A Qusra si infrangono le menzogne di Israele riguardo alla violenza dei coloni

Oren Ziv

18 agosto 2026 – +972 Magazine

I coloni hanno assediato una famiglia palestinese per 10 giorni nel tentativo di occupare la loro casa. La mancanza di volontà dell’esercito di fermarli racconta come stanno le cose

Negli ultimi 10 giorni Qusai Abu Ridi ha visto dal suo balcone come i coloni israeliani e i soldati che li accompagnano assediano la sua casa.

I coloni sono arrivati a Qusra, situata a circa 30 chilometri a sudest di Nablus nella Cisgiordania occupata, il 9 agosto, montando una tenda direttamente fuori dalla casa di Abu Ridi. Nei giorni seguenti hanno tagliato le tubature dell’acqua e la linea elettrica e hanno bloccato le strade circostanti, intrappolando Abu Ridi e suo figlio diciottenne all’interno con scorte in diminuzione. Hanno assediato anche altre due case del villaggio, tutte situate nell’Area B [in base agli accordi Oslo sotto amministrazione civile dell’ANP e militare di Israele, ndt.] della Cisgiordania, dove i coloni stanno rapidamente espandendo il suo controllo territoriale nonostante apparentemente l’Autorità Palestinese mantenga la giurisdizione civile.

Questo metodo di pulizia etnica, per cui i coloni creano un avamposto direttamente fuori dalle case palestinesi per cercare di espellere le famiglie e occupare le loro proprietà, ha avuto successo innumerevoli volte in tutta la Cisgiordania, anche a Qusra e nei villaggi vicini. Quello che è inusuale in questo caso è che ha attirato notevole attenzione, anche dai mezzi di comunicazione israeliani che raramente si occupano dell’occupazione dalla prospettiva dei palestinesi, prima che il processo fosse completato.

Anche i video di Abu Ridi hanno portato a una significativa diffusione internazionale creando un livello di pressione sul governo e sull’esercito israeliani raro negli ultimi anni. Il fratello di Abu Ridi, Loui, che è proprietario della casa, è cittadino americano e l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee ha condannato i coloni che assediano Qusra come “terroristi israeliani.”

Parte della ragione dell’attenzione, soprattutto all’interno di Israele, è l’evidenza di quello che si sta consumando. Non ci sono accuse dell’esercito riguardo a un sospetto palestinese armato, né la solita descrizione di “frizioni” reciproche. Anche le imminenti elezioni israeliane e le crescenti critiche internazionali sulla violenza dei coloni possono aiutare a spiegare l’attenzione.

Ma l’episodio è diventato particolarmente rivelatore a causa della differenza tra quello che l’esercito israeliano dice di cercare di fare e quello che effettivamente sta succedendo sul terreno.

L’esercito afferma di voler cacciare i coloni e ha riversato soldati nella zona, che ha anche dichiarato zona militare chiusa. Il capo del comando centrale Avi Bluth, responsabile per la Cisgiordania, ha visitato personalmente il luogo per due volte.

Eppure, mentre faceva irruzione nelle case degli abitanti palestinesi trasformandone alcune in postazioni militari, l’esercito ha fatto ben poco contro i coloni. Alcuni soldati sono stati filmati mentre pregavano, bevevano il caffè con i coloni e gli stringevano la mano quando stavano di pattuglia nella zona con i fuoristrada, evidenziando la totale impunità con cui [i coloni] stanno operando. Nel momento in cui scriviamo la tenda è stata smantellata e la famiglia è riuscita a riottenere l’accesso all’acqua e all’elettricità, ma i coloni circolano liberamente nella zona fuori dalla casa di Abu Ridi sotto il controllo dell’esercito.

Il gruppo è composto da varie decine di giovani coloni sostenuti da un numero più piccolo di coloni più vecchi armati e soldati della Difesa Regionale [in prevalenza coloni armati, ndt.]. Non è certo una forza che l’esercito israeliano non sia in grado di controllare.

Con tutta l’attenzione internazionale su quello che si sta consumando a Qusra ci si aspetterebbe che l’esercito spostasse almeno temporaneamente i coloni, se non altro per dimostrare un simulacro di applicazione della legge e di “autorità”. Invece questo episodio sta evidenziando le politiche formali e informali da lungo tempo in vigore in tutta la Cisgiordania.

Ai coloni è concessa un’estrema libertà di entrare nelle terre e comunità palestinesi, sia durante “escursioni”, mentre pascolano le pecore o per stabilire avamposti e compiere aggressioni. Questo sistema sembra così profondamente radicato sia nell’esercito che nella polizia che persino gli ordini impartiti da comandanti di alto grado non sono necessariamente eseguiti sul terreno.

L’esercito potrebbe allontanarli in 10 minuti”

Questa situazione è stata chiaramente visibile durante il fine settimana. Venerdì mattina +972 Magazine ha documentato che giovani coloni stavano accanto a una tenda eretta da poco nei pressi di una delle case palestinesi mentre i soldati parlavano tranquillamente con loro. Solo quando forze della polizia di frontiera sono arrivate i coloni sono scappati in un vicino uliveto, anche se nessuno ha cercato di arrestarli.

Quel giorno circa 100 attivisti di sinistra, per lo più israeliani, accompagnati da troupe televisive di tutto il mondo hanno cercato per la prima volta di avvicinarsi alla casa. Avevano portato cibo, bottiglie di acqua e medicine per circa un chilometro a piedi lasciando i rifornimenti nei pressi del cancello. Ma i soldati e poliziotti di frontiera hanno impedito loro di avvicinarsi alla casa e il gruppo si è ritirato dopo che la polizia ha minacciato di disperderli con la forza Solo il membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Ofer Cassif è riuscito ad attraversare il blocco servendosi della sua immunità parlamentare).

Da allora i coloni hanno continuato ad aggirarsi nella zona, hanno eretto una tenda camminando avanti e indietro fuori dal muro di una delle case e terrorizzando una squadra di operai municipali arrivata per aggiustare la conduttura idrica che [i coloni] avevano danneggiato. “I coloni hanno attaccato i lavoratori proprio sotto gli occhi dell’esercito,” ha detto Abu Ridi a +972. “Nel contempo agli attivisti arrivati (venerdì) non è stato consentito di avvicinarsi.”

Domenica, parlando al telefono con +972 dalla sua casa, Abu Ridi ha affermato che un nuovo contingente di soldati dell’unità di comando di Egoz è arrivato per sostituire quelli della Golani, suggerendo che la dirigenza dell’esercito fosse scontenta del modo di operare di questi ultimi: “Spero che aiuteranno a mettere fine a questo spettacolo,” ha detto. “Ma finora niente è cambiato. Siamo ancora sotto assedio.

Se lo volessero potrebbero mandarli via in 10 minuti,” ha continuato Abu Ridi. Invece egli è convinto che le autorità stiano tentando di aspettare la fine della crescente attenzione: “Sperano che la gente si stanchi, che il mondo dimentichi e che i media smettano di informare su questo. Allora saranno in grado di occupare le case e gli avamposti torneranno. Questo è ciò che temo.”

Lunedì suo fratello Loui è arrivato in volo dagli Stati Uniti ed è andato direttamente a Qusra. Appena arrivato alla sua casa assediata ha srotolato sul tetto una grande bandiera americana, una chiara indicazione della protezione che ritiene questo simbolo gli garantisca agli occhi dell’esercito e del governo israeliani, anche se non dei coloni.

Ero terrorizzato per mio fratello e suo figlio, temevo per la loro incolumità. Ora sto avendo paura per la mia stessa sicurezza,” ha detto Loui a +972 appena atterrato all’aeroporto Ben Gurion. Ha lasciato la sua casa a gennaio e suo fratello ha iniziato a viverci a marzo per timore che i coloni cercassero di impossessarsene anche prima che iniziasse l’attuale assedio. Ha aggiunto di essere stato in contatto con l’ambasciata USA e con un membro del Congresso, ma di dover ancora vedere una qualunque azione concreta per proteggere la sua famiglia e la sua proprietà.

Non siamo gli unici ad avere a che fare con questo, ci sono centinaia di palestinesi in Cisgiordania che affrontano la stessa situazione, è uno schema,” ha aggiunto martedì. “I miei vicini di Jalud (il villaggio adiacente) sono già stati obbligati ad andarsene e i coloni hanno occupato le loro case. Se riescono a farlo qui probabilmente scenderanno fino alla strada e prenderanno la casa del mio vicino, avvicinandosi sempre più al (centro del) villaggio.

Potrebbe succedere a chiunque,” ha continuato. “Ognuno dovrebbe poter vivere in pace. I bambini dovrebbero poter vivere una vita normale, non con la paura che qualcuno li aggredisca di notte.”

Ruqaya Hassan, 28 anni, viveva in una delle altre case sotto assedio a Qusra, vicino alla proprietà di Abu Ridi. I coloni hanno circondato il suo edificio per giorni e persino “sparato contro (la casa) e ci hanno attaccati (con delle pietre) mentre eravamo rinchiusi,” ha detto a +972

Vari giorni fa una delle figlie di Hassan ha avuto bisogno di cure mediche urgenti. Con i coloni che circondavano la casa della famiglia da ogni lato era impossibile andarsene con la propria auto. Solo quando è arrivata un’ambulanza Hassan e le sue due figlie sono riuscite ad uscire. “Eravamo intrappolate dentro,” ha raccontato. “Era pericoloso persino per l’ambulanza arrivare là.”

Suo marito è rimasto a casa, temendo che i coloni la occupassero se se ne fosse andato. Ma in seguito l’esercito ha ordinato al marito di Hassan di lasciarla e ne ha preso il controllo. Ora sta da Abu Ridi.

Dopo che la figlia ha ricevuto le cure Hassan ha cercato di tornare a casa, solo per scoprirla “piena di soldati che l’hanno trasformata in una postazione militare.” In seguito a ciò Hassan e le figlie soggiornano in un’altra casa del villaggio. “I soldati sono venuti per liberare la zona dai coloni, ma stanno a guardare e non fanno niente,” ha aggiunto.

Una strategia sistematica

La maggior parte delle informazioni giornalistiche su Qusra, sia in Israele che all’estero, ha trattato l’assedio come un incidente isolato. Ma esso fa parte di una trasformazione più generale in corso in questa parte della Cisgiordania: una rete di avamposti dei coloni che prendono il controllo di decine di migliaia di dunam [unità di misura della terra in Palestina: 10 dunam= 1 ettaro, ndt.] di terreni agricoli palestinesi e espropriano case ai margini di villaggi, tra cui Jalud, Oaryut, Jurish e Qabalan, spesso con risultati letali.

Solo a marzo a Qaryut sono stati uccisi da un colono che prestava servizio militare i fratelli Muhammad e Fahim Muammar e a Qusra Amir Odeh è stato ucciso da un colono armato sulla strada che porta alle case ora sotto assedio.

Come ha mostrato in una mappa che ha pubblicato sulle reti sociali Dror Etkes, dell’associazione di monitoraggio delle colonie Kerem Navot, Jabal Ein Eina, dove a gennaio è stato creato il principale avamposto della zona, Tel Talpiot, si trova in un punto strategico tra sei villaggi palestinesi dell’Area B. Da lì i coloni possono controllare una vasta area delle terre dei villaggi, confinando le comunità palestinesi nelle loro zone edificate e creando nel contempo contiguità territoriale con altre colonie e avamposti dell’area.

Dalla fondazione di Tel Talpiot i coloni che operano dall’avamposto hanno ripetutamente preso di mira gli abitanti ora sotto assedio a Qusra, cacciando le famiglie dalle proprie abitazioni e danneggiando case e altre proprietà.

La casa di Mahmoud Tubasi è stata teatro di un incidente simile lo scorso mese nella vicina Jalud. Ad aprile i coloni di Tel Talpiot hanno creato un avamposto nei pressi della sua casa, che in seguito hanno tentato di incendiare. A luglio hanno occupato un’altra casa tra la sua proprietà e il villaggio e messo sotto assedio Tubasi e la sua famiglia per più di due settimane.

Mi hanno circondato in modo che non potessi andare a prendere cibo e acqua,” ha detto a +972 venerdì a Qusra, dove è andato a sostenere le famiglie intrappolate nelle proprie case. “Tagliano le tubature e i cavi della luce.”

Ha detto che il 22 luglio coloni armati sono arrivati alla sua casa e hanno consegnato alla famiglia un ultimatum: “Avete un’ora per andarvene sani e salvi o morirete nella casa.” Tubasi, sua moglie e i loro due figli hanno deciso di non avere scelta se non andarsene. Ora i coloni hanno occupato la casa.

Per lui la somiglianza con quello che ora sta avvenendo a Qusra è inconfutabile. “Hanno fatto la stessa cosa con me: assedio, distruzione di rete elettrica e idrica ed espulsione,” ha spiegato. “Il problema è che l’esercito li protegge. Prendono la terra e le case, occupano tutto e ci espellono.”

Tuttavia questa volta l’attenzione che circonda Qusra gli ha dato un certo ottimismo: “Spero che non ci riescano.”

Non ci viene concesso di difenderci”

Il pericolo nel cercare di raggiungere la zona assediata a Qusra era già evidente mesi fa. Alla fine di febbraio i coloni sono scesi da Tel Talpiot su un fuoristrada e hanno aggredito brutalmente tre attivisti dell’associazione israeliana Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi], che stavano riaccompagnando alcuni abitanti alle proprie case.

