A Gaza un’università improvvisata offre la possibilità di riprendere gli studi universitari

Ahmed Al-Najjar

11 aprile 2026 – Aljazeera

Aule alimentate a energia solare rappresentano un’ancora di salvezza per gli studenti di Gaza che lottano contro le conseguenze della guerra e la scarsità di risorse

Il nuovo semestre accademico è iniziato a Gaza alla fine di marzo. Ma le mattine non sono più animate dalla consueta vivacità degli studenti in attesa degli autobus che attraversano le città diretti verso università e college.

Quella sensazione è stata invece sostituita dalle difficoltà legate agli sfollamenti.

La devastante campagna israeliana ha ridotto in macerie le istituzioni accademiche di Gaza, molte delle quali ora riutilizzate come sovraffollati rifugi per famiglie sfollate. Con la distruzione dei campus l’istruzione in presenza è praticamente scomparsa, costringendo le università a passare all’apprendimento online. Ma per gli studenti che vivono in tende, lottando per procurarsi cibo, acqua, elettricità e internet, assistere a una lezione, anche online, è diventato un privilegio.

In mezzo a questo caos si è materializzato un barlume di speranza.

Nella zona densamente popolata di al-Mawasi, nel distretto di Khan Younis, nel sud di Gaza, sta prendendo forma una nuova iniziativa accademica. Scholars Without Borders [Studenti senza confini, ndt.], un’organizzazione non governativa statunitense, ha creato quella che chiama “University City”, uno spazio accademico provvisorio progettato per riportare gli studenti nelle aule universitarie.

Costruito con legno, lamiere e qualsiasi altro materiale reperibile localmente il sito rappresenta una piccola ricostruzione di come era un tempo la vita accademica a Gaza.

Nonostante le difficoltà la nostra missione è quella di avvicinare l’istruzione agli studenti in un ambiente migliore”, ha affermato Hamza Abu Daqqa, rappresentante dell’organizzazione a Gaza.

Abbiamo progettato questo spazio per servire più istituzioni accademiche e il maggior numero possibile di studenti”, aggiunge. Ci sono sei sale, in grado di ospitare fino a 600 studenti al giorno. Può sembrare dimesso ma ricrea un senso di vita accademica normale, qualcosa di cui gli studenti sono stati privati”.

Lo spazio include un accesso a internet alimentato da pannelli solari, aree verdi improvvisate e persino un piccolo incubatore d’impresa, pensato per aiutare gli studenti a sviluppare i propri progetti.

Come spiega l’organizzazione, University City opera con un programma settimanale a rotazione, che prevede che ogni giorno sia assegnato a una diversa istituzione accademica. Questo sistema permette a più istituzioni di condividere lo spazio limitato garantendo il più ampio accesso possibile agli studenti.

Date le limitazioni le università danno priorità ai corsi che richiedono maggiormente la presenza fisica, come le lezioni pratiche e quelle basate sulla discussione.

Alcune preminenti università di Gaza, come l’Università Islamica e l’Università di Al-Azhar, hanno iniziato a utilizzare il sito, insieme ad altri istituti come il Palestine College of Nursing [Scuola palestinese per infermieri, ndt.].

Ma dietro questa modesta struttura si cela una realtà ben più complessa.

Uno sguardo a ciò che è andato perduto

Dall’inizio della guerra genocida di Israele, nell’ottobre 2023, in tutta Gaza le università sono state sistematicamente danneggiate o distrutte. Nel sud tutti gli istituti sono stati resi inutilizzabili. Nella zona settentrionale di Gaza un numero limitato di campus è stato parzialmente ricostruito, ma la potenzialità di un loro utilizzo rimane estremamente limitata.

Il Palestine College of Nursing, ad esempio, è circondato da rovine dopo essersi ritrovato all’interno della “linea gialla”, dove l’esercito israeliano continua a essere presente dal cessate il fuoco di ottobre, isolando completamente gli studenti dalle loro aule.

Per un’intera generazione di studenti la vita universitaria ha semplicemente smesso di esistere, poiché al suo posto hanno dovuto lottare per sopravvivere.

Ogni anno accademico è solitamente segnato da nuovi inizi, soprattutto per le matricole che entrano in una nuova fase di indipendenza e scoperta. Ma per due anni consecutivi a migliaia di studenti di Gaza è stata negata questa esperienza.

Ora all’interno di University City la stanno vivendo per la prima volta.

«Sembra una vera università»

Mariam Nasr, 20 anni, studentessa del primo anno di infermieristica sfollata da Rafah, è seduta in una delle aule improvvisate e riflette sul significato di quello spazio per lei.

«Prima del genocidio tutto ciò di cui avevamo bisogno per studiare era disponibile: le case, l’elettricità, i materiali e, soprattutto, la sicurezza», dice. «Ma da più di due anni le nostre vite sono state completamente sconvolte».

Mariam ha iniziato l’ultimo anno di liceo proprio all’inizio della guerra. Ci è voluto più di un anno per completare gli esami in condizioni difficili prima di potersi finalmente iscrivere all’università.

«Ho sempre sognato di studiare medicina», afferma. «Ma le circostanze hanno influenzato le mie scelte. Il mio defunto nonno mi diceva che curare le persone non si limita a un solo percorso, quindi ho scelto infermieristica».

Tuttavia il suo corso di laurea prevede lezioni in presenza, un’esperienza che non aveva mai vissuto prima.

«Quando ho visto questo posto sono rimasta a bocca aperta», ha detto. “È stata la prima volta che ho frequentato lezioni in un ambiente che sembra davvero un’università. Siamo tutti emozionati. È diverso, sembra vero.”

Per studenti come Mariam il primo anno è trascorso dietro a uno schermo, se erano fortunati ad averne uno nelle loro tende, disconnessi dall’ambiente accademico che avevano sperato.

Amr Muhammad, 20 anni, un altro studente del primo anno di infermieristica proveniente dal campo di al-Magahzi, nella Gaza centrale, ha espresso una reazione simile.

Mi aspettavo qualcosa di molto più semplice, solo tende e attrezzature di base”, dice. Ma questo è diverso. Essere qui con altri studenti, discutere e partecipare alle lezioni fa un’enorme differenza.”

Il mondo accademico sotto attacco e assedio

L’esperienza vissuta dagli studenti in questo piccolo spazio riflette una tragedia ben più ampia.

La distruzione del settore accademico di Gaza da parte di Israele è stata definita dagli esperti dell’ONU come scolasticidio: lo smantellamento sistematico dell’istruzione attraverso la presa di mira di istituzioni, studenti e della vita accademica stessa. Università sono state distrutte, professori e studenti uccisi e gli sforzi di ricostruzione ostacolati.

Secondo l’Euro-Med Human Rights Monitor [organizzazione no profit per la protezione dei diritti umani, ndt.] e le informazioni fornite da funzionari palestinesi, oltre 7.000 studenti universitari e accademici sono stati uccisi o feriti dagli attacchi israeliani, mentre più di 60 edifici universitari sono stati completamente demoliti da incursioni aeree o bombardamenti terrestri.

Di conseguenza centinaia di migliaia di studenti sono stati esclusi dall’istruzione formale, costretti a ricorrere ad alternative che non sono in grado di eguagliare le loro precedenti esperienze.

E tali soluzioni alternative, come University City, incontrano enormi difficoltà già solo nel mettere in moto la propria attività.

«Tutti i materiali che vedete qui provengono dalla Striscia di Gaza», dice Abu Daqqa, indicando il sito con un gesto. «Abbiamo dovuto lavorare con quello che avevamo a disposizione, con costi crescenti e scarsità di risorse. Ma eravamo determinati a creare qualcosa che desse agli studenti un senso di normalità».

In base al cessate il fuoco di ottobre Israele è obbligato a consentire l’ingresso di materiali da ricostruzione per aiutare a ripristinare alloggi e servizi essenziali per i palestinesi. Ma Israele non ha rispettato tale clausola e ha continuato a imporre restrizioni, conducendo nel frattempo attacchi mortali in tutta Gaza.

E per molti studenti raggiungere University City è di per sé una sfida.

«Sono sfollata ad al-Mawasi, quindi dovrei essere relativamente vicina, ma anche solo arrivare qui è difficile», afferma Mariam. «Le mie lezioni iniziano alle 9 e mi sveglio alle 5 solo per trovare un mezzo di trasporto».

Con le strade danneggiate e la carenza di carburante le opzioni per gli studenti si limitano a veicoli malandati e carri trainati da asini o cavalli.

Procurarsi contanti è frustrante. Taxi e carretti accettano solo monete. Oggi mio padre è riuscito a malapena a procurarmi otto shekel [2,24 euro] ma non sono riuscita a trovare un passaggio”, aggiunge. Così ho camminato per quasi quattro chilometri con i miei amici”.

Per Amr il viaggio è ancora più lungo.

