‘Punta di diamante dell’annessione’: Israele affida il controllo della Cisgiordania alla polizia civile

Mohammad Mansour

16 agosto 2026 – Al Jazeera

Il passaggio di competenze sull’ordine pubblico rivela i piani per cancellare la Linea Verde, imporre l’apartheid e rafforzare i gruppi armati di coloni.

Politici e analisti palestinesi hanno messo in guardia contro quello che descrivono come un piano israeliano per annettere illegalmente la Cisgiordania occupata attraverso una serie di decisioni e azioni con diversi pretesti.

Venerdì scorso il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato alle forze armate di elaborare un piano per il trasferimento dei poteri di ordine pubblico nella Cisgiordania occupata alla polizia israeliana.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz la decisione fa seguito alle critiche mosse all’esercito per la gestione dell’assedio di un’abitazione palestinese nel villaggio di Qusra da parte dei coloni israeliani.

Katz ha giustificato il passaggio di consegne affermando: “Il ruolo dell’esercito è combattere il terrorismo palestinese… e non dare la caccia ai giovani delle colline [individui appartenenti all’ala più radicale della destra israeliana noti per azioni violente e per loccupazione di terreni palestinesi, spesso con il supporto dellesercito, ndt.]

Il Ministero della Difesa ha specificato che la polizia dovrebbe istituire un’unità specifica per la gestione di tali questioni civili.

Tuttavia funzionari palestinesi e un’ampia gamma di esperti politici avvertono che questo cambiamento strutturale rappresenta una pericolosa accelerazione dell’annessione illegale, dell’apartheid e della pulizia etnica.

Mustafa Barghouti, segretario generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese [partito politico palestinese socialdemocratico, ndt.], ha dichiarato ad Al Jazeera che i coloni sono la “punta di diamante del processo di annessione e ebraizzazione”.

Ha tracciato parallelismi storici diretti con la deportazione di massa dei palestinesi, affermando: “Ripetono ciò che fecero le bande terroristiche sioniste nel 1948, come l’Haganah e la Banda Stern”.

Barghouti ha avvertito che affidare la sicurezza al Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e gli insediamenti israeliani illegali al Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich equivale a “consegnare la Cisgiordania ai coloni”.

Ha sottolineato che si tratta di una guerra aperta contro la popolazione, aggiungendo: “Chi governa di fatto la Cisgiordania è il noto terrorista fascista Smotrich”.

Annessione di fatto

Gli analisti sostengono che la sostituzione della legge di occupazione militare con il diritto civile modifichi radicalmente la realtà giuridica del territorio. Mohanad Mustafa, accademico e ricercatore in studi israeliani, ha dichiarato ad Al Jazeera che la decisione cancella giuridicamente i confini.

“Il governo non sta trattando la Cisgiordania come un territorio occupato”, ha affermato Mustafa, spiegando che nel trasferire il potere a una forza di polizia civile, “il governo ha annesso la Cisgiordania”.

Ha osservato che questa mossa esonera i militari dai loro obblighi ai sensi del diritto internazionale affidando l’applicazione della legge a Ben-Gvir.

Mustafa ha avvertito che Ben-Gvir, che in precedenza aveva supervisionato la demolizione di migliaia di case arabe in Israele, ora ordinerà alla polizia di “sostenere sempre di più i coloni e spingerli sempre più ad intensificare la repressione e il terrorismo contro i palestinesi”.

La leadership palestinese ha condannato fermamente il provvedimento. Hussein al-Sheikh, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha descritto il provvedimento come una palese violazione degli accordi internazionali e un tentativo di “imporre la legge e la sovranità israeliana sulla Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, e di consolidare l’annessione illegale di terre palestinesi”.

L’organizzazione palestinese Hamas ha fatto eco a questo sentimento rilasciando una dichiarazione in cui definisce il provvedimento un “passo pericoloso sulla strada verso l’imposizione di un’annessione di fatto” che fornisce “copertura e maggiore protezione di fronte all’escalation degli attacchi e dei crimini commessi dai coloni”.

Milizie fasciste

L’Autorità Palestinese ha accusato il governo israeliano e il suo esercito di sponsorizzare la violenza dei coloni. Persino alcuni membri del parlamento israeliano hanno accusato l’esercito di complicità.

Gli analisti sottolineano che sollevare lesercito dai propri compiti equivale in sostanza a delegare la violenza ai coloni, trasformandoli in un braccio armato dello Stato.

Nihad Abu Ghosh, esperto in affari israeliani, ha dichiarato ad Al Jazeera che non c’è contraddizione tra l’esercito e i coloni. Ha osservato che i coloni si sono trasformati in “formazioni di milizia fascista” che svolgono il lavoro sporco per conto dello Stato.

“Si tratta di formazioni di milizia fascista, e ci sono precedenti simili in molti Paesi già governati dal fascismo, come la Spagna, l’Italia, la Germania o persino il Cile”, ha affermato Abu Ghosh, aggiungendo che queste milizie svolgono ruoli che “richiedono l’elusione di qualsiasi disciplina, regola o legge” per realizzare un’annessione “strisciante e graduale”.

Apartheid e deportazione

Il doppio quadro giuridico derivante da questo cambiamento ha suscitato forti critiche a livello internazionale e locale. Shadi al-Shurafa, ricercatore esperto di affari israeliani, ha dichiarato ad Al Jazeera che la situazione rappresenta uno stato di segregazione da manuale.

“Ci troviamo di fronte all’applicazione di un palese sistema di apartheid razzista in Cisgiordania”, ha affermato al-Shurafa, sottolineando come un unico regime operi attraverso due leggi completamente differenti sulla base dell’etnia.

Ha aggiunto che l’obiettivo finale dell’attuale governo è quello di attuare una pulizia etnica completa e di intrappolare i palestinesi in “cantoni e bantustan isolati”.

Altri esperti sostengono che questa mossa alteri completamente lo status giuridico internazionale del territorio, spingendo la crisi verso una nuova fase, più pericolosa.

“La questione è passata dall’annessione a una fase post-annessione, creando una realtà in cui il palestinese si trova costretto a pensare alla migrazione”, ha dichiarato Adel Shadid, esperto di affari israeliani.

Complicità internazionale

Gli analisti hanno anche evidenziato il ruolo della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti, nel favorire questo cambiamento sistemico.

Shadid ha liquidato le recenti condanne statunitensi della violenza dei coloni come mera messa in scena per “ingannare l’opinione pubblica mondiale”.

Ha sostenuto che il progetto di fondo gode del pieno appoggio degli Stati Uniti, osservando che “tutto ciò che sta accadendo ora è un piano americano-israeliano e che c’è armonia tra le due amministrazioni di destra, quella di Washington e quella israeliana”.

Andrew Whitley, ex funzionario delle Nazioni Unite e presidente del consiglio di amministrazione del Britain Palestine Project [ONG che sostiene i diritti dei Palestinesi, ndt.], ha sottolineato che il trasferimento di consegne previsto è “del tutto illegale” e ha sollecitato un immediato intervento internazionale.

Ha dichiarato ad Al Jazeera che “lo Stato palestinese sta scomparendo sotto i nostri occhi”, chiedendo alla comunità internazionale di andare oltre la retorica.

“Dobbiamo fare molto di più che limitarci a torcerci le mani e lamentarci del fatto che i governi non facciano nulla al riguardo”, ha affermato Whitley, chiedendo sanzioni concrete per fermare la rapida cancellazione della presenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Autismo e guerra: a Gaza le famiglie affrontano la distruzione e la perdita

Enas Abu Ghayad

12 agosto 2026 – Aljazeera

I continui bombardamenti sconvolgono la routine quotidiana provocando traumi emotivi e ricadute comportamentali nei minori autistici di Gaza.

Khan Younis, Striscia di Gaza Tra le macerie di Khan Younis, il sedicenne Ahmed Hatem al-Mahabeel stringe forte la mano sotto il mento: un gesto ripetitivo che compie per calmare il suo sistema nervoso e per affrontare il ricordo del fragore delle esplosioni.

Ahmed, affetto da autismo, ha dovuto affrontare la perdita di alcuni dei suoi luoghi preferiti: la sua camera da letto, la sua scuola, il centro sportivo che frequentava, tutti distrutti dalla guerra genocida di Israele contro Gaza.

Prima della guerra Ahmed stava bene. Faceva progressi a scuola sotto la supervisione di uno specialista. Si allenava in una scuola di calcio, imparava a memoria il Corano e eccelleva in inglese.

Ma la guerra di Israele, in corso dall’ottobre 2023, ha ucciso più di 73.380 palestinesi e distrutto vaste aree dell’enclave. E dietro questi titoli di giornale si cela l’interruzione dei servizi e delle strutture di supporto necessari a persone come Ahmed, affette un disturbo dello spettro autistico.

