Nuovo servizio di salute mentale a Gaza: un progetto di controllo psicologico

Samah Jabr

14 febbraio 2020 – Middle East Monitor

In marzo nel nord della Striscia di Gaza, nei pressi del valico di Erez, inizierà ad operare un ospedale da campo costruito dal gruppo di soccorso israeliano “Natan” insieme all’organizzazione evangelica cristiana statunitense “Friend Ships” [Navi Amiche].

Le autorità della Ramallah occupata hanno affermato che il progetto, capeggiato da donatori filo-israeliani, è una copertura per operazioni americane e israeliane di intelligence. Il primo ministro dell’ANP Mohammed Shtayyeh ha accusato l’ospedale di essere funzionale al “piano per la pace” dell’amministrazione Trump; ma sfortunatamente le proteste hanno inteso danneggiare l’immagine pubblica delle autorità di Gaza più che analizzare e spiegare ai palestinesi, comprese le autorità di Gaza, il danno intenzionale di un tale progetto. Come reazione, il portavoce di Hamas, Hazem Qassim, è rimasto sulla difensiva, dicendo a Dunya Al-Watan [portale di notizie]: “Loro (l’Autorità Nazionale Palestinese) confondono quelli (i loro timori) con informazioni immaginarie.”

Ho visto inserzioni per cercare volontari internazionali, compresi professionisti della salute mentale, perché lavorino nel progetto e ho scoperto quanto segue:

Natan”, una “organizzazione umanitaria no-profit” israeliana con sede a Tel Aviv fa parte di questo progetto, che tra le varie cose fornisce cure psicologiche tramite persone con passaporto non israeliano contattate per fornire servizi sanitari a Gaza.

Friend Ships e Natan hanno anche collaborato per fornire cure mediche ai siriani sul lato controllato dalla Siria delle Alture del Golan occupate.

Nella sua inserzione per [la ricerca di] volontari Natan afferma: “Questo nuovo centro di salute può influenzare direttamente la sicurezza israeliana riducendo la minaccia di violenze da Gaza migliorandovi la qualità di vita dei civili.” L’organizzazione utilizza l’usuale linguaggio israeliano per descrivere i palestinesi come una minaccia che deve essere tenuta sotto controllo in ogni modo possibile: niente riguardo alla giustizia, all’occupazione o alla necessità di togliere l’assedio. In questo caso “migliorarvi la qualità di vita dei civili” è una strategia di controllo ed egemonia.

L’inserzione menziona in particolare un membro della direzione di Natan, il maggiore generale Matan Vilnai, ex vice capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, che viene consultato per garantire la sicurezza dei volontari. L’annuncio non cita tuttavia il fatto che quest’uomo è stato imputato di crimini contro l’umanità per il bombardamento di Gaza nel 2009. Né fa riferimento alle sue minacce di genocidio contro i gazawi “che attireranno su di sé una Shoà più grande perché useremo tutta la nostra potenza per difenderci,” utilizzando la parola ebraica normalmente riservata per fare riferimento all’Olocausto ebraico.

L’equipe e i volontari presso il nuovo centro medico entreranno nel campo da Israele e i pazienti del lato palestinese attraverso checkpoint controllati da forze di occupazione israeliane scelte in base ai criteri di Vilnai: altro che umanitarismo!

Le politiche americane sostenute da Israele hanno danneggiato il settore della salute, soprattutto a Gaza. C’è una grave carenza di cure mediche, medicinali e materiale sanitario che nessuno può negare. Apparentemente il settore delle cure mediche sembra un tentativo di mitigare questa situazione premeditata, ma di fatto è un modo per imporre ulteriore controllo e dipendenza per i palestinesi più vulnerabili.

Israele ha fatto accordi con i pazienti palestinesi che sperano di lasciare la Striscia di Gaza per trattamenti sanitari per trasformarli in informatori contro il loro stesso popolo in cambio di permessi di uscita per avere accesso a cure mediche. Ha anche impedito ai genitori di accompagnare i figli molto malati fuori da Gaza, lasciando che i minori morissero da soli negli ospedali di Gerusalemme.

Israele ha imposto un assedio, ha danneggiato infrastrutture e provocato una situazione umanitaria terribile a Gaza, lasciandola nell’assoluta necessità di aiuti e dipendente dagli interventi umanitari dall’estero. Ciò ha reso i governanti di Gaza incapaci di vedere il chiaro danno psicologico e morale di questo progetto, che consente a Israele di lavarsi le mani dopo tutto il sangue che ha versato nella Striscia ed essere sia chi perpetra [crimini] che chi guarisce, in una dinamica del trauma estremamente complessa.

Un centro di salute controllato dall’esercito israeliano è l’antitesi di un luogo sicuro richiesto per cure psicologiche; un terapista volontario che accetti le premesse di un progetto per rafforzare la sicurezza di “Israele” e controllare la “violenza” palestinese non ha la consapevolezza necessaria e l’empatia richiesta per essere un terapeuta per i gazawi; di fatto, e nel migliore dei casi, questo è un progetto per migliorare le pubbliche relazioni a favore di Israele e garantire un’esperienza professionale molto eccitante a volontari in una zona di trauma.

Ovviamente ci sono altri potenziali rischi politici e per la sicurezza nell’utilizzo di questo complesso sanitario: domare la Marcia del Ritorno e far perdere la sincera solidarietà internazionale che invia la Freedom Flottilla con una piccola quantità di aiuti sanitari a Gaza. In un precedente articolo ho affermato che “un rapporto della UN Disengagement Observer Force [Forza di Osservazione del Disimpegno dell’ONU] (UNDOF) ha rivelato che Israele ha collaborato con gruppi jihadisti salafiti nelle Alture del Golan occupate. Questa collaborazione non si è limitata ad offrire aiuto medico ai membri di Jabhat Al-Nusra feriti. Al contrario, ci sono rapporti che descrivono il trasferimento di materiale non specificato da Israele ai siriani, così come incidenti in cui i soldati israeliani hanno lasciato passare siriani che non erano feriti.”

Temo che questo progetto non solo faccia arrivare materiale ed equipaggiamento dal confine siriano a quello di Gaza, ma anche competenze nell’uso del rapporto terapeutico e rapporti medici confidenziali per spiare la popolazione, creare divisioni e reclutare informatori e collaborazionisti.

L’11 novembre 2018 otto agenti israeliani in incognito travestiti da membri di una famiglia palestinese sono entrati a Gaza con l’obiettivo di installarvi impianti di spionaggio nel sistema di comunicazioni private di Hamas. Un’inchiesta ha scoperto che l’unità israeliana utilizzava mezzi di spionaggio e un’attrezzatura per la perforazione entrati a Gaza con la copertura dell’organizzazione umanitaria internazionale Humedica, un ente con sede in Germania che fornisce aiuti a Gaza.

Il responsabile di zona, Joao Santos, con passaporto portoghese, ha abbandonato Gaza il giorno dopo che l’operazione è fallita. Sarebbe un volontario.

In un momento in cui la politica internazionale sta consentendo a Israele di avere il controllo totale su terra e risorse, l’aiuto umanitario viene utilizzato per consentire il controllo delle menti dei palestinesi.

L’aiuto umanitario può essere un mascheramento di intenzioni sadiche e per mantenere la dominazione degli israeliani sui palestinesi. La giusta risposta a tutto ciò sono la promozione dell’autosufficienza palestinese e la fine immediata della separazione tra Gaza e Cisgiordania. I professionisti e i servizi palestinesi della salute mentale in Cisgiordania sono ansiosi di fornire una risposta e di soddisfare le necessità degli abitanti di Gaza appena avremo la libertà di farlo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I tagli dell’ANP provocano uno shock a Gaza

Isra Saleh el-Namey

10 febbraio 2020 – The Electronic Intifada

Inam Ibrahim non dimenticherà presto la mattinata faticosa e deludente che di recente ha dovuto affrontare. La donna cinquantatreenne ha aspettato per cinque ore all’interno della sua banca per ricevere il suo regolare sussidio da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese. Invece un impiegato le ha detto che il suo conto era vuoto e non c’era denaro da prendere. “Lo scorso dicembre” ha detto a The Electronic Intifada “ho seguito ansiosamente alla radio le notizie sui tagli da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese e sono rimasta in attesa di qualunque cosa riguardasse la distribuzione delle indennità. Ho cercato di andare presto in banca per riscuotere i sussidi per me e mia sorella. Ma quando ho saputo che non c’era niente da ritirare, sono scoppiata in lacrime e sono tornata a casa con il cuore spezzato.”

Inam e sua sorella sono entrambe cinquantenni, nubili e non hanno nessun’altra fonte di reddito a parte l’aiuto governativo. Ogni tre mesi le sorelle aspettano una sovvenzione totale di 220 dollari che le aiuti a coprire le necessità economiche.

L’assegnazione è gestita dall’Autorità Nazionale Palestinese, che ha sede nella città cisgiordana occupata di Ramallah.

Con quel sussidio pagavo alcune delle medicine per i miei forti dolori alla schiena e potevo andare spesso dal dottore,” afferma Inam. “Mia sorella Muna, che ha 56 anni, ogni volta prende la sua parte per le sue necessità. Quando otteniamo quei soldi paghiamo anche i debiti al negozio di alimentari.”

