Una definizione di antisemitismo usata in modo strumentale

 

Se le università britanniche non adotteranno entro Natale la definizione di antisemitismo proposta dall’International holocaust remembrance alliance (Ihra) rischiano le sanzioni del governo di Londra e il taglio dei finanziamenti. L’aveva annunciato lo scorso ottobre il segretario all’istruzione Gavin Williamson, accusando le università britanniche di ignorare l’antisemitismo, dato che solo 29 istituti su 133 avevano adottato la definizione dell’Ihra. Con l’avvicinarsi della fine dell’anno, il dibattito si è acceso, e alla fine di novembre 122 accademici, giornalisti e intellettuali palestinesi e arabi hanno pubblicato una lettera sul Guardian in cui esprimono le loro preoccupazioni.

Come si può leggere sul sito dell’organizzazione, l’International holocaust remembrance alliance è stata fondata nel 1998 e “unisce governi ed esperti per rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione, la ricerca e la memoria a proposito dell’olocausto”. Nel maggio del 2016, l’Ihra ha adottato una definizione operativa non giuridicamente vincolante di antisemitismo, considerato come “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei”. Per chiarire la sua posizione, l’Ihra ha aggiunto undici esempi, tra cui “negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, sostenendo che l’esistenza dello stato di Israele è una espressione di razzismo” e “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”.

Spianare la strada
Fin dall’inizio diversi osservatori ed esperti hanno espresso delle riserve su questa definizione, in particolare sul rischio degli usi politici della formulazione adottata dall’Ihra. In uno studio pubblicato dalla Rosa Luxemburg foundation nell’ottobre del 2019, il sociologo tedesco Peter Ullrich ha documentato che la vaghezza e la debolezza della definizione hanno spianato la strada alla sua “strumentalizzazione politica, per esempio per screditare moralmente con l’accusa di antisemitismo le posizioni di chi si trova dall’altra parte nel conflitto arabo-israeliano”. Secondo la studiosa Rebecca Ruth Gold, che a luglio ha pubblicato un lungo articolo su The Political Quarterly, “con il suo intenso focus sulla critica a Israele come segno di antisemitismo, la definizione dell’Ihra è stata pesantemente usata nella soppressione dei discorsi critici nei confronti di Israele negli ultimi anni”. A essere presi di mira, sostengono gli esperti, sono stati in particolare i sostenitori della causa palestinese.

Come sottolinea la lettera pubblicata dai 122 intellettuali arabi sul Guardian, “attraverso gli ‘esempi’ che fornisce, la definizione dell’Ihra fonde l’ebraismo con il sionismo presumendo che tutti gli ebrei siano sionisti e che lo stato di Israele nella sua realtà attuale incarni l’autodeterminazione di tutti gli ebrei”.

La lotta contro l’antisemitismo, continua la lettera, “non dovrebbe essere trasformata in uno stratagemma per delegittimare la lotta contro l’oppressione dei palestinesi, la negazione dei loro diritti e la continua occupazione della loro terra”.

Il terreno è particolarmente scivoloso in un contesto accademico, dove sono in gioco le libertà soprattutto delle persone che si occupano di questioni legate alla Palestina e alle politiche israeliane. Come spiega in un commento mandato per email Nicola Perugini, docente di relazioni internazionali all’università di Edimburgo, “se applicata in ambito universitario, questa problematica definizione di antisemitismo rischia di inibire e reprimere gli insegnamenti, le discussioni insieme agli studenti e alle studenti, e gli eventi accademici pubblici in cui si affrontano le politiche di Stato discriminatorie messe in atto da Israele nei confronti della popolazione palestinese che vive in Palestina e nella diaspora”.

Il terreno è particolarmente scivoloso in un contesto accademico in cui ci si occupa di questioni legate alla Palestina e alle politiche israeliane

A oggi la definizione dell’Ihra è stata adottata da venticinque paesi, tra cui Regno Unito, Germania, Belgio, Svezia e Italia (a gennaio di quest’anno). In molti paesi in cui non è stata formalmente adottata dal governo (compresi gli Stati Uniti), la definizione è stata comunque integrata da agenzie e istituzioni dello Stato, oltre che da consigli comunali, università, mezzi d’informazione, partiti politici e organizzazioni umanitarie. Ma essendo un documento che, come indica Rebecca Ruth Gold, abbonda in “inutili tautologie”, “condizionali” e “modelli di pensiero che non hanno necessariamente una correlazione con l’antisemitismo”, si presta particolarmente a “generare equivoci, applicazioni scorrette e, infine, abusi del suo intento dichiarato”.

Un passo indietro
In un articolo su Middle East Eye, Sai Englert, che insegna economia politica del Medio Oriente all’università di Leida, nei Paesi Bassi, sottolinea che invece di identificare i fattori strutturali e istituzionali che riproducono e amplificano l’antisemitismo e ogni altra forma di razzismo, la definizione dell’Ihra si concentra solo sui rapporti interpersonali, senza alcun riferimento al contesto internazionale né alla lotta globale per il rispetto dei diritti umani. Così facendo, rischia di essere inefficace e addirittura controproducente nella lotta all’antisemitismo, come denunciano anche gli autori della lettera. Secondo Englert, la definizione dell’Ihra è “non solo imprecisa e con deboli basi giuridiche”, ma è anche un “passo indietro nella lotta contro l’antisemitismo e il razzismo in generale”.

Inoltre non fa alcuna differenza tra una condizione di oppressione degli ebrei in quanto minoranza da parte di regimi o gruppi antisemiti e la condizione in cui l’autodeterminazione della popolazione ebraica in Israele è realizzata attraverso l’occupazione e l’esclusione di un altro popolo. Come indica anche la lettera pubblicata sul Guardian, nella sua forma attuale lo Stato d’Israele si basa sullo sradicamento della grande maggioranza della popolazione nativa. I palestinesi che ancora vivono all’interno dei suoi confini sono considerati come cittadini di seconda classe, mentre gli altri sono costretti a vivere sotto occupazione militare in Cisgiordania, sotto assedio nella Striscia di Gaza oppure all’estero. Qualunque diritto di autodeterminazione gli è negato dallo stesso Stato di Israele che lo rivendica per sé. In Israele sono in vigore più di 65 leggi discriminatorie nei confronti dei palestinesi, mentre dal luglio del 2018 è in vigore la legge sullo Stato nazione, che sancisce la supremazia dei cittadini ebrei su tutti gli altri. “Il paradosso”, sostiene Perugini, è che “nel nome della lotta al razzismo e all’antisemitismo la definizione dell’Ihra protegge il razzismo di Stato”.

La lettera degli intellettuali sottolinea anche che la definizione di antisemitismo dell’Ihra e le relative misure legali adottate in vari paesi sono state usate soprattutto contro gruppi di sinistra e per la difesa dei diritti umani che sostengono le rivendicazioni dei palestinesi, ignorando che la vera minaccia nei confronti degli ebrei viene dai movimenti nazionalisti bianchi di estrema destra in Europa e negli Stati Uniti.

In particolare il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds), che ha lo scopo di esercitare una pressione politica ed economica su Israele per mettere fine all’occupazione, riconoscere i diritti fondamentali dei palestinesi e rispettare il diritto al ritorno dei profughi, è stato colpito da una campagna globale di delegittimazione e discredito. A novembre gli Stati Uniti hanno dichiarato il movimento “antisemita”, mentre il governo britannico ha cercato più volte di ostacolare la sua diffusione nel paese. “Rappresentare la campagna Bds come antisemita”, si legge nella lettera pubblicata sul Guardian, “è una grave distorsione di quello che è fondamentalmente uno strumento legittimo e non violento della lotta per i diritti palestinesi”.

Il dibattito è molto complesso e sicuramente andrà avanti nelle prossime settimane. Quello che non bisogna perdere di vista, conclude Perugini, è che “l’antisemitismo va combattuto insieme a tutte le forme di razzismo, nessuna esclusa”. La lettera degli intellettuali si chiude così: “Crediamo che i valori e i diritti umani siano indivisibili e che la lotta contro l’antisemitismo dovrebbe andare di pari passo con la lotta nel nome di tutti i popoli e i gruppi oppressi per la dignità, l’uguaglianza e l’emancipazione”.

