Perché i democratici sono i collaboratori perfetti di Israele nel genocidio

Tariq Kenney-Shawa

29 ottobre 2024 – +972 Magazine

Occultando l’appoggio a Israele con vuoti gesti umanitari ed empatia verso i palestinesi Biden e Harris hanno indebolito la pressione per porre fine alla guerra

Nell’ultimo anno abbiamo assistito al fatto che il presidente Joe Biden ha elevato il “rapporto speciale” tra USA e Israele a nuovi livelli. Da rifornire le scorte di armi di Israele e difenderlo dal dover pagare le conseguenze delle sue azioni a livello internazionale a schierare risorse e personale statunitensi a difesa di Israele, l’amministrazione Biden ha fatto di tutto e di più per garantire che Israele non solo potesse sostenere il suo attacco senza precedenti contro Gaza, ma che non dovesse accollarsi l’intero costo della guerra.

Biden ha iniziato la sua campagna per la rielezione competendo con Donald Trump per il titolo di “miglior amico di Israele”, una corsa grottesca verso il basso che è diventata una tradizione durante il periodo elettorale statunitense. Così quando il presidente alla fine ha deciso di rinunciare, alcuni erano speranzosi che la vicepresidente Kamala Harris ci avrebbe liberati da questa spirale verso il basso. Sono rimasti presto delusi.

I mezzi di comunicazione hanno insistito con entusiasmo sul fatto che Harris sembrava dimostrare “una maggiore comprensione ed empatia verso i palestinesi,” e hanno ipotizzato che questa differenza potrebbe portare in prospettiva a un cambiamento di politica. Ma nei mesi successivi alla sua designazione alla testa della candidatura democratica Harris ha messo in chiaro di essere pronta e desiderosa di continuare con la disastrosa eredità di Biden per i prossimi 4 anni.

E mentre la stragrande maggioranza degli israeliani preferisce Trump a Harris e l’ex-presidente sicuramente rimane il candidato preferito tra i dirigenti più estremisti del Paese, essi potrebbero sbagliarsi. Perché se guardi oltre la posizione di parte, non solo Biden passerà alla storia come il più fedele alleato di Israele, ma la strategia che lui e i suoi sostenitori democratici hanno accolto, mascherando il loro supporto incondizionato a Israele dietro l’apparente preoccupazione per i diritti umani, ha giocato un ruolo cruciale nel consentire a Israele di cavarsela così a lungo nonostante il genocidio.

Biden, un convinto sionista

A dire il vero il “rapporto speciale” dell’America va molto oltre Biden. Ma quando l’appoggio incondizionato a Israele è diventato una minaccia per gli interessi regionali e statunitensi, i presidenti che l’hanno preceduto, da Harry Truman a Dwight D. Eisenhower, da Ronald Regan a George Bush Sr., hanno posto dei limiti reali.

A 81 anni Biden è il presidente più anziano della storia degli USA, con una carriera politica che dura da oltre mezzo secolo e che lui ha costruito con l’aiuto della lobby filo-israeliana. Una volta si è vantato di aver “creato più finanziatori per l’AIPAC [principale organizzazione della lobby filo-israeliana negli USA, ndt.] negli anni ’70 e inizio ’80… di chiunque altro,” e in cambio il presidente ha ricevuto più finanziamenti dalla lobby di Israele di qualunque altro politico statunitense dal 1990.

Con questo appoggio Biden ha imparato che, mentre la lobby israeliana può portare una carriera politica a livelli mai visti, può altrettanto facilmente distruggerla: persino la più moderata critica alla politica israeliana rischia di scatenare la collera degli influenti apologeti di Israele. I costi politici di qualunque cosa che sia meno di una fedeltà incondizionata a Israele sono particolarmente alti durante il periodo elettorale, e il 2024 non fa eccezione. Biden considera il “rapporto speciale” un pilastro fondamentale delle più generali priorità geostrategiche dell’America. Da agire come un alleato fondamentale durante la Guerra Fredda a fungere da base operativa avanzata per l’espansione della potenza americana, proteggere Israele ha a lungo occupato l’epicentro degli interessi USA in Medio Oriente.

Tuttavia, come egli ama ricordarci, l’appoggio di Biden a Israele è sempre stato guidato soprattutto da una dedizione ideologica al progetto sionista: “Non c’è bisogno di essere ebreo per essere sionista, e io sono un sionista,” Biden ha ripetutamente dichiarato. “Se non ci fosse stato Israele l’America avrebbe dovuto inventarlo.”

Biden è diventato maggiorenne durante l’ascesa di Israele, assorbendo una sfilza di miti a senso unico che giustificarono la fondazione dello Stato ad ogni costo. Al tavolo da pranzo di famiglia il padre di Biden, Joseph R. Biden Sr., parlava a suo figlio degli orrori della II Guerra Mondiale, insistendo sul fatto che l’unico modo per impedire un secondo Olocausto era soprattutto proteggere Israele.

Per Biden e la sua generazione Israele è stato una affascinante storia di redenzione in cui i palestinesi erano totalmente assenti. È per questo che nella visione di Biden gli israeliani uccisi il 7 ottobre sono stati “assassinati”, “massacrati” e “non solo uccisi, ma trucidati.” Ma quando descrive la strage di palestinesi Biden assume un tono diverso: “Non ho idea se i palestinesi stanno dicendo la verità su quante persone sono state uccise. Sono sicuro che siano stati uccisi innocenti, ed è il prezzo di intraprendere una guerra.”

Si metta a confronto la profonda ammirazione di Biden per Israele con il suo evidente disprezzo per i palestinesi e gli arabi ed ecco un’immagine chiara della visione del mondo che informa il modo in cui prende le sue decisioni politiche.

Utilizzare l’umanitarismo come arma

Ma, al di là del personale impegno e dei pregiudizi di Biden, lui, Harris e i dirigenti democratici personificano una più ampia strategia liberale: l’ipocrita accoglimento delle leggi umanitarie internazionali e l’imposizione selettiva del cosiddetto ordine mondiale “basato sulle norme”.

Durante l’anno scorso abbiamo visto Biden e Harris utilizzare come arma questi affascinanti aspetti del liberalismo facendo leva su di essi per distrarre dal fatto che in realtà loro stessi stavano aiutando Israele a commettere un genocidio. Così facendo hanno effettivamente evitato una resistenza maggiore a queste politiche in patria e anche i tentativi internazionali per intervenire.

Un utile esempio delle conseguenze di ciò è l’ormai infame “molo umanitario” che l’amministrazione Biden ha promosso come soluzione per fare in modo che gli aiuti umanitari superassero il blocco israeliano. Il molo è stato un disastro tecnico, crollato nei marosi dopo aver fallito nel consegnare aiuti e costato ai contribuenti USA oltre 230 milioni di dollari. Ma quello che è riuscito a fare è stato distrarre temporaneamente l’attenzione dal rifiuto dell’amministrazione Biden di utilizzare la propria notevole influenza per imporre a Israele di smettere di limitare l’aiuto umanitario a Gaza. Così facendo ha concesso a Israele più tempo per affamare la Striscia.

Da parte sua la copertura dei principali media si è concentrata più sull’innocua retorica e presunta “frustrazione” di Biden con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che sull’appoggio della sua amministrazione allo sforzo bellico israeliano. In questo modo ha creato l’impressione che un [qualsiasi] cambiamento nella strategia israeliana sarebbe comunque consistito solo in un ulteriore netto rifiuto, ignorando l’evidente realtà della complicità USA.

Sebbene Harris potrebbe non nutrire lo stesso zelo sionista di Biden, ha ripetutamente promesso che continuerà con il lascito genocida di Biden. Quando non ha evitato le domande su perché i tentativi “incessanti” della sua amministrazione di garantire un cessate il fuoco siano finora falliti e come il suo approccio sarà differente da quello di Biden, Harris ha ripetuto il suo “impegno per la difesa di Israele e la sua possibilità di difendersi.”

Ciò potrebbe suonare come un vago slogan, privo di definizione politica. Ma l’intento è quanto più esplicito possibile: Harris continuerà a utilizzare il potere statunitense per proteggere Israele dall’ essere chiamato a rispondere del perseguimento della “difesa di Israele” e continuerà a far arrivare armi per garantire che Israele possa “difendersi”. La retorica empatica di Harris, che non si allontana molto da quella di Biden, sarà altrettanto vuota ed estraniante.

Un “male minore”?

Molti di quelli che si oppongono all’attuale appoggio incondizionato dell’attuale amministrazione a Israele hanno sostenuto che, con Trump come alternativa, Biden e Harris rappresentano comunque il “male minore”. Ma questo modo di ragionare ignora sia le conseguenze di questa retorica vuota e ingannevole sull’opposizione in patria e all’estero, sia il fatto che questa riproposta politica dell’amministrazione di Biden e Harris, anche molto prima del 7 ottobre, rispecchia da vicino quella del suo predecessore.

Fin dal primo giorno l’amministrazione Biden ha confermato le iniziative più controverse di Trump, lasciando l’ambasciata USA a Gerusalemme, riconoscendo la sovranità israeliana sulle Alture del Golan, non riaprendo la rappresentanza dell’OLP a Washington e cercando disperatamente accordi di normalizzazione tra Israele e i suoi vicini arabi che cancellino del tutto i palestinesi. Mentre Biden ha ripreso i finanziamenti all’UNRWA, la sua amministrazione li ha di nuovo rapidamente tagliati sotto la pressione di una campagna israeliana di calunnie.

L’unica differenza politica riconoscibile è stata la campagna di sanzioni largamente inefficace di Biden che ha preso di mira coloni israeliani che continuano ad attaccare i palestinesi in tutta la Cisgiordania. Nel contempo l’amministrazione Biden ha dato a Israele più assistenza finanziaria e militare di ogni precedente governo.

Al momento la principale differenza riguarda il discorso. Ma quando Trump dice che lascerebbe che Israele “finisca il lavoro” a Gaza almeno è onesto, rendendo impossibile ignorare la complicità degli USA. Il razzismo esplicito e scioccante di Trump, che per esempio usa “palestinese” come un insulto, crea un bersaglio chiaro. Invece Biden e Harris occultano il loro appoggio a Israele dietro un linguaggio di umanitarismo, cullando elettori e attivisti nella condiscendenza mentre consentono comunque a Israele di “finire il lavoro”.

Non ci sono dubbi che migliaia di palestinesi sarebbero morti comunque indipendentemente da chi avesse occupato la presidenza americana lo scorso anno. Ma, data la nota imprevedibilità di Trump, è difficile, se non inutile, sapere esattamente che caratteristiche avrebbe avuto il ruolo degli USA nel genocidio.

Anche un’amministrazione Trump “America first” [prima l’America] avrebbe speso più in aiuti militari a Israele di qualunque altra amministrazione o piuttosto si sarebbe concentrata su altre priorità di politica internazionale, come accentuare la competizione con la Cina? Dato che Trump non condivide l’impegno ideologico personale di Biden verso Israele, avrebbe consentito a Israele di estendere la sua guerra in tutta la regione se ciò avesse significato affossare le speranze dell’allargamento degli Accordi di Abramo per includere una normalizzazione tra l’Arabia Saudita e Israele?

Cosa ancora più importante, se Trump fosse stato presidente, gli attori nazionali e internazionali sarebbero stati spronati ad opporsi al genocidio israeliano e alla complicità statunitense con maggiore vigore attraverso appelli per l’embargo alle armi, sanzioni o disinvestimenti? Il movimento contrario al genocidio negli USA sarebbe stato così ampiamente calunniato o si sarebbe esteso per includere un’ampia coalizione di liberal e progressisti, uniti nell’opposizione all’estremismo di Trump?

È indubbio che la lealtà del Partito Democratico ha silenziato l’opposizione contro la complicità dell’amministrazione Biden nel genocidio. E si potrebbe sostenere che la comunità internazionale non ha sentito l’urgenza di controbilanciare l’indifferenza di Washington nei confronti delle leggi internazionali allo stesso modo in cui lo avrebbe fatto se le avesse violate Trump.

Tra l’estremismo esplicito e l’empatia performativa

Dopo più di un anno di genocidio mandato in onda in tutto il pianeta con raccapricciante dettaglio, ci dobbiamo chiedere cosa avrebbe ottenuto un più esteso, più politicamente variegato movimento contrario al genocidio sia negli USA che all’estero, motivato da interessi condivisi per destituire Trump. Perché tutto quello che l’amministrazione di Biden e Harris ha fatto è stato perpetrare lo stesso genocidio sotto un’apparenza di legittimità, diffondendo pressioni con frasi fatte sulla pace mentre accentuava la complicità statunitense.

Questo non è un appello per votare (o scoraggiare dal votare) qualcuno. I democratici non “impareranno la lezione” perdendo gli elettori contrari al genocidio; invece li incolperanno della vittoria di Trump e mineranno nei prossimi anni i tentativi di costruire un movimento più ampio ed efficace. Né dovremmo sottovalutare le conseguenze del fatto che Trump incoraggi Israele a “finire il lavoro” a Gaza, in Libano e in Iran, anche se ciò rappresenterebbe semplicemente una versione accelerata di quello che Israele sta già facendo con il tacito appoggio di Biden. Trump ha anche messo in chiaro che farà tutto quello che può per potenziare i tentativi bipartisan di reprimere tutte le organizzazioni filopalestinesi.

Ma dobbiamo riconoscere che c’è un pericolo non solo nell’esplicito estremismo, ma anche nell’empatia performativa che preserva attivamente lo status quo. Perché la verità è che non c’è un “male minore”. E mentre noi discutiamo di questo e siamo ossessionati dalle differenze tra amministrazioni che condividono gli stessi obiettivi genocidi ma utilizzano strategie diverse, la montagna di corpi palestinesi e libanesi non fa che crescere.

Tariq Kenney-Shawa è uno studioso di politica statunitense di Al-Shabaka, il gruppo di studio e rete politica palestinese. Ha conseguito un master in Affari Internazionali presso la Columbia University e un diploma di laurea in Scienze Politiche e Studi sul Medio Oriente all’università Rutgers. Le ricerche di Tariq sono concentrate su argomenti che vanno dal ruolo della narrazione nel perpetuare e resistere all’occupazione alle analisi sulle strategie palestinesi per la liberazione. Il suo lavoro è comparso tra gli altri su Foreign Policy, +972 Magazine, Newlines Magazine e the New Politics Journal.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il “patto del silenzio” tra gli israeliani e i loro media

Edo Konrad

16 ottobre 2024 +972 Magazine 

I media israeliani, da tempo ossequienti, hanno badato l’anno scorso a infondere nel pubblico un senso di giustizia per la guerra su Gaza. Invertire questo indottrinamento, afferma l’osservatore mediatico Oren Persico, potrebbe richiedere decenni.

A metà della nostra conversazione Oren Persico fa una confessione sorprendente. Il veterano giornalista israeliano, il cui lavoro negli ultimi due decenni è stato per la maggior parte di monitorare i media del suo paese, non guarda i notiziari israeliani più popolari. “Non ci riesco proprio”, mi dice Persico, che dal 2006 lavora come redattore per il sito israeliano di controllo monitoraggio dei media The Seventh Eye. “È deprimente e irritante: è propaganda, sono pieni di bugie. È in sostanza un’immagine speculare della società in cui vivo, ed è difficile per me gestire la discordanza tra la mia visione del mondo e ciò che mi circonda. Devo mantenere la sanità mentale”. Invece di guardare le tv Persico si tiene aggiornato scorrendo i siti di notizie, i social media e guardando clip selezionate che le persone gli inviano.

Ma neanche spegnere la TV può fermare la dissonanza e la disperazione che prova Persico, ulteriormente aumentate dopo i massacri guidati da Hamas il 7 ottobre e il successivo assalto che dura ormai da un anno dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza. Quando è iniziata la guerra i media israeliani si sono trovati in una fase critica, gestendo il trauma di una nazione scossa da una violenza senza precedenti che si è rapidamente ripiegata in una percezione profondamente radicata di vittimismo storico. Le emittenti hanno risposto a questo trauma nazionale, nota Persico, scivolando ulteriormente nelle grinfie della propaganda sancita dallo Stato. Mentre i giorni di brutale violenza si trasformavano in settimane e mesi, i media israeliani sono tornati agli schemi familiari: radunarsi attorno alla bandiera, amplificare le narrazioni dello Stato ed emarginare qualsiasi copertura critica della brutalità di Israele a Gaza, per non parlare del mostrare immagini o raccontare storie di sofferenza umana tra i palestinesi nella Striscia.

Il percorso verso questa situazione è stato spianato molto tempo fa. Il panorama mediatico israeliano, che Persico afferma essere sempre stato asservito all’establishment politico e militare, nell’ultimo decennio è stato sottoposto a una pressione incessante da parte di Benjamin Netanyahu; il primo ministro israeliano ha cercato di trasformarlo in uno strumento per esercitare il potere e, in ultima analisi, garantire la propria sopravvivenza politica. I media commerciali, più interessati a mantenere gli spettatori che a sfidare il potere, sono caduti preda della strategia di Netanyahu: coercizione, autocensura e pressione economica. Negli ultimi anni si è assistito anche alla rapida ascesa di Now 14 (generalmente noto come Canale 14), la versione israeliana di Fox News, che si è apertamente allineata a Netanyahu e ora sta sfidando il dominio di lunga data di Canale 12. Offre agli spettatori non solo notizie ma anche dibattiti anti-palestinesi spesso palesemente genocidari, elaborati come intrattenimento.

L’abile uso da parte di Netanyahu di canali di propaganda come Channel 14, così come dei social media, lo ha aiutato a plasmare un seguito devoto che lo difende e lo rafforza contro le pressioni nazionali e internazionali. In un’intervista con +972, che è stata abbreviata e rivista per chiarezza, Persico riflette sul ruolo storico dei media nella negazione delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, sul loro fallimento nel mettere in discussione l’establishment politico e sulla quasi totale mancanza di solidarietà per i giornalisti palestinesi sotto i bombardamenti a Gaza.

Parlami del panorama dell’informazione in Israele nel periodo precedente il 7 ottobre.

Il 6 ottobre i media israeliani, pubblici o privati, in televisione, alla radio o su internet, erano indeboliti e assediati a seguito di oltre un decennio di persistente lotta del primo ministro Benjamin Netanyahu per controllarli. Mentre alcuni organi di stampa erano semplicemente diventati uno strumento della guerra di propaganda di Netanyahu, altri si sono gradualmente sottomessi alle sue pressioni, sostenendo gli alleati del primo ministro e i suoi argomenti nelle loro trasmissioni.

[Solo pochi mesi prima del 7 ottobre] il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi aveva annunciato un disegno di legge per riformare il panorama dei media, basato sul desiderio di chiudere la Public Broadcasting Corporation di Israele [conosciuta familiarmente come KAN] e di “prendersi cura” [cioè stabilire il controllo] del settore dei media privati. Tutto ciò è stato fatto con gli slogan di “apertura del mercato” e “rimozione delle barriere”, slogan che in realtà significano aprire la strada agli organi di stampa che servono gli interessi di Netanyahu e nel contempo limitare gli organi di stampa che lo criticavano.

Quali misure hanno adottato negli ultimi decenni Netanyahu e i suoi consecutivi governi per reprimere la stampa?

