I leader israeliani celebrano gli assassinii e fanno pagare il prezzo ai vivi

Orly Noy

2 agosto 2024 – +972 Magazine

Il genocidio a Gaza ha accresciuto la sicurezza di una singola persona in Israele? Siamo più sicuri mentre aspettiamo la risposta dell’Iran all’uccisione di Haniyeh?

Ora ci troviamo di fronte alla guerra regionale di Gog e Magog [leggendarie popolazioni barbariche che incarnavano nella tradizione biblica e musulmana una minaccia di sterminio sulla civiltà, ndt] che Benjamin Netanyahu è stato così determinato a innescare. Ognuno di noi sta ora cercando con orrore di indovinare quale sarà la risposta ai recenti assassinii, che i nostri leader stanno celebrando come un “brillante risultato” della sofisticata macchina da guerra di Israele, e se i nostri figli sopravviveranno. Ora stiamo riflettendo sul destino degli ostaggi, timorosi di dire ciò che sappiamo potrebbe essere vero.

Quindi forse ora è il momento di fermarci e chiederci: non c’era davvero un altro modo? Questo sprofondare in un inferno senza fondo era un destino inevitabile?

Una risposta iraniana all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran arriverà, così come una rappresaglia di Hezbollah per l’uccisione del suo comandante Fuad Shukr, anche se la loro intensità o natura non può essere conosciuta. Masoud Pezekshian, il nuovo presidente iraniano e il più moderato dei candidati della Repubblica islamica si è impegnato a prendere le distanze dall’estremismo bellicista del suo predecessore e a riportare lIran sulla via del dialogo con lOccidente.

Ma l’assassinio di Haniyeh, subito dopo l’insediamento di Pezekshian, mette il presidente all’angolo. Ora dovrà dimostrare la sua leadership, rispondere a questa palese violazione della sovranità del suo Paese e rafforzare la sua alleanza con Hamas.

“Meritevole di morire” è probabilmente la frase più abusata nel discorso pubblico israeliano per descrivere i recenti assassinii. È una delle tante giustificazioni che Israele ha trovato per la sua violenza sfrenata degli ultimi dieci mesi. Ma c’è qualcosa di terrificante nel fatto che la questione se qualcuno sia o meno ritenuto “meritevole di morire” determini qui [in Israele, n.d.t.] il nostro destino più dell’essere noi civili meritevoli o meno di vivere.

Dopo i massacri del 7 ottobre di fronte ad ogni crocevia Israele ha scelto la strada della violenza e dell’escalation. Le giustificazioni non sono mai mancate: dobbiamo rispondere con forza agli attacchi; dobbiamo perseguire coloro che li hanno ideati ed eseguiti; dobbiamo intensificare la pressione finché non restituiranno gli ostaggi; dobbiamo attaccare il Libano in risposta ai razzi; dobbiamo segnalare all’Iran che non resteremo in silenzio sul suo sostegno a Hezbollah.

In conclusione, tuttavia, la scelta automatica dell’escalation violenta è suicida. Questa inerzia è così radicale che non ci consente di porci domande basilari, esistenzialmente vitali: il genocidio criminale che stiamo perpetrando a Gaza ha aumentato la sicurezza di una singola persona in Israele? Siamo più sicuri ora, mentre aspettiamo la risposta iraniana? Israele è meglio collocato sulla scena internazionale rispetto a [prima del] 7 ottobre?

La risposta ovvia a tutte queste domande retoriche è un sonoro no. Allora perché continuiamo su questa strada distruttiva, quando il prezzo che stiamo pagando non fa che crescere? Perché delle persone ragionevoli celebrano la morte di Haniyeh come un’operazione brillante, quando non possiamo nemmeno stimare il prezzo che comporta?

È facile attribuire tutto a Netanyahu; dire che la guerra serve alla sua sopravvivenza politica e che ha interesse a continuarla indefinitamente. È vero, ma è una via d’uscita troppo facile. Netanyahu ha davvero scelto di sacrificare le vite di decine di migliaia di palestinesi a Gaza, le vite degli ostaggi israeliani e la nostra sicurezza collettiva per il suo tornaconto personale. Ma l’opinione pubblica israeliana si è votata fin dall’inizio, con una gioia agghiacciante, a seguire il sentiero mortale che Netanyahu ha spianato.

Non è solo la brama di vendetta che ha travolto la società israeliana dopo il 7 ottobre, galvanizzando una natura omicida di una portata che non conoscevamo. È l’estinzione della capacità di immaginare qualsiasi cosa che non sia futile violenza. Il popolo israeliano si trova di fronte alla sconvolgente realtà di non avere gli strumenti per interrogarsi sui propri interessi e di decidere tra diverse linee strategiche. Perché nella cassetta degli attrezzi israeliana non c’è altro che un martello, e un Paese senza una serie di strumenti è un Paese molto pericoloso per i suoi cittadini, e ancora di più per i suoi sudditi sotto occupazione.

Dieci mesi dopo il massacro la società israeliana avrebbe potuto essere da qualche altra parte. Avrebbe potuto essere già in fase di ripresa dal suo terribile trauma, con tutti gli ostaggi tornati a casa vivi. Decine di migliaia di suoi cittadini non sarebbero stati sfollati dalle loro case nel nord e nel sud, e la vita di così tanti soldati sarebbe stata risparmiata. La Striscia di Gaza non sarebbe diventata l’Hiroshima del Medio Oriente, con quasi due milioni di palestinesi assediati sradicati e affamati. Invece dieci mesi di scelte criminali ci hanno portato davanti ad un baratro di sicurezza, economico, sociale e morale che persino i pessimisti tra noi non avrebbero potuto immaginare.

Questa non è saggezza col senno di poi. C’era tra noi chi metteva in guardia sulle conseguenze del percorso terrificante che Israele aveva scelto fin dall’inizio e sostenevano un’alternativa. Siamo stati denunciati come disfattisti, come negazionisti dei massacri e come sostenitori di Hamas.

Ancora adesso, sullo sfondo dell’esultanza seguita agli assassinii, ripetiamo: questo è un percorso distruttivo, stupido e pericoloso e possiamo ancora cambiare rotta. Ma una società che non riesce a immaginare un approccio non violento è destinata all’estinzione. Ed è agghiacciante vedere come stiamo ancora camminando su quel percorso con gli occhi ben aperti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




” Israele ha sempre fatto credere che l’occupazione fosse legale. La Corte Internazionale di Giustizia ora li terrorizza”

Ghousoon Bisharat

23 luglio 2024, 972 Magazine

L’avvocata palestinese Diana Buttu illustra l’opinione della Corte Internazionale di Giustizia sul regime militare israeliano e gli insegnamenti da seguire per applicare il diritto internazionale.

Venerdì 19 luglio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito che l’occupazione israeliana della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, è illegale e deve cessare “il più rapidamente possibile”. La Corte ha affermato che Israele è obbligato ad astenersi immediatamente da ogni nuova attività di insediamento, a evacuare tutti i coloni dai territori occupati e a risarcire i palestinesi per i danni causati dal regime militare israeliano durato 57 anni. Ha inoltre affermato che alcune delle politiche di Israele nei territori occupati costituiscono il crimine di apartheid.

La sentenza, riconosciuta come parere consultivo, deriva da una richiesta del 2022 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e non è vincolante. Ma segna la prima volta che la massima corte mondiale esprime il suo punto di vista sulla legalità del controllo di Israele sui territori occupati e costituisce un netto ripudio delle difese legali a lungo prodotte da Israele.

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha accolto con favore la sentenza, descrivendola come “un trionfo della giustizia” e invitando l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a considerare ulteriori misure per porre fine all’occupazione. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu l’ha liquidata come “assurda”, affermando: “Il popolo ebraico non è occupante nella propria terra, inclusa la nostra eterna capitale Gerusalemme, né in Giudea e Samaria [la Cisgiordania], la nostra patria storica”. Gli Stati Uniti hanno risposto affermando soltanto che gli insediamenti israeliani sono illegali e hanno criticato “l’ampiezza del parere della Corte” che, affermano, “complicherà gli sforzi per risolvere il conflitto”.

Per comprendere meglio il significato e la portata della sentenza, +972 Magazine ha parlato con Diana Buttu, un’avvocata palestinese che risiede ad Haifa ed è stata consulente legale dell’OLP dal 2000 al 2005. Durante quel periodo ha fatto parte del team che ha portato alla Corte Internazionale di Giustizia il caso riguardante il muro di separazione israeliano, il cui percorso la Corte ha dichiarato – in un altro parere consultivo non vincolante – illegale. L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Come si è sentita guardando il presidente della CIG Nawaf Salam leggere il parere della Corte?

Da un lato mi ha fatto molto piacere perché conferma tutto quello che io e tanti altri giuristi e attivisti diciamo da decenni. Ma d’altro canto continuavo a chiedermi: perché siamo dovuti arrivare fino alla Corte Internazionale di Giustizia? Perché le persone ascoltano un parere legale, ma non la nostra esperienza vissuta? Perché c’è voluto così tanto tempo per capire che ciò che Israele sta facendo è sbagliato?

Quanto è importante questa sentenza per i palestinesi?

È importante inserire la sentenza nel suo giusto contesto, come parere consultivo. Ci sono due vie per rivolgersi alla CIG. La prima è quando c’è una disputa tra due Stati, ed è quello che s’è visto con il Sudafrica contro Israele [sulla questione del genocidio a Gaza], e quelle decisioni sono vincolanti. La seconda è quando l’Assemblea Generale dell’ONU chiede chiarimenti o un parere legale su una questione; si tratta di un parere consultivo e non è vincolante.

Quindi, se si guarda al quadro generale, bisogna ricordare che l’uso dei tribunali e l’uso della legge sono solo uno strumento, non l’unico o lo strumento decisivo. Ciò non significa che non sia importante, o che un parere non vincolante non sia legge. Il problema più grande è come influenzerà i comportamenti futuri.

Qui è importante ricordare cosa è successo con la prima decisione della Corte Internazionale di Giustizia [sul muro di separazione di Israele], emessa il 9 luglio 2004. Anche se si trattava di un parere consultivo, ha costituito legge e, cosa più importante, è stato per questa decisione che abbiamo visto la crescita del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) – in effetti, il movimento è stato lanciato a livello internazionale esattamente un anno dopo.

Quindi le persone dovrebbero capire che non ci sarà mai una vittoria legale. L’occupazione non finirà attraverso tribunali e meccanismi legali: finirà quando Israele ne pagherà il prezzo. E sia che quel prezzo venga pagato all’esterno perché il mondo dice basta, o all’interno perché il sistema inizia a implodere, sarà una decisione israeliana quella di porre fine all’occupazione.

Il parere consultivo della CIG del 2004 fu una decisione storica, ma fece ben poco per contrastare la costruzione del muro di separazione o cambiarne il percorso. Pensa che la nuova sentenza abbia un peso diverso rispetto al passato o possa generare azioni politiche diverse?

SÌ. La decisione del 2004 è stata importante per alcuni motivi. In primo luogo, non solo ha affermato che il muro è illegale, ma ha anche parlato degli obblighi degli Stati terzi di rispettare il diritto internazionale umanitario e di non contribuire al danno. Ora, ha ragione, il muro è rimasto in piedi e la decisione non vincolante non ha fermato la costruzione, perché non è stata applicata. Tuttavia, ha cambiato il modo in cui diplomatici e altri si rapportavano al muro.

Dobbiamo anche ricordare che questo nuovo parere consultivo è molto più importante e ampio. La Corte fa a pezzi l’idea dei negoziati di pace, degli accordi di Oslo, dell’accettazione da parte dei palestinesi dell’occupazione permanente. E mentre i governi continuano a mantenere la loro posizione secondo cui i negoziati sono l’unica via da seguire, in ogni capitale del mondo ci sarà ora una nota legale in cui si afferma che la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza [che i negoziati non possono privare la popolazione di paesi occupati dei diritti ai sensi della Convenzione di Ginevra].

Un’altra cosa importante è che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono stati normalizzati, e qui abbiamo una decisione che indebolisce questo principio, affermando che gli insediamenti e i coloni devono andarsene. Sulla base di questi elementi mi aspetto di iniziare a vedere un cambiamento nella politica. Potrebbe non accadere immediatamente, ma cambierà la mentalità del modo in cui le persone si rapporteranno all’occupazione.

Che tipo di cambiamento nella politica o nella mentalità si aspetta dalla comunità internazionale?

Posso fare l’esempio del Canada, dove sono nata. Il commento del Canada [sul procedimento della Corte Internazionale di Giustizia sul caso] è stato molto prevedibile: afferma che la Corte Internazionale di Giustizia ha giurisdizione su questa importante questione ma poi prosegue dicendo che il modo migliore per risolverla è attraverso i negoziati. Ma questo equivale a dire, e perdonate l’analogia, che una persona che viene picchiata deve semplicemente negoziare con il suo aggressore. Ora la Corte ha fatto piazza pulita di tutto ciò e ha stabilito chiaramente che esiste un occupante e un occupato. Quindi ora mi aspetto – e in realtà inizierò a chiedere – che il governo canadese cambi la sua posizione.

Un altro esempio in cui mi aspetto di vedere un cambiamento è la questione dei coloni. Se si considera il numero di coloni che vivono oggi nei territori occupati, una stima prudente è di 700.000. In rapporto ai 4 milioni di persone presenti nell’intero territorio [della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est], si tratta di una percentuale molto alta. E questo è importante perché dimostra che tanti coloni israeliani hanno interiorizzato e normalizzato l’occupazione.

La domanda è se i coloni israeliani si considereranno persone che vivono illegalmente sulla terra palestinese – e sospetto che la risposta sarà un no. Ma ciò che voglio pensare è che quell’azione e quella percezione non saranno più normalizzate, e che si riconosca che l’occupazione ha causato danni che devono finire. Israele ha fatto un buon lavoro nel normalizzare gli insediamenti, e non esiste più la Linea Verde [linea di confine stabilita negli accordi del 1949, ndt.] – la dichiarazione di Netanyahu di ieri [contro la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia] ne è la prova. Ma questo deve cambiare.

Penso che siamo in un momento simile a quello in cui eravamo negli anni ’80 con l’apartheid in Sud Africa. Allora i sostenitori dell’apartheid dicevano agli attivisti anti-apartheid che semplicemente non capivano la situazione. L’apartheid era del tutto normalizzato. Dieci anni dopo non lo era più. Ed eccoci qui, 30 anni dopo non si riuscirebbe a trovare una persona che dica che l’apartheid fosse una buona cosa.

