Israele sta combattendo un’altra guerra, una guerra che non fa notizia

Mariam Barghouti

20 gennaio 2026 Al Jazeera

Nella Cisgiordania occupata Israele ha mobilitato tutte le sue risorse militari e coloniali per rendere impossibile la vita ai palestinesi

Mentre gli Stati Uniti concentrano gli sforzi sul mantenimento dell’aggressione israeliana a Gaza attraverso la messa in scena di un cessate il fuoco, un’altra guerra è in corso in Cisgiordania.

Negli ultimi due anni Israele ha intensificato le sue “operazioni di controinsurrezione” in Cisgiordania per “contrastare il terrorismo palestinese”. L’uso di termini come “operazioni di controinsurrezione” non è casuale. Israele sfrutta termini militari per nascondere le intenzioni e manipolare la realtà. Dall’Operazione Muro di Ferro all’Operazione Campi Estivi e all’Operazione Cinque Pietre fino alla più recente operazione “antiterrorismo” ad al-Khalil (Hebron), le azioni vengono presentate e riportate come temporanee, mirate e di risposta.

Ma non lo sono. L’intensificazione dell’aggressione militare – insieme alla violenza delle milizie dei coloni, alla distruzione delle infrastrutture, alle demolizioni di case e al crescente numero di posti di blocco e checkpoint – mira a creare dati di fatto sul campo che rendano la vita impossibile ai palestinesi, proprio come a Gaza.

Le zone di guerra in Cisgiordania

Nel 2025 l’assalto militare israeliano in Cisgiordania ha provocato la più grande campagna di sfollamento di massa che i palestinesi abbiano mai affrontato dal 1967, con quasi 50.000 palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case.

L’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi di Jenin e Tulkarem e ha negato ai loro residenti il ​​diritto al ritorno. Ora ha di fatto trasformato i due campi nel suo quartier generale militare al nord.

Le truppe israeliane hanno anche intrapreso la quasi totale distruzione delle infrastrutture, tra cui strade, sistemi fognari e la rete elettrica. Almeno il 70% delle strade della città di Jenin è stato spianato con i bulldozer e la maggior parte delle condutture idriche e delle reti fognarie a Jenin e Tulkarem sono state distrutte nel giro di poche settimane, con perdite economiche per milioni di dollari.

In tutto il distretto migliaia di famiglie sono state private sia dell’acqua che dell’elettricità. E ancora oggi le famiglie sfollate vivono in aree difficili da raggiungere, con pochissime infrastrutture civili.

Parallelamente l’esercito israeliano ha ampliato la geografia della sua violenza. Le truppe israeliane ora effettuano incursioni regolari nelle città centrali della Cisgiordania, tra cui Ramallah e Ariha (Gerico), e nel sud di al-Khalil (Hebron) e a Betlemme. In questi attacchi i palestinesi vengono assediati, terrorizzati e talvolta giustiziati dai soldati israeliani che operano impunemente.

Questa settimana l’esercito israeliano ha lanciato un’operazione su larga scala ad al-Khalil (Hebron) con il pretesto di riportare la legge e l’ordine. L’intera città è stata messa sotto assedio con carri armati israeliani a pattugliare le strade, mentre uomini e ragazzi vengono arrestati, sottoposti a interrogatori sul campo e trattenuti in condizioni brutali.

Ma la violenza israeliana non si limita alle incursioni e alle operazioni dell’esercito. Dove va l’esercito, seguono i coloni. Con vero spirito coloniale, l’esercito funge da apripista e accompagna gli attacchi delle milizie dei coloni israeliani contro la popolazione e le proprietà palestinesi e dà il via all’annessione delle terre dei pastori. Negli ultimi due anni gli israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania sono stati dotati di armi di livello militare che vanno dagli M16 di fabbricazione statunitense alle pistole e ai droni, e le usano a loro piacimento.

È ormai chiaro che le operazioni di “controinsurrezione” di Israele non mirano a ottenere la vittoria “sul campo di battaglia”. Sono uno sforzo coordinato con i coloni per riprogettare l’ambiente territoriale e sociale in Cisgiordania in modo che non possano esserci dissenso o resistenza.

Quando una logica di controinsurrezione viene applicata a una popolazione civile occupata è un modo di trasformare case, strade e pratiche quotidiane in strumenti di controllo.

L’infrastruttura della paura

Lo scorso gennaio i coloni israeliani hanno affisso manifesti sulle strade principali della Cisgiordania. Recavano scritto a caratteri cubitali: “Non c’è futuro in Palestina”. I palestinesi hanno capito quello che era: una dichiarazione di guerra. Siamo ora nel pieno svolgimento.

Ogni settimana, in media, nove palestinesi vengono uccisi, altri 88 feriti, 180 arrestati, una dozzina torturati in interrogatori sul campo, a cui si aggiungono una media di 100 attacchi di coloni israeliani, 300 raid e assalti militari e 10 demolizioni di case e proprietà palestinesi. Tutto questo è fatto in una sola settimana.

Questi dati non riflettono solo l’aumento del livello di violenza, ma anche la sua frequenza. L’obiettivo di questa intensificazione è erodere qualsiasi senso di normalità per i palestinesi.

Migliaia di raid nel corso di un anno, uniti all’espansione delle colonie, alle nuove tangenziali, a centinaia di nuovi posti di blocco militari e alla sorveglianza sistemica, non sono episodici; hanno trasformato la violenza da eccezione a routine, normalizzando la disgregazione in condizione dell’amministrazione.

La violenza coloniale dei coloni detta legge nella vita dei palestinesi; determina quando le persone dormono, dove giocano i bambini, quando possono andare a scuola, se le attività commerciali aprono e come viene immaginato il futuro. Impone la necessità di una costante ricalibrazione. Prosciuga ed esaurisce.

In tutta la Cisgiordania la vita quotidiana palestinese è strutturata attorno a violente interruzioni. Israele non solo sta ridisegnando la mappa attraverso l’annessione di fatto, ma sta usando la paura come infrastruttura per ridisegnare i confini di dove i palestinesi possano vivere in sicurezza.

Questo influenza ogni aspetto della vita. Come giornalista palestinese, ogni volta che mi metto in viaggio mi ritrovo ad affrontare una familiare e paralizzante ansia per ciò che potrebbe accadere. Raramente percorro la stessa strada due volte. Un giorno è chiuso un villaggio; il giorno dopo un’intera città. Un viaggio di un’ora si trasforma in un viaggio di tre ore, a volte quattro. Devio continuamente attraverso le montagne, mentre cancelli e posti di blocco israeliani compaiono a ogni entrata e uscita di ogni villaggio e città palestinese.

La nostra vita in Cisgiordania si misura in deviazioni. Che non solo evidenziano il furto sistematico e accelerato di territorio e risorse vitali da parte di Israele, ma servono anche a rubare tempo e a impoverire le capacità socioeconomiche. Israele non solo ha interrotto la continuità territoriale in Cisgiordania, ha distrutto anche la vita sociale, il radicamento psicologico e le possibilità politiche.

E così, mentre alcuni palestinesi vengono cacciati sotto la minaccia delle armi, gli altri vengono cacciati attraverso l’infrastruttura della paura.

Israele è riuscito a creare un ambiente ostile in cui persino le case possono trasformarsi in campi di battaglia in pochi minuti. Allo stesso tempo, la violenza delle milizie armate israeliane e la proliferazione di avamposti soffocano aree urbane come Nablus, Ramallah, Betlemme e al-Khalil (Hebron).

L’esercito israeliano ha persino iniziato a saccheggiare sistematicamente i negozi di cambiavalute e a rubare oggetti di valore, come oro e argento, dalle case. Questo è importante quanto il terrore quotidiano, perché Israele non solo sta distruggendo le infrastrutture fisiche, ma sta anche rendendo impossibile la ripresa e la ricostruzione.

Frammentare un popolo

Una terra disconnessa è un popolo disconnesso. Le città palestinesi in Cisgiordania si stanno riducendo e vengono inglobate in uno Stato coloniale israeliano in continua espansione.

L’anno scorso Israele ha formalizzato i piani per sviluppare il progetto della colonia illegale E1 e quest’anno si prevede che porterà avanti il ​​piano di espansione delle colonie vicino a Gerusalemme, nella Valle del Giordano e attorno a Ramallah. Questi sviluppi separerebbero di fatto Gerusalemme Est occupata dalla Cisgiordania e il nord dal sud. I coloni israeliani stanno ora issando bandiere israeliane su strade e case palestinesi come simbolo di conquista.

