Come Israele è stato assolto per le violazioni dei diritti delle donne palestinesi

Yara Hawari

8 marzo 2019, Al Jazeera

Dagli accordi di Oslo sono stati fatti sistematici tentativi di de-politicizzare l’attivismo per i diritti delle donne in Palestina

Benché la Giornata Internazionale della Donna abbia le proprie radici nei movimenti di base rivoluzionari e anti-capitalisti delle donne, nel Sud del mondo la sua celebrazione è appannaggio di settori dell’ONU e delle Ong. L’occasione è spesso sfruttata per rafforzare certe narrazioni di sviluppo dei diritti delle donne e per raccogliere fondi per i progetti.

In Palestina quest’anno le agenzie ONU, varie organizzazioni internazionali e Ong locali hanno lanciato una campagna durata una settimana chiamata “I miei diritti, il nostro potere”, intesa a “sensibilizzare sui diritti umani fondamentali delle donne” e in particolare sulla violenza domestica. Si è concentrata su cinque aree di interesse: il diritto ad una vita senza violenza, il diritto ad avere giustizia, il diritto a chiedere aiuto, il diritto a pari opportunità e il diritto alla libertà di scelta.

Tuttavia nel messaggio della campagna gli organizzatori hanno fatto una palese omissione: non hanno menzionato l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza come il principale fattore che contribuisce alle violazioni dei diritti commesse contro le donne palestinesi. Le parole “occupazione” o “Israele” non si trovano da nessuna parte nel comunicato stampa e nei materiali della campagna.

Quindi, dovremmo credere che le donne palestinesi siano in grado di ottenere giustizia e una vita libera dalla violenza nel contesto di un continuo progetto israeliano di pulizia etnica e di cancellazione di una cultura?

Chiaramente questa omissione non è un errore o una svista, ma riflette piuttosto una tendenza evidente nel discorso della comunità internazionale di aiuti e donatori che parla di “problemi” e “barriere” nel campo dei diritti delle donne come se tutto ciò avvenisse in un vuoto politico.

In Palestina questa tendenza si è acuita dopo gli accordi di pace di Oslo, che sono serviti da catalizzatore della de-politicizzazione della Palestina. Venticinque anni fa Oslo introdusse una nuova cornice per la “pace” e la “costruzione dello Stato”, che non solo ha danneggiato il progetto di liberazione dei palestinesi, ma ha anche innescato una fondamentale trasformazione della società civile palestinese.

In base a questa nuova cornice, l’aiuto internazionale è stato convogliato in Palestina e utilizzato per de-politicizzare sistematicamente la società civile, rendendola dipendente da finanziamenti esterni e obbligandola a seguire l’agenda dei donatori stranieri.

Mentre questo processo di “ong-izzazione” ha smobilitato molti gruppi all’interno della società palestinese, le donne sono risultate particolarmente colpite. Anche le tendenze patriarcali all’interno delle istituzioni palestinesi hanno contribuito al processo di esclusione delle donne dalla sfera pubblica, compresa quella politica.

La de-politicizzazione delle donne è particolarmente evidente nell’uso del lessico successivo a Oslo sui diritti delle donne in Palestina. Le agenzie ONU e altre organizzazioni internazionali hanno intenzionalmente attribuito una definizione limitata a molti dei concetti riguardanti i diritti umani e l’attivismo. Un esempio è il termine “empowerment” [emancipazione, autoaffermazione, ndt.], che in apparenza sembra rivoluzionario, ma nel contesto dei progetti guidati dalle Ong e nel dibattito pubblico è quasi sempre limitato alla sfera socio-economica.

In pratica, il settore delle Ong non parla mai di emancipazione politica delle donne palestinesi, che potrebbe rafforzare la loro capacità di resistere alla violenza di genere e colonialista israeliana.

Dalla sua fondazione nel 1948 il regime israeliano ha costantemente e sistematicamente utilizzato l’oppressione di genere contro le donne palestinesi, in particolare contro quelle attive in politica.

La sua strategia include maltrattamenti, minacce di violenza e incarcerazione – quest’ultima è il modo più efficace di punire la politicizzazione.

Le donne palestinesi che sfidano attivamente l’occupazione israeliana e rifiutano di essere cooptate dal sistema politico ufficiale palestinese creato agli accordi di Oslo, come la deputata Khalida Jarrar [membro del parlamento dell’ANP e del gruppo della resistenza marxista FPLP, ndt.], che è stata in carcere per 20 mesi senza processo, e la poetessa Dareen Tartour, condannata a cinque mesi di prigione per aver scritto una poesia, sono presto diventate bersagli delle forze di sicurezza israeliane.

Gli interrogatori da parte di soldati o forze di sicurezza israeliani spesso includono molestie sessuali o minacce di violenza sessuale per fare pressione sulle donne e ragazze affinché firmino confessioni o diano informazioni.

Lo scorso anno un video filtrato clandestinamente ha mostrato l’adolescente palestinese Ahed Tamimi, arrestata per aver preso a schiaffi un soldato israeliano, sottoposta a maltrattamenti durante un interrogatorio.

Sfortunatamente le violazioni dei diritti delle donne palestinesi sono state accettate come una cosa della vita e quelli che dovrebbero garantire che questi diritti vengano rispettati sono diventati complici proprio delle loro violazioni.

Mentre le donne palestinesi dovrebbero essere messe nelle condizioni di combattere il patriarcato interno, soprattutto nella sfera privata, è indubitabile che la violenza di genere è intrinsecamente legata al regime israeliano che controlla la maggior parte degli aspetti della vita palestinese.

La comprensione del ruolo distruttivo che il colonialismo di insediamento israeliano gioca nelle vite delle donne palestinesi non assolve comunque la società palestinese nel suo complesso per il suo ruolo nell’oppressione delle donne.

L’incapacità a riconoscere come le strutture del potere colonialista e patriarcale si sovrappongano e siano al contempo complici nella persecuzione di donne e uomini palestinesi ha notevolmente limitato il progresso dei diritti delle donne in Palestina. In questo contesto faremmo bene a ricordarci che il femminismo radicale è stato fondato da donne di colore che hanno imposto una comprensione articolata e ricca di sfumature dell’oppressione femminile che è insita nel colonialismo, nelle strutture della gerarchia razziale, nella classe e nel capitalismo. È solo con questa consapevolezza in mente che possiamo sperare di smantellare l’oppressione delle donne in Palestina e nel resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Yara Hawari è l’esperta di politica palestinese di Al-Shabaka, la rete politica palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Palestina: Femminismi e resistenza

DWF (Donna Woman Femme)

Rivista trimestrale, giugno 2018, (pag.136)

Edizioni UTOPIA, Roma

Saggi, articoli, interviste a cui hanno collaborato:

Rana Awad, Giada Bonu, Patrizia Cacioli, Federica Castelli, Ingrid Colanicchia, Noemi Ciarniello, Cecilia Dalla Negra, Teresa Di Martino, Serena Fiorletta, Paola Masi, Roberta Paoletti

Recensione di Cristiana Cavagna

L’editoriale di questo particolare e interessante numero monografico della storica rivista femminista (dedicato alla giovane infermiera Razan Al Nijjar, uccisa a Gaza durante le manifestazioni per il ritorno) esplicita ciò che è al centro di questo lavoro: la doppia resistenza delle donne palestinesi, all’occupazione israeliana e a alla società patriarcale palestinese.

Le autrici la articolano in un percorso che vede le donne protagoniste, da quelle rifugiate nei campi profughi, a quelle detenute nelle prigioni israeliane, alle donne della resistenza nonviolenta, alle attiviste delle tante, più o meno note, associazioni per i diritti, alle poetesse, alle scrittrici, alle musiciste, alle artiste (una sezione specifica della rivista è dedicata proprio alla rappresentazione artistica come atto politico e forma di resistenza).

Va segnalata, in apertura, un’utile sintetica cronologia, che va dal 1897, data di fondazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale, al 2018, con lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e con le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, a Gaza, nel 70^ anniversario della Nakba.

Particolarmente interessante, e in certo modo propedeutico a tutto il lavoro, è il primo saggio, di Cecilia Dalla Negra: “Palestina, Storia, Terra, Lotta di donne” che, pur non ignorando la fondamentale partecipazione degli uomini, sottolinea il ruolo giocato dalle donne fin dagli albori della lotta contro la colonizzazione sionista.

Femminile è la Palestina, femminile è la terra, la resistenza e la parola che la esprime – muqàwama – , femminili sono le olive, e se gli alberi sono uomini, donne sono le radici….e femminile è la Storia, che racconta come, nel 1893, le donne organizzarono la loro prima manifestazione nella cittadina di Afula, opponendo i propri corpi alla costruzione di un insediamento ebraico sulla loro terra….”