I nostri genitori,” dice Inam, “sono morti da molto tempo e nostro fratello vive con la sua famiglia lontano da noi. Riesce a malapena a mantenerla. Quindi non abbiamo altro che questo sussidio. Ne abbiamo bisogno. Le persone povere e in difficoltà come noi non devono essere coinvolte dai problemi politici.”

Shock

Molte altre persone si sono trovate ad affrontare lo stesso shock a causa dei tagli degli aiuti.

Aziza al-Kahlout, portavoce del ministero degli Affari Sociali di Gaza, dice a The Electronic Intifada che nelle ultime settimane più di 1.470 famiglie hanno sofferto dei tagli ai loro sussidi. Il ministero ha ricevuto molte lamentele e richieste da parte di famiglie perché approfondisca la questione.

Le famiglie sono scioccate” afferma. “Abbiamo difficoltà quando cerchiamo di spiegare loro la situazione e che stiamo facendo ogni sforzo per far capire ai politici di Ramallah le loro sofferenze. Allo stesso tempo continuiamo a coordinarci con i colleghi di Ramallah per risolvere questo problema”.

Aggiunge che il personale del ministero ha condotto verifiche su tutte le famiglie colpite dai tagli. Il ministero ha stabilito che tutti, tranne due casi, hanno diritto a ricevere le somme intere in quanto la maggioranza si trova in gravissime condizioni economiche o soffre di gravi malattie come cancro o insufficienza renale.

Altre ancora sono vedove o donne divorziate che devono occuparsi di bambini o giovani disabili. “La situazione è molto pesante” sottolinea Kahlout. “Ricevo visite quotidiane di persone che vengono a controllare cosa ne è dei loro casi e per sapere se saranno pagate o meno. Questi tagli drastici ed arbitrari determinano il fatto che parecchie migliaia di donne e bambini poveri siano lasciati senza cibo o cure.”

Abbiamo spiegato la situazione ai nostri colleghi di Ramallah e li abbiamo avvertiti delle sofferenze delle persone qui, ma finora la situazione non è cambiata.”

Al-Kahlout sostiene anche che il suo ministero deve far fronte a molte difficoltà nel seguire i casi, registrarli e aggiornare i dati, in quanto il ministero a Ramallah ha impedito ai suoi colleghi di avere accesso ai documenti che classificano le famiglie in possesso dei requisiti.

Negarci l’accesso a questa documentazione fondamentale ha reso il nostro lavoro ancora più difficile. Dovremmo poter accedervi in quanto Gaza ha più di 60.000 casi registrati.”

Ulteriore assistenza a un maggior numero di persone a Gaza è fornita dall’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi. Il solo aiuto alimentare a Gaza arriva a circa un milione di rifugiati.

Futuro in pericolo”

A Gaza famiglie con problemi di salute sono colpite dai drastici tagli nello stesso modo di quelle con difficoltà economiche.

Per Muhammad al-Bashiti la vita è diventata un inferno dopo che la sua ultima fonte di reddito è finita.

Il quarantaseienne stava aspettando il denaro per pagare la retta universitaria di suo figlio in modo che il giovane potesse ottenere i voti dei suoi esami più recenti ed iscriversi al semestre successivo. “Ho promesso a mio figlio, che studia legge all’università Al-Azhar, che gli avrei dato la cifra di cui ha bisogno in modo che possa finire la sua formazione. Ora il futuro di mio figlio è in pericolo,” afferma. Al-Bashiti ha sei figli, tutti a scuola o all’università.

La sua famiglia dipende principalmente dall’assistenza. Dice che ogni tre mesi riceve aiuti alimentari dalle Nazioni Unite, che aiutano a rifornire la famiglia di farina, riso e olio. E il sussidio dell’ANP, che riceve in contanti, copre alcune delle altre spese indispensabili.

Sono andato al ministero di Gaza per lamentarmi dei tagli ed hanno mandato i loro impiegati a controllare la mia situazione,” sostiene al-Bashiti. “Hanno scoperto che ho veramente bisogno di questo sussidio. Spero che non gli ci voglia molto per risolvere la questione.”

Vogliamo che ci venga pagato quello che abbiamo perso,” aggiunge, “e che non ci siano più tagli.”

In un comunicato il ministro degli Affari Sociali con sede a Ramallah Ahmad Majdalani ha affermato che più di 100.000 famiglie palestinesi, di cui circa 70.000 a Gaza, ricevono questa assistenza.

Ha sostenuto che l’ultima distribuzione di fondi è costata più di 27 milioni di dollari, rilevando che circa 2.000 nuove famiglie, di cui 1.500 di Gaza e altre 500 in Cisgiordania, sono state aggiunte alla lista.

Ha sostenuto che le famiglie sono state escluse se hanno un’altra fonte di reddito e non hanno più bisogno di aiuti.

Però questa spiegazione non riesce ad alleviare la sofferenza e il disappunto di Khalil Abu Amra dopo che non ha ricevuto il suo sussidio.

Ho un tumore. Ho bisogno dei soldi per continuare le mie cure e salvarmi la vita in modo che i miei quattro figli non rimangano orfani di padre,” dice il trentanovenne con la voce rotta. “Abbiamo bisogno che questo problema venga risolto in fretta. Rivogliamo i nostri diritti. Questo è scorretto.”

Isra Saleh el-Namey è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele blocca le esportazioni agricole palestinesi

Redazione di MEE

8 febbraio 2020 – Middle East Eye

In seguito alla presentazione dell’“accordo del secolo” Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese hanno intensificato le sanzioni economiche

Sabato l’agenzia di notizie ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Wafa ha informato che le autorità israeliane hanno bloccato le esportazioni palestinesi verso l’estero che passano dalla Giordania, in quanto le tensioni sono notevolmente cresciute da quando il 28 gennaio il presidente Donald Trump ha presentato la sua tanto criticata proposta per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Mentre secondo il quotidiano israeliano Haaretz è prevista l’applicazione di un divieto ufficiale israeliano alle esportazioni palestinesi a partire da domenica, in un comunicato pubblicato dalla Wafa il ministero dell’Economia dell’ANP ha affermato che parecchi camion carichi di prodotti agricoli palestinesi sono già stati fatti tornare indietro dalle autorità israeliane dal valico con la Giordania.

L’unico posto di frontiera tra la Cisgiordania occupata e la Giordania è presidiato dalle autorità israeliane, che controllano l’entrata e l’uscita di persone e prodotti nei e dai territori palestinesi occupati.

L’iniziativa è arrivata dopo che all’inizio di questa settimana l’ANP ha annunciato che avrebbe vietato l’ingresso sul mercato palestinese di un certo numero di prodotti israeliani, come reazione per la decisione del ministro della Difesa Naftali Bennett del 31 gennaio di interrompere l’importazione in Israele di prodotti della Cisgiordania.

Nel contempo l’ordine di Bennett è una conseguenza del fatto che l’ANP ha boicottato per tre mesi l’importazione di bovini israeliani.

Con tutti i confini controllati da Israele, l’economia palestinese è molto vulnerabile alle sanzioni israeliane. Secondo la Wafa, nel 2018 le esportazioni agricole palestinesi, due terzi delle quali dirette in Israele, sono state del valore di 130 milioni di dollari.

La guerra commerciale arriva in un momento in cui la dirigenza palestinese ha categoricamente respinto il piano di Trump “pace per la prosperità”, che propone che Israele annetta formalmente Gerusalemme est e circa due terzi della Cisgiordania in cambio di uno Stato palestinese frammentato e smilitarizzato con un diritto al ritorno solo ridotto per i rifugiati palestinesi attualmente all’estero.

Chi ha criticato il cosiddetto “accordo del secolo” ha sostenuto che in effetti il piano intende ufficializzare un sistema di apartheid.

Come reazione il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha minacciato di porre fine al coordinamento per la sicurezza con Israele, anche se l’ANP deve ancora mettere in atto questa iniziativa.

Da quando gli USA hanno presentato il piano completo, almeno cinque palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane. Mentre giovedì un palestinese cittadino di Israele è stato ucciso nella Città Vecchia di Gerusalemme dopo che aveva tentato di sparare a poliziotti israeliani, la maggioranza delle vittime stava partecipando a manifestazioni contro le proposte USA.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La criminalizzazione della resistenza palestinese: le nuove condizioni dell’UE per gli aiuti alla Palestina

Tariq Dana 

2 febbraio 2020 – Al-Shabaka

Recentemente l’UE ha comunicato alla rete delle Organizzazioni Non Governative Palestinesi (ONGP) le nuove condizioni per i finanziamenti, cioè che le organizzazioni della società civile palestinese sono obbligate a non avere rapporti con individui o gruppi definiti “terroristi” dalla UE. Ciò comprende il personale, gli appaltatori, i beneficiari e i destinatari degli aiuti. La misura non solo riduce ulteriormente la libertà della società civile palestinese, ma inoltre criminalizza la resistenza palestinese persino nelle sue forme più pacifiche. (1)

Che cosa ha causato il cambiamento, quali effetti avrà sulla società civile palestinese e che cosa possono fare i palestinesi al riguardo? Al-Shabaka ha parlato di queste questioni e più in generale dei problemi degli aiuti internazionali alla Palestina con l’analista politico Tariq Dana, professore associato presso il ‘Centro per i Conflitti e gli Studi Umanitari’ dell’Istituto di Studi Universitari di Doha,

L’UE sostiene che la nuova clausola non è nuova, in quanto è coerente con la politica dell’UE dal 2001 tesa ad evitare il finanziamento di gruppi classificati come “organizzazioni terroristiche”. È così?

