di Samaria“, separando l’acropoli e l’antico villaggio dalla città palestinese a cui è collegato.

Ma lo sviluppo più significativo è iniziato nel luglio 2024, quando il parlamentare Amit Halevi del Likud di Netanyahu ha proposto un emendamento legislativo rivolto ad applicare alla Cisgiordania le leggi israeliane sulle antichità. Nello specifico, la proposta di legge estenderebbe la giurisdizione dell’Autorità per le Antichità Israeliane (IAA) da Israele propriamente detto all’Area C [in base agli accordi di Oslo la parte dei territori palestinesi occupati sotto totale ma temporanea giurisdizione israeliana, ndt.] della Cisgiordania, che copre circa il 60% del territorio palestinese occupato da Israele.

Il disegno di legge rappresenta il culmine di una campagna quinquennale condotta dai consigli regionali dei coloni e dai gruppi di estrema destra rivolta a dipingere i palestinesi come una minaccia esistenziale per i cosiddetti siti del patrimonio “nazionale” (cioè ebraico) in Cisgiordania. La ONG israeliana di sinistra Emek Shaveh ha definito la legge un “tentativo di ottenere l’annessione attraverso le antichità“.

La resistenza dell’IAA alla volontà di estendere la sua competenza alla Cisgiordania potrebbe aver rallentato lo slancio, ma non ha cancellato l’obiettivo più ampio. In quella che sembra essere una svolta strategica, durante le recenti riunioni di commissione i parlamentari hanno proposto di istituire un nuovo organismo sotto il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali per gestire le attività in tutta la Cisgiordania, non solo nell’Area C. Questa mossa aggira la controversia pur mirando allo stesso risultato: imporre la legge civile israeliana sulle antichità della Cisgiordania.

In effetti la soluzione alternativa ha incontrato reazioni molto meno negative da parte dell’establishment archeologico. Ad eccezione di Emek Shaveh, co-fondato da Greenberg, la resistenza all’interno della comunità archeologica alla proposta di legge si è concentrata principalmente sulle sue implicazioni per l’archeologia israeliana e la reputazione internazionale di Israele.

+972 Magazine ha intervistato Greenberg per discutere sul significato di questa nuova legge per i palestinesi in Cisgiordania — una questione che gran parte dell’opposizione pubblica ha completamente ignorato — i quali già subiscono livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni sostenuti dallo Stato. Tra i vari temi affrontati abbiamo esplorato il rapporto problematico tra gli archeologi israeliani e i palestinesi, la politicizzazione” dellarcheologia israeliana, gli appelli progressisti alla libertà accademica e il motivo per cui larcheologia israeliana abbia così poco da dire sulla distruzione di Gaza.

L’intervista ha subito dei tagli per ragioni di brevità e chiarezza.

Per iniziare, lei considera il rinvio del Congresso Archeologico di aprile, dopo che il Ministro dei Beni Culturali si è dato da fare per bloccare la sua partecipazione, uno sviluppo positivo o negativo?

Ho avuto un rapporto complicato con la comunità archeologica per decenni perché sono stato molto critico nei confronti di quella che chiamo l’eredità coloniale dell’archeologia israeliana. Ma questa conferenza è stata organizzata da un gruppo di archeologi più giovani. In realtà, è stata l’occasione per parlare – almeno per qualche minuto – di alcune questioni delicate in un contesto prettamente archeologico.

Avrei voluto parlare di quella che [l’archeologo greco e professore della Brown University] Yanis Hamilakis e io chiamiamo la “archeologizzazione” di Grecia e Israele. Si tratta di due Paesi che l’Occidente ha apprezzato fin dal XVIII e XIX secolo quasi esclusivamente per il loro passato. E storicamente, questo ha portato l’Occidente, e in seguito il movimento sionista, a sottovalutare chiunque vivesse nel Paese, presupponendo che fosse privo di una reale conoscenza del passato.

La mia denuncia nell’intervento che avrei letto alla conferenza era che l’archeologia ha avuto un ruolo in questa [disumanizzazione dei palestinesi] e che tutto è iniziato non con l’archeologia israeliana, ma con la vera e propria archeologia coloniale del XIX secolo: archeologia britannica, tedesca, francese. Gli israeliani hanno poi ereditato quel patrimonio e, in quanto colonia di insediamento, è stato conveniente continuare a sostenere questo punto di vista.

Questo tipo di approccio originario all’archeologia è quello che anima i gruppi di coloni e persone come il Ministro del Patrimonio israeliano. [Secondo loro], solo le persone che si legano a specifiche antichità di determinate epoche e culture hanno diritto al Paese, mentre gli altri non hanno alcun diritto alla terra, alle sue antichità, a nulla.

Quindi da un lato sono stato piacevolmente sorpreso che il mio articolo sia stato accettato; questa è stata l’occasione per presentarlo alla comunità archeologica, che in generale non vuole parlare di questo problema. E allo stesso tempo, ha innescato questo scontro tra gli organizzatori della conferenza e gli agitatori di destra, che mi avevano da tempo inserito nella loro lista nera.

Ma il contesto dello scontro tra il Ministro dei Beni e gli organizzatori della conferenza era tale da riecheggiare una lotta più ampia in Israele tra le cosiddette forze filo-democratiche e le cosiddette forze autoritarie o etnocratiche. E una pluralità molto significativa di archeologi appartiene al campo liberaldemocratico, quindi per loro la conferenza è diventata una questione di libertà accademica e di espressione.

Per questo motivo è stato facile per la maggior parte dei miei colleghi archeologi [e per gli organizzatori della conferenza] schierarsi dalla mia parte. O, come mi ha scritto uno dei miei ex studenti su WhatsApp, “insistono nel dire di avere il diritto di non ascoltarti, di poter scegliere di ignorarti”. Non avrebbero permesso al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali di fare quella scelta al posto loro.

Sebbene la sessione in cui ho presentato il mio ultimo intervento la settimana scorsa sia stata molto partecipata, con oltre 120 presenze, si è trattato di un breve intermezzo di 15 minuti in quella che altrimenti sarebbe stata una bolla isolata. Sono stati letti circa 12 articoli sugli scavi in ​​Cisgiordania e a Gerusalemme Est, presentati dall’Università di Tel Aviv e da altri ricercatori o da studiosi dell’Università di Ariel [nell’insediamento coloniale di Ariel in Cisgiordania, ndt.], articoli che sarebbero stati esclusi dalla maggior parte delle sedi internazionali. Durante la stessa settimana la Conferenza Archeologica Mondiale ha cancellato l’invito a uno studioso dell’Università di Ariel.

Nelle loro argomentazioni a favore dell’estensione della giurisdizione dell’IAA alla Cisgiordania, le ONG di destra dei coloni sostengono che i palestinesi in Cisgiordania non solo non hanno idea di come prendersi cura delle antichità presenti, ma le stanno attivamente distruggendo, vandalizzando e depredando. Può parlare delle iniziative legislative attualmente in corso alla Knesset per estendere la giurisdizione dell’IAA? Qual è il rapporto con l’annessione?

Il luogo comune che ha menzionato, secondo cui le popolazioni locali non si prendono cura dei reperti o li distruggono, è antico quanto larcheologia stessa. E qui, in Israele, si aggiunge un ulteriore livello: quello del presunto diritto divino e storico alla terra, rivendicato dai colonizzatori.

Ma l’atto in sé di estendere la giurisdizione dell’IAA alla Cisgiordania è in gran parte una mossa politica, perché i coloni non hanno un vero interesse per l’archeologia. In effetti in Israele il sionismo è stato piuttosto lento ad adottare l’archeologia come mezzo per [stabilire un legame ebraico con la terra] perché le antichità [ebraiche] qui in Israele non sono tanto maestose o imponenti e presenti solo in piccola quantità.

Non è come con i templi greci che, come dice il mio collega Yanis Hamilakis, sono come scheletri sparsi in tutta la Grecia: ovunque si vedono colonne e marmi bianchi. Invece in Israele la maggior parte delle antichità visibili probabilmente non è ebraica. Se cammini per le campagne e ti imbatti in un edificio in rovina o in un castello, è molto più probabile che sia islamico, cristiano o di altro tipo.

Quindi larcheologia non offre ai coloni un legame immediato con il paesaggio. Eppure i coloni sostengono che tutta la Cisgiordania, sotto la superficie, sia fondamentale per la storia ebraica — che è lì che è stata scritta la Bibbia.

