Cos’è la Marcia Globale verso Gaza?

Redazione di Al Jazeera

10 giugno 2025 – Al Jazeera

La Marcia Globale verso Gaza intende fare pressione sui leader mondiali affinché pongano fine alla guerra genocida di Israele nell’enclave palestinese.

Migliaia di attivisti da tutto il mondo stanno marciando verso la Striscia di Gaza per cercare di rompere il soffocante assedio israeliano e attirare l’attenzione internazionale sul genocidio lì in corso.

Circa 1.000 persone che partecipano al tratto tunisino della Marcia Globale verso Gaza, noto come Convoglio Sumud [parola araba che significa “resilienza”, ndt.], sono arrivate in Libia martedì mattina, un giorno dopo la partenza dalla capitale tunisina, Tunisi. Ora si trovano in Libia dopo un’intera giornata di viaggio, ma non hanno ancora il permesso di attraversare la parte orientale del paese nordafricano.

Si prevede che il gruppo, composto principalmente da cittadini del Maghreb, la regione dell’Africa nord-occidentale, crescerà con l’adesione di persone provenienti dai Paesi attraversati nel suo percorso verso il valico di Rafah, tra Egitto e Gaza.

Come faranno? Quando arriveranno? Di cosa si tratta?

Ecco tutto quello che c’è da sapere:

Chi è coinvolto?

Il Coordinamento di Azione Congiunta per la Palestina guida il Convoglio Sumud, facente parte della Marcia Globale per la Palestina.

In totale circa 1.000 persone viaggiano su un convoglio di nove autobus con l’obiettivo di fare pressione sui leader mondiali affinché intervengano a Gaza.

Sumud è sostenuto dal Sindacato Generale del Lavoro Tunisino, dall’Ordine Nazionale degli Avvocati, dalla Lega Tunisina per i Diritti Umani e dal Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali.

Si coordina con attivisti e persone provenienti da 50 Paesi che arriveranno in aereo nella capitale egiziana, il Cairo, il 12 giugno, in modo che possano marciare tutti insieme verso Rafah.

Alcuni di questi attivisti sono affiliati a una serie di organizzazioni di base, tra cui il Movimento Giovanile Palestinese, Codepink Women for Peace negli Stati Uniti e Jewish Voice for Labour nel Regno Unito.

Come raggiungeranno il valico di Rafah?

Il convoglio di auto e autobus ha raggiunto la Libia. Dopo una breve sosta, il piano prevede di proseguire verso il Cairo.

“La maggior parte delle persone intorno a me prova coraggio e rabbia [per quello che sta succedendo a Gaza]”, ha detto Ghaya Ben Mbarek, una giornalista tunisina indipendente che si è unita alla marcia poco prima che il convoglio attraversasse il confine con la Libia.

Ben Mbarek è spinta dalla convinzione che, come giornalista, debba “stare dalla parte giusta della storia, fermando un genocidio e impedendo che la gente muoia di fame”.

Una volta che al Cairo Sumud si sarà unito ad altri attivisti si dirigerà a El Arish, nella penisola egiziana del Sinai, per poi intraprendere una marcia di tre giorni verso il valico di Rafah, a Gaza.

Gli attivisti incontreranno ostacoli?

Il convoglio non ha ancora ricevuto dalle autorità regionali il permesso di attraversare la Libia orientale. La Libia ha due amministrazioni rivali e, sebbene nella parte occidentale [della Libia, ndt.] il progetto della carovana sia stato accolto con favore, sono ancora in corso trattative con le autorità di quella orientale, ha dichiarato martedì ad Al Jazeera un responsabile della carovana.

Gli attivisti avevano precedentemente dichiarato all’agenzia di stampa Associated Press di non aspettarsi di essere ammessi a Gaza, ma sperano che il loro viaggio spinga i leader mondiali a costringere Israele a porre fine alla sua guerra genocida.

Un’altra preoccupazione riguarda l’Egitto, che ha dichiarato il tratto tra El Arish e il valico di Rafah come zona militare e non consente l’ingresso a nessuno che non vi risieda.

Il governo egiziano non ha rilasciato alcuna dichiarazione in merito alla concessione alla Marcia Globale verso Gaza del permesso di attraversare il suo territorio.

“Dubito che gli venga permesso di marciare fino a Rafah”, ha detto un attivista egiziano di lunga data, il cui nome è stato omesso per motivi di sicurezza.

“La sicurezza nazionale viene sempre prima di tutto”, hanno dichiarato ad Al Jazeera.

Se il convoglio riuscisse a raggiungere il valico di Rafah, lì dovrà affrontare l’esercito israeliano.

Perché gli attivisti hanno scelto questo approccio?

I sostenitori della Palestina hanno provato di tutto nel corso degli anni mentre Gaza soffriva.

Dall’inizio della guerra genocida di Israele, 20 mesi fa, i civili hanno protestato nelle principali capitali e intrapreso azioni legali contro i propri rappresentanti eletti per aver favorito la campagna di uccisioni di massa di Israele a Gaza.

Attivisti hanno navigato su diverse imbarcazioni che portavano aiuti umanitari verso Gaza, cercando di rompere il soffocante blocco imposto da Israele dal 2007; tutte sono state attaccate o intercettate da Israele.

Nel 2010, in acque internazionali, un commando israeliano salì a bordo della Mavi Marmara, una delle sei imbarcazioni della Freedom Flotilla in rotta verso Gaza. Uccise nove persone e un’altra morì in seguito per le ferite riportate.

La Freedom Flotilla ha continuato nei tentativi [di forzare il blocco], mentre Gaza subiva un assalto israeliano dopo l’altro.

L’attuale guerra di Israele contro Gaza ha spinto 12 attivisti della Freedom Flotilla Coalition a salpare il 1° giugno dall’Italia a bordo della Madleen nella speranza di fare pressione sui governi mondiali affinché fermassero il genocidio israeliano.

Tuttavia il 9 giugno gli attivisti sono stati sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali.

La Marcia Globale verso Gaza avrà successo?

Gli attivisti ci proveranno, anche se sono quasi certi di non riuscire a entrare a Gaza.

Affermano che restare inerti permetterà solo a Israele di continuare il suo genocidio finché la popolazione di Gaza non sarà morta o sottoposta a pulizia etnica.

“Il messaggio che la gente qui vuole inviare al mondo è che anche se ci fermate via mare o per via aerea, noi arriveremo a migliaia via terra”, ha detto Ben Mbarek.

“Attraverseremo letteralmente i deserti… per impedire che la gente muoia di fame”, ha dichiarato ad Al Jazeera.

Quanto è grave la situazione a Gaza?

Da quando Israele ha iniziato la sua guerra contro Gaza il 7 ottobre 2023 ha bloccato l’ingresso del cibo e dei rifornimenti nell’enclave palestinese, pianificando una mancanza di cibo che ha ucciso probabilmente migliaia di persone e potrebbe ucciderne altre centinaia di migliaia.

Israele ha bombardato Gaza a tappeto, uccidendo almeno 54.927 persone e ferendone più di 126.000.

Tempo fa alcuni giuristi hanno dichiarato ad Al Jazeera che le sofferenze a Gaza suggeriscono che Israele stia deliberatamente infliggendo condizioni volte a provocare la distruzione fisica del popolo palestinese, in tutto o in parte: esattamente la definizione di genocidio.

L’indignazione globale è cresciuta mentre Israele continua a uccidere migliaia di civili, tra cui bambini, operatori umanitari, medici e giornalisti.

Da marzo Israele ha rafforzato il suo dominio su Gaza, bloccando completamente gli aiuti e poi sparando alle persone in coda per ricevere i pochi aiuti a cui consente di entrare, provocando inconsuete dichiarazioni di condanna da parte dei governi occidentali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Opinioni: Il progetto “Esther” e il sionismo come arma

Belén Fernández

19 maggio 2025-Al Jazeera

Un progetto conservatore in teoria per contrastare l’antisemitismo, in pratica porta avanti una posizione filo-israeliana per mascherare gli obiettivi dei nazionalisti bianchi.

Il 7 ottobre 2024 – esattamente a un anno dall’inizio del genocidio israeliano appoggiato dagli Stati Uniti nella Striscia di Gaza che finora ha ucciso più di 53.000 palestinesi – la Heritage Foundation con sede a Washington ha lanciato un documento politico intitolato Project Esther: una strategia nazionale per combattere l’antisemitismo

Il think tank conservatore è la stessa forza dietro il Progetto 2025, un piano per il consolidamento del potere esecutivo negli Stati Uniti e forgiare la più estrema distopia di destra di sempre. La “strategia nazionale” proposta dal Progetto Esther, che prende il nome dalla regina biblica alla quale si attribuisce il merito di aver salvato gli ebrei dallo sterminio nell’antica Persia, sostanzialmente consiste nella criminalizzazione dell’opposizione all’attuale genocidio di Israele e nell’annientamento della libertà di parola e di pensiero insieme a un sacco di altri diritti.

Il primo passaggio chiave elencato nel rapporto è che “il movimento pro-palestinese in America è virulentemente anti-israeliano, anti-sionista e anti-americano e fa parte di una Rete Globale di Supporto ad Hamas (HSN)”. Non importa che, in realtà, non esista una “Rete Globale di Supporto ad Hamas “, così come non esistono presunte “Organizzazioni di Appoggio affiliate ad Hamas HASSA Affiliated Hamas Organizations (HSO)” che la Fondazione Heritage si è anche presa la libertà di inventare.

Tra queste presunte HSO ci sono importanti organizzazioni ebraiche americane come “Jewish Voice for Peace” [Voce ebraica per la pace, organizzazione ebraica USA antisionista e contro l’occupazione, ndt.]. Un altro passaggio chiave del rapporto è che la cosiddetta HSN sarebbe “sostenuta da attivisti e finanziatori impegnati a distruggere il capitalismo e la democrazia”, una curiosa scelta di termini, senza dubbio, da parte un think tank che, proprio in questo momento, sta facendo del suo meglio per sradicare ciò che resta della democrazia dagli Stati Uniti.

La frase “capitalismo e democrazia” appare non meno di cinque volte nel rapporto, sebbene non sia del tutto chiaro cosa Hamas abbia a che fare con il capitalismo, a parte il governo di un territorio palestinese che ha ricevuto per più di 19 mesi miliardi e miliardi di dollari di distruzione militare finanziata dagli Stati Uniti. Dal punto di vista dell’industria delle armi, almeno, il genocidio è il capitalismo al suo meglio.