La Cisgiordania è fondamentale per comprendere che la guerra non arriva solo con le bombe; a volte arriva con posti di blocco, permessi, restrizioni urbanistiche, violenza sponsorizzata dallo Stato e il dirottamento di risorse vitali dai palestinesi alle colonie. Non si tratta semplicemente della frammentazione del territorio in preparazione della colonizzazione, ma del lento degrado della capacità della popolazione nativa di esistere come collettività. La Cisgiordania è il luogo in cui la guerra si scatena sotto la soglia delle notizie, senza alcuna linea del fronte.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese-americana residente a Ramallah.

I commenti politici di Barghouti sono apparsi, tra gli altri, sull’International Business Times, sul New York Times e su TRT-World.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Appello urgente per salvare le vite degli scioperanti della fame di Palestine Action

Former hunger strikers

11 gennaio 2026 Al Jazeera

Ex scioperanti della fame provenienti da Irlanda, Palestina e dalla Baia di Guantanamo chiedono al governo del Regno Unito di intervenire immediatamente

Al Governo del Regno Unito:

Noi firmatari vi scriviamo oggi come sopravvissuti alla violenza di Stato.

Siamo un collettivo di ex scioperanti della fame provenienti da Palestina, Irlanda e dalla Baia di Guantanamo. Gli scioperi della fame finiscono solo quando il potere interviene, o quando le persone muoiono. Abbiamo imparato – con il dolore, i danni permanenti e guardando i nostri compagni cadere – come si comportano gli Stati quando i prigionieri non hanno altra scelta che rifiutare l’unico diritto loro concesso: il cibo.

Perciò scriviamo in totale solidarietà con gli scioperanti della fame detenuti oggi nelle carceri britanniche: Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Teuta Hoxha, Jon Cink, Lewie Chiaramello e Muhammad Umer Khalid. Sono incarcerati in custodia cautelare, senza processo e senza condanna. Per alcuni la custodia cautelare dura da oltre un anno e nella maggior parte dei casi non saranno processati per altri due anni.

Il governo del Regno Unito ha scelto la custodia cautelare prolungata, l’isolamento e la censura. Ha scelto di limitare i contatti con i familiari, di permettere il rifiuto delle cure mediche e di usare il linguaggio del terrore in un subdolo tentativo di privare deliberatamente questi prigionieri della solidarietà pubblica e dei diritti fondamentali prima ancora che abbia luogo qualsiasi processo.

Non possiamo dimenticare ciò per cui si stanno esponendo oggi gli scioperanti della fame. Sono per la Palestina. Sono per lo smantellamento dell’infrastruttura di armi che uccide i palestinesi. Sono per la fine del regime di apartheid attuato dal governo israeliano. Sono solidali con i prigionieri palestinesi. Sono per la completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare.

Per anni i prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane sono stati sottoposti ad abusi sistematici tra cui torture ben documentate, violenza sessuale estrema, assenza di cure mediche e morte in detenzione. Eppure il governo del Regno Unito, attraverso il suo incrollabile sostegno allo Stato israeliano, continua a scegliere di essere complice di quelle azioni. Sceglie di continuare ad armare Israele e proteggere i funzionari israeliani dall’obbligo di rispondere delle proprie scelte mentre i corpi dei palestinesi – uomini, donne e bambini – vengono violati e distrutti nelle loro strade, nelle loro case e dietro le sbarre.

I prigionieri politici di Palestine Action hanno iniziato lo sciopero della fame quando non hanno più avuto altra scelta. La decisione dello Stato di affidarsi alla categoria di “terrore” per imporre la repressione sistematica di coloro che si rifiutano di conformarsi non ha lasciato loro altre alternative nel tentativo di ottenere i diritti che spettano loro per legge.

Non si tratta di un fenomeno nuovo: l’uso della parola “terrore” è stato a lungo utilizzato per creare paura, per avvelenare la percezione pubblica, per giustificare la ripetuta violazione anche dei diritti umani più elementari. Una volta attribuita questa etichetta, i diritti diventano condizionali, la libertà diventa negoziabile e la presunzione di innocenza svanisce. Lo stato di diritto che si proclama con orgoglio di difendere viene rapidamente profanato di fronte a una sola parola, utilizzata da politici senza scrupoli determinati a proteggere i propri interessi: “terrorista”.

La messa al bando di Palestine Action non riguardava la sicurezza. Riguardava il controllo. Le ripetute e flagranti violazioni del principio sub judice [una causa sotto esame di un tribunale non può essere discussa pubblicamente per non influenzare il processo, ndt.] non miravano a convincere l’opinione pubblica che si trattasse di un’organizzazione pericolosa; rappresentavano piuttosto una condanna dei prigionieri prima del processo. Si trattava di isolarli, criminalizzare la solidarietà e lanciare un monito a chiunque possa parlare o organizzarsi contro la macchina da guerra israeliana.

Nessun processo celebrato in un clima di paura creata dallo Stato può essere considerato equo, e nessuna giuria esposta a decenni di retorica terroristica può operare senza pregiudizi. Questi prigionieri sono stati diffamati nel momento in cui l’annuncio del loro arresto ha menzionato un “collegamento al terrorismo”, nonostante un processo non abbia mai avuto luogo.

Chiediamo pertanto quanto segue:

1. Un incontro ministeriale urgente con le famiglie e i rappresentanti legali per concordare azioni che preservino la vita degli scioperanti della fame. La libertà su cauzione immediata per i prigionieri di Palestine Action (noti come Filton 24) e per tutti gli scioperanti della fame.

2. La cessazione delle accuse di terrorismo volte a criminalizzare il dissenso.

3. Condizioni di processo eque, libere da narrazioni basate sulla paura e da interferenze politiche.

4. Accesso immediato a cure mediche liberamente scelte dai prigionieri.

5. La fine della censura e delle restrizioni alle visite dei familiari.

Nel 1981 la Gran Bretagna scelse di lasciare morire gli scioperanti della fame irlandesi nel carcere di Long Kesh. Negli anni 2000 la Gran Bretagna scelse il silenzio sulla difficile situazione dei detenuti nella Baia di Guantanamo. Per decenni la Gran Bretagna, insieme ad altri governi, ha continuato a scegliere l’inazione in Palestina. Ogni volta i funzionari britannici affermavano la responsabilità essere altrove. Ogni volta la storia ha registrato la verità.

Le suffragette, nonostante fossero state alimentate forzatamente ed etichettate come terroriste, sono oggi celebrate come eroine e combattenti per la libertà. I ​​prigionieri di Long Kesh, nonostante le diffamazioni che subirono, sono ora considerati una parte vitale della pace raggiunta con l’Accordo del Venerdì Santo. I prigionieri della Baia di Guantanamo, nonostante il trattamento disumano e il consenso pubblico alla tortura, rimasero senza processo e furono in gran parte rilasciati senza condanna.

Così come furono assolti tutti loro, la storia assolverà anche i prigionieri di Palestine Action che hanno cercato di fermare il massacro di persone innocenti, contro la volontà e gli interessi del governo britannico.

Non siamo semplici osservatori, ma testimoni dell’ingiustizia attualmente perpetrata dalle braccia dello Stato contro persone che la storia senza dubbio assolverà, come ha fatto con gli scioperanti della fame che li hanno preceduti.

Firmatari:

Shadi Zayed Saleh Odeh, Palestine

Mahmoud Radwan, Palestine

Othman Bilal, Palestine

Mahmoud Sidqi Suleiman Radwan, Palestine

Loay Odeh, Palestine

Tommy McKearney, Ireland

Laurence McKeown, Ireland

Tom McFeely, Ireland

John Nixon, Ireland

Mansoor Adayfi (GTMO441), Guantanamo

Lakhdar Boumediene, Guantanamo

Samir Naji Moqbel, Guantanamo

Moath Al-Alwi, Guantanamo

Khalid Qassim, Guantanamo

Ahmed Rabbani, Guantanamo

Sharqawi Al-Hajj, Guantanamo

Saeed Sarim, Guantanamo

Mahmoud Al Mujahid, Guantanamo

Hussein Al-Marfadi, Guantanamo

Osama Abu Kabir, Guantanamo

Abdul Halim Siddiqui, Guantanamo

Ahmed Adnan Ahjam, Guantanamo

Abdel Malik Al Rahabi, Guantanamo

Ahmed Elrashidi, Guantanamo

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele blocca decine di organizzazioni umanitarie che lavorano a Gaza, martoriata dalla guerra

Redazione di Al Jazeera

30 dicembre 2025 – Al Jazeera

Tra le organizzazioni di aiuto che devono affrontare il divieto ci sono MSF e Oxfam, mentre i Paesi europei suonano l’allarme per la terribile situazione umanitaria

Israele afferma che sospenderà più di trenta organizzazioni umanitarie, compresi Medici Senza Frontiere, perché non hanno rispettato le nuove regole per le associazioni umanitarie che lavorano nella Striscia di Gaza devastata dalla guerra.