Quando ero effettivamente impegnato a catalogare tutti i siti archeologici conosciuti, esaminati e sottoposti a scavi in Cisgiordania e successivamente ho cercato di tradurli in una mappa dei punti di interesse storico, solo una piccola minoranza di siti poteva essere effettivamente attribuita con pochi dubbi a uno specifico gruppo etnico o religioso. La maggior parte dei siti è eclettica, presenta reperti che precedono l’ebraismo di migliaia di anni. O altri posteriori all’epoca dell’indipendenza ebraica nell'[antica] Palestina, risalenti a diverse dinastie islamiche e al dominio cristiano.

Se prendiamo un qualsiasi frammento della storia di Israele-Palestina, in qualsiasi momento, non troveremo una cultura univoca e omogenea in tutto il territorio. Non c’è mai stata un’epoca in cui in questo Paese fossero tutti ebrei, musulmani, cristiani o altro. L’archeologia, nella sua essenza, non fornisce quel tipo di certezza e purezza che i ministri etnocratici di destra potrebbero desiderare. Quindi devono inventarsela. E poi dicono che i palestinesi stanno danneggiando quel [patrimonio esclusivamente ebraico] e quindi useremo questo come pretesto per accaparrarci altra terra.

Quindi [i coloni] hanno questa visione molto strumentale di ciò che l’archeologia può offrire loro. Non si tratta assolutamente di antichità, ma di una strumentalizzazione delle antichità come ulteriore modalità di espropriazione di proprietà immobiliari. Noi di Emek Shaveh la chiamiamo la militarizzazione dell’archeologia o “modello Elad”, dopo quanto accaduto nel quartiere di Silwan a Gerusalemme Est. Lì i coloni ebrei non solo si sono impossessati di case [palestinesi], ma anche di ampie aree archeologiche vuote. E collegando le case sottratte alle aree archeologiche hanno ottenuto il controllo di tutta Silwan, o almeno del quartiere di Wadi Hilweh. Il modello Elad è ciò che i coloni stanno cercando di replicare in Cisgiordania.

Sembra che larcheologia venga strumentalizzata nello stesso modo in cui nei decenni successivi alla guerra del 1967 e alloccupazione israeliana della Cisgiordania sono stati usati contro i palestinesi i poligoni militari, le riserve naturali e le dichiarazioni di proprietà statale.

Esattamente

Emek Sheveh inquadra questi atti legislativi come un ulteriore passo verso l’annessione della Cisgiordania. Per controbattere un po’ a questo, Israele non ha forse già annesso di fatto la Cisgiordania? I siti archeologici in Cisgiordania sono oggi sotto la competenza dell’Amministrazione Civile (un ramo dell’esercito israeliano), quindi esiste già un ente israeliano che si occupa delle antichità in Cisgiordania. E l’IAA, che dovrebbe operare solo in Israele, si è infiltrata in Cisgiordania. Questa spinta legislativa è per lo più simbolica? In che modo rappresenta un cambiamento sostanziale rispetto allo status quo?

Il modo in cui le cose hanno funzionato finora – quindi il fatto che l’Amministrazione Civile israeliana abbia una propria struttura archeologica nell’Area C della Cisgiordania, separata da Israele – è tornato molto comodo per i miei amici accademici israeliani [progressisti]. Tutti i lavori archeologici israeliani nella Cisgiordania occupata vengono svolti nell’ambito di un quadro giuridico per cui ricevono di volta in volta il timbro di approvazione dell’Alta Corte israeliana, sulla base dell’asserzione che l’occupazione israeliana è una situazione temporanea e che l’Amministrazione Civile è incaricata solo di promuovere gli interessi delle persone che vivono in quel territorio fino al raggiungimento di un accordo sullo status definitivo. Quindi studiosi dell’Università Ebraica, dell’Università di Tel Aviv e dell’Università di Haifa possono sostenere che il loro lavoro in Cisgiordania è legale perché conforme ai vincoli imposti dall’Amministrazione Civile israeliana.

Ora, questa iniziativa di consegnare la Cisgiordania all’IAA sta facendo saltare la loro copertura. L’Autorità per le Antichità Israeliane sta sostanzialmente annettendo le antichità della Cisgiordania a Israele, e quindi la legge israeliana si applicherà a quei siti e, di conseguenza, qualsiasi cosa si faccia [in Cisgiordania], si riconoscerà sostanzialmente questa legge annessionista. Questo mette gli accademici e l’IAA in una situazione molto scomoda.

Nir Hasson ha scritto su Haaretz che l’attuale disegno di legge per estendere la giurisdizione dell’IAA “trasforma ufficialmente l’archeologia israeliana in un piccone con cui scavare per promuovere l’apartheid”. Lei ha scritto estesamente sull’archeologia israeliana in Cisgiordania dal 1967. Qual era il rapporto dell’archeologia israeliana con questo territorio occupato prima degli ultimi decenni?

Penso che questa [visione dell’archeologia israeliana] appartenga in realtà alle fondamenta coloniali del sionismo e di Israele stesso. Una delle cose date per scontate in questa visione coloniale del mondo è [l’idea che] “se amiamo le antichità e tutto ciò che vogliamo fare è scoprire gli ultimi 3.000 o 10.000 anni, allora perché non dovremmo poterlo fare? Rappresentiamo la scienza, la cultura, il progresso”.

Insisto nel dire questo perché [durante il XVIII e il XIX secolo] gli studiosi o gli addetti ai lavori di scavo che arrivavano erano sprezzanti nei confronti sia degli abitanti musulmani che cristiani o ebrei che qui incontravano, rappresentanti di un passato che doveva essere superato dalla scienza. [Per loro], la cosa giusta da fare [era semplicemente] portare alla luce le antichità, ovunque.

Voglio sottolineare che [l’espropriazione dei palestinesi per mano dell’archeologia israeliana] viene troppo spesso presentata come se gli archeologi israeliani stessero portando alla luce reperti ebraici per sostenere l’appropriazione ebraica di terre. Ma la questione è più complessa: qualsiasi lavoro da noi eseguito, che si tratti di un sito dell’età del bronzo o del neolitico, è considerato valido perché lo stiamo facendo per il bene della scienza.

La recente legge è imbarazzante per coloro che condividono questa visione perché ora improvvisamente l’archeologia viene “politicizzata”, come se fino ad ora non lo fosse stata. Ho cercato sempre più di dimostrare ai miei colleghi, e in generale, che questa posizione presuntuosa, apparentemente apolitica, è politica. Non è che ci si svegli pensando: come posso strumentalizzare l’archeologia per impossessarmi di questa collina o di questa valle? È più simile a questo: se il confine con la Siria viene aperto e c’è un meraviglioso sito dell’antica età del bronzo dove scavare, allora l’archeologo attraverserà il confine nel fine settimana per vedere le antichità vicino a Quneitra. Parlo ipoteticamente, ma non mi sorprenderei se fosse già successo.

In ebraico si dice po’al yotseh: “fa parte del territorio”. È quello che succede: quando Israele occupa un posto, gli archeologi lo seguono subito, a volte nel giro di pochi giorni.

Quindi sembra che quello a cui stiamo assistendo ora sia una strategia dei coloni molto sfrontata per impossessarsi di altri territori in Cisgiordania.

Sì, se prendiamo in considerazione la Valle del Giordano, ad esempio, troveremo il coinvolgimento dell’archeologia. Anche in questo caso quegli archeologi sono lì solo per fare ricerca. È semplicemente comodo che la ricerca agisca proprio accanto a un avamposto di coloni. Quindi diventa parte della recinzione [della terra palestinese], del circondare questi pastori e piccoli villaggi palestinesi con strutture che rappresentano le autorità israeliane.

Ci sono alcuni siti archeologici sorvegliati nella Valle del Giordano, e sono sicuro che se chiedete a chi esegue gli scavi, vi dirà: “Oh, questo sito è stato esplorato 20 anni fa e hanno trovato delle ceramiche dell’età del ferro. È proprio questo che mi interessa. E faccio parte dell’Università di Ariel [situata nella Cisgiordania occupata], ma non siamo politici, stiamo solo studiando le antichità“.

A un certo punto posso capire che il mio collega dell’Università di Tel Aviv che studia il periodo romano e non si occupa di teoria sociale o politica possa non comprendere il ruolo del suo specifico interesse per l’archeologia romana nel colonialismo, ma può una persona che insegna all’Università di Ariel e che effettua scavi in ​​Cisgiordania fraintendere il suo ruolo? Credo che si dovrebbe essere volontariamente ignoranti.