Una delle persone ferite, Yael Levkovitz, è tornata venerdì a Qusra per unirsi alla marcia verso le case assediate. “Per tre giorni sono stata seduta a leggere i messaggi e mi sono detta che dovevo essere qui,” ha detto a +972.

E’ la prima volta che torno a Qusra dopo l’aggressione,” ha aggiunto. “Sono venuta qui con una spinta molto forte. Ma questa volta c’è un sacco di gente e di soldati, cosa che non è successa allora.”

Anche Ibrahim Luzi, un altro abitante della zona, era presente alla marcia di venerdì, tornato per controllare la casa che era stato obbligato a lasciare a marzo in seguito a mesi di intensi attacchi dei coloni. Ha detto a +972 che senza la presenza di attivisti non sarebbe stato in grado neppure di arrivarci.

I coloni hanno vandalizzato la proprietà, distruggendo una parte del muro, spaccando le finestre e devastandone l’interno. “Ho costruito la casa in 20 anni e ci ho vissuto per un anno,” ha spiegato Luzi. Ma la violenza dei coloni ha reso sempre più difficile alla sua famiglia rimanere.

Una notte, mentre stavo dormendo, sono entrati dalla finestra e hanno spruzzato contro di me e la mia famiglia del gas,” ha raccontato. “Non c’era nessuno a proteggerci.” 

Il figlio di Luzi ha passato quattro mesi in prigione dopo essere stato arrestato per aver cercato di proteggere la casa dai coloni. “(I coloni) hanno libertà d’azione e l’esercito sta con loro, mentre noi non possiamo difenderci,” ha lamentato.

Secondo Luzi un ufficiale dell’esercito ha chiarito quali sono le sue priorità. “L’ufficiale mi ha detto di essere qui solo per proteggere (i coloni). Gli ho detto che stavano entrando in casa e lui ha risposto di non potermi aiutare.”

Durante il fine settimana di fronte allo scenario degli eventi a Qusra il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato di aver dato istruzioni all’esercito di stendere un piano per trasferire la responsabilità per l’applicazione delle leggi civili in Cisgiordania alla polizia israeliana. E’ un’iniziativa che, come ha ammesso con gioia il ministro della Sicurezza Nazionali Itamar Ben Gvir, è un “passo significativo verso (l’applicazione della) sovranità israeliana,” e l’annessione della Cisgiordania.

L’esercito interviene già ora raramente in modo concreto contro i pogrom e le aggressioni dei coloni: normalmente i soldati arrivano solo dopo che gli attacchi sono iniziati e consente agli aggressori di andarsene liberamente. In ogni caso è improbabile che affidare maggiori poteri di intervento alla polizia protegga maggiormente i palestinesi: la stessa polizia israeliana in Cisgiordania ha apertamente evitato di agire contro i responsabili.

Nonostante la recente attenzione internazionale su Qusra Luzi non vede una ragione per credere che la situazione cambi in modo significativo. “Finora niente è cambiato,” ha affermato. “Non c’è speranza con il governo di Smotrich.”

+972 e Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] hanno contattato l’esercito israeliano per un commento. La risposta verrà aggiunta se e quando arriverà.

Una versione di questo articolo è stata in precedenza pubblicata in ebraico su Local Call.

Oren Ziv è fotogiornalista e reporter di Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




‘Punta di diamante dell’annessione’: Israele affida il controllo della Cisgiordania alla polizia civile

Mohammad Mansour

16 agosto 2026 – Al Jazeera

Il passaggio di competenze sull’ordine pubblico rivela i piani per cancellare la Linea Verde, imporre l’apartheid e rafforzare i gruppi armati di coloni.

Politici e analisti palestinesi hanno messo in guardia contro quello che descrivono come un piano israeliano per annettere illegalmente la Cisgiordania occupata attraverso una serie di decisioni e azioni con diversi pretesti.

Venerdì scorso il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato alle forze armate di elaborare un piano per il trasferimento dei poteri di ordine pubblico nella Cisgiordania occupata alla polizia israeliana.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz la decisione fa seguito alle critiche mosse all’esercito per la gestione dell’assedio di un’abitazione palestinese nel villaggio di Qusra da parte dei coloni israeliani.

Katz ha giustificato il passaggio di consegne affermando: “Il ruolo dell’esercito è combattere il terrorismo palestinese… e non dare la caccia ai giovani delle colline [individui appartenenti all’ala più radicale della destra israeliana noti per azioni violente e per loccupazione di terreni palestinesi, spesso con il supporto dellesercito, ndt.]

Il Ministero della Difesa ha specificato che la polizia dovrebbe istituire un’unità specifica per la gestione di tali questioni civili.

Tuttavia funzionari palestinesi e un’ampia gamma di esperti politici avvertono che questo cambiamento strutturale rappresenta una pericolosa accelerazione dell’annessione illegale, dell’apartheid e della pulizia etnica.

Mustafa Barghouti, segretario generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese [partito politico palestinese socialdemocratico, ndt.], ha dichiarato ad Al Jazeera che i coloni sono la “punta di diamante del processo di annessione e ebraizzazione”.

Ha tracciato parallelismi storici diretti con la deportazione di massa dei palestinesi, affermando: “Ripetono ciò che fecero le bande terroristiche sioniste nel 1948, come l’Haganah e la Banda Stern”.

Barghouti ha avvertito che affidare la sicurezza al Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e gli insediamenti israeliani illegali al Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich equivale a “consegnare la Cisgiordania ai coloni”.

Ha sottolineato che si tratta di una guerra aperta contro la popolazione, aggiungendo: “Chi governa di fatto la Cisgiordania è il noto terrorista fascista Smotrich”.

Annessione di fatto

Gli analisti sostengono che la sostituzione della legge di occupazione militare con il diritto civile modifichi radicalmente la realtà giuridica del territorio. Mohanad Mustafa, accademico e ricercatore in studi israeliani, ha dichiarato ad Al Jazeera che la decisione cancella giuridicamente i confini.

“Il governo non sta trattando la Cisgiordania come un territorio occupato”, ha affermato Mustafa, spiegando che nel trasferire il potere a una forza di polizia civile, “il governo ha annesso la Cisgiordania”.

Ha osservato che questa mossa esonera i militari dai loro obblighi ai sensi del diritto internazionale affidando l’applicazione della legge a Ben-Gvir.

Mustafa ha avvertito che Ben-Gvir, che in precedenza aveva supervisionato la demolizione di migliaia di case arabe in Israele, ora ordinerà alla polizia di “sostenere sempre di più i coloni e spingerli sempre più ad intensificare la repressione e il terrorismo contro i palestinesi”.

La leadership palestinese ha condannato fermamente il provvedimento. Hussein al-Sheikh, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha descritto il provvedimento come una palese violazione degli accordi internazionali e un tentativo di “imporre la legge e la sovranità israeliana sulla Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, e di consolidare l’annessione illegale di terre palestinesi”.

L’organizzazione palestinese Hamas ha fatto eco a questo sentimento rilasciando una dichiarazione in cui definisce il provvedimento un “passo pericoloso sulla strada verso l’imposizione di un’annessione di fatto” che fornisce “copertura e maggiore protezione di fronte all’escalation degli attacchi e dei crimini commessi dai coloni”.

Milizie fasciste

L’Autorità Palestinese ha accusato il governo israeliano e il suo esercito di sponsorizzare la violenza dei coloni. Persino alcuni membri del parlamento israeliano hanno accusato l’esercito di complicità.

Gli analisti sottolineano che sollevare lesercito dai propri compiti equivale in sostanza a delegare la violenza ai coloni, trasformandoli in un braccio armato dello Stato.

Nihad Abu Ghosh, esperto in affari israeliani, ha dichiarato ad Al Jazeera che non c’è contraddizione tra l’esercito e i coloni. Ha osservato che i coloni si sono trasformati in “formazioni di milizia fascista” che svolgono il lavoro sporco per conto dello Stato.

“Si tratta di formazioni di milizia fascista, e ci sono precedenti simili in molti Paesi già governati dal fascismo, come la Spagna, l’Italia, la Germania o persino il Cile”, ha affermato Abu Ghosh, aggiungendo che queste milizie svolgono ruoli che “richiedono l’elusione di qualsiasi disciplina, regola o legge” per realizzare un’annessione “strisciante e graduale”.

Apartheid e deportazione

Il doppio quadro giuridico derivante da questo cambiamento ha suscitato forti critiche a livello internazionale e locale. Shadi al-Shurafa, ricercatore esperto di affari israeliani, ha dichiarato ad Al Jazeera che la situazione rappresenta uno stato di segregazione da manuale.

“Ci troviamo di fronte all’applicazione di un palese sistema di apartheid razzista in Cisgiordania”, ha affermato al-Shurafa, sottolineando come un unico regime operi attraverso due leggi completamente differenti sulla base dell’etnia.

Ha aggiunto che l’obiettivo finale dell’attuale governo è quello di attuare una pulizia etnica completa e di intrappolare i palestinesi in “cantoni e bantustan isolati”.

Altri esperti sostengono che questa mossa alteri completamente lo status giuridico internazionale del territorio, spingendo la crisi verso una nuova fase, più pericolosa.

“La questione è passata dall’annessione a una fase post-annessione, creando una realtà in cui il palestinese si trova costretto a pensare alla migrazione”, ha dichiarato Adel Shadid, esperto di affari israeliani.

Complicità internazionale

Gli analisti hanno anche evidenziato il ruolo della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti, nel favorire questo cambiamento sistemico.

Shadid ha liquidato le recenti condanne statunitensi della violenza dei coloni come mera messa in scena per “ingannare l’opinione pubblica mondiale”.

Ha sostenuto che il progetto di fondo gode del pieno appoggio degli Stati Uniti, osservando che “tutto ciò che sta accadendo ora è un piano americano-israeliano e che c’è armonia tra le due amministrazioni di destra, quella di Washington e quella israeliana”.

Andrew Whitley, ex funzionario delle Nazioni Unite e presidente del consiglio di amministrazione del Britain Palestine Project [ONG che sostiene i diritti dei Palestinesi, ndt.], ha sottolineato che il trasferimento di consegne previsto è “del tutto illegale” e ha sollecitato un immediato intervento internazionale.

Ha dichiarato ad Al Jazeera che “lo Stato palestinese sta scomparendo sotto i nostri occhi”, chiedendo alla comunità internazionale di andare oltre la retorica.

“Dobbiamo fare molto di più che limitarci a torcerci le mani e lamentarci del fatto che i governi non facciano nulla al riguardo”, ha affermato Whitley, chiedendo sanzioni concrete per fermare la rapida cancellazione della presenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele minaccia di impadronirsi dell’antico bacino idrico vicino a Betlemme

Julian Borger e Quique Kierszenbaum 

Artas, Cisgiordania

domenica 19 luglio 2026 The Guardian

Le Piscine di Salomone risalgono al II secolo a.C. e sono diventate un luogo di svago per la vicina Betlemme

La minaccia di Israele di impadronirsi degli antichi bacini idrici vicino a Betlemme rappresenterebbe una significativa escalation nell’intensificarsi della campagna per il controllo della terra in Cisgiordania e della narrazione storica del Medio Oriente.

Da quando a maggio il ministro Finanze di Israele, l’estremista Bezalel Smotrich, ha minacciato esplicitamente di “cancellare” l’accordo che, oltre 30 anni fa, ha confermato la proprietà palestinese delle Piscine di Salomone, coloni e esercito israeliano hanno incrementato la loro presenza intorno allo spettacolare sito.

Le piscine risalgono al II secolo a.C. anche se la costruzione principale fu attuata dai romani un secolo dopo, parte di un imponente progetto ingegneristico composto da due bacini, acquedotti e canali per rifornire d’acqua Gerusalemme che dista 13 km.

Un terzo bacino monumentale fu aggiunto sotto il dominio ottomano quando fu costruito anche un forte per proteggere la fornitura d’acqua. Durante il periodo mandatario dal 1923 al 1948 le autorità britanniche modernizzarono il sistema usando condutture metalliche e pompe.

Ora la stazione di pompaggio in pietra chiara sulle colline boscose della zona dell’era mandataria è abbandonata e le piscine, in alcuni punti profonde oltre 10 metri, non convogliano più l’acqua a Gerusalemme, ma sono diventate la fonte principale di intrattenimento nell’area.

Un pomeriggio, di recente, dei bambini dei vicini villaggi di Artas e al-Khader hanno cominciato a buttarsi dai muri di pietra nell’acqua verde della piscina di mezzo, mentre dall’altro lato un gruppetto di pescatori pescava tra le canne dei bastioni.

Di venerdì e durante le vacanze le famiglie vengono da Betlemme, quasi quattro chilometri a nord-est, per passare la serata, nuotare e fare un picnic. Poiché la città è accerchiata da tutti i lati da nuove colonie le piscine sono diventate sempre più un rifugio per gli abitanti.

In tutta Betlemme è l’unico posto dove si può trovare un posto per sedersi e godersi l’acqua, l’ombra, gli spazi verdi – e ora stanno cercando di portarcelo via,” dice Mahmoud Jaber, un attivista del posto e orticultore ad Artas, che usa l’acqua delle sorgenti locali per coltivare verdure.

Anche se un distretto della colonia di Efrat incombe sopra le piscine, a maggio esse sono state direttamente minacciate quando Smotrich e Zvi Sukkot, un altro politico estremista israeliano, hanno fatto sgombrare i palestinesi dalla polizia per farsi filmare mentre nuotavano nella piscina di mezzo.