C’è stato qualcosa nel parere consultivo che l’ha sorpresa?

Non sono rimasta sorpresa da molte cose, ma mi ha fatto piacere che ci fossero certi elementi. Uno di questi è stata l’attenzione su Gaza, perché dal 2005 Israele ha adottato una narrazione di “disimpegno” sostenendo che non ci sia alcuna occupazione. Molte organizzazioni per i diritti umani si sono battute per affermare che Gaza è effettivamente occupata, che esiste un effettivo controllo israeliano e che il livello di tale controllo è responsabilità di Israele. Sono felice di vedere che la Corte lo ha confermato e ha messo a tacere questa discussione, soprattutto perché non c’è stata, per quanto ne so, alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su questo argomento.

La seconda cosa che mi ha fatto molto piacere è che la Corte ha affermato che devono essere pagati dei risarcimenti e non solo sotto forma di smantellamento di tutti gli insediamenti, ma anche di abbandono dei coloni. E la terza cosa è l’idea che ai rifugiati sia permesso di ritornare [nelle case da cui erano fuggiti o da cui erano stati espulsi nel 1967]. Questo è un riconoscimento del danno che hanno causato 57 anni di occupazione militare. Sono rimasta felicemente sorpresa nel vedere la giudice australiana [Hilary Charlesworth] uscire allo scoperto e dire molto chiaramente che Israele non può rivendicare l’autodifesa per mantenere un’occupazione militare, o in relazione ad atti di resistenza contro l’occupazione. Lo sostengo da molto tempo ed è bello vedere una giudice fare le stesse osservazioni. E mentre nel complesso è d’accordo con l’opinione della Corte, la nuova giudice americana [presso la CIG] Sarah Cleveland, ha dato separatamente un’opinione molto interessante: ha sostenuto che la sentenza avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione alle responsabilità di Israele ai sensi della legge sull’occupazione specificatamente nei confronti di Gaza, sia prima del 7 ottobre che ora.

I politici israeliani, sia al governo che all’opposizione, hanno respinto l’opinione della Corte Internazionale di Giustizia bollandola come antisemita e prevenuta. Pensa che queste reazioni nascondano preoccupazioni o paure autentiche?

Sì, la paura di essere denunciati per i razzisti che sono, e che potrebbero effettivamente dover porre fine all’occupazione. Potrebbero esserci anche delle azioni a livello mondiale [per fare pressione su Israele]. Sono preoccupati anche perché sono innanzitutto loro che hanno portato lì i coloni, e potrebbero esserci richieste da parte dei coloni di essere ricompensati per andarsene.

Netanyahu non ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza della Palestina. Proprio l’altro giorno abbiamo assistito al voto della Knesset contro la creazione di uno Stato palestinese. E non sono stati solo quelli del Likud, o gli [Itamar] Ben Gvir e [Bezalel] Smotrich a sottoscriverlo, ma anche altri legislatori, tra cui [Benny] Gantz. Non hanno mai riconosciuto ciò che hanno fatto nel 1948 o il danno che stanno causando oggi. Invece, sono guidati da questo concetto di supremazia ebraica – secondo cui solo loro hanno diritto a questa terra.

Israele ha sempre spacciato l’occupazione come in qualche modo legale, e le sue azioni come giuste e corrette con le stupide pretese di un “esercito morale”. Non esiste un esercito morale al mondo: come puoi uccidere moralmente le persone? Affermano che ci si può rivolgere all’Alta Corte israeliana ma ogni palestinese sa che non si può ottenere giustizia da un tribunale che è stato istituito come braccio dell’occupazione. Ora, quando c’è un tribunale che guarda dall’esterno e dice che quello che stanno facendo è illegale, per loro è ovviamente allarmante.

Il Sudafrica dell’apartheid si è comportato allo stesso modo quando ha dovuto fare i conti con le opinioni della Corte Internazionale di Giustizia. Alla fine di ogni parere della Corte Internazionale di Giustizia il governo dell’apartheid era solito esprimere la stessa linea: che solo il Sudafrica può giudicare il Sudafrica, il che significa che solo un sistema razzista può giudicare se il sistema è razzista. Questo è ciò che dice Israele: solo noi, il sistema razzista, possiamo determinare se è razzista. Ma poi esci di casa e vedi che le regole internazionali confermano che il sistema è razzista e deve essere smantellato. Questo è spaventoso per Israele.

Alcuni israeliani esperti di diritto internazionale stanno minimizzando il significato del parere della Corte Internazionale di Giustizia, sottolineando che non è vincolante e sostenendo che la Corte non ha detto che l’occupazione è illegale, ma solo che è illegale per Israele disobbedire alle regole dell’occupazione. Come considera queste affermazioni?

Hanno ragione, ma minimizzare è solo una perdita di tempo. Secondo il diritto internazionale ci può essere un’occupazione legale ma solo come stato temporaneo per un breve periodo di tempo al fine di ristabilire la legge e l’ordine ed eliminare le minacce. Il problema con l’occupazione israeliana non è solo la durata, ma il fatto che non è mai stata concepita come temporanea. Dal 1967 Israele ha affermato che non rinuncerà mai alla Cisgiordania. Hanno negato che i palestinesi abbiano diritti su questa terra e quasi immediatamente hanno iniziato la costruzione e l’espansione degli insediamenti. La durata e la prassi sono ciò che rende illegale l’occupazione israeliana.

Questi stessi giuristi israeliani non riconoscono cosa rappresenti il danno. Mantenere un’occupazione richiede violenza. Conquistare terre, costruire posti di blocco, costruire insediamenti, gestire un sistema giudiziario militare e un regime di permessi, rapire bambini nel cuore della notte, demolire case e rubare acqua: tutto ciò che questa occupazione comporta è violento. Quindi gli esperti israeliani possono provare a minimizzare la sentenza quanto vogliono, ma farebbero bene a mettervi finalmente fine, invece di trovare modi per abbellire l’occupazione.

Lei afferma che le azioni di Israele furono illegali fin dal primo giorno dell’occupazione del 1967. Ritiene che l’attuale governo, o gli ultimi 15 anni di governo di Netanyahu, siano più pericolosi di quelli precedenti? Oppure si stiano sostanzialmente continuando le stesse politiche nei confronti dei palestinesi e dei territori occupati che vediamo da più di mezzo secolo?

È lo stesso ed è diverso. È lo stesso perché non c’è stato un governo israeliano dal 1967 che abbia fermato l’espansione degli insediamenti. Può prendere in considerazione qualsiasi altro problema in Israele e i governi hanno avuto politiche diverse, ma questo li unisce. Quindi non importa che si tratti del Labour, del Likud o di Kadima; sotto questo aspetto Netanyahu non è diverso.

L’unica cosa nuova è che questo governo sia così sfacciato riguardo alla sua posizione. Mentre in passato ci potevano essere persone che parlavano di una soluzione a due Stati, Netanyahu è stato molto chiaro durante tutto il suo mandato sul fatto che non ci sarà mai uno Stato palestinese e che i palestinesi non hanno diritti.

Lei è stata a lungo critica nei confronti dell’Autorità Palestinese per i suoi fallimenti. Come crede che gestiranno questa sentenza e le altre recenti procedure presso la CIG e la Corte Penale Internazionale, sia sul piano diplomatico che sul territorio?

Uno dei grossi problemi nel 2004 era che non avevamo una leadership palestinese che spingesse per l’attuazione della decisione della Corte Internazionale di Giustizia [sul muro di separazione]. Pensavano ancora che quello fosse il periodo d’oro dei negoziati, vivevano ancora in un mondo fantastico. Ed è per questo che il movimento BDS ha finito per farsi avanti e premere.

Questa volta sono davvero preoccupata perché se c’è una cosa chiara in questa decisione è [una critica a] tutte quelle cosiddette “generose offerte [israeliane]” che i palestinesi hanno dovuto sopportare. La Corte Internazionale di Giustizia chiarisce che [i territori palestinesi occupati] non sono territorio israeliano con cui essere generosi. Non solo, il parere della Corte Internazionale di Giustizia è un atto d’accusa contro Oslo: afferma che non importa cosa sia stato firmato, la Palestina ha ancora il diritto all’autodeterminazione e nessun accordo può sostituire tale diritto.

Il mio timore è che Abu Mazen [il presidente Mahmoud Abbas] conosca un solo concetto, ovvero i negoziati. Temo che vedremo abbastanza pressioni da parte degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale da spingerlo a dire che va tutto molto bene, ma che crede che i negoziati siano l’unica via da seguire.

E se dovesse dare un consiglio all’Autorità Palestinese, come suggerirebbe di procedere?

L’Autorità Palestinese dovrebbe andare di capitale in capitale per sostenere l’idea che gli insediamenti sono illegali e che i coloni devono andarsene. Non prenderei in considerazione l’idea di scambi di terre, come è stato fatto in passato. Non prenderei in considerazione l’ipotesi di negoziare adesso; non sono male come metodo, ma i negoziati devono pur riguardare qualcosa. Se dovessero, ad esempio, negoziare sui pesticidi, o sull’economia, o sulla circolazione delle persone, andrebbe tutto bene. Ma negoziare sui propri diritti è veramente ripugnante, e non posso credere che ci siano persone che pensano ancora in questi termini nel 2024.

Quindi consiglierei loro di fare tutto il possibile per assicurarsi che gli insediamenti e i coloni vengano rimossi – cosa che non dovrebbe essere oggetto di negoziati – e che Israele inizi a pagare un prezzo. Capisco che il presidente palestinese è sotto occupazione militare e che l’economia è sotto il controllo di Israele. Ma è necessario che questa dipendenza venga interrotta.

Come può la leadership palestinese utilizzare questa decisione della Corte Internazionale di Giustizia per spingere con più forza per la fine della guerra a Gaza?

Non penso che l’attuale leadership sia in grado di fare qualcosa per Gaza. È molto triste per me dirlo, ma ho la sensazione che a molti di loro non importi nulla di Gaza.

E se parliamo della leadership palestinese nel suo insieme, non solo dell’Autorità Palestinese?

Per prima cosa dobbiamo avere una leadership palestinese che si formi attraverso le elezioni. La mia paura ora per Gaza è che si parli [a livello internazionale] di “chi” [chi prenderà il controllo], e non si parli realmente di “cosa”. La gente punta dicendo che questa o quella persona sarebbe buona, poi in qualche modo finisce per consolidarsi attorno ad Abu Mazen, come se non ci fosse nessun altro in Palestina capace di essere un leader.

Nessuno vorrà entrare in gioco e diventare il capo dell’Autorità Palestinese [come è adesso]. C’è una ragione per cui non c’è stato un colpo di Stato a Ramallah da quando Abu Mazen è salito al potere: è un lavoro ingrato e stupido in cui sei effettivamente il subappaltatore della sicurezza per Israele.

Ciò che deve emergere è una leadership eletta credibile con una strategia e una visione globale per tutti i palestinesi, ma soprattutto in questo momento per Gaza. E per me dovrebbero focalizzarsi sull’idea di accusare Israele di tutto ciò che ha fatto, in particolare dopo il 7 ottobre.

È sconsolante sentire in continuazione [da commentatori e politici internazionali] che nulla giustifica [l’attacco di Hamas del] 7 ottobre e tuttavia tutto ciò che Israele fa a Gaza è giustificato dal 7 ottobre. Dobbiamo iniziare a fare breccia in questa ideologia e addossare a Israele le sue colpe – allora si potrà iniziare a ricostruire Gaza.

Spero che una nuova leadership palestinese unita ed eletta faccia un passo indietro, valuti Oslo e gli errori commessi e valuti le circostanze attuali per andare avanti. Non penso che l’attuale leadership sia in grado di condurre questa riflessione su di sé.

L’OLP ha sempre avuto questa ossessione che il processo decisionale palestinese fosse nelle mani dei palestinesi, e oggi l’Autorità Palestinese mantiene la stessa ossessione. Ma se l’Autorità Palestinese non gestirà correttamente questo momento, e sospetto che non lo farà, vedremo molti più attivisti, il movimento BDS e altri a livello internazionale prendere il testimone.

La sentenza si concentra sui territori palestinesi occupati da Israele dal 1967. Alcuni direbbero che è un ambito molto ristretto, che ignora i crimini e le violazioni risalenti al 1948, e che potrebbe costringere i palestinesi ad accettare un futuro solo nei confini del 1967. Come affronta i limiti di questa sentenza per la causa palestinese?

Questa è stata la prima critica alla posizione della Corte Internazionale di Giustizia, e condivido questa critica: concentrandosi solo sul ’67 si dà un lasciapassare a Israele. L’unico modo per comprendere l’occupazione è capire cosa ha fatto Israele durante la Nakba e durante l’era del governo militare [all’interno di Israele], sotto il quale i cittadini palestinesi hanno vissuto per 19 anni fino al ’66. L’idea che si possano separare i due [1948 e 1967] è un’invenzione.

Per l’Autorità Palestinese ci sono due ragioni principali per concentrarsi sul 1967: la prima è che vedono l’occupazione come un danno diretto che deve essere riparato, e la seconda è che penso che abbiano rinunciato al [terreno usurpato nel] 1948 decenni fa – non solo con la firma di Oslo, ma ancor prima con la Dichiarazione di Indipendenza dell’OLP del 1988.

Per l’Autorità Palestinese c’è anche un contesto politico ristretto. In molti modi hanno rinunciato ai risarcimenti per la Nakba, il che di fatto significa che stanno rinunciando al diritto al ritorno. Potrebbero anche sostenere di essere favorevoli, ma io semplicemente non lo vedo.

C’è modo di parlare del ’48 e avere ancora un’idea di compromesso politico. Questa è stata la posizione palestinese per molti anni, ma negli ultimi vent’anni non è stata quella dell’Autorità Palestinese. Quando mi allontano e guardo la loro posizione, penso che ci sia una forte convinzione politica che alla fine rinunceremo sul ’48 – non solo al territorio ma anche alla narrazione – per cercare di preservare ciò che resta del ’67.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Cosa rivela l’uscita di Gantz sulla fallita strategia israeliana a Gaza

 Meron Rapoport

11 giugno 2024 – +972 magazine

Il 7 ottobre è fallita la pluridecennale ‘politica di separazione’ israeliana nei confronti di Gaza. Gantz e Gallant lo sanno, ma Netanyahu e l’estrema destra non vogliono ancora ammetterlo.

