In che modo Israele distorce le accuse di antisemitismo per proiettare i propri crimini sui palestinesi

Amos Goldberg e Alon Confino

21 maggio 2024 – +972 Magazine

Il contenuto delle istigazioni attribuite da Israele e dai suoi sostenitori ai palestinesi viene apertamente affermato dai politici israeliani e attuato dallesercito israeliano.

Sulla scia della proliferazione di accampamenti studenteschi filo-palestinesi nei campus universitari americani, le accuse di antisemitismo sono tornate al centro del discorso politico statunitense e globale. Indubbiamente, come hanno sottolineato Peter Beinart e altri, in alcune di queste proteste sono apparse espressioni di antisemitismo, ma la loro prevalenza è stata notevolmente esagerata. In effetti, influenti personaggi ebrei e non ebrei nei media e nella politica hanno deliberatamente cercato di creare un panico morale pubblico confondendo le dure critiche a Israele e al sionismo con lantisemitismo.

Questa fusione è il risultato di una campagna decennale condotta da Israele e dai suoi sostenitori in tutto il mondo per ostacolare lopposizione alle violente politiche statali di occupazione, apartheid e dominio sui palestinesi, che negli ultimi sette mesi hanno assunto proporzioni immense e plausibilmente genocide.

Questa strategia non è solo cinica, ipocrita e dannosa per la lotta essenziale contro il vero antisemitismo. Permette anche a Israele e ai suoi sostenitori, come qui sosterremo, di negare i crimini e il discorso violento di Israele invertendoli e proiettandoli sui palestinesi e sui loro sostenitori, e chiamando ciò antisemitismo.

Questo meccanismo psico-discorsivo di inversione e proiezione è alla base del documento fondamentale della cosiddetta lotta contro lantisemitismo”: la definizione di antisemitismo dell International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per la Memoria dellOlocausto] (IHRA), che Israele e i suoi alleati promuovono aggressivamente in tutto il mondo.

In risposta alle proteste studentesche la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha recentemente approvato un disegno di legge che, se approvato dal Senato, trasformerebbe in legge questa definizione, nonostante il fatto che la stessa IHRA la descriva come una definizione operativa giuridicamente non vincolante.”

Inversione e proiezione attraverso una definizione

L’IHRA è un’influente organizzazione internazionale composta da 35 Stati membri principalmente del Nord del mondo (compresi Israele e l’Europa orientale). Nel 2016 lorganizzazione ha adottato una definizione operativa di antisemitismo che include una vaga connessione dellantisemitismo all’ odio verso gli ebrei” insieme a 11 esempi che pretendono di illustrarlo; sette di questi si concentrano su Israele, equiparando essenzialmente allantisemitismo la critica a Israele e lopposizione al sionismo. Ciò ha quindi scatenato enormi polemiche nel mondo ebraico e non solo, nonostante la sua adozione da parte di decine di Paesi e centinaia di organizzazioni, da università a società calcistiche.

Nel corso degli anni sono stati registrati infiniti esempi che dimostrano come questa definizione serva a frenare la libertà di parola, a mettere a tacere le critiche nei confronti di Israele perseguendo chiunque le muova. Tanto che Kenneth Stern, che è stato il principale estensore della definizione, ne è diventato il principale oppositore. Definizioni alternative come la Dichiarazione di Gerusalemme sullantisemitismo (tra i cui promotori e redattori figurano gli autori di questo articolo) sono state suggerite come strumenti più accurati e meno politicamente distorti da utilizzare per scopi educativi nella lotta allantisemitismo.

Fondamentalmente, la definizione dellIHRA è una manifestazione del meccanismo di inversione e proiezione attraverso il quale Israele e i suoi sostenitori negano i crimini di Israele e li attribuiscono ai palestinesi. Uno degli esempi della definizione afferma, ad esempio, che negare al popolo ebraico il diritto allautodeterminazione” è antisemita. Eppure la politica ufficiale di Israele di insediamento coloniale, occupazione e annessione negli ultimi decenni ha negato al popolo palestinese il diritto allautodeterminazione.

Questa politica è stata intensificata sotto Benjamin Netanyahu, che nel gennaio 2024 ha pubblicamente promesso di opporsi a qualsiasi tentativo di creare uno Stato palestinese. Inoltre, facendo eco alla Legge sullo Stato-Nazione ebraico del 2018, i principi guida fondamentali della coalizione di governo dichiarano che il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su tutte le aree della Terra di Israele”. Mentre Israele ostacola attivamente lautodeterminazione palestinese, la definizione dellIHRA inverte questa affermazione e la proietta sugli stessi palestinesi, definendola antisemitismo.

Secondo la definizione dellIHRA fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista” è un altro esempio di antisemitismo. Anche qui il modello di inversione e proiezione è evidente, poiché Israele e i suoi sostenitori collegano continuamente gli arabi e soprattutto i palestinesi ai nazisti.

Questo è un discorso profondamente radicato e molto popolare in Israele. Parte da David Ben-Gurion, il primo presidente del consiglio israeliano, che vedeva gli arabi che combattevano Israele come i successori dei nazisti e giunge fino a Benjamin Netanyahu, che sostiene che Hamas è il nuovo nazismo e al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha recentemente affermato che ci sono 2 milioni di nazisti nella Cisgiordania occupata.

Alla luce di queste ipocrisie, laffermazione contenuta nella definizione dellIHRA secondo cui applicare doppi standard” nei giudizi morali su Israele è antisemita è un ulteriore esempio di questo meccanismo di inversione e proiezione. La stessa definizione dellIHRA utilizza doppi standard: mentre a Israele è consentito negare ai palestinesi il diritto allautodeterminazione e paragonarli ai nazisti, la definizione afferma che negare agli ebrei il diritto allautodeterminazione e tracciare collegamenti tra la politica israeliana e quella nazista è antisemita.

In difesa del genocidio

Come rilevato durante la recente audizione al Congresso degli Stati Uniti di tre rettrici di università americane d’élite, questo meccanismo psico-discorsivo va oltre la definizione dellIHRA. Un momento chiave ha fatto seguito alla domanda della deputata repubblicana Elise Stefanik alle rettrici se le loro istituzioni avrebbero tollerato le denunce riguardanti il genocidio contro gli ebrei.

“Presumo che lei abbia familiarità con il termine intifada, giusto?” ha chiesto Stefanik a Claudine Gay, rettrice dell’Università di Harvard. E lei comprende,” ha continuato, che luso del termine intifada nel contesto del conflitto arabo-israeliano è effettivamente un appello alla resistenza armata violenta contro lo Stato di Israele, compresa la violenza contro i civili e il genocidio degli ebrei. Ne è a consapevole?”

Questa equazione tra intifada e genocidio è infondata: intifada è la parola araba per una rivolta popolare contro loppressione e per la liberazione e la libertà (il verbo intafad انتفاض significa letteralmente scrollarsi di dosso”). Si tratta di un appello all’emancipazione ripetuto più volte nel mondo arabo contro i regimi oppressivi, e non solo contro Israele. Unintifada può essere violenta, come lo è stata la Seconda Intifada in Israele-Palestina tra il 2000 e il 2005, o non violenta, come lo è stata in larga misura la Prima Intifada tra il 1987 e il 1991, o l’“Intifada di WhatsApp” in Libano nel 2019. Detto questo, l’unica traccia di genocidio risiede nell’immaginazione di Stefanik e dei suoi pari. Questo è stato un momento fatale: Stefanik ha teso una trappola a Gay e Gay ci è caduta.

Un altro esempio di falsa e insidiosa accusa è laffermazione di Israele e dei suoi sostenitori secondo cui lo slogan di liberazione palestinese Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” sarebbe genocida e antisemita. Come hanno sostenuto gli storici Maha Nasser, Rashid Khalidi e altri, la stragrande maggioranza dei palestinesi e dei loro sostenitori che scandiscono questo slogan vuole semplicemente dire che la terra della Palestina storica sarà liberata politicamente – nel ripudio assoluto dellattuale realtà della mancanza di libertà sotto varie forme per i palestinesi che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Ciò potrebbe assumere la forma di uno Stato con uguali diritti per tutti, di due Stati nazionali completamente indipendenti o di una sorta di accordo binazionale o confederale.

In entrambi questi casi, Israele e i suoi sostenitori trovano un appello al genocidio contro gli ebrei laddove questo non esiste. Eppure in Israele, dopo i massacri e le atrocità del 7 ottobre, solo nei primi tre mesi molti leader israeliani, ministri del gabinetto di guerra, politici, giornalisti e rabbini hanno invocato esplicitamente e apertamente un genocidio a Gaza in più di 500 casi documentati, alcuni dei quali nel corso di programmi televisivi in prima serata. Ciò è stato evidenziato in modo scioccante davanti agli occhi del mondo intero nella causa che il Sud Africa ha presentato contro Israele a dicembre presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ).

Tra di loro, ad esempio, il presidente Isaac Herzog, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu. Più recentemente, linfluente rabbino Eliyahu Mali ha esortato lesercito israeliano a uccidere tutti i bambini e le donne a Gaza, mentre [il ministro delle Finanze] Smotrich ha chiesto lannientamento totale delle città di Rafah, Deir al-Balah e Nuseirat. Tali voci rappresentano unampia fascia dellopinione pubblica israeliana e corrispondono a ciò che sta realmente accadendo sul campo.

Il 26 gennaio la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza provvisoria in cui dichiara che esiste un rischio plausibile” che il diritto dei palestinesi ad essere protetti dal genocidio venga violato. Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata, con Israele che ha esteso la sua invasione a Rafah e ha deliberatamente affamato la popolazione di Gaza di 2,3 milioni di persone.

Molti studiosi di genocidio – tra cui Raz Segal, Omer Bartov, Ronald Grigor Suny, Marion Kaplan, Amos Goldberg e Victoria Sanford – sono giunti più o meno alla stessa conclusione della Corte Internazionale di Giustizia. Anche la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, nel suo recente rapporto Anatomia di un genocidio”, ha affermato che ci sono ragionevoli motivi per ritenere che la soglia che indica che Israele abbia commesso un genocidio sia stata raggiunta”.

Pertanto funzionari e personaggi pubblici israeliani dichiarano esplicitamente e apertamente, e lesercito israeliano mette in atto, i contenuti delle accuse di istigazione rivolte da Israele e dai suoi sostenitori contro i palestinesi. E mentre i palestinesi e i loro sostenitori inneggiano alla liberazione dal fiume al mare”, Israele sta rafforzando la supremazia ebraica dal fiume al mare” sotto forma di occupazione, annessione e apartheid.

Suggeriamo quindi di interpretare questa inversione e proiezione non solo come un classico caso di doppi standard ipocriti contro i palestinesi, ma anche – come spesso accade con i processi di proiezione – come un meccanismo di difesa attraverso la negazione. Israele e i suoi sostenitori non possono smentire loppressiva struttura dellapartheid dello Stato, la delegittimazione dei palestinesi, o la retorica e i crimini genocidi, quindi distorcono queste accuse e le trasferiscono sui palestinesi.