“Ahmed andava da solo in moschea e al circolo, facendo ottimi progressi, ma la guerra ha distrutto tutto ciò che avevamo costruito”, dice la madre, Umm Ahmed. “Soffre di un’estrema sensibilità ai rumori improvvisi; quando sente delle esplosioni ha gravi attacchi di panico, si copre le orecchie e barcolla. Nei casi di terrore estremo ricorre all’autolesionismo, sbattendo la testa per terra per sfuggire al rumore.”

In aggiunta al trauma psicologico la grave malnutrizione e la carenza di proteine ​​hanno causato la rottura dell’appendice.

“A causa della scarsità di cibo le complicazioni hanno portato a un’infezione della ferita costringendo i medici a eseguire un secondo intervento chirurgico per aprire l’addome e pulirlo fino alla guarigione”, ricorda Umm Ahmed.

Oggi Ahmed trascorre le sue giornate rinchiuso in casa a causa della mancanza di sicurezza a Gaza, dato che gli attacchi israeliani continuano nonostante il cessate il fuoco di ottobre.

“Tutta la nostra speranza è che Ahmed abbia l’opportunità di viaggiare all’estero per le cure e la riabilitazione, per riprendersi ciò che la guerra gli ha portato via”, dice la madre.

Bombardamenti e sovraccarico sensoriale

I continui bombardamenti rappresentano una minaccia diretta per il sistema nervoso dei pazienti autistici. A Gaza le continue esplosioni hanno provocato gravi ricadute di disturbi comportamentali, tra cui privazione totale del sonno, vagabondaggio fuori dalle tende, attacchi di panico e autolesionismo.

“Un ragazzo autistico ha assoluto bisogno di routine e tranquillità per sentirsi al sicuro”, spiega lo psicologo Diaa Abu Aoun, che ha lavorato con Ahmed. “Quando è costretto a vivere in una tenda in mezzo a continue esplosioni, il suo cervello riceve un trauma sensoriale che non riesce a elaborare. Questa paura si traduce in insonnia, problemi digestivi e gravi crisi di urla con completa perdita di controllo”.

Nel campo di Nuseirat, nella parte centrale di Gaza, il diciannovenne Muneer al-Haj ha mostrato alcuni di questi comportamenti. Quando sente i bombardamenti aerei stringe forte le mani a pugno e cammina avanti e indietro emettendo suoni per attutire il rumore.

Prima della guerra Muneer seguiva un promettente percorso di riabilitazione sotto la guida di specialisti. Frequentava la scuola e dimostrava spiccate capacità comunicative e un talento per il disegno.

Con l’inizio dei bombardamenti israeliani nel corso della guerra e la carenza di farmaci causata dal blocco di Gaza le sue condizioni sono peggiorate, con la comparsa di convulsioni e sintomi simili a crisi epilettiche.

A causa della carenza di farmaci la terapia di Muneer è stata ridotta a mezza compressa al giorno di un sedativo.

Ecco come il padre, che non ha voluto rivelare il suo nome completo preferendo farsi chiamare Abu Muneer, descrive il cambiamento:

“Prima comunicava e si esprimeva con chiarezza, ma la guerra ha distrutto ogni cosa… questo spazio sicuro si è dissolto di fronte alle difficoltà e alla paura”, dice Abu Muneer. «Ora ci pone domande pressanti a cui non sappiamo rispondere e se le lasciamo irrisolte reagisce con violenti attacchi. Durante i bombardamenti cerchiamo di rassicurarlo dicendogli “Dio ci proteggerà“, ma lui si rende conto di quello che sta succedendo ed esprime la sua angoscia dicendo: ‘Non ho un tetto sopra la testa né una patria’ ”.

L’assenza di un luogo sicuro e l’esaurimento dei sedativi hanno trasformato i nostri tentativi di calmare i bambini in singole iniziative, cariche di paura e confusione”, afferma Abu Muneer.

Carenza di farmaci

L’interruzione di trattamenti specialistici minaccia direttamente decine di pazienti, affermano gli esperti.

“L’improvvisa interruzione o la riduzione forzata delle dosi di farmaci psichiatrici e anticonvulsivanti… crea gravi alterazioni nella chimica cerebrale”, ha affermato Abu Aoun. “Quando un giovane autistico viene privato dei farmaci o riceve solo metà dose il sistema nervoso esprime una grave reazione di rimbalzo. Aumentano le crisi violente e le convulsioni acute, che inducono all’autolesionismo e impediscono la risposta all’addestramento comportamentale”.

La carenza di farmaci e il collasso dei servizi specialistici hanno lasciato i minori autistici senza un trattamento continuativo o alternative adeguate. L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che nessuna attrezzatura per la riabilitazione è entrata a Gaza tra maggio 2024 e aprile di quest’anno, mentre tutte le strutture hanno dovuto affrontare gravi limitazioni.

Anche il Centro Palestinese per l’Educazione Speciale è stato distrutto e il suo ex direttore, Arij Abu Sultan, è stato ucciso, costringendo i genitori ad assumere un ruolo terapeutico sempre maggiore.

Reem Jarour, responsabile dei programmi per l’autismo presso l’associazione Dolphins per l’istruzione e lo sviluppo comunitario di Gaza, sottolinea come le persone con autismo abbiano necessità di ambienti familiari per mantenere la propria stabilità emotiva:

“Un giovane autistico non può sopravvivere senza un ecosistema predeterminato; la routine è una valvola di sicurezza neurologica”, afferma Jarour. “Quello a cui assistiamo oggi a Gaza è la distruzione totale delle strutture comportamentali costruite nel corso degli anni. Lo sfollamento improvviso trasforma i fattori ambientali scatenanti in minacce acute portando a una massiccia regressione delle competenze linguistiche e sociali”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Noi vogliamo semplicemente vivere”: i palestinesi a Gaza reagiscono alle elezioni di Hamas

Maram Humaid

21 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza ci sono reazioni contrastanti al fatto che Khalil al-Hayya sia stato eletto leader di Hamas, dato che gli abitanti mettono a confronto la politica con le privazioni quotidiane.

Gaza City, Striscia di Gaza – Ci sono state reazioni contrastanti tra i palestinesi di Gaza riguardo all’elezione di Khalil al-Hayya a leader di Hamas e all’impatto che questo avvenimento potrebbe avere sulle loro vite.

Questa settimana al-Hayya ha vinto le elezioni interne contro l’ex-leader politico di Hamas Khaled Meshaal. Per molti l’annuncio è stato oscurato da preoccupazioni più immediate, riguardanti in particolare una casa decente e dignitosa, trovare cibo, garantirsi acqua potabile e sopravvivere a un altro giorno di guerra.

Noman Saleh, 63 anni, ha perso la sua fabbrica durante il genocidio israeliano in corso a Gaza, una cosa che ha segnato ogni aspetto della sua vita.

“Qui tutti stanno soffrendo. Le persone sono affamate, sono state umiliate. Chi è dalla parte della gente oggi? Nessuno,” dice Saleh.

“Accuso tutte le fazioni [politiche]. Se ci sono fazioni, c’è un fallimento. La causa nazionale non dovrebbe essere utilizzata a favore delle organizzazioni.”

Gaza continua ad essere pressoché completamente distrutta dalla guerra genocida di Israele iniziata il 7 ottobre 2023.

L’assedio israeliano contro Gaza ha anche lasciato i palestinesi intrappolati e impossibilitati a trovare i prodotti fondamentali.

“Che vinca al-Hayya o qualcun altro per noi non fa nessuna differenza,” dice Saleh. “”Vogliamo solo qualcuno che sia fedele al paese, che sia onesto, che creda nelle persone che stanno vivendo tutto questo.”

Ahmed, autore di contenuti sulle reti sociali da Gaza City di 40 anni, afferma che l’elezione del nuovo leader giunge in un momento critico.

“La vittoria di al-Hayya arriva nella fase più difficile della storia di Hamas dai tempi della sua nascita alla guerra genocida che ha ucciso i suoi dirigenti,” sostiene Ahmed, che rifiuta di fornire le sue generalità per questioni di sicurezza.

“Lui (il nuovo leader) deve affrontare una grande prova e la sua ascesa alla presidenza riflette il desiderio del movimento di mantenere la propria coesione. L’occupazione israeliana stava cercando di creare un vuoto di potere, ma il movimento ha dimostrato la sua capacità di resistere,” afferma.

“La gente a Gaza ha bisogno di una dirigenza che gli sia vicina, che l’ascolti e capisca le sue sofferenze; dunque tutti sono in attesa della nuova fase in questo periodo critico,” aggiunge Ahmed.

Una generazione concentrata sulla sopravvivenza

Ali Abu Amshi, 28 anni, ha perso 22 membri della sua famiglia, compresi sua madre, suo padre e un fratello, e durante la guerra è stato sfollato dalla sua casa a Gaza City.

Afferma che le sofferenze che lui e altri a Gaza hanno affrontato dal 7 ottobre hanno ridotto l’importanza delle questioni politiche nella lista delle preoccupazioni della gente.