Dal 1999 [quando perse le elezioni dopo il suo primo mandato da primo ministro] Netanyahu ha etichettato i media come suoi rivali e ha gradualmente consolidato la sua base in una lotta populista contro di essi. Ciò è particolarmente vero dal 2017, quando sono esplosi i suoi numerosi scandali legali, tutti direttamente correlati a tentativi di controllare i media.

Nell’ultimo decennio Netanyahu ha cercato di chiudere Channel 10; ha cercato di minare la supremazia di Yedioth Ahronoth nella stampa israeliana; ha presumibilmente promesso a un magnate dei media cambiamenti normativi vantaggiosi in cambio di una copertura positiva di sé e della sua famiglia e ha meticolosamente piazzato suoi sostenitori in ogni singolo possibile canale israeliano, da Channel 12 e Israeli Army Radio a i24 e KAN.

E tuttavia non possiamo dare tutta la colpa al primo ministro. Netanyahu sta operando in un paese in cui la maggior parte dei canali di informazione sono di proprietà privata e dove il pubblico si sta spostando a destra. Quei canali privati non vogliono perdere spettatori e lettori. Non possono vendere pubblicità se non hanno un pubblico, e non possono mantenere il loro pubblico se mostrano cose che lo indispongono.

Nessuna discussione sui media israeliani odierni sarebbe completa senza parlare di Canale 14, che ha raggiunto una posizione eccellente sulla scena e potrebbe anche superare Canale 12 in termini di predominio.

Channel 14 è nato da Jewish Heritage Channel, una piccola e quasi fallita stazione dedicata a programmi di contenuto religioso che non aveva la licenza per la trasmissione di notizie. Ma gradualmente Netanyahu e i suoi alleati hanno iniziato a erodere quelle normative: alla fine gli è stata concessa una licenza per trasmettere notizie ed è diventato il gruppo di propaganda a tutti gli effetti che conosciamo oggi.

Anche se è ora il secondo canale più popolare in Israele, riceve ancora benefici come se fosse il piccolo gruppo che era all’inizio. Oggi è di proprietà del figlio di un oligarca che ha stretti legami con Netanyahu e che presumibilmente ha legami con Vladimir Putin e altri loschi figuri.

All’inizio del 2023, con l’esordio della revisione giudiziaria, molti organi di informazione si sono ricordati del loro scopo e ruolo: trattare in modo critico i nodi di potere del Paese, sia delle élite economiche che della classe dirigente. Channel 14, d’altra parte, ha continuato a essere in totale sintonia con il governo.

Gli spettatori di Channel 14 formano anche una sorta di comunità. I sondaggi mostrano costantemente che, a differenza di Canale 11, Canale 12 e Canale 13, i cui spettatori vagano tra le stazioni, gli spettatori del Canale 14 sono fedeli alla rete [e non cercano notizie o analisi su altri canali].

Significa che se Netanyahu si svegliasse una mattina e decidesse di prendere una certa posizione, Channel 14 trasmetterebbe quel messaggio ai suoi telespettatori?

Come l’intero apparato mediatico che Netanyahu ha costruito, che viene spesso soprannominato la “macchina del veleno” e che fa uso sia di media convenzionali che dei social, Channel 14 è uno strumento di propaganda. È concepito come un divertimento: offre intrattenimento alle masse.

Sembra molto simile a ciò che Donald Trump e Fox News fanno negli Stati Uniti. Com’è la cosa su Channel 14?

Gli israeliani sono impegnati da oltre un anno in una guerra sanguinosa e il messaggio che ottengono da Channel 14 è la sensazione che stiamo vincendo, che la vita è bella. Il canale enfatizza i successi militari di Israele minimizzandone i fallimenti e calunnia altri canali di notizie per aver seminato panico e disfattismo.

Ad esempio, dopo l’attacco di domenica con un drone a una base militare dell’IDF che ha ucciso quattro soldati e ne ha feriti decine di altri, i siti dei media israeliani hanno mantenuto la notizia come titolo principale per tutta la notte e nella mattinata. Non è stato così per Channel 14, che l’ha tenuta come notizia principale sul suo sito web per mezz’ora, dopodiché l’ha sostituita con un sondaggio che dimostrava come la maggior parte degli israeliani sostenga un attacco all’Iran.

Channel 14 prende di mira anche i “nemici comuni” (altri organi di stampa, l’élite dell’esercito e il procuratore generale) accusandoli di collusione contro il governo e incolpandoli della situazione attuale di Israele. È zeppo di incitamento, propaganda e teorie cospirative che fanno appello al desiderio di vendetta del pubblico dopo il 7 ottobre. I commentatori che appaiono a “The Patriots”, il talk show di punta del canale condotto da Yinon Magal, invocano regolarmente il genocidio e lo sterminio [dei palestinesi]. Molti spettatori sono contenti di vedere questo, conferma ciò che già sentono.

Sembra che la popolarità di Channel 14 sia nata dal nulla. Come è successo?

Dal momento in cui i media tradizionali in Israele si sono ribellati alla riforma giudiziaria, gli ascolti di Channel 14 hanno iniziato a crescere rapidamente. Il secondo aumento degli ascolti si è verificato subito dopo il 7 ottobre. Entrambi questi aumenti rappresentano la capacità del canale di conformare il suo pubblico come comunità. Dopo due o tre settimane in cui è comparsa una sorta di “unità nazionale” a seguito agli attacchi di Hamas, i media israeliani sono rapidamente tornati alle loro precedenti posizioni pro o anti-Netanyahu. Subito dopo l’attacco ci sono state diverse voci su Channel 14 che hanno incolpato il primo ministro per quanto accaduto il 7 ottobre, ma anche loro hanno rapidamente ripiegato sulla linea del partito. La continua crescita e popolarità di Channel 14 dopo il 7 ottobre è, a mio avviso, lo sviluppo più significativo che c’è stato nei media israeliani dopo il massacro.

Ma le dimostrazioni di retorica estremista e guerrafondaia non sono certo limitate a Channel 14. Le abbiamo viste praticamente su ogni singolo canale di informazione generalista dopo il 7 ottobre, indipendentemente dal fatto che fossero o meno critici nei confronti di Netanyahu.

Hai ragione: l’intero pubblico israeliano ha virato bruscamente a destra e, per la prima volta nella sua storia, Channel 12 [il canale privato più visto in Israele, ndt.] sta subendo una forte concorrenza da parte di Channel 14. Ha commesso il classico errore di cercare di essere gradito a tutti, compresi i fascisti che guardano Channel 14, e quindi fornisce spazio anche a persone come Yehuda Schlesinger [che ha chiesto di rendere ufficiale la politica dello stupro dei detenuti palestinesi nel centro di detenzione di Sde Teiman]. Bisogna ricordare che i giornalisti in Israele fanno parte della società israeliana. Conoscono persone che sono state uccise o rapite il 7 ottobre. Conoscono soldati a Gaza.

Certo, ma hanno anche la responsabilità di denunciare al pubblico cosa sta succedendo, e non solo agli israeliani. Altrimenti non adempiono al loro compito.

È vero, ma mi sembra anche che il loro comportamento, per cui tralasciano la loro integrità giornalistica per creare una sorta di unità con il pubblico, sia una risposta naturale e umana a seguito di un evento così traumatico. Non penso che sia una cosa buona, penso che sia un errore. Ma non credo ci si possa aspettare da loro qualcosa di diverso.

Non è che gliela fai troppo facile?

I giornalisti israeliani ritengono sia loro dovere patriottico concentrarsi sulla nostra condizione di vittime, ignorare le vittime dall’altra parte e risollevare il morale nazionale, in particolare quello dei soldati israeliani. Credo che una cosa patriottica da fare sarebbe fornire informazioni affidabili al pubblico in modo che possa formarsi una reale visione globale di ciò che sta accadendo intorno a loro. Altrimenti la società israeliana, o qualsiasi altra società, avrà una comprensione distorta della realtà, basata su ignoranza, menzogne e negazione. Questo porta a società deboli che possono disgregarsi molto facilmente. Dire la verità avrebbe l’effetto esattamente opposto, ma qui i giornalisti non ci credono.

I media israeliani mostrano al pubblico cosa sta facendo l’esercito ai palestinesi a Gaza?

No.

Riportano le violazioni israeliane dei diritti umani in Cisgiordania?

No.

Denunciano le ripetute bugie del portavoce dell’IDF?

No.

Capisco il tuo punto di vista sulle prime settimane in cui i giornalisti erano profondamente traumatizzati, ma siamo a un anno dal 7 ottobre e i giornalisti stanno ancora, per la maggior parte, abdicando alle loro responsabilità quando si tratta di affrontare le questioni fondamentali. Hanno semplicemente smesso di occuparsene?

L’intera società israeliana ha molti anni di esperienza nell’ignorare i nostri crimini contro i palestinesi – che si tratti della Nakba, che è un argomento completamente tabù, o dell’occupazione militare in corso su milioni di persone. I media e gli spettatori sono coinvolti in una sorta di patto del silenzio: il pubblico non vuole sapere, quindi i media non ne parlano. Questi meccanismi psicologici erano già così radicati che quando è successo il 7 ottobre sono rientrati in azione e sono solo diventati più forti. Ciò a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno è il risultato di un processo decennale di educazione sia dei giornalisti che degli spettatori sul fatto che ci sono cose di cui semplicemente non parliamo e che non mostriamo nei notiziari. La maggior parte dei giornalisti che lavora in quelle emittenti popolari sa cosa sta succedendo, ma non vuole scontentare i propri spettatori per paura di perdere ascolti. Potrebbero volerci decenni per invertire questo tipo di indottrinamento.

Fanno finta che queste cose non esistano?

I media tradizionali capiscono che le violazioni dei diritti umani non sono qualcosa da celebrare, quindi semplicemente le ignorano. Non vediamo titoli sul Ministero della Salute di Gaza che denuncia che 40.000 palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Non vediamo storie umane di palestinesi sotto i bombardamenti israeliani. Non sentiamo parlare delle malattie che stanno devastando la Striscia. Personalmente quello che ho sentito dai giornalisti è che “adesso semplicemente non è il momento di parlare di questi problemi.”

Ogni volta che si accende una di queste televisioni si rivivono costantemente gli orrori del 7 ottobre, sia attraverso le storie dei sopravvissuti che attraverso nuovi reportage investigativi. Che tipo di effetto ha questo sul pubblico israeliano?

Il 7 ottobre è stato l’evento che ha riportato gli ebrei israeliani nella posizione della vittima storica. Le immagini dei kibbutz e delle città israeliane invasi e dei massacri da parte degli uomini armati di Hamas ci ricordano le immagini storiche dell’Olocausto. Non è uno scherzo: siamo una società profondamente post-traumatica che deve ancora superare l’Olocausto, e quel giorno è stata la prima volta in cui lo Stato che avrebbe dovuto impedire che si verificassero nuovi olocausti non è riuscito a farlo. E pure la propaganda che abbiamo visto nell’ultimo anno nei notiziari non fa che rafforzare e giustificare la violenza di Stato contro i palestinesi. Fornisce la logica per fare tutto il necessario per annientare coloro che vengono ritratti come un “male assoluto”. In definitiva, infonde negli israeliani un senso di rettitudine, che è necessario durante una lunga guerra senza una chiara data di fine.

Quanto è grande l’influenza che i media israeliani hanno realmente sul pubblico, soprattutto quando così tante persone hanno accesso ad altre forme di informazione sui social media?

Se in passato il ruolo dei media era quello di mediare e organizzare la realtà [per lo spettatore], il ruolo centrale dei media israeliani oggi è quello di segnare sia i confini della legittimità rispetto al discorso pubblico, sia di individuare chi è autorizzato a partecipare a quel discorso. Se si guarda Channel 2, ad esempio, si vedrà che quando si tratta di questioni militari sono ex militari, per lo più uomini, a partecipare ai dibattiti.

È anche difficile evitare un’altra dimensione del ruolo dei media: fornire una piattaforma e spesso porgere il braccio agli sforzi dell’hasbara israeliana [attività di pubbliche relazioni per diffondere all’estero informazioni positive sullo Stato di Israele, ndt.] con influencer come Yoseph Haddad [arabo-israeliano forte sostenitore delle politiche israeliane, ndt.] che appaiono regolarmente nei vari programmi di informazione.

Definitivamente. L’hasbara è molto in auge e i media, sia privati che pubblici, la offrono al pubblico perché è ciò che il pubblico vuole. Si è arrivati ​​al punto che nella prima metà del 2024 più di 1/3 di tutte le apparizioni di “esperti arabi” nei media israeliani è stato di Yoseph Haddad. Va bene che lo invitino, ma non rappresenta in alcun modo la maggioranza dei cittadini palestinesi di Israele.

Israele si vanta spesso di avere una stampa libera estremamente critica nei confronti del governo. È vero?

In ogni evento [storico] importante, i media israeliani sono sempre stati fedeli all’establishment politico e militare del Paese, che si trattasse di una guerra, di un piano di pace o di un programma economico. Fino alla revisione giudiziaria erano in accordo con praticamente ogni mossa politica importante del governo. Sono molto critici nei confronti di Netanyahu perché è un bugiardo corrotto che chiaramente antepone i suoi interessi privati ​​a quelli dello Stato. Ma non sono critici nei confronti dell’esercito o dello Stato stesso. Vale la pena ricordare che nel 2002 ci fu un’enorme onda di indignazione pubblica quando Israele assassinò il leader di Hamas [Salah Mustafa Muhammad Shehade] e uccise 14 membri della sua famiglia, tra cui 11 bambini. Ma un’occupazione continua che non riceve quasi nessuna copertura mediatica porta anche a un’erosione sia dell’indignazione pubblica che degli standard giornalistici. Oggi, l’esercito non ha problemi a uccidere 14 persone se ciò significa eliminare un membro di basso rango di Hamas, e i media, a parte giornali come Haaretz, lo assecondano.

Cosa avrebbero potuto invece fare i media nella loro copertura mediatica dopo il 7 ottobre? Che differenza avrebbero potuto fare?

Per prima cosa durante quei primi giorni dopo l’attacco i media hanno fatto un lavoro eccezionale in un momento in cui il resto delle istituzioni israeliane semplicemente non funzionava. I media hanno portato immagini al pubblico, [hanno aiutato ad] assistere i rifugiati del sud e coloro che sono sopravvissuti al massacro, fornendo letteralmente la logistica alle persone perché lo Stato semplicemente non stava funzionando. Nessuno sta costringendo il pubblico israeliano a non sapere cosa succede a Gaza e in Cisgiordania. Chi vuole saperlo può rivolgersi al New York Times o a The Guardian. Immaginate di prendere Haaretz o +972 e trasformarli in un canale di notizie mainstream: cambierebbe qualcosa? Forse un po’, ma qui stiamo parlando di annullare generazioni di indottrinamento.

Nell’ultimo mese abbiamo assistito a una sorta di euforia pubblica dopo gli attacchi ai cercapersone e l’assassinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, e di seguito abbiamo visto Amit Segal e Ben Caspit di Channel 12 mescersi bicchieri e brindare alla sua morte in TV. Questa euforia si è estesa all’invasione israeliana del Libano meridionale e all’assalto al nord di Gaza come parte di quello che è noto come il “Piano dei generali” per liquidare efficacemente l’area. Cosa pensi di questa apparente atmosfera di festa negli studi dei notiziari?

I successi israeliani in Libano sono stati accolti con grande clamore e celebrazione. Nei giorni successivi a queste “vittorie” c’è stata pochissima discussione sui media sul significato geopolitico del fatto, al di là del danno arrecato da Israele a Hezbollah che gli esperti hanno affermato potrebbe portare alla sua dichiarazione di sconfitta. Nessuno si è alzato e ha dato una valutazione realistica del fatto che stiamo entrando in una fase in cui vedremo [un aumento di] razzi e droni in tutto il nord.

La cosa ricorda quanto accaduto subito dopo l’attacco di Hamas, quando i media hanno affermato che l’operazione sarebbe durata solo alcune settimane o qualche mese. [Hanno ignorato completamente il fatto che] nel 2014 l’IDF stimava che la rioccupazione della Striscia avrebbe potuto richiedere cinque anni e avrebbe causato la morte di decine di migliaia di palestinesi e israeliani. Nel 2014 Netanyahu avrebbe fatto trapelare questa valutazione a Channel 2 proprio perché era consapevole dei costi altissimi e non voleva rioccupare militarmente Gaza. Perché i media non ricordano al pubblico quelle valutazioni? Perché Udi Segal, il giornalista di Channel 2 che per primo aveva riferito quella valutazione non ne parla oggi? Sono sicuro che ci siano considerazioni simili riguardo a Hezbollah, ma quando l’esercito israeliano ha iniziato la sua invasione i media hanno affermato che sarebbe durata solo poche settimane. Questo ci riporta alla prima guerra del Libano, quando i media avevano fatto affermazioni molto simili sulla durata dell’operazione [l’esercito israeliano sarebbe rimasto nel Libano meridionale per quasi due decenni].

Secondo il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi Israele ha ucciso 168 giornalisti palestinesi a Gaza dall’ottobre scorso. Quanta solidarietà c’è tra i giornalisti israeliani e le loro controparti palestinesi a Gaza, o con i giornalisti di Al Jazeera a cui è stato vietato di lavorare in Israele e i cui uffici a Ramallah sono stati perquisiti e chiusi dalle forze israeliane a settembre?

Zero. Verso la fine dell’anno scorso stavo aiutando Reporter Senza Frontiere a organizzare una petizione di solidarietà dei giornalisti israeliani per i loro colleghi palestinesi. Dissi loro che nessuno, a parte alcune persone della sinistra radicale, avrebbe firmato quel tipo di dichiarazione, e invece mi sono offerto di provare a far firmare ai giornalisti israeliani una petizione che chiedeva ai media di mostrare di più ciò che stava accadendo a Gaza, perché pensavo che saremmo stati in grado di farla firmare a più giornalisti tradizionali. Semplicemente non è successo. Pochissime persone hanno voluto firmare. Ciò che i giornalisti israeliani non capiscono è che quando il governo approva la “Legge Al Jazeera”, in definitiva si tratta di qualcosa di molto più grande che semplicemente prendere di mira un canale. L’attuale legge riguarda il bando di agenzie di stampa che “mettono a repentaglio la sicurezza nazionale”, ma vogliono anche dare al ministro israeliano delle Comunicazioni il diritto di impedire a qualsiasi rete di informazione straniera che potrebbe “danneggiare il morale nazionale” di operare in Israele. Ciò che il pubblico israeliano non capisce è che i prossimi in lista sono BBC Arabic, Sky News Arabic e CNN. Dopodiché arriveranno ad Haaretz, Canale 12 e Canale 13.

Pensi che accadrà?

Stiamo andando verso un regime autocratico stile Orbán, con tutto ciò che ne consegue: nei tribunali, nel mondo accademico e nei media. Certo che è possibile. Sembrava irrealistico 10 anni fa, poi è sembrato più realistico cinque anni fa quando sono esplosi gli scandali legali di Netanyahu relativi ai media. Poi è diventato ancora più verosimile con la revisione giudiziaria, e oggi ancora di più. Non ci siamo ancora, ma siamo sicuramente sulla buona strada.

Edo Konrad è ex caporedattore di +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Questa è la prima guerra dell’apartheid di Israele?

