I bambini traumatizzati di Gaza hanno urgente bisogno della speranza offerta dall’istruzione

Nada Hamdona, scrittrice e insegnante di Gaza.

19 ottobre 2025 – Al Jazeera

Ripristinare il sistema educativo a Gaza è urgente quanto l’assistenza umanitaria. Può aiutare i bambini a iniziare a riprendersi dal trauma.

Quando è stato annunciato il cessate il fuoco a Gaza ho provato una serie di emozioni contrastanti. Ero felice che le bombe fossero finalmente cessate, ma anche preoccupata che potessero riprendere in qualsiasi momento. Ero ottimista sul fatto che potessimo tornare alla vita normale, ma anche preoccupata che questa potesse essere di nuovo di breve durata.

In quanto insegnante di inglese spero che l’istruzione venga ripristinata il prima possibile. L’istruzione è l’unico mezzo per restituire la speranza e aiutare i bambini a iniziare a superare il trauma di due anni di genocidio. Può dare un senso di normalità e uno scopo. Ecco come dovrebbe essere.

Prima dell’inizio del genocidio, insegnavo inglese agli alunni delle scuole elementari e medie presso un centro educativo e una scuola pubblica femminile a Gaza City. La scuola fu distrutta nelle prime settimane di guerra, il centro educativo fu gravemente danneggiato.

Io e la mia famiglia fummo costretti a fuggire da casa. Pochi mesi dopo, iniziai a insegnare in una tenda; si trattava di un’iniziativa locale gestita da volontari. Nella tenda non c’erano banchi: i miei studenti, di età compresa tra i sei e i dodici anni, sedevano per terra. Le condizioni di insegnamento erano difficili, ma ero determinata ad aiutare i bambini a proseguire la loro istruzione.

Alla fine di dicembre 2024 penne, libri e quaderni iniziarono a scomparire del tutto da negozi e mercati. Quando lo si trovava, un quaderno costava dai 20 ai 30 shekel (dai 5 agli 8 euro). Era fuori dalla portata della maggior parte delle famiglie. Quando la carenza di carta, libri e penne divenne palpabile, alcuni dei miei alunni iniziarono ad arrivare in classe senza nulla su cui scrivere; altri raccoglievano ritagli di carta dalle macerie delle case e arrivavano in classe con quelli, altri ancora scrivevano a minuscole lettere sul retro di vecchi fogli di carta conservati dalle loro famiglie. Data la scarsità di penne, spesso diversi bambini dovevano condividerne una sola.

Dato che scrivere e leggere, il fondamento dell’educazione, era diventato così difficile, noi educatori abbiamo dovuto escogitare strategie didattiche alternative. Facevamo recitazioni di gruppo, narrazioni orali e canzoni.

Nonostante la mancanza di materiale, i bambini avevano una straordinaria volontà di continuare a imparare. Vederli lottare con vecchi ritagli di carta mi riempiva di ammirazione e angoscia: ero orgogliosa della loro volontà di apprendere nonostante tutto e la loro perseveranza mi motivava.

Avevo un quaderno speciale che mia nonna mi aveva regalato anni prima, che usavo come diario. Ci scrivevo i miei sogni e i miei segreti. Dopo la guerra ho riempito le pagine di storie di esplosioni di bombe, famiglie senza casa che dormivano per strada, fame mai provata prima e sofferenza per la mancanza anche dei beni di prima necessità.

Un giorno di scuola ad agosto, quando la maggior parte dei miei studenti si è presentata senza carta, ho capito cosa dovevo fare. Ho preso il mio quaderno e ho iniziato a strapparne le pagine, una a una, per darle ai miei alunni.

Con così tanti bambini, le pagine del mio quaderno si sono esaurite in un solo giorno. I miei alunni hanno dovuto quindi tornare ai pezzi di carta o di cartone.

La tregua potrebbe aver posto fine alle bombe, ma i miei studenti sono ancora senza carta e penna. Gli aiuti umanitari hanno ricominciato ad arrivare a Gaza. Stanno arrivando cibo, medicine e materiali per costruirsi dei precari rifugi. Sono tutti elementi essenziali. Ma abbiamo anche urgente bisogno di materiale scolastico e di supporto per rimettere in carreggiata il sistema educativo per i 600.000 scolari di Gaza.

Libri, penne e carta non sono solo materiale scolastico. Sono un’ancora di salvezza che può aiutare i bambini di Gaza a trionfare sulla guerra, sulla distruzione e sulle immense perdite. Sono strumenti essenziali che possono sostenere la loro perseveranza e la loro forza di volontà di vivere, imparare e vedere un futuro migliore.

Con l’aiuto dell’istruzione i bambini possono riprendersi dal trauma della guerra e riacquistare un senso di sicurezza. L’apprendimento restituisce loro una struttura, la sicurezza in sé stessi e la speranza di un futuro migliore necessarie sia per la guarigione della comunità che per la riabilitazione psicologica.

Dobbiamo dare ai bambini che hanno perso due anni di istruzione l’opportunità di scrivere, imparare e sognare di nuovo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gli italiani ci hanno regalato un sorriso a Gaza

Eman Abu Zayed

Scrittrice palestinese di Gaza

28 settembre 2025 – Al Jazeera

 

Lunedì scorso ero per strada a Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza, cercando di prendere la linea internet, qualcosa che è diventato quasi impossibile a Gaza. La nostra casa era stata appena bombardata per la terza volta nel corso della guerra ed eravamo stati costretti a fuggire per la decima volta. Avevo di nuovo perso tutto.

Il mio cuore era pieno di angoscia e tutto intorno a me mi ricordava la perdita che ci aveva colpiti.

Quando finalmente sono riuscita a connettermi il mio telefono è stato inondato da video, foto e messaggi audio dall’Italia. Ho visto masse di gente in marcia nelle strade, sventolando bandiere palestinesi e inneggiando insieme per la nostra libertà. Ho visto piazze piene di striscioni con la scritta “Fermare la guerra” e “Palestina libera” e volti che mostravano un misto di rabbia e speranza. Cercavano di mandarci un messaggio: vi ascoltiamo, siamo con voi.

Ho provato un’immensa gioia.

Era la prima volta che vedevo manifestazioni pro Palestina di questa grandezza ed impatto. I sindacati di base italiani avevano convocato uno sciopero di 24 ore e gli italiani hanno risposto in massa. In più di 70 città italiane le persone sono scese in piazza per dimostrarci che si preoccupano per Gaza, che sostengono la nostra causa, che vogliono una fine immediata del genocidio.

Non si trattava di una nazione musulmana o a maggioranza araba: si trattava di un Paese occidentale, il cui governo rifiuta di riconoscere uno Stato palestinese e continua a sostenere Israele. Eppure il popolo italiano ha marciato per noi per esprimere la sua solidarietà.

Questa mobilitazione dimostra che la solidarietà per i palestinesi non si limita a chi ci è vicino per lo stesso retroterra culturale, ma si estende alle persone di tutto il mondo, anche in luoghi dove le elite politiche continuano a sostenere Israele.

A Gaza queste immagini della solidarietà italiana si diffondono di telefono in telefono, portando un raggio di speranza tra le macerie, la fame e le bombe. La gente ha trasmesso questi video sulle chat, guardando con stupore le masse italiane. Queste immagini e questi video hanno dipinto un raro sorriso su tanti volti palestinesi. Si è insinuata la sensazione che non siamo completamente abbandonati, che il mondo esterno si sta mobilitando per fermare la guerra.

Durante la scorsa settimana ho anche seguito da vicino la Sumud Flotilla che si stava dirigendo verso Gaza. Il governo italiano ha fatto enormi pressioni sulla delegazione di 50 cittadini italiani perché desistessero. La maggioranza di loro ha rifiutato e ora sono a bordo di diverse navi che si dirigono verso di noi.

Sono anche stata in grado di comunicare con alcuni giornalisti a bordo della nave, che mi hanno detto parole piene di incoraggiamento e speranza, assicurandoci che non siamo soli e che c’è chi continua a lottare per noi, nonostante le distanze e i rischi.

Le manifestazioni e la flotilla non sono state il solo raggio di speranza che mi ha raggiunta dall’Italia. A giugno, dopo aver letto alcuni miei articoli, due italiani, Pietro e Sara, e Fadi, un palestinese che vive in Italia, mi hanno aiutata.

Il loro sostegno non si è limitato alle parole, è stato tangibile. Mi hanno aiutata a diffondere i miei scritti in modo che raggiungessero più persone. Inoltre mi hanno costantemente seguita, chiedendomi di me e della mia famiglia e inviandomi messaggi di speranza e incoraggiamento.

Ad agosto con l’aiuto dei miei amici sono riuscita a pubblicare la mia storia personale sul quotidiano italiano Il Manifesto, condividendo la nostra sofferenza e resilienza con migliaia di lettori.

Prima della guerra non conoscevo molto dell’Italia. Sapevo che è un bel Paese con una storia interessante e una popolazione amichevole. Ma non mi sarei mai aspettata di vedere gli italiani mobilitarsi per la Palestina, scendendo in piazza in tantissimi per sostenerci.

Oggi provo ammirazione e stima per gli italiani. La loro partecipazione alle manifestazioni, il loro appoggio personale e il loro ruolo in iniziative come la Sumud Flotilla mi hanno davvero fatto sentire che la nostra causa non è lontana dal cuore delle persone di tutto il mondo, che la solidarietà internazionale non è fatta solo di parole, ma di azioni concrete.

Spero di vedere manifestazioni simili in altri paesi, per sentire che il resto del mondo vede davvero la nostra sofferenza e sostiene il nostro diritto alla vita, alla libertà e alla dignità.

Al popolo italiano e a tutti gli altri che si mobilitano per Gaza voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, voi riempite di gioia i nostri cuori.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Eman Abu Zayed è una scrittrice palestinese di Gaza e una studentessa in traduzioni

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’opinione pubblica statunitense su Israele sta cambiando, e anche la politica statunitense dovrà farlo.