Corpi che ritornano sempre nella narrazione al femminile della storia della Palestina: il 1917, anno della Dichiarazione Balfour, in cui le attiviste contestano la creazione di un ‘focolare ebraico’ in Palestina; il 1921, in cui viene fondata la prima organizzazione politica femminile, la ‘Palestinian Arab Women’s Union’; la ribellione al dominio britannico nella Grande Rivolta del 1936-39, che parte dalle campagne dove la partecipazione femminile è altissima, anche per la ridotta divisione di genere nel lavoro agricolo; gli anni ’60 con la lotta armata e la maggior politicizzazione delle donne, anche se la leadership del movimento resta maschile; la prima Intifada, la nascita dei Comitati di Resistenza Popolare con l’autorganizzazione e l’autoproduzione, con le donne in primo piano, per boicottare l’economia dell’occupante; la seconda Intifada del 2000 e poi il ripiegamento della società su sé stessa e la nascita della militanza delle donne islamiste, che si impongono all’interno delle strutture istituzionali e politiche della Striscia di Gaza.…Fino al volto della resistenza di oggi, quello di Ahed Tamimi, la sedicenne del villaggio di Nabi Saleh, incarcerata per aver schiaffeggiato un soldato israeliano entrato nel suo cortile.

Proprio a una donna, Manal Tamimi, di Nabi Saleh, villaggio famoso per la sua resistenza nonviolenta, è dedicata una delle tante interviste: “Non sono una supermamma, sono una mamma palestinese, un’attivista e una combattente….per me la cosa più difficile è essere normale quando ho due figli in prigione, e non a casa.”

Sono tante, stimolanti, le testimonianze.

Sawsan Shunnar, ex detenuta politica: “La cultura era parte integrante della nostra quotidianità: leggevamo poesie, letteratura e discutevamo persino di cinema…le detenute politiche utilizzavano le canzoni militanti come codice per comunicare tra loro… Vi sono differenze nette con le detenute di oggi…nella visione del proprio ruolo e anche nell’aspetto estetico….e la visione politica della maggioranza delle detenute di oggi non è chiara…”

Tamar Zeevi è una giovane ‘refusenik’: dopo 115 giorni in una prigione militare, è stata rilasciata dall’esercito, che l’ha riconosciuta formalmente come obiettrice di coscienza a causa dell’opposizione all’occupazione israeliana.

Significative le parole di una giovane palestinese dei territori occupati, membro della più antica organizzazione femminista israeliana,’Isha l’Isha’, dove operano insieme donne israeliane e palestinesi: “Le donne israeliane bianche credono di dovermi liberare, in quanto vittima di una società tradizionale e patriarcale…ma posso liberarmi da sola: abbiamo bisogno di alleate, non di insegnanti”.

Non si possono non menzionare le due lunghe e ricche interviste a Meri Calvelli, attivista a Gaza dal 1987, che puntualizza la drammatica situazione della Striscia, e alla scrittrice Susan Abulawa, nei cui ormai famosi romanzi emerge la capacità delle donne di coltivare il ‘sumud’, la resilienza..

Quasi a conclusione, un articolo dell’organizzazione “Palestinian Working Women Society for Development” esprime forti critiche e richieste ai responsabili politici palestinesi: “…scarsa volontà politica di denunciare lo stato occupante per crimini di guerra contro i palestinesi, specialmente contro le donne; assenza di volontà politica di cambiare la condizione delle donne secondo le convenzioni internazionali, inclusa la CEDAW (Convenzione ONU contro la discriminazione delle donne, del 1979);….la Palestina deve fare i passi necessari per incorporare la CEDAW nella legislazione nazionale….”

Ma è ancora nell’editoriale che troviamo forse una conclusione, forse un’ipotesi di speranza: “La lotta femminile e femminista palestinese è stata una costante che si è sempre intrecciata a quella per la liberazione nazionale…con la consapevolezza che il gioco del ‘prima la liberazione nazionale, poi quella sessuale’ è stato smascherato….”

Cioè, con le parole di una delle più note autrici del mondo arabo, Fadwa Tuqan (definita dal più famoso e importante poeta palestinese Mahmoud Darwish la poetessa della Palestina): “Come posso mettere la mia penna al servizio della liberazione nazionale, se non sono libera io stessa?”.




Un rapporto riservato dell’UE denuncia l’ ‘apartheid’ giuridico in Cisgiordania

El País

Gerusalemme – 1 febbraio 2019

I rappresentanti europei sostengono che Israele sottopone i palestinesi a una “sistematica discriminazione”

L’adolescente Ahed Tamimi, icona della resistenza palestinese, è stata condannata a otto mesi di carcere per aver schiaffeggiato nel 2017 un militare israeliano nella sua casa di Nabi Saleh, a nord di Ramallah, capitale amministrativa della Cisgiordania. Il soldato Elor Azaria è rimasto dietro le sbarre per 14 mesi dopo essere stato condannato da un consiglio di guerra per aver giustiziato un aggressore palestinese a terra gravemente ferito nella città di Hebron (sud della Cisgiordania) nel 2016. Dopo mezzo secolo di occupazione i rappresentanti diplomatici dei 28 Paesi dell’UE constatano la “sistematica discriminazione giuridica” di cui sono vittime i palestinesi in Cisgiordania. In un rapporto riservato rivolto ai responsabili del Servizio Esteri a Bruxelles e al quale “El País” ha avuto accesso, gli ambasciatori a Gerusalemme est e a Ramallah chiedono che Israele riformi la giustizia militare per “garantire un processo e una sentenza equi in base alle leggi internazionali.”

I diplomatici che firmano il documento rappresentano governi che spesso divergono apertamente in merito al conflitto israelo-palestinese, che però concordano nel descrivere il modo di funzionare concreto dell’occupazione israeliana in Cisgiordania come un “regime duale”. Benché non figuri nel testo l’espressione apartheid giuridico, il suo contenuto dà conto di una giustizia segregata. “Il rapporto è una cartografia della situazione dei diritti nella cosiddetta Area C, sotto totale controllo israeliano e che rappresenta il 60% del territorio occupato, con una serie di raccomandazioni rivolte a Bruxelles sostenute da tutti i capi missione,” precisa una fonte europea a Gerusalemme.

Ai palestinesi vengono applicati la legge marziale e i regolamenti stabiliti da un dipartimento del ministero della Difesa, e sono sottoposti ai tribunali militari di “Giudea e Samaria”, denominazione biblica coniata in Israele per definire il territorio della Cisgiordania. Questi organi esecutivi e giudiziari si basano anche su norme ereditate dai precedenti poteri coloniali o amministrativi. Ci sono ancora in vigore leggi ottomane (per esempio per confiscare terre palestinesi apparentemente non coltivate), britanniche (per operare detenzioni amministrative, senza imputazioni e a tempo indefinito, che ora colpiscono circa 440 prigionieri) e persino giordane, quelle dell’amministrazione presente sul territorio fino al 1967, quando Israele occupò i territori palestinesi dopo la guerra dei Sei Giorni. Secondo il rapporto annuale dei tribunali militari israeliani del 2011, l’ultimo disponibile, i palestinesi sottoposti a processo penale sotto l’occupazione hanno una percentuale di condanne del 99,74%.

Documento riservato

Questo documento riservato dell’UE, con data 31 luglio scorso e che deve ancora essere preso in considerazione a Bruxelles, esamima la “la realtà di un’occupazione quasi permanente.” In Cisgiordania più di 2,5 milioni di palestinesi si vedono “privati dei loro diritti civili fondamentali” e devono far fronte a “numerose restrizioni della loro libertà di movimento.” Oltretutto da cinquant’anni l’economia palestinese è soggetta a un “sostanziale sottosviluppo”.

I rappresentanti diplomatici europei concordano nel difendere la soluzione dei due Stati come il percorso migliore verso una pace regionale. Riconoscono anche di comune accordo che lo sforzo della UE per “il processo di creazione di istituzioni statali e di sviluppo di un’economia palestinese sostenibile,” come prevedono gli accordi di Oslo del 1993, è compromesso dalle limitazioni giuridiche descritte nel rapporto, che tra i suoi destinatari ha anche i governi dei 28 Stati membri.

I 400.000 coloni ebrei che si sono stabiliti in Cisgiordania sono sottoposti solo alle leggi israeliane, in base ad uno status personale ed extraterritoriale. I 300.000 palestinesi che risiedono nell’Area C devono rispondere a una legislazione penale molto più rigida. Un colono deve comparire davanti a un giudice civile israeliano entro 24 ore, mentre un palestinese può essere portato davanti a una corte militare fino a 96 ore dopo.

I palestinesi vengono discriminati anche in materia di libertà civili, come quella d’espressione e di riunione, o di diritti urbanistici di edificazione. Le riunioni di più di 10 persone devono avere il permesso del comandante militare, che di rado lo concede. La pena per aver violato il divieto arriva fino a 10 anni di carcere. “Anche la riunificazione familiare, in particolare quando uno dei membri della famiglia ha doppia cittadinanza, palestinese e di un Paese europeo, viene resa difficile dalle autorità israeliane,” sottolinea la fonte europea consultata.