 




Boicottaggio di Israele. La Francia cerca di aggirare le decisioni della giustizia europea

François Dubuisson

14 dicembre 2020 – Orient XXI

Con una recente sentenza la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato la Francia ed ha confermato la legalità degli inviti al boicottaggio dei prodotti israeliani. Invece di adeguarsi a questa decisione, Parigi tenta di aggirarla in spregio alle leggi.

Nel giugno 2020, pronunciando una sentenza che condanna la Francia nella causa Baldassi [militante del BDS condannato da un tribunale francese, ndtr.], la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha posto fine, in linea di principio, ad una lunga controversia giudiziaria sulla legalità degli inviti al boicottaggio dei prodotti che arrivano da Israele lanciati da diverse ong nel quadro della campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), avviata nel 2005 dalla società civile palestinese.

Le autorità francesi si sono distinte a livello mondiale, avendo spinto il potere giudiziario ad applicare agli inviti dei cittadini al boicottaggio di prodotti israeliani la legislazione penale relativa all’ “incitamento all’odio e alla discriminazione” (articolo 4, comma 8 della legge del 29 luglio 1881 sulla libertà di stampa). Questa politica si è concretizzata il 12 febbraio 2010 con l’adozione della “circolare Alliot-Marie (dal nome dell’allora ministra della Giustizia Alliot-Marie) che chiedeva alle procure di equiparare gli appelli al boicottaggio a “istigazioni alla discriminazione” e di avviare sistematicamente delle azioni penali.

La giurisprudenza in materia si è rivelata piuttosto controversa, alcuni giudici hanno preferito in sostanza far prevalere la libertà d’espressione sui provvedimenti repressivi. La questione è stata regolamentata dalla Corte di Cassazione, che in una sentenza del 2015 ha confermato, con una motivazione piuttosto approssimativa, la sanzione penale nei confronti dell’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani.

Libertà d’espressione

Avendo ricevuto un ricorso sulla questione, la CEDU ha ritenuto che la condanna di una serie di militanti per aver partecipato a un’azione di boicottaggio in un supermercato fosse contraria alla libertà d’espressione. La Corte ha rilevato che “secondo quanto interpretato e applicato nel caso specifico, il diritto francese vieta ogni appello al boicottaggio di prodotti in base all’origine geografica, qualunque sia il tenore di questo appello, i suoi motivi e le circostanze in cui si inscrive”, cosa che aveva portato il giudice nazionale a considerare “in linea generale che l’invito al boicottaggio costituisse un’esortazione alla discriminazione.” Ora, secondo la Corte Europea, nello specifico ci si trova in presenza di questioni relative “all’espressione politica e militante”, riguardante “un argomento di interesse generale, quello del rispetto del diritto internazionale pubblico da parte dello Stato di Israele e della situazione dei diritti dell’uomo nei territori palestinesi occupati”. Ciò implica “un notevole livello di protezione del diritto alla libertà d’espressione.”

La Corte ne ha concluso che “l’appello al boicottaggio”, anche se è “fonte di polemiche (…), non esclude l’interesse pubblico, salvo che esso degeneri in un appello alla violenza, all’odio o all’ intolleranza.” Per queste ragioni la CEDU ha stabilito che la Francia ha violato il diritto alla libertà d’espressione, in quanto il giudice nazionale non ha “applicato le norme conformi ai principi sanciti dall’articolo 10” e non si è “basato su una valutazione ammissibile dei fatti.

Parigi insiste e firma

Dopo questa sentenza ci si poteva aspettare che le autorità francesi abrogassero le circolari che raccomandavano di perseguire le azioni di boicottaggio e in cambio indicassero che in linea di principio esse sono protette dalla libertà d’espressione. Sarebbe stata così applicata la legge ordinaria riguardante ogni discorso politico: solo l’identificazione di affermazioni specifiche che degenerino nell’antisemitismo potrebbe portare all’avvio di un procedimento penale.

Invece è stata privilegiata un’altra via, che dà l’impressione che la Francia intenda minimizzare la sentenza della Corte e conservare, almeno in apparenza, il principio della perseguibilità dell’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani. Infatti il 20 ottobre 2020 il ministro della Giustizia francese Éric Dupont-Moretti ha fatto diffondere una nuova circolare (una “nota”) “relativa alla repressione degli inviti discriminatori al boicottaggio dei prodotti israeliani” con la quale si riafferma la base giuridica delle azioni penali, semplicemente accompagnata dal requisito più stringente della “motivazione delle sentenze di condanna.” In modo piuttosto contorto questa circolare spiega che si dovranno avviare azioni penali solo se “i fatti, considerati in concreto, rappresentano un invito all’odio o alla discriminazione,” verificando come il “tenore” dell’appello al boicottaggio in questione, le sue “motivazioni” e le sue “circostanze” ne svelino la natura criminosa. Precisa inoltre che il “carattere antisemita dell’appello al boicottaggio” può derivare non solo da “parole, gesti e scritti” che l’accompagnino, ma si può altresì “dedurre dal contesto”.

La circolare conclude che “le azioni di boicottaggio dei prodotti israeliani sono, a queste condizioni, sempre suscettibili di rappresentare il reato di stampa di istigazione pubblica alla discriminazione nei confronti (…) di un gruppo di persone in base alla loro appartenenza ad una Nazione.”

Il ministro dunque della sentenza della CEDU non prende in considerazione che la necessità di motivare in modo più preciso le condanne, ma non mette in alcun modo in discussione più approfonditamente il principio stesso della repressione dell’invito al boicottaggio. Ora, come si è visto, la CEDU ha condannato precisamente l’interpretazione data dal diritto francese, che ha finito per vietare ogni appello al boicottaggio di prodotti “in base alla loro origine geografica”, motivata dal desiderio che il diritto internazionale venga applicato ad Israele, che beneficia di una protezione potenziata rispetto alla libertà d’espressione.

Da questo punto di vista la circolare non spiega affatto in cosa dovrebbero consistere gli elementi di contenuto o di contesto suscettibili di rendere “discriminatorio” o “antisemita” un appello al boicottaggio dei prodotti israeliani, che la Corte europea stima assolutamente leciti, essendo solo delle affermazioni o delle azioni diverse che possano farlo “degenerare” a causa della loro dimensione violenta, piena d’odio o intollerante.

Giocando costantemente sull’ambiguità, la direttiva ministeriale tenta di conservare immutata l’interpretazione riguardo all’intrinseca tendenza discriminatoria dell’appello al boicottaggio. Il giudice è semplicemente invitato ad esplicitare ulteriormente la sua motivazione.

Una definizione dell’antisemitismo al servizio della repressione

La circolare rinvia in particolare all’esame dei “motivi” e dell’“intenzione” dei militanti per valutare il carattere delittuoso dell’appello al boicottaggio. Nella sentenza Baldassi la Corte ha tuttavia constatato che la campagna BDS riguarda l’espressione di opinioni politiche che mirano al rispetto del diritto internazionale da parte di Israele, una questione di interesse generale. Si fa quindi fatica a comprendere quali motivi o intenzioni che animano normalmente i militanti potrebbero rendere discriminatorio l’invito al boicottaggio, o quale “contesto” lo renda antisemita, se non facendo riferimento a un giudizio generale sul movimento BDS come espressione di un soggiacente antisemitismo, sulla base della definizione di antisemitismo adottata nel 2016 da un’organizzazione internazionale, l’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (l’International Holocaust Remembrance Alliance, IHRA), che riunisce 34 Stati membri, principalmente europei. I problemi posti da questa definizione riguardo alla libertà di critica della politica d’occupazione israeliana sono stati sottolineati molto spesso, tenendo conto del fatto che una maggioranza di esempi citati come forma contemporanea di antisemitismo è legata allo Stato di Israele “percepito come una collettività ebraica”. Ciò non ha impedito che la definizione venisse adottata in diverse forme e con una certa ambiguità in particolare da diversi Stati, istituzioni europee (parlamento e consiglio) o da partiti politici.

In Francia la “risoluzione Maillard” “intesa a lottare contro l’antisemitismo” presentata all’Assemblea Nazionale il 20 maggio 2019 intendeva confermare l’idea secondo la quale “l’antisionismo è una delle forme moderne dell’antisemitismo.” Alla fine la risoluzione è stata adottata il 3 dicembre 2019, ma in una versione mitigata, che non cita più espressamente l’antisionismo; ma essa accoglie comunque la definizione “operativa” dell’IHRA, presentata come “uno strumento efficace di lotta contro l’antisemitismo nella sua forma moderna e rinnovata, in quanto essa ingloba le manifestazioni di odio nei confronti dello Stato di Israele giustificate dalla sola percezione di quest’ultimo come collettività ebraica,” e destinata a “sostenere le autorità giudiziarie e repressive nei tentativi che esse compiono per individuare e perseguire gli attacchi antisemiti in modo più efficiente ed efficace.”