È importante distinguere tra la politica dell’UE e le politiche dei diversi Stati membri che non riflettono necessariamente gli accordi UE riguardo ad una particolare questione. All’inizio degli anni 2000, quando l’USAID [ente governativo USA per la cooperazione internazionale e gli aiuti umanitari, ndtr.] ha incominciato ad imporre la clausola “antiterrorismo” nei confronti delle ONG palestinesi, pochi Stati europei hanno seguito la strada americana e imposto requisiti più severi alle organizzazioni della società civile palestinese. Però l’Unione Europea all’epoca non era coinvolta direttamente in questa controversia ed ha preferito porre l’accento sulla professionalità, la trasparenza e l’efficacia dei programmi delle ONG come principali criteri per ricevere fondi e attuare progetti, piuttosto che focalizzarsi sull’identità politica delle organizzazioni e del loro personale. La tempistica della recente iniziativa dell’UE sulle condizioni di finanziamento e dell’attacco politico alla società civile palestinese è molto sospetta, poiché giunge in un momento molto difficile per i palestinesi.

Allora che cosa ha portato a questo cambiamento?

Il cambiamento va collocato nel contesto della continua colonizzazione israeliana e dell’abilità della sua impresa coloniale di inventare nuovi meccanismi di controllo. L’ultima mossa dell’UE è il risultato della costante pressione israeliana su di essa per impedirle di finanziare molte organizzazioni palestinesi, soprattutto quelle impegnate nel rivelare e rendere note le pratiche coloniali, le violazioni dei diritti umani e i crimini israeliani.

Israele ha infatti adottato un’ampia gamma di misure aggressive per limitare il campo d’azione della società civile nei Territori Palestinesi Occupati, incluse le detenzioni arbitrarie e gli arresti di attivisti della società civile, giustificazioni in base alla “sicurezza” per ostacolare il lavoro delle organizzazioni locali, il finanziamento di campagne di diffamazione per delegittimare l’attività di queste organizzazioni e la pressione sulle organizzazioni e i donatori internazionali perché sospendano i finanziamenti alle ONG palestinesi. Questo è particolarmente evidente riguardo alle organizzazioni legali che utilizzano le leggi internazionali per riferire sulle violazioni dei diritti umani, come Al-Haq e Addameer, e le organizzazioni per lo sviluppo che realizzano progetti nell’area C [sotto il totale ma temporaneo controllo israeliano, in base agli Accordi di Oslo, ndtr.] per sostenere la tenacia delle comunità locali che soffrono a causa dell’esercito e dei coloni, quali il ‘Centro Bisian per la Ricerca e lo Sviluppo’ il cui direttore, Ubai Aboudi, è stato recentemente arrestato da Israele ed è sottoposto a detenzione amministrativa senza capi d’accusa.

Anche alcune influenti organizzazioni di destra in Israele, come ‘NGO Monitor’, che attacca le organizzazioni palestinesi non-profit e i loro partner internazionali con false accuse, per esempio, di “terrorismo” e “antisemitismo” e che ha il sostegno del governo israeliano, hanno fatto pressione e creato mobilitazione contro il finanziamento delle tendenze, anche quelle più moderate, all’interno della società civile palestinese. Purtroppo la definizione dell’UE di “terrorismo” ricalca la prospettiva israeliana e perciò giova ampiamente a questi interessi tesi a sopprimere le voci critiche palestinesi.

Inoltre, mentre la mossa dell’UE rappresenta un’altra vittoria per la propaganda israeliana, è anche l’ennesima di un’infinita serie di sconfitte dell’ANP [Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.]. L’ANP per anni ha escluso la resistenza e ha represso diverse forme di lotta popolare, mentre al contempo sosteneva di appoggiare la “lotta diplomatica” per fare pressione su Israele perché rispettasse il diritto internazionale. Quello che in realtà abbiamo visto è un vergognoso numero di ripetute sconfitte e la scarsa propensione a perseguire un’efficace politica e diplomazia. Quindi non c’è dubbio che il cambio di politica dell’UE nell’intensificare le limitazioni dei finanziamenti alla società civile palestinese è stato in parte il risultato delle politiche insensate dell’ANP.

Come hanno risposto l’ANP e la società civile palestinese alla mossa dell’UE?

Al momento, la società civile palestinese ha mobilitato i propri sostenitori e le proprie reti per respingere questa mossa. La ‘Campagna Nazionale Palestinese per Respingere i Finanziamenti Condizionati’ ha emesso una dichiarazione che critica aspramente la politica dell’UE, affermando la propria totale opposizione al condizionamento politico dei finanziamenti. La dichiarazione afferma l’impegno dell’organizzazione su questa posizione fino al punto che rimarrà ferma anche se “portasse al collasso della nostra organizzazione e all’impossibilità di svolgere il nostro vitale lavoro.” Da parte sua, l’ANP ha denunciato solo verbalmente la misura e non ha formulato alcun piano per trasformare la propria posizione in un passo concreto per fermare l’UE.

Che impatto avrà la politica dell’UE sui palestinesi e sulla società civile palestinese?

La mossa dell’UE giunge in un momento molto difficile per i palestinesi: Israele si sta preparando ad annettere la maggior parte dell’area C e la Valle del Giordano; i palestinesi sono deboli, frammentati e divisi; l’ANP è diventata de facto un esecutore della sicurezza israeliana; la causa palestinese negli ultimi anni ha subito una marginalizzazione e non è più una priorità regionale. Le limitazioni dell’UE si aggiungono a questi elementi, criminalizzando molte organizzazioni palestinesi impegnate in forme moderate di resistenza attraverso il diritto internazionale e la difesa e il sostegno alla sopravvivenza delle comunità. Queste restrizioni quindi non solo contribuiranno ad un’ulteriore emarginazione della causa palestinese, ma favoriranno anche l’istituzionalizzazione dell’espansione coloniale israeliana, poiché, se non riusciranno a trovare alternative ai finanziamenti UE, molte organizzazioni non saranno in grado di sostenere il proprio lavoro di monitoraggio e denuncia dei crimini israeliani.  

Più precisamente, mentre l’elenco dei bersagli dell’UE include molti movimenti di resistenza palestinesi, numerose persone e famiglie subiranno le conseguenze del nuovo cambio di politica. Per esempio, persone che sono state arrestate in passato, compresi coloro che sono stati reclusi in detenzione amministrativa, condannata a livello internazionale, e che ora sono impegnate nell’attivismo della società civile, possono essere classificati “terroristi” e perciò escluse dal ricevere finanziamenti. In più, organizzazioni e gruppi che appoggiano il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) e le sue attività sono chiaramente visti come una minaccia agli interessi israeliani e probabilmente le campagne per delegittimare le loro attività, non solo in Palestina, ma anche in parecchi Stati dell’UE, aumenteranno.

È importante sottolineare anche la contraddizione tra la retorica dell’UE e le sue politiche. Per esempio, l’UE afferma che non riconoscerà l’annessione israeliana dell’area C o della Valle del Giordano, ma tagliando gli aiuti essa ostacola il lavoro delle ONG palestinesi che sostengono le comunità minacciate dall’espulsione israeliana in quelle aree. Di fatto l’UE sarà complice del processo di espulsione, anche se afferma di non riconoscere alcuna possibile annessione.   

Quale è lo stato della società civile palestinese in questo momento cruciale?

Attivisti e studiosi hanno ripetutamente messo in guardia rispetto alla costante dipendenza delle ONG palestinesi dagli aiuti condizionati dell’occidente per finanziare le organizzazioni e i progetti locali. Pur riconoscendo gli sforzi delle iniziative di base per riorganizzarsi attraverso risorse locali e attività volontaria per avviare e sostenere alcuni importanti progetti, queste iniziative non si sono trasformate in una tendenza collettiva e strategica. Il più grande e influente segmento della società civile continua a dipendere dagli aiuti internazionali, che sono ampiamente condizionati a livello politico e ideologico e quindi impongono parecchie limitazioni al lavoro dei soggetti della società civile.

Il predominio di queste ONG ha creato una società stagnante, ha depoliticizzato gli attivisti locali, ha prodotto una nuova elite separata ed ha sprecato milioni in progetti insensati. Per esempio, il ruolo della società civile nella divisione tra Fatah e Hamas è stato chiaramente assente e le organizzazioni non sono riuscite a lanciare iniziative strategiche per contrastare le conseguenze delle divisioni. Il risultato è che la società civile palestinese è molto più frammentata di dieci anni fa, mentre le organizzazioni attive in Cisgiordania hanno priorità e programmi diversi dalle loro controparti nella Striscia di Gaza. Quindi, mentre la società civile dovrebbe essere un ambito di resistenza e di mobilitazione contro la frammentazione, essa ne è diventata parte.

Che cosa occorrerebbe fare per rafforzare la società civile palestinese e contrastare la frammentazione?