E secondo la logica genocida di Progetto Esther, protestare contro il massacro di massa dei palestinesi è fondamentalmente antisemita – da qui la necessità di perseguire la strategia nazionale prescritta di “estirpare l’influenza dell’HSN dalla nostra società”.

La pubblicazione ad ottobre del rapporto della Heritage Foundation si è verificata durante l’amministrazione del presidente Joe Biden, che il think tank ha individuato come “decisamente anti-israeliano” nonostante la sua completa e totale complicità nel genocidio di Gaza. Il rapporto includeva molti suggerimenti su come “combattere il flagello dell’antisemitismo negli Stati Uniti … quando un’amministrazione benintenzionata occupa la Casa Bianca”.

Sono passati rapidamente sette mesi e una recente analisi del New York Times indica che, dall’inaugurazione della presidenza degli Stati Uniti Donald Trump a gennaio, “la Casa Bianca e altri repubblicani hanno chiesto azioni che sembrano rispecchiare più della metà delle proposte di Progetto Esther”. Questi vanno dalle minacce di trattenere notevoli somme di finanziamenti federali per le università statunitensi che si rifiutano di mettere a tacere la resistenza al massacro sistematico, agli sforzi per espellere residenti legalmente presenti negli USA per il crimine di aver espresso solidarietà con i palestinesi.

Oltre a una presunta infiltrazione nel mondo accademico degli Stati Uniti e la diffusione di “narrazioni anti-sioniste in università, scuole superiori e scuole elementari, spesso sotto l’ombrello o all’interno della categoria della diversità, dell’equità e dell’inclusione (DEI) e di una simile ideologia marxista”, gli autori del Progetto Esther sostengono che “l’HSN e gli HSO hanno imparato ad usare l’ambiente mediatico progressista americano [e] sono pronti a attirare l’attenzione su ogni dimostrazione, non importa quanto grande o piccola, a ogni rete in tutto il Paese”.

E non è tutto: “L’HSN e gli HSO hanno fatto un uso esteso e incontrollato di piattaforme di social media, come Tiktok, attraverso l’intero ecosistema digitale per diffondere propaganda antisemita”.

Per tutti questi fini il documento politico offre una intera serie di raccomandazioni su come eliminare il movimento interno filo-palestinese, nonché gli atteggiamenti umani ed etici in generale: dall’epurazione dei “membri di facoltà e del personale che sostengono le HSO” dalle  istituzioni educative, a rendere i “potenziali dimostranti timorosi di affiliarsi alle HSO” sino a bloccare i “contenuti antisemiti” dai social media, che nel linguaggio della Heritage Foundation significa naturalmente i contenuti contro il genocidio.

Eppure, nonostante tutto il chiasso del Progetto Esther sulla apparentemente apocalittica minaccia antisemita posta dall’HSN, si scopre che, secondo un articolo di dicembre pubblicato da Forward, da quando è stato reso pubblico “nessuna grande organizzazione ebraica sembra aver partecipato alla stesura del piano o lo ha approvato pubblicamente”.

Forward, un periodico che si rivolge agli ebrei americani, ha riferito che la Fondazione Heritage aveva “lottato per attirare sostenitori ebrei per il suo piano contro l’antisemitismo, che sembra essere stato assemblato da diversi gruppi cristiani evangelici” e che il Progetto Esther “si concentra esclusivamente sui critici di sinistra di Israele, ignorando i problemi di antisemitismo dei gruppi suprematisti bianchi”.

Nel frattempo, in una lettera aperta pubblicata questo mese, influenti leader ebrei americani hanno avvertito che attualmente una “serie di attori” negli Stati Uniti sta “usando una presunta preoccupazione per la sicurezza ebraica come un manganello per indebolire l’istruzione superiore, il giusto processo, il sistema istituzionale di pesi e contrappesi, la libertà di parola e la stampa”.

Ora, se l’amministrazione Trump sembra fare suo il Progetto Esther e seguirlo, ciò è sommamente inquietante a causa della diffusione di un’agenda nazionalista cristiana bianca che utilizza il sionismo e accuse di antisemitismo ai suoi fini estremisti. E questo, sfortunatamente, è solo l’inizio di un progetto molto più elaborato.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Coraggio popolo di Gaza! Verrete uccisi a stomaco pieno.

Ahmed Al-Najjar – Giornalista e accademico palestinese

19 maggio 2025 – Al Jazeera

Il nuovo piano umanitario statunitense ci “salverà“, proprio come i precedenti.

Da bambino mi è sempre stato detto che la colazione è il pasto più importante. Ti dà l’energia per andare avanti per tutta la giornata. E così, nella mia famiglia, facevamo regolarmente una colazione deliziosa.

Questo, ovviamente, in passato. Da settimane ormai non mangiamo quasi nulla. Io stesso ho sognato di mangiare una fetta di formaggio e una pagnotta calda intinta nel timo e nell’olio.

Invece inizio l’ennesima giornata di genocidio con una tazza di tè e un “biscotto arricchito del WFP [Programma Alimentare Mondiale dell’ONU, ndt] non in vendita”, insipido e in fase di scadenza, che ho comprato per 1,50 dollari.

Ho seguito le ultime notizie e ho iniziato a pensare che il mio desiderio di qualcosa di diverso da un biscotto del Programma Alimentare Mondiale potrebbe presto essere esaudito.

A quanto pare gli Stati Uniti si sono stancati di sentire i palestinesi di Gaza dire che stanno morendo di fame. Quindi hanno deciso di porre fine alla fame o almeno alle fastidiose lamentele al riguardo.

E così con incrollabile, orgogliosa fiducia nella propria ingegnosità il governo statunitense ha annunciato un nuovo meccanismo per la distribuzione di cibo a Gaza. La “Gaza Humanitarian Foundation”, un termine straordinario ora aggiunto al nostro lessico di ONG e organizzazioni benefiche sul genocidio, dovrebbe riprendere la distribuzione di cibo entro la fine di maggio e distribuire “300 milioni di pasti”. Israele, da parte sua, si è offerto volontario per garantire il processo umanitario, pur continuando le sue azioni omicide.

Mentre questo nuovo “meccanismo” alimentare viene messo a punto il governo israeliano, “sotto la pressione degli Stati Uniti”, ha annunciato che consentirà l’ingresso di “una quantità minima di cibo” per prevenire “lo sviluppo di una crisi alimentare”, secondo quanto riportato dai media internazionali. La ripresa, a quanto pare, durerà solo una settimana.

Qui a Gaza, dove la crisi alimentare è già “ben sviluppata”, non siamo affatto sorpresi da questi annunci. Siamo abituati a vedere Israele con il sostegno straniero premere e rilasciare il “pulsante cibo” a suo piacimento.

Per anni siamo stati tenuti in una prigione di 365 chilometri quadrati, dove i nostri carcerieri israeliani controllano il nostro cibo, razionandolo in modo da non andare mai oltre il livello di sopravvivenza. Molto prima di questo genocidio hanno dichiarato apertamente al mondo che ci stavano tenendo a dieta, contando attentamente le nostre calorie per assicurarsi che non morissimo, ma soffrissimo soltanto. Non si è trattato di una punizione passeggera; è stata una politica ufficiale del governo.

Chiunque, mosso da un sentimento di umanità, osasse sfidare il blocco dall’esterno veniva attaccato, persino ucciso.

Alcuni dicono che avremmo dovuto essere grati che ai camion fosse permesso di entrare. Vero, lo era. Ma altrettanto spesso non gli veniva consentito, soprattutto quando noi, i prigionieri, venivamo ritenuti colpevoli di cattiva condotta.

Innumerevoli volte ho trovato il panificio del mio quartiere chiuso perché non c’era gas per cucinare, oppure non riuscivo a trovare il mio formaggio preferito perché i nostri carcerieri avevano deciso che era un prodotto “a duplice uso” (si intende militare e civile, ndtr.) e non poteva entrare a Gaza.

Eravamo bravi a coltivare il nostro cibo ma non potevamo fare molto nemmeno in questo senso perché gran parte del nostro terreno fertile era vicino alla recinzione della prigione, e quindi irraggiungibile. Amavamo pescare, ma anche la pesca era strettamente sorvegliata e limitata. Avventurarsi oltre la costa significava essere uccisi.

Tutto questo blocco umiliante e calcolato era in atto ben prima del 7 ottobre 2023.

Dopo quel giorno la quantità di cibo consentita a Gaza è stata drasticamente ridotta. Nei giorni successivi ho avvertito più che mai la stretta del blocco israeliano su Gaza, anche se lo conoscevo fin dalla nascita. Per la prima volta mi sono ritrovato a lottare per ottenere qualcosa di così basilare come il pane. Ricordo di aver pensato: sicuramente il mondo non permetterà che questo duri.

Eppure eccoci qui, 19 mesi dopo: sono trascorsi 590 giorni e la lotta è diventata ancora più aspra.

Il 2 marzo Israele ha vietato l’ingresso di cibo e di ogni altro aiuto a Gaza. Da allora la situazione è peggiorata sempre di più, facendoci rimpiangere le fasi precedenti della crisi, quando la sofferenza sembrava leggermente più sopportabile.

Fino a poche settimane fa, ad esempio, potevamo ancora avere qualche pomodoro insieme ai soliti fagioli in scatola che ci distruggevano lo stomaco. Ma ora i venditori di verdura sono scomparsi.

Anche i panifici hanno chiuso e la farina è praticamente scomparsa, lasciandomi con il desiderio di rivivere il leggero disgusto alla vista dei vermi che si contorcono nella farina infestata, perché significherebbe che mia madre potrebbe di nuovo fare il pane. Tutto ciò che ora potrei realisticamente desiderare è trovare delle fave non scadute.

Riconosco che altri se la passano molto peggio di me. Per i genitori di bambini piccoli la lotta per trovare cibo è un’agonia.

Prendete il mio barbiere per esempio. Quando sono andato da lui per un taglio di capelli due settimane fa appariva esausto.

“Riesci a immaginare? Non mangio pane da settimane. Quel poco di farina che ogni tanto riesco a comprare lo metto da parte per i miei figli. Mangio solo quanto basta per sopravvivere, non per saziarmi. Non capisco perché il mondo li tratti così. Se ai loro occhi non siamo degni di vivere che abbiano almeno pietà dei nostri figli affamati. Va bene se vogliono far morire di fame noi, ma non i nostri figli”, mi ha detto.