Si può quindi temere che il ragionamento che si trova alla base della nuova circolare ministeriale consista nell’isolare in modo artificioso elementi del linguaggio che accompagnano la campagna o le azioni del boicottaggio per farle corrispondere a certi esempi forniti a illustrazione della definizione dell’IHRA, e individuare così una dimensione discriminatoria o motivata dall’odio dei discorsi in questione. Senza entrare in troppi dettagli, si possono menzionare alcuni elementi degli esempi della definizione dell’IHRA che potrebbero essere attivati per tentare di “rimettere sotto accusa” gli inviti al boicottaggio.

Il trattamento discriminatorio nei confronti dello Stato di Israele”

Il primo luogo, in termini molto generali, le spiegazioni date dall’IHRA riguardo alla sua definizione suggeriscono che, certo, “criticare Israele non può essere considerato antisemita,” ma a condizione che la critica sia espressa “come si criticherebbe qualunque altro Stato.” Questa esigenza estremamente vaga è illustrata da uno degli esempi citati di seguito, che definisce antisemita “il trattamento discriminatorio nei confronti dello Stato di Israele, al quale si chiede di adottare dei comportamenti che non sono né previsti né richiesti a qualunque altro Stato democratico.” Un altro esempio è quello che rinvia al fatto di affermare che “l’esistenza dello Stato di Israele è frutto di un’impresa razzista,” consapevoli del fatto che la campagna BDS è ispirata a quella messa in pratica contro il regime razzista del Sudafrica e fa riferimento al carattere di apartheid che rappresenterebbe la politica israeliana di occupazione e di gestione della popolazione palestinese.

Questi esempi della definizione dell’IHRA sono ampiamente utilizzati dai difensori dello Stato di Israele per definire antisemiti discorsi o campagne che si limitano invece a una critica perfettamente legittima delle politiche concrete che violano il diritto internazionale e i diritti della popolazione palestinese. Il movimento BDS è spesso accusato di antisemitismo sulla base della definizione dell’IHRA. In modo significativo nel maggio 2019 il Bundestag [parlamento tedesco, ndtr.] ha adottato a larga maggioranza una risoluzione che dichiara che “le argomentazioni ed i metodi del movimento BDS sono antisemiti” e condanna “ogni dichiarazione ed aggressione antisemita che sia formulata come presunta critica alla politica dello Stato di Israele, ma che in realtà sia un’espressione di odio nei confronti degli ebrei,” in riferimento alla definizione dell’IHRA. E ancor più di recente, nel novembre 2020, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha reso pubblico un comunicato che afferma: “Come abbiamo detto chiaramente, l’antisionismo è antisemitismo. Gli Stati Uniti s’impegnano quindi ad opporsi alla campagna mondiale BDS in quanto manifestazione di antisemitismo.

Una discussione legittima

Si constata così la tendenza di alcuni Stati a utilizzare la definizione dell’IHRA per equiparare ogni azione di boicottaggio contro Israele a una forma di antisemitismo. In Francia non è pertanto da escludere l’utilizzazione di un argomento simile nel tentativo di conservare una forma di criminalizzazione delle campagne BDS. Questa dialettica si ritrova nei discorsi di una serie di personalità o di associazioni che difendono in modo quasi incondizionato la politica dello Stato di Israele, come il Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia (CRIF).

Ed è in questa prospettiva che nell’ambivalenza della circolare del ministro della Giustizia si potrebbe vedere un invito a definire “discriminatori” o “mossi dall’odio” gli inviti al boicottaggio dei prodotti israeliani, considerando che si riferiscono al “razzismo” della politica di colonizzazione praticata da Israele, o che applicano nei suoi confronti un “doppio standard”, in quanto non chiedono il boicottaggio in altre situazioni di violazione del diritto internazionale nel mondo. In linea di principio la sentenza della CEDU dovrebbe aver comportato una chiara smentita di questi concetti, ma la circolare pubblicata nell’ottobre 2020 fa il possibile per instillare qualche dubbio.

Per il momento gli effetti prodotti dalla circolare ministeriale francese del 20 ottobre 2020 rimangono incerti. Scatenerà una nuova ondata di procedimenti penali contro le azioni di boicottaggio, attraverso un adeguamento della loro motivazione giuridica fondato se del caso sulla definizione di antisemitismo dell’IHRA? O il pubblico ministero opterà per la prudenza, tenendo conto delle indicazioni della sentenza Baldassi ed accettando il principio della legittimità e della legalità dell’invito al boicottaggio dei prodotti provenienti da Israele?

Sia chiaro, non è affatto escluso che possano esserci delle azioni o delle affermazioni effettivamente antisemite durante o con il pretesto di azioni BDS, ma la legge ordinaria permette facilmente di farvi fronte senza che ci sia bisogno di una circolare interpretativa arzigogolata. La CEDU aveva espressamente indicato che il limite da non oltrepassare non viene raggiunto che quando l’invito al boicottaggio “degenera in un appello alla violenza, all’odio o all’intolleranza.

In effetti è qui che si trova il limite che permette di conciliare la necessaria lotta contro l’antisemitismo e la critica alla politica di Israele, che rientra in un dibattito legittimo protetto dalla libertà d’espressione.

FRANÇOIS DUBUISSON

Professore di diritto internazionale all’università libera di Bruxelles (ULB).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Difensori dei diritti umani citano in giudizio il parlamento tedesco per una risoluzione contro il BDS

Adri Nieuwhof

5 ottobre 2020 – Electronic Intifada

Tre difensori dei diritti umani hanno presentato un ricorso in tribunale contro la risoluzione del parlamento tedesco che condanna il BDS – il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per i diritti dei palestinesi.

I sostenitori del BDS hanno fatto causa al parlamento tedesco per violazione del loro diritto alla libertà di parola e di riunione.

Basandosi sulla definizione molto criticata dell’IHRA [organismo intergovernativo il cui scopo è conservare il ricordo dell’Olocausto, ndtr.] promossa da Israele e dalla sua lobby, la risoluzione approvata dal Bundestag [il parlamento tedesco, ndtr.] nel maggio del 2019 accusa gli attivisti del BDS di essere antisemiti.

La definizione dell’IHRA confonde deliberatamente le critiche contro le politiche antipalestinesi di Israele e l’ideologia dello Stato sionista con il fanatismo antiebraico.

La risoluzione del Bundestag equipara senza ragione gli appelli a non comprare prodotti israeliani allo slogan nazista “Non comprare dagli ebrei.”

Inoltre, dichiarando che chi “mette in discussione il diritto di esistere dello Stato di Israele ebraico e democratico o il diritto di Israele di difendersi dovrà affrontare la nostra risoluta resistenza”, essa onora il sistema razzista e di apartheid israeliano come un valore.

La risoluzione asserisce che “argomenti, caratteristiche e metodi del movimento BDS sono antisemiti.”

Di fatto le richieste del movimento BDS che Israele rispetti i diritti dei palestinesi sono profondamente radicate nel diritto internazionale.

La risoluzione del Bundestag invita anche le istituzioni tedesche e le autorità pubbliche a negare finanziamenti e strutture a organizzazioni della società civile che appoggino il movimento BDS.

Repressione in aumento

Pur non essendo vincolante, essa ha spinto le autorità di Francoforte sul Meno, Oldemburg, Monaco e Berlino a negare agli attivisti luoghi pubblici per i loro eventi.

Ma l’avvocato per i diritti umani Ahmed Abed ha rappresentato [gli attivisti] in azioni legali contro queste città, che nella maggioranza dei casi hanno dato come risultato l’annullamento delle decisioni.

Ora Abed assiste i tre querelanti nella sfida contro la stessa risoluzione del Buntestag.

Essi sono Judith Bernstein, un’attivista ebrea tedesca nata a Gerusalemme; Amir Ali, un palestinese cittadino tedesco la cui famiglia venne espulsa da Haifa durante la Nakba nel 1948; Christoph Glanz, un antirazzista e attivista per i diritti dei palestinesi.

I tre sperano di ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica per la loro iniziativa, che include l’invito alle persone a pubblicizzare la denuncia e anche a contribuire al pagamento delle spese giudiziarie.

