Come sei mesi in Cisgiordania hanno cancellato una vita di indottrinamento sionista

Sam Stein 

30 maggio 2025 – +972 Magazine

Come molti ebrei americani sono stato educato a considerare infallibile Israele. Vivere tra i palestinesi mi ha insegnato alcune verità fondamentali sulla situazione dell’occupazione.

Se si cresce nel mondo degli ebrei ortodossi americani quello che si fa è semplicemente passare un anno post-diploma a studiare la Torah in Israele. Io scelsi di frequentare una “mechina”, un programma israeliano propedeutico al servizio militare, ignaro che quello che consideravo il mio “anno in Israele” in realtà mi avrebbe portato nei territori palestinesi occupati in Cisgiordania.

La “Mechinat Yeud” si trovava a Efrat, una colonia illegale del blocco di Gush Etzion [prima colonia fondata da Israele nei territori occupati nel ’67, ndt.], a sud di Gerusalemme. I nostri giorni lì erano principalmente divisi in due parti: la prima metà veniva dedicata a studiare la Torah e l’altra a fare escursioni, a prestare servizio per la comunità e ad allenarsi nel Krav Maga [arte marziale adottata dall’esercito israeliano, ndt.].

Terminai quell’anno senza sapere molto dell’occupazione israeliana. Mentre vedevo più “arabi” (la parola “palestinesi” non veniva mai pronunciata dalle nostre labbra) attorno alla mia colonia che nel vero e proprio Israele, continuai ad ignorare la realtà da loro vissuta sotto il potere militare straniero, senza cittadinanza né diritto di voto.

La prima volta che ricordo di aver sentito la parola “occupazione” fu quando il mio rabbino, un abitante della colonia illegale di Alon Shvut, si lamentò del fatto che gli israeliani avessero un accesso limitato al Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, ndt.]. “Israele,” dichiarò, “è occupato dagli arabi.”

Cinque anni dopo, mentre studiavo all’Hunter College di New York, uno studente palestinese di Betlemme fece un discorso nel nostro centro Hillel [principale organizzazione studentesca ebraica al mondo, ndt.]. Avendo vissuto durante il tempo passato a Efrat a poca distanza da lui, ingenuamente pensai a noi due come “vicini”. Ma quando spiegò che frequentare un’università a New York gli imponeva di ottenere in primo luogo i permessi israeliani anche solo per andare in Giordania e avere il diritto di salire su un volo internazionale, lo stridente contrasto tra le nostre due vite divenne impossibile da ignorare.

Sette anni dopo il mio soggiorno nella mechina tornai in Israele-Palestina, questa volta con una chiara visione dell’occupazione della Cisgiordania e della responsabilità che comportava entrare in quella terra. Sapevo di dovermi impegnare nell’attivismo concreto contro l’occupazione. Fu così che arrivai a unirmi ad “All That’s Left” [Tutto ciò che rimane], un collettivo di base e senza gerarchie degli ebrei della diaspora impegnato nell’azione diretta contro l’occupazione.

Attraverso All That’s Left iniziai a viaggiare regolarmente in Cisgiordania con una prospettiva totalmente diversa rispetto a quando avevo 18 anni. Mi unii ai contadini palestinesi nei loro campi, accompagnai i pastori a pascolare le loro greggi, partecipai alle proteste contro la violenza di Stato israeliana e infine passai notti, poi settimane, poi mesi, nei villaggi palestinesi. Come parte di attivismo della presenza protettiva i miei compagni di militanza ed io documentammo gli attacchi dei coloni e le incursioni militari, sperando che il nostro status privilegiato agli occhi dello Stato potesse scoraggiare la violenza.

Questo lavoro mi ha portato al settembre 2024, quando, dopo essermi unito a Rabbis for Human Rights [Rabbini per i Diritti Umani, associazione religiosa israeliana contro l’occupazione, ndt.], ho deciso di trasferirmi a tempo pieno a Masafer Yatta, un gruppo di villaggi palestinesi sulle Colline Meridionali di Hebron i cui abitanti hanno resistito tenacemente alla violenza dei coloni e dell’esercito intesa a cacciarli dalle loro terre, come recentemente descritto dal documentario vincitore dell’Oscar “No other land” [Nessun’altra terra]. Andando lì speravo di rafforzare i miei rapporti con la comunità, migliorare il mio arabo e fornire una presenza protettiva.

Come cittadino israeliano ebreo, parte del gruppo demografico che spinge per l’espansione della colonizzazione, volevo assicurarmi che stando a Masafer Yatta avrei fatto una resistenza attiva all’occupazione invece che perpetuarla. Attraverso conversazioni con gli abitanti del luogo e il mio lavoro con iniziative come Hineinu [Noi siamo qui, progetto di appoggio alle comunità palestinesi, ndt.], sono arrivato alla convinzione che esso era accolto positivamente e apprezzato dagli abitanti palestinesi.

Senza limiti di tempo, senza sostegno istituzionale e senza neppure una casa a Gerusalemme in cui tornare se le cose si fossero messe male, ho caricato tutte le mie cose in macchina e sono partito a sud verso Masafer Yatta.

Per sei mesi ho vissuto insieme a quelli che, come ero stato continuamente messo in guardia, alla prima occasione mi avrebbero ucciso. Le verità che ho imparato lì devono essere condivise, soprattutto con altri che sono stati educati con gli stessi timori. Queste lezioni hanno un’importanza immediata perché ancora una volta Masafer Yatta sta affrontando una campagna di demolizioni che minaccia di cancellare la sua gente dall’unica terra che conosce.

  1. Puoi (e dovresti) ignorare i cartelli rossi

    Durante l’anno alla mechina il nostro direttore indicava invariabilmente i cartelli rossi che indicavano gli ingressi nell’Area A, il territorio della Cisgiordania ufficialmente sotto totale controllo palestinesi [in base agli accordi di Oslo, ndt.]. Gli avvisi, piazzati da Israele, affermavano che l’ingresso era “illegale” e “pericoloso per le vite” dei cittadini israeliani. “Questo è il vero apartheid,” diceva il nostro direttore, lamentando la presunta esclusione per gli israeliani da quelle zone. Solo in seguito capii che i palestinesi non intendevano escludermi né avevano l’effettiva autorità su quei luoghi.

In realtà il divieto contro i cittadini israeliani che entravano nell’Area A esiste più sulla carta che in pratica. Queste restrizioni non intendono proteggere gli israeliani, ma rafforzare un sistema e una cultura di apartheid attraverso barriere psicologiche. Dove finiscono posti di blocco e muri prendono il loro posto la paura e autocensura come mezzi di separazione.

Ho presto compreso che disimparare questo razzismo condizionato richiede l’immersione in luoghi in cui la cultura palestinese rimane predominante. Ho visitato i siti storici di Betlemme, mi sono allenato in palestre di arti marziali a Ramallah e ho fatto la spesa nei mercati di Yatta. Quasi ogni volta gli abitanti locali scoprivano che sono sia ebreo che israeliano, eppure non mi sono mai sentito in pericolo. L’unica vera angoscia c’è stata quando ho lasciato le città palestinesi, seduto in infinite code ai posti di blocco, un ricordo quotidiano del peso schiacciante dell’occupazione.

  1. I coloni degli avamposti non ti rappresentano

Se, come me, sei cresciuto come un tipico ebreo ortodosso moderno in America, non troverai nessun punto in comune con quelli che passano il pomeriggio del sabato andando in giro in macchina e usando il telefono [attività vietate il sabato dalla legge religiosa ebraica, ndt.] per coordinare attacchi contro i palestinesi.

A differenza dei coloni più “moderati” di posti come Efrat o Alon Shvut, che pur sostenendo l’occupazione almeno conservano un’apparenza di osservanza religiosa, , i violenti radicali degli avamposti sono totalmente estranei al tuo mondo.

Se incontri a scuola il tipico giovane delle colline [membro di un gruppo di coloni estremisti, ndt.] non vedi uno come te, vedi un giovane a rischio che ha bisogno di assistenza. E gli adulti che gestiscono questi avamposti? Non hanno niente a che vedere con i rabbini che ti fanno lezione a scuola, sono estremisti ideologici che usano la nostra tradizione come arma calpestando la stessa halacha [tradizione normativa ebraica, ndt.] che ti è stato insegnato essere essenziale e immutabile.

  1. L’esercito mente

Come la maggioranza degli ebrei e degli israeliani, sono stato educato a vedere l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] come infallibile. Ma quando dico che l’esercito mente, non sto parlando di interpretazioni o di mezze verità. Intendo che inventano in blocco la realtà, creando finzioni prive di ogni base oggettiva.

Ho assistito di persona ad avvenimenti per poi leggere resoconti dell’esercito che contraddicevano totalmente la realtà. Per due volte sono stato aggredito da soldati e coloni per poi essere arrestato con l’assurda accusa che avevo attaccato i miei aggressori.

Questo schema di menzogne non è nuovo: molto prima degli ultimi 18 mesi Israele ha ripetutamente ritrattato le sue versioni ufficiali, come il mondo ha visto in seguito all’assassinio della giornalista Shireen Abu Akleh [uccisa a Jenin da un cecchino israeliano ma che secondo la prima versione israeliana sarebbe stata colpita da un combattente palestinese, poi da un proiettile di rimbalzo, ndt.]. Oggi, mentre Israele commette un genocidio a Gaza dietro il muro della censura, dobbiamo partire dall’assunto opposto: ogni parola ufficiale dell’esercito è una menzogna.

  1. L’occupazione opera ininterrottamente

Una volta un compagno attivista di Hineinu ha descritto la risposta alla violenza a Masafer Yatta come “giocare a colpire la talpa”. Ogni chiamata d’emergenza del mattino — i coloni attaccano qui, i soldati invadono là — dà l’avvio a un altro giorno di corse tra avamposti per documentare le atrocità.

Mi sono abituato a questo ritmo di crisi: dormire con la suoneria impostata per squarciare il silenzio della notte, un cambio di vestiti sempre a portata di mano, affinare la particolare abilità di vestirsi in pochi secondi mentre sei mezzo addormentato. A tutt’oggi un telefono che suona mi provoca le palpitazioni.

È rapidamente diventato chiaro che la mia sola presenza là turbava profondamente i soldati israeliani. Avrebbero inventato pretesti per allontanare me e gli altri attivisti, arrestandomi per aver fotografato un’auto civile, accusandomi falsamente di essere entrato nell’Area A o prendendo di mira i nostri veicoli per futili violazioni del codice della strada.

Ma mentre questi continui soprusi mi hanno sfiancato, impallidiscono in confronto a quello che devono sopportare giornalmente i miei vicini. So che persino in un cosiddetto giorno “tranquillo” la violenza non si ferma, significa solo che altri si stanno accollando il peso al mio posto.

  1. La risposta è una solidarietà vera.

Integrarmi in una comunità palestinese mi ha rivelato l’implacabile morsa dell’occupazione. Quando ho iniziato ad accompagnare in macchina i miei vicini a sbrigare le loro faccende ogni posto di blocco si è trasformato da un’ingiustizia vista da fuori in qualcosa che mi colpiva personalmente. Queste esperienze mi hanno insegnato che l’antidoto più potente alla propaganda è essere veramente accomunati agli oppressi e diseredati, non in base a una falsa nozione di “coesistenza”, ma a un impegno condiviso per la giustizia e la liberazione.

L’occupazione continua esattamente perché non crea un disagio agli israeliani, che è la ragione per cui chi li sostiene deve consapevolmente condividere la sofferenza dei palestinesi. Ciò non implica andare a Masafer Yatta, solo costruire rapporti così profondi che la sofferenza degli altri diventi la nostra. Assistere ai soprusi là non disturba solo la mia coscienza, mi fa arrabbiare perché le persone che amo sono state colpite. Questa rabbia continua anche adesso che me ne sono andato. Moltiplicate questo per migliaia e il sistema crollerà.

È così che un’ora di vero ascolto del discorso di un compagno di studi al college è stata il primo passo perché mi si aprissero gli occhi sul vissuto dei palestinesi. Ora, condividendo la mia esperienza di sei mesi insieme ai palestinesi di Masafer Yatta, spero di aiutare altri che sono stati educati come me a rompere lo stesso muro di menzogne. Solo allora potremo riprenderci non solo da questi 18 mesi devastanti, ma dai 75 anni che li hanno preceduti e costruire un futuro degno della nostra comune umanità.

Sam Stein è uno scrittore e attivista che ha passato sei anni impegnato nella presenza protettiva in Cisgiordania. Collabora frequentemente con la rivista The Progressive Magazine [storico periodico statunitense di sinistra, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In una sola settimana un nuovo avamposto ha cancellato un’intera comunità palestinese

Oren Ziv

26 maggio 2025 – +972 Magazine

Dopo che hanno costruito sulla loro terra, i coloni israeliani hanno aggredito ed espulso gli abitanti di Maghayer Al-Dir, uno degli ultimi villaggi della valle del Giordano meridionale.

La mattina del 18 maggio alcuni coloni israeliani hanno costruito, a soli 100 metri dalle case degli abitanti, un avamposto illegale all’interno della comunità palestinese di pastori di Maghayer Al-Dir, nell’area C della Cisgiordania [secondo gli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo israeliano, ndt.].

A metà settimana, prima di ogni scontro violento o episodio di furto di bestiame, circa metà degli abitanti palestinesi ha fatto i bagagli ed è fuggito, mentre il resto [della gente] si preparava a fare altrettanto: sotto lo sguardo attento dei coloni ha iniziato a caricare pecore, mobili, mangime e taniche di acqua su dei camion.

Ma sabato pomeriggio la solita “passeggiata” dei coloni attraverso il villaggio si è trasformata in un attacco organizzato. Quattro coloni hanno iniziato a spintonare giovani palestinesi che si trovavano sui tetti di strutture che stavano per essere demolite. “(I coloni) hanno cercato lo scontro,” dice Avishay Mohar, un attivista e fotografo che era presente.

Coloni e palestinesi hanno iniziato a lanciarsi pietre. Proprio quando lo scontro sembrava essere terminato i coloni hanno chiamato rinforzi: circa altri 25 coloni, alcuni mascherati, molti armati con fucili da guerra e mazze, si sono uniti all’aggressione contro gli abitanti e gli attivisti internazionali, che hanno cominciato a rispondere.

Un colono è stato colpito alla testa da una grossa pietra, è caduto e ha perso conoscenza. Anche un palestinese è stato colpito al volto da una pietra. Un secondo colono, pare un minorenne, ha preso la pistola dalla giacca del suo amico svenuto e ha iniziato a sparare in aria. “È comparso un altro colono con un M16 [fucile d’assalto, ndt.] e ha cominciato a sparare contro di noi,” ricorda Mohar. Si è diffuso il panico, gli abitanti sono corsi affannosamente verso il vicino villaggio di Wadi Al-Siq, la cui popolazione mesi prima, nell’ottobre 2023, era stata anch’essa cacciata durante un’ondata di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato.

I coloni hanno inseguito gli abitanti in fuga nella valle lanciando pietre e rompendo i loro telefoni. Hanno sequestrato a Mohar due telecamere, il telefono, il portafoglio e il caricabatterie. Da terra ha visto i coloni picchiare un quindicenne palestinese in testa con una mazza. Dopo essere stato picchiato Mohar ha iniziato ad avere capogiri, cercando di sollevare la testa da terra: “Ho detto ai coloni: ‘Se continuate così mi ammazzate!’.” Hanno continuato a colpirlo violentemente sulla schiena.

Dopo che finalmente si è presentato l’esercito e ha chiamato le ambulanze, durante la notte la ricerca di 12 feriti, alcuni dei quali sono stati trovati a 500 e 600 metri dal villaggio, è continuata. La mattina dopo a Maghayer Al-Dir non restava più un solo abitante. Tutte le 23 famiglie, in totale circa 150 persone, erano state obbligate a fuggire.

“L’attacco manda un messaggio alle comunità palestinesi in Cisgiordania,” afferma Mohar. “Non solo non puoi rimanere, ma non te ne puoi neppure andare tranquillamente.”

Anche qui ci saranno ebrei”

Dall’ottobre 2023 in Cisgiordania oltre 60 comunità palestinesi di pastori sono state espulse e sulle o nei pressi delle loro rovine sono stati costruiti almeno 14 nuovi avamposti. Una comunità espulsa con la violenza, Wadi Al-Siq, ha affrontato soprusi che includono aggressioni sessuali, portando allo scioglimento dell’unità “Frontiera del Deserto” [composta da coloni, ndt.] dell’esercito israeliano.

