Ripensare la nostra definizione di apartheid: non solo un regime politico

27 agosto 2017, Al-Shabaka

Haidar Eid, Andy Clarno

Sintesi

Poiché Israele intensifica il suo progetto di insediamenti coloniali, l’apartheid è diventato un quadro di riferimento sempre più importante per comprendere e contrastare il ruolo di Israele nella Palestina storica. Sicuramente, Nadia Hijab e Ingrid Jaradat Gassner sono convincenti nella loro affermazione che l’apartheid è la cornice analitica più strategica. Nel marzo 2017 la Commissione Economica e Sociale per l’Asia occidentale dell’ONU (ESCWA) ha pubblicato un possente rapporto che documenta le violazioni israeliane del diritto internazionale e conclude che Israele ha instaurato un “regime di apartheid” che opprime e domina l’intero popolo palestinese.

In base al diritto internazionale, l’apartheid è un crimine contro l’umanità e gli Stati possono essere resi responsabili delle proprie azioni. Tuttavia il diritto internazionale ha i suoi limiti. Un problema specifico riguarda ciò che manca nella definizione giuridica internazionale di apartheid. Poiché la definizione si incentra solamente sul regime politico, non fornisce una solida base per criticare gli aspetti economici dell’apartheid. Per affrontare questo problema, proponiamo una definizione alternativa di apartheid, che si è affermata durante la lotta in Sudafrica negli anni ’80 ed ha ottenuto consenso tra i militanti, a causa dei limiti della decolonizzazione in Sudafrica dopo il 1994 – una definizione che riconosce l’apartheid come strettamente connesso al capitalismo.

Questo documento politico esplicita in dettaglio ciò che il movimento di liberazione della Palestina può apprendere dalla situazione del Sudafrica, riconoscendo in particolare l’apartheid sia come sistema di discriminazione razziale legalizzata che come sistema di capitalismo basato sulla razza. Esso si conclude con dei suggerimenti su come i palestinesi possono contrastare questo doppio sistema per ottenere una pace giusta e duratura fondata sull’uguaglianza sociale ed economica.

La forza ed i limiti del diritto internazionale

La Convenzione Internazionale dell’ONU sull’eliminazione e la punizione del crimine di apartheid definisce l’apartheid come un crimine che implica “atti inumani compiuti al fine di stabilire e mantenere il dominio di un gruppo razziale di persone su ogni altro gruppo razziale di persone ed opprimerle sistematicamente.” Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale definisce l’apartheid come un crimine che implica “un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo razziale su un altro o altri gruppi razziali.”

Sulla base di un’accurata lettura di questi statuti, il rapporto ESCWA analizza la politica israeliana in quattro ambiti. Documenta la discriminazione legale formale contro i palestinesi cittadini di Israele; il doppio sistema giuridico nei Territori Palestinesi Occupati (TPO); i fragili diritti di residenza dei palestinesi di Gerusalemme; il rifiuto israeliano di permettere ai rifugiati palestinesi di esercitare il diritto al ritorno. Il rapporto conclude che il regime di apartheid israeliano agisce attuando una frammentazione del popolo palestinese e il suo assoggettamento a differenti forme di dominio razziale.

La forza dell’analisi dell’apartheid è risultata evidente dal modo in cui gli USA ed Israele hanno reagito al rapporto. L’ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU ha denunciato il rapporto e ha sollecitato il Segretario Generale ONU a respingerlo. Il Segretario generale ha fatto pressione su Rima Khalaf, capo dell’ESCWA, perché cancellasse il rapporto. Rifiutando di farlo, lei si è dimessa dal suo incarico.

L’importanza del rapporto ESCWA non può essere sopravvalutata. Per la prima volta un organismo dell’ONU ha affrontato formalmente la questione dell’apartheid in Palestina/Israele. Ed il rapporto ha preso in considerazione le politiche israeliane verso i palestinesi nel loro insieme, anziché incentrarsi su una parte della popolazione. Sollecitando gli Stati membri e le organizzazioni della società civile a far pressione su Israele, il rapporto ONU dimostra anche l’utilità del diritto internazionale come strumento per rendere responsabili regimi come Israele.

Tuttavia, pur riconoscendo l’importanza del diritto internazionale, formula delle critiche evidenziando i suoi limiti. Anzitutto, le leggi internazionali sono valide solo quando recepite ed applicate dagli Stati e la struttura gerarchica del sistema prevede un gruppo di Stati con potere di veto. La rapida cancellazione del rapporto ESCWA ha reso evidenti questi limiti. Inoltre c’è un problema più specifico relativamente alla definizione internazionale dell’apartheid come sopra riportata. Incentrandosi soltanto sul regime politico, la definizione giuridica non fornisce una solida base di critica agli aspetti economici dell’apartheid e sicuramente spiana la strada ad un futuro post-apartheid in cui prevale la discriminazione economica.

Il capitalismo su base razziale e i limiti della liberazione del Sudafrica

Negli anni ’70 e ’80 i neri sudafricani si impegnarono in vivaci dibattiti sul come interpretare il sistema di apartheid contro cui combattevano. Il gruppo più potente all’interno del movimento di liberazione – l’African National Congress (ANC) ed i suoi alleati – sosteneva che l’apartheid fosse un sistema di dominazione razziale e che la lotta dovesse concentrarsi sull’eliminazione delle politiche razziali e sulla richiesta di uguaglianza in base alla legge. I neri radicali rifiutavano questa analisi. Il dialogo tra il Movimento della Coscienza Nera ed i marxisti indipendenti portò ad una definizione alternativa di apartheid come sistema di “capitalismo sulla base della razza”. I neri radicali insistevano che la lotta dovesse affrontare contemporaneamente lo Stato ed il sistema capitalistico su base razziale. Prevedevano che, se non fossero stati combattuti sia il razzismo che il capitalismo, il Sudafrica del dopo apartheid sarebbe rimasto diviso e iniquo.

La transizione degli ultimi 20 anni ha dato ragione a questa tesi. Nel 1994 l’apartheid legale fu abolito e i neri sudafricani hanno conquistato l’uguaglianza per legge – compreso il diritto al voto, a vivere in qualunque luogo ed a spostarsi senza permessi. La democratizzazione dello Stato è stata una notevole conquista. Certo, la transizione sudafricana dimostra la possibilità di coesistenza pacifica sulla base dell’uguaglianza giuridica e del reciproco riconoscimento. Questo è ciò che rende il Sudafrica così convincente per molti palestinesi e alcuni israeliani che cercano un’alternativa alla frammentazione ed al fallimento di Oslo.

Nonostante la democratizzazione dello Stato, la transizione sudafricana non ha preso in considerazione le strutture del capitalismo sulla base della razza. Nel corso dei negoziati, l’ANC fece importanti concessioni per ottenere l’appoggio dei bianchi sudafricani e dell’elite capitalista. Soprattutto, l’ANC accettò di non nazionalizzare la terra, le banche e le miniere ed invece accettò garanzie costituzionali per la distribuzione della proprietà privata vigente – nonostante la storia di spoliazione coloniale. Inoltre il governo dell’ANC adottò una strategia economica neoliberista, promuovendo il libero commercio, l’industria per l’esportazione e la privatizzazione delle imprese statali e dei servizi municipali. Il risultato è che il Sudafrica post-apartheid è uno dei Paesi più ineguali al mondo.

La ristrutturazione neoliberista ha fatto emergere una piccola élite nera ed una crescente classe media nera in alcune parti del Paese. Ma la vecchia élite bianca controlla ancora la gran maggioranza della terra e della ricchezza in Sudafrica. La deindustrializzazione e la quota crescente di popolazione costretta a contare su lavori precari ha indebolito il movimento dei lavoratori, intensificato lo sfruttamento della classe lavoratrice nera e prodotto una crescente sovrappopolazione su base razziale che soffre di una permanente disoccupazione strutturale. Il tasso di disoccupazione raggiunge il 35%, se si includono coloro che hanno rinunciato a cercare lavoro. In certe zone il tasso di disoccupazione supera il 60% ed i lavori disponibili sono precari, a breve termine e a bassi salari. (1)

I neri poveri si confrontano anche con una grave carenza di terre e di abitazioni. Invece di ridistribuire le terre, il governo dell’ANC ha adottato un programma basato sul mercato attraverso cui lo Stato aiuta i clienti neri ad acquistare terre di proprietà di bianchi. Questo ha dato avvio al sorgere di una piccola classe di ricchi proprietari terrieri neri, ma solo il 7,5% della terra sudafricana è stata ridistribuita. Di conseguenza, la maggior parte dei neri sudafricani resta senza terra e le élite bianche continuano ad avere la proprietà della maggior parte della terra. Analogamente, il crescente costo delle case ha moltiplicato il numero di persone che vivono in baracche, edifici occupati e sistemazioni informali, nonostante i sussidi statali e le garanzie costituzionali riguardo al diritto ad una casa decente.

Nel Sudafrica del post-apartheid la razza continua a determinare un accesso ineguale alla casa, all’educazione e al posto di lavoro. Modella anche la rapida crescita della sicurezza privata. Approfittando dei timori razziali riguardo alla criminalità, la sicurezza privata ha costituito l’industria cresciuta più rapidamente in Sudafrica dagli anni ’90. Le compagnie di sicurezza private e le associazioni di abitanti facoltosi hanno trasformato le periferie storicamente bianche in comunità fortificate, caratterizzate da muri intorno alle proprietà private, cancellate che circondano i quartieri, sistemi d’allarme, pulsanti antipanico, servizi di sorveglianza, pattuglie di quartiere, video sorveglianza e squadre armate di intervento rapido. Questi sistemi privatizzati di sicurezza residenziale si basano sulla violenza e sulla categorizzazione su base razziale che prende di mira i neri e i poveri.

Secondo il diritto internazionale, l’apartheid si estingue con la trasformazione dello Stato razzista e l’eliminazione della discriminazione razziale legalizzata. Eppure anche un esame superficiale del Sudafrica dopo il 1994 rivela i tranelli di tale approccio e segnala l’importanza di ripensare le nostre definizioni di apartheid. L’uguaglianza giuridica formale non ha prodotto una reale trasformazione sociale ed economica. Al contrario, il neoliberismo del capitalismo su base razziale ha consolidato l’ineguaglianza creata da secoli di colonizzazione e apartheid. La razza resta una forza motrice dello sfruttamento e dell’abbandono, nonostante la vernice liberale dell’uguaglianza giuridica. Le lodi del governo guidato dall’ANC cercano di nascondere l’impatto del capitalismo neoliberista su base razziale nel Sudafrica dopo il 1994.

Le critiche all’apartheid israeliana hanno ampiamente ignorato i limiti della trasformazione in Sudafrica. Invece di considerare l’apartheid un sistema di capitalismo basato sulla razza, la maggior parte delle critiche all’apartheid israeliano si basa sulla definizione giuridica internazionale di apartheid come sistema di dominazione razziale. Certamente queste critiche sono state molto produttive. Hanno affinato l’analisi del governo israeliano, contribuito allo sviluppo delle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) e fornito una base giuridica agli sforzi per rendere Israele responsabile [delle sue azioni]. L’importanza del diritto internazionale in quanto risorsa per le comunità in lotta non deve essere sminuita.

Ma l’analisi e l’organizzazione possono andare anche oltre, considerando l’apartheid un sistema di capitalismo sulla base della razza, piuttosto che basandosi così rigidamente sulle definizioni giuridiche internazionali. Attribuendo un valore differente alle vite ed al lavoro delle persone, i regimi di capitalismo su base razziale intensificano lo sfruttamento, esponendo i gruppi marginalizzati alla morte precoce, all’abbandono o all’eliminazione. Quindi il concetto di capitalismo su base razziale evidenzia la contemporanea costituzione dell’accumulazione di capitale e della cultura razziale e afferma che non è possibile eliminare sia la dominazione razziale che la disuguaglianza di classe senza combattere il sistema nel suo complesso.

Considerare l’apartheid come un sistema di capitalismo sulla base della razza ci permette di prendere seriamente in considerazione i limiti della liberazione in Sudafrica. Lo studio del successo della lotta sudafricana è stato molto produttivo per il movimento di liberazione palestinese; anche comprendere i suoi limiti può rivelarsi produttivo. Anche se i neri sudafricani hanno conquistato l’uguaglianza giuridica formale, la mancata attenzione agli aspetti economici dell’apartheid ha posto seri limiti alla decolonizzazione. In una parola, l’apartheid non è finito – è stato ristrutturato. Basarsi troppo strettamente sulla definizione giuridica internazionale di apartheid potrebbe condurre a problemi simili nel percorso in Palestina. Solleviamo questa questione come monito preventivo, nella speranza che possa contribuire allo sviluppo di strategie per contrastare contemporaneamente il razzismo ed il capitalismo neoliberista di Israele.

Il capitalismo sulla base della razza in Palestina/Israele

Vedere l’apartheid da questo punto di vista ci permette anche di comprendere che il colonialismo da insediamento israeliano ora agisce attraverso il capitalismo neoliberista su base razziale. Negli ultimi 25 anni Israele ha intensificato il suo progetto coloniale sotto l’apparenza della pace. Tutta la Palestina storica continua ad essere soggetta alla dominazione israeliana, che lavora ad una frammentazione della popolazione palestinese. (Gli accordi di) Oslo hanno messo Israele in grado di frammentare ulteriormente i Territori Palestinesi Occupati e di integrare il dominio militare diretto con elementi di dominazione indiretta. La Striscia di Gaza è stata trasformata in un “campo di concentramento” e in una specie di “riserva indiana” attraverso un assedio mortale e medievale, descritto da Richard Falk come una “preludio al genocidio” e da Ilan Pappe come un “ genocidio progressivo”. In Cisgiordania la nuova strategia coloniale israeliana consiste nel concentrare la popolazione palestinese nelle aree A e B e colonizzare l’area C. Invece di garantire ai palestinesi libertà ed uguaglianza, Oslo ha ristrutturato i rapporti di dominio. In breve, Oslo ha intensificato, invece di invertirlo, il progetto coloniale israeliano.

La riorganizzazione della dominazione israeliana è proceduta di pari passo alla ristrutturazione neoliberista dell’economia. A partire dagli anni ’80 Israele ha messo in atto una profonda trasformazione da un’economia statale incentrata sul consumo interno ad un’economia imprenditoriale integrata nei circuiti del capitale globale. La ristrutturazione neoliberista ha prodotto grandi profitti d’impresa smantellando al contempo il welfare, indebolendo il movimento dei lavoratori ed aumentando le disuguaglianze. I negoziati di Oslo sono stati un perno di questo progetto. Shimon Peres e l’élite imprenditoriale israeliana hanno sostenuto che il “processo di pace” avrebbe aperto i mercati del mondo arabo al capitale statunitense ed israeliano e favorito l’integrazione di Israele nell’economia globale. (2) Dopo Oslo, Israele ha subito sottoscritto accordi di libero commercio con Egitto e Giordania.

La ristrutturazione neoliberista ha permesso ad Israele di condurre la sua nuova strategia coloniale riducendo in modo significativo la sua dipendenza dalla forza lavoro palestinese. La transizione israeliana verso un’economia ad alta tecnologia ha ridotto la domanda di lavoratori industriali ed agricoli. Gli accordi di libero scambio hanno permesso alle aziende israeliane di trasferire la produzione dai terzisti palestinesi alle aree di produzione per l’esportazione nei Paesi vicini. Il crollo dell’Unione Sovietica seguito dalla “dottrina shock” neoliberista ha spinto oltre un milione di ebrei russi a cercare nuove opportunità in Israele. E la ristrutturazione neoliberista su scala globale ha portato all’immigrazione di 300.000 lavoratori dall’Asia e dall’Europa dell’est. Questi gruppi ora si contendono con i palestinesi i posti di lavoro con bassi salari che sono rimasti. Quindi lo Stato colonialista ha usato la ristrutturazione neoliberista per programmare la flessibilità [come manodopera] della popolazione palestinese.

La vita per i palestinesi della classe lavoratrice è diventata sempre più precaria. Con l’accesso limitato al lavoro in Israele, la povertà e la disoccupazione sono aumentate vertiginosamente nelle enclave palestinesi. Benché l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) abbia sempre appoggiato l’impostazione neoliberista di un’economia a conduzione privata, orientata all’esportazione e al libero mercato, inizialmente ha reagito alla crisi occupazionale creando migliaia di posti di lavoro nel settore pubblico.

Tuttavia a partire dal 2007 l’ANP ha seguito un programma economico rigidamente neoliberista che implica tagli al pubblico impiego ed un’espansione degli investimenti del settore privato. A dispetto di questi piani, il settore privato rimane debole e frammentato. I progetti di aree industriali lungo il muro illegale di Israele, che si snoda attraverso i Territori Palestinesi Occupati, sono ampiamente falliti a causa delle restrizioni israeliane all’importazione e all’esportazione e del costo relativamente alto della forza lavoro palestinese in confronto a quella di Egitto e Giordania.

Benché le politiche neoliberiste abbiano reso la vita sempre più difficile per la classe lavoratrice palestinese, hanno però contribuito allo sviluppo di una piccola élite palestinese nei TPO, composta da dirigenti dell’ANP, capitalisti palestinesi e funzionari di ONG. Chi visita Ramallah è spesso sorpreso di vedere palazzi sontuosi, ristoranti di lusso, alberghi a cinque stelle e automobili di lusso. Non sono indicatori di un’economia prospera, ma piuttosto di una crescente divisione di classe. Analogamente è emersa a Gaza dal 2006 una nuova borghesia legata ad Hamas. La sua ricchezza deriva dalla declinante “industria dei tunnel”, un monopolio sui materiali edili contrabbandati dall’Egitto e sui limitati prodotti importati da Israele. Le élite sia di Fatah che di Hamas accumulano le proprie ricchezze da attività non produttive e sono caratterizzate dalla totale assenza di strategia politica . Haidar Eid definisce tutto questo ‘Oslizzazione’ in Cisgiordania e ‘Islamizzazione’ nella Striscia di Gaza.

Inoltre, arruolarsi delle forze di repressione è diventata una delle rare opportunità di lavoro disponibili per la maggioranza dei palestinesi, soprattutto dei giovani. Anche se alcuni degli impieghi presso l’ANP sono nel campo dell’educazione e della sanità, la maggior parte sono nelle forze di sicurezza. Come ha dimostrato Alaa Tartir (direttore del programma di Al-Shabaka, ndtr.), queste forze hanno il compito di proteggere la sicurezza di Israele. Dal 2007 sono state riorganizzate sotto la supervisione degli Stati Uniti. Con oltre 80.000 effettivi, le nuove forze di sicurezza dell’ANP sono addestrate dagli USA in Giordania e dispiegate in tutte le enclave della Cisgiordania in stretto coordinamento con le forze militari israeliane. Israele e l’ANP condividono i servizi di intelligence, coordinano gli arresti e collaborano nel sequestro di armi. Prendono di mira congiuntamente non solo islamisti e militanti di sinistra, ma tutti i palestinesi che criticano Oslo. Ultimamente, il coordinamento per la sicurezza tra Israele e l’ANP ha preceduto l’assassinio dell’attivista Basil Al-Araj [militante, scrittore e farmacista ucciso dalle forze israeliane nel marzo 2017, ndt].

L’unico settore dell’economia israeliana dove si è mantenuta una domanda relativamente stabile di lavoratori palestinesi è quello dell’edilizia, soprattutto in seguito all’espansione delle colonie israeliane ed alla costruzione del muro in Cisgiordania. Secondo una ricerca del 2011 di “Democracy and Workers’Rights” [organizzazione non governativa indipendente palestinese, ndtr.], l’82% dei palestinesi impiegati nelle colonie lascerebbero il loro lavoro se trovassero un’ alternativa conveniente.

Ciò significa che due degli unici lavori disponibili per i palestinesi della Cisgiordania oggi sono costruire insediamenti sulle terre palestinesi confiscate o lavorare nelle forze di sicurezza dell’ANP per aiutare Israele a sopprimere la resistenza palestinese all’apartheid.

I palestinesi della Striscia di Gaza non hanno nemmeno queste “opportunità”. Infatti Gaza è una delle forme più estreme di disponibilità pianificata. L’espulsione colonialista ha trasformato Gaza in un campo profughi nel 1948, quando le milizie sioniste e poi l’esercito israeliano espulsero oltre 750.000 palestinesi dalle loro città e villaggi. Il 70% dei due milioni di residenti di Gaza sono rifugiati, un ricordo vivente della Nakba ed incarnazione vivente del diritto al ritorno. La ristrutturazione politica ed economica attraverso Oslo ha permesso ad Israele di trasformare Gaza in una prigione costruita per concentrare e contenere questo indesiderato surplus di popolazione. E l’assedio sempre più stretto dimostra la completa disumanizzazione di Gaza. Per il progetto coloniale neoliberista di Israele le vite dei palestinesi non valgono niente e le loro morti non hanno importanza.