Sono partito alle 6 del mattino e ho aspettato due ore prima di trovare un mezzo di trasporto superaffollato”, dice. Era l’unico modo per arrivare qui”.

E una volta terminata la giornata le difficoltà ricominciano.

Questo spazio è a nostra disposizione solo per poche ore”, aggiunge. Per il resto della settimana torniamo a lottare con l’elettricità internet e i bisogni primari. Non possiamo nemmeno stampare materiale o accedere correttamente alle lezioni online”.

Gli studenti si affidano a dispositivi condivisi o danneggiati, connessioni instabili e risorse limitate, il che rende difficile un apprendimento costante.

Tornata nella tenda mi affido al vecchio telefono di mio padre giusto per seguire le lezioni quando posso”, dice Mariam. “Nella maggior parte dei giorni non c’è una connessione internet stabile né un’alimentazione elettrica adeguata. Cerco di resistere e andare avanti ma spesso desidererei semplicemente una fonte di alimentazione fissa e un dispositivo migliore come un iPad per studiare correttamente e non rimanere indietro.”

L’istruzione va avanti

Nonostante tutto gli studenti procedono mostrando la loro resilienza.

Nei corridoi riprendono le discussioni, si prendono appunti e il senso della vita accademica riemerge lentamente, anche se solo temporaneamente.

“Per la formazione medica l’apprendimento in presenza è essenziale”, afferma il Dott. Essam Mughari, professore al Palestine College of Nursing. “È piuttosto difficile per la formazione online sostituire l’interazione pratica”.

Descrive il significato emotivo del rivedere gli studenti.

“Dopo tutto quello che hanno passato, potersi riunire, interagire e imparare insieme, restituisce qualcosa di vitale”, dice. “Abbiamo la responsabilità di sostenerli, nonostante le circostanze, perché domani saranno loro al nostro posto”.

Per Mariam questa determinazione è una questione profondamente personale.

“Alcuni potrebbero pensare che sia impossibile studiare in queste condizioni”, dice. «Ma io voglio continuare. Mia cugina era un’infermiera. Un raid aereo israeliano ha raso al suolo la casa di tre piani della sua famiglia a Gaza City, uccidendo lei e molte altre persone. La ricordo per non dimenticare perché continuo su questa strada, per curare gli altri e servire il mio popolo».

La University City ora accoglie centinaia di studenti ogni giorno. Ma migliaia di altri rimangono senza accesso a spazi simili.

Scholars Without Borders afferma che l’iniziativa è solo l’inizio di una missione ancora ostacolata dall’assedio israeliano.

«Il nostro lavoro va avanti», dice Abu Daqqa. «Abbiamo allestito decine di scuole provvisorie e creato questa città universitaria, ma i bisogni sono molto maggiori. Questo è ciò che siamo riusciti a costruire sotto il blocco», afferma. «Immaginate cosa si potrebbe fare se ci venissero fornite le risorse veramente necessarie».

Ahmed Al-Najjar è un giornalista e accademico palestinese residente a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Si occupa di reportage sul genocidio in corso perpetrato da Israele.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La chiusura del valico di Rafah lascia i pazienti di Gaza bloccati e senza cure.

Maram Humaid

16 marzo 2026 – Aljazeera

Migliaia di persone rischiano un peggioramento delle proprie condizioni di salute dopo che la chiusura di questo importante valico ha bloccato le evacuazioni sanitarie per le famiglie in attesa di cure all’estero.

Gaza City, Striscia di Gaza – Il 28 febbraio Lama Abu Reida si trovava a poche ore da quello che sperava avrebbe cambiato il destino della sua figlioletta malata, Alma.

La famiglia era stata finalmente informata che la bambina, di meno di cinque mesi e incapace di respirare senza un respiratore, aveva i requisiti per una evacuazione sanitaria.

La piccola borsa da viaggio era pronta, la documentazione clinica in ordine e Abu Rheida era pronta a partire. Non restava che uscire dal valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, e da lì dirigersi in Giordania, dove Alma avrebbe potuto sottoporsi a un intervento chirurgico impossibile nella Striscia di Gaza.

Ma appena un giorno prima della partenza prevista per il 1° marzo Israele ha chiuso i valichi di Gaza “fino a nuovo avviso” adducendo motivi di sicurezza. La decisione ha coinciso con l’inizio dell’attacco militare congiunto con gli Stati Uniti contro l’Iran e ha infranto le speranze di Abu Rheida.

“Mi hanno detto che il valico era stato chiuso senza preavviso a causa della guerra con l’Iran”, dice la madre con voce rotta dal dolore.

Alma, che soffre di una cisti polmonare, è ricoverata all’ospedale Nasser di Khan Younis nel sud di Gaza da oltre tre mesi e la madre è al suo fianco giorno e notte.

“Non può assolutamente fare a meno dell’ossigeno”, dice Abu Rheida. “Senza, si sfinisce”.

«Non so cosa potrebbe succedere»

Il valico di Rafah, la principale porta d’accesso di Gaza al mondo esterno, è rimasto chiuso per lunghi periodi durante la guerra genocida di Israele contro i palestinesi nella Striscia, iniziata nell’ottobre del 2023.

Il 1° febbraio Israele ha annunciato una riapertura limitata nell’ambito di una fase di prova a seguito di un “cessate il fuoco” con il gruppo palestinese Hamas. Ciò ha reso possibili in base agli accordi alcuni spostamenti in particolare per i casi medici.

Tuttavia solo pochi pazienti sono riusciti a viaggiare e migliaia sono rimasti in lista d’attesa fino alla chiusura del 28 febbraio che ha bloccato il trasferimento all’estero dei feriti, così come le evacuazioni sanitarie di pazienti come Alma.

I medici avevano detto alla sua famiglia che l’unica opzione per Alma, ricoverata in terapia intensiva tre volte in un mese, era un intervento chirurgico all’estero per rimuovere la cisti dal polmone. Sebbene non particolarmente rischiosa, un’operazione del genere non può essere eseguita a Gaza a causa delle limitate risorse mediche.

“La vita di mia figlia dipende da un singolo intervento chirurgico, dopo il quale potrebbe vivere una vita completamente normale”, afferma Abu Rheida.

«Se il suo viaggio dovesse subire ulteriori ritardi… non so cosa potrebbe succedere. Le sue condizioni non sono rassicuranti», aggiunge sconsolata.

Domenica le autorità israeliane hanno annunciato che il valico di Rafah riaprirà mercoledì per consentire un «flusso limitato di persone» in entrambe le direzioni.

«La chiusura ha ucciso i miei figli»

Ciò che di fatto teme Abu Rheida è quanto Hadeel Zorob ha già vissuto.

Il figlio di sei anni di Zorob, Sohaib, è morto il 1° marzo 2025, mentre la figlia di otto anni, Lana, si è spenta il mese scorso, il 18 febbraio. Entrambi i bambini soffrivano di una rara malattia genetica che causa un progressivo deterioramento delle funzioni corporee.

Entrambi erano in attesa di un’autorizzazione medica per recarsi all’estero per le cure, ma questa non è mai arrivata.

«Ho visto i miei figli morire lentamente davanti ai miei occhi, uno dopo l’altro, senza poter fare nulla», dice scoppiando in lacrime Zorob, 32 anni.

Quando è morta Lana sarebbe dovuta partire dopo pochi giorni.

«Il viaggio di mia figlia era previsto nello stesso periodo in cui il valico è stato chiuso, ma è morta prima», racconta Zorob.

«Quando è arrivata la notizia della chiusura del valico il dolore per mia figlia è tornato prepotentemente al pensiero di tanti bambini che subiranno la stessa sorte».

Zorob racconta che nelle prime fasi della malattia i suoi figli erano ancora in grado di muoversi e giocare in modo relativamente normale.

Prima della guerra di Israele contro Gaza entrambi i bambini ricevevano cure ospedaliere specialistiche che avevano contribuito a stabilizzare in qualche misura le loro condizioni. Ma con l’intensificarsi degli attacchi israeliani le loro condizioni sono gradualmente peggiorate fino a raggiungere uno stadio critico. Il collasso del sistema sanitario di Gaza ha reso difficile per la famiglia l’accesso ai farmaci di cui avevano assoluto bisogno.

«Abbiamo persino provato a far arrivare le medicine dalla Cisgiordania, e ho chiesto aiuto alla Croce Rossa e all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non c’è stato verso», racconta Zorob.

Durante la guerra lei e la sua famiglia sono state costrette a lasciare la loro casa e a trasferirsi in una tenda nella zona di al-Mawasi. Le nuove condizioni di sfollamento hanno reso molto più difficile prendersi cura dei bambini.

«Entrambi erano costretti a letto… con i pannolini, e la loro glicemia doveva essere monitorata costantemente. Dovevamo dar loro da bere e controllare la loro alimentazione… tutto questo in una tenda, senza beni di prima necessità».