Secondo le autorità israeliane le organizzazioni soggette al bando, che inizia giovedì [1 gennaio 2026, ndt.], non soddisfano i nuovi requisiti relativi alla condivisione delle informazioni sui propri dipendenti, fondi e attività.

Altre importanti organizzazioni colpite includono il Norwegian Refugee Council [Consiglio Norvegese per i Rifugiati], CARE International, l’International Rescue Committee [Comitato di Soccorso Internazionale] e sezioni di importanti organizzazioni benefiche come Oxfam e Caritas.

Israele accusa Medici Senza Frontiere, nota con l’acronimo francese MSF, di non aver chiarito il ruolo di alcuni membri del suo personale, sostenendo che hanno collaborato con Hamas.

“Il messaggio è chiaro: l’assistenza umanitaria è benvenuta. Approfittare delle strutture umanitarie per il terrorismo non lo è,” ha detto il ministro per le Questioni della Diaspora Amichai Chikli [del Likud, il partito di Netanyahu, ndt.].

MSF, una delle maggiori organizzazioni mediche che operano a Gaza, dove il settore sanitario è stato preso di mira e in buona misura distrutto, afferma che la decisione israeliana avrà un impatto catastrofico sul suo lavoro nell’enclave, in cui si occupa di circa il 20% dei posti letto in ospedale e di 1/3 delle nascite. L’organizzazione nega anche le accuse israeliane riguardo al suo personale.

“MSF non avrebbe mai assunto consapevolmente persone impegnate in attività militari,” sostiene. Le organizzazioni internazionali dicono che le regole israeliane sono arbitrarie. Israele sostiene che 37 organizzazioni che lavorano a Gaza non avranno il rinnovo dei permessi.

Condizioni spaventose”

Le organizzazioni umanitarie forniscono aiuto per una molteplicità di servizi sociali, compresa la distribuzione di cibo, le cure mediche, la salute mentale e interventi per i disabili e servizi educativi.

Amjad Shawa, della Rete di ONG per la Palestina, afferma che la decisione di Israele fa parte dei suoi costanti tentatici “di aggravare la catastrofe umanitaria” a Gaza.

“I limiti imposti alle attività umanitarie a Gaza sono intesi a continuare nel progetto di cacciare fuori i palestinesi, deportare Gaza. È una delle cose che Israele continua a fare,” dice Shawa ad Al Jazeera.

Il dottor James Smith, medico britannico volontario a Gaza a cui in seguito le autorità israeliane hanno negato il permesso di ritornarvi, ha condannato le restrizioni sulle organizzazioni umanitarie: “Una situazione che è già orripilante sarà resa ancora peggiore. I cambiamenti saranno immediati e feroci,” ha detto Smith ad Al Jazeera.

L’iniziativa di Israele giunge quando almeno 10 Paesi hanno manifestato “serie preoccupazioni” per un “ulteriore deterioramento della situazione umanitaria” a Gaza, descrivendola come “catastrofica”.

“Con il sopraggiungere dell’inverno i civili a Gaza devono affrontare condizioni spaventose con forti precipitazioni e un crollo delle temperature,” hanno affermato in un comunicato congiunto Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera.

“Un milione e trecentomila persone hanno ancora bisogno di un’urgente assistenza abitativa. Più di metà delle strutture sanitarie sono solo parzialmente funzionanti e devono far fronte alla carenza di attrezzature e forniture mediche essenziali. Il collasso totale delle infrastrutture sanitarie ha reso 740.000 persone vulnerabili a inondazioni infette.” Questi Paesi sollecitano Israele a garantire che le ONG internazionali possano operare a Gaza in modo “sostenibile e pianificabile” e chiedono l’apertura di valichi via terra per incrementare il flusso di aiuti umanitari.

Il ministero degli Affari Esteri israeliano ha definito il comunicato congiunto “falso ma non imprevisto” e “parte di uno schema ricorrente di critiche avulse dalla realtà e di richieste solo a Israele ignorando nel contempo deliberatamente la fondamentale richiesta ad Hamas di cedere le armi.”

A Gaza le necessità sono enormi”

Quattro mesi fa più di 100 organizzazioni umanitarie hanno accusato Israele di impedire l’ingresso a Gaza di aiuti salvavita e gli hanno chiesto di porre fine al suo “uso bellico degli aiuti” in seguito al rifiuto di consentire l’ingresso nella Striscia di Gaza devastata ai camion carichi di aiuti.

Da quando Israele ha lanciato la sua guerra genocida contro Gaza nell’ottobre 2023 più di 71.000 palestinesi sono stati uccisi. Centinaia sono morti a causa della gravissima mancanza di cibo e altre migliaia per malattie curabili a causa della mancanza di forniture sanitarie.

Israele sostiene di rispettare gli impegni umanitari disposti dall’ultimo cessate il fuoco, che è entrato in vigore il 10 ottobre, ma le organizzazioni umanitarie mettono in discussione le cifre fornite da Israele ed affermano che nella devastata enclave per più di due milioni di palestinesi sono disperatamente necessari molti più aiuti.

Israele ha modificato a marzo il suo processo di registrazione per le organizzazioni umanitarie, che include la richiesta di presentare una lista del personale, inclusi i palestinesi a Gaza.

Alcune organizzazioni umanitarie hanno affermato che non avrebbero fornito una lista del personale palestinese nel timore che questi dipendenti verrebbero presi di mira da Israele.

“Ciò deriva da un punto di vista giuridico e per la sicurezza. A Gaza abbiamo visto uccidere centinaia di operatori umanitari,” ha affermato Shaina Low, consulente per la comunicazione del Norwegian Refugee Council.

Ancore di salvezza disperatamente necessarie

La decisione di non rinnovare i permessi delle organizzazioni umanitarie implica il fatto che i loro uffici in Israele e nella Gerusalemme est occupata saranno chiusi e le organizzazioni non saranno in grado di inviare personale internazionale o aiuti a Gaza.

“Nonostante il cessate il fuoco le necessità a Gaza sono enormi, eppure a noi e a decine di altre organizzazioni viene e continuerà a venir impedito di portarvi l’assistenza umanitaria indispensabile,” ha detto Low. “Non essere in grado di inviare personale a Gaza significa che tutto il carico di lavoro ricadrà sui nostri collaboratori locali, che sono stremati.”

Secondo il ministero la decisione di Israele implica il fatto che giovedì le organizzazioni umanitarie vedranno i loro permessi revocati e, se si trovano in Israele, se ne dovranno andare entro il primo marzo. Non è la prima volta che Israele cerca di reprimere le organizzazioni umanitarie internazionali. Durante la guerra ha accusato l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA, di essere stata infiltrata da Hamas e Hamas di utilizzare strutture dell’UNRWA e di impossessarsi dei suoi aiuti. L’ONU lo ha negato.

A ottobre la Corte Internazionale di Giustizia ha emanato un parere consultivo in cui ha affermato che Israele deve appoggiare le attività di soccorso dell’ONU a Gaza, comprese quelle effettuate dall’UNRWA.

La Corte ha rilevato che le accuse israeliane contro l’UNRWA, compreso il fatto che sarebbe stata complice dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, sono senza fondamento.

La Corte ha anche affermato che, in quanto potenza occupante, Israele deve garantire che le “necessità fondamentali” della popolazione palestinese di Gaza siano soddisfatte, “compresi i rifornimenti indispensabili per la sopravvivenza,” come cibo, acqua, un riparo, carburante e medicine.

Dopo le accuse israeliane alcuni Paesi hanno smesso di finanziare l’UNRWA, compromettendo una delle ancore di salvezza di cui a Gaza c’è disperatamente bisogno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Durante la tregua mancano le forniture essenziali: il sistema sanitario di Gaza distrutto da Israele

Redazione di Al Jazeera

7 dicembre 2025- Al Jazeera

Israele non permette l’ingresso nella Gaza assediata di antibiotici, soluzioni per le flebo o materiale chirurgico, nonostante il cessate il fuoco in vigore da due mesi.

Dopo essere stati decimati dai continui bombardamenti e la totale mancanza di ausili medici durante la guerra genocidaria di Israele, il sistema sanitario di Gaza è sull’orlo del collasso nonostante quasi due mesi di cessate il fuoco.

I medici nell’enclave devastata dalla guerra e assediata dicono di essere in difficoltà nel salvare vite poiché Israele non permette l’ingresso delle essenziali forniture mediche. Dolciumi, telefonini e persino bici elettriche possono entrare, ma gli antibiotici, le soluzioni per le flebo e il materiale chirurgico sono vietati.