Questa è la nostra terra,” ha dichiarato Smotrich e Sukkot ha ripetuto il suo appello affinché Israele occupi il sito. Da allora le incursioni da parte dei coloni sono diventate più frequenti e il 10 luglio i soldati israeliani hanno compiuto un raid senza precedenti, lanciando gas lacrimogeni mentre i bambini nuotavano nelle piscine.

La campagna di pressione ha scatenato sdegno in Palestina, non solo per l’importanza archeologica delle tre piscine rettangolari che, con una capacità totale di 250.000 metri cubi, costituiscono uno dei sistemi idrici più vasti sopravvissuti dal mondo antico. Rappresenta anche un nuovo assalto frontale contro l’Autorità Palestinese (AP).

In base al secondo Accordo di Oslo del 1995, le Piscine di Salomone sono incluse nell’area di Betlemme classificata come Area A, sotto il controllo civile e militare palestinese. La divisione della Cisgiordania in aree A e B (controllo civile palestinese e controllo militare israeliano), e C (totalmente sotto controllo amministrativo israeliano) era intesa come fase intermedia in vista del ritiro israeliano dal territorio occupato per creare uno Stato palestinese.

Un obiettivo da molto tempo abbandonato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dalla sua coalizione di estrema destra, che hanno anzi accelerato l’ampliamento delle colonie israeliane su tutta la Cisgiordania tentando di strangolare alla nascita una Palestina indipendente.

L’Area A nel corso di questa annosa campagna è stata quasi sempre considerata inviolabile, fino a che un editto del gabinetto di sicurezza a febbraio di quest’anno ha stabilito il controllo israeliano sul sito storico della Tomba di Rachele a Betlemme. L’occupazione delle Piscine di Salomone costituirebbe un altro precedente a suggerire che parti dell’Area A possono essere confiscate a piacimento e con decisioni ad hoc da parte dei ministri.

A maggio, nel corso della sua visita alle piscine, Smotrich ha detto che lasciare tale “magnifico e antico bacino idrico” al controllo palestinese è stato “uno dei terribili errori” degli Accordi di Oslo.

Stiamo lavorando duro per porre rimedio ai tremendi danni causati dal disastro degli Accordi di Oslo,” ha detto.

Si sta usando questo sito come arma per erodere e praticamente cancellare gli Accordi di Oslo,” ha detto Alon Arad, un archeologo israeliano direttore esecutivo di Emek Shaveh, un’organizzazione fondata per proteggere i siti antichi. E ha aggiunto: “Ci sono 6.000 siti antichi in Cisgiordania e solo una minima parte ha un legame con il retaggio ebraico.”

Non è chiaro se e quando la coalizione israeliana cercherà di impadronirsi delle Piscine di Salomone, ma gli archeologi e i palestinesi del posto si preparano ad altre incursioni con l’avvicinarsi della data delle elezioni di ottobre in Israele. Nel frattempo la giustificazione per l’occupazione è stata fornita dai propagandisti estremisti israeliani che sostengono che l’AP ha permesso che le Piscine di Salomone cadessero in rovina. Il sito si sta sgretolando e in alcuni punti, in un angolo della piscina di mezzo, si vedono montagnole di bottiglie d’acqua buttate via e altra immondizia.

Il Waqf dell’AP, l’istituzione religiosa che ha la proprietà del sito, ambiva a svilupparlo quale meta turistica, ma queste aspirazioni sono andate in frantumi quando Smotrich ha trattenuto i proventi di tasse e accise dell’AP prosciugandone i fondi.

L’altra motivazione avanzata per un’occupazione israeliana è che le Piscine di Salomone sono esclusivamente ebraiche. Il tenente colonello riservista Maurice Hirsch, scrivendo all’inizio di questo mese sul sito del Centro di Gerusalemme per la Sicurezza e gli Affari Esteri, ha detto del sito che “il significato e l’importanza storica sono ebraici già solo per suo nome”.

Tuttavia ‘Piscine di Salomone’ è una denominazione storica fuorviante. Il re Salomone, qualora fosse esistito (tema dibattuto), si pensa abbia regnato su Israele e Giudea circa 800 anni prima che si iniziassero i lavori dei bacini.

La prima delle due piscine fu costruita sotto un altro re ebraico, Erode il Grande, un governatore sotto il protettorato di Roma, ma come molti siti antichi in Israele e Palestina, le piscine di Salomone mostrano tracce sovrapposte di ere e imperi successivi.

I palestinesi del posto mantennero il nome per secoli, ma Eman al-Titi, il direttore del dipartimento del turismo e delle antichità di Betlemme, ha detto che si riferisce al sultano ottomano Solimano il Magnifico che nel sedicesimo secolo restaurò le mura di Gerusalemme e la fornitura idrica.

I siti archeologici non dovrebbero mai diventare strumenti di conflitti politici,” ha detto al-Titi. “Questo problema va oltre il controllo della terra stessa. Comporta anche il tentativo di rimodellare la storia e promuove un unico modello della narrazione storica che non riflette le evidenze archeologiche o le molte civiltà che hanno contribuito per migliaia di anni alla ricca eredità culturale palestinese.”

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




103 chiodi sulla mappa: come il governo di Israele sta seppellendo la soluzione a due Stati( Prima Parte)

Matan Golan

30 giugno 2026 – Haaretz

Il governo israeliano ha approvato decine di colonie collocate strategicamente in tutta la Cisgiordania. L’obiettivo: creare sul terreno una situazione irreversibile.

Oggi stiamo creando eventi storici sul terreno. Lo Stato palestinese è stato tolto di mezzo, non con degli slogan ma con fatti concreti. Ogni comunità [ebraica, ndt.], ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa.” Il ministro Bezalel Smotrich ha fatto queste affermazioni l’agosto scorso, in seguito all’approvazione del piano E1, che consente di costruire tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim. “Questo è un passo significativo che cancella di fatto l’illusione dei ‘due Stati’,” ha aggiunto.

L’approvazione del progetto, inteso a separare il nord della Cisgiordania dal sud e rinviato da anni a causa delle pressioni internazionali, ha attirato l’attenzione pubblica in tutto il mondo e in Israele.

Ma lontano dall’attenzione dei media, durante il mandato dell’attuale governo è in corso un’iniziativa ben più ampia che sta escludendo sempre più la possibilità in cui molti israeliani ancora credono: la separazione territoriale dai palestinesi. Ciò viene fatto attraverso l’approvazione di non meno di 103 colonie, uno sviluppo strategico che sta cambiando la mappa della Cisgiordania.

Dal 1967 [anno della Guerra dei Sei Giorni, con l’occupazione israeliana di Alture del Golan, Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, ndt.] fino alla formazione dell’attuale governo, Israele ha creato e legalizzato 127 colonie in Cisgiordania. Dall’inizio dell’attuale legislatura quel numero è quasi raddoppiato, per ora sulla carta. Insieme ad esse ci sono più di 300 avamposti, più di metà dei quali creati durante la guerra [contro Gaza, ndt.] a differenti livelli di legalizzazione. Recentemente il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di un’iniziativa per legalizzarne circa 140.

Il risultato è che in Cisgiordania ora ci sono più di 470 punti di colonizzazione destinati a cancellare ogni possibilità di creazione di uno Stato palestinese. Smotrich l’ha affermato in vari modi, compreso un video dello scorso gennaio sulle reti sociali rivolto al presidente francese Emmanuel Macron, in cui ha dichiarato: “È così che si seppellisce l’idea palestinese.” Ha ricevuto il sostegno del primo ministro Benjamin Netanyahu, che lo scorso settembre ha affermato che “non verrà mai creato uno Stato palestinese. Questa è una vera rivoluzione e sta passando totalmente inosservata,” afferma Hagit Ofran, dell’Osservatorio sulle Colonie di Peace Now [associazione israeliana contro l’occupazione, ndt.]. “La Cisgiordania non assomiglia a quello che era tre anni fa. Qui sono successe cose estremamente drammatiche: l’approvazione di nuove colonie, il ritiro dagli accordi di Oslo e in direzione di una situazione di annessione di fatto, un folle afflusso di fondi per infrastrutture e strade, il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’acquisizione di un milione di dunam (1 dunam corrisponde a circa 1.000m2) da parte di avamposti agricoli ed espulsioni che sono il risultato di uno sforzo comune dell’esercito israeliano e dei coloni, e non c’è alcun dibattito pubblico riguardo a tutto questo.”

Secondo Ofran questa è la ricetta per un disastro: “Le nuove colonie creeranno un’enorme fardello per il sistema della difesa, a cui non solo verrà chiesto di garantirne la sicurezza, ma anche di fare i conti con i loro effetti: l’assenza di un orizzonte politico e la crescente disperazione e pressione tra i palestinesi, indebolendo nel contempo la posizione politica di Israele.”

La sua opinione è condivisa dall’Istituto di Studi sulla Sicurezza Nazionale dell’università di Tel Aviv, che recentemente ha pubblicato un documento in cui sostiene che la trasformazione politico-ideologica che sta avvenendo in Cisgiordania, con al centro i nuovi insediamenti, crea allo Stato di Israele un grave rischio politico e di sicurezza

Tutto ciò ha anche un costo economico. Secondo i dati del monitoraggio di Peace Now l’attuale governo ha investito almeno 19,8 miliardi di shekel (5,79 miliardi di euro) nello sviluppo delle colonie e in infrastrutture. Questa cifra ovviamente non include l’aumento previsto nel bilancio della difesa se, come ha detto recentemente il maggior generale Avi Bluth [che vive in una colonia, ndt.], capo del Comando Centrale, “la gente deve capire che c’è meno denaro per lo sviluppo del Paese perché siamo impegnati a difendere tutte le zone al di fuori dei nostri confini e all’interno della popolazione palestinese,” afferma Ofran.

Un’analisi dei dati sulle 103 colonie approvate rivela una mossa attentamente pianificata. Include passi che Israele ha evitato per decenni, così come nuovi sviluppi, come la legalizzazione di colonie all’interno di zone di tiro [dell’esercito, ndt.] e di avamposti impegnati nell’espulsione di comunità [palestinesi, ndt.]. Ma emerge soprattutto un chiaro obiettivo: le nuove colonie, alcune delle quali previste in zone che non hanno mai avuto una presenza israeliana, sono state pensate per frammentare le aree palestinesi in Cisgiordania.

E mentre Smotrich ha ripetutamente dichiarato che si tratta di una “rivoluzione”, sembra che l’opinione pubblica israeliana, che si è riversata in massa in piazza per protestare a favore del carattere democratico ed ebraico di Israele, sia ignara di quello che sta avvenendo, nonostante il chiaro rapporto tra l’impedire la soluzione a due Stati e il carattere dello Stato [di Israele].

Il fenomeno del terrorismo ebraico è effettivamente riuscito a penetrare nei principali media, ma è solo la punta dell’iceberg di un’iniziativa molto più ampia in direzione di un’annessione silenziosa della Cisgiordania. Quelli che la stanno guidando non sono “hilltop youth” [“giovani delle cime delle colline”, gruppo di coloni estremisti particolarmente violenti, ndt.] o coloni a capo di avamposti, ma il governo di Israele, e secondo esperti di organizzazioni accademiche e della società civile la cosa potrebbe già essere irreversibile. Questa annessione sta avvenendo non solo de facto, ma anche de jure.

Un livello allarmante di permessi

L’iniziativa più importante nella rivoluzione dell’annessione è stata siglata con l’accordo di coalizione, la nomina di Smotrich a ministro aggiunto nel ministero della Difesa e la creazione dell’Amministrazione degli Insediamenti, che è subentrata all’Amministrazione Civile [ente militare che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] riguardo alle competenze civili nell’Area C [in base agli accordi di Oslo sotto temporaneo controllo civile e militare israeliano, ndt.]. Quindi Smotrich è diventato l’autorità che gestisce l’attività dell’esercito riguardo a territorio, legalizzazione, pianificazione ed esecuzione delle decisioni, legislazione nelle aree civili attraverso ordini militari e altre questioni. Anche la consulenza legale su queste materie è stata trasferita dalla procura generale militare, che è vincolata alle leggi internazionali, a un consulente legale del ministero della Difesa.

Nel 2023 sono state prese due iniziative complementari: in febbraio il governo ha autorizzato il gabinetto di sicurezza a discutere la fondazione e legalizzazione delle colonie in vece sua e in giugno è stato approvato un emendamento che ha abbreviato il processo per ottenere licenze edilizie nelle colonie e ha trasferito l’autorità di concederle dal ministero della Difesa a Smotrich. Il risultato è stato da una parte una vertiginosa accelerazione nella promozione delle costruzioni in Cisgiordania e dall’altra la rapida approvazione di colonie senza il controllo dell’opinione pubblica.

Secondo i dati di Peace Now alla fine del 2025 in Cisgiordania sono state approvate più di 40.000 unità immobiliari (questo mese Smotrich ha annunciato che il numero è arrivato a 60.000), così come la creazione di 103 colonie. Per fare un confronto, nel decennio precedente al mandato dell’attuale governo erano state approvate solo sei colonie.

Tra febbraio 2023 e marzo 2025 il gabinetto di sicurezza si è riunito tre volte ed ha approvato 28 colonie, tutte avamposti o “quartieri” già creati che si sono separati dal territorio di competenza di colonie esistenti. Ma dal maggio 2025 la tendenza si è intensificata, sia come numero di insediamenti approvati (74 in meno di un anno) che come loro collocazione.