Jasim Al-Azzawi

22 settembre 2025 – Al Jazeera

Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti a Israele giungerà al termine, ma questo cambiamento di politica potrebbe richiedere anni.

La narrazione sionista è stata una forza dominante negli Stati Uniti per oltre sette decenni. Promossa da potenti lobby, alimentata da cristiani evangelici e riecheggiata dai media mainstream è rimasta in gran parte incontrastata fino all’irrompere del genocidio a Gaza.

In quasi due anni le incessanti immagini di orrore, la portata della devastazione e la sconvolgente perdita di vite umane hanno creato un record insopportabile di orrore che ha messo in discussione la narrazione sionista. Sondaggio dopo sondaggio si registra un cambiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Israele. Da entrambe le parti dello spettro politico gli americani stanno diventando sempre più scontenti del sostegno generalizzato all’alleato di lunga data degli Stati Uniti. Cosa significa questo per le relazioni tra Stati Uniti e Israele?

Nel breve e medio termine non molto. Le armi, gli aiuti, la cooperazione in materia di sicurezza e il sostegno diplomatico degli Stati Uniti a Israele non subiranno praticamente alcun impatto. Non ci si può aspettare che una struttura di sostegno costruita in quasi otto decenni evapori dall’oggi al domani.

Ma nel lungo termine il sostegno degli Stati Uniti si ridurrà. Ciò significa che Israele sarà costretto a riconsiderare la sua posizione aggressiva nella regione e arrestare i suoi piani di governare su tutta la Palestina storica.

Cosa dicono i sondaggi

I sondaggi hanno iniziato a rilevare un cambiamento nell’opinione pubblica statunitense, soprattutto tra i giovani democratici, già prima degli attacchi del 7 ottobre 2023. Ma in seguito questo cambiamento sembra aver subito una drastica accelerazione.

Un sondaggio condotto da Pew Research Center [centro di sondaggi e ricerche sociali con sede a Washington, ndt.] a marzo di quest’anno suggerisce che gli atteggiamenti negativi nei confronti di Israele sono aumentati dal 42% al 53% di tutti gli adulti statunitensi dal 2022. Il cambiamento è più pronunciato tra i democratici, dal 53% al 69% nello stesso periodo.

Ciò che è notevole di questo cambiamento è che è intergenerazionale. Tra i democratici pari e oltre ai 50 anni – persone solitamente moderate sulle questioni di politica estera – gli atteggiamenti negativi nei confronti di Israele sono aumentati dal 43% al 66%.

Anche le espressioni di simpatia sono cambiate. Secondo un sondaggio di agosto, condotto da The Economist e YouGov, il 44% dei Democratici simpatizza maggiormente per i palestinesi, rispetto al 15% per gli israeliani; tra gli Indipendenti queste percentuali sono rispettivamente del 30 e del 21%.

Lo stesso sondaggio suggerisce che una pluralità di americani ora ritiene ingiustificati i continui bombardamenti israeliani su Gaza, e circa il 78% desidera un cessate il fuoco immediato, incluso il 75% dei Repubblicani. La percentuale di intervistati che ha affermato che Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi è stata del 43%; coloro che non sono d’accordo sono stati solo il 28%.

Ancora più significativo è il fatto che una notevole percentuale – il 42% – è favorevole a una diminuzione del sostegno a Israele; tra i Repubblicani questa percentuale si attesta al 24%.

Un sondaggio Harvard-Harris di luglio rivela forse la tendenza più preoccupante per i sostenitori di Israele: il 40% dei giovani americani ora è a favore di Hamas, non di Israele. Sebbene ciò rifletta probabilmente una generale simpatia per i palestinesi, mostra significative crepe nel predominio della narrativa israeliana sul “terrorismo palestinese” tra i giovani americani.

Lo stesso sondaggio ha suggerito che solo il 27% sostiene il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu: un voto di sfiducia disastroso ben lontano dall’accoglienza che ha ricevuto alla Casa Bianca e al Congresso.

Come potrebbe cambiare la politica

Mentre gli elettori più anziani – l’ultima roccaforte elettorale di Israele – lasciano il posto agli elettori più giovani, più favorevoli alla causa dei diritti dei palestinesi, la matematica della politica si sposterà verso un profondo cambiamento. La domanda non è più se gli Stati Uniti riconsidereranno il loro rapporto speciale con Israele, ma quando. Il rapporto speciale con Israele è una di quelle rare questioni per cui esiste un sostegno bipartisan. Cambiare questa situazione potrebbe richiedere molto tempo.

Naturalmente nel breve termine sono possibili alcuni cambiamenti. Se dovesse verificarsi un’improvvisa frattura tra Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – forse anche a livello personale – quest’ultimo avrebbe i sondaggi per giustificare un allontanamento da Israele. Un netto cambiamento nell’opinione pubblica gli fornirebbe la copertura politica per dimostrare che sta ascoltando il popolo americano. Tuttavia, un cambiamento così radicale è improbabile.

È più probabile che, sotto pressione dell’opinione pubblica, i membri del Congresso inizino a cambiare opinione sulla questione Israele-Palestina. Coloro che si rifiutano ostinatamente potrebbero essere sfidati da candidati più giovani e più energici che rifiutano essere finanziati da organizzazioni filo-israeliane come l’AIPAC. [American Israel Public Affairs Committee, la principale lobby filoisraeliana negli USA, n.d.t.]

Tuttavia il cambiamento al Congresso richiederebbe molto tempo soprattutto perché incontrerebbe una forte resistenza. I gruppi di pressione filo-israeliani considerano questo un momento cruciale nella storia israelo-statunitense. Impiegheranno le loro vaste risorse per eliminare qualsiasi candidato che esprima simpatia per i palestinesi o metta in discussione il sostegno automatico a Israele.

Inoltre altre questioni, come l’economia e vari problemi sociali, continueranno a dominare l’agenda politica: la politica estera raramente influenza le elezioni statunitensi. La transizione non sarà bipartisan nel breve termine. Il sostegno repubblicano a Israele è più costante. L’establishment democratico è sottoposto a crescenti pressioni da parte della sua base sin dalla presidenza di Joe Biden. Con l’ascesa politica dei membri più giovani – come dimostra la spettacolare vittoria del candidato sindaco di New York Zohran Mamdani alle primarie democratiche – la leadership democratica sarà costretta a cambiare rotta.

Con l’elezione di un numero sempre maggiore di rappresentanti filo-palestinesi, soprattutto al Congresso, il blocco progressista crescerà e intensificherà la pressione dall’interno per un cambiamento di politica.

Questo processo, tuttavia, non sarà abbastanza rapido da migliorare immediatamente la situazione in Palestina o addirittura da fermare l’imminente pulizia etnica di Gaza. È più probabile che un miglioramento arrivi dalla pressione internazionale e dagli sviluppi sul campo piuttosto che da un cambiamento nella politica statunitense.

Tuttavia a lungo termine un minore sostegno a Israele da parte del Congresso o persino di un presidente degli Stati Uniti significherebbe che il governo israeliano dovrebbe modificare la sua posizione eccessivamente aggressiva nella regione e frenare il suo militarismo avventurista. Probabilmente sarà anche costretto a fare concessioni sulla questione palestinese. Resta da vedere se questo sarà sufficiente per creare uno Stato palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Perché una forza di interposizione per Gaza potrebbe essere un’idea pericolosa

Haidar Eid  e Jamal Juma*

9 settembre 2025 – Al Jazeera

Israele e gli USA non permetteranno la presenza di una forza neutrale in nessun luogo vicino a Gaza. Ciò significa che uno spiegamento di forze straniere potrebbe solo favorire i piani di pulizia etnica.

L’idea di dispiegare una forza di interposizione o di peacekeeping in Palestina non è nuova. Dopo la nascita di Israele attraverso gli orrendi massacri e la pulizia etnica di massa del 1948, le Nazioni Unite crearono l’Organizzazione di Supervisione della Tregua (UNTSO) per monitorare l’attuazione degli accordi dell’armistizio arabo-israeliano del 1949. Nel 1974 inviò la Forza delle Nazioni Unite di Monitoraggio del Disimpegno (UNDOF) per sostenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria e nel 1978 venne dispiegata sul territorio libanese la Forza ad Interim in Libano (UNIFIL). Nessuna di queste forze è stata in grado di fermare l’aggressione israeliana.

Dopo la seconda invasione israeliana della Cisgiordania occupata e il massacro a Jenin del 2002 l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton riesumò l’idea di una forza internazionale nei territori palestinesi occupati.

Con l’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023 questo proposito ha iniziato a costituire nuovamente un’attrattiva diplomatica. Nel maggio 2024 la Lega Araba invocò una forza di peacekeeping per i territori palestinesi occupati. Il gradimento del Consiglio Atlantico sostenne l’idea e lo stesso fecero diversi dirigenti occidentali, compresa la Ministra degli Esteri della Germania Annalena Baerbock, accusata di complicità in genocidio [accusa sostenuta da diverse ONG per il suo sostegno all’invio di armi in Israele, ndt.].

Nel luglio di quest’anno una conferenza di alto livello guidata da Francia e Arabia Saudita ha suggerito anche una “missione internazionale di stabilizzazione” a Gaza, sulla base di un invito da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese. L’idea è stata riproposta in seguito alla molto tardiva dichiarazione della Integrated Food Security Phase Classification (IPC) sulla carestia a Gaza.

Senza dubbio un simile intervento, armato o disarmato, non solo sarebbe legale ai sensi del diritto internazionale, ma sarebbe anche un modo per adempiere al principio giuridico internazionale di responsabilità di protezione. Tuttavia la questione chiave è: come potrebbe una tale forza di interposizione agire nel mondo reale?

Considerando la realtà geopolitica, è difficile immaginare che potrebbe funzionare senza il consenso di Israele. Israele gode del pieno e incondizionato appoggio degli USA ed agisce impunemente. Ha già dimostrato che agirebbe in modo aggressivo contro ogni tentativo di rompere l’assedio di Gaza; è arrivato al punto di invadere lo spazio aereo dell’Unione Europea per attaccare una nave umanitaria diretta a Gaza. Qualunque forza di interposizione che tenti di entrare in Palestina senza il consenso di Israele verrebbe attaccata prima ancora che si avvicini.