Siamo di fronte ad una situazione in cui il 54% dei farmaci essenziali è indisponibile e il 40% dei medicinali per le operazioni chirurgiche e le cure di emergenza – proprio i farmaci su cui contiamo per curare i feriti – sono irreperibili”, ha detto a Al Jazeera il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Sanità di Gaza.

Il Ministero afferma che la penuria è senza precedenti, stante che Israele consente l’ingresso a Gaza solo di cinque camion alla settimana che trasportano forniture mediche. Tre camion consegnano le forniture ad organizzazioni internazionali come l’ONU e le sue agenzie, e solo due agli ospedali gestiti dal governo.

Questo numero è una misera quota degli aiuti che Israele è obbligato a fornire a Gaza in base all’accordo di cessate il fuoco – colpendo altri ambiti delle vite dei palestinesi.

La guerra genocidaria di Israele a Gaza continua incessante, con circa 600 violazioni del cessate il fuoco in due mesi.

Almeno 600 camion dovrebbero entrare ogni giorno nella Striscia di Gaza, ma ciò che entra è veramente poco”, ha detto Hind Khoudary di Al Jazeera, corrispondente da Gaza City.

Il gas per cucinare è solo il 16% del necessario; c’è carenza di rifugi, tende, teloni e tutto ciò che i palestinesi necessitano per ripararsi dalla pioggia. Vediamo palestinesi raccogliere legno, cartoni e qualunque cosa con cui possano accendere un fuoco”.

Le persone che hanno malattie croniche patiscono molto queste restrizioni.

Naif Musbah, di 68 anni, che vive nel campo profughi di Nuseirat, ha un tumore al colon e i farmaci di cui ha bisogno per curarsi non sono disponibili.

Ho bisogno di supporti e sacche per colostomia da poter collegare all’addome e del dispositivo che mi consenta di evacuare. Questi non sono disponibili e nemmeno i supporti e finiamo per insudiciarci. La situazione è estremamente difficile. Mancano anche garze, sacche di ghiaccio, cerotti, guanti o soluzioni disinfettanti – non c’è niente”, dice Musbah a Al Jazeera.

Non avendo modo di gestire la propria condizione, il malato palestinese dice di sentirsi come se la guerra gli avesse rubato la dignità.

Intanto i medici improvvisano con quel poco che è rimasto, mentre le famiglie dei pazienti vanno in cerca di semplici oggetti che rendano più agevole la vita dei propri cari – oggetti, dicono, che non dovrebbe essere così difficile trovare.

Durante la guerra genocidaria di Israele – che dura da più di due anni – quasi tutti gli ospedali e le strutture sanitarie di Gaza sono stati attaccati, con almeno 125 strutture danneggiate, inclusi 34 ospedali.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza più di 1.700 operatori sanitari, compresi medici, infermieri e paramedici, sono stati uccisi dagli attacchi israeliani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Cos’è la misteriosa organizzazione che porta i palestinesi di Gaza in Sud Africa?

Yashraj Sharma

16 novembre 2025 – Al Jazeera

Sono emersi dettagli sul controverso piano per far uscire i palestinesi da Gaza gestito da Al-Majd Europe

Giovedì mattina è atterrato in un aeroporto di Johannesburg, lasciando “esterrefatti” i funzionari sudafricani, un aereo charter che trasportava dalla martoriata Gaza 153 palestinesi, molti dei quali senza i documenti richiesti per il viaggio.

Dopo circa 12 ore di confusione, al gruppo, affidato alle cure di un’organizzazione benefica locale, è stato consentito di sbarcare.

Dall’organizzazione, che afferma sul suo sito in rete di organizzare “evacuazioni da zone di conflitto”, era stata richiesta ai passeggeri una considerevole somma di denaro.

Ecco tutto ciò che sappiamo finora del trasporto di questo gruppo e di chi c’è dietro Al-Majd Europe.

Cos’è successo in Sud Africa?

Secondo la polizia di frontiera sudafricana l’aereo pieno di persone è rimasto su una pista di atterraggio per circa 12 ore mentre le autorità sudafricane cercavano di capire perché non avessero timbri o ricevute di uscita quando hanno lasciato Gaza. Quando il servizio di immigrazione glielo ha chiesto non sapevano neppure dove sarebbero andati o quanto tempo pensavano di rimanere in Sud Africa.

Il governo ha consentito loro di lasciare l’aereo dopo che l’organizzazione benefica Gift of the Givers [Dono dei Donatori] ha offerto loro una sistemazione.

Fonti ufficiali hanno affermato che 23 palestinesi si sono diretti in altri Paesi, senza aggiungere ulteriori dettagli.

“Ci sono persone da Gaza che in qualche modo misterioso sono stati messi su un aereo che è passato da Nairobi ed è arrivato qui,” ha detto venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.

Cos’è la compagnia che li ha fatti volare in Sud Africa?

Dietro al volo c’è Al-Majd Europe, accusata di agire in coordinamento con le autorità israeliane.

Il giornale israeliano Haaretz ha informato domenica che l’organizzazione è guidata da un israeliano-estone di nome Tomer Janar Lind. Il quotidiano ha affermato che Lind ha lavorato con un’unità dell’esercito israeliano incaricata del trasferimento forzato di palestinesi da Gaza per agevolare vari voli simili. Questa unità, che si chiama Voluntary Emigration Bureau [Ufficio dell’Emigrazione Volontaria], è stato creato all’inizio del 2025 dal ministero della Difesa israeliano per mettere in atto una politica di espulsione dei palestinesi dalla loro terra.

Secondo l’articolo di Haaretz, Lind non nega di aver organizzato voli per i palestinesi, ma si rifiuta di fornire altre informazioni.

“Non è affatto un evento casuale,” afferma Oroub el-Abed, docente associata in migrazioni internazionali e studi sui rifugiati dell’università Birzeit di Ramallah.

“E’ parte integrante di un modello colonialista di lunga data, la sistematica spoliazione dei nativi palestinesi che è stata perpetrata dai sionisti israeliani che vogliono svuotare la terra del suo popolo nativo utilizzando molteplici strategie,” dice ad Al Jazeera.

Il sito web di Al-Majd Europe afferma che è stata fondata nel 2010 in Germania e nella sua pagina iniziale c’è una finestra a comparsa che mette in guardia da individui che affermano di essere suoi agenti, condividendo numeri di telefono di “rappresentanti legittimi”.

Ma il sito non ha indirizzi o numeri di telefono e fornisce solo una sede a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme est occupata. Tuttavia Al Jazeera non è stata in grado di trovarvi un ufficio.

Il dominio del sito web, almajdeurope.org, è stato registrato solo nel febbraio di quest’anno, mentre vari link sul sito non portano da nessuna parte. L’indirizzo mail, info@almajdeurope.org, risponde con un messaggio automatico in cui si afferma che esso non esiste.

Namecheap, che ha registrato il dominio, è stato citato in vari rapporti sulla sicurezza informatica riguardo a truffe in rete per via del suo basso costo e della facilità del processo di iscrizione.

Al Jazeera ha anche saputo che a molte persone è stato detto di pagare con bonifici su conti bancari di singole persone, non dell’organizzazione.

Al-Majd Europe fa quello che dice di fare?

Tra i link che funzionano c’è una pagina con quattro “storie di impatto”.

Un post riguardante “Mona”, una ventinovenne di Aleppo, Siria, è datato 22 marzo 2023, benché il sito sia stato registrato solo 10 mesi fa.

Il racconto, affidato alla voce di “Mona”, esprime gratitudine ad Al-Majd per aver portato lei e sua madre “in un posto sicuro” quando si sono sentite minacciate in Libano, dove erano scappate nel 2013.

Il modulo in rete dice: “Solo per gli abitanti di Gaza attualmente all’interno della Striscia di Gaza!”

“Volete viaggiare e iniziare una nuova vita? Siamo qui per aiutarvi!”

Come sono finite su quel volo le persone?

Dopo aver pagato ad Al-Majd da 1.400 a 2.000 dollari a testa, con lo stesso prezzo per minori che per adulti, le famiglie palestinesi, compresa una donna incinta, sono salite sull’aereo senza sapere quale fosse la loro destinazione finale.

Venerdì Loay Abu Saif, che era a bordo del volo con sua moglie e i figli, ha raccontato ad Al Jazeera di aver sentito parlare di Al-Majd attraverso una pubblicità su una rete sociale.

Saif ha detto di non sapere quando avrebbero lasciato Gaza fino al giorno prima, quando gli è stato detto che i passeggeri avrebbero potuto prendere solo una piccola borsa, un telefonino e un po’ di denaro.