Tra il 2010 e il 2014 è stato concesso solo l’1,5% delle richieste di licenza edilizia presentate dai palestinesi nell’Area C della Cisgiordania. Di conseguenza più di 12.000 costruzioni sono state demolite in quanto accusate di essere illegali dagli amministratori militari dell’occupazione. L’Ue ha finanziato direttamente 126 progetti urbanistici palestinesi nell’Area C, dei quali sono 5 sono stati approvati da Israele.

I palestinesi della Cisgiordania sono soggetti a meccanismi (legali) sui quali non hanno nessun diritto di rappresentanza”, puntualizza il documento riservato europeo, “dato che i militari israeliani sono un’entità esterna che risponde solo a un governo straniero.” Nel giugno dell’anno scorso circa 6.000 palestinesi (di cui 350 erano minorenni, come Ahed Tamini) si trovavano rinchiusi in carceri situate in territorio israeliano come “prigionieri per questioni di sicurezza”, chiamati così perché si tratta di casi di “violenza di origine nazionalista.”

Diplomatici a Gerusalemme e a Ramallah

Il rapporto dei diplomatici dell’UE a Gerusalemme e Ramallah ritiene che Israele violi la legislazione internazionale per il fatto di spostare prigionieri e detenuti fuori dalla Cisgiordania, e nel contempo rende difficile il diritto di visita dei familiari.

Per delitti identici commessi nello stesso territorio esistono due diversi parametri giuridici. Le inchieste della polizia israeliana del “distretto di Giudea e Samaria” portano ad accuse formali contro coloni ebrei sono nell’8% dei casi di attacchi contro palestinesi o danni alle loro proprietà.

Secondo il giornale [israeliano] “Haaretz” il numero di “delitti dovuti al nazionalismo” commessi da abitanti delle colonie contro i palestinesi in Cisgiordania è aumentato di tre volte l’anno scorso, quando si sono registrati 482 incidenti di questo tipo, rispetto al 2017, durante il quale se ne sono contati 140. Nei due anni precedenti si era determinata una riduzione di questi attacchi in seguito alle conseguenze prodotte nel 2015 dalla morte di un bambino di 18 mesi, bruciato vivo, e dei suoi genitori in seguito a un attacco a Duma, località che si trova a nordest di Ramallah. Due giovani coloni sono in attesa di giudizio per questo attentato incendiario.

Il presidente Abbas volta le spalle alla società civile palestinese

Il rapporto dei capi missione europei presso l’Autorità Nazionale Palestinese che si trovano a Gerusalemme e a Ramallah è critico anche nei confronti del governo del presidente Mahmoud Abbas, che riceve dalla UE aiuti finanziari essenziali per la sua sopravvivenza. La politicizzazione del sistema giudiziario, gli arresti arbitrari (anche di giornalisti), gli abusi e le torture nei centri di detenzione e l’uso sproporzionato della forza contro manifestanti pacifici, tra le altre azioni del governo palestinese, ricevono le critiche del rapporto diplomatico dell’Unione. Il rais Abbas non è sottoposto a controllo parlamentare ed emana leggi attraverso decreti su una società civile molto giovane, ma limitata dall’egemonia del dirigente ottuagenario.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’attivista israeliana che ha schiaffeggiato l’accusatore di Ahed Tamimi vuole un processo politico

Oren Ziv

14 gennaio 2019, +972

Yifat Doron afferma di aver schiaffeggiato il procuratore militare israeliano per difendere la sua amica. “Noi non veniamo puniti nello stesso modo dei palestinesi per aver commesso le stesse azioni.”

Pochi minuti prima che un tribunale militare israeliano condannasse la giovane Ahed Tamimi a otto mesi di carcere, un’attivista israeliana, Yifat Doron, si è avvicinata al procuratore militare, gli ha gridato: “Chi sei tu per giudicarla?” e ha dato uno schiaffo in testa al tenente colonnello.

Doron è stata rilasciata sulla parola solo due giorni dopo essere stata arrestata per aver schiaffeggiato il procuratore nel marzo dello scorso anno. A Tamimi non è stata concessa la libertà su cauzione per quattro mesi in attesa del processo, avendo anche lei schiaffeggiato un soldato israeliano qualche mese prima.

Ahed è palestinese. Yifat è israeliana. Ahed è stata giudicata dal sistema giudiziario militare israeliano. Yifat – nonostante avesse preso a schiaffi un ufficiale militare nella Cisgiordania occupata, proprio come Ahed – è stata processata in un tribunale civile all’interno di Israele.

Quando Israele occupò la Cisgiordania nel 1967 applicò sul territorio la legge militare. Tecnicamente, nel territorio occupato la legge militare ed il sistema giudiziario militare hanno giurisdizione ugualmente su palestinesi ed israeliani. Nella pratica, un palestinese ed un israeliano che commettano lo stesso identico reato nello stesso identico territorio sono soggetti a leggi differenti, a procedure giudiziarie differenti, vengono processati in tribunali differenti e godono di diritti e tutele differenti.

A differenza dello schiaffo di Ahed, che ha occupato i titoli dei giornali in tutto il mondo e a quanto pare ha messo in imbarazzo il sistema militare e l’orgoglio nazionale di Israele, non vi è stata una documentazione filmata del gesto di Doron.

Il suo processo, per aver aggredito un pubblico ufficiale in circostanze aggravate, è iniziato giovedì scorso presso la pretura di Gerusalemme. Il pubblico ministero chiede che venga incarcerata.

La scorsa settimana, fuori dall’aula a Gerusalemme, Doron ha detto che non intendeva fare una dichiarazione politica quando ha preso a schiaffi l’ufficiale israeliano l’anno scorso. “Per come la vedo io, è stata una reazione al fatto di vedere la mia amica in difficoltà.” Comunque, ha aggiunto, ciò che è seguito è stato un esempio di apartheid.

Noi non veniamo puniti nello stesso modo in cui vengono puniti i palestinesi per le stesse azioni”, ha spiegato.

Doron si rappresenta da sola al processo.

Poiché l’arresto è avvenuto in un contesto politico, non mi interessa entrare in qualunque genere di argomentazioni giuridiche”, ha detto a proposito della sua decisione di rinunciare all’avvocato. “Rappresenterò me stessa sul piano politico – mi intendo di politica.”

Il sistema giudiziario è uno degli strumenti principali usati da Israele per opprimere i palestinesi, ha aggiunto Doron, e spera di impostare il processo su questo. In particolare, spera di far luce sul diverso modo in cui sono trattati palestinesi e israeliani nei due separati sistemi giudiziari.

Doron ha detto che non si opporrà alla richiesta della procura di incarcerarla. “Ci sono persone che accettano pacificamente il carcere, come molti dei miei amici palestinesi, che fanno quotidianamente esperienza della realtà del carcere, sia personalmente che attraverso i propri cari.” Il carcere fa semplicemente parte della loro vita, spiega.

Negli ultimi anni Doron ha visitato il villaggio palestinese di Nabi Saleh quasi ogni settimana. Ha partecipato alle periodiche manifestazioni del villaggio contro l’occupazione ed è stata presente ai funerali degli abitanti palestinesi uccisi dalle forze israeliane per aver protestato contro l’espansione degli insediamenti illegali. Negli ultimi dieci anni, decine di persone di Nabi Saleh, compresi minori, sono state arrestate ed imprigionate per il loro coinvolgimento nelle manifestazioni settimanali del villaggio.

In definitiva, l’importante è sostanzialmente stare accanto ai miei amici”, conclude Doron.

La prossima udienza del suo processo si terrà a settembre – tra otto mesi. A differenza di Ahed, che è rimasta in prigione in attesa del processo, Doron rimarrà in libertà fino ad allora.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Perché l’OLP ha sospeso il riconoscimento di Israele?

Mariam Barghouti

3 novembre 2018, Al Jazeera

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha sospeso il riconoscimento di Israele per la seconda volta in tre anni.

Il 30 ottobre, mentre stavo scorrendo le notizie sulla Palestina, ho ricevuto una telefonata da un’amica. “È il momento dell’anno”, mi ha detto con una grande risata, “in cui la nostra autoproclamata leadership decide di giocare a nascondino e di minacciare di sospendere il coordinamento sulla sicurezza con Israele.”

Il Comitato Centrale palestinese (PCC) ha annunciato di autorizzare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a sospendere il riconoscimento di Israele e il coordinamento sulla sicurezza con Tel Aviv. Ha sostenuto che le sospensioni rimarranno in vigore fino a quando Israele riconoscerà lo Stato palestinese sulla base dei confini precedenti al 1967, con Gerusalemme est come capitale.

Abbiamo riso entrambe, ma più per la tragicità della situazione che per altro. Il PCC fece lo stesso annuncio nel 2015. La ripetizione è stata davvero tragica e rivelatrice della natura di questi sforzi – che sono mere considerazioni, niente più che risibili tattiche spaventapasseri.