La cosiddetta lotta contro lantisemitismo” che Israele e i suoi sostenitori stanno conducendo, fondata sulla definizione di antisemitismo dellIHRA, dovrebbe quindi essere vista come lennesimo mezzo utilizzato da uno Stato potente per negare i suoi atti criminali e le atrocità di massa. Il governo degli Stati Uniti deve assolutamente respingerlo.

Amos Goldberg è un docente di storia dell’Olocausto. I suoi libri più recenti sono Trauma in First Person: Diary Writing during lOlocausto” [Trauma in prima persona: note di diario durante l’Olocausto] e un libro co-edito con Bashir Bashir, The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History.” [ed. italiana: Olocausto e Nakba”, Zikkaron]

Alon Confino è titolare della cattedra Pen Tishkach di studi sull’Olocausto presso l’Università del Massachusetts, Amherst. Il suo libro più recente è “A World Without Jews: The Nazi Imagination from Persecution to Genocide” [ed. Italiana: Un mondo senza ebrei. L’immaginario nazista dalla persecuzione al genocidio”, Mondadori].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un’organizzazione legata a Israele guida la reazione contro le proteste studentesche

James Bamford

16 maggio 2024 – The Nation

L’Israeli-American Council ha lavorato per anni con le agenzie di intelligence israeliane. Lo scorso mese i suoi dirigenti hanno giurato di far sgombrare l’accampamento all’UCLA.

Era ormai tempo di reagire contro i campus dei college americani. E il poco noto Israeli-American Council [Consiglio Israelo-Americano] (IAC), un’organizzazione che ha stretti rapporti con l’intelligence israeliana e composta per lo più da israeliani espatriati, ha deciso che avrebbe guidato la carica in tutto il Paese. Domenica 28 aprile, quando alcuni membri del gruppo sono arrivati sul prato della Dickson Plaza all’UCLA, il presidente dell’IAC, Elan Carr, è salito sul palco. Politico repubblicano, ex-membro del consiglio nazionale dell’AIPAC [principale organizzazione della lobby filo-israeliana negli USA, ndt.] e consigliere speciale dell’amministrazione Trump per monitorare e combattere l’antisemitismo, ha avuto una scarsa considerazione nei confronti di chiunque avesse screditato Israele. Nel passato ha paragonato l’appello al boicottaggio economico di Israele alle azioni dei nazisti. E ha affermato che il gruppo Jewish Voice for Peace [Voci ebraiche per la pace, organizzazione di ebrei statunitensi antisionisti, ndt.], i cui membri hanno preso parte alle proteste, “è coinvolto nell’antisemitismo.”

Tra quanti si sono rivolti alla folla di contromanifestanti che sventolavano bandiere israeliane proprio davanti all’accampamento dei dimostranti filo-palestinesi, c’era il console generale di Israele per il Pacifico sudoccidentale, Israel Bachar. Ha parlato anche Jonathan Greenblatt, presidente dell’Anti-Defamation League [altra importante associazione della lobby filoisraeliana, ndt.]. Poi è arrivato Carr, che ha annunciato l’inizio della lotta. “Ci riprenderemo le nostre strade. Ci riprenderemo i nostri campus, dalla Columbia University all’UCLA o ovunque tra l’una e l’altra,” ha affermato. La domanda è: data la lunga storia di stretti rapporti dell’IAC con le organizzazioni dell’intelligence israeliana, per chi si stanno riprendendo i campus?

Durante il raduno un sostenitore di Israele ha estratto un coltello a serramanico e ha squarciato un manifesto filopalestinese mentre altri si scontravano con manifestanti filopalestinesi e il volto di un dimostrante si è coperto di sangue. Quella mattina presto alcuni contromanifestanti hanno tentato di arrampicarsi sulle barricate dell’accampamento filopalestinese e una guardia di sicurezza è stata cosparsa con uno spray urticante. Danielle Carr, un’assistente universitaria, ha detto di aver assistito a un’aggressione “veramente incredibile” contro i dimostranti filopalestinesi.

In precedenza il gruppo aveva allestito un enorme schermo chiaramente visibile dall’accampamento. Avrebbero iniziato una tecnica di guerra psicologica simile a quella utilizzata dall’esercito USA contro i presunti terroristi a Guantanamo. Un ispettore dell’FBI assegnato al campo di detenzione ha raccontato in un memorandum di aver visto una volta un “detenuto seduto per terra nella stanza degli interrogatori avvolto in una bandiera israeliana, con musica a tutto volume e una luce stroboscopica lampeggiante.” L’ispettore è uscito dalla stanza, notando in un rapporto che la sua opinione era che “tali tecniche non fossero autorizzate né approvate dalle regole dell’FBI.”

A quanto pare queste regole non si applicano all’IAC. Durante il raduno hanno sparato a tutto volume l’inno nazionale israeliano e poi sullo schermo gigante sistemato dai contromanifestanti hanno proiettato a volume altissimo duri video dei miliziani di Hamas. Secondo il Los Angeles Times i video includevano anche “un fiume di inquietanti suoni assordanti – lo stridio di un’aquila, il pianto di un bambino – con uno stereo e sparato a tutto volume in continuazione una versione in ebraico della canzone “Baby Shark” [canzoncina per bambini, ndt.] a notte fonda in modo che chi era accampato non potesse dormire. “Sfortunatamente abbiamo sperimentato maltrattamenti e il terrore notturni che possono veramente sconvolgere,” ha detto a un giornalista un dottorando ventottenne che era nell’accampamento.

Poi solo due giorni dopo i contromanifestanti filoisraeliani sono tornati per adempiere all’impegno dell’IAC di sgomberare l’accampamento con quelle che la prorettrice dell’università Mary Osako ha definito “orribili violenze.” Alle 22:48 il gruppo filoisraeliano si è avvicinato all’accampamento e ha scandito “Harbu Darbu”, un inno di guerra israeliano che chiede vendetta per il 7 ottobre. Lo scrittore di Los Angeles Piper French ha affermato che i sostenitori di Israele hanno proiettato “immagini raccapriccianti degli attacchi del 7 ottobre. Hanno anche fatto sentire in continuazione una canzone per bambini che i soldati dell’esercito israeliano pare abbiano fatto ascoltare per ore e ore a volume altissimo ai prigionieri palestinesi come forma di tortura,” così come una canzone israeliana sulla campagna delle Forze di Difesa Israeliane a Gaza. Poi sono ritornati dopo mezzanotte.

Hanno subito iniziato a demolire le barriere che proteggevano i manifestanti filopalestinesi ed hanno aggredito brutalmente quelli che si trovavano all’interno. “Le violenze sono state istigate da decine di persone che nei video si vedono manifestare contro l’accampamento,” afferma un’inchiesta del New York Times dopo aver rivisto più di 100 filmati. “Le immagini mostrano contromanifestanti che aggrediscono per varie ore studenti nell’accampamento filopalestinese, anche picchiandoli con bastoni, usando spray chimici e lanciando fuochi d’artificio come proiettili… Uno è stato lanciato in direzione di un gruppo di dimostranti che stavano trasportando un ferito fuori dall’accampamento.”

Altri a volto coperto hanno attaccato con assi di legno, tubi di plastica, pali di ferro, spray urticanti e anti-orso. Secondo Piper French “una folla di uomini… ha agitato bastoni di legno chiodati e proferito minacce di morte e stupro. Hanno preso a pugni e colpito con mazze quattro studenti di giornalismo, ne hanno buttato a terra uno e lo hanno colpito a lungo.” Venticinque manifestanti filopalestinesi sono stati portati in ospedale.

E non c’è stato nessun intervento da parte della polizia locale, che stranamente ha aspettato più di tre ore e mezza prima di interrompere la violenza di una parte sola. “Un’orda di vigilantes antipalestinesi ha attaccato l’accampamento degli studenti,” ha affermato un articolo sul sito web di Jewish Voice for Peace. “La sicurezza del campus, LAPD, e il personale sono rimasti a guardare mentre la folla che sventolava bandiere israeliane ha assalito l’accampamento, colpendo studenti con oggetti contundenti, lanciando contro di loro fuochi artificiali e li ha aggrediti con armi chimiche, provocando decine di feriti gravi.” La violenza è continuata “per ore e ore, senza che qualcuno intervenisse,” ha affermato Bharat Venkat, un professore associato. “Ho pensato che sarebbe stato ucciso uno studente.”

Tra i poliziotti c’era Aaron Cohen, un ben noto istruttore della polizia civile che insegna le tattiche israeliane di contro-intelligence. A un certo punto si è mascherato con una kefiah, la tradizionale sciarpa palestinese a scacchi, che ha nascosto il suo volto tranne gli occhi, e si è infiltrato nell’accampamento. Secondo il suo sito web, Cohen in precedenza ha lavorato per l’israeliana mista’aravim, o unità “araba”, un gruppo “specificamente addestrato per infiltrarsi tra la popolazione araba locale e… incaricata di arresti ad alto rischio di terroristi, raccolta di informazioni e assassinii mirati, che utilizza il camuffamento e la sorpresa come sua arma principale.”

In seguito ha detto: “Così la notte scorsa ho fatto una piccola indagine speciale… Quindi ho tirato fuori la vecchia kefiah, che è diventata il nuovo simbolo nazista degli intellettuali, me la sono messa intorno al volto nel modo giusto … e sono entrato nell’UCLA appena ha fatto buio e mi sono infiltrato proprio in quell’accampamento. Ho passato circa un’ora lì in giro nel perimetro.” Ha detto di essere stato invitato a entrare nell’ufficio dello sceriffo “dietro il filo divisorio con il loro gruppo di risposta rapida,” una chiara indicazione degli stretti rapporti tra ex membri dell’intelligence israeliana e le forze dell’ordine USA.

L’Israeli-American Council è nato nel 2006 sul tovagliolo di carta di un ristorante, molto prima delle proteste e manifestazioni nel campus dell’UCLA. È stata un’idea del console generale israeliano a Los Angeles dell’epoca, Ehud Danoch. Voleva riunire la grande popolazione di espatriati israeliani negli USA, quindi formare un potente gruppo di pressione in appoggio alle politiche del governo israeliano. Tra i suoi principali fondatori c’era Adam Milstein, ex presidente nazionale e attuale membro del consiglio di amministrazione nato in Israele e immobiliarista multimiliardario, nonché criminale, di Los Angeles.

Nel 2008 si dichiarò colpevole e venne incarcerato per due accuse di evasione delle tasse federali. Faceva parte di una complessa trama guidata da un gran rabbino di New York, estesa da Israele a New York e Los Angeles. Utilizzava false associazioni benefiche, tra cui una yeshiva, scuola ebraica ortodossa, per evadere tasse e riciclare milioni di dollari. Gli investigatori la definirono “un’impressionante struttura e un’attività sinistra.” E l’IRS [agenzia delle entrate USA, ndt.] disse: “Non si è trattato di un caso riguardante la religione, la tradizione o le donazioni benefiche. Si è trattato solo di un caso di avidità.” Subito dopo il suo rilascio Milstein fece una richiesta piuttosto strana al ministero della Giustizia. Voleva andare in Israele dove, tra le altre cose, avrebbe voluto “incontrare il primo ministro israeliano” Benjamin Netanyahu. Il ministero della Giustizia accolse la sua richiesta.

