Il presidente palestinese Abbas si oppone alla riforma dell’OLP e fa il gioco di Israele

Amira Hass

10 novembre 2022 – Haaretz

Mahmoud Abbas ha istituito un nuovo consiglio per rafforzare la presa sul sistema giudiziario e continua la sua tradizionale linea oppressiva rimanendo fedele agli accordi di Oslo

Due provvedimenti separati e apparentemente non correlati compiuti di recente dall’Autorità Nazionale Palestinese e dal suo leader, Mahmoud Abbas sono indicativi della natura sempre più autoritaria e autocratica del regime nelle enclaves palestinesi in Cisgiordania.

Un provvedimento ha a che fare con il sistema giudiziario palestinese e l’altro con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina: entrambi mostrano quanto l’Autorità Nazionale Palestinese rimanga fedele al ruolo essenzialmente assegnatole dagli Accordi di Oslo: mantenere uno status quo fluido e dinamico a danno dei palestinesi e al servizio degli interessi di sicurezza israeliani.

La prima decisione è il decreto presidenziale firmato da Abbas e diffuso venerdì 28 ottobre che annuncia l’istituzione di un “Consiglio supremo degli organi e delle agenzie giudiziarie”. A capo di questo consiglio, il cui scopo dichiarato è discutere i disegni di legge relativi al sistema giudiziario, risolvere questioni amministrative correlate e sovrintendere al sistema giudiziario, non sarà altro che il presidente dell’ANP Abbas, che è anche presidente dell’OLP e di Fatah.

Gli altri membri sono i presidenti e i capi della Corte costituzionale, della Corte Suprema, della Corte di Cassazione, dell’Alta Corte per le questioni amministrative, dei tribunali delle forze di sicurezza e del tribunale della Sharia. Del consiglio faranno parte anche il Ministro della Giustizia, il procuratore generale e il consulente legale del presidente. È previsto che si incontri una volta al mese.

Esperti legali palestinesi e organizzazioni per i diritti umani hanno annunciato la loro ferma opposizione a questo nuovo consiglio supremo, affermando che contraddice il principio di separazione dei poteri – legislativo, giudiziario ed esecutivo – e viola diverse sezioni della Costituzione palestinese e le convenzioni internazionali di cui l’ANP è firmataria.

In diverse interviste ai media esperti e organizzazioni affermano che questa è l’ultima di una serie di decisioni che hanno trasferito l’autorità legislativa al ramo esecutivo e al suo capo, violando anche l’indipendenza del sistema giudiziario e subordinandolo ad Abbas e ai suoi compari.

Poco dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 2006, Abbas e Fatah hanno impedito al Consiglio legislativo palestinese di riunirsi regolarmente e svolgere il proprio lavoro. In un primo momento hanno attribuito la colpa agli arresti israeliani di numerosi membri eletti di Hamas, nonché all’assenza del quorum necessario per promulgare la legislazione.

Dopo la breve guerra civile scoppiata a Gaza nel giugno 2007 tra Hamas e Fatah e la divisione dell’autogoverno palestinese tra le due regioni [Gaza e Cisgiordania, ndt.] e le due organizzazioni, il parlamento palestinese ha ufficialmente cessato di funzionare. Tuttavia i rappresentanti di Hamas a Gaza hanno continuato e continuano a riunirsi come consiglio legislativo e approvare leggi che si applicano solo a Gaza.

In Cisgiordania, invece, la “legislazione” si realizza tramite decreti presidenziali. Negli ultimi 15 anni Abbas ha firmato circa 350 decreti presidenziali, molto più degli 80 atti legislativi che sono stati discussi e promulgati dal primo consiglio legislativo durante il suo decennio di esistenza nel 1996-2006.

Abbas si basa su un’interpretazione molto ampia dell’articolo 43 della Costituzione palestinese emendata del 2003 che conferisce a un decreto presidenziale il potere di legge solo “in casi di necessità che non possono essere ritardati e quando il Consiglio legislativo non è in sessione”.

Fino al 2018, alcuni parlamentari in Cisgiordania hanno continuato a incontrarsi in modo non ufficiale e hanno tentato di essere coinvolti nelle discussioni sui “disegni di legge” in discussione al governo e di rappresentare l’opinione pubblica davanti alle autorità. Ma quell’anno, su ordine di Abbas, la Corte costituzionale ha stabilito che il Consiglio legislativo dovesse essere sciolto, nonostante la Costituzione preveda che il suo mandato termini solo quando si terranno nuove elezioni.

Secondo la Costituzione in caso di morte del presidente dell’ANP questi deve essere sostituito dal presidente del parlamento. Questa posizione era ricoperta dal rappresentante di Hamas Aziz Dweik di Hebron. L’opinione generale era che, sciogliendo il parlamento, Abbas e i suoi alleati stessero cercando di contrastare preventivamente un simile scenario. Anche se la Corte Costituzionale aveva ordinato all’epoca di tenere nuove elezioni entro sei mesi, Abbas e i suoi fedeli sono riusciti a rinviarla ripetutamente.

Nel frattempo, durante questo periodo Abbas ha anche aumentato il suo coinvolgimento nel processo di nomine giudiziarie, cercando di garantire la lealtà dei giudici a sé e a Fatah. Inoltre il ramo esecutivo, da lui controllato, spesso non si attiene alle sentenze indipendenti dei giudici, come gli ordini di rilasciare le persone detenute senza processo o gli ordini di riprendere il pagamento degli stipendi e delle varie indennità ai rivali politici di Abbas.

Il Ministro della Giustizia palestinese Mohammed al-Shalaldeh ha promesso che il nuovo Consiglio Supremo del sistema giudiziario non intende violare l’indipendenza del sistema. Ma l’esperienza dell’Egitto – che evidentemente ha ispirato gli autori del decreto presidenziale palestinese – indica che è vero il contrario.

Un consiglio supremo che sovrintende al sistema giudiziario egiziano è stato istituito dal presidente Gamal Abdel Nasser nel 1969. Nel primo decennio di questo secolo, grazie agli sforzi delle organizzazioni per i diritti umani e dei giuristi, il suo potere è stato ridimensionato, ma l’attuale presidente egiziano Abdel -Fattah al-Sissi gli ha conferito un’autorità più ampia e invasiva rispetto al passato.

In una conversazione con Haaretz, avvocati indipendenti hanno ipotizzato che uno dei motivi per l’istituzione di questo consiglio è contrastare la possibile opposizione legale – tramite la Corte costituzionale – all’incoronazione di Hussein al-Sheikh come prossimo presidente dell’ANP. Al-Sheikh, figlio di una famiglia di rifugiati che ha acquisito ricchezza nel corso degli anni come proprietaria di varie imprese e società a Ramallah, è uno dei funzionari di Fatah più vicini ad Abbas – e anche a Israele.

Per quasi 15 anni è stato a capo del Ministero degli affari civili palestinese, che è subordinato e coordinato alla politica del COGAT, l’organismo che coordina le attività di governo del ministero della Difesa israeliano nei territori, e ha svolto il ruolo di collegamento con i funzionari israeliani. A maggio, Abbas lo ha nominato segretario generale del Comitato Esecutivo dell’OLP al posto del defunto Saeb Erekat; da questa posizione dirige anche il dipartimento dei negoziati dell’OLP. Molti palestinesi ritengono che la sua nomina a prossimo presidente dell’ANP sarebbe molto gradita a Israele.

La seconda misura adottata di recente dall’Autorità Palestinese è stata quella di impedire che si tenesse a Ramallah la Conferenza Popolare Palestinese – 14 milioni (chiamata così per il numero di palestinesi nel mondo). L’idea alla base della conferenza era quella di riformare l’OLP, inizialmente tenendo un’elezione pan-palestinese in cui i palestinesi di tutta la diaspora e in tutto il territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo potessero votare per il Consiglio nazionale palestinese, il parlamento dell’OLP. Il convegno si sarebbe dovuto tenere il 5 novembre presso la Cultural Hall di Ramallah, in Giordania e in diverse città in Europa e Sud America.

Gli organizzatori affermano che l’OLP, l’organizzazione che dovrebbe rappresentare i palestinesi in tutto il mondo ed essere la fonte della autorità politica e identità nazionale, è stata essenzialmente inghiottita dall’Autorità Nazionale Palestinese, dalla presidenza di Abbas e dal movimento Fatah. Il suo finanziamento dipende dall’Autorità Palestinese, le sue istituzioni sono state svuotate e Abbas controlla le date dei suoi incontri e la nomina dei suoi rappresentanti.

Gli organizzatori della Conferenza dei 14 milioni sono contrari agli Accordi di Oslo (“una seconda Nakba”, la chiamano alcuni) e sono del parere che solo un’OLP ricostruita e democratica “che non operi come subappaltatore per Israele” possa e debba sviluppare una strategia per combattere l’apartheid e il colonialismo israeliani e quindi servire come fonte di speranza per il popolo [palestinese]. Gli organizzatori sono ancora oggi associati ai vari gruppi palestinesi che compongono l’OLP – da Fatah alle organizzazioni di sinistra – o lo sono stati in passato, mentre alcuni sono indipendenti.

Ma all’inizio della scorsa settimana gli organizzatori della conferenza sono stati sorpresi quando sono stati informati dal Comune di Ramallah che le agenzie di sicurezza palestinesi avevano proibito alla conferenza di procedere. Hanno anche vietato al comune di El Bireh di assegnare una sala agli organizzatori allo scopo di tenere una conferenza stampa.

Nonostante gli ostacoli, gli organizzatori hanno deciso che la conferenza si sarebbe svolta come previsto tramite Zoom e Facebook e che i rappresentanti a Ramallah avrebbero parlato dagli uffici della Coalizione popolare palestinese, un’organizzazione relativamente nuova di attivisti politici di cui molti di lunga data. Sabato mattina le forze di sicurezza [dell’ANP], alcune in abiti civili, sono state dispiegate in gran numero accanto all’edificio dove sono ospitati gli uffici della conferenza, hanno avvertito le persone di non entrare e hanno arrestato l’attivista veterano Omar Assaf e lo hanno trattenuto per diverse ore.

Tuttavia vari relatori hanno potuto pronunciare i loro discorsi tramite Facebook, e hanno scelto di evidenziare diversi punti: aspre critiche all’Autorità Nazionale Palestinese e al coordinamento della sicurezza con Israele; un appello all’azione sulla base della Carta nazionale palestinese del 1968, di cui sono state annullate alcune parti negli anni ’90 a seguito delle pressioni israeliane e statunitensi e la richiesta di adempimento del diritto al ritorno. Ciò che tutti avevano in comune era l’enfasi posta sull’importanza delle elezioni generali democratiche per creare una leadership eletta e rappresentativa per l’intero popolo palestinese: nella Palestina storica su entrambi i lati della Linea Verde e in tutta la diaspora.

L’idea di indire un’elezione diretta per un parlamento panpalestinese nel quadro dell’OLP è stata suggerita per oltre un decennio da attivisti palestinesi in varie organizzazioni in tutto il mondo; gli organizzatori della conferenza hanno sottolineato di aver integrato diverse proposte simili che l’OLP sotto il controllo di Abbas ha costantemente ignorato.

A ulteriore riprova di quanto Abbas e i suoi seguaci siano contrari all’iniziativa di rianimare l’OLP, martedì mattina le forze di sicurezza palestinesi hanno fatto irruzione negli uffici di Ramallah del Bisan Center for Research and Development (una delle ONG che Israele ha dichiarato organizzazione terroristica) e hanno interrotto la conferenza stampa che stavano tenendo gli organizzatori della conferenza.

In questa fase il ripristino dell’OLP come fonte di autorità e potere decisionale sembra difficilmente realizzabile. Non è inoltre chiaro quanto sostegno riceverà l’iniziativa da i giovani che non hanno mai conosciuto l’OLP come quell’organizzazione un tempo percepita dai profughi palestinesi come casa politica e nazionale e motivo di orgoglio. Inoltre è ancora troppo presto per capire come e se Hamas e la Jihad islamica saranno incluse nel processo.

Tuttavia i giovani potrebbero essere entusiasti della prospettiva di indire elezioni generali per un’organizzazione panpalestinese che trascenda i confini di Gaza e della Cisgiordania. Gli organizzatori affermano apertamente che l’attuale leadership non eletta e antidemocratica non è un vero organo rappresentativo ed è incapace di affrontare i pericoli posti dalla politica israeliana.

Le azioni intraprese per sopprimere questa iniziativa tradiscono il timore dell’attuale leadership impopolare di qualsiasi discorso sulle elezioni, per non parlare del loro svolgimento, e sottolineano la riluttanza ad ammettere che gli accordi di Oslo hanno solo peggiorato la situazione dei palestinesi. Le sue azioni mostrano anche quanto questa leadership sia decisa a mantenere i vantaggi materiali e lo status che ha acquisito per sé e per i suoi circoli interni.

L’iniziativa per ricostruire l’OLP aspira a superare la spaccatura nella geografia, nella società e nella politica palestinese. Questa divisione è anche uno dei risultati politici più importanti della politica israeliana degli ultimi 30 anni. Le azioni oppressive dell’Autorità Nazionale Palestinese stanno aiutando direttamente a preservare questo risultato a favore di Israele.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Riconciliazione palestinese: scena uno, ripresa 10

Amira Abo el-Fetouh

17 ottobre 2022 – Middle East Monitor

Nessuno sano di mente potrebbe rifiutare la riconciliazione tra due parti, soprattutto se le parti in causa provengono dalla stessa terra. Eppure è altrettanto difficile capire come sia possibile la riconciliazione tra due parti opposte, ognuna delle quali va in direzione contraria all’altra, benché entrambe desiderino che l’Onnipotente cambi il corso della parte che va contro la storia, la geografia e la religione, in modo che ci possa essere un punto d’incontro. Allora, e solo allora, la riconciliazione sarebbe possibile e vincolante per entrambe le parti.