Sono stati portati in autobus da Rafah, nel sud di Gaza, fino al valico di Karem Abu Salem (noto in Israele come Kerem Shalom), dove sono stati controllati e poi trasferiti all’aeroporto israeliano di Ramon senza che le autorità israeliane timbrassero i loro documenti di viaggio.

Un’altra persona intervistata da Al Jazeera che vuole rimanere anonima ha detto: “I …richiedenti devono (avere una) famiglia (giovane). (Poi) i nomi vengono inviati per un controllo di sicurezza. Una volta che è completato, se la famiglia è approvata, le viene chiesto di pagare,” ha affermato.

“C’è stato prima un coordinamento con l’esercito israeliano perché gli autobus entrassero a Rafah,” ha sostenuto. “La procedura è stata solo di routine.”

Il gruppo è partito da Ramon con un velivolo rumeno e prima di atterrare a Johannesburg ha fatto scalo a Nairobi, in Kenia.

Ci sono stati voli simili in precedenza?

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che c’è stato un volo simile il 27 maggio. Ha sostenuto che circa 57 palestinesi di Gaza sono saliti su autobus che li hanno portati all’aeroporto di Ramon attraverso il valico di Karem Abu Salem.

Secondo Haaretz il gruppo poi è salito su un volo charter rumeno di Fly Lili. L’aereo è arrivato a Budapest e da lì ha proseguito fino in Indonesia e Malaysia.

Il sito di Al-Majd sostiene anche di aver favorito il viaggio di “un gruppo di medici che lavorano in ospedali della Striscia di Gaza” che è andato in Indonesia “per ulteriori studi e formazione medica avanzata”. Tuttavia questo post è datato 28 aprile 2024.

Al Jazeera non può verificare in modo indipendente l’autenticità di questo post né la foto di gruppo che vi compare.

Il fondatore di Gift of the Givers, Imtiaz Sooliman, che ha sostenuto che Al-Majd è una delle “organizzazioni di facciata di Israele”, ha detto all’agenzia di stampa Associated Press [con sede negli USA, ndt.] che questo è stato il secondo aereo ad arrivare in Sud Africa.

Un altro volo è arrivato il 28 ottobre con più di 170 palestinesi a bordo, ma non è stato reso noto dalle autorità.

Cosa dicono i palestinesi?

L’ambasciata palestinese in Sud Africa ha affermato in un comunicato che il viaggio è stato organizzato da “un’associazione non registrata e ingannevole che sfrutta le tragiche condizioni umanitarie del nostro popolo a Gaza, ha ingannato famiglie, raccolto soldi da loro e agevolato il loro viaggio in modo irregolare e irresponsabile.”

Il ministero degli Affari Esteri dell’Autorità Palestinese ha avvertito i palestinesi, soprattutto quelli della Striscia di Gaza, riguardo a reti che cercano di portarli via dalle loro case in linea con gli interessi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Tutto è ammesso”: i crimini di guerra israeliani a Gaza raccontati in un documentario britannico

Simon Speakman Cordall

11 novembre 2025 – Aljazeera

Il nuovo film, che presenta testimonianze dirette di soldati israeliani a Gaza, rivela un campionario di abusi sistematici.

Nel corso di un nuovo documentario che presenta testimonianze di soldati israeliani impiegati a Gaza, dopo circa 30 minuti dall’inizio un soldato riflette sull’enclave dopo mesi di guerra israeliana: “Caldo terribile. Sabbia. Fetore. E cani che vagano in branco. Mangiano cadaveri… È orribile… È una specie di apocalisse zombie. Niente alberi. Niente cespugli. Niente strade. Non c’è nulla”.

Il documentario Breaking Ranks: Inside Israels War [Rompere i ranghi: nel cuore della guerra israeliana, ndt.], andato in onda lunedì [10 novembre, ndt.] sulla rete britannica ITV, presenta le testimonianze di soldati israeliani: alcuni parlano della vergogna provata per aver partecipato a ciò che riconoscono essere un genocidio, altri descrivono senza esitazioni la natura di quella guerra.

Sono compresi i dettagli di regole sull’apertura del fuoco quasi del tutto avulse da possibili giustificazioni, la distruzione totale di proprietà e case, l’uso sistematico di scudi umani, la guerra con i droni e le uccisioni indiscriminate legate a un sistema di aiuti militarizzato.

“La gente non ci pensa”, dice alla telecamera uno dei soldati, citato come Eli. “Perché se ci pensi, vorresti suicidarti.

“Quando ti prendi un momento per pensarci, ti viene voglia di urlare”, dice, con il volto oscurato per nascondere la sua identità.

Fuoco libero

Nei suoi due anni di guerra genocida a Gaza Israele ha ucciso più di 69.000 persone e ne ha ferite centinaia di migliaia. Le agenzie internazionali affermano che ci vorranno decenni prima che l’enclave si riprenda, se mai ci riuscirà.

L’intelligence israeliana sostiene che l’83% delle persone uccise a Gaza erano civili.

“‘Non ci sono civili a Gaza’, lo sentiamo dire continuamente”, riferisce Daniel, comandante di un’unità corazzata israeliana. Un’altra collaboratrice, il maggiore Neta Caspin, descrive una conversazione con il rabbino della sua brigata.

Racconta: “[Lui] si è seduto accanto a me e ha passato mezz’ora a spiegarmi perché dobbiamo comportarci come loro [Hamas] il 7 ottobre 2023. Che dobbiamo vendicarci di tutti loro, civili compresi… che questo è il solo modo”.

Il 7 ottobre 2023 Il braccio armato di Hamas ha condotto un attacco contro Israele, durante il quale sono morte 1.139 persone e circa 250 sono state fatte prigioniere.

Il capitano Yotam Vilk del Corpo Corazzato descrive la sospensione di tutte le regole sull’apertura del fuoco contro i civili – secondo le quali questi dovrebbero disporre dei mezzi, dell’intenzione e della capacità di rappresentare una minaccia per i soldati israeliani.

“Non esistono mezzi, intenzioni e capacità a Gaza”, spiega Vilk. “Basta un semplice sospetto che i civili si muovano dove non è permesso'”, dice, descrivendo l’ambiente sovraffollato e caotico di Gaza, dove i limiti precisi ai movimenti sono noti quasi esclusivamente alle truppe israeliane.

“Chiunque oltrepassi il limite viene automaticamente considerato un criminale e può essere ucciso”, aggiunge Vilk.

Zanzare

Durante la sua guerra Israele ha negato il crescente numero di accuse di crimini di guerra da parte di molteplici organismi, sostenendo di aver indagato su qualsiasi accusa credibile.

Tuttavia ad agosto un rapporto dell’organismo di monitoraggio britannico Action on Armed Violence (AOAV) [azione contro la violenza armata] ha rivelato che, delle poche indagini sulle accuse di crimini di guerra da parte degli investigatori militari, tra cui l’uccisione di 15 paramedici ad aprile, poche hanno portato a una risposta.

Rispondendo alle smentite israeliane di non aver utilizzato scudi umani, il comandante carrista Daniel ha chiarito che l’esercito “sta mentendo”.

“Si chiama ‘protocollo zanzara'”, dice riferendosi alla pratica di routine di catturare civili palestinesi, agganciare loro un iPhone e usarli per esplorare a distanza presunti centri di Hamas.

“Ogni compagnia ha la sua ‘zanzara'”, aggiunge, alludendo ai palestinesi catturati come insetti. “Si tratta di tre palestinesi per battaglione, da nove a dodici per brigata, poi decine, se non centinaia, per divisione”.

Daniel ricorda che alcuni soldati della sua unità avevano deciso di rilasciare due adolescenti catturati come scudi umani, preoccupati di incorrere in una violazione del diritto internazionale, e aggiunge che allora un alto ufficiale aveva affermato: “I soldati non hanno bisogno di conoscere il diritto internazionale, ma solo lo ‘spirito [militare israeliano]“.

Distruzione

Secondo l’ONU durante i suoi due anni di guerra a Gaza Israele ha distrutto o danneggiato il 92% del patrimonio abitativo e sfollato più volte almeno 1,9 milioni di persone.

Tutte le istituzioni che compongono una società, dalle università agli ospedali, sono state prese di mira e distrutte. I video caricati sui social media dai soldati israeliani mostrano un’orgia di violenza, con case e beni palestinesi saccheggiati ed esposti al ridicolo dai soldati.

“Senti che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e che puoi fare qualsiasi cosa”, ha detto un militare di leva che ha dichiarato di chiamarsi solo “Yaakov”. “Non per vendetta, ma semplicemente perché puoi”.

Altri partecipanti hanno raccontato di aver bruciato regolarmente le case palestinesi o di aver esultato davanti alle demolizioni.