L’IAC è stato generosamente finanziato e guidato per anni dal supermiliardario di Las Vegas Sheldon Adelson, il principale donatore della campagna elettorale di Trump nel 2020. L’organizzazione è anche riuscita ad avere stretti legami con l’intelligence israeliana. Per anni il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato sempre più preoccupato per il crescente attivismo filopalestinese nei campus dei college statunitensi e soprattutto del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. Più il movimento prendeva piede nei campus, più Netanyahu era preoccupato di perdere i miliardi in aiuti dell’America e il suo fondamentale appoggio alle Nazioni Unite. Di conseguenza ha nominato Gilad Erdan, suo stretto collaboratore, come responsabile del tenebroso ministero degli Affari Strategici, con la principale priorità di lanciare operazioni sotto copertura negli USA per reprimere il movimento filopalestinese e dare segretamente la caccia in ogni modo possibile ai suoi sostenitori.

Il quartier generale di Erdan era nascosto al 29esimo piano di un grattacielo di uffici, la Champion Tower, nel quartiere di Bnei Brak a Tel Aviv. E nel 2016 la vice di Erdan nel ministero, la direttrice generale Sima Vaknin-Gil, disse a una commissione governativa che l’obiettivo del suo ministero era perseguitare il movimento di boicottaggio filopalestinese negli USA in modo che la “narrazione del mondo non fosse che Israele equivale all’apartheid.” In un altro punto del discorso chiarì come il ministero avrebbe raggiunto quell’obiettivo: “Per fare ciò,” affermò, “dobbiamo utilizzare trucchi e furbizie.” Che sarebbero stati tradotti in operazioni sotto copertura e attività clandestine negli Stati Uniti.

Per le operazioni negli USA era fondamentale un’unità molto sofisticata di intelligence che prendesse di mira americani innocenti in tutto il Paese. Venne descritta nel 2016 ai membri dell’IAC da Sagi Balasha, un ex ufficiale superiore israeliano ed ex presidente dell’IAC dal 2011 al 2015. Poi tornò in Israele e rilevò Concert, un’organizzazione di copertura controllata dal ministero degli Affari Strategici, dove lui chiamava Vaknin-Gill “la mia collaboratrice”. E tra i suoi progetti c’era Israel Cyber Shield [Scudo Informatico di Israele]. “Iniziammo creando un progetto chiamato Israel Cyber Shield,” ha affermato. “In realtà è un’unità di intelligence civile che raccoglie dati, analizza e agisce contro gli attivisti del movimento BDS, della sua gente, organizzazioni o eventi. E noi gli forniamo tutto quello che raccogliamo. Stiamo utilizzando il sistema di dati più sofisticato, il sistema di intelligence sul mercato israeliano.”

E secondo Vaknin-Gil tutto quello che raccolgono include sorveglianza su studenti, frequentatori di chiese e lavoratori in tutto il Paese, ogni gruppo che possa appoggiare o simpatizzare con la causa palestinese e con il boicottaggio. Descrivendo i vari aspetti delle operazioni sotto copertura ha detto: “La principale è l’intel, intelligence…Quello che abbiamo fatto è stato mappare e analizzare tutto il fenomeno (filopalestinese) a livello globale. Non solo gli Stati Uniti, non solo i campus, ma i campus e l’intersezionalità, i sindacati e le chiese.” E la segretezza era fondamentale: “Siamo un altro governo che lavora su suolo straniero, e dobbiamo essere molto, molto cauti,” ha affermato. C’erano buone ragioni per la discrezione di Israele. Tra i principali obiettivi c’è stata Linda Sarsour, una dirigente sia del movimento filopalestinese che di Black Lives Matter, che ha aderito al boicottaggio nel 2016.

È stata anche una delle principali organizzatrici della Marcia delle Donne in seguito all’insediamento del presidente Donald Trump. Secondo un’inchiesta del giornale israeliano Haaretz tra il materiale che l’unità Cyber Shield è riuscita a ottenere segretamente da Sarsour c’era un file protetto con una password “contenente informazioni sui suoi genitori, e un altro con più di 10 pagine tutte identificate come ‘riservate’… Il dossier finiva con una sintesi che evidenziava i suoi evidenti punti deboli.” Una volta raccolti, i dati poi venivano consegnati per essere utilizzati da un’altra unità israeliana segreta che prendeva di mira americani, nota come Act.iL, che poi poteva sfruttare i “punti deboli” di Sarsour. Act.iL è nata in modo inusuale.

Il 4 giugno 2017 il governatore di New York Andrew Cuomo nominò Erdan “Gran Cerimoniere Onorario” della parata per celebrare Israele, nonostante il fatto che egli fosse il capo delle operazioni sotto copertura di Netanyahu negli Stati Uniti. Ma Cuomo aveva passato buona parte del suo incarico di governatore ad assecondare i sostenitori di Israele tra i quasi due milioni di votanti ebrei e invitò vicino a sé Erdan alla marcia attraverso il centro di Manhattan. Ore dopo Erdan ripagò Cuomo per quell’onore lanciando la sua nuova operazione: una rete di fabbriche segrete di troll [agenti provocatori informatici, ndt.] in tutti gli USA diretta da Israele. L’idea era di incoraggiare studenti filoisraeliani a scaricare un’app israeliana con cui avrebbero potuto rispondere a “missioni” dirette dal governo israeliano per prendere di mira e perseguitare segretamente chi, come Sarsour, criticava Israele e i sostenitori dei palestinesi.

Rapidamente l’app ebbe oltre 20.000 potenziali troll in rete, molti dei quali ebrei americani, e un budget di 1.1 milioni di dollari. Benché sviluppata e controllata dal ministero degli Affari Strategici di Erdan, ottenne il generoso sostegno di Adelson e Milstein di IAC, che facevano parte del suo consiglio direttivo. La sala operativa delle attività era appena fuori Tel Aviv e il responsabile era Yarden Ben-Yosef, un maggiore della riserva in quello che definiva “un’unità d’élite dell’intelligence”. “Lavoriamo con il ministero degli Affari Esteri e con quello degli Affari Strategici, ci consultiamo con loro e gestiamo progetti comuni,” disse a una rivista israeliana. “Anche con le agenzie di intelligence,” aggiunse. “Parliamo tra di noi. Lavoriamo insieme.”

Nel 2018 l’operazione aveva aperto fabbriche di troll dirette da Israele in tutti gli USA e stava realizzando 1.580 missioni alla settimana. A un certo punto la fabbrica di troll di Boston creò una missione per prendere di mira una chiesa locale che stava proiettando un documentario che secondo loro era eccessivamente critico con Israele. Il testo della mail proposto faceva un confronto con gli scontri dei suprematisti bianchi a Charlottesville, in Virginia, e definiva il narratore del film “un noto antisemita”. Quello che spesso succedeva in questi casi era che la sala operativa allora dirigeva i troll nel bombardamento sulle reti sociali. Poi nascondevano i propri link per Israele e attaccavano i bersagli, in questo caso i fedeli cristiani. L’idea era di “cancellare” il documentario.

Tra gli estimatori del successo della fabbrica di troll c’era Shoham Nicolet, uno dei fondatori di IAC e all’epoca suo presidente. “Nicolet,” secondo un giornalista israeliano che era presente, “era visibilmente estasiato quando parlava al gruppo dalla nuova sala operativa via Skype. ‘Immaginate altre 20 sale come questa, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo,” si entusiasmava.”

Una volta che la sala operativa ebbe ottenuto i file riservati di Linda Sarsour, insieme a come sfruttare i suoi punti deboli, i troll americani dell’organizzazione vennero indirizzati per attaccarla. Utilizzando i dati prepararono una lettera distribuita attraverso i troll nel tentativo di impedire la sua presenza in college e università, cosa che in buona misura avvenne. Successivamente Ben-Yosef confermò ad Haaretz che Act.iL riceveva materiale dall’unità di Israel Cyber Shield: “La nostra collaborazione con (ICS) è simile a quella che abbiamo con altri gruppi, e include la condivisione di dati,” affermò.

Un’altra organizzazione legata all’IAC che prende di mira studenti americani critici con Israele o sostenitori della Palestina è la Israel on Campus Coalition [Coalizione di Israele nei campus] (ICC). Con sede a Washington, è sostenuta da Milstein dell’IAC, che fa parte del suo consiglio direttivo e contribuisce a finanziarla attraverso la sua fondazione di famiglia. L’ICC agisce a favore di Israele come una sorta di centro di sorveglianza clandestino di studenti in tutto il Paese. Come per le fabbriche di troll, riceve in forma riservata informazioni su studenti filopalestinesi da studenti filoisraeliani che collaborano nei college e università in tutto il Paese. Molte di queste informazioni sono poi incluse in una “sintesi di intelligence” e riportate al ministero degli Affari Strategici. In base a questo lavoro di intelligence l’ICC attacca poi gli studenti presi di mira. “Abbiamo costruito questa massiccia campagna politica nazionale per annientarli,” si è vantato una volta in una registrazione fatta a sua insaputa Jacob Baime, il direttore esecutivo dell’organizzazione.

Per colpire migliaia di studenti in tutto il Paese la sala operativa dell’ICC è tappezzata di monitor a schermo piatto e alcune delle più avanzate tecnologie di intelligence sul mercato. Per un certo periodo ha utilizzato il programma Radian6, che monitora conversazioni in rete in tempo reale da più di 150 milioni di fonti sui social media. “Lo elimineremo gradualmente nel corso del prossimo anno e introdurremo una tecnologia più sofisticata sviluppata in Israele,” ha affermato Baime. Tuttavia la segretezza è fondamentale: “Il 90% delle persone che dedica molta attenzione a questo spazio non ha la più pallida idea di quello che stiamo realmente facendo, che a me piace,” ha affermato. “Lo facciamo in modo sicuro e anonimo, e ciò è fondamentale.”