Dico questo in occasione dello sforzo dell’Algeria di sostenere la riconciliazione palestinese. Il governo di Algeri ha appena ospitato 16 fazioni palestinesi, le due principali senza i più importanti dirigenti e le altre con funzione solo decorativa sulla scena palestinese. L’incontro è terminato con la firma della cosiddetta Dichiarazione di Algeri per la Riconciliazione Intra-palestinese, alla presenza del Presidente dell’Algeria Abdelmadjid Tebboune e di alti funzionari statali militari e civili, nonché di ambasciatori. In particolare erano assenti il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese e di Fatah, Mahmoud Abbas, il capo di Hamas Ismail Haniyeh ed il suo predecessore Khaled Meshaal. Se loro non erano presenti alla cerimonia della firma, si tratta di un accordo serio?

Non c’è dubbio che la scelta della dirigenza algerina del Centro Internazionale di Conferenze per celebrare la cerimonia sia stata intelligente, in quanto esso riveste uno speciale simbolismo. Fu in quella stessa sala che il Presidente Yasser Arafat annunciò la creazione dello Stato di Palestina.

La Dichiarazione di Algeri comprende una ‘tabella di marcia’ spaziale e temporale, che inizia con l’invito a tenere elezioni presidenziali e legislative in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme entro un anno dalla firma dell’accordo; l’unificazione delle istituzioni nazionali palestinesi; la condivisione di sforzi e risorse per i progetti di ricostruzione; il rinnovamento delle infrastrutture e delle strutture sociali del popolo palestinese in modo tale da sostenere la sua risolutezza nel combattere l’occupazione israeliana. C’è anche un piano di prosecuzione e attuazione dell’accordo, con la supervisione di una squadra araba sotto la direzione algerina.

Certamente oggi più che mai i palestinesi hanno bisogno di una riconciliazione, in quanto stanno affrontando gravi sfide. L’unità palestinese è necessaria contro il complotto di Israele e di alcuni regimi arabi per liquidare la causa palestinese e per contrastare la normalizzazione araba con Israele prima che essa si espanda e coinvolga l’intero mondo arabo.

Non è ancora chiaro quale ruolo possa giocare l’Algeria nel mettere in pratica questo accordo, né se esso contribuirà a creare un clima ed un ambiente favorevole alla fine della divisione. Non c’è dubbio che questo pone una grande responsabilità in capo all’Algeria e fornisce una qualche copertura araba alla causa palestinese, in un momento in cui la popolazione della Palestina occupata è sotto forte pressione israeliana, che coincide con il processo di normalizzazione.

Questo accordo avrà successo laddove parecchi altri accordi firmati al Cairo, alla Mecca, a Mosca e a Beirut sono falliti?

Un elemento comune tra tutte le smancerie politiche e le paroline dolci è l’annuncio delle elezioni presidenziali e legislative, che in realtà non si svolgono mai. È come se la riconciliazione palestinese dipendesse dalle elezioni, ma la realtà è che probabilmente esse creerebbero ancor maggiore divisione piuttosto che riconciliazione.

Personalmente non penso che coloro che hanno firmato la Dichiarazione di Algeri credano che porterà ad alcunché di positivo; accordi simili sono stati già firmati e presto dimenticati. Non c’è nulla di nuovo che sia stato concordato ad Algeri che suggerisca che vi è una seria intenzione di mettere in atto i termini della dichiarazione.

Questo deve essere molto frustrante per il popolo palestinese che soffre dai tempi del violento conflitto tra i due principali firmatari a Gaza nel 2007. Perciò qualcuno crede davvero che quest’ultima dichiarazione porterà da qualche parte e cambierà la realtà sul campo nella Palestina occupata?

Per capire perché tutti i precedenti accordi di riconciliazione tra le due principali fazioni, Fatah e Hamas, sono falliti, dobbiamo porci una ovvia domanda: qual è la base per la riconciliazione tra le due fazioni ideologicamente opposte? Hamas crede nella resistenza per liberare la Palestina dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo), mentre Fatah ha deviato da questa strada, vendendo al mercato degli schiavi degli Accordi di Oslo il sangue di migliaia di eroi che hanno sacrificato la propria vita per la Palestina.

Il movimento Fatah che ha negoziato a Madrid e Oslo e ne subisce gli amari frutti non è lo stesso Fatah che è stato creato sulla base della lotta, della resistenza e della liberazione. I suoi fondatori si sono trasformati in un movimento che criminalizza la resistenza. È una triste ironia e una fine ingloriosa per un grande movimento di liberazione. Eravamo abituati ad essere orgogliosi dell’eroismo dei suoi ‘feddain’ ed a rispettare i suoi leader, ma la leadership è cambiata ed è caduta tra le grinfie dei sionisti e della loro pericolosa ideologia.

Fin da quando il 13 settembre 1993 l’OLP firmò con il nemico sionista gli Accordi di Oslo, in base ai quali Israele venne riconosciuto e la clausola relativa alla lotta armata per liberare la Palestina dal fiume al mare fu stralciata dalla Carta Nazionale, il popolo palestinese è stato perduto. Tutto ciò che ha ottenuto da Oslo è la perdita di più terra e più sangue. Intanto Israele, sotto l’ombrello del cosiddetto processo di pace, ha avuto ciò che non poteva ottenere con la guerra: altra terra storica della Palestina per costruire colonie illegali e l’uccisione e l’arresto di ancor più palestinesi. Il tutto con la collaborazione degli “uomini di Oslo”. Il compito principale delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese è proteggere le colonie e i coloni illegali di Israele e sopprimere la resistenza palestinese.

Quindi di quale riconciliazione stanno parlando i firmatari della Dichiarazione di Algeri? Il documento si aggiungerà al lungo elenco di altri accordi che l’hanno preceduto: un accordo in più da aggiungere all’elenco di quelli che non sono stati applicati. Riconciliazione palestinese: scena uno, ripresa 10… e continuiamo a contare.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Casa dolce casa: il mio amaro ritorno in Palestina

Fida Jiryis

27 settembre 2022 – The Guardian

Per tutta la mia vita i miei genitori esuli mi avevano parlato della tragedia della Palestina. Poi, quando avevo circa 20 anni, la mia famiglia ci è ritornata e l’ho vista con i miei occhi

Misi piede nel mio paese per la prima volta a 22 anni. I miei genitori erano palestinesi, ma, nel 1970, andarono in esilio. Dopo esser fuggiti dalla guerra in Libano vivemmo a Cipro.

Ora una nuova era di riconciliazione era arrivata. Circa un anno dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993 fra Israele e l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) ci fu finalmente permesso di ritornare. Fu emozionante ritornare dopo tanti anni alla nostra casa avita. La nostra grande famiglia in Galilea fu felicissima, specialmente i miei nonni, e fummo sommersi da un’ondata di amore. Ero elettrizzata perché finalmente stavo ritornando. Volevo una patria. Non volevo più sentirmi come una straniera. Era il sogno che si avverava. Gli anni senza una patria erano alle nostre spalle. Ma tornare a casa per tutti noi fu molto più arduo di quanto avessi immaginato.

Per mio padre fu difficile trovare il proprio posto in Israele che era cambiato così drasticamente negli anni in cui era stato via. Era cresciuto in un villaggio rurale in Galilea, ma era andato in esilio per il suo impegno politico e la sua collaborazione in un movimento di resistenza palestinese. Aveva anche pubblicato un libro, Gli arabi in Israele, descrivendo il duro destino dei palestinesi che erano rimasti dopo l’occupazione. A Beirut e poi a Cipro aveva lavorato per l’OLP per diventare uno stretto collaboratore del suo leader, Yasser Arafat. Al nostro ritorno Arafat insistette perché accettasse una carica nell’Autorità Palestinese di nuova fondazione.

Ma mio padre non voleva un incarico burocratico perché sentiva che lo avrebbe condizionato dopo anni di ricerca e produzione saggistica indipendente. Rimase un consulente di Arafat, incontrandosi con lui nel suo ufficio, in hotel o con amici. Il quartier generale dell’OLP era stato spostato dalla Tunisia in Cisgiordania. I palestinesi in Israele erano in gran parte liberi dalla persecuzione che mio padre aveva subito prima di partire quando era stato ripetutamente vessato e arrestato, le case della famiglia saccheggiate e distrutte. Ora però avevano a che fare con un sistema più generalizzato di discriminazione.

Poche settimane dopo il nostro arrivo al villaggio di nostro padre lui portò me e il mio fratello minore a fare un giretto in macchina. Non andammo lontano: dopo poco più di un chilometro entrammo in un paesino. “Questo è Deir el-Qasi,” disse. Sul cartello c’era scritto: “Elqosh”. Nel 1948, dopo la distruzione della Palestina, che noi chiamiamo Nakba o catastrofe, Deir aveva subito la pulizia etnica e il cambio di nome.

Attraversammo stradine tranquille fiancheggiate da case e alberi flessuosi. C’erano dei pollai. Papà fermò la macchina e uscimmo. “Vedete questa?” indicò un’antica struttura in pietra. “Questa è una delle case originarie del villaggio.”

Fissandola fui colpita dalla realtà. Per tutta la mia vita avevo letto e sentito della tragedia della Palestina. Adesso la vedevo.

Non buttarono giù tutte le case,” stava dicendo papà. “Alcune furono risparmiate perché i nuovi arrivati venivano dallo Yemen e a loro piacevano le case arabe. Ce n’è un’altra … ”

La gente di Elqosh allevava le galline, pascolava le mucche e coltivava verdura e frutta. Venivano al nostro villaggio, Fassouta, per piccoli commerci e per andare dal dottore o dal dentista. Dopo essermi stabilita nel villaggio, passavo da quel posto ogni giorno. A loro volta le case di Deir el-Qasi che mio padre ci aveva mostrato mi fissavano. Cosa era peggio, mi chiedevo, avere la propria casa distrutta o che fosse rimasta intatta, ma abitata da altri?

Dall’arrivo dei bulldozer israeliani del villaggio di Suhmata erano rimasti pochi ulivi e alcune pietre sporgenti. La maggior parte dei suoi abitanti era in Libano, ma qualcuno era riuscito a restare e viveva nei paesi vicini. Ho incontrato parecchie famiglie a Fassouta. Di nuovo mi chiesi cosa fosse più penoso: essere stati totalmente tolti di mezzo e lontano o dover attraversare il posto del loro villaggio e vederne le rovine?

In realtà io e la mia famiglia fummo fortunati, una rara “eccezione”. Sebbene gli accordi di pace permetessero il ritorno nel territorio palestinese di parecchie migliaia di appartenenti all’OLP, solo a un numero molto ristretto fu permesso di ritornare alle proprie cittadine o ai villaggi di origine in Israele, e solo se avevano la cittadinanza israeliana prima di andarsene. Mentre riprendeva la tensione tra OLP e Israele solo circa dieci [rifugiati] erano riusciti a ritornare e alcuni portarono con sé le proprie famiglie. Noi non avevamo punti di riferimento, nessuno con cui parlare che avesse vissuto la nostra stessa esperienza.

I palestinesi erano al fondo della scala sociale. La vecchia generazione ricordava gli anni di regime militare [lo stato d’assedio imposto fino al 1966 ai palestinesi rimasti in Israele, ndt.] e oppressione. Erano vissuti sotto una pesante cappa di intimidazioni. Per decenni loro stessi non si erano neppure chiamati palestinesi. Anzi per definirci avevamo un fantastico ossimoro: “arabi israeliani”. Quando menzionavo la Palestina, la gente di Fassouta reagiva con un silenzio sconcertato o con profondo disagio. Anche quando parlavamo della nostra posizione di inferiorità in Israele, loro la vedevano solo dalla prospettiva del lavoro e dei loro problemi più pressanti. Per sopravvivere avevano dovuto far parte del sistema israeliano. Per le generazioni più giovani, nate dopo la creazione di Israele, questo sistema era tutto quello che conoscevano.

Nel villaggio c’era poco lavoro. Fu chiaro che dovevo lasciare la mia famiglia per trovarne uno. Il fratello più giovane di mio padre, George, lavorava per le Pagine Gialle e viveva ad Haifa. Mi trovò un posto da uno dei suoi clienti, una ditta che vendeva software didattici. Lo stipendio era basso, ma dovevo pur cominciare da qualche parte. Haifa era a un’ora e mezza di macchina, ma non potevo permettermene una. Dovevo trasferirmi e trovai una stanza in un appartamento con delle studentesse universitarie di Fassouta che frequentavano il primo anno di studi.

La casa era vecchia e squallida, ma era tutto quello che potevamo permetterci. Dividevo la stanza con una delle ragazze e le altre due occupavano l’altra. Era difficile avere un po’ di privacy ed io ero l’intrusa perché erano tutte cugine e sembravano incerte su come rapportarsi con me. La nostra prima sera là le ho aiutate a pulire l’appartamento e poi abbiamo cenato. Non riuscii a dormire fino a tardi, mi giravo e rigiravo nel letto e non ero sicura che anche la mia compagna di stanza dormisse. Ma mi imbarazzava cercare di parlarle.

Il mattino dopo riuscimmo appena a mangiare qualche fetta di pane tostato prima di uscire. Avevamo i nervi a fior di pelle: per loro era il primo giorno di università e per me di lavoro. Non avevo idea di dove andare, ma loro lessero i cartelli del bus e mi aiutarono. La loro fermata era prima della mia, loro scesero e si girarono sorridendomi e facendomi ciao con la mano. Risposi con un cenno, combattendo il senso di panico.