L’espressione “coordinamento per la sicurezza” è di per sé fuorviante. In realtà, è una strada a senso unico: l’Autorità Nazionale Palestinese collabora con Israele a spese dei palestinesi. Non c’è mai stata reciprocità. Questa cosiddetta “cooperazione” è una delle caratteristiche degli Accordi di Oslo del 1993, che sono nati morti.

La paura di Israele

Per molti versi la decisione del PCC di dichiarare – ancora una volta – che sospenderà il coordinamento sulla sicurezza e revocherà il riconoscimento di Israele non è stata una sorpresa né qualcosa di significativo.

Ciò che invece è stato davvero sorprendente rispetto all’accaduto è stata la reazione di Israele.

In seguito all’annuncio i media israeliani sono andati in fibrillazione, dimostrando quanto Israele tema ogni ipotesi di serio confronto con la Palestina. Anche una semplice affermazione da parte dell’OLP (che, come testimonia il passato, è improbabile che venga davvero messa in atto) sembra provocare un grave turbamento sul fronte politico israeliano.

Questo riflette le paure interiorizzate da Israele che i palestinesi effettivamente uniscano i loro sforzi di resistenza e e che ancora una volta alimentino un rafforzato sentimento di confronto.

Abbiamo già visto molti esempi di ciò.

L’anno scorso, quando la sedicenne Ahed Tamimi schiaffeggiò due soldati israeliani che avevano fatto irruzione del suo cortile, comparve nuovamente la stessa paura interiorizzata nei media, nella società e negli ambienti politici israeliani. Lei venne arrestata, giudicata in un tribunale militare e condannata a otto mesi di prigione insieme a sua madre Nariman.

Qualunque comportamento che in qualche modo si discosti dalla narrazione secondo cui la popolazione palestinese è compiacente e impotente, che sia una ragazzina che affronta i soldati o una leadership normalmente sottomessa che improvvisamente dichiara che potrebbe sospendere la propria collaborazione con i colonizzatori, è terrorizzante per Israele.

Ma quando l’OLP e l’Autorità Nazionale Palestinese compiono passi apparentemente coraggiosi come l’annuncio di martedì solo per tornare al momento in cui il loro potere e il loro patrimonio (acquisito attraverso corruzione, autoritarismo e clientelismo) sono nuovamente al sicuro, essi indeboliscono il piccolo punto di forza che i palestinesi hanno verso Israele.

O non riescono a vedere quanto i loro voltafaccia, le tattiche da spaventapasseri ed i falsi proclami di resistenza stiano colpendo la popolazione palestinese, oppure ne sono ben consci e semplicemente non se ne curano.

Ma c’è un aspetto ancor più sinistro nell’ultima dichiarazione del PCC. Non solo essa indebolisce la resistenza palestinese con il suo carattere indeterminato e inaffidabile, ma ha anche delle connotazioni che mettono in luce la totale condiscendenza dell’OLP e dell’ANP al sistema coloniale.

Minacciando di revocare il riconoscimento di Israele, la leadership palestinese ancora una volta ricorda al mondo che, nei fatti, accetta la legittimità di Israele. Segnala anche che continuerà a farlo finché Israele sarà così gentile da concedergli qualche briciola. Questo tipo di ipocrita contrattazione non è altro che un semaforo verde per Israele per proseguire nelle sue pratiche colonialiste, per prosperare e persistere nel suo violento saccheggio delle terre e delle risorse palestinesi e nel massacro del popolo palestinese.

Ricordiamoci che questo massacro non è soltanto memoria del passato, un evento che ha avuto luogo solamente 70 anni fa durante la Nakba [la Catastrofe, cioè l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre da parte delle milizie sioniste, ndtr.]. È tuttora in corso. Solo dal 30 marzo di quest’anno, in una sola città – Gaza – sono stati uccisi almeno 218 palestinesi.

Il fatto che questa decisione possa essere persino presa (di nuovo) mostra la decennale complicità dell’OLP nella cancellazione dei crimini di Israele. Nel suo riconoscimento e cooperazione con Israele, l’OLP ignora la crisi dei rifugiati palestinesi ed il loro diritto al ritorno a casa o ad una compensazione. Inoltre cancella del tutto migliaia di palestinesi con cittadinanza israeliana e la loro lotta per continuare a vivere sulla loro terra come cittadini di seconda classe.

Un tentativo disperato di recuperare legittimità

Se osserviamo con sufficiente attenzione l’annuncio del PCC del 2015 e quest’ultimo, vedremo che emerge chiaramente un disegno.

L’annuncio del 2015 giunse esattamente un anno dopo l’aggressione israeliana a Gaza che costò più di 2.100 vite palestinesi – e causò oltre 108.000 sfollati. Vi furono proteste in Cisgiordania contro l’ANP e la sua complicità con Israele.

L’annuncio di questa settimana è arrivato quando le proteste contro il colonialismo israeliano a Gaza sono arrivate alla 31esima settimana. Intanto l’ANP sta rapidamente perdendo legittimità e trasformando la Palestina in uno Stato di polizia agli occhi dei palestinesi e del mondo, continuando ad investire nelle forze di sicurezza per far rigare dritta la popolazione e compiacere Israele.

Ha represso brutalmente i manifestanti palestinesi che intendevano contestare le sanzioni dei loro dirigenti contro la Striscia di Gaza. Inoltre l’amministrazione Trump ha incoraggiato il governo di Israele spostando la sua ambasciata nel Paese da Tel Aviv a Gerusalemme e riconoscendo la città come capitale indivisibile di Israele.

In altri termini, entrambi gli annunci sono arrivati in un momento di instabilità per la Palestina e i palestinesi, quando la leadership palestinese stava per perdere ogni legittimità. Gli annunci, nella loro vacuità, sono tentativi disperati dell’OLP e dell’ANP di legittimarsi agli occhi dei palestinesi e della comunità internazionale come i soli adeguati tutori e rappresentanti del popolo palestinese.

La lotta dei palestinesi è stata ridotta a inchiostro e strette di mano nel 1993, e l’OLP e l’ANP non sembra possano abbandonare quella mentalità 25 anni dopo. Vogliono rimanere i leader riconosciuti della causa palestinese, a qualunque costo.

Oggi i palestinesi sono costretti a gestire i tragici risultati della vergognosa collaborazione della loro leadership, i suoi giganteschi fallimenti e le sue devastanti manovre politiche. Nonostante questo, le grida di libertà del popolo palestinese non saranno soffocate da vuote dichiarazioni e giochi politici.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese-americana che vive a Ramallah.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Ahed Tamimi e la forza delle donne palestinesi

Ramzy Baroud

23 agosto 2018, Al Jazeera

Lamia, Reem, Shaima e Dwlat sono donne palestinesi forti proprio come Ahed, ma le loro storie sono state ignorate.

Ahed Tamimi, la diciassettenne militante palestinese del villaggio di Nabi Saleh in Cisgiordania, è un’icona di una giovane generazione ribelle di palestinesi che ha dimostrato di non tollerare le continue violazioni israeliane dei loro diritti e della loro libertà. Dopo aver passato otto mesi in prigione per aver affrontato i soldati dell’occupazione israeliana nel cortile di casa sua, Ahed è uscita ancor più forte e più determinata a trasmettere al mondo le sofferenze e le lotte del suo popolo.

“Il potere è del popolo ed il popolo saprà decidere il proprio destino e il proprio futuro e lo può fare”, ha detto, rivolgendosi alla folla di sostenitori e giornalisti dopo il suo rilascio.

La storia di Ahed ha ricevuto una sproporzionata attenzione da parte delle agenzie di comunicazione internazionali, che invece hanno spesso ignorato il coraggio e la sofferenza di tante ragazze e donne palestinesi che da molti anni vivono sotto l’occupazione e l’assedio militare di Israele.

Cosciente di questo, la madre di Ahed, Nariman, ha detto: “Sinceramente, è stato probabilmente l’aspetto di Ahed che ha provocato questa solidarietà internazionale, e questo è un fatto razzista, perché molti minori palestinesi sono nella situazione di Ahed, ma non sono stati trattati allo stesso modo.”

C’è molto di vero in questa affermazione. Quando le donne palestinesi non sono invisibili nell’informazione dei media occidentali, vengono dipinte come sventurate vittime di circostanze al di là del loro controllo – l’occupazione militare della loro terra e l’“arretratezza” della loro stessa società patriarcale. Difficilmente vengono viste come promotrici di cambiamento; al massimo, sono presentate come intrappolate in un “conflitto” in cui non giocano alcun ruolo attivo.

L’invisibilità delle donne arabe e musulmane nei media occidentali ha radici in una lunga storia di colonialismo, pieno di errate convinzioni e rappresentazioni razziste. Nel caso palestinese, queste errate rappresentazioni pregiudicano l’urgenza politica ed umanitaria della drammatica condizione delle donne palestinesi e del popolo palestinese nel suo complesso.