Ora l’IAC ha annunciato l’ultimo fronte nella sempre più ampia guerra di Israele contro gli studenti americani: reprimere le proteste e manifestazioni che intendono porre fine al genocidio israeliano a Gaza e alla sua brutale occupazione militare della Palestina. È una guerra a lungo combattuta in segreto dal ministro degli Affari Strategici Erdan e a lungo sostenuta da Milstein, il cofondatore di IAC. Nel 2017 su The Times of Israel [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndt.] egli arrivò fino al punto di definire la lotta per i diritti dei palestinesi e per il boicottaggio di Israele “un sofisticato movimento di odio impegnato alla distruzione del popolo ebraico.” Quell’anno in un discorso al Center for Entrepreneurial Jewish Philanthropy summit [Vertice Filantropia Imprenditoriale Ebraica] disse: “Dobbiamo insegnare loro che chiunque ci attacchi pagherà un prezzo, dovrà risponderne. Dobbiamo passare all’offensiva.” A giudicare dalle ore di percosse e violenze contro gli studenti dell’UCLA la scorsa settimana da parte di contromanifestanti che brandivano pali di ferro dopo il raduno dell’IAC, sembra che Milstein e Erdan, ora ambasciatore di Israele all’ONU, abbiano finalmente esaudito i loro desideri.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nomi e cognomi: sito web filo-israeliano intensifica gli attacchi contro gli studenti che manifestano a favore della Palestina.

Gabriella Borter, Joseph Ax e Andrew Hay

11 maggio 2024 – Reuters

Washington – Qualche settimana dopo aver partecipato a una manifestazione a favore dei palestinesi la studentessa egiziano-americana Layla Sayed ha ricevuto un messaggio di testo da un amico che sollecitava la sua attenzione su un sito web dedicato a denunciare persone che promuoverebbero l’odio nei confronti degli ebrei e di Israele.

“Penso che ti abbiano identificata per via della protesta,” ha scritto l’amico.

Quando Sayed ha visitato il sito, chiamato Canary Mission, ha scoperto una foto del raduno del 16 ottobre all’università della Pennsylvania con freccette rosse che la indicavano tra i manifestanti. Il post includeva il suo nome, le due città in cui vive, dettagli sui suoi studi e link ai suoi account sulle reti sociali.

In seguito Canary Mission ha postato una sua foto sui suoi account di X e Instagram etichettandola come “apologeta dei crimini di guerra di Hamas”, un riferimento all’attacco del gruppo di miliziani palestinesi del 7 ottobre in cui secondo i dati israeliani sono state uccise circa 1.200 persone e 253 sono state prese in ostaggio.

In risposta a quell’incursione Israele ha scatenato un’offensiva militare contro la Striscia di Gaza che secondo le autorità sanitarie locali ha ucciso circa 35.000 palestinesi.

Si sono scatenati commenti su Sayed degli utenti delle reti sociali.

“Nessun futuro per quella stronza,” ha scritto un utente di X. “Candidata per la deportazione a Gaza,” ha scritto un altro.

Benché Sayed sia stata da lungo tempo una sostenitrice della causa palestinese, afferma che era la prima volta che partecipava a una manifestazione filo-palestinese all’università di Pennsyilvania, e Canary Mission non ha segnalato nessun’altra attività.

“La mia reazione iniziale è stata di choc totale,” ha detto alla Reuters Sayed, una matricola di 20 anni. “Non ero là per dire che appoggio Hamas. Non ero là per dire che odio Israele. Ero là per dire che quello che sta succedendo in Palestina è sbagliato.”

Afferma che sul momento non aveva capito che uno slogan da cui Canary Mission ha preso spunto, “Quando un popolo è occupato, resistere è giustificato”, è considerato da alcuni come una manifestazione di appoggio alle uccisioni da parte di Hamas. Lei si era unita agli slogan, sostiene, per dimostrare appoggio alle manifestazioni.

In risposta a una domanda presentata attraverso il suo sito web, Canary Mission ha affermato che dal 7 ottobre sta “lavorando giorno e notte” per combattere un’“ondata di antisemitismo” nei campus dei college, anche denunciando persone che appoggiano Hamas.

Secondo i commenti dal sito forniti da un portavoce dall’impresa di pubbliche relazioni con sede a Tel Aviv, Gova10, Canary Mission non ha risposto alle domande relative al profilo di Sayed o agli insulti in rete diretti contro i suoi bersagli.

Mentre Canary Mission si basa su suggerimenti, afferma di verificare quello che pubblica, attingendo da fonti pubblicamente reperibili. I profili di Canary Mission includono link per post sulle reti sociali dei suoi bersagli, discorsi pubblici e interviste con giornalisti.

I funzionari dell’università della Pennsylvania non hanno risposto alle domande riguardo al caso di Sayed.

“La Penn è concentrata sul benessere di ogni membro della sua comunità,” ha detto a Reuters un portavoce dell’università, Steve Silverman, aggiungendo che il personale si attiva per offrire appoggio quando viene a sapere di situazioni problematiche.

Canary Mission è una delle organizzazioni di appoggio più antiche e importanti dei molti gruppi informatici che hanno intensificato le campagne per denunciare chi dallo scoppio della guerra critica Israele, spesso portando a molestie come quelle patite da Sayed. Le persone che stanno dietro al sito tengono nascoste le loro identità, la sede e le fonti di finanziamento.

La Reuters ha analizzato attacchi e messaggi offensivi in rete diretti contro decine di persone prese di mira da Canary Mission dal 7 ottobre.

In base all’analisi di questi post da parte di Reuters, dall’inizio dell’ultimo conflitto a Gaza il sito ha accusato oltre 250 studenti e accademici USA di appoggiare il terrorismo o diffondere antisemitismo e odio contro Israele. Alcuni erano importanti membri di gruppi palestinesi per i diritti umani o sono stati arrestati per reati come blocchi stradali e per aver picchiato uno studente ebreo. Altri, come Sayed, dicono di aver iniziato da poco l’attivismo nel campus e non sono stati accusati di alcun reato.

La Reuters ha parlato con 17 studenti e un ricercatore di sei università USA segnalati da Canary Mission dal 7 ottobre. Includono altri studenti che hanno gridato slogan durante le proteste, dirigenti di gruppi che sostengono affermazioni secondo cui Israele è l’unico responsabile della violenza e gente che nei post sui social media dice che la resistenza armata dei palestinesi è giustificata. Tutti tranne uno hanno affermato di aver ricevuto messaggi di odio o visto commenti al vetriolo su di loro postati in rete.

Alcuni dei messaggi analizzati da Reuters chiedono la loro deportazione o espulsione da scuola o suggeriscono che dovrebbero essere violentati o uccisi.

Negli ultimi mesi sono sorti molti gruppi filo-palestinesi che utilizzano le stesse tattiche per rispondere ai sostenitori di Israele. Essi includono un account X chiamato StopZionistHate e Raven Mission, un sito web lanciato in dicembre che copia Canary Mission mettendo in evidenza persone che accusa di islamofobia o di aiutare a perpetrare atrocità contro i palestinesi.

Raven Mission non ha risposto alle richieste di fare commenti. StopZionistHate ha affermato di voler “garantire che l’opinione pubblica americana sia consapevole della minaccia rappresentata dall’estremismo sionista.”

Accuse di bullismo informatico

Alcuni critici accusano siti di entrambe le parti di bullismo informatico e dossieraggio, che secondo loro possono avere un effetto inibitorio sulla libertà di espressione.

Nei campus dei college USA, dove la guerra di Israele contro Gaza ha scatenato un’ondata di attivismo studentesco, le tensioni sono andate aumentando. Alcune delle manifestazioni filo-palestinesi sono state affrontate da contromanifestanti che le hanno accusate di fomentare l’odio contro gli ebrei e di intimidire gli studenti ebrei nei campus. Entrambe le fazioni si sono scontrate con la polizia.

Dal 7 ottobre il ministero dell’Educazione USA ha aperto indagini su decine di college, notando un’ “allarmante crescita in tutto il Paese” di notizie riguardanti antisemitismo, islamofobia e altre forme di discriminazione e molestie. Si rifiuta di fornire dettagli su queste indagini e se ci sono preoccupazioni riguardo a Canary Mission, Raven Mission o StopZionistHate o a incidenti che questi gruppi hanno segnalato.

Negli USA i gruppi di studenti filo-palestinesi hanno avvertito i partecipanti di portare maschere alle proteste per evitare di attirare un’attenzione indesiderata.

Canary Mission e i suoi difensori sostengono che quelli che promuovono odio e fanatismo dovrebbero essere chiamati a risponderne. Sul suo sito Canary Mission fornisce dettagli accademici e sul datore di lavoro delle persone che profila, chiedendo alle sue decine di migliaia di follower di fare in modo che “i radicali di oggi non siano i dipendenti di domani.”

Dieci degli studenti intervistati da Reuters temono che comparire sul sito possa pregiudicare la loro carriera. Spesso Canary Mission è tra i primi risultati nella ricerca su Google sulle persone che prende di mira e i suoi post sui social media possono attivare centinaia di commenti.

Avvocati e gruppi di sostengno affermano che per chi viene preso di mira ci sono poche possibilità di ottenere giustizia. Tre avvocati hanno detto a Reuters che molto di quanto Canary Mission pubblica è protetto dal Primo Emendamento della costituzione USA sulla libertà di parola.

In generale non è illegale pubblicare informazioni su qualcuno senza il suo consenso quando le informazioni sono accurate e sono state acquisite in modo legale dal contesto pubblico, afferma Eugene Volokh, docente di diritto dell’università della California, a Los Angeles.

Il limite giudiziario della diffamazione è alto, con l’incombenza per il denunciante di dimostrare che il sito ha affermato il falso su di lui, aggiunge Dylan Saba, avvocato di Palestine Legal, che rappresenta gli attivisti filo-palestinesi. Ricorda solo pochi casi in cui gli studenti hanno avuto successo nel far modificare o rimuovere profili da Canary Mission minacciando denunce per diffamazione.

La riservatezza dei dirigenti di Canary Mission pone ulteriori ostacoli.

“Se stai per denunciare qualcuno, devi sapere dove consegnare la notifica,” afferma Saba. Sul suo sito Canary Mission dice che toglierà i profili di persone che “riconoscono i propri errori” e rifiutano quello che descrive come “antisemitismo latente” in gruppi che fanno campagne per il boicottaggio contro Israele per le sue politiche nei territori palestinesi. Pubblica quelle che afferma essere le loro scuse su una pagina “ex-canary” ma non identifica i singoli individui.

Canary Mission ha detto a Reuters che il sito è stato creato nel 2015 per combattere il crescente antisemitismo nei campus dei college. Non ha risposto alle domande su chi lo dirige e finanzia.

Collegamenti con associazioni no-profit israeliane

Una denuncia dei redditi del 2016 di una importante organizzazione benefica ebraica statunitense, la Helen Diller Family Foundation, ha svelato un legame finanziario tra Canary Mission e un’associazione no-profit israeliana chiamata Megamot Shalom. Secondo quel documento, che è stato reso pubblico per la prima volta dal giornale ebraico statunitense The Forward e visionato da Reuters, quell’anno la Fondazione Diller ha dato 100.000 dollari al Central Fund [Fondo Centrale] di Israele contrassegnato come “Canary Mission per Megamot Shalom”.

Il Central Fund è un’organizzazione con sede negli USA che agisce da tramite per gli americani che fanno donazioni deducibili dalle tasse ad associazioni benefiche israeliane. Il suo presidente, Jay Marcus, ha detto a Reuters che la sua organizzazione appoggia solo associazioni di beneficienza ma non ha confermato se Megamot Shalom o Canary Mission siano tra esse, citando la privacy tanto dei suoi donatori come dei beneficiari.