Perciò l’unica possibilità sarebbe che Israele e gli USA la permettessero. Questo è possibile, ma avverrebbe alle loro condizioni, che molto probabilmente porterebbero all’internazionalizzazione e alla normalizzazione del genocidio.

Il primo passo in quella direzione è già stato compiuto a fine maggio col dispiegamento della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) sostenuta dagli USA. Da allora Israele e i mercenari della GHF hanno ucciso almeno 2.416 palestinesi in cerca degli aiuti e feriti più di 17.700.

Philippe Lazzarini, alto commissario dell’UNRWA, lo ha definito “un abominio” e “una trappola mortale che è costata più vite di quante ne abbia salvate”. Esperti dell’ONU hanno denunciato “il coinvolgimento dell’intelligence israeliana, di contractors USA e di non precisati enti non governativi”. L’agenzia dell’ONU per il coordinamento degli aiuti di emergenza (OCHA) ha denunciato le operazioni della GHF come un pericoloso e “deliberato tentativo di militarizzare gli aiuti”.

Le recenti rivelazioni del Washington Post, secondo cui il piano del presidente USA Donald Trump di trasformare Gaza in una “riviera del Medio Oriente” è tuttora all’ordine del giorno, indicano in che modo la forza di interposizione potrebbe diventare una realtà.

Il piano, denominato Ricostruzione, Accelerazione e Trasformazione Economica di Gaza (GREAT), vedrebbe il dispiegamento di una forza straniera come parte della gestione fiduciaria decennale sponsorizzata dagli USA sulla Striscia di Gaza. Il contingente sarebbe composto da contractors privati assunti dalla GHF, mentre l’esercito israeliano sarebbe responsabile dell’ “intera sicurezza”. Ciò significherebbe di fatto la continuazione del genocidio e della pulizia etnica dei palestinesi sotto la supervisione di mercenari stranieri.

Non è certo questo il tipo di forza di interposizione che vorrebbero vedere i promotori filopalestinesi dell’idea, ma ad oggi è l’unico realisticamente possibile.

Tutti noi auspichiamo che il genocidio abbia fine e che i palestinesi siano protetti dall’aggressione israeliana fino a che non finisca il suo regime di apartheid, pulizia etnica ed occupazione illegale. Una forza di interposizione avrebbe dovuto essere dispiegata molto tempo fa, quando il movimento sionista per primo iniziò il suo progetto genocida in Palestina nel 1947.

Oggi promuovere l’idea di una forza di interposizione non solo aprirebbe la strada alla realizzazione del piano di Trump, ma distrarrebbe dalla forma di intervento più strategica e incisiva: porre fine alla complicità internazionale e imporre sanzioni a Israele. Questo è ciò che è possibile e realistico. Questo è ciò che gli Stati che vogliono proteggere i palestinesi e difendere i nostri diritti e il diritto internazionale devono e possono fare, senza dipendere da alcun altro soggetto.

Vent’anni fa lanciammo l’appello per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e aprimmo la strada verso le sanzioni. Adesso siamo sul punto di vedere le sanzioni divenire reali e incisive.

L’anno scorso l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato una risoluzione che impegna gli Stati membri a sanzioni parziali ad Israele. Se riusciamo ad attuarla, questo minerà efficacemente la capacità di Israele di continuare ad alimentare la sua macchina genocidaria.

Nel frattempo l’azione del BDS sta avendo effetti. Stiamo cominciando ad essere in grado di interferire nella catena di rifornimento del genocidio. Abbiamo impedito che alcune spedizioni di acciaio e forniture militari raggiungessero gli acquirenti israeliani.

In agosto il presidente della Colombia Gustavo Petro ha emesso un secondo decreto di messa al bando dell’esportazione di carbone a Israele. Poco tempo dopo la Turchia ha annunciato un completo stop a tutti gli accordi commerciali e la chiusura dei suoi porti e aeroporti alle navi e aerei israeliani; il paese era il quinto principale partner di Israele per le importazioni.

Uomini d’affari israeliani stanno ammettendo ai media locali che “ha preso forma una realtà di silenzioso boicottaggio da parte dei fornitori europei e specialmente da parte di Paesi vicini come la Giordania e l’Egitto”.

Se il Sudafrica, il Brasile e la Nigeria interrompessero le forniture di energia ad Israele, questo avrebbe un enorme impatto a breve termine. La Cina potrebbe impedire alle sue imprese di far funzionare il porto di Haifa. Il sud globale ha il potere di bloccare da solo la catena globale di rifornimento del genocidio fermando il continuo flusso di materie prime e componenti.

Anche in Europa alcuni legami di complicità stanno iniziando a sciogliersi. In Olanda cinque ministri, compreso il ministro degli Esteri e il vice Primo Ministro, si sono dimessi dopo che il gabinetto di governo non è stato in grado di concordare sanzioni contro Israele, provocando una crisi di governo. La Slovenia e la Spagna hanno annunciato un embargo delle armi. Le mobilitazioni dei portuali in tutto il Mediterraneo e oltre hanno reso ancor più difficili i trasporti marittimi di materiale militare verso Israele.

Sta crescendo la pressione popolare sui governi perché rispettino i loro obblighi legali e morali ed impongano sanzioni a Israele. Non è il momento di promuovere progetti impossibili o insidiosi che potrebbero fornire loro una scusa per non agire.

Abbiamo visto tutti come Israele abbia fatto a pezzi i piani di Oslo per una soluzione di due Stati. Quegli accordi non sono mai stati niente di più che uno sforzo per far sentire meglio soprattutto l’Europa riguardo al suo ruolo nella nostra espropriazione.

Cerchiamo di non cadere nuovamente nella stessa trappola sostenendo iniziative che consentirebbero soltanto al mondo di sentirsi un po’ meglio riguardo al genocidio di Israele. Concrete pressioni e sanzioni restano le misure più efficaci a disposizione, che l’asse USA-Israele non può manipolare più di tanto.

Rafforziamo concrete iniziative globali multilaterali a supporto della Palestina e del diritto internazionale, come il Gruppo dell’Aja (gruppo di nazioni del sud del mondo creato nel gennaio 2025 per sostenere le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale, ndtr.). Facciamo pressione sugli Stati perché impongano sanzioni e interrompano la catena di rifornimento del genocidio.

Deve esserci una pressione costante fino a quando l’apartheid e il colonialismo di insediamento vengano eliminati tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

*(Attivista BDS e attivista indipendente per i diritti umani. Coordinatore della Campagna del Muro Anti-apartheid)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




A Gaza la medicina si reinventa di continuo

Donya Abu Sitta

6 settembre 2025 – Al Jazeera

Come studenti di medicina a Gaza ci viene insegnato come salvare vite umane a mani nude e come prendere decisioni impossibili.

Studiare medicina era il mio sogno d’infanzia. Volevo diventare un medico per aiutare le persone. Non avrei mai immaginato di studiare medicina non in un’università, ma in un ospedale; non sui libri di testo, ma sulla base dell’esperienza diretta.

L’anno scorso, dopo aver conseguito la laurea triennale in inglese, ho deciso di iscrivermi alla facoltà di medicina dell’Università di al-Azhar. Ho iniziato gli studi a fine giugno. Dal momento che le università di Gaza sono state tutte distrutte noi studenti siamo costretti a seguire le lezioni sui nostri cellulari e a leggere i testi di medicina alla luce delle loro torce.

Parte della nostra formazione consiste nel ricevere lezioni da studenti di medicina più anziani, costretti a iniziare la pratica anzitempo a causa del genocidio.

La mia prima lezione di questo tipo è stata tenuta da uno studente di medicina del quinto anno, il Dott. Khaled, all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir el-Balah.

Al-Aqsa non assomiglia per niente a un ospedale normale. Non ci sono ampie stanze bianche né privacy per i pazienti. Il corridoio è la stanza, i pazienti giacciono sui letti o sul pavimento e i loro lamenti riecheggiano in tutto l’edificio.

A causa del sovraffollamento dobbiamo seguire le lezioni in un caravan nel cortile dell’ospedale.

“Vi insegnerò quello che ho imparato non da lezioni”, ha esordito il Dott. Khaled, “ma da circostanze in cui la medicina era [qualcosa] che bisognava reinventare di continuo”.

Ha iniziato dalle basi: controllare la respirazione, aprire le vie aeree ed eseguire la rianimazione cardiopolmonare (RCP). Ma presto, la lezione si è spostata su qualcosa che nessun normale programma di studi contempla: come salvare una vita senza nulla a disposizione.

Il dottor Khaled ci ha raccontato un caso recente: un giovane uomo è stato estratto da sotto le macerie con le gambe frantumate e la testa sanguinante. Il protocollo standard prevede l’immobilizzazione del collo con uno stabilizzatore prima di spostare il paziente.

Ma non c’era nessuno stabilizzatore. Nessuna stecca. Niente di niente.

Così il dottor Khaled ha fatto ciò che nessun manuale di medicina avrebbe mai insegnato: si è seduto a terra, ha accolto la testa delluomo tra le ginocchia e la ha tenuta perfettamente ferma per venti minuti, finché non è arrivata lattrezzatura.

“Quel giorno”, ha detto, “non ero uno studente. Ero il tutore. Ero lo strumento.”

Mentre il medico supervisore preparava la sala operatoria il dottor Khaled non si è mosso, nemmeno quando i muscoli hanno iniziato a fargli male, perché era l’unica cosa che poteva fare per prevenire ulteriori lesioni.

Questo non è stato il solo racconto del dottor Khaled sulle soluzioni mediche improvvisate. Uno in particolare è stato straziante da ascoltare.

Una donna sulla trentina era stata portata in ospedale con una profonda lesione pelvica. La sua carne era lacerata. Aveva bisogno di un intervento chirurgico urgente. Ma prima, la ferita doveva essere sterilizzata.