Oren Yiftachel 

15 ottobre 2024 – +972 magazine

Tutt’altro che privo di una strategia politica, Israele sta combattendo per rafforzare il progetto suprematista che ha costruito per decenni tra il fiume e il mare.

Durante lo scorso anno molti hanno sostenuto che il disastro del 7 ottobre – il più grande massacro di civili israeliani nella storia del Paese – è stato un segnale del fatto che lo status quo di occupazione permanente è crollato. Sotto il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu Israele ha portato avanti una politica di “gestione del conflitto” a lungo termine per rafforzare l’occupazione e la colonizzazione delle terre palestinesi mentre conteneva la frammentata resistenza palestinese. Ciò implicava finanziare un Hamas “dissuaso”, che vari leader israeliani consideravano come “una risorsa”.

È vero che in seguito al 7 ottobre alcuni aspetti di questa strategia sono falliti, soprattutto l’illusione che il progetto nazionale palestinese potesse essere schiacciato, o che Hamas ed Hezbollah potessero essere tenuti a bada in assenza di un qualunque accordo politico. Anche il concetto secondo cui la colonizzazione ebraica potesse garantire la sicurezza lungo i confini e le frontiere di Israele, un mito sionista di lunga data, è stato distrutto: oltre al profondo trauma e al dolore sofferti da decine di comunità frontaliere ebraiche, circa 130.000 israeliani provenienti da più di 60 luoghi all’interno della Linea Verde [cioè in Israele, ndt.] sono sfollati, e molti di loro lo sono tuttora.

Altri esperti hanno sostenuto che la guerra israeliana a Gaza, e ora in Libano, è priva di una strategia politica “per il giorno dopo”, ed è combattuta solo a favore della sopravvivenza politica di Netanyahu. Ma, diversamente dall’opinione popolare, un’analisi realistica dell’anno trascorso mostra che in questa guerra Israele continua a promuovere un obiettivo strategico inequivocabile: conservare e rafforzare il regime di supremazia ebraica sui palestinesi dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. In questo senso gli ultimi 12 mesi possono essere meglio compresi come la “prima guerra dell’apartheid” di Israele.

Mentre le precedenti otto guerre hanno tentato di creare un nuovo ordine geopolitico o sono state limitate a zone specifiche, l’attuale intende rafforzare il progetto politico suprematista che Israele ha costruito su tutto il territorio e che l’attacco del 7 ottobre ha sostanzialmente sfidato. Di conseguenza c’è anche un netto rifiuto di esplorare ogni via di riconciliazione o persino un cessate il fuoco con i palestinesi.

L’ordine suprematista di Israele, che una volta era definito “strisciante” e più di recente “apartheid profondo”, è storicamente ben radicato. È stato mascherato negli ultimi decenni dal cosiddetto processo di pace, promesse di una “occupazione temporanea” e affermazioni secondo cui Israele non aveva “partner” con cui negoziare. Ma negli ultimi anni la realtà del progetto di apartheid è diventata sempre più evidente, soprattutto sotto il governo di Netanyahu.

Oggi Israele non fa alcun tentativo di nascondere le sue intenzioni suprematiste. La legge dello Stato-Nazione del 2018 ha dichiarato che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unicamente del popolo ebraico” e che “lo Stato vede lo sviluppo della colonizzazione ebraica come un valore nazionale.” Facendo un passo ulteriore, il manifesto dell’attuale governo israeliano (noto come i suoi “principi guida) nel 2022 ha affermato con orgoglio che “il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile a ogni area della Terra di Israele”, che, nel lessico ebraico, include Gaza e la Cisgiordania, e si impegna a “promuovere e sviluppare colonie in ogni parte della Terra di Israele”.

Lo scorso luglio la Knesseth ha votato con una maggioranza schiacciante il rifiuto della creazione di uno Stato palestinese. E quando Netanyahu parla all’ONU, come ha fatto due settimane fa, le cartine che mostra descrivono chiaramente questo progetto: uno Stato ebraico tra il fiume e il mare, con i palestinesi destinati ad esistere ai margini invisibili della sovranità ebraica come abitanti di seconda o terza classe.

Ironicamente e tragicamente gli attacchi terroristici di Hamas e dei suoi alleati negli ultimi tre decenni, così come la loro retorica di negazione dell’esistenza di Israele e che propugna un futuro Stato islamico dal fiume al mare, sono stati invocati come pretesto per l’occupazione e l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele. I massacri del 7 ottobre possono quindi essere criticati non solo come criminali e profondamente immorali, ma anche come una “ribellione boomerang”, che torna indietro per consentire una violenza brutale contro il popolo palestinese e danneggia gravemente la loro giusta lotta per la decolonizzazione e l’autodeterminazione. L’offensiva di Hezbollah nel nord ha aggiunto altra benzina al fuoco della ribellione boomerang, che a sua volta brucia chi l’ha perpetrata.

Reprimere i palestinesi, cementare la supremazia ebraica

Per oltre 75 anni Israele ha violentemente dominato, espulso ed occupato i palestinesi. Ma questa storia di oppressione impallidisce in confronto con le distruzioni operate contro i gazawi nell’ultimo anno, quello che molti esperti hanno definito un genocidio.

In seguito al “disimpegno” israeliano e a 17 anni di assedio soffocante contro l’enclave controllata da Hamas, agli occhi degli israeliani Gaza è diventata simbolo di una visione distorta della sovranità palestinese. Pertanto, molto più che combattere miliziani o cercare vendetta per il 7 ottobre, i massicci bombardamenti, la pulizia etnica e l’eliminazione della grande maggioranza delle infrastrutture civili della Striscia, compresi ospedali, moschee, industrie, scuole e università, da parte di Israele sono un attacco diretto alla possibilità della decolonizzazione e autodeterminazione dei palestinesi.

Nell’anno trascorso, immersi nella nebbia di questo massacro contro Gaza, anche l’occupazione coloniale della Cisgiordania ha accelerato. Israele ha introdotto nuove misure di annessione amministrativa; la violenza dei coloni si è ulteriormente intensificata con l’appoggio dell’esercito; sono stati fondati decine di nuovi avamposti, contribuendo all’espulsione delle comunità palestinesi; città palestinesi sono state sottoposte a chiusure che ne hanno soffocato l’economia; la repressione violenta della resistenza armata da parte dell’esercito israeliano ha raggiunto livelli che non si vedevano dalla Seconda Intifada, soprattutto nei campi profughi di Jenin, Nablus e Tulkarem. La già tenue distinzione tra aree A, B e C è stata completamente cancellata: l’esercito israeliano agisce liberamente in tutto il territorio.

Nel contempo Israele ha accentuato l’oppressione dei palestinesi all’interno della Linea Verde e la loro condizione di cittadini di seconda classe. Ha intensificato le pesanti restrizioni sulla loro attività politica attraverso maggiori controlli, arresti, licenziamenti, sospensioni e vessazioni. I dirigenti arabi sono etichettati come “sostenitori del terrorismo” e le autorità stanno attuando un’ondata senza precedenti di demolizioni di case, soprattutto nel Negev/Naqab, dove nel 2023 il numero di demolizioni (che hanno raggiunto la cifra record di 3.283) è stata superiore al numero totale per gli ebrei in tutto lo Stato. Allo stesso tempo la polizia ha rinunciato del tutto ad affrontare il grave problema del crimine organizzato nelle comunità arabe. Quindi possiamo notare una strategia comune in tutti i territori controllati da Israele per reprimere i palestinesi e cementare la supremazia ebraica.

La crescente offensiva in Libano — che è stata lanciata per respingere i dodici mesi di aggressioni di Hezbollah contro il nord di Israele, ma ora sta diventando un attacco massiccio contro tutto il Libano — e lo scambio di colpi con l’Iran sembrano annunciare una fase nuova e a livello regionale della guerra. Ciò è chiaramente legato all’agenda geopolitica dell’impero americano, ma serve anche a distrarre l’attenzione dalla crescente oppressione dei palestinesi.

Un altro fronte della guerra dell’apartheid viene condotto contro gli ebrei israeliani che lottano per la pace e la democrazia. I continui tentativi del governo Netanyahu di indebolire la (già ridotta) indipendenza del potere giudiziario consentirà ulteriori violazioni dei diritti umani aumentando il potere dell’esecutivo, attualmente composto dalla coalizione più a destra che Israele abbia mai conosciuto. Stiamo già vedendo gli effetti della caduta di Israele in un governo autoritario. il Paese è invaso dalle armi grazie alla decisione del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di distribuire decine di migliaia di fucili, soprattutto a sostenitori del suprematismo ebraico che vivono nelle colonie della Cisgiordania o nelle aree di confine. Il ministro delle Finanze e governatore di fatto della Cisgiordania Bezalel Smotrich, lui stesso un colono irriducibile, ha destinato grandi somme di fondi pubblici per progetti di colonizzazione. E il governo ha di fatto messo a tacere ogni critica contro la guerra criminale di Israele scatenando gravi violenze poliziesche contro manifestanti antigovernativi e contro la guerra, incitando contro istituzioni accademiche, intellettuali e artisti e diffondendo discorsi tossici e accusatori contro i “traditori” di sinistra.

Una dimensione particolarmente rivoltante della guerra dell’apartheid è l’abbandono da parte del governo degli ostaggi rapiti da Hamas, il cui potenziale ritorno minaccia il governo mettendo in evidenza il fiasco del 7 ottobre. Nel contempo la loro presenza nei tunnel di Hamas impedisce al governo di continuare la sua criminale, e largamente inefficace, “pressione militare” a Gaza, che minaccia ogni possibilità che gli ostaggi ritornino vivi. Quindi, sfruttando la sofferenza e lo shock delle famiglie degli ostaggi, il governo consente che noi ci troviamo di fronte a un continuo stato di emergenza che preclude l’apertura di un’inchiesta ufficiale sulle negligenze che hanno portato ai massacri del 7 ottobre.

Un nuovo orizzonte politico

Guardando al futuro vale la pena di ricordare che l’apartheid non è solo un abisso morale e un crimine contro l’umanità, è anche un regime instabile, caratterizzato da continue violenze che non risparmiano nessuno e danni estesi per l’economia e l’ambiente.

Nonostante il considerevole appoggio che riceve tra gli ebrei in Israele e all’estero, e dai governi occidentali che scandalosamente ne garantiscono l’impunità, il regime israeliano è lungi dall’essere vittorioso nella sua prima guerra dell’apartheid. Le forze che gli si oppongono stanno crescendo non solo tra i palestinesi e nei Paesi arabi vicini, ma anche tra gli ebrei della diaspora e la più vasta opinione pubblica sia nel Nord che nel Sud globali. L’Israele dell’apartheid ha già perso la battaglia etica, ma perdere le alleanze internazionali, i rapporti commerciali, le prospettive economiche e i legami culturali e accademici potrebbe obbligare il governo a porre fine alla guerra per la supremazia ebraica.

Eppure questo non è un risultato inevitabile. Richiede una significativa mobilitazione globale per imporre le leggi internazionali, così come un’alleanza tra ebrei e palestinesi che sfidi e rompa l’ordine dell’apartheid di separazione, segregazione e discriminazione legalizzate. La lotta necessaria è civile e non violenta: lotte simili contro i regimi di apartheid in tutto il mondo come in Irlanda del Nord, nel Sud degli Stati Uniti, in Kosovo o in Sudafrica hanno avuto successo quando hanno abbandonato la violenza che prendeva di mira i civili e si sono concentrate su campagne civiche, politiche, legali ed etiche.

La lotta richiede anche un orizzonte politico che risponda ai continui fallimenti della divisione della terra tra il fiume e il mare. Il movimento per la pace “Una Terra per Tutti: due Stati una Patria”, un’iniziativa unitaria tra israeliani e palestinesi, ha articolato tale visione basata sull’uguaglianza individuale e collettiva. Questo modello confederale di due Stati, con libertà di movimento, istituzioni comuni e una capitale condivisa, può offrire un’uscita dal crescente apartheid e contribuire a disegnare un orizzonte verso un futuro di riconciliazione e pace. Solo l’adozione di tali prospettive può garantire che la prima guerra dell’apartheid sia anche l’ultima.

Il professor Oren Yiftachel è un ricercatore di geografia politica e giuridica e attivista per i diritti umani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nelle prigioni israeliane le malattie della pelle sono un metodo di punizione

Vera Sajrawi

25 settembre 2024 – +972 Magazine

Le autorità carcerarie consentono il diffondersi della scabbia limitando l’approvvigionamento idrico dei detenuti palestinesi e privandoli di vestiti puliti e cure mediche.

Pallido e denutrito, con una barba incolta e una protesi oculare, il suo corpo emaciato testimonia la negligenza e le torture subite all’interno di una prigione israeliana. “State lontani”, urla alla folla impaziente che lo circonda dopo il suo rilascio. “Non so che malattia ho, ho un’eruzione cutanea e non posso rischiare di stringere le mani”. Ma i suoi genitori, sopraffatti dall’emozione, si fanno avanti per abbracciarlo. Lui si ritrae impaurito, ribadendo che non dovrebbe essere toccato.

Mo’ath Amarnih, un fotoreporter palestinese della Cisgiordania occupata, è stato rilasciato dalla prigione di Ktzi’ot a luglio. Anche in precedenza aveva avuto a che fare con la violenza dello Stato israeliano: nel 2019, mentre riprendeva le proteste contro gli insediamenti coloniali, un soldato israeliano gli ha sparato in faccia, facendogli perdere l’occhio sinistro. Ma nulla avrebbe potuto fargli immaginare questi nove mesi di detenzione amministrativa, reclusione senza accusa o processo, durante i quali è stato tenuto in condizioni terribili, sottoposto ad abusi e privato di cure mediche nonostante soffrisse di diabete.

Amarnih è uno delle centinaia di prigionieri palestinesi recentemente rilasciati dalle prigioni israeliane i cui corpi smagriti sono stati deturpati dalla scabbia, un’infestazione parassitaria causata da acari, che provoca forte prurito ed eruzioni cutanee che spesso peggiorano di notte e sono esacerbate dal caldo estivo. L’epidemia è stata segnalata in più prigioni, tra cui Ktzi’ot, Nafha e Ramon nel Naqab/Negev, Ofer in Cisgiordania e Megiddo, Shatta e Gilboa nel nord. Israele non ha fornito dati sul numero di prigionieri infetti.

Secondo i dati dell’Israel Prison Service (IPS) nell’ultimo anno la popolazione carceraria totale è aumentata in modo significativo: da 16.353 il 6 ottobre 2023, a oltre 21.000 a giugno di quest’anno. Circa la metà di loro, approssimativamente 9.900 al momento in cui scriviamo, sono definiti “prigionieri di sicurezza”, di cui oltre 3.300 sono trattenuti in detenzione amministrativa.

In seguito a questo forte incremento della popolazione carceraria le condizioni all’interno delle carceri israeliane sono peggiorate drasticamente. Per 11 mesi i detenuti, sottoposti a torture e sevizie che hanno causato la morte di almeno 18 di loro, sono stati costretti ad indossare sempre lo stesso capo di abbigliamento, gli è stato impedito di acquistare shampoo o sapone e limitato l’accesso alle docce, e sono stati completamente privati ​​di un servizio di lavanderia. Inoltre, la sospensione delle visite dei familiari ha eliminato la possibilità di ricevere vestiti puliti, lenzuola e asciugamani dall’esterno.

Il 16 luglio una coalizione di cinque organizzazioni israeliane per i diritti umani ha presentato una petizione all’Alta Corte Israeliana, chiedendo un intervento urgente da parte dell’IPS e del Ministero della Salute per affrontare l’allarmante epidemia di scabbia che affligge i prigionieri palestinesi, principalmente quelli nelle unità di sicurezza. Ai detenuti, afferma la petizione, viene spesso negata l’assistenza medica e in prigione le visite mediche sono diventate sempre più rare.

Come osserva il dermatologo dr. Ahsan Daka nella petizione, la scabbia può essere curata efficacemente, ma contenere l’epidemia richiede condizioni di vita igieniche. L’inosservanza da parte dell’IPS suggerisce che la diffusione della malattia tra i prigionieri è diventata, di fatto, parte della loro punizione.

“Sono uscito dall’inferno”

A maggio 2023 Mohammed Al-Bazz, 38 anni, di Nablus, è stato arrestato e posto in detenzione amministrativa nella prigione di Ktzi’ot nel Naqab, senza che gli venisse spiegato il motivo. In precedenza aveva trascorso più di 16 anni nelle carceri israeliane a partire dall’età di 17 anni, ma quelle esperienze impallidiscono in confronto a ciò che sarebbe accaduto dopo il 7 ottobre.

Poco dopo l’assalto guidato da Hamas al sud di Israele la Knesset ha approvato una legge che consente al Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di dichiarare lo stato di emergenza nelle carceri israeliane. Quando è entrato in carica all’inizio dell’anno scorso aveva già fin da subito iniziato ad assumere una posizione più dura nei confronti dei palestinesi incarcerati. Per di più, forte delle nuove misure di emergenza in tempo di guerra, si è rapidamente dato da fare per sovraffollare le strutture dell’IPS e ridurre ulteriormente i diritti dei detenuti palestinesi.

Al-Bazz, rilasciato a maggio di quest’anno, ha ricevuto poche notizie dal mondo esterno. La prima cosa che l’IPS ha fatto dopo il 7 ottobre è stata rimuovere radio e televisori, staccare completamente l’energia elettrica e limitare a una sola ora la fornitura di acqua a tutti i prigionieri. “Immaginate 15 prigionieri in una cella che riceve acqua per una sola ora tramite un rubinetto e un water, costretti ad usarla per tutte le loro necessità”, ha detto a +972.

Come tutti i prigionieri, gli era proibito lasciare la sua cella; non era più concessa loro la solita ora d’aria. Le lavanderie sono state chiuse e trasformate in celle aggiuntive e le visite dei familiari sono state vietate, impedendo ai detenuti di ricevere nuovi vestiti dall’esterno.

“Il sole e l’aria non hanno toccato la mia pelle per otto mesi”, dice Al-Bazz. “Ho dormito sullo stesso materasso senza lenzuola o cuscino, ho fatto la doccia con acqua fredda senza shampoo o asciugamano e ho dovuto rimettere i vestiti sporchi sul corpo bagnato in inverno e in estate. Ciò dimostra un intento sistematico di diffondere la malattia tra i prigionieri attraverso una carenza di igiene”.

Secondo Naji Abbas, direttore del dipartimento prigionieri e detenuti della ONG, il primo caso di scabbia è stato segnalato a Physicians for Human Rights – Israel [Medici per i Diritti Umani – Israele] (PHRI) a metà febbraio. Quel prigioniero, Mohammed Shukair, era stato arrestato in modo violento a maggio e gli era stata consegnata una maglietta in dotazione al carcere che, come ha riferito a PHRI, era già sporca. I sintomi della malattia hanno iniziato presto a comparire sulla sua pelle ed è stato portato alla clinica della prigione, dove gli è stata fatta la diagnosi.

PHRI ha chiesto ai servizi carcerari di fornirgli dei farmaci e gli è stata data una pomata per i sintomi. Ma l’ambiente non è stato disinfettato e i suoi compagni di cella non sono stati trattati, quindi non ha funzionato. “La pomata da sola non è sufficiente, perché gli acari che causano la malattia vivono sulle superfici fino a 36 ore e la persona può essere reinfettata”, spiega Abbas.