Nonostante vari tentativi, Reuters non ha potuto raggiungere un rappresentante della fondazione Diller. L’organizzazione che sovrintende alla donazione della fondazione Diller, la Jewish Community Federation and Endowment Fund [Fondo della Federazione e Donazione della Comunità Ebraica] di San Francisco, ha menzionato alla Reuters una dichiarazione del 2018 che conferma che la donazione è stata fatta per appoggiare il lavoro di Canary Mission e in cui si sostiene che il gruppo non avrebbe finanziato ulteriormente il sito. La dichiarazione afferma che la federazione aveva stabilito che il Central Fund non aveva rispettato le linee guida stabilite, ma non ha risposto alla richiesta di approfondimenti.

Canary Mission non ha risposto a domande riguardanti Megamot Shalom o i suoi rapporti con il no-profit.

Secondo documenti ottenuti dall’anagrafe israeliana delle imprese, Megamot Shalom venne fondata nel 2016 per “preservare e garantire la forza e l’immagine dello Stato di Israele” attraverso iniziative mediatiche.

Fino al 2022, l’anno più recente per il quale i dati sono disponibili, ha avuto 11 dipendenti, di cui quattro autori di contenuti sui siti. I dati mostrano che l’unico donatore identificato nei documenti dell’anagrafe è il Central Fund, da cui tra il 2019 e il 2022 ha ricevuto 13.2 milioni di shekel (3,3 milioni di euro).

La Reuters non è stata in grado di raggiungere il fondatore di Megamot Shalom, Jonathan Bash, né altri dipendenti citati. Quando la Reuters ha visitato l’indirizzo ufficiale del gruppo a Beit Shemesh, una città a 23 km a sudovest di Gerusalemme, ha scoperto un edificio a un piano chiuso e senza alcun segno di attività.

Un bersaglio sulla schiena”

Dal 7 ottobre Canary Mission ha preso di mira almeno 30 studenti e docenti della Penn.

L’università è uno dei vari campus d’élite al centro della rivolta contro la guerra a Gaza. La sua ex-rettrice, Liz Magill, ha dato le dimissioni in settembre dopo essere finita sotto tiro per la sua gestione di denunce di antisemitismo contro il campus.

Venerdì la polizia ha smantellato un accampamento filopalestinese non autorizzato nel principale cortile della Penn ed ha arrestato circa 33 persone in seguito ad accuse di maltrattamenti e minacce da parte dei manifestanti e deturpazione di monumenti del campus.

Dopo aver scoperto il suo profilo su Canary Mission, Sayed ha consultato il Council on American-Islamic Relations [Consiglio sui rapporti Americano-Islamici], un gruppo di sostegno. Ahmet Tekelioglu, direttore esecutivo della sezione di Filadelfia del CAIR, ha detto che l’associazione le ha offerto un aiuto per togliere le informazioni da internet, ma l’ha avvertita che sarebbe stato difficile avviare un’azione legale contro un gruppo che non è registrato negli USA.

Tekelioglu ha detto a Reuters che, nonostante la “formulazione palesemente negativa”, i commenti di Canary Mission sono stati presentati come citazioni o opinioni, che in genere non possono essere oggetto di una denuncia per diffamazione.

Temendo per la propria sicurezza, Sayed dice di aver tolto la keffiah palestinese che aveva legato al suo zainetto, e sostiene di averlo percepito come “un bersaglio sulla schiena”. Ha evitato di camminare da sola nel campus e ha bloccato il suo profilo Linkedin.

Canary Mission ha profilato anche sette studenti della facoltà di medicina dell’università di Georgetown dopo che sono comparsi in un articolo del 21 dicembre del sito conservatore di notizie Washington Free Beacon intitolato “Alla facoltà di medicina della Georgetown i futuri medici non nascondono il loro sostegno al terrorismo.”

Una di loro, Yusra Rafeeqi, 22 anni, ha detto che i siti web hanno pubblicato una schermata di un post che afferma di aver condiviso privatamente con i suoi follower di Instagram in cui compare un uomo che sventola una bandiera palestinese su un carrarmato israeliano il giorno in cui miliziani di Hamas hanno fatto irruzione dalla barriera di confine tra Gaza e Israele. L’immagine era sottotitolata: “Basta condanne alla resistenza palestinese. Cambiamenti radicali richiedono iniziative radicali.”

“Cacciatela immediatamente,” ha commentato un utente di X su un post di Canary Mission che ha taggato la sua scuola e la clinica in cui fa volontariato.

Rafeeqi dice a Reuters di aver postato l’immagine per sostenere la resistenza a quello che ha descritto come le “violente forze di occupazione” israeliane e nota di non aver fatto commenti sull’uccisione di israeliani da parte di Hamas.

Un rappresentante della Georgetown ha citato a Reuters una dichiarazione rilasciata da Edward Healton, direttore esecutivo della facoltà di medicina, che ha definito “inaccettabile” la pubblicazione di informazioni private di studenti e le segnalazioni di vendette contro chi ne viene ritenuto responsabile. Healton ha affermato che la facoltà condanna antisemitismo e islamofobia e ha incoraggiato gli studenti a riferire di possibili minacce.

Rafeeqi dice di aver provato una “forte inquietudine” per il fatto che questo potrebbe danneggiare la possibilità di proseguire nella sua carriera universitaria in medicina e di continuare a sostenere i palestinesi. “Non mi sento più sicura in questo Paese che una volta chiamavo patria,” sostiene Rafeeqi, i cui genitori sono immigrati dal Pakistan.

Canary Mission e il Washington Free Beacon non hanno risposto a domande relative al caso di Rafeeqi.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cultura della memoria in Germania, i sionisti antisemiti e la liberazione della Palestina

Rachael Shapiro *-

1 marzo 2024 – Aljazeera

La tanto proclamatacultura della memoria” tedesca è nient’altro che vuota propaganda autocelebrativa.

Sono un’attivista ebrea solidale con la causa filo-palestinese originaria dell’area di New York e ora residente a Berlino. Mia nonna, di Colonia, era sopravvissuta all’Olocausto, fuggita a 16 anni negli Stati Uniti nel corso della Seconda Guerra Mondiale. I suoi genitori e gran parte della sua famiglia furono assassinati durante l’Olocausto. Sono tornata” in Germania circa cinque anni fa, una decisione nata in gran parte dal desiderio di guarire i traumi intergenerazionali miei e di mia nonna, allepoca ancora viva. Ho imparato il tedesco e nel corso degli ultimi anni della sua vita ho potuto parlarle nella sua lingua madre. Le raccontavo storie sulla vita in Germania, lei ha conosciuto alcuni dei miei amici ed apprezzava il modo in cui il Paese e la sua gente sembravano aver progredito elaborando le colpe della loro orribile storia.

Sono contenta che sia morta prima che avessi l’occasione di capire quanto fosse un’ingenua e idealistica illusione.

Negli ultimi anni della mia formazione sono diventata un’attivista nel movimento per la liberazione della Palestina liberandomi dal condizionamento estremista sionista e dal lavaggio del cervello insiti nella mia educazione; il mio apprezzamento per la Erinnerungskultur” (cultura della memoria”) tedesca si è rapidamente trasformato nella consapevolezza che lintero concetto non è altro che vuota propaganda autocelebrativa. Si basa sullo spostamento intenzionale e razzista dellantisemitismo e della responsabilità per lOlocausto dai tedeschi che lo hanno perpetuato agli arabi, ai musulmani e soprattutto ai palestinesi, che ora demonizzano e fanno capro espiatorio attraverso un meccanismo di deviazione e diversione.

Un documentario del 1985, Maloul Celebrates Its Destruction [Ma’loul commemora la sua distruzione, ndt.], fornisce un resoconto della distruzione di interi villaggi durante la Nakba del 1948. In esso, un intervistatore dice a un palestinese sfollato: Ma hanno ucciso sei milioni di ebrei”. La sua giusta risposta è: Li ho uccisi io? Coloro che li hanno uccisi devono essere ritenuti responsabili. Io non ho fatto male a una mosca. Il fatto che una verità così fondamentale sia stata sepolta così profondamente nel linguaggio della complessità” e del conflitto” è una prova dell’impegno e dell’estensione della narrazione imperialista diffusa da Israele, Stati Uniti e Germania (e dallOccidente in generale). Nel frattempo, più del 90% di tutti gli incidenti antisemiti in Germania è attribuibile allestrema destra, nonostante i dilaganti sforzi dei media di ignorare le statistiche, distorcere la realtà della violenza e del razzismo verso i palestinesi e mascherare il reale disinteresse per la così detta lotta allantisemitismo”.

Mentre gli episodi reali di antisemitismo rimangono in gran parte impuniti quelli di noi che sono solidali con la Palestina sono avvezzi alla brutale violenza di Stato, alla repressione e alla sorveglianza da parte della polizia e del governo tedesco in risposta a proteste pacifiche e boicottaggi. Ciò si è intensificato enormemente da quando è iniziato il genocidio a Gaza in ottobre, come sempre sotto il pretesto delle accuse di antisemitismo e Judenhass” (odio verso gli ebrei”). Ci impegniamo pertanto a rimanere forti e visibili, anche attraverso il nostro rifiuto di essere esclusi dalla lotta contro il crescente fascismo e il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD).

Il 3 febbraio ho partecipato a una manifestazione anti-AfD a Berlino nellambito della coalizione filo-palestinese con il gruppo rivoluzionario marxista Sozialismus von Unten (Socialismo dal basso”), di cui sono membro attivo. Avevo un po’ di trepidazione allidea di partecipare a questa protesta dopo le esperienze violente, razziste e inquietanti vissute dai miei compagni palestinesi e filo-palestinesi durante le proteste anti-AfD delle ultime settimane. In tutta la Germania le persone che protestavano contro lAfD esprimendo anche solidarietà alla Palestina sono state vessate e attaccate senza pietà, denunciate alla polizia e allontanate violentemente sia dai manifestanti che dalla polizia.

In generale l’atmosfera era positiva e sembrava esserci una solidarietà più tangibile rispetto alle manifestazioni precedenti. Portavo un cartello che diceva: Jüdin gegen die AfD und Zionismus, für ein freies Palaestina” (Ebrea contro AfD e sionismo, per una Palestina libera”). Abbiamo distribuito volantini che sostenevano una mobilitazione strategica e sistematica contro lAfD. Abbiamo parlato con i manifestanti del legame tra la lotta al fascismo e la lotta per la liberazione della Palestina. Abbiamo spiegato che i palestinesi in Palestina stanno attualmente soffrendo a causa delle politiche fasciste contro le quali stiamo manifestando in Germania e che in Germania i palestinesi e coloro che sono solidali con loro sono già vittime di una concreta violazione e negazione di diritti umani fondamentali (libertà di parola, libertà di espressione, libertà di riunione). Abbiamo sottolineato limportanza di una solidarietà internazionale incondizionata.