Nel complesso quindi, il neoliberismo abbinato al progetto coloniale israeliano ha trasformato i palestinesi in una popolazione da eliminare. Ciò ha consentito ad Israele di attuare il suo progetto di concentrazione e colonizzazione. Comprendere le dinamiche neoliberiste del regime coloniale israeliano può contribuire allo sviluppo di strategie per combattere l’apartheid israeliano non solo come sistema di dominazione razzista, ma come regime di capitalismo basato sulla razza.

Affrontare la natura economica dell’apartheid israeliano.

Una questione importante per il movimento di liberazione palestinese è come evitare le trappole del post apartheid sudafricano, sviluppando una strategia per il post apartheid palestinese-israeliano. Come avevano predetto i neri radicali, un’attenzione esclusiva verso lo Stato razzista ha condotto a gravi problemi socioeconomici in Sudafrica a partire dal 1994. La liberazione palestinese non deve cadere nella stessa “soluzione” offerta dall’ANC. Ciò richiederà di porre attenzione non solo ai diritti politici, ma anche alle spinose questioni relative alla ridistribuzione delle terre ed alla struttura economica, per garantire un risultato più equo. Un cruciale punto di partenza è continuare le discussioni sulle dinamiche concrete del ritorno dei palestinesi.

E’ importante anche riconoscere che la situazione attuale in Palestina è strettamente legata ai processi che stanno rimodellando i rapporti sociali a livello mondiale. Il Sudafrica e la Palestina, per esempio, stanno affrontando cambiamenti sociali ed economici simili, a prescindere dai loro percorsi politici radicalmente differenti. In entrambi i contesti il capitalismo neoliberista su base razziale ha prodotto disuguaglianze estreme, emarginazione razziale e strategie all’avanguardia per proteggere i potenti e sorvegliare i poveri in base alla razza. Andy Clarno definisce questa combinazione ‘apartheid neoliberista’.

In tutto il mondo, la ricchezza ed il reddito sono sempre più sotto il controllo di un pugno di capitalisti miliardari. Mentre cede il terreno sotto i piedi della classe media, la forbice tra ricchi e poveri si allarga sempre più e le vite dei più poveri diventano sempre più precarie. La ristrutturazione neoliberista ha permesso ad alcuni strati della popolazione storicamente oppressa di entrare nei ranghi delle élite. Questo spiega l’emergere della nuova élite palestinese nei Territori Occupati e della nuova élite nera in Sudafrica.

Al tempo stesso, la ristrutturazione neoliberista ha approfondito l’emarginazione dei poveri su base razziale, intensificando sia lo sfruttamento che l’abbandono. I lavori sono diventati sempre più precari ed intere regioni hanno visto una caduta della domanda di forza lavoro. Mentre alcune popolazioni connotate dalla razza sono afflitte da un supersfruttamento nelle fabbriche e nel settore dei servizi, altre – come i palestinesi – sono destinate ad una vita di disoccupazione e di precarietà.

I regimi di apartheid neoliberista come Israele dipendono da avanzate strategie sicuritarie per mantenere il potere. Israele esercita la sovranità sui TPO mediante operazioni militari, sorveglianza elettronica, incarcerazioni, interrogatori e tortura. Lo Stato ha anche creato una geografia frammentata di zone palestinesi isolate, circondate da muri e checkpoints e gestite con chiusure e permessi. E le imprese israeliane sono all’avanguardia nel mercato globale degli impianti avanzati di sicurezza, sviluppando e testando nei TPO i dispositivi di alta tecnologia. Tuttavia il maggior apporto al regime sicuritario israeliano è una rete di forze di sicurezza agevolata da USA e UE, sostenuta da Giordania ed Egitto e messa in atto da operazioni coordinate di forze militari israeliane e della sicurezza dell’ANP.

Al pari di Israele, altri regimi di apartheid neoliberista si basano su muri di recinzione, forze di sicurezza private e statali e strategie di controllo basate su criteri razziali. In Sudafrica il sistema della sicurezza ha implicato la costruzione di mura attorno ai quartieri abbienti, la rapida espansione dell’industria della sicurezza e la dura repressione statale di sindacati indipendenti e movimenti sociali. Negli Stati Uniti gli sforzi per garantire sicurezza ai potenti includono comunità blindate, muri di confine, incarcerazioni e deportazioni di massa, sorveglianza elettronica, guerre con i droni e il rapido incremento di polizia, carceri, pattuglie di confine, forze militari e di intelligence.

A differenza del Sudafrica, Israele continua ad essere un aggressivo Stato coloniale. In tale contesto, il neoliberismo è parte della strategia coloniale israeliana per eliminare la popolazione palestinese. Ma la combinazione di dominazione razziale e capitalismo neoliberista ha prodotto crescente disuguaglianza, emarginazione razziale e sistemi avanzati di sicurezza in molte parti del mondo. Poiché i movimenti e i militanti creano connessioni tra le lotte contro la povertà e la militarizzazione in Palestina, Sudafrica, USA ed altrove, la considerazione dell’apartheid israeliano come una forma di capitalismo su base razziale potrebbe contribuire all’espansione dei movimenti contro l’apartheid neoliberista globale. Potrebbe anche favorire lo spostamento del discorso politico in Palestina dall’indipendenza alla decolonizzazione. Nella sua fondamentale opera ‘The wretched of the earth’ [ed. italiana: “I dannati della terra”, Einaudi, ndtr.], Frantz Fanon sostiene che una delle trappole della coscienza nazionale è un movimento di liberazione che porti ad uno Stato indipendente governato da un’élite nazionalista che riproduca il potere coloniale. Per evitare che ciò accada, Fanon auspica un passaggio dalla coscienza nazionale alla coscienza politica e sociale. Passare dall’indipendenza politica alla trasformazione sociale e alla decolonizzazione è la sfida che sta di fronte al Sudafrica post apartheid. Evitare questa trappola è una sfida che oggi devono affrontare le forze politiche palestinesi nella lotta per la liberazione.

Note:

1. Intervista al direttore dell’ Alexandra Renewal Project, Johannesburg, Sudafrica, agosto 2012.

  1. Shimon Peres, The new Middle East [Il nuovo Medio Oriente, ndt.] (New York: Henry Holt, 1993)

Haidar Eid

Il consulente politico di Al-Shabaka Haidar Eid è professore associato di Letteratura postcoloniale e postmoderna all’università al-Aqsa di Gaza. Ha scritto molto sul conflitto arabo-israeliano, compresi articoli pubblicati su Znet, Electronic Intifada, Palestine Chronicle e Open Democracy. Ha pubblicato scritti sugli studi culturali e la letteratura in parecchie riviste, comprese Nebula, Journal of American Studies in Turkey, Cultural Logic e Journal of Comparative Literature. E’ autore di “Worlding Postmodernism: Interpretive Possibilities of critical theory” [Postomodernismo mondiale: possibilità interpretative di una teoria critica, ndt.] e di “Countering the palestinian Nakba: one state for all” [Contrastare la Nakba palestinese: uno Stato per tutti, ndt.] .

Andy Clarno

Andy Clarno è professore assistente di Sociologia e Studi afroamericani e direttore ad interim dell’Istituto di giustizia sociale all’università dell’Illinois di Chicago. Il suo ambito di ricerca riguarda il razzismo, il capitalismo, il colonialismo e l’imperialismo agli inizi del XXI secolo. Il suo nuovo libro, “Neoliberal Apartheid” [Apartheid neoliberista, ndt.] (University of Chicago Press, 2017), analizza i cambiamenti politici, economici e sociali in Sudafrica e Palestina/Israele dal 1994. Si occupa dei limiti della liberazione in Sudafrica, evidenzia l’impatto della ristrutturazione neoliberista in Palestina/Israele e sostiene che in entrambe le regioni è emersa una nuova forma di apartheid neoliberista.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La politica miope di Abbas a Gaza

Tareq Baconi – 6 luglio 2017,Al-Shabaka

I tentativi del leader dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas di accentuare l’isolamento di Hamas – tagliando i salari e poi l’energia elettrica alla Striscia di Gaza – rispecchiano le dinamiche regionali nell’era Trump. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain e l’Egitto si sono tutti mobilitati per isolare il Qatar, un importante investitore nella Striscia di Gaza e un sostenitore della Fratellanza Musulmana in Egitto e di Hamas a Gaza.

La crisi elettrica a Gaza è stata scongiurata, con un voltafaccia ironico, dalla volontà del presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi di fornire carburante alla centrale elettrica di Gaza come misura temporanea nonostante le proteste di Abbas. La decisione è stata mediata da Mohammed Dahlan, storicamente nemico di Hamas, non da ultimo per il suo tentativo di togliere dal potere Hamas in seguito alla sua [di Hamas] vittoria nelle elezioni democratiche.

La maldestra strategia di Abbas

Abbas rimane legato al presupposto del blocco di Gaza, in atto dal 2007: questo crescente isolamento di Hamas e le sofferenze dei palestinesi di Gaza destabilizzeranno il governo di Hamas e provocheranno la ribellione dei palestinesi contro il movimento – anche se ciò dovesse portare a un “collasso totale”, come le organizzazioni per i diritti umani hanno definito la riduzione di elettricità.

Questa logica suppone che l’ANP sarebbe in grado di assumere l’amministrazione della Striscia di Gaza una volta che il potere di Hamas venisse indebolito. Ciò è improbabile per due ragioni:

  • Israele trae vantaggio dalla divisione geografica e politica nei territori palestinesi ed ha minato precedenti tentativi di unità, anche con un intervento militare. L’accordo di Shati [campo profughi nella Striscia di Gaza, ndt.] del 2014 tra Hamas e Fatah è stato una delle ragioni dell’attacco militare israeliano contro la Striscia di Gaza di quell’anno.

  • Il ritorno dell’ANP a Gaza implicherebbe una ripresa del coordinamento per la sicurezza con Israele. Perché ciò avvenga, Hamas dovrebbe disarmare. Ciò è improbabile persino con un ulteriore isolamento , in quanto ciò provocherebbe uno scontro esistenziale per Hamas, che potrebbe preparare la strada a un altro episodio di guerra civile armata.

Implicazioni delle ultime iniziative di Abbas

  • Esse dimostrano la volontà di Abbas di adottare la logica della punizione collettiva su cui poggia il blocco e di perpetuare le sofferenze di due milioni di palestinesi per interessi di fazione. Ciò è moralmente condannabile per un presunto leader della lotta dei palestinesi.

  • Istituzionalizzano le divisioni tra Gaza e la Cisgiordania, e portano Gaza ad avvicinarsi all’Egitto, aiutando a realizzare la politica israeliana di divide et impera nei territori palestinesi.

  • Creano una possibilità di alleanza tra Dahlan [ex-dirigente di Fatah a Gaza, espulso prima dalla Striscia insieme ai militanti del movimento e poi da Fatah ed attualmente in esilio, ndt.] e Hamas e un’opportunità per Dahlan di rientrare nel contesto politico palestinese, portando con sé la sua volontà di vedere la lotta palestinese attraverso le lenti della sicurezza imposte dagli USA e da Israele.

Cosa possono fare i palestinesi

  • Chiedere conto alla dirigenza della Cisgiordania del fatto che utilizzi i palestinesi di Gaza come pedine del gioco politico, mettendo in luce l’illegalità del blocco come una continuazione dell’occupazione e una forma di punizione collettiva. In particolare i palestinesi dovrebbero chiedere, e ricordare, alla leadership in Cisgiordania che sono responsabili di tutti i palestinesi, compresi quelli di Gaza.

  • Spingere per misure economiche che riducano la crisi umanitaria a Gaza chiedendo al contempo una soluzione politica del conflitto in termini complessivi.

  • Garantire che ogni misura riavviata per affrontare l’impasse tra palestinesi ed israeliani non lasci ai margini la Striscia di Gaza o la presenti come un semplice problema umanitario che può essere gestito dall’Egitto o da un’autorità di autogoverno locale.

TareqBaconi

Tareq G. Baconi è un collaboratore politico di Al-Shabaka che risiede negli USA. Il suo libro in uscita, “Hamas: le politiche di resistenza, consolidamento a Gaza” sta per essere pubblicato dalla Stanford University Press. Tareq ha conseguito un dottorato in relazioni internazionali al Kings College di Londra, che ha completato insieme a un’attività di consulente energetico. Ha anche ottenuto titoli all’università di Cambridge (Relazioni internazionali) e all’Imperial College di Londra (Ingegneria chimica). Tareq è ricercatore associato presso “US Middle East Project [Progetto USA per il Medio Oriente, un istituto di analisi politica indipendente sul Medio oriente con sedi a New York e a Londra, ndt.]. I suoi scritti sono apparsi su Foreign Affairs, Sada: Carnegie Endowment for International Peace, The Guardian, The Huffington Post, The Daily Star, Al Ghad e Open Democracy.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Seguire il percorso della causa palestinese a partire dal 1967

Nadia Hijab, Mouin Rabbani, 5 giugno 2017 Al-Shabaka

Guardando al passato

Alla vigilia del 5 giugno 1967 i palestinesi erano dispersi tra Israele, la Cisgiordania (inclusa Gerusalemme est) governata dalla Giordania, la Striscia di Gaza amministrata dall’Egitto e le comunità di rifugiati in Giordania, Siria, Libano e altri Paesi più lontani.

Le loro aspirazioni di salvezza ed autodeterminazione poggiavano sugli impegni dei leader arabi a “liberare la Palestina” – che all’epoca si riferiva a quelle parti della Palestina mandataria che erano diventate Israele nel 1948 – e soprattutto sul carismatico leader egiziano Gamal Abdel-Nasser.

La Guerra dei Sei Giorni, che portò all’occupazione israeliana dei territori palestinesi di Cisgiordania, Gerusalemme est e Striscia di Gaza, delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, apportò drastiche modifiche alla geografia del conflitto. Produsse anche un profondo cambiamento nella politica palestinese. Con una netta rottura rispetto ai decenni precedenti, i palestinesi divennero padroni del proprio destino invece che spettatori di decisioni regionali ed internazionali che influivano sulle loro vite e determinavano la loro sorte.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che era stata fondata nel 1964 sotto l’egida della Lega Araba nel suo primo incontro al vertice, nel 1968-69 fu surclassata dai gruppi guerriglieri palestinesi che si erano sviluppati clandestinamente dagli anni ’50, con a capo Fatah (il movimento nazionale di liberazione palestinese). La sconfitta araba del 1967 determinò un vuoto in cui i palestinesi riuscirono a ristabilire l’egemonia sulla questione della Palestina, a trasformare le componenti disperse della popolazione palestinese in un popolo unito e in un soggetto politico ed a porre la causa palestinese al centro del conflitto arabo-israeliano.

Questo, che è stato forse il più importante risultato dell’OLP, ha tenuto alto lo spirito della richiesta palestinese di autodeterminazione, nonostante la miriade di ferite inferte da Israele e da alcuni Stati arabi – e nonostante quelle autoinflitte. Le sconfitte subite dall’OLP sono state molte, anche se è riuscita a porre la questione palestinese ai primi posti dell’agenda internazionale. Vale la pena ripercorrere i successi e le sconfitte dell’OLP per comprendere in che modo il movimento nazionale palestinese è arrivato alla situazione attuale.

La prima vittoria dell’OLP ha anche gettato i semi di una sconfitta. La battaglia di Karameh del 1968 nella Valle del Giordano, in cui i guerriglieri e l’esercito giordano respinsero un corpo di spedizione israeliano molto più potente, guadagnò al movimento molti aderenti palestinesi ed arabi, sia rifugiati, sia guerriglieri, sia uomini d’affari di tutto lo spettro politico. Al tempo stesso, l’implicita minaccia alla monarchia hashemita era evidente e le relazioni palestinesi con la Giordania peggiorarono fino a che l’OLP venne espulso dalla Giordania durante il ‘settembre nero’ del 1970. Questo in pratica ha significato che l’OLP non ebbe più una potenzialità militare credibile contro Israele, ammesso che l’abbia mai avuta. Anche se i palestinesi avrebbero mantenuto un’estesa presenza militare in Libano fino al 1982, si trattava di una misera alternativa alla più lunga frontiera araba con la Palestina storica.

Durante la guerra dell’ottobre 1973, l’Egitto e la Siria ottennero parziali vittorie contro Israele, ma subirono anche gravi sconfitte, dimostrando che anche gli Stati arabi avevano solo limitate possibilità contro Israele. Al tempo stesso, il movimento nazionale palestinese raggiunse il suo culmine a livello internazionale con il discorso del defunto leader palestinese Yasser Arafat all’Assemblea Generale dell’ONU nel 1974, con il riconoscimento da quel momento dell’OLP come l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. In quello stesso anno l’OLP iniziò anche a porre le basi per una soluzione di due Stati quando il suo parlamento, il Consiglio Nazionale Palestinese, adottò un piano in 10 punti per istituire una “autorità nazionale” in ogni parte della Palestina che era stata liberata.

Il processo fu necessariamente dolorosamente lento, in quanto condusse la maggioranza dei palestinesi a riconoscere che un eventuale Stato palestinese non sarebbe stato stabilito sulla totalità dei territori del precedente mandato britannico. Dal 1974, l’accettazione del dato di fatto di Israele come Stato e la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza sarebbe progressivamente diventato l’obiettivo del movimento nazionale palestinese.

La visita a Gerusalemme dell’allora presidente egiziano Anwar Sadat nel 1977, che condusse agli Accordi di Camp David del 1979 e al ritiro di Israele dalla penisola del Sinai, completato nell’aprile del 1982, aprì la strada all’invasione israeliana del Libano nello stesso anno. Il principale obiettivo di Israele era estromettere l’OLP dal Paese e consolidare l’occupazione permanente dei Territori Palestinesi Occupati (TPO). Con l’uscita dal conflitto del più potente degli Stati arabi, la capacità dell’OLP di ottenere una soluzione di due Stati fu gravemente compromessa ed il conflitto arabo-israeliano si trasformò gradualmente in un conflitto iasraelo-palestinese, molto più conveniente per Israele.

Mentre l’OLP cercava di riunificarsi in Tunisia ed in altri Paesi arabi, nei TPO ebbe luogo una delle più grandi sfide ad Israele, con lo scoppio della prima Intifada nel dicembre 1987, in gran parte guidata da una leadership cresciuta all’interno [della Palestina]. Ciò riportò in auge l’opzione di contrastare in modo vincente Israele sulla base di una mobilitazione di massa non violenta in dimensioni che non si vedevano più dalla fine degli anni ’30.

Tuttavia l’OLP si dimostrò incapace di capitalizzare il successo locale e globale della prima Intifada. Alla fine, la dirigenza dell’OLP in esilio mise i propri interessi, soprattutto l’ambizione di ottenere l’ appoggio dell’Occidente, ed in particolare dell’America, al di sopra dei diritti nazionali del popolo palestinese, espressi nella Dichiarazione di Indipendenza adottata nel 1988 ad Algeri.

Queste contraddizioni divennero palesi nel 1992-93, quando la dirigenza palestinese dovette scegliere se appoggiare la posizione negoziale della delegazione palestinese a Washington, che insisteva su una moratoria totale delle attività di colonizzazione israeliane [in Cisgiordania] come precondizione per accordi transitori di autogoverno, oppure condurre negoziati segreti con Israele che concessero molto meno, ma la riportarono ad una posizione di rilievo internazionale sulla scia del conflitto del Kuwait del 1990-91. In seguito agli accordi di Oslo del 1993, l’OLP riconobbe Israele e il suo “diritto ad esistere in pace e sicurezza”, nel contesto di un documento che non menzionava né l’occupazione, né l’autodeterminazione, né l’esistenza di uno Stato, o il diritto al ritorno. Prevedibilmente, i decenni seguenti hanno visto un’accelerazione esponenziale del colonialismo di insediamento israeliano e l’effettiva vanificazione delle intese per l’autonomia previste in vari accordi israelo-palestinesi.