Parlando dall’insediamento illegale israeliano di Beit El, nella Cisgiordania occupata, il giudice rabbinico Avraham Zarbiv, oggetto di una denuncia per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale, si è vantato di aver guidato un bulldozer per distruggere case e beni della gente durante la sua permanenza a Gaza.

“Pubblico molti video”, dice, prima di passare a uno in cui lo si vede alla guida di un bulldozer, mentre distrugge case in palese violazione del diritto internazionale.

“Fino alla fine, fino alla vittoria, fino all’insediamento coloniale. Non ci arrenderemo finché questo villaggio non sarà spazzato via”, dice nel video, spiegando alla telecamera come il suo filmato “sollevi il morale dei soldati”.

Proseguendo, Zarbiv si è attribuito il merito di aver introdotto la tattica di distruggere intere case, ormai diventata comune.

“Abbiamo cambiato il comportamento di un intero esercito”, si vanta. “Rafah è stata rasa al suolo. Jabalia è stata rasa al suolo. Beit Hanoon è stata rasa al suolo. Shujayea è stata rasa al suolo. E Khan Younis è stata rasa al suolo.”

Vergogna

Un altro soldato ha descritto lesperienza di restare seduto in uno scantinato, mezzo svestito, e uccidere palestinesi a distanza tramite un drone, incoraggiato da media e da unopinione pubblica che, come ha detto Yaakov, sergente di plotone e presente nel film, non sapevano né volevano sapere cosa stesse accadendo a Gaza.

Qualsiasi vita che non fosse israeliana contava poco, dice Eli, mentre Yaakov descrive come, da un’altra parte, i soldati del programma di aiuti privato israelo-americano, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), “aprissero il fuoco, anche senza vedere una minaccia concreta”.

Alcuni dei partecipanti hanno riconosciuto di aver preso parte a un genocidio; altri hanno ammesso di aver causato sofferenze.

“Tutte le moschee, quasi tutti gli ospedali, quasi tutte le università, ogni istituzione culturale è stata distrutta”, ha detto Yaakov rivolgendosi alla telecamera.

Avete distrutto una società. Non è necessario ucciderli uno a uno per distruggere ogni traccia della società che c’era prima.

“Spero di poter trovare un modo per vivere senza provare vergogna qualsiasi cosa faccia.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quante volte Israele ha violato il cessate il fuoco a Gaza? Ecco i numeri.

AJLabs

11 novembre 2025 – Al Jazeera

Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, un mese fa, gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 242 palestinesi e ne hanno feriti 622.

A un mese dalla dichiarazione del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza Israele ha violato l’accordo con attacchi quasi quotidiani uccidendo centinaia di persone.

Dal 10 ottobre al 10 novembre l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza afferma che Israele ha violato l’accordo di cessate il fuoco almeno 282 volte con la prosecuzione di attacchi aerei, di artiglieria e sparatorie dirette.

L’ufficio ha affermato che Israele ha sparato contro i civili 88 volte, ha fatto irruzione in aree residenziali oltre la “linea gialla” 12 volte, ha bombardato Gaza 124 volte e ha demolito proprietà private in 52 occasioni. Ha aggiunto che Israele nell’ultimo mese ha anche arrestato 23 palestinesi di Gaza.

Israele ha inoltre continuato a bloccare gli aiuti umanitari vitali e a distruggere case e infrastrutture in tutta la Striscia.

Al Jazeera monitora le violazioni del cessate il fuoco fino ad oggi/fin dal loro inizio.

Quali sono i termini del cessate il fuoco?

Il 29 settembre gli Stati Uniti hanno presentato una proposta in 20 punti, senza alcun contributo palestinese, per porre fine alla guerra di Israele a Gaza, liberare i prigionieri rimasti nell’enclave, consentire il pieno ingresso degli aiuti umanitari nel territorio assediato e delineare un ritiro delle forze israeliane in tre fasi.

Alcune delle principali condizioni della prima fase, attualmente in corso, includono:

La fine delle ostilità a Gaza da parte di Israele e Hamas

La revoca del blocco di tutti gli aiuti a Gaza da parte di Israele e la cessazione delle sue interferenze nella distribuzione degli aiuti

Il rilascio di tutti i prigionieri detenuti a Gaza, vivi o morti, da Hamas

Il rilascio di circa 2.000 prigionieri palestinesi e persone scomparse dalle carceri israeliane

Il ritiro delle forze israeliane sulla “linea gialla”

A seguito della mediazione di partner come Egitto, Qatar e Turchia i rappresentanti di circa 30 paesi si sono riuniti il ​​13 ottobre per una cerimonia, guidata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di firma dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza.

Tuttavia si notava l’assenza di Israele e Hamas e ciò sollevava dubbi sulla capacità del vertice di ottenere progressi tangibili verso la fine della guerra e la risoluzione delle questioni fondamentali dell’occupazione israeliana e dell’assedio di Gaza durato 18 anni. Israele si è impegnato a non consentire la nascita di uno Stato palestinese e gli Stati Uniti hanno continuato a trasferire armi su larga scala e a fornire sostegno diplomatico a Israele durante la sua guerra genocida contro Gaza, pur rilasciando solo vaghe dichiarazioni sul futuro di Gaza.

Israele attacca Gaza quasi ogni giorno

Secondo un’analisi di Al Jazeera Israele ha attaccato Gaza in 25 degli ultimi 31 giorni di cessate il fuoco, il che significa che sono solo sei i giorni in cui non sono stati segnalati attacchi violenti, morti o feriti.

Nonostante i continui attacchi gli Stati Uniti insistono sul fatto che il “cessate il fuoco” sta ancora tenendo.

Israele continua a uccidere palestinesi

Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute palestinese dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a mezzogiorno del 10 ottobre Israele ha ucciso almeno 242 palestinesi e ne ha feriti 622.

Il 19 e il 29 ottobre – due dei giorni più sanguinosi dall’ultimo cessate il fuoco – Israele ha ucciso un totale di 154 persone.

Il 19 ottobre, accusando Hamas di aver violato il cessate il fuoco in seguito all’uccisione di due soldati israeliani a Rafah, le forze israeliane hanno ucciso 45 persone in una massiccia ondata di raid aerei su tutta la Striscia di Gaza.

Il braccio armato di Hamas, le Brigate Qassam, ha sottolineato che Israele controlla l’area di Rafah e di non aver avuto contatti con alcun combattente palestinese in quella zona.

Il 29 ottobre Israele ha ucciso 109 persone, tra cui 52 bambini, dopo uno scontro a fuoco a Rafah in cui è rimasto ucciso un soldato israeliano.

Israele ha anche affermato che un corpo trasferito da Gaza da Hamas tramite la Croce Rossa non apparteneva a uno dei prigionieri che avrebbero dovuto essere restituiti in base al cessate il fuoco.

“Gli israeliani hanno reagito, e dovevano farlo”, ha detto Trump ai giornalisti, definendo gli attacchi israeliani una “rappresaglia” per la morte del soldato.

Ecco gli ultimi dati del Ministero della Salute palestinese a Gaza che tracciano le vittime dal 7 ottobre 2023 al 10 novembre 2025:

Uccisi confermati: almeno 69.179 persone, inclusi 20.179 bambini.

Feriti: almeno 170.693 persone.

Israele continua a soffocare gli aiuti

Il cessate il fuoco prevedeva che “tutti gli aiuti sarebbero stati immediatamente inviati nella Striscia di Gaza”. Tuttavia, la realtà sul campo rimane molto diversa.

Secondo il Programma Alimentare Mondiale (WFP) solo la metà degli aiuti alimentari richiesti sta attualmente raggiungendo Gaza, mentre una coalizione di agenzie umanitarie palestinesi afferma che le consegne totali di aiuti ammontano a solo un quarto di quanto concordato nell’ambito del cessate il fuoco.

Dal 10 ottobre al 9 novembre solo 3.451 camion hanno raggiunto le destinazioni previste all’interno di Gaza, secondo la commissione delle Nazioni Unite di controllo e tracciamento UN2720 che monitora gli aiuti umanitari a Gaza.

Secondo gli autisti dei camion le consegne di aiuti stanno subendo ritardi significativi a causa delle ispezioni israeliane che richiedono molto più tempo del previsto.

Secondo l’Ufficio Stampa del Governo al 6 novembre solo 4.453 camion erano entrati a Gaza dall’inizio del cessate il fuoco su un totale previsto di 15.600.

Ciò costituisce una media di circa 171 camion al giorno, ben al di sotto dei 600 camion al giorno previsti.

Tuttavia la Casa Bianca afferma che quasi 15.000 camion carichi di merci commerciali e aiuti umanitari sono entrati a Gaza dal 10 ottobre, una cifra fortemente contestata dai palestinesi e dalle organizzazioni umanitarie.