Zorob dice di sentirsi «impazzire» al pensiero che i suoi figli avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere e migliorare se avessero potuto ricevere cure all’estero.

«La chiusura dei valichi ha ucciso i miei figli!» aggiunge, con la voce piena di angoscia. «Il mondo non dà valore alle nostre vite né a quelle dei nostri figli… questa è diventata la normalità».

Zorob dice che, nonostante il dolore incessante, cerca di farsi forza per il suo terzo figlio, Layan, di quattro anni.

«Tutto ciò che desidero è che quello che è successo ai miei figli non accada a nessun’altra madre… che il valico venga riaperto e che ai bambini e ai malati sia permesso di viaggiare».

«È chiedere troppo?»

Secondo il Ministero della Salute di Gaza oltre 20.000 pazienti e feriti sono in attesa di poter viaggiare all’estero per ricevere cure mediche.

Tra questi figurano circa 4.000 malati di cancro, che necessitano di cure specialistiche non disponibili a Gaza, e circa 4.500 bambini.

Gli elenchi includono anche circa 440 casi “salvavita” che necessitano di un intervento urgente e quasi 6.000 feriti che necessitano di cure ospedaliere continue al di fuori di Gaza.

L’Associazione Al-Dameer per i diritti umani ha definito la chiusura del valico di Rafah una forma di punizione collettiva per i civili di Gaza, avvertendo che essa “condanna a morte un numero sempre maggiore di malati” e aggrava la crisi umanitaria di Gaza.

Per Amal al-Talouli la chiusura del valico di Rafah è stata un altro colpo devastante nella sua battaglia contro il cancro.

La donna di 43 anni soffre di cancro al seno da circa cinque anni. Nonostante si fosse sottoposta a delle cure prima della guerra, la malattia è ricomparsa e si è diffusa in altre parti del corpo, compresa la colonna vertebrale.

“Sia lode a Dio, accettiamo il nostro destino”, dice la madre di due figli. “Eppure, perché la nostra sofferenza deve peggiorare solo perché ci viene impedito di viaggiare e i valichi sono chiusi?”

Al-Talouli vive attualmente con dei parenti dopo aver perso la sua casa nell’area del Progetto di Beit Lahiya [complesso residenziale multipiano, ndt.], nel nord di Gaza, durante la guerra.

Lo sfollamento non è stata una scelta facile a causa delle sue condizioni di salute, afferma. La situazione è aggravata dalla grave carenza di farmaci e personale medico specializzato, una realtà che affligge anche altri malati di cancro a Gaza.

“C’è carenza di tutto”, dice al-Talouli. «Ho sviluppato osteoporosi e accumulo di liquido negli occhi a causa della chemioterapia. La chemio richiede una buona alimentazione, ma la malnutrizione e la carestia hanno reso tutto molto più difficile».

Al-Talouli afferma che la chiusura dei valichi ha peggiorato ulteriormente la situazione.

«Ci colpisce moltissimo. Non arrivano medicinali né trattamenti essenziali», dice Al-Talouli, il cui nome era in una lista d’attesa per recarsi fuori Gaza per le cure.

Sottolinea che i malati di cancro a Gaza hanno urgente bisogno di sostegno.

«Ora desidero solo che il valico riapra, così da poter guarire e continuare la mia vita con i miei figli», dice. «È chiedere troppo?»

Humaid è corrispondente on-line di Al Jazeera English a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I prezzi dei generi alimentari a Gaza salgono alle stelle mentre la chiusura dei valichi aggrava la carenza di cibo durante la guerra con l’Iran

Redazione

10 marzo 2026 – Al Jazeera

Le famiglie di Gaza stanno comprando tutto ciò che possono finché durano le scorte, temendo che il cibo disponibile oggi potrebbe non esserci più domani.

La gente di Gaza si sta nuovamente riversando nei mercati per comprare tutto il cibo che può permettersi, mentre la guerra regionale che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran sta sconvolgendo un’enclave già dipendente da fragili aiuti e canali commerciali vitali.

Residenti e commercianti affermano che i prezzi sono aumentati vertiginosamente nel giro di pochi giorni, mentre alcuni beni di prima necessità sono diventati scarsi o sono scomparsi del tutto.

In un servizio da Gaza City, Hani Mahmoud di Al Jazeera ha affermato che “l’ultima escalation si sta facendo sentire nel modo più diretto possibile: attraverso la riduzione delle scorte e la restrizione degli accessi ai valichi di frontiera”.

Nei mercati locali i consumatori cercano di assicurarsi il cibo prima che le scorte si riducano temendo che ciò che è disponibile oggi potrebbe non esserci più domani.

Questa ansia riflette la dipendenza di Gaza dai valichi di frontiera con Israele ed Egitto. Quasi tutto il cibo, il carburante, le medicine e altri beni di prima necessità entrano nel territorio tramite camion. Quando questi valichi vengono chiusi o operano a capacità ridotta l’impatto si fa rapidamente sentire nei mercati, negli ospedali e nei sistemi idrici.

Israele ha chiuso i valichi di Gaza il 28 febbraio mentre le forze israeliane e statunitensi attaccavano l’Iran bloccando l’accesso umanitario da e per Gaza e il movimento dei pazienti che necessitavano di evacuazione medica. Le autorità israeliane hanno successivamente riaperto il valico di Karem Abu Salem (Kerem Shalom per gli israeliani) per l'”ingresso graduale” degli aiuti, ma l’accesso è rimasto limitato.

Il valico di Rafah con l’Egitto è rimasto chiuso e le agenzie umanitarie affermano che i volumi attuali sono ben al di sotto del necessario.

Hanan Balkhy, direttrice regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il Mediterraneo orientale, ha dichiarato a Reuters questa settimana che solo circa 200 camion al giorno entravano a Gaza, rispetto ai circa 600 necessari quotidianamente per sostenere la popolazione del territorio. Ha anche affermato che circa 18.000 persone, tra cui bambini feriti e pazienti con malattie croniche, erano ancora in attesa di essere evacuate.

I prezzi schizzano in alto sui mercati locali

Sul terreno Mahmoud afferma che l’impatto è evidente nel costo dei prodotti freschi. Un chilo di pomodori, venduto a circa 1,50 dollari un mese fa, ora costa quasi 4 dollari. Anche cetrioli e patate sono diventati significativamente più costosi rendendo il cibo fresco fuori dalla portata di molte famiglie i cui redditi sono già stati distrutti da mesi di guerra e sfollamenti.

“La gente non può più permettersi di comprare frutta e verdura a causa degli alti prezzi causati dalla guerra tra Israele e Iran”, ha detto un acquirente ad Al Jazeera.

Questo segna un’inversione di tendenza rispetto a solo poche settimane prima. Il monitoraggio dei mercati del Programma Alimentare Mondiale (WFP) di febbraio aveva mostrato un certo miglioramento nella disponibilità di cibo e prezzi più bassi per alcuni prodotti di base rispetto alle fasi precedenti della guerra. Ma il WFP ora afferma che le ultime chiusure delle frontiere hanno innescato forti aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e che, sebbene alcuni valichi siano stati riaperti, i prezzi rimangono elevati.

Il sistema di aiuti è sotto pressione

Le agenzie umanitarie affermano che le pressioni si estendono ben oltre le bancarelle dei mercati. L’OCHA ha affermato che la chiusura ha costretto al razionamento delle limitate riserve di carburante a Gaza spingendo i partner umanitari a sospendere la raccolta dei rifiuti solidi tramite veicoli e a ridurre la produzione di acqua. Ha aggiunto che sono state attivate misure di emergenza in ospedali e centri di assistenza sanitaria primaria.

Il contesto generale della sicurezza alimentare rimane estremamente fragile. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il sistema globale di monitoraggio della fame utilizzato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle organizzazioni umanitarie, ha dichiarato a dicembre che Gaza non era più in condizioni di carestia dopo il miglioramento dell’accesso agli aiuti durante il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Tuttavia, aveva avvertito che la ripresa delle ostilità o l’interruzione degli aiuti avrebbero potuto rapidamente annullare tali progressi.

Anche il WFP ha avvertito che i fragili progressi a Gaza potrebbero essere rapidamente annullati se l’accesso non fosse sostenuto. Ha affermato che la riapertura di Karem Abu Salem potrebbe offrire un certo sollievo, ma che senza corridoi umanitari affidabili l’agenzia potrebbe essere costretta a tagliare le razioni alimentari per un gran numero di persone.