Non c’era Betadine. Niente alcol. Niente strumenti puliti. Solo cloro.

, cloro. La stessa sostanza chimica che brucia la pelle e irrita gli occhi.

Era priva di sensi. Non c’erano alternative. Le hanno versato il cloro sulla ferita.

Il dottor Khaled ci raccontava questa storia con una voce tremante per il senso di colpa.

“Abbiamo usato il cloro”, ha detto, senza guardarci. “Non per incompetenza, ma perché non c’era altro.”

Siamo rimasti scioccati da ciò che abbiamo sentito, ma forse non sorpresi. Molti di noi avevano sentito racconti su misure disperate che i medici di Gaza avevano dovuto adottare. Molti di noi avevano visto il video straziante del dottor Hani Bseiso che operava la nipote su un tavolo da pranzo.

L’anno scorso il dottor Hani, chirurgo ortopedico dell’al-Shifa Medical Complex, si è trovato in una situazione impossibile quando la nipote diciassettenne, Ahed, è rimasta ferita in un attacco aereo israeliano. Erano rimasti intrappolati nel loro condominio a Gaza City, impossibilitati a muoversi, poiché l’esercito israeliano aveva assediato la zona.

La gamba di Ahed era irreparabilmente mutilata e sanguinava. Il dottor Hani non aveva molta scelta.

Non c’erano anestetici né strumenti chirurgici. Solo un coltello da cucina, una pentola con un po’ d’acqua e un sacchetto di plastica.

Ahed giaceva sul tavolo da pranzo, pallida in viso e con gli occhi socchiusi, mentre suo zio con gli occhi pieni di lacrime si preparava ad amputarle la gamba. Il momento è stato ripreso in video.

“Guardate”, ha gridato con la voce rotta, “le sto amputando la gamba senza anestesia! Dov’è la pietà? Dov’è l’umanità?”

É intervenuto rapidamente, con le mani tremanti ma precise, la sua formazione chirurgica si scontrava con il crudo orrore del momento.

Questa scena si è ripetuta innumerevoli volte in tutta Gaza, poiché persino i bambini piccoli hanno dovuto subire amputazioni senza anestesia. E noi, come studenti di medicina, stiamo imparando che questa potrebbe essere la nostra realtà; che anche noi potremmo dover operare un parente o un bambino mentre osserviamo e ascoltiamo il loro dolore insopportabile.

Ma forse la lezione più dolorosa che stiamo imparando è quella sui momenti in cui non è possibile intervenire, quando le ferite sono irreparabili e le risorse devono essere spese per coloro che hanno ancora una possibilità di sopravvivenza. In altri Paesi questa è una discussione etica teorica. Qui, è una decisione che dobbiamo imparare a prendere perché potremmo presto doverla assumere personalmente.

Il Dott. Khaled ci ha detto: “Alla facoltà di medicina insegnano che ogni vita va salvata. A Gaza si impara che non è possibile, e bisogna convivere con questa realtà“.

Questo è ciò che significa essere un medico a Gaza oggi: portare il peso disumano di sapere che non puoi salvare tutti e andare avanti; sviluppare un livello sovrumano di resistenza emotiva per assorbire una perdita dopo l’altra senza crollare e senza perdere la propria umanità.

Queste persone continuano a curare e insegnare, anche quando sono esauste, anche quando muoiono di fame.

Un giorno, a metà di una lezione sul trauma, il nostro istruttore, il Dott. Ahmad, si è interrotto a metà della frase, si è appoggiato al tavolo e si è seduto. Ha sussurrato: “Ho solo bisogno di un minuto. Ho un calo di zucchero”.

Sapevamo tutti che non mangiava dal giorno prima. La guerra non sta solo esaurendo le medicine, ma sta consumando i corpi e le menti di coloro che cercano di curare gli altri. E noi studenti stiamo imparando in tempo reale che la medicina qui non riguarda solo conoscenze e competenze. Si tratta di sopravvivere abbastanza a lungo da poterle usare.

Essere un medico a Gaza significa reinventare la medicina ogni giorno con ciò che si ha a disposizione, curare senza strumenti, rianimare senza attrezzature e medicare con il proprio corpo.

Non è solo una crisi di risorse. È una prova morale.

E in questa prova le ferite sono profonde: nella carne, nella dignità, nella speranza stessa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Donya Abu Sitta è una redattrice di contenuti, traduttrice e insegnante di inglese. Ha iniziato a studiare medicina da poco. Ha svolto attività di volontariato come traduttrice e scrittrice per l’Hult Prize, lo Youth Innovation Hub, Science Tone, Eat Sulas e Electronic Intifada.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Appelli e negoziati non impediranno a Israele di affamare Gaza.

Daoud Kuttab

Pluripremiato giornalista palestinese

20 luglio 2025 – Al Jazeera

Le sanzioni lo potrebbero.

Il 17 luglio l’esercito israeliano ha bombardato l’unica chiesa cattolica di Gaza, uccidendo tre persone e ferendone almeno 10. Il parroco, Gabriele Romanelli, che soleva avere telefonate quasi quotidiane con il defunto Papa Francesco, era tra i feriti.

Dopo l’attacco ci sono state dichiarazioni di condanna. Il primo ministro italiano Giorgia Meloni lo ha definito “inaccettabile”. Papa Leone ha detto di essere “profondamente rattristato” – una dichiarazione che molti hanno considerato “vaga” e “timorosa”.

Il governo israeliano si è affrettato a dichiarare il proprio “rammarico” per l’attacco.

Tra lo sdegno globale il Patriarca latino di Gerusalemme è stato in grado di negoziare affinché funzionari ecclesiastici visitassero la comunità cristiana, consegnassero una limitata quantità di cibo e medicine a famiglie sia cristiane che musulmane e facessero uscire da Gaza alcune persone ferite per curarsi.

Queste azioni umanitarie, seppur molto gradite da chi si trova in estrema necessità a Gaza, sono però un altro indice del fallimento internazionale. Perché la consegna di cibo, acqua e medicinali deve essere “guadagnata” attraverso un negoziato? Perché i diritti fondamentali inscritti nel diritto internazionale devono essere soggetti alla contrattazione politica?

I palestinesi apprezzano moltissimo gli sforzi dei capi della chiesa. Le loro azioni rappresentano compassione e limpidezza morale. Ma esse non dovrebbero essere necessarie. In base al diritto umanitario internazionale le potenze occupanti hanno obblighi vincolanti nei confronti delle persone sotto il loro controllo. Garantire l’accesso al cibo, all’acqua, alle medicine e ai servizi essenziali non può essere una concessione caritatevole – si tratta di obblighi legali.

La Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 e i Regolamenti dell’Aja del 1907 sanciscono chiaramente che i civili nei territori occupati devono essere protetti e devono disporre dei servizi essenziali, in particolare quando la potenza occupante controlla l’accesso alle frontiere, alle infrastrutture e alle risorse vitali. Bloccare o procrastinare gli aiuti non è solo disumano – configura un crimine di guerra.

Il diritto internazionale inoltre vieta alla potenza occupante di poter trasferire forzatamente la popolazione locale o insediare i propri cittadini sulle terre occupate – pratiche che Israele perpetua a Gaza e in Cisgiordania impunemente. L’occupante deve garantire un ininterrotto accesso umanitario, senza ritardi, condizioni politiche o compromessi coercitivi.

Israele non ha rispettato nessuno di questi obblighi. Ma invece di incorrere nelle conseguenze del suo utilizzo di punizioni collettive, tattiche di riduzione alla fame e attacchi alle infrastrutture civili – chiese, ospedali, panetterie, scuole – Israele ottiene concessioni in cambio della promessa di rispettare le norme legali fondamentali. Questi “accordi” vengono poi gabellati come “successi” diplomatici dalle potenze che vi prendono parte.

Nel corso di una recente conferenza ad Amman l’ambasciatore dell’Unione Europea in Giordania, Pierre-Christophe Chatzisavas, è stato molto eloquente. Secondo lui le “discussioni” dell’UE riguardo al prendere provvedimenti sul non rispetto di Israele delle disposizioni sui diritti umani dell’accordo di partenariato UE-Israele hanno prodotto una “efficace pressione politica”. Come risultato, Israele “ha concordato” di permettere maggiori consegne di cibo e aiuti, carburante per elettricità e desalinizzazione, riparazione di infrastrutture, riapertura di corridoi umanitari attraverso Egitto e Giordania e accesso agli operatori umanitari e agli osservatori dell’ONU.

Questo accordo ha portato all’accantonamento di 10 sanzioni proposte dall’UE. Amnesty International ha definito l’iniziativa un “crudele e illegittimo tradimento” dei suoi principi enunciati.

Il problema di questo “accordo” è che Israele non lo sta attuando, proprio come tutti gli altri precedenti. Secondo fonti UE citate dai media Israele lascia entrare solo 80 camion al giorno, mentre Gaza ne ha bisogno di più di 500. Non è chiaro se gli 80 camion entrino davvero e quanto dei loro contenuti raggiunga realmente i previsti destinatari.

Delle bande attaccano regolarmente i convogli di aiuti e l’esercito israeliano spara a chiunque cerchi di proteggere questi camion dai saccheggiatori.

Diverse agenzie e organizzazioni stanno lanciando allarmi sul propagarsi della malnutrizione che uccide bambini quotidianamente. La carestia è reale anche se l’Onu, in seguito a pressioni, non ha ancora intenzione di dichiararla.

Intanto le forze israeliane e i mercenari stranieri continuano ad uccidere le persone in cerca degli aiuti ai punti di distribuzione gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) sostenuta da Israele, che è stata creata per sottrarre le funzioni alle agenzie delle Nazioni Unite, in particolare all’UNRWA, l’agenzia per i rifugiati palestinesi. Circa 900 persone sono state uccise in questi siti da quando le operazioni della GHF sono iniziate alla fine di maggio.