A prima vista è difficile capire la spaccatura nel governo israeliano sul “giorno dopo” a Gaza che ha portato domenica Benny Gantz ad abbandonare la coalizione. Annunciando la sua decisione In una conferenza stampa Gantz ha accusato il primo ministro Benjamin Netanyahu di “impedire… una vera vittoria” non presentando un piano attuabile per la governance della Striscia dopo la guerra.

Gantz, che è entrato a far parte del governo e del gabinetto di guerra dopo il 7 ottobre in qualità di ministro senza portafoglio, per mesi ha esortato Netanyahu affinché esponesse il suo piano per il “giorno dopo”. Il primo ministro, che ha un interesse personale e politico nel prolungare la guerra, fino ad ora si è rifiutato di produrne uno, anzi, ha solo insistito ripetutamente di respingere sia la continua esistenza di un “Hamastan” che la sua sostituzione con un “Fatahstan” gestito dall’Autorità Palestinese (ANP).

Comunque neppure Gantz ha un piano attuabile. La sua proposta di rimpiazzare Hamas con un “sistema civile di governance internazionale” che include alcuni componenti palestinesi, pur mantenendo nel complesso il controllo israeliano sulla sicurezza, è così inverosimile che il suo significato pratico è di continuare la guerra per sempre. In altre parole esattamente quello che vogliono Netanyahu e i suoi alleati di estrema destra.

Lo stesso si può dire del ministro della DIfesa Yoav Gallant, che era il più stretto alleato di Gantz nel consiglio di guerra. A quel che si dice lo scorso mese Gallant se ne sarebbe andato da un incontro del gabinetto di sicurezza quando altri ministri l’hanno rimproverato per aver preteso che Netanyahu escludesse un prolungato controllo israeliano civile o militare su Gaza. Ma la proposta alternativa del ministro della Difesa è essenzialmente la stessa di Gantz: insediare un governo gestito da “entità palestinesi”, ma non Hamas, con il sostegno internazionale che nessun interlocutore, palestinese, arabo, o internazionale accetterebbe. 

È vero che Gantz e Gallant hanno anche chiesto che Netanyahu dia la priorità a un accordo con Hamas per liberare gli ostaggi, mentre il primo ministro sta temporeggiando. Ma a un’analisi attenta anche questo apparente disaccordo scompare qualsiasi accordo comporterebbe una significativa, o addirittura totale, ritirata israeliana da Gaza e un cessate il fuoco di mesi, se non permanente. Tale scenario darebbe come risultato una di due possibilità: un ritorno al governo di Hamas o il reinsediamento dell’ANP, entrambe inaccettabili per Gantz e Gallant da un lato e da Netanyahu e dai suoi alleati di estrema destra dall’altro.

Allora perché la destra israeliana vede come una minaccia esistenziale le proposte fondamentalmente incoerenti di Gantz e Gallant? La risposta va più in profondità rispetto al disaccordo sulla questione del “giorno dopo” a Gaza. Quello che Gantz e Gallant stanno implicitamente riconoscendo, e Netanyahu e i suoi alleati si rifiutano di ammettere, è che la pluridecennale “politica di separazione” israeliana è crollata in seguito agli attacchi del 7 ottobre. Non più in grado di mantenere l’illusione che la Striscia di Gaza sia separata dalla Cisgiordania e perciò da qualsiasi futuro accordo politico palestinese, i leader israeliani si trovano in un vicolo cieco.

Dalla separazione all’annessione

La politica israeliana di separazione risale agli inizi degli anni ’90 quando, sullo sfondo della prima Intifada e della guerra del Golfo, il governo cominciò a imporre ai palestinesi un regime di permessi che limitavano gli spostamenti tra Cisgiordania e Gaza. Tali restrizioni si intensificarono durante la Seconda Intifada e culminarono sulla scia del “disimpegno” israeliano da Gaza nel 2005 e con la successiva salita al potere di Hamas.

La maggioranza degli israeliani pensò che Israele avesse lasciato Gaza e perciò non avesse più nessuna responsabilità per quello che succedeva nella Striscia. Gran parte della comunità internazionale respinse questa posizione e continuò a considerare Israele una potenza occupante a Gaza, ma il governo israeliano si sottrasse sempre alle proprie responsabilità nei confronti degli abitanti dell’enclave. Al massimo il governo era disposto a concedere ai palestinesi permessi di viaggio per entrare in Cisgiordania o in Israele per speciali motivi umanitari.

Quando Netanyahu ridivenne primo ministro nel 2009 lavorò per rafforzare la politica di separazione. Ampliò la spaccatura tra Gaza e la Cisgiordania convogliando i fondi verso il governo di Hamas nella Striscia, basandosi sulla convinzione che dividere i palestinesi geograficamente e politicamente avrebbe limitato la possibilità di uno Stato palestinese indipendente. 

A sua volta ciò ha spianato la strada a Israele per annettere parte o persino tutta la Cisgiordania. Quando nel 2021 chiesero a Yoram Ettinger, “esperto” demografo israeliano di destra, come avrebbe gestito il fatto che fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo c’è circa lo stesso numero di ebrei e palestinesi, ha spiegato che “Gaza non fa parte del gioco e non è rilevante … Le zone contese sono la Giudea e la Samaria.” [termine usato dagli israeliani per indicare la Cisgiordania occupata, ndt.].

David Friedman, l’ambasciatore USA pro annessione nominato da Donald Trump, era d’accordo sul fatto che, dopo il ritiro da Gaza, restava rilevante solo la questione della Cisgiordania. Nel 2016 disse: “L’evacuazione [degli israeliani] da Gaza ha avuto un effetto benefico: ha rimosso 2 milioni di arabi dall’equazione demografica.” Togliendo Gaza dal discorso, spiegò l’ex ambasciatore, Israele potrebbe mantenere una maggioranza ebraica anche se si annettesse la Cisgiordania e si concedesse la cittadinanza ai suoi abitanti palestinesi.

Un vuoto di potere strategico

Una delle ragioni dichiarate da Hamas per l’attacco del 7 ottobre è quella di mandare in frantumi l’illusione che Gaza sia un’entità separata e di riportare sul palcoscenico della storia la causa della Striscia e dell’intera Palestina. In questo indubbiamente ha avuto successo.

Tuttavia anche dopo il 7 ottobre Israele ha continuato in buona misura a ignorare il legame fra Gaza e la Cisgiordania e la sua centralità nella lotta palestinese nel suo complesso. Israele ha sistematicamente rifiutato di elaborare un piano coerente per il “giorno dopo” perché farlo richiederebbe inevitabilmente affrontare lo status della Striscia entro il più ampio contesto israelo-palestinese. Qualsiasi discussione del genere mina alla radice la politica di separazione israeliana attentamente coltivata.

Oltre alla sua totale brutalità, il presente attacco israeliano a Gaza si differenzia in modo significativo dalle guerre precedenti. Mai prima Israele aveva permesso che un territorio sotto il suo controllo militare rimanesse sostanzialmente senza governo. Quando nel 1967 l’esercito israeliano occupò per la prima volta la Cisgiordania e Gaza stabilì immediatamente un governo militare che si assunse la responsabilità dell’amministrazione civile delle vite degli abitanti occupati. Quando nel 1982 occupò il Libano non smantellò il governo libanese esistente; nel 1985 dopo aver stabilito una “zona di sicurezza” Israele passò la responsabilità per gli affari civili a una milizia locale.

Tutto ciò è in violento contrasto con l’attuale operazione. Nonostante il fatto che controlli effettivamente larghe parti di Gaza, Israele tratta i suoi 2.3 milioni di abitanti come se vivessero in un vuoto. 

Per ovvie ragioni Israele considera illegittimo il governo di Hamas che ha governato la Striscia per 16 anni, ma non vede come un’alternativa adatta l’ANP, che amministra parti della Cisgiordania. Tale scenario minerebbe totalmente la politica di separazione israeliana: la stessa entità palestinese governerebbe entrambi i territori occupati e Israele dovrebbe fronteggiare una maggiore pressione per negoziare la creazione di uno Stato palestinese. 

Quindi fintanto che esiste il vuoto di potere a Gaza la destra può ottenere ciò che vuole: la guerra può continuare, Netanyahu può prolungare il suo periodo in carica e non ci può essere una vera possibilità di iniziare i negoziati di pace che adesso persino gli americani sembrano ansiosi di riprendere. Anche la destra messianica e nazionalista vuole mantenere questo limbo perché apre la porta alla possibilità della cosiddetta “migrazione volontaria” dei palestinesi da Gaza, il desiderio di Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, o alla “distruzione totale” dei centri popolati di Gaza, che è l’obiettivo del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Entrambi credono che le colonie israeliane con i tetti rossi [per evitare di essere bombardati dagli israeliani, ndt.] si trovino alla fine di questo periodo di limbo.

Due visioni per Gaza

Tuttavia l’esercito sembra stanco di questo vuoto. Esso gli prospetta solo infiniti combattimenti senza raggiungere un obiettivo, il burn-out fra i soldati e i riservisti e uno scontro crescente con gli americani, con cui l’establishment della difesa israeliana ha una relazione stretta ed esclusiva. L’invasione di Rafah ha solo aumentato il malcontento dell’esercito

L’occupazione del valico di Rafah con l’Egitto da parte di Israele ha ulteriormente compromesso l’idea che non abbia responsabilità per quello che succede a Gaza. Gallant ha correttamente riconosciuto che il controllo del valico di Rafah e del Corridoio Filadelfia ha portato Israele più vicino alla creazione di un governo militare nella Striscia: senza volerlo, e sicuramente senza ammetterlo, Israele sembra sul punto di governare Gaza come governa la Cisgiordania.

Gantz e Gallant hanno reagito a questa situazione in modi simili. Entrambi sono in stretto contatto con gli Stati Uniti e sono anche più esposti alle pressioni da parte delle famiglie degli ostaggi, il cui sostegno continua a crescere nell’opinione pubblica israeliana. Entrambi comprendono molto bene che i continui rifiuti di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich a discutere il “giorno dopo” impedisce qualsiasi possibilità di raggiungere un accordo per il rilascio degli ostaggi e li condanna a una morte lenta e certa nei tunnel di Hamas.

Le proposte di Gallant e Gantz per il governo palestinese non sono serie e non possono essere accettate da nessuna autorevole entità palestinese, araba o internazionale. Ma sono sufficienti a sfidare le preferenze di Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir per un limbo eterno, per provocare la loro scellerata rabbia e minare la stabilità del governo.

Le dichiarazioni di Gantz e Gallant esprimono anche un’ammissione inconscia che attualmente Israele si trova di fronte solo due possibilità concrete. La prima è un accordo che riconosca Gaza come parte integrante di qualsiasi entità politica palestinese, il che comporterebbe il ritorno dell’ANP e l’insediamento di un governo palestinese unitario. L’alternativa è una guerra di attrito che la destra messianica spera finirà con l’espulsione o l’annientamento de palestinesi, ma che più probabilmente finirà come la prima guerra del Libano: il ritiro di Israele sottoposto a una forte pressione militare e il radicamento di una abile formazione di guerriglieri sul confine israeliano.

Meron Rapoport è un editorialista di Local Call. 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Al canto di ‘bruciare Shu’afat’ e ‘spianare Gaza’, una moltitudine di persone partecipa alla marcia delle bandiere a Gerusalemme

Oren Ziv

6 giugno 2024 – +972Magazine

Ministri israeliani si sono uniti all’annuale celebrazione della conquista di Gerusalemme est, durante la quale slogan razzisti e aggressioni ai giornalisti sono diventati dominanti.

L’annuale Marcia delle Bandiere del “Giorno di Gerusalemme” è stata a lungo famigerata per la sua aperta ostentazione della supremazia ebraica. Ogni anno, in ricordo dell’occupazione israeliana di Gerusalemme est nel 1967 e della continuazione del controllo sulla città, decine di migliaia di ebrei israeliani, per la maggior parte giovani, si scatenano nella Città Vecchia, attaccano e aggrediscono gli abitanti palestinesi e gridano slogan razzisti – il tutto sotto la protezione della polizia.

Tuttavia, se in passato si poteva dire che solo alcuni dei gruppi partecipanti si comportavano in tal modo, quest’anno questa è diventata la norma. Incoraggiati dalla brutale guerra di vendetta del loro governo contro la Striscia di Gaza quasi tutti i gruppi che ieri pomeriggio si sono radunati alla Porta di Damasco prima della marcia si sono uniti alle incitazioni.

I cori includevano: “Che il tuo villaggio possa bruciare”, “Shuafat va a fuoco”, “Maometto è morto” e il canto di vendetta genocida che comprende una ingiunzione biblica trasferita sui palestinesi: “Possa il loro nome essere cancellato”. Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il ministro delle finanze Bezalel Smotrich sono arrivati entrambi alla Porta di Damasco con le loro guardie del corpo verso la fine dei festeggiamenti e si sono uniti gioiosamente a coloro che festeggiavano mentre cantavano e danzavano.

Oltre ai cori, alcuni partecipanti recavano bandiere del gruppo suprematista ebraico Lehava e cartelli con le scritte: “Un proiettile nella testa di ogni terrorista” e “Kahane aveva ragione”. Alcuni si riferivano esplicitamente all’attuale attacco a Gaza, auspicando di “spianare Rafah” e sventolavano la bandiera di Gush Katif, il blocco di insediamenti israeliani evacuato come parte del “disimpegno” del 2005 e che molta parte della destra israeliana spera di vedere ricostruito. Alcuni portavano cartelli raffiguranti gli ostaggi ancora in mano a Hamas a Gaza.

Tuttavia il focus principale per i partecipanti non era Gaza, ma il Monte del Tempio/Moschea di Haram al-Sharif. La giornata è iniziata con più di 1000 ebrei che sono saliti alla spianata, che è sacra sia per gli ebrei che per i musulmani e amministrata congiuntamente dalla polizia israeliana e dalla fondazione islamica Waqf. Molti di loro avevano bandiere israeliane e alcuni hanno violato lo “status quo” di lunga data del sito mettendosi a pregare.

Erano guidati da attivisti che intendono non solo permettere agli ebrei di pregare nel sito, ma ricostruire un tempio ebraico sul sito della Moschea di Al-Aqsa e della Cupola della Roccia. Nella marcia un gruppo di giovani indossava magliette raffiguranti la Cupola della Roccia demolita.