Dato che l’elemento coloniale dell’archeologia israeliana è antecedente all’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza, può parlarci un po’ dell’archeologia all’interno di Israele propriamente detto e di come gli archeologi israeliani si siano confrontati con la storia palestinese negli ultimi secoli?

L’Università Ebraica di Gerusalemme ha avuto il monopolio dell’archeologia fino al 1967. A quel tempo esisteva un protocollo consolidato che divideva l’archeologia in preistorica, biblica e classica. Tutti gli archeologi israeliani erano d’accordo di operare all’interno di tale cornice teorica, e quando negli anni ’70 furono istituite le nuove università di ricerca, adottarono lo stesso programma di base, che arrivava più o meno fino all’epoca bizantina. Ogni studente poteva scegliere due specializzazioni, una delle quali doveva essere il periodo biblico.

Ciò significava che l’archeologia biblica era la ragion d’essere dell’archeologia israeliana. Non esisteva un’archeologia islamica; all’Università Ebraica c’era [solo] un piccolo laboratorio artigianale di arte islamica.

Questa attenzione verso l’archeologia biblica, i racconti biblici con i siti menzionati nella Bibbia e la geografia biblica rende irrilevanti il ​​presente e le ultime centinaia di anni. Fino a 30-40 anni fa questo significava che quando si effettuavano scavi in ​​siti antichi si procedeva rapidamente attraverso gli strati più superficiali, o talvolta li si rimuoveva completamente senza documentarli. Questa non è più considerata una buona pratica.

Ho sempre interpretato questo [l’omissione della storia recente dalla documentazione archeologica] sul piano teorico, ma grazie a due progetti a cui ho partecipato di recente sono giunto a una comprensione molto più concreta del suo significato. Il primo era un progetto a cui ho collaborato con lo storico dell’arte e archeologo dell’Università Ebraica Tawfiq Da’adli a Beit Yerach, o Asinabra [vicino al Mar di Galilea]. Il sito era stato oggetto di scavi e ripetutamente identificato erroneamente come romano o ebraico, ma Tawfiq e io siamo riusciti a reidentificarlo come un palazzo omayyade del VII-VIII secolo d.C. Solo le fondamenta del palazzo erano state conservate, quindi esistevano ostacoli oggettivi alla comprensione del sito.

Abbiamo effettuato due brevi campagne di scavo. Tutti i lavoratori retribuiti erano palestinesi di lingua araba provenienti dalla Galilea, quindi l’arabo era la lingua di lavoro sul sito, e il mio arabo è molto elementare. Ma insieme a Tawfiq e a un altro archeologo di Chicago, Donald Whitcomb, ho approfondito il periodo omayyade e come potrebbe apparire una moschea di quel periodo. Quello è stato il mio primo tentativo di uscire dal mio guscio di sicurezza.

Il tentativo più recente è il lavoro che sto svolgendo a Qadas, un villaggio palestinese spopolato nel 1948, quando fu occupato a intermittenza dall’esercito israeliano e dalle truppe dell’Esercito Arabo di Liberazione. Gli abitanti fuggirono e diventarono rifugiati in Libano. Per capire cosa stessi facendo lì a Qadas ho dovuto interagire con un gran numero di persone con cui non avevo mai parlato prima: studiosi del Medio Oriente, abitanti sciiti di quella zona della Galilea e persone che potevano raccontarmi delle battaglie del 1948 e dell’Esercito Arabo di Liberazione. Abbiamo aperto gli archivi [israeliani], il che ha consentito uno studio molto approfondito dell’intero contesto di questo scavo.

Questa è stata una spiegazione molto prolissa del perché, quando non si ha un curriculum accademico o basi teoriche per procedere allo scavo esso non ha senso. Solo quando lo trasformo in un oggetto di studio acquista un significato archeologico.

Inoltre le leggi israeliane sull’antichità si applicano solo a siti o oggetti risalenti a prima del 1700. Qualsiasi rinvenimento risalente a periodi più recenti, anche se frutto di scavi rispettosi dell’etica, non è mai stato oggetto di studi o interventi conservativi rilevanti.

Tornando al presente, come interpreta la dissonanza tra l’opposizione alla legge che estende l’autorità dell’IAA alla Cisgiordania e la partecipazione alla conferenza al Dan Jerusalem Hotel, nella parte occupata della città?

Quando qualcuno della mia università interviene a quella conferenza magari sta promuovendo un dottorando che ha partecipato a degli scavi lì, oppure vuole farsi strada e pubblicare [la propria ricerca]. Oppure ha ricevuto finanziamenti dal governo e vuole dimostrare di non essere in contrasto con esso — così da continuare a ottenere supporto.

L’archeologia è un’attività costosa. Ha bisogno di sostegno esterno e le persone sono riluttanti ad andare contro il governo. Basti pensare a ciò che sta accadendo in Nord America. Noi della sinistra israeliana siamo sbalorditi dalla rapidità del crollo del fronte progressista nelle università dell’Ivy League [rete che comprende i più famosi atenei internazionali, a partire dalle otto università americane più prestigiose, ndt.] che sono tra le ventitré migliori università del mondo; dalla rapidità con cui le persone abbandonano tutte le loro convinzioni e cercano di ingraziarsi il governo [degli Stati Uniti]. È in realtà lo stesso meccanismo [in Israele]. È lì che sta il potere.

E le persone trovano compromessi dicendo: Ok, il mio nome comparirà nella conferenza, ma non sarò io a tenere lintervento. Non parteciperò fisicamente, ma darò comunque unapprovazione tacita facendo parte dellevento. È per il bene della scienza.” Credo che solo una piccola minoranza direbbe apertamente: sì, siamo a favore dellannessione e degli insediamenti ebraici illegali.

Non credo che la conferenza nella Gerusalemme Est occupata sia così importante. Sono rimasto più scioccato dalla partecipazione di persone dell’Accademia Austriaca delle Scienze e del Manitoba che da quella degli israeliani.

Come ha reagito la comunità archeologica israeliana alla distruzione di Gaza nellultimo anno e mezzo? E ora che, almeno tra i progressisti israeliani, la narrazione si è spostata da un sostegno incondizionato a quella di una guerra voluta — una guerra per la sopravvivenza politica di Netanyahu — latteggiamento è cambiato?

Non ha reagito affatto. Non c’è stata alcuna risposta ufficiale da parte di nessuna organizzazione, a parte Emek Shaveh. All’inizio della guerra abbiamo istituito un gruppo di risposta, che includeva alcuni aderenti a Emek Shaveh, Dotan Halevy e Tawfiq Da’adli, e abbiamo cercato di documentare la distruzione del patrimonio culturale. Poi, il mio co-direttore di Emek Shaveh, Alon Arad, e io abbiamo pubblicato un editoriale sull’intero fenomeno della distruzione e su come noi, in quanto archeologi, vediamo il perseguimento dal 1948 della totale e ubiquitaria distruzione del patrimonio culturale palestinese.

Alcuni archeologi hanno partecipato pubblicamente al recupero forense di resti umani nei kibbutz, nei luoghi attaccati il ​​7 ottobre. Si trattava di una sorta di sforzo della società civile in assenza di qualsiasi tipo di risposta governativa. Quindi gli archeologi hanno usato la loro competenza per dare un contributo positivo, ma questo è stato anche strumentalizzato da alcuni membri della comunità per sostenere la posizione israeliana e la propaganda di guerra anti-Hamas.

Persone con cui avevo lavorato — che avevano partecipato a discussioni accademiche sul libro mio e di Yanis Hamilakis — si sono tirate indietro e sono entrate a far parte di quel gruppo di accademici israeliani profondamente turbati dalla reazione della sinistra globale e del movimento pro-palestinese dopo il 7 ottobre. Questi archeologi si collocavano un po’ nellarea che potremmo definire alla Eva Illouz” [sociologa franco israeliana, ndt.], se posso usarla come esempio-tipo: dicevano cose come Pensavamo di essere di sinistra, ma dopo aver visto cosa rappresenta oggi la sinistra, non lo siamo più.” Erano piuttosto irritati dal mio prendere posizione in modo aperto, ma non me lo hanno mai detto chiaramente — il che, purtroppo, è abbastanza normale.

Lo scorso novembre, poche settimane dopo l’inizio del semestre autunnale all’Università di Tel Aviv, ho dato inizio a uno sciopero giornaliero in cui io e altre persone ci piazzavamo sul prato dell’università con cartelli contro la guerra. In seguito altri si sono uniti, ma non siamo mai stati più di 20 o 30. Questo era contrario ai regolamenti universitari. Sono stato avvicinato dalla sicurezza e da contro-manifestanti. Questo ha creato una piccola ma rumorosa resistenza.