In realtà le donne palestinesi sono difficilmente mere spettatrici nella persecuzione e nella resistenza dei palestinesi e, a prescindere dal loro orientamento politico, dalla loro religione o residenza, meritano di essere rese visibili e comprese nel più ampio contesto dell’occupazione israeliana della Palestina.

Ciò che segue sono le brevi storie di quattro forti donne di Gaza che, nonostante la loro lotta ed il loro coraggio, rimangono invisibili nei media. Allevano bambini, insegnano musica, partecipano alle proteste alla barriera tra Gaza e Israele, subiscono la perdita dei loro cari e ferite e resistono di fronte ad una dura vita sotto l’assedio.

Tornerò ad unirmi alla Grande Marcia del Ritorno’ – Lamia Ahmed Hussein, 37 anni, Khan Younis

Quando il marito di Lamia, Ghazi Abu Mustafa, il 27 luglio è stato ucciso da un cecchino israeliano alla barriera di separazione tra Gaza e Israele, lei stava lavorando sul campo come volontaria paramedica.

Lamia è la maggiore di nove sorelle e fratelli. La sua famiglia, che ora risiede nella città di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, è originaria della cittadina di B’ir Al-Saba’a nella Palestina storica e, come milioni di palestinesi a Gaza e altrove, è ora in esilio permanente.

La fede di Lamia nel suo diritto a tornare nella casa della sua famiglia in Palestina è ciò che l’ ha motivata ad unirsi alla ‘Grande Marcia del Ritorno’ il 30 marzo, in cui ricorreva anche “il Giorno della Terra”.

La sua decisione è stata appoggiata con forza da suo marito Ghazi, di 43 anni, che si è unito alla Marcia proprio il primo giorno. Lamia si è offerta come volontaria paramedica, aiutando centinaia di feriti palestinesi ogni venerdì. Conosceva molto bene quanto importante potesse essere il suo ruolo per quei coraggiosi dimostranti e per le loro famiglie. In passato, suo marito è stato ferito diverse volte negli scontri coi soldati israeliani.

Il suo primo ferimento, che gli tolse la vista all’occhio sinistro, avvenne durante la mobilitazione ampiamente non-violenta contro l’occupazione israeliana (1987-1993), nota come la prima Intifada. Nella Marcia del Ritorno è stato colpito più volte e, con Lamia al suo fianco, è ritornato alla barriera zoppicando, per essere accanto al suo popolo.

Lamia e Ghazi hanno affrontato insieme le loro sfide, hanno cresciuto una famiglia nella impoverita Gaza ed hanno protestato uno accanto all’altra quando la marcia di Gaza ha coinvolto l’intera comunità, sia uomini che donne, come non era mai avvenuto prima.

A luglio Ghazi è stato colpito a morte. È morto mentre Lamia stava salvando la vita di un altro dimostrante gravemente ferito, Nahid Qadeh.

Lamia era distrutta, ma non spezzata. Una vita di difficoltà e sofferenze le ha insegnato la forza e la resilienza. “Una barca impegnata ad aiutare gli altri non affonderà mai”, le ha detto Ghazi un giorno mentre si univano ad una grande folla di manifestanti alla barriera.

Madre di sei figli, rimasta vedova, ha tutte le intenzioni di riprendere il suo lavoro alla barriera.

“Niente farà vacillare la mia fede nel mio diritto al ritorno”, dice, una lezione che insegna continuamente ai suoi figli.

Benché il futuro di Gaza rimanga fosco, la determinazione di Lamia ad ottenere giustizia – per la sua famiglia, per il suo popolo e per sé stessa – rimane indistruttibile.

Non smetterò di cantare’ – Reem Anbar, 28 anni, Gaza City

Reem ha trovato la sua vocazione durante la guerra di Israele contro Gaza nell’estate del 2014. Avrebbe portato il suo ‘oud’ [il liuto arabo, ndtr.] ogni giorno dalla sua casa al Centro culturale Sa’id Al-Mashal, dove avrebbe trascorso ore a suonare per gli impauriti bambini e le loro famiglie, che vi avevano trovato rifugio dagli incessanti bombardamenti.

Per anni Reem ha tentato di lasciare Gaza in cerca di un posto dove sviluppare la sua passione per la musica presso un autorevole istituto artistico. Ma la sua richiesta di uscire è stata ripetutamente respinta da Israele. Ci sono migliaia di studenti come Reem che non hanno potuto usufruire di opportunità educative al di fuori di Gaza per la stessa ragione.

Reem suona l’‘oud’ da quando era piccola. Era il suo compagno, soprattutto nelle lunghe notti dei bombardamenti israeliani. Ogni volta che le bombe cominciavano a cadere, Reem prendeva il suo strumento ed entrava in un magico mondo in cui le note ed i ritmi avrebbero sconfitto il caos assoluto fuori dalla sua finestra.

Quando Israele ha scatenato l’attacco del 2014 contro Gaza, Reem ha invitato altre persone nel suo mondo musicale. Ha suonato per i bambini traumatizzati nel centro culturale, che cantavano mentre le bombe israeliane cadevano sulle loro case. Quando la guerra è finita Reem ha continuato il suo lavoro, aiutando i bambini feriti e resi disabili durante la guerra, nel centro stesso ed altrove. Insieme ad altri giovani artisti ha composto pezzi musicali per loro e ha allestito spettacoli per aiutare questi bambini a superare il trauma e favorire la loro integrazione nella società.

Alla fine del 2017 Reem è finalmente riuscita a lasciare Gaza per intraprendere l’istruzione superiore in Europa. Il 9 agosto 2018 ha appreso col cuore a pezzi che Israele aveva bombardato il Centro Culturale Sa’id Al-Mashal, che è andato completamente distrutto.

Reem intende tornare a Gaza quando avrà completato il suo percorso educativo. Vuole ottenere una laurea magistrale in terapia della musica, per poter contribuire a risanare una generazione di bambini segnata dalla guerra e dall’assedio.

“Vogliono farci smettere di cantare”, dice. “Ma accadrà il contrario. La Palestina sarà sempre un luogo di arte, storia e ‘sumud’ – tenacia. Lo giuro, terremo i nostri concerti nelle strade, se necessario.”

Sconfiggerò il cancro’ – Shaima Tayseer Ibrahim al-Shamali, 19 anni, Rafah

Shaima può a stento parlare. Il suo tumore al cervello ha colpito la sua mobilità e la sua capacità di esprimersi. Eppure è decisa a conseguire la laurea in Educazione di base all’università aperta Al-Quds di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

La sofferenza che affronta questa diciannovenne è straordinaria, anche per gli standard della povera e isolata Gaza. È la maggiore di cinque figli in una famiglia che è caduta in povertà in seguito all’assedio israeliano. Suo padre è pensionato e la famiglia ha dovuto lottare, ma ciononostante Shaima è determinata a poter studiare.

Doveva sposarsi dopo la laurea all’università. La speranza ha ancora modo di insediarsi nei cuori dei palestinesi di Gaza e Shaima sperava in un futuro migliore per sé e per la sua famiglia.

Ma il 12 marzo è cambiato tutto.

Quel giorno a Shaima è stato diagnosticato un tumore aggressivo al cervello. Appena prima della sua prima operazione all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme il 4 aprile, il suo ragazzo ha rotto il fidanzamento.

L’operazione ha lasciato a Shaima una paralisi parziale. Parla e si muove con grande difficoltà. Ma vi erano notizie peggiori; ulteriori analisi in un ospedale di Gaza hanno rilevato che il tumore non era stato del tutto rimosso e doveva essere asportato velocemente, prima che si espandesse di più.

A peggiorare la situazione, il 12 agosto il ministero della Sanità di Gaza ha annunciato che non sarebbe più stato in grado di curare i malati di cancro nell’enclave assediata da Israele.

Shaima sta ora lottando per la sua vita mentre aspetta il permesso israeliano di passare il checkpoint di Beit Hanoun (chiamato da Israele valico di Erez) verso la Cisgiordania, attraverso Israele, per un’operazione urgente.

Molti abitanti di Gaza sono morti in quel modo, nell’attesa di un pezzo di carta, un permesso, che non è mai arrivato. Shaima comunque continua a sperare, mentre tutta la sua famiglia prega costantemente che la loro figlia maggiore vinca la sua battaglia contro il cancro e riprenda i suoi studi universitari.

Difenderò la mia famiglia e il mio popolo’ – Dwlat Fawzi Younis, 33 anni, Beit Hanoun

Dwlat si occupa di una famiglia di 11 persone, compresi i suoi nipoti e suo padre gravemente malato. Ha dovuto diventare capofamiglia quando suo padre, a 55 anni, è stato colpito da insufficienza renale ed è stato impossibilitato a lavorare.

Deve provvedere a tutta la famiglia con il denaro che guadagna come parrucchiera. I suoi fratelli e sorelle sono tutti disoccupati. Aiuta anche loro, tutte le volte che può.