Questo potrebbe sembrare una crudele sacrificio, ma è ciò che qui dopo 19 mesi di incessanti omicidi israeliani è diventato l’essere genitori. I genitori sono consumati dalla paura, non solo per la sicurezza dei loro figli, ma anche per la possibilità che possano essere bombardati mentre hanno fame. Questo è l’incubo di ogni famiglia e di ogni tenda a Gaza.

Nei pochi ospedali a malapena funzionanti il panorama della carestia è ancora più straziante. Neonati e bambini ischeletriti giacciono sui letti d’ospedale; madri malnutrite siedono accanto a loro.

È diventato normale vedere quotidianamente immagini di bambini palestinesi emaciati. Anche noi facciamo fatica a trovare cibo, ma vederli ci spezza il cuore. Vogliamo aiutare. Pensiamo che magari una scatola di piselli potrebbe fare la differenza. Ma che aiuto possono offrire i piselli a un neonato affetto da severa denutrizione, ad un bambino ridotto a fragile guscio di pelle e ossa?

Nel frattempo il mondo sta in silenzio osservando Israele bloccare gli aiuti e sganciare bombe e chiedendosi incredulo come sia possibile?

Il 7 maggio l’esercito israeliano ha bombardato via al-Wehda, una delle più trafficate di Gaza City. Un missile ha colpito un incrocio pieno di venditori ambulanti, un altro un ristorante in funzione. Almeno 33 palestinesi sono stati uccisi.

Sono apparse online immagini di una tavola con fette di pizza imbevute del sangue di una delle vittime. L’immagine di una pizza a Gaza ha catturato l’attenzione mondiale; il bagno di sangue no. Il mondo esigeva risposte: come si può vivere una condizione di carestia se è possibile ordinare la pizza?

, nel contesto di una carestia genocida si trovano negozianti e ristoranti. Negozianti che vendono un chilo di farina a 25 dollari e una lattina di fagioli a 3 dollari. Un ristorante dove viene servita la fetta di pizza più piccola e costosa del mondo: un impasto di pessima qualità, formaggio e il sangue di chi l’ha ordinata.

In questo mondo ci viene chiesto di spiegare la presenza di una pizza per riuscire a credere che siamo degni del cibo. In questo mondo l’abbozzo di un piano astratto degli Stati Uniti per sfamarci sembra ragionevole, mentre tonnellate di aiuti salvavita attendono ai valichi di frontiera di essere accettati e distribuiti da agenzie umanitarie già pienamente operative.

A Gaza abbiamo già assistito a esercitazioni di pubbliche relazioni mascherate da “azione umanitaria”. Ricordiamo i lanci aerei che uccidevano più persone di quante ne nutrissero. Ricordiamo il molo da 230 milioni di dollari che ha trasportato a malapena 500 camion di aiuti a Gaza dal mare: un’impresa che avrebbe potuto essere compiuta in mezza giornata da terra attraverso un valico aperto.

A Gaza abbiamo fame, ma non siamo stupidi. Sappiamo che Israele può affamarci e commettere un genocidio solo perché gli Stati Uniti glielo permettono. Sappiamo che fermare il genocidio non è tra le preoccupazioni di Washington. Sappiamo di essere ostaggi non solo di Israele, ma anche degli Stati Uniti.

Ciò che ci tormenta non è solo la carestia; è anche la paura che sotto le mentite spoglie di soccorritori arrivino degli estranei con l’unico compito di iniziare a gettare le basi della colonizzazione. Anche se il piano statunitense venisse applicato e anche se prima del prossimo bombardamento israeliano ci fosse permesso di mangiare so che il mio popolo non sarà distrutto dall’uso del cibo come arma.

Israele, gli Stati Uniti e il mondo intero dovrebbero capire che non baratteremo la terra per le calorie. Libereremo la nostra patria, anche a stomaco vuoto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Ahmed Al-Najjar

Ahmed Al-Najjar è un giornalista e accademico palestinese che vive a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Si occupa del genocidio israeliano in corso.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I professionisti della salute devono prendere posizione e agire per Gaza adesso

Talal Ali Khan

13 maggio 2025 – Aljazeera

Ho trascorso a Gaza 22 giorni. Ho visto tanta morte e distruzione, ma anche un coraggio, una compassione e una dedizione incredibili. Non dobbiamo abbandonare i nostri colleghi che sono lì.

Avevo seguito attentamente per nove mesi la guerra genocida a Gaza, quando mi si è presentata l’opportunità di fare volontariato nel contesto di una missione medica organizzata dall’ONU, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla Palestinian American Medical Association.

Essendo specializzato in nefrologia, una branca medica che si occupa di pazienti con malattie renali, ho capito che c’era un disperato bisogno di cure specialistiche a causa del collasso del sistema sanitario e dell’elevato numero di medici specializzati uccisi a Gaza.

Sentivo anche che fosse mio dovere, come musulmano, aiutare la popolazione di Gaza. L’Islam ci insegna che chiunque salvi una vita è come se avesse salvato l’umanità intera; prendersi cura degli altri è un atto religioso e opporsi all’ingiustizia è un obbligo morale.

Credo che i miei diplomi di laurea non siano semplicemente destinati a rimanere appesi alle pareti di uno studio climatizzato o permettermi di stare alla guida di una magnifica auto o vivere in un quartiere di benestanti. Sono una testimonianza del fatto che ho giurato di dedicare la mia competenza al servizio dell’umanità, di mantenere il massimo rispetto per la vita umana e di offrire le mie conoscenze mediche e la mia compassione a chi ne ha bisogno.

Così il 16 luglio sono partito per Gaza con alcuni colleghi.

Siamo entrati nella Striscia attraverso il valico di Karem Abu Salem. Siamo passati dalla prosperità, comfort e ricchezza della parte israeliana alla terribile distruzione, devastazione e miseria della parte palestinese. Abbiamo praticamente visto cos’è l’apartheid.

Durante il nostro breve viaggio attraverso la Striscia di Gaza meridionale per raggiungere la nostra destinazione a Khan Younis abbiamo visto molti edifici bombardati, danneggiati o distrutti. Case, scuole, negozi, ospedali, moschee… di tutto.

La quantità di macerie era raccapricciante. Ancora oggi non riesco a dimenticare gli scenari di distruzione che ho visto a Gaza.

Siamo stati ospitati all’ospedale Al-Nasser perché era troppo pericoloso stare in qualsiasi altro posto. Siamo stati accolti con tanta premura che mi sono sentito in imbarazzo. Eravamo visti come dei salvatori.

Ho curato pazienti con problemi renali, lavorato come medico di medicina generale e talvolta ho prestato assistenza al pronto soccorso durante eventi con moltissime vittime.

La dialisi richiede acqua pulita, materiali sterili, alimentazione elettrica affidabile, farmaci e attrezzature che devono essere sottoposte a manutenzione e sostituzione – niente di tutto questo era garantito a causa del blocco israeliano. Ogni seduta di dialisi era una sfida. Ogni ritardo aumentava il rischio di morte dei miei pazienti. Tanti sono morti – una realtà che ho faticato ad accettare, sapendo che in circostanze normali molti di loro avrebbero potuto essere salvati e vivere una vita normale.

Ricordo il volto sorridente di uno dei miei pazienti, Waleed, un giovane che soffriva di insufficienza renale causata da ipertensione precoce, una condizione che con l’accesso a cure adeguate avrebbe potuto essere gestita in modo appropriato.

La dialisi era l’ancora di salvezza per Waleed, ma non poteva sottoporsi a un numero adeguato di sedute a causa del blocco israeliano che causava una grave carenza di forniture mediche. La malnutrizione e il peggioramento delle condizioni di vita non hanno fatto che accelerare il suo declino.

Ricordo quanto era affannosa la sua respirazione, il suo corpo sovraccarico di liquidi e la sua pressione sanguigna pericolosamente alta. Eppure, ogni volta che lo vedevo Waleed mi accoglieva con un caldo sorriso, il suo spirito in qualche modo integro, sua madre sempre al suo fianco. Pochi mesi dopo la mia partenza da Gaza Waleed è morto.

Un altro mio paziente era Hussein, un uomo gentile, di buon cuore e molto rispettato. I suoi figli si prendevano cura di lui con amore e dignità.

Soffriva di grave ipokaliemia e acidosi: i livelli di potassio nel suo corpo erano pericolosamente bassi e l’acidità saliva fino a livelli tossici. Per affrontare la propria condizione aveva bisogno di farmaci di base: integratori di potassio e compresse di bicarbonato di sodio.

Si trattava di farmaci semplici, economici e salvavita, eppure il blocco israeliano non ne permetteva l’ingresso. Non riuscendo a trovare queste compresse Hussein è stato ricoverato più volte per un’integrazione di potassio per via endovenosa.

Nonostante l’immensa sofferenza Hussein restava gentile, coraggioso e pieno di fede. Quando parlava ripeteva sempre la frase Alhamdulillah (la lode a Dio). Ho saputo che è morto qualche settimana fa.

Waleed e Hussein dovrebbero essere qui: lieti, sorridenti, felici con le loro famiglie. Invece, sono diventati vittime dell’assedio e del silenzio. Queste sono due delle tante tragiche storie che conosco e a cui ho assistito. Tante vite meravigliose che avrebbero potuto essere salvate sono andate perdute.

Nonostante questa triste realtà i miei colleghi a Gaza continuano a fare tutto il possibile per i loro pazienti.

Questi sono medici oltraggiati in tutti i modi possibili. Non solo combattono le difficoltà quotidiane della vita come tutti gli altri palestinesi di Gaza, ma assistono anche agli orrori quotidiani di bambini decapitati, arti amputati, esseri umani totalmente ustionati e, a volte, dei corpi senza vita dei loro cari.

Immaginate di lavorare senza anestesia, con pochi antidolorifici e pochissimi antibiotici. Immaginate chirurghi che lavano con semplice acqua bambini sottoposti ad amputazioni senza sedazione e che cambiano senza antidolorifici le medicazioni di pazienti con ustioni diffuse in tutto il corpo.

Eppure questi eroi della sanità continuano ad andare avanti.

Uno degli infermieri con cui ho lavorato, Arafat, mi ha profondamente colpito. Viveva con diversi membri della famiglia in un rifugio di fortuna che non offriva alcuna protezione dagli elementi: il freddo invernale, il caldo torrido o la pioggia battente.

Pativa la fame, come tutti gli altri palestinesi di Gaza, e ha perso 15 kg in nove mesi. Ogni giorno percorreva dai 2 ai 3 km a piedi per andare al lavoro con sandali consumati, rischiando di essere bombardato dai droni o colpito dagli spari israeliani per strada.