Guardai davanti e vidi salire sull’autobus due soldati. Strabuzzai gli occhi. Portavano delle armi. Camminarono lungo il corridoio e si sedettero nei due posti vuoti davanti a me. Fissai i fucili che portavano a tracolla sulle spalle. Era la prima volta che vedevo il freddo metallo così da vicino. Deglutivo con fatica. Nessuno girava armato a Cipro. Perché c’erano armi per le strade? Era normale? E se fosse partito un colpo?

Volevo cambiare posto. Guardandomi intorno vidi che tutti i sedili erano occupati. Ce n’era uno proprio al fondo, ma là c’erano ancora più soldati. Tutti chiacchieravano normalmente mentre l’autobus continuava per la sua strada. Io ero l’unica a sudar freddo.

Sembrava anche che io fossi l’unica palestinese. Mi dissi di restare calma. Ero probabilmente non troppo lontana dalla mia fermata. Per quanto cercassi, non riuscivo a scacciare il terrificante pensiero che impazzava nella mia mente: “Sono su un autobus con dei soldati israeliani!”

Dopo dieci minuti riconobbi la zona, suonai velocemente la richiesta di fermata e mi precipitai fuori. In strada respirai profondamente e mi diressi verso il mio ufficio. Ero frastornata, avevo una sensazione surreale, quasi come se fossi in un incubo.

Il primo giorno di lavoro fu complicato. Ero sola, un piccolo sottotetto senza finestre con il soffitto basso e mi avevano incaricata di testare i software. Fu un gran sollievo quando arrivarono le 5, ora di andarmene, ma di nuovo la paura mi attanagliò lo stomaco.

Sull’autobus per casa guardavo fuori dai finestrini mentre avanzavamo lentamente attraverso il traffico dell’ora di punta. Le insegne e i cartelli stradali erano tutti in ebraico. C’erano solo alcuni ristoranti con insegne in arabo. Le conversazioni intorno a me erano in ebraico. Altri soldati salirono, sgomitando per farsi posto nell’autobus affollato. Fu in quel momento che una sensazione di gelo attanagliò il mio cuore. Non ero neIla Palestina dei miei sogni.

Il 14 maggio sperimentai il mio primo anniversario dell’Indipendenza d’Israele. Gli israeliani sventolavano bandiere, facevano feste e barbecue su quella che era la terra palestinese. Il Paese rimase tappezzato di bandiere per settimane, prima e dopo, anche più del solito. C’era veramente bisogno di una bandiera nella piscina di Nahariya, nello sporco caffeuccio vicino alla stazione degli autobus, al terminal degli autobus e ancora, ogni poche centinaia di metri, sul lungomare?

Quel giorno ero così depressa che decisi semplicemente di restare a casa.

Al villaggio la situazione era ancora più deprimente. Oltre la metà dei palestinesi in Israele viveva sotto la soglia di povertà. La maggior parte del budget dello Stato per le infrastrutture e lo sviluppo economico andava alle comunità ebraiche. Noi non avevamo iniziative imprenditoriali, nessuna industria o fabbrica. Molte delle nostre amministrazioni locali erano insolventi e la maggior parte doveva raccogliere fondi per conto proprio per installare infrastrutture essenziali come reti idrauliche e fognarie.

La maggior parte delle famiglie del mio villaggio guadagnava circa la metà di una famiglia ebrea media. Le nostre comunità avevano un’aspettativa di vita più bassa e un numero maggiore di persone soffriva di malattie collegate allo stress, come diabete e ipertensione. E per aggiungere al danno la beffa, il termine ebraico avoda aravit, o “lavoro arabo”, si usava comunemente per definire un lavoro di qualità scadente o fatto alla carlona, nonostante la triste ironia che quasi tutto Israele fosse stato costruito da mani palestinesi.

Non era più facile per chi aveva un’istruzione, il villaggio era pieno di laureati frustrati in attesa di colloqui di lavoro che non arrivavano mai. Uno dei miei cugini si era laureato al Technion, l’Istituto israeliano di tecnologia. Scoprii che c’erano parecchie materie che i palestinesi non potevano studiare con il pretesto della “sicurezza”, come, per esempio, certi campi della fisica, della scienza nucleare e dell’addestramento piloti. Sul lavoro erano completamente esclusi, fra le altre, dalle industrie della difesa e dell’aviazione. Per evitare di non trovare lavoro molti studenti si rivolgevano alle libere professioni, come legge, architettura del paesaggio, odontoiatria e altre professioni mediche in cui potevano aprire i propri studi.

Un weekend andai a Ramallah a trovare Raja e Sawsan, vecchie amiche dell’università. Eravamo strafelici di rincontrarci. “L’unica cosa buona di Oslo,” risero, “è che siamo riuscite a rivederti.”

Le mie amiche erano bloccate in Cisgiordania. Prima degli accordi potevano viaggiare liberamente nel Paese. “Semplicemente ci mettevamo in macchina e partivamo,” mi dissero. “Per Haifa, Gerusalemme, per le spiagge di Giaffa.” Ora c’erano checkpoint israeliani a tutti i varchi per Israele e i palestinesi avevano bisogno di permessi per attraversarli. Inoltre non si poteva usare l’aeroporto di Tel Aviv, a soli trenta minuti. Per viaggiare all’estero si doveva andare in Giordania e partire da Amman, perdendo altro tempo e soldi.

La sovranità palestinese stabilita dagli accordi era una mera facciata. I documenti di identità e i passaporti rilasciati dall’autorità avevano bisogno dell’approvazione israeliana, come se rilasciati dalle forze di occupazione israeliane. Tutti i valichi di frontiera erano controllati da Israele. Peggio, la nuova forza di polizia palestinese era diventata uno strumento per il coordinamento con Israele per la sicurezza, inseguendo e consegnando chi era impegnato nella resistenza. Nessuno avrebbe potuto immaginare uno scenario simile.

Gli oppositori alle nuove disposizioni finivano esclusi dagli impieghi e dai privilegi di far parte dell’Autorità [palestinese] o imprigionati. “Stiamo vivendo in un incubo peggiore di prima,” mi diceva Raja. Gli accordi avevano asservito economicamente, politicamente e in ogni aspetto della vita i palestinesi a Israele. Quando furono firmati gli accordi di Oslo si presupponeva che l’attività di colonizzazione da parte di Israele nel territorio palestinese sarebbero cessate immediatamente e che, tre anni dopo, sarebbero iniziati i negoziati su temi significativi, tra cui rifugiati, colonie e confini, mirando a un totale ritiro di Israele entro cinque anni. Ma Israele aveva già buttato i suoi impegni alle ortiche.

Benjamin Netanyahu, neo eletto primo ministro con il partito di destra Likud, si oppose allo Stato palestinese e al ritiro di Israele dai territori occupati. Il suo governo continuò a occupare terre per espandere illegalmente le colonie ebraiche e costruire strade di collegamento riservate solo agli israeliani. Invece di fermarsi, le attività coloniali israeliane si moltiplicarono.

Gli accordi di Oslo furono presto visti dai palestinesi come forieri né di pace né di libertà e le tensioni sobbollivano tra l’Autorità Palestinese, che era dominata da una fazione politica, Fatah, e dalla sua rivale, Hamas. Israele faceva pressioni su Arafat per tenere a freno il terrorismo, come loro definivano ogni atto di resistenza, ed egli, sebbene con riluttanza, spesso obbediva. Nella nuova situazione le mie amiche erano arrabbiate e insicure. Sapevano come fosse diversa la vita in Israele. I decenni di occupazione avevano danneggiato la loro società, impossibilitata a raggiungere gli stessi livelli di vita.

Mentre i palestinesi ritornavano e cercavano di ricostruire le proprie vite in Cisgiordania e a Gaza, io avevo lo stesso arduo compito di provare a trovare il mio posto in Israele. Fino a quel momento non avevo quasi avuto rapporti con israeliani.

Non parlavo ebraico. Mi dividevo tra il mio villaggio e un appartamento con delle ragazze palestinesi ad Haifa e lavoravo in una ditta palestinese. Quando scendevo a pranzo tutti i negozi di falafel e shawarma erano di palestinesi. Quando salivo sull’autobus o compravo qualcosa al supermarket, e c’erano un autista o una cassiera israeliani, pescavo dei soldi e Ii porgevo senza capire l’ammontare che mi avevano chiesto, guardavo il registratore di cassa per vederlo. Loro mi davano il resto e tutto finiva lì. Vedevo israeliani ovunque, ma avevo un’esistenza completamente separata e parallela rispetto a loro, ero colpita da una sensazione penosa, che da allora non mi ha più abbandonata: ero una straniera nel mio Paese.

Per fortuna, mia cugina Rania abitava ad Haifa, andava all’università e lavorava part-time. Mi chiamava spesso per incontrarci. Qualche volta andavamo fuori, passeggiavamo nel quartiere Hadar [quartiere commerciale della città, ndt.] e compravamo gli abiti o i cosmetici economici che potevamo permetterci con i nostri pochi soldi. La città mi opprimeva. Dopo la Nakba, solo 3.000 dei 70.000 palestinesi erano rimasti ad Haifa. Furono ricacciati in alcuni quartieri dove vivevano in condizioni difficili.

Il governo israeliano decise di cambiare completamente il carattere della città, distruggendo molte delle proprietà palestinesi, impossessandosi di altre per darle agli ebrei, sostituendo i nomi arabi delle strade con quelli ebraici e cancellando il patrimonio culturale palestinese che era stato cosi ricco e vibrante prima della rovina di Haifa. Ovunque andassimo le case sopravvissute mi osservavano come fantasmi di un’altra era.

Il mio unico sollievo era quando andavamo nei centri commerciali, che erano scollegati dalla realtà esterna. Ma anche là tutto era in ebraico. Non c’era nessun cartello in arabo, anche se era la seconda lingua ufficiale dello Stato e molti dei clienti erano palestinesi. I cartelli stradali in arabo nel Paese erano pieni di marchiani errori di ortografia e i nomi ebraici delle città erano trascritti in arabo invece di usare i nomi arabi originali.

All’ingresso di ogni centro commerciale, ufficio governativo o edificio pubblico guardie e metal detector erano la norma. Se si dimenticava una borsa su un autobus o in una stazione ferroviaria o se qualcuno abbandonava il proprio bagaglio per un minuto e si allontanava per andare a prendere qualcosa, diventava un’emergenza. La gente si guardava intorno in preda al panico e, se non si trovava il proprietario, le cose potevano rapidamente precipitare. Alla stazione centrale assistei proprio a una scena simile: suonarono le sirene di allarme, la zona fu evacuata e una squadra di artificeri fu chiamata a disinnescare un oggetto sospetto che si rivelò una borsa con dei vestiti. La sensazione di costante allarme era palpabile, eppure considerata normale.

Dopo aver cambiato 3 lavori in meno di due anni, avevo bisogno di un vero cambiamento. Per tre mesi mi chiusi in casa a studiare ebraico, con un atteggiamento impersonale e ignorando i miei sentimenti. Alla fine di quel periodo sapevo parlare, leggere e scrivere in un ebraico elementare. Cominciai a far domande in ditte di software. Passarono settimane senza una risposta. Poi arrivò una chiama da una grande impresa ad Haifa. La signora mi parlò in ebraico e io ero molto nervosa, ma riuscii a organizzare l’appuntamento per il mio colloquio.

Quel giorno quando trovai il palazzo, passata la sicurezza, mi irrigidii. Fino ad allora non avevo quasi avuto interazioni con israeliani. Quando un cordiale giovanotto mi venne incontro alla porta e mi strinse la mano cominciai a sudare leggermente.

C’erano altre due persone nella stanza. Mi fecero molte domande e per fortuna risposi ad alcune in inglese. Sfogliando il mio CV, mi chiesero, in ulteriori dettagli, del mio lavoro a Cipro. Ero felice e lo presi come un segno di interesse.

Bene, grazie,” il gentile giovane finalmente mi sorrise. “Oh, e un’ultima cosa. Possiamo avere il suo numero dell’esercito?”

Mi sentii sprofondare. “Ehm, non ce l’ho …”

OK,” il sorriso rimase, fisso. “Grazie. Ci metteremo in contatto con lei.”

Terminate le scuole, ogni giovane israeliano/a deve finire il servizio militare. Poi si aprono le porte di prestiti per studiare, lavori e mutui generosi. I palestinesi in Israele sono esonerati e pochi si arruolano. Ma completarlo è un requisito indispensabile per molti lavori e sussidi sociali.

Uscii sconfitta. Avevo fatto ricerche sulla compagnia, mi ero preparata per il colloquio e avevo comprato un vestito nuovo. Mi ero entusiasmata per l’opportunità. Ma nessuno mi chiamò, e neanche altre tre aziende che mi avevano offerto un colloquio. Lottando contro il panico, cominciai a chiedermi cosa fare. Che farmene della laurea che avevo ottenuto con lode in scienze informatiche, i soldi spesi da mio padre per una delle migliori università britanniche? Perché qui era così difficile?

Finalmente riuscii a trovare un buon lavoro come tester in un’azienda di software. Gli uffici erano in un parco tecnologico a Tefen, una zona industriale a circa 20 minuti dal mio villaggio in Galilea. Era perfetto. Finalmente l’insicurezza e lo stress degli ultimi due anni erano alle mie spalle. Mi ci vollero pochi giorni per rendermi contro che, su un personale di 30 persone, io ero l’unica palestinese.

C’era un muro tra me e i miei colleghi che avevano le loro case, i loro lavori, le loro vite: pochi si soffermavano a pensare da dove fosse venuta la terra dove vivevano o lavoravano. Fu questa sensazione frastornante di essere in un enorme cimitero dove tutti gli altri ignoravano le lapidi, che cominciò a divorarmi e che avrebbe finito per spezzare il mio infelice tentativo di integrarmi.