Dwlat è una combattente; è sempre stata così. Forse è stata la sua esperienza del 3 novembre del 2006 a rafforzare la sua determinazione. Un soldato israeliano le ha sparato mentre stava manifestando con un gruppo di donne contro l’attacco israeliano e la distruzione della storica moschea Umm Al-Nasr a Beit Hanoun. Quel giorno sono state uccise due donne. Dwlat è stata colpita da una pallottola al bacino, ma è sopravvissuta.

Dopo mesi di cure è guarita ed ha ripreso la sua lotta quotidiana. Inoltre non ha mai perso occasione per alzare la voce in solidarietà con il suo popolo durante le proteste.

Il 14 maggio 2018, quando gli Stati Uniti hanno ufficialmente trasferito la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, 60 dimostranti palestinesi sono stati uccisi e circa 3000 feriti presso la barriera tra Israele e Gaza. Dwlat è stata colpita alla coscia destra, il proiettile ha trapassato l’osso ed ha tagliato un’arteria.

Da allora la sua salute è peggiorata velocemente ed ora non è in grado di lavorare. Ma Israele non ha ancora approvato la sua richiesta di essere trasferita all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme per esservi curata.

Eppure Dwlat sostiene che continuerà ad essere un membro attivo ed efficiente della comunità di Gaza – per amore della sua famiglia e del suo popolo, anche se questo significa andare alle proteste alla barriera di Gaza con le stampelle.

In realtà, Ahed, Lamia, Reem, Shaima e Dwlat incarnano lo straordinario spirito e coraggio di ogni donna palestinese che vive sotto l’occupazione e l’assedio di Israele in Cisgiordania e a Gaza. Resistono e persistono, nonostante l’enorme prezzo che pagano, e continuano la lotta delle generazioni di coraggiose donne palestinesi che le hanno precedute.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato internazionalmente, consulente in materia di mezzi di comunicazione e scrittore.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Mahmoud Abbas, smetti di servirti di Ahed Tamimi per il tuo tornaconto personale

Ramzy Baroud

8 agosto 2018, Palestine Chronicle

Il padre dell’undicenne Abdul Rahman Nofal mi ha contattato chiedendomi di aiutarlo. Suo figlio è stato colpito a una gamba durante le proteste della “Grande Marcia del Ritorno”. Il sistema sanitario in sfacelo della Striscia non è stato in grado di salvare la gamba del ragazzino, che è poi stata amputata.

Yamen, suo padre, un giovane uomo del campo di rifugiati di Buraij, nella zona centrale di Gaza, vuole solo che suo figlio ottenga una gamba artificiale in modo che possa andare a scuola a piedi. Gli israeliani hanno rifiutato al ragazzino il permesso di andare a Ramallah per ricevere cure. Disperato, Yamen ha girato un video in cui chiede al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, di aiutare suo figlio. Finora le sue suppliche sono rimaste inascoltate.

Cos’ha fatto questo bambino innocente per meritare un simile trattamento?” chiede nel video. La stessa domanda può essere posta riguardo ai maltrattamenti di tutti i minori di Gaza, di tutti i minori palestinesi.

Abbas, insieme ad Israele, ha sottoposto i palestinesi di Gaza a una prolungata campagna di punizioni collettive. Per quanto crudeli siano state le ripetute guerre di Israele contro l’impoverita ed assediata Striscia, esse sono coerenti con la storia di crimini di guerra ed apartheid di Tel Aviv. Ma quello che Abbas sta facendo a Gaza non è solo scorretto, è anche sconcertante.

Perché un leader di 83 anni è così incline a collaborare con Israele attraverso il cosiddetto coordinamento per la sicurezza e, di più, così assillante nell’isolare e punire il suo popolo nella Striscia di Gaza?

Invece di aiutare i gazawi che subiscono i distruttivi effetti delle guerre di Israele e di oltre un decennio di assedio durissimo, egli ha stretto il cappio.

Il governo di Abbas finora ha tagliato i salari che in precedenza pagava ai dipendenti pubblici di Gaza, anche a quelli fedeli alla sua fazione, Fatah; ha tagliato i sussidi alle famiglie dei prigionieri di Gaza detenuti da Israele; ha persino sospeso i pagamenti alla compagnia elettrica israeliana che fornisce a Gaza parte delle forniture di energia elettrica, gettando la Striscia ancor più nell’oscurità.

Come Israele, anche Abbas vuole vedere Gaza in ginocchio. Ma, a differenza di Israele, sta umiliando i suoi fratelli.

A partire dal 14 maggio, quando migliaia di palestinesi di Gaza sono andati verso la barriera che separa Israele dall’enclave incarcerata, i sostenitori di Abbas in Cisgiordania hanno interpretato le proteste della “Marcia del Ritorno” come una legittimazione del rivale di Fatah, Hamas. Così anche loro sono scesi in piazza per “celebrare” i presunti successi di Abbas.

Centinaia di palestinesi di Gaza sono stati uccisi e migliaia feriti, molti dei quali minori, nella attuale “Marcia del Ritorno”, ma Abbas e i suoi alleati di Fatah sono stati molto più interessati a garantire la propria importanza che ad unirsi alle proteste per chiedere la fine del blocco di Gaza.

Quando a Ramallah e altrove in Cisgiordania si sono tenute manifestazioni molto più numerose per chiedere ad Abbas di porre fine alla punizione della Striscia di Gaza, i cortei sono stati attaccati dagli sgherri della sicurezza di Abbas. Uomini e donne sono stati picchiati e molti sono stati arrestati per aver solidarizzato con Gaza, un atto ora imperdonabile.

La verità è che i palestinesi della Cisgiordania, non solo quelli di Gaza, detestano Mahmoud Abbas. Vogliono che lui e il suo apparato violento e corrotto se ne vadano. Tuttavia egli si rifiuta, mettendo in atto ogni sorta di metodi per garantire il proprio dominio sui suoi oppositori, arrivando al punto di collaborare con Israele per raggiungere un obiettivo così infame.

Tuttavia Abbas vuole ancora convincere i palestinesi che continua a opporsi, non con l’”inutile resistenza” messa in pratica dai gazawi, ma con il suo stile di “resistenza civile pacifica” dei villaggi palestinesi in Cisgiordania.

La cosa è stata ribadita con enfasi di nuovo negli ultimi giorni.

Appena la giovanissima contestatrice palestinese, Ahed Tamimi, è stata rilasciata da una prigione israeliana dopo aver passato otto mesi in carcere per aver preso a schiaffi un soldato israeliano, Abbas si è affrettato ad ospitare lei e la sua famiglia.

Fotografie di lui che abbraccia e bacia la famiglia Tamimi sono state diffuse in tutta la Palestina e in giro per il mondo. Il suo sistema informativo ufficiale è stato veloce nel metterlo al centro dell’attenzione nei giorni successivi al rilascio di Ahed.

Poi, ancora una volta, Abbas ha impartito lezioni sulla “resistenza civile pacifica”, tralasciando, ovviamente, di sottolineare che anche migliaia di minori di Gaza, rimasti feriti nei pressi della barriera di Gaza negli scorsi mesi, stavano “resistendo pacificamente”.

È vero, Ahed è un simbolo per la nuova generazione di giovani palestinesi ribelli che è stufa di non avere diritti né libertà, ma il tentativo vergognoso di Abbas di sfruttare questo simbolo per ripulire la propria immagine è pura strumentalizzazione.

Se davvero ad Abbas importa dei ragazzi palestinesi ed è tormentato dalle sofferenze dei prigionieri palestinesi – come sostiene di essere – perché, allora, peggiorare le terribili condizioni dei minori di Gaza e punire le famiglie dei prigionieri palestinesi?

Ovviamente Ahed, una ragazzina forte con un legittimo discorso politico da proporre, non può essere incolpata per il modo in cui altri, come Abbas, stanno sfruttando la sua immagine per promuovere la propria.

Lo stesso si può dire dell’attivista pakistana Malala Yousafzai, a cui i miliziani talebani hanno sparato in testa quando aveva 14 anni. Lo sfruttamento da parte dell’Occidente della sua battaglia per guarire dalle ferite e aprire una breccia verso la pace e la giustizia per il suo popolo è deplorevole. Nella psicologia dell’Occidente, la lotta di Malala è spesso, se non sempre, utilizzata per mettere in luce i pericoli del cosiddetto Islam radicale e per legittimare ulteriormente l’intervento militare di Usa e Occidente in Afghanistan e Pakistan.

La questione è stata affrontata con determinazione dalla madre di Ahed, Nariman, anche lei incarcerata e rilasciata dopo otto mesi. Coraggiosamente Nariman ha parlato della concezione razzista che rende famosa Ahed sui mezzi di comunicazione occidentali.