A parte arrestare una manciata di manifestanti che hanno aggredito dei giornalisti, la polizia – compresi il capo della polizia e diversi comandanti di alto grado – non ha fatto niente per impedire o punire le istigazioni. Questa mancanza di intervento era particolarmente spudorata vista la repressione seguita al 7 ottobre, che ha visto la polizia arrestare e accusare di istigazione a delinquere centinaia di cittadini palestinesi per essersi opposti alla guerra di Gaza sia sui social media che in piccole proteste nonviolente.

Questo doppio standard è intrinseco alla politica del governo: ciò che conta non è il contenuto di quel che viene detto, ma chi lo dice. Così, mentre i palestinesi vengono arrestati per i post sui social media, agli ebrei viene lasciato libero sfogo per celebrare il Giorno di Gerusalemme aggredendo i palestinesi e auspicando la loro morte.

Giornalisti aggrediti

Le violenze sono iniziate circa alle 13. A quell’ora la polizia aveva già sgombrato un percorso attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia costringendo gli abitanti palestinesi a restare dentro le loro case e i proprietari di negozi a chiuderli.

Perciò i soli obbiettivi rimasti verso cui i primi arrivati per partecipare ai festeggiamenti hanno potuto dirigere la propria rabbia erano alcuni giornalisti già arrivati per documentare la marcia. Il giornalista palestinese Saif Kwasmi è stato aggredito dalla folla, mentre anche il giornalista di Haaretz Nir Hasson è stato gettato a terra e preso a calci. Ma invece di arrestare qualcuno dei manifestanti, la polizia in seguito ha fermato e interrogato Kwasmi, che è stato accusato di istigazione.

La maggior parte dei giornalisti non è riuscita ad arrivare vicino ai manifestanti. Prima dell’arrivo del grosso della folla la polizia ha spinto tutti i giornalisti in una piccola area prospicente la Porta di Damasco: secondo i comandanti della polizia permettere ai giornalisti di seguire i partecipanti attraverso la Città Vecchia sarebbe stata una provocazione pericolosa, data l’ostilità dei manifestanti nei confronti dei media.

Dopo parecchie ore e molte richieste all’ufficio del capo della polizia ai giornalisti è stato permesso di andare in mezzo alla folla festante, ma solo dopo essere stati avvisati che lo facevano a proprio rischio. A quel punto i manifestanti avevano già lanciato molte bottiglie di plastica nella zona della stampa e schernito i giornalisti dal basso.

Poco prima della fine delle celebrazioni Ben Gvir è arrivato alla Porta di Damasco. Circondato da una folta scorta che impediva ai giornalisti di avvicinarsi e fare domande, il ministro ha colto l’opportunità di dichiarare il proprio totale ripudio del delicato status quo religioso sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif, che ha da tempo statuito che gli ebrei hanno il diritto di visitare il sito, ma non di pregarvi.

Sono tornato qui per mandare un messaggio a Hamas e in ogni casa a Gaza e in Libano: Gerusalemme è nostra. La Porta di Damasco è nostra. Il Monte del Tempio è nostro”, ha proclamato. “Oggi, seguendo le mie indicazioni, gli ebrei sono entrati liberamente nella Città Vecchia e hanno pregato liberamente sul Monte del Tempio. Lo diciamo nel modo più semplice: tutto questo è nostro.”

Nelle precedenti marce per il Giorno di Gerusalemme Ben Gvir era solo uno dei partecipanti. Oggi è il ministro in carica della polizia, che è responsabile della sicurezza della marcia e della facilitazione della salita degli ebrei alla spianata di Al-Aqsa. Benché il primo ministro benjamin netanyahu abbia preso le distanze dalla dichiarata intenzione di Ben Gvir di sovvertire lo status quo, in ultima istanza è il ministro della sicurezza nazionale ad imporre la linea di condotta.

Una volta il Giorno di Gerusalemme era un evento eccezionale, in cui il razzismo e la supremazia ebraica che da sempre sono esistiti nella società israeliana si rendevano evidenti a tutti. Ma oggi, mentre l’orgia di vendetta dell’esercito prosegue a Gaza con l’attivo sostegno della maggior parte degli israeliani, tra la crescente violenza dell’esercito e dei coloni in Cisgiordania e le campagne di persecuzione e silenziamento del dissenso all’interno della Linea Verde, la Marcia delle Bandiere è diventata solo un ulteriore esempio di come Israele abbia normalizzato l’estremismo.

Oren Ziv è un fotogiornalista, lavora per Local Call ed è membro fondatore del collettivo di fotografia ‘Activestills’.

(Traduzione dall’inglese di cristiana Cavagna)




L’ordine giuridico internazionale deve essere restaurato – e Gaza ne fa parte”

Ghousoon Bisharat

24 maggio 2024 – +972 Magazine

Il direttore di Al Mezan, Issam Younis, spiega gli ostacoli e le opportunità per i palestinesi dopo gli importanti interventi dei principali tribunali internazionali.

In una settimana frenetica per gli sviluppi globali in campo giuridico due dei più importanti tribunali internazionali hanno compiuto passi fondamentali per affrontare la guerra che infuria a Gaza dagli attacchi del 7 ottobre.

Il 20 maggio il procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI), Karim Khan, ha annunciato di aver emesso i mandati di arresto per diversi importanti leader israeliani e di Hamas per crimini di guerra e contro l’umanità: il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, che ha accusato di aver ridotto intenzionalmente alla fame e diretto attacchi contro civili palestinesi a Gaza; e Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh, ritenuti responsabili di aver diretto l’uccisione e il rapimento di civili israeliani il 7 ottobre.

Poi, il 24 maggio, nellambito del processo in corso in seguito alle accuse di genocidio portate dal Sudafrica contro Israele, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha ordinato a Israele di cessare immediatamente linvasione di terra di Rafah, in corso da settimane, e di riaprire il valico di Rafah con lEgitto per consentire lingresso di aiuti umanitari e osservatori su mandato delle Nazioni Unite, e ha ribadito la sua richiesta per il rilascio immediato di tutti gli ostaggi israeliani ancora detenuti a Gaza.

Per comprendere il significato di questi sviluppi +972 ha parlato con Issam Younis, direttore del Centro Al Mezan per i diritti umani con sede a Gaza, ed ex commissario generale della Commissione Indipendente Palestinese per i Diritti Umani. Younis è stato sfollato con la sua famiglia dalla città di Gaza all’inizio della guerra, prima di lasciare la Striscia per il Cairo, dove si trova attualmente.

Nel corso di una intervista che tocca molti temi Younis ha [detto di aver] accolto favorevolmente le richieste di mandato di arresto avanzate da Khan, sottolineando la necessità di utilizzare ogni strumento legale per porre Israele di fronte alle proprie responsabilità; contemporaneamente ha visto la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia come un passo significativo per assicurare un cessate il fuoco permanente a Gaza. Tuttavia, ha avvertito Younis, il sistema globale del diritto internazionale si trova con ogni evidenza ad un punto di rottura.

I palestinesi, ha spiegato, sentono che esiste una cronica contraddizione” tra la loro ricerca della giustizia e un mondo in cui le norme del diritto internazionale vengono applicate selettivamente solo a determinati attori. Gaza, secondo Younis, è quindi un test per lordine giuridico, poiché i Paesi del Sud del mondo combattono per sostenere le convinzioni etiche enunciate dal Nord del mondo quasi ottantanni fa.

Younis ha inoltre sostenuto che prendere di mira Netanyahu e Gallant sia stata la cosa facile da fare”, poiché sono i volti pubblici impopolari della campagna militare israeliana. Ma ha sottolineato che la CPI deve perseguire una serie di funzionari che hanno eseguito i crimini, compresi quelli esaminati dallindagine più estesa della Corte sui territori occupati, come lespansione degli insediamenti coloniali in Cisgiordania. Tuttavia Younis è rimasto cautamente ottimista: La giustizia non si ottiene con un knockout, ma con una vittoria ai punti”, ha detto.

L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Molti palestinesi avvertono da tempo che il diritto internazionale non è riuscito a proteggerli o a far progredire la loro lotta, questo fallimento è culminato in ciò che vediamo oggi a Gaza. Avendo dedicato la vita a questo tema, cosa direbbe ai suoi connazionali palestinesi su come considerare gli attuali sviluppi giuridici?

Ci sono due risposte alla richiesta di mandati di arresto di Khan. La prima è che siamo ottimisti sul lungo termine, sul piano strategico. Non siamo ingenui e siamo consapevoli che il diritto internazionale è il prodotto di ciò che gli Stati accettano per proprio vantaggio. Ma cerchiamo il più possibile di utilizzare questi strumenti esistenti. Come scrisse il poeta Al-Tughrai, come sarebbe angusta la vita senza uno spazio per la speranza”, quindi dobbiamo mantenere viva la speranza.

La seconda risposta richiede la comprensione del sistema giuridico internazionale. Le Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra e altri regolamenti e istituzioni del dopoguerra furono istituiti dai vincitori per proteggere la pace e la sicurezza internazionale, mantenere lordine globale e facilitare la cooperazione internazionale. Queste regole sono diventate troppo restrittive per affrontare le ingiustizie esistenti nel mondo, al punto che il diritto internazionale ora si applica chiaramente solo ad alcuni Paesi e ad alcuni esseri umani, ma non a tutti. Come si può spiegare altrimenti questa iniquità [nella risposta dei Paesi occidentali a Gaza]?

Naturalmente lo status quo [dellapplicazione selettiva del diritto internazionale] è pericoloso. Mette in luce la crisi dellintero sistema. Il genocidio di Gaza conferma che questo ordine internazionale è obsolescente; le regole del 1945 non possono reggere al giorno doggi. Ma fa ancora parte del nostro sistema come palestinesi. Se riusciamo a ottenere giustizia attraverso questi recenti sviluppi, bene; se non possiamo, è unopportunità per massimizzare il nostro impegno politico e legale e dimostrare lassenza di giustizia.

I palestinesi di tutto il mondo – sia in Cisgiordania che a Gaza, a Gerusalemme, nella diaspora o allinterno di Israele – sentono che esiste una cronica contraddizione tra la giustizia e la realtà del mondo. Lassalto a Gaza, in quanto [segnale di] uno scadimento quanto mai brutale e criminale dei valori morali e legali, ha messo [la mancanza di giustizia] in cima allagenda mondiale.

Eppure ai palestinesi dico: non importa quanto brutale e criminale sia la situazione, la giustizia prevarrà. Perché non importa quanto le persone si abituino alla vista del sangue e della morte, questa è una situazione anormale. Non è giusto e un giorno le cose cambieranno. La giustizia non si ottiene con un knockout, ma con una vittoria ai punti, e la vittima deve sempre fare buon uso degli strumenti a sua disposizione.

C’è un chiaro movimento in tutto il mondo: ci sono proteste di massa nelle strade e nei campus. La guerra di Gaza non sta solo sconvolgendo lordine globale, ma rivelando una nuova relazione tra il Nord e il Sud del mondo. Il fatto che il Sudafrica abbia portato avanti il ​​caso di genocidio davanti alla CIG non è stato solo simbolico; lo schierarsi degli Stati del Sud, dichiarato o meno, è importante.

Laltra parte del mondo, gli europei bianchi del Nord, devono rendersi conto che le cose non sono più come prima. Lordine internazionale ha bisogno di essere restaurato e Gaza ne fa parte. Pensavamo che, nonostante il divario tra Sud e Nord, spartissimo alcuni valori con lintera comunità internazionale, solo per scoprire che anche i concetti [più basilari] non sono condivisi.

La prova di questa iniquità è che la guerra a Gaza è ancora in corso dopo otto mesi e che luccisione di [oltre 15.000] bambini è un argomento controverso. Finché il mondo non interviene, continua a inviare spedizioni di armi e a dare sostegno politico, significa che il mondo accetta luccisione di bambini perché non sono bianchi e crede che ogni palestinese sia uno scudo umano, un terrorista, o un ostacolo sul cammino di un nuovo Medio Oriente.

Cosa ne pensa della decisione odierna della CIG?

E’ una evoluzione molto significativa – un passo cruciale [non solo] per porre fine al genocidio a Gaza, ma anche per aprire la strada affinché Israele sia ritenuto responsabile del crimine di genocidio.

La CIG chiede a Israele di fermare immediatamente la sua offensiva militare e qualsiasi altra azione nel Governatorato di Rafah che possa infliggere alla comunità palestinese di Gaza condizioni di vita tali da poter portare alla sua distruzione fisica totale o parziale”. Intendo questo messaggio come una richiesta di cessate il fuoco: la CIG ordina a Israele di interrompere le sue operazioni militari in tutta la Striscia di Gaza, aggiungendo poi una virgola molto importante seguita da qualsiasi altra azione nel Governatorato di Rafah”.

Secondo me con queste parole la CIG ordina a Israele di porre fine del tutto alla guerra, anche se mi aspettavo che la Corte fosse più chiara [nella sua formulazione].

Cosa pensano i palestinesi di Gaza riguardo a questi sviluppi presso la CPI e la CIG?

La gente a Gaza è estremamente arrabbiata con lintero ordine globale e con le istituzioni giuridiche esistenti. Il tempo si misura con i loro cadaveri e gli altri sono vivi solo per caso. Si sentono abbandonati e sentono che il mondo è complice di ciò che sta accadendo loro. Finché non fermerai questa guerra, ne farai parte.

Le ONG palestinesi come Al Mezan hanno collaborato con la CPI sulle indagini riguardanti casi che risalgono alla guerra del 2014. Cosa ne pensa della lentezza delle indagini, che non hanno ancora prodotto alcuna accusa, e della rapidità di quelle avviate in seguito alla guerra in corso?

L’origine della storia risale alla guerra di Gaza del 2008-2009. Ci siamo rivolti allallora procuratore della CPI, il signor Luis Moreno Ocampo, e abbiamo chiesto di indagare [sulla condotta di Israele durante la guerra] come violazione dello Statuto di Roma. Tre anni dopo Ocampo ci ha risposto dicendo che lo status giuridico dello Stato di Palestina non era chiaro alle tre principali istituzioni – lAssemblea Generale dell’ONU, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e gli Stati parti dello Statuto di Roma – per cui non poteva aprire un’indagine.

Quando nel novembre 2012 la Palestina è diventata uno Stato osservatore non membro dellAssemblea Generale dell’ONU abbiamo avuto una nuova apertura: la Palestina aveva ora il carattere” di uno Stato che poteva firmare lo Statuto di Roma, e così è diventata una dei 124 aderenti alla CPI.