Diventai amica di Lisa, funzionaria alle risorse umane. Era un’amicizia curiosa. Lei era sui 50, io avevo 24 anni, ero più giovane di sua figlia. Ma ci piaceva chiacchierare in inglese. Lisa era ebrea ed era emigrata dalla Gran Bretagna da ragazzina e aveva sposato un israeliano del posto. Spesso si presentava sulla porta del mio ufficio per fare due parole dopo aver preparato il tè nella vicina cucina.

Un giorno Lisa apparve per la nostra solita chiacchierata. Grata, sollevai gli occhi dallo schermo. Ma lei era agitata. “Sono un po’ preoccupata di tornare a casa in macchina in questi giorni,” esclamò.

Perché?” Lisa viveva ad Atzmon, una comunità ebraica in Galilea.

A causa dei recenti disordini. Alcuni arabi gettano pietre lungo la strada.”

Arabi, notai, non palestinesi. Lo Stato aveva faticato a negare la nostra identità e non aveva usato la parola ‘palestinesi’ fino a dopo gli accordi di Oslo e, anche successivamente, solo per riferirsi ai palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, non ai suoi cittadini.

Era la prima volta che Lisa parlava di noi. “Disordini?” ripetei.

Alcuni ragazzi arabi hanno lavorato per un po’ ad Atzmon, ma delle persone si sono arrabbiate e li hanno costretti ad andarsene. Ora da alcuni giorni tirano pietre alle nostre auto mentre passiamo. È veramente stressante!”

Perché sono stati licenziati?” chiesi.

Oh, sai … ” sembrava a disagio, agitando una mano. “Alcuni proprio non vogliono che gli arabi lavorino nel kibbutz.”

Oh.” deglutii. Molte comunità ebraiche non permettevano ai palestinesi di lavorarci e la maggior parte nemmeno di viverci. Uno dei miei cugini faceva il tuttofare in un kibbutz, ma erano pochi quelli come lui. La maggior parte di queste comunità aveva una procedura per vagliare le domande tramite una “commissione di ammissione”, la cui decisione era inappellabile. Alcune cominciarono persino a chiedere a chi si presentava di giurare lealtà ai principi sionisti. Alcuni palestinesi erano andati in tribunale a protestare, ma raramente avevano vinto.

Allo stesso modo era impensabile per un ebreo vivere in un villaggio palestinese. Quelli che lo facevano, per mandare un messaggio, di solito non erano benvenuti nelle comunità palestinesi e per lo più evitati dalle loro. Ma di nuovo, erano molto pochi.

Guardai Lisa chiedendomi quale fosse la sua posizione sull’argomento. Ma era così agitata che sembrava ignara dei miei pensieri. “Telefono a mio marito per dirgli di star pronto in caso avessi bisogno di aiuto.”

Annuii. Mi salutò in fretta e se ne andò.

Tornando a casa pensai alle sue parole mentre oltrepassavo una colonia ebraica con le sue file di villette curate, giardini lussureggianti, fontane e ampi marciapiedi.

La differenza tra comunità palestinesi ed israeliane, spesso l’una accanto all’altra, erano così marcate che chiunque poteva distinguerle. Fondi statali per le comunità israeliane garantivano che avrebbero offerto un livello di vita tale da attrarre immigranti. Centinaia di località ebraiche erano state costruite da Israele dalla sua fondazione, ma non fu creato neppure un nuovo villaggio o paesino palestinese e quelli esistenti furono soffocati. In ogni villaggio palestinese che avevo visitato, vidi ghetti trascurati e sovraffollati, strade strette piene di buche, mancanza di spazi attrezzati, nessun parco o spazi pubblici e un’atmosfera pesante, depressa.

I villaggi palestinesi si sono sviluppati per centinaia di anni, prima dell’attuale zonizzazione e dei piani comunali. Le nuove comunità ebraiche sono state costruite in modo pianificato e metodico, le loro case copie esatte una dell’altra, come i quartieri in Occidente. Sembravano cadute dal cielo al posto dei villaggi distruttti. In tutta quella bellezza e ordine io vedevo solo bruttezza perché con la mente ripensavo a come erano state costruite.

Questo è un estratto editato da Stranger in My Own Land: Palestine, Israel and One Family’s Story of Home di Fida Jiryis, pubblicato da Hurst e disponibile dal guardianbookshop.co.uk

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Un contratto pubblico svela come Israele faccia uso delle foreste per accaparrarsi la terra dei cittadini beduini

Meron Rapoport

22 settembre 2022 – +972 Magazine

Un accordo tra la Israel Land Authority e il Jewish National Fund utilizza un linguaggio militare per giustificare la piantumazione di alberi come arma contro gli “invasori”.

Fin dalla sua fondazione lo Stato di Israele ha utilizzato la piantumazione di alberi come mezzo per nascondere il passato o aprire la strada al futuro. Mentre a prima vista la piantumazione di alberi sembra un intervento innocuo, persino vantaggioso da realizzare, in Israele è tutta un’altra storia.

Storicamente lo Stato ha fatto uso della piantumazione degli alberi nel 1948, durante la Nakba [l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre e la distruzione di centinaia di villaggi, ndt.], col proposito di occultare i villaggi palestinesi che distruggeva dopo aver espulso gli abitanti. Ma la pratica persiste tutt’oggi come strumento per le ulteriori espropriazioni dei cittadini palestinesi di Israele. In nessun luogo ciò è tanto evidente come nel Naqab/Negev, dove la lotta di Israele contro i cittadini beduini per l’accaparramento della terra sta prendendo la forma di un’operazione militare.

Nuovi documenti scoperti da Local Call [sito online indipendente di documentazione socio-politica in lingua ebraica di cui +972 Magazine è la versione in inglese, ndt.] rivelano fino a che punto le autorità israeliane trattano i propri cittadini come nemici. Sulla base di un contratto tra la Israel Land Authority (ILA), che gestisce terreni di proprietà statale, e il Jewish National Fund-Keren Kayemeth LeIsrael (JNF-KKL), un’organizzazione para-governativa che possiede il 13% della terra in Israele ed è responsabile dei progetti di piantumazione di alberi in tutto il Paese, la polizia israeliana ha incaricato il JNF di piantare boschi nei territori che lo Stato vuole “proteggere” dai beduini per “prevenire occupazioni di terre e intrusioni“.

Secondo il contratto i piani devono essere tenuti “segreti fino alla loro attuazione”, mentre gli abitanti beduini che si oppongono alla piantumazione su terreni di cui rivendicano la proprietà sono definiti una “popolazione criminale (e) ostile“.

Il documento attesta che il imboschimento sarà effettuato dal JNF come appaltatore dell’ILA, e il terreno su cui verranno piantati gli alberi non gli è assegnato. Il valore del contratto è di 15 milioni di shekel [4,41 milioni di euro, ndt.] per il 2022 e di 20,5 milioni di shekel [6 milioni di euro, ndt.] per il 2023. In particolare l’accordo è stato esentato da un appalto pubblico; le istituzioni governative in Israele dovrebbero ricorrere a tali gare d’appalto per tutti i contratti, a meno che non venga presa una decisione contraria espressamente motivata.

Mentre i precedenti contratti di rimboschimento tra l’ILA e il JNF venivano giustificati sulla base delle competenze di quest’ultimo nel piantare boschi, quest’anno assume un particolare rilievo il linguaggio militare. Il nuovo accordo afferma esplicitamente che l’imboschimento si è dimostrato efficace nel prevenire “occupazioni” e che gli alberelli hanno lo scopo di facilitare una “efficace conquista” della terra.

Inoltre, l’accordo stabilisce che la sede di imboschimento venga determinata dopo che gli ispettori dell’ILA, dell’Autorità per i parchi naturali e del JNF abbiano individuato delle “aree ‘critiche’… [in cui] si verifichino ripetute massicce occupazioni caratterizzate da coltivazioni e costruzioni illegali .

Il linguaggio militare potrebbe essere una risposta alle forti proteste condotte a gennaio da abitanti beduini nel villaggio di Sa’wa al-Atrash dopo che le autorità israeliane hanno tentato di realizzare piani di imboschimento sulla loro terra.

“Questo documento mostra come lo Stato stia deliberatamente agendo di nascosto“, ha affermato l’avvocato Myssana Morany di Adalah, un centro legale impegnato nella salvaguardia dei diritti dei cittadini palestinesi di Israele. Il contratto, aggiunge Morany, mostra che per lo Stato e la polizia la piantumazione è diventata un’armacontro la comunità beduina.

Una popolazione criminale’

L’accordo non specifica dove avverrà il nuovo imboschimento, ma dai dati in possesso di Adalah, oltre a quelli ottenuti in seguito ad una precedente istanza presentata dalla Società per la Protezione della Natura in Israele, risulta che più della metà dei progetti di imboschimento realizzati negli ultimi due decenni a scopo di accaparramento di terre hanno avuto luogo nel Naqab. Il documento non fa nessun riferimento al fatto che in molti casi la piantumazione viene effettuata in territori che non sono registrati a nome dello Stato, dal momento che gli abitanti beduini ne hanno rivendicato la proprietà.

All’inizio di quest’anno il JNF ha cercato di piantare alberi vicino alle case del villaggio di Sa’wa al-Atrash, in un terreno su cui decine di anni fa la famiglia al-Atrash ha presentato una richiesta di proprietà e che ha coltivato fino al momento della piantumazione da parte del JNF. A seguito di vaste proteste, violenze della polizia e l’arresto di decine di abitanti, la piantumazione è stata interrotta. Nella circostanza il ministro dell’edilizia abitativa Ze’ev Elkin ha liquidato gli scontri come un “evento di routine”.

Per motivare la necessità dell’individuazione del JNF come partner specifico, il contratto afferma che l’ILA “ha allegato alla sua domanda una lettera del capo dell’Unità delle forze speciali della polizia israeliana e del comandante dell’Unità Yoav ([un’unità di polizia paramilitare incaricata di far rispettare l’ordine all’interno della comunità beduina) che chiariva la necessità e la garanzia dell’esecuzione dell’ imboschimento a scopo di tutela del territorio, ed in particolare la necessità che tali operazioni fossero svolte da un ente pubblico [ovvero il JNF], avvantaggiato dall’avere come compito specifico quello di discutere con una comunità criminale che tenti di contrastare un imboschimento. Non è chiaro con quale autorità la polizia ritenesse di poter stabilire quale agenzia avrebbe dovuto eseguire la piantumazione di alberi.

“Con questa raccomandazione la polizia ha superato il limite”, dice Hussein al-Rifa’a, un attivista sociale coinvolto nella lotta a Sa’wa al-Atrash e in precedenza a capo del Consiglio regionale dei villaggi non riconosciuti nel Naqab. “È un organismo di controllo, non un ente di consulenza, ma nel Naqab tutto è possibile”.

“Questo è un abuso di autorità (della polizia)”, gli fa eco Dafna Saporta, coordinatrice del team del Negev presso l’ONG di pianificazione Bimkom, impegnata contro i metodi di imboschimento dell’ILA e del JNF-KKL. “Che competenza può avere la polizia sull’utilizzo della terra?”

“Siamo di fronte a una valanga di provocazioni e i media ne sono consapevolmente complici”, continua al-Rifa’a. I beduini non sono criminali. Vogliono delle soluzioni, da 70 anni. Come in tutte le popolazioni ignorate dallo Stato, c’è una piccola percentuale di eventi negativi: una persona commette un’azione illegale e l’intera comunità viene etichettata come criminale’”.

E’ tutto nelle stesse mani’

A chiarimento del perché il contratto del JNF è stato esentato dalla gara di appalto anche se si tratta di un ente pubblico, l’accordo afferma che “alcune delle persone che hanno cercato di impedire l’imboschimento (avevano) danneggiato beni e vite umane”, aggiungendo che “un appaltatore privato motivato da considerazioni esclusivamente economiche sarebbe scoraggiato dal lavorare con una comunità ostile”. Il JNF invece è “spinto dalla convinzione… la determinazione dei dipendenti JNF-KKL e il loro impegno nel compito di proteggere la terra è saldo e comprovato alla luce delle esperienze passate“.

Lo spirito militare del progetto di imboschimento “allo scopo di proteggere il territorio” raggiunge il suo apice nella sezione 7.3.3 del documento: ” Nel lavoro con JNF-KKL”, si legge, “i piani dello Stato sono tenuti segreti fino alla loro attuazione. Questa questione è di grande importanza poiché rivelare le operazioni in una fase precedente potrebbe ostacolare l’intervento e mettere in pericolo le forze che operano sul campo”.

In una sentenza del 2001 l’Alta Corte israeliana ha stabilito che la forestazione dovrebbe essere considerata come qualsiasi altro atto di pianificazione e deve quindi essere presentata ai comitati di pianificazione competenti, dove possono essere sollevate obiezioni. Tuttavia, l’ILA afferma che si tratta di “imboschimento agricolo” e non richiede approvazione, aggirando così i comitati di pianificazione. Bimkom, così come altre organizzazioni, ha respinto con forza questa interpretazione.

Nel 2015 la Società per la protezione della natura in Israele ha presentato all’Alta Corte un’istanza contro i piani di rimboschimento nel Naqab per il fatto che provocano gravi danni alla natura e aggirano illegalmente le legittime procedure di pianificazione.

Successivamente è stato istituito il “Comitato Scoop” (dal nome di un alto funzionario dell’ILA) per esaminare i casi designati come “imboschimento agricolo”. Ma le discussioni interne di questo comitato, i cui membri sono per più della metà rappresentanti dell’ILA, del JNF e dell’Autorità per i parchi naturali, non sono pubblicamente consultabili. Un’altra istanza presentata dalla Società per la protezione della natura in Israele contro i piani di imboschimento è stata respinta.