Sinceramente è probabile che sia l’aspetto di Ahed a suscitare questa solidarietà a livello mondiale, e ciò ad ogni modo è razzista, perché molti minorenni palestinesi sono nelle stesse condizioni di Ahed ma non vengono trattati allo stesso modo,” ha affermato.

In quest’ottica, è essenziale che Ahed Tamimi non venga trasformata in un’altra Malala, la cui “resistenza pacifica” sia utilizzata per condannare la continua resistenza di Gaza, e il fascino dei sui capelli biondi e senza velo soffochi le grida di migliaia di Ahed Tamimi nella Gaza assediata, di fatto in tutta la Palestina.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e curatore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra 2018). Baroud ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Mondiali e Internazionali all’Università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ahed Tamimi rilasciata dal carcere israeliano, giura di proseguire la resistenza

MEE ed agenzie

domenica 29 luglio 2018, Middle East Eye

L’adolescente dice che ora intende diventare avvocatessa per contribuire ulteriormente alla causa palestinese, e rende omaggio alle donne ancora incarcerate

Ahed Tamimi, la ragazza palestinese imprigionata per aver preso a schiaffi un soldato israeliano ed icona della resistenza contro l’occupazione israeliana in Cisgiordania, è stata rilasciata domenica dopo otto mesi [di carcere].

Tamimi, che aveva 16 anni al momento dell’arresto, ha giurato di continuare la sua lotta contro l’occupazione israeliana.

Continuerò a seguire le lezioni all’università e studierò legge in modo da poter rappresentare la causa del mio Paese in ogni consesso internazionale ed essere in grado di difendere la causa dei prigionieri, “ha detto Tamimi durante una conferenza stampa seguita alla sua scarcerazione.

Il carcere mi ha insegnato molte cose, sono stata in grado di immaginarmi il modo giusto per inviare il messaggio della mia patria,” ha aggiunto, stando accanto ad un albero con due tronchi, che è stato addobbato come una fionda con una gomma alla base – simboli della resistenza palestinese.

Ovviamente sono molto contenta di essere tornata con la mia famiglia, ma la gioia è solo parziale per via delle prigioniere che sono ancora in carcere,” ha detto.

In precedenza, quando ha lasciato la prigione israeliana, Tamimi ha reso onore a tutte le donne palestinesi attualmente incarcerate da Israele.

Tutte le carcerate sono forti, e ringrazio tutte quelle che mi sono state accanto mentre ero in carcere,” ha detto ai giornalisti, indossando la kefiah, la sciarpa simbolo dei palestinesi.

Il caso di Tamimi è finito sulle prime pagine di tutto il mondo quando è stata arrestata in seguito a una lite con soldati israeliani che rifiutavano di andarsene da casa sua a Nabi Saleh, un villaggio della Cisgiordania.

Il 15 dicembre, poche ore prima dell’arrivo dei soldati nella casa di Tamimi, la famiglia era stata informata che le forze israeliane avevano sparato alla testa del cugino quindicenne di Ahed, Mohammed.

Turbata, la famiglia ha chiesto che i soldati se ne andassero dalla casa. Quando si sono rifiutati, Ahed gli si è scagliata contro.

Sua madre ha ripreso dal vivo su Facebook il fatto, e quando le autorità israeliane hanno utilizzato la registrazione come prova per arrestare Tamimi, l’adolescente è diventata un caso celebre per i sostenitori dei palestinesi.

L’attenzione dei media

Tamimi ha ottenuto appoggio in tutto il mondo.

Amnesty International ha condannato l’arresto, affermando che ha violato le leggi internazionali e sottolineando che l’arresto di minorenni dovrebbe essere usato solo come soluzione estrema.

Attualmente Israele sta tenendo in prigione circa 300 minorenni.

Omar Shakir, di Human Rights Watch, domenica ha twittato che “l’arresto da parte di Israele per 8 mesi di una minorenne per aver invitato a protestare e aver preso a schiaffi un soldato riflette una discriminazione endemica, l’assenza di un giusto processo e maltrattamenti nei confronti di ragazzi.

Ahed Tamimi è libera, ma centinaia di minori palestinesi rimangono rinchiusi con una scarsa attenzione ai loro casi,” ha aggiunto.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha acclamato l’adolescente, mentre poco dopo il suo arresto un gruppo interpartitico di parlamentari britannici ha rilasciato una dichiarazione affermando che era stata “presa di mira” e ha condannato le tattiche israeliane.

Di fronte ad una simile attenzione dei media ed alle critiche, una grande tensione ha circondato il rilascio di Tamimi.

Desiderose di evitare la stampa, le autorità israeliane hanno cambiato per tre volte il luogo e il momento del suo rilascio.

Originariamente avrebbe dovuto essere liberata al posto di controllo di Jibara, presso Tul Karem. Alla fine Israele ha affermato che l’avrebbe rilasciata al posto di controllo di Rantis, a un’ora di macchina da lì, mettendo in agitazione i suoi familiari per raggiungere il luogo in tempo.

Decine di parenti, i suoi familiari più stretti e i suoi amici, insieme a molti giornalisti, hanno atteso Tamimi fino da domenica mattina presto.

Si sono riuniti anche gli oppositori di Tamimi, insieme a coloni israeliani che vivono illegalmente nella Cisgiordania occupata, comparsi per sventolare la bandiera israeliana.

Icona della resistenza

Quando finalmente Tamimi è stata rilasciata, suo padre Bassem l’ha abbracciata ed ha accompagnato l’adolescente attraverso la folla di giornalisti e sostenitori, che gridavano: “Vogliamo vivere in libertà.”

Dal posto di controllo di Rantis Tamimi si è diretta alla tomba del leader palestinese Yasser Arafat a Ramallah, dove ha lasciato qualche fiore.

Poi è andata in visita alla casa di un parente ucciso dalle forze israeliane durante una manifestazione.

Tamimi ha anche incontrato Abbas, che in seguito l’ha descritta come “un modello di resistenza civile pacifica…, che dimostra al mondo che noi, popolo palestinese, rimarremo forti e tenaci sulla nostra terra, a qualunque prezzo.”

Sabato la polizia israeliana ha arrestato due artisti italiani e un palestinese per aver dipinto un enorme murale del volto di Tamimi sul muro di separazione israeliano a Betlemme.

Secondo una dichiarazione della polizia israeliana, i tre sono stati arrestati “per sospetto danneggiamento e atti di vandalismo contro la barriera di sicurezza nella zona di Betlemme.”

La dichiarazione afferma che i tre, che erano mascherati, “hanno illegalmente disegnato sul muro e quando i poliziotti di frontiera sono intervenuti per arrestarli, hanno cercato di scappare con la loro auto, che è stata bloccata dalle forze [di polizia].”

La polizia israeliana è intervenuta nonostante il murale di 4 metri fosse stato dipinto sul lato di Betlemme del muro, che apparentemente dovrebbe essere sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Dipingere sul muro, con icone della resistenza palestinese come Arafat e Leila Khaled [militante del gruppo marxista palestinese Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ha partecipato a due dirottamenti aerei, ndtr.] disegnate da artisti, è un fatto frequente.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ufficiale israeliano in carcere per nove mesi per aver ucciso un adolescente palestinese

Chloé Benoist

mercoledì 25 aprile 2018,Middle East Eye

La famiglia di Nadim Nuwara dice che ricorrerà in appello contro Ben Deri, che ha sparato alla schiena al figlio di 17 anni durante la marcia del 2014 per commemorare la Nakba.

Un poliziotto di frontiera israeliano sarebbe stato condannato a nove mesi di prigione e multato con il corrispettivo di 13.955 dollari per aver ucciso nel 2014 il ragazzo palestinese Nadim Nuwara durante una manifestazione in commemorazione della Nakba.

Il giornale israeliano Haaretz ha riportato che mercoledì un giudice della corte distrettuale di Gerusalemme ha condannato Ben Deri, riscontrando un “significativo livello di negligenza” e ne ha chiesto l’incarcerazione, pur specificando che Deri è “un eccellente ufficiale di polizia rispettoso degli ordini.”

Siyam Nuwara, padre di Nadim, ha detto a Middle East Eye che la famiglia stava pensando di presentare appello contro il verdetto e ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire sul caso.

Non c’è giustizia in Israele,” ha detto. “Abbiamo raccolto tutte le prove, ma non c’è giustizia.”

Nuwara aveva 17 anni quando venne colpito alla schiena fuori dalla prigione di Ofer, l’unica prigione israeliana situata all’interno della Cisgiordania occupata, durante una protesta per ricordare il 66° anniversario della Nakba, l’espulsione di 750.000 palestinesi durante la creazione di Israele.

Telecamere di sicurezza e troupe televisive ripresero il momento in cui Nadim fu ucciso.

Quel giorno anche un altro giovane palestinese, Mohammed Odeh Abu al-Thahir, venne colpito ed ucciso, tuttavia le autorità israeliane non hanno aperto nessuna inchiesta giudiziaria sulla sua morte.