Otto anni dopo la procuratrice della CPI, Fatou Bensouda, ha deciso che esisteva un fondamento in merito e la Camera Preliminare [dopo aver confermato lo status della Palestina come Stato] ha consentito lapertura di unindagine nel 2021. Da allora, lindagine non ha progredito di un solo millimetro, nonostante le numerose guerre lanciate contro Gaza, la continuazione del blocco e altri crimini.

Quindi penso che la recente decisione di Khan suggerisca che non può rimanere in silenzio di fronte a questa ferocia. Mostra anche lentità della pressione esercitata sulla Corte.

La richiesta di Khan di emettere mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant – entrambi personaggi politici impopolari e indesiderabili per molti, compresi gli Stati Uniti – è stata la cosa più facile da fare. Il mondo si è reso conto, anche se tardivamente, che Netanyahu rappresenta un ostacolo. E per quanto riguarda Gallant, le sue dichiarazioni dicono Stiamo combattendo animali umani” e Ho ordinato un assedio completo alla Striscia di Gaza. Non ci sarà né elettricità, né cibo, né carburante” sono la prova di una politica brutale. Il procuratore non poteva rimanere neutrale.

L’aver scelto il percorso facile spiega perché non ci sono mandati di arresto per coloro che hanno eseguito e ordinato tali crimini: gli ufficiali militari e della sicurezza e tutti gli altri membri del gabinetto di guerra israeliano. Il criminale, secondo lo Statuto di Roma, è colui che ha ordinato, eseguito, assistito e perfino consentito il crimine, per cui è impensabile impartire ordini ad altri che non siano direttamente responsabili.

Perché il procuratore ha chiesto mandati di arresto relativi solo ai reati a partire dal 7 ottobre?

Spero che questo sia il primo round. Il dovere del procuratore è quello di esaminare tutti i crimini che minacciano la pace e la sicurezza internazionale e di analizzare lintero fascicolo, senza essere selettivo e parziale.

Ma sembra che sia sotto pressione e non potrebbe andare oltre la data del 7 ottobre. Se lo facesse, significherebbe aprire il dossier sugli insediamenti coloniali [in Cisgiordania]. Per i palestinesi le colonie non sono meno pericolose della guerra in atto perché hanno il fine di eliminare ogni possibilità di esistenza per il popolo palestinese. Il trasferimento di una popolazione in territori occupati è un crimine grave ai sensi dello Statuto di Roma e delle Convenzioni di Ginevra. Mi aspettavo che ciò entrasse a far parte del processo in corso presso la CPI, ma sembra che questo sia il massimo che Khan può fare adesso.

La pressione su di lui spiega anche perché ha scelto di richiedere mandati contro tre membri di Hamas e solo due israeliani. Inoltre, i palestinesi sono accusati di otto crimini, gli israeliani di sette, e solo i palestinesi sono accusati di tortura, maltrattamenti, ecc., mentre non vengono nemmeno citati i crimini di rapimento, sparizione e detenzione di palestinesi nelle carceri militari israeliane. Lavoro in questo campo da 35 anni, e non ho mai visto una tale brutalità [contro i prigionieri]: 27 palestinesi sono stati uccisi nelle carceri israeliane: non combattenti illegali”, ma lavoratori che si trovavano sul posto di lavoro quando Hamas ha lanciato il suo attacco, tutti passati attraverso controlli di sicurezza e in possesso del permesso di lavorare in Israele.

Inoltre il procuratore ha scelto di non menzionare il reato di genocidio. Eppure quello che sta accadendo ora è un genocidio in tutti i sensi, e prove attendibili [di questo] sono state presentate dal team legale sudafricano davanti alla CIG.

Una questione chiave riguardo allintervento della CPI è la complementarità (ovvero Israele che indaga su sé stesso). Quale è stata lesperienza di Al Mezan sul modo di perseguire l’accertamento di responsabilità da parte del sistema giudiziario israeliano?

In quanto organizzazione per i diritti umani, trattiamo con lautorità esistente purché garantisca un certo rispetto per i diritti umani dei cittadini. Tra le parti con cui abbiamo collaborato, ad esempio, c’è il Corpo dellAvvocatura Generale Militare Israeliana (MAG Corps). Durante la guerra del 2014 e prima abbiamo presentato centinaia di richieste sui crimini più gravi commessi. La stragrande maggioranza dei casi non è stata oggetto di indagini, ad eccezione di quelli riguardanti la disciplina militare, come il caso di un soldato che ha rubato una carta di credito. Non c’è stata alcuna indagine sugli omicidi di intere famiglie cancellate dall’anagrafe o sulla distruzione di un ospedale. Ma dobbiamo sfruttare tutti i mezzi di contenzioso a livello nazionale di fronte alla potenza occupante.

Israele è quasi l’unico Paese al mondo in cui la magistratura boicotta le vittime. Ciò è delineato nella modifica del 2012 della legge sulla responsabilità dello Stato [n. 8]. In molti paesi, le vittime boicottano il sistema giudiziario perché lo considerano non indipendente, imparziale o neutrale.

Il nostro criterio è stato: Siamo di Gaza e i giudici israeliani devono renderci giustizia”, ma loro forniscono sempre copertura politica e legale [allo Stato]. Una vittima [che noi rappresentavamo] ha perso la sua casa nel 2008 e l’ha ricostruita, nel 2012 un suo familiare è stato ucciso e nel 2014 lesercito ha nuovamente distrutto la sua casa. Nessun tribunale israeliano gli ha reso giustizia. Allora dove deve rivolgersi? Il principio di complementarità è fondamentale, ma nel caso di Israele, la sua magistratura non può garantire giustizia ai palestinesi.

Come considera la reazione degli Stati Uniti alle notizie della CPI?

Gli Stati Uniti sono parte del problema, non parte della soluzione. Gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni sulla Corte e quando la precedente procuratrice Fatou Bensouda ha aperto unindagine, è stata punita: lamministrazione Trump ha revocato i visti a Bensouda e ad altri collaboratori, oltre ad altre misure di ritorsione. Durante lamministrazione Bush, gli Stati Uniti hanno anche firmato accordi con la maggior parte degli Stati firmatari dello Statuto di Roma per non estradare o detenere alcun cittadino americano accusato di crimini di guerra, garantendo così limmunità ai propri soldati. Questa settimana, i senatori statunitensi hanno firmato dichiarazioni minacciose contro la Corte. Ciò non ha precedenti.

Cosa ci si può aspettare da un Paese che pensa e agisce in questo modo? Se gli Stati Uniti avessero voluto porre fine alla guerra lavrebbero fatto in cinque minuti, con una telefonata di Biden. Per gli Stati Uniti, il tribunale è eccellente purché emetta un mandato di arresto per Putin, ma diventa un problema quando si occupa di altri casi che riguardano suoi stretti alleati. Gli Stati Uniti stanno trascinando il mondo verso situazioni pericolose e persino catastrofiche.

Cosa significano i mandati per gli obblighi della Palestina in quanto firmataria dello Statuto di Roma – compreso il fatto che Sinwar e Deif si trovano in territorio palestinese?

Conveniamo sul fatto che lo Stato di Palestina non esercita alcun tipo di sovranità ed è uno Stato sotto occupazione. È uno Stato virtuale. Se lo stesso Presidente vuole spostarsi da un luogo all’altro della Cisgiordania o al di fuori di essa ha bisogno dell’approvazione degli israeliani. Il mondo è consapevole che lAutorità Nazionale Palestinese non ha alcun potere per arrestare nessuno. Vuole adempiere ai suoi doveri legali come Stato indipendente, ma non può.

[Riguardo ad Hamas], non siamo noi a stabilire il diritto internazionale, ma ci sono regole che valgono per tutti e che tutti devono rispettare. La resistenza e la lotta fanno parte della natura umana, che cerca di porre l’accento sulla moralità e le leggi umanitarie che il mondo civilizzato ha accettato per sé. C’è sempre bisogno di riflettere sui mezzi di resistenza e su come ottenere i migliori risultati possibili. La resistenza ha sempre bisogno di riesaminare sé stessa, ma ciò non nega che esiste unoccupazione e ad essa bisogna resistere.

La domanda più importante è come può il popolo palestinese fare ciò mentre è sottoposto a questa ferocia e aggressione. Alla fine, lalbero della vita è sempreverde e la teoria è grigia.

È necessario porre fine a questo conflitto e fornire ai palestinesi tutte le risorse morali, legali e umanitarie affinché possano esercitare il loro diritto allautodeterminazione. A proposito, non si tratta solo del diritto al proprio Stato; sono contrario allidea che il problema dei palestinesi sia che non hanno uno Stato. In effetti, il popolo palestinese rivendica il diritto allautodeterminazione affinché possiamo decidere del nostro destino. E se non volessimo uno Stato?

Questa è la prima volta che i leader palestinesi vengono formalmente accusati di crimini di guerra internazionali. Cosa significa questo per la lotta e la resistenza palestinese? La mossa della CPI significa che ci sono linee rosse anche per la resistenza?

Come organizzazioni per i diritti umani crediamo che chiunque violi lo Statuto di Roma, indipendentemente dalla sua nazionalità, debba essere assicurato alla giustizia e assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Sono dellopinione che, anche se questa decisione di richiedere mandati di arresto contro Sinwar, Deif e Haniyeh è inaccettabile per alcuni palestinesi, questa è unopportunità per qualsiasi imputato per presentarsi davanti alla Corte, difendere la propria versione, contestualizzare le cose e presentare prove. In definitiva, anche se vengono emessi mandati, gli accusati sono sempre innocenti fino a prova contraria.

Non siamo noi a decidere cosa sia un crimine di guerra: alla fine lo deciderà il tribunale. Ma la Corte stessa deve essere totalmente credibile e non politicizzare la questione, perché il sistema internazionale è ora messo alla prova. E continuiamo a chiedere ad alta voce: Chi sta commettendo un genocidio?”

Per quanto riguarda la scelta tra resistere o negoziare [con Israele], secondo me, entrambe le scelte sono problematiche finché non hanno il consenso della gente. Pagheremo un prezzo per entrambe le opzioni, ma siamo pronti a farlo. La questione importante è che esiste una causa giusta e noi vogliamo porre fine alloccupazione, ma c’è uno sforzo organizzato per inquadrare ogni nostra azione come immorale.

E’ fiducioso sul fatto che il mondo rispetterà i mandati di arresto?

Continuiamo a credere che il mantenimento della sicurezza internazionale, della stabilità e della pace sia un dovere internazionale. È interessante che un Paese che fornisce copertura per il genocidio, come la Germania, affermi che le decisioni della Corte devono essere rispettate. La mancata attuazione di queste decisioni significherebbe che il mondo ha dimenticato lo Stato di diritto e sta passando alle regole della giungla.

In che modo la richiesta di mandati darresto da parte della CPI potrebbe influenzare il procedimento giudiziario presso la CIG?

Sono due ambiti diversi e ogni tribunale gode di piena indipendenza, senza alcun rapporto ufficiale tra loro. Ma dal momento che la CIG sta discutendo il caso del genocidio, ciò può aiutare il procuratore della CPI nelle accuse contro gli israeliani incriminati. Senza dubbio, il procedimento presso la CIG aiuta a creare lambiente appropriato [per le azioni della CPI]. LCIG ha accettato la richiesta del Sud Africa, il che significa che esiste un fondamento per la richiesta. Spetta alla Corte decidere nel merito, ma da un punto di vista procedurale il procuratore della CPI non avrebbe dovuto aver paura di portare avanti le accuse di genocidio contro i singoli israeliani.

Lei e la sua famiglia avete lasciato Gaza a dicembre e ora vi trovate al Cairo. Come vi sentite in questo momento?

Siamo vivi per caso e ci troviamo ancora in bilico tra la vita e la morte. La cosa più importante per me è essere forte e sostenere mia moglie e i miei figli. Sono al Cairo, ma il mio cuore e la mia mente sono con la mia famiglia, i miei vicini, i miei colleghi e i miei amici a Gaza.

Abbiamo perso le nostre case e le proprietà. Sono stato costretto a lasciare la mia casa nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City il 13 ottobre. La mia casa e il mio ufficio sono stati gravemente danneggiati e lintero edificio di mio figlio è stato distrutto, colpito da un missile. Siamo stati sfollati a Rafah per alcuni mesi, a differenza di molti altri che sono stati uccisi quando le loro case sono state prese di mira, e abbiamo lasciato Gaza il 3 dicembre.

Ciò che abbiamo vissuto a Gaza è stato incredibile. Non dimenticherò mai la paura della cintura di fuoco dei bombardamenti. Immagini il rumore degli spari di un fucile automatico; ora immagini la stessa cosa dagli aeroplani. Con lanci a intervalli regolari, di pochi secondi tra loro, in una zona residenziale piena di bambini e donne. Lo stato di terrore è indescrivibile. Ho perso molti familiari e amici. Cerco di non ascoltare le notizie, perché le notizie ti portano sempre i nomi delle persone che sono state uccise.

Tornerà a Gaza?

Sì, naturalmente. Quando la guerra finirà voglio tornare indietro e contribuire alla ricostruzione di Gaza. Non c’è dignità se non nella propria patria. Voglio tornare indietro, ma la mia famiglia potrebbe non tornare perché non ci sono case, ospedali, scuole o università.

Capisco chi afferma di non poter tornare, perché tutte le cose necessarie alla vita sono state completamente distrutte. Capisco i giovani che sono riusciti ad andare via e non vogliono tornare. Ma tornerò per ricostruire Gaza per le giovani generazioni, per i miei figli e nipoti.

Ghousoon Bisharat è la redattrice capo della rivista +972.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In che modo Israele distorce le accuse di antisemitismo per proiettare i propri crimini sui palestinesi

Amos Goldberg e Alon Confino

21 maggio 2024 – +972 Magazine

Il contenuto delle istigazioni attribuite da Israele e dai suoi sostenitori ai palestinesi viene apertamente affermato dai politici israeliani e attuato dallesercito israeliano.

Sulla scia della proliferazione di accampamenti studenteschi filo-palestinesi nei campus universitari americani, le accuse di antisemitismo sono tornate al centro del discorso politico statunitense e globale. Indubbiamente, come hanno sottolineato Peter Beinart e altri, in alcune di queste proteste sono apparse espressioni di antisemitismo, ma la loro prevalenza è stata notevolmente esagerata. In effetti, influenti personaggi ebrei e non ebrei nei media e nella politica hanno deliberatamente cercato di creare un panico morale pubblico confondendo le dure critiche a Israele e al sionismo con lantisemitismo.