Come nel caso di Maghayer Al-Dir, la creazione di avamposti rurali di coloni è stata il principale fattore che ha espulso i palestinesi dalle loro case nell’Area C. Secondo un recente rapporto delle ong [israeliane] Peace Now e Kerem Navot i coloni israeliani hanno utilizzato avamposti di pastori per impadronirsi di almeno 786.000 dunam [78.600 ettari] di terreno, circa il 14% di tutta l’area della Cisgiordania. Negli ultimi due anni e mezzo sette comunità di pastori palestinesi confinanti con Maghayer Al-Dir sono state spopolate.

Maghayer Al-Dir era l’ultima comunità palestinese rimasta nella periferia di Ramallah situata a est della Allon Road, un’autostrada strategica da nord a sud costruita da Israele negli anni ’70 per collegare le colonie e per preparare la potenziale annessione del territorio a est della strada lungo il confine giordano. Originarie del Naqab/Negev, le famiglie di Maghayer Al-Dir furono espulse nel 1948 verso diverse zone della valle del Giordano prima che lo Stato decidesse di costruire una base militare e li espellesse ancora una volta verso la loro ultima zona di residenza.

In immagini prese dall’attivista Itamar Greenberg il giorno in cui i coloni hanno creato il nuovo avamposto si può sentire un colono vantarsi della pulizia etnica di Maghayer Al-Dir. “Questo è l’unico posto rimasto, grazie a Dio abbiamo buttato fuori tutti… In questa zona è tutto solo ebraico,” spiega il colono mentre gesticola verso la distesa alla sua sinistra. Poi la telecamera si concentra sul luogo in cui i giovani delle colline [gruppo di coloni estremisti, ndt.] stanno alacremente costruendo l’avamposto. “Anche qui ci saranno ebrei.”

Come riportato nell’agosto 2023 da +972, la maggioranza delle comunità del territorio tra Ramallah e Gerico, un’area di 150.000 dunam [15.000 ettari], è stata obbligata a scappare durante i primi mesi in quanto i coloni hanno iniziato rapidamente a costruire avamposti di pastori e a scagliarsi violentemente contro gli abitanti con il sostegno dell’esercito e delle istituzioni statali israeliane. Ora in tutta la zona della valle del Giordano meridionale rimangono solo due comunità palestinesi, M’arajat e Ras Al-Auja.

Anche prima della costruzione dell’ultimo avamposto Maghayer Al-Dir era stato completamente circondato da colonie e avamposti israeliani. A nord si trova l’avamposto semi-autorizzato di Mitzpe Dani; a est Ruach Ha’aretz (“Spirito della Terra”), fondato poco prima della guerra e poi ampliato; a sud, nei pressi dell’ormai spopolato villaggio di Wadi Al-Siq, si trova uno degli avamposti di Neria Ben Pazi [noto colono estremista, ndt.]. Nonostante la scorsa settimana Ben Pazi sia stato colpito da sanzioni del governo britannico per il suo ruolo nella costruzione di avamposti illegali e per aver cacciato famiglie di beduini palestinesi dalle loro case, è stato visto perlustrare il villaggio nei giorni che hanno portato alla partenza forzata della comunità.

“I coloni erano preparati, con un piano, per prendere la terra ed espellerci,” dice un abitante del villaggio che preferisce rimanere anonimo per timore di rappresaglie da parte dei coloni.

Negli ultimi anni i coloni dei vicini avamposti hanno iniziato ad erigere barriere che separano le case degli abitanti dalla strada principale che porta a Maghayer Al-Dir. Essi rubano anche metodicamente acqua dai pozzi dei villaggi per le loro pecore.

Un altro abitante che sceglie di rimanere anonimo spiega che non c’è alcuna differenza tra la violenza dei coloni e quella dello Stato: “Il problema è che oggi non c’è legge,” dice a +972. “(I coloni) dicono: ‘Siamo noi il governo,’ e la polizia sta dalla loro parte.” Ora pensa di vendere il suo gregge di pecore in quanto i coloni occupano sempre più terra su cui i palestinesi erano soliti portare al pascolo il proprio bestiame.

“Lo scorso anno i coloni sono entrati nel villaggio e hanno attaccato i miei familiari,” continua. “Abbiamo cercato di difenderci filmando e io sono stato arrestato. Fortunatamente il giudice di Ofer (tribunale militare) mi ha rilasciato e ha chiesto (sarcasticamente) al pubblico ministero se si supponeva che offrissimo il caffè ai coloni che avevano invaso le nostre case.”

Tattiche già note

Giovedì 22 maggio la famiglia Malihaat ha passato la giornata a fare i bagagli. I coloni hanno edificato il loro ultimo avamposto all’interno di un recinto per le pecore di Ahmad Malihaat, cinquantottenne padre di nove figli. Poche ore dopo che era stato eretto, dice, i coloni “hanno cercato rapidamente di prendere le nostre pecore, in modo che in seguito avrebbero potuto sostenere (presso le autorità israeliane) che erano loro e tenersele.”

Era una tattica già nota alla comunità: all’inizio di marzo decine di coloni armati di fucili e mazze hanno rubato oltre 1.000 pecore alla comunità di pastori di Ras Ein Al-Auja. Temendo una replica, gli abitanti di Maghayer Al-Dir inizialmente hanno concentrato i propri sforzi per evacuare il gregge dal villaggio nei giorni seguenti la costruzione dell’avamposto.

Eppure la famiglia di Malihaat testimonia che mercoledì notte i coloni sono riusciti a rubare un asino e 10 sacchi di mangime per animali. Malihaat ricorda che i coloni gli hanno detto di andare in Giordania o in Iraq: “Vogliono espellere noi e le altre comunità di beduini e in un modo o nell’altro prendersi la terra.”

Pur avendo ricevuto il 18 maggio l’ordine dell’Amministrazione Civile [l’ente militare israeliano che gestisce i territori occupati, ndt.] di interrompere le attività edilizie, giorno dopo giorno i coloni hanno esteso l’avamposto a Maghayer Al-Dir, montando una grande tenda e collegando il luogo alla rete idrica dal vicino avamposto eretto poco prima della guerra.

Mentre raccoglieva le sue cose e si preparava ad andarsene, Malihaat afferma che da quando è stato costruito l’avamposto ha dormito e mangiato poco. La sua dieta, dice, è consistita “per lo più di sigarette e acqua.” A quel punto ha praticamente previsto l’imminente attacco: “Non sai quello che faranno (i coloni). Forse picchieranno tuo figlio e poi chiameranno la polizia e arresterà te o tuo figlio e dovrai pagare una cauzione di 20.000 shekel [circa 5.000 €, ndt.].”

Malihaat non sa ancora dove la famiglia deciderà di spostarsi. Sottolinea che una volta che una comunità di pastori è espulsa talvolta riceve il permesso temporaneo di stabilirsi su terra di proprietà di altre comunità palestinesi nell’Area B [in base agli accordi di Oslo sotto controllo amministrativo dell’Autorità Palestinese e militare di Israele, ndt.] della Cisgiordania. Ma non è una soluzione a lungo termine: “Quando il tuo vicino è bravo tutto va bene, ma loro (i coloni) non vogliono la pace,” conclude Malihaat. “Vogliono espellerci, ucciderci e distruggere la nostra casa.”

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che il nuovo avamposto si trova su terreno pubblico e non sconfina nella zona in cui risiede la comunità. Anche l’Amministrazione Civile conferma che contro l’avamposto è stato emanato un ordine di interrompere i lavori “per elementi costruttivi edificati illegalmente nell’area.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter di Local Call [edizione in ebraico di +972 Magazine] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ritratti del fascismo. Un progetto fotografico speciale

Oren Ziv

9 maggio 2025 – +972 magazine 

Dal 7 ottobre la polizia israeliana ha arrestato centinaia di oppositori alla guerra di Gaza ed ha pubblicato fotografie degradanti di molti detenuti. Sette di loro hanno accettato di essere di nuovo fotografati, questa volta alle loro condizioni.

Dall’ottobre 2023 centinaia di cittadini israeliani, per la stragrande maggioranza palestinesi, e almeno 17 attivisti stranieri sono stati arrestati come parte di una campagna per mettere a tacere quanti denunciano la guerra israeliana contro Gaza. In alcuni casi la polizia ha fotografato i detenuti di fronte a una bandiera israeliana e diffuso le immagini attraverso i suoi canali ufficiali oppure attraverso quelli del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir o altri circuiti informali. Molte delle foto sono state postate sulle reti sociali e hanno portato a incitamento all’odio e minacce contro le persone ritratte.

Diffondendo queste immagini al suo interno e all’opinione pubblica la polizia ha totalmente eluso la procedura legale corretta riguardo ai diritti dei detenuti e dei sospettati. Oltretutto in molti casi la polizia non ha ottenuto, o neppure richiesto, l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero di indagare i detenuti per “incitamento all’odio” e invece li hanno arrestati con il pretesto di “comportamento che potrebbe disturbare la quiete pubblica”.

L’obiettivo di diffondere pubblicamente queste foto era chiaro: umiliare i detenuti e scoraggiare altri dal manifestare ogni opposizione all’offensiva israeliana contro Gaza. In effetti nei primi mesi della guerra molti sono rimasti in silenzio. Anche oggi molte persone scelgono di non parlare apertamente in pubblico per timore di conseguenze.

Ho stampato e incorniciato le immagini fatte circolare dalla polizia o da Ben Gvir e poi sono tornato dalle persone che vi sono ritratte. In questo modo le stesse immagini che intendevano umiliarle e creare un effetto dissuasivo sono diventate simboli di sfida: le persone sono state di nuovo fotografate, questa volta alle loro condizioni. Mi hanno anche raccontato la loro esperienza di detenzione e le loro riflessioni sulla diffusione pubblica delle loro immagini.

Molti di quanti sono stati fotografati hanno scoperto solo dopo essere stati rilasciati dal carcere israeliano che le loro immagini avevano circolato in pubblico. Hanno descritto una lotta continua con le conseguenze dell’umiliazione pubblica e per il fatto di essere stati definiti dalla polizia “nemici dello Stato”. Nessuno di quanti vengono documentati nel progetto è stato processato; alla fine la maggioranza dei casi è stata archiviata senza un’imputazione.

Intisar Hijazi

Psicologa scolastica di Tamra

Intisar Hijazi

Hijazi è stata arrestata il 7 ottobre 2024 dopo aver ri-condiviso un video di lei mentre danzava e che aveva originariamente pubblicato su TikTok un anno prima. Prima del suo arresto Ben Gvir ha mandato il video alla polizia. Una sua foto nel veicolo della polizia è stata poi pubblicata dall’ufficio del portavoce della polizia. Nel commissariato di Nazareth gli agenti l’hanno fotografata con gli occhi bendati davanti a una bandiera israeliana, e poi Ben Gvir ha condiviso l’immagine sulle sue reti sociali.

Hijazi racconta la sua disavventura: “Su TikTok puoi ri-condividere un post che hai caricato l’anno precedente. L’ho fatto la mattina e sono uscita di casa per fare la spesa con mia madre,” mi racconta. “Quando sono tornata a casa il coordinatore (della scuola in cui lavora) mi ha chiamata e ha detto che qualcuno aveva postato il video (sulle reti sociali) e aveva scritto che stavo festeggiando. Mi ha detto di cancellarlo, cosa che ho fatto, ma non avevo ancora capito cosa stesse succedendo. Poi ha chiamato qualcuno del ministero dell’Educazione e mi ha chiesto: “Cos’è questo video, cosa stai festeggiando?’, e mi ha detto di cancellare il post originale. Mia madre mi ha chiamata per dire che la polizia era a casa (sua). Quindici minuti dopo sono arrivati a casa mia.”

Dopo che è stata arrestata, Hijazi è stata portata al commissariato di Tamra: “Hanno detto che sarebbe arrivato un veicolo da Nazareth per portarmi via. Mi hanno ammanettata e bendata. La foto (nell’auto della polizia) è stata presa quando sono arrivata (al commissariato) a Nazareth. Era tutto tranquillo, ma sapevo che stavano fotografando. Mi hanno portata di sopra, messa in una stanza, detto di indietreggiare e poi hanno scattato la foto (con la bandiera). Avevo visto la foto di Maisa Abd Elhadi (un’attrice arrestata e fotografata all’inizio della guerra), così quando (mi hanno detto di) andare indietro, ancora un po’” sapevo che c’era una bandiera sul muro e che mi stavano fotografando.”

Dopo aver passato la notte al commissariato di Nazareth è stata trasferita la centro di detenzione di Kishon, nei pressi di Haifa, prima di essere riportata il giorno dopo a Nazareth per ulteriori interrogatori e poi finalmente rilasciata: “Quando sono arrivata a casa, mia madre e la mia famiglia hanno detto: ‘Sai cosa è successo fuori?’ Mi hanno raccontato che ero stata fotografata e che tutte le fotografie erano state fatte circolare.”

Hijazi descrive l’impatto emotivo dell’umiliazione pubblica: “Onestamente è stato molto duro. Perché mi hanno fatto tutto questo? Perché hanno reso pubbliche le mie foto? Quando sono tornata a scuola dopo un mese tutti le avevano viste e mi hanno detto di aver pianto, che ciò li ha feriti molto.”

Durante l’interrogatorio la polizia ha chiesto a Hijazi se conoscesse i suoi follower sulle reti sociali: “Ho detto che molti dei miei follower su TikTok sono bambini, studenti e familiari. Ci sono anche educatori e persone che non conosco, ma la maggioranza sono bambini e i miei contenuti sono rivolti ai bambini. Ho spiegato che i video non hanno niente a che fare con la politica.”

Da quando è stata rilasciata è stato difficile per Hijazi tornare sulle reti sociali: “Molti bambini mi hanno chiesto quando posterò di nuovo un video e se ora ho paura. Volevo che vedessero che sono forte, ma è molto difficile. La sicurezza che avevo prima è cambiata. La mia vita era tranquilla. Non ho mai cercato di danneggiare nessuno o di fare qualcosa di male o di politico.

A volte la gente dice che sembro una persona slegata dalla realtà, dalle guerre, ma io (lavoro) con i bambini. Perché dovrebbero essere esposti a tutto questo?”

Rasha Karim Harami

Proprietaria di un salone di bellezza a Majd Al-Krum

Rasha Karim Harami

Karim è stata arrestata nel maggio 2024 per dei post in cui esprimeva indignazione per il fatto che le forze israeliane avevano bombardato un campo di tende a Rafah. “Qual è la differenza tra quello che sta facendo Netanyahu e quello che ha fatto Hitler? Corpi di bambini, giovani donne e anziani sono stati bruciati vivi,” ha scritto in una storia su Instagram. Un video del suo arresto ripreso da agenti, in cui una poliziotta ammanetta Karim con delle fascette, le copre il volto e la porta nel commissariato, è stato condiviso sulle reti sociali, provocando la condanna da parte di deputati palestinesi.

Stavo seduta nel mio ufficio in negozio, durante una consulenza, quando la polizia ha fatto irruzione,” racconta Karim. “L’atelier era pieno di donne ed è solo per donne, e ho chiesto loro di aspettare un momento, ma non mi hanno ascoltata. Sono entrati in ogni stanza, hanno preso i miei telefoni e mi hanno detto che ero in arresto. Ho cercato di capire perché e mi hanno detto che lo avrei scoperto al commissariato, ma prima mi hanno portata a casa. Lì hanno iniziato a cercare qualcosa riguardante la Palestina, Hamas, bandiere, libri, ma non hanno trovato niente.”

Poi la polizia ha portato Karim al commissariato: “Quando sono arrivata mi hanno fatta uscire dalla macchina della polizia e messo delle manette di plastica. Quando mi hanno messo una benda sugli occhi sono rimasta veramente scioccata e spaventata. Dopo che mi hanno coperto gli occhi mi hanno portata nel commissariato per essere interrogata. È durato quattro o cinque ore. L’investigatore è stato rude e ostile con me, mi ha trattata come se fossi di Hamas.”

Karim è stata trattenuta tutta la notte e poi messa agli arresti domiciliari per cinque giorni: “Dopo che sono stata rilasciata sono crollata. Fino ad allora non avevo paura. Pensavo che stessero filmando per uso interno. Non mi sono resa conto che (il video) era su un telefonino. Sono caduta in depressione per due mesi, con la paura di uscire di casa. Molti ebrei e arabi sono venuti a darmi il loro appoggio.”