Guardando avanti

Sotto alcuni aspetti, oggi la situazione è tornata al punto di partenza del 1967. Il movimento nazionale palestinese complessivamente unitario che è stato egemone dagli anni ’60 agli anni ’90 si è disintegrato, forse in modo definitivo. Oggi è diviso tra Fatah e Hamas, con quest’ultimo, insieme alla Jihad islamica, escluso dall’OLP, mentre dilagano le divisioni all’interno di Fatah e dell’OLP. I palestinesi a Gaza soffrono tremendamente sotto un assedio israeliano decennale, che sta peggiorando a causa delle pressioni su Hamas da parte dell’ANP e di Israele. I palestinesi nei campi profughi in Siria e in Libano stanno patendo terribilmente per la guerra civile in Siria e la precedente frammentazione dell’Iraq, ed anche per i conflitti tra differenti gruppi all’interno dei campi.

Quanto ad Israele, il 1967 lo ha trasformato da Stato della regione a potenza regionale. E’ impaziente di normalizzare i rapporti con l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo arabo, usando l’Iran come spauracchio per alimentare questa relazione. A sua volta, vuole usare tale alleanza per imporre un accordo ai palestinesi che di fatto perpetuerebbe il dominio israeliano, ottenendo un trattato di pace finale in cui manterrebbe il controllo della sicurezza nei TPO, conserverebbe le sue colonie e continuerebbe la colonizzazione.

Ma sul percorso di Israele verso la legittimazione dell’occupazione continuano a sussistere ostacoli, che mantengono aperta la porta ad un movimento e ad una strategia palestinesi per ottenere diritti e giustizia. Non è cosa da poco il fatto che, in un lasso di tempo di mezzo secolo, nessuno Stato abbia formalmente approvato l’occupazione israeliana del territorio palestinese – o siriano. Se da un lato i governi europei, ad esempio, hanno temuto che facendolo avrebbero compromesso i loro rapporti con altri Paesi della regione, dall’altro sono anche tra i più impegnati a sostenere un ordine internazionale basato sulle leggi; il ricordo della Prima e della Seconda Guerra Mondiale non è stato cancellato. Essi quindi non possono riconoscere l’occupazione israeliana, anche se non sono stati in grado di sfidare Israele negli stessi termini con cui hanno affrontato l’occupazione russa della Crimea.

Inoltre l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, poco dopo che lo scorso anno il Regno Unito ha votato per abbandonare l’Unione Europea, rafforza la determinazione dell’Unione Europea a consolidare il proprio potere economico e politico e a ridurre la dipendenza dagli USA per la difesa. Questo offre ai palestinesi un’opportunità per appoggiare le modeste misure europee, come il divieto di finanziare la ricerca delle imprese delle colonie israeliane e l’etichettatura dei prodotti delle colonie, e per promuovere la distinzione tra Israele e la sua impresa coloniale, per usare le parole della Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di dicembre 2016.

Israele sta incontrando resistenza anche in situazioni inaspettate. Mentre il movimento nazionale palestinese si è indebolito, il movimento globale di solidarietà con la Palestina, compreso il movimento a guida palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), lanciato nel 2005, è cresciuto rapidamente, soprattutto in seguito ai ripetuti attacchi israeliani alla Striscia di Gaza. Questo contrasta con la situazione negli anni ’70 e ’80, quando l’opinione pubblica occidentale tendenzialmente dava un ampio sostegno ad Israele. Israele sta reagendo ferocemente contro questo movimento, assimilando le critiche ad Israele con l’antisemitismo e istigando i legislatori negli USA ed in Europa a vietare le iniziative di boicottaggio. Tuttavia finora non è riuscito a soffocare il dibattito o a impedire alle chiese e ai gruppi studenteschi in tutti gli USA di sostenere attività di solidarietà con il popolo palestinese.

L’opposizione di Israele è anche indebolita in conseguenza di una terza tendenza che è interamente autoprodotta. Il fatto che sia riuscito a violare impunemente il diritto internazionale con la sua occupazione dei territori palestinesi, così come con i propri cittadini palestinesi, lo sta portando a strafare. Persino la determinazione di Trump a “fare un accordo” che consegnerebbe sicuramente ad Israele vaste porzioni della terra palestinese ed il controllo permanente sulla sicurezza, probabilmente si scontrerà con il sempre più potente movimento di destra [israeliano], che respinge per principio ogni concessione ai palestinesi.

Certo, la crescente ondata di quella che può solo essere definita come legislazione razzista sta palesando non solo le sue azioni attuali, ma anche quelle del periodo precedente e immediatamente successivo al 1948. Per esempio, per citarne solo alcune, la legge sulla cittadinanza e sulla famiglia, prorogata ogni anno dal 2003, nega ai cittadini palestinesi di Israele il diritto a sposare palestinesi dei territori occupati e di parecchi altri Paesi; la continua distruzione di villaggi palestinesi all’interno di Israele, come anche in Cisgiordania; la legge che legalizza retroattivamente il furto di terre private palestinesi in Cisgiordania. Tutto ciò rende impossibile immaginare che Israele accetti valori sia universali che “occidentali”, quali lo stato di diritto e l’uguaglianza.

Un utile indicatore di questo disvelamento è il rapido aumento di ebrei non israeliani che si allontanano sempre più da Israele, comprese associazioni come ‘Jewish Voice for Peace’. Quando prendono la parola, le rituali accuse di antisemitismo sono facilmente confutate ed essi legittimano altri a prendere posizioni simili.

Un altro ambito in cui Israele ha esagerato è stato fare del sostegno ad esso una questione di parte. Dal momento che il partito repubblicano [americano] assicura che non ci sono problemi tra sé ed Israele, l’opinione tra le fila del partito democratico si sposta stabilmente a favore dei diritti dei palestinesi ed i rappresentanti democratici sono lentamente sempre più incoraggiati ad alzare la voce.

Queste tendenze di lungo termine contrarie alle violazioni israeliane delle leggi internazionali non possono di per sé salvaguardare i diritti dei palestinesi. Il passaggio dall’egemonia araba sulla questione della Palestina all’egemonia palestinese alla fin fine ha prodotto il disastro di Oslo. Ciò che è necessario è una formula che unisca la mobilitazione palestinese in patria e all’estero con una strategia araba per conseguire l’autodeterminazione. E, benché gli sforzi per trasformare l’OLP in un reale rappresentante nazionale [del popolo palestinese] siano finora falliti, esistono modi per fare pressione su componenti dell’OLP che ancora funzionano – per esempio, in Paesi dove dei settori di rappresentanza diplomatica palestinese sono tuttora efficienti – allo scopo di rilanciare il programma e la strategia nazionali.

Oggi i palestinesi si trovano senza dubbio nella peggiore situazione che abbiano vissuto a partire dal 1948. Eppure, se mobilitano le risorse che hanno a disposizione – anzitutto e soprattutto il proprio popolo ed il crescente bacino di consenso mondiale nei confronti dei loro diritti e della loro libertà – possono ancora elaborare e mettere in atto con successo una strategia per garantirsi il loro posto al sole.

Nadia Hijab

Nadia Hijab è direttrice esecutiva di ‘Al-Shabaka: the Palestinian policy network’, che ha co-fondato nel 2009. E’ spesso relatrice di conferenze e commentatrice sui media ed è ricercatrice presso l’Istituto di Studi sulla Palestina. Il suo primo libro, Womanpower: the arab debate on women at work [Manodopera femminile: il dibattito arabo sul lavoro delle donne] , è stato pubblicato dalla Cambridge University Press ed è inoltre co-autrice di Citizens apart: a portrait of the palestinian citizens of Israel [Cittadini messi da parte: un ritratto dei cittadini palestinesi di Israele] (I.B. Tauris).

Mouin Rabbani

Il consulente politico di Al-Shabaka Mouni Rabbani è uno scrittore ed analista indipendente specializzato nella questione palestinese e nel conflitto arabo-israeliano. E’ ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sulla Palestina ed è tra i redattori del Middle East Report. I suoi articoli sono usciti anche su The National ed ha scritto articoli di commento per il New York Times.

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente, neutrale e non-profit, il cui obiettivo è educare e favorire il dibattito pubblico sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel contesto del diritto internazionale.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Oltre il binomio: due Stati, uno Stato, Stato fallito, nessuno Stato

Al Shabaka

 Amal Ahmad – 30 maggio 2017

Benché la comunità internazionale abbia accolto la soluzione dei due Stati fin dall’inizio degli anni ’90, è diventato evidente che la frammentazione del popolo e del territorio palestinesi da parte di Israele durante gli scorsi 50 anni è intesa a rendere impossibile uno Stato palestinese sovrano.

Mentre i politici spiegano questo fatto come il risultato di incomprensioni o opportunità non colte dalle due parti, la spiegazione corretta è che, nei fatti, Israele non vuole i due Stati. Questa conclusione comprometterebbe il suo obiettivo di mantenere diritti privilegiati per gli ebrei israeliani nel territorio sotto il suo controllo. Molti progressisti ora sostengono che uno Stato con pari diritti per tutti sia la logica alternativa. Mentre un simile Stato binazionale potrebbe essere giusto, è altamente improbabile, soprattutto a breve e medio termine.

E’ più probabile un certo numero di alternative più ciniche:

  • Come ha sottolineato l’analista di Al-Shabaka Asem Khalil, un prolungato e intensificato status quo vedrebbe la costante gestione da parte di Israele di un’entità palestinese non sovrana e dipendente in Cisgiordania. Una soluzione provvisoria per Gaza potrebbe essere raggiunta con l’Egitto, con una limitata possibilità di movimento di beni e persone. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) rimarrebbe un’élite di intermediari per la popolazione palestinese, e la mancanza di possibilità finanziarie e per lo sviluppo dell’entità palestinese contribuirebbe a renderla uno Stato fallito.

  • Come mostra la mia analisi, con il tempo questo scenario potrebbe diventare più radicato istituzionalmente attraverso una soluzione permanente del non-Stato, in base alla quale Israele controllerebbe per sempre i palestinesi assegnando qualche settore di governo a un’autorità locale non sovrana.

  • Un risultato simile coinvolgerebbe tre Stati, che comprendono Israele, un mini-Stato demilitarizzato nella Striscia di Gaza tenuto sotto controllo dall’Egitto e uno “Stato della Cisgiordania” (dei coloni).

Il caos potenziale del periodo successivo ad Abbas amplifica la plausibilità di questi scenari. Ogni lotta violenta per il potere all’interno di Fatah porterebbe ad un’ulteriore frammentazione e potenzierebbe la capacità di Israele di promuovere la costituzione di uno Stato a Gaza per i palestinesi, rafforzando al contempo la sua presenza in Cisgiordania. Se l’ANP dovesse collassare, un’ondata di emigrazione verso la costa est [del Giordano, cioè in Giordania, ndtr.] potrebbe ulteriormente incentivare la possibilità di questo esito.

Raccomandazioni di politica

1. Chi si occupa seriamente di una soluzione del conflitto israelo-palestinese deve superare il binomio uno o due Stati e discutere le implicazioni di una soluzione del non-Stato per l’autodeterminazione dei palestinesi.

2. I palestinesi devono comprendere la possibilità che lo status quo diventi un’erosione permanente dei loro diritti in assenza di strategie di resistenza che abbiano successo.

3. La comunità internazionale deve abbandonare l’assunto che lo status quo è un periodo di transizione successivo ad Oslo, oltre che l’approccio “aspettiamo e vediamo”. Deve ammettere il fallimento della sua politica e fissare meccanismi di controllo, anche riguardanti le violazioni delle leggi internazionali che minacciano di fossilizzare la situazione di apartheid.

Amal Ahmad, che fa parte di Al-Shabaka, è un economista e ricercatrice palestinese. Amal è stata stagista presso l’Istituto Palestinese di Ricerche Economiche a Ramallah prima di terminare un master in economia dello sviluppo presso la Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra. Il suo lavoro si concentra sui rapporti fiscali e monetari tra Israele e Palestina. E’ anche interessata all’economia politica dello sviluppo in Medio Oriente in generale.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come i palestinesi che fanno lo sciopero della fame contrastano il monopolio della violenza di Israele

Basil Farraj – 12 maggio 2016,Al-Shabaka

Nota redazionale: l’articolo che segue è stato pubblicato da Al-Shabaka nel maggio 2016. Tuttavia, trattandosi di un approfondimento sulla storia ed il contesto politico e penitenziario relativo allo sciopero della fame dei detenuti palestinesi si ritiene interessante proporlo ai lettori di Zeitun in occasione della protesta dei prigionieri politici palestinesi che hanno iniziato lo sciopero della fame in questi giorni.

Mentre sto scrivendo, tre prigionieri palestinesi stanno facendo lo sciopero della fame per protestare contro la loro incarcerazione senza imputazione, una pratica nascosta dal termine anodino “detenzione amministrativa”. Sami Janazra è al suo 69° giorno e la sua salute si è notevolmente deteriorata, Adeeb Mafarja è al suo 38° giorno e Fuad Assi al 36°. Questi detenuti sono tra gli almeno 700 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane che sono attualmente tenuti in detenzione amministrativa, una pratica che Israele utilizza usualmente in violazione dei rigidi parametri stabiliti dalle leggi internazionali.

I detenuti politici palestinesi hanno a lungo utilizzato gli scioperi della fame come forma di protesta in risposta alle violazioni dei loro diritti da parte delle autorità israeliane. L’associazione di solidarietà con i detenuti e per i diritti umani “Addameer” indica come inizio dell’uso dello sciopero della fame da parte di detenuti palestinesi il 1968. Da allora ci sono stati oltre 25 scioperi della fame di massa e collettivi con richieste che spaziano dalla fine del regime di isolamento e delle detenzioni amministrative fino al miglioramento delle condizioni di carcerazione e la concessione delle visite di familiari.

Poiché sempre più prigionieri palestinesi sono obbligati a ricorrere a lunghi scioperi della fame come forma estrema di protesta, infliggendo violenza ai propri corpi fino alla conquista dei propri diritti, vale la pena di ripercorrere l’uso di questo strumento politico in vari Paesi e nei secoli e di illustrare il modo in cui detenuti palestinesi lo stanno utilizzando per contrastare il monopolio israeliano della violenza all’interno delle mura delle prigioni.

Uso passato e presente degli scioperi della fame

Benché le origini esatte degli scioperi della fame – il rifiuto volontario di cibo e/o di liquidi – non siano ben note, ci sono esempi del loro utilizzo in vari periodi storici ed in vari luoghi. Il primo uso di scioperi della fame è indicato nell’Irlanda medievale, in cui una persona si sedeva sulla soglia di casa di un’altra che aveva commesso un’ingiustizia nei suoi confronti come un modo per stigmatizzarlo. Usi più recenti e meglio noti di scioperi della fame includono quelli delle suffragette britanniche nel 1909, del Mahatma Gandhi durante la rivolta contro il governo britannico in India, di Cesar Chavez durante la lotta per i diritti dei lavoratori agricoli negli Stati Uniti e dei prigionieri incarcerati dagli USA a Guantanamo.

C’è un gravissimo rischio di danni fisici irreversibili per il corpo durante uno sciopero della fame, compresa la perdita dell’udito, della vista e gravi emorragie. In effetti la morte è stata il risultato di molti scioperi della fame, come nel caso dello sciopero dei prigionieri repubblicani irlandesi nel 1981.

Le richieste di chi fa lo sciopero della fame variano, ma sono, in tutti i casi, un riflesso di più vasti problemi e di ingiustizie sociali, politiche ed economiche. Per esempio, la richiesta dello sciopero della fame dei prigionieri repubblicani irlandesi del 1981 del ripristino dello status di categoria speciale rifletteva il più complessivo contesto dei “disordini” nell’Irlanda del Nord.

Uno dei primi scioperi della fame dei palestinesi fu quello di sette giorni nella prigione di Askalan (Ashkelon) del 1970. Durante questo sciopero le richieste dei prigionieri erano scritte su un pacchetto di sigarette, in quanto era loro vietato di avere quaderni, e includevano il rifiuto di rivolgersi ai loro carcerieri chiamandoli “signore”. I prigionieri ottennero la loro richiesta e non dovettero più utilizzare il termine “signore”, ma solo dopo che morì Abdul-Qader Abu Al-Fahem in seguito all’alimentazione forzata, diventando li primo martire del movimento dei prigionieri palestinesi.

Scioperi della fame continuarono ad essere portati avanti nella prigione di Ashkelon durante gli anni ’70. Inoltre altri due prigionieri, Rasim Halawe e Ali Al-Ja’fari, morirono dopo essere stati alimentati forzatamente durante uno sciopero della fame nella prigione di Nafha nel 1980. In seguito a questi e ad altri scioperi della fame, i prigionieri palestinesi sono stati in grado di garantire alcuni miglioramenti delle loro condizioni di detenzione, compreso il permesso di avere fotografie della famiglia, carta per scrivere, libri e giornali.

Negli ultimi anni la fine delle detenzioni amministrative è stata una richiesta costante dei prigionieri palestinesi, dato l’incremento del loro uso da parte di Israele dallo scoppio della Seconda Intifada nel 2000. Per esempio, lo sciopero della fame di massa del 2000, che ha coinvolto 2.000 prigionieri, chiedeva di porre fine all’utilizzo delle detenzioni amministrative, all’isolamento e ad altre misure punitive, compreso il divieto di visite dei familiari per i prigionieri di Gaza. Lo sciopero terminò dopo che Israele accettò di limitare l’uso delle detenzioni amministrative.

Tuttavia presto Israele sconfessò l’accordo, portando ad un altro sciopero della fame di massa nel 2014 da parte di oltre 100 detenuti amministrativi che chiedevano la fine di quella pratica. Lo sciopero della fame terminò 63 giorni dopo senza aver posto fine alle detenzioni amministrative. La decisione dei prigionieri pare sia stata influenzata dalla scomparsa di tre coloni della Cisgiordania e dalle operazioni militari su grande scala di Israele in Cisgiordania (che fu seguita da un attacco massiccio contro Gaza).

In più ci sono stati una serie di scioperi della fame individuali, a volte in coincidenza o che hanno portato alla decisione di iniziare scioperi della fame più estesi. Infatti sia gli scioperi della fame del 2012 che del 2014 sono stati innescati da scioperi della fame individuali per chiedere la fine dell’uso delle detenzioni amministrative. Lo sciopero della fame individuale coinvolse Hana Shalabi, Khader Adnan, Thaer Halahleh e Bilal Diab, ognuno dei quali ottenne la fine della propria detenzione amministrativa. Tuttavia alcuni di loro furono nuovamente arrestati dopo il loro rilascio, come nel caso di Samer Issawi, Thaer Halahleh e Tareq Qa’adan, come anche di Khader Adnan, rilasciato dopo un prolungato sciopero della fame in protesta per il suo nuovo arresto nel 2015.

La violenza che Israele infligge ai prigionieri palestinesi

Israele continua ad assoggettare i detenuti palestinesi a molte forme di violenza, come è stato ben documentato da organizzazioni dei diritti umani e dei diritti dei prigionieri, così come nelle lettere dei detenuti e in molti documentari. In un rapporto del 2014 Addameer nota: “Ogni palestinese arrestato è stato sottoposto a qualche forma di tortura fisica o psicologica, a trattamento crudele comprese violente percosse, isolamento, aggressioni verbali e minacce di violenza sessuale.”

Inoltre, e in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e dello Statuto di Roma, Israele ha deportato detenuti palestinesi fuori dai territori occupati e in prigioni all’interno di Israele ed ha anche minacciato prigionieri della Cisgiordania di deportarli nella Striscia di Gaza se non avessero confessato. Nega o limita sistematicamente ed arbitrariamente le visite dei familiari. I detenuti sono soggetti deliberatamente a negligenza medica e ad abusi, così come a restrizioni nelle chiamate telefoniche, alla consultazione degli avvocati e alla disponibilità di libri e televisione.

Oltretutto le autorità israeliane classificano di prigionieri politici palestinesi come “detenuti per ragioni di sicurezza”, una definizione che rende legalmente possibile sottometterli automaticamente a molte restrizioni. Questa caratterizzazione nega ai prigionieri palestinesi alcuni dei diritti e dei privilegi di cui godono i detenuti ebrei – persino quei pochi che sono etichettati come prigionieri per ragioni di sicurezza – comprese visite a casa sotto sorveglianza, la possibilità di un rapido rilascio e la concessione di permessi.

La violenza a cui i prigionieri palestinesi sono sottoposti deve essere considerata all’interno del contesto del progetto coloniale di Israele e dell’assoggettamento dell’intera popolazione palestinese a differenti forme di violenza, compresi la perdita della terra, la distruzione delle case, l’espulsione e l’esilio. Vale la pena ricordare che da quando è iniziata l’occupazione israeliana nel 1967, Israele ha arrestato più di 800.000 palestinesi, circa il 20% della popolazione totale e il 40% della popolazione maschile. Questo solo fatto chiarisce quanto gli arresti e le detenzioni siano un meccanismo utilizzato da Israele per controllare la popolazione mentre la espropria, collocando ebrei israeliani al suo posto.