Questa fusione è il risultato di una campagna decennale condotta da Israele e dai suoi sostenitori in tutto il mondo per ostacolare lopposizione alle violente politiche statali di occupazione, apartheid e dominio sui palestinesi, che negli ultimi sette mesi hanno assunto proporzioni immense e plausibilmente genocide.

Questa strategia non è solo cinica, ipocrita e dannosa per la lotta essenziale contro il vero antisemitismo. Permette anche a Israele e ai suoi sostenitori, come qui sosterremo, di negare i crimini e il discorso violento di Israele invertendoli e proiettandoli sui palestinesi e sui loro sostenitori, e chiamando ciò antisemitismo.

Questo meccanismo psico-discorsivo di inversione e proiezione è alla base del documento fondamentale della cosiddetta lotta contro lantisemitismo”: la definizione di antisemitismo dell International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per la Memoria dellOlocausto] (IHRA), che Israele e i suoi alleati promuovono aggressivamente in tutto il mondo.

In risposta alle proteste studentesche la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha recentemente approvato un disegno di legge che, se approvato dal Senato, trasformerebbe in legge questa definizione, nonostante il fatto che la stessa IHRA la descriva come una definizione operativa giuridicamente non vincolante.”

Inversione e proiezione attraverso una definizione

L’IHRA è un’influente organizzazione internazionale composta da 35 Stati membri principalmente del Nord del mondo (compresi Israele e l’Europa orientale). Nel 2016 lorganizzazione ha adottato una definizione operativa di antisemitismo che include una vaga connessione dellantisemitismo all’ odio verso gli ebrei” insieme a 11 esempi che pretendono di illustrarlo; sette di questi si concentrano su Israele, equiparando essenzialmente allantisemitismo la critica a Israele e lopposizione al sionismo. Ciò ha quindi scatenato enormi polemiche nel mondo ebraico e non solo, nonostante la sua adozione da parte di decine di Paesi e centinaia di organizzazioni, da università a società calcistiche.

Nel corso degli anni sono stati registrati infiniti esempi che dimostrano come questa definizione serva a frenare la libertà di parola, a mettere a tacere le critiche nei confronti di Israele perseguendo chiunque le muova. Tanto che Kenneth Stern, che è stato il principale estensore della definizione, ne è diventato il principale oppositore. Definizioni alternative come la Dichiarazione di Gerusalemme sullantisemitismo (tra i cui promotori e redattori figurano gli autori di questo articolo) sono state suggerite come strumenti più accurati e meno politicamente distorti da utilizzare per scopi educativi nella lotta allantisemitismo.

Fondamentalmente, la definizione dellIHRA è una manifestazione del meccanismo di inversione e proiezione attraverso il quale Israele e i suoi sostenitori negano i crimini di Israele e li attribuiscono ai palestinesi. Uno degli esempi della definizione afferma, ad esempio, che negare al popolo ebraico il diritto allautodeterminazione” è antisemita. Eppure la politica ufficiale di Israele di insediamento coloniale, occupazione e annessione negli ultimi decenni ha negato al popolo palestinese il diritto allautodeterminazione.

Questa politica è stata intensificata sotto Benjamin Netanyahu, che nel gennaio 2024 ha pubblicamente promesso di opporsi a qualsiasi tentativo di creare uno Stato palestinese. Inoltre, facendo eco alla Legge sullo Stato-Nazione ebraico del 2018, i principi guida fondamentali della coalizione di governo dichiarano che il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su tutte le aree della Terra di Israele”. Mentre Israele ostacola attivamente lautodeterminazione palestinese, la definizione dellIHRA inverte questa affermazione e la proietta sugli stessi palestinesi, definendola antisemitismo.

Secondo la definizione dellIHRA fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista” è un altro esempio di antisemitismo. Anche qui il modello di inversione e proiezione è evidente, poiché Israele e i suoi sostenitori collegano continuamente gli arabi e soprattutto i palestinesi ai nazisti.

Questo è un discorso profondamente radicato e molto popolare in Israele. Parte da David Ben-Gurion, il primo presidente del consiglio israeliano, che vedeva gli arabi che combattevano Israele come i successori dei nazisti e giunge fino a Benjamin Netanyahu, che sostiene che Hamas è il nuovo nazismo e al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha recentemente affermato che ci sono 2 milioni di nazisti nella Cisgiordania occupata.

Alla luce di queste ipocrisie, laffermazione contenuta nella definizione dellIHRA secondo cui applicare doppi standard” nei giudizi morali su Israele è antisemita è un ulteriore esempio di questo meccanismo di inversione e proiezione. La stessa definizione dellIHRA utilizza doppi standard: mentre a Israele è consentito negare ai palestinesi il diritto allautodeterminazione e paragonarli ai nazisti, la definizione afferma che negare agli ebrei il diritto allautodeterminazione e tracciare collegamenti tra la politica israeliana e quella nazista è antisemita.

In difesa del genocidio

Come rilevato durante la recente audizione al Congresso degli Stati Uniti di tre rettrici di università americane d’élite, questo meccanismo psico-discorsivo va oltre la definizione dellIHRA. Un momento chiave ha fatto seguito alla domanda della deputata repubblicana Elise Stefanik alle rettrici se le loro istituzioni avrebbero tollerato le denunce riguardanti il genocidio contro gli ebrei.

“Presumo che lei abbia familiarità con il termine intifada, giusto?” ha chiesto Stefanik a Claudine Gay, rettrice dell’Università di Harvard. E lei comprende,” ha continuato, che luso del termine intifada nel contesto del conflitto arabo-israeliano è effettivamente un appello alla resistenza armata violenta contro lo Stato di Israele, compresa la violenza contro i civili e il genocidio degli ebrei. Ne è a consapevole?”

Questa equazione tra intifada e genocidio è infondata: intifada è la parola araba per una rivolta popolare contro loppressione e per la liberazione e la libertà (il verbo intafad انتفاض significa letteralmente scrollarsi di dosso”). Si tratta di un appello all’emancipazione ripetuto più volte nel mondo arabo contro i regimi oppressivi, e non solo contro Israele. Unintifada può essere violenta, come lo è stata la Seconda Intifada in Israele-Palestina tra il 2000 e il 2005, o non violenta, come lo è stata in larga misura la Prima Intifada tra il 1987 e il 1991, o l’“Intifada di WhatsApp” in Libano nel 2019. Detto questo, l’unica traccia di genocidio risiede nell’immaginazione di Stefanik e dei suoi pari. Questo è stato un momento fatale: Stefanik ha teso una trappola a Gay e Gay ci è caduta.

Un altro esempio di falsa e insidiosa accusa è laffermazione di Israele e dei suoi sostenitori secondo cui lo slogan di liberazione palestinese Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” sarebbe genocida e antisemita. Come hanno sostenuto gli storici Maha Nasser, Rashid Khalidi e altri, la stragrande maggioranza dei palestinesi e dei loro sostenitori che scandiscono questo slogan vuole semplicemente dire che la terra della Palestina storica sarà liberata politicamente – nel ripudio assoluto dellattuale realtà della mancanza di libertà sotto varie forme per i palestinesi che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Ciò potrebbe assumere la forma di uno Stato con uguali diritti per tutti, di due Stati nazionali completamente indipendenti o di una sorta di accordo binazionale o confederale.

In entrambi questi casi, Israele e i suoi sostenitori trovano un appello al genocidio contro gli ebrei laddove questo non esiste. Eppure in Israele, dopo i massacri e le atrocità del 7 ottobre, solo nei primi tre mesi molti leader israeliani, ministri del gabinetto di guerra, politici, giornalisti e rabbini hanno invocato esplicitamente e apertamente un genocidio a Gaza in più di 500 casi documentati, alcuni dei quali nel corso di programmi televisivi in prima serata. Ciò è stato evidenziato in modo scioccante davanti agli occhi del mondo intero nella causa che il Sud Africa ha presentato contro Israele a dicembre presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ).

Tra di loro, ad esempio, il presidente Isaac Herzog, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu. Più recentemente, linfluente rabbino Eliyahu Mali ha esortato lesercito israeliano a uccidere tutti i bambini e le donne a Gaza, mentre [il ministro delle Finanze] Smotrich ha chiesto lannientamento totale delle città di Rafah, Deir al-Balah e Nuseirat. Tali voci rappresentano unampia fascia dellopinione pubblica israeliana e corrispondono a ciò che sta realmente accadendo sul campo.

Il 26 gennaio la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza provvisoria in cui dichiara che esiste un rischio plausibile” che il diritto dei palestinesi ad essere protetti dal genocidio venga violato. Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata, con Israele che ha esteso la sua invasione a Rafah e ha deliberatamente affamato la popolazione di Gaza di 2,3 milioni di persone.

Molti studiosi di genocidio – tra cui Raz Segal, Omer Bartov, Ronald Grigor Suny, Marion Kaplan, Amos Goldberg e Victoria Sanford – sono giunti più o meno alla stessa conclusione della Corte Internazionale di Giustizia. Anche la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, nel suo recente rapporto Anatomia di un genocidio”, ha affermato che ci sono ragionevoli motivi per ritenere che la soglia che indica che Israele abbia commesso un genocidio sia stata raggiunta”.

Pertanto funzionari e personaggi pubblici israeliani dichiarano esplicitamente e apertamente, e lesercito israeliano mette in atto, i contenuti delle accuse di istigazione rivolte da Israele e dai suoi sostenitori contro i palestinesi. E mentre i palestinesi e i loro sostenitori inneggiano alla liberazione dal fiume al mare”, Israele sta rafforzando la supremazia ebraica dal fiume al mare” sotto forma di occupazione, annessione e apartheid.

Suggeriamo quindi di interpretare questa inversione e proiezione non solo come un classico caso di doppi standard ipocriti contro i palestinesi, ma anche – come spesso accade con i processi di proiezione – come un meccanismo di difesa attraverso la negazione. Israele e i suoi sostenitori non possono smentire loppressiva struttura dellapartheid dello Stato, la delegittimazione dei palestinesi, o la retorica e i crimini genocidi, quindi distorcono queste accuse e le trasferiscono sui palestinesi.

La cosiddetta lotta contro lantisemitismo” che Israele e i suoi sostenitori stanno conducendo, fondata sulla definizione di antisemitismo dellIHRA, dovrebbe quindi essere vista come lennesimo mezzo utilizzato da uno Stato potente per negare i suoi atti criminali e le atrocità di massa. Il governo degli Stati Uniti deve assolutamente respingerlo.

Amos Goldberg è un docente di storia dell’Olocausto. I suoi libri più recenti sono Trauma in First Person: Diary Writing during lOlocausto” [Trauma in prima persona: note di diario durante l’Olocausto] e un libro co-edito con Bashir Bashir, The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History.” [ed. italiana: Olocausto e Nakba”, Zikkaron]

Alon Confino è titolare della cattedra Pen Tishkach di studi sull’Olocausto presso l’Università del Massachusetts, Amherst. Il suo libro più recente è “A World Without Jews: The Nazi Imagination from Persecution to Genocide” [ed. Italiana: Un mondo senza ebrei. L’immaginario nazista dalla persecuzione al genocidio”, Mondadori].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La censura militare israeliana blocca il più alto numero di articoli in oltre un decennio

Haggai Matar

20 maggio 2024 – +972 Magazine

Il brusco aumento della censura nei media nel 2023 si verifica mentre il governo israeliano pregiudica ulteriormente la libertà di stampa, soprattutto durante la guerra a Gaza.

Nel 2023 la censura militare israeliana ha bloccato la pubblicazione di 613 articoli di organi di informazione in Israele, segnando un nuovo record a partire da quando +972 Magazine ha iniziato a raccogliere dati nel 2011. La censura ha anche eliminato parte di ulteriori 2.703 articoli, la cifra più alta dal 2014. Complessivamente l’esercito ha impedito la pubblicazione di informazioni in media 9 volte al giorno.

Questi dati sulla censura sono stati forniti dal censore militare in risposta ad una richiesta sulla libertà di informazione avanzata da +972 Magazine e dal Movimento per la Libertà di Informazione in Israele.

La legge israeliana impone a tutti i giornalisti che lavorano in Israele o per una pubblicazione israeliana di sottoporre ogni articolo che abbia a che fare con “questioni di sicurezza” alla censura militare per il controllo preventivo alla pubblicazione, come previsto dai “regolamenti di emergenza” promulgati dopo la creazione di Israele e tuttora in vigore. Questi regolamenti consentono alla censura di eliminare totalmente o parzialmente gli articoli ad essa sottoposti, come anche quelli già pubblicati senza il suo controllo. In nessun’altra “democrazia occidentale” che si definisca tale esiste una simile istituzione.

Per evitare interferenze arbitrarie o politiche l’Alta Corte nel 1989 ha stabilito che la censura può intervenire solo quando vi sia “una quasi certezza che possa derivare un reale danno alla sicurezza dello Stato” dalla pubblicazione di un articolo. Tuttavia la definizione da parte della censura di “questioni di sicurezza” è molto ampia, dettagliata in 6 pagine fitte di sottotemi relativi all’esercito, alle agenzie di intelligence, al commercio di armi, ai detenuti amministrativi, ad aspetti degli affari esteri di Israele, ed altro ancora. Come riferito da The Intercept (agenzia no profit americana di informazioni online, ndtr.), all’inizio della guerra la censura ha distribuito linee guida più specifiche riguardo a quali tipi di nuovi argomenti debbano essere sottoposti al controllo prima della pubblicazione.

Cosa sottomettere alla censura è una scelta del direttore di una pubblicazione e gli organi di informazione non possono rivelare l’interferenza della censura – per esempio segnalando dove un articolo è stato censurato – cosa che lascia nell’ombra la maggior parte della sua attività. La censura ha l’autorità di incriminare i giornalisti e di multare, sospendere, chiudere o addirittura sporgere denunce penali contro organi di informazione. Tuttavia non vi sono casi conosciuti di tale attività negli ultimi anni e la nostra richiesta al censore di specificare le denunce presentate lo scorso anno non ha ricevuto risposta.

Per ulteriori informazioni sulla censura militare israeliana e sulla posizione di +972 Magazine nei suoi confronti si può leggere la lettera che abbiamo indirizzato ai nostri lettori nel 2016.