Le restrizioni dell’UE potrebbero essere dannose per molte organizzazioni locali, ma dovrebbero essere viste come un’opportunità per creare strategie collettive al di là dell’aiuto ufficiale convenzionale dell’occidente e delle sue limitazioni. La pressione creata dai sistematici tagli ai finanziamenti per gli aiuti da parte dei donatori internazionali potrebbe auspicabilmente spingere molte organizzazioni a cercare risorse alternative all’interno della società palestinese in Palestina e nella diaspora e a collegarsi con gli autentici movimenti della società civile e coi gruppi della solidarietà in tutto il mondo, cosa che offrirebbe piattaforme internazionali per l’attivismo dei difensori e possibili risorse finanziarie per contribuire a ricostruire la società civile su nuovi binari.

E’ vitale per le organizzazioni della società civile dare priorità a quei tipi di azioni che valorizzino le strutture popolari, partecipative e democratiche e l’organizzazione sociale di base. Ci dovrebbe essere uno sforzo organizzato a favore del dialogo interno incentrato su una concezione della società civile che privilegi il programma di liberazione nazionale, la mobilitazione popolare, l’impegno, la resistenza e le politiche e la conoscenza anticolonialiste. Questo dovrebbe essere affiancato da una prospettiva di alternative all’attuale sistema di aiuti, reinventando nuove fonti di solidarietà per finanziare le attività della società civile. Ciò potrebbe comprendere progetti di auto-finanziamento che coinvolgano più palestinesi della diaspora, gruppi della solidarietà internazionale e movimenti per la giustizia sociale che aiuterebbero a ridurre la dipendenza dai finanziamenti condizionati.

Note:

  1. Al-Shabaka è grata per gli sforzi dei difensori dei diritti umani di tradurre i suoi articoli, ma non è responsabile per qualunque modifica del loro significato.

Tariq Dana

Il consulente politico di Al-Shabaka Tariq Dana è professore associato presso il ‘Centro per i Conflitti e gli Studi Umanitari’ dell’Istituto di Studi post-universitari di Doha. Ha lavorato come direttore del ‘Centro per gli Studi sullo Sviluppo’ all’università di Birzeit (2015-2017) ed è stato ricercatore presso l’‘Istituto di Studi Internazionali Ibrahim Abu-Lughod’. Ha conseguito la laurea presso la Scuola Sant’Anna di Studi Avanzati, in Italia. Gli interessi di Tariq nel campo della ricerca comprendono l’economia politica, la società civile, i movimenti sociali e le ONG, la costruzione dello Stato e i rapporti società-Stato, con focus particolare sulla Palestina e più in generale sul Medio Oriente arabo.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Perché l’Autorità Nazionale Palestinese non è in grado di mobilitare il suo popolo?

Mariam Barghouti

4 febbraio 2020 – Al Jazeera

Per decenni l’ANP ha represso le proteste palestinesi e minato la mobilitazione di massa palestinese.

Con l’annuncio il 28 gennaio dell’ “accordo del secolo” dell’amministrazione Trump, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è entrata in azione. A poche ore dalla cerimonia alla Casa Bianca, durante la quale il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha divulgato i dettagli del suo piano, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato “mille no all’accordo del secolo”.

L’ANP ha quindi proceduto a rilasciare una serie di minacce, tra cui ancora una volta quella di rompere gli accordi con i corpi di sicurezza israeliani, e un appello a manifestazioni di massa contro l’accordo proposto.

Nonostante tutti i suoi affanni retorici, tuttavia, la leadership palestinese non è riuscita a radunare una forte reazione all’oltraggiosa violazione dei diritti dei palestinesi che è in realtà la proposta di Trump. Non è riuscita nemmeno a mobilitare la propria gente. Perché?

Perché da oltre 20 anni l’ANP ha partecipato attivamente alla repressione del popolo palestinese, mantenendo uno stretto rapporto con le forze di sicurezza israeliane. Il suo atteggiamento, i suoi discorsi e le politiche passate e presenti sono sempre stati diretti non a proteggere i diritti e il benessere del popolo palestinese, ma a mantenere il potere a tutti i costi.

L’ “accordo del secolo” ha smascherato la duplicità dell’ANP e il costo che ha rappresentato per la mobilitazione di massa palestinese.

Reprimere il dissenso palestinese

Dalla sua istituzione nel 1994 a seguito dei disastrosi accordi di Oslo, l’ANP ha fatto poco altro che aiutare Israele a pacificare i palestinesi mentre la loro terra, proprietà e risorse venivano confiscate dai coloni ebrei. Per garantirsi il potere, la leadership palestinese ha portato avanti una stretta cooperazione con Israele, torturando i dissidenti palestinesi e fornendo informazioni sugli attivisti palestinesi.

Ha anche represso violentemente qualsiasi protesta pubblica che minacciasse la sua stretta sul potere o fosse considerata una “minaccia” dagli israeliani. Ha ripetutamente schierato la guardia nazionale, la polizia antisommossa e gli scagnozzi fedeli a Fatah, il partito che controlla l’ANP, per reprimere il dissenso.

La mia prima esperienza con le maniere forti dell’ANP è stata nel 2011, durante una manifestazione in piazza Manara a Ramallah di solidarietà con le rivoluzioni dei vicini Paesi arabi. Centinaia di giovani si sono riuniti pacificamente, scandendo slogan politici, chiedendo l’unità tra Fatah e Hamas contro le regole di Oslo. Nel giro di poche ore siamo stati attaccati, malmenati e arrestati.

Nel 2012, siamo scesi in strada per una protesta contro la prevista visita a Ramallah del vice primo ministro israeliano Shaul Mofaz, un uomo accusato di aver commesso innumerevoli crimini contro i palestinesi, incluso il massacro di Jenin durante la seconda Intifada e l’assassinio di vari leader palestinesi.

Abbiamo considerato il suo incontro con Abbas un altro atto di complicità dell’ANP con il progetto di insediamento coloniale israeliano. Siamo usciti in massa per protestare, ma siamo stati duramente picchiati dalla polizia dell’ANP. Più tardi, l’intelligence dell’ANP ci ha seguiti e assaliti per strada, ha chiamato le nostre famiglie minacciandole. Peggio ancora, siamo stati calunniati dai lealisti dell’ANP sulle piattaforme dei social media come “traditori” che avrebbero lavorato per una “agenda straniera”.

Nel 2018, siamo scesi in strada per manifestare contro la complicità dell’ANP nel blocco israeliano su Gaza, che ormai ha reso la Striscia invivibile. L’ANP aveva tagliato lo stipendio ai dipendenti di Gaza, cancellato i trasferimenti per cure mediche e l’assistenza finanziaria a centinaia di famiglie bisognose. A causa dei loro meschini interessi di parte, due milioni di palestinesi soffrono condizioni di vita insopportabili. La nostra protesta è stata di nuovo brutalmente attaccata, siamo stati picchiati, trascinati per le strade di Ramallah e arrestati mentre cercavamo di farci curare le ferite in ospedale.

Questi sono solo alcuni esempi della campagna sistematica dell’ANP per mettere a tacere e placare i palestinesi in modo da fornire a Israele un “senso di sicurezza”. Questo non vuol dire che Hamas sia un attore senza colpe; anch’esso ha commesso la sua buona parte di repressione contro la popolazione palestinese a Gaza e ha cercato di mettere a tacere le critiche.

Basta leadership palestinese

Oltre a reprimere il dissenso palestinese, la leadership palestinese, sia in Cisgiordania che a Gaza, ha cercato anche di strumentalizzare la mobilitazione di massa per i suoi miopi obiettivi politici.

Ogni volta che c’è la dichiarazione di un organismo internazionale che minacci la posizione dell’Autorità Nazionale Palestinese come rappresentante del popolo palestinese (e non è stata eletta), assistiamo a una serie di discorsi e dichiarazioni di politici palestinesi che chiamano alla protesta.

L’ANP e le altre fazioni e partiti politici palestinesi considerano la protesta palestinese un’arma che possono usare ogni volta che lo desiderano. Vogliono una mobilitazione di massa solo quando gli fa comodo, non quando è meglio per l’interesse del popolo palestinese.

Il problema è che questo atteggiamento, insieme ad anni di repressione del dissenso e angherie nei confronti della società civile, ha aggiunto un altro livello di repressione – oltre all’occupazione israeliana – lasciando i palestinesi disillusi e danneggiando la loro capacità di mobilitarsi efficacemente per la loro lotta.

Nel corso degli anni, molti hanno smesso di vedere una ragione per scendere in piazza, perché la loro protesta sarebbe stata brutalmente repressa o cooptata da forze politiche che considerano illegittime.

Non c’è da stupirsi quindi se, quando l’ANP ha chiesto la mobilitazione di massa nelle strade contro “l’accordo del secolo”, sono arrivati in pochi. Oggi l’ANP è in grado di mobilitare solo chi è fedele alle sue strutture politiche e al suo braccio armato – Fatah. Per radunare una folla a Ramallah, deve portare in bus le persone da fuori città.

Ormai molti palestinesi hanno perso fiducia nella loro leadership. Molti sanno che le minacce dell’ANP di tagliare i legami con le agenzie di intelligence israeliane sono false. L’ultima volta che l’ha fatto, nel 2017, è venuto poi fuori che il 95% del coordinamento per la sicurezza con Israele era stato mantenuto.

