Un ministro israeliano di estrema destra sta ordinando preparativi per l’annessione della Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Smotrich, il ministro israeliano delle Finanze, spera che il neoeletto presidente USA Trump sosterrà il piano per annettere la Cisgiordania occupata nel 2025.

Bezalel Smotrich, ministro israeliano delle Finanze di estrema destra, ha ordinato preparativi per l’annessione della Cisgiordania occupata prima dell’insediamento del neoeletto presidente USA Donald Trump nel gennaio 2025.

Lunedì in una dichiarazione Smotrich ha espresso la sua speranza che la nuova amministrazione a Washington riconoscerà l’iniziativa di Israele per rivendicare la “sovranità” sul territorio occupato.

Oltre al suo incarico alle finanze Smotrich, lui stesso un abitante di una colonia israeliana illegale, detiene anche una posizione nel Ministero della Difesa da cui sovrintende l’amministrazione della Cisgiordania occupata e delle sue colonie.

2025: l’anno della sovranità su Giudea e Samaria,” ha scritto Smotrich su X, usando i nomi biblici con cui Israele si riferisce alla Cisgiordania occupata.

Lunedì, in un incontro della sua fazione di estrema destra nel parlamento israeliano o Knesset, Smotrich ha accolto con favore l’elezione di Trump e la sua vittoria contro Kamala Harris e ha detto di aver dato istruzioni alla Direzione delle colonie e dell’Amministrazione Civile del Ministero della Difesa di gettare le basi per l’annessione.

Ho ordinato l’inizio del lavoro da parte di professionisti per preparare le infrastrutture necessarie per esercitare la sovranità israeliana su Giudea e Samaria,” ha detto, “non ho dubbi che il presidente Trump, che ha mostrato coraggio e determinazione nelle sue decisioni durante il suo primo mandato, sosterrà lo Stato di Israele in questa decisione,” ha aggiunto.

Smotrich ha detto che nella coalizione al governo in Israele ci sono un ampio accordo su questa iniziativa e un’opposizione alla formazione di uno Stato palestinese.

L’unico modo di rimuovere questo pericolo dal programma è di esercitare la sovranità israeliana sulle colonie in Giudea e Samaria,” ha dichiarato.

Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha detto che le considerazioni di Smotrich confermano le intenzioni del governo d’Israele di annettere la Cisgiordania occupata in violazione del diritto internazionale.

Noi riteniamo le autorità israeliane di occupazione completamente responsabili delle ripercussioni di tali pericolose politiche. Gli Stati Uniti sono anche responsabili del continuo sostegno offerto all’aggressione israeliana”, ha detto.

Gideon Saar, ministro degli Esteri israeliano, ha detto che mentre i leader del movimento dei coloni possono essere fiduciosi che Trump potrebbe essere incline a sostenere tali decisioni il governo non ha preso alcuna decisione.

Nessuna decisione è stata presa a proposito,” ha detto Saar lunedì nel corso di una conferenza stampa a Gerusalemme.

L’ultima volta in cui abbiamo discusso il tema è stato durante il primo mandato di Trump,” ha detto. “E quindi diciamo che se sarà pertinente verrà ridiscusso anche con i nostri amici a Washington.”

La Cisgiordania è occupata dal 1967 e da allora le colonie israeliane si sono ampliate nonostante siano illegali ai sensi del diritto internazionale e, nel caso degli avamposti, della legge israeliana.

Smotrich aveva già dichiarato la sua intenzione di estendere la sovranità israeliana sui territori occupati ostacolando la nascita di uno Stato palestinese.

Ha anche minacciato di destabilizzare la coalizione di Benjamin Netanyahu se si negoziasse un cessate il fuoco con Hezbollah sul fronte settentrionale di Israele.

Quando [Smotrich] parla di rafforzare la sovranità israeliana sta parlando dell’annessione della Cisgiordania che fa parte del programma governativo israeliano,” ha detto Nour Odeh di Al Jazeera, che scrive da Amman, Giordania perché ad Al Jazeera è stato proibito di operare da Israele.

Odeh fa osservare che Netanyahu ha anche aggiunto al suo gabinetto un ministro senza portafoglio del partito di Smotrich.

Quando Smotrich parla di annessioni molti osservatori dicono che dobbiamo credergli,” aggiunge.

Durante il suo primo mandato nel 2017 Trump ha riconosciuto Gerusalemme quale capitale di Israele ribaltando decenni di politiche USA e di consenso internazionale. Ha anche sostenuto politiche che hanno consentito la continua espansione delle colonie e proposto un piano per una “entità palestinese” che non avrebbe piena sovranità.

All’inizio dell’anno l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha ceduto un maggiore controllo sulla Cisgiordania occupata all’Amministrazione delle colonie guidata da Smotrich, conferendole competenze in ambiti che vanno dai regolamenti sugli edifici alla gestione di terreni agricoli, parchi e foreste.

Da quando è entrato nella coalizione governativa di Netanyahu Smotrich ha apertamente sostenuto l’espansione delle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata quale passo verso un’eventuale annessione.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




No, per la Palestina e il Medio Oriente Trump non sarà peggio di Biden

Muhannad Ayyash – Professore di sociologia alla Mount Royal University di Calgary, Canada.

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Perché l’amministrazione Biden ha semplicemente continuato la politica estera della prima amministrazione Trump nella regione.

All’indomani della vittoria elettorale dell’ex-presidente degli Stati Uniti Donald Trump, molti osservatori hanno previsto che la sua amministrazione sarebbe stata di gran lunga peggiore per la Palestina e il Medio Oriente. La sua retorica filo-israeliana e le sue minacce di bombardare l’Iran, dicono, sono indicative delle sue intenzioni in politica estera.

Ma un più attento esame della politica estera statunitense negli ultimi otto anni rivela che non cambierà niente di sostanziale per il popolo palestinese e per la regione nel suo insieme. L’amministrazione del presidente Joe Biden infatti ha di fatto continuato le politiche della prima presidenza Trump senza significativi cambiamenti. Certo, ci potrebbero essere sorprese e sviluppi imprevisti, ma la seconda amministrazione Trump continuerà nella stessa direzione che ha stabilito già nel 2017 e che Biden ha deciso di mantenere nel 2021.

Questa politica estera ha tre elementi principali. Il primo è la decisione di abbandonare ogni residua finzione circa il sostegno statunitense a favore di una “soluzione a due Stati”, in virtù della quale la Palestina godrebbe di piena autodeterminazione e sovranità all’interno dei confini del 1967 e avrebbe Gerusalemme Est come capitale.

La prima amministrazione Trump ha chiarito questo punto spostando l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, accettando l’annessione israeliana di territori palestinesi, incentivando l’espansione degli insediamenti coloniali illegali e sostenendo la creazione di una “entità palestinese” priva di sovranità.

Quello che l’amministrazione Trump ha offerto ai palestinesi è un po’ di sostegno economico in cambio della rinuncia ai loro diritti politici e aspirazioni di autodeterminazione.

Mentre l’amministrazione Biden ha sostenuto a parole la “soluzione a due Stati”, essa non ha fatto niente per promuoverne la realizzazione. Anzi, essa ha continuato le politiche avviate dall’amministrazione Trump che pregiudicano tale soluzione.

Biden non ha chiuso l’ambasciata statunitense a Gerusalemme e non ha fatto nulla per fermare l’espansione delle colonie o per contrastare gli sforzi israeliani tesi all’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania occupata. Sebbene siano state applicate alcune sanzioni a coloni israeliani come singoli individui, si è trattato in gran parte di una mossa simbolica che non ha ostacolato il progredire degli insediamenti coloniali o l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e dalle loro terre.

Inoltre l’amministrazione Biden ha accettato l’idea che qualsivoglia futuro Stato palestinese non avrà pieni diritti di autodeterminazione e sovranità.

Lo possiamo asserire perché l’amministrazione Biden sostiene che si può arrivare a uno Stato palestinese soltanto “attraverso negoziati diretti tra le parti”. Ma poiché Israele ha fatto capire sia a livello politico che legislativo che non accetterà mai uno Stato palestinese, la posizione dell’amministrazione Biden significa di fatto il rifiuto dell’autodeterminazione e della sovranità palestinesi.

Il secondo elemento della politica estera Trump-Biden è l’avanzamento della normalizzazione dei rapporti tra mondo arabo e Israele attraverso gli Accordi di Abramo. La prima amministrazione Trump ha avviato questo percorso con accordi di normalizzazione tra Israele e Marocco, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. L’amministrazione Biden ha seguito con decisione questo percorso, profondendosi in sforzi considerevoli per normalizzare le relazioni tra Israele e Arabia Saudita. Non fosse per il genocidio in corso da un anno, ormai questo accordo di normalizzazione sarebbe già stato ottenuto.

Il percorso degli Accordi di Abramo comporta essenzialmente che gli Stati arabi riconoscano la piena sovranità di Israele sulla Palestina storica, mettendo fine alle rivendicazioni di restituzione e giustizia per il popolo palestinese. Esso negherebbe ai palestinesi il diritto al ritorno e abolirebbe lo status di rifugiato per i profughi palestinesi. Esso inoltre garantirebbe legittimazione e riconoscimento da parte del mondo arabo a un’entità palestinese creata su un territorio compreso tra il 5 e l’8 per cento della Palestina storica, dotata di limitata autonomia amministrativa e priva di ogni diritto all’autodeterminazione.

Il terzo elemento della politica Trump-Biden è il contenimento dell’Iran. L’amministrazione Trump ha notoriamente cancellato il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), che garantiva l’attenuazione delle sanzioni in cambio di limiti al programma nucleare iraniano. Essa ha inoltre imposto all’Iran sanzioni più severe e ha tentato di isolarlo politicamente ed economicamente. L’amministrazione Biden non ha ripristinato il JCPOA e ha mantenuto le stesse sanzioni contro l’Iran.