Lo scorso marzo il gabinetto di sicurezza ha legalizzato 34 nuove colonie, anche su terra di proprietà privata palestinese, in aree designate zone di tiro [dell’esercito, ndt.] e in luoghi isolati in mezzo a comunità palestinesi. In quella stessa riunione il capo di stato maggiore ha avvertito che la mossa era in contraddizione con il fabbisogno di personale dell’esercito israeliano. Come risposta la coalizione lo ha rimproverato.

I 103 insediamenti approvati includono 48 avamposti legalizzati, 24 ampliamenti o separazioni da colonie esistenti e 31 nuove colonie, comprese 4 che erano state evacuate nel disimpegno del 2005.

Tuttavia il punto più significativo che emerge dall’analisi dei dati è la logica spaziale che guida i permessi: insieme all’ampliamento dei blocchi di insediamenti già esistenti, per esempio quelli di Shiloh e Talmonim, c’è un’iniziativa per concentrare i punti di colonizzazione lungo le strade dell’Area C e nei luoghi isolati, creando ostacoli tra aree sotto il controllo dell’ANP e interrompendo ogni contiguità territoriale.

Ciò è direttamente funzionale alla visione del “Piano Decisivo” di Smotrich per creare cantoni palestinesi isolati tra loro e porre fine alle aspirazioni nazionali dei palestinesi. Lo scorso settembre Smotrich ha chiarito che l’unico diritto di voto che verrebbe concesso ai palestinesi sarebbe per le elezioni municipali “nei loro cantoni, dove saranno amministrati” e non “per un parlamento sovrano”.

Secondo Ofran non si tratta di una visione del futuro. “Già oggi in Cisgiordania gli israeliani hanno diritti e i palestinesi no. Non per niente il mondo lo definisce apartheid,” afferma. “La concentrazione delle colonie tra le zone palestinesi e il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese sono mosse molto significative che impediscono concretamente un compromesso politico. Perchè? Per questa ragione: ci vuole un’entità con cui possa essere raggiunto un compromesso. Non puoi sviluppare un’entità e un’economia palestinesi se il suo territorio contiene centinaia di punti sotto il controllo di un altro Stato, comprese le strade circostanti. La cosa semplicemente non funziona.

Si consideri anche il messaggio che Israele sta inviando all’opinione pubblica palestinese”, aggiunge Ofran. “Stiamo chiarendo loro che non c’è motivo di tentare di risolvere pacificamente il conflitto, e di fatto li stiamo spingendo verso soluzioni radicali e violente. Smotrich sa che indebolendo l’ANP rafforza Hamas. E lo ha detto esplicitamente (nel 2015): ‘Hamas è una risorsa’.”

Agli occhi di molti israeliani che si definiscono progressisti il piano di “cantonalizzazione” di Smotrich è un’idea estremista e “deludente”. Ma in larga misura è già la situazione sul terreno. Benché esista ancora un’entità nazionale palestinese nella forma dell’ANP, il piano è di liberarsi anche di quella: lo scorso settembre, dopo che Netanyahu ha chiarito che non avrebbe esercitato la sovranità in Cisgiordania, il ministro delle Finanze ha affermato che avrebbe fatto uso di ogni mezzo a sua disposizione per far collassare la già vacillante ANP, compreso il suo sistema sanitario. “In pratica Israele controlla già tutta la Cisgiordania e l’ANP è diventata un subappaltatore che si occupa della raccolta dei rifiuti e paga gli stipendi dei docenti,” dice Ofran.

La pianificazione territoriale che sta dietro questa mossa è particolarmente evidente nella zona del Consiglio Regionale della Samaria, dove sono stati approvati 28 insediamenti, 12 dei quali nuovi e alcuni in zone in cui non c’è mai stata una presenza israeliana. Diciannove colonie si trovano nel nord della Cisgiordania, dove c’è la più estesa contiguità dell’Area A nella regione, frammentata da due lingue dell’Area C che fino al 2023 erano sottoposte alla Legge del Disimpegno [decisa dal governo Sharon nel 2005 e revocata nel 2023, ndt.] e in cui agli israeliani era vietato l’ingresso.

Le colonie approvate nella zona includono le quattro evacuate nel disimpegno [del 2005, ndt.] e nuovi insediamenti, tutti su terre che circondano o frammentano la contiguità palestinese. Per spostarsi tra di essi i coloni devono viaggiare attraverso l’Area A per evitare deviazioni che richiederebbero l’uscita nel territorio sotto sovranità israeliana e il ritorno in Cisgiordana attraverso un altro posto di blocco. In altre parole ciò significa ulteriore erosione degli Accordi di Oslo.

Questo obiettivo si rispecchia in altre aree della Cisgiordania. Sulle colline occidentali di Hebron sono stati approvati tre nuovi insediamenti, due dei quali su una stretta lingua dell’Area C in cui vivono palestinesi. Oggi nell’area si trova solo l’isolata colonia di Negohot, accessibile da ovest attraverso un posto di blocco che serve solo la colonia. Ma gli ulteriori insediamenti creeranno una contiguità [israeliana] che richiederà nuove strade e si prevede frammenterà la contiguità palestinese, isolerà i villaggi nei pressi della barriera nell’Area B e bloccherà la contiguità dell’Area A da ovest, tra Dahriyah ed Hebron.

Anche qui l’iniziativa sta procedendo a notevole velocità e questo mese sono già iniziati lavori di preparazione del terreno. Allo stesso modo a est di Efrat tra tre villaggi palestinesi è prevista la colonia di Ma’aleh Arugot, che funge da punto di connessione tra insediamenti sparsi a ovest e a est del blocco di Gush Etzion, che sono attualmente separati dalla contiguità palestinese.

A ovest di Ramallah le colonie sono state approvate in due sezioni separate, creando contiguità fino al muro di separazione e la Linea Verde [il confine riconosciuto di Israele, ndt.] e rendendo confusa la frontiera: tre colonie tra Beit Horon e Mevo Horon e cinque tra il blocco di Talmonim a est e la città palestinese di Ni’lin a ovest. Alla cerimonia di inaugurazione di Maoz Tzur, un insediamento legalizzato su terreni privati [palestinesi, ndt.] all’interno di una zona di tiro, Ze’ev “Zambish” Hever, direttore esecutivo dell’organizzazione di coloni Amana, l’ha definito un sogno che si è realizzato: “Stiamo ponendo fine alla separazione tra Modi’in e Beit Horon e nei prossimi mesi, se Dio vuole, saremo collegati anche con i blocchi di Talmonim e Dovel.” La cancellazione della Linea Verde sta avvenendo anche in altre aree, inclusa la legalizzazione di avamposti cuscinetto lungo la barriera.

Fine della Prima Parte

Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi




Notiziario palestinese: Israele attacca bambini e ospedali in una settimana di sangue a Gaza

Redazione di Al Jazeera

14 luglio 2026 Al Jazeera

La morsa di Israele sulla Cisgiordania occupata si rafforza con avamposti, demolizioni e incursioni di coloni appoggiati dall’esercito, mentre i militari uccidono operatori umanitari e bambini a Gaza

Nell’ultima settimana diversi bambini sono stati uccisi dagli attacchi israeliani a Gaza, portando il bilancio delle vittime dal cessate il fuoco di ottobre ad almeno 1.108.

Tra gli attacchi si annoverano i raid israeliani dell’8 luglio che hanno causato la morte di almeno otto persone tra cui un bambino di 10 anni, ucciso nell’attacco a una tenda nella “zona umanitaria” di al-Mawasi, e un bambino di sei anni colpito da un proiettile nel quartiere di Zeitoun a Gaza City, secondo quanto riferito da funzionari sanitari palestinesi. Il giorno dopo un autista della World Central Kitchen [ONG che fornisce aiuti alimentari fondata nel 2010 dallo chef José Andrés in seguito al terremoto di Haiti, ndt.], Ahmad Nasser Saleem, è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre con le mani alzate trasportava aiuti concordati dal valico di Karem Abu Salem.

Il 12 luglio Tala Jumaa Abu Matar, una bambina di nove anni, è stata uccisa da fuoco israeliano vicino al campo profughi di Nuseirat, secondo fonti mediche citate da Wafa [agenzia di stampa ufficiale palestinese, ndt.]. L’attivista Hamza al-Masri, residente a Gaza, riferisce che per tutta la settimana si sono verificati attacchi contro le tende che ospitano gli sfollati di al-Mawasi.

Il 10 luglio un drone israeliano ha colpito il cortile dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza, ferendo membri del personale – nonostante la struttura si trovi all’interno della “zona verde” controllata da Israele; il Ministero della Sanità di Gaza l’ha definito parte della “campagna sistematica contro le strutture sanitarie” da parte di Israele.

La cifra totale delle vittime dall’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza nell’ottobre 2023 ha ora raggiunto la cifra di 73.231 morti e 173.686 feriti.

Dichiarazioni e realtà

Accanto a questi rapporti quotidiani dal campo il COGAT, l’organismo militare israeliano che coordina gli aiuti, ha pubblicato un rapporto in cui affermava che i rifornimenti umanitari entrati a Gaza fossero in quantità che “supera significativamente” i bisogni riconosciuti dalle Nazioni Unite. Il suo capo, il maggiore generale Yoram Halevy, ha dichiarato che chiunque contestasse le cifre pubblicate dal COGAT stava “amplificando la propaganda di Hamas”, secondo quanto riportato dal Times of Israel.

Al contrario i dati delle Nazioni Unite, pubblicati il ​​giorno successivo, descrivevano la scarsità, voluta, di beni di prima necessità a Gaza. Nel suo rapporto del 10 luglio sulla situazione l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha affermato che i pacchi alimentari distribuiti a oltre 53.500 persone all’inizio di luglio coprivano solo il 75% del fabbisogno calorico minimo e che la fornitura di biscotti ad alto contenuto energetico era stata sospesa per preservare le scorte di emergenza in via di esaurimento.

Solo il 56% degli aiuti umanitari transitati attraverso il corridoio egiziano è stato scaricato con successo al valico di Karem Abu Salem. Il numero di famiglie che ricevono assistenza e rifugio è diminuito del 37% tra maggio e giugno a causa della carenza di fondi e delle restrizioni israeliane sui beni.

I servizi essenziali per circa 350.000 persone affette da malattie croniche continuano a essere gravemente irregolari a causa delle restrizioni all’ingresso. Di conseguenza in una sola settimana i partner del Coordinamento Sanitario dell’OCHA hanno registrato oltre 18.000 nuovi casi di varicella, infezioni cutanee e infestazioni parassitarie.

Sul campo le strutture mediche di Gaza sono rimaste al buio a causa della carenza di carburante, con 38 ospedali già distrutti o resi inutilizzabili e i chirurghi costretti a ridurre la durata degli interventi. Il Ministero della Salute ha avvertito che i suoi laboratori e le banche del sangue rischiano la chiusura totale.

Promesse nuove elezioni

Pochi giorni dopo che il governo di Gaza guidato da Hamas aveva annunciato le proprie dimissioni per lasciare spazio a un comitato tecnocratico non ancora entrato a Gaza, il 9 luglio il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha emanato un decreto che fissa al 28 novembre le elezioni legislative palestinesi – le prime in 20 anni. L’annuncio, ampiamente interpretato come risposta alle pressioni internazionali per una riforma dell’Autorità Palestinese, si scontra con notevoli ostacoli: Israele non ha ancora autorizzato il voto a Gerusalemme Est occupata, le infrastrutture di Gaza sono in rovina e il registro della popolazione è obsoleto.

Annessione in cifre

Un rapporto pubblicato il 7 luglio dai gruppi di ricerca e difesa israeliani Peace Now e Kerem Navot ha documentato quella che viene definita annessione di fatto della Cisgiordania, occupata a un ritmo senza precedenti: tra il 2023 e il 2025, si è scoperto, sono stati creati 185 nuovi avamposti e 118 comunità di pastori palestinesi sono state espulse, 102 nuovi insediamenti sono stati creati e gli avamposti agricoli illegali sono arrivati a controllare più di 1,1 milioni di dunam (110.000 ettari) di territorio – il 18% dell’intera Cisgiordania – il tutto nel contesto di “una politica governativa unica e sistematica”.

Gli sviluppi nell’intera Cisgiordania tracciano l’attuazione di questa politica nel suo complesso. Nella parte settentrionale della Valle del Giordano i bulldozer israeliani hanno sradicato più di 300 ulivi e viti vicino ad Atuf e hanno tagliato le condutture idriche che servivano circa 45.000 dunam [4.500 ettari, ndt.] di terreni agricoli nell’ambito del progetto di strade e muri militari denominato “Crimson Thread”, secondo quanto riferito da Mutaz Bisharat, funzionario di Tubas. A Zububa, vicino a Jenin, dall’inizio di luglio più di 1.500 ulivi sono stati distrutti dalle forze israeliane, secondo quanto riportato da Wafa.

Le demolizioni sono portate avanti in parallelo: nel corso della settimana le forze israeliane hanno raso al suolo case, strutture agricole e un edificio di quattro appartamenti a Shuqba, Jit, Nablus, Sur Baher, Khirbet al-Miyah e Bruqin, secondo quanto riportato da Wafa e da attivisti locali. Sempre secondo Wafa i coloni hanno demolito la scuola elementare di Yanun, che ospitava 15 bambini, circa otto mesi dopo la pulizia etnica della comunità. Il 13 luglio Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno costretto la famiglia Abu Tir ad auto-demolire la propria casa nella Gerusalemme Est occupata, multandoli di 80.000 shekel [23.187 euro, ndt.] e lasciando sette persone senza tetto.

La Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro ha affermato che nella prima metà del 2026 le autorità israeliane hanno emesso 49 ordini di esproprio militare di terreni – superando i 47 già emessi in tutto il 2025 – riguardanti 2.093 dunam (210 ettari ca), per lo più lungo le strade di circonvallazione dei coloni, tra cui la Strada Statale 60.

La violenza dei coloni continua – senza impedimenti

Gran parte delle violenze della settimana in Cisgiordania hanno seguito uno schema ben noto: coloni che attaccano sotto protezione militare israeliana. Per cinque giorni consecutivi, come riportato dall’attivista Osama Makhamreh, i coloni hanno attaccato la famiglia dell’anziano Ibrahim Ismail al-Jabour nella zona di Huwara a Masafer Yatta; i soldati sono intervenuti per proteggere gli aggressori e il 12 luglio hanno arrestato lo stesso al-Jabour, mentre sette suoi parenti, tra cui due bambini, sono stati feriti dai coloni. In quei giorni nessun colono è stato arrestato.

In altre zone il 9 luglio circa 150 coloni hanno attaccato Deir Jarir, a est di Ramallah, da quattro direzioni, mentre le forze israeliane bloccavano le ambulanze, secondo quanto riportato da Wafa. Ad al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, ripetuti raid hanno lasciato alcuni abitanti feriti da colpi d’arma da fuoco, proiettili di gomma e granate stordenti – tra cui un bambino di 10 anni colpito alla testa – mentre le forze israeliane confiscavano le chiavi delle ambulanze, secondo Wafa e fonti locali sul campo. Vicino a Jenin coloni e soldati insieme hanno espulso quattro famiglie da Khirbet Asaeed dove risiedevano da oltre 70 anni, ha riferito Wafa.

L’OCHA nel suo ultimo rapporto ha registrato in una sola settimana almeno 35 incidenti con coloni che hanno causato vittime o danni alle proprietà, portando il totale del 2026 a più di 1.200 attacchi in oltre 240 comunità – circa sei al giorno.

Più difficile da spiegare

Mentre dall’estero si intensifica il controllo sulle azioni di Israele, le controversie intorno alla realtà dei fatti sul terreno hanno coinvolto persino politici statunitensi in visita. Il deputato americano Ro Khanna ha affermato che durante una visita al villaggio abbandonato di Khirbet Zanuta in Cisgiordania lui e il suo gruppo sono stati bloccati per oltre un’ora dai coloni e che poi i soldati gli hanno impedito di andarsene. L’esercito israeliano ha dichiarato che al loro arrivo i soldati hanno “disperso” i coloni; “l’esercito israeliano sta mentendo”, ha detto Khanna alla NBC News.

Lo stesso apparente disprezzo per gli osservatori internazionali si è visto anche nei tribunali israeliani. Haaretz ha riportato che il Servizio Penitenziario Israeliano ha imposto nuove e drastiche restrizioni alle visite della Croce Rossa ai detenuti palestinesi, nonostante la sentenza unanime dell’Alta Corte del mese scorso. Oded Feller dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha affermato che lo scopo della decisione era “continuare a nascondere gli abusi che avvengono nelle strutture del Servizio Penitenziario Israeliano”.

Persino la diplomazia di routine è stata messa in discussione; secondo Wafa Israele ha impedito al segretario generale della Lega Araba di entrare in Cisgiordania per incontrare il presidente Abbas – un’altra mossa che, insieme agli avamposti, alle demolizioni e alle sentenze dei tribunali disattese delinea una traiettoria che muove costantemente in un’unica direzione, con impudente disprezzo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Smotrich annuncia il trasferimento dei poteri di pianificazione urbanistica nel contesto di una offensiva verso l’annessione

Redazione di Palestine Chronicle

17 giugno 2026 Palestine Chronicle

Il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato il trasferimento di competenze fondamentali in materia di pianificazione e costruzione a Hebron (Al-Khalil [nome della città in arabo, ndt.]) dalle autorità municipali palestinesi al controllo israeliano, uniniziativa che potrebbe modificare in modo significativo le disposizioni di carattere amministrativo stabilite in base allaccordo del 1997 su Hebron.

Sviluppi principali

  • Martedì il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato il trasferimento delle competenze in materia di pianificazione urbanistica ed edificazione dal Comune di Hebron alle autorità israeliane.

  • L’Autorità Palestinese ha definito la decisione come una violazione degli accordi firmati e delle leggi internazionali.

  • In seguito il ministero degli Esteri israeliano ha contestato le affermazioni secondo cui l’intero accordo su Hebron del 1997 sia stato abrogato.

Smotrich ha annunciato il trasferimento delle competenze

Martedì il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato che le competenze in materia di pianificazione e costruzione in precedenza esercitate dal Comune di Hebron in parti della città saranno trasferite alle autorità israeliane.

Parlando durante l’inaugurazione della colonia di Doron, sulle colline di Hebron, Smotrich ha descritto l’iniziativa come una “correzione storica” e parte dei tentativi di rafforzare quella che ha definito la sovranità israeliana nella Cisgiordania occupata.

Secondo la rete televisiva israeliana Channel 12 Smotrich ha affermato che sono state completate le procedure per eliminare le competenze in materia di pianificazione civile ed edificazione concesse al Comune di Hebron in base alle misure stabilite in seguito all’accordo per Hebron del 1997.

L’iniziativa modificherebbe l’autorità relativa alla pianificazione in zone che includono luoghi molto importati di Hebron, tra cui la moschea di Ibrahim [Tomba dei Patriarchi per gli ebrei, luogo in cui pregano in momenti diversi sia musulmani che ebrei, ndt.].

Funzionari palestinesi condannano la decisione

L’Autorità Palestinese ha denunciato la misura come un attacco diretto allo status politico e giuridico di Hebron.

Secondo la WAFA [agenzia di stampa dell’Autorità Palestinese, ndt.] funzionari palestinesi hanno affermato che la decisione viola gli accordi firmati, la legittimità e le leggi internazionali, che vietano a una potenza occupante di modificare unilateralmente lo status di un territorio occupato.

Da parte sua Hamas ha avvertito che le misure rappresentano un’escalation politica e sul campo intesa a consolidare il controllo israeliano su Hebron e sulla Cisgiordania occupata.

In una dichiarazione il movimento della resistenza palestinese ha affermato che il trasferimento dei poteri di pianificazione dall’amministrazione comunale di Hebron fa parte di un progetto più complessivo di colonizzazione e annessione inteso ad imporre la sovranità israeliana, espandere le colonie e accelerare le politiche di espulsione.

Hamas ha segnalato anche le azioni di Israele a sud di Hebron, tra cui la creazione di avamposti coloniali e l’esproprio di terra palestinese come prova dei tentativi di alterare la situazione sul terreno.

Il movimento ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire e fermare quelle che ha descritto come politiche che minacciano di destabilizzare ulteriormente la Cisgiordania occupata.

Il sindaco di Hebron mette in guardia da una “grave violazione”

Il sindaco di Hebron Yusuf al-Jabari ha affermato che l’iniziativa fa parte di un più complessivo tentativo israeliano di minare gli accordi esistenti che governano la città.

Parlando con l’agenzia di stampa [turca] Anadolu al-Jabari ha sottolineato che il Protocollo di Hebron e i relativi accordi vennero raggiunti in base al sostegno internazionale e rimangono il quadro che regola le misure amministrative, di sicurezza e relative ai servizi in città.

Ha avvertito che ogni modifica unilaterale di questi accordi costituisce una “grave violazione” con conseguenze potenzialmente di ampia portata.

Al-Jabari ha anche sottolineato che l’amministrazione comunale di Hebron non può essere ignorata e ha insistito che le competenze comunali non devono essere modificate in nessuna parte della città, comprese l’area H2” [sotto controllo civile palestinese e militare israeliano, ndt.], la Città Vecchia e la zona della moschea di Ibrahim.

Il governo israeliano smentisce le affermazioni riguardo alla cancellazione degli accordi

Facendo seguito all’annuncio di Smotrich il ministero degli Esteri israeliano ha affermato che l’accordo su Hebron del 1997 in sé non è stato cancellato.

Secondo il Jerusalem Post [giornale israeliano in lingua inglese, ndt.] il ministero ha affermato che l’unica modifica riguarda la competenza riguardante la pianificazione e la costruzione relativa ai luoghi storici ebraici e alla comunità di coloni israeliani a Hebron.

Il ministero evidenzia che i poteri di pianificazione che riguardano il complesso della moschea di Ibrahim erano già stati trasferiti mesi fa dopo polemiche che hanno coinvolto l’amministrazione comunale di Hebron e il Waqf [ente benefico incaricato della gestione dei luoghi santi, ndt.] islamico.

Funzionari israeliani hanno sostenuto che le modifiche riguardano un ambito ridotto, mentre Smotrich le ha definite come parte di un tentativo più complessivo di estendere l’autorità israeliana nella Cisgiordania occupata.

Aumentano le preoccupazioni di un’annessione

L’ultima mossa giunge nel contesto di una serie di misure israeliane intese a ridefinire il contesto giuridico e amministrativo nella Cisgiordania occupata.

Funzionari palestinesi e sostenitori dei diritti umani affermano che tali passi fanno progredire l’annessione di fatto trasferendo progressivamente poteri dalle istituzioni palestinesi alle autorità israeliane.

La questione ha attirato ulteriore attenzione nei confronti dello status unico di Hebron in base al contesto degli accordi di Oslo, che hanno diviso la città tra settori amministrati dai palestinesi e altri controllati da Israele conservando certi poteri dell’amministrazione comunale in entrambe le zone.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Con una mossa inconsueta Israele confisca case nella parte della Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese, suscitando allarme riguardo all’annessione

 Asmaa Al-Masalmeh

16 giugno 2026 – Mondoweiss

Un ordine militare firmato a maggio 2026 autorizza la prima base israeliana permanente vicino a Jenin nell’Area A, la parte della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Israele ha già iniziato a sfollare le famiglie che ci vivono.

La casa di Muhammad Hussein Rahal a Jenin, nella Cisgiordania occupata, è stata sequestrata e destinata alla demolizione da parte dell’esercito israeliano, insieme a due case vicine.

Ma il sequestro della casa di Rahal non è come le altre demolizioni di case palestinesi, che sono un evento comune in tutta la Cisgiordania. La casa di Rahal sta per essere distrutta per costruire una base militare israeliana – probabilmente la prima mai costruita sulla terra sotto il controllo dell’Autorità Palestinese (AP).

La casa di Rahal si trova nell’Area A, la piccola porzione della Cisgiordania che tecnicamente ricade sotto il completo controllo dell’AP, un’area che per decenni è stata considerata il posto “più sicuro” in Cisgiordania per i palestinesi dove costruire una casa. Il sequestro della casa di Rahal da parte dell’esercito israeliano costituisce ciò che sembra essere la prima volta, dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993, in cui Israele si impadronisce di terra nell’Area A a scopi militari. I palestinesi affermano che la mossa non prova soltanto che gli Accordi di Oslo sono definitivamente morti, ma dimostra anche che i piani di Israele per annettere la Cisgiordania stanno avanzando a tutto spiano.

Durante la scorsa settimana Rahal, meglio conosciuto come Abu Faris, è rimasto seduto su una sedia di fronte alla sua porta ad al-Jabriyat, un sobborgo della città di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale, aspettando.

Ogni volta che un veicolo militare israeliano passava io pensavo che venissero ad eseguire l’ordine”, dice. “Non c’è niente di più difficile che essere costretto a lasciare la tua casa.” Aveva ragione di aspettare.

Lunedì 15 giugno i soldati sono arrivati e lui è stato costretto ad andarsene. Quando ha chiesto se il sequestro sarebbe durato solo fino al 23 agosto, come gli era stato detto precedentemente, la risposta è stata brutale: “Nessun ritorno”. Allora si è diretto a Jenin, dove vive sua sorella.

Fino a poco tempo fa Abu Faris pensava che la sua casa fosse al sicuro dato che si trovava entro il territorio controllato dall’AP, che dal 1993 è stata relativamente al sicuro dall’intervento israeliano.

Quel presupposto adesso è svanito.

Documenti legali ottenuti da Haaretz rivelano che il 7 maggio 2026 il Comando Generale di Israele ha firmato un ordine di sequestro del terreno accanto al campo profughi di Jenin e di costruzione di una base militare permanente all’interno dell’Area A. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), che ha inviato una petizione contro l’iniziativa, l’ha definita la più significativa violazione dell’impianto di Oslo da sempre.

Gli Accordi di Oslo sono l’insieme di accordi firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che hanno portato alla creazione dell’AP, che costituiva un ente amministrativo destinato a segnare l’inizio dell’autogoverno palestinese in luogo di un vero Stato. L’impianto di Oslo in teoria avrebbe concesso all’AP il pieno controllo amministrativo e di sicurezza su circa il 18% della Cisgiordania (Area A). Su un altro 22% del territorio (noto come Area B) avrebbero avuto il controllo congiunto sia Israele che l’AP. Il restante 60% è classificato come Area C, su cui Israele detiene il totale controllo amministrativo e di sicurezza.