Alcuni gruppi per i diritti umani, compreso Human Rights Watch, hanno affermato che il ragazzo non costituiva una minaccia imminente quando è stato ucciso, e HRW ha definito il caso “un evidente crimine di guerra”.

Inizialmente le forze israeliane negarono che quel giorno fossero stati sparati proiettili veri, mentre alcune fonti ufficiali israeliane, tra cui l’allora ambasciatore negli Stati Uniti, Michael Oren, sostennero che le morti di Nuwara e al-Thahir erano una messa in scena.

L’esame autoptico dimostrò che Nuwara era stato colpito al torace. Deri venne arrestato sei mesi dopo e in un primo tempo accusato di omicidio.

La difesa di Deri si è imperniata sulla versione secondo cui un proiettile vero era caduto “accidentalmente” nel caricatore dell’arma dell’ufficiale, mentre lo stava caricando con pallottole di acciaio ricoperto di gomma.

All’inizio del 2017 Deri ha accettato un patteggiamento che ha derubricato l’imputazione contro di lui a omicidio colposo per negligenza.

La famiglia di Nuwara ha contestato il patteggiamento di fronte al tribunale, sostenendo che era stato raggiunto senza che loro ne fossero a conoscenza e che quel giorno Deri aveva usato consapevolmente proiettili veri.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’tselem ha affermato in un comunicato: “Il processo a Ben Deri esemplifica come il sistema investigativo e legale di Israele insabbi le continue uccisioni di palestinesi.”

Persino in questo caso, inusuale in quanto le accuse sono state formulate e si è persino arrivati al processo, l’insabbiamento continua. Il giudizio è finito con una sentenza vergognosamente mite, che serve solo a sottolineare il solito messaggio: le vite dei palestinesi sono a perdere.

Israele sicuramente si vanterà di questo processo come un chiaro esempio della sua capacità di fare giustizia. Al diavolo i fatti, quello che conta è la propaganda.”

L’udienza di mercoledì si è tenuta mentre Israele affronta le critiche per la politica di fuoco indiscriminato nella Striscia di Gaza assediata, dove dal 30 marzo l’esercito israeliano ha ucciso 39 palestinesi e ferito altre migliaia di manifestanti che partecipavano alla “Grande Marcia del Ritorno.”

Le autorità israeliane raramente incriminano soldati che hanno ucciso palestinesi. Quando membri delle forze israeliane sono imputati per queste morti, le condanne sono spesso brevi – creando quello che l’ong israeliana per i diritti umani Yesh Din ha chiamato un contesto di “quasi impunità”.

Hanan Ashrawi, membro direttivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha denunciato il doppio standard del sistema giudiziario israeliano.

È ridicolo che la ragazzina palestinese Ahed Tamimi, che ha affrontato un soldato israeliano che stava invadendo casa sua nella Cisgiordania occupata, sia stata obbligata a scontare otto mesi in una cella di un carcere israeliano,” ha detto.

Nel contempo il poliziotto di frontiera israeliano Ben Deri…ha avuto una sentenza di soli nove mesi.”

Finché la comunità internazionale rimarrà in silenzio, l’ingiustizia e l’oppressione del popolo palestinese continueranno senza sosta. Israele deve essere chiamato a rendere conto della sua violenza incontenibile e delle gravi violazioni contro il popolo palestinese.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Questa è la giustizia per chi uccide palestinesi

Yael Marom

22 marzo 2018, +972 Magazine

Ahed Tamimi è stata condannata a otto mesi di reclusione per avere schiaffeggiato un soldato. Il colonnello Israel Shomer, che ha sparato a un adolescente palestinese tre colpi alla schiena non ha passato neanche un giorno in prigione.

Fin da quando è stata arrestata in piena notte alla fine dello scorso dicembre, la diciassettenne Ahed Tamimi è stata tenuta in una prigione israeliana. Mercoledì Tamimi ha firmato un patteggiamento con il tribunale militare israeliano e sconterà otto mesi di prigione, compresi i tre mesi già passati in carcere. Anche sua madre, Nariman, e sua cugina, Nur, hanno firmato un patteggiamento. Nariman sconterà otto mesi e Nur è stata condannata ad una detenzione che corrisponde al tempo già passato in prigione.

Il sistema giudiziario militare israeliano utilizza spesso il sistema del patteggiamento. Circa il 70% delle condanne di minori nei tribunali militari israeliani si conclude con un patteggiamento, portando la percentuale totale dei minori condannati nei tribunali militari a uno sconcertante 95%. Per gli adolescenti palestinesi è evidente che se firmano un patteggiamento ci sono molte probabilità di tornare a casa dalle loro famiglie e dai loro amici più rapidamente che se insistono a voler andare a processo – anche quando hanno qualche possibilità di vincere. Spesso le cause penali possono persino durare più a lungo della pena a cui verrebbero condannati con un patteggiamento.

Nel caso della famiglia Tamimi, si potrebbe supporre che avessero ben chiaro che ciò che era iniziato come un “processo spettacolare” sarebbe prima o poi finito con la prigione. Quindi il cammino verso il patteggiamento era già stato aperto. L’insistenza del tribunale militare nel tenere il processo ad Ahed a porte chiuse, in modo che rimanesse nascosto al pubblico, non ha lasciato alla famiglia alcuna ragione per confidare neppure in quel poco di giustizia che l’occupante avrebbe potuto garantire.

La condanna di Ahed a otto mesi giunge in un momento particolare. È sufficiente che una ragazzina palestinese umili un soldato israeliano perché tutto il sistema venga coinvolto per garantire che lei e i suoi familiari finiscano in galera. Eppure non è mai capitato che un soldato sia stato giudicato per aver spintonato o insultato un palestinese.

Ma andiamo anche oltre nel confronto – per averlo ucciso.

Proprio questa settimana la commissione per la libertà condizionata dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha deciso di ridurre di un terzo la condanna di Elor Azaria, che in precedenza era già stata ridotta dal capo di stato maggiore dell’IDF. Al momento è stato rilasciato, e sconterà un totale di 9 mesi in prigione. Azaria non ha schiaffeggiato nessuno, ma ha sparato ed ucciso Abedel Fattah Sharif, un palestinese colpito e ferito a terra, che non rappresentava un pericolo per nessuno, dopo che, pochi minuti prima, aveva aggredito un soldato con un coltello nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron. Se non ci fosse stato sul posto un volontario di B’Tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndt.] a riprendere la scena in un video, Azaria sarebbe stato acclamato come un eroe che “ha neutralizzato un terrorista”.

Oppure, che dire del caso di Amir Awad, un adolescente palestinese che nel 2013 è stato colpito alla schiena da due soldati dell’IDF durante una protesta nel villaggio cisgiordano di Budrus? I soldati spararono otto proiettili nella schiena di Awad, uccidendo il sedicenne mentre cercava di scappare. In seguito a un’inchiesta fasulla i due soldati sono stati processati per uso incauto e negligente di un’arma da fuoco, eppure i loro legali non hanno accettato un patteggiamento della pena a tre mesi di servizi sociali. Durante un’udienza tenutasi la scorsa settimana, gli avvocati hanno presentato alla corte dati dell’esercito che mostrano come negli ultimi sette anni su 114 casi in cui dei soldati hanno sparato ed ucciso palestinesi sono stati presentati solo 4 atti di accusa. Ora il pubblico ministero sta prendendo in considerazione di ritirare tutti i capi d’imputazione.

Come se non bastasse, c’è il caso del colonnello Israel Shomer. Nel luglio 2015 Shomer, che all’epoca era comandante di brigata in Cisgiordania, ha sparato e ucciso il diciassettenne Muhammad al-Kasba. L’adolescente aveva lanciato pietre contro la jeep blindata di Shomer, dopodiché l’ufficiale è uscito dalla vettura e, insieme ad un altro soldato, si è messo ad inseguirlo. A un certo punto Shomer ha aperto il fuoco. Due proiettili hanno colpito il ragazzo alla schiena e un altro alla testa. Shomer non era in pericolo; forse voleva solo impartire una lezione al ragazzo. Un anno dopo l’accaduto il pubblico ministero militare ha chiuso il caso ed ha deciso che Shomer non sarebbe stato processato.

Le donne della famiglia Tamimi, che hanno osato resistere solo con pugni e parole ai soldati occupanti nel loro cortile, rimarranno in carcere per un tempo più lungo di Shomer, dei soldati che hanno ucciso Samir Awad e solo poco meno tempo di Elor Azaria. Questa è la giustizia del regime giudiziario dell’occupazione.

Yael Marom è gestore per il coinvolgimento del pubblico di “Just Vision” [organizzazione no profit che si occupa dei movimenti di base contrari all’occupazione israeliana, con sedi a Gerusalemme est e negli USA, ndt.] in Israele e co-redattore di “Local Call” [sito israeliano indipendente di informazione in ebraico, ndt.], su cui questo articolo è stato originariamente pubblicato in ebraico.

(traduzione di Amedeo Rossi)