“Le notizie per noi non cambiano un granché. Vogliamo vivere. Vogliamo che i valichi riaprano, vogliamo mangiare, bere e avere una vita normale,” dice ad Al Jazeera.

“Non vogliamo continuare a chiederci chi ci guiderà, che sarà eletto o chi ci governerà. Noi vogliamo semplicemente vivere, chiunque ci governi.”

Sostiene che non si tratta di accuse di carattere politico, ma della fine delle privazioni che deve affrontare la gente normale. “La guerra è stata molto difficile. Ho perso dei cari. Mi sento morto dentro, eppure sono ancora vivo,” afferma Abu Amsha.

“Ogni anno torniamo alle stesse pene, alle stesse guerre. Quello che chiediamo è se ci danno da mangiare, ci danno acqua, se ci aiutano ad avere una vita dignitosa. Guarda Gaza oggi. Le strade sono piene di rifiuti. È vita questa? Ovviamente no. Speriamo che le cose cambino.”

Un messaggio di continuità

Eppure il giornalista palestinese Mahmoud Haniyeh vede l’elezione di Khalil al-Hayya come un importante messaggio politico da parte di Hamas. Sostiene che riflette essenzialmente la decisione del movimento di conservare la continuità della sua dirigenza e della direzione politica.

“L’importanza di aver eletto Khalil al-Hayya in questo momento è che Israele lo considera una delle figure rimaste che sono state coinvolte nella decisione che sta dietro al 7 ottobre,” dice Haniyeh ad Al Jazeera. “Scegliendo lui Hamas sta mandando il messaggio che non prende le distanze dal 7 ottobre e lo considera ancora parte del suo indirizzo strategico.”

Mentre durante l’attuale fase Hamas ha mostrato flessibilità nelle sue posizioni politiche, non ha abbandonato il suo obiettivo di resistere a Israele.

Le elezioni interne di Hamas, afferma Haniyeh, dovrebbero essere viste essenzialmente all’interno del più complessivo panorama politico palestinese, compresi i preparativi per possibili elezioni legislative che potrebbero portare a un maggior impegno politico. “I cittadini palestinesi avranno più spazio per scegliere la dirigenza politica che lo rappresenti,” sostiene.

Dopo quasi vent’anni di governo della Striscia di Gaza Hamas ha già annunciato che avrebbe sciolto il suo governo e consegnato il potere a una nuova autorità di governo tecnocratica palestinese. La mossa è giunta mentre il processo di pace sostenuto dagli Stati Uniti, che lo scorso anno ha portato al cessate il fuoco, è sostanzialmente in stallo e comunque i bombardamenti della Striscia da parte di Israele continuano.

Hamas dice che trasferirà il potere al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), una commissione tecnica palestinese sostenuta dalle Nazioni Unite come parte del cessate il fuoco mediato dagli USA. E’ stato formato nel gennaio 2026 in base alla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come parte del piano di pace in 20 punti sostenuto dagli USA per porre fine alla guerra di Israele contro Gaza.

Si tratta di un organismo transitorio guidato da tecnocrati palestinesi, tra cui il commissario ad interim Ali Abdel Hamid Shaath, visti come neutrali e non di parte.

Tuttavia Israele non ha ancora consentito ai membri della commissione di entrare nella Striscia di Gaza. Il comitato ha temporaneamente sede al Cairo.

Una crisi di fiducia

Per molte persone nella Striscia di Gaza le prospettive di pace e stabilità rimangono una realtà distante. Mustafa Ibrahim, un analista politico di Gaza, afferma che le reazioni alle elezioni interne di Hamas riflettono una crisi di fiducia più generale tra i palestinesi e le fazioni politiche. Vivere per anni sotto bombardamenti e ordini di sfollamento forzato israeliani hanno portato molti ad avere una visione critica di Hamas, che ha governato Gaza dal 2007.

“Molte persone non vedono più un futuro politico per Hamas e alcune appoggiano accordi che impediscano al movimento di avere un ruolo nel governo civile o amministrativo di Gaza,” sostiene Ibrahim.

Finché a Gaza i cambiamenti politici non si trasformeranno in passi concreti molti palestinesi vedranno le elezioni interne di Hamas come distanti dalle loro difficoltà quotidiane.

“La gente vuole che la guerra finisca,” afferma Ibrahim. “Se potesse scegliere tra nuove elezioni che portino figure politiche e partiti diversi o la fine delle sofferenze che stanno attraversando sceglierebbero la fine della guerra.”

La domanda che le persone si stanno facendo non è chi è stato eletto a capo di un ufficio politico, vogliono sapere quali decisioni questa dirigenza possa prendere per porre fine alla guerra, raggiungere un accordo e cambiare la loro situazione.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Notiziario palestinese: Israele attacca bambini e ospedali in una settimana di sangue a Gaza

Redazione di Al Jazeera

14 luglio 2026 Al Jazeera

La morsa di Israele sulla Cisgiordania occupata si rafforza con avamposti, demolizioni e incursioni di coloni appoggiati dall’esercito, mentre i militari uccidono operatori umanitari e bambini a Gaza

Nell’ultima settimana diversi bambini sono stati uccisi dagli attacchi israeliani a Gaza, portando il bilancio delle vittime dal cessate il fuoco di ottobre ad almeno 1.108.

Tra gli attacchi si annoverano i raid israeliani dell’8 luglio che hanno causato la morte di almeno otto persone tra cui un bambino di 10 anni, ucciso nell’attacco a una tenda nella “zona umanitaria” di al-Mawasi, e un bambino di sei anni colpito da un proiettile nel quartiere di Zeitoun a Gaza City, secondo quanto riferito da funzionari sanitari palestinesi. Il giorno dopo un autista della World Central Kitchen [ONG che fornisce aiuti alimentari fondata nel 2010 dallo chef José Andrés in seguito al terremoto di Haiti, ndt.], Ahmad Nasser Saleem, è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre con le mani alzate trasportava aiuti concordati dal valico di Karem Abu Salem.

Il 12 luglio Tala Jumaa Abu Matar, una bambina di nove anni, è stata uccisa da fuoco israeliano vicino al campo profughi di Nuseirat, secondo fonti mediche citate da Wafa [agenzia di stampa ufficiale palestinese, ndt.]. L’attivista Hamza al-Masri, residente a Gaza, riferisce che per tutta la settimana si sono verificati attacchi contro le tende che ospitano gli sfollati di al-Mawasi.

Il 10 luglio un drone israeliano ha colpito il cortile dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza, ferendo membri del personale – nonostante la struttura si trovi all’interno della “zona verde” controllata da Israele; il Ministero della Sanità di Gaza l’ha definito parte della “campagna sistematica contro le strutture sanitarie” da parte di Israele.

La cifra totale delle vittime dall’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza nell’ottobre 2023 ha ora raggiunto la cifra di 73.231 morti e 173.686 feriti.

Dichiarazioni e realtà

Accanto a questi rapporti quotidiani dal campo il COGAT, l’organismo militare israeliano che coordina gli aiuti, ha pubblicato un rapporto in cui affermava che i rifornimenti umanitari entrati a Gaza fossero in quantità che “supera significativamente” i bisogni riconosciuti dalle Nazioni Unite. Il suo capo, il maggiore generale Yoram Halevy, ha dichiarato che chiunque contestasse le cifre pubblicate dal COGAT stava “amplificando la propaganda di Hamas”, secondo quanto riportato dal Times of Israel.

Al contrario i dati delle Nazioni Unite, pubblicati il ​​giorno successivo, descrivevano la scarsità, voluta, di beni di prima necessità a Gaza. Nel suo rapporto del 10 luglio sulla situazione l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha affermato che i pacchi alimentari distribuiti a oltre 53.500 persone all’inizio di luglio coprivano solo il 75% del fabbisogno calorico minimo e che la fornitura di biscotti ad alto contenuto energetico era stata sospesa per preservare le scorte di emergenza in via di esaurimento.

Solo il 56% degli aiuti umanitari transitati attraverso il corridoio egiziano è stato scaricato con successo al valico di Karem Abu Salem. Il numero di famiglie che ricevono assistenza e rifugio è diminuito del 37% tra maggio e giugno a causa della carenza di fondi e delle restrizioni israeliane sui beni.

I servizi essenziali per circa 350.000 persone affette da malattie croniche continuano a essere gravemente irregolari a causa delle restrizioni all’ingresso. Di conseguenza in una sola settimana i partner del Coordinamento Sanitario dell’OCHA hanno registrato oltre 18.000 nuovi casi di varicella, infezioni cutanee e infestazioni parassitarie.

Sul campo le strutture mediche di Gaza sono rimaste al buio a causa della carenza di carburante, con 38 ospedali già distrutti o resi inutilizzabili e i chirurghi costretti a ridurre la durata degli interventi. Il Ministero della Salute ha avvertito che i suoi laboratori e le banche del sangue rischiano la chiusura totale.