Alcuni manifestavano con prudenza, evidentemente per paura di essere considerati antisemiti, ma molti erano curiosi, interessati e aperti a saperne di più. Per quanto i media tradizionali abbiano cercato di distorcere e manipolare le notizie sul genocidio in corso a Gaza un recente sondaggio ha mostrato che tra gli elettori tedeschi solo il 25% ha risposto affermativamente alla domanda se credano che gli attacchi di Israele a Gaza siano giustificati; Il 61% crede di no. Quest’ultimo gruppo era chiaramente presente alla manifestazione.

Dopo circa un’ora sono entrata in contatto con un rappresentante del 25% del sondaggio. Un uomo tedesco anziano con unespressione aggressiva si è avvicinato fermandosi davanti a me e ha quasi urlato: Allora quali sono secondo te le somiglianze tra lAfD e Israele? Capivo che non era disponibile ad affrontare una conversazione ragionevole, ma comunque ho iniziato a cercare di spiegare. Dopo poche parole ha alzato gli occhi al cielo e mi ha sputato addosso.

È difficile descrivere la particolare tonalità di rosso che ci ho visto, l’amaro del sangue che pompava alla testa, il gusto acre della furia sulla mia lingua. Era come se vedessi i volti senza vita dei miei bisnonni in balia dei nazisti, deportati e assassinati nel Ghetto di Varsavia così come appaiono nei miei sogni fin da quando ero bambina. Era la risolutezza con cui avrei difeso incondizionatamente fino al mio ultimo respiro la resistenza palestinese, il diritto di ogni popolo a resistere al proprio oppressore in qualsiasi forma. Ho sentito il sapore della rabbia e dellincredulità che tracimano dagli angoli delle nostre bocche mentre urliamo a squarciagola, vedendo il mondo osservare passivamente il massacro di uomini, donne e bambini palestinesi da più di quattro mesi e mezzo – muto, complice e accompagnato dall’eco implacabile di oltre 75 anni di occupazione, apartheid, furto, pulizia etnica, menzogne, disumanizzazione ed impressionante ingiustizia.

Ho rincorso quelluomo urlandogli che la mia famiglia era stata uccisa durante un genocidio a causa del fascismo; in risposta mi ha di nuovo sputato addosso.

Mi ha provocato: Che ne sai? LAfD è un partito fascista. Cosa centra questo con Israele?” Ho cominciato a sostenere l’evidenza: Mentre parliamo Israele sta commettendo un genocidio a Gaza…”, ma prima che finissi la frase mi ha sputato in faccia per la terza volta.

Mentre tremavo, infuriata e disgustata, il mio commento finale è stato: Sei chiaramente un antisemita”. Fino a quel momento era stato borioso e carico di disprezzo, ma (come già sapevo) questa battuta finale lo ha reso furioso. Mentre mi voltavo e me ne andavo, ha urlato: “COSA hai detto?”

Di recente un mio amico mi ha detto: I tedeschi non perdoneranno mai gli ebrei per lOlocausto”. Queste parole riecheggiano nelle mie orecchie e le sento vagare senza sosta nel petto, una dura e orribile verità nel cuore della società tedesca che riflette esattamente la mia esperienza di vita al suo interno. È sconcertante, comico e corrisponde al vero.

Dai neonazisti dellAfD agli esponenti della sinistra anti-tedeschi”, che affermano di combattere lantisemitismo tedesco sostenendo ossessivamente e incondizionatamente il sionismo, molti tedeschi di oggi sono carichi di rabbia repressa nei confronti degli ebrei. Che ne siano consapevoli o meno, ciò emerge in modo clamoroso dalla profonda, isterica ipocrisia di una reazione come quella dell’uomo della manifestazione, che ha sputato in faccia a una ebrea che manifestava contro il fascismo e il genocidio sulla base del suo rapporto personale e generazionale con il fascismo e il genocidio e si è di conseguenza arrabbiato per essere stato identificato come antisemita.

Questa furia è apparentemente una reazione all’”ingiustizia” dei tedeschi, che devono pentirsi per le azioni dei loro antenati, qualcosa per cui sono stati ampiamente lodati sulla scena globale. Il risentimento prende la forma di ottusità e fondamentalismo: gli unici concetti accettabili di ebraismo, popolo ebraico e vita ebraica” sono quelli che loro stessi, i tedeschi non ebrei, approvano esplicitamente. (Un esempio sono i commissari per la lotta all’antisemitismo” che affermano di rappresentare gli interessi del popolo ebraico in Germania, nessuno dei quali è ebreo o esperto in qualsiasi campo attinente o correlato.) Per molti tedeschi, lunico ebraismo accettabile è il sionismo, che in realtà non è affatto una forma di ebraismo. Quando sono costretti a confrontarsi con prospettive in conflitto con questa narrazione tossica o con un ebraismo non in linea con ciò che loro intendono la loro rabbia emerge in modo violento ed esplosivo. Gli Anti-tedeschisi armano della feticizzazione degli ebrei con il loro sionismo ossessivo, guidando aggressive campagne di odio e diffamazione contro coloro che non condividono le loro opinioni (inclusi gli ebrei antisionisti). Come osa qualcuno, soprattutto gli ebrei, mettere in discussione l’autorità dei tedeschi nel definire e relazionarsi con l’ebraismo, l’antisemitismo e il genocidio?

La pluridecennale collaborazione patologica tra Israele e Germania e la diffusa affermazione secondo cui la sicurezza di Israele è una ragione di Stato tedesca” (Staatsräson”), che sostiene l’integrazione sionista a fini politici e razzisti, hanno creato unatmosfera di paura, vergogna, senso di colpa e, in definitiva, ipocrisia che permea gran parte della società tedesca. Punisce le domande, dissuade dallapprendimento e annulla la necessaria comprensione dellebraismo come cultura ampia, differenziata e storicamente diasporica che esisteva molto prima del sionismo, ed esisterà molto tempo dopo.

La definizione di tutti gli ebrei e di tutto lebraismo come ununica entità uniforme, che parla necessariamente la stessa lingua (lebraico moderno), sostiene gli stessi valori (sionismo) e condivide unidentica cultura (che in Germania deve essere determinata dai tedeschi) è di fatto la precisa definizione di segregazione razziale antisemita e nazista e anche la retorica alienante e disumanizzante impiegata al suo servizio. La concezione rigida e intrinsecamente antisemita degli ebrei come popolo indifferenziato nativo” di ununica terra strutturata dal movimento nazionalista-coloniale sionista è semplicemente servita a continuare lopera di Hitler. Ha cancellato l’ebraismo laico in Europa. Ha sradicato lo yiddish, il ladino, l’ebraico-arabo, l’ebraico-persiano e altre lingue ebraiche. Ottantanni dopo lOlocausto è riuscita a sostenere la visione degli ebrei come un monolite, un incomodo straniero lontano dalla società tedesca, il cui tentativo di annientamento può ora essere sfruttato per giustificare lannientamento di un altro gruppo.

In Germania ormai da generazioni si tramanda la tradizione di controllo dellebraismo che, come nel caso delluomo della manifestazione anti-AfD, non ruota solo intorno ad una definizione consolidata e omogenea di ebrei ma anche e soprattutto al diritto e obbligo esclusivo dei tedeschi di dettarla.

Allora cosa ci rimane? Credo che possiamo vederlo nella statistica riportata sopra. La maggioranza dei tedeschi sa, nonostante quello a cui è stato portato a credere col condizionamento, che ciò che sta accadendo a Gaza è quanto meno sbagliato. Molti si accorgeranno che manca qualcosa di significativo e rilevante nella narrazione tradizionale sullantisemitismo, su Israele e sulla Palestina. Oserei dire che la maggior parte di coloro che marciano nelle strade contro lAfD lo fa perché vuole sinceramente stare dalla parte giusta della storia. Contemporaneamente, quella che in realtà è una minoranza è semplicemente più rumorosa, più arrabbiata e più visibile nel propagare il proprio razzismo anti-arabo, anti-musulmano e anti-palestinese, lantisemitismo e le opinioni a favore del genocidio e, così facendo, intimidisce gli altri coll’imporre loro un docile silenzio.

Nessuno nei principali media tedeschi ha riferito della mia esperienza alla protesta anti-AfD. Considerato il contesto culturale, questa non è una sorpresa. Ma mettere in rilievo questa ipocrisia e le narrazioni prevalenti e sempre più distruttive evidenziate da un simile incidente rappresenta una potente opportunità di educazione e responsabilizzazione. L’evidenziare le cause profonde e il contesto sociale di questi fatti consente di metterli a disposizione di tutti perché ognuno vi si possa confrontare. Dato che in così tanti scendono in strada è nostra responsabilità dargli i fatti come carburante per consentire a ogni singola persona di alzare la voce e sapere con fermezza di cosa parla e contro cosa parla. Così continueremo con più determinazione che mai nella lotta per una Palestina libera e nella mobilitazione contro il razzismo, il sionismo, lantisemitismo (di fatto), il fascismo e il genocidio. Lo ripeteremo ancora e ancora finché il ritmo delle nostre parole non diventerà il battito del cuore di una società che tenta di spegnere la nostra resistenza ma alla fine non ci riuscirà: Mai più significa mai più per nessuno.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono allautrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

*Attivista ebrea antisionista residente a Berlino

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Abbiamo uno strumento per fermare i crimini di guerra di Israele: il BDS

Naomi Klein

10 gennaio 2024 – The Guardian

Nel 2005 i palestinesi hanno chiesto al mondo di boicottare Israele finché non rispetterà il diritto internazionale. Cosa sarebbe successo se li avessimo ascoltati?

Questa settimana, esattamente 15 anni fa, pubblicai un articolo su The Guardian. Iniziava così: “È ora. Da molto tempo. La miglior strategia per porre fine alla sempre più sanguinosa occupazione è che Israele diventi il bersaglio del tipo di movimento globale che ha posto termine all’apartheid in Sudafrica. Nel luglio 2005 una grande coalizione di organizzazioni palestinesi ha presentato un piano per fare proprio questo. Hanno chiesto alle persone di coscienza in tutto il mondo di imporre un boicottaggio generale e mettere in atto iniziative di disinvestimento contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica dell’era dell’apartheid. Era nata la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni.”

Nel gennaio 2009 Israele scatenò una nuova fase sconvolgente di omicidi di massa nella Striscia di Gaza, denominando la sua feroce campagna di bombardamenti operazione “Piombo fuso”. Uccise 1.400 palestinesi in 22 giorni; il numero di vittime israeliane fu di 13. Questa per me fu la goccia che fece traboccare il vaso, e dopo anni di reticenza mi espressi pubblicamente a favore dell’appello guidato dai palestinesi per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele, noto come BDS, finché non rispetterà le leggi internazionali e i principi universali dei diritti umani.