Eppure il sorriso non abbandonava mai il suo volto. Si prendeva cura di oltre 280 pazienti in dialisi, trattandoli con cura, ascoltando attentamente le loro famiglie in ansia e incoraggiando i colleghi con un leggero umorismo.

Mi sentivo così piccolo accanto a eroi come Arafat. La sua resilienza e la sua perseveranza, così come quella dei suoi colleghi, erano incredibili.

Mentre ero a Gaza ho avuto l’opportunità di visitare l’ospedale Al-Shifa con una delegazione delle Nazioni Unite. Quello che un tempo era il più grande e vitale centro medico di Gaza era ridotto in rovina. L’ospedale, un tempo simbolo di speranza e guarigione, era diventato simbolo di morte e distruzione, della volontà di demolire l’assistenza sanitaria. È stato straziante vederne i resti carbonizzati e bombardati.

Sono rimasto a Gaza per 22 giorni. È stato un vero onore far visita e aiutare la popolazione resiliente di Gaza ricavandone lezioni di vita. Il loro instancabile coraggio e la loro determinazione mi accompagneranno fino alla morte.

Nonostante abbia assistito a ciò che non avrei mai potuto immaginare, non sentivo il bisogno di andarmene. Volevo restare. Tornato negli Stati Uniti ho provato un profondo senso di colpa per aver lasciato indietro i miei colleghi e i miei pazienti, per non essere rimasto, per non aver fatto abbastanza.

Nel provare questo dolore costante non riesco a comprendere come un crescente numero di persone si abitui ai resoconti quotidiani delle morti palestinesi e alle immagini di corpi straziati e bambini affamati.

Come esseri umani e come operatori sanitari non possiamo tacere su Gaza. Non possiamo rimanere in silenzio e passivi. Dobbiamo denunciare e agire contro la devastazione dell’assistenza sanitaria e gli attacchi ai nostri colleghi nella Striscia.

Sono già sempre meno gli operatori autorizzati a entrare a Gaza per missioni sanitarie. L’attuale blocco ha impedito l’arrivo di qualsiasi fornitura medica.

Come operatori sanitari dobbiamo mobilitarci per chiedere l’immediata cessazione dell’assedio e il libero accesso alle missioni mediche. Non dobbiamo smettere di offrirci come volontari per aiutare le équipe mediche in difficoltà a Gaza. Questi atti di denuncia e volontariato danno ai nostri colleghi a Gaza la speranza e il conforto di non essere stati abbandonati.

Non permettiamo che Gaza sia solo un simbolo di distruzione, che sia invece l’esempio di uno spirito incrollabile.

Alzatevi, parlate e agite: fate in modo che la storia ricordi non solo la tragedia, ma anche il trionfo della compassione umana.

Sosteniamo la dignità umana.

Diciamo a Gaza: non siete soli!

L’umanità è dalla vostra parte!

Le opinioni espresse in questo articolo sono dellautore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Talal Ali Khan

Talal Ali Khan è un medico statunitense, specialista in nefrologia.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Gaza sono stata costretta a bruciare i miei libri per sopravvivere.

Hend Salama Abo Helow – Studentessa di medicina all’Università di Al-Azhar a Gaza.

29 aprile 2025 – Aljazeera

Sono stata educata all’amore per i libri. Non avrei mai pensato di doverli bruciare per potermi permettere un misero pasto.

Da bambini io e i miei fratelli spendevamo regolarmente la nostra paghetta in libri nuovi. Nostra madre ci aveva instillato un amore appassionato per i libri. Leggere non era solo un hobby; era un modo di vivere.

Ricordo ancora il giorno in cui i nostri genitori ci fecero trovare con nostra grande sorpresa una libreria. Era un mobile alto e largo con molti scaffali che avevano sistemato in soggiorno. Avevo solo cinque anni, ma percepii subito la sacralità di quell’angolo.

Mio padre era determinato a riempire gli scaffali con una ampia scelta di libri: filosofia, religione, politica, lingue, scienza, letteratura, ecc. Voleva avere una vasto patrimonio di libri che arrivasse a competere con la biblioteca locale.

I miei genitori ci portavano spesso nella libreria annessa alla Biblioteca Samir Mansour, una delle più rinomate di Gaza. Ci era permesso prendere fino a sette libri a testa.

Anche le nostre scuole coltivavano questo amore per la lettura e organizzavano visite a fiere del libro, circoli di lettura e tavole rotonde.

La libreria di casa divenne la nostra amica, il nostro conforto sia in guerra che in pace, la nostra ancora di salvezza in quelle notti buie e inquietanti illuminate solo dalle bombe. Riuniti attorno a dei focolari discutevamo delle opere di Ghassan Kanafani e recitavamo le poesie di Mahmoud Darwish che avevamo imparato a memoria dai libri della nostra libreria.

Quando nell’ottobre del 2023 è iniziato il genocidio, il blocco di Gaza è stato portato ad un livello insopportabile, con il taglio delle forniture di acqua, carburante, medicine e cibo sano.

Una volta rimasta senza gas la gente ha iniziato a bruciare tutto ciò che riusciva a trovare: legna ricavata dalle macerie delle case, rami d’albero, rifiuti… e poi libri.

Tra i nostri parenti, questo è accaduto per la prima volta alla famiglia di mio fratello. I miei nipoti, affranti, hanno rinunciato al loro futuro di istruzione: hanno bruciato i loro libri di scuola freschi di stampa – il cui inchiostro non si era ancora asciugato – affinché la loro famiglia potesse prepararsi un pasto. Gli stessi libri che un tempo nutrivano le loro menti ora alimentavano le fiamme, per sopravvivere.

Ero sconvolta dal rogo dei libri, ma mio nipote undicenne Ahmed mi mise di fronte alla realtà. “O moriamo di fame o diventiamo analfabeti. Io scelgo di vivere. L’istruzione riprenderà più tardi”, ha detto. La sua risposta mi ha scosso profondamente.

Esaurita la fornitura di gas insistevo perché comprassimo della legna, anche se il prezzo stava salendo alle stelle. Mio padre cercava di convincermi: “Quando la guerra sarà finita ti comprerò tutti i libri che vuoi. Ma per ora usiamo questi”. Ma io continuavo a rifiutarmi.

Quei libri erano stati testimoni dei nostri alti e bassi, delle lacrime e delle risate, dei nostri successi e fallimenti. Come potevamo bruciarli? Ho iniziato a rileggere alcuni dei nostri libri – una, due, tre volte – memorizzandone le copertine, i titoli, persino il numero esatto di pagine, nascondendo dentro di loro la paura che la nostra biblioteca potesse essere il prossimo sacrificio.

A gennaio, dopo la stipula di una tregua provvisoria, il gas da cucina ha potuto finalmente entrare a Gaza. Ho tirato un sospiro di sollievo al pensiero che io e i miei libri eravamo sopravvissuti a questo olocausto.

Poi, all’inizio di marzo, il genocidio è ripreso. Tutti gli aiuti umanitari sono stati bloccati: niente cibo, niente forniture mediche e niente combustibile. Abbiamo esaurito le forniture di gas in meno di tre settimane. Il blocco totale e i massicci bombardamenti hanno reso impossibile trovare qualsiasi altra fonte di combustibile per cucinare.

Non ho avuto altra scelta che arrendermi. In piedi davanti alla nostra biblioteca ho preso i volumi sui diritti umani internazionali. Ho deciso che dovevano essere i primi. Ci hanno insegnato queste norme giuridiche a scuola, ci hanno fatto credere che i nostri diritti di palestinesi fossero garantiti da esse e che un giorno ci avrebbero portato alla liberazione.

Eppure queste leggi internazionali non ci hanno mai protetto. Siamo stati abbandonati al genocidio. Gaza è stata teletrasportata in un’altra dimensione morale, dove non esiste diritto internazionale, né etica, né valore per la vita umana.

Ho fatto quelle pagine a pezzi, ricordando come innumerevoli famiglie fossero state fatte a pezzi dalle bombe, proprio così. Ho dato in pasto alle fiamme le pagine strappate, guardandole mentre diventavano polvere – un’offerta angosciosa in memoria di coloro che sono stati bruciati vivi: Shaban al-Louh, bruciato vivo durante l’attacco all’ospedale di Al-Aqsa, il giornalista Ahmed Mansour, bruciato vivo durante l’attacco a una tenda adibita a sala stampa, e innumerevoli altri di cui non conosceremo mai i nomi.

Poi abbiamo bruciato tutti i libri e i sunti di farmacologia di mio fratello, laureato in quella materia. Abbiamo cucinato il nostro cibo in scatola sulle ceneri dei suoi anni di duro lavoro. Eppure non è stato sufficiente. L’assedio si è fatto sempre più soffocante e le fiamme hanno divorato scaffali di libri. Mio fratello ha insistito perché bruciassimo i suoi libri preferiti prima di toccare i miei.

Ma non c’è stato modo di sfuggire all’inevitabile. Ben presto ci siamo ritrovati con i miei libri. Sono stata costretta a bruciare le mie preziose raccolte di poesie di Mahmoud Darwish; i romanzi di Gibran Khalil Gibran; le poesie di Samih al-Qasim, la voce della resistenza; i romanzi di Abdelrahman Munif a cui tenevo molto; e i romanzi di Harry Potter, che avevo letto durante l’adolescenza. Poi è stato il turno dei miei libri e sunti di medicina.

Mentre restavo lì a guardare le fiamme consumarli anche il mio cuore bruciava. Abbiamo cercato di rendere il sacrificio più proficuo cucinando un pasto più gustoso: pasta con besciamella.

Pensavo che quello fosse l’apice del mio sacrificio, ma mio padre è andato oltre, smontando gli scaffali della biblioteca per usarli come legna da ardere.

Sono riuscita a salvare 15 libri. Sono libri di storia sulla causa palestinese, le storie dei nostri antenati e i libri che appartenevano a mia nonna, uccisa senza pietà durante questo genocidio.

L’esistenza è resistenza; questi libri sono la prova che la mia famiglia è sempre esistita qui, in Palestina, che siamo sempre stati i proprietari di questa terra.

Il genocidio ci ha spinto a fare cose che non avremmo mai immaginato nemmeno nei nostri incubi più cupi. Ci ha costretto a mutilare i nostri ricordi e a distruggere l’indistruttibile, tutto per sopravvivere.