La scorsa settimana è stata a quanto pare la prima volta che il tipo di espansionismo israeliano normalmente riservato all’Area C si è esteso al territorio controllato dall’AP nell’Area A, indicando che i piani di annessione di Israele in Cisgiordania stanno procedendo.

Fino ad ora l’espansione delle colonie israeliane e i sequestri di terre si erano concentrati nell’Area C, effettuati attraverso una varietà di misure amministrative e legali intese a stabilire l’annessione di fatto di Israele del territorio. Tuttavia lo spostamento nell’Area A segna un passaggio dall’accerchiamento alla penetrazione: non più solamente circondare i centri popolati palestinesi, ma entrarvi. Se questo costituisse un precedente, favorirebbe l’obbiettivo più volte ribadito dall’estremista Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich di “seppellire” uno Stato palestinese rendendo la terra palestinese geograficamente non contigua e amministrativamente disorganica. Ciò significherebbe che la Cisgiordania è stata praticamente annessa a Israele e che gli Accordi di Oslo sono di fatto superati.

La Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese ha segnalato che simili misure rappresentano “deliberati passi progressivi verso l’annessione permanente, portata avanti un pezzo per volta, alla luce del giorno e nella totale impunità.” Fino a poco tempo fa ogni investimento nello sviluppo di proprietà nell’Area A era considerato una certezza. È per questo che Abu Faris ha speso tutto il suo denaro nella costruzione della sua attuale casa, pensando che la sua proprietà sarebbe stata fuori dalla portata di Israele.

La sua precedente casa era stata demolita nel campo profughi di Jenin, nell’ambito dell’ondata di distruzioni che ha raso al suolo decine di case durante l’operazione di Israele “Muro di Ferro” lanciata nel gennaio 2025. Aveva bisogno di un luogo sicuro.

Allora ho deciso di investire i soldi della mia pensione delle Nazioni Unite nell’acquisto di terra e costruendo una casa modesta”, dice. “Negli ultimi tre mesi abbiamo lavorato giorno e notte. Durante il Ramadan cominciavamo dopo il suhoor [il pasto che precede l’alba, ndt.] e continuavamo dopo l’iftar [il pasto che rompe il digiuno dopo il tramonto, ndt.] finché non finivamo i mattoni e la vernice”. Non era la prima volta che i soldati arrivavano alla porta. Una settimana prima i soldati israeliani erano arrivati alla casa.

Mi hanno chiesto se la casa fosse mia. Ho risposto di sì e loro hanno detto che l’avrebbero sequestrata in base ad un ordine militare”, dice Abu Faris. “Hanno detto che mi avevano visto lavorare alla casa tutti i giorni.”

L’ufficiale mi ha chiesto se fossi arrabbiato e io gli ho risposto: ‘Come posso non essere arrabbiato se voi mi cacciate dalla mia nuova casa e mi ordinate di andarmene in 10 minuti?’”

Secondo Abu Faris l’ufficiale ha fatto una telefonata ed ha ottenuto il rinvio dell’evacuazione. I soldati hanno detto che sarebbero tornati a sequestrare la casa e che glie la avrebbero restituita il 23 agosto, ma non hanno dato garanzie. “Per ora non so dove andrò”, ha detto allora con la voce stanca. “I miei fratelli mi hanno suggerito di andare da loro ed altri dicono di tornare nei locali di sfollamento”, con riferimento all’abitazione provvisoria che ha preso presso l’università arabo-americana dopo che la sua precedente casa è stata demolita, insieme a centinaia di altre famiglie espulse dal campo di Jenin. Recentemente i soldati israeliani hanno pattugliato la sua zona, mettendo in allarme il quartiere. “La paura era tanta che i miei fratelli non hanno osato venire a trovarmi durante l’Eid [Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, ndt.]”, dice Abu Faris.

Secondo i dati ONU lo sconfinamento israeliano nell’Area A avviene nel contesto della più vasta ondata di sfollamenti forzati in Cisgiordania a partire dal 1967. Oltre 40.000 palestinesi sono stati espulsi dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, secondo l’UNWRA e il Ministro della Difesa Israel Katz. Issa Zboun, direttore del Dipartimento dei Sistemi di Informazione Geografica presso l’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), ha detto a Mondoweiss che questo ordine militare è “il culmine della politica di insediamenti perseguita dall’occupazione israeliana in Cisgiordania contro i cittadini e la terra palestinesi.” Ha aggiunto: “Sono stati emessi parecchi ordini di confisca della terra e demolizione delle case nelle aree che appartengono amministrativamente all’Autorità Palestinese, compresa l’Area B.”

L’obbiettivo è “cambiare la configurazione della terra, imporre i fatti sul terreno e consolidare l’idea di non stabilire uno Stato palestinese geograficamente contiguo in Cisgiordania”, ha affermato Zboun.

Ha detto che l’AP “non ha strumenti sufficienti per contrastare questo feroce attacco perché la situazione regionale mette in ombra la questione palestinese e l’occupazione israeliana sfrutta questa opportunità.”

Zboun ha detto che gli Accordi di Oslo sono stati “praticamente annullati sul terreno da tanto tempo”, sottolineando “le continue incursioni nell’Area A e nelle città del centro come Ramallah, anche vicino alla residenza del presidente palestinese.”

Dichiarazioni ufficiali israeliane, comprese quelle di Itamar Ben Gvir, che ha dichiarato che Oslo è morta, rispecchiano le esplicite richieste di porre fine all’Autorità Palestinese e cancellare Oslo e le classificazioni A, B e C. Queste sono patenti violazioni degli Accordi di Oslo, che sembrano essere decaduti”, ha detto.

L’Area A non è più sicura

Anche Mansour Kabha ha ricevuto un ordine di lasciare la sua casa, situata nella zona di Jabriyat, adiacente al campo profughi di Jenin.

L’esercito israeliano è arrivato e mi ha notificato la decisione di confiscare la terra fino al 31 agosto 2028 per scopi militari, in base agli ordini che ho ricevuto”, dice Kabha.

Ho costruito la casa al costo di circa 700.000 shekel (circa 240.000 dollari) e se la base viene costruita lì vicino tutta la vita della mia famiglia ne verrà influenzata, specialmente per le mie figlie, che fanno il tragitto ogni giorno per studio e lavoro”.

Kabha e i suoi vicini sono preoccupati che le nuove procedure di sicurezza possano rendere i movimenti e il trasporto più difficili se la zona venisse circondata da un campo militare.

La comunicazione che ha ricevuto richiede la confisca di circa 7 dunam (7.000 mq.) di proprietà di 10 persone.

Tra i proprietari vi sono sua sorella e suo fratello. I lotti sono ufficialmente registrati con atti legali di proprietà (noti come kushans), dice, e si trovano nell’Area A sotto l’Autorità Palestinese. Sono stati proprietari della terra per circa 20 anni. “Ci siamo recati dall’Autorità Palestinese e ci è stato detto che la questione è politica e che l’Autorità se ne occuperà e ci è stato chiesto di non intraprendere alcuna azione individuale. Da allora è passato circa un mese e mezzo.”

Recentemente l’esercito è arrivato in altre due case dell’area e ha detto agli abitanti che dovevano andarsene per due mesi. Ai padroni di casa è stato chiesto di portare via i propri beni personali e che i soldati sarebbero arrivati per impadronirsi delle case. Gli è stato anche detto che dovevano restare in casa fino all’arrivo dell’esercito per fotografarla e ricevere le chiavi.

Attualmente nell’area ci sono circa 5.000 persone e circa 30 case ed è previsto che venga costruito un campo militare in mezzo a questa comunità residenziale”, dice. “Si prevede che la costruzione del campo inizi la prossima settimana.”

Questo è un terreno residenziale che le persone hanno comprato proprio perché si trova nelle aree dell’Autorità Palestinese ed ha uno status legale. Tutti i lotti sono autorizzati e ufficialmente registrati. Le nostre case sono il risultato di molti anni di lavoro e risparmi e paghiamo le tasse all’Autorità”, dice Kabha.

L’Autorità ci ha chiesto di aspettare’

Hassan Brijiyeh, ricercatore presso la Commissione di Resistenza al Muro e alle Colonie, un’organizzazione che lavora sotto l’Autorità Palestinese, ha detto: “L’impianto di Oslo è un accordo internazionale e nessuno può cancellarlo, anche se in pratica la parte israeliana sta cercando di smantellarlo”.

L’occupazione israeliana non si preoccupa di Area A o B o C”, ha detto. “Considera tutta la terra palestinese come parte della Giudea e Samaria”, riferendosi al nome che Israele attribuisce all’intera Cisgiordania occupata dal 1967, ma esclude Gerusalemme est.

Brijieh ha sottolineato che il diritto internazionale sancisce la proprietà palestinese della terra, richiamando due sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: una sentenza del 2004 che ha definito illegale la costruzione da parte di Israele di un muro di separazione nei territori occupati, e una sentenza del 2024 che ha dichiarato illegittima l’intera occupazione di Israele e illegale la costruzione dei suoi insediamenti, inclusa Gerusalemme est. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1973 definisce l’intera Cisgiordania terra palestinese, ha aggiunto.

Sul terreno la realtà è differente. “Passo dopo passo Israele sta frammentando la terra e stabilendo il controllo con un forte sostegno degli Stati Uniti”, ha detto Brijiyeh.

Tutto è avvenuto molto velocemente.

A maggio soldati israeliani hanno cominciato a radunarsi dietro la sua casa, dice Abu Faris. Sono arrivati con dei geometri, passando ore a fotografare e ad elaborare piani. Quando ne ha parlato con i vicini loro hanno detto che non sarebbe successo niente, perché si tratta dell’Area A. Le visite sono continuate, tre volte alla settimana. La sua casa è stata sequestrata solo una settimana dopo.

Durante le visite dei soldati si sono sparse voci che accusavano i proprietari della terra di vendere i loro terreni, ma li conosciamo bene e sono persone rispettabili che hanno tutti i documenti legali che comprovano la loro proprietà”, dice Abu Faris.

I proprietari hanno pensato di assumere un avvocato, ma l’AP ha chiesto loro di non farlo. Secondo Abu Faris l’AP ha detto che si trattava di una questione politica e che se ne sarebbe occupata, dato che sovrintende agli affari nell’Area A.

Kabha, il cui investimento di 700.000 shekel adesso si trova all’ombra di un futuro campo militare, è di fronte ad una scelta impossibile: rimanere e vivere sotto sorveglianza militare oppure andar via e perdere tutto.

Abbiamo comprato questa terra perché era in Area A”, dice. “Abbiamo pagato le tasse, abbiamo rispettato le norme. E adesso l’Autorità ci dice che è una questione politica e dobbiamo aspettare.”

Asmaa al-Masalmeh

Asmaa al-Masalmeh è una giornalista informatica palestinese della Cisgiordania con un passato di stampa, radio e televisione ed esperienza nella gestione di piattaforme di social media. I suoi articoli sono su The New Arab e Arab Reporters for Investigative Journalism.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli ospedali chiudono e si esauriscono i medicinali. Dopo Gaza adesso Israele sta provocando il collasso del sistema sanitario in Cisgiordania

Amira Hass

31 maggio 2026 – Haaretz

Nelle farmacie pubbliche manca la maggior parte dei farmaci e molti pazienti non possono permettersi di acquistarli sul mercato privato. La confisca da parte di Israele delle entrate doganali ha peggiorato in modo significativo il debito del Ministero della Sanità palestinese, che avverte: presto non saremo più in grado di fornire i servizi sanitari essenziali.

Il sistema sanitario palestinese teme un peggioramento della condizione dei pazienti con malattie croniche in Cisgiordania ed un aumento del tasso di mortalità, a causa delle gravi difficoltà di bilancio dell’Autorità Palestinese e dell’impoverimento della sua popolazione. Il debito accumulato dal Ministero della Sanità palestinese nei confronti dei fornitori esterni, 2,6 miliardi di shekel [780 milioni di euro ca.], equivale quasi al suo bilancio attuale, 2,89 miliardi di shekel [870 milioni € ca.]

Come tutti i dipendenti del settore pubblico, anche i medici e gli infermieri ricevono metà del salario, o anche meno. La maggior parte dei farmaci non è disponibile nelle farmacie pubbliche e le scorte di farmaci salva-vita, come quelli per il cancro e le malattie renali, si stanno riducendo. Molti pazienti coperti dall’ assicurazione sanitaria pubblica non possono permettersi di acquistare le medicine nel mercato privato.

Gli operatori sanitari all’interno e fuori dal sistema pubblico definiscono la situazione “sull’orlo del collasso”. La settimana scorsa, prima della festività di Eid al-Adha [Festa del Sacrificio, seconda festività più importante del calendario islamico, ndt.], il Ministero della Sanità palestinese ha segnalato che la capacità di fornire servizi medici essenziali è a rischio, sottolineando che la crisi nel settore pubblico ha creato una reazione a catena, danneggiando anche istituzioni sanitarie di organizzazioni non governative e il settore privato.

Le due cause dirette e principali di questa situazione sono il sequestro da parte del Ministero delle Finanze israeliano delle entrate doganali sulle importazioni dell’Autorità Palestinese (detratti automaticamente dal Ministero i pagamenti dell’AP per la fornitura di prodotti come acqua e elettricità), e il divieto per circa 170.000 palestinesi di ritornare al loro lavoro in Israele.

Dall’inizio di maggio i medici e gli infermieri del settore pubblico palestinese in Cisgiordania sono scesi in sciopero per non aver ricevuto il salario pieno da diversi anni. Anche prima dello sciopero il personale lavorava solo part-time, come altri dipendenti del settore pubblico.