Il suo avvocato, Hussein Manaa, ha spiegato di aver cercato di parlare con gli investigatori nel commissariato, sostenendo che la sua cliente non rappresentava un pericolo per nessuno. “Le sue azioni non erano un incitamento all’odio e, cosa più importante, (la polizia) non aveva l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero per iniziare un’indagine per incitamento. Quindi l’hanno interrogata per disturbo alla quiete pubblica, che non è un reato che comporta l’arresto,” spiega Manaa.

La polizia avrebbe potuto solo convocarla, lei ci sarebbe andata. Invece hanno mandato quattro o cinque auto con tra i 15 e i 20 agenti per arrestare questa donna, come se stessero catturando Yahya Sinwar [uno dei dirigenti di Hamas più ricercati da Israele, ndt.].”

Per Manaa è chiaro che il video dell’arresto intendeva mandare un messaggio: “Il video è stato preso all’interno del commissariato e non è stato reso pubblico attraverso l’ufficio del portavoce della polizia. Intendeva umiliare chiunque esprimesse una denuncia, per dire ‘Non avete libertà di parola’, per instillare timore, in modo che nessuno avrebbe parlato apertamente contro il governo o Netanyahu.

Non è un caso che abbiano diffuso illegalmente il video,” aggiunge Manaa. “Sapevano che si sarebbe propagato a macchia d’olio, ed è esattamente quello che è successo. Ho contattato l’ufficio del pubblico ministero, la polizia, il Ministero della Sicurezza Nazionale chiedendo una spiegazione. L’ufficio del pubblico ministero ha emesso un comunicato stampa (che critica l’arresto), sostenendo che non era stata fatta alcuna richiesta di aprire un’indagine per incitamento e di non aver concesso alcuna autorizzazione. C’è stata una grande indignazione che ha portato al suo rilascio, ma non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta.”

Sari Hurriyah

Avvocato immobiliarista di Shefa-‘Amr

Sari Hurriyah

Hurriyah è stato arrestato nel novembre 2023 per dei post pubblicati su Facebook nei giorni successivi al 7 ottobre. La polizia ha filmato il suo arresto nel suo ufficio e ha diffuso le immagini su varie reti sociali e anche Ben Gvir le ha pubblicate. È stato portato alla prigione di Megiddo, nel nord di Israele, in condizioni molto dure per 10 giorni, durante i quali è stato torturato e umiliato. Alla fine la denuncia contro Hurriyah è stata archiviata.

Ero nel mio ufficio quando sono entrati tre uomini in abiti civili,” ricorda Hurriyah. “Si sono presentati (per arrestarmi) con un’autorizzazione del pubblico ministero e dell’ordine degli avvocati. Uno di loro aveva una telecamera in mano, ma nella confusione del momento non mi sono reso conto che mi stava riprendendo. Hanno detto che mi dovevano ammanettare. Siamo scesi dalle scale e mi hanno filmato anche lì.”

Successivamente Hurriyah è stato portato al carcere di Megiddo, dove ha affrontato condizioni inumane e degradanti insieme ad altri palestinesi nell’ala per i prigionieri di massima sicurezza. Ha testimoniato la sua esperienza all’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem come parte di “Benvenuti all’Inferno”, un fondamentale rapporto che dettaglia i sistematici soprusi a danno dei palestinesi e le condizioni inumane dal 7 ottobre all’interno delle prigioni israeliane, che descrive come una “rete di campi di tortura”.

L’ottavo giorno della sua detenzione Hurriyah ha finalmente incontrato il suo avvocato dopo che gli era stato negato l’accesso, e questi gli ha detto che la sua foto era stata resa pubblica. “Ma non mi sono reso conto di tutto questo finché non sono uscito (dal carcere),” spiega Hurriyah. “Anche durante gli arresti domiciliari molte persone sono venute ad appoggiarmi. Poi un giorno, in un momento di tranquillità, mia moglie mi ha mostrato il video della polizia. Onestamente è stato umiliante. Non so cosa dire.”

La polizia israeliana ha pubblicato il video dell’arresto di Hurriyah sul suo sito web ufficiale. “Non puoi immaginare le reazioni: esortazioni ad uccidermi, a revocarmi la licenza e altre cose non proprio lusinghiere,” dice Hurriyah. “Sono venuto a sapere che le foto della polizia sono state ampiamente diffuse su siti web privati e su Facebook. In tutte le pubblicazioni hanno usato quella stessa foto e hanno sostenuto che sono un terrorista e un avvocato di Hamas.”

La moglie di Hurriyah gli ha mostrato poco alla volta i post e i commenti su Facebook. “Alla fine le ho chiesto di smetterla. Ho capito che questa è l’atmosfera nel Paese. La polizia israeliana, il principale organo di applicazione della legge, ha pubblicato la mia foto, mi ha raffigurato come un Che Guevara di Hamas, e ho capito che questo danno è irreparabile. Anche se mi pagassero dei milioni ciò non mi ridarebbe l’immagine che ho costruito in cinquant’anni di lavoro, carriera e servizio pubblico,” afferma.

Circa un anno dopo l’arresto Hurriyah era seduto e aspettava qualcuno al commissariato di Shefa-‘Amr. “Un giovane mi si è avvicinato e ha detto: ‘Come stai, Hurriyah?’ Ho detto ‘Chi sei?’ E lui ha risposto: ‘Tu non mi conosci, ma sono dell’intelligence della polizia. Sono stato una delle persone che ha raccomandato il tuo arresto. Sei un personaggio pubblico, un avvocato, un cristiano e il segretario del movimento Hadash [partito di sinistra arabo-ebraico, ndt.]. Sei l’unico che parla in pubblico senza riserve. Per quanto riguarda lo Shin Bet (il servizio di intelligence interno) tu sei un nazionalista estremista.”

A Hurriyah l’accusa sembra assurda: “Sono uno che sostiene i due Stati per due popoli e costruisce ponti per la pace, e lui mi dice che sono pericoloso. Questo ha davvero accentuato la mia angoscia.” 

Come molti detenuti le cui foto sono state prese e condivise sui media sociali, Hurriyah ha compreso che la polizia israeliana ha voluto dargli una lezione: “Col senno di poi ho capito che tutto quanto era stato pianificato, che era parte di una strategia. Sono stato membro dell’ordine degli avvocati del distretto di Haifa. Non volevano problemi con gli avvocati. Volevano far tacere tutti gli avvocati in modo che la gente comune capisse il messaggio.”

Meir Baruchin

Insegnante di filosofia ed educazione civica di Gerusalemme

Dr. Meir Baruchin

Baruchin è stato arrestato nel novembre 2023 dopo che aveva pubblicato sulle reti sociali due brevi post in cui condannava l’uccisione da parte di Israele di civili palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. L’arresto ha fatto seguito a una denuncia da parte della municipalità di Petah Tikva, dove Baruchin insegna in una scuola superiore, ed è stato tenuto per quattro giorni in isolamento come detenuto di massima sicurezza nel “Russian Compound” [edificio ottocentesco trasformato in famigerato centro di detenzione, ndt.] a Gerusalemme.

Dopo essere stato rilasciato ha combattuto una lunga battaglia legale contro il Comune per tornare ad insegnare. La polizia ha reso pubblica una foto sfocata di lui con alle spalle una bandiera israeliana, ma sue fotografie non sfocate hanno presto circolato in rete. In seguito la denuncia contro di lui è stata archiviata.

Baruchin racconta che, dopo che la fotografia sfocata è stata diffusa dal portavoce della polizia, il sindaco di Petah Tikva, insieme ad altri siti di notizie, l’ha condivisa. “Poi è stata condivisa la versione non sfocata. Ho ricevuto molte minacce. Per 15 giorni, dopo il mio rilascio, mi è stato impedito l’accesso alle reti sociali, compreso Facebook. Solo tre settimane dopo che sono stato liberato ho riavuto il mio telefono e allora ho visto i post,” afferma.

Non ci sono dubbi: la pubblicazione delle immagini intendeva scoraggiare altri,” conclude Baruchin. “Anche altri insegnanti sono stati vessati, ma sono stato l’unico ad essere arrestato. La diffusione della foto intendeva fare di me un esempio per mandare un messaggio a tutti: ‘Siete stati avvertiti’.”

Baruchin sostiene che tale repressione non è affatto nuova: “Non si può dire che siamo sulla via di una dittatura, ci siamo già da tempo. Più di mille insegnanti mi hanno contattato con messaggi e telefonate private, tutti in via ufficiosa, dicendo cose come ‘Senti, io ti sostengo, ma ho dei figli da mantenere’ oppure ‘Ho da pagare il mutuo’.”

Benché Baruchin sia tornato a insegnare, l’atmosfera è ancora ostile: “Ogni parola che dico viene controllata. Ogni giorno arrivo a scuola e alcuni studenti, neppure quelli delle mie classi, mi insultano,” dice. “Non lo denuncio neanche più perché non mi aspetto che venga fatto qualcosa. Un padre mi ha detto: ‘Non voglio che insegni a mio figlio di avere compassione del nemico.’ Mi è rimasto impresso.

In classe uno studente mi ha chiesto se, avendo la possibilità di uccidere tutti gli arabi schiacciando un pulsante, lo avrei fatto. Gli ho risposto: ‘Ovviamente no’ e lui ha detto: ‘E’ assurdo. Come mai non potresti?’ Ho detto agli studenti: ‘A pochi minuti da qui, nel Rabin Medical Center [grande ospedale di Petah Tikva, ndt.] ci sono medici e infermieri arabi. Volete che li uccida?’ E uno studente ha replicato: ‘Certo! Cosa intendi dire? Non permetterei mai che un medico arabo mi curasse. Piuttosto morirei.’ Questo è il modo di pensare,” continua Baruchin. “Non è una cosa marginale, è la maggioranza. Questi sono ragazzini, sì, ma dobbiamo prenderlo sul serio e contrastarlo. So bene che ripetono quello che ascoltano a casa e dai politici.”

Alison Russell

Attivista anglo-belga e insegnante di inglese proveniente dalla Scozia

Alison Russel

Russell è stata arrestata nel novembre 2023 mentre documentava la demolizione di una casa a Masafer Yatta, sulle colline meridionali di Hebron nella Cisgiordania occupata da Israele. Era arrivata in Cisgiordania prima del 7 ottobre per proteggere le comunità rurali palestinesi a rischio per le violenze dei coloni.

Dopo il suo arresto è stata interrogata dall’unità speciale istituita da Ben Gvir per occuparsi degli attivisti della solidarietà internazionale e poi ha passato due giorni agli arresti prima di essere portata all’aeroporto Ben Gurion, deportata e con il divieto di tornare nel Paese. Ma prima di essere espulsa alcuni poliziotti l’hanno fotografata davanti a una bandiera israeliana e in seguito Ben Gvir ha pubblicato la foto sulle reti sociali.

Il giorno del suo arresto Russell si trovava sul luogo della demolizione di una casa a Sha’ab Al-Botum quando è arrivata la polizia di frontiera [corpo paramilitare, ndt.]: “Hanno iniziato a chiedere i documenti alle persone. Nel momento in cui ho consegnato il mio passaporto l’ufficiale che l’ha preso si è entusiasmato e ha detto: ‘Guardate cos’ho trovato, lei non è israeliana!”

Sono stata portata a Ma’ale Adumim (colonia israeliana) e abbiamo passato molte ore lì mentre loro controllavano il mio Facebook utilizzando il traduttore automatico,” ricorda. “Quello che più li ha infastiditi sono stati i miei presunti rapporti con ‘terroristi’, come la mia partecipazione a una protesta di donne per i prigionieri di fronte all’edificio della Mezzaluna Rossa a Ramallah.”

Russell dice che il governo israeliano sta facendo esattamente quello che fanno molti governi europei: ‘Ti opponi a noi? Sei una terrorista.’ I governi europei sono meno espliciti a questo proposito, ma il principio è lo stesso. Più bugie diffondono su quelli che gli si oppongono, più la gente ha paura di resistere.

Parlo con persone che hanno paura di postare la loro foto, di essere etichettate come ‘terroristi’, ‘pazzi estremisti di sinistra’ o ‘inaffidabili’ solo per aver detto che si oppongono al genocidio. Lo vedo tra i miei studenti, sul posto di lavoro.”

Russell ha sentito il dovere di esprimere il suo dissenso e dimostrare solidarietà con i palestinesi sul terreno: “Ho saputo di persone a Gaza uccise per aver postato su Facebook, di palestinesi e arabi cittadini di Israele arrestati per cose che avevano postato (sulle reti sociali). Se altri sono stati uccisi per questo io ho l’obbligo di parlare chiaramente, di testimoniare, perché altri non lo possono fare. E lo ribadisco.”

M. e L.

Studenti attivisti tedeschi

M. e L.

M. e L. sono stati arrestati nell’ottobre 2024 a At-Tuwani, nella Cisgiordania meridionale, mentre accompagnavano la famiglia Huraini sulla terra di sua proprietà. Preoccupati per la loro sicurezza e per timore di potenziali ripercussioni legali in Germania, i due attivisti hanno chiesto di rimanere anonimi. Dopo il loro arresto sono stati interrogati dalla stessa unità che si è occupata di Alison Russell. Hanno passato vari giorni agli arresti e poi sono stati obbligati ad attraversare il confine con la Giordania. Prima di essere deportati i poliziotti hanno preso loro una fotografia che poi Ben Gvir ha pubblicato.

Tutto è cominciato quando un colono-soldato è venuto da noi e ci ha chiesto i passaporti,” ricorda L. “Non glieli abbiamo dati subito e gli abbiamo chiesto: ‘Ma tu chi sei? Sei un soldato? Hai l’autorità per farlo?’ Lui ha ripetuto la richiesta e poi ha iniziato a chiamare gente. Sono arrivati dei soldati, hanno preso i nostri passaporti, ce li hanno restituiti e sembrava che tutto fosse a posto. Ma poi è arrivato un colono che avevamo incontrato in precedenza e gli ha detto qualcosa riguardo a Ramallah. (Il colono) ha iniziato ad insistere e voleva anche vedere di nuovo i nostri passaporti. Abbiamo avuto l’impressione che stesse provocando (i soldati).”

M. continua: “Alla fine ci hanno accusati di ‘diffondere contenuti in appoggio al terrorismo’ sulle reti sociali o qualcosa del genere, e ciò in relazione a una foto di noi durante una protesta a Ramallah. Quella era l’immagine che il colono aveva riconosciuto e probabilmente era stata presa da un video che qualcuno aveva postato su Facebook. Il ragazzo che aveva parlato durante la protesta (a Ramallah) aveva postato sulla sua pagina privata di Facebook una foto di tutti quelli che erano lì. Non aveva molti followers o like, ma in qualche modo (i coloni) l’hanno trovata e l’hanno usata come prova contro di noi.”

Come nel caso di Russell, M. pensa che la loro foto sia stata presa poco prima che venissero deportati, ma questa volta al ponte di Allenby: “Avevamo completato tutte le procedure di frontiera e stavamo solo lì seduti. Poi improvvisamente un poliziotto è venuto da noi. Ci hanno fotografato varie volte, ma quella che è stata pubblicata è di noi semplicemente in attesa.”

L. aggiunge: “Ci ha anche detto di guardare dritto nella macchina fotografica. La foto è stata pubblicata quello stesso giorno, lo abbiamo scoperto quando siamo arrivati ad Amman, e qualcuno ci ha detto: ‘Avete visto? Ben Gvir ha pubblicato la vostra foto!’.” 

È stato così assurdo,” continua M. “Ho pensato subito: ‘Com’è che quella foto è arrivata in sole due ore da un poliziotto all’ufficio del ministro della Sicurezza Nazionale? Devono avere gruppi WhatsApp su cui condividono tutto. Onestamente ero contento che avessero sfuocato i nostri volti, perché ciò avrebbe potuto avere davvero delle gravi conseguenze.

In Germania gli Anti-Deutsch [Antitedesco, gruppo di estrema sinistra filo-israeliano, ndt.] fanno quasi esattamente quello che fanno i coloni: raccolgono foto di palestinesi e antisionisti e postano le immagini da luoghi in cui ci riuniamo,” spiega L. “E ci sono anche aggressioni. Mi sembra che sia ovviamente inteso a intimidire, a prendere di mira singole persone, a dimostrare che ‘vi teniamo d’occhio, internazionali.’ E soprattutto con tutto questo apparato poliziesco l’obiettivo è che siamo sotto il loro controllo e che siamo ricercati.”