Se l’UE in quanto tale non interverrà, i singoli Stati membri hanno comunque una responsabilità legale. Come minimo i Paesi europei dovrebbero sospendere il trasferimento di armamenti, vietare il commercio con le colonie illegali e porre fine alla cooperazione con le istituzioni complici dell’occupazione e dell’apartheid. Queste non sono posizioni politiche opzionali, sono obblighi legali. E questo vale per tutto il resto del mondo.

Il pericolo di chiedere a Israele di far entrare gli aiuti invece di imporglielo attraverso sanzioni è chiaro: quando i crimini di guerra vengono ignorati in cambio di un’assistenza temporanea, l’impunità diventa la norma. La carestia diventa un’accettabile arma di guerra. Le vite dei civili si trasformano in merci di scambio.

La comunità internazionale – compresi l’UE, le istituzioni ecclesiastiche e i leader mondiali – deve continuare ad estendere la buona volontà e gli aiuti. Ma questo non deve sostituire la giustizia. La misericordia deve accompagnarsi alla fermezza: Israele deve rispondere dei propri obblighi legali e morali. I palestinesi – cristiani e musulmani – non devono essere trattati come pedine, ma come esseri umani che hanno diritto alla dignità, alla sicurezza e alla pace.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La narrazione israeliana non può superare la prova della verità, quindi sta mettendo a tacere il mondo

Somdeep Sen

18 luglio 2025 – Al Jazeera

Mentre Israele uccide decine di migliaia di persone i suoi difensori perseguitano chiunque osi denunciarlo, da Francesca Albanese a Omer Bartov.

Stiamo veramente vivendo in un’epoca insolita.

Recentemente abbiamo visto la relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, Francesca Albanese, sanzionata dagli Stati Uniti per aver fatto il suo lavoro, cioè documentare le violazioni israeliane contro i palestinesi durante l’attacco militare in corso a Gaza.

Ma con più di 58.000 palestinesi uccisi finora a Gaza la causa di Israele è più che mai debole. Quindi, per il bene di Israele, si deve silenziare e proibire tutto.

Ovviamente mettere a tacere e censurare è stato il modus operandi del fronte filo-israeliano fin dall’ottobre 2023.

Subito dopo l’attacco di Hamas contro Israele [i filoisraeliani] hanno perseguitato chi ha insistito a dire che la storia della Palestina e Israele non è iniziata il 7 ottobre 2023 e ha evidenziato la lunga storia di occupazione, colonialismo di insediamento o l’assedio di Gaza dal 2007. Chi lo ha fatto è stato messo a tacere, censurato e punito.

Sono stati i giorni degli ormai screditati racconti di “neonati decapitati”.

Negli Usa e in Europa alcuni hanno subito minacce di morte e attacchi sulle reti sociali, mentre altri sono stati sanzionati da datori di lavoro e superiori per aver criticato le politiche israeliane o aver espresso pubblicamente opinioni filo-palestinesi.

In scuole di Maryland, Minnesota, Florida e Arizona dei docenti sono stati sospesi e delle associazioni studentesche chiuse per il loro attivismo filo-palestinese. Docenti universitari negli USA e nel Regno Unito sono stati denunciati alla polizia per aver manifestato gradimento o condiviso post a favore dei palestinesi.

Nel maggio 2024 Maura Finkelstein è stata la prima docente universitaria di ruolo ad essere licenziata per aver fatto un discorso anti-sionista. È stata cacciata dal Muhlenberg College dopo aver postato il lavoro di un poeta palestinese.

Dall’ottobre 2023 a oggi ci sono stati molti casi simili in tutto il mondo. Solo pochi giorni fa quattro docenti a contratto della City University di New York sono stati licenziati per il loro attivismo in solidarietà con la Palestina.

Poi se la sono presa con la stampa.

Mentre alla stampa straniera è stato vietato l’ingresso a Gaza, lì i giornalisti palestinesi sono stati trattati da Israele come bersagli militari legittimi. Mediamente sono stati uccisi 13 giornalisti al mese, un numero più alto di quello di “due guerre mondiali, di quella del Vietnam, in Jugoslavia e degli Stati Uniti in Afghanistan messi insieme.” Per i lavoratori dell’informazione questo è il conflitto più letale da quando se ne ha memoria.

Ovunque le voci dei giornalisti, soprattutto di quelli di origine mediorientale o nordafricana, sono state sistematicamente messe a tacere per aver appoggiato la causa palestinese o criticato il governo israeliano.

Ciò include la conduttrice radiofonica australiana Antoinette Lattouf, licenziata nel dicembre 2023 dopo aver postato un rapporto di Human Rights Watch [una delle principali ong del mondo, ndt.] che sosteneva che “Israele stava usando la fame come arma di guerra a Gaza.” Le giornaliste palestinesi-canadesi Yara Jamal (CTV) e Zahraa al-Akhrass (Global News, durante il congedo per maternità) sono state entrambe cacciate nell’ottobre 2023 in seguito a pressioni di Honest Reporting Canada [organizzazione internazionale che monitora i media a sostegno di Israele, ndt.].

Anche Briahna Joy Gray e Katie Halper sono state licenziate da Hill News [giornale politico statunitense pubblicato a Washington, ndt.] per commenti critici nei confronti di Israele. Gray ha annunciato su X: “The Hill mi ha licenziata… non dovrebbero esserci dubbi che… reprime il diritto di parola, soprattutto quando si critica lo Stato di Israele.”

Oltre ai licenziamenti, i dirigenti dei media occidentali hanno plasmato la narrazione ripetendo la propaganda israeliana, descrivendo falsamente l’attivismo palestinese come filo-Hamas o antisemita, dipingendo gli israeliani come vittime molto più dei palestinesi e ignorando i crimini di guerra israeliani a Gaza.

In particolare la BBC ha dovuto affrontare ripetute critiche per la sua tendenziosità filo-israeliana. Dal linguaggio usato nei titoli allo spropositato spazio televisivo concesso ai politici israeliani, i suoi reportage sono stati ripetutamente accusati di minimizzare le sofferenze dei palestinesi e di ripetere gli argomenti del governo israeliano. Dimissioni del personale, lettere aperte e proteste pubbliche hanno contestato la politica editoriale della rete su Gaza.

A Upday [rete di notizie diffuse sui cellulari, ndt.], il principale aggregatore di notizie d’Europa il cui proprietario è Axel Springer, ai dipendenti è stato detto di “colorare le informazioni del servizio sulla guerra a Gaza con opinioni filo-israeliane.” Documenti interni ottenuti da The Intercept [sito statunitense di controinformazione, ndt.] hanno rivelato che alla redazione è stato detto di non “evidenziare nulla che riguardi il numero di morti palestinesi” a meno che “l’informazione su Israele” venga data “nell’articolo con maggiore rilievo.”

Dopo il 7 ottobre ad Harvard gli studenti sono stati sottoposti a terrificanti campagne di schedatura etichettandoli come antisemiti o simpatizzanti del terrorismo, con le loro foto e dati personali resi pubblici.

Mentre a Gaza la distruzione di istituzioni educative da parte di Israele prosegue, nei campus statunitensi ed europei si diffonde il silenzio. Gli accampamenti in solidarietà con la Palestina hanno visto gli studenti chiedere che le loro istituzioni accademiche interrompessero i rapporti con le università israeliane e il complesso militare-industriale. Hanno affrontato la brutale repressione della polizia, sospensioni, e ad alcuni è stata negata la consegna della laurea. Le università hanno prontamente imposto nuove restrizioni su riunioni e proteste per contrastare la solidarietà studentesca con la Palestina.

Ora sotto l’amministrazione Trump tale repressione è una politica pubblica, che si estende alle minacce di arresto, al ritiro della cittadinanza e alla deportazione delle voci a favore dei palestinesi, compresi politici come il candidato a sindaco della città di New York Zohar Mamdani. Trump lo ha falsamente etichettato come “illegale”, definito un “comunista” e minacciato di arresto se ostacola “operazioni” dell’Immigration and Customs Enforcement [polizia federale anti-immigrati, ndt.] (ICE), ripetendo la richiesta del rappresentante del GOP [Partito Repubblicano, ndt.] Andy Ogles di revoca della cittadinanza e deportazione, citando senza alcuna prova presunte false dichiarazioni di Mamdani nella procedura per la richiesta della cittadinanza statunitense. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che il Dipartimento di Giustizia ha ricevuto richieste a questo proposito.

Abbiamo anche visto il divieto di esporre bandiere palestinesi durante eventi sportivi e musicali. Ad alcune persone è stato negato l’ingresso in spazi pubblici e attività commerciali perché indossavano una kefiah. Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI), Karim Khan, è stato avvertito che lui e la CPI sarebbero stati “distrutti” se non avessero lasciato cadere la causa contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant. Quattro giudici della CPI sono stati sanzionati dal governo USA.

La vincitrice di un premio Oscar Susan Sarandon è stata abbandonata dall’agenzia che la rappresentava, UTA, per le sue dichiarazioni in una manifestazione di solidarietà con la Palestina.

Melissa Barrera è stata licenziata dal cast di “Scream VII” [ultimo di una fortunata serie di film dell’orrore, ndt.] per post sulle reti sociali in cui descriveva le azioni di Israele come genocidio e pulizia etnica. Spyglass Media Group [società di produzione del film] ha affermato di praticare “tolleranza zero contro l’antisemitismo… inclusi falsi riferimenti a genocidio, pulizia etnica, distorsioni dell’Olocausto.”

Recentemente artisti come Bob Vylan [cantante dell’omonimo gruppo musicale inglese, ndt.] e il complesso irlandese Kneecap hanno usato il palco in festival musicali per manifestare solidarietà con la Palestina. Ora il gruppo affronta accuse di terrorismo. Gli spettacoli di Vylan in Europa sono stati cancellati e il suo visto per gli USA è stato revocato, mettendo in dubbio un imminente tour nel Paese.

Il fronte filo-israeliano ha anche lanciato una campagna contro il festival di Glastonbury [in Gran Bretagna, ndt.] dopo che entrambi gli artisti si sono esibiti a giugno. Ha preso di mira la BBC per aver mandato in onda le loro esibizioni dal vivo e ha fatto pressione sugli organizzatori perché prendessero le distanze dai musicisti. La reazione ha messo in chiaro che neppure le principali istituzioni culturali sono al riparo da tentativi di censura.