Gli ospedali pubblici forniscono solo cure salva-vita e la loro qualità è compromessa a causa della carenza di personale, dell’insufficienza di medicine e di attrezzature mediche disponibili e della difficoltà nel reperire risorse per la normale manutenzione e le riparazioni delle attrezzature esistenti. Lo sciopero coinvolge anche 447 cliniche del Ministero della Sanità, su un totale di 590 operative in Cisgiordania. Perciò sono anche compromessi i servizi di cura e monitoraggio per le donne incinte, le madri e i neonati, i bambini disabili e gli scolari.

Il debito di circa 2.6 miliardi di shekel (780 milioni di euro) accumulato dal Ministero della Sanità è suddiviso equamente tra gli ospedali non governativi – dove i pazienti sono indirizzati per le cure – e circa 30 aziende farmaceutiche di produzione e importazione.

Questa è l’opinione del Ministro della Sanità palestinese dr. Majed Abu Ramadan, che ha presentato queste osservazioni la settimana scorsa ad un incontro con rappresentanti delle aziende farmaceutiche. I rappresentanti hanno appreso da lui che su 1.260 tipi di farmaci che il Ministero della Sanità acquista regolarmente attualmente ce ne sono 260 nei magazzini e sugli scaffali.

Uno dei partecipanti a questo incontro era l’ex Ministro della Sanità dr. Fathi Abu Moghli, oggi membro dell’Associazione Produttori Farmaceutici. “Il dr. Abu Ramadan ha chiesto alle case farmaceutiche di resistere e continuare a fornire farmaci al Ministero, nonostante il debito a loro dovuto, che ha raggiunto 1.3 miliardi di shekel (390 milioni di euro)”, ha detto a Haaretz Abu Moghli, aggiungendo che molte aziende non sarebbero in grado di soddisfare questa richiesta poichè non dispongono più del capitale necessario ad acquistare i medicinali all’estero.

Il direttore dell’Associazione Produttori Farmaceutici, Muhannad Habash, ha detto che nel 2025 le aziende hanno fatto quanto loro possibile per continuare a fornire medicinali a credito, ma stanno faticando a farlo ancora quest’anno. In un’intervista a Radio Al-Raya Habash ha detto che dall’inizio dell’anno il Ministero della Sanità ha pagato solo 16 milioni di shekel (4 milioni e 800mila euro) ai fornitori farmaceutici.

Uno dei sei impianti produttivi farmaceutici in Cisgiordania è Dar al-Shifa (Pharmacare) il cui direttore, Bassem Khoury, afferma che il Ministero della Sanità gli deve circa 20 milioni di shekel. “Ma continueremo a fornire al Ministero i farmaci che produciamo, come antibiotici per bambini e farmaci per la cura del diabete e la pressione alta, poichè è un nostro dovere verso la comunità”, ha dichiarato a Haaretz Khoury, aggiungendo che il debito del Ministero della Sanità verso altre aziende è molto più alto.

L’altra metà dell’ingente debito è verso gli ospedali privati. “Gli ospedali pubblici hanno bravi medici, ma la lista d’attesa per gli interventi è molto lunga”, ha detto a Haaretz S., un chirurgo palestinese che lavora in ospedali non profit a Gerusalemme e in Cisgiordania. Abu Moghli afferma che a causa delle croniche difficoltà di bilancio il Ministero della Sanità non è stato in grado di aumentare il numero del personale medico nel corso degli anni, nonostante molti laureati in medicina e infermieristica siano disoccupati.

Lo scarso numero di medici nel sistema pubblico è uno dei motivi per cui il Ministero della Sanità indirizza i pazienti agli ospedali privati, come An-Najah a Nablus (un ospedale universitario), Istishari Arab Hospital a Ramallah e due ospedali a Gerusalemme est, Makassed Hospital e Augusta Victoria Hospital, l’accesso ai quali necessita di un permesso israeliano di spostamento. I pazienti sono anche indirizzati per le cure in Giordania e, meno frequentemente che in passato, in Israele.

Nel 2024 vi sono stati 96.000 deferimenti per cure esterne, che costano al Ministero della Sanità palestinese circa 960 milioni di shekel (290 milioni di euro). Fino a ottobre 2023 il Ministero ha anche coperto il trasferimento di pazienti dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania e a Gerusalemme.

A causa del debito dell’Autorità Palestinese verso gli ospedali privati, ha detto il chirurgo S. a Haaretz, questi ospedali sono anche costretti a ridurre i salari dei propri dipendenti e alcuni loro conti bancari sono scoperti. Ai pazienti viene addirittura richiesto di pagare parte dei dispositivi essenziali per la chirurgia disponibili, ha detto. Alcuni pazienti contraggono prestiti o contano sull’aiuto di amici per acquistare i loro farmaci regolari.

Medici e pazienti testimoniano che per via della chiusura delle cliniche la pressione nei pronto soccorso negli ospedali pubblici e negli istituti medici non governativi non ha fatto che crescere. Lo stress e le lunghe attese per gli esami medici creano tensione tra i pazienti e i loro familiari, gli altri pazienti e il personale medico. Sono anche stati riportati casi di violenza verso i medici.

La crisi del sistema sanitario è dovuta a due fattori addizionali, segnala il dr. Mustafa Barghouti, direttore della Palestinian Medical Relief Society, che fornisce servizi medici non profit. Secondo lui il numero di persone che richiedono cure presso le cliniche dell’organizzazione è anch’esso aumentato. Un fattore è dato dallo sforzo diretto e dichiarato da parte di Israele di cacciare dall’area l’UNRWA – UN Relief and Works Agency for Palestine Refugees in Medio Oriente – e organizzazioni di aiuti internazionali come Doctors Without Borders, nonchè l’ordine di chiusura di parecchie organizzazioni della società civile palestinese. Tutte queste organizzazioni sono state costrette a ridurre le prestazioni mediche che fornivano o agevolavano.

Un altro fattore, ha spiegato, sono gli oltre 1.000 checkpoint e posti di blocco permanenti sulle strade della Cisgiordania, che impediscono l’accesso veloce alle cure e costringono il personale medico e le ambulanze a percorrere strade complicate e tortuose o a trasferire i pazienti e i feriti da spari israeliani utilizzando la modalità “back-to back” in base alla quale un paziente viene portato con un veicolo o una barella ad un cancello chiuso o un posto di blocco all’uscita da una località e poi trasferito su un’ambulanza all’altro lato. Questo è un aggravio di bilancio e inoltre compromette la disponibilità del personale. L’allungamento del tempo di viaggio, che include lunghe attese ai checkpoint gestiti dai soldati, accresce anche i costi del viaggio e a volte il personale medico è costretto a pagare personalmente le spese e a lottare per avere i rimborsi.

S. ricorda un medico specialista che non è riuscito a eseguire un’operazione urgente all’ospedale di Hebron a causa di un’incursione dell’esercito nel suo villaggio e della chiusura dell’accesso.

B., madre di un figlio affetto da paralisi cerebrale, non lo manda più in una scuola speciale a Ramallah perché la strada diretta per uscire dal loro villaggio dal 7 ottobre è stata chiusa da una grata di ferro sbarrata. “La corsa con un taxi speciale è diventata più costosa e mio marito ha smesso di lavorare in Israele. Per un po’ ho potuto ancora pagare i farmaci per mio figlio, ma non li compro da due settimane.”, ha detto. Secondo il dr. Barghouti: “Se si mettono insieme tutti i fattori che determinano la crisi del sistema sanitario la conclusione è che questo è il risultato di un piano accurato e calcolato

Il Ministero della Sanità ha creato una squadra di emergenza guidata dal direttore generale del ministero, Wael al-Sheikh (fratello di Hussein al-Sheick, vicepresidente dell’Autorità Palestinese). Ogni tanto una donazione risolve un’emergenza o l’altra. L’Unione Europea assiste l’ospedale Augusta Victoria e, secondo Abu Moghli, ha anche promesso di trasferire 23 milioni di euro agli ospedali della Cisgiordania e una analoga cifra ai fornitori farmaceutici. Ma queste somme sono trascurabili a confronto del debito totale del ministero.

L’economia palestinese era vacillante anche prima che la confisca delle entrate doganali diventasse una prassi. Già nel 2013 un rapporto della Banca Mondiale affermò che il controllo israeliano sulla maggior parte della Cisgiordania impedisce la realizzazione delle potenzialità economiche della società palestinese e le provoca perdite che ammontano a diversi miliardi di dollari all’anno (3,4 miliardi di dollari nel 2011). Queste costanti perdite hanno creato una dipendenza dalle donazioni estere, che sono diminuite nel corso degli anni, e hanno avuto un impatto diretto sui limitati bilanci per lo sviluppo e sui magri bilanci dei ministeri sociali, come quelli dell’educazione e della sanità.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Lo strangolamento finanziario dei palestinesi da parte di Israele fa il paio con il terrorismo dei coloni

Amira Hass

7 maggio 2026 – Haaretz

Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele ha intrapreso contro i palestinesi e la loro leadership

Ogni mese Israele ruba centinaia di milioni di shekel all’Autorità Palestinese. Si tratta dei dazi doganali sui beni importati destinati ai palestinesi che transitano nei porti israeliani, e delle tasse e tariffe su carburante, sigarette e cemento che Israele vende ai palestinesi. Invece di trasferire questi introiti ai funzionari del Tesoro dell’AP come è richiesto, deposita i fondi su alcuni conti bancari israeliani.

I fondi rubati hanno ormai raggiunto la cifra di 14 miliardi di shekel (4,8 miliardi di dollari). Certo sono pochi soldi per la nazione ad alta tecnologia che con una sola bomba intelligente distrugge in pochi secondi ciò che libanesi, iraniani e palestinesi hanno costruito in centinaia di anni. E grazie a dio Israele possiede molte bombe.

Ma il denaro è fondamentale per realizzare i nostri obbiettivi di dominio ebraico assoluto ed esclusivo dal fiume al mare, a prescindere che il primo ministro sia Benjamin Netanyahu o Naftali Bennett. L’importo non arricchirà necessariamente Israele, ma trattenerlo impoverisce sia le famiglie palestinesi che l’intera società palestinese. L’AP è sommersa fino al collo di debiti verso le banche e i fornitori di beni e servizi e verso i dipendenti del suo settore pubblico. A differenza del passato questa volta l’agricoltura e il lavoro in Israele non possono salvare l’economia palestinese; anch’essi sono proibiti, o quasi, da una direttiva israeliana.

Il furto del denaro palestinese è una delle più antiche pratiche di Israele e nel corso degli anni ha assunto svariate forme. In questo caso è un saccheggio esteso, organizzato ed esplicito a livello ufficiale, con forti entrate che crescono di mese in mese. I ladri non sono mascherati, non sparano un colpo e non hanno bisogno di decifrare il codice della cassaforte. La possiedono già e possono entrarvi e prendere ciò che contiene come vogliono. Il bottino è il reddito del governo palestinese, con il quale vengono pagati gli insegnanti, i medici e gli addetti alla manutenzione, con cui vengono acquistati i farmaci e costruite le scuole e sì, vengono anche pagati i salari del personale delle forze di sicurezza palestinesi.

Quelle stesse forze che gli ufficiali dell’esercito israeliano elogiano per il loro ruolo nel garantire la calma in Cisgiordania nonostante le quotidiane incursioni dell’esercito, alcune delle quali mortali, nonostante gli attacchi quotidiani da parte di civili ebrei armati e nonostante la crescente povertà e disoccupazione.

Israele ha condotto il suo lavoro di predatore delle entrate dell’AP in tre fasi. Esse mostrano il progresso della riforma giudiziaria, poiché le decisioni a riguardo si sono sempre più concentrate nelle mani di un singolo ente, senza intervento della Knesset (il parlamento) o dei tribunali.

La persona che per prima ha attirato la mia attenzione su questo aspetto è stato l’economista Muayyad Afaneh, un consulente del Ministero delle Finanze palestinese, che per molto tempo ha segnalato la gravità della situazione. In una prima fase, nel 2018, fu la Knesset ad approvare una legge per confiscare i fondi corrispondenti approssimativamente ai salari e alle indennità che l’AP elargisce ai prigionieri palestinesi, agli ex prigionieri e alle loro famiglie, e alle famiglie delle persone uccise, che aumentano quotidianamente. Vi è stata una discussione, il cui risultato era chiaro fin dall’inizio, ma almeno vi è stata una parvenza di un procedimento che rispettava la separazione dei poteri. La legge è entrata in vigore nel 2019.

Nell’ottobre 2023 il governo ha deciso di appropriarsi delle entrate dell’AP corrispondenti all’importo destinato alla Striscia di Gaza. Per la maggior parte si tratta di indennità destinate a famiglie tradizionalmente contrarie a Hamas: cioè ai dipendenti del settore pubblico dell’AP, per la maggior parte fedeli a Fatah che, su ordine di Mahmoud Abbas (il presidente dell’AP, ndtr.), hanno smesso di lavorare dal 2007 fino alla pensione. L’importo comprende anche il pagamento delle cure mediche per gli abitanti della Striscia di Gaza all’estero e in Cisgiordania e il pagamento di circa 15 milioni di m3 di acqua potabile che Israele fornisce a Gaza dopo le critiche internazionali per aver chiuso i rubinetti all’inizio della guerra.