Ma nonostante il fallimento politico e morale dei loro leader, i palestinesi non sono disperati. Continuano la loro lotta per la giustizia, i diritti e la fine dell’occupazione israeliana e dell’apartheid. Continuano a mobilitarsi nonostante i loro leader e la loro complicità con Israele.

Lo spirito della piazza palestinese è vivo, ma non può più essere invocato da forze politiche disoneste. Si manifesterà solo in difesa della legittima lotta del popolo palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese americana residente a Ramallah.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele uccide quattro palestinesi in Cisgiordania

Maureen Clare Murphy

6 Febbraio 2020– Electronic Intifada

Mercoledì e giovedì le forze di occupazione israeliane hanno ucciso quattro palestinesi in Cisgiordania, anche nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Il ministero della Salute nei territori ha informato che un quinto palestinese, Khalil al-Adham, è morto giovedì per le ferite dopo essere stato colpito sabato da forze israeliane nel nord della Striscia di Gaza.

Giovedì diversi soldati israeliani sono rimasti feriti in tre attacchi.

Le forze israeliane hanno detto di aver inseguito un attentatore che all’inizio della giornata ha aperto il fuoco contro un gruppo di soldati fuori da una colonia nei pressi di Ramallah, la capitale dell’Autorità Nazionale Palestinese. Un soldato è stato ricoverato in ospedale per lievi ferite alla testa.

Giovedì prima dell’alba un automobilista si è lanciato contro un gruppo di soldati a Gerusalemme ovest, ferendone 12, di cui uno gravemente. A fine giornata Israele ha arrestato il presunto aggressore, un venticinquenne abitante di Gerusalemme est.

I media israeliani hanno informato che i soldati, della Brigata Golani, “stavano visitando Gerusalemme prima di una cerimonia di giuramento la mattina presto al Muro del Pianto”.

Sulle reti sociali soldati della Brigata Golani hanno incitato all’assassinio di palestinesi e sono sospettati di aver perpetrato crimini di guerra a Gaza.

Giovedì sera un cittadino palestinese di Israele è stato ucciso dopo aver aperto il fuoco contro agenti della polizia di frontiera israeliana fuori dal complesso della moschea di al-Aqsa, nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Media israeliani hanno identificato l’aggressore palestinese ucciso come Shadi Banna, 45 anni, di Haifa [in Israele, ndtr.].

Riprese di una telecamera di sorveglianza israeliana mostrano Banna avvicinarsi ad un gruppo di agenti della forza paramilitare di polizia ed aprire il fuoco con una pistola. Il video sembra mostrare il momento in cui Banna viene colpito. Quando finisce il filmato dell’incidente sta ancora correndo lontano dalla scena.

La polizia israeliana ha affermato che un poliziotto è rimasto leggermente ferito.

Letale incursione per la demolizione di una casa

Giovedì due palestinesi, compreso un agente di polizia, sono stati uccisi durante un’incursione israeliana per la demolizione di una casa nella città di Jenin, nel nord della Cisgiordania.

Forze di occupazione hanno fatto irruzione nella città per distruggere per la seconda volta una casa della famiglia di Ahmad Qanbaa, un palestinese arrestato da Israele per il suo presunto ruolo in un attacco armato che due anni fa ha ucciso un colono.

“I soldati prima hanno demolito l’edificio nel 2018, ma poi è stato ricostruito,” hanno informato i mezzi di comunicazione israeliani.

Secondo il Centro Palestinese per i diritti umani otto persone, compresi due minori, vivevano nella casa demolita giovedì.

Dalla fine del 2015 Israele ha accelerato le demolizioni delle abitazioni di famiglie di palestinesi sospettati di avere attaccato israeliani.

Queste misure di punizione collettiva sono una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, che Israele ha ratificato.

Mettono anche in evidenza il razzismo istituzionalizzato di Israele, dato che tali punizioni non vengono mai comminate a famiglie di ebrei israeliani che aggrediscono palestinesi.

Alcuni palestinesi si sono riuniti sul luogo della demolizione e si sono scontrati con le forze di occupazione. I militari hanno utilizzato contro i manifestanti proiettili veri, pallottole ricoperte di gomma e lacrimogeni.

Secondo il “Centro Palestinese per i Diritti Umani” Yazan Munthir Khalid Abu Tabikh, 19 anni, è stato colpito al petto ed è morto sul colpo.

Dopo la sua morte fotografie di Abu Tabikh durante il pellegrinaggio alla Mecca sono state fatte circolare dai mezzi di informazione palestinesi.

Un video ha ripreso la sparatoria contro un secondo palestinese ferito a morte durante l’incursione. Le immagini mostrano Tariq Ahmad Luay Badwan, 24 anni, in piedi nell’ingresso di una stazione di polizia e totalmente inoffensivo, quando cade a terra. Colpito al ventre da un proiettile vero, più tardi è morto in ospedale lo stesso giorno.

Adolescente ucciso a Hebron

Il quarto palestinese ucciso in Cisgiordania questa settimana, il sedicenne Muhammad Suleiman al-Haddad, è stato colpito varie volte al petto mercoledì durante una protesta nella città di Hebron.

Israele ha sostenuto che al-Haddad aveva lanciato una bottiglia molotov contro i soldati.

Il“Centro Palestinese per i Diritti Umani” ha informato che al-Haddad è stato colpito da un cecchino dell’esercito israeliano che si trovava su un tetto nei pressi del checkpoint di via Shuhada a Hebron.

Il gruppo per i diritti umani ha affermato: “La sparatoria sarebbe avvenuta durante una protesta organizzata da decine di giovani che hanno lanciato pietre contro (le forze di occupazione israeliane) ed hanno bruciato copertoni.”

L’adolescente è stato il primo palestinese ucciso da quando lo scorso martedì è stato reso noto il piano per il Medio Oriente del presidente USA Donald Trump.

Secondo il “Centro Palestinese per i Diritti Umani” in Cisgiordania le forze israeliane hanno represso più di 60 manifestazioni di protesta contro il piano di Trump.

L’associazione ha affermato che “in seguito a ciò decine di civili sono stati colpiti e feriti con proiettili veri e pallottole ricoperte di gomma, oltre a molti altri (ricoverati) in seguito all’inalazione di gas lacrimogeni.”

Attacchi aerei e punizione collettiva contro Gaza

Nel contempo nelle prime ore di giovedì Israele ha preso di mira quelle che ha definito posizioni di Hamas a Gaza dopo che palestinesi del territorio avrebbero lanciato colpi mortaio e palloni incendiari verso Israele.

Non ci sono notizie di feriti in seguito agli attacchi aerei di Israele o al fuoco di mortai e palloni incendiari da Gaza.

Il COGAT, braccio amministrativo dell’occupazione militare israeliana, ha affermato che mercoledì, “in seguito al continuo lancio di razzi e di palloni incendiari,” Israele ha ulteriormente ridotto la zona di pesca consentita lungo le coste di Gaza

Lo scorso anno Israele ha annunciato per 20 volte modifiche dell’accesso alle acque territoriali di Gaza. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha utilizzato l’industria peschiera di Gaza come un “mezzo di pressione” – una definizione utilizzata dal quotidiano di Tel Aviv “Haaretz” – sui 2 milioni di palestinesi che dal 2007 vivono nel territorio sottoposto a un blocco molto rigido.

Giovedì il gruppo per i diritti umani “Gisha” ha affermato che le restrizioni frequentemente modificate sui pescatori “provocano un danno deliberato ad uno dei più vulnerabili e importanti settori [economici] di Gaza in risposta ad azioni che nessuno sostiene siano in alcun modo legate ai pescatori della Striscia.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Russia sta utilizzando la religione per rafforzare la propria influenza tra i palestinesi

Adnan Abu Amer

 1 febbraio 2020 – Middle East Monitor

Questa settimana il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha ricevuto il suo collega russo Vladimir Putin a Betlemme e non a Ramallah. La scelta della sede ha dato all’incontro un carattere inequivocabilmente cristiano, un fattore che è stato utilizzato recentemente dalla Russia nei suoi rapporti internazionali.

Lo scorso mese Putin si è incontrato con il patriarca della Chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme, Teofilo III, per discutere delle difficoltà che i cristiani devono affrontare in Medio Oriente. Ha manifestato il suo appoggio per la salvaguardia delle proprietà della Chiesa ortodossa nella città e la protezione dei cristiani della regione. In novembre la Russia ha annunciato l’intenzione di proteggere i cristiani del Medio Oriente dopo che Putin ha incontrato il patriarca di Mosca con una delegazione dell’Autorità Nazionale Palestinese.

La politica estera “religiosa” è significativa anche perché Israele si prepara a concedere alla Russia la proprietà di una chiesa a Gerusalemme come parte di un accordo per il rilascio di una donna israeliana arrestata a Mosca. L’edificio si trova nel complesso russo della Città Vecchia occupata. La chiesa di Sant’Aleksandr Nevsky e altri immobili vennero venduti nel XIX secolo allo zar Alessandro III.

I rapporti russo-palestinesi si sono di recente sviluppati a vari livelli politici ed economici. Ciò che rappresenta una novità è la loro dimensione religiosa, che fornisce ai russi un ulteriore punto di vista riguardo alle questioni palestinesi.