Nel 2017 Judith Bernstein, insieme a suo marito Rainer Bernstein, ha vinto un premio della Humanistische Union [organizzazione tedesca per i diritti civili, ndtr.] con il loro progetto “Pietre d’inciampo”, che commemora le vittime dell’Olocausto degli ebrei ponendo delle indicazioni fuori dalle case di Monaco in cui vivevano prima che il governo tedesco li deportasse e uccidesse.

Dopo l’adozione della risoluzione contro il BDS la Germania ha visto aumentare le campagne di diffamazione e di repressione contro gli scrittori, i musicisti, i giornalisti e gli accademici che hanno manifestato la propria solidarietà con i palestinesi o a favore della libertà d’espressione.

Sotto la pressione della lobby israeliana il direttore del museo ebraico di Berlino è stato obbligato a lasciare il suo incarico dopo che il museo a twittato un articolo sui 240 accademici ebrei ed israeliani che hanno firmato una petizione contro la risoluzione anti-BDS del parlamento tedesco.

#BT3P

La denuncia presentata presso il tribunale amministrativo di Berlino intende far annullare la risoluzione contro il BDS.

Il ricorso sostiene che la Germania ha il dovere di garantire la libertà di espressione dei difensori dei diritti umani.

I tre ricorrenti sperano che la loro azione contribuisca a portare un cambiamento fondamentale nel discorso pubblico tedesco su Palestina e Israele.

Nei loro tweet utilizzano l’hashtag #BT3P sulla loro campagna, che chiamano Bundestag 3 per la Palestina.

Sostengono che la risoluzione contro il BDS viola i loro diritti umani fondamentali alla libertà di espressione e riunione, protetta dalle leggi tedesche ed europee.

Essi sottolineano la storica sentenza dello scorso giugno da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, secondo la quale l’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani è un esercizio legittimo del diritto alla libertà d’espressione.

Sottolineano anche che la risoluzione è un’espressione del razzismo anti palestinese in Germania.

Il Centro Europeo per il Sostegno Giuridico [che difende i diritti dei militanti a favore dei palestinesi, ndtr.], i docenti di diritto internazionale Eric David, Xavier Dupré de Boulois, John Reynolds e l’ex- consulente speciale delle Nazioni Unite Richard Falk sostengono l’azione giudiziaria.

Nelle loro perizie da parte di esperti affermano che la risoluzione contro il BDS è incompatibile con le norme europee e internazionali in materia di diritti umani.

Il ruolo della lobby filo-israeliana

Prima che il Bundestag adottasse la risoluzione contro il BDS decine di accademici ebrei ed israeliani hanno messo in guardia il parlamento tedesco dal definire antisemiti i sostenitori dei diritti umani dei palestinesi.

Essi hanno dichiarato che le iniziative intese ad etichettare il BDS come antisemita sono state “promosse dal governo israeliano più a destra della storia” nel quadro di un tentativo inteso a “delegittimare ogni discorso sui diritti dei palestinesi e ogni forma di solidarietà internazionale con loro.”

Questa opinione è stata confermata da un rapporto di ricerca sulle attività dei gruppi di pressione israeliani pubblicato sul settimanale tedesco Der Spiegel, che ha rivelato l’influenza di due gruppi di pressione israeliani in merito all’adozione della risoluzione contro il BDS.

Il commissario del governo tedesco incaricato dell’antisemitismo, Felix Klein, ha tentato di mettere sotto silenzio le conclusioni dello Spiegel, accusando i giornalisti di utilizzare “degli stereotipi antisemiti come quello della onnipotente cospirazione ebraica mondiale.”

La politica dell’UE

Katharina von Schnurbein, responsabile dell’Unione Europea sull’antisemitismo, continua a promuovere la definizione dell’IHRA, lavorando a stretto contatto con i gruppi di pressione israeliani per promuovere il loro progetto e utilizzare la lotta contro l’antisemitismo come copertura pratica per reprimere la solidarietà con i palestinesi.

Con il sostegno di parlamenti, governi e autorità come l’UE, la definizione del’IHRA viene utilizzata per calunniare con false accuse di antisemitismo i militanti dei Paesi europei e del Nord America.

Una messa in discussione giudiziaria della risoluzione del parlamento tedesco contro il BDS invierebbe un messaggio chiaro ai governi europei e all’UE: smettete di censurare e di calunniare le critiche contro Israele e i difensori dei diritti umani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Alla fine la lobby israeliana dovrà fronteggiare delle conseguenze

Yves Engler

2 ottobre 2020 – The Palestine Chronicle

Quanto è troppo? Quand’è che i nazionalisti israeliani in Nord America si screditeranno del tutto a causa di un uso eccessivo del loro potere per annientare coloro che difendono i palestinesi?

L’attuale spregiudicatezza della lobby israeliana è notevole. Recentemente hanno convinto Zoom ad annullare un dibattito sponsorizzato da un‘università , un importante facoltà di legge a revocare un’offerta di lavoro, un’emittente pubblica a scusarsi per aver usato la parola Palestina e alcune aziende a interrompere le consegne per un ristorante.

Una settimana fa gruppi di pressione israeliani hanno convinto Zoom a cancellare dibattito alla San Francisco State University con l’icona della resistenza palestinese Leila Khaled [membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ndtr.] l’ex ministro sudafricano Ronnie Kasrils, la direttrice degli studi sulle donne alla Birzeit University Rula Abu Dahou [Bir Zeit è una città palestinese situata a circa 25 km a nord della città di Gerusalemme, alla periferia di Ramallah, ndtr.] e altri. Si ritiene che sia la prima volta che Zoom sopprima un dibattito sponsorizzato da un’università[vedi Zeitun]

Il mese scorso la lobby israeliana ha sollecitato la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Toronto a revocare un’offerta di lavoro per dirigere il suo Programma internazionale sui diritti umani. La pressione rivolta a bloccare la candidata della commissione per le assunzioni, Valentina Azarova, è giunta dal giudice David Spiro, che è stato a Toronto un ex co-presidente del Center for Israel and Jewish Affairs (CIJA) [organizzazione sionista di difesa ebraica e agenzia delle federazioni ebraiche del Canada, ndtr] e il cui zio Larry Tanenbaum possiede i Toronto Raptors [squadra di pallacanestro che milita nel massimo campionato professionistico statunitense e canadese, ndtr.] e la cui nonna Anne Tanenbaum ha finanziato il centro per gli studi ebraici dell’Università di Toronto. Mentre gli sforzi di Spiro erano segreti, B’nai B’rith [loggia massonica ebraica nata nel 1843 durante la presidenza di John Tyler ed ancora esistente ed attiva, ndtr.] ha apertamente invitato gli amministratori dell’Università di Toronto a bloccare la decisione del comitato di assunzione.

The Current [popolare programma radio canadese del mattino, ndtr.] della CBC si è recentemente scusato per aver utilizzato la parola “Palestina”. Il 18 agosto il presentatore ospite Duncan McCue ha presentato l’artista grafico Joe Sacco facendo riferimento al suo lavoro in Bosnia, Iraq e Palestina (Sacco ha prodotto un’opera chiamata Palestina). All’inizio dell’edizione del giorno successivo, McCue si è scusato per aver menzionato la Palestina e la Honest Reporting Canada [Honestreporting è un’organizzazione non governativa che “monitorizza i media riguardo le scorrettezze riguardanti Israele”, ndtr.] si è vantata dei propri interventi per fare pressione sull’emittente pubblica affinché non impieghi la parola P.

Come parte del tentativo di mandare in bancarotta un piccolo ristorante di Toronto simpatizzante per la sinistra che mostra sulla propria vetrina il messaggio “I love Gaza”, la CIJA e B’nai B’rith hanno condotto con successo una campagna per bloccare i servizi di consegna da parte di Foodbenders [rinomata azienda di Toronto che provvede alla fornitura di piatti pronti, ndtr.], oltre i contratti istituzionali e gli account sui social media. Si sono alleati con l’organizzazione di estrema destra Jewish Defense League e altri che hanno vandalizzato il ristorante a luglio.