E’ all’interno di questa più ampia comprensione della violenza che gli scioperi della fame emergono come un modo in cui i prigionieri palestinesi sono in grado di opporsi alle varie forme di violenza dello Stato israeliano.

Usare il corpo dei detenuti per sovvertire il potere dello Stato

Attraverso gli scioperi della fame i prigionieri non rimangono più destinatari silenziosi della continua violenza delle autorità carcerarie: invece essi infliggono violenza ai loro stessi corpi per imporre le proprie richieste. In altre parole, gli scioperi della fame sono uno spazio fuori dalla portata del potere dello Stato israeliano. Il corpo dei prigionieri in sciopero sconvolge uno dei più fondamentali rapporti di violenza all’interno delle mura carcerarie, in cui lo Stato israeliano e le sue autorità carcerarie controllano ogni aspetto delle loro vite dietro le sbarre e sono gli unici ad infliggere la violenza. In effetti, i prigionieri ribaltano il rapporto tra oggetto e soggetto della violenza fondendoli entrambi in un solo corpo – il corpo del prigioniero in sciopero – e così facendo rivendicano un’azione. Affermano il proprio status di prigionieri politici, rifiutano di essere ridotti allo status di “prigionieri per ragioni di sicurezza” e reclamano i propri diritti e la propria esistenza.

Il fatto che lo Stato israeliano usi varie misure per porre fine agli scioperi della fame e per ristabilire il suo potere sui prigionieri e sull’uso della violenza dimostra la sfida che i corpi di chi fa lo sciopero della fame pone allo Stato israeliano. Tra le altre misure, le autorità carcerarie continuano a sottomettere i prigionieri in sciopero a violenze e torture. Infatti le violenze a cui sono soggetti i detenuti che fanno lo sciopero si intensificano e cambiano forma. Per esempio, durante lo sciopero della fame del 2014 ai prigionieri sono state negate cure mediche e visite dei familiari e sono stati incatenati mani e piedi ai letti d’ospedale per 24 ore al giorno. Sono rimasti ammanettati quando gli è stato permesso di andare in bagno, e le porte spalancate dei bagni hanno negato loro ogni diritto alla privacy. Le autorità israeliane hanno anche intenzionalmente lasciato del cibo vicino agli scioperanti per spezzare la loro volontà. L’ex scioperante Ayman Al-Sharawna ha affermato: “Hanno portato un tavolo con il cibo migliore e l’hanno messo vicino al mio letto..Lo Shin Bet [servizio segreto israeliano, ndt.] sapeva che mi piacciono i dolci. Portavano ogni genere di dolci.”

Israele ha recentemente dato una copertura giuridica all’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero attraverso la “Legge per evitare danni provocati dagli scioperi della fame”, che equivale a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, secondo il relatore speciale dell’ONU sulla tortura. La legge è anche in contraddizione con la dichiarazione di Malta sugli scioperi della fame dell’Associazione Medica Mondiale.

Israele etichetta anche i prigionieri in sciopero come “terroristi” e “criminali” per compromettere la loro rivendicazione di azione politica e i loro tentativi di invertire l’oggetto ed il soggetto della violenza dello Stato. Durante lo sciopero della fame di massa del 2014 i funzionari israeliani hanno sostenuto che gli scioperanti erano “terroristi”. La ministra israeliana della Cultura e dello Sport Miri Regev, una dei sostenitori della recente legge, ha affermato: “I muri della prigione non significano che un’azione non sia terroristica (…) C’è terrorismo nelle strade e c’è terrorismo nelle prigioni.” Gilad Erdan, il Ministro israeliano della Sicurezza Pubblica, ha dichiarato che gli scioperi della fame sono un “nuovo tipo di attacco suicida”.

La fondamentale importanza dell’appoggio nazionale ed internazionale

Per il successo di ogni sciopero della fame è fondamentale la capacità degli scioperanti di mobilitare comunità, organizzazioni ed entità politiche in loro appoggio e di esercitare pressioni sulle autorità perché soddisfino le richieste degli scioperanti o negozino un accordo.

Attraverso gli scioperi della fame, i prigionieri palestinesi sono stati in grado di imporre le loro lotte a livello politico palestinese e spesso internazionale. Dato che in genere non ci sono alternative attraverso le quali i detenuti possono garantirsi la libertà o un cambiamento nelle politiche israeliane, l’importanza della mobilitazione di comunità ed organismi politici attorno ai diritti dei prigionieri non può essere sottovalutata.

Organizzazioni di base e dei diritti umani ed entità pubbliche sia all’interno che fuori dalla Palestina si sono mobilitate durante scioperi della fame dei prigionieri palestinesi. Le forme di sostegno hanno compreso raduni quotidiani, proteste fuori dagli uffici di organizzazioni internazionali, appelli al governo israeliano perché ascoltasse le richieste dei prigionieri e manifestazioni fuori da prigioni ed ospedali. Organizzazioni locali ed internazionali, comprese tra le altre “Addameer”, Jewish Voice for Peace, Amnesty International e Samidoun [rete di solidarietà con i detenuti palestinesi, ndt], hanno messo in luce le ingiustizie che devono affrontare i prigionieri palestinesi per unirsi alle pressioni sulle autorità israeliane affinché acconsentissero alle richieste dei prigionieri e negoziassero un accordo con loro.

Oltretutto, attraverso queste reti, la lotta degli scioperanti palestinesi e più in generale dei detenuti, si internazionalizza ponendosi in parallelo con le ingiustizie passate e presenti che devono affrontare popoli di tutto il mondo. In reportages e analisi sugli scioperi della fame dei palestinesi vengono continuamente fatti riferimenti, tra gli altri, alla difficile situazione dei prigionieri irlandesi durante i “disordini”, alle detenzioni di massa negli USA e alle condizioni a Guantanamo. In questo modo le lotte dei detenuti palestinesi diventano parte dei crescenti movimenti di solidarietà e delle campagne che chiedono giustizia per il popolo palestinese. Ciò contribuisce ad opporsi al fatto che Israele li etichetti come “criminali” e “terroristi” e al suo monopolio sull’argomento.

Come altre forme di resistenza dentro e fuori i muri delle prigioni, gli scioperi della fame sono azioni di resistenza attraverso cui i palestinesi affermano la propria esistenza politica e chiedono i propri diritti. E’ vitale sostenere e alimentare questa resistenza. Oltre a darle forza e appoggiare i prigionieri nella loro lotta per i diritti, questa forma di resistenza infonde continuamente e fortemente la speranza tra i palestinesi in generale e il movimento di solidarietà. E’ nostra responsabilità sia appoggiare i prigionieri palestinesi, sia lavorare perché venga il momento in cui i palestinesi non abbiano più bisogno di ricorrere a simili atti di resistenza attraverso cui la loro unica risorsa è mettere a rischio la propria vita.

Basil Farraj

Membro di Al-Shabaka, Basil Farraj ha ottenuto una laurea in Pace e Studi Globali presso l’ Earlham College, negli USA. E’ un ricercatore Thomas J. Watson che ha intrapreso un progetto indipendente sull’identità palestinese e le sue espressioni nella diaspora. Basil è membro di “Defence for Children International – assemblea generale della sezione palestinese” e consulente del progetto “Impollination”. Le sue aree di interesse includono la difesa dei diritti dei bambini, la teoria della pace e della giustizia e la costruzione di una efficace e critica solidarietà internazionale.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come Israele utilizza il gas per rafforzare la dipendenza palestinese e promuovere la normalizzazione

Di Tareq Baconi – 12 marzo 2017, Al-Shabaka

Sintesi

L’occupazione israeliana dei territori palestinesi non esiste solo sul territorio. Dal 1967 Israele ha sistematicamente colonizzato le risorse naturali dei palestinesi e, nel campo degli idrocarburi, ha impedito ai palestinesi l’accesso alle loro riserve di petrolio e di gas.

Queste restrizioni hanno garantito la continua dipendenza dei palestinesi da Israele per le loro esigenze energetiche. I tentativi degli stessi palestinesi di sviluppare un proprio settore energetico non riescono a far fronte alla complessiva egemonia di Israele sulle risorse palestinesi. Al contrario, perseguono la crescita e la costruzione dello Stato all’interno della situazione dell’occupazione, rafforzando ulteriormente – anche se in modo involontario – l’equilibrio asimmetrico tra occupato ed occupante.

Il commentatore politico di Al-Shabaka Tareq Baconi inizia prendendo in considerazione il contesto dei recenti accordi sul gas. Continua discutendo come i tentativi di sviluppare il settore dell’energia palestinese non riesca a far fronte a questa situazione e si basi principalmente su pratiche che cercano di eludere l’occupazione e che intendono migliorare la qualità della vita nel contesto dell’occupazione. Come sostiene Baconi, in ultima istanza questi tentativi rafforzano il ruolo dei territori palestinesi come mercato vincolato a favore delle esportazioni di energia israeliane e getta le basi per una normalizzazione a livello regionale sotto la definizione di “pace economica”. Egli sottolinea che una pace durevole e la stabilità si otterranno solo se i fattori fondamentali che tengono i palestinesi soggetti al dominio di Israele vengono affrontati e propone una serie di raccomandazioni politiche su come farlo.

L’impatto politico dell’abbondanza di gas israeliana

Fino a pochi anni fa sia Israele che la Giordania facevano notevole affidamento sulle importazioni di gas egiziano. Nel 2011-2012 e soprattutto dopo la caduta del regime del presidente Hosni Mubarak, le esportazioni di gas dall’Egitto sono diventate intermittenti. Ciò era dovuto sia a problemi interni nel settore energetico egiziano che alla crescente instabilità nella penisola del Sinai, che ospita il principale percorso del gasdotto che rifornisce Israele e Giordania. Con la caduta delle importazioni dall’Egitto, Israele e Giordania hanno iniziato a cercare fonti alternative di rifornimento. Nel 2009 un consorzio israelo-americano di imprese dell’energia ha scoperto “Tamar”, un giacimento a circa 80 km al largo della costa di Haifa, che contiene circa 300 miliardi di m3 di gas. Con la sicurezza energetica israeliana a rischio, il consorzio si è mosso rapidamente verso la produzione ed il gas ha iniziato a scorrere nel 2013. Un anno dopo la scoperta di “Tamar” lo stesso consorzio ha identificato il giacimento di gas “Leviatano”, molto più grande, stimato per circa 450 miliardi di m3 di gas.

Nel giro di qualche anno Israele è passato dall’essere un importatore di gas dalla regione ad aver acquisito le potenzialità per diventare un esportatore. Ha guardato sia ai mercati locali che a Paesi confinanti e ad altri più lontani per identificare potenziali destinatari delle esportazioni. Nelle sue immediate vicinanze le implicazioni per procedere verso la normalizzazione economica sono state evidenti: come ha recentemente dichiarato il primo ministro Benjamin Netanyahu, produrre gas da “Leviatano” “fornirà gas a Israele e promuoverà la cooperazione con Paesi della regione.”

La Giordania è diventato il primo Paese che si è impegnato a comprare gas israeliano. Poco dopo la scoperta di “Leviatano” sono iniziati negoziati tra Giordania e Israele, e nel 2014 è stato firmato un Memorandum l’Intesa (MdI). Quello stesso anno accordi per la vendita di gas sono stati conclusi anche tra i gestori di “Tamar” e due operatori industriali giordani, la “Jordan Bromine” e le compagnie “Arab Potash”. Il MdI firmato con il governo giordano ha comportato l’impegno per la Giordania a comprare gas israeliano per un periodo di 15 anni. Questo è stato accolto con violente proteste in Giordania: molti militanti hanno rifiutato l’accordo con Israele, sopratutto a causa del massacro a Gaza di quell’anno, ed i parlamentari giordani hanno votato contro l’accordo. All’inizio del 2017 il gas ha iniziato a scorrere da Israele alla “Jordan Bromine” e alle “Arab Potash”, benché gli operatori abbiano mantenuto un basso profilo per evitare di riaccendere proteste.

La rabbia perché la Giordania stava finanziando il settore del gas israeliano è stata aggravata dal fatto che aveva altre prospettive per procurarsi il gas. In seguito alla riduzione del gas egiziano, la Giordania ha costruito un terminal per l’importazione di gas liquido ad Aqaba, sulle coste del Mar Rosso, che ha iniziato a funzionare nel 2015. Oltretutto la scoperta da parte dell’Egitto dell’enorme giacimento di gas “Zohr” nel 2016 ha ridato vita alla prospettiva del ritorno dell’Egitto al ruolo di fornitore regionale di gas. Ciononostante, ed indubbiamente in seguito a influenze esterne, la Giordania ha formalizzato il suo MdI con Israele nel settembre 2016, ignorando le obiezioni del parlamento e le proteste popolari.

Da quando Israele è diventato ricco di gas, la penosa situazione della Striscia di Gaza è divenuta più che mai dura. La Striscia di Gaza è stata sottoposta a blocco dal 2007. La “Gaza Power Generation Company” (GPGC), l’unica compagnia del suo genere in territorio palestinese, attualmente funziona con combustibile liquido comprato e trasportato nella Striscia di Gaza dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), in Cisgiordania. Per integrare l’energia fornita dalla GPGC, Gaza acquista elettricità dalla compagnia elettrica israeliana, così come dalla rete elettrica egiziana (1). Anche così il combustibile acquistato per generatori di energia a Gaza è insufficiente per soddisfare la domanda locale e, da quando Israele ha imposto il blocco, la Striscia ha sofferto di una cronica carenza di elettricità.

All’inizio del 2017 sono scoppiate proteste a Gaza, in quanto i suoi abitanti sulla costa si sono lamentati di avere elettricità solo per tre o quattro ore al giorno. Oltre alle terribili restrizioni che queste carenze comportano per aspetti della vita quotidiana, le interruzioni di elettricità hanno un impatto devastante sulle attività economiche del settore privato, dei servizi sanitari, dell’educazione e su servizi vitali come gli impianti di depurazione delle acque. Attività intermittenti in questi settori hanno conseguenze che sono sia immediate che durature, colpendo le nuove generazioni.

Le lamentele per la crisi energetica a Gaza sono dirette in ogni direzione. I manifestanti che si sono riversati nelle strade quest’inverno hanno incolpato il governo di Hamas, l’ANP e Israele. La rabbia era rivolta contro il governo di Hamas perché si sostiene che sposta fondi dall’acquisto del combustibile necessario per far funzionare l’unico impianto di energia di Gaza verso altre attività, compresa la costruzione di tunnel. I manifestanti esasperati hanno accusato l’ANP di appoggiare il blocco, controllando le forniture di combustibile e i trasferimenti a Gaza. La stessa compagnia dell’energia, un operatore di proprietà di un privato, è ripetutamente criticata perché trarrebbe profitti a spese dei normali cittadini di Gaza che soffrono per queste carenze. Per mitigare i mesi invernali particolarmente duri di fine 2016 e inizio 2017, interventi nel settore dell’energia di Gaza sono arrivati dalla Turchia e dal Qatar nella forma di forniture di combustibile che hanno consentito la ripresa della produzione di energia da parte della GPGC. Queste misure rappresentano al massimo un palliativo a breve termine, che porterà i gazawi verso un altro capitolo di una crisi cronica.

In quest’ondata di rabbia e di recriminazioni della popolazione, l’impatto del blocco israeliano sulla Striscia di Gaza e della più complessiva colonizzazione e del controllo delle risorse palestinesi da parte di Israele è poco presente, se non spinto in secondo piano.

Eppure i palestinesi hanno scoperto le riserve di gas circa un decennio prima dell’abbondanza di gas di Israele. Nel 1999 al largo delle coste di Gaza fu scoperto il giacimento “Gaza Marine” e la licenza di sfruttamento e produzione venne concessa al “BG Group”, la maggiore impresa britannica di petrolio e gas, finché non è stata acquisita dalla Shell. Nei primi giorni dalla scoperta questa ricchezza nazionale è stata salutata come un passo avanti che avrebbe potuto offrire ai palestinesi una ricchezza inaspettata. Quando gli accordi di Oslo, firmati nel 1993, sembravano ancora credibili, la scoperta di questa risorsa fu vista come qualcosa che avrebbe potuto fornire ai palestinesi una fondamentale risorsa verso l’autodeterminazione.

Con una stima di 30 miliardi di m3 di gas, il “Gaza Marine” non è sufficientemente grande per permettere l’esportazione. Ma i volumi di gas che contiene sono sufficienti per rendere il settore palestinese dell’energia interamente autosufficiente. Non solo i palestinesi non avrebbero dovuto importare il gas o l’elettricità israeliani o egiziani, ma la Striscia di Gaza non avrebbe sofferto di nessuna carenza di elettricità. Oltretutto l’economia palestinese avrebbe goduto di una significativa fonte di entrate.

Questo passo verso la piena sovranità non doveva avvenire. Nonostante continui tentativi dei possessori del giacimento e degli investitori di sviluppare il “Gaza Marine”, Israele pose rigide restrizioni che impedirono la messa in pratica di qualunque intervento. Ciò nonostante il fatto che l’esplorazione e la produzione dal “Gaza Marine” sarebbero state relativamente semplici grazie alla scarsa profondità del giacimento e alla sua collocazione nei pressi delle coste palestinesi (2). Secondo documenti scoperti da Al-Shabaka, Israele all’inizio impedì lo sviluppo di questo giacimento in quanto cercava di ottenere condizioni commercialmente favorevoli per il gas prodotto. Dopo che Israele scoprì risorse energetiche proprie iniziò a far riferimento a “questioni di sicurezza” che furono accentuate quando Hamas prese il controllo della Striscia di Gaza. Benché Netanyahu abbia preso in considerazione la concessione ai palestinesi per lo sviluppo del “Gaza Marine” nel 2012 come parte di una più complessiva strategia per stabilizzare la Striscia di Gaza, questi tentativi devono ancora concretizzarsi. In seguito alla recente acquisizione del BG Group da parte di Shell e al programma di cessione di investimenti globale di quest’ultima, è probabile che il “Gaza Marine” sarà svenduto.

Finché Israele non porrà fine al proprio dominio sull’economia palestinese, questa risorsa palestinese probabilmente rimarrà bloccata. In effetti, il modo in cui le scoperte di gas israeliano e palestinese hanno plasmato lo sviluppo economico in Israele e nei territori palestinesi illustra la disparità di potere tra le due parti. A differenza di Israele, che rapidamente si è garantito l’indipendenza energetica dopo la scoperta dei suoi giacimenti di gas, i palestinesi sono stati incapaci di accedere ad una risorsa che hanno scoperto quasi due decenni prima. Invece di affrontare le cause profonde del blocco e del regime di occupazione che ha impedito il loro controllo su risorse come il “Gaza Marine”, i palestinesi sono obbligati a cercare soluzioni immediate per ridurre la pressante penuria che devono affrontare. Benché ciò sia comprensibile nel contesto di una brutale occupazione, i tentativi di migliorare la qualità della vita sotto occupazione trascurano l’obiettivo strategico a lungo termine di garantire l’indipendenza energetica all’interno del più complessivo obiettivo di liberazione dall’occupazione e del raggiungimento dei diritti dei palestinesi.

Pace economica e normalizzazione

Le scoperte di gas di Israele sono spesso sbandierate come potenziali catalizzatori di una trasformazione regionale. Il posizionamento dello Stato di Israele come fornitore di energia ai vicini con scarse risorse è considerato un mezzo sicuro per facilitare l’integrazione economica tra Paesi come Giordania ed Egitto, così come con i palestinesi. I benefici economici che gasdotti a buon mercato possono offrire a questi Paesi sono visti come soluzione per ogni preoccupazione sociale e politica tra i loro cittadini riguardo alle relazioni con Israele. Questo modo di pensare parte dal presupposto che attraverso l’integrazione economica la stabilità che ne deriva diminuirebbe le prospettive di instabilità in una regione esplosiva, in quanto Israele ed i suoi vicini incominciano ad integrarsi in una interdipendenza.

La nozione di “pace economica” ha una lunga storia nella regione e si è manifestata in varie forme, comprese le recenti proposte di sviluppo economico del segretario di Stato John Kerry. Questa visione sembra favorita anche dall’ambasciatore dell’amministrazione Trump in Israele, David Friedman. Invece di affrontare direttamente l’impasse politico provocato dalla prolungata occupazione e da altre violazioni israeliane, queste proposte affrontano questioni relative alla qualità della vita, al commercio o alla crescita economica, presumibilmente come un passo avanti verso la pace. Con un punto di vista di questo genere, dopo le scoperte di gas israeliane, l’amministrazione Obama ha iniziato a verificare modi per posizionare Israele come fulcro energetico regionale.