A febbraio Adalah ha presentato all’ILA una richiesta sulla base della libertà di accesso alle informazioni per ottenere i protocolli del comitato e altro materiale relativo al suo lavoro. “Abbiamo ricevuto scarsissimo materiale”, riferisce Morany. L’ILA ci ha detto che alcuni dei documenti sono nelle mani del JNF, a cui si sarebbe rivolta, ma il JNF non li avrebbe forniti. Mi hanno suggerito di contattare il JNF”.

Rivolgersi al JNF è inutile, dice Morany, perché tecnicamente non è un ente governativo e quindi non è obbligato a rispondere alle richieste fatte in base alla libertà di accesso alle informazioni. Ma, alla luce del documento in cui lo Stato ammette apertamente di utilizzare il JNF per mantenere la segretezza dei suoi piani di imboschimento, ora è chiaro, sottolinea Morany, che tutto si trova nelle stesse mani. Lo Stato trasferisce al JNF attività che esso legalmente non può fare”.

“Dobbiamo salvarci da questa valanga di provocazioni

Secondo Saporta si può presumere che, se fossero arrivati ai comitati di pianificazione, i piani di imboschimento avrebbero incontrato delle difficoltà. L’imboschimento è in corso su territori che lo Stato ha definito, nell’ambito del Piano Metropolitano Be’er Sheva, un ‘paesaggio rurale agricolo misto’, cioè, aree destinate all’insediamento e all’espansione dei villaggi beduini. L’imboschimento contravviene a questo piano”, afferma.

Come a Sa’wa, gran parte della forestazione avviene in aree molto vicine alle case degli abitanti beduini, il che non è un caso. In uno dei protocolli del Comitato Scoop che Adalah ha ricevuto, Ilan Yeshuron, il direttore della regione meridionale della divisione per la protezione del territorio dell’ILA, afferma che lo scopo della forestazione è, tra le altre cose, prevenire l’espansione degli insediamenti illegali [beduini] nella zona. Ci stiamo avvicinando a una distanza di qualche decina di metri dai centri abitati, non di più“.

Poiché l’ILA e il JNF non forniscono dati sui loro progetti di imboschimento, è difficile conoscere esattamente la portata dei loro piani, ma si stima che riguardino decine di migliaia di dunam [10 dunam: 1 ettaro, ndt.]. Secondo Adalah ci sono rivendicazioni di proprietà su una parte significativa delle aree imboschite, il che significa che, contrariamente a quanto descritto nel documento ILA-JNF, lo Stato non è il proprietario.

“Dicono che l’obiettivo sia prevenire le occupazioni di terre, ma determinare chi sta occupando indebitamente o meno è una questione giuridica”, afferma Morany. Stanno creando dei fatti compiuti. Non c’è un’indagine legale, manca la trasparenza e qualsiasi procedura di pianificazione”.

L’ILA afferma che il progetto è solo temporaneo e che in seguito, se si modifica la situazione giuridica, gli alberi potranno essere sradicati. Ma questo non rassicura Morany. “È un bluff”, spiega. La piantumazione di alberi impedisce alle persone con diritti di proprietà di utilizzare la terra. Stanno cambiando la situazione e aggirando i processi di regolarizzazione”.

Il tribunale non aiuterà (l’ILA); queste sono terre private beduine, dice Al-Rifa’a, riferendosi principalmente alla valle di Be’er Sheva, dove si trova una grande quota dei villaggi non riconosciuti e dove è stata effettuata gran parte dell’imboschimento. Dal punto di vista legale la proprietà della terra non è stata contestata. La popolazione non è stata trasferita da un’altra parte del Naqab, ma è rimasta lì sin dalla fondazione di Israele”.

Continua: Lo Stato ha cercato di impossessarsi di quest’area in tutti i modi e non c’è riuscito, quindi ora vogliono usare il JNF e la polizia per impossessarsi della terra. Siamo in una brutta situazione, ma dobbiamo sopravvivere a questa valanga di provocazioni”.

Nella sua risposta alla richiesta di commento di Local Call, l’ILA ha dichiarato: “Le operazioni di piantumazione per proteggere e preservare la terra nel Negev sono state effettuate dallo Stato per circa 30 anni nell’ambito della costante opera di protezione delle terre dello Stato e nell’ambito dei doveri dell’ILA stabiliti dalla legge. Si tratta di opere agricole temporanee e reversibili, il cui scopo è quello di preservare il terreno in modo che sia disponibile per qualsiasi uso stabilito dai soggetti autorizzati”.

Continua: L’esperienza pluriennale mostra che la piantumazione di alberi è altamente efficace nel prevenire occupazioni e costruzioni illegali, oltre a gravi danni ambientali dovuti allo scarico di rifiuti e alle discariche illegali, a conservare le acque di deflusso, ecc. Queste piantumazioni protettive vengono svolte in coordinamento con tutti gli organi statali competenti, a seguito di una chiara decisione dell’Alta Corte in materia”.

Riguardo al ruolo delle forze di sicurezza interna nei progetti, l’ILA aggiunge: La polizia è un organismo che assiste l’ILA nello svolgimento delle azioni esecutive in conformità con i poteri di legge e non è affatto coinvolta nella gestione della terra, con tutto ciò che questo implica”.

Nella propria dichiarazione a Local Call la polizia israeliana ha affermato che il suo ruolo è quello di assistere e proteggere le autorità civili nello svolgimento dei loro compiti in seguito a loro specifica richiesta di assistenza. Sottolineiamo che la polizia non interferisce in tutto ciò che riguarda la gestione del territorio, compresi i diritti alla terra, per tutti gli aspetti che ne derivano.

La lettera in questione si riferisce alle difficoltà che gli organismi preposti devono affrontare nell’applicazione della legge, ai rischi connessi e ai vantaggi di lavorare con un ente pubblico alla luce delle circostanze sopra menzionate. Le dichiarazioni sui vantaggi della forestazione come strumento per prendere possesso della terra sono basate su un ruolo professionale e vasta esperienza della polizia israeliana nell’assistenza agli organi esecutivi“.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cancelliere Olaf Scholz, ecco quello che è veramente ripugnante

Amira Hass

21 agosto 2022 – Haaretz

Evidentemente Europa e Stati Uniti credono talmente ai libelli antisemiti da pensare che Israele, una moderna entità totalmente ebraica, sia una piovra onnipotente multitentacolare che non si deve far arrabbiare

Al di sopra delle leggi internazionali e senza confini: questo è lo spazio infinito di Israele dove conduce la sua guerra infinita contro il popolo palestinese.

Il “nostro” Olocausto è durato 12 anni e il sionismo ne ha beneficiato fin d’allora. Il non-Olocausto palestinese dura ormai da 75 anni. E il mondo, in altre parole Stati Uniti ed Europa, guidati dalla Germania, non sta semplicemente a guardare.

Gli autoproclamatisi Paesi illuminati danno ripetutamente a Israele il via libera per continuare il non-Olocausto che si è perpetuato così a lungo. Le loro occasionali e deboli condanne, la mancanza di allarmi e sanzioni da parte delle diplomazie, servono solo a segnalare a Israele che può continuare a prevaricare, umiliare, schiacciare e torturare, bombardare, uccidere, imprigionare ed espellere, impossessarsi di terre e acqua. E tutto ciò sfruttando vergognosamente e cinicamente le nostre famiglie assassinate dalla Germania nazista e dai suoi alleati. Onorevole cancelliere Olaf Scholz, lei è disgustato? Ecco quello che è veramente disgustoso.

Il ministro della Difesa Benny Gantz avrebbe bloccato il processo per mettere fuori legge sette organizzazioni civili palestinesi se avesse saputo che i Paesi europei avrebbero imposto anche una sola sanzione contro Israele. Giovedì scorso gli scassinatori israeliani armati non avrebbero fatto irruzione negli uffici di quelle organizzazioni saccheggiandone quanto vi si trovava se funzionari di alto livello nell’amministrazione USA del Democratico presidente Joe Biden avessero ordinato in anticipo a Gantz di evitarlo.

Ma l’Europa e gli Stati Uniti sono forti, capaci ed efficaci nell’imporre varie sanzioni su quella Nazione che è occupata, spossessata, espulsa. Come se credessero che i libelli antisemiti che Israele (quale moderna organizzazione ombrello di tutti gli ebrei) fosse una piovra onnipotente multitentacolare che si deve far attenzione a non irritare.

Israele apre continuamente nuovi fronti nella sua lunga guerra contro il popolo palestinese e sceglie quanti più bersagli possibile. A questo scopo dispone di inestinguibili risorse: denaro, soldati, esperti legali, yes-men, cittadini che se ne fregano e falsità che avvolge in mantra a base di sicurezza e documenti classificati.

Non c’è bisogno di aspettare 50 o 60 anni fino all’apertura degli archivi perché i documenti rivelino qualche altro segreto piano governativo dietro a un atto orrendo presumibilmente perpetrato da individui (come il massacro di Kafr Qasem [villaggio in cui, il 29 ottobre 1956, soldati israeliani massacrarono 49 palestinesi n.d.t.]) o svelino le intenzioni che differirebbero da quelle dichiarate (come la Legge Militare imposta ai cittadini arabi di Israele dal 1948 al 1966 allo scopo di impedire a loro il ritorno alle terre e completarne invece la nostra occupazione).

Anche senza documenti noi sappiamo perché Israele proibisce l’esistenza di sette associazioni civili palestinesi, tra cui importanti organizzazioni per i diritti umani:

1. L’attività delle organizzazioni rafforza la determinazione, o sumud, palestinese contro l’occupazione e la sua invasività.

2. Informazioni, testimonianze, documenti e analisi fornite da queste organizzazioni sono un’importante banca dati per qualsiasi denuncia palestinese contro l’occupazione israeliana in forum legali internazionali ora e in futuro.

3. Le organizzazioni e i loro attivisti hanno anche mosso critiche contro l’Autorità Palestinese, le sue pratiche oppressive, i suoi fallimenti nel campo della giustizia sociale e le sue politiche neoliberali. La persecuzione israeliana contro di loro intensifica i sospetti e gli interrogativi sui motivi per cui anche l’ANP le vuole chiudere. Seminare sospetti e accuse reciproche fra i palestinesi è una pratica comune delle agenzie israeliane di intelligence.

4. Le organizzazioni conservano e promuovono lo spirito di unità palestinese che prevale sulla hamula, o famiglia allargata, contrastando così le intenzioni e attività israeliane per dividere ed erodere la società palestinese in modo tale che ogni persona, o al massimo ogni famiglia, sia sola nello scontro contro l’intrinseca crudeltà del dominio imposto da Israele.

I Paesi europei anche se pubblicamente aderiscono alla “soluzione dei due Stati,” non hanno sospeso le relazioni diplomatiche con Israele in risposta all’azione divoratrice della rimanente terra palestinese in Cisgiordania, in violazione delle risoluzioni dell’ONU e del diritto internazionale. Non hanno richiamato i loro ambasciatori per costringere Israele ad interrompere l’imprigionamento di oltre 2 milioni di persone in quel carcere chiamato Striscia di Gaza. Non hanno sospeso gli accordi commerciali con Israele, anche se dal primo giorno degli Accordi di Oslo Israele ha violato il principio base su cui poggiano gli accordi: la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono una sola unità territoriale.

Questi Paesi non cancellano gli accordi commerciali relativi ad armi e sistemi di spionaggio, perché Israele ha schiacciato e continua a schiacciare Gaza con le sue armi e usando metodi fantascientifici per spiare ogni palestinese dalla culla alla tomba. Non limitano l’ingresso degli israeliani nel loro territorio in risposta alle continue restrizioni sui movimenti che Israele impone ai palestinesi e alle loro mogli.

Israele continua a distruggere e confiscare attrezzature umanitarie (pannelli solari, condutture idriche e strutture mobili) pagate da Paesi europei ed è ben conscia che non ci sarà nulla di più di una inefficace condanna verbale. Israele assegna anche terre e acqua che ha sottratto ai palestinesi a cittadini ebrei di Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Canada e Argentina, sicura che quegli Stati non puniranno nessuno per questa rapacità.

Dopo la chiusura delle sette organizzazioni, Israele e i suoi obbedienti cittadini ebrei, che traggono vantaggio da questo furto ufficiale, continuerà così e valicherà altre linee rosse, perseguiterà altri gruppi della società civile e zittirà altri attivisti, con l’autorizzazione di Europa e Stati Uniti.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




L’economia sociale del dopo-Oslo: un’analisi

Omar Zahzah

12 agosto 2022 – The Palestine Chronicle

Se ci pensate, è un classico Fanon”, ha osservato nel 2018 in occasione del 25° anniversario degli Accordi di Oslo la scrittrice palestinese Yara Hawari, analista esperta di Al-Shabaka: The Palestine Policy Network [organizzazione indipendente e transnazionale impegnata nel dibattito pubblico su diritti umani e autodeterminazione palestinesi, ndt.].

“Significa: creiamo questa classe di persone deputata a preservare la sicurezza degli oppressi e dei nativi, in modo da non doverlo fare noi”.

La “classe” a cui Hawari fa qui riferimento è l’Autorità Nazionale Palestinese, quell’apparato repressivo di informatori autoctoni le cui incarcerazioni e sevizie nei confronti del suo stesso popolo e la cui totale obbedienza allo Stato coloniale sionista sono state istituzionalizzate attraverso l’approvazione degli Accordi di Oslo del 1993. Hawari mette in relazione la formazione dell’ANP con la classe media nazionale sottosviluppata descritta da Fanon in The Pitfalls of National Consciousness [Le trappole della coscienza nazionale, capitolo del suo classico libro “I dannati della terra”, Einaudi, 2007], una classe che perpetua la propria integrità e i propri interessi materiali preservando le relazioni e la collaborazione neo-coloniali con il potere coloniale.