Per di più essa ha anche continuato a promuovere la strategia di Trump per l’instaurazione di un nuovo assetto economico e di sicurezza nella regione tra Israele e Stati arabi, tale da garantire gli interessi degli Stati Uniti e isolare l’Iran.

Se dovesse concretizzarsi, questo patto rafforzerebbe la capacità degli Stati Uniti di proiettare la propria potenza militare, garantirebbe loro l’accesso a risorse energetiche e rotte commerciali di primaria importanza e indebolirebbe la resistenza all’imperialismo statunitense, cosicché gli Stati Uniti si troverebbero in una posizione migliore per affrontare non solo l’Iran ma anche la Cina e altri avversari.

Così, in sintesi, nonostante le vuote dichiarazioni e il preteso impegno per i diritti umani, l’amministrazione Biden non ha fatto nulla di diverso dal suo predecessore. Entrambe le amministrazioni hanno lavorato negli ultimi otto anni per mettere fine alla lotta palestinese per l’autodeterminazione e la piena sovranità e creare un Medio Oriente in cui Israele gioca un ruolo economico e militare ancora più preminente nella difesa degli interessi imperiali statunitensi.

L’amministrazione Biden si è spinta ancora più in là, permettendo a Israele di trasformare il suo genocidio da lento in accelerato, laddove i palestinesi sono sterminati in numeri inimmaginabili e ampie porzioni di Gaza spopolate.

Sulla base dei proclami durante la campagna elettorale di Trump durante la campagna elettorale e dei consiglieri, finanziatori e sostenitori di cui si è circondato, ci sono tutte le ragioni per credere che la sua seconda amministrazione continuerà a spingersi in avanti lungo questo percorso bipartisan per eliminare la “Questione palestinese” una volta per tutte.

Possiamo aspettarci di vedere più sostegno incondizionato a Israele mentre annette ufficialmente la maggior parte della Cisgiordania, la colonizzazione israeliana permanente di parti della Striscia di Gaza, l’espulsione di masse di palestinesi con la scusa di perseguire “pace, sicurezza e prosperità” e l’avanzamento dell’integrazione economica e securitaria di Israele nella regione per indebolire l’Iran e i suoi alleati, Cina inclusa.

Coloro che intralciano questo piano sono il popolo palestinese con le sue aspirazioni nazionali di libertà ed emancipazione e autonomia così come altre nazioni nel mondo arabo che sono stanche di guerra, violenza politica, repressione e impoverimento.

L’amministrazione Trump tenterà di occuparsi di questa resistenza comprandola con incentivi economici e minacce di violenza e repressione. Ma questo approccio avrà – come ha sempre avuto – un impatto limitato.

La resistenza a questi piani continuerà perché i palestinesi e altri nella regione capiscono che rinunciare al proprio diritto alla giustizia significa rinunciare alla propria stessa identità di essere umano libero e provvisto di dignità. E le persone preferirebbero subire le minacce dell’impero piuttosto che rinunciare alla propria umanità.

Ciò significa che in ultima istanza non solo la resistenza continuerà, ma probabilmente crescerà e si intensificherà, portando il mondo più vicino a un periodo di grandi guerre – l’esatto opposto di ciò per cui gli americani hanno votato alle elezioni del 5 novembre.

I palestinesi, insieme ad altre nazioni nella regione e, in una certa misura, agli americani comuni, soffriranno le conseguenze di una politica estera bipartitica che ha messo gli Stati Uniti sulla via fondamentalmente essenzialmente distruttiva del genocidio e della guerra.

Le posizioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




In che modo la carestia di Gaza provocata da Israele si ripercuote sul resto dei palestinesi

Samah Jabr

Responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute palestinese

2 novembre 2024Al Jazeera

Come professionista della salute mentale riscontro sempre più spesso tra i palestinesi disturbi alimentari causati da traumi socio-politici.

La guerra israeliana a Gaza ha preso forma attraverso una molteplicità di atroci manifestazioni di cui la più perfida e devastante è l’uso della fame come arma. Il 9 ottobre 2023 il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha annunciato che “non sarà consentito l’ingresso a Gaza di elettricità, né cibo, né carburante”. La giustificazione era che Israele “sta combattendo contro gli animali umani”.

Due settimane dopo il membro della Knesset Tally Gotliv ha dichiarato: “Senza fame e sete tra la popolazione di Gaza… non saremo in grado di corrompere le persone con cibo, bevande, medicine per ottenere informazioni”.

Nei mesi successivi Israele non solo ha ostacolato la consegna degli aiuti ai palestinesi a Gaza ma ha anche preso di mira e distrutto infrastrutture per la produzione alimentare, tra cui campi coltivati, panifici, mulini e negozi di alimentari.

Questa strategia deliberata, volta a sottomettere e spezzare lo spirito del popolo palestinese, ha causato innumerevoli vittime a Gaza, molte delle quali neonati e bambini piccoli. Ma ha avuto anche profonde conseguenze per il resto dei palestinesi.

Come professionista della salute mentale ho assistito in prima persona al tributo psicologico e fisico che questa punizione collettiva ha avuto sugli individui nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania occupata. Ho osservato come i giovani palestinesi stiano sviluppando rapporti complicati col cibo, i loro corpi e la loro identità sociale e nazionale in risposta agli orrori di cui sono testimoni e di cui sentono parlare ogni giorno.

La guarigione richiederebbe un intervento molto più complesso, che tenga conto non solo del trauma individuale ma anche di quello politico e storico dell’intera società.

Matrice politica e sociale del trauma

Per comprendere l’effetto dell’arma della fame è essenziale considerare il più ampio quadro sociale e psicologico in cui si verifica. Ignacio Martín-Baró, una figura di spicco nella psicologia della liberazione, ha postulato che il trauma sia un evento sociale. Ciò significa che il trauma non è semplicemente un’esperienza individuale, ma è radicato ed esacerbato dalle condizioni e dalle strutture sociali che circondano l’individuo.

A Gaza l’insieme di elementi traumatogeni comprende l’assedio in corso, l’aggressione genocida e la deliberata privazione di risorse essenziali come cibo, acqua e medicine. Il trauma che ne deriva è aggravato dalla memoria collettiva della sofferenza durante la Nakba (la pulizia etnica di massa dei palestinesi nel 1947-8), dagli spostamenti continui e dall’oppressione sistemica dell’occupazione. In questo ambiente il trauma non è solo un’esperienza personale ma una realtà collettiva, socialmente e politicamente radicata.

Sebbene i palestinesi fuori Gaza non stiano sperimentando direttamente la violenza genocida scatenata lì da Israele, sono esposti quotidianamente a immagini e storie strazianti su di essa. E’ soprattutto traumatizzante assistere all’imposizione incessante e sistematica della fame sugli abitanti di Gaza.

Nel giro di poche settimane dalla dichiarazione di Gallant, a Gaza ha iniziato a farsi sentire la carenza di cibo. A gennaio i prezzi dei prodotti alimentari sono saliti alle stelle, soprattutto nella parte settentrionale di Gaza, dove un collega mi ha detto di aver pagato 186 euro per una zucca. Più o meno in questo periodo hanno iniziato ad essere diffuse notizie su palestinesi costretti a mescolare foraggio per animali alla farina per fare il pane. A febbraio le prime immagini di neonati e bambini palestinesi morti di malnutrizione hanno inondato i social media.

A marzo l’UNICEF segnalava che nel nord di Gaza 1 bambino su 3 sotto i 2 anni era gravemente malnutrito. Ad aprile Oxfam stimava che l’assunzione media di cibo per i palestinesi nel nord di Gaza non superasse le 245 calorie al giorno, ovvero solo il 12% del fabbisogno giornaliero. Più o meno nello stesso periodo il Ministero della Salute palestinese ha annunciato che 32 palestinesi, tra cui 28 bambini, erano stati uccisi dalla fame, sebbene il numero reale di morti fosse probabilmente molto più alto.

Sono circolate anche storie di palestinesi uccisi a colpi di arma da fuoco mentre erano in attesa della distribuzione degli aiuti alimentari o annegati in mare mentre cercavano di raggiungere [le casse di] cibo paracadutato da parte di governi che sostengono la guerra israeliana contro Gaza.

In una lettera pubblicata il 22 aprile sulla rivista medica The Lancet il dottor Abdullah al-Jamal, l’unico psichiatra rimasto nel nord di Gaza, ha scritto che l’assistenza sanitaria riguardante la salute mentale era stata completamente devastata. Ha aggiunto: “I problemi più grandi ora a Gaza, specialmente nel nord, sono la carestia e la mancanza di sicurezza. La polizia non è in grado di operare perché viene immediatamente presa di mira da droni spia e aerei mentre tenta di ristabilire l’ordine. Bande armate che collaborano in qualche modo con le forze israeliane controllano la distribuzione e i prezzi di prodotti alimentari e farmaceutici che entrano a Gaza come aiuti, compresi quelli lanciati con i paracadute. Alcuni prodotti alimentari, come la farina, hanno raddoppiato il loro prezzo molte volte, il che esacerba la crisi della popolazione”.

Casi clinici di trauma da fame

La carestia imposta da Israele a Gaza ha avuto sulle comunità palestinesi effetti a catena psicologici e fisici. Nella mia pratica clinica ho incontrato diversi casi nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania occupata che illustrano come il trauma della fame a Gaza si rifletta sulle vite dei giovani palestinesi lontani dalla zona di conflitto. Eccone alcuni.