In un articolo di agosto su Walrus [rivista politico-culturale canadese, ndtr.] intitolato “L’obiettività è un privilegio concesso ai giornalisti bianchi”, l’ex giornalista della CBC Pacinthe Mattar descrive un caporedattore che interviene per sopprimere un’intervista da Gerusalemme con Ahmed Shihab-Eldin, un giornalista di origini palestinesi con una nomina agli Emmy. Molti mesi dopo a Mattar non ha ottenuto una promozione già prevista da parte deldirettore che aveva deciso di non mandare in onda l’intervista del 2017 da Gerusalemme”, il quale “aveva espresso il timore che io fossi di parte e quindi non dovessi essere promossa, opinione condivisa da alcuni altri membri del comitato di redazione. Ed è andata così.”

Le organizzazioni anti-palestinesi stanno conducendo una campagna aggressiva per far sì che Facebook adotti la definizione di antisemitismo centrata su “basta con le critiche ad Israele”, della International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) [organizzazione intergovernativa che unisce i governi e gli esperti per rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto, ndtr.]. L’obiettivo esplicito di coloro che promuovono la definizione di antisemitismo dell’IHRA è quello di mettere a tacere o emarginare chi critica la spoliazione dei palestinesi e sostiene il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento, le sanzioni (BDS) guidato dalla società civile palestinese.

La macchina della censura della lobby israeliana procede nonostante siano sempre più palesi il razzismo, l’ occupazione e le violazioni dei diritti israeliani. Molti di coloro che sono stati presi di mira nelle vicende di cui sopra hanno sofferto emotivamente e in termini di carriera, ma l’impatto su di loro sono è insignificante rispetto alle umiliazioni quotidiane che soffrono i palestinesi. Lo Stato israeliano continua a rubare territori palestinesi in Cisgiordania, a mantenere un blocco punitivo su Gaza e a consentire agli ebrei di Toronto di emigrare mentre i palestinesi cacciati dalle loro case nel 1948 non possono nemmeno andare a visitare [il loro Paese, ndtr.], figuriamoci emigrarvi.

La lobby israeliana è una forza politica compatta. Radicata nel colonialismo europeo e negli interessi regionali dell’impero statunitense, è sostenuta da molti zelanti miliardari e da una parte sostanziale di una comunità etnico / religiosa generalmente influente. Inoltre sfrutta in modo grossolano il vittimismo. Come John Clark ha recentemente postato su Facebook, “Il sionismo è l’unica ideologia politica che conosco che sostenga che il disaccordo con essa rappresenti un crimine d’odio”.

Fortunatamente, ogni campagna di esclusione e diffamazione che intraprende allontana nuove persone e apre gli occhi ad altre. Sfortunatamente, molte altre persone ben intenzionate subiranno conseguenze emotive e finanziarie prima che la macchina della censura della lobby israeliana venga fermata.

  • Yves Engler è l’autore di Canada and Israel: Building Apartheid [Canada e Israele: la costruzione dell’apartheid, ndtr.] e una serie di altri libri. Ha concesso questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il fango su Ken Loach e Jeremy Corbyn è il volto della nostra nuova politica tossica

Jonathan Cook

9 aprile 2020 Z Net Italy

Ken Loach, uno dei registi britannici più acclamati, ha passato più di mezzo secolo a mettere in scena il calvario dei poveri e dei vulnerabili. I suoi film hanno spesso presentato l’indifferenza casuale o l’attiva ostilità dello stato mentre esercita sulla gente comune un potere non chiamato a rispondere.

Il mese scorso Loach si è trovato gettato in una vicenda feroce che avrebbe potuto essere stata tratta direttamente da uno dei suoi film. Questo cronista veterano dei mali della società è stato costretto a dimettersi da giudice di un concorso scolastico antirazzista, accusato falsamente di razzismo lui stesso e senza mezzi per rimediare.

Voce degli inermi

Dovrebbero esserci pochi dubbi sulle credenziali di Loach sia come antirazzista, sia come caustico difensore degli inermi e dei denigrati.

Nei suoi film ha rivolto il suo sguardo risoluto su alcuni degli episodi più odiosi della repressione e della brutalità dello stato britannico in Irlanda, nonché su lotte storiche contro il fascismo in altre parti del globo, dalla Spagna al Nicaragua.

Ma la sua attenzione critica è stata concentrata principalmente sul vergognoso trattamento della Gran Bretagna dei suoi stessi poveri, delle sue minoranze e dei suoi rifugiati. Nel suo recente film I, Daniel Blake ha esaminato l’insensibilità della burocrazia statale nell’attuare politica di austerità, mentre l’uscita di quest’anno di Sorry We Missed You si è concentrata sulle vite precarie di una forza lavoro a zero ore costretta a scegliere tra la necessità di lavorare e la responsabilità della famiglia.

Inevitabilmente, questi studi aspri della disfunzione sociale e politica britannica – esposta in modo ancor più feroce dall’attuale pandemia del coronavirus – significano che Loach è onorato molto meno in patria che nel resto del mondo, dove i suoi film ricevono regolarmente premi.

Il che può spiegare perché le straordinarie accuse di razzismo contro di lui – o più specificamente di antisemitismo – non sono state più diffusamente denunciate come maligne.

Campagna di denigrazione

Dal momento in cui è stato annunciato a febbraio che Loach e Michael Rosen, un famoso poeta di sinistra per bambini, dovevano giudicare un concorso artistico per le scuole contro il razzismo, la coppia ha subito una campagna di denigrazione incessante e di alto profilo. Ma considerato il fatto che Rosen è ebreo, a fare le spese dell’attacco è stato Loach.

L’organizzazione del premio, ‘Show Racism the Red Card’ [Mostra il cartellino rosso al razzismo], che inizialmente aveva rifiutato di capitolare al bullismo, si è trovata rapidamente a subire minacce al suo status di associazione di beneficenza e alla sua opera di sradicamento del razzismo dal calcio.

In una dichiarazione la società di produzione di Loach, Sixteen Films, ha affermato che Show Racism the Red Card era stata “oggetto di una campagna aggressiva per convincere sindacati, dipartimenti governativi, squadre di calcio e politici a smettere di finanziare o di sostenere in altro modo l’associazione di beneficenza e il suo lavoro”.

“Pressioni dietro le quinte” sono state esercitate dal governo e da squadre di calcio che hanno cominciato a minacciare di tagliare i legami con l’associazione di beneficenza.

Più di duecento figure di spicco dello sport, dell’accademia e delle arti, si erano schierate a difesa di Loach, ha segnalato Sixteen Films, ma era presto in gioco “l’esistenza stessa” dell’associazione di beneficenza. Di fronte a questo continuo attacco Loach ha accettato di dimettersi il 18 marzo.

Questa non è stata una protesta comune, bensì una organizzata con feroce efficienza che ha trovato rapidamente orecchie favorevoli nei corridoi del potere.

Lobby israeliana in stile statunitense

A guidare la campagna contro Loach e Rosen sono stati il Consiglio dei Deputati degli Ebrei Britannici e il Movimento Laburista Ebreo [JLM], due gruppi con cui molti a sinistra hanno familiarità.

Hanno lavorato in precedenza all’interno e all’esterno del Partito Laburista per contribuire a indebolire Jeremy Corbyn, il suo leader eletto. Corbyn si è dimesso questo mese per essere sostituito da Keir Starmer, il suo ex ministro della Brexit, dopo aver perso elezioni generali a dicembre contro il Partito Conservatore al governo.

Sforzi clandestini e di lungo corso del Movimento Laburista Ebreo per deporre Corbyn sono stati rivelati due anni fa in un’inchiesta sotto copertura filmata da Al-Jazeera.

Il JLM è piccolo gruppo lobbistico, fortemente filoisraeliano affiliato al Partito Laburista, mentre il Consiglio dei Deputati afferma falsamente di rappresentare la comunità ebrea britannica quando in realtà opera da lobby per gli elementi più conservatori di essa.

Echeggiando la loro più recente campagna contro Loach, i due gruppi hanno regolarmente accusato Corbyn di antisemitismo e di presiedere quello che hanno definito un Partito Laburista “istituzionalmente antisemita”. Pur attirando molta attenzione mediatica acritica alle loro affermazioni, nessuna delle due organizzazioni ha prodotto una qualsiasi prova se non aneddotica.

Il motivo di queste campagne di denigrazione è stato scarsamente celato. Loach e Corbyn hanno condiviso una lunga storia di difensori appassionati dei diritti dei palestinesi in un tempo in cui Israele sta intensificando gli sforzi per estinguere qualsiasi speranza che i palestinesi ottengano mai la condizione di stato o un diritto all’autodeterminazione.