Con un accesso ancora così limitato le famiglie di Gaza affrontano una crescente incertezza sulla possibilità di garantirsi scorte alimentari essenziali nei giorni a venire.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




All’ombra della guerra con l’Iran Israele trova un altro modo per punire Gaza

Ohood Nassar, Gaza

1 marzo 2026 – Aljazeera

La repressione delle attività delle ONG e il blocco degli aiuti causato dalla chiusura dei valichi di frontiera costituiscono un’altra punizione collettiva

Quando Israele e gli Stati Uniti hanno sferrato l’attacco all’Iran i palestinesi nella Striscia di Gaza hanno iniziato a essere presi dal panico.

Si sono ricordati di come nel passato i valichi fossero stati chiusi causando carestie e si sono precipitati nei mercati per acquistare tutto ciò che potevano. A causa di ciò i prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità sono saliti alle stelle. Ben presto è giunta la notizia della chiusura dei valichi di frontiera.

Tutto questo è accaduto proprio mentre scadeva il periodo di tolleranza concesso da Israele a 37 ONG prima del loro ritiro da Gaza per non aver soddisfatto i requisiti di registrazione. Organizzazioni come Medici Senza Frontiere (noto anche con l’acronimo francese MSF), Medical Aid for Palestinians UK, Handicap International – Humanity & Inclusion, ActionAid, CARE, ecc. avrebbero dovuto smettere di operare a Gaza.

All’ultimo momento una sentenza della Corte Suprema israeliana ha permesso alle ONG di continuare ad operare nell’attesa che venga esaminato il loro ricorso contro il divieto. Ma nonostante la decisione queste organizzazioni non possono continuare a funzionare pienamente. Questo perché l’occupazione israeliana continua a impedire l’ingresso dei loro rifornimenti e del personale straniero a Gaza.

Secondo queste ONG esse insieme sono responsabili della metà delle distribuzioni alimentari nella Striscia e del 60% dei servizi forniti negli ospedali da campo.

Per molte famiglie a Gaza questo significa fame, perché i pacchi alimentari non verranno distribuiti e i mezzi di sussistenza andranno persi.

Sappiamo che non è che le ONG non rispettino le nuove regole di registrazione, così come la chiusura dei valichi di frontiera non è una questione di sicurezza. Si tratta dell’imposizione di un’ennesima forma di punizione collettiva ai palestinesi.

Anche se la Corte Suprema si pronunciasse miracolosamente contro il divieto imposto alle ONG, l’occupazione israeliana troverebbe comunque un altro modo per cacciare queste organizzazioni straniere da Gaza. Ciò è stato reso chiaro questo mese, quando è stato rivelato che World Central Kitchen, che gestisce decine di mense popolari in tutta la Striscia e che non è nella lista delle espulsioni, potrebbe sospendere le sue attività.

Secondo l’ufficio stampa governativo di Gaza ciò è avvenuto perché Israele ha bloccato l’ingresso della maggior parte dei camion di rifornimento dell’organizzazione. Di conseguenza non ci sono abbastanza rifornimenti per continuare a cucinare. World Central Kitchen aveva precedentemente affermato di servire 1 milione di pasti al giorno.

Quindi ora nel mezzo della guerra con l’Iran, che potrebbe durare settimane o mesi, centinaia di migliaia di famiglie non avranno più cibo a sufficienza.

Tutto questo si aggiunge alla continua guerra di Israele contro l’UNRWA. Fin dalla sua creazione alla fine del 1949 l’agenzia delle Nazioni Unite è stata la spina dorsale del sostegno internazionale ai rifugiati palestinesi. Ha la maggiore capacità di risposta alle emergenze e la più ampia gamma di servizi offerti. Eppure, Israele ne ha vietato le operazioni e ha bloccato l’ingresso dei suoi rifornimenti nella Striscia.

Attraverso un’incessante attività di lobbying Israele è riuscita a ottenere tagli sostanziali al bilancio dell’UNRWA. Di conseguenza, il mese scorso 600 dipendenti sono stati licenziati. Gli stipendi dei restanti sono stati ridotti del 20%.

Il divieto imposto alle ONG probabilmente comporterà anche la perdita del lavoro per migliaia di persone. E questo in un momento in cui la disoccupazione a Gaza ha superato l’80%.

Anche la mia famiglia ne soffrirà. In passato, abbiamo beneficiato di aiuti alimentari e di beni di prima necessità da parte delle ONG, e mio fratello è riuscito a trovare un lavoro temporaneo come autista per una di esse.

La possibile chiusura delle organizzazioni internazionali rappresenta una minaccia diretta per la vita di centinaia di migliaia di civili che dipendono da loro per i servizi e l’impiego. La chiusura dei valichi di frontiera potrebbe significare un’altra crisi alimentare.

Si tratta di una forma di punizione collettiva che ancora una volta non farà notizia. Israele è costantemente alla ricerca di nuovi modi per rendere le nostre vite sempre più insopportabili, ancora più impossibili nella nostra patria devastata.

Due anni e mezzo di genocidio israeliano hanno distrutto ospedali, scuole, università, strade, reti fognarie e di acqua potabile, impianti di trattamento delle acque, la rete elettrica e innumerevoli generatori e pannelli solari.

La stragrande maggioranza della popolazione vive vite primitive in tende o rifugi di fortuna che non possono proteggere le persone dal caldo o dal freddo estremi.

L’acqua è contaminata, il cibo è insufficiente, la terra è stata distrutta e avvelenata.

Ora saremo privati ​​di quel poco di sostegno internazionale che abbiamo ricevuto.

E qual è l’obiettivo di tutto questo? Spingerci sempre più vicini alla disperazione e alla resa definitiva, farci desiderare di lasciare la nostra patria da soli. Una pulizia etnica col generale beneplacito.

Tutte le organizzazioni che Israele sta cercando di bandire sono straniere. La maggior parte di esse ha sede in paesi occidentali. Eppure i governi occidentali non hanno quasi mai condannato le azioni intraprese da Israele contro le proprie organizzazioni. Non c’è stata indignazione per il fatto che l’occupazione stia cercando di distruggere le forniture umanitarie internazionali per avere il controllo totale sulla distribuzione degli aiuti.

La punizione collettiva è una violazione del diritto internazionale. Gli Stati sono obbligati ad andare oltre le condanne verbali e ad agire imponendo sanzioni. Finché ciò non accadrà noi a Gaza continueremo a essere sottoposti ad atti di punizione collettiva sempre più brutali da parte dei nostri occupanti.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Scrittrice residente a Gaza, Ohood Nassar è una giornalista e insegnante di Gaza. Ha scritto per We Are Not Numbers, New Arab, Institute for Palestine Studies, Electronic Intifada e Prism.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le forze israeliane hanno sparato oltre 900 proiettili per uccidere dei soccorritori a Gaza nel 2025: rapporto

Mohammad Mansour

24 febbraio 2026 – Al Jazeera

Una nuova indagine di Forensic Architecture ed Earshot dimostra che i soldati israeliani hanno sparato centinaia di colpi durante un massacro di operatori umanitari a Gaza

Una nuova indagine congiunta ha rivelato che lo scorso marzo a Gaza i soldati israeliani hanno sparato più di 900 proiettili contro un convoglio di veicoli di emergenza palestinesi chiaramente contrassegnati per poi procedere all’uccisione degli operatori umanitari sopravvissuti, alcuni dei quali sono stati colpiti “in stile esecuzione” a distanza ravvicinata.

Il rapporto pubblicato lunedì dall’agenzia di ricerca indipendente Forensic Architecture e dal gruppo di investigazione audio Earshot offre la ricostruzione fino ad ora più dettagliata del massacro di Tal as-Sultan, un quartiere a ovest di Rafah nella Striscia di Gaza meridionale, avvenuto il 23 marzo 2025.

Nell’attacco sono stati uccisi quindici operatori umanitari, tra cui paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), vigili del fuoco della Difesa Civile Palestinese (PCD) e un membro dello staff dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA). Gli operatori umanitari uccisi sono stati poi sepolti insieme ai loro veicoli.

Inizialmente l’esercito israeliano ha affermato che i veicoli erano “non coordinati” e in seguito ha ammesso un “errore professionale”. Ma l’analisi forense dipinge un quadro diverso: un’imboscata coordinata, l’assenza di fuoco di risposta e un’azione calcolata per eliminare i sopravvissuti.

La scienza del massacro

L’indagine si basa in gran parte su una tecnica di testimonianza contestualizzatae su analisi avanzate di balistica audio per analizzare il suono degli spari e determinare la distanza dello sparatore, il tipo di arma e l’orientamento.

Gli investigatori hanno analizzato i filmati recuperati dal telefono di un paramedico della PRCS ucciso, Rifaat Radwan, che ha iniziato a registrare alle 5:09 del mattino, quando è iniziata l’imboscata. In un video della durata di cinque minuti e mezzo, sono stati registrati almeno 844 colpi d’arma da fuoco. Sommati ad altre registrazioni, il conteggio totale documentato ha raggiunto almeno 910 colpi d’arma da fuoco.