Ali, un diciassettenne della Cisgiordania, ha sperimentato cambiamenti nel comportamento alimentare e ha perso 8 kg in due mesi dopo l’arresto di un suo amico da parte delle forze israeliane. Nonostante la significativa perdita di peso, ha negato di sentirsi triste, insistendo sul fatto che “la prigione rende uomini”. Tuttavia, riusciva ad esprimere più apertamente la sua rabbia per le condizioni a Gaza e le interruzioni dei ritmi del suo sonno suggerivano un profondo impatto psicologico. “Non riesco a smettere di guardare i bombardamenti e la carestia a Gaza, mi sento così impotente”. La perdita di appetito di Ali è una manifestazione dell’interiorizzazione della sua rabbia e del suo dolore, come riflesso del più ampio trauma sociale che lo ha avvolto.

Salma, di soli 11 anni, ha accumulato nella sua camera da letto scatolette di cibo, bottiglie d’acqua e fagioli secchi. Ha detto che si sta “preparando al genocidio” in Cisgiordania. Il padre di Salma ha riferito che quando porta a casa cibi costosi come carne o frutta lei diventa “isterica”. La graduale diminuzione dell’assunzione di cibo e il rifiuto di mangiare, che si sono esacerbati durante il mese del Ramadan, rivelano un profondo senso di ansia e colpa per la fame dei bambini a Gaza. Il caso di Salma illustra come il trauma della fame, anche se sperimentato indirettamente, possa alterare profondamente il rapporto di un bambino con il cibo e il suo senso di sicurezza nel mondo.

Layla, una ragazza di 13 anni, si presenta con una strana incapacità di mangiare e la descrive come una sensazione che “qualcosa nella mia gola mi impedisce di mangiare; c’è una spina che mi blocca la gola”. Nonostante approfonditi esami clinici non è stata trovata alcuna causa fisica. Nel corso di ulteriori colloqui è emerso che il padre di Layla è stato arrestato dalle forze israeliane e da allora non ha più saputo nulla di lui. L’incapacità di Layla di mangiare è una risposta psicosomatica al trauma della prigionia di suo padre e alla sua consapevolezza della fame, della tortura e della violenza sessuale inflitte ai prigionieri politici palestinesi. È stata anche profondamente colpita dai resoconti sulla fame e violenza a Gaza e sente la relazione tra la sofferenza a Gaza e il destino incerto di suo padre; il che ha amplificato i suoi sintomi psicosomatici.

Riham, una ragazza di 15 anni, ha sviluppato vomito involontario ripetuto e un profondo disgusto per il cibo, in particolare la carne. La sua famiglia ha una storia di obesità e gastrectomia, ma lei ha negato qualsiasi preoccupazione per l’immagine corporea. Attribuisce il suo vomito alle immagini di sangue e smembramento di persone a Gaza. Nel tempo, la sua avversione si è estesa ai cibi a base di farina, spinta dalla paura che potessero essere mescolati con foraggio per animali. Sebbene sia consapevole che questo non accade dove si trova, quando cerca di mangiare il suo stomaco rifiuta il cibo.

Un invito all’azione

Le storie di Ali, Salma, Layla e Riham non sono casi classici di disturbi alimentari. Li raggrupperei come casi di disordine alimentare dovuto a un trauma politico e sociale senza precedenti nel contesto di Gaza e del territorio palestinese nel suo complesso.

Questi bambini non sono solo pazienti con problemi psicologici eccezionali. Soffrono gli effetti di un ambiente traumatogeno creato dalla violenza coloniale in corso, dall’uso della fame come arma e dalle condotte politiche che perpetuano queste condizioni.

In quanto professionisti della salute mentale è nostra responsabilità non solo curare i sintomi presentati da questi pazienti ma anche affrontare le radici politiche del loro trauma. Ciò richiede un approccio olistico che tenga conto del contesto sociopolitico più ampio in cui vivono questi individui.

Il supporto psicosociale dovrebbe dare forza ai sopravvissuti, ripristinare la dignità e soddisfare i bisogni di base, in modo che comprendano l’interazione tra condizioni oppressive e la loro vulnerabilità e sentano di non essere soli. Gli interventi basati sulla comunità dovrebbero essere eseguiti promuovendo spazi sicuri in cui le persone possano elaborare le proprie emozioni, impegnarsi in narrazioni collettive e ricostruire un senso di controllo.

I professionisti della salute mentale in Palestina devono adottare un quadro di psicologia della liberazione, integrando il lavoro terapeutico con il supporto della comunità, la difesa pubblica e gli interventi strutturali. Questo comprende affrontare le ingiustizie, contrastare le narrazioni che normalizzano la violenza e partecipare agli sforzi per porre fine all’assedio e all’occupazione. La difesa da parte dei professionisti della salute mentale fornisce ai pazienti un riconoscimento, riduce l’isolamento e promuove la speranza attraverso la dimostrazione di solidarietà.

Solo attraverso un tale approccio onnicomprensivo possiamo sperare di guarire le ferite degli individui e della comunità.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Samah Jabr

Responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute Palestinese

La dott.ssa Samah Jabr è una specialista in psichiatria che esercita in Palestina, dove si occupa delle comunità di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Attualmente è responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute Palestinese. È professoressa associata di Psichiatria e Scienze Comportamentali presso la George Washington University di Washington DC. La dott.ssa Jabr è una formatrice e supervisora con un’attenzione particolare alla Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT), collabora con la mhGAP [La Mental Health Gap Action Programme guideline dell’OMS che offre indicazioni, raccomandazioni e aggiornamenti per il trattamento di disturbi mentali, neurologici e abuso di sostanze, ndt.] e con il Protocollo di Istanbul per la documentazione della tortura.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Inaccettabile”: Israele spara sulla missione di pace ONU in Libano, il mondo reagisce

Redazione

10 ottobre 2024 – Al Jazeera

La forza di interposizione in Libano dice che l’attacco contro i caschi blu è stato un atto “deliberato” dell’esercito israeliano.

Le forze armate israeliane hanno fatto fuoco contro il quartier generale UNIFIL nel Libano meridionale, ferendo due caschi blu indonesiani.

UNIFIL – la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite – ha dichiarato giovedì che due caschi blu sono rimasti feriti quando un carro armato israeliano ha aperto il fuoco contro una torre di osservazione del quartier generale della missione nella città di confine di Naqoura, provocandone la caduta.

Qualsiasi attacco contro le forze di pace è una “grave violazione del diritto umanitario internazionale”, ha dichiarato l’UNIFIL in un comunicato.

La missione di pace, che conta 10.000 unità da 50 paesi ed è stata fondata nel 1978, ha dichiarato che le forze israeliane hanno “deliberatamente” fatto fuoco contro le sue postazioni lungo il confine.

Ecco alcune reazioni all’attacco:

Nazioni Unite

Jean-Pierre Lacroix, sottosegretario generale dell’ONU per le missioni di pace, ha detto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che “la protezione e la sicurezza” delle forze di pace in Libano sono “sempre più a rischio”.

Ha detto che le attività operative sono pressoché ferme dal 23 settembre, data in cui Israele ha lanciato un’ondata di attacchi contro le roccaforti di Hezbollah in Libano.

“Le forze di pace sono rinchiuse all’interno delle loro basi, dove passano considerevoli periodi di tempo nei rifugi”, ha detto, aggiungendo che l’UNIFIL è pronto a collaborare a ogni sforzo per giungere a una soluzione diplomatica.

“L’UNIFIL ha il compito di sostenere l’attuazione della risoluzione 1701, ma dobbiamo sottolineare che spetta alle parti stesse provvedere all’attuazione delle disposizioni di questa risoluzione”, ha dichiarato durante una riunione di emergenza dei 15 membri del Consiglio.

La risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite assegna all’UNIFIL il compito di aiutare l’esercito libanese a mantenere il confine meridionale con Israele libero da armi e personale armato all’infuori di quello dello Stato libanese.

Il portavoce UNIFIL Andrea Tenenti ha detto ad Al Jazeera che l’attacco costituisce un’evoluzione “molto grave”.

Tenenti ha spiegato che Israele aveva chiesto precedentemente che le forze di pace abbandonassero “certe posizioni” vicino al confine, ma “abbiamo deciso di rimanere perché è importante che la bandiera dell’ONU continui a sventolare nel sud del Libano”.

“Se la situazione diventa tale da rendere impossibili le operazioni della missione nel sud del Libano… spetterà al Consiglio di Sicurezza decidere come procedere”, ha detto.

“Per il momento restiamo, stiamo cercando di fare tutto quello che possiamo per monitorare e fornire assistenza”, ha aggiunto Tenenti.

Indonesia

Il ministro degli Affari Esteri Retno Marsudi ha confermato venerdì che due caschi blu indonesiani sono stati feriti nell’attacco e sono sotto osservazione in ospedale.

“L’Indonesia condanna fermamente l’attacco” ha dichiarato. “Attaccare personale e beni dell’ONU è una grave violazione del diritto umanitario internazionale”.

L’Indonesia, critico accanito di Israele e sostenitore della Palestina, al momento ha circa 1.232 unità dispiegate con UNIFIL in Libano.

Israele

L’esercito israeliano sostiene che le sue truppe hanno aperto il fuoco vicino a una base UNIFIL dopo aver dato istruzione alle forze di pace nella zona di rimanere in spazi protetti.

Ha affermato in un comunicato che i combattenti di Hezbollah operano dall’interno e nelle vicinanze di aree civili nel sud del Libano, incluse aree vicine alle postazioni UNIFIL.

L’esercito dice che “sta operando nel Libano meridionale e mantiene una comunicazione costante con UNIFIL”.