Al-Bazz ha anche riferito a +972 che quando un prigioniero mostrava sintomi di scabbia l’IPS non lo spostava dalla cella né prendeva altre misure per impedire la diffusione della malattia tra i suoi compagni. “Hanno persino spostato dei prigionieri infetti in celle dove c’erano prigionieri sani e hanno fatto sì che si infettassero tutti”, dice.

“È la peggiore malattia, non ne ho mai viste di simili”, continua Al-Bazz, con la voce rotta dal dolore. “Comincia con piccoli brufoli sulla pelle che si diffondono su tutto il corpo e si sviluppa un prurito insopportabile. Sanguinavo su tutto il corpo per il continuo grattarmi. Se chiedi di andare alla clinica della prigione, ti spruzzano gas lacrimogeni [come punizione] o ti portano fuori per picchiarti di fronte a tutte le celle”.

Al-Bazz riferisce a +972 che durante tutto l’anno trascorso a Ktzi’ot non ha ricevuto alcun trattamento per la scabbia; in effetti, i prigionieri di sicurezza hanno riferito che non c’è accesso alle cliniche o ai medici della prigione per nessun problema di salute. “Con il pretesto della guerra in corso, l’autorità [della prigione] priva persino i malati di cancro di trattamenti essenziali per mesi”, afferma.

Come Amarnih, una volta uscito di prigione Al-Bazz era quasi irriconoscibile: da ottobre a maggio aveva perso 60 chilogrammi di peso. Dopo essere stato rilasciato ha subito cercato un’assistenza medica, ma essendo ancora affetto dalla malattia ha contagiato involontariamente la moglie e i figli gemelli.

Anche se la scabbia sta lentamente scomparendo dal suo corpo, le torture subite da Al-Bazz a Ktzi’ot avranno un impatto psicologico duraturo. Un fatto significativo, in una fredda notte del 22 ottobre, offre un quadro dell’orrore: Al-Bazz racconta che prima le guardie hanno spogliato i prigionieri, immobilizzandoli con manette ai polsi e i lacci ai piedi, poi una di loro gli ha urinato addosso.

“La maggior parte delle persone si vergogna a raccontare nei dettagli cosa abbiamo passato”, dice. “Molti prigionieri sono stati violentati con vari oggetti; le guardie donne guardavano, ridevano e si divertivano con i nostri corpi nudi. Provavano piacere nel torturarci e umiliarci. Mi ha ricordato Abu Ghraib, o anche peggio. Ci picchiavano continuamente tutto il giorno, a turno dalle 9 alle 23. Non riesco a credere a quello che ci hanno fatto. Rimarrà per sempre scolpito nella mia memoria. Sono uscito dall’inferno.”

Un portavoce dell’IPS contattato da +972 per un commento ha negato la cancellazione delle visite esterne e non ha rilasciato dichiarazioni sull’attuale diffusione della scabbia nelle prigioni.

Nel frattempo, Al-Bazz sta ancora facendo i conti con l’entità della disumanizzazione che ha dovuto affrontare durante il suo periodo a Ktzi’ot. “I prigionieri sono esseri umani”, dice. “Non sono sovrumani che possono sopportare qualsiasi cosa; sono semplicemente costretti sopportare gli abusi perché non hanno altra scelta.

“Siamo rinchiusi per una causa giusta e stiamo lottando per la nostra libertà”, continua. “Ma in fin dei conti sono di carne e ossa, con dignità ed emozioni: un essere umano che si stanca e prova dolore quando viene picchiato e si dispera quando è malato”.

Vera Sajrawi è una giornalista palestinese, ex redattrice di +972 Magazine, che vive a Haifa.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un piano per liquidare la Striscia di Gaza settentrionale sta guadagnando terreno

Meron Rapoport

17 settembre 2024, +972Magazine

Ministri, generali e accademici israeliani chiedono a gran voce una nuova fase decisiva della guerra, ed ecco come potrebbe risultare l’operazione Fame e Sterminio.

La data potrebbe essere ottobre, novembre o dicembre 2024, o forse inizio 2025. L’esercito israeliano ha appena lanciato una nuova operazione in tutto il nord di Gaza, la chiameremo “Operazione Ordine e Pulizia”. L’esercito ordina l’evacuazione temporanea di tutti i residenti palestinesi a nord del corridoio Netzarim “per la loro sicurezza personale”, spiegando che “l’esercito sta per intraprendere azioni importanti a Gaza City nei prossimi giorni e vuole evitare di danneggiare i civili”. L’ordine è simile a quello che l’esercito ha emesso il 13 ottobre 2023 agli oltre 1 milione di palestinesi che vivevano a Gaza City e nei suoi dintorni in quel momento. Ma è chiaro a tutti come questa volta Israele stia pianificando qualcosa di completamente diverso.

Sebbene il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Yoav Gallant siano reticenti sui veri obiettivi dell’operazione, il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, così come altri ministri dell’estrema destra, li dichiarano apertamente. In proposito citano un programma che il Forum dei Comandanti e Combattenti Riservisti, guidato dal Maggiore Generale di Riserva Giora Eiland, ha proposto solo poche settimane fa: ordinare a tutti i residenti della parte settentrionale di Gaza di andarsene entro una settimana per poi imporre un assedio completo all’area inclusa la chiusura di tutte le forniture di acqua, cibo e carburante, fino a quando coloro che rimangono non si arrendano o muoiano di fame.

Negli ultimi mesi altri importanti israeliani hanno chiesto all’esercito di effettuare uno sterminio di massa nel nord di Gaza. “Rimuovete l’intera popolazione civile dal nord e chiunque vi rimanga sarà legalmente condannato come terrorista e sottoposto a un procedimento di fame o sterminio”, ha proposto il prof. Uzi Rabi, ricercatore senior presso l’Università di Tel Aviv in un’intervista radiofonica del 15 settembre. E ad agosto, secondo un rapporto di Ynet, i ministri del governo avevano già iniziato a fare pressione su Netanyahu affinché “ripulisse” il nord di Gaza dai suoi abitanti.

Un’altra proposta è stata stilata a luglio da diversi accademici israeliani, intitolata “Da un regime omicida a una società moderata: la trasformazione e la ricostruzione di Gaza dopo Hamas”. Secondo questo piano, che è stato sottoposto ai decisori israeliani, la “sconfitta totale” di Hamas è una precondizione per avviare un processqo di “deradicalizzazione” dei palestinesi a Gaza. “È importante che anche l’opinione pubblica palestinese abbia una profonda percezione della sconfitta di Hamas”, sostengono gli autori, aggiungendo: “Un ‘primo intervento’ può iniziare nelle aree ripulite da Hamas”. Uno degli autori della proposta, il dott. Harel Chorev, ricercatore senior presso il Moshe Dayan Center dove lavora anche Rabi, ha espresso pieno sostegno al piano del gen. Eiland.

Ma torniamo al nostro scenario: inizia l'”Operazione Ordine e Pulizia” e, nonostante gli ordini di evacuazione dell’esercito, circa 300.000 palestinesi rimangono tra le rovine di Gaza City e dintorni, rifiutandosi di andarsene. Forse rimangono perché hanno visto cosa è successo ai loro vicini che se ne sono andati all’inizio della guerra, credendo che si trattasse di un’evacuazione temporanea e che ancora oggi vagano per le strade di Gaza meridionale senza un posto sicuro in cui ripararsi. Forse perché temono Hamas, che invita i residenti a rifiutare gli ordini di evacuazione di Israele. O forse perché sentono di non avere più nulla da perdere. In tutti i casi l’esercito impone un blocco completo di una settimana a tutti coloro che rimangono nella Gaza settentrionale. I combattenti di Hamas (il documento Eiland stima che ne siano rimasti 5.000 nel nord ma nessuno conosce effettivamente il loro numero reale) si rifiutano di arrendersi. Sulla televisione internazionale e sui social media le persone in tutto il mondo guardano Gaza City che viene decimata dalla fame di massa. “Preferiamo morire che andarcene”, dicono i residenti ai giornalisti.

Alla TV israeliana i commentatori non sono convinti che una mossa del genere sia decisiva per vincere la guerra. Ma concordano sul fatto che una “campagna di fame e sterminio” sia preferibile al fatto che l’esercito continui a tergiversare a Gaza. Alcune voci degli studi televisivi mettono in guardia dal potenziale danno alle pubbliche relazioni di Israele, ma nonostante ciò il piano ottiene il sostegno della maggioranza del pubblico ebraico-israeliano. I cittadini palestinesi di Israele, che intensificano le proteste contro il genocidio, vengono arrestati anche solo per averne parlato online, e la polizia reprime con la forza le dimostrazioni della sinistra radicale. Il Segretario di Stato americano Antony Blinken esprime preoccupazione, afferma che Washington è impegnata per l’integrità territoriale di Gaza e la soluzione dei due Stati, e avverte che questa ultima campagna potrebbe sabotare i negoziati per un accordo sugli ostaggi, ma Netanyahu è irremovibile. Sotto pressione della destra, che vede nell’espulsione dei residenti di Gaza City l’opportunità di radere al suolo completamente l’area e costruire colonie sulle rovine, l’esercito inizia la fase di “sterminio” delineata da Rabi.

Poiché l’esercito ha affermato che i civili possono lasciare la parte settentrionale di Gaza, anche se i soldati sparano e uccidono casualmente i civili palestinesi che cercano di evacuare, chiunque rimanga in città viene trattato come un terrorista. Tale strategia è in linea con quanto il tenente colonnello A., comandante dello squadrone di droni dell’aeronautica militare israeliana, ha detto a Ynet ad agosto sull’operazione per salvare gli ostaggi nel campo di Nuseirat: “Chiunque non sia fuggito, anche se disarmato, per quanto ci riguarda era un terrorista. Tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”. La città di Gaza è completamente distrutta e tra le rovine giacciono i corpi di migliaia o forse decine di migliaia di palestinesi. Nessuno conosce il numero esatto, perché l’area rimane una “zona militare chiusa”. L’Operazione Ordine e Pulizia è coronata da successo. L’esercito, come proposto dal piano Eiland, si prepara a replicare operazioni simili a Khan Younis e Deir al-Balah. In coordinamento con i comandanti sul campo, apparentemente senza l’approvazione dello Stato Maggiore, il rinato movimento per la ri-colonizzazione di Gaza – che è rimasto in attesa per mesi – inizia a stabilire le prime nuove comunità nelle aree che sono state “ripulite” dai palestinesi.

Uno scenario probabile ma non ineluttabile

Non è certo che questo scenario si materializzi. Può essere intralciato a vari snodi: l’esercito potrebbe far intendere che non è interessato alla piena occupazione della Striscia di Gaza, né a ripristinarvi un governo militare. L’esercito è consapevole che un’operazione su larga scala potrebbe portare all’esecuzione degli ostaggi rimasti, come è successo a Rafah, e non vuole essere responsabile del loro omicidio. Così come teme che un’operazione su larga scala a Gaza potrebbe innescare una risposta più forte da parte di Hezbollah, e quindi a una guerra intensa su due fronti o forse più.

Nonostante tutta l’indulgenza dimostrata dall’amministrazione statunitense per le azioni genocide di Israele a Gaza, che hanno fatto morire di fame e annientato decine di migliaia di palestinesi, questa fase ulteriore potrebbe essere troppo anche per il presidente autoproclamatosi “sionista” Joe Biden e per la candidata alla presidenza Kamala Harris, che parla di “sofferenza palestinese”. Potrebbe essere la mossa che costringerà la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) a dichiarare che Israele sta commettendo un genocidio e ad accelerare l’emissione di mandati di arresto da parte della Corte Penale Internazionale (ICC), non solo per Netanyahu e Gallant. I paesi europei, che finora sono stati esitanti a sanzionare Israele, potrebbero andare fino in fondo. Netanyahu potrebbe concludere che il prezzo internazionale di un’operazione del genere sia troppo alto, al diavolo i desideri dei suoi alleati di destra.

Anche la società israeliana potrebbe rappresentare un ostacolo all’attuazione del piano. Come appare evidente dalle dimostrazioni di massa delle ultime settimane, gran parte del pubblico ebraico-israeliano ha perso fiducia nelle promesse del governo di “vittoria totale” a Gaza o nell’idea che “solo la pressione militare libererà gli ostaggi”. Guidati dalle famiglie degli ostaggi, che si sono radicalizzate dopo la recente esecuzione da parte di Hamas dei sei ostaggi in un tunnel a Rafah, centinaia di migliaia di israeliani, a quanto pare, vogliono non solo vedere gli ostaggi tornare a casa ma anche lasciarsi la guerra alle spalle. Il piano Rabi-Eiland, che certamente prolungherà la guerra a Gaza e probabilmente farà fallire la liberazione degli ostaggi rimasti, potrebbe essere respinto da centinaia di migliaia di dimostranti proprio per queste ragioni.

Tuttavia bisogna anche ammettere che lo scenario che ho delineato non è inverosimile. Dal 7 ottobre la società israeliana ha subito un processo accelerato di disumanizzazione nei confronti dei palestinesi, ed è difficile pensare che l’esercito rifiuti in massa di portare avanti una simile campagna di sterminio, soprattutto se presentata in fasi: prima costringendo la maggior parte dei residenti ad andarsene, poi imponendo un assedio e solo allora l’eliminazione di coloro che rimangono. Non è semplicemente una questione di vendetta per le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre. All’interno della logica distorta che regola la politica israeliana nei confronti dei palestinesi, l’unico modo per ripristinare la “deterrenza” dopo l’umiliazione militare del 7 ottobre è quello di schiacciare completamente la collettività palestinese, comprese le sue città e istituzioni.

Per qualcuno può essere facile liquidare le proposte israeliane di “finire il lavoro” nella parte settentrionale di Gaza come una magniloquenza genocida difficile da realizzare. Ma il piano è stato concepito da Eiland, Rabi e altre persone influenti, non solo quelle del circolo “messianico” di Ben Gvir e Smotrich. E indipendentemente da ciò che accadrà nei prossimi mesi, il fatto stesso che esplicite proposte di far morire di fame e sterminare centinaia di migliaia di persone siano in discussione dimostra esattamente dove si trova oggi la società israeliana.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La guerra di Gaza è una catastrofe ambientale

Nathalie Rozanes

5 settembre 2024 – +972 Magazine

Rifiuti tossici, malattie trasmesse dall’acqua, vaste emissioni di biossido di carbonio: la dott.ssa Mariam Abd El Hay descrive gli innumerevoli danni dell’ attacco di Israele agli ecosistemi della regione.

“Sempre più gravi carenze di acqua ed elettricità. Inondazioni catastrofiche in aree densamente urbanizzate. Insicurezza alimentare esacerbata da improvvisi aumenti delle temperature, riduzione complessiva delle precipitazioni e l’impatto a lungo termine di sostanze chimiche tossiche”.

Questo è ciò che i climatologi Khalil Abu Yahia, Natasha Westheimer e Mor Gilboa avevano previsto più di due anni fa in un loro articolo su +972 Magazine riguardo al futuro a breve termine di Gaza. Il bombardamento incessante della Striscia da parte di Israele negli ultimi 11 mesi ha causato conseguenze umanitarie indicibili, ma avrà anche effetti drammatici e duraturi sull’ambiente naturale di Gaza, già in pericolo, e certamente su quello dell’intera regione.

È quasi impossibile pensare alla crisi climatica in mezzo a così tanta morte e distruzione”, ha scritto Westheimer lo scorso novembre, dopo che Abu Yahia è stato ucciso in un attacco aereo israeliano. Ma la realtà è che questultimo mese Gaza è sprofondata ancora di più in una crisi umanitaria e i suoi due milioni di residenti sono più esposti che mai agli impatti del cambiamento climatico”.

A giugno il Center for Applied Environmental Diplomacy [Centro per la diplomazia ambientale applicata] presso l’Arava Institute for Environmental Studies ha pubblicato un nuovo ampio rapporto sull’impatto ambientale dell’attuale attacco di Israele a Gaza. Il rapporto comprende una miriade di danni ambientali legati alla guerra, dalla grande quantità di polvere tossica rilasciata dai bombardamenti sugli edifici al crollo della gestione dei rifiuti, dalla distruzione degli impianti di trattamento delle acque alla proliferazione di malattie trasmesse dall’acqua.

Sebbene siano i palestinesi di Gaza ad affrontare la minaccia più grave, il rapporto chiarisce che l’intero territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo fa parte di un unico ecosistema, in cui salute e ambiente sono interconnessi in un fragile equilibrio. Ciò è risultato particolarmente evidente con la recente scoperta del poliovirus nelle acque reflue di Gaza. L’esercito israeliano ha iniziato a somministrare dosi di richiamo contro la poliomielite ai soldati israeliani prima di accettare finalmente una campagna di vaccinazione per i bambini palestinesi presenti nel territorio di età inferiore ai 10 anni; Israele si è mostrato anche improvvisamente interessato a ricostruire l’infrastruttura per il trattamento delle acque reflue che aveva distrutto.

Il rapporto evidenzia anche il legame tra conflitto armato e riscaldamento globale. Il 21 luglio il pianeta ha vissuto il giorno più caldo mai registrato; in Medio Oriente le temperature stanno aumentando in media a una velocità doppia rispetto al resto del mondo.

Per comprendere meglio l’impatto ambientale della guerra +972 ha parlato con la dott.ssa Mariam Abd El Hay, ricercatrice in dinamiche sociali e impatti ambientali dei conflitti e cittadina palestinese di Israele della città di Tira. Abd El Hay è l’autrice del nuovo rapporto cui hanno contribuito anche Elaine Donderer e il dott. David Lehrer, direttore del centro. L’intervista è stata rivista per motivi di lunghezza e chiarezza.

Qual è la situazione ambientale a Gaza in questo momento?

La situazione è estremamente allarmante. Prima del 7 ottobre l’ambiente di Gaza era già in condizioni di grande precarietà. Anni di campagne israeliane di bombardamenti, restrizioni alle importazioni israeliane ed egiziane e una governance disfunzionale avevano portato a carenze croniche di energia elettrica e ritardato la costruzione di strutture essenziali. L’accesso di Gaza all’acqua pulita era criticamente basso, caratterizzato dalla dipendenza da tre condotte israeliane, e il 97% dell’acqua potabile era contaminata e non sicura. Le infrastrutture per il trattamento dei rifiuti e dell’acqua erano già compromesse, il che determinava una combustione incontrollata dei rifiuti nelle discariche, un inquinamento dell’aria e del suolo e la contaminazione delle falde acquifere dovuta al percolato.

Ma durante la guerra il degrado ambientale a Gaza è peggiorato esponenzialmente: mentre i bombardamenti di Israele distruggevano le infrastrutture, una quantità incontrollata di polvere tossica è stata rilasciata nell’aria e la gestione delle acque reflue è completamente crollata a causa della carenza di carburante.

Ad aprile la distruzione di edifici in tutta la Striscia di Gaza aveva prodotto circa 37 milioni di tonnellate di detriti. Quando gli edifici vengono danneggiati o crollano rilasciano nell’ambiente nuvole di fumo, polvere tossica e gas nocivi.