Nonostante il BDS avesse l’appoggio di più di 170 organizzazioni della società civile palestinese, a livello internazionale il movimento era ancora piccolo. Durante l’operazione Piombo fuso iniziò a cambiare, e vi aderì un crescente numero di associazioni studentesche e sindacati fuori dalla Palestina aderirono.

Però molti non lo fecero. Capivo perché questa tattica veniva percepita come problematica. C’è una lunga e penosa storia di attività economiche e istituzioni ebraiche prese di mira da antisemiti. Gli esperti in comunicazione che fanno pressione a favore di Israele sanno utilizzare questo trauma come arma, quindi etichettano invariabilmente campagne intese a combattere le politiche discriminatorie e violente di Israele come attacchi di odio verso gli ebrei in quanto gruppo identitario.

Per vent’anni il timore diffuso che deriva da questa falsa equazione ha protetto Israele dal dover affrontare tutto il potenziale di un movimento BDS, e ora, mentre la Corte Internazionale di Giustizia può ascoltare la devastante raccolta di prove del Sudafrica sul fatto che Israele sta commettendo il crimine di genocidio a Gaza, è più che sufficiente.

Dal boicottaggio degli autobus al disinvestimento sui combustibili fossili, le tattiche BDS hanno una storia ben documentata come l’arma più efficace dell’arsenale non-violento. Accoglierle e utilizzarle in questo momento di svolta per l’umanità è un obbligo morale.

La responsabilità è particolarmente grave per quanti di noi i cui governi continuano ad aiutare attivamente Israele con armi letali, lucrosi accordi commerciali e veti alle Nazioni Unite. Come ci ricorda il BDS, non dobbiamo consentire che questi accordi fallimentari parlino per noi senza contrastarli.

Gruppi di consumatori organizzati hanno il potere di boicottare imprese che investono nelle colonie illegali o riforniscono Israele di armi. I sindacati possono spingere i loro fondi pensione a disinvestire da queste imprese. Governi locali possono selezionare i fornitori in base a criteri etici che vietano questi rapporti. Come ci ricorda Omar Barghouti, uno dei fondatori e dirigenti del movimento BDS, “il più profondo obbligo etico in questi tempi è agire per porre fine alla complicità. Solo così possiamo realmente sperare di porre fine all’oppressione e alla violenza.”

In questo modo il BDS merita di essere visto come la politica estera del popolo, o la diplomazia dal basso, e se questa è sufficientemente forte obbligherà finalmente i governi ad imporre sanzioni dall’alto, come il Sudafrica sta cercando di fare. Che è chiaramente l’unica forza che può far cambiare rotta a Israele.

Barghouti sottolinea che, proprio come alcuni sudafricani bianchi hanno appoggiato le campagne contro l’apartheid durante quella lunga lotta, gli ebrei israeliani che si oppongono alle sistematiche violazioni del diritto internazionale da parte del loro Paese sono benvenuti nel BDS. Durante Piombo fuso un gruppo di circa 500 israeliani, molti dei quali importanti artisti e studiosi, fecero proprio questo, chiamando in seguito il loro gruppo Boicottaggio dall’interno.

Nel mio articolo del 2009 citavo la loro prima lettera per fare pressione, che chiedeva “l’adozione di immediate misure restrittive e sanzioni” contro il loro stesso Paese e faceva un parallelo diretto con la lotta sudafricana contro l’apartheid. “Il boicottaggio contro il Sudafrica è stato efficace,” sottolineavano, affermando che aveva contribuito a porre fine alla legalizzazione della discriminazione e ghettizzazione in quel Paese e aggiungendo: “Ma Israele è trattato con i guanti… Questo sostegno internazionale deve finire.”

Ciò era vero 15 anni fa; lo è in modo devastante oggi.

Il prezzo dell’impunità

Leggendo i documenti del BDS dalla metà alla fine degli anni 2000, sono rimasta molto colpita da quanto il contesto politico e umano si sia deteriorato. Negli anni successivi Israele ha costruito più muri, ha eretto più checkpoint, ha scatenato più coloni illegali e lanciato guerre molto più letali. Tutto è peggiorato: il veleno il livore, la rabbia, la convinzione di essere nel giusto, di aver ragione.

Chiaramente l’impunità, il senso di impenetrabilità e intangibilità che è alla base del modo in cui Israele tratta i palestinesi, non è una forza statica. Si comporta piuttosto come una fuoriuscita di petrolio: una volta rilasciata, filtra all’esterno, avvelenando tutto e tutti sul suo cammino. Si allarga e scende in profondità.

Da quando, nel luglio 2005, è stato scritto il primo appello per il BDS il numero di coloni che vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, è esploso, raggiungendo il numero stimato di 700.000, vicino a quello dei palestinesi espulsi nella Nakba del 1948. Come gli avamposti coloniali si sono estesi, così ha fatto la violenza degli attacchi dei coloni contro i palestinesi, tutto ciò mentre l’ideologia della supremazia ebraica e persino il fascismo esplicito si sono posti al centro della cultura politica israeliana.

Quando ho scritto il mio primo articolo sul BDS l’opinione assolutamente predominante era che l’analogia con il Sudafrica fosse scorretta e che la parola “apartheid”, che veniva usata da giuristi, attivisti e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, fosse inutilmente provocatoria. Ora chiunque, da Humar Rights Watch ad Amnesty International, fino alla principale associazione israeliana per i diritti umani, B’Tselem, hanno fatto le loro attente analisi e sono arrivati alla inevitabile conclusione che apartheid è effettivamente il termine giuridico corretto per descrivere le condizioni sotto le quali israeliani e palestinesi conducono vite nettamente diseguali e segregate. Persino Tamir Pardo, ex-capo dell’agenzia di intelligence, il Mossad, ha ammesso il problema: “Qui c’è uno stato di apartheid,” ha affermato a settembre. “In un territorio in cui due popoli sono giudicati con due sistemi legali diversi, c’è uno stato di apartheid.”

Oltretutto molti adesso comprendono che l’apartheid esiste non solo nei territori occupati, ma all’interno dei confini di Israele del 1948, una questione esposta in un importante rapporto del 2022 dalla coalizione di associazioni palestinesi per i diritti umani riunita da Al-Haq [ong palestinese, ndt.]. È difficile sostenere il contrario quando l’attuale governo israeliano di estrema destra è arrivato al potere con un accordo di coalizione che afferma: “Il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e indiscutibile su tutte le zone della Terra di Israele…la Galilea, il Negev, il Golan, Giudea e Samaria.” Quando regna l’impunità, tutto cambia e si muove, comprese le frontiere coloniali. Niente rimane statico.

Poi c’è Gaza. All’epoca il numero dei palestinesi uccisi nell’operazione Piombo fuso sembrava inimmaginabile. Abbiamo rapidamente imparato che non si trattava di un caso isolato. Diede invece inizio a una nuova politica omicida a cui i comandanti militari israeliani si riferiscono con noncuranza come “tagliare l’erba”: ogni due anni c’è stata una nuova campagna di bombardamenti, con l’uccisione di centinaia di palestinesi o, nel caso dell’operazione Margine protettivo del 2014, più di 2.000, tra cui 526 minori.

Questi dati scioccarono di nuovo e scatenarono un’altra ondata di proteste. Non fu ancora sufficiente a porre fine all’impunità di Israele, che ha continuato ad essere protetto dal solido veto degli USA all’ONU, oltre che dal costante afflusso di armi. Ancor più distruttivi della mancanza di sanzioni internazionali sono state le ricompense: negli ultimi anni, insieme a tutta questa impunità, Washinton ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e poi vi ha spostato l’ambasciata. Ha anche mediato i cosiddetti accordi di Abramo, che hanno avviato intese di normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Sudan e il Marocco.

È stato Donald Trump che ha iniziato a ricoprire Israele di questi ultimi regali a lungo cercati, ma il processo è continuato allo stesso modo con Joe Biden. Così, alla vigilia del 7 ottobre, Israele e Arabia Saudita stavano per firmare quello che è stato frivolmente acclamato come “l’accordo del secolo”.

Dov’erano i diritti e le aspirazioni dei palestinesi in tutti questi accordi? Assolutamente da nessuna parte. Perché l’altra cosa che è cambiata in questi anni di impunità è stata ogni scusa che Israele intendeva per tornare al tavolo dei negoziati. L’evidente obiettivo è stato reprimere con la forza, insieme all’isolamento fisico e politico e alla frammentazione, il movimento dei palestinesi per l’autodeterminazione.

Sappiamo come sono andati a finire i successivi capitoli di questa storia. L’orripilante attacco di Hamas il 7 ottobre. La furibonda determinazione israeliana di sfruttare quei crimini per fare quello che alcuni importanti dirigenti del governo volevano fare comunque da molto tempo: spopolare Gaza dei palestinesi, che attualmente sembrano cercare di fare attraverso la combinazione di uccisioni dirette, demolizione massiccia di case (“domicidio”), la diffusione di fame, sete e malattie infettive e infine espulsioni di massa.

Sia chiaro: questo è il risultato di consentire a uno Stato di fare tutto quello che vuole, lasciare che l’impunità regni senza controllo per decenni, utilizzando i veri traumi collettivi patiti dal popolo ebraico come scusa senza fine e storia di copertura. Un’impunità come questa non inghiottirà solo un Paese, ma ogni Paese con cui è alleato, l’intera architettura del diritto umanitario forgiato tra le fiammo dell’Olocausto nazista. Se lo consentiamo.

Un decennio di attacchi giudiziari contro il BDS

Il che pone un’altra questione che non è rimasta costante nel corso degli ultimi 20 anni: la crescente ossessione israeliana per reprimere il BDS, anche a costo di diritti politici faticosamente conquistati. Nel 2009 c’erano molti argomenti di chi criticava il BDS sul perché fosse una cattiva idea. Alcuni temevano che il boicottaggio culturale e accademico avrebbe bloccato il necessario dialogo con i progressisti israeliani e che si sarebbe trasformato in censura. Altri sostenevano che misure punitive avrebbero creato una reazione e spostato Israele ancora più a destra.

Quindi, ripensandoci adesso, è sorprendente che queste discussioni iniziali siano sostanzialmente sparite dalla sfera pubblica, e non perché una parte abbia vinto il dibattito. Sono scomparse perché la stessa idea di discuterne è stata sostituita da una strategia totalizzante: utilizzare l’intimidazione giudiziaria e istituzionale per rendere impraticabili le tattiche del BDS e bloccare il movimento.

Secondo Palestine Legal [gruppo di difesa giudiziaria con sede a Chicago, ndt.], che ha monitorato da vicino questa impennata, ad oggi negli Stati Uniti sono state istituite in totale 293 leggi anti-BDS in tutto il Paese, e sono state approvate in 38 Stati. Spiega che alcune leggi prendono di mira i finanziamenti alle università, altre prevedono che chiunque vinca un appalto con uno Stato o lavori per esso firmi un contratto in cui si impegna a non boicottare Israele, e altre ancora “chiedono allo Stato di compilare liste nere pubbliche di organizzazioni che fanno boicottaggio a favore dei diritti dei palestinesi o appoggiano il BDS.” Nel contempo in Germania il sostegno ad ogni forma di BDS è sufficiente perché vengano revocati premi, tolti finanziamenti, spettacoli e conferenze vengano annullati (una cosa che ho potuto sperimentare di persona).