In aggiunta a questa inquietante tendenza, l’universalmente stimato storico israelo- americano e studioso del genocidio Omer Bartov è stato oggetto di una feroce reazione. In un editoriale per il New York Times, intitolato “Sono uno studioso del genocidio. Quando lo vedo lo riconosco”, Bartov ha dichiarato che a Gaza Israele sta commettendo un genocidio, evidenziando la sistematica distruzione di infrastrutture, lo spostamento forzato di popolazione e i discorsi dei leader israeliani, ed ha affermato che ciò corrisponde alla definizione di genocidio sia dell’ONU che delle leggi internazionali.

Da allora è stato aspramente criticato da gruppi filo-israeliani, accusato di applicare in modo errato il termine con inviti perché venga “cancellato”, una campagna che egli ha confutato evidenziando che molti esperti di studi sul genocidio condividono le sue conclusioni. L’aggressione alla sua reputazione che attualmente Bartov deve affrontare dimostra come persino i principali esperti al mondo di genocidio siano ora presi di mira per aver definito genocidio le azioni di Israele a Gaza.

Questa sembra già essere una estesa campagna di eliminazione. Ma pensate: cosa ci dice tutto ciò riguardo alla posizione di Israele se si basa così pesantemente sulla censura? Ciononostante non basta. Per il bene di Israele ogni studente, accademico, attivista, musicista, artista o parlamentare che critichi le sue politiche ora deve essere etichettato come sostenitore del terrorismo. Ogni organizzazione della società civile, associazione per i diritti umani o organismo internazionale che documenti le violazioni da parte di Israele deve essere definito antisemita.

Solo allora possiamo sostenere di non aver visto niente. Solo allora potremmo dire di non aver sentito niente. E solo allora possiamo giustificare perché non abbiamo fatto niente durante il genocidio in corso a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Somdeep Sen

Studi asiatici in Africa all’Università di Pretoria.

Somdeep Sen è autore di Decolonizing Palestine: Hamas between the Anticolonial and the Postcolonial [ed. it: Decolonizzare la Palestina: Hamas tra anticolonialismo e postcolonialismo, Meltemi, Milano, 2023]. È ricercatore associato del Centro per gli Studi Asiatici in Africa all’Università di Pretoria.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il rapporto delle Nazioni Unite elenca le aziende complici del genocidio di Israele: chi sono?

Federica Marsi

1 luglio 2025 – Al Jazeera

La Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese ha pubblicato un rapporto che fa il nome di diverse grandi aziende statunitensi che sostengono l’occupazione israeliana e la guerra contro Gaza. Ci sono anche diverse aziende di altri Paesi, dalla Cina al Messico.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) ha pubblicato un nuovo rapporto che traccia una mappa delle aziende che sostengono Israele nell’espulsione dei palestinesi e nella guerra genocida contro Gaza, in violazione del diritto internazionale.

L’ultimo rapporto di Francesca Albanese, presentato il 3 luglio durante una conferenza stampa a Ginevra, fa il nome di 48 aziende multinazionali, tra cui i giganti tecnologici statunitensi Microsoft, Alphabet Inc. (la casa madre di Google) e Amazon. Come parte dell’indagine è stata inoltre creata una banca dati di più di 1000 aziende.

L’occupazione perenne [di Israele] è diventata il terreno di prova ideale per i produttori di armi e per le grandi aziende tecnologiche, con un’offerta e una domanda significative, poco controllo e zero responsabilità, consentendo a investitori e istituzioni pubbliche e private di trarne profitto liberamente” si legge nel rapporto.

Le aziende non sono più semplicemente implicate nell’occupazione, potrebbero essere coinvolte in un’economia di genocidio”, si legge, in riferimento all’attacco in corso contro la Striscia di Gaza da parte di Israele. Lo scorso anno, in un parere tecnico, Albanese aveva detto esserci “ragionevoli motivi” per ritenere che Israele stesse commettendo un genocidio nell’enclave palestinese assediata.

Nel rapporto si sostiene che i risultati dell’indagine illustrano “il motivo per cui il genocidio di Israele continua”, ovvero “perché è economicamente vantaggioso per molti”.

Quali aziende di armi e tecnologie sono identificate nel rapporto?

L’acquisto da parte di Israele di aerei da combattimento F-35 fa parte del più ampio programma di approvvigionamento di armi al mondo, che coinvolge almeno 1600 aziende in otto Stati. Fa capo all’azienda statunitense Lockheed Martin, ma i componenti degli F-35 sono costruiti in tutto il mondo.

L’azienda italiana Leonardo S.p.A. è indicata come quella che offre il principale contributo al settore militare, mentre l’azienda giapponese FANUC fornisce i macchinari automatizzati per le linee di produzione delle armi.

Nel contempo il settore tecnologico ha consentito la raccolta, la conservazione e l’uso governativo di dati biometrici dei palestinesi, “in sostegno alla politica discriminatoria dei permessi di Israele”, si legge nel rapporto. Microsoft, Alphabet e Amazon consentono a Israele “un accesso governativo virtualmente illimitato alle loro tecnologie cloud e di IA” potenziando le sue capacità di elaborazione dati e sorveglianza.

L’azienda tecnologica statunitense IBM è anche responsabile dell’addestramento di personale militare e dei servizi segreti, oltre a gestire la banca dati centrale dell’autorità per la Popolazione, l’Immigrazione e le Frontiere (PIBA) di Israele che contiene i dati biometrici dei palestinesi, si legge nel rapporto.

Secondo il rapporto sin dall’inizio della guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 la piattaforma software statunitense Palantir Technologies ha ampliato il suo sostegno all’esercito Israeliano, e vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che l’azienda fornisca la tecnologia automatizzata di controllo predittivo usata per l’automazione delle decisioni durante le operazioni militari, per elaborare dati e produrre elenchi di obiettivi come quelli generati da sistemi di intelligenza artificiale come “Lavender”, “Gospel” e “Where’s Daddy?”

Le società complici che supportono Israele

Quali altre aziende sono identificate nel rapporto?

Il rapporto elenca anche numerose aziende che sviluppano tecnologie civili utilizzate come “strumenti a doppio uso” per l’occupazione di territorio palestinese da parte di Israele. Tra queste vi sono Caterpillar, Rada Electronic Industries di proprietà di Leonardo, HD Hyundai della Corea del Sud e il gruppo Volvo svedese, che forniscono macchinario pesante per la demolizione di abitazioni e la costruzione di colonie illegali in Cisgiordania.

Anche le piattaforme Booking e Airbnb sostengono le colonie illegali perché promuovono stanze d’albergo e altre proprietà in affitto nei territori occupati da Israele. Il rapporto indica la statunitense Drummond Company e la svizzera Glencore come i principali fornitori di carbone, importato principalmente dalla Colombia, per produrre l’elettricità per Israele.

Nel settore agricolo, la cinese Bright Dairy & Food è proprietaria della maggioranza di Tnuva, la più grande azienda alimentare israeliana, che trae beneficio dalla terra sottratta ai palestinesi dagli avamposti coloniali illegali di Israele. Netafim, un’azienda che fornisce tecnologia di irrigazione a goccia e che è per l’80 % di proprietà della messicana Orbia Advance Corporation, fornisce infrastrutture per lo sfruttamento delle risorse idriche nella Cisgiordania occupata.

Anche i buoni del tesoro hanno svolto un ruolo cruciale nel finanziamento dell’attuale guerra contro Gaza. Secondo il rapporto alcune delle più grandi banche del mondo, tra cui la francese BNP Paribas e la Barclays del Regno Unito sono intervenute per permettere a Israele di contenere il premio sui tassi di interesse nonostante il declassamento del credito.

Chi sono i principali investitori dietro queste aziende?

Il rapporto identifica le aziende di investimento multinazionali BlackRock e Vanguard come i principali investitori di diverse tra le aziende elencate.

BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, è il secondo più grande investitore istituzionale in Palantir (8,6 %), Microsoft (7,8 %), Amazon (6,6 %), Alphabet (6,6 %) e IBM (8,6 %), e il terzo in Lockheed Martin (7,2 %) e Caterpillar (7,5 %).

Vanguard, il secondo gestore patrimoniale al mondo, è il primo investitore in Caterpillar (9,8 %), Chevron (8,9 %) e Palantir (9,1 %), e il secondo investitore in Lockheed Martin (9,2 %) e nel produttore di armi israeliano Elbit System (2 %).

Le aziende traggono profitto dai rapporti con Israele?

Nel rapporto si legge che “le imprese coloniali e i genocidi a queste associate sono state nel corso della storia promosse e favorite dal settore aziendale”. L’espansione di Israele in terra palestinese è un esempio di “capitalismo coloniale razziale”, in cui le aziende traggono profitto da un’occupazione illegale.

Da quando Israele ha lanciato la guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 “le entità che prima avevano permesso e tratto profitto dall’eliminazione e cancellazione dei palestinesi in un’economia di occupazione, invece di disimpegnarsi sono ora coinvolte nell’economia di genocidio”, sostiene il rapporto.

Per le aziende di armi straniere la guerra è stato un affare lucroso. La spesa militare di Israele tra il 2023 e il 2025 è aumentata del 65 %, salendo a 46,6 miliardi di dollari, una delle più alte al mondo pro capite.

Diverse imprese quotate in borsa, in particolare nei settori delle armi, della tecnologia e delle infrastrutture, dall’ottobre 2023 hanno registrato un aumento dei profitti. Anche la borsa di Tel Aviv è salita come mai prima, del 179 %, con un aumento di valore di mercato di 157,9 miliardi di dollari.

Le compagnie di assicurazione internazionali, tra cui Allianz e AXA, hanno investito ingenti somme in azioni e obbligazioni legate all’occupazione israeliana, si legge nel rapporto, in parte come riserve di capitali ma in primo luogo per generare profitti.