L’interesse di Putin per i tentativi di conservare e sostenere le proprietà ortodosse a Gerusalemme pare essere in parte dovuto all’intenzione di evitare che coloni ebrei li comprino o li occupino. Il patriarca ha ringraziato il presidente russo per il suo sostegno e la donazione del 2016 per il restauro della chiesa della Natività a Betlemme.

Guarda caso questa settimana la Corte Suprema israeliana ha ribaltato una decisione presa lo scorso giugno per la vendita di una proprietà del patriarcato della Chiesa greco-ortodossa nella Città Vecchia di Gerusalemme all’associazione dei coloni Ateret Cohanim. I palestinesi sono preoccupati di simili transazioni commerciali perché la Chiesa ortodossa ha il principale portafoglio immobiliare in Palestina, secondo solo ai beni religiosi islamici. Abbas non si è scontrato con la Chiesa per la vendita delle sue proprietà ai coloni, nonostante le proteste dei cristiani arabi, probabilmente per il fatto che per tali vendite è necessario l’avvallo russo. Tuttavia la Chiesa non sembra essere troppo preoccupata di disporre delle sue proprietà in questo modo.

I palestinesi parlano di complicità con le autorità occupanti da parte di alcune personalità ortodosse che concedono le proprietà ai coloni per ricavarne un guadagno personale. Altri parlano di una vera e propria corruzione all’interno della leadership della Chiesa. Anche la Russia potrebbe non essere estranea alle transazioni immobiliari con gruppi di coloni.

Turisti cristiani russi visitano la Palestina per visitare le chiese ortodosse, le proprietà storiche e i resti archeologici a Gerusalemme, Hebron, Gerico e Betlemme. Ciò potrebbe spiegare il crescente interesse di Putin, anche se l’ANP non ha la capacità di bloccare la perdita di proprietà cristiane a favore dei coloni perché Israele impone la propria sovranità su Gerusalemme.

Fonti della chiesa palestinese mostrano che l’1% dei palestinesi nei territori occupati sono cristiani. Si tratta di circa 450.000 persone distribuite in Cisgiordania, Gerusalemme est e Israele. Di questi il 51% sono appartenenti alla Chiesa greco-ortodossa e il resto è distribuito tra sette denominazioni, le più importanti delle quali sono la cattolica romana e protestanti.

Le ragioni principali del terribile calo del numero dei palestinesi cristiani che vivono nella culla della Cristianità sono la loro emigrazione a causa della continua occupazione israeliana, la cattiva situazione economica e il desiderio di vivere in un Paese sicuro. Lo scorso anno Putin ha detto che la situazione dei cristiani in Medio Oriente è “catastrofica” e il leader russo ha descritto il suo intervento militare in Siria nel 2015 come una guerra santa per proteggervi i cristiani.

Ciò significa che la Russa sta tornando alle sue radici cristiane precedenti al comunismo? Almeno in Palestina la religione sembra essere utilizzata per rafforzare l’influenza di Mosca.

A ottobre Putin ha manifestato il proprio parere negativo riguardante l’“accordo del secolo” statunitense ed ha affermato di aver proposto negoziati tra israeliani e palestinesi a Mosca, ma senza successo. Ciò è stato visto dai palestinesi come un appoggio nei loro confronti di fronte alle pressioni USA perché accettassero l’accordo.

La posizione russa è che la causa della violenza nella regione è dovuta al fatto di non aver risolto la questione palestinese. Tuttavia la Russia ha stretti rapporti con Israele, dove vive un milione e mezzo di ebrei sovietici/russi.

Il sostegno dei palestinesi per le recenti posizioni della Russia non significa che essi siano interessati a passare dalla mediazione esclusivamente statunitense a quella russa. Vogliono una mediazione internazionale e la posizione di Putin sull’“accordo” incoraggia i palestinesi a continuare a rifiutarlo. Ciò isola ancor più gli USA e incrementa la sua ostilità verso i legittimi diritti dei palestinesi.

È evidente il desiderio della Russia di riempire il vuoto lasciato da Washington in Medio Oriente e il suo uso della questione palestinese per aumentare la propria influenza. I palestinesi possono trarre vantaggio dalla polarizzazione tra Washington e Mosca, spingendo quest’ultima a schierarsi con la loro causa. Tuttavia i russi hanno posizioni relativamente equidistanti, dato che condividono anche interessi strategici con Israele.

Comunque i palestinesi hanno accolto positivamente la collaborazione con i russi, senza voltare le spalle agli americani. Sperano che entrambi siano più equilibrati quando si tratta dei diritti dei palestinesi. I contatti con la Russia implicano che il mondo non è governato esclusivamente dagli USA e contribuiscono a conservare la visibilità dei palestinesi a livello internazionale. Tali contatti possono anche contribuire a contrastare l’“accordo del secolo” reso pubblico questa settimana a Washington.

Oltretutto la Russia, a differenza degli americani, è uno dei pochi Paesi al mondo ad avere rapporti con tutte le principali fazioni palestinesi, il che dovrebbe renderla più rappresentativa nel cercare di mediare. Tuttavia Israele non vuole far riferimento a nessun altro Paese che non siano gli USA dalla sua parte, il che può bloccare o rallentare i progressi di Mosca a questo proposito.

Secondo i palestinesi la Russia sta estromettendo gli USA dal dossier palestinese utilizzando la sua alleanza con potenze regionali in contrasto con Washington, come Iran e Turchia. Mosca punta anche sui suoi successi politici e militari in Siria, che l’hanno incoraggiata a intervenire altrove.

Come membro del consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto, il coinvolgimento positivo della Russia nella vicenda palestinese può contribuire a trovare un equilibrio di fronte alla parzialità degli USA a favore di Israele. È un’ulteriore ragione per cui Israele vuole trattare solo attraverso Washington.

Tuttavia per il momento il ruolo della Russia si limita a ricevere delegazioni politiche e a fare dichiarazioni diplomatiche, senza trasformarle in azioni concrete. Mentre c’è una chiara dimensione cristiana della politica estera russa sul conflitto israelo-palestinese, questa è presente anche nell’appoggio americano a Israele, soprattutto la forte influenza degli evangelici sionisti che sostengono sempre e comunque Israele.

Pertanto, data l’ovvia influenza degli ebrei, dei cristiani ortodossi e dei cristiani evangelici, non c’è da stupirsi che il mondo rifiuti qualunque tentativo palestinese di legare il conflitto con Israele alle proprie credenze ideologiche basate sull’Islam.

Le opinion esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’Autorità Nazionale Palestinese annuncia la chiusura di tutti i rapporti con Israele e gli Stati Uniti

Redazione di Middle East Eye

1 febbraio 2020 MEE

Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha affermato che “che non ci sarà più alcun rapporto” con Israele e gli Stati Uniti

Sabato Mahmoud Abbas ha dichiarato che l’Autorità Nazionale Palestinese ha interrotto tutti i rapporti con Stati Uniti e Israele dopo aver respinto la controversa proposta di Trump per Israele e Palestina.

“Abbiamo informato la controparte israeliana … che non ci sarà più alcun rapporto con loro e con gli Stati Uniti, nemmeno gli accordi sulla sicurezza”, ha detto Abbas in una riunione straordinaria della Lega Araba al Cairo in cui ha ribadito il suo “totale” rifiuto del piano.

Sabato, anche la Lega Araba ha respinto il piano. Il piano prevede la creazione di uno Stato palestinese smilitarizzato, con ampie aree della Cisgiordania occupata annesse a Israele.

Negoziato tra Israele e gli Stati Uniti, il piano non contiene contributi palestinesi.

L’ANP aveva stretto accordi sulla sicurezza con Israele con cui collabora nelle aree controllate della Cisgiordania occupata che sono sotto il controllo palestinese. Anche gli accordi di condivisione dell’intelligence stipulati dall’ANP con la CIA potrebbero ora essere in pericolo.

Alla riunione del Cairo, alla quale hanno partecipato i ministri degli esteri arabi, Abbas ha dichiarato di essersi rifiutato di discutere il piano con Trump. “Mi hanno detto che Trump voleva inviarmi l’accordo del secolo perché lo leggessi, ho detto che non lo avrei fatto”, ha detto sabato Abbas alla riunione dei ministri degli Esteri della Lega Araba.

“Trump mi ha chiesto di parlargli al telefono, ma io ho detto ‘no’ e che voleva mandarmi una lettera, e mi sono rifiutato di riceverla.”La reazione al piano da parte dei paesi arabi non è stata univoca; alcuni Stati del Golfo hanno partecipato alla presentazione a Washington e altri, come la Giordania, lhanno decisamente rifiutato. Il capo della Lega araba, Ahmed Aboul-Gheit, ha dichiarato mercoledì che il piano “ha ignorato i legittimi diritti dei palestinesi nei territori”.

Ad agosto, l’ANP ha minacciato di interrompere le relazioni con Israele per via delle demolizioni [israeliane] nella cittadina occupata di Sur Bahir, nella Gerusalemme Est occupata, che hanno prodotto decine di sfollati palestinesi.

(Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)




L’“accordo del secolo” di Trump non porterà la pace, e quello era previsto

Jonathan Cook

29 gennaio 2020 – Palestine Chronicle

Buona parte dell’“accordo del secolo” di Trump a lungo rinviato non è stata una sorpresa. Nel corso degli ultimi 18 mesi fonti ufficiali israeliane hanno fatto filtrare molti dei suoi dettagli..