Penso che il principale obiettivo sia scoraggiare nuovi attivisti. Gente che non è ancora stata in Palestina o che sta pensando di venirci vedrà questo e forse penserà di non venirci affatto,” aggiunge M. “E’ esattamente quello che vogliono.”

Abbiamo contattato la polizia israeliana e l’ufficio di Ben Gvir per un commento. Se e quando le riceveremo, le risposte verranno pubblicate.

Baker Zoabi ha collaborato a questo progetto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Abbiamo ucciso tantissimi bambini, non possiamo negarlo”

Oren Ziv

1 maggio 2025 – +972 Magazine

Da marzo centinaia di israeliani hanno partecipato a veglie silenziose in memoria dei bambini di Gaza uccisi, mostrando le loro foto per cercare di abbattere il muro dell’indifferenza.

Sabato 26 aprile centinaia di manifestanti nel centro di Tel Aviv si sono riuniti in completo silenzio, tenendo in mano i ritratti di bambini di Gaza uccisi da quando Israele ha infranto il cessate il fuoco il 18 marzo. La veglia ha coinciso con le proteste settimanali contro il governo e migliaia di persone sono passate accanto a questa silenziosa esposizione mentre si dirigevano verso i raduni previsti in Piazza degli Ostaggi e sul ponte Begin.

Alcuni si sono fermati per avvicinarsi, solo allora rendendosi conto che le immagini ritraevano bambini palestinesi. Altri già riconoscevano l’iniziativa dalle settimane precedenti. Alcuni manifestanti hanno posato le bandiere israeliane per unirsi alla veglia, che non prevedeva slogan o cartelli. Due donne si sono fermate davanti ai partecipanti, commuovendosi e abbracciandosi.

A prima vista questa esposizione silenziosa di foto – un gesto semplice per dare spazio al lutto per i bambini di Gaza – potrebbe sembrare insignificante. Ma considerata l’indifferenza generale del pubblico israeliano verso la distruzione di Gaza queste veglie, tenutesi a partire dal 22 marzo, hanno iniziato a incrinare il muro dell’apatia.

Queste foto inoltre spiccano in contrasto con la quasi totale assenza di immagini da Gaza nei media e negli spazi pubblici israeliani negli ultimi diciotto mesi. Lo scorso anno, alcuni attivisti avevano affisso volantini con i volti dei gazawi uccisi a Tel Aviv, accompagnati dallo slogan “Dobbiamo resistere al genocidio a Gaza”, ma quei manifesti furono rapidamente strappati.

L’idea di queste proteste silenziose è nata tra alcuni attivisti di Tel Aviv, sconvolti dalla portata della morte e della distruzione da quando Israele ha ripreso l’offensiva su Gaza a marzo: nei primi dieci giorni almeno 322 bambini erano stati uccisi.

“È iniziato spontaneamente”, ha detto Amit Shilo, uno degli organizzatori della veglia. “Quando Israele ha rotto il cessate il fuoco è stata una settimana orribile e straziante. La mia amica Alma Beck ha pubblicato una storia con la foto di uno dei bambini [gazawi uccisi a centinaia] e io le ho scritto: «Portiamo le loro foto alla protesta di sabato sera»”.

I due hanno stampato 40 foto in bianco e nero tratte dal Daily File, un progetto indipendente gestito da volontari israeliani che raccoglie dati e prove documentali sulla guerra di Israele a Gaza e sull’occupazione della Cisgiordania. “Pensavamo che saremmo stati in cinque, in piedi per dieci minuti, finché qualcuno non ci avrebbe aggredito e saremmo tornati a casa – ma si sono presentate decine di persone”, ha raccontato Shilo a +972.

Da quella prima veglia ne hanno organizzate altre quattro durante le proteste del sabato sera a Tel Aviv. L’iniziativa ha ispirato azioni simili a Kafr Qasim, Jaffa, Haifa, Karkur e all’Università di Tel Aviv, oltre che a Yad Vashem [museo a Gerusalemme in memoria delle vittime dell’olocausto, ndt.] nel Giorno della Memoria. Durante una protesta contro la guerra organizzata dal movimento ebraico-arabo Standing Together la polizia inizialmente ha vietato l’esposizione delle foto, per poi fare marcia indietro; alla fine migliaia di persone hanno mostrato le immagini dei bambini di Gaza.

La recente diffusione di queste azioni non avviene in un vuoto politico. Dalla decisione del governo di rompere il cessate il fuoco e affossare un accordo per gli ostaggi alle migliaia di soldati che protestano contro le politiche dell’esercito o si rifiutano di presentarsi al servizio di riserva la guerra sta perdendo legittimità in Israele, costringendo finalmente più israeliani a riconoscere le atrocità commesse a Gaza.

“Una semplice verità che parla da sé”

C’è stata una minoranza di attivisti ebrei israeliani che ha protestato contro la guerra fin dall’inizio. Per la loro opposizione pubblica alle uccisioni, alla distruzione e alla carestia a Gaza, molti sono stati aggrediti o arrestati. Anche ora, a Gerusalemme e Haifa, la polizia spesso disperde le proteste, arresta i manifestanti e confisca i cartelli. Recentemente l’Università di Haifa ha sanzionato il gruppo studentesco di Standing Together per aver organizzato un’esposizione di foto, mentre a Be’er Sheva attivisti di destra hanno strappato le immagini dei bambini di Gaza.

Eppure queste mute dimostrazioni di cordoglio sembrano suscitare nel pubblico israeliano una reazione diversa rispetto alle tipiche manifestazioni di sinistra. “Penso che in qualche modo siamo usciti dagli schemi”, ha spiegato Shilo. “C’è una verità semplice che parla da sé. Abbiamo ucciso tantissimi bambini, è difficile negarlo”. Spesso le persone arrivano arrabbiate, ma poi si fermano, rimangono immobili e ammutoliscono. “Il silenzio è potente. E il fatto che non sia [organizzato da] un’associazione specifica – la gente si commuove davvero.” A parte un episodio di due settimane fa, quando alcuni partecipanti sono stati aggrediti dopo una protesta in Begin Street, non sono stati registrati altri episodi violenti.

A Jaffa, dove c’è una grande comunità palestinese, la veglia spesso assume un significato molto più personale. “Ho visto la prima azione a Tel Aviv e ho pensato che sarebbe stata adatta anche a Jaffa. Era l’unica iniziativa capace di dare legittimità al dolore che stiamo vivendo: piangere, essere tristi”, ha detto Inas Osrouf Abu-Saif a +972. Per due settimane ha organizzato una veglia quotidiana in una delle strade principali di Jaffa; ora ne tengono una a settimana.

Molti residenti palestinesi di Jaffa, tra cui Abu-Saif, hanno parenti a Gaza. “La mia famiglia, da entrambe le parti, è stata bombardata, abbiamo perso i contatti con loro”, ha detto. “Una donna ha ricevuto la notizia che la sua famiglia era sotto attacco mentre eravamo lì, in piedi con le foto in mano.”

La risposta a Jaffa è stata perlopiù di sostegno. “Le auto che passavano tornavano indietro per farci sapere che erano con noi. Abbiamo ricevuto molti sguardi che dicevano «Siamo con voi», ma la gente aveva paura di scendere. Uno spazio normalmente vivace è diventato silenzioso e calmo”, ha raccontato Abu-Saif. Ha anche sottolineato che l’iniziativa ha trovato eco tra i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza. “Abbiamo ricevuto messaggi che ci chiedevano di continuare a far sentire la nostra voce.”

Alcuni palestinesi che vorrebbero partecipare alle veglie si trattengono per paura di essere fotografati dalla polizia in borghese o denunciati ai datori di lavoro. “Delle madri mi hanno detto di aver ricevuto email dai luoghi di lavoro che le avvertivano che sarebbero state licenziate se avessero partecipato a qualsiasi tipo di manifestazione “, ha detto Abu-Saif. “Ma noi andiamo avanti: chi non può unirsi a noi ci manda messaggi o si ferma nelle vicinanze.”

Mettere di fronte alla realtà

Sebbene molti tra coloro che manifestano contro il governo fossero già consapevoli dei massacri a Gaza, durante l’azione di sabato a Tel Aviv era evidente che per alcuni era la prima volta che guardavano davvero le vittime – e forse iniziavano a comprendere l’entità dell’orrore.

La manifestazione in silenzio del 26 aprile a Tel Aviv . Foto: Oren Ziv

Un uomo, che si è identificato come un riservista, ha detto che avrebbe dovuto presentarsi al servizio il giorno dopo ma dopo aver visto le foto ha deciso di rifiutare. A volte i passanti chiedevano una foto e si univano alla veglia. “Nella prima azione ho visto davvero nascere conversazioni. La gente era sorpresa o le loro giustificazioni [alla guerra] cadevano”, ha detto Shilo.

Alcuni tra i più attivi familiari degli ostaggi hanno espresso disapprovazione per le veglie. Yehuda Cohen, padre del soldato rapito Nimrod e figura di spicco delle proteste contro la guerra a Tel Aviv, ha affrontato l’argomento nel suo discorso di sabato: “Questa è una protesta per la liberazione degli ostaggi. Chiunque voglia aiutare è benvenuto, ma per gli ostaggi. Questa protesta non è per «porre fine all’occupazione» o per i bambini palestinesi, solo per gli ostaggi nei tunnel di Gaza.”

Per gli organizzatori, queste esposizioni hanno portato a una dolorosa consapevolezza: la società israeliana non ammetterà da sé l’immoralità di aver ucciso oltre 15.000 bambini, bisogna scendere in strada e ricordarglielo. “Tutti viviamo le nostre vite; io vado in spiaggia prima della protesta”, ha detto Shilo. “Non è che mi deprima doverlo ricordare alla gente. Non potrei però sopportare di dover discutere sul fatto che non c’è alcuna giustificazione per uccidere bambini. È in qualche modo un sollievo poterne parlare, ma è anche triste che io fossi pronto a essere picchiato per questo.”

Mancano in modo evidente dalle foto esposte nelle veglie i padri, le madri e gli altri familiari adulti palestinesi uccisi negli attacchi israeliani, a volte intere famiglie cancellate in un solo colpo.

In una recente inchiesta della National Public Radio statunitense i giornalisti hanno documentato 132 membri della famiglia Abu Naser uccisi nell’ottobre 2024, quando Israele ha colpito un edificio residenziale a Beit Lahia, uno degli attacchi più letali della guerra. Oltre il 40% delle vittime erano bambini, la più giovane dei quali era una bambina di sei mesi di nome Sham, e dieci nuclei familiari sono stati cancellati dal registro civile.

NPR ha divulgato l’inchiesta anche in ebraico, un gesto senza precedenti, nella speranza che questa documentazione raggiunga il pubblico israeliano. Come chi mostra le foto, anche loro sperano di sfidare il silenzio, l’autocensura e la negazione del governo e dei media israeliani. Ma finché la guerra continua, il loro lavoro rimarrà incompleto.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Bombardare impianti, tagliare condutture: Israele spinge la crisi idrica di Gaza sull’orlo del baratro

Ibtisam Mahdi

23 aprile 2025 – +972 magazine

Da marzo l’intensificarsi degli attacchi dell’esercito contro le infrastrutture idriche non ha lasciato altra scelta ai cittadini di Gaza se non quella di bere acqua di mare e razionare le forniture contaminate.

Wissam Badawi trascorre le sue giornate aspettando e ascoltando, nella speranza di sentire l’inconfondibile clacson di un’autocisterna dell’acqua che entra nel suo quartiere. Queste autocisterne, gestite da volontari locali, sono diventate l’ultima ancora di salvezza per la 49enne madre di otto figli e per migliaia di palestinesi a Gaza City nel mezzo di una crisi idrica sempre più grave causata dai continui attacchi israeliani alla Striscia.

“La maggior parte delle condutture idriche è stata distrutta dai bulldozer dell’esercito israeliano e il comune non può ripararle”, ha detto a +972 Badawi che vive nel quartiere di Tel Al-Haw. “Non c’è un pozzo nelle vicinanze, quindi devo mandare i miei figli al mare a prendere l’acqua per il consumo quotidiano. Poi aspetto che arrivi l’autocisterna per poter mescolare acqua pulita con quella di mare per ridurne la salinità e renderla bevibile”.

A causa dell’estrema scarsità, il prezzo dell’acqua nei mercati di Gaza è salito alle stelle. Il costo di un gallone [“imperiale”: 4,546 litri, n.d.t.] d’acqua varia dai 5 agli 8 NIS [1,30-2,20 dollari]. Ne servono circa 19 litri al giorno per bere e cucinare, ed è difficile per me permettermelo. Inoltre, nella nostra zona non c’è nessuno che venda acqua, quindi se non arrivano i camion devo fare un lungo cammino per comprarla.

Nelle zone in cui non ci sono camion per portare l’acqua molti abitanti di Gaza sono costretti a camminare per chilometri e fare code per ore per riempire un singolo contenitore a un pozzo. Ma anche questi scarseggiano sempre di più dato che sono stati bombardati o resi inaccessibili dagli ordini di evacuazione israeliani. L’UNICEF ha avvertito che la crisi idrica nella Striscia ha raggiunto “livelli critici” e rilevato che solo una persona su 10 ha attualmente accesso ad acqua potabile pulita.

Questa crisi non è un effetto collaterale dell’attacco israeliano, ma piuttosto un aspetto voluto dell’operazione. Secondo i dati dell’ufficio stampa governativo di Gaza l’esercito israeliano ha distrutto 719 pozzi d’acqua dal 7 ottobre. Il 10 marzo Israele ha interrotto l’ultima fornitura di elettricità a Gaza, costringendo il più grande impianto di desalinizzazione della Striscia a ridurre le sue operazioni. Pochi giorni dopo il secondo impianto più grande è andato fuori servizio a causa della carenza di carburante derivante dal blocco totale israeliano sull’enclave.

Un altro impianto, quello di di Ghabayen a Gaza City, è stato bombardato all’inizio di aprile. E il 5 aprile Israele ha interrotto la fornitura idrica a Gaza da parte della società israeliana Mekorot, che forniva quasi il 70% dell’acqua potabile della Striscia.

Ahmad Al-Buhaisi, un venditore d’acqua di 22 anni di Deir Al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, la cui fornitura proveniva dall’impianto di desalinizzazione Aquamatch, ha dichiarato a +972: “La chiusura dell’impianto non ha solo mi ha privato del sostentamento, ma ha anche privato molti cittadini della possibilità di accedere ad acqua pulita e potabile”.

Ha spiegato che le persone lo contattano costantemente per chiedergli di portare l’acqua nelle loro case e tutto ciò che può fare è scusarsi e dire loro che non ci sono più impianti di desalinizzazione in funzione. “Sto ancora cercando un pozzo funzionante dove poter acquistare acqua potabile”, ha detto. “Ma i prezzi sono aumentati drasticamente ed è diventato difficile per noi acquistarla e poi rivenderla al pubblico”.

“Stanno distruggendo ogni fonte d’acqua necessaria per vivere”

L’impianto di desalinizzazione di Ghabayen, una struttura privata che rifornisce parti di Gaza City e Jabalia, era una delle fonti idriche vitali per la Striscia di Gaza settentrionale. Il 4 aprile l’esercito israeliano l’ha bombardato per la terza volta durante l’attuale guerra, uccidendo Majd Ghabayen, figlio di uno dei proprietari. Si trovava all’interno della stazione e il suo corpo è stato fatto a pezzi accanto a tubature e serbatoi.

“Ogni volta che l’esercito bombardava l’impianto causava una massiccia distruzione”, ha detto Ahmad Ghabayen, fratello minore di Majd, a +972. “Eppure siamo sempre tornati e abbiamo riparato quello che potevamo, con i soldi e le risorse che avevamo, solo per fornire acqua alla gente”.

Ma l’ultimo attacco è stato diverso. “Questa volta, il pozzo stesso è stato colpito da un missile di grandi dimensioni, che lo ha completamente distrutto”, ha detto Ghabayen. “Ci è stato detto che sarebbe stato difficile scavare un nuovo pozzo perché la contaminazione causata dal missile lo aveva reso inutilizzabile”.