Anche Booking e Airbnb continuano a trarre profitto da proprietà date in affitto nelle terre occupate da Israele. Airbnb per un breve periodo nel 2018 ha tolto dagli annunci le proprietà nelle colonie illegali, ma è poi tornata a donare i profitti da lì derivati a cause umanitarie, una pratica che nel rapporto viene definita di “humanitarian-washing” [un tentativo di migliorare la propria reputazione distogliendo l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani di cui si rende complice, N.d.T.].

Le aziende private sono responsabili secondo il diritto internazionale?

Secondo il rapporto di Albanese, sì. Le aziende hanno l’obbligo di non violare i diritti umani attraverso azioni dirette o dei loro partner commerciali.

Gli Stati hanno la principale responsabilità di assicurarsi che le aziende rispettino i diritti umani e devono prevenire, indagare e punire gli abusi del settore privato. Le aziende devono però rispettare i diritti umani anche se gli Stati in cui operano non lo fanno.

Secondo il rapporto, un’azienda deve quindi valutare se le attività o le relazioni lungo la sua catena di approvvigionamento rischiano di causare violazioni dei diritti umani o di contribuirvi.

Il non agire in linea con il diritto internazionale può comportare una responsabilità penale. I singoli dirigenti possono essere ritenuti penalmente responsabili, anche davanti ai tribunali internazionali.

Il rapporto invita tutte le aziende a disinvestire da tutte le attività legate all’occupazione da parte di Israele del territorio palestinese, che è illegale secondo il diritto internazionale.

Nel luglio 2014 la Corte Internazionale di Giustizia  ha emesso un parere consultivo che stabilisce che la presenza di Israele nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est deve cessare “il più rapidamente possibile”. Alla luce di questo parere consultivo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto a Israele di porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati entro settembre 2025.

Secondo il rapporto di Albanese la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia “qualifica di fatto l’occupazione come un atto di aggressione… Di conseguenza, qualsiasi accordo che sostenga o appoggi l’occupazione e l’apparato ad essa associato può costituire una complicità secondo il diritto internazionale ai sensi dello statuto di Roma.

Gli Stati non devono fornire aiuti o assistenza o partecipare ad accordi economici o commerciali e devono prendere provvedimenti per prevenire relazioni commerciali o finanziarie che aiutino a mantenere la situazione illegale creata da Israele nei territori palestinesi occupati”.

(traduzione di Federico Zanettin)




“Non è per te”: i rifugi israeliani escludono i palestinesi mentre piovono bombe

Aseel Mafarjeh

17 giugno 2025 – Al Jazeera

In Israele i rifugi sono un’ancora di salvezza dagli attacchi missilistici iraniani, ma i cittadini palestinesi del Paese sono stati chiusi fuori.

Quando i missili iraniani hanno iniziato a piovere su Israele molti abitanti si sono precipitati a cercare riparo. Le sirene hanno suonato in tutto il Paese mentre la gente correva nei rifugi antiaerei.

Ma per alcuni palestinesi cittadini di Israele, due milioni di persone, ossia circa il 21% della popolazione, le porte si sono chiuse di colpo, ma non per la forza delle esplosioni né da nemici, ma da vicini e concittadini.

Molti cittadini palestinesi, per lo più abitanti in città, cittadine e villaggi all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele, durante quelle che finora sono state le peggiori notti del conflitto tra Iran e Israele si sono ritrovati ad essere esclusi da infrastrutture salvavita.

Per Samar al-Rashed, ventinovenne madre single che vive in un condominio abitato in grande maggioranza da ebrei nei pressi di Acri, la condizione di esclusione si è verificata venerdì notte. Samar era in casa con la figlia di 5 anni, Jihan. Quando le sirene hanno squarciato l’aria, avvertendo dell’arrivo dei missili, ha afferrato la figlia e si è messa a correre verso il rifugio dell’edificio.

“Non ho neppure avuto il tempo di prendere qualcosa,” ricorda. “Solo acqua, i nostri telefoni e la mano di mia figlia nella mia.”

La madre presa dal panico ha cercato di alleviare la paura della figlia nascondendo la sua, incoraggiandola dolcemente in arabo con voce pacata perché tenesse il ritmo dei suoi passi affrettati verso il rifugio mentre anche altri vicini scendevano le scale.

Ma arrivata alla porta del rifugio, afferma, un abitante israeliano, avendola sentita parlare in arabo, ha impedito che entrasse e le ha chiuso la porta in faccia.

“Sono rimasta attonita,” sostiene. “Parlo fluentemente l’ebraico. Ho cercato di spiegare, ma mi ha guardata con disprezzo e ha solo detto: “Non è per te”.

Samar afferma che in quel momento le profonde linee di divisione della società israeliana sono state messe a nudo. Ritornata al suo appartamento e guardando i missili lontani che illuminavano il cielo e ogni tanto si schiantavano al suolo, era terrorizzata sia da quello che vedeva che dai suoi vicini.

Una storia di esclusione

Da molto tempo i cittadini palestinesi di Israele hanno dovuto affrontare sistematiche discriminazioni nell’accesso alla casa, all’educazione, al lavoro e ai servizi pubblici. Benché abbiano la cittadinanza israeliana sono spesso trattati come cittadini di seconda classe e la loro lealtà è sistematicamente messa in dubbio nei discorsi pubblici.

Secondo Adalah-The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel [Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele] più di 65 leggi discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi. La legge sullo Stato-Nazione approvata nel 2018 ha consolidato questa disparità definendo Israele lo “Stato Nazione del popolo ebraico”, un’iniziativa che secondo i critici ha istituzionalizzato l’apartheid.

In tempi di guerra questa discriminazione spesso si intensifica.

Nei periodi di conflitto i cittadini palestinesi di Israele sono frequentemente sottoposti a politiche e restrizioni discriminatorie, tra cui arresti per post sulle reti sociali, rifiuto di accesso ai rifugi e aggressioni verbali nelle città miste.

Molti hanno già riferito di aver sperimentato tali discriminazioni.

Sabato sera ad Haifa il trentatreenne Mohammed Dabdoob stava lavorando nel suo negozio di riparazione di cellulari quando tutti i telefoni hanno suonato l’allerta simultaneamente, scatenando la sua ansia. Ha cercato di finire di aggiustare un cellulare rotto, che l’ha fatto ritardare. Poi si è affrettato a chiudere il negozio ed è corso verso il rifugio pubblico più vicino, sotto un edificio dietro al suo negozio. Avvicinatosi al rifugio ha trovato la porta blindata sbarrata.

“Ho provato con il codice. Non ha funzionato. Ho bussato alla porta, chiesto, in ebraico, che quelli che erano all’interno mi aprissero. Nessuno ha aperto,” afferma. “Dopo qualche attimo un missile è esploso lì vicino, spargendo schegge di vetro sulla strada. “Ho pensato che sarei morto.”

“C’erano fumo e urla, e dopo un quarto d’ora tutto quello che si poteva sentire erano le sirene della polizia e delle ambulanze. La scena era terrificante, come se vivessi un incubo simile a quello che è successo nel porto di Beirut,” aggiunge, in riferimento all’esplosione nel porto di Beirut nel 2020.

Bloccato dal grande spavento e dallo choc, dal posto in cui si era nascosto in un vicino parcheggio Mohammed ha visto che si scatenava il caos e poco dopo la porta del rifugio si è aperta. Mentre quelli che erano dentro il rifugio hanno iniziato a uscire alla spicciolata li ha guardati in silenzio. “Non c’è una vera sicurezza per noi,” dice. “Non dai missili e neppure dalla gente che si presume siano i nostri vicini.”

Discriminazioni nell’accesso ai rifugi

In teoria ogni cittadino israeliano dovrebbe avere lo stesso accesso alle misure di sicurezza pubblica, compresi i rifugi antiaerei. In pratica il quadro è molto diverso.

Città e villaggi palestinesi in Israele hanno molti meno spazi protetti delle località ebraiche. Secondo un rapporto del 2022 del Controllore dello Stato di Israele [ente governativo che verifica le politiche dello Stato, ndt.] citato dal quotidiano [israeliano] Haaretz, più del 70% delle case nelle comunità palestinesi in Israele, rispetto al 25% delle case di ebrei, è privo di una stanza di sicurezza o di uno spazio che sia a norma. Spesso i Comuni ricevono meno finanziamenti per la difesa civile e gli edifici vecchi non sono a norma.

Persino nelle città miste come Lydda (Lod), dove abitanti ebrei e palestinesi vivono uno vicino all’altro, la disuguaglianza è notevole.

Yara Srour, una studentessa dell’Università Ebraica di 22 anni, vive nel quartiere degradato di al-Mahatta, a Lydda. L’edificio di tre piani della sua famiglia, che risale a circa 40 anni fa, è privo dei permessi ufficiali e di un rifugio. In seguito al pesante bombardamento cui ha assistito sabato pomeriggio, che ha scioccato tutti attorno ad essa, domenica mattina presto la famiglia ha cercato di scappare verso un luogo più sicuro della città.

“Siamo andati nella parte nuova di Lydda, dove ci sono rifugi adeguati,” dice Yara, aggiungendo che sua madre, di 48 anni e con problemi alle ginocchia, faticava a muoversi. “Eppure non ci hanno lasciati entrare. Anche ebrei delle zone più povere sono stati mandati via. Era solo per i ‘nuovi abitanti’, quelli degli edifici moderni, per lo più famiglie ebraiche di classe media.”

Yara ricorda chiaramente l’orrore.

“Mia madre ha problemi articolari e non può correre come tutti noi,” afferma. “Abbiamo pregato, bussato alle porte, ma la gente ci ha solo guardati attraverso gli spioncini e ci ha ignorati, mentre vedevamo il cielo illuminato dalle fiamme dei missili intercettati.”

Paura, trauma e rabbia

Samar dice che l’esperienza di essere cacciata da un rifugio con sua figlia le ha lasciato una ferita psicologica: “Quella notte mi sono sentita completamente sola,” afferma. “Non l’ho raccontato alla polizia. A che sarebbe servito? Non avrebbe fatto niente.”