L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha detto che consiglia di spostare le forze di pace cinque chilometri a nord “finché la situazione lungo la Linea Blu rimane esplosiva a causa dell’aggressione da parte di Hezbollah”, facendo riferimento alla linea di demarcazione tra Libano e Israele [la Linea Blu è la linea di demarcazione provvisoria tra gli Stati di Israele e Libano tracciata dall’ONU nel 2000, dopo il ritiro dal Libano dell’esercito israeliano che lo aveva invaso nel 1982. n.d.t.].

United States

La Casa Bianca è “molto preoccupata” dai resoconti secondo i quali Israele ha fatto fuoco sul quartier generale della missione di pace ONU nel sud del Libano, ha detto un portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale.

“A quanto ci risulta Israele sta conducendo operazioni mirate vicino alla Linea Blu per distruggere infrastrutture di Hezbollah che potrebbero essere usate per minacciare cittadini israeliani”, ha detto il portavoce. “Nel portare avanti queste operazioni è fondamentale che le forze di pace dell’ONU non siano minacciate”.

Italia

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito l’attacco alle basi UNIFIL “del tutto inaccettabile”.

“Questo non è stato uno sbaglio né un incidente”, ha detto Crosetto in conferenza stampa.

“Potrebbe costituire un crimine di guerra e rappresenta una gravissima violazione del diritto militare internazionale”, ha detto.

Ha aggiunto che ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiedergli spiegazione dell’attacco.

Francia

Il Ministero per l’Europa e gli Affari Esteri ha condannato l’attacco e ha detto di attendere una spiegazione da Israele circa il perché l’attacco abbia avuto luogo.

“La Francia esprime la sua più profonda preoccupazione per gli attacchi di cui UNIFIL è stata fatta bersaglio e condanna ogni attacco alla sicurezza di UNIFIL”, recita un comunicato del Ministero.

“La protezione delle forze di pace è un dovere per tutte le parti coinvolte nel conflitto”, ha aggiunto il comunicato.

Spagna

Il Ministero degli Affari Esteri ha definito l’attacco una “grave violazione della legge internazionale”.

“Il governo spagnolo condanna fermamente l’attacco israeliano che ha colpito il quartier generale UNIFIL a Naqoura”, ha detto il Ministero in un comunicato, aggiungendo che la sicurezza delle forze di pace è “garantita”.

Irlanda

Il capo di governo irlandese Simon Harris ha condannato l’attacco e ha detto che “fare fuoco in prossimità di truppe o strutture UNIFIL è un atto sconsiderato e deve cessare”.

L’Irlanda contribuisce alla missione di pace con circa 370 soldati.

Turchia

“L’attacco israeliano alle forze dell’ONU, preceduto dai massacri di civili a Gaza, in Cisgiordania e in Libano esprime la percezione da parte di Israele che i suoi crimini resteranno impuniti”, ha detto il Ministero degli Affari Esteri.

“La comunità internazionale è tenuta ad assicurarsi che Israele rispetti le leggi internazionali”, ha detto il Ministero in un comunicato.

La Turchia conta cinque unità nel personale del quartier generale UNIFIL e contribuisce alla Task Force marittima UNIFIL con una “corvetta/fregata”.

Unione Europea

Il rappresentante per gli Affari Esteri Josep Borrell ha detto che l’attacco contro le forze di pace, le cui postazioni sono ben note, è un “atto inammissibile, per il quale non c’è giustificazione”.

“Due caschi blu sono stati feriti e questo è inaccettabile. Ogni attacco deliberato contro le forze di pace è una grave violazione della Legge Umanitaria Internazionale e della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Israele ha il dovere di rispettarle entrambe. È necessaria una piena assunzione di responsabilità”, ha scritto Borrell su X.

Ha inoltre ribadito il “pieno sostegno” dell’Unione Europea all’UNIFIL.

Il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha detto: “Un attacco contro una missione di pace ONU è irresponsabile, non è accettabile e per questo facciamo appello a Israele e facciamo appello a tutte le parti affinché rispettino la legge umanitaria internazionale”.

Cina

Il portavoce del Ministero degli Esteri Mao Ning ha detto venerdì che la Cina esprime “seria preoccupazione e ferma condanna” per l’attacco dell’esercito israeliano “contro basi e postazioni di osservazione UNIFIL, che ha causato il ferimento di personale UNIFIL”.

Canada

“Il Canada chiede la protezione delle forze di pace e degli operatori umanitari, e chiede a tutte le parti di rispettare la legge umanitaria internazionale”, recita un comunicato del Ministero degli Affari Esteri.

Il Canada, che si è dimostrato ampiamente favorevole all’offensiva militare israeliana in Libano, ha detto che l’attacco contro le forze di pace ONU è “allarmante e inaccettabile”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




L’attacco missilistico dell’Iran contro Israele: che cosa sappiamo e che cosa succederà

Redazione Al Jazeera

1 ottobre 2024 Al Jazeera

Israele promette una ritorsione dopo la salva di missili iraniani lanciata in risposta alle uccisioni dei leader di Hamas e Hezbollah.

 

L’Iran la lanciato un attacco senza precedenti contro Israele, lanciando una salva di missili contro il Paese nell’ultima escalation dopo settimane di crescenti violenze e tensioni nella regione.

Martedì i Corpi della Guardia Rivoluzionaria Islamica dell’Iran (IRGC) hanno dichiarato di aver lanciato i missili contro Israele in risposta ai mortali attacchi israeliani a Gaza e in Libano e agli assassinii dei massimi leader di IRGC, Hamas e Hezbollah.

Martedì sera sono risuonati gli allarmi in Israele quando i missili sono caduti sulle principali città e cittadine.

Israele e il suo principale alleato, gli Stati Uniti, hanno detto che i loro rispettivi eserciti hanno agito congiuntamente per abbattere la maggior parte dei quasi 200 missili sparati dall’Iran.

L’esercito israeliano ha detto che solo “pochi” colpi sono andati a segno nelle parti centrale e meridionale del Paese, mentre secondo il servizio di soccorso di Israele due persone sono state ferite dalla caduta di un missile nell’area di Tel Aviv.

Ecco ciò che sappiamo sull’attacco e sul contesto più ampio, e ciò che potrebbe succedere adesso.

Che cosa è successo?

  • I dettagli esatti dell’operazione iraniana restano poco chiari, ma IRGC ha affermato in una dichiarazione che i missili erano destinati a “vitali obbiettivi militari e di sicurezza” in Israele.

  • IRGC in seguito ha detto che il suo attacco era destinato specificamente a tre basi militari nell’area di Tel Aviv.

  • L’attacco, accompagnato da un cyberattacco su larga scala, per la prima volta ha impiegato anche i nuovi missili balistici ipersonici Fatah dell’Iran, secondo i media dello Stato iraniano.

  • L’esercito israeliano ha detto di aver intercettato “un gran numero” dei 180 missili balistici lanciati dall’Iran, ma che vi sono stati “isolati” impatti nel centro e nel sud di Israele. IRGC ha detto che il 90% dei missili ha colpito gli obbiettivi.

  • Il consigliere per la Sicurezza Nazionale USA Jake Sullivan ha detto che l’esercito americano “si è strettamente coordinato” con le sue controparti israeliane per abbattere i missili.

  • I caccia torpedinieri USA si sono uniti alle unità di difesa aerea israeliana per lanciare intercettori per abbattere i missili in arrivo”, ha detto Sullivan ai giornalisti alla Casa Bianca.

  • Sullivan ha affermato che non sono state riferite vittime in Israele: “In breve, sulla base di quanto sappiamo al momento, questo attacco sembra essere stato debellato e inefficace”, ha detto.

A che cosa rispondeva l’attacco?

  • IRGC ha detto che l’attacco di martedì era una risposta all’assassinio di Hassan Nasrallah, capo dell’organizzazione libanese Hezbollah, e del comandante dell’IRGC Abbas Nilforoushan la settimana scorsa a Beirut, ed anche all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Tehran a luglio.

  • Esperti hanno avvertito nel corso dell’anno passato che il Medio Oriente era sull’orlo di una guerra regionale nel quadro della guerra di Israele contro la Striscia di Gaza, che ha ucciso più di 41.000 palestinesi da ottobre 2023.

  • L’organizzazione libanese Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi sul nord di Israele dopo l’inizio della guerra di Gaza, sostenendo che intendeva supportare i palestinesi nell’enclave assediata.

  • L’esercito israeliano ha avuto scambi a fuoco con Hezbollah lungo il confine tra Israele e Libano a partire da quel momento, sfollando decine di migliaia di persone in entrambi i Paesi.

  • Nel mese scorso l’esercito israeliano ha incrementato gli attacchi al Libano, colpendo obbiettivi nella capitale Beirut e alimentando ulteriori timori di una guerra totale.

Come hanno reagito i leader mondiali all’attacco iraniano?

  • Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’Iran “ha commesso un grosso errore” e “pagherà per questo”.

  • L’inviato di Israele alle Nazioni Unite Danny Danon ha detto che il Paese “prenderà tutte le misure necessarie per proteggere i cittadini di Israele”: “Come abbiamo già chiarito alla comunità internazionale, ogni nemico che attacca Israele deve attendersi una dura risposta”, ha scritto Danon sui social media.

  • Il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scritto in un post su X che l’attacco è stato “una risposta decisiva” alle “aggressioni” di Israele. “Netanyahu deve sapere che l’Iran non cerca la guerra, ma risponde con fermezza ad ogni minaccia”, ha scritto. “Non entrate in conflitto con l’Iran”.

  • Mohammad Javad Zarif, il consigliere strategico di Pezeshkian, ha detto che “l’Iran ha un intrinseco diritto all’autodifesa contro i ripetuti attacchi armati israeliani contro il territorio iraniano e i suoi cittadini.”