In anni recenti il Consiglio dei Deputati e il Movimento Laburista Ebreo hanno adottato le tattiche di una lobby in stile statunitense decisi a cancellare le critiche di Israele dalla sfera pubblica. Non per caso, quanto peggiore è cresciuta la violenza di Israele contro i palestinesi, tanto più intensamente questi gruppi hanno reso difficile parlare di giustizia per i palestinesi.

Starmer, il successore di Corbyn, si è scomodato a placare la lobby durante la campagna del mese scorso per la direzione del Partito Laburista, allegramente rendendo una cosa sola la critica di Israele e l’antisemitismo, per evitare uno scontro simile. La sua vittoria è stata apprezzata sia dal Consiglio sia dal JLM.

Diffamazione

Ma il trattamento riservato a Ken Loach dimostra che l’uso dell’antisemitismo come arma è lungi dall’essere terminato, e continuerà contro critici di spicco di Israele. E’ una spada pendente su futuri leader laburisti, che li costringe a sradicare i membri del partito che persistono nell’evidenziare o l’intensificazione israeliana della violenza contro i palestinesi o il ruolo nefasto di gruppi lobbistici filoisraeliani quali il Consiglio e il JLM.

Le basi per le accuse contro Loach erano, al meglio, inconsistenti, radicate in una logica circolare che è divenuta ultimamente la norma nel giudicare presunti esempi di antisemitismo.

Il reato di Loach secondo il Consiglio dei Deputati e il Movimento Laburista Ebreo è consistito nell’aver negato – coerentemente con tutti i dati – che il Partito Laburista sia istituzionalmente antisemita.

La richiesta di prove a sostegno delle affermazioni fatte da questi due organismi che il Partito Laburista abbia una crisi di antisemitismo è ora trattata anch’essa come prova di antisemitismo, trasformandola nell’equivalente della negazione dell’Olocausto.

Ma quando Show Racism the Red Card ha inizialmente mantenuto la posizione contro le calunnie, il Consiglio e il Movimento Laburista Ebreo hanno prodotto un’accusa successiva. L’associazione di beneficenza antirazzista è risultata usarla come pretesto per tirarsi fuori dai guai montanti associati a sostenere Loach.

La nuova affermazione contro Loach è consistita non tanto in una diffamazione quanto in una diffamazione mediante tenue associazione.

Il Consiglio e il Movimento Laburista Ebreo hanno sollevato il fatto irrilevante che un anno fa Loach ha risposto a una e-mail di un membro del sindacato GMB che era stato espulso.

Peter Gregson aveva chiesto la valutazione professionale di Loach di un video in cui accusava il sindacato di averlo perseguitato per la sua opposizione a una nuova definizione consultiva dell’antisemitismo da parte dell’Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto (IHRA) che parifica apertamente l’antisemitismo con la critica di Israele.

La definizione dell’IHRA è stata propinata al Partito Laburista due anni fa dagli stessi gruppi – il Movimento Laburista Ebreo e il Consiglio dei Deputati – in larga misura come modo per isolare Corbyn. C’era stata una gran quantità di opposizione da parte dei membri della base.

Opposizione alla nuova definizione

Al gruppo lobbistico filoisraeliano è piaciuta questa nuova definizione – sette dei suoi esempi di antisemitismo si riferiscono a Israele, non agli ebrei – perché rendeva impossibile a Corbyn e ai suoi sostenitori criticare Israele senza finire sotto la forca mediante affermazioni che erano antisemiti nel farlo.

Loach è stato tra i molti sostenitori di Corbyn a tentare di opporsi all’imposizione della definizione dell’IHRA. Così non è stata certo una sorpresa, considerate le affermazioni di Gregson e i paralleli della sua vicenda con molte altre che Loach ha documentato per decenni, che il regista avesse risposto, offrendo la sua opinione critica del video.

Solo in seguito è stato raccontato a Loach che c’erano problemi separati riguardo al comportamento di Gregson, tra cui un’accusa che si era scontrato con un membro ebreo del sindacato. Loach ha preso le distanze da Gregson e appoggiato la decisione del GMB.

Ciò avrebbe dovuto dire la parola fine alla vicenda. Loach è una figura pubblica che considera parte del suo ruolo coinvolgersi con persone comuni bisognose d’aiuto; nulla di meno, considerate le sue idee politiche, lo renderebbe un ipocrita. Ma non è onnisciente. Non può conoscere il passato di ogni individuo che gli attraversa la strada. Non può controllare ogni persona prima di inviare una e-mail.

Sarebbe sciocco, tuttavia, prendere alla lettera le manifestazioni di preoccupazione a proposito di Loach del Consiglio e del Movimento Laburista Ebreo. Di fatto la loro opposizione a lui è relativa a un dissenso molto più fondamentale circa che cosa possa o non possa essere detto riguardo a Israele, un dissenso su cui la definizione dell’IHRA serve da cruciale campo di battaglia.

Discorso tossico

I loro attacchi evidenziano un discorso sempre più, e intenzionalmente, tossico a proposito dell’antisemitismo che oggi domina la vita pubblica britannica. Attraverso la recente pubblicazione dei suoi cosiddetti dieci impegni, il Consiglio dei Deputati ha richiesto a tutti i futuri leader laburisti di accettare questo stesso discorso tossico o subire il destino di Corbyn.

Non è una coincidenza che il caso di Loach abbia echi così forti della persecuzione pubblica di Corbyn.

Entrambi sono figure pubbliche rare che hanno dedicato per molti decenni il loro tempo e le loro energie a schierarsi dalla parte dei deboli contro i forti, difendendo i meno in grado di difendersi da soli.

Entrambi sono sopravvissuti di una generazione che sta svanendo di attivisti politici e intellettuali che continuano a promuovere la tradizione di una lotta di classe manifesta, basata su diritti universale, anziché sulla politica più alla moda, ma fortemente divisiva, dell’identità e delle guerre culturali.

Loach e Corbyn sono i rimasti di una sinistra britannica postbellica le cui ispirazioni erano molto diversa da quelle del centro e della destra politica, e dalle influenze su molti giovani di oggi.

Lotta contro il fascismo

In patria sono stati ispirati dalle lotte antifasciste dei loro genitori negli anni Trenta con le Camice Brune di Oswald Moseley, quali la Battaglia di Cable Street. E in gioventù sono stati incoraggiati dalla solidarietà di classe che costruì un Servizio Sanitario Nazionale dagli anni Quaranta in poi, che per la prima volta forniva assistenza sanitaria uguale per tutti nel Regno Unito.

All’estero furono galvanizzati dalla lotta popolare, estesa in tutto il pianeta, contro il razzismo istituzionale dell’apartheid in Sudafrica, una lotta che gradualmente erose il sostegno dei governi occidentali al regime bianco. E sono stati in prima linea nell’ultima grande mobilitazione politica di massa contro le menzogne ufficiali che giustificavano la guerra di aggressione di USA-Regno Unito contro l’Iraq nel 2003.

Ma come la maggior parte di questa sinistra morente sono perseguitati dal maggior fallimento della solidarietà internazionale della loro generazione. Le loro proteste non hanno fatto finire i molti decenni di oppressione coloniale sofferti dal popolo palestinese e patrocinati dagli stessi stati occidentali che un tempo erano schierati con il Sudafrica dell’apartheid.

I paralleli tra questi due progetti coloniali d’insediamento appoggiati dall’occidente, in gran parte oscurati da politici e da media britannici, sono estremi e inquietanti per loro.

Purga della politica di classe

La demonizzazione di Loach e Corbyn quali antisemiti – e gli sforzi paralleli attraverso l’Atlantico di zittire Bernie Sanders (resi più complicati dal suo essere ebreo) – sono prova di una purga pubblica finale da parte delle dirigenze politiche e mediatiche occidentali di questo tipo di coscienza di classe della vecchia scuola.

Attivisti come Loach e Corbyn vogliono una resa dei conti storica per l’interferenza coloniale dell’occidente in altre parti del mondo, tra cui l’eredità catastrofica da cui i cosiddetti “migranti” stanno fuggendo oggi.

E’ stato l’occidente che ha saccheggiato per secoli suoli stranieri, poi armato i dittatori che avrebbero portato l’indipendenza a quelle ex colonie e oggi invadono o attaccano quelle stesse società in falsi “interventi umanitari”.