Un paio di dottorandi mi ha detto che quello che stavo facendo era terribile: che alcuni dei miei studenti prestavano servizio nell’esercito, nella riserva, e che li stavo accusando di crimini di guerra. Spesso chiedevo: chi rappresenti? Perché sei così sicuro di rappresentare tutti gli ufficiali della riserva?

Ma la situazione è cambiata con la recente ripresa dei bombardamenti [a metà marzo]. Credo che sia stato questo il punto di svolta: il fatto che Israele non abbia portato a termine l’accordo di cessate il fuoco. E credo che da quel momento in poi la reazione accademica sia cresciuta esponenzialmente. Le persone sono disposte a dichiararsi contrarie alla guerra. Quindi, fino al cessate il fuoco, nel campus non si poteva chiedere pubblicamente la fine della guerra. Era considerata una violazione dei regolamenti universitari.

Poi il tono è cambiato, ma l’opposizione alla guerra è effettivamente incentrata sui palestinesi e sulla distruzione di Gaza? E tra i suoi colleghi archeologi, qual è l’opinione sulla completa distruzione di tutte le moschee e di molte chiese a Gaza?

È una domanda che pongo ai miei colleghi: siete sconvolti per lo smantellamento di un antico muro in Cisgiordania, eppure non avete detto nulla delle centinaia di siti distrutti a Gaza.

Di recente ho ricevuto un libro da un collega tedesco, un archeologo biblico più o meno della mia età. Non credo che abbia rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla guerra a Gaza, ma ha scritto una monografia di 850 pagine che raccoglie tutto ciò che si sa sulle antichità di Gaza. Non contiene alcuna dichiarazione all’inizio, se non che non sappiamo cosa sia successo a tutti questi siti, ed esprime una generica speranza per il benessere di tutti i soggetti coinvolti. E questo in Germania [dove la repressione anti-palestinese si è intensificata].

Questo tipo di risposta umanistica è una cosa grandiosa da fare. È una risorsa, un servizio alla comunità. Illustra l’importanza di quel tratto di terra, la sua storia, la sua profondità, tutto ciò che gli israeliani vogliono ignorare. Ma l’ha fatto un tedesco, non un israeliano.

Dikla Taylor-Sheinman è una borsista per la giustizia sociale presso il NIF/Shatil [il New Israel Fund è una fondazione israeliana indipendente per il sostegno dei diritti umani e l’uguaglianza sociale; Shatil significa piantina, ndt.] e collabora con +972 Magazine. Attualmente residente ad Haifa, ha trascorso l’anno scorso ad Amman e i sei anni precedenti a Chicago.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’euforia della “vittoria” di Israele sull’Iran sta rapidamente cedendo il passo alla disillusione.

Meron Rapoport

27 giugno 2025- +972Magazine

Politicamente, Netanyahu potrebbe sembrare il vincitore della “Guerra dei 12 giorni”. Ma Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi militari ed è impossibile ignorare Gaza.

“Possiamo dire che questa è la più grande vittoria nella storia dello Stato di Israele?”. È quanto ha chiesto un conduttore del Canale 12 israeliano al generale in pensione dell’esercito israeliano Giora Eiland – padre del cosiddetto “Piano dei Generali” per affamare e ripulire etnicamente le città più settentrionali di Gaza – circa due ore dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Iran, il 24 giugno. Eiland si è mostrato modesto. La vittoria nella guerra del 1967 è stata più grande, ha rassicurato il conduttore, ma si è trattato certamente di un risultato straordinario.

Essendo abbastanza vecchio da ricordare l’euforia seguita alla guerra del 1967, non posso negare gli echi tra la Guerra dei Sei Giorni e questa “Guerra dei Dodici Giorni” con l’Iran: lo stesso sollievo collettivo per una minaccia esistenziale percepita come presumibilmente eliminata, lo stesso disprezzo e la stessa presa in giro per le prestazioni del nemico, lo stesso orgoglio travolgente per l’abilità militare di Israele, unito alla convinzione che una tale vittoria garantisca il futuro del Paese per i decenni a venire.

Ma come la storia ci ricorda, la guerra del giugno 1967 non fu l’ultima per Israele. Tutt’altro. Per molti versi, segnò l’inizio di una nuova era di spargimenti di sangue. L’attuale guerra a Gaza, e forse anche quella con l’Iran, possono essere viste come una diretta continuazione di quel “glorioso trionfo”.

Ci vollero anni dopo il 1967 perché gli israeliani capissero che la guerra non aveva inaugurato la trasformazione che speravano. Questa volta, la disillusione si è fatta sentire quasi immediatamente. Poche ore dopo l’improvviso annuncio del cessate il fuoco da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump era già evidente che una vittoria sull’Iran difficilmente avrebbe posto fine al conflitto di Israele con la Repubblica Islamica, per non parlare di tutte le sue guerre future.

Nelle prime ore di domenica mattina, subito dopo l’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato: “Vi avevo promesso che gli impianti nucleari iraniani sarebbero stati distrutti, in un modo o nell’altro. Quella promessa è stata mantenuta”. In un discorso televisivo, Trump ha ribadito tale opinione, sostenendo che i siti erano stati “totalmente distrutti” nell’attacco aereo di sabato sera.

Gli iraniani hanno subito replicato di aver rimosso la maggior parte dell’uranio arricchito da Fordow prima dell’attacco, mentre un servizio della CNN che citava fonti di intelligence statunitensi ha rivelato che l’attacco aveva probabilmente ritardato il programma nucleare iraniano di “qualche mese” al massimo. Dato che l’obiettivo dichiarato della guerra era quello di eliminare la minaccia immediata di una bomba iraniana – e che l’intelligence statunitense non ha mai creduto che l’Iran fosse vicino a produrne una – è difficile sostenere che questo obiettivo sia stato raggiunto.

L’ “amaro sapore ” della guerra

Un altro punto interrogativo incombe sull’impatto della guerra sulla deterrenza di Israele in Medio Oriente. Da un lato, l’esercito israeliano ha chiaramente dimostrato una schiacciante superiorità: ha sorvolato lo spazio aereo iraniano senza ostacoli, possedeva informazioni precise sulla posizione di alti funzionari della difesa e scienziati nucleari iraniani e ha effettuato attacchi mirati con notevole precisione. Le sue capacità operative e tecnologiche si sono mostrate pienamente. Israele ha anche dimostrato di poter agire come un bullo di quartiere nella regione – ignorando il diritto internazionale e aggirando i negoziati in corso tra l’Iran e l’amministrazione Trump – pur continuando a godere di un sostegno incrollabile da parte dell’Occidente, soprattutto di Washington.

Ma mentre il successo di Netanyahu nel trascinare gli Stati Uniti in una guerra da lui stesso avviata ha il rafforzato l’immagine di Israele come potenza regionale, sarebbe un errore sottovalutare il livello di deterrenza che l’Iran è riuscito a stabilire.

Dal 1948, le principali città israeliane non avevano mai affrontato il tipo di minaccia prolungata sperimentata durante questa guerra: numerosi edifici ridotti in macerie; altri 25 destinati alla demolizione a causa di danni strutturali; 29 civili israeliani uccisi; quasi 10.000 persone rimaste senza casa; oltre 40.000 richieste di risarcimento presentate all’autorità fiscale, strade delle città svuotate e attività economiche bloccate. Il 7 ottobre è stato orribile, ma è stato ampiamente percepito dagli israeliani come una catastrofe senza precedenti. La guerra di 12 giorni con l’Iran, tuttavia, ha intaccato il loro consolidato senso di sicurezza. Milioni di persone hanno sentito che iniziava a incrinarsi il loro senso di invulnerabilità.

L’Iran ha dimostrato che, nonostante le difese all’avanguardia di Israele, il territorio di quest’ultimo è pur sempre vulnerabile. Le immagini di distruzione da Tel Aviv, Bat Yam e Be’er Sheva assomigliavano a scene di Gaza e sono state ampiamente diffuse in tutta la regione, anche da coloro che non necessariamente sostengono il regime iraniano. Anche se la maggior parte degli israeliani ritiene che la sofferenza “valga il prezzo” di infliggere un duro colpo all’Iran, la costante corsa ai rifugi, le notti insonni e il disorientamento quotidiano hanno lasciato un segno psicologico duraturo. Se il conflitto dovesse riaccendersi, è improbabile che gli israeliani lo affronteranno con la stessa compostezza.