Promesse nuove elezioni

Pochi giorni dopo che il governo di Gaza guidato da Hamas aveva annunciato le proprie dimissioni per lasciare spazio a un comitato tecnocratico non ancora entrato a Gaza, il 9 luglio il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha emanato un decreto che fissa al 28 novembre le elezioni legislative palestinesi – le prime in 20 anni. L’annuncio, ampiamente interpretato come risposta alle pressioni internazionali per una riforma dell’Autorità Palestinese, si scontra con notevoli ostacoli: Israele non ha ancora autorizzato il voto a Gerusalemme Est occupata, le infrastrutture di Gaza sono in rovina e il registro della popolazione è obsoleto.

Annessione in cifre

Un rapporto pubblicato il 7 luglio dai gruppi di ricerca e difesa israeliani Peace Now e Kerem Navot ha documentato quella che viene definita annessione di fatto della Cisgiordania, occupata a un ritmo senza precedenti: tra il 2023 e il 2025, si è scoperto, sono stati creati 185 nuovi avamposti e 118 comunità di pastori palestinesi sono state espulse, 102 nuovi insediamenti sono stati creati e gli avamposti agricoli illegali sono arrivati a controllare più di 1,1 milioni di dunam (110.000 ettari) di territorio – il 18% dell’intera Cisgiordania – il tutto nel contesto di “una politica governativa unica e sistematica”.

Gli sviluppi nell’intera Cisgiordania tracciano l’attuazione di questa politica nel suo complesso. Nella parte settentrionale della Valle del Giordano i bulldozer israeliani hanno sradicato più di 300 ulivi e viti vicino ad Atuf e hanno tagliato le condutture idriche che servivano circa 45.000 dunam [4.500 ettari, ndt.] di terreni agricoli nell’ambito del progetto di strade e muri militari denominato “Crimson Thread”, secondo quanto riferito da Mutaz Bisharat, funzionario di Tubas. A Zububa, vicino a Jenin, dall’inizio di luglio più di 1.500 ulivi sono stati distrutti dalle forze israeliane, secondo quanto riportato da Wafa.

Le demolizioni sono portate avanti in parallelo: nel corso della settimana le forze israeliane hanno raso al suolo case, strutture agricole e un edificio di quattro appartamenti a Shuqba, Jit, Nablus, Sur Baher, Khirbet al-Miyah e Bruqin, secondo quanto riportato da Wafa e da attivisti locali. Sempre secondo Wafa i coloni hanno demolito la scuola elementare di Yanun, che ospitava 15 bambini, circa otto mesi dopo la pulizia etnica della comunità. Il 13 luglio Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno costretto la famiglia Abu Tir ad auto-demolire la propria casa nella Gerusalemme Est occupata, multandoli di 80.000 shekel [23.187 euro, ndt.] e lasciando sette persone senza tetto.

La Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro ha affermato che nella prima metà del 2026 le autorità israeliane hanno emesso 49 ordini di esproprio militare di terreni – superando i 47 già emessi in tutto il 2025 – riguardanti 2.093 dunam (210 ettari ca), per lo più lungo le strade di circonvallazione dei coloni, tra cui la Strada Statale 60.

La violenza dei coloni continua – senza impedimenti

Gran parte delle violenze della settimana in Cisgiordania hanno seguito uno schema ben noto: coloni che attaccano sotto protezione militare israeliana. Per cinque giorni consecutivi, come riportato dall’attivista Osama Makhamreh, i coloni hanno attaccato la famiglia dell’anziano Ibrahim Ismail al-Jabour nella zona di Huwara a Masafer Yatta; i soldati sono intervenuti per proteggere gli aggressori e il 12 luglio hanno arrestato lo stesso al-Jabour, mentre sette suoi parenti, tra cui due bambini, sono stati feriti dai coloni. In quei giorni nessun colono è stato arrestato.

In altre zone il 9 luglio circa 150 coloni hanno attaccato Deir Jarir, a est di Ramallah, da quattro direzioni, mentre le forze israeliane bloccavano le ambulanze, secondo quanto riportato da Wafa. Ad al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, ripetuti raid hanno lasciato alcuni abitanti feriti da colpi d’arma da fuoco, proiettili di gomma e granate stordenti – tra cui un bambino di 10 anni colpito alla testa – mentre le forze israeliane confiscavano le chiavi delle ambulanze, secondo Wafa e fonti locali sul campo. Vicino a Jenin coloni e soldati insieme hanno espulso quattro famiglie da Khirbet Asaeed dove risiedevano da oltre 70 anni, ha riferito Wafa.

L’OCHA nel suo ultimo rapporto ha registrato in una sola settimana almeno 35 incidenti con coloni che hanno causato vittime o danni alle proprietà, portando il totale del 2026 a più di 1.200 attacchi in oltre 240 comunità – circa sei al giorno.

Più difficile da spiegare

Mentre dall’estero si intensifica il controllo sulle azioni di Israele, le controversie intorno alla realtà dei fatti sul terreno hanno coinvolto persino politici statunitensi in visita. Il deputato americano Ro Khanna ha affermato che durante una visita al villaggio abbandonato di Khirbet Zanuta in Cisgiordania lui e il suo gruppo sono stati bloccati per oltre un’ora dai coloni e che poi i soldati gli hanno impedito di andarsene. L’esercito israeliano ha dichiarato che al loro arrivo i soldati hanno “disperso” i coloni; “l’esercito israeliano sta mentendo”, ha detto Khanna alla NBC News.

Lo stesso apparente disprezzo per gli osservatori internazionali si è visto anche nei tribunali israeliani. Haaretz ha riportato che il Servizio Penitenziario Israeliano ha imposto nuove e drastiche restrizioni alle visite della Croce Rossa ai detenuti palestinesi, nonostante la sentenza unanime dell’Alta Corte del mese scorso. Oded Feller dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha affermato che lo scopo della decisione era “continuare a nascondere gli abusi che avvengono nelle strutture del Servizio Penitenziario Israeliano”.

Persino la diplomazia di routine è stata messa in discussione; secondo Wafa Israele ha impedito al segretario generale della Lega Araba di entrare in Cisgiordania per incontrare il presidente Abbas – un’altra mossa che, insieme agli avamposti, alle demolizioni e alle sentenze dei tribunali disattese delinea una traiettoria che muove costantemente in un’unica direzione, con impudente disprezzo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




A Gaza la ricerca dei dispersi comporta dolore ed estremo saluto per i propri cari

Lina Ghassan Abu Zayed

10 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati sotto le macerie delle loro case con un lungo e difficile lavoro di ricerca.

Il 16 novembre 2023 la casa della famiglia Haji nel quartiere di al-Zaitoun a Gaza City viveva felicemente sotto lo stesso tetto e nessuno si aspettava di stare insieme per l’ultima volta.

L’edificio di tre piani era pieno della vita di più di 30 membri della famiglia estesa, dai 4 ai 40 anni, finché un attacco aereo israeliano ha ridotto in macerie la loro casa.

Fidaa Haji, 34 anni, e i suoi 4 figli – Raed, Mohammed, Hala e Raghad – che vivevano in una stanza esterna sono sopravvissuti, ma gli altri membri della famiglia [che si trovavano] nell’edificio principale sono stati uccisi, compreso il marito di Fidaa, Andan Haji, di 34 anni.

Fidaa e i suoi figli si sono diretti a sud in una zona relativamente sicura di Gaza, dove hanno piazzato delle tende sulla spiaggia. Quando nell’ottobre 2025 è stata annunciato un cessate il fuoco sono tornati ad al-Zaitoun e si sono sistemati provvisoriamente nei pressi della loro precedente casa, ma le macerie sono diventate un ricordo quotidiano del tragico lutto che opprime i loro cuori.

Non posso immaginare che le persone che amo siano ancora sotto le macerie… ogni giorno il solo pensiero mi spezza il cuore,” dice ad Al Jazeera. “Quello che mi ferisce più della perdita è non aver potuto dare loro l’ultimo addio o seppellirli… come se il lutto rimanesse sospeso.”

In seguito suo fratello è riuscito a recuperare il corpo di Adnan e lo ha sepolto nel giardino dell’ospedale al-Shifa, per porre provvisoriamente fine allo straziante limbo di Fidaa, ma mancano ancora un funerale e un ultimo addio adeguati.

Non più un ricordo

Fidaa descrive il momento del ritorno come doversi confrontare inaspettatamente con un luogo che non è più lo stesso che avevano lasciato. Ha esitato ad avvicinarsi ai resti della sua casa pensando: come si può tornare in uno spazio che una volta conteneva tutte le persone che amava, alcune delle quali sono ancora sotto le macerie?

Ogni volta che torno in quel posto cerco di convincermi che non è così… ma la mia mente si rifiuta di credere che siano finiti sottoterra senza l’ultimo addio,” afferma.