Analogamente la lotta internazionalista, su basi classe, di Loach e Corbyn rigetta una politica identitaria che, anziché riconoscere la lunga storia di crimini commessi dall’occidente contro donne, minoranze e profughi, incanala le energie degli emarginati in una competizione per chi possa avere il permesso di sedere al massimo tavolo con una élite bianca.

E’ precisamente questo genere di falsa coscienza che conduce ai festeggiamenti delle donne quando dirigono il complesso militare-industriale, o all’eccitazione per un nero che diventa presidente degli Stati Uniti sono per usare il suo potere per fissare nuovi record di assassinii extragiudiziali all’estero e di repressione del dissenso politico in patria.

L’attivismo di base di Loach e Corbyn è l’antitesi di una politica moderna in cui le imprese usano la loro enorme ricchezza per condizionare e comprare politici, che a loro volta usano i loro propagandisti per controllare il discorso pubblico attraverso media industriali fortemente di parte e favorevoli.

Preoccupazione ipocrita

Il Consiglio dei Deputati e il Movimento Laburista Ebreo sono fortemente radicati in quest’ultimo tipo di politica, sfruttando un’identità politica per conquistare un posto al massimo tavolo e poi usarlo per il lobbismo a favore della loro causa scelta di Israele.

Se questo sembra scorretto, si ricordi che mentre il Consiglio e il Movimento Laburista Ebreo hanno martellato su una presunta crisi di antisemitismo a sinistra definita principalmente in termini di ostilità a Israele, la destra e l’estrema destra anno ricevuto un lasciapassare per attizzare livelli sempre maggiori di nazionalismo e razzismo bianco contro minoranze.

Queste due organizzazioni hanno non solo deviato lo sguardo dall’ascesa della destra nazionalista – che è ora inserita nel governo britannico – ma si sono schierate dalla sua parte.

In particolare i leader del Consiglio – nonché il rabbino capo Ephraim Mirvis, che ha pubblicamente oltraggiato Corbyn come antisemita giorni prima delle elezioni generali dell’anno scorso – si sono a malapena presi la briga di celare il loro sostegno al governo Conservatore e al primo ministro Boris Johnson.

Le loro manifestazioni di preoccupazione per il razzismo e i loro attacchi allo status di associazione di beneficenza di Show Racism the Red Card sono tanto più ipocrite, considerato i loro precedenti di sostegno del razzismo.

Entrambi i gruppi hanno ripetutamente appoggiato Israele nelle sue violazioni dei diritti umani e nei suoi attacchi contro i palestinesi, compreso l’impiego israeliano di cecchini per abbattere uomini, donne e bambini in protesta contro più di un decennio di strangolamento di Gaza con un blocco.

Le due organizzazioni sono rimaste studiatamente in silenzio riguardo alla politica razzista israeliana di consentire a squadre di calcio degli insediamenti ebrei illegali nella West Bank di partecipare alla lega calcio in violazione delle regole della FIFA.

E hanno appoggiato anche lo status di associazione di beneficenza del Fondo Nazionale Ebreo nel Regno Unito, anche se finanzia progetti razzisti di insediamento e i programmi di rimboschimento che sono mirati a cacciare palestinesi dalla loro terra.

La loro ipocrisia è sconfinata.

La verità capovolta

Il fatto che il Consiglio dei Deputati e il Movimento Laburista Ebreo siano stati in grado di esercitare una simile influenza contro Loach su accuse prive di qualsiasi prova indica quanto entusiasticamente la lobby israeliana sia stata integrata nel sistema britannico e ne serva i propositi.

Israele è un pilastro di un’alleanza militare occidentale informale desiderosa di proiettare il proprio potere nel Medio Oriente ricco di petrolio. Israele esporta la sua tecnologia oppressiva e i suoi sistemi di sorveglianza, affinati nel dominare sui palestinesi, a stati occidentali affamati di sistemi di controllo più sofisticati. E Israele ha contribuito a fare a pezzi le regole internazionali radicando la sua occupazione, oltre che aprendo la strada alla legittimazione della tortura e delle esecuzioni extragiudiziali, oggi perni della politica estera statunitense.

Il posto centrale di Israele in questa matrice di potere è raramente discusso, perché le dirigenze occidentali non hanno interesse a vedere rivelati la loro malafede e i loro doppi metri.

Il Consiglio e il Movimento Laburista Ebreo stanno aiutando a controllare e imporre tale silenzio su Israele, un alleato chiave dell’occidente. In stile realmente orwelliano stanno capovolgendo l’accusa di razzismo, usandola contro i nostri più eminenti e più risoluti antirazzisti.

E meglio ancora per le dirigenze occidentali, figure come Loach e Corbyn  –  veterani della lotta di classe che hanno trascorso decenni immersi nella lotta per costruire una società migliore – sono ora costretti all’oblio sull’incudine della politica identitaria.

Se a questa perversione del nostro discorso democratico sarà consentito di proseguire, le nostre società saranno condannate e divenire luoghi più orrendi, più divisi e divisivi.

Questo articolo è apparso inizialmente sul blog di Jonathan Cook: https://www.jonathan-cook.net/blog/

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il Giornalismo. I suoi libri includono: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” (Zed Books). Il suo sito web è www.jonathan-cook.net

 




Il legame tra Mussolini e Jabotinsky: le radici nascoste del passato fascista di Israele

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

4 febbraio 2020 – Palestine Chronicle

Non è sorprendente che il capo dell’opposizione italiana, Matteo Salvini, abbia promesso che, se diventerà il prossimo primo ministro italiano, riconoscerà Gerusalemme capitale di Israele.

Salvini guida la Lega, precedentemente nota come Lega Nord, un partito che è stato a lungo considerato una moderna espressione dell’ideologia fascista a lungo in letargo del Paese.

I precedenti di Salvini in quanto ad affermazioni a favore di Israele e di cieca fedeltà a Tel Aviv sono antichi quanto la carriera politica del personaggio. Il fatto che Salvini abbia fatto il suo debutto politico a livello nazionale con un annuncio non fatto a Roma ma a Tel Aviv è sufficiente a evidenziare la centralità di Israele nel suo discorso politico.

Inoltre Salvini è il ragazzo prodigio della politica di estrema destra italiana nel sul complesso. Prendendo in considerazione i risultati della Lega nelle elezioni europee del maggio 2019 si potrebbe sostenere che il politico italiano sia il più importante leader di estrema destra d’Europa.

Non è un segreto che Israele abbia apertamente schierato la propria politica con quella di movimenti politici di estrema destra in ascesa ovunque, soprattutto in Occidente. Ciò riguarda l’alleanza tra Israele ed India, così come i preoccupanti legami di Israele con l’amministrazione Trump, con la presidenza di Jair Bolsonaro in Brasile e il governo britannico dominato dai conservatori.

Tuttavia i rapporti di Israele con l’Italia meritano un ulteriore approfondimento e non dovrebbero essere accomunati alla crescente vicinanza politica di Tel Aviv con l’estrema destra globale. La ragione di ciò è che l’Italia è stata all’origine delle moderne ideologie fasciste, che sono direttamente legate all’ideologia sionista di Israele.

Nell’epoca successiva alla Seconda Guerra Mondiale l’Italia riuscì con successo ad eliminare la corrente politica fascista al suo interno, a cominciare dagli ultimi due anni di guerra, quando Roma si unì alla spinta internazionale contro l’alleanza nazifascista. La costituzione post-bellica italiana ha fatto il possibile per opporsi a qualunque forma di fascismo che continuava ad annidarsi all’interno della società italiana.

Fu quindi naturale che, in molte occasioni, le forze rivoluzionarie che ebbero un grande impatto nel configurare il discorso politico italiano dopo la guerra trovassero un terreno comune con la richiesta palestinese di libertà e con la continua lotta del popolo palestinese contro il sionismo e i suoi alleati reazionari ovunque nel mondo.

Sfortunatamente non è più così. Mentre in Italia la vera sinistra radicale continua nella sua ibernazione politica – un processo iniziato poco dopo il crollo dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’90 – le forze di estrema destra hanno fatto passi da gigante, consentendo negli ultimi anni a gente come Salvini e alle sue orde razziste di tornare nell’arena politica. Com’era prevedibile, l’ascesa di Salvini ha iniziato a preparare la strada per riprendere l’alleanza neo-sionista-fascista a lungo latente.