Ghabayen ha proseguito; “Israele non ha preso di mira solo un impianto di distribuzione idrica, ha distrutto parte della vita della mia famiglia e privato migliaia di persone dell’acqua”. “La stazione serviva vaste aree di Al-Tuffah, Shuja’iyyah, Al-Daraj, Sheikh Radwan e Jabalia. La gente veniva da lontano per riempire i contenitori d’acqua. Stanno distruggendo tutto ciò che consideriamo necessario per sopravvivere”.

Il bombardamento della stazione di Ghabayen fa parte di una politica sistematica che Israele ha perseguito fin dall’inizio della guerra: colpire deliberatamente i pozzi d’acqua e le infrastrutture a essi collegate e interrompere l’approvvigionamento idrico che un tempo affluiva a Gaza attraverso le condutture israeliane.

Wael Abu Amsha, 51 anni, padre di sette figli e uno degli utenti della stazione, ha affermato che l’attacco ha rappresentato un “duro colpo” per centinaia di famiglie che facevano affidamento su di essa come fonte primaria di approvvigionamento idrico. “Dopo il bombardamento, abbiamo iniziato a cercare una fonte alternativa”, ha dichiarato a +972. “Abbiamo trovato un’altra stazione, ma è lontana – circa mezz’ora a piedi – e la sua acqua non è veramente pulita. Eppure siamo costretti a berla.

“Prima traevamo beneficio dalla stazione comprando acqua potabile a un prezzo che non era cambiato da prima della guerra – e molti giorni veniva distribuita gratuitamente”, ha continuato. “Anche l’acqua salata veniva distribuita gratuitamente tutto il giorno, il che ci ha aiutato dopo che l’esercito [israeliano] ha distrutto le condutture idriche che fornivano acqua dal comune. Ora abbiamo perso tutti i tipi di acqua.

“La gente sta soffrendo”, ha proseguito Abu Amsha. “Percorro lunghe distanze e aspetto ore solo per riempire un gallone d’acqua per la mia famiglia, che non è nemmeno sufficiente. Finisco per mescolarla con quella di un’altra stazione, la cui acqua non è potabile ma è più vicina della prima. Non abbiamo altra soluzione.”

Una catastrofe sanitaria

La crisi idrica non provoca solo sete, ha anche un impatto diretto sulla salute di chi soffre di malattie. Samar Zaarab, una paziente oncologica di 45 anni di Khan Younis che attualmente vive in una tenda ad Al-Mawasi, ha raccontato a +972 che la carenza d’acqua aggrava il suo dolore quotidiano. “Il mio corpo indebolito ha un disperato bisogno di acqua potabile pulita”, ha detto.

“Da quando sono stata sfollata, qualche giorno fa, la mia sofferenza è aumentata”, ha continuato Zaarab. “Le autocisterne non ci raggiungono e la poca acqua che riceviamo non è sufficiente nemmeno per i bisogni quotidiani più elementari come lavarsi e pulire. Senza igiene la mia malattia peggiora. Se non morirò di malattia sarà per mancanza di acqua pulita.”

Zuhd Al-Aziz, consigliere del viceministro del governo locale di Gaza, ha dichiarato a +972 che, dopo che Israele ha interrotto l’erogazione di energia elettrica nella Striscia e costretto alla chiusura della maggior parte degli impianti di desalinizzazione e di trattamento delle acque, l’intera popolazione sta affrontando una “crisi umanitaria catastrofica”.

Secondo Al-Aziz l’esercito israeliano ha preso di mira direttamente i generatori di riserva, rendendo estremamente difficile mantenere aperti gli impianti. Ha spiegato: “L’85% delle fonti di acqua potabile a Gaza è stato distrutto, costringendo i residenti a utilizzare acqua inquinata e non potabile. Circa il 90% delle stazioni di desalinizzazione private e pubbliche – 296 in totale – ha smesso di funzionare a causa di attacchi diretti o di carenza di carburante. Anche cinque importanti impianti di trattamento delle acque reflue hanno cessato l’attività, il che ha aumentato i rischi di inquinamento ambientale e di epidemie”.

Assem Al-Nabeeh, portavoce del Comune di Gaza City, ha descritto la crisi con un linguaggio altrettanto crudo. “L’occupazione israeliana ha distrutto più di 64 pozzi d’acqua nella sola Gaza City, insieme a oltre 110.000 metri lineari di reti idriche, causando un grave calo della fornitura idrica disponibile”, ha spiegato. “Attualmente sono operativi solo 30 pozzi che non riescono a soddisfare nemmeno una minima parte del fabbisogno della popolazione, soprattutto con l’afflusso di sfollati dai distretti settentrionali.

“Il comune sta lavorando duramente per trovare alternative nonostante le risorse estremamente limitate, ma i danni sono enormi e non possono essere riparati a causa dell’assedio e dei bombardamenti in corso”, ha continuato Al-Nabeeh. “Non ci sono carburante né pezzi di ricambio, né per i generatori né per le pompe dei pozzi. I pozzi non possono funzionare 24 ore su 24. Circa il 61% delle famiglie ora dipende dall’acquisto di acqua potabile da costose fonti private, il che rappresenta un indicatore del collasso del sistema idrico pubblico.

Al-Nabeeh ha sottolineato che la crisi idrica coincide con l’aggravarsi della fame, l’assedio in corso, l’aumento delle temperature e il deterioramento della situazione sanitaria e ambientale causato dall’accumulo di rifiuti e dalle perdite fognarie – tutti fattori che rappresentano una minaccia diretta per la vita degli abitanti, soprattutto senza accesso all’acqua per la sterilizzazione, l’igiene o la cucina.

Sebbene sia impossibile ottenere dati esatti, Al-Nabeeh stima che la fornitura media giornaliera di acqua sia scesa a 3-5 litri a persona al giorno: significativamente inferiore ai 15 litri considerati il ​​minimo necessario per bere, cucinare e per l’igiene personale a tutela della salute pubblica durante le emergenze.

“È noto che la scarsità d’acqua causa la diffusione di epidemie e malattie cutanee e intestinali”, ha aggiunto. “E se il blocco del combustibile e di altre fonti di energia necessarie per il funzionamento delle strutture essenziali dovesse persistere potrebbe portare a una massiccia chiusura delle infrastrutture idriche e fognarie, aggravando ulteriormente la catastrofe umanitaria e sanitaria della città”.

In risposta all’inchiesta di +972, l’esercito israeliano ha dichiarato che, in seguito alla disconnessione della conduttura idrica settentrionale di Gaza, “pochi giorni dopo l’incidente è stato coordinato l’arrivo di squadre dell’Autorità idrica palestinese nell’area per avviare il processo di riparazione e le IDF hanno eseguito le riparazioni alla conduttura idrica per garantire un collegamento immediato e corretto”. L’esercito ha inoltre osservato che “il sistema di approvvigionamento idrico nella Striscia di Gaza si basa su diverse fonti idriche, tra cui pozzi e impianti di desalinizzazione locali distribuiti in tutta la Striscia di Gaza, compresa l’area settentrionale”. L’esercito non ha risposto alle domande relative ai bombardamenti di pozzi e impianti di desalinizzazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Un colono ha sparato a un padre palestinese a una gamba. I soldati sono intervenuti per arrestare il figlio.

Basel Adra

22 aprile 2025 – +972 Magazine

Dopo l’attacco nel villaggio di Al-Rakeez, in Cisgiordania, Sheikh Saeed Rabaa è stato costretto a subire un’amputazione, mentre suo figlio Ilyas è rimasto nel carcere di Ofer.

Il 17 aprile intorno alle 18:30 il sedicenne Ilyas Saeed Rabaa ha avvistato tre coloni israeliani armati vicino al terreno di famiglia ad Al-Rakeez, un tranquillo villaggio nella regione di Masafer Yatta, sulle colline a sud di Hebron.

I coloni, dotati di generatore e trapano elettrico, si stavano preparando a piantare pilastri di ferro su un terreno agricolo che il padre sessantenne di Ilyas, Sheikh Saeed Rabaa, coltivava con ulivi dal 2012. “Li ho visti vicino a casa nostra”, ricorda Ilyas. “Sono corso da mio padre a dirglielo, e siamo usciti insieme per affrontarli”.

Quando i due si sono avvicinati la tensione è salita rapidamente. Secondo Ilyas e Saeed i coloni uno dei quali è stato riconosciuto come un vigilante proveniente da un avamposto vicino hanno rivendicato la proprietà della terra. Ilyas aveva iniziato a filmare lincontro con il suo telefono quando uno dei coloni lo ha aggredito alle spalle, gli ha strappato il telefono e lo ha immobilizzato a terra, tentando di soffocarlo.

“Sono corso ad aiutare mio figlio urlando al colono di fermarsi”, racconta Saeed a +972. “Poi la guardia ha sparato un colpo in aria e un altro alla mia gamba”.

Saeed è crollato all’istante. Sanguinava copiosamente e premeva le mani sulla ferita nel tentativo di fermare l’emorragia. Nel frattempo il figlio giaceva con la testa premuta a terra e urlava: “Hanno sparato a mio padre! Hanno sparato a mio padre!”.

Per oltre 20 minuti hanno aspettato un’ambulanza. I soldati sono arrivati, ma hanno impedito a vicini e passanti di prestare soccorso. Invece di soccorrere i feriti hanno arrestato Ilyas, ammanettandolo e bendandolo prima di portarlo via su una jeep militare per interrogarlo.

“Mi hanno accusato di aver cercato di rubare la pistola al colono”, racconta Ilyas. “Affermavano che mio padre li aveva aggrediti”. I soldati lo hanno tenuto fuori, bendato e ammanettato, in un luogo sconosciuto per un giorno intero e gli è stato dato da mangiare solo pane raffermo.

Ilyas è stato poi trasferito al carcere di Ofer, dove è rimasto per diversi giorni in condizioni terribili. “Ogni giorno durante l’appello eravamo costretti a stare inginocchiati con la testa reclinata all’indietro mentre i soldati ci contavano”, racconta.

Nel frattempo suo padre è stato portato dalle forze israeliane al Soroka Medical Center di Be’er Sheva, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza. A causa della gravità della ferita gli è stata amputata la gamba destra sopra la coscia. È rimasto in ospedale per tre giorni, ammanettato al letto.

“Ogni giorno i coloni entrano nella nostra terra”

Domenica 20 aprile, mentre era ancora ricoverato in ospedale e si stava riprendendo dall’amputazione, Saeed è comparso in tribunale militare con la scorta medica. Ilyas, ancora in carcere, è comparso tramite collegamento video. Il giudice ha ordinato il rilascio di entrambi gli uomini su cauzione: 5.000 schekel [1.208 euro ndt.] ciascuno.

Ma le autorità israeliane si sono rifiutate di rilasciare immediatamente Sheikh Saeed, sostenendo che si trovava in Israele senza permesso, nonostante l’esercito israeliano lo avesse trasportato lì per le cure d’urgenza.

Lunedì sera sono stati finalmente presi accordi per il trasferimento di Saeed in Cisgiordania. Alla sua famiglia è stato detto di venirgli incontro al posto di blocco militare di Meitar. “Pensavamo che sarebbe arrivato in ambulanza”, ha raccontato un parente a +972. “Ma invece è arrivato un mezzo di trasporto della Polizia di Frontiera. Gli agenti ci hanno intimato di non fare riprese, minacciando di confiscare i nostri telefoni”

Mentre le portiere del veicolo si aprivano un agente ha avvertito: “Se insistete a filmare lo porto dentro il checkpoint. Potete andare a prenderlo“. Seduto nel furgone dietro una barriera d’acciaio, Saeed è stato finalmente consegnato ai medici della Mezzaluna Rossa Palestinese e trasportato all’ospedale Al-Ahli di Hebron, dove ha ricevuto ulteriori cure.

L’aggressione alla famiglia Rabaa è tutt’altro che un episodio isolato ad Al-Rakeez. Nel 2021 un soldato israeliano ha sparato a bruciapelo al collo del ventiseienne palestinese Harun Abu Aram, lasciandolo paralizzato e infine uccidendolo. E negli ultimi mesi i coloni hanno intensificato la loro presenza nel villaggio, posizionando diversi caravan a soli 150 metri dalla casa di Rabaa. Queste case mobili fungono da estensione di Avigayil, un avamposto coloniale illegale che il governo israeliano ha legalizzato nel settembre 2023 e che prevede di espandere ulteriormente.

L’espansione di Avigayil minaccia anche di assorbire altre comunità palestinesi nell’area contesa di Masafer Yatta, tra cui Al-Rakeez, al-Mufaqara e Shaab al-Butum. A lungo presa di mira dalla crescita degli insediamenti, la regione ha visto negli ultimi anni, in particolare dopo il 7 ottobre, un’impennata di violenze da parte dei coloni e di limitazioni imposte dai militari e ciò ha cancellato completamente diversi villaggi dalla mappa.

Gli abitanti del posto affermano che le molestie da parte dei coloni sono ormai all’ordine del giorno. “Ogni giorno, i coloni entrano nei terreni agricoli palestinesi”, spiega un vicino della famiglia Rabaa. “Distruggono i raccolti, molestano le famiglie e cercano di cacciare le persone dalle loro terre”.

Nonostante le numerose denunce nessun colono è stato arrestato per l’aggressione alla famiglia Rabaa; l’esercito israeliano sostiene che Sheikh Saeed abbia attaccato per primo i coloni e che il vigilante non abbia violato alcun protocollo. Mentre si riprende dalla perdita della gamba e Ilyas riacquista la libertà dopo giorni di detenzione, le minacce alla loro terra e alle loro vite persistono.

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron [è anche regista, sceneggiatore e montatore palestinese, vincitore del Premio Oscar al miglior documentario per No Other Land, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’esercito israeliano sta affrontando la sua più grande crisi di obiezione di coscienza degli ultimi decenni.

Meron Rapoport

11 aprile 2025 – +972 Magazine

Secondo quanto riportato, oltre 100.000 israeliani hanno smesso di presentarsi al servizio militare nella riserva. Sebbene le motivazioni siano diverse, l’entità del fenomeno dimostra il calo di legittimità della guerra.

Nessuno può fornire cifre precise. Nessun partito o leader politico lo chiede esplicitamente. Ma chiunque nelle ultime settimane abbia partecipato a proteste antigovernative o abbia utilizzato i social media in lingua ebraica sa che è vero: in Israele il rifiuto di presentarsi al servizio militare sta diventando sempre più consueto, e non solo in seno alla sinistra radicale.

Nei mesi precedenti la guerra parlare di rifiuto – o più precisamente, di smettere di presentarsi volontario” nella riserva – era diventato un elemento centrale delle massicce proteste contro la riforma giudiziaria del governo israeliano. Al culmine di queste proteste, nel luglio 2023, oltre 1.000 piloti e membri dell’Aeronautica Militare dichiararono che non si sarebbero più presentati in servizio se la riforma giudiziaria non fosse stata sospesa, scatenando l’allarme di alti ufficiali militari e del capo dello Shin Bet [servizio di intelligence interno di Israele, ndt.], secondo cui la riforma giudiziaria avrebbe messo a repentaglio la sicurezza nazionale.

La destra israeliana continua a sostenere ancora oggi che quelle minacce di obiezione di coscienza non solo avrebbero incoraggiato Hamas ad attaccare Israele, ma avrebbero anche indebolito l’esercito. In realtà tutte le minacce sono svanite nel nulla il 7 ottobre, quando i manifestanti si sono offerti volontari in massa e con entusiasmo.

Per 18 mesi la stragrande maggioranza della popolazione ebraica israeliana si è schierata attorno alla bandiera a sostegno dell’attacco contro Gaza. Ma, soprattutto dopo la decisione del governo di interrompere il cessate il fuoco, il mese scorso hanno iniziato ad apparire delle crepe.

Nelle ultime settimane i media hanno riportato un calo significativo dei soldati che si presentano in servizio come riservisti. Sebbene i numeri esatti siano un segreto gelosamente custodito, a metà marzo l’esercito ha informato il Ministro della Difesa Israel Katz che il tasso di presenza si era attestato all’80%, rispetto a circa il 120% subito dopo il 7 ottobre. Secondo Kan, l’emittente pubblica israeliana, quel numero sarebbe piuttosto approssimativo: il tasso reale si avvicinerebbe al 60%. Altri rapporti parlano di tassi di partecipazione del 50% o inferiori, con alcune unità di riservisti che hanno dovuto far ricorso al reclutamento di soldati tramite i social media.