L’informazione relativa alla censura è di particolare importanza, soprattutto in periodi di emergenza”, ha detto a +972 l’avvocato Or Sadan del Movimento per la Libertà di Informazione. “Durante la guerra abbiamo osservato l’ampio divario tra gli organi di informazione israeliani e internazionali, come anche tra i media tradizionali e i social media. Benché sia ovvio che vi siano informazioni che non possono essere rivelate al pubblico in periodi di emergenza, è opportuno per il pubblico essere a conoscenza dell’ampiezza delle informazioni tenute nascoste.

La rilevanza di tale censura è chiara: c’è una gran quantità di informazioni che i giornalisti hanno ritenuto adatte alla pubblicazione, riconoscendo la loro importanza per il pubblico, che la censura ha scelto di non autorizzare”, continua Sadan. “Speriamo e crediamo che la rivelazione di questi numeri, anno dopo anno, creeranno qualche disincentivo all’uso incontrollato di questo strumento.”

Una tendenza in tempo di guerra

Anche se il censore ha respinto la nostra richiesta di fornire un’analisi delle cifre della censura per mese, per organo di informazione e per ambiti di interferenza, è chiaro che la ragione del picco dell’ultimo anno è l’attacco di Hamas del 7 ottobre e il conseguente bombardamento israeliano di Gaza. L’unico anno in cui vi è stato un analogo livello di censura è il 2014, quando Israele scatenò quello che allora fu il più vasto attacco alla Striscia: in quell’anno la censura intervenne in un numero maggiore di articoli (3.122), ma ne eliminò leggermente meno (597) rispetto al 2023.

L’anno scorso i rappresentanti della censura hanno anche effettuato visite di persona negli studi televisivi di notizie, come è accaduto precedentemente in periodi in cui il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e continuava a monitorare le reti di informazione e social per violazioni della censura. Il censore ha rifiutato di dettagliare l’ampiezza del proprio coinvolgimento nelle produzioni televisive e il numero degli interventi retroattivi effettuati riguardo ad articoli pubblicati in precedenza.

Sappiamo comunque, grazie alle informazioni rivelate da The Seventh Eye (l’unica rivista israeliana indipendente che monitorizza la libertà di informazione, ndtr.), che nonostante l’attiva accondiscendenza dei media israeliani – il numero delle presentazioni alla censura è quasi raddoppiato l’anno scorso fino a 10.527 – il censore ha identificato ulteriori 3.415 articoli contenenti informazioni che avrebbero dovuto essere sottoposte a controllo e 414 che sono stati pubblicati in violazione delle sue disposizioni.

Anche prima della guerra il governo israeliano aveva sviluppato una serie di misure per indebolire l’indipendenza dei media. Questo ha portato Israele ad una discesa di 11 posti nell’annuale Indice Mondiale della Libertà di Stampa per il 2023, seguita da un’ulteriore discesa di quattro posti nel 2024 (adesso si trova al posto 101 su 180).

Da ottobre la libertà di stampa in Israele è peggiorata ulteriormente e il censore si è trovato nel mirino di battaglie politiche. Secondo i rapporti dell’emittente pubblica di Israele, Kan, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha spinto per una nuova legge che obbligherebbe il censore a bloccare in maniera più estesa le notizie ed ha anche suggerito che i giornalisti che pubblicano rapporti sul gabinetto di sicurezza senza l’approvazione della censura dovrebbero essere arrestati. Il capo della censura militare, general maggiore Kobi Mandelblit, ha anche sostenuto che Netanyahu gli aveva fatto pressione perché ampliasse la censura sui media, persino in casi che non avevano alcuna giustificazione in termini di sicurezza.

In altri casi le misure restrittive del governo israeliano sui media hanno interamente bypassato la censura e le sue attività. A novembre il ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi ha escluso Al-Mayadeen dalla diffusione sulla TV israeliana e in aprile la Knesset ha approvato una legge per vietare le attività di media stranieri su raccomandazione delle agenzie per la sicurezza. Il governo ha applicato la legge all’inizio di questo mese quando il gabinetto ha votato all’unanimità per chiudere Al Jazeera in Israele e la chiusura sembra che sarà estesa anche alla Cisgiordania. Lo Stato sostiene che il canale qatariota metta in pericolo la sicurezza dello Stato e collabori con Hamas, cosa che il canale nega.

La decisione non danneggerà l’operatività di Al Jazeera al di fuori di Israele, né impedirà interviste con israeliani via Zoom (rivelazione: a volte chi scrive rilascia interviste a Al Jazeera via Zoom) e gli israeliani possono ancora accedere al canale tramite reti private virtuali e antenne satellitari. Ma i giornalisti di Al Jazeera non potranno più inviare corrispondenze dall’interno di Israele, cosa che ridurrà la possibilità del canale di dare rilievo a voci israeliane nei suoi reportage.

L’Associazione per i Diritti Civili in Israele e Al Jazeera hanno presentato una petizione all’Alta Corte contro la decisione e anche l’Unione dei Giornalisti ha rilasciato una dichiarazione contro la decisione del governo (rivelazione: chi scrive è membro del consiglio di amministrazione dell’Unione).

Nonostante questi attacchi ai media, le minacce più gravi poste dal governo e dall’esercito israeliano, in particolare durante la guerra, sono quelle ai giornalisti palestinesi. I dati sul numero di giornalisti palestinesi a Gaza uccisi dagli attacchi israeliani dal 7 ottobre vanno da 100 (secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti) a oltre 130 (secondo il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi). Quattro giornalisti israeliani sono stati uccisi negli attacchi del 7 ottobre.

L’aumentata interferenza del governo nei media israeliani non assolve la stampa ufficiale dalla mancanza di informazione sulla campagna dell’esercito di distruzione di Gaza. La censura militare non impedisce alle pubblicazioni israeliane di descrivere le conseguenze della guerra per i civili palestinesi a Gaza o di presentare il lavoro dei giornalisti palestinesi all’interno della Striscia. La scelta di negare al pubblico israeliano le immagini, le voci e le storie di centinaia di migliaia di famiglie in lutto, orfani, feriti, senza casa e persone affamate è una scelta che i giornalisti israeliani fanno in prima persona.

In collaborazione con Local Call

Haggai Matar è un giornalista israeliano vincitore di premi e un attivista politico ed è direttore esecutivo di +972Magazine.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Netanyahu non è l’unico interessato a prolungare la guerra

Menachem Klein 

9 aprile 2024 – +972 magazine

Un’ampia coalizione di forze politiche, dall’estrema destra israeliana alla sinistra sionista, ha motivazioni diverse per trasformare la guerra nella nuova normalità.

Per la maggior parte degli israeliani la guerra è diventata una routine. Hanno imparato a conviverci. È scomoda, pensano, ma non c’è altra scelta. 

Ovviamente non tutti condividono questa forma di autocompiacimento: i familiari dei morti, i sopravvissuti, i feriti, gli sfollati e le famiglie di coloro ancora trattenuti in ostaggio a Gaza. E naturalmente i cittadini palestinesi in Israele, molti dei quali hanno perso amici o parenti nella Striscia assediata e che guardano con orrore i loro vicini e colleghi ebrei giustificare il brutale attacco israeliano. Queste vittime della guerra lottano contro la nuova normalità, ma il loro successo è limitato. 

Nelle ultime due settimane le manifestazioni settimanali per la liberazione degli ostaggi rimanenti si sono forse intensificate con un’esplosione di rabbia contro il primo ministro Benjamin Netanyahu per le sue evidenti lungaggini nei negoziati per un cessate il fuoco e per un accordo sullo scambio di ostaggi. Ma queste proteste comunque impallidiscono rispetto alle manifestazioni dell’anno scorso contro la riforma della giustizia del governo di destra, a proteste contro Netanyahu del 2020 e a quelle del 2011 contro l’aumento del costo della vita. Tutto mentre Israele sembra proseguire la sua offensiva a Gaza, incurante della Corte Internazionale di Giustizia o del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e che forse cerca persino di estendere l’escalation alla regione o almeno al fronte nord con Hezbollah a seguito dell’attacco contro l’ambasciata iraniana a Damasco all’inizio del mese.  

Questa nuova normalità che per ora sembra impossibile da interrompere non è saltata fuori dal nulla. Al contrario è stata attivamente prodotta, giorno per giorno, da coloro che hanno un interesse a mantenerla: un’ampia coalizione di individui e gruppi, ognuno con motivi diversi. 

Cominciamo con il ministro della Difesa, Yoav Gallant, e gli alti capi militari. Sanno molto bene che le unità dei riservisti non possono essere mobilitate per sempre e hanno una chiara immagine del danno che l’attentamente coltivata reputazione di Israele sta subendo nell’ambito della comunità internazionale come risultato del modo in cui sta continuando la guerra. Ma capiscono anche che fino a quando durerà non ci sarà una pressione da parte dell’opinione pubblica affinché si assumano la responsabilità dei gravi errori che hanno portato al 7 ottobre. Forse sperano che se riusciranno a collezionare qualche vittoria nella guerra non passeranno alla storia come i peggiori leader che Israele abbia mai avuto. Quindi parlano di una guerra che durerà anni.

È ben documentato che Netanyahu sia motivato da una logica simile. Fino a quando il Paese sarà in guerra resterà alla guida e potrà rimandare o persino annullare il suo annoso processo per corruzione: quindi perché preoccuparsi di porvi fine? 

Per i partner della sua coalizione la nuova normalità è una benedizione. Il Partito Sionista Religioso di estrema destra e Otzma Yehudit (Potere Ebraico), guidati rispettivamente da Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, vedono la guerra come un modo di vivere e un’applicazione dei loro principi politici fondamentali: l’espansione della supremazia ebraica e l’annientamento del nazionalismo palestinese. Al contempo gli ultraortodossi sono sintonizzati sull’euforia dei principi messianici dei partiti di estrema destra grazie alla nozione religiosa dell’ebreo “eletto”. Ma hanno anche un incentivo finanziario per continuare a sostenere la guerra: Smotrich, nella sua qualità di ministro delle Finanze, ha recentemente allocato una parte considerevole del budget governativo ai partiti ultraortodossi per comprarne la lealtà.  

Persino l’amministrazione Biden sta normalizzando la guerra. Biden si rifiuta di spingere per un cessate il fuoco permanente o di premere su Israele per porre fine alla sua operazione nella Striscia. L’astensione americana nella votazione sulla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza per un immediato cessate il fuoco non corrisponde certo a una netta approvazione della proposta, soprattutto quando l’ambasciatore Usa all’ONU ha immediatamente cercato di revocarla. Biden ha ripetutamente espresso preoccupazione per la mancanza di piani israeliani per proteggere i civili palestinesi e gli operatori umanitari, specialmente nell’eventualità di un’invasione di Rafah, e ha insistito con Israele per avere il suo progetto per il “giorno dopo,” ma si rifiuta di dire adesso basta.

Biden ha inoltre creato una divisione dei compiti fra sé stesso e Netanyahu: gli USA alleviano parte delle sofferenze dei civili a Gaza con lanci aerei di aiuti, mentre Israele attacca e continua ad affamarli. Neppure Biden ha presentato la sua proposta per il “giorno dopo,” alludendo invece a un vago processo alla fine del quale, in qualche modo, ci sarà la soluzione a due Stati. Netanyahu si compiace della vaghezza della proposta e ne sottolinea l’impossibilità.

Il centro israeliano e la sinistra sionista guardano imbarazzati da bordo campo. Sono sempre stati esempi del militarismo israeliano, quando non veri leader militari. Perciò sono incapaci di opporsi a questo militarismo, specialmente in tempo di guerra, nonostante il loro allarme per l’occupazione delle forze di sicurezza israeliane da parte di Sionismo religioso [coalizione di estrema destra dei coloni e attualmente al governo, ndt.]. 

Prima della guerra pochi di loro si erano preoccupati della condizione dei palestinesi assediati nella Striscia di Gaza, né avevano almeno auspicato negoziati per un accordo politico con l’Autorità Palestinese (AP). La vasta maggioranza concordava pienamente con la politica di Netanyahu di “gestire il conflitto” e anche loro hanno ignorato la disponibilità di Hamas a muoversi verso un fronte unito con l’AP, come si vede dal loro documento del 2017 “Principi Generali e Politiche” che in effetti riconosceva gli accordi di Oslo come un dato di fatto e l’accordo del 2021 con Mahmoud Abbas, presidente dell’AP, per indire delle elezioni politiche. Dal 7 ottobre quel poco entusiasmo che esisteva nella sinistra e nel centro sionisti per un accordo politico con i palestinesi si è completamente dissolto.

Con lo stile tipico dei governi israeliani di centro-sinistra fra gli anni ’50 e gli anni ‘80, specialmente quello dell’ipocrita Golda Meir, essi si dicono dispiaciuti per le sofferenze palestinesi, “ma di non avere scelta.” Citano appena la brutalità dell’esercito e dei coloni e la pulizia etnica dei palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme. E naturalmente si oppongono strenuamente alla denuncia presentata all’Aia contro Israele. Il risultato è una versione aggiornata della “gestione del conflitto”, che, nonostante le loro altre differenze, unisce virtualmente tutte le correnti della politica israeliana. 

Cosa potrebbe cambiare questa realtà della guerra come routine, in meglio o in peggio? Vedo tre possibilità che non si escludono a vicenda. 

La prima è un’azione radicale in Libano o un’invasione di Rafah che potrebbe arrivare quale risultato di un’escalation locale incontrollabile o di un errore di calcolo israeliano. La seconda possibilità è una decisione americana di chiedere un cessate il fuoco permanente con una coalizione militare internazionale che rimpiazzerebbe la presenza militare israeliana nella Striscia di Gaza. E la terza opzione è il risveglio del settore commerciale-industriale di Israele, per il quale la guerra non è una routine, ma piuttosto un grave danno al solito tran-tran. Politicamente e socialmente questo settore sta sia a destra che al centro. Ha oliato gli ingranaggi della protesta contro la riforma giudiziaria e, se attivato, potrebbe portare a nuove elezioni e a un successivo cambio nella continuazione della guerra.