È chiaro che Netanyahu e la leadership israeliana non cercavano un confronto prolungato con l’Iran, proprio perché avrebbe minato la narrazione della “vittoria totale” che ha dominato i primi giorni della campagna. Questo probabilmente spiega perché subito dopo l’attacco statunitense al nucleare iraniano la maggior parte dei commentatori e degli analisti israeliani ha iniziato a parlare di “chiudere la storia”.

Eppure anche in questo limitato confronto di 12 giorni Israele non ha raggiunto i suoi obiettivi dichiarati. In una conferenza stampa poco dopo l’inizio dell’offensiva Netanyahu ha definito tre obiettivi: smantellare il programma nucleare iraniano, eliminare le sue capacità missilistiche balistiche e troncare il suo sostegno all'”asse del terrore”. Il Ministro della Difesa Israel Katz si è spinto oltre, affermando che uno degli obiettivi di Israele era assassinare l’ayatollah Ali Khamenei – di fatto, innescare un cambio di regime.

Quell’obiettivo “finale” non è stato raggiunto. Infatti, mentre i dettagli dell’accordo di cessate il fuoco tra Trump e Teheran rimangono poco chiari, è evidente che nessuno dei tre obiettivi di Netanyahu è stato raggiunto. L’Iran non ha fretta di tornare ai colloqui sul nucleare, accusando Washington di doppiezza per aver intrapreso azioni diplomatiche mentre dava il via libera agli attacchi israeliani. Non è stato limitato l’arsenale missilistico iraniano in espansione, che il Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir ha indicato come la ragione principale dell'”attacco preventivo”. E non vi è alcuna riduzione del sostegno iraniano al suo cosiddetto “anello di fuoco”: la rete regionale di alleati dell’Iran che circonda Israele.

Se Israele è emerso come la potenza militare superiore, diplomaticamente sembra aver guadagnato poco, se non nulla. Questo risultato non dovrebbe sorprendere: dall’inizio della guerra a Gaza Netanyahu ha in gran parte abbandonato gli sforzi per stabilire chiari obiettivi diplomatici per l’azione militare, affidandosi invece alla forza come unico strumento politico, da Gaza e dal Libano alla Siria e ora all’Iran.

Quest’ultimo fronte ha nuovamente messo in luce i limiti di tale approccio. Fin dal primo giorno l’Iran ha dichiarato che non avrebbe negoziato sotto il fuoco nemico, chiedendo un cessate il fuoco prima di qualsiasi ritorno ai colloqui sul nucleare. Israele ha rifiutato e Netanyahu è sembrato applicare la stessa strategia precedentemente riservata ad Hamas: negoziati solo sotto il fuoco nemico. Eppure, alla fine, il cessate il fuoco è stato dichiarato senza alcuna (nota) precondizione, esattamente come richiesto dall’Iran.

Il divario tra “obiettivi” ambiziosi e “risultati” più sfuggenti sta già seminando delusione, almeno nella destra israeliana. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha parlato di un “sapore amaro” che accompagna la “vittoria decisiva”. Benny Sabti, un analista israeliano di origine iraniana che è diventato una voce di spicco nei notiziari israeliani durante la guerra, ha twittato che “un cessate il fuoco in mezzo al continuo lancio di razzi e alle vittime è una decisione irrazionale. L’Iran ne uscirà più forte”.

Persino l’apparente successo diplomatico di Netanyahu, che ha trascinato le forze armate statunitensi in una guerra iniziata da Israele, è ora in fase di rivalutazione. Solo pochi giorni fa è stato salutato come un trionfo personale per il premier israeliano, con il parlamentare Aryeh Deri che ha definito Trump “messaggero di Dio per il popolo ebraico”. Ma affidandosi agli Stati Uniti per sferrare il colpo finale a Fordow Israele ha di fatto ceduto una parte della sua autonomia, il che ha reso evidente che Trump ha ancora l’ultima parola. Dopo che l’Iran ha lanciato un missile tre ore dopo il cessate il fuoco Israele ha inviato aerei da guerra per rispondere. Ma mentre erano già in volo Trump ha pubblicamente avvertito Israele sul suo account Truth Social: “NON SGANCIATE QUELLE BOMBE”, costringendo gli aerei a tornare indietro.

Una restaurazione politica?

In apparenza Netanyahu sembra essere in Israele il grande vincitore di questa guerra. Persino i suoi più accaniti critici sui media gli hanno attribuito il merito del successo militare, per non parlare dei suoi sostenitori, che sono tornati a parlare di lui in termini quasi divini. Lui stesso sembra rinato: rilascia interviste, visita i siti di impatto missilistico, mangia falafel con la gente – gesti che aveva praticamente abbandonato dall’avvio della sua riforma giudiziaria, e certamente dal 7 ottobre. Non sorprende che sui media stiano già circolando speculazioni su una sua possibile convocazione di elezioni anticipate per capitalizzare sulla sua gloria ritrovata.

Ma i sondaggi pubblicati dopo l’attacco iniziale di Israele contro l’Iran sono stati meno incoraggianti per Netanyahu di quanto ci si poteva aspettare. Il Likud ha guadagnato terreno, ma il blocco di coalizione di destra rimane fermo alla previsione di 50 seggi alla Knesset, non sufficienti a impedire all’opposizione di formare un governo. Una possibile spiegazione è che i piloti dell’aeronautica e gli ufficiali dell’intelligence, i due gruppi forse più associati al movimento di protesta anti-Netanyahu, siano emersi come i veri eroi della guerra.

Il motivo principale per cui Netanyahu ha scelto questo momento per lanciare una guerra contro l’Iran è stato quello di far scomparire Gaza dalla vista: far dimenticare alla gente il suo fallimento nell’eliminare Hamas; far dimenticare gli ostaggi ancora prigionieri; far dimenticare la crescente indignazione internazionale per le immagini orribili provenienti dalla Striscia; far dimenticare la crescente frustrazione interna per la guerra; e far dimenticare che il mostruoso piano di spingere i palestinesi nel sud di Gaza in preparazione dell’espulsione è in stallo, ottenendo ben poco se non sparare ai civili affamati in attesa di cibo. Ma ora che la guerra con l’Iran è finita Gaza è di nuovo impossibile da ignorare.

Se qualche israeliano avesse avuto bisogno di un avvertimento, non ha dovuto aspettare a lungo: il 25 giugno sette soldati sono stati uccisi da un ordigno esplosivo improvvisato a Khan Yunis. E contrariamente alle speranze di Netanyahu, la pressione per porre fine alla guerra a Gaza non potrà che intensificarsi.

Anche prima del mortale incidente di Khan Yunis si percepiva già un palpabile senso di stanchezza e disperazione tra le truppe israeliane in servizio a Gaza, in particolare tra i riservisti. La guerra con l’Iran potrebbe infatti rafforzare la crescente convinzione tra gli israeliani che, se il Paese riesce ad affrontare con successo una minaccia apparentemente esistenziale come il programma nucleare iraniano, allora può certamente gestire una sfida di gran lunga inferiore come Hamas, raggiungendo un accordo per porre fine alla guerra in cambio di tutti gli ostaggi.

In effetti il “Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse”, il principale gruppo che rappresenta le famiglie degli israeliani ancora prigionieri a Gaza, non ha perso tempo a fare il collegamento. “Chiunque praggiungere un cessate il fuoco con l’Iran può anche porre fine alla guerra a Gaza” ha dichiarato in una nota dopo il cessate il fuoco. Non è ancora chiaro se ora Trump farà pressione per porre fine alla guerra a Gaza al fine di rafforzare la sua immagine di pacificatore. Ma se dovesse procedere in questa direzione sarà molto più difficile per Netanyahu resistere, soprattutto dopo aver di fatto consegnato a Trump le chiavi per porre fine alla guerra con l’Iran.

Lo sfogo furioso di Steve Bannon, figura di spicco del MAGA, che ha definito Netanyahu uno “sfacciato bugiardo” per aver violato il cessate il fuoco mediato da Trump, è un segnale d’allarme. E i Paesi europei, molti dei quali hanno sostenuto Israele durante la guerra con l’Iran per un istintivo riflesso Occidente contro Oriente, potrebbero ora intensificare le loro minacce di sanzionare Israele, e forse persino darvi seguito, a meno che non “metta fine alle sofferenze” a Gaza..