Mentre cercavano di risistemarsi nella loro casa uno strano odore ha riempito la zona. Ha cercato di ignorarlo, ma non poteva accettare totalmente quello che era successo. Per i bambini l’esperienza è stata ancora più dura. Avevano paura di avvicinarsi alla cucina o a parti della casa, consapevoli del fatto che alcuni dei cugini stavano ancora vicino a loro.

Sua figlia Hala ha sofferto di un evidente trauma psicologico che ha colpito la sua capacità di alimentarsi ed è rimasta in preda alla paura per il fatto che i corpi dei suoi cugini erano a pochi metri da lì.

Nella casa distrutta i ricordi non erano solo immagini ma una fonte quotidiana di ansia incorporata all’interno dei piccoli dettagli della vita dei bambini.

Tra le storie rimaste profondamente impresse nella memoria di Fidaa c’è quella di Shireen, sua nipote ventenne e figlia unica. È stata uccisa nell’attacco, lasciando i suoi genitori di nuovo soli.

Vivo tra la necessità di continuare la mia vita e il fatto che gran parte di essa è ancora sotto le macerie,” afferma.

Confrontarsi con la verità

Il 1° luglio la famiglia Haji ha cercato di recuperare da sola i corpi dei propri cari. Nonostante la mancanza di risorse e di macchinari pesanti sono riusciti a estrarre sei corpi della loro famiglia.

Ciò ha significato confrontarsi duramente con una verità rimandata per più di due anni, soprattutto in quanto identificare i resti è stato estremamente difficile a causa del lasso di tempo passato dalla morte.

La loro sofferenza riflette una situazione più generale vissuta da migliaia di famiglie di Gaza. Secondo la Protezione Civile di Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati tra le rovine di edifici distrutti, mentre le operazioni di recupero continuano a un ritmo molto lento a causa della grave carenza di macchinari per scavare.

Le organizzazioni umanitarie hanno avvertito che i ritardi nel recupero dei corpi causano danni psicologici alle famiglie che vivono in uno stato di “lutto sospeso”. I loro cari sono contemporaneamente assenti e presenti, né sepolti né congedati, senza una chiara fine del cordoglio.

Nel corso del tempo l’identificazione dei resti diventa sempre più difficile a causa della decomposizione, aggiungendo un ulteriore peso psicologico sulle famiglie che hanno atteso per anni risposte che devono ancora arrivare.

La mancanza di risorse rende più grave la catastrofe

Ismail al-Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Gaza, afferma che la situazione riflette una complessa crisi umanitaria che crea un profondo impatto psicologico e sociale sulle famiglie.

“A causa della difficoltà di accesso e della mancanza dei macchinari pesanti necessari alle operazioni di recupero migliaia di corpi sono ancora sotto le macerie,” dice Thawabta.

La mancanza di mezzi continua a ostacolare il lavoro della Protezione Civile di Gaza e crea uno “stato sospeso di perdita” in cui le famiglie sopportano un trauma costante a causa dell’impossibilità di dare l’ultimo saluto ai propri cari.

Ciò ha lasciato profonde ferite psicologiche all’interno delle famiglie e nella società di Gaza, soprattutto tra i bambini che crescono senza risposte definitive riguardo alla sorte delle loro madri, dei loro padri o fratelli.

La ‘guerra silenziosa’ della Protezione Civile

Abdullah al-Majdalawi, direttore delle pubbliche relazioni e dell’ufficio stampa della Protezione Civile afferma che le sue squadre stanno lavorando con il Comitato Internazionale della Croce Rossa, che è riuscita a fornire scavatrici per le operazioni di recupero.

La durata del progetto è solo di 400 ore, che è a malapena sufficiente per un piccolo numero di case,” sostiene.

Ciò ha obbligato le squadre a dare la priorità ad aree in base a criteri specifici, spesso dove c’è stato un grande numero di vittime. Il processo si basa su piccoli dettagli, come testimonianze di sopravvissuti o vicini, beni personali come un pezzo di vestito o occhiali da lettura, che possano aiutare le squadre di ricerca a individuare resti umani.

A volte andiamo con strumenti rudimentali, tagliando il ferro con martelli e attrezzi semplici, rimanendo impotenti di fronte a migliaia di tonnellate di cemento,” afferma.

Uno dei momenti più difficili è quando mi ritrovo con tre o quattro ossa di un corpo umano e li consegno alla famiglia che stava aspettando di trovare il figlio o la figlia. A volte le famiglie ci dicono: portateci qualunque cosa di loro, ogni ricordo, ogni osso che possiamo seppellire.”

Queste scene provocano un profondo impatto psicologico sui lavoratori della Protezione Civile. Nonostante la percezione che ha di loro l’opinione pubblica come risoluti e resilienti, indifferenti al loro lavoro, devono costantemente confrontarsi con i resti di corpi e con le grida delle madri. Diventa parte della “guerra silenziosa” che li accompagna molto dopo la fine della loro giornata di lavoro.

La gente vede gli uomini della Protezione Civile come forti e valorosi, ma dentro di sé sono sul punto di piangere,” dice.

Per me i momenti più duri sono durante le pause, perché è allora che mi tornano in mente le voci dei bambini sotto le macerie: ‘Zio, perché ci uccidono? Zio, dove siamo?’ La nostra preghiera costante come squadre della Protezione Civile è: Dio, non farci impazzire dopo tutto il terrore e l’orrore che abbiamo visto.”

Al-Majdalawi ricorda un momento durante un’operazione di recupero che probabilmente rimarrà nella sua mente per sempre, quando la sua squadra stava lavorando in mezzo alle rovine per trovare un corpo mentre la famiglia aspettava nelle vicinanze.

Hanno trovato i resti di una ragazzina, ma solo parte del cranio, che ha reso possibile l’identificazione solo attraverso piccoli dettagli, come il colore dei capelli e i tratti del volto parzialmente conservati. Dice che è stato uno dei momenti più difficili che ha passato nella sua vita.

Durante gli scavi in una casa bombardata che si riteneva contenesse circa 45 corpi il lavoro è continuato per tre giorni di seguito, eppure ne sono stati trovati solo due, una madre e suo figlio. Nonostante tutti i loro sforzi le squadre non sono state in grado di individuare gli altri.

Non erano rimaste tracce… non abbiamo trovato ossa né altro,” aggiunge. “Le famiglie si aggrappano ad ogni piccolo segno … qualunque cosa dimostri che si tratta del figlio o della figlia.”

Queste esperienze creano uno “shock continuo” alle squadre della protezione civile, con una nuova serie di sofferenze a ogni tentativo di identificazione, riconoscimento o accettazione [di una salma].

Tra immagini indelebili, luoghi che non sono più sicuri per la memoria e corpi ancora insepolti il lutto si trasforma in un peso a lungo termine senza un reale estremo saluto o una consolazione possibile sia per le famiglie che per i soccorritori.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il segretario dell’ONU teme per la sorte di “milioni” di palestinesi a causa della scarsità di finanziamenti all’UNRWA.

Reuters, AFP e Al Jazeera

1 Jul 2026 1 luglio 2026 – Al Jazeera

Antonio Guterres denuncia “una campagna di disinformazione e calunnie” contro l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi.

Martedì il segretario dell’ONU ha detto che la situazione dell’UNRWA si è fatta sempre più precaria a causa della grave mancanza di fondi e delle pesanti restrizioni da parte di Israele contro il lavoro dell’Agenzia nei territori palestinesi occupati.

Mentre ci incontriamo oggi qui la sicurezza e il benessere di milioni di rifugiati palestinesi è in pericolo,” ha detto Guterres a una conferenza di donatori all’agenzia dell’ONU.

Guterres si riferiva alle condizioni di vita “assolutamente spaventose” a Gaza, alla violenza dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata e agli attacchi israeliani contro il Libano, dove hanno cercato rifugio molti palestinesi.

Ha affermato che “ (l’UNRWA) sta affrontando pesanti restrizioni nei territori palestinesi occupati e una mancanza di liquidità che mette a rischio il suo lavoro nella regione.”

A causa dell’insufficienza di fondi l’UNRWA, che venne creata nel 1949 dall’Assemblea Generale dell’ONU (UNGA) per aiutare i palestinesi cacciati dalle loro case al momento della fondazione di Israele, è stata obbligata a ridurre le proprie attività.

Il segretario generale ha affermato che ulteriori tagli dei finanziamenti all’UNRWA potrebbero “portare la situazione oltre il punto critico.”

L’UNRWA lavora a Gaza, nella Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate, in Libano, in Giordania e in Siria fornendo aiuto, istruzione, salute, servizi sociali e accoglienza a 2,6 milioni di rifugiati palestinesi.

Gli Stati Uniti sono stati il principale donatore dell’UNRWA, ma nel gennaio 2024 hanno tagliato i finanziamenti dopo che Israele ha sostenuto, senza fornire prove, che un piccolo gruppo di dipendenti dell’UNRWA avrebbe preso parte al letale attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas nel sud di Israele.