Le esplosioni frantumano i materiali da costruzione in minuscoli pezzi, che rilasciano nell’ambiente particelle tossiche poi assorbite dagli esseri umani. Anche se la massima esposizione a queste tossine avviene al momento dell’esplosione, le microparticelle di polvere e cenere tossica vengono disperse dal vento e impregnano le persone a piedi e i veicoli in movimento. Inoltre l’esercito israeliano ha utilizzato il fosforo bianco, un’arma incendiaria altamente tossica. Di conseguenza, mentre i cittadini di Gaza affrontano i rischi più gravi per la salute, palestinesi, israeliani e tutti gli altri esseri viventi nella regione continueranno a soffrirne le conseguenze per gli anni a venire.

A Gaza l’amianto, che è altamente cancerogeno sotto forma di polvere, è comunemente utilizzato nell’edilizia, con ulteriore incremento del rischio di cancro per inalazione. Era già stato trovato nella polvere tossica in seguito al bombardamento israeliano della Striscia nel 2021.

A causa della guerra in corso è impossibile convalidare sul campo le nostre risultanze, ma possiamo stimare il tipo e la quantità di sostanze chimiche rilasciate nell’ambiente di Gaza da estesi bombardamenti utilizzando la nostra conoscenza sui materiali da costruzione locali, sui dati storici relativi ad aree di conflitto e su incidenti passati, come gli attacchi dell’11 settembre a New York. Oltre due decenni dopo le persone sono ancora alle prese con problemi di salute correlati ai detriti e alla polvere, tra cui malattie delle vie aerodigestive e tumori.

Quali sono le preoccupazioni ambientali e sanitarie associate al crollo dell’infrastruttura per il trattamento dei rifiuti di Gaza?

Decine di migliaia di tonnellate di rifiuti residenziali si sono accumulate nelle strade e nelle discariche informali, a causa della carenza di carburante necessario per far funzionare i macchinari per il trattamento dei rifiuti. Ciò può portare all’inquinamento del suolo e delle falde acquifere, nonché contribuire a un’eccessiva fioritura di alghe lungo la costa, mettendo in pericolo la vita marina e i bagnanti.

Una gestione inadeguata dei rifiuti sta anche attirando animali, come i ratti, che possono trasmettere malattie agli esseri umani. Inoltre le alte temperature e l’umidità estive della nostra regione creano le condizioni perfette per lo sviluppo e la riproduzione dei batteri.

Con il crollo del sistema sanitario di Gaza i palestinesi non hanno potuto ricevere cure adeguate sin dallo scoppio della guerra. È un miracolo che non stiamo ancora assistendo a epidemie ancora peggiori a Gaza e in tutta Israele-Palestina, ma è inevitabile che accada.

Sappiamo quanti rifiuti tossici sono stati prodotti?

Si stima che la guerra in corso abbia già prodotto almeno 900.000 tonnellate di rifiuti tossici. Questi inquinanti, che includono materiali radioattivi e cancerogeni, metalli pesanti, pesticidi e altre sostanze chimiche, emessi sia attraverso l’uso di munizioni militari sia in seguito alla distruzione di edifici, persistono nell’ambiente, rappresentando una minaccia per tutte le forme di vita, compresi animali e vegetazione. Contaminano il suolo, l’aria e le fonti d’acqua, mettendo a repentaglio gli ecosistemi.

Un ecosistema particolarmente minacciato dal deflusso di rifiuti tossici è Wadi Gaza, una riserva naturale all’interno della Striscia. Ricca di biodiversità, questa distesa di terra larga nove chilometri corre verso ovest dalla recinzione di confine fino al mare. È un’estensione del torrente Besor, che scorre da Hebron in Cisgiordania attraverso Be’er Sheva in Israele fino al Mar Mediterraneo. Gli uccelli acquatici locali e gli uccelli migratori che viaggiano attraverso i continenti utilizzano le zone umide costiere di quest’area come habitat.

Può dirci di più sullo stato del trattamento delle acque a Gaza?

La situazione era già estremamente critica dato che Israele controlla da tempo l’approvvigionamento idrico di Gaza, ma è stata gravemente peggiorata dalla guerra. Tra le infrastrutture ora danneggiate o distrutte ci sono pozzi di acqua potabile, reti idriche come pompe e bacini, strutture igienico-sanitarie, reti fognarie, impianti di desalinizzazione, infrastrutture per le acque piovane, scarichi fognari marini e impianti di trattamento delle acque reflue. Inoltre a metà novembre la mancanza di carburante ha reso inevitabile la chiusura di tutti e cinque gli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza e la maggior parte delle sue 65 stazioni di pompaggio, come riportato da Oxfam.

Prima della guerra 13.000 metri cubi di liquami grezzi fluivano nel mare da Gaza ogni giorno. Ma ora, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) stima che questa cifra sia salita vertiginosamente fino a 130.000 metri cubi al giorno. E a causa della distruzione degli impianti di trattamento delle acque reflue le persone sono costrette a consumare acqua salmastra e contaminata e a usarla per cucinare, lavare e per l’igiene personale.

Le conseguenze per la salute derivanti dal consumo di acqua contaminata sono disastrose, soprattutto per i bambini, che costituiscono il 47% della popolazione di Gaza. Aumenta significativamente il rischio di colera, tifo, poliomielite e altre malattie correlate all’acqua. Già a novembre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avvertito che le malattie infettive associate alla scarsità e alla contaminazione dell’acqua potrebbero alla fine uccidere a Gaza più persone della stessa violenza militare.

Inoltre, ricercatori e medici hanno recentemente sollevato il problema dell’emergere e il diffondersi di batteri resistenti al trattamento antibiotico in base al fenomeno della resistenza agli antibiotici (AMR). L’acqua contaminata può anche facilitare il contatto tra batteri e metalli pesanti rilasciati dagli esplosivi, che sono un fattore che contribuisce all’AMR.

Come si diffondono queste malattie trasmesse dall’acqua?

I batteri che causano queste malattie possono vivere in corsi d’acqua salmastra e acque costiere e, una volta trasmessi agli esseri umani, si diffondono attraverso il consumo di acqua o cibo contaminati dalle feci di una persona infetta.

Le acque reflue permeano le strade e i corsi d’acqua e si infiltrano nel terreno, contaminando il cibo e attraversando la recinzione tra Israele e Gaza attraverso Wadi Gaza, il Mar Mediterraneo e la falda acquifera, una fonte d’acqua sotterranea che si estende dalla penisola del Sinai in Egitto alla costa israeliana lungo il Mediterraneo orientale. La falda acquifera è permeabile, poco profonda e senza confini, con acque sotterranee che scorrono dall’entroterra al Mar Mediterraneo.

Inoltre il flusso delle acque costiere riveste un’importanza cruciale: a causa delle correnti mediterranee le acque reflue che raggiungono la costa di Gaza scorrono verso sud e possono infettare le persone lungo la costa egiziana.

Può chiarire la correlazione tra la guerra e le emissioni di gas serra?

Semplicemente il nostro pianeta non può sostenere un conflitto armato. L’uso delle armi in sé e la detonazione di esplosivi rilasciano nell’atmosfera grandi quantità di gas serra, il principale motore del cambiamento climatico, e di particolato. Si stima che il 5,5 percento delle emissioni di gas serra del mondo sia il risultato di attività militari.

Solo nella giornata del 7 ottobre l’attacco di Hamas ha emesso circa 646 tonnellate di anidride carbonica. Poi, solo nei primi due mesi di guerra, il bombardamento aereo e l’invasione terrestre di Gaza da parte di Israele hanno emesso circa 281.000 tonnellate di CO2.

Questo volume di emissioni causato dall’esercito israeliano in quei primi due mesi equivale alla combustione di circa 150.000 tonnellate di carbone. Ho fatto un rapido calcolo in modo che possiamo visualizzare qualcosa di concreto: bruciare quella quantità di carbone rappresenta circa 24.772 anni di consumo di elettricità da parte di una famiglia.

Inoltre, secondo l’Autorità per la Natura e i Parchi di Israele, gli attacchi di Hezbollah dall’altra parte del confine libanese (dal 7 ottobre oltre 7.500 razzi, missili e droni) hanno causato la combustione di 8.700 ettari nel nord di Israele a causa degli oltre 700 incendi boschivi. Si tratta di un’area 12 volte più grande di quella interessata dagli incendi degli anni precedenti, in una regione che già ogni estate brucia con sempre maggiore frequenza.

Queste foreste e terreni agricoli ospitano animali e piante rare e assorbono circa sette tonnellate di anidride carbonica per ettaro all’anno, più o meno l’equivalente delle emissioni medie di un’auto e mezza in un anno. Quindi abbiamo già perso una capacità di assorbimento equivalente alle emissioni medie annuali di 5.800 auto.

Secondo il programma Land and Natural Resources dell’Università di Balamand gli attacchi israeliani nel Libano meridionale hanno bruciato circa 4.000 ettari, il che significa una perdita di capacità di assorbimento addizionale equivalente alle emissioni di circa 2.600 auto. Per fare un paragone, nei due anni precedenti, l’area totale bruciata dagli incendi in Libano è stata di 500-600 ettari. Con la minaccia di un’ulteriore escalation al confine tra Israele e Libano, questo potrebbe essere solo l’inizio.

Nel caso delle auto il modo in cui vengono prodotte le emissioni appare chiaro. Come fa l’esercito a produrre emissioni così elevate?

Le fonti di queste emissioni includono la produzione e la detonazione di esplosivi, artiglieria, razzi, nonché operazioni aeree, manovre di carri armati e consumo di carburante per veicoli. Solo dal 7 ottobre alla fine di dicembre, e ora siamo a otto mesi di bombardamenti, le forze israeliane hanno sganciato sulla Striscia di Gaza oltre 89.000 tonnellate di esplosivi. Inoltre, durante quei primi tre mesi sono stati effettuati 254.650 voli militari.

Come ha sostenuto Amitav Gosh, “nell’era del riscaldamento globale, nulla è davvero lontano”. Come si faranno sentire gli effetti del cambiamento climatico e del riscaldamento globale in Israele-Palestina e nell’area più vasta?

Nei prossimi 50 anni si prevede che temperature più elevate combinate con livelli più alti di umidità renderanno invivibili vaste aree del globo, tra cui parti del Medio Oriente, che si sta riscaldando due volte più velocemente della media globale. Il Ministero dell’Ambiente israeliano ha previsto un aumento di 4 gradi delle temperature medie entro la fine del secolo.

Coloro che sono sfollati e cercano rifugio da qualche parte a Gaza sono ora più impreparati che mai ad affrontare temperature più elevate in estate e inondazioni in inverno. Ma anche in Israele gli effetti del cambiamento climatico si fanno già in qualche modo sentire. Ad esempio, quest’estate il virus del Nilo occidentale [simile al virus della febbre gialla, ndt.] ha già ucciso in Israele almeno 440 persone. Il virus, che si diffonde in tutto il mondo tramite uccelli migratori e viene trasmesso agli esseri umani dalle zanzare, e può essere mortale per gli anziani e gli immunodepressi, è una conseguenza diretta del rialzo delle temperature e dell’umidità della scorsa primavera.

Quali sono le possibili conseguenze ambientali dello sforzo necessario per la ricostruzione di Gaza?

Si stima che durante la prevista costruzione postbellica necessaria per riparare a Gaza 100.000 edifici danneggiati saranno prodotti altri 30 milioni di tonnellate di gas serra. Il settore edile in tutto il mondo è responsabile di circa l’11% delle emissioni globali di anidride carbonica e comprende attività come la produzione di cemento e acciaio, il trasporto di materiali, il funzionamento di macchinari e la demolizione di edifici.

L’iniziativa Jumpstarting Hope in Gaza, una coalizione di ONG ed enti del settore privato guidata da Damour for Community Development a Gaza e supportata dall’Arava Institute, ha pubblicato un piano per la fornitura localizzata di energia e materiali sostenibili per ridurre al minimo il ricorso aggiuntivo ad apporti esterni. Un’idea, ad esempio, è quella di ricavare mattoni dalle macerie esistenti. Ma tutto questo, ovviamente, richiede un cessate il fuoco duraturo.

Nathalie Rozanes è un’attrice, scrittrice e performer originaria di Bruxelles, attualmente residente a Jaffa-Tel Aviv.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Questa guerra è anche dell’America”: perché gli Stati Uniti non fermano l’attacco israeliano a Gaza

Meron Rapoport

2 settembre 2024 +972Mag

In seguito ai massacri di Hamas del 7 ottobre il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è recato in Israele per una visita di solidarietà. Ma pochi giorni prima del suo arrivo, mentre lo sforzo bellico si intensificava, aveva lanciato un brusco avvertimento: “Ho chiarito agli israeliani che ritengo sia un grosso errore per loro pensare di occupare Gaza e mantenere il controllo su Gaza”, ha detto ai giornalisti.

Da allora Biden ha ribadito che Israele deve prevenire una crisi umanitaria ed evitare di nuocere ai civili, esortando i suoi leader a non ripetere gli errori commessi dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Se Israele avesse invaso la città meridionale di Rafah, aveva minacciato Biden a marzo, Washington avrebbe smesso di fornire armi offensive.

Israele ha ignorato tutti gli avvertimenti: ha occupato Gaza, ha invaso Rafah, ha provocato una devastazione incommensurabile e ha sabotato ogni accordo di cessate il fuoco insistendo che le sue forze armate sarebbero rimaste nella Striscia. E invece di imporre qualche sanzione, gli Stati Uniti hanno dislocato due volte le proprie forze armate nella regione per “metterci una pezza” dopo che il loro alleato aveva compiuto omicidi ad alto livello a Damasco, Beirut e Teheran.

Ma gli Stati Uniti non sono in grado o semplicemente non sono disposti a imporre le proprie richieste a Israele? Questa guerra dimostra forse che Israele è un peso piuttosto che una risorsa strategica, come molti a Washington sostengono da tempo? E data la crescente opposizione all’interno del Partito Democratico al sostegno incondizionato a Israele e il risentimento tra gli elettori democratici in vista delle elezioni di novembre, perché l’amministrazione Biden non ha cambiato rotta?

La risposta a queste domande è molto semplice, dice Daniel Levy, presidente del Progetto USA/Medio Oriente: Washington non ferma Israele perché questa è anche una sua guerra.

Ex consigliere della squadra negoziale israeliana durante il processo di pace di Oslo, e ora largamente riconosciuto come acuto critico di Israele, Levy ha parlato con +972 e Local Call [versione israeliana di +972, ndt.] della necessità di moderare le aspettative sui cambiamenti che si stanno verificando nella politica americana e nella società nei confronti di Israele. Invece di aspettare che Washington cambi le sue politiche, ha sottolineato, sia i palestinesi che la sinistra israeliana dovrebbero riconoscere le diverse realtà geopolitiche che li circondano e abbandonare la fantasia che l’America possa risolvere i loro problemi.

Questa conversazione è stata rivista per motivi di lunghezza e chiarezza.

Non ricordo nella politica americana che la questione palestinese abbia mai occupato una National Convention dei democratici, o che sia stata una questione così controversa com’è adesso. Israele ha sempre avuto un sostegno bipartisan: non c’è mai stato alcun dibattito. Mi sbaglio?

Hai completamente ragione. Dunque per me la domanda è: com’è che abbiamo avuto 10 mesi di guerra orribile? Con tutto ciò che sappiamo su Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir, e con tutto ciò che sappiamo sull’opinione pubblica americana e sugli elettori democratici, come può essere che il Partito Democratico sia totalmente riluttante a imprimere un cambiamento significativo nella narrativa pubblica o nella politica di impunità? Permette letteralmente a Israele di farla franca qualsiasi cosa faccia.

Facciamo un passo indietro. Cosa è cambiato nell’opinione pubblica americana nei confronti di Israele-Palestina negli ultimi 10 mesi?

Ciò che è accaduto è l’accelerazione di una tendenza esistente da molto tempo [il declino del sostegno americano a Israele]. Una delle cose principali [che guidano questa tendenza] sono i cambiamenti [politici] in Israele, e negli Stati Uniti gli americani stanno unendo i puntini e vedono ora Israele-Palestina come una questione di giustizia razziale e intersezionalità [sovrapposizione (o “intersezione”) di diverse identità sociali e le relative possibili particolari discriminazioni, ndt.]

Avevamo un’espressione [per gli americani liberali ancora filo-israeliani]: “PEP” – Progressisti tranne che con la Palestina. Ma ora, dal lato progressista, si paga un prezzo se la propria politica su Palestina e Israele è decisamente fuori sincronia con il resto di quella politica.

Quindi ora è PEP – Progressista, soprattutto con la Palestina?

Non lo direi. Ma la cosa interagisce con i cambiamenti in Israele. Il più evidente è una leadership israeliana che non tenta nemmeno di mascherare la propria natura di apartheid o il proprio razzismo. In secondo luogo non c’è nessun parlamentare della sinistra sionista in Israele che possa rivolgersi non certo ai progressisti, ma anche al più rilevante “centro-sinistra” moderato con una certa credibilità, visto che le loro posizioni sono così spaventose, così poco progressiste, persino illiberali.

In questa equazione bisogna inserire anche il rafforzamento dell’alleanza tra la destra israeliana e quella americana, che ha iniziato a far sì che i democratici si chiedessero: “A che gioco giochiamo?”. Israele è una causa globale di destra, ma lo è soprattutto in America e in Israele; la quasi totalità del campo sionista ha abbracciato questo [fatto], anche quelli che dicono che si dovrebbe essere più bipartisan.

L’altra cosa [che ha scosso l’opinione pubblica] è il tempo: l’occupazione sembra essere eterna ed è evidente che Oslo è diventato un meccanismo per la bantustanizzazione.

Quanto ha influito il 7 ottobre e quello che vi ha fatto seguito?

C’è stata la contrapposizione tra un’amministrazione che [quando si è trattato dell’invasione russa dell’Ucraina] ha affermato di essere “sostenitrice del diritto internazionale e dell’ordine internazionale basato sulle regole” – e poi ha totalmente messo da parte e scartato tutto ciò [dopo il 7 ottobre], con un presidente del tutto incapace ad accordare umanità ai palestinesi di fronte a una realtà tanto orrenda.

L’amministrazione Biden sta facendo esattamente il contrario di ciò che ha a lungo sostenuto sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, e questo ovviamente genera una controreazione. Tutte queste cose ribollivano sotto la superficie in attesa di emergere.

Nel suo discorso alla Convention democratica, Kamala Harris ha sottolineato il diritto di Israele a difendersi, ma ha anche parlato della sofferenza dei palestinesi a Gaza, promettendo di lavorare affinché “il popolo palestinese possa realizzare il proprio diritto alla dignità, alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione”. Il pubblico ha applaudito quella frase più di ogni altra dell’intero discorso.

Ho visto due analisi del discorso: per il sito di notizie israeliano Ynet, Nadav Eyal ha scritto che Israele ha ottenuto esattamente ciò che voleva da Harris; il sito di notizie progressista americano Vox, nel frattempo, ha scritto che Harris ha presentato un approccio al conflitto diverso da quello di Biden, più favorevole ai palestinesi. Come vedi il suo discorso?