Più tardi quel pomeriggio una villa a Tamra è stata colpita, uccidendo quattro donne della stessa famiglia. Dal suo balcone Samar ha visto del fumo salire in cielo. “Sembrava la fine del mondo,” dice. “Eppure persino sotto attacco, siamo trattati come una minaccia, non come persone.”

Da allora lei e sua figlia sono andate a casa dei suoi genitori a Daburiyya, un villaggio della Bassa Galilea. Ora possono rintanarsi insieme in una camera di sicurezza. Con gli allarmi che si susseguono a distanza di poche ore Samar sta pensando di scappare in Giordania: “Voglio proteggere Jihan. Non conosce ancora questo mondo. Ma non voglio neppure lasciare la mia terra. Questo è il nostro dilemma: sopravvivere o rimanere e soffrire.”

Anche se dopo gli attacchi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che “i missili iraniani prendono di mira tutti gli israeliani, sia ebrei che arabi,” la situazione sul terreno racconta una storia diversa.

Già prima della guerra i cittadini palestinesi di Israele venivano arrestati in modo sproporzionato per aver espresso opinioni politiche o reagito agli attacchi. Alcuni sono stati arrestati solo per aver postato emoji sulle reti sociali. Invece gli appelli alla giustizia sommaria contro i palestinesi su forum on line sono stati per lo più ignorati.

“Lo Stato si aspetta da noi lealtà in guerra,” afferma Mohammed Dabdoob. “Ma quando è il momento di proteggerci siamo invisibili.”

Per Samar, Yara, Mohammed e migliaia di persone come loro il messaggio è chiaro: sono cittadini sulla carta, ma in pratica stranieri.

“Voglio sicurezza come chiunque altro,” afferma Yara. “Sto studiando per diventare infermiera. Voglio aiutare la gente. Ma come posso prestare servizio in un Paese che non vuole proteggere mia madre?”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La vera ragione per cui Israele ha attaccato l’Iran

Ori Goldberg

15 giugno 2025 al Jazeera

Non c’è nulla di preventivo nell’attacco israeliano alle infrastrutture e ai funzionari militari e civili iraniani

Mentre il conflitto tra Israele e Iran entra nel suo terzo giorno [alla data dell’articolo, ndt.], le vittime da entrambe le parti aumentano. Almeno 80 persone sono state uccise in Iran e almeno 10 in Israele. Nonostante la letale risposta dell’Iran, i funzionari israeliani hanno continuato a insistere sulla necessità di attaccare diverse strutture nucleari e militari iraniane. Molte ragioni sono state date al pubblico israeliano, ma nessuna spiega il vero motivo per cui il governo israeliano ha deciso di sferrare un attacco unilaterale e immotivato.

Il governo israeliano sostiene che l’attacco sia stato “preventivo”, volto a fronteggiare l’immediata e ineluttabile minaccia da parte dell’Iran di costruire una bomba nucleare. Non sembrano esserci prove a sostegno di questa affermazione. L’attacco israeliano è stato indubbiamente pianificato meticolosamente da molto tempo. Un attacco preventivo deve includere un elemento di autodifesa, che a sua volta sia generato da un’emergenza. Nessuna emergenza del genere sembra essersi verificata. Israele ha inoltre affermato che tale emergenza fosse contenuta nel rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) del 12 giugno, che condannava l’Iran per sostanziali violazioni agli impegni del Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari (TNP) sino ai primi anni 2000. Ma persino l’AIEA sembra respingere tale affermazione. Non c’era nulla nel rapporto che non fosse già noto alle parti interessate.

Il governo israeliano ha anche detto, precisamente in relazione al concetto di attacco “preventivo”, di mirare a “decapitare” il programma nucleare iraniano. Studiosi e politici sono generalmente concordi sul fatto che Israele non avrebbe la capacità di fermare il programma, soprattutto se tentasse di portare a termine un attacco del genere da solo. La natura della campagna in corso sembra anche indicare che Israele non abbia mai avuto l’intenzione di annientare le attività nucleari iraniane. L’esercito israeliano ha bombardato vari obiettivi militari e governativi, da basi missilistiche a un giacimento di gas a un deposito di petrolio. Ha anche compiuto una serie di omicidi contro alti vertici militari iraniani. Ali Shamkhani, ex ministro della Difesa e stretto consigliere della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, era tra gli obiettivi e si dice che sia stato ucciso, sebbene i media ufficiali e il governo iraniano non abbiano ancora confermato ufficialmente la sua morte [dopo la pubblicazione dell’articolo è comparso in televisione, ndt.]. Si ritiene che Shamkhani fosse una figura di spicco nei colloqui con gli Stati Uniti degli ultimi mesi.

Il suo assassinio, insieme agli altri, riflette un tipico modus operandi israeliano. Israele cerca spesso di “eliminare” persone specifiche nella speranza che la loro morte porti al ​​collasso dei sistemi e delle istituzioni che guidano. La mossa di uccidere Shamkhani può essere interpretata come un tentativo di sabotare i colloqui tra Iran e Stati Uniti. In tutti i casi gli assassinii sembrano indicare anche l’esistenza di un piano dettagliato per dimostrare la potenza di Israele a tutti i livelli della vita governativa e delle pratiche ufficiali iraniane. Non si tratta di una “decapitazione” del programma nucleare iraniano.

Una terza ipotesi è che Israele abbia in mente l’avvio di un “cambio di regime” a Teheran. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu lo ha detto apertamente quando ha invitato il “fiero popolo iraniano” a battersi per la propria “libertà da un regime malvagio e repressivo”.

L’ipotesi che gli iraniani vogliano davvero obbedire a Israele che li bombarda incessantemente e unilateralmente sembra analoga all’idea che se Israele affama e stermina i palestinesi di Gaza in misura sufficiente essi si rivolteranno contro Hamas e lo rimuoveranno dal potere.

Anche se così fosse, presumere che gli iraniani aspettino solo un attacco israeliano per abbattere il regime dimostra una profonda mancanza di comprensione delle forze che guidano la politica iraniana. Anche se molti iraniani si oppongono indubbiamente alla Repubblica Islamica, gli iraniani di ogni orientamento politico sono invariabilmente “patriottici”, impegnati a sostenere la sovranità e l’indipendenza dell’Iran contro qualsiasi tentativo da parte di elementi esterni di imporre i propri programmi al Paese.

In effetti, proprio come molti israeliani che si definirebbero critici intransigenti di Netanyahu si sono messi sull’attenti all’inizio dell’attacco israeliano e ora sostengono apertamente il governo, in particolare i membri dell'”opposizione” parlamentare, allo stesso modo numerosi oppositori della Repubblica Islamica si stanno ora schierando sotto la bandiera a sostegno della sovranità violata dell’Iran. Affermare che Israele stia semplicemente “gettando le basi” per una ribellione popolare iraniana con il suo attacco è, nella migliore delle ipotesi, una cinica manipolazione. Israele non ha colpito l’Iran per queste ragioni. Quindi, cosa lo ha spinto ad attaccare? Nel mezzo della campagna genocida a Gaza, Netanyahu è pienamente consapevole che il suo governo sta esaurendo le opzioni. La comunità internazionale, così come gli alleati regionali, hanno iniziato a criticare apertamente Israele. Alcuni si sono anche preparati ad adottare misure unilaterali come il riconoscimento in massa dello Stato palestinese.

Il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu è incombente e la decisione della Corte Internazionale di Giustizia sulla illegalità dell’occupazione israeliana è in attesa di essere applicata. Israele e il suo esercito hanno continuato a compiere massacri, lo hanno negato e si è scoperto che hanno mentito.

Non c’è dubbio che Netanyahu abbia pianificato l’attacco all’Iran da anni, aspettando il momento giusto. Questo momento è arrivato venerdì. È un disperato tentativo di raccogliere il sostegno del mondo intorno a Israele, mentre il mondo si prepara invece a negargli l’assoluta impunità di cui ha goduto fin dalla sua creazione.

L’Iran è ancora considerato una potenziale minaccia da molte delle principali potenze del Nord del mondo. Invocando i noti luoghi comuni associati alla letale e unilaterale azione israeliana, dalle promesse divine all’Olocausto, Netanyahu spera di ristabilire lo status quo: Israele può ancora fare ciò che vuole.

Questa è l’usuale definizione di “sicurezza” di Israele, il principio più sacro del suo essere. È la genesi apparentemente apolitica dell’israelianità, il luogo interamente dedicato alla supremazia ebraica, che è l’unico modo “reale” per garantire l’integrità delle vite degli ebrei. “Sicurezza” significa che Israele può uccidere chiunque voglia per tutto il tempo che vuole, ovunque e in qualsiasi momento, senza pagare alcun prezzo per le sue azioni. Questa “sicurezza” è ciò che ha motivato le azioni di Israele da Gaza allo Yemen, dal Libano alla Siria e ora in Iran. Un tale “regime di sicurezza” deve espandersi di continuo, ovviamente. Non può mai fermarsi. Colpendo l’Iran, Netanyahu ha rischiato tutto, rivendicando la completa e assoluta impunità per Israele e per se stesso, all’Aja e nei tribunali nazionali.

Sarà questa la salvezza di Netanyahu? La società israeliana lo perdonerà per i suoi abietti fallimenti in patria e i suoi orribili eccessi a Gaza? Considerando l’attuale impressione di giubilo nel dibattito pubblico israeliano, potrebbe essere proprio così. Le lunghe file davanti a ogni negozio aperto, dai ferramenta agli alimentari, dimostrano che gli israeliani sono entrati in modalità sopravvivenza. Una cittadinanza docile può essere un vantaggio per Netanyahu, ma è un presagio negativo per qualsiasi tentativo di costruire e difendere una società israeliana sana.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

L’opinionista israeliano Ori Goldberg ha conseguito un dottorato di ricerca in studi mediorientali con specializzazione in affari iraniani. È un ex professore universitario e consulente per la sicurezza nazionale. Oggi è analista e commentatore indipendente.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)