L’attivista palestinese Jamal Juma spiega che attraverso gli Accordi l’ANP ha fatto in modo che i mezzi di sussistenza palestinesi finissero sotto il controllo di organizzazioni come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, e che la divisione della Cisgiordania nelle aree A, B e C fosse guidata in ultima analisi da una più ampia strategia di annessione totale.

Un’ampia disanima di tale argomento, Palestina, Srl di Toufic Haddad, dimostra come gli Stati donatori e le istituzioni finanziarie occidentali abbiano utilizzato gli accordi di Oslo come banco di prova nell’esplorazione di forme di intesa nazionali e governative che potessero essere più gradite alle iniziative capitaliste neoliberiste — un’intuizione che suggerisce come la Palestina funga da “laboratorio” in maniera diversa rispetto alla visione più diffusa dello Stato sionista che sperimenta sulla società e sui territori palestinesi lo sviluppo di tattiche di armamento, di controllo della folla e di sorveglianza che alla fine esporterà ad altre nazioni e società.

Tuttavia, per quanto queste considerazioni siano fondamentali, esse si riferiscono agli aspetti materiali delle conseguenze devastanti degli Accordi di Oslo.

Credo sia importante discutere anche di altre componenti più astratte degli effetti distruttivi degli Accordi, componenti non limitate alla sola Palestina. Uno sforzo del genere è importante, poiché ogni tentativo di diagnosticare il vero carattere coloniale della nostra condizione ci permette di fare un passo in più verso una consapevolezza potenzialmente liberata e liberatoria.

Replica emotiva e mentale

Il carattere materiale dei progetti coloniali può replicarsi emotivamente e mentalmente, sia all’interno del morale collettivo dei colonizzati che nelle menti e nei cuori degli individui che compongono le popolazioni sottoposte a tale condizione. Quindi non ci vuole un grande sforzo di immaginazione per considerare che la frammentazione fisica e politica operata dagli Accordi di Oslo, l’arrogante e arbitraria dichiarazione che un futuro Stato palestinese riguarderebbe solo quei palestinesi che si trovano attualmente all’interno del loro territorio colonizzato e occupato militarmente, l’abbandono della lotta di liberazione, la creazione di un’élite borghese palestinese corrotta che trarrebbe un chiaro profitto dall’oppressione e dallo sfruttamento del proprio popolo, si siano incise profondamente anche nella psiche individuale dei palestinesi.

È anche logico pensare che tale ricollocazione abbia effetti profondi non solo sul morale individuale dei palestinesi, ma anche sull’attivismo (e qui utilizzo questo termine intenzionalmente) che fece seguito agli Accordi di Oslo.

L’oggetto della mia analisi è un particolare tipo di attivismo (di nuovo, qui utilizzato per descrivere una mentalità e varie forme di definizione delle priorità) che considera la reputazione, l’ego, il “marchio”, la politica individuale, al di sopra della più ampia lotta di liberazione – anche escludendola completamente – così come della necessità di una lotta comune e collettiva del nostro popolo. Una persona o un’organizzazione diventa il rappresentante designato della causa palestinese, e invece di coinvolgere gli altri nella stessa lotta come compagni, tutti diventano concorrenti in una inutile lotta per un “marchio di esclusività“.

La collettività si trasforma da forza ad ostacolo, poiché la pluralità di voci e approcci, parte integrante della salute di qualsiasi vero movimento di liberazione, viene offuscata dall’esigenza culturale di essere la voce palestinese designata, l’attivista palestinese, l’intellettuale palestinese, e così via, anziché uno tra i tanti.

Il momento critico dell’anti-colonialismo viene reindirizzato verso un’analisi della politica liberale e della cosiddetta “leadership del pensiero” che dà per scontata la persistenza di strutture e sistemi che devono essere distrutti piuttosto che sostenuti, e addirittura ne trae beneficio. Ma anche un atteggiamento più critico non implica necessariamente il superamento di questo status quo, poiché il mostrarsi come il soggetto più radicale può essere di per sé mercificato come personale cinica dimostrazione di competizione.

Non è più la lotta palestinese ad essere intrapresa, nella sua integrità e contradditorietà, ma una sua versione asettica che viene rimpacchettata e venduta a un pubblico di riferimento. In questa competizione viene riproposta la frammentazione imposta alla nostra lotta dai nostri colonizzatori e dalla cosiddetta leadership della nostra gente, che collabora volontariamente con loro per il proprio tornaconto personale, e la stessa frammentazione invece di essere combattuta viene incentivata.

Tutte le forze oppositive, dai nostri colonizzatori ai loro alleati imperialisti, non vorrebbero altro per noi che il mantenimento della nostra dispersione, frammentazione, quindi è naturale che ci troviamo in sistemi e situazioni in cui, anche se indirettamente, siamo incoraggiati ad attaccarci a vicenda in modo da sentirci più interessanti.

Cosa si intende per economia sociale

Una economiaimplica tipicamente un sistema di relazioni e di scambio. Quindi riferirsi al fenomeno in questione come ad una economia socialepotrebbe sembrare una strana scelta di parole. Ma attraverso questa formulazione stiamo considerando i modi in cui le relazioni sociali stesse sono condizionate dai processi economici: il modo in cui, ad esempio, le relazioni personali e professionali vengono distorte dalle nozioni capitalistiche di profitto, produttività e bisogni artificiali, o come il sistema di credo neoliberisti incoraggi un approccio alle questioni riguardanti l’oppressione nello stile del “buffet”, secondo cui mantenere un’identità emarginata comporti di per sé intenti liberatori (Mahmoud Abbas dovrebbe essere una confutazione sufficiente di questa attitudine politica regressiva).

Nel nostro esempio l’impegno politico viene impercettibilmente scavalcato da incentivi lucrativi di competizione, falsi bisogni, esclusione, e una causa che è essenzialmente una lotta collettiva per la liberazione anticoloniale diventa semplicemente un mezzo di promozione e avanzamento personali. Nella misura in cui il ruolo dilagante delle ONG sia in Palestina che a livello internazionale devia gli sforzi incentrati sulla liberazione verso obiettivi riformisti, fortemente condizionati da finanziamenti vincolanti, e riversa l’intelligenza e la creatività degli organizzatori su esigenze burocratiche come la raccolta di fondi e la costruzione di relazioni con i donatori, non possiamo ignorare l’interazione tra istituzioni compromesse, assoggettamento all’economia predatoria e volubilità politica.

Buona fede e inconscio

Tuttavia, per quanto tale coinvolgimento possa a volte essere contraddistinto da una deliberata noncuranza, la nostra esperienza suggerisce che è più probabile che un tale stato di cose venga rinforzato inconsciamente. Così, anche nei momenti più intensi di apparente confronto e disaccordo, si deve sempre presumere che ci sia della buona fede.

Una pratica imperfetta ma comunque migliorativa, dato questo stato di cose, è quella di insistere su distinzioni intenzionali e coscienziose tra la società civile e la sfera del no-profit. A dire il vero esiste una sovrapposizione, ma identificare intenzionalmente le organizzazioni senza scopo di lucro con la società civile finirebbe per annacquare l’impegno sociale con le esigenze, i limiti e le restrizioni della burocrazia del no profit.

Nell’attesa del completo disfacimento del sistema no profit, un approccio importante è quello di percorrerne gli spazi con la consapevolezza di queste distinzioni materiali e chiedere sempre a se stessi (e alla propria organizzazione) come utilizzare al meglio le risorse e reti del contesto no profit per ampliarne quanto possibile senza restrizioni la base.

Sarebbe un compito molto più semplice se gli accordi di Oslo avessero portato una generazione di militanti e organizzazioni egocentriche a trarre profitto attraverso la competizione dei loro “marchi” palestinesi, nel bene e nel male, ma ciò non è quanto discuto. La realtà è più oscura e più difficile da definire, ma in sostanza quello che sto suggerendo è che vari fattori, tra cui l’eccessiva enfasi sull’individuo propria dell’etica coloniale/capitalista statunitense, così come la miriade di forme di frammentazione inflittaci attraverso gli Accordi di Oslo, sono essi stessi interiorizzati e riproposti all’interno del modello dei militanti statunitensi, ma spesso al livello generico di imitazione istintiva e di sensazione.

Diverse norme sociali e simboliche fanno sì che determinate azioni e atteggiamenti siano semplicemente percepiti come più naturali di altri. Questo è il caso del capitalismo in generale, che propone nei termini delle cosiddette “realtà“, “natura”, “società” e così via una completa distorsione delle relazioni e dei legami sociali. La nostra condizione coloniale, seppur per certi versi più particolare, opera tuttavia con effetti simili: l’orizzonte delle possibilità è sempre più impoverito dalla contrazione dei confini e dall’abdicazione dalla responsabilità e dalla dedizione alla lotta.

La strada (le strade) da seguire

Non esiste una “soluzione” predefinita per un tale stato di cose, ma poiché l’individualismo e la competitività sono i flagelli, dovrebbero ovviamente avere la priorità gli approcci incentrati sulla collaborazione e la crescita comune. In tale prospettiva ci si dovrebbe accordare su un impegno continuo (che conti sulla) buona fede di tutti, sempre che non vengano superate le linee rosse del sionismo e della normalizzazione. Ma anche avendo a che fare con queste linee rosse è fondamentale essere in grado di stabilire definizioni esaustive di sionismo e normalizzazione, così come stabilire e coltivare un sano impegno politico.

A questo punto dovrebbe essere tutt’altro che politicamente controverso dire che l’entità sionista non ha il diritto di esistere, non dovrebbe mai essere esistita e non dovrebbe esistere di fatto nemmeno adesso; che i palestinesi hanno diritto a tutte le forme di resistenza fino al ritorno e alla liberazione totale, e che tutta l’entità sionista è, nei fatti, la Palestina occupata, una costruzione aliena su terre e vite rubate che deve essere demolita per arrivare ad una completa liberazione e a un risarcimento della Palestina.

Parlare in modo esplicito delle competizioni e guerre per il territorio come risultato piuttosto che come causa degli Accordi di Oslo può a volte aiutare a reindirizzare gli sforzi verso una lotta più ampia e un miglioramento collettivo, sebbene ciò non sia sempre una certezza.

Alla radice del problema c’è la necessità di operare con la coscienza di movimento piuttosto che per individualismo o attivismo, e di partire sempre da una posizione di aiuto alla causa collettiva anziché di priorità a guadagni individuali. La lotta è danneggiata dalla nostra frammentazione, sebbene sia importante resistere alla cinica cooptazione di questo principio per incoraggiare la tolleranza di tutte le linee politiche all’interno dei nostri spazi e reti più ampie (come la normalizzazione dell’entità sionista, inclusa l’accettazione del Coordinamento per la sicurezza dell’Autorità” Nazionale Palestinese).

Lo scopo è riaccendere e preservare un senso di identità e resistenza collettiva che operi all’interno di una cornice genuinamente anti-coloniale, piuttosto che accettare la nostra colonizzazione come inevitabile, o addirittura come un fatto concluso.

Omar Zahzah è il coordinatore del settore Istruzione e Difesa per Eyewitness [rete associativa internazionale per una soluzione non violenta del conflitto israelo-palestinese, ndt.] nonché membro del Movimento giovanile palestinese (PYM) e della Campagna Statunitense per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (USACBI). Omar è anche uno studioso, scrittore e poeta indipendente e ha conseguito un dottorato di ricerca in letteratura comparata presso l’Università della California, Los Angeles (UCLA). Ha pubblicato questo articolo su The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Accuse infondate”: l’UE ripristina i finanziamenti alle ONG palestinesi

A cura della redazione di Al Jazeera

30 giugno 2022 – Aljazeera

L’anno scorso la Commissione Europea aveva sospeso i finanziamenti per due organizzazioni palestinesi per i diritti umani a causa delle accuse israeliane di “terrorismo”.

Ramallah, Cisgiordania occupata – L’Unione Europea (UE) ha riferito a due importanti ONG palestinesi che riprenderà a finanziarle dopo una sospensione di un anno legata ad accuse infondate di terrorismo” avanzate da Israele.

La Commissione Europea, il ramo esecutivo dell’UE, ha inviato alcuni giorni fa delle lettere ad Al-Haq e al Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) informandoli che le loro sospensioni di 13 mesi sono state revocate incondizionatamente e con effetto immediato.

La Commissione ha citato i risultati di una revisione condotta dall’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) dell’UE, che ha affermato che “non ha riscontrato sospetti di irregolarità e/o frode” e “non ha trovato motivi sufficienti per aprire un’indagine”.

Secondo le informazioni fornite ad Al Jazeera, le e-mail sono state inviate subito dopo l’avvio da parte di Al-Haq di un’azione legale contro la Commissione.

Giovedì Al-Haq ha dichiarato che più di 13 mesi dopo l’imposizione di una sospensione arbitraria al finanziamento del progetto a favore di Al-Haq con sovvenzioni della UE, la Commissione ha “finalmente revocato questa sospensione vergognosa, illegittima fin dall’inizio e basata sulla propaganda e la disinformazione israeliane”.

“La sospensione è stata revocata incondizionatamente e con effetto immediato”, afferma Al-Haq.

Per decenni Al-Haq si è impegnata nel proteggere i diritti del popolo palestinese dalle violazioni della giustizia internazionale commesse da Israele e da altri responsabili. La sospensione ha rappresentato un’altra violazione. Continueremo a promuovere la responsabilizzazione e a difendere lo stato di diritto”, aggiunge l’organizzazione.

“Nella nostra interazione con la Commissione, abbiamo richiesto assicurazioni in merito all’impegno della Commissione di portare avanti il resto del progetto in buona fede, escludendo qualsiasi ulteriore interruzione di natura politica basata su accuse diffamatorie contro Al-Haq”.