La cosiddetta “visione per la pace” svelata martedì ha semplicemente confermato che il governo USA ha pubblicamente adottato ciò che da molto tempo è accettato da tutti in Israele: che quest’ultimo ha il diritto di tenersi per sempre le aree di territorio che ha illegalmente sottratto nel corso degli ultimi 50 anni negando ai palestinesi una qualunque speranza di avere uno Stato.

La Casa Bianca ha scartato la tradizionale posizione USA come “mediatore neutrale” tra Israele e i palestinesi. I dirigenti palestinesi non sono stati invitati alla cerimonia e non ci sarebbero andati se lo fossero stati. Questo è un accordo concepito più a Tel Aviv che a Washington – e il suo obiettivo era di garantire che non ci sarebbe stata nessuna controparte palestinese.

Cosa più importante per Israele, esso avrà il permesso di Washington per annettersi tutte le colonie illegali, ora disseminate in tutta la Cisgiordania, così come la vasta area agricola della Valle del Giordano. Israele continuerà ad avere il controllo militare su tutta la Cisgiordania. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua intenzione di portare il prima possibile davanti al suo governo un simile piano di annessione. Ciò rappresenterà senza dubbio l’asse centrale del suo tentativo di vincere le elezioni politiche molto incerte previste per il 2 marzo.

L’accordo di Trump approva anche la già esistente annessione di Gerusalemme est a Israele. Prevede che i palestinesi facciano finta che la loro capitale sia un villaggio della Cisgiordania fuori città, chiamando “Al Quds” [Gerusalemme in arabo, ndtr.] la loro capitale. Ci sono indicazioni con effetti fortemente provocatori che ad Israele sarà consentito di dividere il complesso della moschea di Al Aqsa per creare una zona di preghiera per ebrei estremisti, come è avvenuto ad Hebron.

Oltretutto sembra che l’amministrazione Trump stia prendendo in considerazione l’approvazione delle speranze di lunga data della destra israeliana di ridefinire gli attuali confini in modo tale da trasferire potenzialmente in Cisgiordania centinaia di migliaia di palestinesi che attualmente sono cittadini di Israele. Ciò rappresenterebbe quasi sicuramente un crimine di guerra.

Il piano non prevede nessun diritto al ritorno e sembra che il mondo arabo dovrebbe pagare il conto per indennizzare milioni di rifugiati palestinesi.

Una mappa USA distribuita martedì mostra enclave palestinesi collegate da un labirinto di ponti e tunnel, compreso uno tra la Cisgiordania e Gaza. L’unico incentivo concesso ai palestinesi sono le promesse USA di rafforzare la loro economia. Date le difficili condizioni finanziarie dei palestinesi dopo decenni di furto di risorse da parte di Israele, questa non è molto più di una promessa.

Tutto ciò è stato mascherato da “realistica soluzione dei due Stati”, che offre ai palestinesi circa il 70% dei territori occupati, che a loro volta rappresentano il 22% della loro patria originaria. Detto in altro modo, ai palestinesi viene richiesto di accettare uno Stato sul 15% della Palestina storica, dopo che Israele si è impossessato di tutte le migliori terre agricole e risorse idriche.

Come tutti gli accordi prendere o lasciare, questo “Stato” rappezzato, senza un esercito e in cui Israele controllerebbe la sicurezza, i confini, le acque territoriali e lo spazio aereo, ha una scadenza. Deve essere accettato entro quattro anni. In caso contrario Israele avrà la mano libera per iniziare a depredare ancora più territorio. Ma la verità è che né Israele né gli USA si aspettano o vogliono che i palestinesi collaborino.

Per questo il piano include, oltre all’annessione delle colonie, una miriade di precondizioni irrealizzabili prima che ciò che rimane della Palestina venga riconosciuto: le fazioni palestinesi devono deporre le armi, ed Hamas si deve sciogliere; l’Autorità Nazionale Palestinese, guidata da Mahmoud Abbas, deve elimnare i sussidi alle famiglie dei prigionieri politici; i territori palestinesi devono essere reinventati come una Svizzera del Medio Oriente, una fiorente democrazia e una società aperta, tutto ciò sotto il dominio israeliano.

Al contrario il piano Trump pone fine alla farsa per cui il processo di Oslo, durato 26 anni, ha avuto come obiettivo nient’altro che la resa dei palestinesi. Gli Usa si allineano totalmente con i tentativi di Israele, perseguiti per molti decenni da tutti i suoi principali partiti, di porre le basi per un’apartheid permanente nei territori occupati.

Trump ha invitato per la presentazione sia Netanyahu, il primo ministro israeliano ad interim, che il suo principale avversario politico, l’ex-generale Benny Gantz. Entrambi erano ansiosi di esprimere il proprio appoggio incondizionato.

Tutti e due insieme rappresentano i 4/5 del parlamento israeliano. Il principale campo di scontro delle elezioni di marzo sarà chi dei due potrà sostenere di essere più in grado di mettere in atto il piano e quindi sferrare un colpo mortale ai sogni palestinesi di avere uno Stato.

Nella destra israeliana ci sono state manifestazioni di dissenso. Gruppi di coloni hanno descritto il piano come “lungi dall’essere perfetto”, un’opinione quasi sicuramente condivisa in privato da Netanyahu. L’estrema destra israeliana è contraria a qualunque discorso riguardo alla costituzione di uno Stato palestinese, per quanto illusorio.

Ciononostante Netanyahu e la sua coalizione di destra sarà ben contenta di cogliere i benefici offerti dall’amministrazione Trump. Nel contempo l’inevitabile rifiuto del piano da parte della dirigenza palestinese servirà d’ora in avanti come giustificazione per il furto da parte di Israele di altra terra. Ci sono altri, più immediati vantaggi dell’“accordo del secolo”.

Consentendo a Israele di raccogliere illeciti vantaggi dalla conquista nel 1967 dei territori palestinesi, Washington ha ufficialmente appoggiato una delle più grandi aggressioni coloniali dell’epoca contemporanea. L’amministrazione USA ha di conseguenza dichiarato una guerra aperta ai già deboli limiti imposti dalle leggi internazionali.

Anche Trump ne beneficia di persona. Ciò fornirà un diversivo dalle udienze per il suo impeachment così come una consistente offerta per corrompere, durante la corsa alle elezioni presidenziali, la sua base evangelica ossessionata da Israele e importanti finanziatori, come il magnate USA dei casinò Sheldon Adelson.

E il presidente USA è corso in aiuto a un utile alleato politico. Netanyahu spera che questo sostegno da parte della Casa Bianca possa promuovere la sua coalizione ultra-nazionalista al potere in marzo e intimidire i tribunali israeliani quando prenderanno in considerazione le accuse penali contro di lui.

Martedì è risultato evidente quanto egli preveda di ricavare un vantaggio personale dal piano di Trump. Ha rimproverato la procura generale di Israele per aver presentato le accuse di corruzione, sostenendo che è stato messo a repentaglio un “momento storico” per lo Stato di Israele.

Nel contempo Abbas ha accolto il piano con “un migliaio di no”. Trump lo ha messo totalmente in pericolo. O l’ANP abbandona il suo ruolo di subappaltante della sicurezza a favore di Israele e si scioglie, o continua come prima ma privato ora esplicitamente dell’illusione che si possa perseguire la sua trasformazione in uno Stato.

Abbas cercherà di resistere con le unghie e con i denti, sperando che Trump in questo anno di elezioni venga spodestato e che una nuova amministrazione USA ritorni alla finzione di far avanzare il processo di pace di Oslo ormai da molto tempo arrivato a scadenza. Ma se Trump vince le difficoltà aumenteranno rapidamente.

Nessuno, ancora meno l’amministrazione Trump, crede che questo piano porterà alla pace. Una preoccupazione più realistica è con quale rapidità preparerà la strada per uno spargimento di sangue ancora più grande.

– Jonathan Cook ha vinto il premio speciale di giornalismo “Martha Gellhorn”. Tra i suoi libri “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per ridisegnare il Medio Oriente] (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [Palestina che sparisce: gli esperimenti israeliani sulla disperazione umana] (Zed Books). Ha contribuito con questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Avanti, annettiamo la Cisgiordania

Meron Rapoport 

23 gennaio 2020 – + 972

L’annessione della Valle del Giordano renderebbe ufficialmente Israele uno Stato di apartheid dal fiume al mare. Ma potrebbe essere meno terribile di come pensiamo.

Si è saputo che anche Benny Gantz, rivale di centro del Primo Ministro Netanyahu, persegue l’obiettivo che Israele annetta la Valle del Giordano. Martedì, durante una visita in quella zona della Cisgiordania occupata, Gantz ha affermato che la Valle del Giordano è “lo scudo difensivo di Israele verso est in qualsiasi futuro conflitto. Consideriamo questa terra come parte inseparabile dello Stato di Israele.” Dopo le elezioni, ha continuato Gantz, avrebbe esteso la sovranità sulla valle con una “mossa concordata a livello nazionale” e coordinata con la comunità internazionale.

Non è una posizione nuova tra i falchi del centro israeliano. Un piano strategico pubblicato nell’ottobre 2018 dal National Security Research Institute, il luogo di formazione ideologica di ex generali dell’IDF come Gantz, afferma che Israele avrebbe già dovuto dichiarare la Valle del Giordano area strategica, da mantenere sotto controllo israeliano fino a quando Israele non arriverà ad un sufficiente accordo per la sicurezza.