Sostenitori di questo approccio, che separa i diritti nazionali e politici dagli incentivi economici, affermeranno che c’è un ovvio vantaggio economico perché il gas israeliano sia usato all’interno del territorio palestinese e in Giordania. Ora Israele ha un’eccedenza di gas e queste regioni sono ancora dipendenti dalle importazioni di energia. Nel caso dei territori palestinesi, esiste già una dipendenza da Israele, e non solo a Gaza: quasi l’80% del consumo dei palestinesi è fornito da Israele, con la Cisgiordania che importa quasi tutta la sua energia elettrica da Israele. Chi propugna la pace economica crede che le prospettive di instabilità si riducano quando si rafforza questa dipendenza reciproca.

Il dipartimento di Stato USA, guidato da una tale convinzione, ha facilitato molti negoziati per il gas tra Israele, Giordania e i palestinesi. L’inviato e coordinatore speciale per le Questioni Energetiche Internazionali, recentemente nominato, un incarico attraverso il quale gli USA hanno rafforzato il proprio settore della diplomazia energetica in tutto il mondo sotto l’amministrazione Obama, ha incoraggiato discussioni per permettere l’esportazione di gas israeliano alla Giordania ed ai palestinesi, con evidente successo.

In prospettiva la Giordania non è l’unico destinatario del gas israeliano. Nel 2010, l’ANP ha approvato piani per la creazione della “Compagnia Palestinese per la Generazione di Energia” (PPGC), la prima impresa di questo genere in Cisgiordania e la seconda nei territori palestinesi dopo la GPGC a Gaza. Situato a Jenin, questo impianto della potenza di 200 megawatt è gestito da investitori privati (compresi PADICO e CCC [società palestinesi. Ndtr.]), che stanno lavorando per rafforzare il settore palestinese dell’energia, garantendo la produzione di energia elettrica in Cisgiordania e riducendo l’alto costo delle importazioni di elettricità da Israele. PPGC ha iniziato negoziati con Israele per comprare gas dal giacimento “Leviatano” per produrre elettricità. I palestinesi hanno protestato contro questa decisione, invocando sforzi per sviluppare il “Gaza Marine” invece di basarsi sul gas israeliano. I colloqui sono falliti nel 2015, ma non è chiaro se si sia trattato di una sospensione solo temporanea.

I pericoli di una sovranità monca

C’è una serie di pericoli nazionali e regionali derivanti dalla spinta a una più stretta integrazione attraverso accordi sul gas in mancanza di azioni concomitanti sul piano politico.

Il primo pericolo è che la sicurezza energetica palestinese sia legata alla buona volontà di Israele. Israele può, ed in passato l’ha fatto, utilizzare il proprio potere per interrompere di fatto le forniture ai consumatori palestinesi. La più evidente (e violenta) manifestazione della volontà israeliana di negare l’energia ai palestinesi è stata la sua decisione di distruggere senza esitazione l’unica impresa di produzione di energia nella Striscia di Gaza durante i bombardamenti dell’enclave costiera nel 2006 e di nuovo nel 2014.

In secondo luogo questo approccio legittima l’occupazione israeliana, che presto entrerà nel suo cinquantesimo anno. Non solo non ci sono costi per il fatto che Israele impedisce la costruzione di uno Stato palestinese, ma c’è piuttosto un profitto diretto sotto forma di ricavi dalla vendita di gas a territori mantenuti per un tempo indefinito sotto il controllo territoriale israeliano.

Terzo punto, e forse il più importante, questo scambio e commercio di energia nel perseguimento della pace economica in assenza di ogni prospettiva politica rafforza semplicemente lo squilibrio di potere tra le due parti – l’occupante e l’occupato. Una simile integrazione trasmette una finzione di relazioni giuridiche sovrane tra una potenza occupante e un’economia imprigionata in Cisgiordania e a Gaza.

Si deve ripensare a simili iniziative per il miglioramento delle condizioni di vita che sono state attuate negli anni ’80, con il diretto incoraggiamento della Casa Bianca di Reagan, come a un’alternativa mancata all’impegno politico con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Gli sforzi costanti per eludere le richieste politiche dei palestinesi attraverso queste misure hanno consentito ad Israele di gestire, piuttosto che risolvere, il conflitto.

Il caso del gas dimostra nel modo più evidente come i tentativi di costruire lo Stato palestinese attraverso lo sviluppo di risorse nazionali siano stati tolti di mezzo in favore della riduzione delle crisi energetiche all’interno del quadro di una sovranità monca. Invece di affrontare l’incapacità palestinese di sfruttare le proprie risorse naturali, i diplomatici americani stanno attivamente lavorando con Israele per facilitare negoziati che migliorino la “qualità della vita” dei palestinesi, che alla fine li lasciano per sempre nelle mani di Israele.

Questo approccio porta con sé anche pericoli su scala regionale. La Giordania è attualmente dipendente da Israele per circa il 40% delle sue importazioni di energia. La volontà della Giordania di entrare in questo tipo di dipendenza, nonostante notevoli svantaggi geo-strategici, fa progredire la normalizzazione dei rapporti di Israele nella regione anche se mantiene la sua occupazione dei territori palestinesi. Questa disponibilità preannuncia parecchie minacce in un momento in cui l’amministrazione Trump sta proponendo il perseguimento di misure diplomatiche “dall’esterno all’interno” che potrebbero ignorare completamente i palestinesi.

Strategie di rifiuto

In condizioni normali la dipendenza mutua e lo sviluppo economico sono effettivamente garanzie contro l’instabilità e portano il vantaggio di migliorare la qualità della vita degli abitanti della regione. Tuttavia non devono essere visti come un fine in sé, e sicuramente non come un sostituto della realizzazione dei diritti dei palestinesi. Una simile de-politicizzazione può solo arrivare fino a un certo punto. Concentrarsi esclusivamente sulla pace economica ha conseguenze disastrose proprio perché ciò ignora il contesto storico più complessivo che ha portato alla dipendenza dei palestinesi, e forse della regione.

La crescita economica non eliminerà mai le richieste dei palestinesi per la sovranità e i diritti o la domanda di autodeterminazione. Questa è una lezione che è stata pienamente articolata con lo scoppio della prima Intifada quasi 30 anni fa, dopo decenni di relazioni economiche normalizzate tra Israele ed i territori sottoposti alla sua occupazione militare. Mentre la “pace economica” può fornire un diversivo a breve termine, ciò preparerà il terreno verso una maggiore stabilità solo se costruito sulle fondamenta dell’uguaglianza e della giustizia.

Il diritto dei palestinesi alle loro risorse è soggetto ai negoziati per lo status finale con gli israeliani. Gli attuali accordi condotti sul gas creeranno una infrastruttura di dipendenza che sarà difficile da districare nel caso di un accordo negoziato. Cosa più importante, dato che sono svanite le speranze di una soluzione negoziata per due Stati, questi accordi concretizzano semplicemente lo status quo.

Perciò, mentre le relazioni economiche devono essere perseguite per alleviare le sofferenze umane, come nel caso dell’incremento di forniture di combustibile e di elettricità a Gaza, l’OLP e l’ANP, come anche la società civile palestinese ed il movimento di solidarietà con la Palestina, devono continuare ad utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per operare a favore della giustizia e dei diritti per i palestinesi.

Nell’immediato futuro, se gli accordi per il gas continuano nonostante l’opposizione popolare, i negoziatori palestinesi coinvolti in una prospettiva di accordi per il gas con Israele devono quanto meno insistere su clausole che non escludano le prospettive di un futuro gas proveniente dal “Gaza Marine”. Ciò può essere fatto creando meccanismi legali che permettano l’introduzione dell’accesso di parti terze negli accordi di fornitura. Benché sia difficile negoziare simili condizioni, ciò è di vitale importanza, in quanto lascia spazio alla flessibilità riguardo a future forniture dal “Gaza Marine” e a una limitata dipendenza da Israele. I contratti per la fornitura di gas dovrebbero anche includere norme per la revisione dei termini dell’accordo nel caso di importanti sviluppi sul piano politico.

I negoziatori palestinesi dovrebbero anche guardare alla resistenza della società civile per rafforzare i suoi tentativi piuttosto che tentare di rifiutarli o schiacciarli. Ci sono modelli che possono essere emulati secondo cui negoziatori sono in grado di sfruttare il potere dei movimenti popolari contro alcuni di questi accordi. Quando si tratta di diritti all’acqua, per esempio, c’è un’unità operativa dedicata (EWASH [l’impresa palestinese delle acque. Ndtr.]) che coordina il lavoro di gruppi locali ed internazionali. EWASH ha portato avanti una campagna che ha messo in luce il furto di acqua da parte dei coloni israeliani a danno dei palestinesi ed ha sollevato la questione al Parlamento Europeo. Forse una coalizione simile potrebbe essere formata per mobilitarsi a favore della sovranità energetica.

Al contempo l’OLP/ANP deve usare questi negoziati economici come un mezzo per garantire che Israele sia chiamato a risponderne piuttosto che come un modo di accettare una dipendenza ancora maggiore. In particolare, lo status di Stato osservatore non membro che la Palestina si è garantito all’ONU deve essere utilizzato per fare pressione nelle sedi legali internazionali, come la Corte Penale Internazionale, per spingere Israele a rispettare le sue responsabilità come potenza occupante in base alle leggi internazionali. Ciò significa che gli compete la responsabilità di garantire il livello di vita degli abitanti sotto il suo controllo, compresa la fornitura di elettricità e combustibile, e che deve rendere conto delle decisioni di “chiudere i rubinetti”che potrebbe prendere.

Alcuni elementi di pace economica posso essere utili ai palestinesi nel breve termine a sostegno della crescita e dello sviluppo economico. Ma questi non possono arrivare al prezzo di uno stato di dipendenza indefinito e di sovranità monca. I palestinesi devono lavorare su due fronti: spingere per rendere l’occupazione israeliana responsabile nei consessi internazionali; devono assicurarsi che le prospettive di integrazione economica obbligata ed ogni tentativo da parte di Israele di imporre una realtà di Stato unico dell’apartheid siano accompagnati da un appello ai diritti ed all’uguaglianza. Qualunque sia la visione politica perseguita per Israele e per i palestinesi, la dirigenza palestinese deve formulare una strategia riguardo a questi accordi per il gas e contestualizzare la nozione di sviluppo economico all’interno della più complessiva lotta per la liberazione della Palestina.

Note

(1) Queste misure per la fornitura ed il trasporto di combustibile sono in linea con il Protocollo delle Relazioni Economiche, noto anche come “Protocollo di Parigi”, sancito tra Israele e l’OLP come parte degli accordi di Oslo.

(2) “Gaza Marine” non è l’unico giacimento che i palestinesi non sono stati in grado di sfruttare. Anche i campi di petrolio in Cisgiordania hanno affrontato problemi di accesso a causa di restrizioni da parte di Israele.

Tareq G. Baconi è esperto di politica di Al-Shabaka con sede negli USA. Il suo ultimo libro “Hamas: le politiche della resistenza, consolidamento a Gaza” è stato pubblicato dalla Stanford University Press. Tareq ha conseguito un dottorato di ricerca in Relazioni Internazionali presso il King College di Londra, che ha completato durante una carriera come consulente per l’energia. Ha anche titoli di studio dell’università di Cambridge (Relazioni Internazionali) e dell’Imperial College di Londra (ingegneria chimica). Tareq è un ricercatore associato presso il Progetto USA per il Medio Oriente. Suoi scritti sono stati pubblicati su “Foreing Affairs”, “Sada: Carnegie Endowment for International Peace”, sul “Guardian”, l’”Huffington Post”, il “Daily Star”, Al Ghad e “Open Democracy”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Non lasciar perdere la Linea Verde: questo è il tallone d’Achille di Israele

Al Shabaka

di Nadia Hijab – 15 febbraio 2017

Il poeta Dylan Thomas invitava suo padre – e tutti quelli che si avvicinano alla morte: “Non entrate tranquillamente in quella dolce notte” ma “rabbia, rabbia contro il morire della luce”. La morte della soluzione dei due Stati è stata preannunciata per circa 20 anni, dopo che è risultato chiaro che Israele ha firmato il processo di pace di Oslo nel 1993 senza l’intenzione di permettere che si costituisse uno Stato palestinese sovrano.

Eppure la luce si è rifiutata di morire. E’ stato interesse di ogni Paese, compresi Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina/Palestina (OLP/Palestina), mantenere qualche scintilla di vita nella possibilità dei due Stati nonostante l’incessante colonizzazione israeliana dei Territori Palestinesi Occupati (TPO) che ha finora insediato qui circa 200 colonie e 600.000 coloni, azioni che in base alle leggi internazionali rappresentano crimini di guerra.

Per i palestinesi che vivono nella zona grigia dell’occupazione le libertà fondamentali di vita, libertà, movimento, salute e accesso all’acqua, tra le altre, sono quotidianamente negate.

Rifugiati ed esiliati palestinesi sono sostanzialmente lasciati al loro destino, e i cittadini palestinesi di Israele devono fare i conti come possono con la discriminazione e la spoliazione da parte dello Stato israeliano. Oltretutto, lo stallo dell’entità politica palestinese impedisce un’azione politica collettiva efficace dei palestinesi.

Tuttavia, se i palestinesi sono troppo impotenti, per il momento, per poter uscire da questa zona grigia, la destra israeliana e il movimento dei coloni pensa di non esserlo. Nel corso dei decenni ha incrementato la propria forza e si è infiltrata nell’esercito, nel sistema politico e giudiziario, e il suo considerevole potere è stato totalmente sostenuto e finanziato dallo Stato israeliano. Né gli USA né l’Unione Europea hanno fatto pagare il prezzo della colonizzazione della Cisgiordania, compresa Gerusalemme est. Al contrario gli USA, l’UE e i suoi Stati membri, e Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’Amercia latina, vogliono mantenere relazioni militari e commerciali con Israele.

Il movimento dei coloni non vuole più vivere nell’oscurità dello scenario dei due Stati: mira alla chiarezza di una annessione formale del resto dei TPO (Israele ha già annesso illegalmente Gerusalemme) o almeno dell’Area C [in base agli accordi di Oslo, il territorio palestinese sotto totale controllo provvisiorio di Israele. Ndtr.], che rappresenta circa il 60% della Cisgiordania. Per ora questo è l’obiettivo del leader della destra israeliana e ministro dell’Educazione Naftali Bennett, che ha trionfalmente annunciato che “l’era dello Stato palestinese è finita”, dopo che Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali americane.

La legge che il partito di Bennett “Casa Ebraica” ha fatto approvare alla Knesset [il parlamento israeliano. ndtr.] il 6 febbraio 2017 per “regolarizzare” gli avamposti illegali come Amona, costruiti su terreni di proprietà privata palestinese, ha l’intenzione di stabilire una volta per tutte chi detiene la proprietà della terra palestinese e chi ha il potere reale in Israele. La legge è stata descritta come un furto di terra persino in Israele, tra avvertimenti che la mossa potrebbe condurre il Paese davanti alla Corte Penale Internazionale.

L’inorridita risposta della comunità internazionale alla legge di “regolarizzazione” è stata quasi comica. Il ministro degli Esteri tedesco ha detto che la sua fiducia nell’impegno del governo israeliano per la soluzione dei due Stati è stata “scossa nelle fondamenta”, mentre la Francia ha chiesto ad Israele di ritirare la legge e di onorare i suoi impegni. Dov’erano loro negli ultimi 50 anni, quando questi crimini di guerra erano in corso? Tutte le colonie che Israele ha costruito, sia su terreni incolti che sulle rovine di terre e case palestinesi, sono illegali in base alle leggi internazionali, come il crescente sfruttamento delle risorse naturali palestinesi.

Inoltre il continuo uso della forza da parte di Israele per mantenere l’occupazione impedisce al popolo palestinese di godere del proprio diritto all’autodeterminazione internazionalmente riconosciuto. Al momento le potenze mondiali stanno sperando che una sentenza della Corte Suprema israeliana contro la legge eviti loro di dover fare qualcosa per bloccare le pratiche neocoloniali di Israele.

Israele non può legalizzare le sue conquiste: ciò minaccerebbe l’ordine mondiale

Ciò che questo episodio ha dimostrato, più di ogni altra cosa, è che, nonostante tutte le sue manovre, Israele non è stato ancora in grado di cancellare completamente la Linea Verde [il confine tra Israele e Cisgiordania prima dell’occupazione nel 1967. Ndtr.] e di legalizzare l’acquisizione permanente dei TPO. Fino ad ora, la comunità internazionale non riconosce la sua annessione formale di Gerusalemme est o le sue pretese unilaterali su Gerusalemme ovest. Il mondo ribadisce che Gerusalemme ha uno status separato (corpus separatum) in base al piano di spartizione del 1947 e il suo status può essere concordato soltanto attraverso negoziati.

Anche se la comunità internazionale non ha chiamato Israele a risponderne in modo effettivo – per esempio, la tanto strombazzata etichettatura da parte dell’Unione Europea dei beni provenienti dalle colonie che entrano nel mercato UE ha avuto un impatto minimo – non firmerà il consenso sul progetto di colonizzazione israeliana e non gli concederà legittimità agli occhi del mondo.

In breve, Israele non può ripetere l’originaria vittoria del movimento sionista con la creazione di uno Stato in Palestina, includendo l’espansione delle frontiere di quello Stato ben oltre quelle stabilite nel piano di spartizione del 1947, su cui si era basata la sua esistenza. Siamo nel secolo sbagliato per questo progetto colonialista.

La Linea Verde – la linea dell’armistizio alla fine della lotta tra gli eserciti arabi e israeliano nel 1949 – è alla base del rifiuto della comunità internazionale di legalizzare l’occupazione israeliana perché separa quello che il mondo considera come lo Stato di Israele dal territorio che ha occupato nel 1967 e i suoi atti illegali al suo interno.

Cosa ancora più importante, lo status dei TPO non è solo qualcosa che riguarda il popolo palestinese: coinvolge qualunque altro Stato esposto a una perdita di territorio. E la minaccia posta dai cambiamenti unilaterali da parte israeliana alla stabilità dell’ordine internazionale preoccupa in particolare l’Europa, che ha subito due guerre mondiali.

Questa è la ragione per cui la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza ONU, approvata il 23 dicembre 2016, non è importante solo per i palestinesi: è significativa per tutto l’ordine del Dopoguerra, perché riafferma l’illegalità delle colonie e l’applicazione delle leggi internazionali – comprese le leggi che regolano l’occupazione militare – per territori che sono soggetti a un’ occupazione.  E questa è la ragione per cui la risposta di Israele è stata così rabbiosa: la sua possibilità di cancellare la Linea Verde ha subito un duro colpo.

Benché l’ipocrisia della comunità internazionale sia chiara nel trattamento molto diverso tra l’occupazione israeliana della Palestina e l’occupazione russa della Crimea, entrambi sono fondati sulle stesse leggi internazionali. Forse l’affermazione più importante espressa dalla nuova amministrazione USA è stata quella che ha fatto l’ambasciatrice USA all’ONU, Nikky Hayley, al Consiglio di Sicurezza riguardo al riacutizzarsi della violenza in Ucraina all’inizio di questo mese. Ha chiesto la fine immediata dell’occupazione russa della Crimea ed ha dichiarato che gli USA non toglieranno le sanzioni sulla Russia finché la Crimea non sarà restituita all’Ucraina. Date le parole calorose di Trump nei confronti della Russia, la dichiarazione è stata una sorpresa, ma senza dubbio gradita dagli europei.

A questo punto lasciar perdere la Linea Verde sarebbe un grave, forse mortale, errore. Il carattere illegale delle attività di Israele nei TPO ribadisce la possibilità dei palestinesi di perseguire Israele ed i dirigenti israeliani nelle corti internazionali e nazionali. E’ anche un elemento importante per potenziare gli sforzi del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), fondato e diretto dalla società civile palestinese.

Al momento i tentativi a livello statale hanno avuto solo modesti successi perché Israele si è posizionato in modo da essere importante per la comunità internazionale nel commercio, nello sviluppo degli armamenti e dal punto di vista geopolitico. Il palesamento delle vere intenzioni dei dirigenti israeliani riguardo all’acquisizione permanente dei TPO con la forza rende questo il momento opportuno per una spinta congiunta da parte dell’OLP/Palestina per, quanto meno, il bando completo dei prodotti delle colonie e la fine degli accordi con lo Stato israeliano e con le imprese del settore privato, come le banche, che finanziano le colonie.