Per oltre 30 anni la “minaccia esistenziale” dell’Iran – e l’affermazione che solo lui potesse neutralizzarla – è stata una delle carte politiche più potenti di Netanyahu. Ma ora l’ha giocata. E non sarà facile giocarla di nuovo. Non può affermare in modo credibile nel prossimo futuro che l’Iran sia sul punto di costruire una bomba senza minare proprio quella “vittoria decisiva” che ha celebrato in diretta televisiva.

Questo lascia la pulizia etnica a Gaza e l’annessione della Cisgiordania come obiettivi rimanenti del programma di Netanyahu. Ma politicamente queste sono carte molto più deboli, soprattutto se restano in piedi da sole, senza l’incombente spettro di un “asse del male” iraniano.

Senza una carta forte da giocare Netanyahu potrebbe arrivare a considerare un accordo globale su Gaza – come quello recentemente proposto da Gilad Erdan, ex ambasciatore a Washington e fedele sostenitore di Netanyahu – come la via più praticabile: porre fine alla guerra, riportare a casa gli ostaggi (i pochi ancora vivi) e andare alle elezioni cavalcando l’entusiasmo per la vittoria in Iran e le immagini di lui che abbraccia gli ostaggi al loro ritorno.

Smotrich e Ben Gvir probabilmente abbandonerebbero la coalizione. Ma se Netanyahu dovesse vincere le elezioni quasi certamente i due tornerebbero nel governo per portare avanti la riforma giudiziaria e l’annessione della Cisgiordania. Sarebbe una scommessa drammatica, e un’inversione di rotta rispetto a quasi tutto ciò che Netanyahu ha fatto negli ultimi 20 mesi. Ma paradossalmente, le probabilità di un simile cambiamento potrebbero essere aumentate dopo la conclusione poco chiara della guerra con l’Iran.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Con il pretesto della guerra contro l’Iran, Israele soffoca la Cisgiordania

Shatha Yaish

19 Giugno 2025 – 972magazine

Dopo aver colpito Teheran, l’esercito ha chiuso centinaia di cancelli per intrappolare i palestinesi nelle città e bloccarli sulle strade. Una prova di annessione a tutti gli effetti, anche se non dichiarata

Mentre gli israeliani si svegliavano presto lo scorso venerdì mattina per scoprire che il loro paese aveva iniziato una guerra con l’Iran, i palestinesi della Cisgiordania scoprivano che l’esercito israeliano aveva imposto loro il lockdown.

Chiusure e checkpoint sono stati la norma nel territorio già occupato da decenni, diventando ancora più numerosi e restrittivi all’indomani del 7 ottobre. Ma dopo aver colpito l’Iran l’esercito ha ridotto il movimento dei palestinesi fino a una paralisi quasi totale, sigillando città e paesi con cancelli di ferro, chiudendo checkpoint tra la Cisgiordania e Gerusalemme e bloccando il passaggio di frontiera di Allenby con la Giordania.

Israele ha giustificato il lockdown sostenendo di dover dirottare truppe su altri fronti. Tuttavia la ri-mobilitazione di riservisti – molti dei quali coloni – ha di fatto aumentato il numero di soldati nel territorio. Le Nazioni Unite ora riferiscono che molte delle chiusure sono state revocate, ma con diversi checkpoint chiusi e nuovi cancelli e posti di blocco eretti la mobilità palestinese rimane fortemente limitata.

Gruppi per i diritti umani hanno segnalato un’escalation di restrizioni e repressione contro i palestinesi anche a Gerusalemme Est, incluso un divieto totale di culto alla moschea di Al-Aqsa.

“Dal lancio dell’operazione militare israeliana in Iran, le autorità hanno implementato misure radicali e pesanti che ricordano il controllo aggressivo seguito al 7 ottobre”, hanno dichiarato in una nota questa settimana le ONG israeliane Ir Amim e Bimkom. “Queste azioni hanno gravemente interrotto la vita quotidiana, limitato la libertà di culto e violato i diritti fondamentali dei residenti palestinesi della città.”

La facilità con cui Israele è riuscito a tagliare quasi tutti i movimenti dentro e fuori dalle città e paesi palestinesi, grazie a un apparato di controllo che include quasi 900 checkpoint e cancelli, evidenzia l’estensione dell’impatto dell’occupazione in Cisgiordania e indica l’obiettivo più ampio di Israele per il territorio, mentre l’attenzione del mondo è concentrata altrove.

“Tutto è un’opportunità per Israele”, ha detto a +972 Magazine Honaida Ghanim, direttrice del Forum palestinese per gli studi israeliani con sede a Ramallah (comunemente noto con l’acronimo arabo “Madar”). “Questo governo coglierà qualsiasi momento per far avanzare ulteriormente il suo programma ideologico, specialmente in Cisgiordania.”

In realtà quello che stiamo vedendo ora è un’ulteriore prova di un’annessione in tutto tranne che nel nome, sostiene. “Sta già accadendo sul terreno; tutta l’infrastruttura lo indica”, ha detto Ghanim. “L’idea è frammentare la popolazione, spingendo la gente in sacche più piccole per renderla più facile da controllare.

“L’unica cosa che manca è la dichiarazione ufficiale. E quando arriverà, non farà che formalizzare ciò che di fatto c’è già.”

Ogni villaggio ha un cancello. Siamo bloccati”

Ahmad Abu Kamleh e il suo collega Naeem Al-Shobaki erano in viaggio per consegnare merci a un supermercato vicino a Ni’lin, un villaggio a ovest di Ramallah, quando il lockdown è entrato in vigore. Il loro minibus ha presto finito il gasolio mentre cercavano di aggirare i nuovi posti di blocco, e a quel punto sono rimasti bloccati.

Dopo due notti fermi fuori Ni’lin, dormendo nel loro minibus, hanno deciso di abbandonare il veicolo e cercare di tornare a casa a Burin, vicino Nablus, con altri mezzi. Prima hanno preso un taxi per parte del tragitto, poi hanno fatto l’autostop su tre diverse auto private, che li hanno portati attraverso almeno otto villaggi. In mezzo a un labirinto di posti di blocco e deviazioni forzate, quello che sarebbe stato un viaggio di 40 minuti si è trasformato in un calvario di sei ore.

“Mi sento morto dentro; solo il mio corpo è vivo”, ha detto Abu Kamleh a +972 dopo il suo viaggio da incubo. “Le strade erano quasi vuote, ma c’erano soldati ovunque. Ti senti spaventato a muoverti. Non è sicuro.”

Intanto a Sinjil, un villaggio nel nord della Cisgiordania, i residenti si sono trovati praticamente tagliati fuori dalle vicine città di Ramallah e Nablus.

Mahfouz Fawlha, un dentista del villaggio, ha una clinica a Ramallah, che ora fatica a raggiungere. “La clinica è a soli 15 minuti di distanza, ma ora il viaggio potrebbe richiedere più di due ore”, ha spiegato.

Dal 7 ottobre, l’esercito israeliano ha iniziato a erigere una recinzione di filo spinato per separare Sinjil dalla strada principale e dalle terre rurali dei residenti. “Ogni villaggio ora ha un cancello”, ha detto Fawlha. “Siamo bloccati.”

A Ramallah, Shadi e Diala (che hanno preferito non dare il loro cognome) avevano pianificato di battezzare la loro figlia questo weekend. Ma le chiusure stradali hanno impedito al prete maronita di raggiungere la città da Gerusalemme, mentre molti membri della famiglia non sono riusciti a partecipare. Sono invece riusciti a contattare un prete latino di Ramallah, che era disponibile all’ultimo minuto.

Mentre la cerimonia finiva il suono dei missili ha echeggiato nelle vicinanze. “Abbiamo deciso di andare avanti nonostante tutto”, ha detto Shadi. “Che cosa possiamo fare? Non sappiamo cosa succederà.”

Cancellare la questione palestinese

Nonostante il lockdown circostante, la vita a Ramallah durante il finesettimana è andata avanti in gran parte normalmente: i negozi hanno aperto, il traffico scorreva, e i caffè si sono gradualmente riempiti. Alcune persone si sono affrettate a comprare beni essenziali, formando file alle stazioni di servizio, ma l’umore è rimasto sottotono.

L’Autorità Nazionale Palestinese non ha fatto commenti immediati sull’escalation Israele-Iran, anche mentre i governi arabi emettevano condanne. Più tardi ha esortato alla calma e affermato che le scorte di beni di prima necessità sarebbero state sufficienti per soddisfare i bisogni dei residenti per almeno sei mesi.