  • Hamas, l’organizzazione palestinese che governa Gaza, ha salutato l’attacco iraniano come “eroico” e ha detto che ha inviato “un forte messaggio al nemico sionista e al suo governo fascista che aiuterà a dissuadere e frenare il loro terrorismo.”

  • Gli USA hanno assicurato il proprio “ferreo” appoggio a Israele e il Presidente Biden ha detto che il suo Paese è “pienamente, pienamente, pienamente al fianco di Israele”. Il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller ha detto che Washington “starà accanto al popolo di Israele in questo momento critico.”

  • Il Pentagono ha anche detto che il Segretario alla Difesa USA Lloyd Austin e il suo omologo israeliano Yoav Gallant hanno discusso “le gravi conseguenze per l’Iran” se avesse lanciato un attacco militare diretto” contro Israele. Non ha specificato quali sarebbero tali conseguenze.

  • La Ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock ha detto che il suo Paese ha messo in guardia l’Iran contro la “pericolosa escalation”, che, ha affermato, “sta spingendo la regione sempre più sull’orlo dell’abisso”.

  • Il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha condannato “l’estendersi del conflitto in Medio Oriente con un’escalation dopo l’altra”. In un post su X ha scritto: “Questo deve finire. Abbiamo assolutamente bisogno di un cessate il fuoco.”

Che cosa succederà adesso?

  • Il portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari ha detto che Israele “è assolutamente preparato a difendersi e a vendicarsi” contro l’attacco iraniano, puntualizzando che ciò avverrà “tempestivamente”.

  • Sullivan, il consigliere della Casa Bianca, ha detto ai giornalisti che l’amministrazione Biden “ha chiarito che vi saranno conseguenze – gravi conseguenze – per questo attacco” dell’Iran e gli USA “lavoreranno con Israele per far sì che questo accada”.

  • L’Iran ha messo in guardia Israele contro una risposta a questo attacco, minacciando di lanciare altri missili sul Paese se esso reagisse.

  • Raed Jarrar, direttore del gruppo di sostegno del team di esperti DAWN con sede in USA, ha detto a Al Jazeera che il Medio Oriente si trova ora “in una guerra su scala pienamente regionale” che non finirà senza un cambio nella politica americana. “Non finirà senza che gli Stati Uniti battano i piedi per terra e dicano “Non manderemo altre armi a Israele. Non finanzieremo e aiuteremo i crimini israeliani”, ha detto.

  • Omar Rahman, un membro del Consiglio del Medio Oriente per gli Affari Globali, ha detto che “non c’è dubbio” che Israele risponderà. “Si sta per entrare in quel tipo di azioni di ritorsione, avanti e indietro, che genera una guerra più ampia”, ha detto a Al Jazeera.

  • Rahman ha aggiunto che Israele “ha cercato di provocare questa guerra” con le sue azioni degli ultimi mesi. “Israele è capace di imponenti distruzioni, come vediamo in Libano. Dispone di enormi capacità di intelligence e può provocare davvero una guerra di distruzione. L’Iran, io credo, ha cercato di evitarla, ma sta andando verso qualche forma di guerra con Israele”.

Fonte: Al Jazeera

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La polio e il genocidio per logoramento a Gaza

Nicola Perugini

Professore associato in Relazioni Internazionali all’Università di Edimburgo

2 settembre 2024 – Al Jazeera

Ad agosto il Ministero della Sanità di Gaza ha annunciato la comparsa del primo caso accertato di infezione da poliomielite da 25 anni. Il virus ha infettato un bambino di 10 mesi a Deir al-Balah, lasciandolo paralizzato. Anche se finora è stato confermato un solo caso, ciò non significa che sia l’unico o che la diffusione del virus sia contenuta.

Anche se la polio può provocare la paralisi e perfino la morte, molti di coloro che sono infettati dal virus non presentano alcun sintomo. Ecco perché sono necessari test e valutazioni mediche per determinare correttamente la portata dell’infezione. Ma questo è quasi impossibile a Gaza, data la massiccia distruzione da parte di Israele del settore sanitario.

Sappiamo che il tipo 2 di virus della polio (cVDPV) è stato identificato in sei campioni di liquame raccolti in diversi luoghi a Khan Younis e Deir el-Balah a luglio. Dopo che queste rilevazioni sono state rese pubbliche il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Ghebreyesus ha avvertito che “è solo questione di tempo prima che il virus raggiunga le migliaia di bambini che sono rimasti senza protezione.”

Israele ha respinto le richieste delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco e ha concordato “pause umanitarie” localizzate solo per pochi giorni. Contemporaneamente ha intensificato i bombardamenti su Gaza e le espulsioni di massa di civili. Tra il 19 e il 24 agosto l’esercito israeliano ha emanato il più alto numero di ordini di evacuazione in una settimana dal 7 ottobre, facendo sì che l’ONU sospendesse temporaneamente le operazioni umanitarie.

Ciononostante domenica è stata ufficialmente avviata una campagna di vaccinazioni. L’operazione è iniziata nel centro della Striscia di Gaza – il governatorato di Deir el-Balah – e nei giorni successivi dovrebbe essere estesa a Khan Younis nel sud della Striscia e poi ai governatorati del nord, dove Israele ha gravemente limitato gli aiuti e la mobilità.

Non è chiaro se l’ONU raggiungerà l’obbiettivo di vaccinare 640.000 bambini, date le difficili condizioni in cui si opera, l’altissimo numero di persone sfollate, le restrizioni israeliane sulle forniture di carburante necessario a far funzionare i generatori e i frigoriferi per conservare i vaccini e il rifiuto di Israele di sospendere completamente i combattimenti.

Perché il vaccino sia efficace devono essere somministrate due dosi almeno a un mese di distanza. Non vi è ancora nessuna garanzia che ci saranno le condizioni per la seconda fase della campagna di vaccinazioni.

Purtroppo lo scoppio della polio non è l’unica emergenza sanitaria che i palestinesi a Gaza stanno affrontando. Altre pericolose malattie infettive, comprese epatite e meningite, si stanno diffondendo in tutta la Striscia. Da ottobre sono stati registrati a Gaza più di 995.000 casi di infezioni respiratorie acute e 577.000 casi di diarrea acquosa acuta.

Inoltre centinaia di migliaia di persone con malattie croniche non ricevono le cure adeguate che necessitano, il che comporta molte morti prevenibili, che non vengono registrate nel numero di morti ufficiali a Gaza.

Tutto ciò è un risultato del genocidio per logoramento di Israele: cioè la distruzione delle condizioni di sopravvivenza dei palestinesi come comunità, tramite tecniche di uccisione meno visibili dell’orrenda violenza trasmessa in diretta a cui abbiamo assistito negli ultimi 11 mesi.

Per citare l’avvocato ebreo-polacco Raphael Lemkin, che ha introdotto la nozione di genocidio nel 1944, il “mettere in pericolo la salute” e la creazione di condizioni di vita “ostili alla salute” costituiscono una delle principali tecniche di genocidio.

Durante gli ultimi 11 mesi Israele non ha fatto che cancellare il sistema sanitario di Gaza. I recenti dati pubblicati dal Cluster Sanitario Globale dell’OMS parlano da soli: nei primi 300 giorni di guerra sono stati danneggiati 32 su 36 ospedali, non sono più in funzione 20 su 36 ospedali e 70 su 119 centri di assistenza sanitaria primaria. Sono stati riferiti circa 492 attacchi alle strutture sanitarie, il che ha provocato la morte di 747 persone.

L’esercito israeliano ha anche distrutto sistematicamente il sistema idrico e fognario di Gaza. Secondo un rapporto di Oxfam pubblicato a luglio la gente di Gaza dispone di soli 4,74 litri di acqua a persona al giorno per tutti gli usi, inclusi bere, cucinare e lavarsi.

Ciò significa una riduzione del 94% della quantità di acqua disponibile prima di ottobre e un livello significativamente al di sotto dello standard minimo accettato a livello internazionale di 15 litri di acqua a persona al giorno per la minima sopravvivenza nelle emergenze.

Contemporaneamente da ottobre Israele ha distrutto il 70% delle tubature per le acque reflue e il 100% degli impianti di trattamento delle acque reflue. La distruzione e l’interruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie di Gaza hanno avuto effetti catastrofici sulla salute pubblica, provocando sicuramente un numero significativo di morti indirette.

Importanti rapporti sulla sanità pubblica hanno prospettato scenari terrificanti a proposito delle morti causate dalla diffusione di malattie infettive a Gaza. Secondo uno studio della London School of Hygiene e della Johns Hopkins University migliaia di palestinesi potrebbero essere morti negli ultimi sei mesi a causa di malattie infettive.

La narrazione israeliana per giustificare queste morti è che esse sono il risultato di una tragica crisi umanitaria provocata dai palestinesi. Ma non erano involontarie, come hanno rivelato più oneste dichiarazioni di funzionari israeliani.

Nel novembre 2023 l’ex capo del Consiglio della Sicurezza Nazionale di Israele Giora Eiland e l’attuale consigliere del Ministero della Difesa Yoav Gallant hanno scritto su Yedioth Aharonoth che “la comunità internazionale ci avverte di un disastro umanitario a Gaza e di gravi epidemie. Non dobbiamo evitare questo, per difficile che possa essere”, aggiungendo che “dopo tutto, gravi epidemie nel sud della Striscia di Gaza avvicineranno la vittoria e ridurranno le vittime tra i soldati dell’esercito.”