“Le obiezioni di coscienza arrivano a ondate, e questa è l’ondata più grande dalla Prima Guerra del Libano del 1982″, ha dichiarato a +972 Ishai Menuchin, uno dei leader del movimento per il rifiuto del servizio militare Yesh Gvul (“C’è un limite”), fondato durante quella guerra.

Come per la coscrizione nelle forze armate regolari a 18 anni, gli israeliani hanno l’obbligo di prestare servizio come riservisti fino all’età di 40 anni (anche se questo può variare a seconda del grado e dell’unità). In tempo di guerra, l’esercito dipende in misura notevole da queste forze.

All’inizio della guerra l’esercito ha dichiarato di aver reclutato circa 295.000 riservisti, oltre ai circa 100.000 soldati in servizio regolare. Se i dati relativi a una presenza del 50-60% nella riserva fossero corretti, ciò significherebbe che oltre 100.000 persone avrebbero smesso di presentarsi al servizio come riservisti. “È un numero enorme”, osserva Menuchin. “Significa che il governo avrà difficoltà a continuare la guerra”.

“Il 7 ottobre ha inizialmente creato un sentimento del tipo: ‘Insieme vinceremo’,; ma ora si è sfaldato”, ha detto Tom Mehager, un attivista che si è rifiutato di arruolarsi durante la Seconda Intifada e ora gestisce una pagina social che pubblica video in cui ex refusnik spiegano la loro decisione. “Per attaccare Gaza tre aerei sono sufficienti, ma il rifiuto traccia comunque delle linee rosse. Costringe il sistema a constatare i limiti del suo potere”.

“Giorno dopo giorno, vedo dichiarazioni di rifiuto”

La maggior parte di coloro che sfidano gli ordini di arruolamento sembrano essere i cosiddetti “obiettori grigi” – persone che non oppongono una vera obiezione ideologica alla guerra, ma che piuttosto sono demoralizzate, stanche o stufe del fatto che la guerra si trascini da così tanto tempo. Accanto a loro c’è una piccola ma crescente minoranza di riservisti che obiettano per motivi etici.

Secondo Menuchin dall’ottobre 2023 Yesh Gvul è stata in contatto con oltre 150 renitenti ideologici, mentre New Profile, un’altra organizzazione che sostiene i refusenik, ha gestito diverse centinaia di casi simili. Ma mentre gli adolescenti che rifiutano la leva obbligatoria per motivi ideologici sono soggetti a pene detentive di diversi mesi, Menuchin è a conoscenza di un solo riservista che è stato recentemente punito per un rifiuto, con una condanna a due settimane di libertà vigilata.

“Hanno paura di mettere in prigione i renitenti, perché, se lo facessero, potrebbero affossare il modello di ‘esercito popolare'”, spiega. “Il governo lo capisce e quindi non insiste troppo; è sufficiente che l’esercito congedi qualche riservista, come se questo risolvesse il problema.”

Di conseguenza Menuchin trova difficile valutare la reale portata di questo fenomeno. “Durante la guerra del Libano avevamo stimato che per ogni obiettore finito in prigione ce n’erano altri otto o dieci renitenti ideologici”, afferma. “Quindi, se 150 o 160 persone hanno dichiarato di non volersi arruolare per motivi ideologici, è ragionevole stimare che ci siano almeno 1.500 obiettori ideologici”. E questa è solo la punta dell’iceberg [considerando il numero molto più elevato di obiettori non ideologici]”.

Tuttavia secondo Yuval Green – che si è rifiutato di continuare il servizio a Gaza dopo aver disobbedito all’ordine di dare fuoco a un’abitazione palestinese e che ora guida un movimento contro la guerra chiamato “Soldati per gli Ostaggi” al quale hanno aderito 220 riservisti firmatari di una dichiarazione di rifiuto – questa categorizzazione binaria non racconta l’intera storia.

“Ci sono sempre più persone che potrebbero non avere necessariamente a cuore i palestinesi ma che non si sentono più in sintonia con gli obiettivi della guerra”, ha spiegato. “Lo chiamo ‘rifiuto ideologico grigio ‘. Non ho modo di conoscere il numero, ma sono sicuro che siano molti.

In passato dei miei conoscenti erano molto arrabbiati con me [per aver chiesto lobiezione di coscienza]”, continua Green. “Ora mi sento molto più compreso. Siamo diventati più rilevanti. I media ci seguono; siamo stati invitati su Canale 13 e Canale 11. Assisto giorno dopo giorno a dichiarazioni di rifiuto”.

Abbondano esempi recenti. La scorsa settimana Haaretz ha pubblicato un editoriale della madre di un soldato che affermava: “I nostri figli non combatteranno in una guerra messianica per loro scelta”. Un altro articolo sullo stesso giornale, scritto da un soldato anonimo, dichiarava: “L’attuale guerra a Gaza ha lo scopo di comprare la stabilità politica con il sangue. Non vi prenderò parte”.

Altri sono meno espliciti, ma il risultato è simile. In una recente intervista l’ex giudice della Corte Suprema Ayala Procaccia non è arrivata al punto di approvare il rifiuto, ma ha invocato la “disobbedienza civile”. Il 10 aprile, quasi 1.000 riservisti dell’Aeronautica Militare hanno pubblicato una lettera aperta chiedendo un accordo per [la liberazione degli] ostaggi che porrebbe fine alla guerra; a loro si sono presto uniti centinaia di riservisti della Marina e della squadra d’élite dell’intelligence, l’Unità 8200. Il Primo Ministro Netanyahu ha risposto: “Il rifiuto è rifiuto, anche quando è pronunciato implicitamente e con linguaggio ripulito”.

“La legittimità del regime è in pericolo”

Yael Berda, sociologa dell’Università Ebraica e attivista di sinistra, ha spiegato che il calo della disponibilità a presentarsi al servizio nella riserva deriva principalmente da preoccupazioni economiche. Ha fatto riferimento a un recente sondaggio del Servizio per l’Impiego Israeliano, che ha rilevato che il 48% dei riservisti ha segnalato una significativa perdita di reddito dal 7 ottobre e il 41% ha dichiarato di essere stato licenziato o costretto a lasciare il lavoro a causa dei lunghi periodi trascorsi nella riserva.

Anche Menuchin attribuisce un peso significativo ai fattori economici, ma offre un’ulteriore spiegazione: “Gli israeliani non vogliono sentirsi degli ingenui e stanno arrivando al punto in cui si sentono sfruttati. Vedono altri ottenere esenzioni e sono pronti a scommettere che se dovesse capitargli qualcosa nessuno sosterrà loro o le loro famiglie. C’è un senso di abbandono: vedono le famiglie degli ostaggi fare crowdfunding per la mera sopravvivenza. Il punto è che lo Stato è assente, e questo sta diventando chiaro a sempre più israeliani.

C’è molta disperazione”, continua Menuchin. “La gente non sa dove stiamo andando. Si assiste ad una corsa ai passaporti stranieri – già prima del 7 ottobre – e alla ricerca di posti ‘migliori’ in cui emigrare. C’è un crescente ripiegamento sulla preoccupazione per il proprio gruppo di interesse. E soprattutto, gli ostaggi non vengono riportati indietro.”

Per quanto riguarda il rifiuto ideologico, Berda identifica diverse categorie. “Un tipo di rifiuto deriva da ‘Quello che ho visto a Gaza’, ma si tratta di una minoranza”, spiega. “Un altro è legato alla perdita di fiducia nella leadership, dovuta soprattutto al fatto che il governo non ha fatto tutto il possibile per riportare indietro gli ostaggi. C’è un divario intollerabile tra ciò che il governo ha dichiarato di fare e ciò che ha effettivamente fatto. E questo divario fa in modo che le persone perdano fiducia”.

Un’ulteriore categoria, continua Berda, è quella del “disgusto per il discorso sul sacrificio” promosso dall’estrema destra religiosa, guidata da esponenti del calibro di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. “È una sorta di reazione alla narrazione dei coloni che afferma che sarebbe giusto sacrificare la propria vita per qualcosa di più grande”, spiega Berda. “Le persone reagiscono all’idea che la collettività sia più importante dell’individuo dicendo: ‘Gli obiettivi dello Stato sono importanti, ma io ho la mia vita’“.

Pur sottolineando che le minacce di obiezione di coscienza hanno rappresentato una parte importante delle proteste antigovernative del 2023, Berda afferma che “ora, dopo il fallimento del cessate il fuoco, si può affermare che l’intero movimento di protesta si oppone alla continuazione della guerra, sostenendo che si tratti della guerra di Netanyahu. Questa è sicuramente una novità; non c’è mai stata una rottura del genere, in cui la legittimità del regime fosse in pericolo.

Nel 1973 dicevano che Golda [Meir] era incompetente, che aveva commesso errori, ma nessuno dubitava della sua lealtà”, continua Berda. “Durante la prima guerra del Libano c’erano dubbi sulla lealtà di [Ariel] Sharon e [Menachem] Begin, ma erano considerazioni marginali. Ora, soprattutto alla luce dello scandalo “Qatargate”, la gente è convinta che Netanyahu sia disposto a distruggere lo Stato per il suo tornaconto personale”.

Tuttavia l’ondata di rifiuti e l’assenteismo non hanno ancora messo in ginocchio l’esercito. “La gente dice: ‘C’è il governo, e c’è lo Stato’,” spiega Berda. “Queste persone continuano a prestare servizio perché si aggrappano allo Stato e alle sue istituzioni di sicurezza, perché se non ci dovessero credere non gli rimarrebbe più niente.

L’opinione pubblica capisce che nel momento in cui la fiducia nell’esercito crollasse sarebbe tutto finito, e questo è spaventoso”, ha proseguito. “Temono di essere coinvolti nel crollo dell’esercito perché questo li renderebbe complici. Bibi sta costringendo gli israeliani a [quella che considerano] una scelta terribile. Qualunque cosa facciano, sarebbero complici di un crimine: o del crimine di genocidio o di quello di aver distrutto lo Stato.”

Meron Rapoport è un redattore di Local Call.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nella Siria meridionale nasce una nuova violenta occupazione israeliana

Tareq al-Salameh 

10 aprile 2025 – +972 magazine

Forze israeliane sono avanzate per miglia all’interno del territorio siriano, confiscando terre e case, uccidendo contadini e cercando di dividere le diverse popolazioni della regione.

Mentre riprendeva le operazioni militari nella Striscia di Gaza, nelle ultime settimane Israele ha esteso le sue incursioni terrestri nella Siria meridionale, lanciando anche attacchi aerei in tutto il Paese, da Latakia a Homs alla zona rurale di Damasco. In un pesante attacco del 25 marzo le forze israeliane hanno bombardato Koya, un piccolo villaggio nella valle dello Yarmouk nel governatorato di Deraa, facendo almeno sei morti.

(Truppe israeliane) hanno iniziato a sparare ai contadini appena li hanno visti,” ha detto a +972 Nadia Aboud, 28enne giornalista della vicina città di Deraa, raccogliendo testimonianze degli abitanti del villaggio: “I contadini, che hanno preso le armi per difendere la loro terra, hanno risposto al fuoco.” La situazione è degenerata in uno scontro più generalizzato e l’esercito israeliano ha lanciato almeno un attacco aereo contro il villaggio. “Due (dei contadini) sono stati uccisi sul posto. Quando altri sono corsi per aiutarli, i combattimenti si sono intensificati.”

Benché Aboud sottolinei che “la gente di Deraa vuole la pace e che venga rispettato (l’accordo siro-israeliano di disimpegno del 1974),” avverte che la resistenza continuerà: “Se Koya viene di nuovo attaccato, lo difenderanno fino all’ultimo uomo.”

L’attacco contro Koya è stato tra i più mortali da quando Israele ha invaso la Siria, circa quattro mesi fa. L’8 dicembre, poche ore dopo il crollo del regime dell’ex-presidente siriano Bashar Al-Assad, le forze israeliane si sono spostate rapidamente per impadronirsi di posti di controllo abbandonati sulla cima delle montagne e occupare territorio in violazione dell’accordo del 1974. 

Da allora aerei israeliani hanno condotto voli quasi quotidiani e colpito ex-siti militari di Assad, 600 attacchi nei primi otto giorni delle operazioni militari. Nel contempo truppe di terra sono avanzate per 12 miglia all’interno del territorio siriano, costruendo almeno nove basi militari ed estendendo reti stradali e altre infrastrutture per le comunicazioni.

L’alto comando israeliano giustifica questi bombardamenti come necessari per impedire che depositi militari cadano nelle mani del nuovo governo di Damasco, guidato dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa. Eppure al-Sharaa non ha dato alcun segno di cercare un conflitto con Israele, concentrando la propria attenzione sulla ricostruzione della Siria e facendo pressioni per togliere le sanzioni internazionali, mentre l’influenza dell’Iran in Siria è stata sistematicamente indebolita dalla partenza di Assad. E sul terreno nei pressi degli ex-avamposti militari spesso rimane una miriade di villaggi, che ospitano migliaia di siriani che sopportano il peso della nuova e violenta occupazione militare israeliana.

Divide et impera

A Rasm al-Rawadi, un piccolo villaggio nei pressi di Quneitra nella zona cuscinetto demilitarizzata tra Siria e Israele, l’8 dicembre gli abitanti si sono svegliati al suono di colpi di armi da fuoco e un bombardamento aereo. “Alle 11 del mattino soldati (israeliani) hanno buttato giù le porte delle case per controllare ogni cosa all’interno,” racconta Ali al-Ahmad, sessantacinquenne anziano abitante del villaggio. “Mentre l’esercito israeliano perquisiva le case e alcune le distruggeva, molte famiglie sono state sistemate in una scuola.” Negli ultimi quattro mesi il villaggio è rimasto sotto il controllo di Israele e quasi 350 persone sono state cacciate dalle proprie case occupate, secondo al-Ahmad, per uso militare.

Benché inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu abbia definito “temporanea” l’incursione israeliana nel sud della Siria, la crescente presenza militare israeliana suggerisce tutt’altro. Più di recente il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che Israele è pronto a rimanere a tempo indefinito nel Paese.

A gennaio Mohammed Fayyad, un avvocato e attivista per i diritti umani, è stato picchiato e arrestato dalle forze israeliane mentre informava sulle loro operazioni nel villaggio di Hamidye. Nel suo ufficio a Quneitra racconta a +972 che, oltre a questo violento scontro, ufficiali militari israeliani sono “entrati nei villaggi con veicoli civili bianchi per raccogliere dati, compilando questionari statistici con il pretesto di offrire aiuto umanitario.” Inoltre sostiene che hanno offerto di pagare agli abitanti del posto “almeno 75 dollari al giorno per la costruzione delle infrastrutture di basi militari.”

Dopo averci preso tutto ci offrono cibo, medicine, elettricità e lavoro,” spiega Fayyad. “Intendono provocare divisione e separazione dalla nuova amministrazione [di Damasco].” Ma finora, segnala, gli abitanti hanno respinto queste offerte e “rifiutano ogni interferenza riguardo alla divisione della Siria.”

Dopo un mese di relativa calma, il 24 febbraio famiglie di Quneitra e Deraa hanno sperimentato una notte di bombardamenti israeliani. Il giorno successivo si sono svegliati con carri armati e pick-up armati che attraversavano i loro villaggi. L’attacco è giunto proprio dopo la prima Conferenza per il Dialogo Nazionale, in cui dirigenti politici e religiosi di tutte le comunità si sono riuniti per discutere del futuro del Paese.

Abbiamo appena finito una guerra, ma non abbiamo problemi a iniziarne un’altra con Israele per difendere il nostro Paese,” dice a +972 il quarantasettenne Omar Hanoun nella sua casa nel villaggio di Al-Rafeed, nei pressi di Quneitra. Hanoun è stato uno degli organizzatori della protesta civile del 25 febbraio contro l’incursione dell’esercito israeliano mentre i soldati avanzavano nel villaggio dal Monte Peres, rimasto sotto il controllo israeliano fin dall’occupazione del Golan nella guerra del 1967.

Secondo Hanoun e altri abitanti del posto intervistati da +972 il comportamento dei soldati israeliani invasori ha seguito un modello simile in molti villaggi della regione. “Hanno distrutto alberi secolari e sparato a chiunque si avvicinasse,” afferma, descrivendo l’arrivo dell’esercito israeliano ad Al Asbah, un piccolo villaggio nei pressi di Al-Rafeed. “Hanno persino ucciso due giovani su una moto che avevano con sé un fucile, cosa normale in questa regione per proteggere il bestiame.”