Nel video, girato dall’interno di una delle ultime due ambulanze, si sente Radwan chiedere perdono alla madre e recitare la dichiarazione di fede islamica, la shahada, prima di morire.

Secondo l’analisi di Earshot il 93% di questi spari presentava una specifica impronta acustica: un'”onda d’urto supersonica”, seguita da un’esplosione. Questa combinazione conferma che la telecamera e gli operatori umanitari accalcati attorno ad essa si trovavano direttamente sulla linea di fuoco.

“La densità degli spari… supera spesso i 900 colpi al minuto”, afferma il rapporto, osservando che, a un certo punto, sono stati sparati cinque colpi in soli 67 millisecondi. Questa cadenza di fuoco conferma che almeno cinque tiratori, probabilmente molti di più, stavano sparando simultaneamente da un banco di sabbia sopraelevato distante circa 40 metri.

“I soldati israeliani hanno teso un’imboscata agli operatori umanitari palestinesi e li hanno sottoposti a continui attacchi con armi da fuoco per oltre due ore”, tra le 5:09 e le 7:13 del mattino, si legge nel rapporto.

Dall’imboscata all’esecuzione

Il rapporto contesta la narrazione israeliana di una “zona di combattimento” caotica. Descrive invece un massacro metodico di operatori umanitari palestinesi diretti ad aiutare delle persone ferite nel corso di attacchi israeliani.

“Non c’è stato alcuno scontro a fuoco nella zona, né una minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati. Questi attacchi non sono avvenuti in ‘una zona di combattimento ostile e pericolosa’, come affermato dai portavoce israeliani”, si legge nel rapporto.

Analizzando il ritardo tra il suono degli spari e il rimbombo dell’eco sulle pareti di cemento vicine, gli investigatori hanno seguito i movimenti dei soldati.

Per i primi quattro minuti i soldati hanno mantenuto una posizione costante su un banco di sabbia. Successivamente i dati audio mostrano un aumento dell’intervallo dell’eco, indicando che i soldati si stavano spostando giù per la collina, avanzando di circa 50 metri verso il convoglio mentre continuavano a sparare.

Ciò corrobora la testimonianza del sopravvissuto Assaad al-Nassasra, un operatore della PRCS, che ha dichiarato agli investigatori: “Camminavano tra [gli operatori umanitari] e sparavano”.

I risultati più agghiaccianti riguardano gli ultimi istanti dell’attacco. L’analisi di una successiva telefonata fatta dal paramedico Ashraf Abu Libda ai centralinisti immortala l’arrivo dei soldati presso i veicoli.

L’analisi audio identifica specifici colpi di arma da fuoco in cui il distinto “crack supersonico” del proiettile scompare, lasciando solo l’esplosione dello sparo. Sul piano balistico questo indica che l’assassino si trovava a una distanza compresa tra 1 e 4 metri (da 3 a 13 piedi) dalla vittima.

Questi colpi coincidono con gli ultimi rumori dei movimenti di Abu Libda, il che suggerisce che sia stato colpito mentre giaceva a terra. Un medico che in seguito ha esaminato i corpi ha confermato che le ferite erano compatibili con uccisioni in stile esecuzione”.

Le forze israeliane sono state ripetutamente accusate di crimini contro l’umanità e crimini di guerra durante la loro guerra genocida a Gaza, che ha causato la morte di oltre 72.000 palestinesi. Un recente rapporto della rivista medica The Lancet afferma che il bilancio delle vittime nei primi 16 mesi è stato molto più alto rispetto alle cifre ufficiali. Nonostante un “cessate il fuoco” in vigore da ottobre Israele ha ucciso più di 600 palestinesi.

Organizzazioni per i diritti umani e studiosi hanno affermato che l’offensiva militare israeliana che ha ridotto Gaza in macerie è un genocidio. La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sta esaminando un caso di genocidio contro Israele, mentre la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

La brutale uccisione dei 15 operatori umanitari nel marzo 2025 ha suscitato indignazione, ma Israele non ha dovuto affrontare conseguenze legali o politiche poiché ha continuato a ricevere il sostegno dei suoi alleati occidentali, inclusi gli Stati Uniti.

Nascondere le prove

Il rapporto descrive in dettaglio un tentativo sistematico da parte delle forze israeliane di nascondere il massacro nelle ore successive.

Le immagini satellitari di quella mattina hanno rivelato che sul luogo erano state dispiegate delle ruspe. I veicoli di emergenza erano stati schiacciati e sepolti, e sulla scena erano stati costruiti dei terrapieni per bloccare la visibilità.

Questi riscontri forensi concordano con le immagini satellitari esclusive ottenute dall’agenzia di fact-checking Sanad di Al Jazeera lo scorso anno. In un rapporto pubblicato il 30 marzo 2025 Sanad ha rivelato immagini scattate il 25 marzo che mostravano che almeno cinque veicoli di soccorso erano stati “completamente distrutti” e sepolti nella sabbia dalle forze israeliane in via al-Muharrarat, il luogo del massacro.

All’epoca la Difesa Civile Palestinese condannò l’atto come un “crimine di sterminio”, affermando che le forze israeliane avevano deliberatamente “alterato i punti di riferimento del luogo” e utilizzato macchinari pesanti per nascondere i corpi delle vittime.

“Il personale militare israeliano ha agito intenzionalmente per nascondere e distruggere le prove… seppellendo i corpi delle vittime [e] insabbiando i telefoni cellulari”, afferma il rapporto di Forensic Architecture.

Il sopravvissuto al-Nassasra fu arrestato, portato nel famigerato campo di detenzione israeliano di Sde Teiman e torturato per 37 giorni. Ha testimoniato che i soldati gli avevano confiscato e seppellito il telefono, probabilmente per nascondere le prove.

Uno dei due operatori della PRCS sopravvissuti all’attacco è stato successivamente utilizzato come “scudo umano” presso un posto di blocco militare israeliano vicino al luogo dell’incidente, si legge nel rapporto.

Lalas, Yotam e Amatzia

In un raro caso di identificazione, l’analisi audio è stata in grado di isolare e migliorare le voci dei soldati israeliani che parlavano ebraico durante l’attacco.

L’inchiesta identifica tre soldati per nome Elias (chiamato Lalas), Yotam e Amatzia in base alle loro conversazioni mentre si muovevano tra i corpi.

In una registrazione si sente un soldato chiedere: “Lalas, hai finito?” prima di ricevere l’ordine di “puntargli le armi contro”.

Il rapporto conclude che non c’è stato “alcuno scambio a fuoco nella zona, né alcuna minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati”, smentendo le affermazioni israeliane di una battaglia. Documenta invece un attacco deliberato a un convoglio umanitario che si è concluso con l’esecuzione premeditata di coloro che erano sopravvissuti al fuoco di sbarramento iniziale.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Giovani e vecchi lottano per riprendere gli studi a Gaza

Ola Al-Asi

11 febbraio 2026 – Al Jazeera

I palestinesi stanno lavorando duramente per riprendere la loro istruzione dopo che la guerra genocida di Israele ha costretto università e scuole alla chiusura.

Nuseirat, Striscia di Gaza – Nibal Abu Armana è seduta nella sua tenda, dove insegna a Mohammed, il figlio di sette anni, nozioni di base di alfabetizzazione e matematica.

Nibal, 38 anni, madre di sei figli, è costretta a fare affidamento sulla fioca luce di una lampada LED a batteria.

Dopo due ore, gli occhi di Nibal e Mohammed sono esausti.

Ecco cosa significa istruzione per molti a Gaza. La maggior parte dei palestinesi nell’enclave vive come Nibal e la sua famiglia: sfollati e costretti a sopravvivere in rifugi temporanei a malapena abitabili.

Ma la guerra genocida di Israele contro Gaza, che ha ucciso più di 70.000 palestinesi, dura da oltre due anni ed è improbabile che la necessaria ricostruzione avvenga a breve.

La maggior parte degli edifici scolastici è stata danneggiata o distrutta da Israele, insieme alla maggior parte delle altre strutture a Gaza. Molte delle strutture scolastiche rimaste sono ora utilizzate come rifugi per le famiglie sfollate. E gli studenti – sia i bambini a scuola che i giovani adulti all’università – hanno perso in gran parte qualsiasi forma di istruzione regolare dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

“Prima della guerra, i miei figli avevano una routine: svegliarsi presto, andare a scuola, tornare a casa, pranzare, giocare, fare i compiti e andare a dormire presto”, ha detto Nibal ad Al Jazeera. “C’era un senso di disciplina”.

Ora, ha detto, le giornate dei suoi figli sono scandite dai loro bisogni primari: procurarsi l’acqua, procurarsi i pasti da una mensa di beneficenza e trovare qualcosa da bruciare sul fuoco per cucinare e scaldarsi. Dopo tutto questo, rimane poco tempo durante la giornata per studiare.