Penso che abbia ottenuto ciò che voleva: che entrambi i generi del giornalismo potessero esprimersi e che potessero appoggiarlo sia l’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, potente gruppo di lobbying filo-israeliana, ndt.] che J Street [gruppo statunitense progressista di promozione dell’azione americana per porre fine al conflitto arabo-israeliano, ndt.] Ma se guardiamo al movimento per i diritti dei palestinesi o al Movimento Uncommitted [campagna di protesta affinché Joe Biden e Kamala Harris raggiungano un cessate il fuoco nella guerra Israele-Hamas e impongano un embargo sulle armi a Israele, ndt.] non sono affatto presi in considerazione. Il modo in cui la Convention ha trattato la questione dice tutto quello che serve sapere sui modi in cui le cose non stanno cambiando – per esempio, [il fatto che non ci fosse] nessun portavoce o punto di vista palestinese sul palco.

Harris può ben parlare delle cose brutte che sono accadute ai palestinesi, ma dalle sue parole non si capisce chi le ha causate: un disastro naturale? un terremoto? Quando Hamas fa qualcosa di brutto viene denunciato e svergognato; ma quando accadono cose brutte ai palestinesi, non si ammette mai che sono causate da Israele.

Le sfumature e le differenze tra Biden e Harris esistono, e contano, ma dobbiamo comunque approfondire. L’aspettativa che gli Stati Uniti risolveranno la questione è totalmente fuori luogo. Questo è un fallimento di almeno una parte del campo progressista israeliano che guarda all’America per salvare Israele da se stesso: è totlmente irrealistico, roba da paese delle fate. Questa è anche la guerra dell’America. Israele non avrebbe potuto farcela senza tutte le armi che l’America gli ha fornito. A meno che la politica americana e proprio la coscienza del suo interesse nazionale non cambino, non c’è motivo di pensare che qualcosa cambierà in modo significativo.

Questa può anche essere una guerra dell’America, ed è vero che nessuno del movimento Uncommitted ha parlato, ma la Palestina era ed è ancora oggi la questione più controversa nel Partito Democratico. Come vedi questi cambiamenti?

Sicuramente non sto dicendo che qui non ci sia storia. Ci sono segnali molto positivi e importanti che costruiranno qualcosa, non scompariranno. Ma non credo che siamo vicini a un punto di svolta.

Quando interpretiamo erroneamente la profondità e il ritmo del cambiamento in America si tratta di un autogol in due sensi. In primo luogo, gli stessi americani hanno l’impressione che basti che [i politici] mandino questi piccoli indizi – che Harris rappresenti uno spostamento in questo senso di tre gradi rispetto a Biden –per aver fatto abbastanza, e che questo abbia effettivamente un effetto concreto.

In secondo luogo, quando si monta questa aspettativa irrealistica, si aiuta [a rafforzare in Israele] la narrativa di “Bibi il Mago” – che in qualche modo, sebbene gli americani stessero davvero per punire Israele, questo non è accaduto. Non succede in primo luogo perché non sarebbe mai successo. Ma nella narrativa israeliana si tratta di un’altra vittoria per Netanyahu: il mago lo ha impedito.

Torniamo ai cambiamenti avvenuti negli Stati Uniti nei confronti di Israele. Si poteva parlare di questi temi nel Partito Democratico 20 anni fa?

No, ma dove eravamo 20 anni fa? Importanti organizzazioni per i diritti umani, comprese quelle israeliane, hanno ora espresso accuse di apartheid [per quanto riguarda Israele], insieme a molti Stati e [probabilmente] alla stessa Corte internazionale di giustizia. Ma è ancora proibito parlarne negli ambienti politici democratici – del fatto che è verosimilmente in corso un genocidio, e che è chiaro che Israele sta commettento crimini e azioni illegali. Israele ha in gran parte perso sul piano della narrazione, ma non bisogna sottovalutare quante cose possono ancora essere controllate dal peso schiacciante del denaro e delle forze filo-israeliane.

Quindi Israele ha perso la causa ma si salva col denaro?

Soldi, narrazioni sull’antisemitismo (un impegno concertato che ha avuto molto successo) e il fatto che l’establishment ebraico americano sia rimasto totalmente accanto a Israele. Non una delle principali organizzazioni di retaggio ebraico dissente. L’Anti-Defamation League [ONG internazionale ebraica con sede negli USA, sostenitrice della politica israeliana, ndt.] è molto efficace nell’usare l’antisemitismo come un’arma e strumentalizzarlo e criminalizzare la libertà di espressione palestinese.

Ciò include J Street?

J Street esprime una critica abbastanza morbida. È diventato progressivamente più importante all’interno del Partito Democratico, ma sempre meno incisivo e significativo. JStreet può contare sulla carta su più membri [del Congresso], ma il contenuto della sua critica è sostanzialmente ininfluente.

Non chiedono sanzioni o aiuti condizionati?

Debolmente. Non si tratta solo di Israele; nelle elezioni primarie il Partito Democratico ha consentito quelle che vengono chiamate “campagne di spesa indipendente”. Le primarie più costose nella storia del Congresso si sono svolte in questo ciclo per cacciare Jamaal Bowman e anche Cori Bush [potenti lobby ebraiche spesero rispettivamente 15 e 8,5 milioni per sconfiggerli alle primarie, ndt.] In fin dei conti, quelle primarie sono state decise dai soldi, che hanno un’enorme influenza; altri politici dicono: “Mi piacerebbe stare dalla loro parte, ma non voglio perdere il mio posto per questo problema.” L’establishment democratico non ha difeso Bowman o Bush, anche se l’hanno pagata col calo di entusiasmo e mobilitazione della base elettorale.

Così, mentre il movimento per i diritti dei palestinesi ha costruito un movimento di forza popolare, le forze filo-israeliane hanno raddoppiato il potere finanziario. Il Partito Democratico avrebbe potuto dire che non avrebbe consentito campagne di spesa indipendente perché sono una parodia e una vergogna per la democrazia, ma non l’ha fatto – e quindi l’ha consentito alle forze filo-israeliane.

Quello che sto dicendo è che questo è un movimento importante e crescerà, ma se lo stimi troppo ne ricavi un’analisi politica sbagliata.

Se dovessi valutare il peso di ciascuno dei molti elementi che impediscono il cambiamento nei confronti di Israele-Palestina, quale diresti sia il fattore più importante?

Vorrei tentare la seguente analogia: il controllo delle armi è diventato una questione [popolare] per gran parte dell’elettorato americano, molto più che per la Palestina. Sì, ci sono i diritti del Secondo Emendamento [di detenere e portare armi, ndt.] e una cultura intorno [al possesso di armi], ma ciò che tiene in pugno il controllo delle armi in termini di cambiamenti legislativi e politici è il potere finanziario della lobby delle armi. Senza soldi in politica le cose sarebbero diverse.

È anche importante sottolineare che è un mondo diverso. Negli anni ’90 vivevamo in un mondo unipolare: era il momento americano, post-Unione Sovietica, pre-11 settembre, pre-Cina. Oggi vediamo ancora il mondo attraverso l’America, ma una strategia intelligente partirebbe dal fatto che l’America è nemica, non amica della pace in Medio Oriente.

Una diversa geopolitica ci aiuta a riconoscere questa circostanza. I paesi del Sud del mondo, guidati dal Sud Africa, hanno sostenuto la mossa per l’accusa di genocidio alla Corte Internazionale. I paesi del Sud del mondo hanno guidato il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia riguardo a tutta l’occupazione, con deposizioni da parte di Indonesia, Namibia, Malesia e alcuni stati arabi [tra gli altri].

Non sto suggerendo che ci sia un’egemonia mondiale migliore in attesa di sostituire l’America. Ogni Stato è amico dei propri interessi, non necessariamente di una vaga nozione di pace. Ma viviamo in un mondo in cui l’America non può più far valere comunque i propri interessi. E quindi la domanda cruciale, soprattutto per i palestinesi, è: perché continuare a guardare esclusivamente all’America come leader? È un errore terribile da parte dei palestinesi, ed è un errore nel quale anche gli israeliani dovrebbero evitare di cadere.

Pensando a Israele, ci dovrà essere una combinazione di cambiamento dall’interno e pressioni dall’esterno. Forse dovremmo pensare la stessa cosa per l’America: è necessario spingere per un cambiamento dall’interno, ma ci devono essere anche dei costi dall’esterno se l’America continua su questa strada. L’America può farla franca perché non sta pagando molto, ma penso che la dinamica stia cambiando.

Dopo che Blinken ha fallito clamorosamente nella sua ultima visita in Israele e ha elogiato Netanyahu invece di fare pressioni su di lui, perfino l’establishment della sicurezza israeliano ha iniziato a rendersi conto che la salvezza non verrà dagli Stati Uniti, definendoli una condanna a morte per la possibilità di raggiungere un accordo, liberare gli ostaggi e porre fine alla guerra. Quindi anche in Israele stiamo assistendo a questo cambiamento.

Penso che Blinken abbia ricevuto un incarico dal suo capo che non consentiva alcun progresso, ma lui lo ha portato a un livello inedito di stupidità e dilettantismo. Sarebbe utile se la gente [in Israele] smettesse di aspettarsi che gli Stati Uniti risolvano tutti i loro problemi, allora effettivamente si potrebbe avere una vera opposizione.

Ma al momento non c’è niente. Liberman [leader di un partito conservatore ed ex Ministro della Difesa, ndt.] continua a salire nei sondaggi dicendo che dovremmo far morire di fame Gaza. Gantz dice che avremmo dovuto combattere una guerra più ampia con Hezbollah molto tempo fa. Lapid va in giro per il mondo dicendo che ogni protesta palestinese è antisemita e che il BDS è il più antisemita.

Quando è stato chiaro che Netanyahu aveva nuovamente rifiutato la richiesta americana di ritirare le truppe dal corridoio Philadelphi, ho visto un momento su Al Jazeera in cui il conduttore chiedeva al suo intervistato: “Come è possibile che Israele dica no al paese più forte del mondo e ne esca illeso?” Che impatto pensi che il rifiuto di Israele avrà sullo status degli Stati Uniti nella regione?

La scuola pragmatica del pensiero americano sulla sicurezza nazionale considera questo un disastro per gli interessi americani e profondamente dannoso per la reputazione dell’America – e che l’America possa essere coinvolta dal suo alleato in un’azione militare molto più estesa. Ciò ha generato un’altra ondata di rabbia globale contro l’America, perché questa è anche una guerra dell’America.

Israele deve anche chiedersi se ha interesse a contribuire all’indebolimento dell’America. Il fatto che Israele sia in grado di mostrare agli Stati Uniti chi è che comanda influisce concretamente sul modo in cui l’America viene percepita a livello globale. La narrazione di Bibi secondo cui “Ci difenderemo da soli, non abbiamo bisogno di nessuno” si è rivelata la più grande stronzata. Come può essere nell’interesse di Israele indebolire l’America proprio quando ne ha più bisogno? Ma in un momento in cui Israele appare militarmente più debole e la capacità dell’Asse della Resistenza è cresciuta, Israele sta minando l’America e allo stesso tempo ci fa più affidamento.

Non ho l’impressione che [i decisori israeliani stiano] discutendo di questo a porte chiuse. Forse lo fanno, ma sono sorpreso che non si palesi un’analisi strategica più chiara.

Penso che ci sia un riconoscimento tra i vertici israeliani che le cose non stanno andando nella giusta direzione, ma non hanno il coraggio o la capacità di cambiarle. Ma gli Stati Uniti non vedono questo processo? Non sono tutti stupidi. E perché Washington ha bisogno di Israele?

Sono sicuro che ci sia un analista israeliano da qualche parte al Pentagono che ha scritto un articolo proprio su quanto Israele sia in pericolo a causa di ciò che sta facendo. Pensiamo che questo riesca a risalire tutta la catena di comando? Ne dubito.

Ma sul pericolo per gli interessi degli Stati Uniti, penso che sia una di quelle cose per cui l’America dice: sì, ce lo dicono da secoli ma non succede. L’America pensa ancora di poter ammortizzare il costo che sta pagando.

Poi c’è il problema di come Israele interpreta il mondo e la regione, e quale sia l’alternativa da offrire a Netanyahu. L’opposizione sembra suggerire di poter fare causa comune con l’America e gli Stati arabi [alleati] contro l’Asse della Resistenza, ma per farlo devono dare qualcosa, anche molto poco, ai palestinesi.

Anche se è vero che la maggior parte degli Stati arabi non sono sostenitori dell’Iran, non vogliono una guerra. L’Arabia Saudita e l’Iran hanno raggiunto un’intesa sotto l’ombrello diplomatico cinese. L’Arabia Saudita vuole per lo meno evitare rischi con l’Iran. Gli Emirati Arabi Uniti hanno relazioni economiche molto forti con l’Iran. L’Iran è ora molto più legato alla cooperazione con Cina e Russia, come si vede nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. L’Iran si sta ora unendo ai BRICS. La geopolitica è davvero cambiata, quindi dobbiamo pensare a come raggiungere una riduzione globale della tensione, e l’Iran dovrà parteciparvi.

Questo è il vero cambiamento: le dinamiche geopolitiche nella regione e l’indebolimento degli Stati Uniti.

Sì, esattamente.

E pensi che abbia già avuto un effetto?

Penso di sì. L’Iran ha meno bisogno dell’Occidente, poiché l’asse alternativo sta diventando sempre più forte. Le élite arabe sono piuttosto radicate nel loro orientamento e lusso occidentale, ma le realtà dell’economia globale – le catene globali di approvvigionamento e le materie prime, l’iniziativa [cinese] Belt and Road – sono realtà strutturali e tangibili, e significano che il centro di gravità si sta spostando.

Poco prima del 7 ottobre, a margine della riunione del G20 a Delhi, c’è stato l’annuncio della creazione di un corridoio India-Medio Oriente-Europa, compresa Israele, come concorrente della Belt and Road Initiative. Non ne verrà fuori nulla. La Belt and Road Initiative è reale; questo IMEC, un treno da Delhi a Tel Aviv, è un bel sogno.

Se oggi dovessi progettare un nuovo sforzo per la pace, farei di tutto per rompere il monopolio americano. Ciò significa che i palestinesi devono fondamentalmente spostare i loro pensieri da un presunto primato statunitense o occidentale e devono usare la geopolitica a proprio vantaggio.

Concordo ed è mia convinzione che l’elemento più significativo del sostegno statunitense a Israele non consista nelle armi che invia, ma nella copertura politica che fornisce: un veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro le risoluzioni anti-israeliane, comprese quelle che possono arrivare dalla Corte Internazionale di Giustizia. Delle pressioni sull’America possono influenzare proprio questo.

Sono d’accordo con te. E c’è un’altra cosa: forse da parte americana c’è molto cinismo in alcune parti del ragionamento. Considerano Israele militarmente potente e in grado di fare una parte di ciò di cui l’America ha bisogno per prevenire un egemone regionale ostile [l’Iran] – quindi, sotto questo aspetto, pensano che Israele sia eccezionale. E se gli israeliani si autodistruggono, Washington troverà un’altra soluzione.

Questo è il problema. Guarda l’America con l’Ucraina: sono felici di combattere la Russia fino all’ultimo ucraino. Perciò l’America non agisce così per profondo amore, ma perché Israele è utile: combatti Hamas e Hezbollah, e se per te le cose finiscono in modo disastroso, troveremo un altro modo di constrastarli.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La disumanizzazione dei palestinesi da parte della società israeliana è ormai assoluta

Meron Rapoport

23 agosto 2024 – + 972 Magazine

In passato in Israele il dibattito etico in merito alle sue azioni militari poteva essere limitato e ipocrita, ma almeno esisteva. Non questa volta.

Alle 5:40 del mattino del 10 agosto il portavoce delle IDF ha inviato un messaggio ai giornalisti per informarli di un attacco aereo israeliano su un “quartier generale militare situato nel complesso scolastico di Al-Taba’een vicino a una moschea nell’area di Daraj [e] Tuffah, che funge da rifugio per degli abitanti di Gaza City”.

“Il quartier generale”, continuava il portavoce, “è stato utilizzato dai terroristi dell’organizzazione terroristica di Hamas per nascondersi e da lì hanno pianificato e promosso attacchi terroristici contro le forze delle IDF e i cittadini dello Stato di Israele. Prima dell’attacco sono state prese varie misure per ridurre possibili danni ai civili, tra cui l’uso di munizioni di precisione, equipaggiamento visivo e informazioni di intelligence”.

Poco dopo questo annuncio immagini scioccanti della scuola di Al-Taba’een hanno circolato in tutto il mondo, mostrando ammassi di carne smembrata e resti umani raccolti in sacchi di plastica. Le immagini sono state accompagnate da resoconti in base ai quali nell’attacco israeliano erano stati uccisi circa 100 palestinesi, e molti altri erano stati ricoverati in ospedale. La maggior parte delle vittime è stata uccisa durante il fajr, la preghiera dell’alba, in uno spazio apposito all’interno del complesso scolastico.

Come prevedibile, nelle ore e nei giorni successivi si è sviluppata una guerra di narrazioni sul numero di vittime civili. Il portavoce delle IDF ha pubblicato le foto e i nomi di 19 palestinesi che, a suo dire, erano “operativi” di Hamas o della Jihad islamica uccisi nell’attacco; a molti è stata data l’etichetta senza specificare la loro presunta posizione o grado.

Hamas ha negato le accuse. Anche l’Euro-Med Human Rights Monitor ha contestato le informazioni dell’esercito israeliano: la ONG ha scoperto che alcune delle persone sulla lista dell’esercito erano state in effetti uccise in precedenti attacchi a Gaza, che altre non erano mai state sostenitrici di Hamas e che alcune si opponevano addirittura al gruppo. L’esercito ha poi pubblicato un elenco aggiuntivo di altri 13 palestinesi che, a suo dire, erano operativi [di Hamas] uccisi nel bombardamento.

Mentre solo un’indagine indipendente può determinare in modo definitivo l’identità di tutte le vittime dell’attacco, la dichiarazione iniziale del portavoce delle IDF è indicativa del drammatico cambiamento che la società israeliana ha subito per quanto riguarda la vita dei palestinesi a Gaza.

L’annuncio delle IDF affermava esplicitamente che la scuola “serve come rifugio per gli abitanti di Gaza City”, il che significa che le IDF sapevano che i rifugiati erano fuggiti lì per paura dei bombardamenti dell’esercito. La dichiarazione non affermava che ci fossero stati attacchi con armi da fuoco o missili dalla scuola, ma che “i terroristi di Hamas … hanno pianificato e promosso … atti terroristici” da essa. Né affermava che i civili che si erano rifugiati nella scuola avevano ricevuto alcun avvertimento, solo che l’esercito aveva usato “armi di precisione” e “intelligence”. In altre parole, l’esercito ha bombardato un rifugio affollato conoscendo benissimo quali mortali conseguenze il suo assalto avrebbe inflitto.

Come se affamare milioni di persone fosse un hobby

Non dovrebbe sorprendere che i media israeliani abbiano appoggiato le affermazioni del portavoce delle IDF. Nel caso dei clamorosi fallimenti della sicurezza che hanno portato al 7 ottobre, ai media israeliani, e in particolare ai media di destra, è consentito essere critici e scettici nei confronti dell’esercito. Ma quando si tratta di uccidere i palestinesi, questo scetticismo viene buttato fuori dalla finestra: a Gaza, l’esercito ha sempre ragione.