Ma se sopravvivremo – se sopravvivremo – ricostruiremo. Nella nostra casa avremo una nuova biblioteca e la riempiremo di nuovo con i libri che amiamo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Hend Salama Abo Helow – Studentessa di medicina presso l’Università Al-Azhar di Gaza

Hend Salama Abo Helow è ricercatrice, scrittrice e studentessa di medicina presso l’Università Al-Azhar di Gaza. Ha pubblicato in We Are Not Numbers, Washington Report, Middle East Affairs, Mondoweiss e Institut for Palestinian Studies. Crede nella scrittura come forma di resistenza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Da bambine sognavamo il nostro futuro. Poi un proiettile israeliano si è preso quello di Malak

Lujayn

23 marzo 2025 – Al Jazeera

La mia migliore amica arrossiva facilmente, amava il nostro quartiere di Gaza e sperava di diventare un’infermiera per assistere i bambini malati.

Malak era come una sorella per me.

Avevamo nove anni quando ci siamo incontrate alla scuola femminile Hamama nel quartiere di Sheikh Radwan di Gaza City. Era il 2019 e la famiglia di Malak si era appena trasferita in un appartamento a tre edifici di distanza dal mio. Quando lei è arrivata a scuola io mi sono presentata e da quel giorno in poi siamo andate e tornate da scuola insieme ogni giorno.

Allora Sheikh Radwan ci sembrava tutto il nostro mondo. C’erano begli edifici e negozi dove compravamo dolci. Le famiglie si conoscevano tra loro, i bambini giocavano insieme. Conoscevamo tutti i nostri vicini e chiamavamo gli adulti zie e zii.

All’inizio pensavo che Malak arrossisse facilmente perché era nuova nella scuola. Ma col passare del tempo ho capito che questo faceva parte del suo modo di essere. Malak era timida e tranquilla, gentile e affettuosa. Il suo nome significa “angelo”. Le si confaceva.

Si prendeva cura dei nostri compagni di classe e quando uno di loro era turbato Malak lo consolava. Spesso l’ho vista aiutare altri bambini con i compiti a casa.

Ero più vicina a Malak che alle altre ragazze della scuola perché ci piacevano le stesse cose: la matematica, la fisica e la musica. Io ho una passione per la fisica, mentre lei era molto brava in matematica. Entrambe suonavamo il piano. Io ero specializzata in musica classica, mentre lei amava la musica tradizionale palestinese.

A volte suonavamo in modo stonato. Ricordo che una volta abbiamo scherzato sul fatto che avrebbe dovuto seguire il suo sogno di diventare infermiera piuttosto che una musicista professionista. Lei ha riso e si è detta d’accordo con me. Spesso ci facevamo ridere a vicenda.

Ma dietro al sorriso di Malak c’era tristezza, come se stesse portando un peso, un dispiacere che teneva per sé.

Perché questa tristezza, Malak?’

Un giorno di settembre del 2023 eravamo sedute nel cortile della scuola come facevamo spesso negli intervalli tra le lezioni, parlando dei nostri sogni per il futuro. Avevamo appena finito una prova di matematica. La giornata a scuola non era finita, ma ho visto che Malak voleva andare a casa. Tratteneva le lacrime. “Perché sei triste, Malak?”, le ho chiesto.

Lei ha guardato il cielo e poi me e ha risposto: “Mio fratello Khaled è nato con un difetto cardiaco congenito. Ha solo un anno più di me ed è molto malato.”

Ero stata a casa di Malak molte volte e sapevo che suo fratello era debole e spesso malato. Ma non sapevo quanto fosse grave la sua malattia.

Quando mi ha detto che lui poteva morire le ho messo una mano sulla spalla. “Chi lo sa, Malak?”, ho detto. “Magari noi lasceremo questo mondo prima di lui. La morte non tiene conto dell’età o delle malattie.”

Non avrei mai immaginato che le mie fugaci parole sarebbero presto diventate una brutale realtà.

Quel giorno nel cortile della scuola abbiamo chiacchierato per ore. Malak ha parlato dell’idea di diventare infermiera e di tornare a Ramla [ora in Israele, ndt.], la sua zona di origine, da cui la sua famiglia era stata sfollata durante la Nakba [pulizia etnica operata dai sionisti nel 1947-49, ndt.]. Mi ha detto che voleva occuparsi dei malati, soprattutto bambini. Ho pensato che sarebbe stata un’infermiera perfetta per via della sua natura gentile.

Quando è iniziata la guerra ognuna di noi si è rifugiata nella sua famiglia e abbiamo perso i contatti. Io sono stata sfollata con la mia famiglia più di 12 volte. Siamo stati costretti a lasciare la nostra casa a Gaza City e siamo fuggiti in altri luoghi per due volte nella stessa città. E poi a Khan Younis, Deir el-Balah nel campo profughi di Bureij, ad al-Mawasi ed ora a Rafah, da cui sto scrivendo.

Durante questi spostamenti ho cercato di contattare Malak, ma non ci sono mai riuscita. Sia il suo telefono che quello di sua madre erano irraggiungibili.

La nostra scuola è stata trasformata in un rifugio per sfollati, prima di essere distrutta da attacchi aerei israeliani il 3 agosto 2024. Anche dopo questa terribile notizia non sono riuscita a sentire Malak.

Ritrovarci

Dopo più di un anno senza riuscire a contattare la mia amica, una mattina del gennaio 2025, mentre ero nel nostro rifugio a Rafah, ho ricevuto una telefonata da un numero sconosciuto. Ero contentissima quando ho sentito la voce di Malak: era felice ed eccitata di parlarmi, ma l’ho sentita sfinita.

Le ho chiesto come stessero lei e la sua famiglia e di suo fratello Khaled, ricordando che lui aveva bisogno di medicine. Mi ha detto che vivevano in una tenda nella zona di al-Mawasi a Rafah, a pochi chilometri da dove era rifugiata la mia famiglia.

Malak aveva voglia di parlare. Mi ha raccontato che la sua famiglia era stata più volte sfollata in varie zone di Gaza. La nostra conversazione è anche tornata ai bei giorni a Sheikh Radwan – alle nostre case, alla nostra scuola e a tutto ciò che facevamo prima della guerra.

Prima di finire la telefonata ho promesso di andarla a trovare e portarla insieme alla sua famiglia nel nostro rifugio. Pensavo che sarebbe stato più sicuro per loro stare nel nostro stesso rifugio dato che il nostro edificio è di pietra, mentre Malak viveva in una tenda.

Due giorni dopo, l’8 gennaio, ho programmato con mia madre di andare da Malak. L’ho chiamata per confermare. Ha risposto la sorellina di Malak, Farah, in lacrime. “Malak se ne è andata”, ha singhiozzato. È stata uccisa all’alba da un proiettile mentre dormiva nella nostra tenda.”

Non potevo ascoltare. O forse non volevo credere a ciò che Farah stava dicendo. Mi si è stretto il cuore oltre ogni dire. Ho riattaccato, soffocata dalle lacrime. Mi sono rivolta a mia madre: “Malak se ne è andata”.

Insieme, nella morte

Il giorno dopo mia madre ed io siamo andate in visita dalla famiglia di Malak per porgere le nostre condoglianze. Abbiamo trovato la loro tenda fatta a pezzi dai buchi dei proiettili. Ma non c’era nessuno. I loro vicini, anch’essi nelle tende, ci hanno detto che Khaled era morto quella mattina. La sua malattia era peggiorata senza accesso alle medicine e il lutto per la morte di sua sorella aveva spezzato il suo spirito. La famiglia era andata a seppellirlo.

Ho ripensato alle mie parole durante la conversazione nel cortile della nostra scuola. Non avrei mai immaginato che Malak potesse morire e che Khaled l’avrebbe seguita dopo così poco tempo. Sono stati sepolti uno accanto all’altra. Anche nella morte Khaled non si sarebbe separato da lei.

Chi ha sparato quella pallottola mortale a Malak? Perché l’hanno uccisa? Era un pericolo per i soldati mentre dormiva? Avevano paura dei suoi sogni di tornare a Ramla?

Addio, mia cara amica. Non ti dimenticherò mai. Pianterò un ulivo in tuo onore e porterò quelli che restano della tua famiglia a stare da noi e mi prenderò cura di loro come avresti fatto tu.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Le dichiarazioni di condanna non fermeranno il genocidio a Gaza

Belén Fernández

Giornalista di Al Jazeera

18 marzo 2025 – Al Jazeera

Mentre Israele ricomincia il genocidio totale a Gaza, tutto ciò di cui è capace la comunità internazionale sono deboli obiezioni

Era solo questione di tempo prima che Israele decidesse di annullare definitivamente l’accordo di cessate il fuoco con Hamas e riprendesse il totale genocidio nella Striscia di Gaza. Da un giorno all’altro l’esercito israeliano ha scatenato un’ondata di attacchi che finora hanno ucciso almeno 404 palestinesi e feriti 562.

Questi numeri indubbiamente aumenteranno, in quanto altri corpi vengono estratti da sotto le macerie e Israele continua ciò che il Primo Ministro maltese Robert Abela ha denunciato come un “barbaro” assalto all’enclave palestinese.

Ma la barbarie, dopo tutto, è ciò che Israele sa fare meglio. E purtroppo non c’è in vista alcuna fine del comportamento barbaro – soprattutto quando il massimo che la comunità internazionale è capace di fare sono fiacche dichiarazioni di condanna.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, per esempio, ha dichiarato che gli attacchi israeliani “aggiungeranno tragedia a tragedia” e che “il ricorso di Israele ad ancor maggiore forza militare non farà che accrescere ulteriormente la sofferenza di una popolazione palestinese che già soffre di condizioni catastrofiche.”

Il Primo Ministro norvegese Jonas Gahr Store ha convenuto che l’attacco israeliano costituisce “una grande tragedia” per la popolazione di Gaza, gran parte della quale “vive in tende e tra le rovine di ciò che è stato distrutto.”

Da parte sua il Ministro degli Esteri olandese Caspar Veldkamp ha usato la piattaforma X per affermare che “gli aiuti umanitari devono raggiungere chi ne ha bisogno e che tutte le ostilità devono cessare in modo permanente.” La Svizzera ha auspicato “una immediata ripresa del cessate il fuoco”.

Gli Stati Uniti ovviamente non hanno sentito il bisogno di condannare i rinnovati attacchi israeliani a Gaza – una reazione che non sorprende da parte del Paese che sin dall’inizio ha appoggiato e incoraggiato il genocidio, prima sotto l’amministrazione di Joe Biden e ora sotto quella di Donald Trump.