Nibal, originaria del campo di Bureij ma ora residente a Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale, ha detto che i suoi figli hanno avuto difficoltà, soprattutto all’inizio della guerra, quando ogni forma di istruzione si è interrotta per mesi.

E ora, anche se la situazione sta migliorando, è difficile recuperare. Molti bambini più grandi, che hanno mancato l’istruzione in un periodo fondamentale della loro vita, non sono disposti a riprendere gli studi. “Il mio figlio maggiore, Hamza, ha 16 anni e rifiuta categoricamente l’idea di tornare a scuola”, ha detto Nibal. “È stato escluso dagli studi per così tanto tempo vivendo da sfollato che ha perso interesse per l’istruzione. Ha nuove responsabilità. Lavora con suo padre come facchino, aiutando le persone a trasportare le cassette degli aiuti. Si impegna a raccogliere i soldi per comprare cibo per noi e vestiti per sé”.

“È cresciuto prima del tempo; si assume le responsabilità e pensa come farebbe un genitore per i suoi fratelli più piccoli”, ha detto.

Il secondo figlio di Nibal, Huzaifa, 15 anni, è desideroso di continuare a studiare, ma è incerto sul suo futuro poiché pensa che gli ci vorranno anni per recuperare il tempo perso non avendo potuto studiare adeguatamente.

Per ora studia, ma è costretto a frequentare le lezioni in un’aula tenda improvvisata. “Mi stanco seduto per terra, e mi fa male la schiena e il collo mentre scrivo e guardo gli insegnanti”, ha detto Huzaifa.

Attacchi all’istruzione

Dalla guerra genocida di Israele contro Gaza 745.000 studenti sono rimasti fuori dalla scuola, inclusi 88.000 studenti dell’istruzione superiore che sono stati costretti a sospendere gli studi.

Nonostante il “cessate il fuoco” in vigore da ottobre, che Israele continua a violare, oltre il 95% degli edifici scolastici gravemente danneggiati necessita di interventi di ristrutturazione o ricostruzione, secondo le valutazioni satellitari dei danni dell’UNESCO. Almeno il 79% dei campus universitari e il 60% dei centri di formazione professionale sono stati danneggiati o distrutti.

Ahmad al-Turk, professore addetto alle pubbliche relazioni e assistente del presidente dell’Università Islamica di Gaza, ha affermato che Israele sta deliberatamente attaccando l’istruzione.

“Prendere di mira i professori ha ripercussioni sulle generazioni future, soprattutto considerando l’esperienza e le competenze che questi professori possiedono nei loro campi di specializzazione”, ha affermato al-Turk. “Non c’è dubbio che l’assenza di professori competenti influisca negativamente sul rendimento degli studenti, così come sul processo di ricerca in futuro”.

Questo è particolarmente preoccupante per Raed Salha, professore presso l’Università Islamica ed esperto di pianificazione regionale e urbana.

“La competenza universitaria non è qualcosa che può essere sostituita rapidamente”, ha affermato. “È una conoscenza accumulata in anni di insegnamento e ricerca. Perderla – che sia a causa di morte, sfollamento forzato o interruzioni prolungate – è una perdita devastante per gli studenti, le istituzioni accademiche e la società nel suo complesso”.

La maggior parte delle famiglie e degli studenti universitari ha difficoltà anche con il sistema di istruzione online, poiché è difficile permettersi l’acquisto di dispositivi elettronici e telefoni cellulari, anche senza considerare la debolezza della connessione internet a Gaza.

“Gli insegnanti cercano di insegnare; gli studenti cercano di seguire, ma gli strumenti sono quasi inesistenti”, ha affermato Salha.

“Non possiamo ricreare l’esperienza degli studenti che escono di casa la mattina, incontrano gli amici, siedono nei cortili dell’università, nelle biblioteche, nei laboratori o partecipano ad attività ed eventi”, ha affermato. “Questa esperienza ha plasmato identità e senso di appartenenza degli studenti per generazioni. Oggi questo viene loro sottratto.”

Sfide universitarie

Lo studente universitario Osama Zimmo ha spiegato che abituarsi all’apprendimento online è stata una sfida.

“Siamo diventati nomi sugli schermi, non studenti che vivono un’esperienza completa”, ha detto il ventenne studente di ingegneria civile di Gaza City.

Osama si era iscritto a Ingegneria dei Sistemi Informativi presso l’Università al-Azhar di Gaza prima della guerra e aveva completato il primo anno di studi.

Ma nonostante la sua passione iniziale per quel campo, è diventato difficile continuare gli studi online una volta che l’università è passata all’e-learning.

“Ho scoperto di non avere un portatile, una corrente elettrica stabile o una buona connessione internet e persino il mio telefono era vecchio e inaffidabile”, ha detto, aggiungendo che l’incertezza sulla fine della guerra e l’impatto dell’intelligenza artificiale lo hanno fatto riflettere sulla sua scelta di campo.

Alla fine ha deciso di cambiare corso di laurea, iniziando un corso di laurea in ingegneria civile presso l’Università Islamica, che lo avrebbe portato a essere meno dipendente dall’elettricità e da internet.

L’Università Islamica ha ripreso le lezioni in presenza a dicembre.

“È stata una scelta di continuare piuttosto che fermarsi” sostiene Osama “Adattarsi piuttosto che cedere”.

“Studiamo non perché la strada sia chiara, ma perché arrendersi è esattamente ciò che questa realtà cerca di imporci.”

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Ecco perché Israele permette il più alto numero mai raggiunto di omicidi nelle sue città palestinesi.

Neve Gordon

5 febbraio 2026 – Al Jazeera

Israele tollera la violenza contro i suoi cittadini palestinesi per cacciarli via, mentre usa l’antisemitismo come arma per attirare gli ebrei.

Mentre i media internazionali si sono giustamente concentrati sul genocidio e sulle enormi dimensioni dell’espulsione da Gaza, e sulla pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata, poca o nessuna copertura mediatica al di fuori di Israele hanno avuto i 300 omicidi, 252 dei quali hanno riguardato vittime palestinesi, avvenuti in territorio israeliano nel 2025. Questo anche se lo scorso anno ha visto il maggior numero di omicidi mai registrato tra i cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono il 21% della popolazione israeliana ma subiscono l’80% degli omicidi. Questo vuol dire un omicidio ogni 36 ore.

I media internazionali si sono anche occupati della crescita dell’antisemitismo nel mondo, anche se poco o per nulla si sono occupati di come Israele ha esagerato e strumentalizzato la concezione sionista di antisemitismo per creare panico morale tra gli ebrei ovunque. In effetti, quando parlo con amici ebrei in Israele, mi chiedono spesso come faccia io, che vivo a Londra, a far fronte all’antisemitismo. Dato che ricevono le notizie dai media israeliani, gli si può perdonare la convinzione che gli ebrei in tutto il mondo siano in imminente pericolo.

Questi due fenomeni, l’epidemia di delitti nella comunità palestinese in Israele e l’uso dell’antisemitismo come arma per amplificare le paure degli ebrei, potrebbero sembrare non avere nessun legame. Tuttavia, c’è chiaramente un filo che li unisce, un filo che si chiama ingegneria demografica.

Gli atti fondativi

L’ingegneria demografica è un elemento centrale del progetto sionista. Durante la guerra del 1948, circa 750.000 palestinesi sono stati espulsi in quella che il diplomatico statunitense Fayez Sayegh ha chiamato “eliminazione razziale”. Come parte di questo processo le città palestinesi furono spopolate e circa 500 villaggi furono distrutti. Nel 1951, i profughi palestinesi erano stati “sostituiti” da un pari numero di immigrati ebrei, sia europei sopravvissuti all’Olocausto che mizrahi provenienti dai Paesi arabi, trasformando in questo modo la composizione razziale dello Stato senza modificare il numero complessivo di abitanti.

Dopo la guerra, Israele non solo ignorò completamente la Risoluzione 194 delle Nazioni Unite che afferma il diritto dei palestinesi che erano stati resi profughi nel 1948 a ritornare alle loro case, ma nel 1950 approvò la Legge del ritorno, che conferiva “a tutti gli ebrei del mondo il diritto a emigrare in Israele ottenendone la cittadinanza, indipendentemente dal loro Paese di origine o dal fatto che potessero dimostrare qualche legame con Israele-Palestina, mentre privava di un diritto simile i palestinesi, compresi quelli che avevano un documentato legame ancestrale con il Paese”.

Nel corso degli anni numerosi politici e personalità influenti israeliane hanno descritto quello che Israele stava facendo nei territori che aveva occupato nel 1967 come un completamento del lavoro lasciato incompleto nel 1948: “Una seconda, vera Nakba per finire il lavoro di (David) Ben-Gurion (ex primo ministro israeliano)”, è stata la battuta di un giornalista. Contemporaneamente, dentro Israele, un diverso tipo di strategia demografica si sta manifestando, anche se l’obiettivo generale rimane lo stesso.