La Linea Verde non riguarda lo Stato unico piuttosto che i due Stati

La Linea Verde è vista come il confine sul quale si dovrebbe fondare la soluzione dei due Stati. Tuttavia sostenere che i palestinesi non dovrebbero lasciar perdere la Linea Verde non è un’affermazione di appoggio al risultato politico della soluzione dei due Stati. E’ piuttosto un argomento per utilizzare ogni possibile ed efficace fonte di potere a disposizione senza abbandonare i diritti inalienabili dei palestinesi.

E’ importante perorarne la causa in questo momento perché sempre più voci tra i palestinesi e nel movimento di solidarietà con la Palestina stanno invocando uno spostamento dell’obiettivo politico palestinese dalla soluzione dei due Stati allo Stato unico o verso una lotta per i diritti civili. Queste voci probabilmente aumenteranno ancora di più in vista dell’anniversario dei 50 anni di occupazione il prossimo giugno, con i palestinesi sia in Israele che nei TPO che affrontano alcune della più drastiche minacce israeliane alla loro esistenza sulla loro terra da quando l’occupazione è iniziata.

E’ naturale che un popolo alla ricerca di diritti nazionali ed umani e i suoi alleati dovrebbero pretendere chiarezza in merito e unità sull’obiettivo politico finale. Oltretutto la crescente divisione tra, da una parte, coloro i quali sostengono uno Stato unico o una lotta per i diritti civili, di cui sono attivisti palestinesi ed i loro sostenitori della base, e dall’altra parte quelli che sposano i due Stati, molti dei quali sono funzionari palestinesi e uomini d’affari (così come sionisti progressisti), è stata dannosa per la capacità palestinese di coalizzarsi attorno ad un’azione comune.

Sfortunatamente, in questa fase non è possibile raggiungere una definizione chiara dell’ apparato politico palestinese sull’obiettivo finale. E’ stato possibile riguardo allo Stato unico dal 1969 al 1974, quando il programma dell’OLP era basato su uno Stato democratico laico. E’ stato possibile anche riguardo ai due Stati negli anni tra la dichiarazione di indipendenza palestinese del 1988 e il successivo riconoscimento di Israele fino alla fine degli anni ’90 e il fallimento del processo di Oslo.

Oggi i palestinesi non hanno la forza di raggiungere un obiettivo politico finale per il prossimo futuro. Ciò non dovrebbe e non deve impedire di lavorare per ottenere risultati intermedi, senza compromettere diritti fondamentali. Questa è, in effetti, la posizione presa dal movimento BDS : si basa sui diritti e non sulla “soluzione”. Non sposando uno scopo politico finale, il movimento può arrivare al più largo numero di palestinesi e attori della solidarietà, consentendo ad ognuno di agire a modo suo per contrastare le violazioni dei diritti da parte di Israele. Possono, in effetti, concentrarsi sull’occupazione e/o sui diritti dei cittadini palestinesi di Israele e/o sui diritti dei rifugiati palestinesi.

Sulla questione dell’obiettivo finale si spreca una grande quantità di energie che sarebbero meglio utilizzare per sviluppare strategie specifiche per far pagare ad Israele il costo dell’occupazione e della violazione dei diritti. Queste energie possono essere usate sia per un approccio basato sui diritti per comunicare con la società civile, o per un approccio basato sulla soluzione per raggiungere i governi e il mondo degli affari. Né è necessario negare un risultato politico finale dei due Stati di Israele e Palestina, in cui tutti i cittadini godano dei diritti umani, o di uno Stato unico palestinese-israeliano in cui tutti godano dell’intera gamma di diritti.

Quindi non ha senso abbandonare nessuna delle linee di forza a disposizione per bloccare e ribaltare le azioni illegali di Israele e promuovere i diritti dei palestinesi, compresa, forse sopratutto, la Linea Verde. Le questioni più immediate sono come prevenire le imminenti trappole dei negoziati guidati dall’amministrazione Trump, approfittando al contempo dell’obiettivo dello stesso Israele che rivela le sue vere intenzioni verso i TPO in modo che diventi impossibile per chiunque far finta di niente.

Fare i conti con i negoziatori

La mossa della destra israeliana per legalizzare i suoi avamposti ha evidenziato la realtà che, nonostante il suo preponderante potere, non ha a disposizione una via unilaterale per un riconoscimento internazionale del suo status nei territori. Solo l’OLP/Palestina come rappresentante del popolo palestinese può accettare un cambiamento dello status che permetta ad Israele di prendere una parte del suo “bottino” – e dovrebbe essere scontato che non lo deve fare; la società civile palestinese deve fare ogni sforzo per assicurarsi che non lo faccia. Il prossimo futuro è ricco di pericoli e sfide che richiederanno strategie ed azioni palestinesi chiare e condivise.

Uno dei maggiori pericoli è il desiderio di Trump di fare un accordo tra Palestina e Israele. Probabilmente Israele accentuerà le pressioni economiche e militari che esercita sui palestinesi sotto occupazione, che sono già notevolmente oppressi. Inoltre l’approccio dell’amministrazione è già pesantemente a loro sfavore data la nomina del sostenitore dei coloni per antonomasia, David Friedman, come ambasciatore USA. La sfida ora è riflettere a fondo su come l’OLP/Palestina possa resistere a questa pressione, con l’appoggio dei (e la pressione dai) cittadini palestinesi di Israele e internazionale, e quali strategie possa adottare per non apparire “quella del rifiuto a negoziare”, non soccombere sotto la pressione (anche dai Paesi arabi), e possa esercitare una pressione opposta. Anche all’interno si devono identificare modi per ridurre gradualmente il coordinamento per la sicurezza con Israele, che non potrebbe essere giustificato nei momenti migliori, ma ora non può più essere assolutamente perdonato.

Un’ altra minaccia ha a che fare con le tensioni che possono sorgere tra la società civile palestinese e il movimento di solidarietà con la Palestina negli USA, che è uno dei maggiori punti di forza per il popolo palestinese, se e quando l’OLP/Palestina intraprenderà negoziati sponsorizzati dall’amministrazione Trump. Il movimento di solidarietà con la Palestina e i suoi alleati naturali – comprese le comunità nere, latine e dei nativi americani – non può ipotizzare una situazione che “normalizzi” accordi con l’amministrazione Trump e le sue componenti nazionaliste bianche e razziste. Inoltre sta per diventare difficile mantenere viva l’attenzione sulla Palestina con così tanti problemi in concorrenza tra loro che si troveranno ad affrontare i cittadini americani – compresi l’accesso alle cure mediche, l’ambiente, l’educazione e i diritti dei lavoratori.

Comunque la situazione può cambiare entro due anni. La mobilitazione di vasti settori della società civile americana sui diritti dei migranti, sulle cure mediche e sull’educazione, e contro il razzismo e le discriminazioni potrebbero cambiare drasticamente la composizione del Congresso alle elezioni di medio termine, con un passaggio dal partito Repubblicano a quello Democratico. E le forze progressiste, così come i sostenitori della causa palestinese – compreso l’appoggio a sanzioni contro Israele – stanno crescendo all’interno del partito Democratico.

Anche l’Europa, l’altra area importante, è preoccupata. L’UE è alle prese con l’uscita della Gran Bretagna, le minacce dell’elezione di dirigenti di estrema destra in Paesi chiave e l’imprevedibilità della nuova amministrazione USA. Ma gli europei temono anche l’indebolimento dell’ordine mondiale, e le azioni di Israele potrebbero fornire opportunità alla società civile per fare pressione sui rispettivi governi perché esercitino le loro responsabilità e smettano di accordarsi con enti israeliani che svolgono attività oltre la Linea Verde, o prendano in considerazione il tipo di sanzioni applicate contro la Russia dopo la sua occupazione della Crimea.

L’OLP/Palestina si è mossa su fronti che possono e sono stati portati avanti con maggiore efficacia, come l’adesione della Palestina alla Corte Penale Internazionale (CPI) e il suo impegno con il Consiglio dei Diritti Umani [commissione dell’ONU. Ndtr.], compresa la decisione del Consiglio di creare un database di tutte le imprese impegnate in attività illegali nei TPO. L’ingresso in questi organismi può anche essere utilizzato dalle organizzazioni palestinesi dei diritti umani che sono direttamente impegnate con la CPI e il Consiglio dei Diritti Umani, tra le altre organizzazioni internazionali, in coordinazione con o tramite attività di pressione dell’OLP/Palestina.

E l’approvazione della Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nonostante tutti i suoi difetti, compreso il sostegno al coordinamento per la sicurezza con Israele, può ancora essere considerata come una vittoria dell’OLP/Palestina. Benché non siano mancate risoluzioni simili, la loro riconferma oggi è stato un ammonimento a Israele che dovrà affrontare una grande lotta nei suoi tentativi di formalizzare la sua acquisizione illegale del territorio con la forza. Oltretutto la risoluzione 2334 si è spinta oltre i precedenti testi dell’ONU chiedendo “a tutti gli Stati” di “fare distinzioni nei loro accordi” tra il territorio israeliano e i territori occupati nel 1967.

Questa è la ragione per cui Israele sta contrastando duramente la risoluzione 2334, anche a livello dei singoli Stati negli USA. Alcuni Stati USA stanno già cercando di reagire contro i successi del movimento BDS boicottando imprese che rifiutano di fare affari nelle colonie – circa 20 Stati hanno leggi a questo scopo. Ora ci sono Stati che stanno specificamente citando la risoluzione 2334 come parte del loro contrattacco. Per esempio lo Stato dell’Illinois ha messo in guardia l’UE contro l’incoraggiamento a imprese perché seguano la stessa strada, sostenendo che “l’adozione di sanzioni ai sensi della ” Risoluzione 2334 (che di fatto non menziona la minaccia di sanzioni) potrebbe “portare imprese dell’UE al rischio di violare le leggi dell’Illinois.”

La mancanza di progressi decisivi verso la realizzazione di diritti per i prossimi anni lascia di fronte a tempi cupi i palestinesi che vivono sotto occupazione e assedio da parte di Israele, i palestinesi cittadini di Israele ed i rifugiati palestinesi. Tuttavia ci sono ancora ragioni di speranza, compresa la resilienza della società civile palestinese e l’ingresso che l’OLP/Palestina ha ottenuto alla CPI, tra le altre aree. La brama della destra israeliana di prendere il potere in Israele e di completare l’annessione della Palestina determinerà altre opportunità di azione. Mentre la società civile americana si mobilita contro Trump, è tempo di resistere, difendere le conquiste, approfittare delle opportunità ed evitare le concessioni. Ed è tempo di difendere la Linea Verde.

Nadia Hijab è direttrice esecutiva di Al-Shabaka, la rete politica palestinese, di cui è stata cofondatrice nel 2009. E’ una assidua ospite e commentatrice sui media e ricercatrice presso l’Istituto di Studi Palestinesi [istituto di ricerca con sedi a Beirut, Ramallah, Parigi e Washington. Ndtr.]. Il suo primo libro, “Womanpower: The Arab Debate on Women at Work ” [Potere delle donne: il dibattito arabo su donne e lavoro], è stato pubblicato da Cambridge University Press, ed è coautrice di “ Citizens Apart: A Portrait of the Palestinian Citizens of Israel”  [Cittadini separati: un ritratto dei cittadini palestinesi di Israele] (I.B. Tauris).

(traduzione di Amedeo Rossi)




La Palestina dopo Abbas: possibili scenari e strategie per affrontarli

22 novembre 2016

Al-Shabaka

di  Hani al-Masri, Noura Erakat, Jamil Hilal, Sam Bahour, Jaber Suleiman, Diana Buttu, Wajjeh Abu Zarifa, Alaa Tartir 

Sintesi

Nei mesi che hanno preceduto le elezioni americane, le dispute tra le fazioni palestinesi sono andare infiammandosi in previsione del dopo-Abbas.

Si spera che il settimo congresso di Fatah, a lungo rimandato, previsto per il 29 novembre 2016, dia qualche indicazione su quale sarà la transizione dei poteri, rispondendo alla domanda su come e quando Mahmoud Abbas darà le dimissioni da uno o tutti gli incarichi che ricopre: presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), capo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e di Fatah, la più grande fazione politica palestinese.

Con l’elezione di Donald Trump Israele crede di avere le mani libere per fare tutto quello che vuole nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) e altrove, rendendo una transizione della dirigenza palestinese ancora più difficile. In questa tavola rotonda gli analisti politici di Al-Shabaka prendono in esame i diversi scenari di una Palestina del dopo-Abbas. Mentre alcuni, come Hani Masri, ritengono che i palestinesi abbiano molto da temere da un vuoto di potere in termini di ulteriore frammentazione e interferenze esterne, altri, come Noura Erakat sostengono che i palestinesi hanno molto da guadagnare, data l’opportunità per un cambiamento. Jamil Hilal mette in guardia contro i pericoli di uno scontro violento per il potere e invita ad un cambiamento in direzione di una lotta per i diritti collettivi del popolo palestinese nel suo complesso, piuttosto che sul destino di un singolo o del suo gruppo d’elite. Sam Bahour prende in esame i diversi precedenti ed attori e nota che le altre fazioni dell’OLP hanno perso ogni influenza che avrebbero potuto avere una volta perché la loro esistenza politica è garantita dall’autorità che essi potrebbero cercare di sfidare.

Jaber Suleiman, che scrive dal Libano, avverte che un collasso dell’ANP potrebbe provocare un’ondata di migrazioni o spostamenti verso la Giordania [ East Bank nell’originale] e una ripresa dei progetti israeliani che prevedono di governare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza insieme alla Giordania e all’Egitto, con conseguenze per le comunità palestinesi in Libano e altrove. Diana Buttu spera che nuovi dirigenti annullino i disastrosi effetti degli accordi di Oslo, chiedano conto ad Israele delle sue azioni e costruiscano strategie dal basso per rafforzare, piuttosto che semplicemente “gestire”, l’ANP. Riconsiderando i vari esiti possibili Wajjeh Abu Zarifa invita i palestinesi a consolidare lo Stato di Palestina riconosciuto dall’ONU creando un’assemblea costituente. Il direttore del programma di Al-Shabaka ha fatto da moderatore alla tavola rotonda.

Hani Al-Masri

Non è scontato che Abbas lasci presto il suo incarico. Ci sono indizi che suggeriscono che egli probabilmente cercherà di prolungare il suo mandato spingendo per convocare il settimo congresso generale di Fatah. Ciò bloccherebbe anche il ritorno di Mohammed Dahlan [dirigente di Fatah espulso dal partito ed attualmente residente negli Emirati Arabi Uniti. Ndtr.] nel Comitato Centrale di Fatah come successore di Abbas o come un attore che potrebbe decidere in merito e controllare il suo successore. Il fatto che non esistano alternative nazionali, poiché la maggior parte di coloro che sono citati come possibili successori sono della stessa scuola di pensiero, conferma questo scenario.

Lo scenario del post-Abbas dipende dai tempi della sua uscita di scena, cioè se in seguito al congresso generale di Fatah, o della riunione del Consiglio Nazionale Palestinese, o della fine delle divisioni tra Fatah e Hamas o del ritorno di Dahlan in Fatah. Se Abbas dovesse andarsene prima che si tenga il congresso e si ripristini l’unità, la lotta per la successione sarà durissima e porterà probabilmente al caos ed a lotte intestine. Ciò potrebbe provocare il collasso dell’ANP, la frammentazione in molte autorità diverse, o diventare subordinata a Israele sulla falsariga dell’Armata del Sud del Libano [corpo militare cristiano a cui Israele ha affidato il controllo del Sud del Libano dal 1979 al 2000. Ndtr.]. Se Abbas abbandona i suoi incarichi dopo aver raggiunto un accordo su un vice presidente di Fatah, un vice presidente dell’OLP e un vice presidente dell’ANP – invece di assegnare i tre incarichi a una sola persona, come è avvenuto da quando è stata fondata l’ANP – allora è probabile che ciò ridurrà il caos.

Gli scenari del dopo-Abbas dipendono anche dal modo in cui se ne andrà, se dando le dimissioni, per malattia o perché assassinato. Quest’ultima ipotesi scatenerebbe la prospettiva peggiore, alla luce della minaccia di Dahlan secondo cui non permetterà ad Abbas di impadronirsi di Fatah impossessandosi del suo settimo congresso. Un altro scenario prevede un’alleanza tra Dahlan e Hamas, benché quest’ultima non dovrebbe concretizzarsi, in quanto Hamas potrebbe capire che la sua ostilità contro Dahlan e l’alleanza di Paesi arabi che lo appoggia (Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain) è maggiore di quella contro Abbas.

I palestinesi hanno molto da temere dal vuoto di potere, che potrebbe dare ad Israele, al Quartetto Arabo [composto dai 4 Stati arabi succitati. Ndtr.], ai takfiri1 e a gruppi estremisti, o ad Hamas e ad altre fazioni palestinesi di sinistra o islamiste, l’opportunità per impadronirsi del potere. I due scenari più probabili sarebbero il controllo da parte di Israele o il ritorno della tutela araba sui palestinesi. Nessuno di questi scenari è auspicabile, soprattutto da quando i Paesi arabi, come l’Arabia Saudita, che cercherebbero di esercitare il proprio controllo, hanno stretti rapporti con Israele ed hanno intensificato la collaborazione con esso per lottare contro il terrorismo, i movimenti takfiri, l’Iran e la Fratellanza Musulmana.

Per scongiurare questi scenari sfavorevoli, i gruppi di sinistra ed altre forze politiche palestinesi, così come la società civile e i gruppi nazionali del settore privato, devono recuperare il discorso sulla liberazione e sui diritti, ridefinire il progetto nazionale e ricostituire il movimento nazionale in modo che si basi su una vera partecipazione politica democratica, con l’obiettivo di tenere elezioni a tutti i livelli. Queste elezioni non dovrebbero essere intese come un mezzo per vincere il conflitto interno, ma piuttosto come una competizione in un contesto unitario.

Il dibattito su questi problemi dovrebbe trascendere quello dei circoli elitari in modo che diventi più accessibile all’opinione pubblica nel suo complesso. Può essere fatto attraverso i media tradizionali e sociali, conferenze popolari e nazionali a livello regionale e nazionale, e possibilmente con petizioni, sit-in e manifestazioni.

Noura Erakat

Mahmoud Abbas controlla un’istituzione – l’ANP – che si riproduce in ognuna delle sue varie parti a prescindere dal capo dello Stato. La sua funzione dipende da finanziatori e controllori esterni, compresi gli Stati Uniti ed Israele, che hanno interesse a lasciarla intatta, soprattutto per la sua funzione amministrativa che riduce il peso quotidiano dell’occupazione mentre contribuisce a contenere il conflitto. In più, il 40% della popolazione palestinese lavora nel settore pubblico e quindi ha interesse nella prosecuzione dello status quo che, benché dannoso per i suoi interessi fondamentali, è al contempo indispensabile per il suo livello di vita e la sua sopravvivenza.

Lo scenario più probabile del dopo-Abbas vedrà un leader ad interim in carica finché potranno essere fissate le elezioni. La maggior parte delle previsioni su un successivo capo di Stato comprende attori ben noti, come Mohammed Dahlan e Jibril Rajoub. Basata sull’appoggio esterno ed interno come sull’ampiezza della minaccia che ha portato contro Abbas e la vecchia guardia di Fatah, la candidatura di Dahlan è realistica quanto terrificante. I passati tentativi di escludere dalle votazioni la Striscia di Gaza e di emarginare le prospettive elettorali di Hamas indicano che una simile scelta si dimostrerebbe estremamente conflittuale.

Gli scenari peggiori riguardano un collasso dell’ANP e la presa del potere da parte di Israele o delle forze rivali di Hamas. Tuttavia é improbabile che Hamas rischi uno scontro diretto con Israele in Cisgiordania, a meno che sia preparata anche ad un’altra escalation nella Striscia di Gaza e una contemporanea offensiva israeliana in Cisgiordania. Ciò è improbabile, a meno che il risultato ridefinisca lo status quo in suo favore, il che è poco plausibile dato il minor appoggio dal basso ad Hamas in Cisgiordania ed il costo di un impegno su due fronti. I dirigenti di Hamas probabilmente insceneranno proteste durante le elezioni e le utilizzeranno per legittimare ulteriormente il loro controllo sulla Striscia di Gaza, piuttosto che fare uso della forza.