Il ministro delle finanze di Netanyahu, Bezalel Smotrich, ha twittato che è d’accordo con “ogni parola” scritta da Eiland nel suo articolo. In altri termini, le malattie infettive sono tra gli strumenti del genocidio per logoramento presi in considerazione dalla dirigenza israeliana.

Non è una storia del tutto nuova. Israele ha già sottoposto i palestinesi a politiche di morte lenta e menomazione, con i picchi più alti durante le due Intifada. Ma dal 7 ottobre queste politiche hanno toccato un livello senza precedenti e si scontrano con due principi chiave della Convenzione sul Genocidio.

Primo, cancellando il settore sanitario e ostacolando la distribuzione di prodotti e servizi per la cura Israele si assicura che i palestinesi di Gaza subiscano gravi danni fisici e mentali.

Secondo, distruggendo quasi interamente il sistema idrico e fognario e creando un ambiente debilitante, l’esercito israeliano ha inflitto ai palestinesi di Gaza condizioni di vita mirate a portare alla loro distruzione fisica del tutto o in parte.

Ecco come Israele perpetra un genocidio per logoramento a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Il ministro israeliano Ben-Gvir dice che costruirebbe una sinagoga sul complesso di Al-Aqsa

Redazione Al Jazeera

26 agosto 2024  Al Jazeera

Molte critiche ai commenti “pericolosi” del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che sfidano lo status quo

Un ministro israeliano di estrema destra ha suscitato indignazione dicendo che, se potesse, costruirebbe una sinagoga ebraica nel complesso della moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata, rafforzando la narrazione secondo cui il luogo sacro musulmano e simbolo nazionale palestinese è in pericolo.

Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha più volte ignorato il divieto del governo israeliano che da tempo proibisce agli ebrei di pregare in quel luogo, ha detto lunedì alla radio dell’esercito che se fosse possibile costruirebbe una sinagoga nel complesso di Al-Aqsa, noto agli ebrei come il Monte del Tempio.

Il complesso di Al-Aqsa è il terzo luogo più sacro dell’Islam e un simbolo dell’identità palestinese. Gli ebrei lo considerano anche il sito del Primo e del Secondo Tempio, quest’ultimo distrutto dai Romani nel 70 d.C.

“Se potessi fare tutto ciò che voglio metterei una bandiera israeliana sul sito”, ha detto Ben-Gvir nell’intervista.

Alla ripetuta domanda da parte del giornalista se, nel caso fosse di sua competenza, costruirebbe una sinagoga in quel luogo, Ben-Gvir alla fine ha risposto: “Sì”.

Secondo lo status quo pluridecennale garantito dalle autorità israeliane, agli ebrei e ad altri non musulmani è consentito visitare il complesso nella Gerusalemme est occupata durante orari specifici, ma non è loro consentito pregare lì o esporre simboli religiosi.

Ben-Gvir è stato criticato anche da alcuni ebrei ortodossi che considerano il sito un luogo troppo sacro perché gli ebrei possano entrarvi. Secondo i principali rabbini, è vietato a qualsiasi ebreo entrare in qualsiasi parte di Al-Aqsa a causa della sua santità.

Negli ultimi anni le restrizioni al complesso sono state violate sempre più spesso da nazionalisti religiosi radicali come Ben-Gvir, provocando talvolta scontri con i palestinesi.

Considerata un tempo un movimento marginale, la campagna per costruire un “Terzo Tempio” su Al-Aqsa sta crescendo in Israele, e molti palestinesi vedono parallelismi con quanto accaduto a Hebron, dove la Moschea Ibrahimi, conosciuta anche come la Grotta dei Patriarchi, è stata ripartita.

Da quando nel dicembre 2022 è entrato in carica come Ministro della Sicurezza Nazionale, Ben-Gvir ha visitato il luogo santo almeno sei volte, suscitando severe condanne.

Il complesso della moschea di Al-Aqsa è amministrato dalla Giordania, ma di fatto l’accesso al sito è controllato dalle forze di sicurezza israeliane.

Ben-Gvir ha detto alla radio dell’esercito che agli ebrei dovrebbe essere permesso di pregare nel complesso.

“Gli arabi possono pregare dove vogliono, quindi gli ebrei dovrebbero poter pregare dove vogliono”, ha detto, sostenendo che “la politica attuale consente agli ebrei di pregare in quel luogo”.

Diversi politici ebrei ultra-ortodossi hanno già denunciato i tentativi di Ben-Gvir di incoraggiare la preghiera ebraica ad Al-Aqsa.

Uno di loro, il Ministro degli Interni Moshe Arbel, ha precedentemente definito “blasfemia” i commenti di Ben-Gvir sull’argomento, aggiungendo che “il divieto della preghiera ebraica sul Monte del Tempio è la posizione di tutti i grandi uomini di Israele da generazioni”.

“Pericoloso”

La Giordania ha risposto alle ultime osservazioni di Ben-Gvir.

“Al-Aqsa e i luoghi santi sono un luogo di culto solo per i musulmani”, ha detto in una nota il portavoce del Ministero degli Esteri giordano Sufian Qudah.

“La Giordania prenderà tutte le misure necessarie per fermare gli attacchi ai luoghi santi” e “sta preparando i documenti legali necessari per agire nei tribunali internazionali contro gli attacchi ai luoghi santi”, ha detto Qudah.

Anche diversi funzionari israeliani hanno condannato Ben-Gvir, mentre una dichiarazione dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu afferma che “non vi è alcun cambiamento” nella politica attuale.

“Sfidare lo status quo del Monte del Tempio è un atto pericoloso, non necessario e irresponsabile”, ha detto il Ministro della Difesa Yoav Gallant su X.

“Le azioni di Ben-Gvir mettono in pericolo la sicurezza nazionale dello Stato di Israele”.

Il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid ha detto su X che i ripetuti commenti di Ben-Gvir dimostrano che “Netanyahu ha perso il controllo del suo governo”.

Il portavoce della presidenza palestinese Nabil Abu Rudeineh ha avvertito che “Al-Aqsa e i luoghi santi sono una linea rossa che non permetteremo assolutamente venga toccata”.

Hamas, con cui Israele è impegnato in un’aspra guerra nella Striscia di Gaza, ha affermato che i commenti del Ministro sono “pericolosi” e ha invitato i paesi arabi e islamici “ad assumersi la responsabilità di proteggere i luoghi santi”.

Il Ministero degli Esteri egiziano ha invitato Israele a rispettare i suoi obblighi come potenza occupante e a fermare le dichiarazioni provocatorie volte ad aumentare le tensioni, ha riferito Egyptian Ahram Online.

“Queste dichiarazioni ostacolano gli sforzi per raggiungere una tregua e un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e rappresentano una seria minaccia per il futuro di una soluzione definitiva della questione palestinese, basata sulla soluzione dei due Stati e sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente lungo i confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale”, si legge nella nota.

I commenti di lunedì sono arrivati ​​meno di due settimane dopo che Ben-Gvir aveva suscitato indignazione – anche in influenti rabbini israeliani – visitando il complesso con centinaia di sostenitori, molti dei quali sembravano pregare apertamente in violazione alle norme dello status quo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo un’organizzazione non governativa Israele ha allestito strutture adibite alla tortura dei palestinesi

Redazione di Al Jazeera

6 Agosto 2024 – Al Jazeera

Secondo un rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem le testimonianze di 55 ex detenuti palestinesi rivelano che più di una dozzina di campi di prigionia israeliani allestiti dopo il 7 ottobre sono dedicati a violenze nei confronti delle persone in custodia

L’organizzazione non governativa israeliana che si occupa di diritti umani B’Tselem ha raccolto le testimonianze di 55 palestinesi, di cui 21 provenienti dalla Striscia di Gaza, che sono stati trattenuti in prigioni israeliane, che raccontano in dettaglio le torture cui sono stati sottoposti.

Il rapporto di B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”, ha rivelato martedì [6 agosto n.d.t.] che dall’inizio dell’attacco israeliano contro Gaza più di una dozzina di strutture carcerarie israeliane sono state convertite in una rete di campi “dedicati alle violenze nei confronti dei detenuti”.

“Tali spazi, in cui ogni detenuto è deliberatamente condannato a subire sofferenze gravi e incessanti, operano di fatto come campi di tortura,” vi si legge.

Le violazioni includono “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazioni e degrado, fame deliberata, condizioni igieniche forzate, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose, confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

B’Tselem ha riferito che dal 7 ottobre almeno 60 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana, di cui circa 48 provenienti da Gaza.

Secondo il rapporto le testimonianze dei detenuti dimostrano “una politica istituzionale sistematica basata su maltrattamenti e torture costanti di tutti i prigionieri palestinesi”.

Questa politica, si legge, è applicata sotto la direzione del Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, con il pieno sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

“Data la gravità degli atti, l’entità delle violazioni della legge internazionale e il fatto che tali violazioni prendono di mira quotidianamente e per un prolungato periodo di tempo l’intera popolazione carceraria palestinese, l’unica possibile conclusione è che nel compiere questi atti Israele sta commettendo torture che equivalgono a un crimine di guerra e persino a un crimine contro l’umanità”, afferma il rapporto in conclusione.

Richiesta di indagine da parte della Corte Penale Internazionale

Il rapporto fa appello alla Corte Penale Internazionale affinché indaghi “i singoli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”, argomentando che tali indagini non sono state possibili in Israele “poiché tutti i sistemi statali, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di questi campi di tortura”.

B’Tselem ha anche osservato che dall’inizio della guerra contro Gaza il numero di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è raddoppiato, raggiungendo i 9.623.