Bader Safi, un insegnante della scuola locale a Kodana, un villaggio sul confine del Golan occupato, racconta a +972 che decine di soldati israeliani hanno confiscato terre degli abitanti e pattugliato regolarmente la cittadina con cani. “Ho perso il conto di quante volte sono entrati nel nostro villaggio,” afferma. “Un mio vicino e amico la cui terra è stata presa (dai soldati) sta vivendo a casa mia. Piange ogni giorno perché ha perso tutto.”

Sheikh Abu Nasr, 70 anni, di Al-Rafeed, sostiene che, quando l’esercito israeliano l’ha occupato la popolazione locale ha resistito agli ordini di rimanere chiusi in casa. “Crediamo che questa sia la nostra terra. Qui abbiamo piantato viti e fichi. Non riconosciamo lo Stato occupante,” afferma, aggiungendo che le forze del nuovo governo siriano non sono mai entrate nel villaggio per offrire assistenza. “Siamo soli, ma rimarremo qui sulla nostra terra anche se qualcun altro ci controlla.”

Sfruttare i drusi

Un’altra strategia utilizzata da Israele per giustificare la sua occupazione è sostenere di appoggiare i drusi della Siria meridionale, la terza minoranza religiosa più numerosa, il 3% circa della popolazione del Paese. Ricorrendo alla lealtà dei drusi israeliani, che in numero significativo prestano servizio nelle sue forze armate, Israele cerca di dipingere la sua presenza come approvata a livello locale.

Il 1 marzo Netanyahu e Katz hanno ordinato alle forze dell’esercito israeliano di prepararsi a difendere Jaramana, un villaggio druso del sud della Siria. “Non consentiremo al regime islamico estremista siriano di danneggiare i drusi,” ha dichiarato Katz, in seguito a informazioni su scontri nella periferia di Damasco. “Se il regime attacca i drusi a Jaramana risponderemo.”

Una volta piccolo quartiere nei pressi di Damasco, oggi Jaramana ospita più di un milione di lavoratori siriani. Secondo K. Aboulhosn, studente di arte di 25 anni che vi abita, Jaramana ora è una “cittadina multietnica e multireligiosa”, la cui popolazione è notevolmente aumentata durante la guerra civile, quando per via della sua relativa calma è diventata un “rifugio per sfollati da altre zone di Damasco.”

Dall’esterno i due scontri a Jaramana che hanno provocato la reazione israeliana, uno all’ospedale Al-Mujtahed e l’altro al checkpoint di Jaramana, sono sembrate una diatriba tra il personale locale della sicurezza e le forze del nuovo governo siriano guidato da Ahmad al-Shara. Ma secondo Makram Oubaid, avvocato del Comitato di Azione Civica di Jaramana, di fatto sono stati “due incidenti di natura personale non legati tra loro” che sono trascesi fino a un conflitto su più vasta scala. Alla fine gli scontri hanno portato a un accordo che consente alle forze di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) [gruppo salafita attualmente al potere in Siria, ndt.] che, secondo Oubaid, “sono intervenute solo per porre fine ai combattimenti e ripristinare l’ordine,” di istituire un ufficio e condividere le responsabilità della sicurezza nel villaggio con la popolazione drusa del posto.

Indipendentemente dalla natura degli scontri, per il governo israeliano la situazione ha rappresentato un’opportunità per sfruttare la popolazione drusa e affermare ulteriormente la sua influenza sulla Siria. Una settimana prima dell’incidente di Jaramana Netanyahu ha annunciato che Israele non avrebbe tollerato “alcuna minaccia contro la comunità drusa nel sud della Siria.”

Ora, mentre i diversi gruppi religiosi ed etnici siriani negoziano una fragile coesistenza dopo la caduta di Assad, l’invasione israeliana minaccia di spezzare questo delicato equilibrio. “L’intervento israeliano sta allargando la divisione tra i drusi e le altre comunità siriane,” dice a +972 Farid Ayach, trentaduenne professore di arti visive nel suo appartamento di Jaramana. “Sta anche provocando nei Paesi vicini tensioni che favoriscono (anche) gli interessi di Israele.”

Finora tutto indica che l’esercito israeliano non si ritirerà dalle zone occupate nel sud della Siria. Invece molti indizi segnalano un’ulteriore escalation in quanto Israele continua a rafforzare le sue posizioni e occupa ulteriore territorio. Tuttavia, in seguito agli attacchi di febbraio a Quneitra e Deraa, la popolazione locale si sta impegnando sempre più nella resistenza all’offensiva israeliana.

In varie parti di Damasco, così come a Deraa, Khan Arnabeh, Suwayda e in molti altri villaggi e cittadine di Quneitra sono avvenute manifestazioni contro l’invasione. Persino la comunità drusa ha rifiutato le offerte di aiuto umanitario e si è opposta. Quando il ministro della Difesa Katz ha promesso di “assistere” i drusi di Jaramana, le milizie druse di Suwayda si sono spostate verso Damasco, decise a difendere la propria gente dalla presunta missione di soccorso israeliana.

Il sud della Siria conserverà la sua dignità,” ha affermato Fayyad, l’avvocato e attivista dei diritti umani. “Abbiamo dei chiari principi: non vogliamo che si ripetano gli eventi del 1967 né abbandonare le nostre case e terre.”

Tareq al-Salameh è lo pseudonimo di un giornalista residente a Damasco che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele sta sviluppando uno strumento simile a ChatGPT che utilizza a scopi militari la sorveglianza sui palestinesi

Yuval Abraham

6 marzo 2025 – +972 Magazine

Un’inchiesta rivela che l’esercito israeliano sta creando un modello linguistico di IA che utilizza milioni di conversazioni intercettate tra i palestinesi e che potrebbe accelerare il processo di incriminazione e arresto.

Un’inchiesta di 972 Magazine, Local Call e Guardian rivela che l’esercito israeliano sta sviluppando un nuovo strumento di intelligenza artificiale simile a ChatGPT e lo sta addestrando su milioni di conversazioni in arabo ottenute dal controllo sui palestinesi nei territori occupati.

Lo strumento di IA, che è in corso di creazione sotto gli auspici dell’Unità 8200, una squadra d’élite di guerra informatica all’interno della Direzione di Intelligence dell’Esercito Israeliano, è noto come un Large Language Model [Grande Modello Linguistico] (LLM): un programma di apprendimento automatico in grado di analizzare informazioni e di generare, tradurre, prevedere e riassumere un testo. Mentre gli LLM a disposizione del pubblico, come il motore di ricerca che sta dietro ChatGPT, sono creati sulla base di informazioni raccolte da internet, il nuovo modello in via di sviluppo da parte dell’esercito israeliano viene alimentato con una grande quantità di informazioni di intelligence raccolti dalla vita quotidiana di palestinesi che vivono sotto occupazione.

L’esistenza dell’LLM dell’Unità 8200 è stata confermata a +972, Local Call e Guardian da tre fonti della sicurezza israeliana che sono al corrente del suo sviluppo. Nella seconda metà dell’anno scorso il modello era ancora in via di addestramento e non è chiaro se sia stato già utilizzato o come l’esercito lo userà esattamente. Tuttavia alcune fonti hanno spiegato che un vantaggio fondamentale per l’esercito sarà la capacità dello strumento di processare rapidamente una grande quantità di materiale di sorveglianza in modo da “rispondere a domande” su specifici individui. A giudicare da come l’esercito utilizza già modelli linguistici meno potenti sembra probabile che l’LLM potrebbe aumentare ulteriormente l’incriminazione e l’arresto di palestinesi da parte di Israele.

“L’IA amplifica il potere,” ha spiegato una fonte dell’intelligence che ha seguito da vicino lo sviluppo di modelli linguistici da parte dell’esercito israeliano negli ultimi anni. “Consente operazioni (che utilizzano) i dati di molte più persone, permettendo il controllo della popolazione. Non serve solo ad impedire attacchi armati. Può monitorare attivisti per i diritti umani. Posso controllare l’attività edilizia dei palestinesi nell’Area C (della Cisgiordania). Ho più strumenti per sapere quello che sta facendo ogni persona in Cisgiordania. Quando hai così tanti dati li puoi indirizzare verso qualunque finalità tu voglia.”

Mentre lo sviluppo dello strumento precede l’attuale guerra, la nostra inchiesta rivela che dopo il 7 ottobre l’Unità 8200 ha chiesto l’aiuto di cittadini israeliani esperti nello sviluppo di modelli linguistici che stavano lavorando con giganti tecnologici come Google, Meta e Microsoft. Con la mobilitazione in massa di riservisti all’inizio dell’attacco israeliano contro Gaza gli esperti industriali del settore privato hanno iniziato ad arruolarsi nell’unità portando competenze che in precedenza erano “accessibili solo a un gruppo molto esclusivo di imprese in tutto il mondo,” come ha affermato una fonte della sicurezza. (In risposta alle nostre domande Google ha affermato di avere “dipendenti che prestano servizio come riservisti in molti Paesi” ed ha sottolineato che il lavoro che fanno in quel contesto “non è legato a Google”. Meta e Microsoft si sono rifiutati di rispondere.)

Secondo una fonte il chatbot [programma che simula ed elabora conversazioni umane, ndt.] dell’Unità 2800 è stato addestrato su 100 miliardi di parole in arabo ottenute in parte attraverso la sorveglianza israeliana su vasta scala di palestinesi sotto il controllo del suo esercito, il che secondo gli ammonimenti degli esperti costituisce una grave violazione dei diritti dei palestinesi. “Stiamo parlando di informazioni molto riservate, prese a persone che non sono sospettate di alcun reato, per addestrare uno strumento che in seguito potrebbe contribuire a creare dei sospetti,” ha detto a +972, Local Call e Guardian Zach Campbell, un esperto ricercatore tecnologico di Human Rights Watch .

Nadim Nashif, direttore e fondatore dell’associazione palestinese per i diritti digitali e il sostegno 7amleh, ha ripreso queste preoccupazioni: “I palestinesi sono diventati oggetti nel laboratorio israeliano per lo sviluppo di queste tecnologie e per l’uso dell’IA come arma, tutto con lo scopo di conservare il regime di apartheid e occupazione in cui queste tecnologie vengono usate per dominare un popolo, per controllarne la vita. Questa è una grave e continua violazione dei diritti digitali dei palestinesi, che sono diritti umani.”

Sostituiremo tutti i funzionari dell’intelligence con operatori dell’IA”

I tentativi dell’esercito israeliano di sviluppare il suo LLM sono stati riconosciuti pubblicamente per la prima volta lo scorso anno da Chaked Roger Joseph Sayedoff, un funzionario dell’intelligence che si è presentato come il capo del progetto, in una conferenza che ha suscitato scarso interesse: “Abbiamo cercato di creare un insieme di dati il più ampio possibile, raccogliendo tanti dati in arabo quanti lo Stato di Israele non ha mai avuti,” ha spiegato durante la sua esposizione alla conferenza DefenseML di Tel Aviv. Ha aggiunto che il programma è stato addestrato su “quantità allucinanti” di informazioni di intelligence.

Secondo Sayedoff, quando nel novembre 2022 l’LLM di ChatGPT è stato messo per la prima volta a disposizione del pubblico, l’esercito israeliano ha riunito un gruppo di intelligence specificamente dedicato a indagare su come l’IA generativa potesse essere adattata a scopi militari: “Abbiamo detto ‘Accidenti, ora sostituiremo tutti i funzionari dell’intelligence con operatori (dell’IA). Ogni cinque minuti leggeranno tutte le informazioni dell’intelligence israeliana e prevederanno chi sarà il prossimo terrorista’,” ha affermato Sayedoff.

Ma il gruppo inizialmente non riusciva a fare molti progressi. OpenAI, l’azienda che sta dietro ChatGPT, ha rifiutato la richiesta dell’Unità 8200 di avere accesso diretto al suo LLM e di consentire che venisse integrato nel sistema fuori rete interno all’unità. (Da allora l’esercito israeliano ha utilizzato il modello linguistico di OpenAI, ottenuto tramite Microsoft Azure, come hanno rivelato +972 e Local Call in un’altra inchiesta recente. OpenAI ha rifiutato di commentare questa vicenda).

E, spiega Sayedoff, c’era un altro problema: i modelli linguistici esistenti possono processare solo l’arabo standard, utilizzato nelle comunicazioni formali, in letteratura e nei media, non i dialetti che vengono parlati. La Direzione dell’Intelligence Militare di Israele ha capito che avrebbe dovuto sviluppare un suo programma basato, come ha detto Sayedoff nella sua lezione, “sui dialetti che ci odiano.”

Il punto di svolta è giunto con lo scoppio della guerra di Gaza nell’ottobre 2023, quando l’Unità 8200 ha iniziato a reclutare come riservisti gli esperti in modelli linguistici dalle imprese private di tecnologia. Ori Goshen, co-amministratore delegato e co-fondatore dell’impresa israeliana AI21 Labs, specializzata in modelli linguistici, ha confermato che i suoi dipendenti hanno partecipato al progetto durante il loro servizio come riservisti. “Un’agenzia della sicurezza non può lavorare con un servizio come ChatGPT, quindi ha bisogno di trovare il modo per far funzionare l’IA all’interno di un sistema che non sia connesso con altre reti,” ha spiegato.

Secondo Goshen i benefici che gli LLM forniscono alle agenzie di intelligence potrebbero includere la capacità di processare rapidamente informazioni e generare liste di “sospetti” da arrestare. Ma per lui la cosa fondamentale è la loro capacità di reperire dati sparsi in molteplici fonti. Piuttosto che usare “strumenti di ricerca primitivi”, gli operatori potrebbero semplicemente “fare domande e ricevere risposte” da un chatbot, che, per esempio, sarebbe in grado di dirti se due persone si sono mai incontrate o stabilire immediatamente se una persona ha mai commesso una determinata azione.

Tuttavia Goshen ammette che affidarsi ciecamente a questi strumenti potrebbe portare ad errori: “Questi sono modelli probabilistici, gli fornisci un suggerimento o una domanda e loro generano qualcosa che sembra una magia,” ha spiegato. “Ma spesso la risposta non ha senso. La chiamiamo ‘allucinazione.’”

Campbell, di Human Rights Watch, solleva una preoccupazione simile. Gli LLM, afferma, funzionano come “macchine indovine”, e i loro errori sono intrinseci al sistema. Oltretutto spesso le persone che utilizzano questi strumenti non sono quelle che li hanno sviluppati e la ricerca dimostra che tendono ad averne più fiducia. “In definitiva quelle supposizioni potrebbero essere utilizzate per incriminare persone,” ha affermato.

Precedenti inchieste di +972 e Local Call sull’uso da parte dell’esercito israeliano di sistemi basati sull’IA per definire i bersagli e facilitare i bombardamenti a Gaza hanno evidenziato le lacune operative insite in tali strumenti. Per esempio l’esercito ha utilizzato un programma noto come Lavender [Lavanda] per generare una “lista nera” di decine di migliaia di palestinesi che l’IA ha accusato perché presentavano caratteristiche che le era stato insegnato di associare all’appartenenza a gruppi armati.

Poi l’esercito ha bombardato molte di queste persone, in genere mentre si trovavano a casa con i loro familiari, benché il programma fosse noto per avere una percentuale di errore del 10%. Secondo le fonti, la supervisione da parte di un essere umano della procedura di eliminazione è servita semplicemente come “timbro di approvazione” e i soldati hanno trattato i risultati di Lavender “come se si trattasse di una decisione presa da un essere umano.”

A volte si tratta solo di un comandante di divisione che vuole 100 arresti al mese”

Lo sviluppo di uno strumento simile a ChatGPT addestrato sull’arabo parlato rappresenta un’ulteriore estensione dell’apparato di sorveglianza israeliano nei territori occupati, che è da molto tempo estremamente intrusivo. Più di un decennio fa i soldati che avevano prestato servizio nell’Unità 8200 hanno testimoniato di aver monitorato civili senza alcun rapporto con gruppi armati per ottenere informazioni che avrebbero potuto essere usate per ricattarli, per esempio riguardo a difficoltà economiche, orientamento sessuale o gravi malattie che avevano colpito loro o un loro famigliare. Gli ex-soldati hanno anche ammesso di aver controllato anche attivisti politici.