L’UE ha sospeso i suoi finanziamenti ad Al-Haq e PCHR nel maggio 2021.

Quel mese, i diplomatici europei avevano ricevuto un dossier riservato dell’intelligence israeliana in cui si affermava che sei importanti ONG con sede in Palestina, tra cui Al-Haq, stavano usando i soldi dell’UE per finanziare il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) [organizzazione politica e militare palestinese di orientamento socialista, ndt.].

Contemporaneamente la Commissione ha sospeso i suoi finanziamenti al PCHR nonostante non fosse tra le sei ONG menzionate.

Pochi mesi dopo, nell’ottobre 2021, Israele ha dichiarato illegali le sei organizzazioni, con il pretesto dell’affiliazione al partito politico FPLP, il cui braccio armato è stato attivo tempo fa, durante la seconda Intifada all’inizio degli anni 2000 [la rivolta palestinese esplosa il 28 settembre del 2000 come reazione a una visita provocatoria dell’allora capo del Likud Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee, ndt.] quando effettuò degli attacchi contro obiettivi israeliani.

La designazione [di illegalità, ndr.] è stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale e dai gruppi per i diritti umani in quanto ingiustificata” e infondata”.

Nessuna prova è stata fornita dal governo israeliano a sostegno delle sue affermazioni riguardanti le sei organizzazioni.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha descritto la decisione come un “attacco contro i difensori dei diritti umani, le libertà di associazione, opinione ed espressione e il diritto alla partecipazione pubblica” e ha affermato che “dovrebbe essere immediatamente revocata”.

L’udienza

A seguito dell’impegno di Al-Haq di indagare sulla natura giuridica della sospensione, l’organizzazione ha avviato un procedimento legale contro la Commissione a Bruxelles.

La prima udienza è stata fissata per il 4 luglio 2022.

Al-Haq ha informato Al Jazeera che, nonostante la revoca della sospensione, l’organizzazione proseguirà con i procedimenti legali, per danni alla reputazione e garanzie di fiducia per il futuro.

“Il fatto che [Al-Haq] sia stata sospettata di finanziamento del terrorismo per oltre un anno sulla base di informazioni prive di basi oggettive è di per sé dannoso per la sua reputazione”, si legge nella citazione, aggiungendo che l’UE “ha violato i suoi obblighi contrattuali”.

Il direttore di Al-Haq, Shawan Jabarin, ha dichiarato giovedì di non aver mai avuto dubbi sul fatto che la Commissione avrebbe revocato la sospensione.

“Sapevamo che la sospensione, come la designazione da parte di Israele di Al-Haq e di altre organizzazioni della società civile palestinese, non aveva basi legali e fattuali”, ha affermato Jabarin in una nota.

La voce della ragione e della logica ha prevalso dopo una lunga attesa. Siamo lieti di vedere la Commissione ritirare le sue decisioni dannose e tornare nella giusta direzione per sostenere la società civile e i diritti umani”, dice Jabarin.

Siamo preoccupati che la sospensione possa essere stata intenzionale, al fine di danneggiare la nostra immagine e reputazione. Tuttavia, il nostro legittimo lavoro di documentazione delle violazioni dei diritti umani, di sensibilizzazione pubblica e politica e di promozione della responsabilità continuerà”, aggiunge.

“Consideriamo la revoca della sospensione una vittoria per Al-Haq e per la società civile palestinese in generale, nell’ambito del nostro continuo impegno nel difendere le leggi internazionali e i diritti umani e nel perseguire gli autori di gravi violazioni”.

Le organizzazioni della società civile, che ottengono la maggior parte dei loro finanziamenti dai Paesi donatori, sono un pilastro fondamentale dello sviluppo sociale ed economico dei palestinesi che vivono nei territori occupati dal 1967.

Le ONG con sede in Palestina o che lavorano per i diritti dei palestinesi sono state a lungo oggetto di campagne denigratorie, diffamatorie e volte all’interruzione dei finanziamenti da parte di organizzazioni di interesse israeliane e internazionali come ONG Monitor e UK Lawyers for Israel, in collaborazione con il governo israeliano, con il quale hanno stretti rapporti.

Dal 1967 Israele ha bandito (PDF) più di 400 organizzazioni locali e internazionali come “ostili” o “illegali”, inclusi tutti i principali partiti politici palestinesi, come il partito Fatah al governo dell’Autorità Palestinese e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con cui Israele ha firmato gli Accordi di Oslo [serie di accordi politici conclusi il 20 agosto 1993 che hanno portato all’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese con il compito di autogovernare, in modo limitato, parte della Cisgiordania e la Striscia di Gaza e hanno riconosciuto l’OLP come partner di Israele nei negoziati sulle questioni in sospeso, ndr.] nel 1993.

La designazione [di organizzazioni “ostili” o “illegali”, ndt.] “autorizza le autorità israeliane a chiudere i loro uffici, sequestrare i loro beni e arrestare e incarcerare i membri del personale, e vieta di finanziare o anche esprimere pubblicamente sostegno per le loro attività”, secondo una dichiarazione dell’ottobre 2021 delle organizzazioni per i diritti umani Human Rights Watch e Amnesty International.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Diritto al ritorno: la Nakba torna nell’agenda palestinese

Ramzy Baroud

23 maggio 2022 – Middle East Monitor

La Nakba è tornata all’ordine del giorno nei programmi palestinesi.

Per circa trent’anni ai palestinesi è stato detto che la Nakba – o Catastrofe – apparteneva al passato. La vera pace richiede compromessi e sacrifici: perciò il peccato originale che ha portato alla distruzione della loro patria storica doveva essere integralmente rimosso da qualunque discorso politico ‘pragmatico’. Erano esortati ad andare avanti.

Le conseguenze di questo cambiamento nella narrazione sono state molto gravi. Disconoscere la Nakba, l’evento più importante che ha plasmato la moderna storia della Palestina, ha comportato più della divisione politica tra i cosiddetti radicali e i presunti pragmatici amanti della pace, come Mahmoud Abbas e la sua Autorità Nazionale Palestinese. Ha anche portato alla divisione delle comunità palestinesi in Palestina e in tutto il mondo relativamente alle impostazioni politiche, ideologiche e di classe.

Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1993 divenne chiaro che la lotta dei palestinesi per la libertà si stava totalmente ridefinendo e ridelineando. Non si trattava più di una lotta palestinese contro il sionismo e il colonialismo di insediamento israeliano risalente all’inizio del XX secolo, ma di un ‘conflitto’ tra due parti uguali, con uguali legittime rivendicazioni territoriali, che può essere risolta solo attraverso ‘dolorose concessioni’.

La prima di tali concessioni fu l’esclusione della questione centrale del Diritto al Ritorno per i rifugiati palestinesi espulsi dai loro villaggi e città nel 1947-48. Quella Nakba palestinese spianò la strada all’ ‘indipendenza’ di Israele, che venne dichiarata sulle macerie e il fumo di circa 500 villaggi e città palestinesi distrutti e bruciati.

All’inizio del ‘processo di pace’ ad Israele fu chiesto di onorare il diritto al ritorno dei palestinesi, anche se simbolicamente. Israele rifiutò. I palestinesi furono quindi spinti a rimandare quella questione fondamentale a ‘negoziati sullo status finale’, che non si tennero mai. Ciò significò che milioni di rifugiati palestinesi – molti dei quali vivono tuttora in campi profughi di Libano, Siria e Giordania, come anche nei territori palestinesi occupati – furono totalmente esclusi dal dibattito politico.

Non fosse stato per le costanti attività sociali e culturali degli stessi rifugiati, che insistevano sui loro diritti e insegnavano ai loro figli a fare lo stesso, termini quali Nakba e Diritto al Ritorno sarebbero stati del tutto cancellati dal lessico politico palestinese.

Mentre alcuni palestinesi rifiutarono la marginalizzazione dei rifugiati, sostenendo che il problema fosse politico e non meramente umanitario, altri furono disponibili a procedere come se questo diritto fosse irrilevante. Diversi dirigenti palestinesi legati al ‘processo di pace’ ora defunto affermarono esplicitamente che il Diritto al Ritorno non era più una priorità palestinese. Ma nessuno neppure si avvicinò al modo in cui lo stesso presidente dell’ANP Abbas configurò la posizione palestinese in un’intervista del 2012 al Canale 2 israeliano.

La Palestina oggi per me è quella dei confini del 1967, con Gerusalemme est come sua capitale. Così è ora e per sempre…Questa è per me la Palestina. Io sono un rifugiato, ma vivo a Ramallah”, disse.

Abbas aveva completamente torto, ovviamente. Che lui volesse esercitare il proprio diritto al ritorno o no, quel diritto, in base alla Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è semplicemente “inalienabile”, il che significa che né Israele, né gli stessi palestinesi possono negarlo o rinunciarvi.

Tralasciando la mancanza di integrità intellettuale nel separare la tragica realtà del presente dalla principale causa che ne sta alla radice, Abbas mancò anche di intelligenza politica. Con il suo ‘processo di pace’ in difficoltà e in assenza di qualunque concreta soluzione politica, semplicemente decise di abbandonare milioni di rifugiati negando loro la speranza di vedersi restituire le proprie case, la propria terra o la propria dignità.

Da allora Israele, insieme agli Stati Uniti, ha combattuto i palestinesi su due diversi fronti: primo, negando loro ogni prospettiva politica e, secondo, tentando di annullare i loro diritti storicamente sanciti, soprattutto il Diritto al Ritorno. La guerra di Washington contro l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, UNRWA, rientra nella seconda categoria in quanto lo scopo era, e resta, proprio la distruzione delle infrastrutture giuridiche e umanitarie che consentono ai rifugiati palestinesi di considerarsi un insieme di persone che anelano al rimpatrio, alla riparazione e alla giustizia.

Eppure tutti questi tentativi continuano a fallire. Molto più importante delle personali concessioni di Abbas ad Israele, del bilancio dell’UNRWA in costante calo o dell’insuccesso della comunità internazionale nel ripristinare i diritti dei palestinesi, è il fatto che il popolo palestinese ancora una volta si stia riunificando in occasione dell’anniversario della Nakba, ribadendo così il Diritto al Ritorno per i sette milioni di rifugiati in Palestina e nella diaspora (shattat).

Per ironia della sorte, è stato Israele a riunificare inconsapevolmente i palestinesi intorno alla Nakba. Rifiutando di concedere neanche un metro di Palestina, per non parlare di concedere ai palestinesi di rivendicare alcuna vittoria, un proprio Stato – demilitarizzato o no – o di permettere ad un singolo rifugiato di tornare a casa, ha costretto i palestinesi ad abbandonare Oslo e le sue tante illusioni. L’argomentazione un tempo usuale che il Diritto al Ritorno fosse semplicemente ‘inapplicabile’ non conta più, né per la gente comune di Palestina, né per i suoi intellettuali o le sue elite politiche.

Secondo la logica politica, se qualcosa è impossibile, deve esserci un’alternativa praticabile. Tuttavia, mentre la realtà palestinese va peggiorando sotto il sempre più pesante sistema di colonialismo di insediamento e di apartheid israeliano, ora i palestinesi comprendono di non avere una possibile alternativa se non la loro unità e resistenza e il ritorno ai principi fondamentali della loro lotta. L’Intifada dell’Unità dello scorso maggio è stata l’apice di questa nuova consapevolezza. Inoltre le manifestazioni di commemorazione dell’anniversario della Nakba e gli eventi in tutta la Palestina e nel mondo il 15 maggio hanno ulteriormente contribuito a definire la nuova narrazione secondo cui la Nakba non è più un fatto simbolico e il Diritto al Ritorno è la richiesta collettiva e fondamentale della maggioranza dei palestinesi.

Oggi Israele è uno Stato di apartheid nel vero senso del termine. L’apartheid israeliano, come ogni simile sistema di separazione razziale, mira a proteggere i frutti di quasi 74 anni di folle colonialismo, furto di terra e dominio militare. I palestinesi, ad Haifa, Gaza o Gerusalemme, ora lo comprendono appieno e stanno tornando a lottare sempre più come un’unica nazione.

E poiché la Nakba e la successiva pulizia etnica dei rifugiati palestinesi sono il denominatore comune di tutte le sofferenze dei palestinesi, il termine e le sue fondamenta tornano ad essere al centro di ogni significativa discussione sulla Palestina, come avrebbe sempre dovuto essere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Storia della Brigata ebraica. Gli ebrei della Palestina che combatterono in Italia nella Seconda guerra mondiale,

G.Fantoni 

Einaudi, Torino, 2022.

25 aprile 2022, Recensione di Amedeo Rossi

Dopo la pausa forzata dovuta all’epidemia di COVID-19, è ripresa come ogni anno la polemica relativa alla presenza di bandiere palestinesi e di quelle israeliane durante le commemorazioni del 25 aprile, anche se questa volta messe in ombra dalle contestazioni dalle bandiere NATO.

Pubblicato nel gennaio scorso, questo libro rappresenta probabilmente il saggio più completo ed aggiornato sull’argomento e aiuta a fare chiarezza su una serie di questioni non esclusivamente accademiche. Il saggio è diviso in due parti: la prima ricostruisce le varie vicende che portarono alla costituzione della brigata e partecipazione ad alcuni eventi bellici in Italia, nonché le sue attività successive nel nostro Paese e in Austria e Belgio; la seconda si occupa delle ragioni per cui in Italia questa vicenda ha provocato un accanito dibattito e tante polemiche.