È peraltro vero che le recenti condizioni poste da Gantz – che l’annessione della Valle del Giordano abbia il consenso nazionale e sia coordinato a livello internazionale – potrebbero far sì che la dichiarazione resti priva di fondamento. A parte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (e anche questo non è del tutto certo), è improbabile che la “comunità internazionale” accetti la mossa.

Eppure, anche se non ha alcuna reale intenzione di annettere la Valle, Gantz ha deliberatamente scelto di schierarsi con la retorica della destra israeliana, per la quale l'”annessione” è diventata una questione di buone maniere, cartina di tornasole per qualsiasi personaggio politico.

Le affermazioni di Gantz ricordano in qualche modo lo slogan della campagna elettorale di Netanyahu del 1996: “Fare una pace sicura”. Netanyahu all’epoca non aveva intenzione di fare la pace, così come oggi sembra che Gantz non abbia alcuna intenzione di procedere all’annessione. Tuttavia, tre anni dopo gli Accordi di Oslo, Netanyahu fu costretto ad includere il centro-sinistra israeliano dell’epoca, per cui la parola “pace” era una categoria a parte. Questo vale per gli ultimi 25 anni della politica israeliana: la pace è out, l’annessione è in.

Potrebbe non essere terribile come si pensa. Per alcuni aspetti, è veramente deplorevole che la coalizione di destra, secondo recenti sondaggi, non sarà in grado di assicurarsi 61 seggi della Knesset nelle prossime elezioni di marzo. Se dovesse vincere Netanyahu, è difficile immaginare come se la caverà con le sue chiare promesse di annettere immediatamente la Valle del Giordano. Nell’attuale situazione politica, l’annessione è il miglior regalo che possano sperare gli avversari dell’occupazione.

Questo non significa che le cose debbano peggiorare prima di migliorare. L’annessione scuoterà lo status quo di espansione infinita fatta di occupazione e insediamento, diventata molto comoda per Israele. Costringerà la società israeliana e parti della comunità internazionale a tornare a discutere una soluzione politica del conflitto, un obiettivo quasi scomparso. E costringerà i sostenitori della soluzione a due Stati, e persino i sostenitori di un singolo Stato, a uscire dalla loro zona protetta e ricalibrare i loro desideri con la realtà concreta.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’impatto dell’annessione sui confini definitivi di Israele o la fattibilità dell’idea dei due Stati non creerebbero necessariamente un discrimine. Israele ha annesso Gerusalemme Est più di 52 anni fa, pochi giorni dopo la fine della guerra del 1967; ciò non ha impedito a rappresentanti israeliani, ufficiali e non, di discutere dell’annessione in vari negoziati con i palestinesi e concordare che il futuro Stato palestinese avrebbe controllato i quartieri palestinesi della città.

Ciò vale anche per l’ex primo ministro Ehud Olmert, che ha fatto carriera politica nel partito Likud promettendo di tenere Gerusalemme “per l’eternità” (Olmert è stato anche protagonista della campagna elettorale del 1996 di Netanyahu, accusando i laburisti di Shimon Peres di “dividere Gerusalemme”). Un decennio dopo, durante i colloqui di pace con il presidente palestinese Mahmoud Abbas, fu Olmert a proporre di dividere la città. E l’annessione delle Alture del Golan nel 1981 non ha impedito a Ehud Barak – e secondo i documenti, allo stesso Netanyahu – di discutere della possibilità di restituire il Golan alla Siria di Hafez al-Assad.

L’annessione non migliorerà particolarmente la situazione dei pochi coloni israeliani che vivono nella Valle del Giordano. Oggi, e specialmente dopo un decennio di governo di Netanyahu, la Linea Verde [confine tra Israele e Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza prima dell’occupazione del 1967, ndtr.] è quasi del tutto irrilevante e i coloni che vivono in Cisgiordania godono di diritti quasi identici ai cittadini israeliani all’interno dei confini del 1948.

L’annessione può rimuovere alcune delle barriere attualmente imposte ai coloni, ma può anche rendere loro la vita difficile. Nel momento in cui la Valle del Giordano diventasse soggetta ufficialmente alla legge israeliana – piuttosto che agli ordini militari – potrebbe essere molto più difficile confiscare terre, sfrattare palestinesi e stabilire colonie di soli ebrei.

Anche se Israele decidesse di concedere ai palestinesi che annette lo status di residenti invece della piena cittadinanza (come a Gerusalemme est), tale status consentirebbe loro di muoversi liberamente e lavorare all’interno di Israele, il che sicuramente migliorerebbe la loro attuale situazione. Eppure ci sono poche ragioni per credere che i palestinesi annessi rinuncerebbero alle loro aspirazioni nazionali: non è accaduto a Gerusalemme est dopo 52 anni di occupazione, non è accaduto con i palestinesi cittadini di Israele.

Ma c’è la possibilità che l’annessione possa dare impulso non solo ai palestinesi che si trovano sotto la sovranità israeliana, ma alla lotta palestinese in generale. L’annessione costringerebbe l’Autorità Nazionale Palestinese a emergere dal suo coma; renderebbe più facile smantellarla, costringerebbe Israele a riprendere il diretto controllo sulla Cisgiordania, e il ritorno a una lotta per i diritti civili in uno Stato democratico tra il fiume [Giordano] e il mare [Mediterraneo], simile al programma politico originario dell’OLP.

Se Israele, in effetti, rifiutasse di concedere pieni diritti civili ai palestinesi, sarà ancora più facile dimostrare che il regime in Cisgiordania non è un problema temporaneo di “territorio conteso”, come ama sostenere Israele. L’apartheid diventerebbe la politica ufficiale dello Stato.

Inoltre, l’annessione porterebbe la questione palestinese al centro dell’attenzione del mondo arabo. Il governo giordano sta già affrontando una forte opposizione al suo accordo di pace con Israele. Recenti manifestazioni nel Regno hascemita contro l’accordo con Israele per il gas sono ulteriori prove di dissenso. Se l’annessione dovesse avvenire, è difficile pensare che re Abdullah si atterrebbe all’accordo con Israele, volendo mantenere il potere.

La Giordania potrebbe trasformarsi in Palestina, come sperava Netanyahu nel suo libro del 1993 A Place Among the Nations [Un posto fra le Nazioni, ndtr.] – ma questa “Palestina” avrebbe un esercito che potrebbe puntare le sue armi su Israele per solidarietà con i fratelli dall’altra parte del fiume Giordano.

Netanyahu, che conosce la scena internazionale meglio di qualsiasi altro leader a destra – e forse in Israele – è ben consapevole di tutto ciò. Questo è il motivo per cui, durante il suo decennio al potere, ha evitato di compiere passi drastici, perfezionando allo stesso tempo lo status quo. Le sue politiche hanno assicurato l’annessione strisciante di sempre più colonie, la cancellazione della Linea Verde dalla coscienza israeliana e la completa normalizzazione dell’occupazione.

Netanyahu sperava che l’opinione pubblica israeliana, la comunità internazionale, i regimi arabi filo-occidentali e forse gli stessi palestinesi avrebbero alla fine accettato il dominio israeliano sull’intera terra e avrebbero tolto l’opzione di uno Stato palestinese dal tavolo. Ha funzionato brillantemente; persino Gantz, il maggior rivale di Netanyahu, non parla di due Stati.

Ma per il primo ministro potrebbe aver funzionato troppo bene. Proprio perché uno Stato palestinese non sembra più essere preso in considerazione, la destra nazionalista-religiosa ha trasformato l’annessione in richiesta politica – qualcosa che non ha fatto in 40 anni di permanenza al governo, da quando la destra ha preso il potere nel 1977. Se gli insediamenti sono riusciti a impedire l’istituzione di uno Stato palestinese, dicono, perché non passare alla fase successiva e realizzare l’ideale del Grande Israele?

Finché Netanyahu è stato politicamente forte, poteva evitare di parlare di annessione a gente come Naftali Bennett [politico israeliano dell’estrema destra dei coloni ed attuale ministro della Difesa, ndtr.] Ma non appena i problemi legali hanno cominciato a premergli addosso, lo spazio di manovra di Netanyahu è diminuito. Non ha altra scelta che abbracciare il linguaggio del sovranismo, che solo pochi anni fa giaceva in qualche posto nelle plaghe dormienti della destra.

Non che Netanyahu non creda nell’esclusiva sovranità ebraica tra il fiume e il mare: semplicemente non credeva che dovesse realizzarsi attraverso l’annessione formale. Oggi non si tratta più di buttare sul tavolo l’annessione in cambio dell’immunità politica. È annessione o prigione.

Non vi è dubbio che l’annessione sia una violazione del diritto internazionale, che sarebbe imposta ai palestinesi con la forza e trasformerebbe ufficialmente Israele in uno Stato di apartheid. Bisogna opporsi. Ma dopo tanti anni sotto il dominio della fazione del Grande Israele, potrebbe essere il momento di mettere alla prova la proposta della destra. L’annessione chiarirà il vero dibattito Israele-Palestina: uguaglianza e autodeterminazione per ogni Nazione che vive tra la Giordania e il mare o supremazia ebraica.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su Local Call [versione in ebraico di +972, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)