Insieme allo sviluppo del proprio LLM l’Unità 8200 ha già utilizzato modelli linguistici meno potenti che consentono di classificare le informazioni, la trascrizione e la traduzione di conversazioni dall’arabo parlato all’ebraico e di fare efficienti ricerche di parole chiave. Questi strumenti rendono il materiale di intelligence più immediatamente accessibile, in particolare per la Divisione Giudea e Samaria (Cisgiordania) dell’esercito.

Secondo due fonti i modelli meno potenti consentono all’esercito di passare al setaccio materiale di sorveglianza e identificare palestinesi che manifestino rabbia contro l’occupazione o il desiderio di attaccare soldati o coloni israeliani.

Una fonte ha descritto un modello linguistico correntemente in uso che analizza dati e identifica palestinesi che utilizzano parole che indicano “chi crea problemi”. La fonte ha aggiunto che l’esercito ha utilizzato modelli linguistici per prevedere chi avrebbe potuto lanciare pietre contro i soldati durante operazioni per “dimostrare la presenza”, cioè quando i soldati fanno incursioni in città o villaggi in Cisgiordania e vanno di casa in casa, irrompendo in ogni abitazione di una particolare via per arrestare e intimidire gli abitanti.

Fonti di intelligence hanno affermato che l’uso di modelli linguistici, insieme alla sorveglianza su vasta scala nei territori occupati, ha accentuato il controllo israeliano sulla popolazione palestinese e accresciuto significativamente la frequenza degli arresti. I comandanti possono accedere a informazioni di intelligence grezze tradotte in ebraico senza la necessità di basarsi sui centri linguistici dell’Unità 8200 perché forniscano loro il materiale o senza conoscere l’arabo, e selezionare da una lista che si allunga continuamente i “sospetti” da arrestare in ogni località palestinese. “A volte è solo un comandante di divisione che vuole 100 arresti al mese nella sua area,” ha affermato una fonte.

Tuttavia, a differenza dei modelli meno potenti attualmente in uso, quello più performante in via di sviluppo è addestrato con i dati dell’Unità 8200 su milioni di conversazioni tra palestinesi. “L’arabo parlato è (difficilmente) disponibile in internet,” ha spiegato la fonte. “Non ci sono trascrizioni di conversazioni o chat WhatsApp in rete. Non ne esistono nella quantità necessaria per addestrare un modello di questo genere.”

Per addestrare l’LLM le conversazioni quotidiane tra palestinesi che non hanno un immediato valore per l’intelligence sono comunque utili per uno scopo fondamentale: “Se qualcuno chiama un’altra persona (al telefono) e gli dice di uscire perché la sta aspettando fuori da scuola, solo una conversazione casuale, non è interessante,” ha spiegato una fonte della sicurezza. “Ma per un modello come questo vale oro, perché fornisce sempre più dati per l’addestramento.”

L’Unità 8200 non è l’unica agenzia di intelligence statale che cerca di sviluppare strumenti di IA generativa: la CIA ha sviluppato un modello simile a ChatGPT per analizzare informazioni open-source e anche le agenzie di intelligence della Gran Bretagna stanno sviluppando i propri LLM. Tuttavia ex- ufficiali della sicurezza britannica e americana hanno detto a +972, Local Call e Guardian che la comunità dell’intelligence israeliana si sta prendendo maggiori rischi delle sue controparti americane o britanniche nell’integrare sistemi di IA nelle analisi di intelligence.

Brianna Rosen, ex-funzionaria della sicurezza alla Casa Bianca e attualmente ricercatrice in studi militari e sulla sicurezza all’Università di Oxford, ha spiegato che un analista di intelligence che usa uno strumento come ChatGPT sarebbe potenzialmente in grado di “individuare minacce che un essere umano potrebbe non riscontrare persino prima che si manifestino.” Tuttavia esso “rischia anche di tracciare false connessioni e conclusioni errate. Si stanno per commettere errori e alcuni di essi potranno avere conseguenze molto serie.”

Le fonti israeliane di intelligence hanno sottolineato che in Cisgiordania la questione più urgente non è necessariamente l’accuratezza di questi modelli ma piuttosto le vaste dimensioni degli arresti. Le liste di “sospetti” sono in costante aumento, in quanto vengono continuamente raccolte grandi quantità di informazioni rapidamente processate utilizzando IA.

Varie fonti hanno affermato che un “sospetto” vago o generico spesso è sufficiente a giustificare la detenzione amministrativa di palestinesi, una condanna al carcere di sei mesi prorogabili senza accuse né processo sulla base di “prove” imprecisate. Affermano che, in un contesto in cui la sorveglianza dei palestinesi è così estesa e i limiti agli arresti sono minimi, l’aggiunta di nuovi strumenti basati sull’IA amplierà la possibilità per Israele di trovare informazioni compromettenti su molte più persone.

Il portavoce dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] non ha risposto a specifiche domande di +972, Local Call e Guardian “a causa della natura sensibile delle informazioni,” affermando solo che “ogni ricorso a strumenti tecnologici viene fatto attraverso un rigoroso processo guidato da professionisti per garantire la massima accuratezza delle informazioni di intelligence.”

Harry Davies del Guardian e Sebastian Ben Daniel (John Brown) hanno contribuito a questa inchiesta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nella sua lotta contro il fascismo l’accademia israeliana rimane cieca riguardo a una verità fondamentale

Anat Matar

26 febbraio 2025 – +972 Magazine

L’attacco del governo contro le regole democratiche non può essere separato dalla sua oppressione dei palestinesi: sono due emisferi dello stesso cervello di destra

Mai prima d’ora le due comunità israeliane con cui divido buona parte del mio tempo, quella universitaria e quella degli attivisti, sono state così estranee tra loro, e ciò nonostante entrambe siano realmente preoccupate del fascismo che stringe la sua presa sulla società israeliana.

Il contrasto tra le risposte delle due comunità al benedetto cessate il fuoco, entrato in vigore il mese scorso, è un’indicazione di questo abisso. Quando noi attivisti di sinistra abbiamo festeggiato il cessate il fuoco ci era chiaro che avrebbe dovuto essere raggiunto molto prima. Dalla seconda settimana dell’ottobre 2023 abbiamo capito che la guerra di Israele contro Gaza era motivata semplicemente da un sentimento di vendetta, mascherato da una facciata retorica di “autodifesa”, e che avrebbe portato solo a un’enorme sofferenza per israeliani e palestinesi; abbiamo anche compreso che avrebbe messo a rischio la vita degli ostaggi israeliani.

D’altra parte la risposta al cessate il fuoco del campo accademico liberal israeliano è stata più emotiva che politica: parlano incessantemente della sofferenza degli ostaggi ma non rivolgono quasi alcuna critica agli obiettivi iniziali e alla condotta della guerra da parte dell’esercito, né fanno un tentativo di capire come siamo arrivati a questo punto. Ciò corrisponde tristemente a come si sono comportati in questi ultimi 16 mesi. Dopo aver guidato il movimento di protesta contro la riforma della giustizia prevista dal governo all’inizio del 2023, dal 7 ottobre l’accademia israeliana si è rapidamente allineata. Da discorsi ed editoriali bellicosi che difendono una “guerra giusta” all’arruolamento in massa degli studenti israeliani nei servizi della riserva, nei primi mesi l’università nel suo complesso ha appoggiato la guerra.

Quello che i miei colleghi accademici non riescono ad afferrare, mentre i miei amici attivisti lo comprendono chiaramente, è che i continui attacchi del governo israeliano alle regole e alle istituzioni democratiche non possono essere disgiunti dall’oppressione genocida del popolo palestinese. Rappresentano i due emisferi dello stesso cervello di destra.

Un netto rifiuto

Quando, pochi giorni dopo la sua formazione alla fine del 2022, la coalizione di governo del primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua riforma della giustizia la comunità accademica progressista si è rapidamente attivata. Docenti e studenti sono usciti a frotte dall’università e sono scesi in piazza sventolando grandi bandiere israeliane blu e bianche e portando cartelli che dicevano “Nessuna università senza democrazia”. Dirigenti universitari, compreso il presidente dell’università di Tel Aviv Ariel Porat, si sono espressi pubblicamente contro quelli che hanno visto come i pericoli che le riforme proposte pongono alla “democrazia israeliana”, unendosi alle proteste e scrivendo decine di lettere aperte e di editoriali.

Per un certo tempo gli orrori del 7 ottobre hanno fatto tacere alcune di queste voci. Altre sono state reclutate dalla macchina propagandistica israeliana e hanno applaudito quella che hanno visto come la guerra giustificata di Israele contro Hamas: come ha sostenuto Porat nel novembre 2023, “la guerra contro Amalek [spietato nemico biblico degli ebrei, ndt.].” Con il tempo, quando è diventata evidente la verità che gli attivisti di sinistra avevano già constatato a metà ottobre, cioè che il governo non era affatto interessato a salvare gli ostaggi che languivano a Gaza, nei circoli accademici ci sono stati sommessi mormorii di dissenso. Ci sono state persino espressioni di preoccupazione riguardo alla “crisi umanitaria” a Gaza e richieste di scongiurarla.

Ma è stato solo con la ripresa dell’attacco del governo contro lo Stato e le istituzioni pubbliche che alcune voci progressiste hanno ripreso a parlare in massa. Il primo gennaio 2024 l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha sentenziato contro uno dei pilastri della riforma giudiziaria. Questa iniziativa ha gradualmente riportato la questione all’attenzione sia del ministero della Giustizia israeliano che dell’opinione pubblica liberal. Per molti mesi il ministro della Giustizia Yariv Levin si è rifiutato di riunire la commissione responsabile dell’elezione del presidente della Corte Suprema, e ora si rifiuta di riconoscerne la designazione.

In un recente articolo per Haaretz Porat ha dettagliato il tipo di “mega-avvenimenti” che, se dovessero accadere, richiederebbero manifestazioni e persino scioperi: la destituzione del procuratore generale, il licenziamento del capo dello Shin Bet [il servizio segreto interno israeliano, ndt.] e la mancata osservanza delle sentenze della Corte Suprema da parte del governo. Le osservazioni di Porat hanno ricevuto un vasto appoggio dalle organizzazioni accademiche, comprese la Bashaar – Comunità Accademica per la Società Israeliana, l’Accademia Israeliana delle Scienze e alcuni sindacati dei docenti.

Questi singoli e gruppi si sono anche fortemente opposti a varie leggi della Knesset che prendono di mira l’università definendole le “leggi bavaglio”: una che taglierebbe i finanziamenti pubblici alle istituzioni accademiche che non licenzino docenti che esprimono “appoggio al terrorismo” e un’altra che richiede alle università di chiudere associazioni di studenti che appoggino “il terrorismo o la lotta armata contro lo Stato di Israele”.

Non c’è alcun dubbio che l’ira e gli appelli urgenti dei dirigenti universitari a resistere a ogni aspetto della riforma giudiziaria siano totalmente giustificati. Tuttavia essi hanno dimostrato un netto rifiuto di riconoscere altri aspetti della stessa agenda, messi in pratica dallo stesso abominevole governo molto prima del 7 ottobre: l’intensificazione dell’occupazione e della spoliazione dei palestinesi; l’espansione delle colonie e degli avamposti dei coloni, spesso attraverso la forza e la violenza; la deliberata e totale cancellazione dell’esistenza politica dei palestinesi.

Da quel terribile giorno il regime della “riforma giudiziaria” ha portato avanti a Gaza una seconda Nakba, molto più brutale della prima. Ha ucciso decine di migliaia di palestinesi mentre ne sfollava e affamava due milioni; ha distrutto il paesaggio fisico dell’intera Striscia, comprese tutte le sue università; ha bloccato l’ingresso di cibo, aiuti umanitari e materiale sanitario. In breve, tutte le componenti che costituiscono un genocidio.

Allo stesso tempo il governo ha stretto la sua presa sulla Cisgiordania occupata espandendo la costruzione di colonie, privando dei mezzi di sostentamento centinaia di migliaia di palestinesi, lanciando nuove massicce operazioni militari nei campi profughi e lasciando liberi i coloni suoi complici di commettere soprusi sistematici.

Lo stesso governo, lo stesso programma, la stessa escalation totalitaria e lo stesso palese disprezzo per la vita umana. Eppure per due anni l’élite ebraica progressista istituzionale ha continuamente negato il rapporto tra questi due emisferi che formano il cervello dell’attuale regime.

Il rapporto tra l’accademia e l’esercito

Il deliberato scollamento spesso è reso possibile dal fatto di separare le azioni di Netanyahu e del suo governo, quello che recentemente l’ex capo di stato maggiore Moshe Ya’alon ha descritto come “il governo di messianici, disertori e del corrotto”, da quelle dell’esercito. Il primo commette orribili crimini di guerra; il secondo, che include soldati e ufficiali innocenti, potrebbe trovarsi ad essere accusato dall’ Aia [la Corte Penale Internazionale, ndt.], senza alcuna colpa.

Ciò in parte deriva dalla stretta collaborazione tra l’accademia e l’esercito israeliani attraverso ricerche in comune, programmi speciali per i soldati, conferenze sulla “sicurezza”; in una collaborazione proseguita dopo il 7 ottobre. Per esempio recentemente l’università di Tel Aviv ha ospitato l’inaugurazione del DefenseTech Summit [Vertice sulla Tecnologia della Difesa], che metteva in mostra le ultime innovazioni letali degli armamenti di Intelligenza Artificiale e droni, tutto mentre le forze armate israeliane distruggevano ogni possibilità di vita nella Striscia di Gaza. Tra i principali oratori c’era il generale (della riserva) Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa israeliano e da poco nominato capo di stato maggiore.

Anche se agevolano questi rapporti tra l’università e l’esercito, i dirigenti universitari progressisti israeliani non sempre li promuovono, né, tuttavia, li negano. In una recente intervista la professoressa Milette Shamir, vice-presidentessa dell’università di Tel Aviv per la collaborazione accademica internazionale, è sembrata totalmente restia ad assumersi la responsabilità della complicità della sua università nell’impegno bellico di Israele.

“Mentre è vero che a volte la nostra ricerca favorisce l’impegno militare,” ha ammesso, “non decidiamo noi gli indirizzi di ricerca al posto dei nostri docenti quello su cui devono fare ricerca.” Non ha neppure approfondito se questo impegno per la libertà accademica potrebbe consentire a un docente di condurre scavi archeologici nella Cisgiordania occupata in chiara violazione delle leggi internazionali o sviluppare cineprese da applicare ai cani per aiutare le unità cinofile dell’esercito a condurre attacchi letali contro civili palestinesi a Gaza [cosa realmente accaduta, come dimostrato da un video della stessa università. Vedi https://www.middleeasteye.net/news/tel-aviv-university-developed-dog-cameras-army-unit-linked-gaza-attacks. Ndt.].

Né Shamir ha affrontato la questione dei contratti che l’università firma con l’esercito per programmi accademici specialistici, che consentono a soldati in uniforme e armati di invadere il campus di Tel Aviv. Nella mente della vice-presidentessa, come in quella del presidente e di molti altri importanti membri del corpo docente, è al governo che essi si oppongono e quest’ultimo non ha un reale rapporto con l’esercito, che essi invece sono orgogliosi di servire. È così che Shamir è in grado di affermare: “Sarebbe sbagliato sostenere che collaboriamo con il governo.”

Questa devozione per l’esercito israeliano, guidata dalla fede nella sua intrinseca moralità e di quella della maggioranza dei suoi soldati, è stata ampiamente evidenziata nel più recente editoriale di Porat su Haaretz, pubblicato diversi giorni fa. In esso egli mette in guardia contro la legge della Knesset, approvata la scorsa settimana in lettura preliminare, che vieterebbe ai cittadini, autorità ed enti pubblici israeliani di collaborare in qualunque modo con la Corte Penale Internazionale.

Come ha giustamente evidenziato Porat, questa legge limiterebbe gravemente il lavoro di giornalisti e accademici che potrebbero rischiare il carcere solo per aver pubblicato articoli sui crimini dei soldati israeliani. Ma per Porat una “conseguenza non meno grave” della legge sarebbe la minaccia che rappresenta per i soldati israeliani, che egli ritiene sarebbero a grave rischio di azioni penali all’estero. Di nuovo, vediamo una sincera preoccupazione per la democrazia unita a un totale oblio del fatto che Israele ne è lontana e, con le sue parole, una profonda fiducia nella purezza della “grande maggioranza dei soldati dell’esercito”, anche “se, dio non voglia, sono stati commessi crimini di guerra” da qualcuno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)