Criminalità come spinta per andarsene

Itamar Ben-Gvir non è certamente il primo ministro della Sicurezza Nazionale che ha permesso a delle gang criminali di terrorizzare le comunità palestinesi. Ma sotto la supervisione di Ben-Gvir gli omicidi hanno raggiunto livelli record. E il 2026 sembra seguire la stessa tendenza, con 31 palestinesi assassinati nel primo mese.

Da una parte, Israele ha usato la criminalità in aumento per dipingere i propri cittadini palestinesi come incivili e barbari, estendendo anche a loro la disumanizzazione dei palestinesi senza Stato a Gaza e in Cisgiordania. Dall’altra, ha permesso a dei criminali di terrorizzare le città palestinesi.

In effetti, la polizia ha risolto solo il 15% degli omicidi nelle comunità palestinesi facendo poco, o niente, per impedire ai criminali di raccogliere dalle attività commerciali “spese di protezione” che si stima privino la comunità di circa due miliardi di shekel (600 milioni di euro) all’anno.

Il 22 di gennaio i palestinesi hanno lanciato la più grande dimostrazione dal 2019, sventolando bandiere nere e cantando slogan che accusano la polizia di totale abbandono. Il giorno seguente gli organizzatori hanno proclamato uno sciopero generale, mentre uno degli organizzatori, Mohammed Shlaata, ha detto chiaramente che la responsabilità della violenza è delle autorità: “Siamo in una situazione di emergenza”, ha detto. “Puntiamo chiaramente il dito, la colpa è della polizia”.

Alcuni amici palestinesi con cui ho parlato mi hanno detto che temono per la vita dei loro figli e vogliono che lascino il Paese, mentre altri hanno fatto i bagagli e se ne sono andati. È vero, quelli che se ne sono andati sono pochi, ma i cittadini palestinesi stanno raggiungendo il limite.

Antisemitismo e migrazione negativa

Mentre il governo non fa nulla per reprimere le attività criminali e l’illegalità nelle comunità palestinesi in Israele, esagera e strumentalizza la concezione sionista di antisemitismo per riaffermare costantemente il vittimismo ebraico.

Mentre molto è stato scritto sull’uso di una falsa nozione di antisemitismo, che confonde le critiche a Israele e al sionismo con la persecuzione degli ebrei per mettere a tacere i palestinesi e le voci a loro favore, si sente parlare molto meno dell’utilizzo dell’antisemitismo riguardo al problema israeliano della migrazione negativa, cioè degli ebrei che se ne vanno da Israele.

Dal 2023 sono più gli ebrei che hanno lasciato il Paese di quelli che sono entrati. Nel 2024 se ne sono andati da Israele 26.000 cittadini in più rispetto agli immigrati che sono arrivati; nel 2025 la differenza è salita a 37.000. In altre parole, la migrazione negativa è salita del 42% e le autorità israeliane sono preoccupate che questa tendenza stia prendendo piede o addirittura stia accelerando.

Di conseguenza, sia ai cittadini israeliani che alla diaspora ebraica viene raccontato che l’antisemitismo in tutto il mondo è fuori controllo. Agli ebrei viene detto che l’orribile massacro di Bondi in Australia è l’indicatore di una nuova tendenza, che nel Regno Unito l’antisemitismo è stato normalizzato, e che gli ebrei europei hanno paura di indossare la kippah.

Senza dubbio l’antisemitismo è molto aumentato negli ultimi due anni, e c’è ovviamente un nucleo di verità in queste storie. Ma, al contrario del vero e reale panico tra i cittadini palestinesi, che lo Stato ha ignorato, nel caso dell’antisemitismo lo Stato esagera in modo drammatico e strumentalizza i fatti per produrre panico morale. Il messaggio è chiaro: gli ebrei nel mondo dovrebbero temere per la loro vita, e quindi quelli che vivono in Israele dovrebbero pensarci bene prima di andarsene, mentre il solo modo in cui gli ebrei della diaspora possono essere al sicuro è emigrando in Israele.

Il suprematismo come collante

Il collante che tiene assieme tutte le strategie demografiche dispiegate da Israele è la convinzione nell’eccezionalismo e nel suprematismo ebraico. Il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania sono giustificati attraverso la disumanizzazione dei palestinesi; il fatto che gli omicidi e la criminalità nelle comunità palestinesi dentro Israele siano ignorati ha le sue radici nella discriminazione razziale che continua dal 1948, e Israele usa il razzismo contro gli ebrei come un’arma per contrastare la migrazione negativa. L’obiettivo ultimo è di garantire il carattere razziale-religioso di Israele come esclusivamente ebraico, il sogno di uno Stato puramente ebraico.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




Le donne palestinesi raccontano del “viaggio dell’orrore” al valico di Rafah a Gaza

Redazioni di Al Jazeera e Reuters

4 febbraio 2026 Al Jazeera

Le donne palestinesi raccontano l’atroce esperienza vissuta per mano dell’esercito israeliano al valico di frontiera di Rafah riaperto a Gaza

Le donne palestinesi hanno descritto l’attraversamento del valico di Rafah di ritorno dall’Egitto a Gaza come un “viaggio dell’orrore” – le poche autorizzate a tornare nel territorio devastato dalla guerra separate dai figli, ammanettate, bendate e interrogate “sotto tiro” per ore.

Per le 12 donne e bambini palestinesi autorizzati lunedì a entrare a Gaza attraverso il valico di Rafah, il viaggio di ritorno a casa è stato “lungo ed estenuante, segnato da attesa, paura e incertezza”, ha dichiarato Ibrahim Al Khalili di Al Jazeera in un servizio da Khan Younis nel sud di Gaza.

Il piccolo gruppo di rimpatriati è stato sottoposto a rigide procedure di sicurezza da parte delle forze israeliane che detengono il potere al valico di Rafah per determinare “quando e se” le persone potranno tornare alle loro case in territorio palestinese, ha affermato Al Khalili.

“Ci hanno portato via tutto. Cibo, bevande, tutto. Ci hanno permesso di tenere solo una borsa”, ha detto una delle rimpatriate, parlando ad Al Jazeera del suo calvario di lunedì per mano dell’esercito israeliano.

“L’esercito israeliano ha chiamato prima mia madre e l’hanno presa. Poi hanno chiamato me e mi hanno presa”, ha detto la donna.

“Mi hanno bendato e coperto gli occhi. Mi hanno interrogato nella prima tenda, chiedendomi perché volessi entrare a Gaza. Ho detto loro che volevo rivedere i miei figli e tornare nel mio Paese. Hanno cercato di esercitare una pressione psicologica, volevano separarmi dai miei figli e costringermi all’esilio”, ha detto.

“Dopo avermi interrogato lì mi hanno portato in una seconda tenda e mi hanno fatto domande politiche, che non avevano nulla a che fare [con il viaggio]… Mi hanno detto che avrei potuto essere arrestata se non avessi risposto. Dopo tre ore di interrogatorio sotto tiro, siamo finalmente saliti sull’autobus. L’ONU ci ha accolti; poi ci siamo diretti all’ospedale Nasser. Grazie a Dio ci siamo riuniti ai nostri cari”, ha aggiunto.

Tre donne hanno raccontato ai giornalisti di essere state bendate, ammanettate e interrogate per ore dalle forze israeliane, ha riferito Reuters.

Lunedì si prevedeva che circa 50 palestinesi sarebbero entrati nell’enclave, ma al calar della notte, solo 12 persone – tre donne e nove bambini – erano state autorizzate a passare attraverso il valico riaperto dalle autorità israeliane, ha riferito Reuters citando fonti palestinesi ed egiziane.

Ancora peggio, delle 50 persone in attesa di lasciare Gaza lunedì per lo più per cure mediche urgenti, solo cinque pazienti con sette parenti ad accompagnarli sono riusciti a superare i controlli israeliani ed entrare in Egitto.

Martedì solo altri 16 pazienti palestinesi sono stati autorizzati ad attraversare il confine con l’Egitto via Rafah, ha dichiarato Hind Khoudary di Al Jazeera in un servizio da Khan Younis.

Il numero di palestinesi autorizzati ad attraversare il confine a Rafah è di gran lunga inferiore ai 50 palestinesi che, secondo i funzionari israeliani, sarebbero autorizzati a viaggiare in entrambe le direzioni ogni giorno, ha aggiunto Khoudary.

“Non c’è alcuna spiegazione sul motivo per cui gli attraversamenti a Rafah siano così lenti”, ha detto Khoudary. “Il processo sta richiedendo tempi estremamente lunghi”.