Un’indagine dell’Ufficio ONU dei Servizi di Sorveglianza Interna sulle accuse ha scoperto che nove impiegati dell’UNRWA “potrebbero essere stati coinvolti” nell’attacco.

L’inchiesta si è concentrata su 19 membri del personale contro cui Israele ha sollevato accuse e non ha trovato prove o indizi insufficienti contro gli altri 10.

Guterres ha detto che la mancanza di finanziamenti all’Agenzia riduce la sua possibilità di assolvere il proprio mandato, che è stato rinnovato dall’assemblea generale dell’ONU sei mesi fa con l’appoggio della stragrande maggioranza dei suoi membri. “Non può continuare in questo modo senza sostegno urgente e un appoggio finanziario degli Stati membri,” ha affermato Guterres, notando che l’Agenzia ha preso iniziative decisive per mettere in atto riforme e, in seguito alle accuse israeliane, aggiornare le proprie regole sulle attività politiche e all’estero.

L’UNRWA è una forza di stabilizzazione in un’epoca di instabilità”, ha sostenuto, respingendo quelli che ha definito continui tentativi di minare l’agenzia attraverso la “disinformazione, campagne di calunnie, azioni legislative, restrizioni nell’operatività, ostacoli diplomatici ed altro.”

Tali azioni hanno minacciato il benessere di milioni di palestinesi così come del personale dell’Agenzia, ha affermato Guterres, notando che a Gaza dall’ottobre 2023 sono stati uccisi da Israele 390 dipendenti dell’UNRWA.

Il portavoce dell’ONU Stephane Dujarric ha detto che i risultati dell’incontro sui contributi volontari all’UNRWA verranno resi noti mercoledì [1 luglio, ndt.].

Parlando durante l’incontro anche il rappresentante permanente della Turchia all’ONU Ahmet Yildiz ha affermato che l’UNRWA sta affrontando attacchi politici e intralci al suo lavoro senza precedenti, mentre il suo personale e le sue strutture sono state al centro di aggressioni fisiche da parte di Israele a Gaza e nei territori occupati.

Secondo l’agenzia di stampa turca Anadolu Yildiz ha detto che le azioni di Israele sono state “palesi violazioni delle leggi internazionali”, intese “a privare i rifugiati palestinesi del loro diritto al ritorno sulla loro terra.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Corte Penale internazionale deve indagare sull’uso genocidario della violenza sessuale da parte di Israele.

Triestino Mariniello e Mariagiulia Giuffré

22 giugno 2026 – Al Jazeera

Esistono sempre più prove della natura sistematica delle aggressioni sessuali contro i detenuti palestinesi.

Prima degli eventi dell’ottobre 2023 le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato per decenni accuse di violenza e abuso sessuale contro i detenuti palestinesi reclusi nelle carceri israeliane. Dall’ottobre 2023 queste organizzazioni hanno segnalato un netto aumento della frequenza e della gravità di tali violazioni, documentando violente aggressioni perpetrate da guardie carcerarie e soldati israeliani.

Il documentario di Al Jazeera recentemente pubblicato, “Bodies of Evidence” [Corpi di Reato, ndt.], offre scioccanti testimonianze personali di sopravvissuti palestinesi e ulteriori dettagli sul funzionamento interno del sistema che ha portato alla costituzione della commissione sulle torture sessuali contro donne, uomini e bambini palestinesi.

Con l’accumularsi di queste prove sta emergendo un quadro inquietante di un più ampio schema di violenza sessuale nel sistema carcerario israeliano, finalizzato all’umiliazione, al dominio, alla disumanizzazione e alla distruzione. Sembra sempre più evidente che Israele abbia utilizzato la violenza sessuale come arma nel quadro della sua campagna genocidaria contro il popolo palestinese.

Israele utilizza un vasto apparato penitenziario per controllare la popolazione palestinese occupata dal 1967. Secondo le stime, da allora oltre 750.000 palestinesi sono stati reclusi nel sistema carcerario israeliano. Attualmente nelle prigioni israeliane ci sono almeno 9.500 detenuti palestinesi, tra cui oltre 360 ​​minori. Circa 3.500 palestinesi sono imprigionati in regime di “detenzione amministrativa”, ovvero senza accusa né processo. Inoltre più di 1.300 palestinesi provenienti da Gaza sono detenuti in carceri militari.

Le testimonianze dei sopravvissuti dimostrano che gli abusi non si limitano alle prigioni ma si verificano in ogni fase della detenzione: dall’arresto durante perquisizioni domiciliari, alle irruzioni in ospedale, ai controlli ai posti di blocco o durante le operazioni militari, fino al trasferimento, all’interrogatorio, alla reclusione e alla comparizione davanti ai tribunali militari.

Di conseguenza la responsabilità è condivisa tra diversi attori all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano: l’esercito, la polizia, il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), che dipende dal Ministero della Sicurezza Nazionale, e il servizio di intelligence Shin Bet, che opera sotto l’autorità del Primo Ministro.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha recentemente indicato diversi funzionari israeliani come “collaboratori” negli abusi sui prigionieri palestinesi, tra cui il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, il commissario capo, il consulente legale e il responsabile medico dell’IPS, rispettivamente: Kobi Yaakobi, Eiran Nahon, il dottor Liav Goldstein.

I detenuti palestinesi hanno denunciato di essere stati sottoposti a vari abusi: spogliazione forzata, bendaggio, ammanettamento, percosse, fame, privazione del sonno, aggressioni ai genitali, violenza sessuale, stupro con oggetti o cani, umiliazioni di fronte a soldati e altri detenuti, negazione di cure mediche e intralcio al procedimento giudiziario.

Dopo il 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha iniziato ad arrestare in massa i palestinesi di Gaza e a inviarli in campi di detenzione gestiti da militari. Sde Teiman, una base militare israeliana convertita in centro di detenzione è diventata tristemente nota per gli abusi generalizzati, grazie anche ad un video trapelato che mostrava dei soldati aggredire un detenuto palestinese, video che ha suscitato una condanna internazionale ma non ha portato ad alcuna azione di accertamento delle responsabilità.

L’importanza di documentare questi ripetuti abusi risiede anche nel modello che essi rivelano. Rapporti, testimonianze di sopravvissuti e informazioni raccolte da organizzazioni per i diritti umani smentiscono l’affermazione che tali episodi siano atti isolati commessi da poche “mele marce”. Al contrario, indicano un modello più ampio di violenza sistematica perpetrata da autorità dello stato.

Dal punto di vista legale la distinzione è cruciale: un singolo atto di violenza sessuale viene trattato in modo molto diverso da aggressioni ripetute e generalizzate. Un singolo atto di violenza sessuale commesso nel contesto di un’occupazione bellica può configurarsi come crimine di guerra. Tuttavia quando tali atti sono sistematici possono costituire crimini contro l’umanità. Quando la tortura sessuale viene inflitta a membri di un gruppo protetto con l’intento di distruggere tale gruppo in tutto o in parte può anche configurarsi come genocidio.

Nei contesti genocidari la violenza sessuale ha lo scopo di attaccare l’individuo attraverso il gruppo e il gruppo attraverso l’individuo. Utilizza lo stigma come arma. Trasforma il corpo nel campo di battaglia per la distruzione del gruppo.

Le testimonianze dei sopravvissuti palestinesi mostrano chiaramente la disumanizzazione – il fondamento ideologico del genocidio – in atto. L’azione genocida inizia con un cambiamento della percezione del gruppo preso di mira. La vittima viene prima privata della sua individualità, poi della sua dignità, infine della sua umanità. Fin dall’inizio del genocidio a Gaza i palestinesi sono stati identificati come “animali umani” da alti funzionari israeliani. Di conseguenza la violenza non solo è diventata ammissibile ma addirittura incoraggiata.

Le testimonianze di soldati che ridono, filmano, applaudono, deridono e si vantano di violenze sessuali e di altro genere hanno una rilevanza giuridica. Suggeriscono non solo che gli abusi si siano verificati ma anche che siano stati normalizzati.

La Convenzione sul genocidio non definisce il genocidio solo come uccisione. Include anche il causare gravi danni fisici o mentali ai membri di un gruppo protetto, l’infliggere deliberatamente condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione del gruppo e l’imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo.

La violenza sessuale può rientrare in queste categorie. Non è necessario che comporti la sterilizzazione per essere rilevante ai fini del divieto, sancito dalla Convenzione, di misure volte a impedire le nascite. La tortura sessuale può causare danni fisici permanenti agli organi riproduttivi, aumentando il rischio di infertilità, complicazioni in gravidanza e problemi cronici di salute riproduttiva.

Può inoltre portare a gravi traumi psicologici e difficoltà nelle relazioni intime, nelle relazioni interpersonali e nella futura genitorialità. La violenza mirata ai genitali, lo stupro con oggetti, l’elettrocuzione, la nudità forzata, le minacce di esposizione sessuale e la distruzione psicologica della vita sessuale e familiare possono quindi essere tutte pratiche perpetrate con l’intento di annientare la capacità di un gruppo di riprodursi biologicamente e socialmente.

Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda lo ha riconosciuto nella storica sentenza Akayesu. In quel caso il Tribunale ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire genocidio se commessi con intento genocida. In altre parole, ha ammesso che la violenza sessuale può essere un metodo di distruzione di un gruppo. In Ruanda è stata effettivamente utilizzata con l’intento di distruggere la popolazione dei Tutsi.

In Bosnia la violenza sessuale è stata usata come arma di persecuzione etnica, con l’intento di contribuire alla distruzione o all’allontanamento di gruppi specifici da determinate aree. In Myanmar, i crimini di genere contro i Rohingya sono parte integrante della campagna genocidaria.

Come ampiamente riportato il sistema giudiziario israeliano è restio, e probabilmente persino incapace, di perseguire qualsiasi crimine grave, compresa la violenza sessuale, commesso da cittadini israeliani contro palestinesi. Commissioni d’inchiesta indipendenti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente documentato che il sistema di giustizia militare israeliano presenta carenze strutturali, procedurali e istituzionali che compromettono l’effettiva individuazione dei responsabili delle presunte violazioni del diritto internazionale. Quando un sistema giudiziario è strutturato in modo tale da proteggere di fatto i presunti autori dei reati anziché garantire che questi rendano conto delle proprie azioni davanti alle vittime, esso non riesce a scoraggiare le violazioni gravi e, di conseguenza, favorisce il protrarsi di comportamenti illeciti, comprese le forme più gravi di abuso.

Laddove si riscontri uno schema coerente di gravi accuse è necessario avviare con urgenza un’indagine al livello giuridico competente. La Corte penale internazionale (CPI) deve indagare sulla violenza sessuale contro i palestinesi non solo come crimine di guerra. Alla luce della natura diffusa e sistematica di tale violenza l’Ufficio del Procuratore della CPI deve considerare questi atti come potenziali crimini contro l’umanità. Nel contesto della devastazione di Gaza, delle detenzioni di massa, degli sfollamenti forzati, della fame, della disumanizzazione e delle torture sistematiche la Corte deve anche indagare sulla violenza sessuale come potenziale atto genocida.

La natura sistematica della presunta violenza sessuale contro i palestinesi richiede che le indagini non si limitino ai diretti o materiali autori di tali crimini. Laddove tali atti siano stati denunciati in carceri o strutture di detenzione militari l’ambito investigativo deve estendersi all’intera catena di responsabilità, includendo singole guardie o soldati accusati di aver commesso gli abusi, supervisori diretti responsabili della loro condotta e comandanti delle strutture che sovrintendono alle operazioni di detenzione.

Nel caso di detenzione militare la responsabilità può estendersi ai comandanti di unità, alle autorità di polizia militare e al Procuratore Generale Militare israeliano, responsabile della supervisione delle indagini e dei procedimenti giudiziari nell’ambito del sistema di giustizia militare.

Laddove la detenzione sia amministrata da strutture carcerarie civili, come l’IPS (Servizio Penitenziario Israeliano), la responsabilità può estendersi anche ai direttori delle carceri, ai comandanti regionali e agli alti funzionari amministrativi responsabili delle politiche e delle condizioni di detenzione.

A livello di politica e supervisione il controllo può inoltre includere le autorità del Ministero della Difesa e, ove pertinente, i funzionari di livello ministeriale responsabili dell’amministrazione penitenziaria, delle politiche di detenzione e dell’approvazione delle prassi sistemiche che riguardano i detenuti.

Se la Corte Penale Internazionale non persegue questi atti criminali la conseguenza non sarà solo l’impunità, ma anche l’erosione della funzione deterrente del diritto penale internazionale stesso. In contesti in cui gravi violazioni sono ampiamente e ripetutamente documentate la persistente mancata persecuzione rischia di normalizzare modelli di abuso e di radicarli nella prassi istituzionale.

L’assenza di un effettivo accertamento di responsabilità crea quindi le condizioni in cui l’impunità si autoalimenta: un ambiente permissivo in cui le violazioni possono ripetersi con un ridotto timore di indagini o sanzioni. In questo senso, l’impunità non è semplicemente la conseguenza dell’abuso, ma il terreno fertile in cui esso può persistere ed espandersi, includendo le forme più gravi di maltrattamento come la tortura sessuale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle degli autori e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Triestino Mariniello è professore di diritto presso la Liverpool John Moores University nel Regno Unito. È inoltre membro del team legale che rappresenta le vittime di Gaza dinanzi alla Corte penale internazionale (CPI).

La dottoressa Mariagiulia Giuffré è una giurista di fama internazionale specializzata in diritto internazionale ed europeo, diritti umani e diritto dell’immigrazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Questo è il volto di Israele.

Yara Hawari

21 maggio 2026 Al Jazeera

Il video di Ben Gvir sugli attivisti della flottiglia legati ha mostrato Israele senza maschera.

Questa settimana Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, ha pubblicato sui social media un video in cui schernisce gli attivisti della flottiglia detenuti dalle forze israeliane.

In una clip un’attivista ammanettata grida “Palestina libera” mentre Ben-Gvir le passa accanto. Viene immediatamente afferrata per i capelli e spinta a terra dal personale di sicurezza. Ben-Gvir osserva la scena con aria compiaciuta. In un’altra clip decine di detenuti vengono mostrati legati e inginocchiati con la fronte a terra, costretti in posizioni di stress mentre l’inno nazionale del regime israeliano risuona da un altoparlante. Ben-Gvir sventola una grande bandiera israeliana e urla loro: “Benvenuti in Israele, qui siamo noi a comandare”.

Ben-Gvir sa di potersi permettere questo senza subire gravi conseguenze. Perché mai dovrebbe pensare il contrario? Il suo paese l’ha appena fatta franca dopo un genocidio trasmesso in diretta streaming a un pubblico globale.

Non sono mancate le condanne, in particolare da parte dei governi i cui cittadini figurano tra i detenuti. Il primo ministro italiano, Giorgia Meloni, ha definito le immagini “inaccettabili” e una violazione della dignità umana. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha dichiarato che non avrebbe tollerato i maltrattamenti subiti dai cittadini del suo paese e ha annunciato che avrebbe esercitato pressioni a (livello de) ll’Unione Europea per sanzioni specifiche contro Ben-Gvir, avendogli già vietato l’ingresso in Spagna. Persino l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, ha affermato che Ben-Gvir aveva “tradito la dignità della sua nazione”.

Ma, per quanto genuina sia l’indignazione, sanzionare Ben-Gvir colpisce solo un ingranaggio di una macchina genocida ben più ampia. È la stessa tattica impiegata dagli Stati europei di fronte alla costruzione di insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata: sanzionare una manciata di coloni violenti lasciando intatta la struttura statale che pianifica, finanzia e protegge l’impresa degli insediamenti. Il gesto crea l’apparenza di conseguenze senza minacciare il sistema che le produce.

Questo non è denunciare le responsabilità. È la comunità internazionale che traccia una linea di demarcazione abbastanza distante dalla propria complicità in modo da sentirsi pulita. Ben-Gvir non ha costruito le prigioni, non ha ordinato le torture sistematiche al loro interno, né ha imposto il blocco che la flottiglia stava cercando di rompere. È un ministro di un governo che ha perpetrato un genocidio con il sostegno materiale e diplomatico di molti degli stessi Stati occidentali che ora si schierano per denunciarlo. Rimuoverlo dall’equazione non cambia nulla. Le prigioni restano. Il blocco resta. E il genocidio continua.

Il video ha toccato un nervo scoperto anche in Israele. Netanyahu ha rimproverato pubblicamente Ben-Gvir, affermando che la sua condotta “non è in linea con i valori e le norme di Israele”. Il ministro degli Esteri Gideon Saar si è rivolto direttamente a lui su X: “Con questa vergognosa dimostrazione hai consapevolmente arrecato danno al nostro Stato, e non è la prima volta”. Saar ha aggiunto che Ben-Gvir ha “vanificato gli enormi sforzi, professionali e di successo, compiuti da moltissime persone”. Per Saar e Netanyahu il problema non è ciò che Ben-Gvir sta facendo, ma il fatto che lo stia mostrando con tanta sfrontatezza. La preoccupazione è l’immagine: un video ha reso visibile, a un pubblico europeo e con la partecipazione di cittadini europei, una prassi consolidata nei confronti dei palestinesi.

E ciò che il video mostra non è un caso isolato. Oltre 9.600 palestinesi sono attualmente detenuti nei centri di detenzione del regime israeliano. Di questi, più di 3.500 sono in detenzione amministrativa, imprigionati a tempo indeterminato senza accusa né processo. Tra i detenuti ci sono centinaia di bambini. I prigionieri sono sottoposti a sistematica privazione di cibo, percosse, negazione di cure mediche e violenze sessuali che vanno dallo spogliarello forzato allo stupro. Almeno 84 prigionieri palestinesi sono morti sotto la custodia israeliana dall’ottobre 2023 a causa di torture, fame e negligenza medica. Quasi ogni famiglia palestinese ha un caro che è stato imprigionato a un certo punto della vita: un’esperienza che si ripercuote per generazioni e lascia profonde cicatrici su famiglie e comunità anche molto tempo dopo il rilascio.