In un’intervista a Fox News l’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che gli USA sono stati consultati da Israele circa l’ultimo attacco, aggiungendo che Trump “ha messo in chiaro” che Hamas e “tutti coloro che cercano di terrorizzare non solo Israele, ma anche gli Stati Uniti d’America avranno un prezzo da pagare”. Parafrasando una precedente minaccia rivolta da Trump a Hamas, Leavitt ha avvertito che “si scatenerà l’inferno”.

Eppure, secondo tutti gli standard obbiettivi, l’inferno si è già decisamente scatenato nella Striscia di Gaza. Con il solido appoggio USA l’esercito israeliano ha ufficialmente massacrato 48.577 palestinesi tra ottobre 2023 e gennaio 2025, quando è entrato in vigore un esile cessate il fuoco tra Israele e Hamas. A febbraio l’ufficio comunicazioni del governo di Gaza ha aggiornato il totale dei morti a circa 62.000 tenendo conto delle migliaia di palestinesi scomparsi che si presume siano morti sotto le onnipresenti macerie.

E mentre Gaza, con l’attuazione dell’accordo di tregua, ha apparentemente ottenuto una sospensione degli incessanti bombardamenti israeliani, l’esercito israeliano ha continuato ad uccidere palestinesi e di conseguenza a violare in altro modo l’accordo. Dopo tutto una cessazione delle ostilità non ha mai costituito un modus operandi di Israele.

Quando a inizio marzo Israele ha bloccato tutte le consegne di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza – una mossa che configura la carestia forzata e un ovvio crimine di guerra – gli USA come previsto hanno accusato Hamas del blocco degli aiuti invece del soggetto che in realtà lo stava attuando. L’Unione Europea ne ha seguito l’esempio condannando Hamas per il suo presunto “rifiuto…di accettare l’estensione della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza.”

Dato che Israele aveva improvvisamente modificato i termini dell’accordo, non si trattava in realtà di “rifiuto” da parte di Hamas, ma piuttosto di una modifica unilaterale delle regole del gioco da parte di Israele – come ha sempre fatto. In un secondo tempo l’UE ha detto che “la decisione di Israele di bloccare l’ingresso di tutti gli aiuti umanitari a Gaza potrebbe potenzialmente provocare conseguenze umanitarie”.

Ma in ogni caso la colpa è di Hamas.

Ora, mentre le condanne della rinnovata barbarie di Israele arrivano alla spicciolata, non è difficile capire perché Israele potrebbe considerare le obiezioni internazionali poco più che simboliche. Alla fin fine le superficiali ramanzine e gli appelli per la fine della “tragedia” a Gaza non fanno niente per impedire ad Israele di avere mano libera nell’iniziare e terminare il genocidio come gli pare.

Molti bambini sono tra le vittime odierne del terrore israeliano e Israele ha proceduto ad emettere nuovi ordini di spostamenti forzati per vari settori della Striscia di Gaza. Il Ministero della Sanità di Gaza ha lanciato un appello urgente per donazioni di sangue. Nel complesso quindi sembra che una prosecuzione del cessate il fuoco sia stata decisamente esclusa.

E c’è un ulteriore vantaggio per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che attualmente è sotto processo per non meno di tre casi di corruzione che includono frode, concussione e abuso di fiducia. Come riportato oggi dal ‘Times of Israel’, la programmata testimonianza di Netanyahu adesso “è stata annullata per quella data nel contesto della sconvolgente offensiva su Gaza”.

Secondo il primo ministro i pubblici ministeri hanno approvato l’annullamento per consentire al governo di tenere una “consultazione urgente di sicurezza” sulle rinnovate operazioni a Gaza.

E mentre una barbara tragedia si dispiega ancora una volta nella Striscia di Gaza, il rifiuto internazionale di porvi fine è di per sé una barbara tragedia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Sono stato uno scudo umano”: cosa hanno fatto i soldati israeliani a un padre di Gaza

Maram Humaid

16 Mar 2025 – Aljazeera

Yousef al-Masri ha trascorso diversi terribili giorni costretto a ispezionare stanze per soldati israeliani pesantemente armati.

Gaza City – Il 19 ottobre centinaia di palestinesi sfollati nella scuola Hamad di Beit Lahiya, nel nord di Gaza, hanno sentito ciò di cui tutti nell’enclave palestinese hanno terrore.

“All’alba abbiamo sentito i carri armati [israeliani] circondare la scuola, e i droni sopra di noi hanno iniziato a ordinare a tutti di uscire”, ricorda Amal al-Masri, 30 anni, che quando sono arrivati i carri armati aveva partorito la sua figlia più piccola così di recente da non averle ancora dato un nome.

La gente era già tesa in seguito a bombardamenti ed esplosioni nel corso della notte: gli adulti erano troppo spaventati per dormire, i bambini piangevano per la paura e la confusione.

“Gli edifici intorno a noi venivano bombardati”, dice Amal, che viveva in un’aula scolastica al piano terra con suo marito Yousef, 36 anni, i loro cinque bambini piccoli Tala, Honda, Assad e Omar, tutti di età compresa tra i 4 e gli 11 anni, e il padre di Yousef, Jamil, 62 anni.

Amal stava cullando la neonata mentre Yousef teneva in braccio due dei loro figli più piccoli. Insieme, gli adulti si erano messi a pregare.

Ora era l’alba e una voce maschile registrata che parlava in arabo risuonava attraverso gli altoparlanti di un quadricottero che sorvolava la scuola ordinando a tutti di uscire con i documenti di identità e le mani alzate.

Il quadricottero ha sparato contro gli edifici e ha sganciato bombe sonore, mandando le persone nel panico mentre correvano a raccogliere tutto quello che potevano. Alcune fuggivano a mani vuote.

Yousef, Amal e i bambini sono stati tra i primi a raggiungere il cortile della scuola: Yousef e i quattro bambini tenevano in alto i documenti d’identità e le mani, mentre Amal aveva in braccio il piccolo.

Nel caos Yousef ha perso di vista suo padre.

“I quadricotteri hanno dato degli ordini: ‘Uomini al cancello della scuola, donne e bambini nel cortile’,” ricorda Amal.

La fossa

“Al cancello della scuola c’erano dei soldati con dei carri armati alle spalle mentre altri circondavano il posto”, dice Yousef.

Lui e altri maschi di età superiore ai 14 anni, tra cui alcuni conosciuti provenienti dalle scuole vicine, hanno ricevuto l’ordine dai soldati israeliani di radunarsi al cancello principale in gruppi, mettersi in fila e avvicinarsi a un passaggio per l’ispezione con una telecamera, noto come “al-Halaba” [termine arabo che significa “l’arena” o “il ring”, si riferisce a una modalità di controllo ndt.] 

Tutti erano costretti ad avvicinarsi a un tavolo con sopra una telecamera, uno alla volta”, spiega Yousef, che ritiene che la telecamera utilizzasse la tecnologia di riconoscimento facciale.

Racconta che dopo essere stati registrati dalla telecamera sono stati mandati in una fossa scavata dai bulldozer israeliani.

Nelle ore successive alcuni di loro sono stati rilasciati, altri sono stati mandati in un’altra fossa, mentre altri ancora sono stati sottoposti ad interrogatorio.

Quanto a Yousef, è rimasto per tutto il giorno inginocchiato con le mani dietro la schiena insieme a circa altri 100 uomini in una fossa vicino alla scuola.

“I soldati sparavano, lanciavano bombe sonore, picchiavano alcuni uomini, ne torturavano altri”, afferma. Per tutto il tempo ha temuto per la sua famiglia.

“Ero profondamente preoccupato per mia moglie e i miei figli. Non sapevo nulla di loro”, racconta Yousef. “Mia moglie aveva partorito una settimana prima e non sarebbe stata in grado di camminare con i bambini. Senza nessuno ad aiutarli, avevo paura di quello che sarebbe potuto accadere loro”.

Quando è scesa la sera nella fossa erano rimasti solo circa sette uomini.

Yousef era affamato, stanco e preoccupato, poi un soldato lo ha indicato. “Ha scelto a caso me e altri due uomini; non capivamo perché“, riferisce ad Al Jazeera.

“I soldati ci hanno portato in un appartamento all’interno di un edificio vicino”, dice, aggiungendo di ritenere che si trovassero nelle vicinanze della rotonda Sheikh Zayed.

Agli uomini era proibito parlare tra loro, ma Yousef li aveva riconosciuti: un 58enne e un ventenne rifugiati in scuole vicino a Hamad. Per tutto il tempo, dice, il rumore degli attacchi e dei bombardamenti risuonava intorno a loro.

“Un soldato ci ha detto che li avremmo aiutati in alcune missioni e che dopo saremmo stati rilasciati, ma avevo paura che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro”, racconta Yousef.

Usato come scudo”

Ad un certo punto della notte Yousef e i suoi compagni di prigionia, esausti, si sono appisolati, per poi essere svegliati di soprassalto dai soldati e spinti fuori dall’appartamento, in strada.

Si è presto reso conto che i soldati camminavano dietro di lui utilizzandolo come scudo.

“La consapevolezza di essere usato come scudo umano è stata terribile”.

Raggiunta una scuola che era stata svuotata dai soldati israeliani, gli è stato ordinato di aprire le porte e di entrare in ogni classe per controllare se ci fossero combattenti nascosti.

I soldati, armati pesantemente, sarebbero entrati solo dopo il suo “via libera”.

La giornata è continuata in questo modo, con l’impiego di Yousef per “ispezionareuna stanza dopo l’altra, dopodiché i soldati davano fuoco agli edifici.

Per tutto il tempo Yousef ha temuto che un quadrirotore gli sparasse o che un cecchino israeliano lo scambiasse per una minaccia e ucciso.

Una volta completate le perquisizioni della giornata è stato riportato all’appartamento con gli altri due uomini e gli è stato dato il secondo pasto della giornata, un pezzo di pane e un po’ d’acqua, proprio come la mattina.

Il quarto giorno Yousef e l’uomo di 58 anni hanno ricevuto l’ordine di recarsi in una scuola vicina e all’ospedale Kamal Adwan per consegnare alle persone lì rifugiate volantini con l’obbligo di evacuazione.

Gli è stata data un’ora di tempo con l’avvertimento che un quadricottero sarebbe volato sopra la loro testa. Mentre consegnavano i volantini alle persone, i quadricotteri intimavano l’evacuazione tramite altoparlanti.