“Ci appelliamo a tutte le nazioni e a tutte le istituzioni e gli organismi internazionali affinché facciano tutto ciò che è in loro potere per mettere immediatamente fine alle crudeltà inflitte ai palestinesi dal sistema carcerario israeliano, e affinché riconosca il regime israeliano che gestisce tale sistema come un regime di apartheid che deve finire”, conclude l’organizzazione.

Da parte delle autorità israeliane non c’è stata alcuna reazione immediata al rapporto.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele vuole riscrivere le leggi della guerra

Neve Gordon

15 luglio 2024 – Al Jazeera

Se il mondo accetta il modo in cui Israele ora interpreta il principio di proporzionalità, allora il genocidio finirà per essere giustificato.

La maggior parte delle persone probabilmente non lo sa, ma Wikipedia ha una pagina intitolataElenco degli omicidi israeliani”. Inizia nel luglio 1956 e si estende per oltre 68 anni fino ad oggi. La maggioranza sulla lista è palestinese; tra loro ci sono famosi leader palestinesi tra cui Ghassan Kanafani del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; Khalil Ibrahim al-Wazir di Fatah – noto anche come Abu Jihad; Sheikh Ahmed Yassin di Hamas e Fathi Shaqaqi della Jihad islamica palestinese.

Osservando il lungo elenco è impossibile non notare che il numero degli omicidi e degli attentati compiuti da Israele nel corso degli anni è aumentato in modo esponenziale: da 14 negli anni 70 a ben oltre 150 nel primo decennio del nuovo millennio e 24 dal gennaio 2020.

Mi sono ricordato di questo elenco quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato il 13 luglio una conferenza stampa per celebrare il tentativo di Israele di uccidere il comandante militare di Hamas Mohammed Deif a Gaza. Aerei da combattimento e droni israeliani avevano appena colpito il campo di al-Mawasi, che ora ospita circa 80.000 palestinesi sfollati che vivono in tende densamente popolate.

Nel giro di pochi minuti di bombardamento i piloti hanno massacrato almeno 90 palestinesi, tra cui decine di donne e minori, ferendo altre 300 persone. Tutto ciò è avvenuto in unarea che Israele aveva precedentemente designato come zona sicura”. Mentre immagini raccapriccianti di cadaveri carbonizzati e fatti a pezzi riempivano i social media, sono emerse notizie secondo cui Israele ha utilizzato diverse bombe telecomandate da mezza tonnellata prodotte negli Stati Uniti.

Nella sua conferenza stampa presso la sede del Ministero della Difesa a Tel Aviv, poche ore dopo questo bagno di sangue, Netanyahu ha ammesso di non essere assolutamente certo” che Deif fosse stato ucciso, ma ha sostenuto che è proprio il tentativo di assassinare i comandanti di Hamas trasmette un messaggio al mondo, che i giorni di Hamas sono contati”.

Eppure anche una rapida lettura della Lista degli omicidi israeliani” rende chiaro che Netanyahu stava parlando con una lingua biforcuta. Sa fin troppo bene che lassassinio da parte di Israele dei leader politici di Hamas Sheik Yassin e Abdel Aziz al-Rantisi o dei leader militari Yahya Ayyash e Salah Shehade ha fatto ben poco per indebolire il movimento e potrebbe averne aumentato il seguito.

Semmai, anni e anni di omicidi israeliani dimostrano che servono principalmente ai leader israeliani per assecondare e mobilitare i propri elettori. La recente conferenza stampa di Netanyahu non fa eccezione.

Ma per quanto macabra sia la lista di Wikipedia, i nomi in essa contenuti raccontano solo una storia parziale. Questo perché non vi è incluso il numero di civili uccisi durante ogni tentativo di omicidio riuscito o fallito.

Ad esempio, lattacco del 13 luglio è stato lottavo attentato alla vita di Deif, ed è difficile calcolare il numero totale di civili che Israele ha ucciso nel tentativo di assassinarlo. Lelenco di Wikipedia tralascia di registrare come laumento degli omicidi abbia portato a un aumento esponenziale delle morti di civili.

Ciò si chiarisce se confrontiamo lattuale politica di assassinio di Israele con la sua politica durante la Seconda Intifada palestinese. Quando nel 2002 Israele assassinò il capo delle Brigate Qassam di Hamas, Salah Shehade, furono uccise 15 persone tra cui Shehade, sua moglie, la figlia di 15 anni e altri otto minori.

Dopo lattacco ci fu una protesta pubblica in Israele per la perdita di vite civili, con 27 piloti israeliani che firmarono una lettera rifiutandosi di effettuare missioni assassine su Gaza. Quasi un decennio dopo una commissione dinchiesta israeliana scoprì che, a causa di un errore nella raccolta di informazioni”, i comandanti non sapevano che in quel momento cerano dei civili presenti negli edifici adiacenti, e se lo avessero saputo avrebbero annullato lattacco.

I risultati della commissione sono in linea con le leggi sui conflitti armati, che consentono, o almeno tollerano, l’uccisione di civili che non partecipano direttamente alle ostilità purché tali uccisioni non siano “eccessive” rispetto all’utile militare “concreto e diretto” che il belligerante si aspetta di ottenere dallattacco.

Questa regola, nota come principio di proporzionalità, è concepita per garantire che i fini di unoperazione militare giustifichino i mezzi, soppesando il vantaggio militare previsto rispetto al danno civile che ci si aspetta.

Oggi, tuttavia, siamo lontani anni luce dalle conclusioni della commissione sia per quanto riguarda lo spettro di violenze che Israele ha adottato sia per le giustificazioni legali che ora fornisce.

In primo luogo, le forme di guerra israeliane sono cambiate radicalmente dal 2002. Secondo lorganizzazione israeliana Breaking the Silence, composta da veterani militari, due dottrine hanno guidato gli assalti israeliani a Gaza dal 2008. La prima è “nessuna perdita”, e stabilisce che, per proteggere i soldati israeliani, i civili palestinesi possano essere uccisi impunemente; la seconda dottrina raccomanda di attaccare intenzionalmente i siti civili per scoraggiare Hamas.

Non sorprende che queste dottrine abbiano portato a stragi di massa che, secondo le leggi sui conflitti armati, costituiscono crimini di guerra e crimini contro lumanità. Di conseguenza, gli avvocati militari israeliani hanno dovuto modificare la loro interpretazione delle leggi sui conflitti armati in modo da allinearsi alle nuove strategie di guerra.

Se ventanni fa luccisione di 14 civili durante lassassinio di un leader di Hamas era considerata sproporzionata e quindi un crimine di guerra dalla commissione dinchiesta israeliana, nelle prime settimane dopo il 7 ottobre i militari hanno deciso che per ogni giovane agente di Hamas fosse consentito uccidere fino a 15 o 20 civili. Se l’obiettivo è un alto funzionario di Hamas, i militari autorizzano l’uccisione di più di 100 civili per l’assassinio di un solo comandante”.

Ciò potrebbe sembrare vergognoso ma un ufficiale del Dipartimento di Diritto Internazionale dellesercito israeliano in unintervista del 2009 per il quotidiano Haaretz è stato molto schietto riguardo a tali cambiamenti: Il nostro obiettivo militare è quello di non limitare lesercito, ma di dargli gli strumenti per vincere in modo lecito”.

Anche lex capo del dipartimento, il colonnello Daniel Reisner, ha dichiarato pubblicamente che questa strategia è stata perseguita attraverso una revisione del diritto internazionale”.

Se si fa qualcosa per un tempo sufficientemente lungo, il mondo lo accetterà”, ha detto, Lintero diritto internazionale è ora basato sul concetto che un’azione oggi proibita diventa ammissibile se eseguita da un numero sufficiente di Paesi”.

In altre parole, il modo in cui calcoliamo la proporzionalità non è determinato a priori da qualche decreto morale, ma piuttosto dalle norme e dai costumi creati dai militari quando adottano forme di guerra nuove e molto spesso più letali.

Ancora una volta Netanyahu lo sa fin troppo bene. Ha dichiarato di aver approvato personalmente l’attacco ad al-Mawasi dopo aver ricevuto informazioni soddisfacenti sui potenziali danni collaterali” e sul tipo di munizioni da utilizzare.

Ciò che risulta chiaro è che, mentre Israele decima Gaza e uccide decine di migliaia di persone, sta anche tentando di riformulare le norme della guerra e di trasformare in modo significativo le interpretazioni delle leggi sui conflitti armati.

Se Netanyahu e il suo governo riuscissero a rendere accettabile la versione israeliana della proporzionalità tra gli altri attori statali, allora le leggi sui conflitti armati finirebbero per giustificare, anziché impedire, la violenza genocida. In effetti, larchitettura stessa dellintero ordinamento giuridico internazionale è ora in bilico.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono allautore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Neve Gordon è professore di diritto internazionale alla Queen Mary University di Londra. È anche autore di Israel’s Occupation [ed. ital: L’occupazione israeliana, Diabasis 2016, ndt.] e coautore di The Human Right to Dominate [ed. ital.: Il diritto umano di dominare, Nottetempo 2016, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’appoggio dell’UE a Israele la rende complice di genocidio

Niamh Ni Bhriain e Mark Akkerman

6 luglio 2024 – Al Jazeera

L’UE continua ad esportare armi verso Israele e finanzia vari enti israeliani

Sono passati 9 mesi dall’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza che ha ucciso più di 38.000 palestinesi, ne ha feriti più di 86.000 e ne ha sfollati più di 1.9 milioni. Nonostante le frequenti condanne a parole, i leader europei hanno fatto ben poco per fermarla. Ancora peggio, molti Paesi europei continuano a sostenere economicamente e militarmente Israele.