“Ci sono circa 20.000 persone in attesa [a Gaza] di cure mediche urgenti all’estero”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




In quanto palestinese quello che sta facendo l’ICE negli Stati Uniti mi risulta familiare

Ahmad Ibsais

27 gennaio 2026 – Al Jazeera

Oggi gli statunitensi stanno avendo un saggio di quello che i palestinesi hanno vissuto per decenni: il terrorismo di Stato

L’incremento della violenza di Stato negli USA è senza precedenti. Nell’arco di tre settimane a Minneapolis due persone sono state colpite a morte durante raid “anti-immigrazione”. Entrambe sono state definite “terroristi interni”.

Nel contempo la settimana scorsa agenti dell’Immigration and Customs Enforcement [agenzia federale che si occupa di immigrazione e sicurezza interna, ndt.] (ICE) degli USA hanno utilizzato Liam Ramos, di 5 anni, come esca per far uscire di casa suo padre, richiedente asilo; entrambi ora sono stati portati in un centro di detenzione in Texas. L’amministrazione definisce ciò, cioè rinchiudere in massa minori in campi di detenzione, “applicazione delle norme contro l’immigrazione clandestina”. Lo scorso anno l’ICE ha arrestato almeno 3.800 minorenni, compresi 20 neonati.

La violenza inflitta dall’ICE sta creando in tutto il Paese un clima di terrore all’interno delle comunità di migranti.

Conosco questo terrore e questa violenza. Sono il terrore e la violenza che devastano da molto tempo la mia patria d’origine, la Palestina. Spero che gli statunitensi non debbano mai affrontare il livello di morte, espulsioni forzate e violenza patito da generazioni di palestinesi. Ma sotto il presidente USA Donald Trump già ora stanno sperimentando le tecniche che sono così familiari alle vittime palestinesi dell’esercito israeliano e degli illegali coloni israeliani nella Cisgiordania occupata. I paralleli non possono essere ignorati.

Nel 2025 sono morte 32 persone detenute dall’ICE, definite “illegali”, facendone l’anno più letale da due decenni. Sono morte per crisi epilettiche, insufficienza cardiaca, infarto, crisi respiratoria, malattie infettive, suicidio e mancata assistenza. L’ICE non riconosce alcuna responsabilità per il loro decesso. Nella Cisgiordania occupata, dove sono nato, in due anni e quattro mesi le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.100 palestinesi.

Circa il 75% delle 68.440 persone detenute dall’ICE lo scorso anno non aveva precedenti penali. Migliaia di palestinesi sono attualmente rinchiuse nelle prigioni israeliane senza accuse né processo.

Con le ultime uccisioni e rapimenti di cittadini statunitensi, ora persino le persone che sono qui “legalmente” hanno paura. C’è una crescente atmosfera di insicurezza ed ansia che chiunque in qualunque momento possa sparire o essere colpito.

In tutto il Paese la violenza dell’ICE sta privando i minori di educazione e altre attività. Per esempio nella città di Charlotte, nella Carolina del Nord, nel 2025 30.000 studenti, circa il 20% degli iscritti del distretto, sono stati assenti da scuola la settimana dopo l’inizio delle incursioni nel 2025 e a Los Angeles i proprietari di negozi hanno raccontato di un significativo calo di vendite in quanto i clienti sono rimasti chiusi in casa.

So come ci si sente a tremare passando vicino a personale di sicurezza armato che in qualunque momento potrebbe spararti e poi definirti un “terrorista”. I membri della mia famiglia sanno cosa significa essere assediati e aggrediti, assistere a un’esecuzione in pubblico.

Questa forma di violenza è stata un’esperienza quotidiana per i palestinesi in tutta la Palestina storica molto prima del 7 ottobre 2023. Dopo quel giorno si è solo intensificata. Proprio come negli USA neppure i minori sono stati risparmiati. Dei 240 palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata nel 2025 i minori erano 55.

Solo questo mese durante un’incursione nel suo villaggio i soldati israeliani hanno ucciso il quattordicenne Mohammed Naasan. Hanno sostenuto che stava correndo verso di loro con una pietra in mano.

L’esercito israeliano spara regolarmente proiettili veri contro minori palestinesi e lo giustifica sostenendo che stavano lanciando pietre. Evidentemente un minore palestinese con una pietra rappresenta una minaccia letale per uno degli eserciti più pesantemente armato al mondo, per soldati coperti da un’armatura che sparano da veicoli blindati.

I minori palestinesi vengono regolarmente utilizzati dai soldati israeliani come “scudi umani” quando fanno irruzione nei quartieri; il loro arresto e la violenza nei loro confronti vengono spesso utilizzati per fare pressione sui membri della famiglia perché si consegnino, proprio come ha fatto l’ICE con Liam Ramos e suo padre.

Dal 7 ottobre 2023 all’agosto 2025 almeno 75 palestinesi arrestati da Israele, tra cui il diciassettenne Walid Ahmad, sono stati uccisi. In almeno 12 casi i detenuti sono morti dopo essere stati picchiati o torturati dalle forze di sicurezza israeliane.

Le Nazioni Unite hanno documentato torture sistematiche e maltrattamenti, comprese continue percosse, annegamenti simulati, posizioni dolorose e l’uso dello stupro e di altre violenze sessuali e basate sul genere. Dal novembre 2025 più di 300 minori palestinesi sono attualmente tenuti in detenzione militare. Questi minorenni sono incarcerati a tempo indefinito senza accuse né processo in base a prove segrete che non vengono comunicate né a loro né ai loro avvocati.

Tra loro c’era Mohammed Ibrahim, un sedicenne palestinese americano della Florida che è stato incarcerato per oltre nove mesi. Dopo il rilascio è stato tenuto in ospedale a causa delle sue pessime condizioni e della malnutrizione. Ibrahim ha detto alla sua famiglia di aver assistito di persona alla morte di un altro adolescente in carcere dopo che gli erano state negate cure mediche per la scabbia e un grave virus intestinale.

La ragione per cui la violenza che vediamo negli USA ci ricorda così tanto quello che succede in Cisgiordania è quello che dobbiamo affrontare: strutture securitarie modellate sul suprematismo bianco e su una mentalità colonialista.

Lo Stato di Israele percepisce i palestinesi come subumani e come una minaccia diretta; è per questo che, nella logica dello Stato di Israele, devono essere tenuti in un sistema di apartheid in cui sono sorvegliati, sottomessi e alla fine cacciati.

I palestinesi vengono uccisi per il solo fatto di essere palestinesi, perché si rifiutano di lasciare la loro terra d’origine, perché sono la testimonianza del fatto che la Palestina non è mai stata “una terra senza popolo.”

Anche negli USA lo Stato ha deciso che ci sono alcune persone che sono subumane e rappresentano un pericolo diretto. Anch’esso ha schierato una forza pesantemente armata per spiarle, sottometterle e cacciarle utilizzando tecnologie in precedenza testate sui palestinesi ed importate negli Stati Uniti.

Entrambi i sistemi repressivi agiscono in base allo stesso principio secondo cui i corpi delle persone di colore e dei loro alleati possono essere detenuti senza un motivo, colpiti senza conseguenze e lasciati morire.

Ovviamente non possiamo fare un parallelismo assoluto tra la violenza negli USA e in Palestina.

Lo Stato di Israele ha manifestato sia nelle azioni che nei discorsi un chiaro intento di eliminare totalmente il popolo palestinese.

Attualmente i palestinesi stanno affrontando un genocidio a Gaza e, a un ritmo più lento, nelle Cisgiordania e Gerusalemme est occupate. Lo Stato di Israele ha un chiaro progetto di cancellazione che intende spazzare via persino la memoria storica dell’esistenza palestinese.

Tuttavia è chiaro che oggi gli statunitensi stanno avendo un assaggio di quello che i palestinesi hanno vissuto per decenni: il terrorismo di Stato. È così che viene chiamato schierare forze armate che sparano ai cittadini, usano un bambino di 5 anni come esca, lasciano morire i detenuti a un livello senza precedenti. Negli Stati Uniti, in Palestina e ovunque il potere decida che certe vite non contano niente si ripetono le caratteristiche del terrorismo di Stato.

In “1984” George Orwell ha scritto che l’ordine perentorio finale ed essenziale del Partito era negare l’evidenza di quello che si vede e si ascolta. Prima che morisse, il suo editore rilasciò una dichiarazione: “La morale da trarre da questo pericoloso incubo messo in scena dal Partito è semplice: non lasciate che questo accada. Ciò dipende da voi”

Ora stiamo vivendo quell’incubo, assistendo a video di esecuzioni mentre ci viene detto che si trattava di autodifesa. Siamo noi che dobbiamo lottare per un cambiamento. Ovunque dobbiamo essere noi a prendere nelle nostre mani la lotta per la libertà.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Ahmad Ibsais

Ahmad Ibsais, americano palestinese di prima generazione, è uno studente di diritto che scrive State of Siege [Stato d’Assedio, newsletter sulla piattaforma Substack, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)