Questa quantità di acqua non può soddisfare il bisogno della popolazione, né si conosce quanto di essa raggiunga veramente i punti di distribuzione dell’acqua, poiché le condutture sono danneggiate e i carrarmati continuano a distruggere le infrastrutture. Ma ciò che importa qui è che l’AP paga Israele per l’acqua.

E a maggio 2026 il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha deciso di sua propria autorità che verrà sottratto anche ciò che resta nelle casse, dopo tutte le confische e le trattenute per i servizi che Israele vende ai palestinesi. Tutto ciò come punizione perché l’AP si è rivolta alle istituzioni internazionali chiedendo che si interrompa il genocidio e che Israele rispetti la legge. Queste tre fasi indicano che non c’è limite alla corsa alla vendetta collettiva.

Il furto organizzato e sistematico delle entrate palestinesi è simile al terrorismo dei devoti coloni. Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele sta conducendo contro i palestinesi e la loro leadership. Tutto ciò in aggiunta alla guerra di annientamento, che si serve di bombe, tortura e morte di fame nelle carceri.

Il logoramento ha il suo braccio ufficiale di governo e il suo braccio pirata, l’esercito terroristico dell’impresa coloniale. Entrambi hanno lo stesso obbiettivo. Il braccio ufficiale giustifica le sue azioni con lo stato di diritto e la lotta contro la resistenza palestinese all’occupazione. Il braccio pirata parla apertamente e liberamente di espellere i palestinesi dal Paese, quella fase B del piano decisionale del ministro delle finanze che egli definisce con l’eufemismo di “migrazione volontaria”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’inizio della fine della dottrina israeliana della “sicurezza permanente”

Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

24 aprile 2026 – +972 Magazine

La costante ricerca della “vittoria totale” da parte di Israele lo ha invischiato un una guerra contro l’Iran che non può vincere, erodendone la legittimità all’estero e approfondendone il degrado morale all’interno.

Il nome attribuito alla letale ondata di bombardamenti israeliani in Libano l’8 aprile, lanciata mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra USA e Iran, è estremamente rivelatrice riguardo all’attuale posizione regionale di Israele. Fino a poco tempo fa Israele sceglieva nomi delle guerre che edulcorassero le enormi distruzioni o mobilitassero il fronte interno. L’operazione “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, per esempio, cercava di trasmettere resilienza, mentre la campagna “Spade di ferro” nella Striscia dopo il 7 ottobre e “Ruggito del Leone” di quest’anno contro l’Iran ha inteso evidenziarne la potenza militare.

Non più: con 100 attacchi aerei in Libano che hanno lasciato 300 morti e oltre 1.100 feriti “Oscurità eterna” suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia morte e annientamento. Se nel 1996 l’uccisione di 100 civili libanesi da parte di Israele nel villaggio di Qana nel sud del Libano provocó la fine dell’operazione “Grappoli d’ira”, oggi il massacro di centinaia di persone è percepito praticamente come un fine in sè, senza neppure una traccia di critiche da parte dell’esercito o dell’opinione pubblica.

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a distruggere villaggi e infrastrutture civili in zone del sud sotto il suo controllo, un tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire agli abitanti di tornarvi. A fine marzo il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che alla fine della guerra ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarà permesso tornare e le loro case presso il confine saranno state distrutte.

Sia in Libano che in Iran, guerre non iniziate come risposta a un attacco né per impedire una minaccia inminente, Israele è sembrato adottare in pieno la dottrina della “sicurezza permanente”. Come ha sostenuto recentemenre il sociologo politico Yagil Levy adottando il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio intende non solo eliminare minacce inmediate ma anche quelle future attraverso distruzioni su vasta scala della vita dei civili ed espellere o controllare la popolazione. In sintesi, non c’è una soluzione política, ma solo militare, e quello che non si può ottenere con la forza lo si potrà ottenere con ancora più forza.

Questo approccio della “sicurezza permanente” è stato evidente in primo luogo nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Quando solo qualche giorno dopo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale”, inizialmente, e a ragion veduta, la frase è stata percepita dall’opinione publica israeliana come un tentativo di sfuggire alle sue responsabilità per gli errori [del sistema di sicurezza]. Ma ciò ha rappresentato molto più di un esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere sono stati la manifestazione della “vittoria totale” sostenuta da tutto il sistema politico e militare israeliano.

Non è un caso che lo spostamento sia avvenuto specificamente a Gaza. Fino al 7 ottobre la Striscia era il principale esempio della messa in pratica della dottrina della “gestione del conflitto” firmata Netanyahu, una combinazione di blocco quasi totale, recinzione sopra e sotto terra, controllo completo in cielo e in mare e una rigida sorveglianza elettronica della vita quotidiana dei palestinesi insieme a periodici episodi di bombardamenti ogni anno o due che venivano reputati “tollerabili” dal punto di vista israeliano.

La gestione del conflitto ha fornito anche una formula per frammentare e contenere la politica palestinese, parte di una strategia per rinviare la questione dell’autodeterminazione. Hamas è stato “tenuto sotto controllo” attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e convogliando fondi approvati dallo stesso Netanyahu in modo da mantenere le tensioni a bassa intensità. E in Cisgiordania l’Autorità Palestinese è servita come subappaltante dell’occupazione israeliana, conservando l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett [exprimo ministro e dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndt.], che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, l’ ha brutalmente definita come “una scheggia nel culo”, una seccatura da gestire piuttosto che una minaccia esistenziale.

Quando la barriera attorno a Gaza è crollata il 7 ottobre, altrettanto ha fatto la dottrina del contenimento del conflitto. Ma ciò non ha portato Israele a cercare il modo per risolvere lo scontro con i palestinesi. Al contrario ha deciso di vincerlo definitivamente. E non solo con i palestinesi. Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a buona parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina le leggi internazionali non esistono più, il compromesso politico è sparito e i cessate il fuoco non vincolano Israele nè a Gaza nè in Libano. Questa è la guerra permanente, in cui Israele sfrutta la sua superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, e a ogni distanza.

L’ultima campagna contro l’Iran ha elevato il concetto di “sicurezza permanente” a un ulteriore livello. Non è stato piu sufficiente colpire duramente i dirigenti, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come Israele ha fatto nel giugno 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambiamento di regime in un Paese di circa 90 milioni di abitanti con una civiltà di migliaia di anni, non semplicemente per neutralizzare una minaccia percepita, ma ridefinendo lo stesso contesto politico.

Eppure Israele da solo non ha la forza militare né la legittimità politica sufficienti per una mossa talmente ambiziosa, e di conseguenza era necessario il coinvolgimento americano. Quindi, contrariamente alle posizioni più caute espresse nel gabinetto di Trump, Netanyahu è riuscito a convincere il presidente USA Donald Trump che questo obiettivo poteva essere raggiunto e così è iniziata una guerra israelo-americana che per il momento è parsa essere un altro passo verso il raggiungimento della “sicurezza permanente” in tutta la regione.

E qui, di fatto, è dove questa logica si è rivelata un’illusione. Anche se una minaccia viene affrontata, immediatamente se ne produce un’altra, evidenziando così il paradosso dell’intero progetto: non raggiungere la “sicurezza permamente” ponendo fine al conflitto ma piuttosto il suo perpetuarsi attraverso un orizzonte di minacce in continua espansione.

“Dopo l’Iran Israele non può vivere senza un nemico,” ha notato all’inizio del mese il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. “Non solo l’amministrazione Netanyahu ma anche alcune figure dell’opposizione, anche se non tutte, stanno cercando di dichiarare la Turchia come il nuovo nemico.” Il vicino capisce come ragiona la Super Sparta [come Netanyahu ha definito Israele, ndt.].

Un nuovo Medio Oriente

E’ troppo presto per sintetizzare i risultati della guerra, ma sembra già che Israele abbia sbattuto contro un muro: invece di avvicinarsi alla “sicurezza permanente” si è ritrovato in una situazione di sicurezza piú precaria di prima. Non solo l’obiettivo generale di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non può neppure cercare di raggiungere un’amara situazione di stallo.

Di fatto l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come molti commentatori ed esperti hanno sostenuto, è riuscito a spostare la discussione da un contesto di coercizione militare a uno di negoziati politici, cambiando di conseguenza le stesse regole del gioco.

Sta iniziando a prendere forma un nuovo Medio Oriente, in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo viene eroso. Israele ha dovuto interrompere i suoi attacchi in Libano e Washington ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica, libera da sanzioni e con ampie dimensioni geografiche, demografiche e ideologiche, non è più soltanto un attore regionale ma sta raggiungendo uno status di potenza globale.

È il suo potere sullo stretto che probabilmente ha obbligato Trump a prendere in considerazione come base legittima per i negoziati la proposta iraniana in 10 punti per porre fine alla guerra, dal togliere le sanzioni e un ritiro statunitense dal Medio oriente fino a garanzie per i suoi alleati regionali. Persino ora, mentre il presidente USA cerca di imporre un contro blocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni dell’Iran hanno già iniziato a definire i confini dei colloqui.

Il punto più drammatico qui non è l’uranio arricchito che rimane nelle mani dell’Iran né la sua insistenza nel continuare il programma nucleare civile, e neppure i missili balistici che l’Iran ha lanciato per 40 giorni contro Israele e gli Stati del Golfo arabico.

È piuttosto il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha rispettato la richiesta americana di sconfessare i suoi alleati in Libano, Iraq e Yemen, ma ha fatto il contrario. In particolare gli Stati Uniti e Israele sono obbligati a fare i conti con la profondità dei legami strategici tra l’Iran ed Hezbollah: Hormuz non verrà riaperto se Israele continua a bombardare il Libano.

A questo si aggiunge un altrettanto significativo cambiamento nei rapporti tra USA e Israele, e la decisione israeliana di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe dimostrarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025 Israele ha agito da solo fino all’ultimo dei 12 giorni del conflitto, colpendo obiettivi militari e uccidendo importanti politici del regime, e l’Iran ha risposto lanciando missili solo contro Israele. Questa volta l’ingresso di Washington nell’attacco fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, garantendo all’Iran la legittimità per ampliare il campo colpendo le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati della regione e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ciò ha dunque trasformato uno scontro bilaterale in una crisi globale costruita da Israele con le sue stesse mani.

Un sondaggio dell’opinione pubblica rivela un drastico declino nell’appoggio a Israele tra gli americani, sospendere la vendita di armi a Israele è rapidamente diventata una posizione maggioritaria nel partito Democratico, con una maggioranza di senatori democratici che ora votano per tali misure. Come ha rilevato una recente inchiesta del New York Times, è diventato impossibile ignorare che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra e la crescente reazione è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di allontanarsi dall’Israele di Netanyahu.

Un vuoto di paradigma

Se due anni e mezzo fa il paradigma della “gestione del conflitto” di Netanyahu è fallito, ora potremmo stare assistendo all’inizio della fine anche della dottrina della “sicurezza permanente”. Entrambi si basavano sullo stesso presupposto, cioè che la realtà può essere controllata attraverso la forza, ed entrambi hanno fallito.

Il vuoto che accompagna il fallimento di entrambi i paradigmi rivela anche il decadimento morale all’interno della società israeliana. Il discorso pubblico è per lo più pervaso dal linguaggio dell’annientamento. Quando Trump ha minacciato di cancellare l’intera civiltà iraniana molti americani e persone in tutto il mondo hanno condannato come genocide le sue affermazioni. In Israele c’è stato silenzio, lo stesso che ha prevalso mentre le forze israeliane distruggevano Gaza o perpetravano la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.

Nonostante la marea di commentatori e politici che hanno vantato giorno e notte gli “enormi” risultati della guerra e nonostante le assicurazioni di Netanyahu che Iran ed Hezbollah sono stati indeboliti come non mai, l’opinione pubblica israeliana sta già iniziando a vedere le crepe. In un sondaggio condotto da Canale 13 dopo il cessate il fuoco con l’Iran solo il 33% di chi ha risposto credeva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra e il 28% che avesse vinto l’Iran. Un sondaggio simile del giornale israeliano Maariv ha scoperto dati altrettanto sorprendenti, che si sono raramente visti alla fine delle guerre o delle operazioni militari israeliane.

Ma per comprendere la profondità del fenomeno si deve essere precisi: è il paradigma della “vittoria totale” in sè che si è spezzato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti lì e Hamas non è stato sconfitto, e persino ancor di più nelle ultime settimane, quando è diventato chiaro che Hezbollah, che si presumeva sconfitto, ha continuato ad operare e a lanciare decine e persino centinaia di missili al giorno. E alla fine, poichè gli israeliani vedono i rappresentanti iraniani che negoziano con gli americani da una posizione di maggior forza rispetto a quella che avevano prima della guerra conservando il controllo di una delle arterie di trasporto più importanti al mondo.

Eppure questa frattura nella consapevolezza dell’opinione pubblica non garantisce un ravvedimento politico. Senza un progetto politico che fornisca agli israeliani un linguaggio, una direzione e un’alternativa, la crescente sensazione di fallimento politico e militare potrebbe trasformarsi in disperazione piuttosto che in critica. Tale disperazione ha la paradossale tendenza a stabilizzare lo status quo e potrebbe in ultima istanza favorire Netanyahu.

Infatti il collasso nella gestione del conflitto e dei paradigmi della “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra quadri di riferimento. Israele sta invece cadendo profondamente in un vuoto strategico, politico e morale in cui la violenza militare continua per conto suo, persino quando smette di generare un senso o uno scopo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)