La fuga

Yousef ha deciso che quel giorno avrebbe provato a scappare nascondendosi nel cortile dell’ospedale.

“Avevo paura di tornare indietro”, spiega. “Volevo scappare e scoprire se la mia famiglia era al sicuro, perché avevo sentito i soldati ordinare alle donne e ai bambini di dirigersi a sud, verso Khan Younis”.

Ha deciso di mettersi in fila insieme agli uomini costretti a evacuare, aspettando con ansia mentre il tempo scorreva. I soldati avevano detto loro che sarebbero dovuti stare via solo per un’ora, e ne erano passate parecchie.

La fila di uomini avanzava. “Pregavo che non mi riconoscessero”, dice Yousef.

Poi un soldato seduto in cima a un carro armato gli ha sparato alla gamba sinistra.

“Sono caduto a terra. Gli uomini intorno hanno cercato di aiutarmi ma i soldati hanno urlato loro di lasciarmi”, ricorda Yousef.

“Mi sono aggrappato a uno degli uomini, poi un soldato mi ha detto, rimproverandomi: ‘Dai, alzati, appoggiati a quest’uomo e dirigiti verso via Salah al-Din'”.

Nonostante il dolore mentre se ne andava zoppicando, Yousef non riusciva a credere che il soldato non lo avesse ucciso. “Mi aspettavo di essere ammazzato da un momento all’altro”, afferma.

Un po’ più avanti è stato portato da un’ambulanza palestinese all’ospedale arabo al-Ahli per le cure.

Il ricongiungimento

Amal, che aveva portato i bambini alla New Gaza School di al-Nasr, nella parte occidentale di Gaza City, un giorno ha saputo che Yousef si trovava all’ospedale di al-Ahli.

Si è precipitata lì, rincuorata dopo aver sofferto per giorni a causa di racconti contrastanti, poiché alcune persone dicevano di averlo visto prigioniero, mentre altre di averlo visto altrove.

Era appena arrivata ad al-Nasr, racconta ad Al Jazeera al telefono.

Dice che il giorno in cui la famiglia è stata divisa le donne e i bambini sono stati tenuti nel cortile della scuola per ore.

“I miei figli erano terrorizzati. Molti bambini piangevano. Alcuni chiedevano cibo e acqua. Le madri imploravano i soldati di darglieli ma loro ci urlavano contro e si rifiutavano”.

Nel pomeriggio i soldati israeliani hanno spostato le donne e i bambini verso un posto di blocco munito di una telecamera.

“Ci hanno detto di uscire cinque alla volta”, dice Amal, raccontando come la figlia undicenne Tala sia stata trattenuta e si sia riunita al gruppo dopo di lei.

“Ha iniziato a piangere e a chiamare, ‘Mamma, per favore non lasciarmi’,” racconta Amal con la voce tremante.

Alla fine è stato detto loro di camminare verso sud lungo via Salah al-Din.

“I carri armati che circondavano la scuola erano imponenti. Ho pensato tra me e me: ‘Dio! È arrivata un’intera brigata di carri armati per questi civili indifesi.’

“Il mio corpo era esausto: avevo partorito solo una settimana prima e riuscivo a malapena a portare in braccio la mia bambina, figuriamoci i pochi oggetti che avevamo“.

Mentre i carri armati rombavano intorno a loro sollevavano ondate di polvere e sabbia. “Con tutta quella polvere ho inciampato e la mia bambina è caduta a terra dalle mie braccia”, ricorda Amal, raccontando di come abbia urlato e di come i bambini più grandi abbiano pianto quando la piccola è caduta.

Alla fine ha lasciato tutte le sue cose sulla strada; era troppo stanca per continuare a trasportarle. Doveva condurre i suoi figli in un posto sicuro.

“Mio figlio di quattro anni non smetteva di piangere: ‘Sono stanco, non ce la faccio’. Non avevamo cibo né acqua, niente”.

All’inizio della serata ha raggiunto la New Gaza School con altri sfollati dal nord.

Amal, Yousef e i loro figli sono ora insieme in un’aula della scuola.

Yousef ha trascorso due giorni in ospedale e dopo 13 punti di sutura cammina con cautela zoppicando.

Il padre di Yousef, Jamil, è scomparso dal giorno in cui i soldati sono arrivati ​​alla Hamad School. Ha sentito da alcune persone che sarebbe stato fatto prigioniero, ma lui non lo sa.

La loro neonata, che non aveva ancora un nome quando sono stati costretti a lasciare la parte settentrionale di Gaza, è stata chiamata Sumoud, “fermezza”, un simbolo del loro rifiuto di andarsene.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Trump non deve essere permesso di silurare il diritto palestinese a rimanere

Naama Blatman, Neve Gordon
5 febbraio 2025-Al Jazeera

Gli ultimi commenti del presidente degli Stati Uniti confermano che la distruzione totale di Gaza da parte di Israele mira a rimuovere definitivamente la popolazione palestinese.

Prima della visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che i palestinesi non hanno “altra alternativa” che lasciare Gaza. Quando i due leader si sono incontrati nello Studio Ovale Trump ha dichiarato che, dopo che i palestinesi della Striscia di Gaza saranno trasferiti altrove, gli Stati Uniti “ne prenderanno il controllo”. Il presidente ha anche espresso il desiderio di trasformare il territorio occupato da Israele nella “Riviera del Medio Oriente”.

Queste dichiarazioni surreali sono state pronunciate martedì mentre i palestinesi in tutta la Striscia di Gaza stanno affrontando la distruzione senza precedenti lasciata dall’esercito israeliano. Molti di coloro che sono stati sfollati e sono riusciti a tornare alle loro case nelle ultime due settimane hanno trovato solo rovine. Secondo le Nazioni Unite, l’esercito israeliano ha bombardato il 90% di tutte le unità abitative nella Striscia di Gaza, lasciando 160.000 unità distrutte e 276.000 gravemente o parzialmente danneggiate.

Mentre la polvere si deposita e le immagini dell’entità della devastazione circolano sui media mainstream è diventato chiaro che la violenza genocida che Israele ha scatenato a Gaza non è stata usata solo per uccidere, sfollare e distruggere, ma anche per minare il diritto della popolazione palestinese a rimanere. Ed è proprio la possibilità di garantire questo diritto che il duo Trump-Netanyahu è ora deciso a impedire.

Rimanere come diritto

Il diritto di rimanere non è formalmente riconosciuto all’interno del canone dei diritti umani ed è solitamente associato ai rifugiati che sono fuggiti dal loro paese e sono autorizzati a rimanere in un paese ospitante mentre cercano asilo. È stato anche invocato nel contesto dei cosiddetti progetti di rinnovamento urbano in cui i residenti urbani, in gran parte emarginati e alloggiati in modo insicuro, rivendicano il loro diritto di rimanere nelle loro case e nella loro comunità di fronte alle pressioni di attori potenti che spingono per la riqualificazione e la gentrificazione. Il diritto di rimanere è particolarmente urgente nelle situazioni di insediamento coloniale in cui i colonizzatori spostano attivamente la popolazione indigena e cercano di sostituirla con coloni. Dalle Prime Nazioni in Nord America agli aborigeni e agli isolani dello Stretto di Torres in Australia, i coloni hanno usato la violenza genocida per negare agli indigeni questo diritto.

Il diritto di rimanere, tuttavia, non è semplicemente il diritto di “restare lì”. Piuttosto, per godere di questo diritto, le persone devono poter rimanere all’interno della loro comunità e avere accesso alle “infrastrutture dell’esistenza”, sia materiali che sociali, tra cui l’acqua e il cibo, gli ospedali, le scuole, i luoghi di culto e i mezzi per il sostentamento. Senza queste infrastrutture, il diritto di rimanere diventa impossibile.

Al di là della mera presenza fisica, il diritto di rimanere comprende anche il diritto di mantenere le narrative storiche e contemporanee e le reti di relazioni che tengono insieme le persone e le comunità nello spazio e nel tempo. Questo è un aspetto cruciale di questo diritto perché il progetto coloniale non mira solo alla rimozione fisica e alla sostituzione dei popoli indigeni, ma cerca anche di cancellare le culture, le narrazioni e le identità indigene, così come qualsiasi attaccamento alla terra. Infine non può essere sufficiente essere autorizzati a rimanere come abitante occupato all’interno di un territorio assediato. Il diritto di rimanere include la capacità di un popolo di determinare il proprio destino.

Una storia di continui sfollamenti

Durante la guerra del 1948, le città palestinesi furono spopolate e circa 500 villaggi palestinesi furono distrutti quando la maggior parte dei loro abitanti divenne rifugiata nei paesi vicini. In totale, circa 750.000 palestinesi su una popolazione di 900.000 sono stati sfollati dalle loro case e dalle loro terre ancestrali e non sono mai stati autorizzati a tornare. Da allora, lo sfollamento o la minaccia di sfollamento ha fatto parte dell’esperienza quotidiana palestinese. Infatti, in tutta la Cisgiordania occupata e persino all’interno di Israele, in luoghi come Umm al Hiran, le comunità palestinesi continuano ad essere sradicate con la forza e rimosse dalle loro terre.

La negazione da parte di Israele, sostenuta dagli Stati Uniti, del diritto di rimanere nella Striscia di Gaza è di gran lunga peggiore – non solo perché molte comunità sono composte da rifugiati e questo è il loro secondo, terzo o quarto sfollamento – ma anche perché lo sfollamento è ora diventato uno strumento di genocidio. Già il 13 ottobre 2023 Israele ha emesso un ordine di evacuazione collettiva per 1,1 milioni di palestinesi che vivono a nord di Wadi Gaza (corso d’acqua che divide il sud e il nord della Striscia, n.d.t.) e nei mesi successivi ordini simili sono stati emessi più volte fino a sfollare il 90% della popolazione della Striscia.

In verità il diritto internazionale umanitario obbliga le parti in conflitto a proteggere le popolazioni civili, il che include anche permettere loro di spostarsi dalle zone di combattimento ad aree sicure. Tuttavia, queste disposizioni hanno come presupposto che le popolazioni abbiano il diritto di rimanere nelle loro case e, quindi, stabiliscono che gli evacuati debbano essere autorizzati a tornare quando i combattimenti finiscono, rendendo illegale qualsiasi forma di sfollamento permanente. Il trasferimento della popolazione deve essere temporaneo e può essere utilizzato solo per la protezione e gli aiuti umanitari e non, come Israele ha fatto e i recenti commenti di Trump confermano, come un “camuffamento umanitario” per coprire la totale distruzione e disgregazione degli spazi palestinesi.