“In guerra le scuole sono off limits”, ha scritto su Haaretz il prof. Yuli Tamir, ex ministro dell’Istruzione israeliano. “Non c’è un solo comandante che dirà: ‘Basta così’?” La risposta è un sonoro no. Ogni guerra comporta un certo livello di disumanizzazione del nemico. Ma sembra che nell’attuale guerra a Gaza la disumanizzazione dei palestinesi sia quasi assoluta.

Dopo ogni guerra combattuta dagli israeliani negli ultimi decenni ci sono state pubbliche manifestazioni di rimorso. Il che è stato spesso criticato come logica di “sparare e piangere”, ma almeno i soldati piangevano.

Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 è stato pubblicato il libro di enorme successo “The Seventh Day: Soldiers’ Talk about the Six-Day War” [Il Settimo Giorno: testimonianze dei soldati sulla Guerra dei Sei Giorni, ndt.] , contenente testimonianze di soldati che cercavano di confrontarsi con i dilemmi morali che avevano affrontato durante i combattimenti. Dopo i massacri di Sabra e Shatila del 1982 centinaia di migliaia di israeliani, tra cui molti che avevano prestato servizio nella guerra del Libano, scesero in piazza per protestare contro i crimini dell’esercito.

Durante la prima Intifada molti soldati denunciarono gli abusi sui palestinesi. La seconda Intifada diede vita alla ONG Breaking the Silence. Il discorso morale sull’occupazione potrebbe essere stato ristretto e ipocrita, ma esisteva.

Non questa volta. L’esercito israeliano ha ucciso a Gaza almeno 40.000 palestinesi, circa il 2% della popolazione della Striscia. Ha causato il caos totale, distruggendo sistematicamente quartieri residenziali, scuole, ospedali e università. Negli ultimi dieci mesi centinaia di migliaia di soldati israeliani hanno combattuto a Gaza, eppure il dibattito morale è quasi inesistente. Il numero di soldati che hanno parlato dei loro crimini o difficoltà morali con una seria riflessione o con rammarico, anche in forma anonima, può essere contato sulle dita di una mano.

Paradossalmente la distruzione insensata e gratuita che l’esercito sta causando a Gaza può essere vista attraverso le centinaia di video che i soldati israeliani hanno filmato e inviato ad amici, familiari o partner in segno di orgoglio per le loro azioni. È dalle loro riprese che abbiamo visto le truppe far saltare in aria le università di Gaza, sparare a caso contro le case e distruggere un impianto idrico a Rafah, per citare solo alcuni esempi.

Il generale di brigata Dan Goldfuss, comandante della 98a divisione, la cui lunga intervista nel momento in cui andava in pensione è stata presentata come esempio di comandante che sostiene i valori democratici, ha affermato: “Non provo pena per il nemico… non mi vedrete sul campo di battaglia provare pena per il nemico. O lo uccido o lo catturo”. Non una parola sulle migliaia di civili palestinesi uccisi dal fuoco dell’esercito, o sui dilemmi che hanno accompagnato tale massacro.

Allo stesso modo, il tenente colonnello A., comandante del 200° squadrone che gestisce la flotta di droni dell’aeronautica militare israeliana, all’inizio di questo mese ha rilasciato un’intervista a Ynet in cui ha affermato che durante la guerra la sua unità aveva ucciso “6.000 terroristi”. Quando gli è stato chiesto un commento sull’operazione di salvataggio per la liberazione a giugno di quattro ostaggi israeliani, che ha portato all’uccisione di oltre 270 palestinesi ha risposto: “Come si identifica un terrorista? Abbiamo portato l’attacco contro il lato della strada per allontanare i civili, e chiunque non fosse fuggito, anche se disarmato, per quanto ci riguardava era un terrorista. Tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”.

Questa disumanizzazione ha raggiunto nuovi vertici nelle ultime settimane con il dibattito sulla legittimità dello stupro dei prigionieri palestinesi. In una discussione sulla rete televisiva popolare Channel 12, Yehuda Shlezinger, un “commentatore” del quotidiano di destra Israel Hayom, ha chiesto di istituzionalizzare lo stupro dei prigionieri come parte della pratica militare. Almeno tre parlamentari del partito al governo Likud hanno anche sostenuto che ai soldati israeliani dovrebbe essere consentito di fare qualsiasi cosa, incluso lo stupro.

Ma il primato va al ministro delle Finanze e vice del ministero della Difesa di Israele, Bezalel Smotrich. Il mondo “non ci lascerà causare la morte di fame di 2 milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale finché i nostri ostaggi non saranno restituiti”, si è lamentato in una conferenza a Israel Hayom all’inizio di questo mese.

Le osservazioni sono state fortemente condannate in tutto il mondo, ma in Israele sono state accolte con indifferenza, come se far morire di fame milioni di persone fosse solo un banale passatempo. Se i semi della disumanizzazione non fossero già stati piantati e ampiamente legittimati, Smotrich non avrebbe osato dire una cosa del genere pubblicamente. Dopotutto vede con quanta prontezza il governo e l’esercito israeliani abbiano abbracciato di fatto il suo “Piano Decisivo” per Gaza.

Finché li uccidiamo, meritano di morire”

Quando parliamo della corruzione morale portata dall’occupazione, spesso ricordiamo le parole del prof. Yeshayahu Leibowitz. Nell’aprile del 1968, prima che passasse un anno dall’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, scrisse: “Lo Stato che governa una popolazione ostile di 1,4-2 milioni di stranieri diventerà necessariamente uno Stato Shin Bet [l’intelligence del ministero degli interni israeliano, ndt], con tutto ciò che questo implica riguardo al carattere dell’istruzione, della libertà di parola e di pensiero e della governance democratica. La corruzione, che è una caratteristica di tutti i regimi coloniali, contagerà anche lo Stato di Israele”.

Quando consideriamo l’abisso morale in cui si trova oggi la società israeliana è difficile non attribuire a Leibowitz una capacità profetica. Ma un esame attento delle sue parole rivela un quadro più complesso.

Si potrebbe sostenere che l’Israele del 1968 fosse ancora meno democratico di oggi. Era uno Stato monopartitico governato dal Mapai (il predecessore dell’attuale Partito Laburista), che escludeva non solo i suoi cittadini palestinesi, liberati da solo due anni dalla legge marziale israeliana, ma anche gli ebrei mizrahi dei Paesi arabi e musulmani, e teneva all’angolo gli ebrei religiosi e ultra-ortodossi. I media israeliani difficilmente criticavano il governo e i libri di testo scolastici da cui ho studiato negli anni ’60 e ’70 non erano particolarmente progressisti.

Al di qua della Linea Verde [confine degli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] Israele è molto più liberale oggi di quanto non lo fosse nel 1968. Sempre più donne occupano posizioni direttive, per non parlare delle persone LGBTQ+, la cui stessa esistenza era un crimine. Economicamente Israele è un Paese molto più libero rispetto all’economia statalista centralizzata degli anni ’60 (e le disuguaglianze sono cresciute di conseguenza), e il Paese è molto più connesso al resto del mondo.

Si potrebbe sostenere che questa non è una contraddizione, ma che si tratta piuttosto di processi complementari. L’occupazione non ha solo arricchito Israele (nel 2023, ad esempio, le esportazioni militari hanno raggiunto un record di 13 miliardi di dollari), ma lo ha aiutato a mantenere due sistemi di governo paralleli (colonialismo e apartheid nei territori occupati e democrazia liberale per gli ebrei all’interno della Linea Verde) e forse anche due sistemi morali paralleli. La sconnessione tra l’espansione dei diritti dei cittadini israeliani e la cancellazione dei diritti dei sudditi palestinesi è diventata una parte inscindibile dello Stato. “Villa nella giungla” non è solo un termine pittoresco, descrive l’essenza del regime israeliano.

L’attuale governo fascista ha sconvolto quello che un tempo era un equilibrio più delicato. Trasformando il “liberalismo” in un nemico, politici come Yariv Levin, Simcha Rothman e i loro soci stanno cercando di abbattere la barriera tra i mondi paralleli attraverso il loro colpo di stato giudiziario. Le posizioni di rilievo assegnate a razzisti e fascisti come Smotrich e Itamar Ben Gvir hanno contribuito a questo processo.

Di fronte alle atrocità inflitte da Hamas il 7 ottobre il discorso di questi fascisti israeliani rimane la voce principale nel dibattito pubblico, poiché il presunto Israele liberale, che ha ignorato l’occupazione per anni, non ha saputo collocare la violenza di Hamas in un contesto più ampio di oppressione strutturale e apartheid. È così che siamo arrivati ​​al punto in cui nella società israeliana dominante non c’è una vera opposizione alla totale disumanizzazione dei palestinesi.

La macchina per uccidere israeliana non sa come fermarsi, ha scritto Orly Noy di +972 e Local Call su Facebook dopo il bombardamento della scuola di Al-Tabaeen, perché agisce per inerzia e tautologia. Sta agendo per inerzia perché fermarla costringerebbe Israele a interiorizzare ciò che ha causato, quale atrocità dalla portata epocale è iscritta nel suo nome… Ed è qui che entra in gioco il ragionamento tautologico: finché uccidiamo, è ovvio che loro meritano comunque di morire”. Proprio come ha detto il comandante del 200° Squadrone qualche giorno dopo.

Tuttavia, all’interno della Linea Verde ci sono ancora una società civile e un campo liberale che detengono un potere considerevole, come si vede nelle manifestazioni settimanali contro il governo. La domanda è cosa succederà se si raggiungerà un cessate il fuoco e la “macchina di sterminio” israeliana sarà costretta a fermarsi. Parti della società israeliana si renderanno conto che la violenza sfrenata che Israele ha scatenato dal 7 ottobre, e le forze di disumanizzazione che la guidano, minacciano l’esistenza stessa dello Stato?

“Il silenzio è abietto”, ha scritto Ze’ev Jabotinsky nella poesia che è diventata l’inno del movimento sionista revisionista Beitar, il capostipite del Likud. Il fatto che Netanyahu e i suoi partner abbiano bisogno del rumore di una guerra incessante è chiaro. La domanda è perché il campo liberale stia zitto.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La battaglia quotidiana per sopravvivere al genocidio di Gaza

Yousef Aljamal

14 Agosto 2024 – +972magazine

Ricavare tende dai paracadute degli aiuti umanitari, aspettare per giorni una lattina di fagioli, riaprire tombe per seppellire altri martiri: ecco cosa devono affrontare i palestinesi.

Dal 7 Ottobre la mia vita è divisa tra due universi paralleli. Nel primo porto avanti come al solito la mia vita di tutti i giorni qui in Turchia, dove lavoro, vado a trovare i miei amici, faccio le commissioni, mi prendo cura dei miei parenti più stretti. Nel secondo sono invece immerso nel flusso quotidiano di notizie sulla morte, la distruzione, lo sfollamento e la paura che la mia famiglia, i miei amici e i miei vicini a Gaza stanno subendo, e provo ad aiutarli per quanto mi è possibile.

La mia famiglia a Gaza si considera tra le più fortunate: hanno un tetto sopra la testa. Al momento trentacinque dei miei parenti condividono la casa sovraffollata dei miei genitori nel campo profughi di Nuseirat, al centro della Striscia di Gaza. A gennaio sono stati provvisoriamente sfollati quando Israele ha emanato ordini di evacuazione e mandato i carri armati nel campo, ma in seguito sono riusciti a tornare.

Considerato che circa il 90 % dei 2,3 milioni di residenti sono sfollati e vivono in tende di fortuna, rifugi male equipaggiati, o per strada, la mia famiglia se la cava meglio di molti altri. Anche loro devono però affrontare quotidianamente gravi difficoltà e umiliazioni, forzati come sono a bere acqua contaminata e vagare alla ricerca di cibo e del necessario per cucinare.

Giorni di coda per due lattine di fagioli

L’“assedio totale” di Gaza attuato da Israele a partire da ottobre ha portato a una vera e propria carestia nell’intera Striscia. Gli aiuti umanitari sono stati trattenuti ai punti d’accesso e il poco che è entrato è risultato del tutto inadeguato, mentre a maggio la distruzione e l’occupazione del valico di Rafah – attraverso il quale era passata fino a quel momento la maggior parte degli aiuti – ha reso la situazione ancora più catastrofica.

Anche il molo costruito dagli Stati Uniti al largo della costa di Gaza si è rivelato inefficace, poiché consentiva la consegna di una quantità modica in rapporto al trasporto via terra, ed è stato smantellato dopo 25 giorni. Gli aiuti paracadutati hanno arrecato più danni che altro, essendo spesso caduti su case e tende palestinesi e avendo addirittura ucciso diverse persone.

Per ricevere quel poco di aiuto che è disponibile i residenti [di Gaza ndt.] devono fare code molto lunghe; in certi casi, alcuni amici sono stati in coda per giorni per avere due lattine di fagioli e qualche biscotto. Quel che è peggio, avendo Israele regolarmente ostacolato l’ingresso degli aiuti, i residenti sono stati male dopo aver mangiato carni in scatola che erano scadute mentre venivano trattenute per settimane sul lato egiziano del valico di Rafah. “Nemmeno i gatti volevano mangiare quella carne”, mi ha riferito Abdullah Eid, mio vicino ventisettenne di Nuseirat.

Quando gli aiuti vengono distribuiti a Gaza, i residenti ricevono piccole quantità di farina – anch’essa in parte scaduta. Ma poiché la maggior parte delle panetterie non sono più in grado di lavorare, Eid ha raccontato, “dobbiamo comprare grano [che arriva nei pacchetti di aiuti], macinarlo a mano e cucinarlo a casa. Il gas da cucina è estremamente raro e costoso, quindi dobbiamo usare il legno recuperato dalle case bombardate e dagli alberi sradicati dagli attacchi aerei”. Alcune persone hanno anche costruito forni da pane realizzati con argilla, sterco di animali e paglia.

Poco dopo l’inizio della guerra Israele ha chiuso le condutture che rifornivano Gaza di acqua, e l’interruzione degli aiuti che passavano dal valico di Rafah da maggio ha reso l’acqua in bottiglia sempre più difficile da trovare. Le cisterne di acqua collegate alle abitazioni delle persone sono state in larga parte distrutte dagli attacchi aerei israeliani. L’acqua del rubinetto, proveniente dalla falda acquifera di Gaza, è contaminata da acque provenienti dalle fognature e dal mare, eppure le persone non hanno altra scelta se non quella di avvalersene per bere, lavarsi e cucinare, cosa che ha provocato molti casi di gastroenterite ed epatite. Le malattie della pelle sono in aumento ed è stata trovata la poliomelite nelle acque reflue.

Alcuni impianti di desalinizzazione di modeste dimensioni sono in funzione, mentre alcune moschee e altre istituzioni hanno i propri impianti di purificazione, quindi i residenti si mettono in coda anche per l’acqua. “Portiamo secchi d’acqua per lunghe distanze per poter andare in bagno, lavarci e fare il bucato”, ha detto Eid. “Ti assicuro, anche se sono uomo e giovane, la mia schiena è stremata”.

Nel caldo torrido dell’estate, amici e famiglia riescono a fare una doccia soltanto ogni 7-10 giorni, non c’è shampoo, e alcuni prodotti per l’igiene personale avariati hanno favorito il diffondersi di infezioni della pelle.

Affittare ciabatte per un’ora

Mentre la qualità della vita a Gaza si deteriorava, il costo della vita aumentava esponenzialmente. Al mercato il prezzo di beni di prima necessità come carne, farina, acqua e ortaggi è aumentato tra le 25 e le 50 volte rispetto a prima della guerra.

“Stiamo tutti morendo lentamente”, mi ha detto Eid. “Non siamo più in grado di procurarci il cibo [per le nostre famiglie]. Un sacco di farina che solitamente costava 30 NIS [8 dollari] adesso ne costa 500 [137 dollari], ed è molto difficile da ottenere. In una casa servono quattro sacchi di farina al mese a causa del gran numero di persone che vi si sono concentrate. Vediamo le conseguenze nei corpi dei nostri bambini”.

La maggior parte delle persone è rimasta senza lavoro per 10 mesi e stenta a permettersi questi prezzi. Mio fratello Ismail, di 32 anni, fumatore, lamenta “la vertiginosa crescita del prezzo delle sigarette”, e aggiunge: “Cose che prima avresti comprato senza esitare sono diventate troppo care o troppo rare”.

Persino trovare dei contanti è sempre più difficile. Quasi tutte le banche e gli sportelli bancomat di Gaza hanno smesso di funzionare. Nella regione centrale di Gaza la maggior parte delle persone paga generose commissioni per ottenere contanti sia presso le agenzie di cambio sia presso le filiali della Banca di Palestina – l’unica banca che rimane aperta nella città di Deir Al-Balah – dove si affrontano code di ore, se non giorni, per avere piccole somme. L’11 di agosto la filiale è stata presa d’assalto da uomini armati le cui identità e intenzioni sono ignote.

Israele ha bloccato l’importazione di contante nella Striscia ed effettuare un bonifico a favore di un conto di Gaza dall’estero è costoso, poiché le agenzie di cambio trattengono fino al 25% della somma trasferita come commissione. Le banconote sono talmente usate da perdere di valore – anche se si creano così nuovi posti di lavoro per le persone che tentano di guadagnare qualche soldo riparandole – e le bande criminali sfruttano la mancanza di contanti gestendo il mercato nero.

La maggior parte dei gazawi è stata inizialmente sfollata durante l’inverno, ma poiché l’ingresso di vestiti è stato proibito da Israele, scarpe e abbigliamento estivi sono scarsi e le persone fanno quello che possono per riutilizzare o convertire le poche cose che rimangono. Ismail, mio fratello, rideva mentre mi diceva che i palestinesi a Gaza “sono arrivati a prendere in affitto le ciabatte per un’ora o due per meno di un dollaro”. Per quanto comiche possano sembrare, queste storie la dicono lunga sulle condizioni in cui la gente di Gaza sta vivendo, privati delle più basilari necessità – e facendo qualunque cosa in loro potere per provvedere a se stessi e alle proprie famiglie.

Ricavare tende dai paracadute

Anche prima del 7 ottobre, sotto il blocco militare imposto da Israele, i palestinesi di Gaza non avevano più di qualche ora di elettricità al giorno e facevano affidamento su metodi alternativi di produzione dell’energia elettrica come generatori e pannelli solari.

Dopo che Israele ha imposto l’“assedio totale” il carburante necessario ad alimentare i generatori è presto diventato di difficile reperimento. Mentre le batterie delle automobili e altre batterie più piccole potevano essere fonti di energia all’inizio della guerra, ora sono ormai per la maggior parte esaurite. Di conseguenza la maggior parte dei gazawi, inclusa la mia famiglia, usa i pannelli solari per ricaricare i propri telefoni in modo da poter comunicare con i propri cari e leggere le notizie – per la maggior parte replay degli stessi orrori che stanno vivendo.

Molti residenti già possedevano pannelli solari, altri li hanno acquistati da coloro le cui case sono state bombardate o pagano i vicini per usare i loro. Attualmente però i pannelli solari scarseggiano e sono estremamente costosi – e sono stati presi di mira dagli attacchi aerei israeliani.

Con la penuria di carburante, la maggior parte delle persone non possono più permettersi il lusso di spostarsi in automobile. Alcuni usano carretti trainati da asini, mentre la maggior parte è costretta a camminare. Gli asini, scherzano i gazawi, si sono dimostrati più utili di molti governi e attori internazionali.