Il popolo palestinese ha più da guadagnare che da perdere dal vuoto di potere, in quanto crea l’opportunità per un cambiamento, e un cambiamento strutturale è necessario per ottenere la liberazione dei palestinesi. Una nuova leadership dovrebbe sconfessare le deleterie strutture dell’ANP, dichiarare nullo e vuoto il contesto di Oslo, cessare la cooperazione economica e nel campo della sicurezza con Israele e insistere nel proseguire una lotta di liberazione.

Una simile ridefinizione radicale dipende dalla mobilitazione popolare da parte di un movimento di massa critico. La meticolosa frammentazione legale, politica e sociale della popolazione palestinese operata da Israele ha ostacolato ha formazione di un simile movimento. E’ necessaria una concomitanza imponderabile e imprevedibile di fattori per superare questa frammentazione. La rinuncia di Abbas potrebbe essere uno tra questo insieme di fattori, ma non è sufficiente.

Il cambiamento più probabilmente verrà in ultima analisi da un gruppo di giovani della base che non sia legato all’attuale contesto istituzionale e sia più creativo e meno timoroso riguardo alle prospettive future. Questo gruppo attualmente non esiste, se non in nuce nel panorama palestinese a Iqrit, Haifa, Ramallah, Gerusalemme, Gaza City e Nablus.

Jamil Hilal

Istituzioni nazionali aperte e legittime non si otterranno grazie alle elezioni di un successore di Abbas perché queste istituzioni non stanno funzionando. Il Congresso Nazionale Palestinese (CNP) non è stato operativo dagli accordi di Oslo, e le istituzioni legislative, giudiziarie ed esecutive dell’ANP sono state spaccate politicamente, territorialmente e istituzionalmente dal giugno 2007, quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza. Fatah, in quanto partito politico di governo, sta sperimentando i propri conflitti interni, con la fazione di Mohammed Dahlan opposta alla dirigenza di Abbas.

Di conseguenza, una piccola elite politica all’interno della dirigenza di Fatah, e non il popolo palestinese nel suo complesso, deciderà chi comanderà dopo Abbas. Senza istituzioni nazionali esistenti che rappresentino le varie comunità palestinesi nella Palestina storica e nella diaspora, la questione della dirigenza non può essere risolta in modo soddisfacente. Continueranno ad esserci conflitti finché non saranno costituite istituzioni nazionali rappresentative, ma, data la divisione tra Fatah e Hamas, la probabilità di una simile costituzione è remota.

Ogni lotta di potere violenta per la leadership all’interno di Fatah comporterà una maggiore frammentazione politica e geografica e una maggiore intromissione israeliana, regionale e internazionale nelle questioni politiche, economiche e sociali palestinesi.

Il gioco a indovinare chi probabilmente succederà ad Abbas non è giustificato da una preoccupazione per gli interessi nazionali palestinesi, ma dagli interessi israeliani e di quei poteri regionali ed internazionali che sono preoccupati per la propria posizione di potere.

L’attenzione dei palestinesi dovrebbe concentrarsi sulla ricostruzione della loro rappresentanza nazionale su basi democratiche ed inclusive, per includere tutte le comunità palestinesi all’interno e fuori dalla Palestina storica. La loro preoccupazione dovrebbe essere la lotta per i diritti collettivi del popolo palestinese nel suo complesso, piuttosto che il destino di un individuo o del suo gruppo dirigente. I palestinesi devono ricostituire l’influenza e la posizione palestinese sotto forma di istituzioni, associazioni, visioni e strategie che non scelgano solo i dirigenti politici ma anche quelli delle comunità. Questi dirigenti dovrebbero cercare di unificare tutti i palestinesi nella lotta per la libertà, la dignità, il diritto al ritorno e l’autodeterminazione. Qualunque altro sforzo è semplicemente un diversivo o un miraggio.

Sam Bahour

Quando nel 2004 è morto Arafat, la Legge Fondamentale Emendata della Palestina – l’equivalente di una costituzione – è stata rispettata: il Consiglio Legislativo Palestinese (CLP) e il suo presidente hanno assunto il potere per 60 giorni finché si sono tenute le elezioni. Oggi, dato che non c’è un CLP in funzione e il suo presunto presidente è di Hamas, è probabile che questa legge non verrà rispettata. Semmai verranno invocate “misure straordinarie” per mantenere il controllo. Ciò potrebbe significare che il Comitato Centrale di Fatah deciderà e ricorrerà al Comitato Esecutivo dell’OLP, controllato da Fatah, per mettere in atto la decisione. Le altre fazioni dell’OLP, avendo perso ogni influenza di secondo livello che una volta avevano, potrebbero opporsi a questa decisone, ma ciò determinerebbe uno scontro con i burocrati, che oggi ne certificano l’esistenza politica. Dato che Fatah è molto divisa, non è chiaro se sarà in grado di accordarsi su una singola personalità o su un meccanismo per svolgere il ruolo di comando. Per soddisfare progetti personali in conflitto, potrebbe verificarsi una divisione dei compiti tra i capi dell’Autorità Nazionale Palestinese e l’OLP.

I timori per il futuro sono molti. Il principale è il timore di ingerenze regionali o internazionali nelle decisioni nazionali. I palestinesi ne hanno già fatto esperienza negli anni scorsi e queste ingerenze potrebbero avere effetti devastanti se verrà loro permesso di aggravarsi o incrementarsi. Un altro timore è che la dirigenza dell’ANP possa tentare di impossessarsi del potere, date le sue risorse, il riconoscimento internazionale e le forze di sicurezza. Un’altra preoccupazione è che uno dei capi delle forze di sicurezza possa tentare di prendere il controllo politico; tuttavia ciò non è probabile poiché nessuna delle forze di sicurezza è autosufficiente. Per ultimo c’è il rischio che Israele piazzi uno dei suoi agenti nel ruolo di comando. Un’altra e più probabile azione di Israele potrebbe essere dichiarare Gaza come Stato palestinese e rafforzare ulteriormente la presenza israeliana in Cisgiordania, forse con una totale annessione. Se Israele scegliesse questo approccio e Hamas a Gaza fosse disponibile a questa iniziativa, l’attuale divisione sarebbe irrimediabile.

Per garantire quel poco di rappresentatività che rimane nel sistema politico palestinese e per contrastare le minacce succitate, i palestinesi devono chiedere due azioni immediate: 1) che Abbas convochi elezioni per reinsediare il CLP, con la consapevolezza che, pur solo i palestinesi della Cisgiordania, potrebbe rapidamente essere operativo ed avere una qualche legittimazione popolare2; 2) che il Comitato Direttivo provvisorio dell’OLP, che comprende tutta l’OLP come anche le fazioni nazionali, sia convocato con il mandato di consentire la formazione e il riconoscimento di nuovi partiti politici. Ciò potrebbe fissare un percorso per ridefinire il sistema politico palestinese attraverso una rappresentanza proporzionale per mezzo dell’organo più importante dell’OLP, il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP).

Jaber Suleiman

Avremo probabilmente a che fare con due principali scenari del dopo-Abbas. Il primo è il caos. L’uscita di scena di un presidente che ha monopolizzato il processo decisionale, così come l’incapacità del sistema politico palestinese di rinnovare la propria legittimità scaduta, minaccia di rendere questa lotta per il potere non un disaccordo politico, ma uno scontro interno e un’ulteriore divisione. Tale situazione probabilmente provocherà una completa separazione delle due autorità a Gaza e a Ramallah, e divisioni ancora maggiori in Cisgiordania, con Hamas che controlla la sua parte meridionale. Le ingerenze arabe e regionali, soprattutto da parte del Quartetto Arabo, aggiungerebbero altra confusione. Anche Israele, che è interessato a confermare le sue asserzioni secondo cui i palestinesi sono incapaci di governarsi da soli e indegni di un’autorità autonoma, per non parlare di uno Stato, potrebbe avere un ruolo.

Questo scenario potrebbe culminare nel collasso dell’ANP e provocherebbe un’ondata di migrazioni o di spostamenti verso la Giordania [Easta Bank nel testo originale]. Questo spostamento di popolazione con ogni probabilità rilancerebbe progetti come lo schema di Shimon Peres di condivisione del governo della Cisgiordania e della Striscia di Gaza con Giordania ed Egitto, ma in una nuova forma in cui l’ANP/OLP sostituirebbe Giordania ed Egitto. Una simile prospettiva avrebbe un impatto disastroso sull’unità della collettività palestinese in Libano, soprattutto a causa del fatto che i palestinesi in quel Paese a stento sono riusciti a evitare le conseguenze della divisione tra palestinesi e ad appoggiare un progetto nazionale unitario che riguardi i diritti inalienabili dei palestinesi, oltre alla loro lotta per i diritti umani fondamentali in Libano.

Il secondo scenario sarebbe una transizione pacifica del potere attraverso una dirigenza nazionale ad interim, accettata in seguito ad un accordo di riconciliazione come quello del Cairo. Questa dirigenza dovrebbe modificare i rapporti tra l’OLP e l’ANP, dato che l’ANP è uno strumento dell’OLP e non viceversa. E avrebbe la necessità di realizzare una riforma realmente democratica delle strutture dell’OLP, soprattutto il Consiglio Nazionale Palestinese, così come riguardo ai rapporti dell’ANP con lo Stato e i meccanismi del processo decisionale dell’ANP.

Israele ed alcuni partiti arabi avverserebbero questa prospettiva perché vorrebbero piuttosto controllare la “carta” palestinese. Quindi ciò non solo richiede la volontà politica di tutte le fazioni nazionali, soprattutto Fatah e Hamas, ma anche la mobilitazione della “maggioranza silenziosa” palestinese, cioè di tutti gli ambiti nazionali popolari in Palestina e nella diaspora. L’obiettivo sarebbe di riunire un blocco sociale di questa maggioranza in grado di esercitare pressione sulle fazioni in modo che scelgano una transizione pacifica e ricostruiscano il sistema politico e le sue istituzioni nazionali su basi democratiche.

Diana Buttu

Dopo Abbas, sono possibili vari scenari: una transizione pacifica del potere attraverso il presidente del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP); una lotta di potere tra singole personalità all’interno di Fatah o nell’OLP, che culmini in una molteplicità di “leader”; un vuoto di potere finché si organizzino e si tengano elezioni. Dato il caos che Abbas ha determinato, e la concomitante confusione nei partiti politici palestinesi, è improbabile che vengano organizzate elezioni in breve tempo.

I leader palestinesi dovrebbero attivarsi per una riconciliazione con Hamas e fare accordi per una ANP/OLP del dopo-Abbas che porti avanti una strategia per la liberazione della Palestina e inizi a rappresentare i palestinesi che vivono in Israele. Questa strategia vedrebbe nuovi dirigenti che annullino i disastrosi effetti degli accordi di Oslo, rendendo Israele responsabile delle sue azioni e costruendo strategie dal basso per rafforzare, piuttosto che semplicemente “gestire”, l’ANP.

Lo spettro politico e la società civile palestinese potrebbero anche utilizzare il cambiamento di leadership per ricostruire l’OLP in modo che sia rappresentativa della società palestinese ed anche del suo cambiamento generazionale. Tale strategia significherebbe anche capitalizzare la forza del popolo palestinese nel suo complesso e dei suoi movimenti e porre fine a inutili negoziati bilaterali. Come primo passo la Palestina deve rompere il giogo del ricatto finanziario che attualmente lega l’ANP/OLP a questi negoziati bilaterali. Oltre a ciò, coinvolgendo i palestinesi di Israele, l’OLP potrebbe finalmente iniziare a diventare rappresentativa di tutti i palestinesi, piuttosto che aderire solo formalmente a questa inclusione, mentre in realtà marginalizza i palestinesi che non vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Un vuoto di potere sarebbe un grave diversivo dal concentrarsi su questa strategia ed è certamente il sogno di Israele, permettendogli di dividere, conquistare ed usare il periodo di caos per costruire altre colonie.

Wajjeh Abu Zarifa

Se Abbas rimane al potere a breve termine, il primo scenario possibile è tenere elezioni presidenziali e legislative in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme come deciso nell’accordo del Cairo. Tuttavia questa eventualità è improbabile alla luce delle profonde divisioni e della diffidenza tra Fatah e Hamas. Il secondo scenario è tenere le elezioni presidenziali e legislative quando possibile, e se Gaza dovesse boicottarle, le elezioni sarebbero organizzate in Cisgiordania. Anche questa è un’ipotesi improbabile, in quanto approfondirebbe le divisioni e accentuerebbe le probabilità di una secessione. Oltretutto Israele non acconsentirebbe a tenere le elezioni a Gerusalemme, il che favorirebbe la separazione di Gerusalemme.

Se Abbas si dimettesse, ci sarebbe una serie di possibili scenari, compreso che il presidente della Corte Costituzionale diventi il presidente dell’ANP fino alle elezioni, o che la presidenza dell’ANP venga assegnata al Comitato Esecutivo dell’OLP, con il segretario dell’OLP come presidente interinale. C’è anche un’ipotesi che è più pratica e logica, benché non sia costituzionale o legale: il primo ministro, nelle sue funzioni di capo del potere esecutivo, assume i poteri del presidente dell’ANP. Le elezioni presidenziali e legislative si tengono entro 60 giorni e necessitano del consenso nazionale. Tuttavia, una simile prospettiva, benché sia la più logica, è praticamente impossibile date le attuali divisioni.

Quindi tutte le forze politiche devono essere invitate a un dialogo serio per mettere a punto i meccanismi necessari per superare le attuali divisioni, attuare l’accordo del Cairo e tenere elezioni presidenziali e legislative prima che Abbas dia le dimissioni. I palestinesi hanno anche bisogno di convocare la struttura della dirigenza provvisoria dell’OLP e il comitato incaricato di riformare l’OLP per ripristinare il Consiglio Nazionale Palestinese e tenere una seduta, riunendo tutti i partiti, comprese Hamas e la Jihad Islamica. Devono essere formati il Comitato Centrale dell’OLP e il Comitato Esecutivo e nominato un nuovo presidente. A più lungo termine i palestinesi devono consolidare lo Stato di Palestina riconosciuto dall’ONU creando un’assemblea costituente composta da membri del Comitato Centrale, del Consiglio Legislativo, del governo e del Comitato esecutivo per stilare una costituzione palestinese ed eleggere un presidente.

Note:

  1. Takfir è accusare una persona di essere un infedele ed è diventata un’ideologia fondamentale dei gruppi militanti (vedi ad esempio Oxford Islamic Studies e Le Monde Diplomatique)

  2. Haytham Al-Zubi ha proposto quest’ipotesi di accordo in un editoriale del 2013. Vedi “Calm Constitutional Advice to the Palestinian President,” Al-Quds, 20 luglio 2013.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




La “S” di BDS: Lezioni da trarre dalla campagna contro la Elbit Systems (III parte)

Da: Al-Shabaka

09 Settembre 2016

In questo editoriale politico di Al-Shbaka Maren Mantovani e Jamal Juma analizzano alcuni sviluppi che il complesso militare industriale di Israele deve affrontare, con una particolare attenzione alla campagna contro Elbit Systems. L’editoriale analizza i momenti difficili che l’industria si trova di fronte, il mito della superiorità tecnologica di Israele, i cambiamenti locali e globali dell’industria e le alleanze emerse per opporsi alla militarizzazione ed alle tendenze sicuritarie nelle varie società. In base a questa analisi delineano indicazioni preziose ed identificano percorsi da seguire per il movimento globale di solidarietà con la Palestina.

Fare causa comune contro la militarizzazione

L’appello per un totale embargo militare verso Israele non si basa soltanto sulla richiesta palestinese di porre termine all’impunità di Israele e alla complicità di tutto il mondo con il suo regime di apartheid. Fa anche parte di una lotta globale contro le guerre e la repressione e contro la militarizzazione e gestione sicuritaria della società. C’è una crescente consapevolezza delle modalità attraverso cui le esportazioni israeliane militari e “per la sicurezza interna” contribuiscono a queste prassi con nuove tecnologie e metodologie sviluppate nel processo di occupazione militare, apartheid e pulizia etnica del popolo palestinese. A loro volta, la militarizzazione e la gestione sicuritaria contribuiscono a sostenere l’industria militare israeliana e le politiche contro i palestinesi.

Parallelamente al crescente ruolo di Israele in questa militarizzazione, i movimenti in tutto il mondo stanno facendo causa comune con il movimento BDS contro la repressione e la discriminazione da parte delle forze militari e di polizia. La campagna contro la compagnia israeliana “di sicurezza interna” International Security and Defense Systems (ISDS) ne è un importante esempio. La ISDS è stata fondata nel 1982 da ex-agenti del Mossad. Giornalisti di inchiesta e ex-membri di giunte militari riferiscono che ISDS ha addestrato gli squadroni della morte in Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua ed ha preso parte a golpe e a tentativi di colpo di stato in Honduras e Venezuela.

Attualmente ISDS addestra la famigerata forza di polizia militare BOPE a Rio de Janeiro, ammettendo con orgoglio che la polizia nelle favelas utilizza le stesse tecniche che Israele usa a Gaza. ISDS ha anche ottenuto un contratto che le ha fatto molta pubblicità con i Giochi Olimpici di Rio del 2016. Movimenti palestinesi come Stop the Wall (Fermare il Muro, ndt) e il Comitato Nazionale del BDS (BNC) hanno unito le loro forze a quelle dei movimenti popolari di Rio che lavorano per i diritti umani nelle favelas, in una campagna denominata “Giochi Olimpici senza apartheid”, per ottenere la cancellazione del contratto.

Analoghi rapporti sono stati instaurati tra il movimento di solidarietà palestinese e gli attivisti neri negli USA, che nel 2015 hanno emesso una dichiarazione di solidarietà sostenuta da oltre 1000 attivisti ed intellettuali neri, che afferma che “l’uso massiccio da parte di Israele della detenzione e dell’arresto dei palestinesi evoca l’incarcerazione di massa del popolo nero negli USA, inclusa la detenzione politica dei nostri rivoluzionari” e fa appello alla lotta comune contro la compagnia di sicurezza G4S. Inoltre nell’agosto 2016 il movimento “Black Lives Matter” (la vita dei neri è importante, ndt) ha appoggiato il movimento BDS.

Il muro al confine tra USA e Messico è un altro luogo che vede la lotta comune tra attivisti della solidarietà palestinesi e il popolo indigeno colpito dalla messa in pratica delle metodologie e tecnologie israeliane nella loro terra, in cui la Elbit Systems ricopre un ruolo centrale.

La campagna nell’UE per sospendere i finanziamenti alla Elbit Systems e ad altre compagnie militari israeliane riguarda un maggiore coinvolgimento per ogni cittadino europeo. Con un budget di 80 miliardi di euro (circa 88 miliardi di dollari al tasso di cambio di fine 2015), l’attuale programma di finanziamento dell’UE per la ricerca e lo sviluppo Horizon 2020 è tra i maggiori progetti di finanziamento al mondo. Ridistribuisce il denaro dei contribuenti soprattutto a istituzioni aziendali ed accademiche che sviluppano ricerche al servizio di grandi business, compresa la cooperazione con le imprese militari israeliane. I progetti di ricerca con le imprese militari israeliane spesso sviluppano tecnologie a doppio uso (sia militare che civile) in aperta violazione delle norme dell’UE e contribuiscono alla militarizzazione ed alla deriva sicuritaria delle società europee. La maggioranza degli europei, se sapesse come è stato usato il suo denaro, probabilmente concorderebbe sul fatto che l’UE nuoce non solo ai palestinesi, ma anche ai suoi stessi cittadini spendendo denaro in guerre che creano nuovi rifugiati ed in tecnologie che controllano, discriminano per razza ed opprimono gli europei invece di andare incontro alle loro necessità.

Prendere di mira i punti deboli delle forze armate israeliane

La nota informativa ha cercato di fornire una panoramica del complesso militare industriale di Israele e di identificare delle possibilità d’azione che permettano di ridurre i profitti industriali e poi portino ad un embargo delle armi finché non vengano ottenuti i diritti dei palestinesi. Si tratta indubbiamente di un impegno importante: il complesso industriale militare comprende imprese potenti, propaganda e sistemi di promozione e vendita spudorati, impianti di difesa globale che spesso sono lontani dal discorso e dalla portata degli attivisti della solidarietà. Eppure non è solo un’esigenza etica per i paesi quella di interrompere le relazioni militari con Israele finché esso non rispetti il diritto internazionale; è anche una campagna che può essere vinta. Sicuramente, sulla base dell’esperienza fino ad ora e alla luce della precedente analisi, ci sono diverse possibilità da prendere in considerazione per gli attivisti.