Inoltre Israele ha bloccato più di 350 prodotti alimentari fondamentali per la nutrizione, tra cui carne, latticini e verdure essenziali per una dieta equilibrata. Sono stati invece consentiti alimenti non di base, come snack, cioccolato, patatine e bibite analcoliche.

Hamas ha rilasciato i prigionieri che avrebbe dovuto restituire?

Il 13 ottobre, in base all’accordo di cessate il fuoco, Hamas ha rilasciato tutti i 20 prigionieri israeliani ancora in vita in cambio di 250 palestinesi che scontano lunghe pene detentive e di 1.700 palestinesi scomparsi da Israele dal 7 ottobre 2023.

Come parte dell’accordo, Hamas dovrebbe anche restituire i corpi di 28 prigionieri israeliani in cambio di 360 corpi palestinesi detenuti da Israele.

Al 10 novembre Hamas aveva restituito i corpi di 24 prigionieri israeliani, mentre quattro rimanevano a Gaza. Il l’organizzazione ha affermato di aver bisogno di mezzi di scavo pesanti per recuperare i corpi rimanenti sepolti sotto le macerie dei bombardamenti israeliani.

Israele ha finora restituito 300 corpi palestinesi, molti dei quali mutilati e con segni di tortura. Molti rimangono non identificati.

Cosa dice il diritto internazionale sui cessate il fuoco?

Secondo il Lieber Institute un cessate il fuoco è concepito per interrompere i combattimenti attivi, o “congelare un conflitto sul posto”, ma per quanto concerne il diritto internazionale può presentare aspetti ambigui.

La sospensione delle ostilità è meglio intesa come cessazione delle operazioni militari ostili attive.

La ripresa delle ostilità violerebbe gli accordi politici, ma potrebbe non costituire una violazione del diritto internazionale, a meno che il cessate il fuoco non faccia parte di un trattato vincolante o di una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’esercito israeliano e i coloni hanno colpito 2.350 volte in Cisgiordania il mese scorso: rapporto

Redazione di AJ

5 novembre 2025 – Al Jazeera

Il “ciclo del terrore” aumenta mentre l’Alto Consiglio di pianificazione si prepara a promuovere i progetti per costruire 1.985 nuove unità insediative nella Cisgiordania occupata.

Secondo la Commissione sulla Colonizzazione e la Resistenza al Muro (CRRC) dell’Autorità Nazionale Palestinese il mese scorso le forze armate e i coloni israeliani hanno effettuato 2.350 attacchi nella Cisgiordania occupata in un “ciclo di terrore senza fine”.

Il capo della CRRC, Mu’ayyad Sha’ban, ha dichiarato mercoledì che le forze israeliane hanno effettuato 1.584 attacchi fisici diretti, demolizioni di case e sradicamento di ulivi, e la maggior parte delle violenze si è concentrata nei governatorati di Ramallah (542), Nablus (412) ed Hebron (401).

La ricerca, edita in un rapporto mensile del CRRC intitolato “Violazioni dell’occupazione e misure di espansione coloniale”, ha rilevato anche 766 attacchi da parte dei coloni. La commissione ha affermato che stanno espandendo gli insediamenti, illegali secondo il diritto internazionale, nell’ambito di quella che ha definito una “strategia organizzata che mira a espellere la popolazione indigena del territorio e a imporre un regime coloniale pienamente razzista”.

Il rapporto afferma che gli attacchi dei coloni hanno raggiunto un nuovo picco, per la maggior parte nel governatorato di Ramallah (195), a Nablus (179) e a Hebron (126). Secondo il rapporto i raccoglitori di olive, definiti vittime di un “terrore di stato” orchestrato “nelle segrete stanze del governo di occupazione”, sono stati i più colpiti.

Si riportano casi di “vandalismo e furto” da parte di israeliani, perpetrati in combutta con i soldati israeliani, che hanno visto lo “sradicamento, la distruzione e l’avvelenamento” di 1.200 ulivi a Hebron, Ramallah, Tubas, Qalqilya, Nablus e Betlemme. Da ottobre i coloni durante le violenze hanno cercato di fondare sette nuovi avamposti su territorio palestinese nei governatorati di Hebron e Nablus.

Nell’ambito degli sforzi dei successivi governi israeliani per impadronirsi delle terre palestinesi ed espellere con la forza gli abitanti per decenni l’esercito israeliano ha sradicato ulivi, un importante simbolo culturale palestinese, in tutta la Cisgiordania.

L’impennata della violenza israeliana si verifica mentre si prevede che l’Alto Consiglio di Pianificazione (HPC) di Israele, parte dell’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano che sovrintende alla Cisgiordania occupata, si riunirà mercoledì per discutere la costruzione di 1.985 nuove unità di insediamento in Cisgiordania.

Il movimento israeliano di sinistra Peace Now sostiene che 1.288 unità saranno dislocate in due insediamenti isolati nella Cisgiordania settentrionale, ovvero Avnei Hefetz ed Einav Plan.

Afferma che a partire da novembre dell’anno scorso l’HPC ha tenuto riunioni settimanali per promuovere progetti abitativi nelle colonie, normalizzando e accelerando così le costruzioni sui terreni sottratti ai palestinesi.

Secondo Peace Now dall’inizio del 2025 l’HPC ha promosso la costruzione di un numero record di 28.195 unità abitative

Ad agosto il ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich ha suscitato la condanna internazionale dopo aver affermato che i piani per costruire migliaia di case nell’ambito del progetto di insediamento E1 in Cisgiordania “seppelliscono l’idea di uno Stato palestinese”.

Il progetto E1, accantonato per anni a causa dell’opposizione degli Stati Uniti e degli alleati europei, collegherebbe Gerusalemme Est occupata con l’attuale insediamento illegale israeliano di Maale Adumim.

La spinta dell’estrema destra israeliana ad annettere la Cisgiordania porrebbe sostanzialmente fine alla possibilità di attuare una soluzione a due stati per il conflitto israelo-palestinese, come delineato in numerose risoluzioni delle Nazioni Unite.

L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stata chiara sul fatto che non permetterà a Israele di annettere i territori occupati. Durante una recente visita in Israele il vicepresidente statunitense J.D. Vance ha affermato che Trump si sarebbe opposto all’annessione israeliana della Cisgiordania e che questa non sarebbe mai avvenuta. Lasciando Israele Vance ha dichiarato: “Se si è trattato di una trovata politica, è molto stupida, e personalmente la considero un insulto”.

Ma, mentre strombazzano i loro sforzi per un cessate il fuoco a Gaza, gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per frenare gli attacchi e la repressione di Israele contro i palestinesi in Cisgiordania.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Siamo sopravvissuti alla guerra, forse non sopravviveremo al cessate il fuoco

Sara Awad

25 ottobre 2025 Al Jazeera

Anche se è in corso un cessate il fuoco, ogni giorno Israele continua a uccidere palestinesi a Gaza

Domenica scorsa sono uscita dalla tenda della mia famiglia ad az-Zawayda, nella Striscia di Gaza centrale, e mi sono diretta al vicino Twix Cafe, uno spazio di coworking per freelance e studenti. Erano passati dieci giorni dall’annuncio del “cessate il fuoco” e ho pensato che finalmente fosse sicuro uscire. Avventurarmi fuori avrebbe dovuto essere un passo verso la riconquista di una piccola parte della mia vecchia vita.

Io e mio fratello eravamo quasi arrivati ​​al caffè quando abbiamo sentito un suono molto familiare: il rombo di un’esplosione. Un drone israeliano aveva colpito l’ingresso del Twix Cafe.

Mi sono bloccata. Ho pensato: ci siamo, è il mio turno. Non sopravviverò a questa guerra.

Tre persone sono state uccise e molte altre sono rimaste ferite. Se io e mio fratello avessimo lasciato la tenda di famiglia qualche minuto prima anche noi avremmo potuto essere tra le vittime.

Mentre la notizia si diffondeva la mia famiglia è andata nel panico, chiamandoci ripetutamente. Il segnale era debole e nonostante i loro tentativi non riuscivano a contattarci. Siamo riusciti a consolare la mamma solo quando siamo tornati alla tenda.

Mi sono chiesta: che specie di “cessate il fuoco” è questo? Ho provato più rabbia che paura.

Quando l’accordo di cessate il fuoco è entrato in vigore e i leader stranieri ci hanno detto che la guerra era finita, molti di noi hanno osato sperare. Pensavamo che le esplosioni sarebbero finalmente cessate, che avremmo potuto iniziare senza paura a ricostruire le nostre vite distrutte.