La mia famiglia si considera fortunata perché la loro casa è ancora in piedi, anche se sovraffollata di parenti. La maggior parte dei gazawi è stata sfollata più volte, e adesso centinaia di migliaia vivono in campi di tende, dove sono costretti a usare bagni e docce in comune e a costruirsi il proprio rifugio – una capacità che molti sviluppano per necessità.

Le tende sono fatte di qualunque materiale sia disponibile: legno, nylon, tessuti o anche i resti dei paracadute usati per i lanci di aiuti umanitari. Durante l’inverno le tende offrivano scarsa protezione dagli elementi; ora, nel pieno della calura estiva, sembrano dei forni.

Seppellire nuovi martiri in vecchie tombe

Uno dei momenti più difficili durante gli ultimi dieci mesi è stato a maggio, quando mio padre è mancato. Aveva problemi cronici relativi ai livelli di zucchero nel sangue e alla pressione, aveva avuto diversi ictus – cosa che più recentemente aveva portato a diagnosticargli la sindrome di Dejerine Roussy. Sono riuscito a fargli avere i farmaci necessari soltanto attraverso una delegazione internazionale che era entrata a Gaza.

Mio padre sentiva che il suo tempo stava per finire e non voleva lasciare Gaza, finché un ictus cerebrale gli ha tolto la vita. Ho passato lunghe ore al telefono cercando di aiutare a salvarlo, ma alla fine, con la mancanza di medicine nella Striscia, ne siamo usciti sconfitti.

Purtroppo il caso di mio padre è tutt’altro che unico tra le migliaia di palestinesi malati cronici o terminali a Gaza, i quali da tempo sotto il blocco israeliano stentano ad avere cure adeguate. In particolare molti pazienti oncologici negli anni hanno perso la vita nell’attesa che Israele permettesse loro di lasciare la Striscia. Alcuni pazienti ricevono il permesso per una seduta di chemioterapia, cui però non fanno seguito ulteriori permessi. L’esercito ha anche ricattato alcuni pazienti oncologici, offrendo permessi medici solo se in cambio avessero accettato di collaborare con i servizi israeliani.

L’Ospedale dell’Amicizia Turco-Palestinese nella città di Gaza, che era stato il principale centro per il trattamento del cancro nella Striscia da quando aveva aperto nel 2017, a novembre ha esaurito le scorte di carburante e ha smesso di funzionare. L’esercito israeliano ha in seguito occupato la struttura per utilizzarla come base.

“La guerra e l’assedio sono particolarmente difficili per pazienti come noi che non possono ricevere i trattamenti o la necessaria diagnostica per immagini, e non c’è nessuno che segua l’evolversi della nostra condizione” mi ha detto Najwa Abu Yousef, il mio vicino cinquattottenne, paziente oncologico. “Sopravviviamo mangiando il cibo in scatola inviato con gli aiuti, ma non è sano e le persone malate come me non dovrebbero mangiarlo. La mia salute si è gravemente deteriorata, e da ottobre ho perso conoscenza due volte – entrambe per circa 10, 15 minuti – a causa della malattia e del mio debole sistema immunitario”.

A Gaza non sono risparmiati neanche i morti, cui sono negati il rispetto e la dignità di un funerale adeguato. Gli attacchi israeliani hanno ucciso così tanti palestinesi – per il Ministero della Salute di Gaza il bilancio delle vittime ammonta attualmente a circa 40.000, più altri 10.000 che si stimano sepolti sotto le macerie delle proprie case – che le loro famiglie hanno dovuto seppellirli in fosse comuni, o aprire di nuovo le tombe di membri della famiglia precedentemente deceduti per seppellirvi i nuovi martiri.

Nessuno dovrebbe vivere così. Abbiamo urgentemente bisogno che gli Stati Uniti e l’azione internazionale fermino il genocidio. Ogni giorno i palestinesi si svegliano e vanno a dormire tra notizie di morte. Il suono delle bombe e dei droni è diventato la colonna sonora delle loro vite. I gazawi passano ogni momento chiedendosi: quando finirà questo incubo?

Yousef Aljamal è originario del campo profughi di Al-Nuseirat a Gaza. È il Coordinatore per Gaza del Programma di Attivismo per la Palestina presso il Comitato di Servizio degli Amici Americani. Aljamal è dottore di ricerca in Studi Mediorientali, ricercatore senior non residente presso il Centro Hashim Sani per gli Studi sulla Palestina, Università della Malesia.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




C’è già una guerra regionale. Solo un cessate il fuoco a Gaza può farla terminare

Amjad Iraqi

6 agosto 2024 – +972 Magazine

Finché le principali vittime erano i palestinesi gli alleati di Israele hanno assecondato la sua arroganza militare. Adesso hanno paura dei frutti amari del loro errore.

Gli assassinii uno subito dopo l’altro del comandante di Hezbollah Fuad Shukr a Beirut e del capo politico di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran sono state azioni o di follia strategica o di deliberata piromania. Mentre Israele ha rivendicato la responsabilità per il primo ed è rimasto molto vago circa il secondo, ci sono pochi dubbi che li abbia organizzati entrambi – ed anche i suoi alleati ritengono che questa volta gli israeliani abbiano esagerato.

I politici israeliani si sono affrettati a trovare un pretesto per un attacco di alto livello contro Hezbollah: un lancio di razzi dal Libano che ha ucciso 12 bambini e ragazzi drusi siriani sulle alture del Golan occupate, riguardo a cui Hezbollah ha negato il proprio coinvolgimento – nonostante gli abitanti del luogo protestino contro i loro appelli alla vendetta. Shukr e Haniyeh erano certamente figure chiave delle loro rispettive organizzazioni, ma Israele sa molto bene che entrambe dispongono di meccanismi interni e piani di emergenza per rimpiazzarli; dopotutto non sono i primi assassinii che i due movimenti di resistenza hanno subito.

Essenzialmente, come hanno dichiarato Hassan Nasrallah di Hezbollah e l’ayatollah iraniano Ali Khamenei, l’uccisione di due importanti personaggi in capitali straniere, eseguiti nello spazio di poche ore, è stato un inequivocabile messaggio che ha infranto le cosiddette “linee rosse” stabilite tra le parti in conflitto negli scorsi 10 mesi. Adesso il mondo trattiene il fiato per una rappresaglia contro un’inutile affermazione di potere, che ci avvicina sempre più ad una conflagrazione come non ne abbiamo viste da decenni.

Gli effetti esplosivi dell’arroganza militare di Israele sono apparsi chiari fin dai primi giorni dell’ “Operazione Spade di Ferro”, la feroce campagna scatenata contro la Striscia di Gaza dopo il mortale attacco di Hamas del 7 ottobre. Ma la politica internazionale ha sempre dato più peso all’uccisione di leader molto significativi che di civili.

Certo, nonostante il 7 ottobre abbia gettato l’intero Medio Oriente in un vortice di violenza, ci è stato ripetutamente detto che la soglia di una “guerra regionale” non è ancora stata oltrepassata. Gli attori del conflitto, ripetono gli esperti, stanno ancora giocando una gara rischiosa ma calibrata per ristabilire la reciproca “deterrenza”, consentendo determinati livelli di violenza che possono ancora essere interpretati come prevenzione di una devastazione a tutto campo.

Tuttavia sotto molti aspetti questo è uno stratagemma verbale per minimizzare l’atroce verità sul campo: siamo già da mesi nella morsa di quella guerra regionale. Ne sono la prova i corpi e le macerie che si accumulano a Gaza e nel sud del Libano e l’attivazione dell’alleanza guidata dall’Occidente e dell’Asse della Resistenza su molteplici fronti – dalle navi da guerra USA nel Mediterraneo alle milizie Houthi nel Mar Rosso, dagli attacchi aerei israeliani in Libano ad un attacco missilistico dall’Iran.

Questo scontro può diventare infinitamente peggiore. Eppure il vero motivo per cui gli attori internazionali sono entrati in azione tardivamente la scorsa settimana è lo stesso motivo per cui la guerra viene spinta nella sua fase ancor più pericolosa: che determinate vite, e determinati interessi, contano più di altri.

Arroganza e ambizioni

Per i governi occidentali il principale pericolo costituito dagli assassinii di Shukr e Haniyeh non è l’indicibile numero di arabi o iraniani che potrebbero venire uccisi in un’escalation di ostilità. Anzi, gli ultimi 10 mesi hanno dimostrato che finché le principali vittime erano i palestinesi, una guerra prolungata era un tollerabile, seppur spiacevole, dato di fatto. Di conseguenza le capitali occidentali, in primis Washington, hanno evitato di utilizzare tutti i mezzi per frenare il conflitto, dando invece tempo ad Israele di tentare di portare avanti i suoi dichiarati obbiettivi a Gaza e in Libano – anche se era chiaro che gli israeliani non ci sarebbero riusciti.

Ma adesso i governi occidentali sono nel panico. Non solo temono ciò che un’intensificazione della guerra potrebbe comportare per l’ordine mondiale, compreso fomentare il caos nella sicurezza e l’interruzione degli scambi economici. Vi è anche la più che reale prospettiva che una simile guerra provochi un grande numero di morti israeliani- e con esso l’indebolimento senza precedenti dello Stato israeliano.

Questo processo di indebolimento è iniziato probabilmente all’inizio del 2023, durante il conflitto interno al Paese riguardo alla riforma giudiziaria dell’estrema destra, ma è stato rapidamente accelerato dal 7 ottobre e dall’operazione contro Gaza. L’entità del danno del logoramento dell’esercito e della perdita di prestigio mondiale di Israele deve ancora farsi sentire, ma un pesante attacco da parte di Hezbollah o dell’Iran peggiorerà probabilmente questo declino.

Anche se alcuni in Israele ammettono che l’esercito può aver esagerato, l’ego nazionale li obbligherà a rispondere nuovamente; il Ministro della Difesa Yoav Gallant sta già orientando l’esercito a prepararsi ad un “veloce passaggio all’offensiva”. Il pervicace desiderio di regolare i conti e rivendicare una qualche vittoria potrebbe sconfiggere ogni ragione per deporre le armi.

Ci si poteva aspettare che i leader israeliani riconoscessero questa spirale verso il peggio, con l’economia del Paese in flessione, l’esercito sempre più logorato e le popolazioni del sud e del nord sfollate. Ma questi leader sono troppo accecati da ambizioni ideologiche, arroganza nazionalista e timori per la propria sopravvivenza politica per prendere in considerazione strade che non siano quelle del militarismo e della tracotanza.

Non si tratta solo di Benjamin Netanyahu, il cui stesso gabinetto di sicurezza ammette che il primo ministro sta direttamente sabotando un accordo sugli ostaggi con Hamas. Da Gallant al capo di stato maggiore dell’esercito Herzi Halevi, molti dei pezzi grossi della politica e dell’esercito hanno un interesse personale in qualche forma di conflitto prolungato. Tutti erano in carica nel giorno in cui Israele ha subito il suo peggiore fallimento da decenni e tutti stanno lottando per recuperare la propria reputazione, se non la propria carriera: pensano che un’emergenza senza fine possa favorire il prolungamento dei loro giorni al potere.

Intanto i ministri di estrema destra del governo, guidati dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e dal Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, approfittano della crisi per perseguire i propri obbiettivi messianici. I loro elettori sul terreno, soprattutto i coloni in Cisgiordania, stanno accompagnando i progressi legislativi per l’annessione formale con pogrom appoggiati dall’esercito contro le comunità palestinesi e rafforzando la loro visione di Grande Israele promuovendo piani per insediarsi anche a Gaza.

Più lungimiranza della Casa Bianca

È proprio a questi dirigenti che il presidente Joe Biden e altri leader occidentali hanno garantito una quasi totale impunità, nonostante tutti i segnali dei loro secondi fini, dei loro patenti crimini di guerra e persino del crescente risentimento della stessa opinione pubblica israeliana. Per 10 mesi i più potenti governi del mondo sono stati muti e impotenti, facendo finta di avere scarsa influenza su uno Stato che preme per ottenere più armi, finanziamenti e appoggio diplomatico per il suo violento attacco. E Biden, anche se pare si stia rendendo conto di quanto venga “preso in giro” da Netanyahu, continua a mantenere aperti i rubinetti dell’America, assicurando che le redini del potere rimangano nelle mani dei pazzi e dei piromani.

Ora Washington – e per la verità i Paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo – stanno raccogliendo i frutti amari di uno dei loro più gravi errori: coltivare l’idea che ignorare i palestinesi avrebbe aperto la strada alla pace nella regione. L’attacco di Hamas del 7 ottobre ha infranto quella fuorviante convinzione, ma l’amministrazione Biden non ha imparato la lezione.

Infatti gli Stati Uniti hanno preferito lanciare attacchi aerei sullo Yemen e l’Iraq, minacciare le più importanti corti internazionali e assecondare Netanyahu a Washington con standing ovations, invece di costringere Israele ad un cessate il fuoco a Gaza. Che fin dai primi giorni milioni di manifestanti in tutto il mondo siano scesi in piazza nelle città e nei campus per chiedere uno stop alla guerra, e l’amministrazione Biden non lo abbia fatto, dimostra quanta più lungimiranza abbiano i comuni cittadini rispetto ai decisori seduti alla Casa Bianca.

Ma la catastrofe non è inevitabile. Nel vuoto diplomatico lasciato dagli Stati Uniti negli ultimi mesi altri si sono imposti per cercare di contenere le conseguenze. Il Qatar sta ancora mediando i negoziati tra Hamas e Israele, nonostante quest’ultimo sistematicamente disprezzi e comprometta gli sforzi del mediatore ed abbia ora assassinato uno dei capi negoziatori della controparte.

La Cina, che tradizionalmente ha evitato un forte coinvolgimento nel conflitto, ha agevolato gli ultimi tentativi di riconciliazione palestinese, quando 14 fazioni, comprese Fatah e Hamas, hanno firmato una dichiarazione di unità lo scorso mese a Pechino. Il nuovo governo inglese guidato dai laburisti ha revocato i tagli ai finanziamenti all’UNRWA fatti dal governo precedente, ha annullato le obiezioni alla stesura da parte della Corte Penale Internazionale di mandati di arresto e pare stia per bloccare la vendita di determinate armi a Israele.

Cosa importante, la Corte Internazionale di Giustizia, che ha riconosciuto la plausibilità di un genocidio perpetrato a Gaza, ha inequivocabilmente giudicato illegale l’occupazione di Israele e chiesto azioni decise per fermarla. E il Procuratore capo della CPI Karim Khan sta aspettando il benestare per ordinare a Netanyahu e Gallant di andare a processo all’Aia, insieme al capo di Hamas a Gaza Yahya Sinwar (che, se sono vere le notizie dell’uccisione del comandante Mohammed Deif, adesso è l’unico sospettato di Hamas ancora in vita.)

Tutte queste sono misure minime se paragonate alla pesante influenza di Washington o alle più gravi pressioni economiche e politiche che altri governi ancora esercitano. Ma sono indici di dove stia alla fine andando la politica internazionale. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di trovarsi spiacevolmente all’inseguimento di questi cambiamenti, ma andare avanti significa accettare la verità, cioè che il loro più prezioso alleato nella regione – e la potenza USA stessa – ha prodotto più devastazione che pace.

Esercitare un potere smisurato

Da parte loro i palestinesi sono numericamente inferiori, hanno minori armamenti e sono surclassati dalle forze regionali e globali al di là del loro controllo e subiscono una campagna genocidaria più devastante della Nakba del 1948. I campi di morte di Israele hanno distrutto ogni famiglia palestinese a Gaza, trasformato gran parte della Striscia in distese di macerie e condannato 2 milioni di persone assediate, per la metà bambini, ad una vita di traumi fisici e psicosociali.

Hamas sopravvive grazie alla sua resistenza armata e ai suoi organi politici, ma dopo i massacri del 7 ottobre ha subito pesanti colpi militari, perso molta legittimazione internazionale e sta arrabattandosi per il controllo e l’appoggio nella stessa Gaza. L’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Fatah ha dimostrato ancora una volta la sua totale incapacità di aiutare il suo popolo, inchiodata al suo ruolo di forza di polizia dell’occupazione, mentre sta velocemente scivolando verso la bancarotta politica e finanziaria.

Ma i palestinesi hanno anche dimostrato che dispongono di una smisurata forza di fronte a questi enormi ostacoli e devono esercitarla di conseguenza. Se la priorità assoluta è assicurare la sopravvivenza dei palestinesi a Gaza dai missili, dalla carestia e dalle malattie, è vitale anche affermare la propria agenda politica in un momento in cui attori esterni – dall’esercito israeliano agli Stati arabi e occidentali – stanno stilando piani per decidere il loro destino.

In questo senso la dichiarazione di unità di Pechino è un’iniziativa cruciale, seppure parziale, per mobilitarsi. Nonostante il presidente Mahmoud Abbas e i suoi fedeli stiano probabilmente cercando di ostacolare gli sforzi di riconciliazione, molti membri di Fatah e Hamas riconoscono la necessità impellente di cooperare per ripristinare la propria legittimità e far sì che i palestinesi siano titolari dei propri interessi. La società civile palestinese dovrà esercitare pressioni sulle élite perché trasformino le loro affermazioni in azioni concrete, insistendo al contempo per aprire canali di partecipazione popolare e democratica.

Dovrebbero essere incrementati gli sforzi per creare un consiglio per la ricostruzione di Gaza guidato da palestinesi e aiutato dal sostegno finanziario e tecnico dall’estero, per assicurarsi che la Striscia non diventi terreno di gioco per interferenze straniere, né dell’ovest né dell’est. Deve anche essere approntato un piano per un apparato di sicurezza nazionale che includa le forze di sicurezza di Fatah, la polizia di Hamas e altri gruppi armati per avere la capacità e credibilità di ristabilire l’ordine e la sicurezza tra la popolazione.

Le questioni dello Stato e dei negoziati di pace non sarebbero la priorità o la precondizione di questo programma nazionale: la precedenza deve andare alla sopravvivenza, alla ricostruzione e alla riorganizzazione. E gli attori internazionali devono rispettarla.

Ma tutto questo significherà poco se i palestinesi rimarranno prigionieri delle dinamiche geopolitiche che hanno ostacolato la loro causa per un secolo e condotto la regione sull’orlo della catastrofe. Per quanto le potenze occidentali possano aggirare il problema, un cessate il fuoco a Gaza rimane la chiave per la de-escalation regionale, e la liberazione della Palestina il modello per la speranza nella regione.

La Palestina forse non è il primo epicentro delle lotte regionali in Medio Oriente, ma può essere la crepa definitiva che frantuma ogni parvenza di ordine internazionale, che non è riuscito a impedire una simile guerra. Ciò che verrà dopo sarà determinato da ciò che accade a Gaza – e i palestinesi devono impadronirsi degli strumenti per realizzarlo.

Amjad Iraqi è caporedattore di +972 Magazine. È anche membro associato del Programma MENA di Chatham House, membro politico del gruppo di esperti Al-Shabaka e in precedenza è stato coordinatore della difesa presso il centro legale Adalah. Oltre che per +972, ha scritto, tra gli altri, per la London Review of Books, The New York Review of Books, The Nation e The Guardian. È cittadino palestinese di Israele e attualmente vive a Londra.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)