Poiché gli Stati Uniti sono considerati il maggior sostenitore della macchina da guerra israeliana, è facile non tenere in considerazione l’appoggio europeo. Tuttavia uno sguardo più attento sulle dimensioni dell’assistenza finanziaria e militare europea a Israele mette a nudo la complicità dell’UE con il continuo genocidio a Gaza e le varie atrocità nella Cisgiordania occupata.

Fornitura di armi utilizzate per il genocidio

L’UE è il secondo maggior fornitore di armi a Israele dopo gli USA. Secondo le cifre della banca dati COARM [Esportazione di armi convenzionali] dell’European External Action Service [Servizio Europeo per le Azioni all’Estero] tra il 2018 e il 2022 gli Stati membri dell’UE hanno venduto a Israele armi per un valore di 1,76 miliardi di euro.

Le armi hanno continuato a passare dai Paesi europei a Israele anche dopo che in gennaio la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza provvisoria in base alla quale probabilmente l’esercito israeliano sta commettendo un genocidio. L’UE ha in vigore un sistema per imporre un embargo sulle armi, ma si è rifiutata di applicarlo a Israele, lasciando agli Stati membri la possibilità di mettere in atto lentamente misure sotto la pressione della società civile, con scarsa volontà politica di farlo e molto al di sotto di quanto necessario.

Alcuni Paesi dell’UE, tra cui Italia, Olanda, Spagna e la regione belga della Vallonia, hanno annunciato che avrebbero sospeso il trasferimento di armi a Israele, ma alcune di queste dichiarazioni non sono state seguite da azioni concrete e tempestive, o, quando lo sono state, hanno rappresentato una sospensione temporanea o parziale di vendita di armi, molto meno di un embargo militare contro Israele.

Secondo il SIPRI [Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace, con sede a Stoccolma, ndt.] la Germania è di gran lunga il maggior fornitore europeo, avendo rifornito Israele con il 30% del suo armamento tra il 2019 e il 2023. Lo scorso anno le esportazioni sono salite da 32,3 a 326,5 milioni di euro, e la maggior parte delle licenze è stata concessa dopo il 7 ottobre.

Secondo i dati dell’UE tra il 2018 e il 2022 ci sono stati altri importanti fornitori europei a Israele. Essi includono la Romania, che ha esportato licenze per un valore di 314,9 milioni di euro, l’Italia, con 90,30 milioni di euro, la Repubblica Ceca, con 81,55 milioni di euro, e la Spagna, con 62,9 milioni di euro. L’UE non ha ancora presentato i dati dei trasferimenti nel 2023. Oltre ai rifornimenti diretti a Israele, gli armamenti dell’UE spesso vengono esportati indirettamente in Israele attraverso gli USA.

Benché l’esportazione di armi sia soggetta ad accordi con l’utilizzatore finale, gli USA rifiutano di rispettare questa condizione e i Paesi dell’UE non la mettono in pratica. Ciò rende impossibile tracciare in che misura le armi e componenti di armamenti dell’UE esportati negli USA finiscono successivamente nei sistemi d’arma inviati in Israele.

Ciononostante le esportazioni militari note dell’UE verso Israele possono essere direttamente legate al genocidio a Gaza. I carrarmati israeliani Merkava, che dall’invasione di terra iniziata alla fine di ottobre operano a Gaza, stanno utilizzando componenti per motori fabbricati dall’impresa tedesca MTU (una controllata di Rolls Royce), mentre le corvette Sa’ar, navi da guerra costruite dall’impresa tedesca ThyssenKrupp Marine Systems, sono state in attività nelle acque che circondano la Striscia assediata.

L’impresa britannica BAE Systems, in collaborazione con la tedesca Rheinmetall, produce gli obici semoventi M109, che sono stati utilizzati per bombardare zone densamente abitate di Gaza. Amnesty International ha trovato prove che queste armi di artiglieria hanno utilizzato anche munizioni al fosforo bianco, che possono bruciare la pelle fino all’osso e provocare disfunzioni organiche. In base alle leggi internazionali il loro uso in aree civili è limitato.

I caccia da guerra F-35, prodotti negli USA e utilizzati per i bombardamenti a tappeto contro Gaza, si basano su componenti europei con almeno il 25% di pezzi di ricambio esportati direttamente in Israele dall’Europa. Solo l’Olanda ha imposto limitazioni su di essi in seguito a una denuncia intrapresa da organizzazioni della società civile vinta in appello.

Soldi pubblici europei per le armi israeliane

I Paesi europei non solo esportano armi in Israele mentre c’è un crescente consenso internazionale sul fatto che Israele sta portando avanti un genocidio a Gaza, ma stanno anche spendendo denaro pubblico per appoggiare i produttori di armi che le fabbricano.

Una nuova ricerca del Transnational Institute [gruppo di studio e ricerca olandese, ndt.] e di Stop Wapenhandel [organizzazione olandese contro il commercio e la produzione di armi, ndt.] rivela che il denaro dei contribuenti europei per un importo di 426 milioni di euro sta attualmente finanziando imprese che armano Israele.

L’impresa tedesca Rheinmetall, che invia in Israele proiettili per carrarmati, ha ricevuto oltre 169 milioni di euro, mentre la compagnia finno-norvegese Nammo, il cui lanciarazzi a spalla “anti-bunker” vengono esportati in Israele, ha ricevuto più di 123 milioni di euro. Altri beneficiari includono Leonardo, ThyssenKrupp, Rolls Royce, BAE Systems e Renk.

Il denaro pubblico europeo è anche andato a finanziare progetti di sicurezza e difesa che hanno beneficiato la macchina da guerra israeliana. Dal 2008 sono stati 84 gli enti israeliani a ricevere 69,39 milioni di euro da un totale di 132 progetti per la sicurezza. Nonostante violi sistematicamente da decenni i diritti umani dei palestinesi, il ministero della Sicurezza Pubblica [israeliano] ha partecipato ai principali progetti per la sicurezza finanziati dall’UE.

Inoltre molta della produzione di conoscenza utilizzata nello sviluppo degli strumenti per la guerra digitale israeliana attualmente utilizzati a Gaza è stata probabilmente perfezionata e migliorata in università che beneficiano dei finanziamenti europei per la ricerca.

Dal 7 ottobre l’UE ha concesso 126 milioni di euro per finanziare 130 progetti di ricerca che coinvolgono enti israeliani. Due di questi progetti stanno fornendo un totale di 640.000 euro per l’impresa bellica Israel Aerospace Industries. Negli anni che hanno preceduto il 7 ottobre 2023 alcuni enti israeliani hanno ricevuto 503 milioni di euro in base a Horizon Europe [programma di finanziamento dell’UE per progetti scientifici, ndt.] (2021-2023).

Inoltre per decenni i Paesi dell’UE hanno speso denaro dei contribuenti in armamenti per Israele, supportandone quindi il complesso militare-industriale. Israele è tra i primi 10 esportatori di armi al mondo, con circa il 25% delle sue esportazioni per la difesa che vanno a Paesi europei.

Le aziende israeliane pubblicizzano regolarmente i propri prodotti come “testati sul campo”, una strategia che è legittimata dai Paesi dell’UE quando fanno affari con loro. I droni sono di gran lunga il prodotto di maggior successo e l’agenzia di sicurezza dei confini dell’UE Frontex li noleggia da Elbit e dalle Israel Aerospace Industries (IAI) per voli di sorveglianza sul Mediterraneo.

Dopo il 7 ottobre i Paesi dell’Ue hanno continuato a collaborare con imprese di armamenti israeliane. Mentre c’è stato un tentativo della Francia di escludere le compagnie israeliane dalla fiera delle armi Eurosatory, l’iniziale sentenza a tal fine di un tribunale è stata di fatto ribaltata da una corte di Parigi e alle imprese israeliane è stato concesso di parteciparvi.

Il fatto che denaro pubblico europeo sia destinato a industrie belliche e ad altri enti coinvolti nel massacro israeliano a Gaza significa di fatto che l’UE sta finanziando un genocidio.

Con tutti i suoi discorsi sui diritti umani e lo Stato di diritto l’UE non ha tenuto fede a nessuno dei due in risposta alla guerra genocida di Israele contro Gaza, facendo a pezzi la sua credibilità e legittimità. Non è troppo tardi per invertire parte dei danni imponendo un embargo sulle armi contro Israele e riducendo il flusso di armi statunitensi che transitano attraverso l’Europa verso il regime genocida. Non farlo, soprattutto alla luce della sentenza transitoria della CIG sulla plausibilità del genocidio, renderebbe complici l’UE e i suoi Stati membri.

Le opinioni espresse in questo articolo sono degli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Niamh Ni Bhriain

Coordinatrice del Transnational Institute.

Niamh Ni Bhriain coordina il programma Guerra e Pacificazione del Transnational Institute, che si concentra sullo stato di guerra permanente e sulla resistenza pacifica. Ha conseguito un master in Leggi Internazionali per i Diritti Umani presso l’Irish Centre for Human Rights [Centro Irlandese per i Diritti Umani] all’università statale d’Irlanda di Galway (NUIG). Prima di arrivare al TNI Niamh ha passato alcuni anni in Colombia e Messico lavorando con organizzazioni della società civile e con l’ONU nelle aree di costruzione della pace, giustizia transizionale, protezione dei difensori dei diritti umani e analisi dei conflitti.

Mark Akkerman

Ricercatore presso Stop Wapenhandel.

Mark Akkerman è un ricercatore di Stop Wapenhandel ed è attivamente coinvolto nelle ricerche del Transnational Institute sulla militarizzazione dei confini. Ha anche scritto e fatto campagne su argomenti come l’esportazione di armamenti in Medio Oriente, il settore degli eserciti e della sicurezza privati, il greenwashing del mercato delle armi e la militarizzazione della risposta al cambiamento climatico.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)