Ma non c’è questa speranza sotto l’occupazione israeliana. La violenza non finisce mai davvero. Quel giorno, quando l’esercito israeliano ha bombardato il Twix Cafe, ha bombardato anche decine di altri luoghi in tutta la Striscia di Gaza, uccidendo almeno 45 persone e ferendone molte altre.

È stato il giorno più letale dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Non è passato giorno senza vittime; Israele continua a uccidere ogni giorno. Ad oggi più di 100 palestinesi sono stati assassinati da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco.

Tra loro c’erano 11 membri della famiglia Abu Shaaban. Il massacro è avvenuto il 18 ottobre, il giorno prima del bombardamento più massiccio. Gli Abu Shaaban stavano cercando di tornare a casa loro, nel quartiere Zeitoun di Gaza City, a bordo di un veicolo. Una bomba israeliana ha ucciso quattro adulti: Sufian, Samar, Ihab e Randa e sette bambini: Karam, 10 anni, Anas, 8, Nesma, 12, Nasser, 13, Jumana, 10, Ibrahim, 6, e Mohammed, 5.

Domenica, con l’inizio dei bombardamenti di massa, panico e insicurezza si sono diffusi in tutta la Striscia. Mentre le esplosioni continuavano, la gente si è precipitata nei mercati per procurarsi tutto il cibo che poteva permettersi, preparandosi alla guerra e di nuovo alla fame.

È stato straziante vedere come, tra le bombe, la mente delle persone si concentrasse automaticamente sul cibo. Sembra che abbiamo perso per sempre la sensazione di sicurezza, di sapere che domani avremo del cibo in tavola.

E sì, siamo ancora costretti ad acquistare il nostro cibo perché Israele non solo viola il “cessate il fuoco” bombardandoci, ma anche trattiene gli aiuti che ha sottoscritto avrebbe permesso. Almeno 600 camion di aiuti avrebbero dovuto entrare a Gaza al giorno. Secondo il Gaza Media Office, solo 986 camion di aiuti sono entrati a Gaza dall’entrata in vigore del cessate il fuoco l’11 ottobre, appena il 15% di quanto promesso. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha visto autorizzati a entrare solo 530 dei suoi camion. L’UNRWA ne ha 6.000 in attesa di entrare; nessuno è stato autorizzato.

Ieri il portavoce del WFP ha affermato che nessun grande convoglio di aiuti è entrato a Gaza City; Israele non ha ancora concesso all’agenzia il permesso di utilizzare Salah al-Din Street. La politica israeliana di affamare il nord di Gaza è ancora in atto.

Il valico di frontiera di Rafah con l’Egitto – il nostro unico sbocco verso il resto del mondo – rimane chiuso. Non sappiamo quando riaprirà, quando alle migliaia di feriti sarà consentito di attraversare il confine per ricevere cure mediche urgenti, quando gli studenti potranno partire per continuare gli studi, quando le famiglie divise dalla guerra saranno riunite, quando coloro che amano Gaza – coloro che hanno aspettato così a lungo per tornare a casa – potranno finalmente tornare.

È ormai chiaro che Israele sta trattando questo “cessate il fuoco” come un interruttore, da accendere e spegnere a suo piacimento. Domenica siamo tornati ai bombardamenti massicci, lunedì è stato di nuovo un “cessate il fuoco”. Come se nulla fosse accaduto, come se 45 persone non fossero state massacrate, come se nessuna casa fosse stata distrutta e nessuna famiglia fosse stata dilaniata. È devastante vedere le nostre vite trattate come se non contassero nulla. È straziante sapere che Israele può riprendere gli omicidi di massa quando vuole, senza preavviso, senza giustificazioni.

Questo cessate il fuoco non è altro che una pausa in quella che ora crediamo sarà una guerra senza fine – un momento di silenzio che può finire in qualsiasi momento. Rimarremo in balia di un occupante omicida finché il mondo non riconoscerà finalmente il nostro diritto alla vita e non agirà concretamente per garantirlo. Fino ad allora, rimarremo numeri nei titoli dei giornali sull’infinita furia omicida di Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera

Sara Awad è una studentessa di letteratura inglese, scrittrice e narratrice che vive a Gaza. Catturando con passione esperienze umane e problematiche sociali, Sara usa le parole per far luce su storie spesso inascoltate. Il suo lavoro esplora temi di resilienza, identità e speranza in tempo di guerra.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un padre palestinese trova una bomba israeliana inesplosa sotto la tenda della famiglia a Gaza

Faisal Ali

25 ottobre 2025-Al Jazeera

Israele ha dispiegato robot esplosivi telecomandati in tutta Gaza, causando numerose vittime civili palestinesi e distruzioni diffuse.

Un palestinese tornato nel suo quartiere di Gaza, distrutto dai bombardamenti israeliani, ha trovato un ordigno israeliano inesploso tra le macerie dove ha dovuto allestire un rifugio temporaneo. Le famiglie hanno iniziato a fare ritorno nella città meridionale di Khan Younis dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre, insieme alle oltre 435.000 persone che hanno fatto ritorno nella direzione opposta, verso le zone settentrionali, dai campi profughi più a sud.

Molti hanno trovato quartieri rasi al suolo, lamiere aggrovigliate e persino armi pericolose dove un tempo sorgevano edifici residenziali e case. Senza un posto dove stabilirsi e con ampie zone di Gaza ancora occupate dall’esercito israeliano, Ayman Qadourah ha dovuto piantare la tenda della sua famiglia sopra un imponente mezzo militare, noto localmente come “robot esplosivo”, che trasportava potenti bombe utilizzate per radere al suolo interi isolati.

I robot esplosivi telecomandati sono stati dispiegati da Israele nelle aree urbane di Gaza causando danni ingenti alle infrastrutture. Qadourah è tornato a casa sua a Khan Younis un mese fa. La casa del suo vicino conteneva un altro ordigno esplosivo, ha detto. Un missile F-16 aveva scavato un cratere profondo tre metri tra le due proprietà, mentre altri due avevano colpito il retro della sua casa.

“Ordigni inesplosi come quello rappresentano un grave pericolo”, ha dichiarato ad Al Jazeera. “Ad esempio, se si avvicina un liquido infiammabile si leveranno fiamme enormi fino al cielo”. Qadourah teme che, se uno degli esplosivi dovesse esplodere, potrebbe distruggere un intero quartiere. Per ridurre il rischio ricopre regolarmente i dispositivi con la sabbia.

All’inizio di settembre l’ufficio stampa governativo di Gaza ha riferito che Israele aveva fatto esplodere più di 100 robot carichi di esplosivo nelle ultime tre settimane di agosto. L’analisi delle immagini satellitari del Centro Satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT) ha rilevato che nel governatorato di Khan Younis sono stati colpiti più di 42.000 edifici, di cui almeno 19.000 nella città stessa, la seconda più popolosa della Striscia di Gaza. In tutta la Striscia di Gaza, secondo le valutazioni delle Nazioni Unite, sono state danneggiate più di 227.000 unità abitative, lasciando centinaia di migliaia di persone senza un posto dove tornare a vivere.

Luke David Irving, a capo del Servizio delle Nazioni Unite di Azione contro le Mine nei Territori Palestinesi Occupati, descrive la minaccia rappresentata dagli ordigni esplosivi a Gaza come “incredibilmente elevata”. La sua agenzia ha identificato almeno 560 ordigni di questo tipo nelle aree che è riuscita a raggiungere, sebbene la reale portata rimanga sconosciuta. Dall’ottobre 2023, 328 persone sono state uccise o ferite da ordigni inesplosi, secondo i rapporti ricevuti dalle Nazioni Unite, anche se si ritiene che il bilancio delle vittime sia più alto.

I figli di Qadourah ora indossano abiti che ha recuperato da sotto le macerie. Gli indumenti hanno causato gravi infezioni cutanee, tra cui eruzioni e ascessi. “Nonostante tutto siamo costretti a vivere qui, semplicemente perché non ci sono alternative. Al momento non c’è nessun posto dove andare”, ha detto. “Non c’è più un centimetro di spazio”, ha aggiunto, riferendosi alle condizioni di sovraffollamento del campo di al-Mawasi a sud. I palestinesi rimasti nel sud “non si muoveranno finché non si troverà una soluzione definitiva” al problema degli alloggi, ha aggiunto Qadourah.

Dopo il cessate il fuoco le agenzie umanitarie hanno intensificato le consegne di aiuti distribuendo cibo, tende, prodotti igienici e carburante, ma Israele continua a limitare pesantemente il flusso di aiuti e l’obiettivo di far arrivare 600 camion al giorno nell’enclave devastata e disperata è attualmente ben lungi dall’essere una realtà.

(traduzione dall’ Inglese di Giuseppe Ponsetti)