Il diritto di rimanere e l’autodeterminazione

Ora che è stato dichiarato un cessate il fuoco gli sfollati palestinesi sono in grado di tornare dove vivevano. Eppure questo movimento di ritorno non soddisfa in alcun modo il loro diritto di rimanere. Non è una coincidenza: la capacità di rimanere è esattamente ciò che Israele ha cercato di sradicare in 15 mesi di guerra.

La distruzione di ospedali, scuole, università, moschee, negozi e mercati, cimiteri e biblioteche insieme alla distruzione di strade, pozzi, reti elettriche, serre e pescherecci non è stata effettuata solo al servizio di uccisioni di massa e della pulizia temporanea delle aree dei loro abitanti, ma anche per creare una nuova realtà sul terreno, in particolare nel nord di Gaza. Quindi non sono solo le case palestinesi ad essere state distrutte, ma l’esistenza stessa della popolazione è stata compromessa per gli anni a venire.

Non si tratta di una novità. Abbiamo visto nel corso della storia come i coloni agiscano per spostare ed eliminare permanentemente le popolazioni indigene dai loro territori. Come queste storie ci insegnano, l’investimento finanziario nella ricostruzione di case e infrastrutture non garantirà – di per sé – il diritto della popolazione a rimanere. Rimanere richiede l’autodeterminazione. Per attuare il loro diritto a rimanere, i palestinesi devono finalmente ottenere la loro libertà come popolo che si autodetermina.

Israele ha negato ai palestinesi il diritto di rimanere per più di 75 anni. E’ giunto il momento di mettere le cose a posto. Qualsiasi discussione sul futuro di Gaza deve essere guidata dalle rivendicazioni e dalle aspirazioni del popolo palestinese. Le promesse di ricostruzione e prosperità economica da parte di paesi stranieri sono irrilevanti a meno che non siano esplicitamente legate all’autodeterminazione palestinese. Il diritto di rimanere può essere garantito solo attraverso la decolonizzazione e la liberazione palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Naama Blatman è un’accademica di scienza e geografa politica e urbana   presso l’Università del New South Wales, a Sydney. È membro esecutivo del Jewish Council of Australia.

Neve Gordon è professore di diritto internazionale presso la Queen Mary University di Londra.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’ANP e Israele sono complici nel mettere a tacere la verità

Eman Mohammed, fotogiornalista palestino-americana

1 febbraio 2025 – Al Jazeera

Ho assistito in prima persona alla violenza contro i giornalisti a Gaza. Il suo ritorno è possibile e non promette niente di buono per noi.

Shatha Al-Sabbagh, studentessa di giornalismo ventunenne, è stata assassinata il 28 dicembre vicino casa sua a Jenin. La sua famiglia ha accusato i cecchini schierati nel campo profughi dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di averle sparato alla testa. Al-Sabbagh era attiva sui social media, dove documentava la sofferenza dei residenti di Jenin durante le incursioni da parte di Israele e dell’ANP.

Soltanto pochi giorni prima dell’assassinio di Al-Sabbagh, le autorità di Ramallah avevano proibito ad Al Jazeera di diffondere notizie dalla Cisgiordania occupata. Tre settimane dopo, le forze dell’ANP hanno arrestato il corrispondente di Al Jazeera Mohamad Atrash.

Questi fatti accadevano mentre l’occupazione israeliana uccideva più di 200 lavoratori dell’informazione e ne arrestava decine nei territori palestinesi occupati. Israele ha inoltre messo al bando Al Jazeera e negato ai giornalisti stranieri l’accesso a Gaza. Il fatto che le azioni dell’ANP rispecchino quelle di Israele tradisce un disegno condiviso per sopprimere il giornalismo indipendente e controllare l’opinione pubblica.

Per i giornalisti palestinesi questa non è una notizia. L’ANP non ci ha mai protetti. È sempre stata complice della nostra violenta repressione. Ed è vero oggi in Cisgiordania come lo era a Gaza quando l’ANP amministrava la Striscia. Ne sono testimone io stessa.

Crescendo a Gaza ho potuto osservare l’oppressione del mio popolo per opera delle forze israeliane così come dell’ANP. Nel 1994 l’occupazione israeliana ha ceduto ufficialmente la Striscia all’ANP, affinché la amministrasse nel quadro delle disposizioni degli Accordi di Oslo. L’ANP è rimasta al potere fino al 2007. In quei tredici anni più che un qualsiasi reale tentativo di liberazione, quello che abbiamo visto è stata la collaborazione con gli israeliani. La presenza dell’ANP, le cui forze hanno attivamente soffocato svariate voci per difendere la sua fragile presa sul potere, non era semplicemente oppressiva per i giornalisti, era una minaccia alla loro stessa vita.

Come studentessa di giornalismo a Gaza ho esperito in prima persona questa repressione. Camminavo per le strade, assistendo al saccheggio di negozi da parte degli agenti di sicurezza dell’ANP, la loro arroganza evidente nella sfrontatezza con cui agivano. Un giorno, mentre cercavo di documentare tutto questo, un agente palestinese mi ha afferrata con violenza, mi ha strappato la macchina fotografica dalle mani e l’ha scaraventata a terra, frantumandola. Non si è trattato soltanto di un’aggressione, è stato un attacco al mio diritto di cronaca. L’aggressione dell’agente è terminata solo quando un gruppo di donne è intervenuto, costringendolo alla ritirata, un raro momento di moderazione.

Conoscevo i rischi che essere una giornalista a Gaza comporta e, come altri colleghi, ho imparato a conviverci. Ma la paura che ho provato vicino agli appostamenti delle forze dell’ANP non ha paragoni, perché non c’era mai logica nelle loro aggressioni né modo di prevedere quando se la sarebbero presa con me.

Camminando vicino alle forze dell’ANP si aveva la sensazione di camminare in un campo minato. Un secondo prima si aveva l’illusione della sicurezza, ma un secondo dopo si era costretti ad affrontare le violenze di coloro si supponeva fossero lì per proteggerci. Questa incertezza e questa tensione rendevano la loro presenza più terrificante che stare in un campo di battaglia.

Anni dopo mi sono occupata delle esercitazioni delle Brigate Qassam, sotto il costante ronzio dei droni israeliani e la minaccia sempre incombente di attacchi aerei. Era pericoloso ma prevedibile, molto più prevedibile delle azioni dell’ANP.

Sotto l’ANP abbiamo imparato a parlare in codice. I giornalisti si autocensuravano per la paura di ritorsioni. L’ANP era spesso definita, in un triste riconoscimento della sua complicità, “cugina dell’occupazione israeliana”.

Le violenze sono aumentate quando l’ANP, dopo aver perso le elezioni del 2006 a favore di Hamas, ha cominciato a lottare per mantenere il potere. A maggio 2007 uomini armati vestiti con le uniformi della guardia presidenziale hanno ucciso il giornalista Suleiman Abdul-Rahim al-Ashi e il suo collega Mohammad Matar Abdo. Si è trattato di un’esecuzione finalizzata a mandare un chiaro messaggio.

Quando Hamas ha preso il potere anche il suo governo ha limitato la libertà di stampa, ma la sua censura è stata sporadica. Una volta, mentre documentavo la nuova sezione femminile della polizia, mi è stato ordinato di mostrare le mie foto a un funzionario di Hamas in modo che questi potesse censurare quelle che avrebbe ritenuto sconvenienti. Sono spesso riuscita ad aggirare simili restrizioni scambiando preventivamente le mie schede di memoria.

Gli agenti [di Hamas] non andavano pazzi per chi ignorava i loro ordini ma, invece che a punizioni dirette, essi ricorrevano a piccoli giochi di potere come indagini, accessi revocati o provocazioni gratuite. A differenza dell’ANP Hamas non operava in coordinamento con le forze israeliane per reprimere il giornalismo, ma le restrizioni che i giornalisti subivano creavano pur sempre un ambiente di incertezza e auto-censura. Qualsiasi violazione da parte di Hamas doveva però confrontarsi con una pronta condanna internazionale, cosa che raramente capitava invece all’ANP, nonostante la sua repressione fosse ben più sistematica.

Dopo aver perso il controllo di Gaza, l’ANP si è concentrata sulla Cisgiordania, dove ha intensificato la propria campagna di repressione dei media. Le detenzioni, le azioni violente e la repressione delle voci critiche sono diventate all’ordine del giorno. La loro collaborazione con Israele non era passiva. Dalla sorveglianza alle violenze, essi svolgono un ruolo attivo e di primissimo piano nel mantenimento dello status quo, soffocando ogni dissenso che metta in discussione il loro potere e l’occupazione.

La collusione dell’ANP è diventata ancora più evidente nel 2016, quando si sono coordinati con le autorità israeliane per l’arresto del celebre giornalista e difensore della libertà di stampa Omar Nazzal, il quale aveva criticato Ramallah per il modo in cui aveva gestito il sospetto omicidio del cittadino palestinese Omar al-Naif presso la propria ambasciata in Bulgaria.

Nel 2017 l’ANP ha lanciato una campagna di intimidazione, arrestando cinque giornalisti di diverse testate.

Nel 2019 l’ANP ha bloccato il sito di Quds News Network, organo di informazione gestito da giovani e di grande popolarità. Il fatto si colloca nell’ambito di un più ampio divieto, imposto dalla magistratura di Ramallah, che ha bloccato l’accesso ad altri 24 tra siti web di informazione e pagine di social media.

Nel 2021 le forze dell’ ANP hanno cercato di reprimere i giornalisti e le testate che seguivano le proteste scatenate dalla morte violenta dell’attivista Nizar Banat mentre era in custodia dell’Autorità stessa.[ vedi Zeitun ]

In questo contesto la prospettiva del ritorno dell’ANP a Gaza in seguito all’accordo sul cessate il fuoco solleva gravi preoccupazioni per i giornalisti che hanno già sopportato gli orrori del genocidio. Dati i trascorsi dell’ANP in materia di censura, arresti e soffocamento della libertà di stampa, per i sopravvissuti questo potrebbe essere l’inizio di un nuovo capitolo di repressione.

Nonostante le gravi minacce da parte di Israele e di quelli che fingono di rappresentare il popolo palestinese, i giornalisti palestinesi perseverano. Il loro lavoro trascende i confini, rispecchia una lotta condivisa contro la tirannia. La loro resilienza non parla solo alla causa palestinese ma a una più ampia lotta per la liberazione, la giustizia e la dignità.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)