Alcune ore dopo l’attacco iniziale di Israele all’Iran, la Protezione Civile palestinese ha emesso una dichiarazione chiedendo alla gente di non andare sui tetti per guardare oggetti volanti – un’istruzione che molti hanno ignorato mentre i social media si riempivano rapidamente di video di scie di fumo ed esplosioni nel cielo. Ha anche ricordato ai residenti che le schegge potevano causare ferite gravi o anche fatali a centinaia di metri dall’esplosione, e li ha esortati a non avvicinarsi o toccare detriti.

Lunedì un portavoce della Protezione Civile ha riferito che almeno 80 pezzi di schegge da missili intercettati erano caduti su comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania. Domenica le schegge cadute sulla città di Al-Bireh, vicino Ramallah, hanno provocato l’incendio di un tetto.

Mentre gli israeliani che vivono negli insediamenti illegali in Cisgiordania hanno accesso a rifugi antiaerei, i palestinesi sono totalmente esposti ai frammenti di missili che cadono dal cielo.

Situazione analoga a Gerusalemme Est, dove a causa delle restrizioni di pianificazione e costruzione ci sono solo 60 rifugi pubblici per quasi 400.000 palestinesi. In confronto, Gerusalemme Ovest ha centinaia di rifugi pubblici per la sua popolazione prevalentemente ebraica e stanze sicure rinforzate sono anche comuni negli appartamenti.

Senza protezione adeguata, le famiglie vivono nella paura costante durante i periodi di conflitto più aspri, incerte su dove rifugiarsi se gli attacchi dovessero intensificarsi. E mentre la nuova guerra con l’Iran ha lasciato i palestinesi in ansia per il futuro, molti in Cisgiordania sentono di star già vivendo in uno stato costante di guerra da due anni – o molto più a lungo.

Per Ghanim di Madar, ciò che accadrà in Cisgiordania dipende in parte dall’esito dell’offensiva israeliana in Iran. “Se Israele ne uscirà rafforzato, si sentirà ancora più autorizzato a procedere”, ha spiegato.

“Non si tratta più di gestire il conflitto; si tratta di concluderlo – alle condizioni di Israele – cancellando completamente la questione palestinese”.

In risposta a questo articolo, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato: “Dall’inizio dell’Operazione «Rising Lion» [«Leone Rampante», il riferimento è al cap. 23, v. 24 del Libro dei Numeri della Bibbia, dove si legge che tale leone non troverà pace finché non abbia “bevuto il sangue” della propria preda; inoltre il leone era raffigurato nella bandiera iraniana prima della rivoluzione del 1979, quindi è anche un messaggio politico, ndt.] e alla luce di avvertimenti su intenzioni di elementi terroristici in Giudea e Samaria [la Cisgiordania] di compiere attacchi contro civili israeliani sotto copertura della complessa situazione di sicurezza, sono state implementate restrizioni di movimento. Queste restrizioni variano in base alle valutazioni della situazione. Non si tratta di un lockdown, ma del dispiegamento di checkpoint e monitoraggio dei movimenti”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La minaccia più grande per Israele non è l’Iran o Hamas, ma la sua tracotanza.

Orly Noy

15 giugno 2025 – 972 Magazine

In collaborazione con Local Call

Un popolo la cui intera esistenza dipende unicamente dalla forza militare è destinato alla dissoluzione più infame e infine a essere sconfitto.

Sono più di 46 anni da quando ho lasciato l’Iran con la mia famiglia all’età di nove anni. Ho passato la maggior parte della mia vita in Israele, dove ho formato una famiglia e ho cresciuto le nostre figlie – ma l’Iran non ha mai smesso di essere la mia patria. Dall’ottobre 2023 ho visto innumerevoli immagini di uomini, donne e bambini in piedi tra le rovine delle loro case e le loro grida sono incise nella mia mente. Ma quando vedo le immagini dall’Iran dopo gli attacchi israeliani e sento le grida in persiano, la lingua di mia madre, la sensazione di trauma interiore è diversa. Il pensiero che questa distruzione venga compiuta dal Paese di cui ho la cittadinanza è intollerabile.

Nel corso degli anni l’opinione pubblica israeliana si è andata convincendo di poter esistere in questa regione nutrendo un profondo disprezzo per i suoi vicini – impegnandosi in aggressioni mortali contro chiunque, in qualunque luogo e in qualunque modo volesse, contando unicamente sulla forza bruta. Per circa 80 anni “la vittoria totale” è apparsa proprio dietro l’angolo: basta sconfiggere i palestinesi, eliminare Hamas, schiacciare il Libano, distruggere gli impianti nucleari dell’Iran – e il paradiso sarà nostro.

Ma per quasi 80 anni queste cosiddette “vittorie” si sono dimostrate vittorie di Pirro. Ognuna affonda Israele in un abisso sempre più profondo di isolamento, minaccia e odio. La Nakba del 1948 ha provocato la crisi dei rifugiati che non ha mai fine ed ha posto le fondamenta per il regime di apartheid. La vittoria del 1967 ha dato inizio ad un’occupazione che continua ad alimentare la resistenza palestinese. La guerra di ottobre 2023 si è trasformata in un genocidio che ha fatto di Israele un paria mondiale.

L’esercito israeliano – centrale per tutto questo processo – è diventato una folle arma di distruzione di massa. Mantiene il suo status rilevante in mezzo ad un pubblico obnubilato da bravate clamorose: cercapersone che esplodono nelle tasche della gente in un mercato libanese, o una base di droni piantata nel cuore di uno Stato nemico. E sotto il comando di un governo genocida sprofonda sempre più in guerre da cui non ha idea di come uscire.

Per tanti anni, sotto l’incantesimo di questo esercito ritenuto onnipotente, la società israeliana si è convinta di essere invulnerabile. La totale venerazione per l’esercito da un lato e dall’altro il disprezzo arrogante per i vicini nella regione hanno coltivato la persuasione che non avremmo mai pagato un prezzo. Poi è arrivato il 7 ottobre, che ha mandato in frantumi – anche se solo per un momento – l’illusione di immunità. Ma invece di fare i conti con il significato di quel momento l’opinione pubblica si è arresa ad una campagna di vendetta. Perché solo attraverso un massacro il mondo avrebbe riacquistato senso: Israele uccide, i palestinesi muoiono. L’ordine è restaurato.

Ecco perché le immagini di edifici bombardati a Ramat Gan, Rishon LeZion, Bat Yam, Tel Aviv e Tamra (una cittadina araba in Galilea) erano così impattanti. Erano simili in modo inquietante a quelle che ci siamo abituati a vedere da Gaza: scheletri di cemento carbonizzati, nuvole di polvere, strade ricoperte di macerie e cenere, giocattoli di bambini stretti nelle mani dei soccorritori. Queste immagini hanno assestato una piccola crepa nella nostra illusione collettiva, che noi siamo immuni a tutto. Le vittime civili da entrambe le parti – 13 israeliani e almeno 128 iraniani – mettono in evidenza il costo umano di questo nuovo fronte, anche se la portata rimane ben lontana dalla devastazione sistematicamente inflitta a Gaza.

L’esercito come dottrina

Ci fu un tempo in cui alcuni leader ebrei in Israele capirono che la nostra esistenza in questa regione non poteva sostenersi sull’illusione di una totale immunità. Probabilmente non mancava loro un senso di superiorità, ma colsero la verità fondamentale. Il defunto parlamentare Yossi Sarid una volta richiamò Yitzhak Rabin dicendogli: “Una nazione che mostra i muscoli per cinquant’anni – alla fine sfiancherà quei muscoli.” Rabin capì che vivere per sempre impugnando la spada, contrariamente alla terrificante promessa di Netanyahu, non è un’opzione praticabile.

Oggi non ci sono più politici ebrei di quel genere in Israele. Quando la sinistra sionista esplode in festeggiamenti per il temerario attacco all’Iran, rivela un ostinato attaccamento alla fantasia che, qualunque cosa facciamo o per quanto profondamente ci alieniamo dalla regione in cui viviamo, l’esercito ci proteggerà sempre.

Un popolo forte, un esercito determinato e un fronte interno resiliente. Ecco in che modo abbiamo sempre vinto ed ecco come vinceremo anche oggi”, ha scritto Yair Golan, capo del Partito dei Democratici – una unione dei partiti della sinistra sionista Meretz e Labor – in un post su X in seguito allo sciopero di venerdì. La sua compagna di partito, deputata Naama Lazimi, è intervenuta per ringraziare “gli avanzati sistemi di intelligence e la loro superiorità. L’esercito e tutti i sistemi di sicurezza. Gli eroici piloti e l’aviazione militare. I sistemi di difesa di Israele.”