Menachem Klein è docente di Scienze Politiche presso l’Università Bar Ilan. È stato consigliere della delegazione israeliana nei negoziati con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nel 2000 e uno dei leader dell’Iniziativa di Ginevra [incontri informali tra politici palestinesi e israeliani che proposero un progetto di pace, senza alcun risultato pratico, ndt.]. Il suo nuovo libro, Arafat e Abbas: Portraits of Leadership in a State Postponed [Arafat e Abbas: ritratti di leadership in uno Stato rinviato], è stato appena pubblicato da Hurst London e Oxford University Press New York.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Perché gli israeliani si sentono così minacciati da un cessate il fuoco?

Meron Rapoport

29 marzo 2024-+972Magazine

Fermare la guerra di Gaza significa riconoscere che gli obiettivi militari di Israele sono irrealistici – e che Israele non può sottrarsi a un processo politico con i palestinesi.

La decisione americana di non porre il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco immediato a Gaza – la prima volta dall’inizio della guerra che avevano consentito l’approvazione di una risoluzione del genere – ha provocato ondate di shock in Israele. Il successivo annullamento da parte di Benjamin Netanyahu di un previsto incontro israeliano con l’amministrazione Biden a Washington non ha fatto altro che aumentare l’impressione che Israele fosse rimasto isolato sulla scena internazionale e che Netanyahu stesse mettendo a repentaglio la risorsa più importante del paese: la sua alleanza con gli Stati Uniti.

Eppure, nonostante ci siano state critiche diffuse sulla gestione di queste questioni delicate da parte di Netanyahu, anche i suoi oppositori – sia nel campo “liberal” che nella destra moderata – sono stati unanimi nel respingere il voto delle Nazioni Unite. Yair Lapid, capo del partito di opposizione Yesh Atid, ha affermato che la risoluzione è “pericolosa, ingiusta e Israele non la accetterà”. Il ministro Hili Tropper, stretto alleato del rivale di Netanyahu Benny Gantz – che secondo i sondaggi vincerebbe facilmente se le elezioni si tenessero oggi – ha detto: “La guerra non deve finire”. Questi commenti non differivano molto dalle reazioni rabbiose di leader di estrema destra come Bezalel Smotrich o Itamar Ben Gvir.

Questo rifiuto quasi unanime del cessate il fuoco rispecchia il sostegno trasversale dei partiti per un’invasione della città di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, anche se Netanyahu non sostiene che l’operazione otterrà la tanto attesa “vittoria totale” da lui promessa.

Ad alcuni l’opposizione al cessate il fuoco potrà sembrare strana. Molti israeliani accettano l’affermazione secondo cui Netanyahu sta continuando la guerra per promuovere i suoi interessi politici e personali. Le famiglie degli ostaggi israeliani, ad esempio, stanno diventando sempre più critiche nei confronti del “trascinare i piedi” di Netanyahu e amplificano le loro richieste per un “accordo adesso”.

Anche all’interno dell’establishment della sicurezza israeliana sempre più persone affermano apertamente che “eliminare Hamas” non è un obiettivo raggiungibile. “Dire che un giorno ci sarà una vittoria completa a Gaza è una completa menzogna”, ha recentemente affermato l’ex portavoce dell’IDF Ronen Manelis. “Israele non può eliminare completamente Hamas in un’operazione che dura solo pochi mesi”.

Quindi, se cresce l’opinione che Netanyahu stia continuando la guerra per interessi personali; se diventa sempre più chiara l’inutilità di continuare la guerra, sia per quanto riguarda il rovesciamento di Hamas che il rilascio degli ostaggi; se diventa evidente che la continuazione della guerra rischia di danneggiare le relazioni con gli Stati Uniti, come si può spiegare il consenso in Israele sul “pericolo” di un cessate il fuoco?

Questioni di fondo

Una spiegazione è il trauma inflitto dal massacro di Hamas del 7 ottobre. Molti israeliani si dicono che, finché Hamas esiste e gode del sostegno popolare, non c’è alternativa alla guerra. Una seconda spiegazione riguarda l’innegabile talento retorico di Netanyahu, che, nonostante la sua debolezza politica, è riuscito a instillare lo slogan della “vittoria totale” anche tra coloro che non credono a una parola di quello che dice, e tra coloro che capiscono, consciamente o inconsciamente, che questa vittoria non è possibile.

Ma c’è un’altra spiegazione. Fino al 6 ottobre il consenso tra l’opinione pubblica ebraico-israeliana era che la “questione palestinese” non avrebbe dovuto preoccuparli troppo. Il 7 ottobre ha sfatato questo mito. La “questione palestinese” è tornata all’ordine del giorno in tutta la sua sanguinosa rilevanza.

Sono venute alla luce due possibili risposte alla fine di questo status quo: un accordo politico che riconosca realmente la presenza di un altro popolo in questa terra e il suo diritto a una vita di dignità e libertà, o una guerra di sterminio contro il nemico al di là del muro. Il pubblico ebraico, che non ha mai veramente interiorizzato la prima opzione, ha scelto la seconda.

Alla luce di ciò, l’idea stessa di un cessate il fuoco sembra minacciosa. Costringerebbe l’opinione pubblica ebraica a riconoscere che gli obiettivi presentati da Netanyahu e dall’esercito – “rovesciare Hamas” e liberare gli ostaggi attraverso la pressione militare – sono semplicemente irrealistici. L’opinione pubblica dovrebbe ammettere quello che potrebbe essere percepito come un fallimento, addirittura una sconfitta, nei confronti di Hamas. Dopo il trauma e l’umiliazione del 7 ottobre, per molti è difficile digerire una simile sconfitta.

Ma c’è una minaccia più profonda. Un cessate il fuoco potrebbe costringere l’opinione pubblica ebraica ad affrontare questioni più basilari. Se lo status quo non funziona, e una guerra costante con i palestinesi non può ottenere la vittoria desiderata, allora ciò che resta è la verità: che l’unico modo per gli ebrei di vivere in sicurezza è attraverso un compromesso politico che rispetti i diritti dei palestinesi.

Il rifiuto totale del cessate il fuoco e la sua presentazione come una minaccia per Israele dimostrano che siamo lontani dal riconoscimento di questa verità. Ma stranamente potremmo anche essere più vicini di quanto si pensi. Nel 1992, quando gli israeliani furono costretti a scegliere tra una frattura con gli Stati Uniti – a causa del rifiuto dell’allora primo ministro Yitzhak Shamir di accettare lo schema presentato dagli americani per i colloqui con i palestinesi – o la ricucitura della frattura, scelsero la seconda opzione. Yitzhak Rabin fu eletto primo ministro e un anno dopo furono firmati gli accordi di Oslo.

Riuscirà l’attuale spaccatura con l’amministrazione americana a convincere gli ebrei israeliani ad abbandonare l’idea di una guerra perpetua e ad accettare di dare una possibilità ad un accordo politico con i palestinesi? Non è molto chiaro. Ma quello che è certo è che Israele si sta rapidamente avvicinando a un bivio in cui dovrà scegliere: o un cessate il fuoco e la possibilità di dialogo con i palestinesi, o una guerra senza fine e un isolamento internazionale come non ha mai conosciuto. Perché la possibilità di tornare indietro, allo status quo del 6 ottobre, è chiaramente impossibile.

Questo articolo è stato pubblicato in collaborazione con The Nation e Local Call.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Facoltà dell’Università Ebraica in Scienze della Repressione

Orly Noy

23 marzo 2024 – +972 magazine

La sospensione della docente palestinese Nadera Shalhoub-Kevorkian svuota di ogni significato i valori di pluralismo e uguaglianza proclamati dall’università.

Un’università che promuove diversità e inclusione è un’università che favorisce l’uguaglianza.” Queste sono alcune delle parole usate dall’Università Ebraica di Gerusalemme, una delle migliori istituzioni accademiche del Paese, per descrivere i suoi presunti valori e la sua visione. Ma l’università non sembra aver avuto alcun problema a gettare dalla finestra tali valori quando la scorsa settimana ha deciso di sospendere la professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian, un’eminente studiosa di diritto e cittadina palestinese di Israele.

La scandalosa decisione, presa senza la corretta procedura, è arrivata subito dopo il podcast di Shalhoub-Kevorkian su Makdisi Street in cui aveva esposto le sue opinioni critiche contro il sionismo, l’attacco israeliano contro Gaza e gli opinabili precedenti dello Stato riguardo ad affermazioni su avvenimenti relative alla guerra. Ma la studiosa è sotto osservazione da parte dell’università da mesi (anzi da anni), specialmente dopo che ha firmato una petizione alla fine di ottobre in cui chiedeva un cessate il fuoco a Gaza e descriveva la guerra come un “genocidio.” Shalhoub-Kevorkian, ha scritto l’università, deve “trovare un’altra casa accademica allineata con le sue posizioni.”

Indubbiamente la sospensione svuota di ogni significato alcuni corsi “illuminati” che offre. Anzi cosa può insegnare ai suoi studenti in un corso intitolato “La Corte Suprema in uno Stato Democratico” un’università che sospende un decano della facoltà senza una discussione? Cosa può insegnare su “libertà, cittadinanza e genere” un’istituzione accademica che si allinea con i sentimenti più estremi e aggressivi? Cosa può insegnare su “Diritti umani, femminismo e cambiamenti sociali” un’istituzione che zittisce e bullizza brutalmente la voce critica di una donna, una docente e un’appartenente a una minoranza perseguitata?

In una dichiarazione in cui parecchi anni fa presentava la sua visione dell’istituzione accademica il preside dell’università, il professor Asher Cohen, che con il rettore, il professor Tamir Sheafer, ha autorizzato la sospensione di Shalhoub-Kevorkian, sostiene che l’università ha “guidato un processo di inclusione di popolazioni che compongono la società israeliana. Noi crediamo in un campus diversificato, pluralistico e ugualitario, dove utenti di diverse formazioni possono familiarizzarsi con i valori della coesistenza.” Queste sono parolone da parte di chi sembra incapace di prendere in considerazione voci politiche critiche che differiscono dalle sue.

Nella stessa dichiarazione Cohen si gloria della profonda responsabilità dell’università “per la società israeliana e specialmente per Gerusalemme.” Questa è la stessa Gerusalemme dove metà della città è sotto occupazione e dove ogni giorno oltre 350.000 palestinesi sono oppressi, le loro case sono demolite e i loro bambini strappati dal letto nel cuore della notte e arrestati arbitrariamente senza che nessuno dei capoccioni nella torre d’avorio di Cohen pronunci una sola parola su di loro.

C’è molto da dire sui quartieri palestinesi di Silwan e Sheikh Jarrah, entrambi a poche centinaia di metri dal campus del Monte Scopus, che affrontano un’occupazione delle loro terre e proprietà da parte dei coloni appoggiati dallo Stato. Ma è particolarmente incredibile che l’Università Ebraica non abbia mai ritenuto opportuno protestare contro la violenta oppressione contro il villaggio di Issawiya, le cui case sono chiaramente visibili dalle finestre degli edifici del campus, a pochi metri di distanza. È possibile che nelle sere che Cohen passa nel suo ufficio non riesca a sentire proprio sotto la sua finestra i rumori degli spari della polizia israeliana che da tempo sono la colonna sonora del villaggio?

Se solo il grande peccato (e lo è davvero) dell’Università Ebraica fosse l’inconsapevolezza! La sospensione di Shalhoub-Kevorkian va ad aggiungersi a una lunga lista di persecuzioni politiche e indottrinamento militaristico promossi dall’istituzione nel corso degli anni.

Dopo tutto questa è la stessa università che nel gennaio 2019 ha assecondato una violenta campagna di incitamento condotta da un gruppo di studenti di destra contro la dottoressa Carola Hilfrich, sostenendo falsamente che lei aveva redarguito uno studente per essere arrivato al campus in uniforme militare. Invece di difenderla dalle false accuse l’università ha emesso una vergognosa lettera di scuse per l’“incidente.” Questa è la stessa università che, nonostante le proteste di studenti e docenti, solo pochi mesi dopo ha scelto di trasformare il campus praticamente in un piccolo campo militare ospitando corsi dell’unità di intelligence dell’esercito israeliano, una delle molte redditizie collaborazioni con l’esercito.

Questa è la stessa università che ha ripetutamente perseguitato e zittito organi studenteschi palestinesi, mentre conferisce crediti accademici a studenti che fanno i volontari per il gruppo di estrema destra Im Tirtzu. E questa è la stessa università che, negli ultimi cinque mesi, non ha detto nulla di come Israele abbia sistematicamente distrutto le scuole e le istituzioni di istruzione superiore di Gaza, tradendo vergognosamente non solo i colleghi di Gaza assediati, bombardati e affamati, ma i principi dell’accademia stessa.

Spiegando la loro decisione in una lettera alla parlamentare Sharren Haskel, il presidente Cohen e il rettore Sheafer hanno accusato Shalhoub-Kevorkian di esprimersi in un modo “vergognoso, antisionista e provocatorio” dall’inizio della guerra, deridendola per aver definito genocidio le politiche di Israele a Gaza. Ma non è la sola a farlo. Non solo il popolo palestinese e centinaia di milioni di persone in tutto il mondo considerano un genocidio la catastrofe a Gaza, ma anche la Corte Internazionale di Giustizia, il massimo tribunale al mondo, ha preso seriamente questa pesante accusa e deliberato che non la si può semplicemente ignorare.

È come se Cohen e Sheafer fossero sorpresi non solo di apprendere che Shalhoub-Kevorkian è palestinese, ma che è anche antisionista, non sia mai! Se il sionismo fosse un prerequisito per l’ammissione all’università i suoi dirigenti sarebbero obbligati a informare ogni docente e studente prima che ne varchino i cancelli. Non sbaglieremmo nel dire che, a parte limiti legali, la ragione è che l’Università Ebraica beneficia della presenza dei palestinesi per presentarsi al mondo accademico internazionale come un modello di pluralismo, progressismo e inclusione. Intanto può continuare a perseguitare quei palestinesi a casa, lontano dagli occhi del mondo.

Questa vergognosa iniziativa sta già echeggiando clamorosamente nel mondo accademico e nei media a livello globale, bollando l’Università Ebraica con la vergogna che si merita. Nel frattempo il solo corso appropriato che riesco a trovare nel modulo dell’università è quello offerto dal Dipartimento di Scienze Politiche: Macchiavelli, il filosofo della tirannide.

Orly Noy è una giornalista di Local Call, un’attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in farsi. È presidente del consiglio di amministrazione di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti trattano delle linee che intersecano e definiscono la sua identità di mizrahi, donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive dentro un’immigrata permanente e il continuo dialogo fra loro.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)