Nel contempo il sorgere delle forze di estrema destra in Italia sta obbligando i partiti politici del parlamento nazionale a ridefinire i propri programmi politici avvicinandosi sempre più alla destra, nel disperato tentativo di attirare la rafforzata base elettorale di estrema destra.

I gruppi sionisti filo-israeliani, in Italia e altrove, stanno ora sfruttando la scena politica frammentata del Paese per portare avanti l’agenda internazionale di Tel Aviv.

Il 17 gennaio il governo italiano ha adottato all’unanimità la scorretta e autoreferenziale definizione di antisemitismo, così come formulata dalla filoisraeliana ‘Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto’, che mette sullo stesso piano antisemitismo e antisionismo.

La sconcertante “definizione provvisoria” ha poco a che vedere con il razzismo e moltissimo con la politica, dato che il sionismo è un’ideologia politica moderna e non è né una razza né una religione. Un corrispettivo italiano di questa bizzarra iniziativa sarebbe come equiparare l’antifascismo e opinioni anti-italiane o anticattoliche. Se ciò suona strano nel contesto italiano, dovrebbe essere lo stesso riguardo al contesto sionista-israeliano.

Tuttavia questa apparente assurdità è del tutto ragionevole se analizzata in un contesto storiografico.

Spesso le critiche al sionismo descrivono il movimento sionista come fascista. Questa analogia apparentemente azzardata è pienamente giustificata su base storica. Infatti ciò di cui molti non sono al corrente è che, durante gli anni di formazione, le ideologie sionista e fascista avevano basi intellettuali simili e molti elementi in comune in termini di strutture ideologiche e politiche. Alcuni dei padri fondatori del sionismo, soprattutto i sionisti revisionisti, vedevano se stessi come ideologicamente fascisti e il loro passaggio dal fascismo al sionismo era logico, reso necessario solamente da un espediente politico.

Prima dell’alleanza opportunistica nel 1936 tra il capo della Germania nazista, Adolf Hitler, e il dittatore fascista italiano, Benito Mussolini, che diede come risultato le infami leggi razziali italiane, a Roma esisteva un livello di affinità tra dirigenti sionisti e fascisti.

Vladimir Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista, di cui l’attuale partito Likud e altri gruppi di destra ed estrema destra israeliani sono la progenie, vedeva nell’Italia una “patria spirituale”.

Durante quegli anni tutte le mie opinioni sul nazionalismo, sullo Stato e sulla società si svilupparono sotto influenza italiana,” scrisse Jabotinsky nella sua autobiografia, in riferimento ai suoi anni di formazione ideologica in Italia.

In cambio Mussolini parlò apertamente a favore del sionismo, e di Jabotinsky in particolare: “Perché il sionismo abbia successo, dovete avere uno Stato ebraico con una bandiera e una lingua ebraiche. La persona che lo capisce è il vostro fascista, Jabotinsky,” disse Mussolini nel novembre 1934 durante una conversazione privata a Nahum Goldman, fondatore del Congresso Ebraico Mondiale, come riporta Lenni Brenner nel suo libro “Il sionismo nell’epoca delle dittature.”

Il Duce si era già alleato con il movimento giovanile Betar di Jabotinsky, che si formò sul modello di idee e simboli fascisti.

Nel 1934 Jabotinsky e il suo movimento giovanile Betar erano alleati del Duce, quando il Betar fondò una base della Marina a nord di Roma,” ha scritto Steven Meyer nel suo articolo “Israele sopravviverà ai suoi fascisti?”, pubblicato nel 2002 sulla Executive Intelligence Review.

Meyer approfondisce il discorso: “‘L’idea Sionistica’, la rivista del Betar in Italiano, descriveva la cerimonia di inaugurazione che lanciò l’accademia [navale]. ‘In fila- Attenti!’ Risuonò un triplo grido ordinato dall’ufficiale al comando della squadra – ‘Viva l’Italia, Viva il Re! Viva il Duce!’, seguito dalla benedizione in cui il rabbino Aldo Lattes invocò in italiano e in ebraico dio, il re e il duce…‘Giovinezza’ (l’inno del partito fascista) venne cantato con moltissimo entusiasmo dai Betarim.

Questo racconto è confermato anche da altre fonti, come in “Mussolini e il Sionismo” [M & B Publishing, Milano, 2002] dello storico Furio Biagini. Biagini sostiene che “all’inizio Mussolini non era contrario all’aspirazione degli ebrei di creare una patria ebraica in Palestina.”

Biagini spiega anche lo sbocciare di un’alleanza tra fascisti e sionisti sulla base di una necessità geostrategica: “Nel suo disegno espansionistico nella regione mediterranea, l’Italia fascista era in diretto conflitto con la presenza britannica. La flotta inglese dominava il Mediterraneo da Gibilterra a Cipro, fino alla Palestina. Appoggiando il movimento sionista nella sua lotta contro il potere mandatario britannico, l’Italia voleva indebolire l’impero britannico nel Mediterraneo orientale, accentuando nel contempo il prestigio italiano a livello internazionale.”

In realtà Jabotinsky non era l’unico contatto di Mussolini con il sionismo, ma uno dei più importanti alleati, che si dimostrò conseguente negli anni successivi. Goldman scrive nella sua autobiografia “The Autobiography of Nahum Goldman: Sixty Years of Jewish Life”  [L’autobiografia di Nahum Goldman: sessant’anni di vita ebraica] che Mussolini era un grande ammiratore del sionismo.

Dovete creare uno Stato ebraico. Sono un sionista, e l’ho detto al dottor Weizmann. Dovete avere un vero Paese, non quel ridicolo focolare nazionale che gli inglesi vi hanno offerto. Vi aiuterò a creare uno Stato ebraico,” scrisse Goldman, trasmettendo il messaggio di Mussolini alla dirigenza sionista dell’epoca. L’entusiasmo di Mussolini per la fondazione di uno “Stato ebraico” andava in parallelo con il piano britannico di cambiare la dichiarazione Balfour del 1917, che impegnava la corona britannica a fondare uno Stato ebraico in Palestina.

Nell’ottobre del 1933 il capo dell’Agenzia Ebraica a Ginevra, Victor Jacobson, scrisse a Chaim Weizman, che era il presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale e in seguito fu il primo presidente di Israele, che “Mussolini è desideroso di aprire ancora di più le porte della Palestina all’immigrazione ebraica, soprattutto per i rifugiati che arrivano dalla Germania.”

Nella sua postfazione al libro “Stato e Libertà” il diplomatico italiano Sergio Minerbi ha scritto: “Mussolini pensava che fosse impossibile riconciliare ebrei e arabi e che essi dovessero essere politicamente separati, quindi suggerì l’idea della partizione della Palestina.”

Tutto ciò cambiò quando nel 1936 suo genero, Galeazzo Ciano, venne nominato ministro degli Esteri italiano. Fu allora che “Mussolini schierò inequivocabilmente l’Italia con Hitler,” come scrive Susan Zuccotti nel suo libro “The Italians and the Holocaust” [Gli italiani e l’Olocausto]. Il partito fascista italiano fu allora obbligato ad allontanarsi dalla dirigenza sionista, cosa che portò alla decisione di Mussolini di non incontrarsi con Jabotinsky.

In seguito al trionfo del movimento sionista, coronato nel maggio 1948 con la fondazione di Israele sulle rovine della Palestina storica, i sionisti riuscirono ancora una volta a ri-etichettare il loro movimento come una forza progressista, benché non avessero mai abbandonato la loro ideologia fascista. La legge sullo Stato-Nazione del luglio 2018, che definisce Israele come Stato etnico-razziale è stata una delle molte prove che Israele rimane fino ai nostri giorni pienamente fedele al fascismo.

Dire che il sionismo è una forma di fascismo non è né un’esagerazione né un’affermazione azzardata. Invece le radici profonde di entrambe le ideologie dovrebbero essere evidenti a qualunque avveduto studente di storia.

Il fatto che Salvini e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stiano ora rinnovando o, quanto meno, apertamente accogliendo l’antico legame tra queste due ideologie distruttive riflette due realtà sconvolgenti: da una parte parla del fatto che l’Italia non è riuscita a sradicare il fascismo come modello politico dopo la Seconda Guerra Mondiale, e dall’altra rivela le vere basi ideologiche del sionismo, quindi dello stesso Stato di Israele.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri, di cui l’ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

– Romana Rubeo è una scrittrice e giornalista italiana di PalestineChronicle.com. Rubeo ha conseguito un master in Lingua e Letteratura Straniera ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)