Al livello più basilare, sono indispensabili l’educazione dell’opinione pubblica e la mobilitazione. La maggior parte delle persone comprende intuitivamente che i rispettivi governi non dovrebbero mantenere relazioni militari con una potenza di occupazione che sferra sistematici attacchi militari contro la Striscia di Gaza sotto assedio ed altri paesi vicini, così come compie incursioni, raid, demolizioni di case ed altre violazioni di diritti umani contro la Cisgiordania e Gerusalemme est occupate – soprattutto poiché questi atti non soltanto infrangono il loro codice morale, ma anche le leggi dei loro paesi e le leggi internazionali. Il numero dei difensori dei diritti umani che si impegnano nel boicottaggio e disinvestimento è in aumento; è solo questione di tempo perché il numero di coloro che spingono per le sanzioni, e soprattutto per le sanzioni militari, cresca fino a raggiungere una massa critica.

La solidarietà con la Palestina da parte di comunità anch’esse colpite dalla militarizzazione e messa in sicurezza ha una lunga storia, soprattutto in America Latina, dove Israele ed i suoi agenti privati per decenni hanno appoggiato ed addestrato gli squadroni della morte e le dittature. La consolidata collaborazione tra i neri americani, i latini e i popoli indigeni negli USA, a fronte della militarizzazione esponenziale delle metropoli europee, significa che una vasta ed organizzata rete di attivisti ha il potenziale per svilupparsi anche in occidente. Nel caso della UE, una pressione dell’opinione pubblica potrebbe essere utilizzata per sostenere le argomentazioni tecniche per contestare il finanziamento di Horizon 2020 alle forze armate israeliane – e ad altri enti – complici dell’occupazione.

Nelle loro campagne gli attivisti dovrebbero anche evidenziare che la tecnologia militare israeliana non è né così efficace né così scevra da problemi come pretende la propaganda. I gravi problemi con la produzione di droni israeliani e le questioni relative a Iron Dome (sistema di difesa antimissile, ndt) sono solo due esempi. Ancor più convincente è il fatto che Israele sta minando la capacità dei paesi di gestire la propria difesa, sottraendo loro la capacità industriale a favore di Israele ed usando i suoi sistemi di sicurezza per fare spionaggio nei confronti dei paesi clienti, con l’effettivo risultato della perdita della loro sovranità ed indipendenza nazionale.

La Elbit Systems, grande com’è, è particolarmente vulnerabile alle azioni degli attivisti.

E’ l’unica impresa militare privata israeliana di queste dimensioni ed è perciò più vulnerabile alle crisi, ai rischi di speculazione finanziaria e alla ristrutturazione economica. La Elbit Systems è gravemente indebitata ed ha bisogno di garantirsi un continuo flusso di liquidità per onorare il debito. La sua presenza sempre più globale rende più facile agli attivisti in diversi paesi attaccare la Elbit o le sue filiali. Inoltre anche la crescente dipendenza dell’industria militare dagli aiuti del bilancio statale israeliano la rende vulnerabile, accrescendo anche la vulnerabilità dello stato.

Gli attivisti dovrebbero anche trarre lezione dall’esperienza: Israele si mette sempre in grado di trarre vantaggio quando arrivano al potere nuovi governi o si implementano nuove politiche nazionali. Anche gli attivisti dovrebbero mettersi in grado di sviluppare programmi adeguati alla situazione del momento per affrontare i cambiamenti di governo. E’ la chiave per garantirsi, dove possibile, impegni o leggi da parte di governi amici contro il commercio militare con Israele o per trarre vantaggio da circostanze in cui governi ostili applicano politiche contrarie agli interessi di Israele. Fare leva sulle dinamiche interne in tali circostanze è un fattore essenziale di successo.

Se si vogliono attuare sanzioni militari contro Israele, la società civile palestinese e gli attivisti dovranno lavorare sodo per fare pressione sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e sull’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) perché usino i loro contatti diplomatici e qualunque potere di persuasione di cui dispongano sia nei confronti di singoli stati che delle Nazioni Unite. In particolare, dovrebbero assicurarsi che OLP/ANP usino ogni mezzo possibile per impedire e contrastare il commercio di armi tra gli stati del Golfo ed Israele.

Non c’è modo di prevedere quando il vento cambierà. Ma le lotte popolari contro la repressione, la guerra e l’apartheid, rafforzate da una crescente percezione negativa del complesso industriale militare israeliano, potrebbero colpire al cuore un’industria che da un lato sostiene l’aggressione israeliana e dall’altro prospera grazie ad essa. Il mito della tecnologia militare israeliana si sta lentamente sgretolando e un’industria militare israeliana più privatizzata è altrettanto esposta ai rischi del mercato globale quanto lo sono altre imprese. L’appello per sanzioni militari può iniziare a far presa anche prima che i governi siano pronti ad attuare un embargo a pieno titolo.

Fonte: Ma’an News Agency

Al- Shabaka è un’organizzazione no profit indipendente la cui finalità è educare e rafforzare la discussione pubblica sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

Traduzione di Cristiana Cavagna per BDS Italia




La “S” di BDS: lezioni da trarre dalla campagna contro la Elbit System (II parte)

Da: Al Shabaka

Al- Shabaka è un’organizzazione no profit indipendente la cui finalità è educare e rafforzare la discussione pubblica sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

7 settembre, 2016

In questo editoriale politico di Al-Shabaka Maren Mantovani e Jamal Juma analizzano alcuni sviluppi che il complesso militare industriale di Israele deve affrontare, con una particolare attenzione alla campagna contro Elbit System. L’editoriale analizza i momenti difficili che l’industria si trova di fronte, il mito della superiorità tecnologica di Israele, i cambiamenti locali e globali dell’industria e le alleanze emerse per opporsi alla militarizzazione e alle tendenze sicuritarie nelle varie società. In base a questa analisi essi delineano indicazioni preziose ed identificano percorsi da seguire per il movimento globale di solidarietà con la Palestina.

Sfatare il mito della superiorità tecnologica israeliana

L’industria militare israeliana è un elemento fondamentale dell’economia del paese. Impiega circa 50.000 addetti, ne sostiene altrettanti nell’indotto e rappresenta il 13% di tutte le esportazioni industriali. Le 600 compagnie che costituiscono il settore dipendono fortemente dai mercati esteri: l’80% della produzione militare israeliana è destinata alle esportazioni. La capacità da parte di Israele di finanziare guerre, mantenere il suo complesso militare industriale e competere sul mercato globale dipende dalla sua reputazione come paese con armamenti all’avanguardia e “testati sul campo”.

Negli ultimi anni l’opinione pubblica ha acquisito una sempre maggiore consapevolezza del fatto che il marchio “testati sul campo” sta per armi sviluppate durante massacri e crimini di guerra contro i palestinesi ed il popolo arabo. Proteste in tutto il mondo, come l’occupazione di fabbriche di Elbit in Gran Bretagna ed Australia, flash mobs in molti luoghi, petizioni e reportage approfonditi e la copertura mediatica hanno contribuito a questa crescente consapevolezza.

Per contrastare le proteste della società civile, in continuo aumento, chi difende le relazioni militari con Israele sostiene che la cooperazione militare con e gli acquisti da Israele sono di interesse nazionale del paese. Tuttavia, l’idea che le armi israeliane siano inevitabilmente la scelta migliore da un punto di vista tecnologico e che adottare un embargo militare significherebbe compromettere la “sicurezza nazionale” è un altro mito da sfatare.

Dall’attacco israeliano contro il Libano nel 2006 il mito della superiorità bellica di Israele ha subito delle battute d’arresto. Come hanno dovuto riferire persino i media israeliani, gli Hezbollah [milizia sciita libanese che combatte contro l’esercito israeliano, ndt] hanno reso inutilizzabili almeno 20 “indistruttibili” carri armati Merkava. Dopo la guerra, Israele ha iniziato a comprare carri armati Abram costruiti negli Stati Uniti (USA).

Quanto all’ “Iron Dome” [sistema antimissilistico utilizzato per distruggere i razzi lanciati da Gaza, ndt] israeliano, la sua efficacia è stata messa in dubbio in seguito all’attacco israeliano contro Gaza del 2014, ed alcuni esperti di tecnologie militari israeliani e statunitensi lo hanno condannato come “la più grande bufala del mondo”. Persino progetti riguardanti le esportazioni di tecnologie hanno sofferto costi e difficoltà crescenti. E’ il caso del drone ” Watchkeeper”, rifiutato dal governo francese all’inizio di quest’anno. Ha avuto ripetuti incidenti e si è persino rivelato inadatto al volo nelle condizioni meteorologiche del Regno Unito.

Oggi l’industria militare israeliana cerca di penetrare in nuovi mercati promuovendosi come leader nella sicurezza informatica. Tuttavia, la lunga serie di scandali spionistici che hanno coinvolto le imprese israeliane di software ed elaborazione dati ha messo in dubbio la capacità di Israele di “rendere sicura” qualsiasi cosa. Infatti ci sono molte indicazioni del fatto che le imprese israeliane utilizzano contratti all’estero per passare informazioni sensibili alle agenzie di intelligence israeliane. Per esempio Amdocs, la più grande impresa israeliana di software, è stata ripetutamente accusata di spionaggio, anche negli USA.

In più c’è un continuo passaggio di personale tra l’unità d’élite dello spionaggio israeliano – l’Unità 8200 di intelligence militare – e il settore di high-tech e informatico del paese. “E’ praticamente impossibile trovare una compagnia che produce tecnologia che non abbia personale dell’8200,” dice Yair Cohen, un ex generale di brigata che una volta comandava l’Unità 8200 e oggi guida il dipartimento di spionaggio informatico alla “Elbit System”. Il procedimento è molto semplice: Israele permette all’ex personale dell’Unità 8200 di utilizzarne la tecnologia per costituire la propria start-up (facendo a volte enormi profitti) e in cambio ottiene accesso a informazioni in tutto il mondo, installando concretamente un “cavallo di Troia” all’interno di istituzioni che cercano la sicurezza elettronica.

Alcuni circoli della difesa considerano utile trattare con Israele perché trasferirà una tecnologia che altri importanti esportatori di armi negli Usa o in Europa non cederebbero. Israele ha ripetutamente venduto a paesi nei confronti dei quali l’opinione pubblica ha imposto limiti alle relazioni militari o embarghi di armi. Molte risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) hanno condannato rapporti militari tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid durante gli anni ’80. Israele ha anche stabilito relazioni militari con le giunte militari in Argentina e in Cile nel 1976 ed esteso i propri rapporti con le brutali dittature in America Latina dopo che l’amministrazione Carter ha ridotto l’assistenza militare USA.

Tuttavia il trasferimento di tecnologia israeliana comporta sempre dei compromessi per chi voglia fare scelte politiche che non corrispondono agli interessi di Israele e degli USA. Durante l’ultimo periodo dell’amministrazione del National Congress indiano [partito indiano che ha governato il paese per molti anni, ndt], dal 2004 al 2014, che ufficialmente ha mantenuto una posizione filo-palestinese, alcuni diplomatici in via confidenziale si sono lamentati del fatto che strette relazioni militari con Israele hanno reso difficile al governo prendere misure concrete di solidarietà con il popolo palestinese. Il recente dibattito in Brasile sulle misure che il settore della difesa avrebbe potuto prendere come ritorsione contro la ferma presa di posizione del paese contro gli insediamenti è un altro esempio. La Cina è stata uno dei principali partner militari di Israele fino al 2005, quando gli USA hanno chiesto ad Israele di interrompere qualunque relazione militare. In seguito a ciò, anche le forniture militari che la Cina aveva già comprato sono state bloccate e sono rimaste senza pezzi di ricambio.

Cambiamenti locali e globali nell’industria bellica di Israele

Nel periodo pre-statale e nei primi anni dalla nascita dello stato, le energie che hanno posto le basi dell’industria militare israeliana furono centrate sull’equipaggiamento di un esercito che avrebbe conquistato la Palestina ed espulso la popolazione autoctona.

Negli anni successivi, ex-membri dell’esercito crearono una moltitudine di piccole compagnie “per la sicurezza” per monetizzare le proprie competenze nella repressione. Israele ha esternalizzato le proprie relazioni internazionali più compromettenti in campo militare a queste imprese, che gli permettono di negare ogni coinvolgimento. Allo stesso tempo, le principali industrie militari, Israeli Aerospace Industries (IAI), Rafael Advanced Defense Systems e Israeli Military Industries (IMI), sono rimaste statali per garantire il controllo diretto. Solo Elbit Systems è stata in grado di prosperare, in quanto più importante industria militare privata israeliana allo stesso livello delle imprese statali.

Con il tempo, il settore delle industrie belliche è diventato relativamente indipendente. Rifornisce ancora il governo per mantenere il suo regime e per le sue necessità di politica estera, ma ha sviluppato propri interessi specifici. Il campanello d’allarme suonato dall’industria militare israeliana nell’ottobre 2015 è stato un tentativo di fare pressione sullo Stato israeliano e di assicurarsi che questo ed i contribuenti avrebbero garantito che la riduzione delle esportazioni e la caduta dei profitti venissero compensate da un intervento del governo. Il governo israeliano ha distribuito lucrosi contratti alla fine dell’anno. In più, sono stati generosamente distribuiti stanziamenti di bilancio per le industrie militari, compresi aiuti a favore della commercializzazione.

Tentativi di privatizzare IMI, che produce, tra le altre armi, munizioni a grappolo israeliane, verranno probabilmente conclusi presto. Ciò significa che il processo ventennale di privatizzazione delle imprese pubbliche ha raggiunto il cuore dell’industria militare. La vendita di IMI ha incontrato delle difficoltà per timore di un possibile monopolio da parte di Elbit System, che è l’unico partecipante alla gara per l’assegnazione, ed anche per le accuse di comportamento scorretto da parte del capo dell’Autorità delle imprese pubbliche.

Tuttavia le ultime notizie sono che l’affare è di nuovo in corso. Ciò è destinato ad approfondire la dinamica per cui i profitti delle imprese militari ora privatizzate spettano a loro, mentre il peso delle perdite è sostenuto dallo stato e dai cittadini.

Le tendenze globali nel settore bellico sono un altro elemento che produce cambiamenti all’interno dell’industria militare israeliana. La crescente richiesta, nel settore mondiale delle armi, di produrre all’interno del paese acquirente, compresi accordi di compensazione e di trasferimento ed addestramento tecnologico, ha portato le imprese militari israeliane come Elbit Systems a perseguire una strategia di acquisizioni a livello globale. Invece di potenziare le industrie della difesa nazionale dei paesi acquirenti, questa strategia ha creato un effetto di denazionalizzazione, esternalizzando l’industria in Israele. Elbit System oggi è presente con nomi diversi e in vari settori in tutto il mondo. Una delle ultime acquisizioni di Elbit è Nice Systems, un’impresa di software per elaborazione dati con una presenza in oltre 150 Paesi, che ha tra i suoi clienti società private così come istituzioni pubbliche locali. Mentre questa strategia intende espandere i profitti di Elbit Systems, ciò consente potenzialmente al movimento internazionale BDS di prendere di mira gli interessi di Elbit non solo a livello di ministeri federali della Difesa, ma più vicino a casa.

Inoltre la strategia di acquisizioni da parte di Elbit Systems significa che si indebita per acquistare altre compagnie e creare una multinazionale. Per sostenere questa politica deve garantirsi un continuo flusso di denaro. Questo è un rischio notevole, in quanto una caduta degli investimenti e dei contratti o una riduzione della fiducia e una percezione negativa sul mercato degli investimenti potrebbe portare ad una crisi di solvibilità. E se Elbit Systems vuole trasferire potenziali perdite globali sullo Stato, Israele se lo può permettere?

Guardando alle prospettive dell’industria bellica israeliana, è importante mettere in evidenza che le vendite complessive dell’industria sono cresciute a oltre 5 miliardi di dollari alla fine del 2015. Ciò è dovuto ad una serie di nuovi contratti negli ultimi mesi dell’anno, benché le vendite siano state ancora significativamente inferiori a quelle dell’anno precedente. Tuttavia, le industrie militari israeliane hanno in prospettiva parecchie importanti opportunità di esportazione, che solleciteranno l’attenzione del movimento di solidarietà palestinese.

Si prevede che gli attuali negoziati di Israele con gli USA per un nuovo aiuto militare di 10 anni porteranno a Israele molto più degli attuali 3,1 miliardi di dollari all’anno. Date le imminenti elezioni presidenziali USA e i candidati dei due principali partiti, il movimento dovrà sicuramente lavorare duramente su questo. Comunque l’accordo ha la possibilità di sfidare il complesso militare industriale israeliano. Nelle discussioni è compresa l’intenzione degli USA di ridurre la percentuale di fondi che Israele può spendere nella sua industria bellica.

Reuven Ben-Shalom, l’ex-capo del ramo nordamericano della divisione di pianificazione strategica dell’esercito israeliano, definisce una simile prospettiva come “devastante per le imprese belliche israeliane.” Anche il presidente dell’Associazione delle Imprese di Israele, Shraga Brosh, ha messo in guardia che se le intenzioni degli USA si realizzeranno, “dozzine di linee di produzione e persino tutte le fabbriche della Difesa chiuderanno, migliaia di lavoratori verranno licenziati e lo Stato di Israele perderà la propria indipendenza in materia di difesa.” Quindi un aumento degli aiuti militari

potrebbe in realtà trasformarsi in una batosta per l’industria bellica israeliana, con l’effetto a medio termine che le imprese israeliane delocalizzeranno la produzione o incrementeranno gli accordi industriali con gli USA per garantirsi il costante accesso agli aiuti militari statunitensi.

Nel caso dell’Europa, le vendite regionali sono più che duplicate lo scorso anno, arrivando a 1,63 miliardi di dollari, rispetto ai 724 milioni del 2014. La cooperazione europea con Israele è destinata a continuare ad aumentare, in quanto l’UE chiude ulteriormente le frontiere per contenere la crescente immigrazione, con bombe e sparatorie nelle città europee utilizzate per giustificare la crescente spesa per la militarizzazione ed il controllo della popolazione.

Autorità israeliane e dirigenti d’impresa sono consapevoli che questa tendenza è positiva per gli affari israeliani. Subito dopo gli attacchi del 2015 a Parigi, i leader israeliani hanno sottolineato che solo le tecnologie israeliane possono salvare l’Europa. Secondo Itamar Graff, un importante funzionario di SIBAT, l’agenzia per la cooperazione internazionale per la difesa del ministero della Difesa israeliano, si prevede che l’Europa spenderà 50 miliardi di dollari in appalti nel campo della “sicurezza interna” – sufficienti per le imprese israeliane di ogni dimensione per fare profitti significativi, vendendo prodotti sviluppati per reprimere i palestinesi.

Anche l’America latina, nonostante una contrazione delle vendite a 577 milioni di dollari nel 2015, può offrire nuovi mercati, a causa del riflusso dell’ondata di governi progressisti nella regione, soprattutto in Brasile, dove il governo golpista ha immediatamente spinto per rapporti più stretti con Israele. In Argentina il governo di destra recentemente eletto ha iniziato il proprio mandato offrendo ad Israele una più stretta cooperazione militare e per la sicurezza.

Le importazioni della regione Asia – Pacifico sono leggermente scese a 2,3 miliardi nel 2015 rispetto a circa 3 miliardi nel 2014. Tuttavia l’andamento complessivo nell’ultimo decennio mostra un deciso aumento delle esportazioni belliche a questa regione. L’Asia rappresenta il 29% delle entrate di Elbit Systems, e ci sono margini per aumentarle, dato che Israele recentemente ha approvato uno stanziamento speciale per Elbit Systems perché commercializzi i propri prodotti in Cina. Inoltre Elbit Systems ha da poco formato una joint venture con imprese indiane per vendere più droni al paese, e nel marzo di quest’anno Rafael Advanced Defense Systems ha firmato un accordo di cooperazione di 10 miliardi di dollari con il gigante indiano Reliance Defense. In base a quanto riferito, il governo indiano starebbe per firmare con Israele anche un accordo per la difesa di 3 miliardi di dollari e starebbe prendendo in considerazione la cooperazione con Israele per la costruzione di una barriera nel Kashmir. Ancora più inquietanti dell’espansione di Israele in questi mercati sono le informazioni secondo cui alcuni Stati del Golfo sono in lizza per comprare il sistema antimissile Iron Dome.

Fonte: Ma’an News Agency

Traduzione di Amedeo Rossi per BDS Italia

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