Sotto questo aspetto l’illusione di immunità garantita dall’esercito è ancora più netta nella sinistra sionista che nella destra. La risposta della destra all’ansia sulla sicurezza è l’annichilimento e la pulizia etnica – quello è il suo scopo finale. Ma il centro-sinistra ripone la sua fiducia quasi totalmente nelle capacità presumibilmente illimitate dell’esercito. Senza dubbio il centro-sinistra ebreo in Israele ha un culto dell’esercito molto più fervente della destra, che lo considera semplicemente come uno strumento per realizzare la sua strategia di distruzione e pulizia etnica.

Noi israeliani lo dobbiamo capire: non siamo invulnerabili. Un popolo la cui intera esistenza dipende unicamente dalla potenza militare è destinato a perdersi nella più infame dissoluzione e, in ultima analisi, alla disfatta. Se non abbiamo imparato questa elementare lezione dagli ultimi due anni, per non parlare degli ultimi ottanta, allora siamo davvero perduti. Non a causa del programma nucleare iraniano o della resistenza palestinese, ma della cieca arroganza che si è impadronita di un’intera nazione.

Una versione di questo articolo è stata inizialmente pubblicata in ebraico su Local Call.

Orly Noy è una redattrice di Local Call, un’attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in Farsi. E’ a capo del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti si occupano delle linee che intersecano e definiscono la sua identità in quanto Mizrahi (ebrei orientali, ndtr.), donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive dentro un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra di esse.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Per le donne palestinesi incinte i posti di blocco sono questione di vita o di morte

Hala H.

10 giugno 2025, +972 Magazine

Quando sono entrata in travaglio ho rimandato la partenza per ore, per paura dei soldati e dei coloni israeliani. Siamo arrivata all’ospedale di Hebron in tempo, ma non tutte sono così fortunate.

Da un anno e mezzo Israele sta imponendo un sistema di checkpoint e blocchi stradali sempre più soffocante in tutta la Cisgiordania. Durante il cessate il fuoco a Gaza lo scorso gennaio l’ingresso al mio villaggio, Umm Al-Khair è stato sbarrato, così come quello a tutte le città e i villaggi della Cisgiordania, come forma di punizione collettiva. Non essendoci nessun negozio vicino, le incombenze quotidiane come comprare un chilo di sale a Yatta, la città più vicina, si sono trasformate da una commissione di 20 minuti a un calvario di due ore. Anche se alla fine l’entrata principale al villaggio è stata riaperta, da allora ci sono state molte altre chiusure.

Ma un posto di blocco non è solo un contrattempo, può anche fare la differenza tra la vita e la morte. Nel settembre 2024 ero incinta di sei mesi. Non essendoci alcun ospedale o clinica vicino a noi, sono dovuta andare al centro sanitario dell’UNRWA per un normale controllo. Un vicino di casa ha portato me e mia madre in macchina fino all’entrata della città, e per fortuna il posto di blocco era aperto. Da lì, abbiamo preso un taxi fino in centro. Dopo ore di attesa e dopo aver fatto gli accertamenti medici ce ne siamo andate. Ho ricordato ai medici che venivo da una zona molto distante e che quindi dovevamo tornare presto, perché non si può mai sapere quando puoi trovare un nuovo posto di blocco.

Ma lungo la strada di ritorno da Hebron mi hanno detto che i posti di blocco erano chiusi alle auto e sarebbe stato impossibile tornare al villaggio in macchina dalla città: l’unica possibilità era fare un chilometro a piedi e poi prendere un taxi. Non avevo scelta, volevo tornare a casa. Non potevo aspettare che i posti di blocco venissero riaperti. Avrebbero potuto aprire dopo un’ora, o più tardi nella giornata, o il giorno dopo. Non si possono fare previsioni.

Abbiamo iniziato ad attraversare il posto di blocco a piedi, e all’inizio non ho visto soldati. Improvvisamente un’automobile è entrata nel checkpoint e ci ha superato in pochi secondi. Ho visto un gruppo di circa sei soldati che correvano verso di noi gridando come ossessi. Mi è sembrato che il sangue mi si congelasse nelle vene. Ho provato a camminare ma ero paralizzata dalla paura, proprio non riuscivo a muovermi. Mia madre mi ha spinto, dicendo «Su, dai, ci spareranno se non ci muoviamo. Riesco a malapena ad andare avanti con le mie cose, sono sotto shock anch’io».

Quando uno dei soldati ha raggiunto l’automobile che era entrata nel posto di blocco, ha iniziato a urlare e a colpire il finestrino con la sua arma, ordinando diverse volte all’auto di tornare indietro. Mia madre ha provato a continuare a camminare nonostante la scena terrificante a cui stavamo assistendo, ma io non riuscivo a controllare il mio corpo. Abbiamo oltrepassato il trambusto e ho posato le mie cose.

Poi ho sentito delle voci che mi dicevano: «Dai, presto. Cammina, non fermarti». Non sapevo proprio da dove venissero quelle voci. Mia madre mi ha detto di non girarmi e di affrettare il passo. Finalmente siamo riuscite ad arrivare al taxi che ci aspettava all’entrata di Hebron, e dopo che siamo salite in macchina mia madre mi ha detto che le voci che sentivamo venivano dalla torretta militare sopra di noi. Quando siamo arrivate a casa ho provato a riposarmi ma ho continuato ad avere degli incubi riguardo a quello che era successo. Ho sperato che nessuno mai dovesse sentirsi come me in quel momento.

Paura e angoscia mi hanno sopraffatta”

Poco dopo, una mia cara amica ha avuta anche lei un’esperienza terrificante con le chiusure stradali e i posti di blocco. Stava andando al più vicino centro sanitario nella città di Yatta per partorire. Quando hanno saputo che la strada più corta era chiusa, non hanno potuto fare altro che prendere una strada sterrata non adatta alla macchina a noleggio, e ancor meno a dei passeggeri.

Mentre andavano la mia amica non ha sopportato i dolori del travaglio e ha partorito la sua bambina in mezzo alla strada. Esiste un dolore più grande di questo? Può esistere un’esperienza più spaventosa per una donna?

Solo quando ha finalmente raggiunto l’ospedale, dove è rimasta per più di due giorni, un medico ha potuto visitarla e rassicurarla sulla salute della bambina. Io l’ho sostenuta durante questo periodo stressante. Mi ha detto che la paura e l’angoscia che ha provato durante il travaglio sono state più dolorose del parto. Pensava che il suo primo parto sarebbe stato facile, che il dottore le avrebbe consegnato la bambina e lei l’avrebbe stretta al petto. «La paura e l’angoscia mi hanno sopraffatto proprio in quel momento che avevo aspettavo da tempo», mi ha detto.

Una fredda notte di dicembre, esattamente a mezzanotte, sono andata in travaglio. Mi sono svegliata e sono andata in bagno. Il dolore è diventato sempre più insopportabile. Mi ricordo molto bene che mi sono chiesta se fosse il caso di avvisare mio marito.

«Non posso dirglielo, non c’è nulla che possa fare», ho pensato. «Vorrà portarmi al più vicino ospedale a Hebron, ma la strada per arrivarci fa paura ed è piena di coloni e di posti di blocco controllati dall’esercito, specialmente di notte». Ho deciso di tenermi il dolore e aspettare fino al mattino.

Ma dopo due ore il dolore era così forte che non riuscivo a stare in piedi. Finalmente è arrivata la mattina. Ho immediatamente svegliato mio marito e gli ho chiesto di portarmi in ospedale. Siamo arrivati esattamente alle 8, e l’ultima cosa che ricordo è il via vai dei medici attorno a me.

Quando mi sono svegliata ho provato ad ascoltare il respiro o la voce del mio bambino. Non riuscivo a muovere il corpo né a destra né a sinistra per vederlo. Ho continuato a chiedere del mio piccolo e alla fine mi hanno detto che le infermiere lo stavano preparando. Dopo un’ora è venuto il medico e mi ha chiesto: «Perché non è venuta prima in ospedale?». Ho spiegato che il viaggio era molto difficile e gli ho raccontato della mia paura di incontrare l’esercito e i coloni durante la notte.

«Grazie a dio siamo riusciti a far nascere il bambino all’ultimo momento», ha detto. È stanco e ha bisogno di un po’ di ossigeno, ma sopravviverà».

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]