Uno dei motivi del lungo oblio che ne ha oscurato la memoria è dovuto alla consistenza numerica (4.000 militari) e il fatto che partecipò alla campagna d’Italia quando ormai le truppe tedesche erano in ritirata. Essa combatté sostanzialmente in due scontri, in Romagna e poi in Emilia, mentre per il resto il suo apporto fu assolutamente trascurabile. Dopo la fine della guerra si dedicò all’assistenza ai profughi ebrei sopravvissuti alle persecuzioni e al tentativo di portare quelli atti alle armi in Palestina per ridurre il divario demografico rispetto alla popolazione arabo-palestinese. Alcuni componenti della brigata furono protagonisti di vendette contro ex-SS e anche civili tedeschi per le terribili sofferenze e le stragi perpetrate dai nazisti a danno degli ebrei.

La parte più interessante e significativa del libro è però la seconda. A parere di Fantoni si tratta di un tipico caso di uso politico della storia: “La Brigata ebraica serviva infatti a rilanciare la storiografia israeliana classica, essenzialmente basata su una lettura sionista della storia del mandato [britannico] palestinese e della fondazione di Israele.”

Questo recupero della memoria della Brigata, ricorda l’autore, è avvenuto prima in area anglosassone, tuttavia è in Italia che ha avuto le maggiori ripercussioni nel dibattito pubblico, in primo luogo per ragioni interne. La fine della Prima Repubblica ha dato il via ad un “uso sfacciato della storia nell’agone politico” sottolinea. Basti pensare alle varie commemorazioni che hanno ridefinito le occasioni di celebrazione ridefinendo il nostro passato, ultima ma non meno problematica l’istituzione della “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio alpino”, il 26 gennaio di ogni anno, in ricordo della battaglia di Nikolajewka.

Le polemiche sulla Brigata ebraica si inquadrano in questo contesto. La destra, vecchia e nuova, intende evitare le accuse di antisemitismo legate alla storia del fascismo e indicare come suo principale, se non esclusivo, torto le leggi razziali. La “sinistra” vede nell’appoggio a Israele e alla sua narrazione l’opportunità di ribadire l’appartenenza al blocco occidentale.

Anche Israele ha tutto l’interesse a utilizzare la memoria della Brigata ebraica. Sottolineando la partecipazione sionista alla lotta contro il nazi-fascismo ribadisce la propria collocazione nel campo delle democrazie occidentali, e nel contempo intende sottolineare il presunto filo-fascismo e filo-nazismo degli arabi in generale e dei palestinesi in particolare.

In Italia, ricorda Fantoni, la questione della Brigata ebraica è diventata fonte di polemiche a partire dal 2004, quando era ormai evidente il fallimento del cosiddetto processo di pace (gli accordi di Oslo) Era necessario far dimenticare alla comunità internazionale il fatto che in quei 10 anni la colonizzazione dei territori occupati, la ragione principale del fallimento di Oslo, era continuata. Nel contempo le opere dei nuovi storici israeliani avevano iniziato a demolire tutti i miti fondativi del cosiddetto Stato ebraico costruiti dalla narrazione sionista. Sostenere che l’avversione degli arabi, e dei palestinesi in particolare, non era dovuta alla pulizia etnica, alla colonizzazione, all’oppressione ma all’antisemitismo intrinseco alla loro mentalità e alla religione islamica era funzionale a ribaltare le possibili critiche. Ciò sollevava Israele da ogni responsabilità, ed anzi lo legittimava a resistere. Da qui l’insistenza di storici e politici sionisti sul legame tra Hitler e Mohammed Amin al-Husseini, il Gran Muftí di Gerusalemme, indicato come l’unico rappresentante politico dei palestinesi.

Il libro di Fantoni confuta in modo dettagliato non solo queste affermazioni palesemente false, ma anche l’effettiva rappresentatività di Husseini rispetto al mondo politico palestinese dell’epoca, ricordando anche che molti arabo-palestinesi combatterono nelle file degli eserciti alleati. Lo stesso Ben-Gurion ebbe il coraggio di ammettere: “Ci sono stati l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma loro [i palestinesi] in questo cosa c’entravano? Essi vedono una sola cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?” Un altro elemento che viene sollevato a sfavore dei palestinesi, afferma giustamente l’autore, è il fatto che sono in maggioranza musulmani, e quindi stigmatizzati in quanto tali.

Oltre a ribadire la scarsa importanza di un personaggio ambiguo e screditato come il Gran Muftí, Fantoni accenna alle simpatie di Jabotinsky e di altri dirigenti della destra sionista nei confronti di Mussolini. È un riferimento che sarebbe stato utile approfondire, in quanto i rapporti tra i capi sionisti sia di destra che di “sinistra” con fascismo e nazismo furono tutt’altro che cristallini. Ad esempio essi non interruppero mai i rapporti economici con la Germania nazista, e Jabotinsky non si limitò a “esprimere in alcune lettere ammirazione per il fascismo italiano”, ma arrivò ad incolpare delle leggi razziali le attività degli ebrei antifascisti.

In conclusione, riguardo allo specifico problema delle polemiche che accompagnano le celebrazioni del 25 aprile, Fantoni sostiene una posizione in parte condivisibile: da anni si assiste ad un attacco condotto sia dalla destra che dal centro-sinistra nei confronti di questa ricorrenza e dell’ANPI. A suo parere la soluzione sarebbe non alimentare ulteriori polemiche, limitandosi a salvaguardare la memoria dei combattenti che liberarono il nostro Paese dalla dittatura, per “disinnescare una polemica che contribuisce a danneggiare un fronte antifascista già parecchio indebolito”. Quindi niente bandiere palestinesi o israeliane, ma neppure di altri Paesi che sono stati o sono protagonisti di una coraggiosa resistenza all’oppressione? Il punto m) dell’articolo 2 dello Statuto dell’ANPI cita tra gli scopi dell’associazione “dare aiuto e appoggio a tutti coloro che si battono, singolarmente o in associazione, per quei valori di libertà e di democrazia che sono stati fondamento della guerra partigiana e in essa hanno trovato la loro più alta espressione.” Se quella dei partigiani è una memoria viva è perché si perpetua in chi oggi combatte la stessa battaglia ovunque nel mondo e in chi con queste lotte solidarizza, non perché si rinnova con una ritualità puramente celebrativa. Per questo pare scontata quanto consolatoria la conclusione del libro: “Gli storici […] possono avere un ruolo importante per costruire un futuro di comprensione e di pace, in Palestina come altrove. Questo libro vuole essere un contributo in tale direzione.” Proprio la ricerca storica, compresi i nuovi storici israeliani, spesso citati nel libro, ha indicato chiaramente le responsabilità nel conflitto. Una parte sempre più consistente dell’ebraismo, soprattutto negli USA, le sta riconoscendo. La differenza tra chi difende senza distinguo Israele e chi propugna invece gli ideali universalistici incarnati nella Resistenza italiana è stata a suo tempo sintetizzata efficacemente da Philip Wohlstetter, intellettuale ebreo statunitense: “Per [Elie] Wiesel era ‘mai più a noi’; per [Primo] Levi ‘mai più a nessuno’.”

Chi celebra insieme alla Liberazione le lotte attuali degli altri popoli non può che concordare con Primo Levi. Ed è su questa contrapposizione che si giocano le polemiche sulla presenza delle bandiere palestinesi o su quelle della Brigata ebraica alle manifestazioni del 25 aprile.




Israele mi ha arrestata per aver protestato contro l’assedio di Gaza. Ecco perché rifiuto di essere processata

Neta Golan 

8 marzo 2022 – +972 magazine

Essendo israeliana ci ho messo anni a disimparare il sionismo. Ora la mia solidarietà con i prigionieri palestinesi mi impone di respingere un ordine di comparizione davanti al tribunale

Il 21 febbraio sono andata a piedi da casa mia, nella Città Vecchia di Nablus nella Cisgiordania occupata, in un negozio in centro per faxare una lettera alla pretura di Ashdod [una città del sud di Israele, ndtr.]. Sono stata convocata là dopo il mio arresto nel gennaio 2020 durante una manifestazione contro l’assedio di Gaza. Nella mia lettera comunico di non aver intenzione di comparire all’udienza in solidarietà con i prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa che sono in sciopero dal primo gennaio e stanno boicottando il sistema dei tribunali militari in protesta contro questa ingiusta pratica.

Il proprietario del negozio che non aveva idea del contenuto della lettera si è rifiutato di farsi pagare. Essendo vissuta nelle comunità palestinesi per 22 anni mi sono praticamente abituata a questi gesti quotidiani di cortesia e generosità. Sono solo una delle manifestazioni di una invisibile rete di protezione che ho imparato a conoscere e da cui dipendo. Ogni società ha i suoi problemi, ma io mi sento incredibilmente fortunata ad avere l’onore di vivere con i palestinesi.

Ma non è sempre stato così. Crescendo a Tel Aviv in una famiglia di ebrei ashkenaziti [cioè di origine europea, ndtr.] sentivo storie su come noi israeliani fossimo moralmente superiori agli “arabi.” Ogni volta che entravamo in un’area palestinese mio padre ci diceva di stare attenti a borse e tasche. Mia nonna ci metteva in guardia perché “un arabo con una mano ti abbraccia e con l’altra ti pugnala alla schiena,” e mentre eravamo tutti a tavola per cena ci diceva che “l’unico arabo buono è l’arabo morto.”

Quando è scoppiata la Prima Intifada avevo 16 anni. Sapevo molto poco dell’occupazione e nulla della Nakba [l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case ad opera delle milizie sioniste e dell’esercito israeliano nella guerra del 1947-49, ndtr.], ma capivo che i palestinesi stavano lottando per la loro libertà e che noi, per tutta risposta, li stavamo uccidendo. Quando sono stati firmati gli accordi di Oslo speravo che le cose sarebbero cambiate in meglio e volevo far parte di quel cambiamento. Non potevo immaginare che li avrebbero trasformati in un altro meccanismo per la spoliazione dei palestinesi.

Ho cominciato ad andare in Cisgiordania negli anni ‘90. Il primo anno e mezzo ero terrorizzata ogni volta che salivo su un pulmino palestinese in partenza dalla Gerusalemme Est occupata: ero sicura che tutti quelli intorno a me volessero uccidermi. Ma ogni volta, passata l’ansia, vedevo che non era così. Anzi, non erano per niente interessati a me, avevano altre cose per la testa relative alle loro vite. Ero scioccata nello scoprire che “loro” erano persone come tutti gli altri.

Dopo un lungo processo di analisi della mia paura, mi sono resa conto che, nonostante il fatto che nessuno avesse menzionato la Nakba durante la mia infanzia, alla gente le cui case, tombe e alberi erano tutt’intorno a me era impedito di ritornarci, mentre a me era permesso di stare là al loro posto. Non sorprende che li temessi: è la stessa paura che tutti i colonialisti o beneficiari di sistemi razzisti sviluppano verso le persone che loro hanno cacciato od oppresso.

Da israeliani siamo nati dentro il progetto sionista, che è basato sulla continua espropriazione degli indigeni palestinesi. Ma esistono alternative a questo progetto di sottomissione: noi possiamo vivere accanto ai palestinesi invece che a loro spese. E da cittadini israeliani noi possiamo usare i privilegi a noi concessi dal regime di apartheid per smantellare il sistema di discriminazione e oppressione. Per il bene di tutti quelli che vivono qui, indipendentemente da nazionalità o religione, noi possiamo unirci alla lotta per la liberazione palestinese.

Le politiche di apartheid prosperano nell’oscurità, ma quando noi vi prestiamo la dovuta attenzione cominciano ad afflosciarsi. Ecco perché in tribunale ho parlato del caso di Amal Nakhleh, un diciottenne palestinese affetto da una grave malattia, che da oltre un anno è in detenzione amministrativa. I detenuti amministrativi sono imprigionati per un periodo di tempo indefinito sulla base di “prove segrete” secondo le quali in futuro potrebbero commette un reato. I prigionieri non sono mai processati e né loro né i loro avvocati hanno accesso alle prove.

A gennaio Amal, che partecipa allo sciopero dei detenuti amministrativi palestinesi, ha boicottato la sua convocazione da parte di un tribunale militare israeliano. In sua assenza il giudice ha approvato la richiesta dello Shin Bet [servizio di sicurezza interna di Israele, ndtr.] di rinnovare la sua custodia cautelare fino al 17 maggio, quando potrà essere di nuovo estesa. E così di seguito.

Io ho detto al tribunale che, a differenza di Amal, a me è stata data l’opportunità di andare ad Ashdod per difendermi dalle loro accuse. Ma i diritti che mi sono concessi perché i miei nonni sono immigrati in Palestina dall’Europa sono negati ai palestinesi che vivono nei territori occupati da Israele nel 1967 e ai palestinesi espulsi con la forza dalla loro patria nel 1948, come ai loro discendenti a cui Israele impedisce ancora di ritornare.

Data la mia cittadinanza israeliana se venissi incarcerata avrei il privilegio di essere rilasciata dopo aver scontato la mia pena. Non è così per i due milioni di persone imprigionate negli ultimi 15 anni nella Striscia di Gaza assediata, inclusi circa un milione di minori che sono nati e hanno vissuto tutta la loro vita con la costante minaccia di violenza mortale, il cui solo crimine è quello di non essere nati da madri ebree.

Oppressione e apartheid sono disumanizzanti per le vittime e i carnefici. Godere di privilegi a danno di altri non può essere disgiunto dalla paura, dal razzismo e dall’incessante violenza che li supporta. La giustizia, sotto forma di ritorno e risarcimenti per i rifugiati palestinesi, non libererà solo i palestinesi. Libererà anche noi.

Neta Golan è un’attivista israeliana anti-apartheid e una partecipante attiva di Israelis Against Apartheid (Israeliani contro l’Apartheid), Return Solidarity (Ritorno Solidarietà) e Boycott From Within (Boicottaggio dall’interno). Vive a Nablus con il compagno, le loro figlie e il gatto, il che, per le leggi israeliane di apartheid, è considerato un atto illegale.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)