Saar ha concluso il suo messaggio a Ben-Gvir insistendo sul fatto che questo “non è il volto di Israele”. Si sbaglia. Questo è il volto di Israele. È violento. È orribile. Ed è crudele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele approva la legge su processo pubblico e pena di morte per i detenuti del 7 ottobre

Redazione di Al Jazeera, AP, Reuters

12 maggio 2026 – Al Jazeera

Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che il disegno di legge rende più facile l’imposizione della pena di morte ed elimina le garanzie di un giusto processo

I parlamentari israeliani hanno approvato un disegno di legge che istituisce un tribunale speciale con il potere di comminare la pena di morte ai palestinesi accusati di coinvolgimento negli attentati guidati da Hamas il 7 ottobre 2023.

Il disegno di legge è stato approvato nella tarda serata di lunedì con 93 voti favorevoli e nessun contrario dalla Knesset, il parlamento israeliano composto da 120 seggi. I restanti 27 parlamentari erano assenti o si sono astenuti dal voto.

Le organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani avvertono che il disegno di legge renderà troppo facile l’imposizione della pena di morte, eliminando al contempo le procedure che tutelano il diritto a un giusto processo. Muna Haddad, avvocata di Adalah – Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele – ha dichiarato ad Al Jazeera che il disegno di legge riduce intenzionalmente le garanzie legali a un giusto processo per assicurare la condanna di massa dei palestinesi.

“Il disegno di legge consente esplicitamente processi di massa che si discostano dalle norme standard in materia di prove, inclusa un’ampia discrezionalità giudiziaria nell’ammettere prove ottenute in condizioni coercitive che possono configurarsi come tortura o maltrattamenti”, ha affermato Haddad. “Ciò costituisce una grave violazione delle garanzie a un giusto processo, ben al di sotto dei requisiti del diritto internazionale”.

In contrasto con la normale prassi giudiziaria israeliana, che di solito vieta le telecamere in aula, il disegno di legge impone la ripresa e la trasmissione pubblica dei momenti chiave dei processi su un sito web dedicato. Questo includerebbe le udienze di apertura, i verdetti e le sentenze. Haddad ha segnalato che questa disposizione di fatto “trasforma i procedimenti in processi farsa a scapito dei diritti degli imputati”.

[Dei circa 11.000 palestinesi prigionieri, ndt.] Israele detiene tra i 200 e i 300 palestinesi, contando anche quelli catturati nel Paese durante gli attacchi del 7 ottobre, che non sono ancora stati incriminati. L’attacco guidato da Hamas contro le comunità israeliane lungo il confine meridionale di Israele con Gaza ha ucciso almeno 1.139 persone, per lo più civili, secondo un conteggio di Al Jazeera basato su statistiche ufficiali israeliane. Altre 240 persone circa sono state prese in ostaggio. La successiva guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso circa 72.628 palestinesi, di cui almeno 846 da quando è entrato in vigore il “cessate il fuoco” mediato dagli Stati Uniti lo scorso ottobre. La guerra, che secondo gli esperti delle Nazioni Unite potrebbe configurarsi come genocidio, ha lasciato il territorio palestinese in rovina.

Lunedì diverse organizzazioni israeliane per i diritti umani tra cui Hamoked, Adalah e il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele hanno affermato che, sebbene “la giustizia per le vittime del 7 ottobre sia un imperativo legittimo e urgente”, qualsiasi accertamento delle responsabilità per i crimini “deve essere perseguito attraverso un processo che includa, anziché abbandonare, i principi di giustizia”.

Il disegno di legge è distinto dalla legge approvata a marzo che ha sancito la pena di morte per i palestinesi condannati per l’omicidio di israeliani, una misura duramente condannata dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per i diritti umani come discriminatoria e disumana. Tale legge si applica ai casi futuri e non è retroattiva, quindi non potrebbe essere applicata ai sospettati per i fatti dell’ottobre 2023.

Il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha dichiarato che la nuova legge “serve a coprire i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza”. La Corte penale internazionale sta indagando sulla condotta di Israele nella guerra a Gaza e ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, nonché per tre leader di Hamas tutti successivamente uccisi da Israele. Israele sta inoltre battendosi contro l’apertura di un procedimento per genocidio presso la Corte internazionale di giustizia. Israele respinge le accuse.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gli avvocati affermano che Israele ha prorogato la detenzione degli attivisti della Gaza Flotilla

Urooba Jamal

5 maggio 2026 – Al Jazeera

Le avvocate che rappresentano i due attivisti faranno ricorso contro la decisione di proroga, definendola “illecito di stato”.

Un tribunale israeliano ha prorogato la detenzione dei due attivisti della Flotilla di aiuti umanitari diretta a Gaza, che sono stati sequestrati dalle autorità israeliane la scorsa settimana, afferma un’organizzazione israeliana per i diritti che li rappresenta.

Miriam Azem, coordinatrice dell’ufficio legale internazionale di Adalah, ha confermato a Al Jazeera che martedì il tribunale di primo grado di Ashkelon ha ammesso la richiesta di proroga della detenzione dello spagnolo Saif Abu Keshek e del brasiliano Thiago Avila fino a domenica 10 maggio.

I due erano tra le decine di attivisti salpati per Gaza come parte della Global Sumud Flotilla, intercettata dalle forze israeliane in acque internazionali di fronte alla Grecia il 30 aprile. Gli organizzatori affermano che tra i 180 attivisti, la maggior parte dei quali è stata condotta a Creta, Abu Keshek e Avila sono stati portati in Israele per essere interrogati, e vi restano tuttora in detenzione.

La decisione del tribunale di prorogare la detenzione degli attivisti umanitari catturati in acque internazionali configura una convalida giudiziaria dell’illegalità dello Stato”, ha affermato martedì Adalah in una dichiarazione, aggiungendo che avrebbe fatto ricorso contro la decisione.

La proroga della detenzione degli attivisti si basa su “prove segrete” che non è stato permesso visionare a Abu Keshek, Avila e ai loro avvocati, ha detto Adalah.

Essenzialmente il tribunale ha ammesso l’intera proroga di sei giorni senza porre alcuna limitazione o vincolo giudiziario al periodo di interrogatorio”, afferma la dichiarazione dell’organizzazione.

Non è stato presentato nessun capo d’imputazione contro i due uomini, ma Abu Keshek e Avila affrontano diverse accuse, tra cui l’affiliazione ad una “organizzazione terroristica e contatti con agenti stranieri”, aveva precedentemente detto Adalah a Al Jazeera.

Le avvocate di Adalah Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, che rappresentano i due attivisti, hanno sostenuto che le accuse contro di loro sono “prive di alcun fondamento” e non hanno “basi giuridiche”.

Poiché gli attivisti sono stati catturati a più di 1.000 km di distanza da Gaza e non sono cittadini israeliani, il diritto interno israeliano non si applica a loro”, ha affermato l’organizzazione per i diritti.

Ha inoltre detto che entrambi gli attivisti sono tenuti in “totale isolamento, esposti a luce intensa per 24 ore nelle loro celle e bendati ogni volta che vengono spostati, anche durante le visite mediche.”

L’organizzazione ha dichiarato che gli attivisti continuano lo sciopero della fame, bevendo solo acqua, dal momento del loro sequestro il 30 aprile.

Anche gli organizzatori della Flotilla martedì hanno chiesto il rilascio di Abu Keshek e Avila, premendo sulla comunità internazionale perché si attivasse.

Ancora una volta il regime sionista ha esteso la detenzione illegale dei nostri amici Saif Abu Keshek e Thiago Avila”, ha scritto su X l’organizzazione.

I nostri organizzatori sono stati illegalmente rapiti in acque internazionali, sottoposti a pestaggi e torture in acque territoriali greche e condotti a forza contro la loro volontà nella Palestina occupata, dove sono stati sottoposti a interrogatori, minacce di morte, privazione del sonno e negligenza medica.”

Sabato le avvocate di Adalah avevano visitato gli attivisti nel carcere di Shikma a Ashkelon, dove hanno testimoniato riguardo a “grave violenza fisica configurante tortura.”

Il primo viaggio della Global Sumud Flotilla verso Gaza in agosto e settembre aveva attirato l’attenzione mondiale prima che le forze israeliane intercettassero le imbarcazioni di fronte alle coste di Egitto e Gaza all’inizio di ottobre.

Membri dell’equipaggio, compresa l’attivista svedese Greta Thunberg, sono stati arrestati ed espulsi dalle forze israeliane.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)