Non sorprende che questa strategia sia ancora più aggressiva all’interno di Israele. Nel 2011 il Paese ha emanato la legge per la Prevenzione dei Danni per lo Stato di Israele attraverso il Boicottaggio, stroncando efficacemente fin dai suoi inizi il nascente movimento “Boicottaggio dall’interno”. Il centro legale Adalah, un’organizzazione che lavora per i diritti della minoranza araba in Israele, spiega che la legge “vieta la promozione pubblica del boicottaggio accademico, economico o culturale da parte di cittadini e organizzazioni israeliani contro istituzioni israeliane o contro le illegali colonie israeliane in Cisgiordania. Consente di presentare denunce giudiziarie contro chiunque chieda il boicottaggio.” Come le leggi a livello statale negli USA, “proibisce anche a una persona che sostenga il boicottaggio di partecipare a gare di appalto pubbliche.” Nel 2017 Israele ha iniziato a impedire l’ingresso in Israele ad attivisti del BDS; 20 associazioni internazionali, compresa la coraggiosa [organizzazione] contro la guerra Jewish Voice for Peace, sono state messe sulla cosiddetta lista nera BDS.

Nel contempo negli USA lobbisti a favore delle imprese energetiche e dei fabbricanti di armi stanno prendendo spunto dall’offensiva giudiziaria contro il BDS e propugnano leggi fotocopia per limitare campagne di disinvestimento rivolte ai loro clienti. “Ciò spiega perché sia così pericoloso consentire questo tipo di eccezione palestinese alla [libertà di] parola,” ha detto alla rivista Jewish Currents Meera Shah, importante avvocatessa che fa parte di Palestine Legal. “Perché non danneggia solo il movimento per i diritti dei palestinesi, di fatto colpisce anche altri movimenti sociali.” Ancora una volta niente rimane fermo, l’impunità si estende e quando i diritti al boicottaggio e al disinvestimento vengono tolti alla solidarietà per la Palestina, si cancella anche il diritto di utilizzare questi stessi strumenti per sostenere l’attivismo contro i cambiamenti climatici, per il controllo delle armi e per i diritti LGBTQ+.

In un certo senso questo è un vantaggio, perché rappresenta un’opportunità di rafforzare alleanze tra movimenti. Ogni importante organizzazione e sindacato progressista ha interesse a proteggere il diritto al boicottaggio e al disinvestimento come principio fondamentale della libertà di espressione e strumento critico di trasformazione sociale. La piccola squadra di Palestine Legal ha guidato in modo straordinario l’opposizione negli USA avviando procedimenti giudiziari contro le leggi anti-BDS in quanto anticostituzionali e appoggiando le cause di altri. Meritano un sostegno molto maggiore.

È finalmente il momento del BDS?

C’è un altro motivo per essere fiduciosi: la ragione per cui Israele perseguita il BDS con tanta ferocia è la stessa per cui così tanti attivisti hanno continuato a credere in esso nonostante questi attacchi su più fronti. Perché può funzionare.

Lo abbiamo visto quando imprese multinazionali si ritirarono dal Sudafrica negli anni ‘80. Non fu perché vennero improvvisamente colpite da una rivelazione morale antirazzista. Piuttosto, dato che il movimento era diventato internazionale e le campagne di boicottaggio e disinvestimento iniziavano a influenzare la vendita di auto e i clienti delle banche fuori dal Paese, queste imprese ritennero che a loro sarebbe costato di più rimanere in Sudafrica che andarsene. I governi occidentali iniziarono tardivamente a imporre sanzioni per le stesse ragioni.

Ciò danneggiò il settore commerciale sudafricano, parte del quale mise sotto pressione il governo dell’apartheid perché facesse concessioni ai movimenti per la liberazione dei neri che si erano ribellati per decenni contro l’apartheid con rivolte, scioperi di massa e la resistenza armata. I costi di mantenere il crudele e violento status quo stavano crescendo sempre di più anche per l’élite sudafricana.

Alla fine degli anni ‘80 la tenaglia della pressione dall’esterno e dall’interno crebbe tanto che il presidente F. W. de Klerk fu obbligato a liberare Nelson Mandela dal carcere dopo 27 anni e poi a tenere elezioni democratiche, che portarono Mandela alla presidenza.

Le organizzazioni palestinesi che hanno tenuto viva la fiamma del BDS attraverso alcuni anni molto cupi sperano ancora nel modello sudafricano di pressioni dall’esterno. Infatti, mentre Israele perfeziona l’architettura e la progettazione della ghettizzazione e dell’espulsione, esso potrebbe essere l’unica speranza.

Ciò a causa del fatto che Israele è decisamente meno sensibile alla pressione interna da parte dei palestinesi di quanto lo fossero i sudafricani bianchi sotto l’apartheid, che dipendevano dalla manodopera dei neri per tutto, dal lavoro domestico alle miniere di diamanti. Quando i sudafricani neri si rifiutarono di lavorare o si impegnarono in altre forme di danneggiamento dell’economia, ciò non poté essere ignorato.

Israele ha imparato dalla vulnerabilità del Sudafrica; dagli anni ‘90 si è progressivamente ridotta la sua dipendenza dal lavoro dei palestinesi, soprattutto grazie ai cosiddetti lavoratori ospiti e all’ingresso di circa un milione di ebrei dall’ex Unione Sovietica. Ciò ha contribuito a rendere possibile per Israele passare dal modello di oppressione dell’occupazione all’attuale modello di ghettizzazione, che cerca di far sparire i palestinesi dietro a imponenti muri con sensori ad alta tecnologia e il molto decantato sistema di difesa aerea israeliana Iron Dome.

Ma questo modello, chiamiamola bolla fortificata, porta con sé vulnerabilità, e non solo per gli attacchi di Hamas. La vulnerabilità più strutturale deriva dall’estrema dipendenza di Israele dal commercio con l’Europa e il Nord America per tutto, dal suo settore turistico a quello tecnologico per la sorveglianza basato sull’intelligenza artificiale. Il marchio che Israele ha forgiato per se stesso è quello di un aggressivo, moderno avamposto occidentale nel deserto, una piccola bolla di San Francisco o Berlino che casualmente si è ritrovato nel mondo arabo.

Ciò lo rende straordinariamente suscettibile solamente alle azioni del BDS, compreso il boicottaggio culturale e accademico. Perché quando popstar che vogliono evitare polemiche cancellano le loro date a Tel Aviv, prestigiose università USA interrompono la loro collaborazione con quelle israeliane dopo aver assistito alla distruzione di varie scuole e università palestinesi e il bel mondo non sceglie più Eilat per le proprie vacanze perché i follower su Instagram non ne rimangono impressionati, ciò danneggia tutto il modello economico israeliano e la sua autorappresentazione.

Ciò metterà pressione dove i dirigenti israeliani oggi sono poco sensibili. Se le imprese internazionali di alta tecnologia e di progettazione smetteranno di vendere prodotti e servizi all’esercito israeliano, ciò aumenterà ancor di più la pressione, forse abbastanza da cambiare le dinamiche della politica. Gli israeliani vogliono disperatamente far parte della comunità mondiale, e se si troveranno improvvisamente isolati molti più elettori potranno iniziare a chiedere alcune delle azioni che gli attuali dirigenti israeliani scartano immediatamente, come negoziare con i palestinesi per una pace duratura radicata nella giustizia e nell’uguaglianza, come definita dalle leggi internazionali, piuttosto che cercare di proteggere la bolla fortificata con fosforo bianco e pulizia etnica.

Ovviamente il nodo è che, perché le tattiche non violente del BDS funzionino, le vittorie non possono essere sporadiche o marginali. Devono essere sostanziali e diffuse, almeno quanto la campagna sudafricana, che vide importanti imprese come la General Motors e la banca Barclays ritirare i loro investimenti, mentre artisti molto popolari come Bruce Springsteen e Ringo Starr riunirono il supergruppo per antonomasia degli anni ‘80 per cantare a squarciagola “Non suonerò a Sun City”, un riferimento alla lussuosa e iconica località sudafricana.

Il movimento BDS che prende di mira l’ingiustizia israeliana è sicuramente cresciuto negli ultimi 15 anni. Barghouti stima che “i sindacati dei lavoratori e dei contadini, così come movimenti per la giustizia razziale, di genere e per il clima” che lo appoggiano “insieme rappresentino decine di milioni in tutto il mondo”. Ma il movimento deve ancora raggiungere un punto di svolta di livello sudafricano.

Tutto questo ha avuto un costo. Non c’è bisogno di essere uno storico delle lotte di liberazione per sapere che, quando tattiche con una base etica sono ignorate, emarginate, calunniate e bandite, altre tattiche, slegate da queste preoccupazioni etiche, diventano molto più interessanti per persone alla disperata ricerca di una qualunque speranza di cambiamento.

Non sapremo mai quanto avrebbe potuto essere diverso il presente se molte più persone, organizzazioni e governi avessero dato ascolto all’appello BDS fatto dalla società civile palestinese quando venne lanciato nel 2005. Qualche giorno fa, quando ho contattato Barghouti, non stava guardando indietro a 20, ma a 75 anni di impunità. Israele, ha detto, “non sarebbe stato in grado di perpetrare il suo continuo genocidio a Gaza mostrato in televisione senza la complicità con il suo sistema di oppressione di Stati, imprese e istituzioni.” La complicità, ha sottolineato, è qualcosa che abbiamo sempre il potere di rifiutare.

Una cosa è certa: le attuali atrocità a Gaza rafforzano drammaticamente la causa del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni. Le tattiche nonviolente, che molti hanno cancellato in quanto estremiste o nel timore di essere etichettati come antisemiti, appaiono in modo molto diverso attraverso la fosca luce di vent’anni di massacri, con nuove rovine sulle vecchie, nuovi dolori e traumi scolpiti nella psiche delle nuove generazioni e nuovi abissi di depravazione raggiunti sia a parole che nei fatti.

Domenica scorsa nel suo spettacolo finale su MSNBC [canale televisivo statunitense via cavo di notizie, ndt.] Mehdi Hasan ha intervistato il fotogiornalista palestinese di Gaza Motaz Azaiza, che rischia la vita ogni giorno per inviare al mondo le immagini delle uccisioni di massa da parte di Israele. Il suo messaggio agli spettatori statunitensi è stato netto: “Non definitevi persone libere se non potete fare cambiamenti, se non potete fermare un genocidio che è ancora in corso.”

In un momento come questo siamo quello che facciamo. Molta gente ha fatto più di quanto abbia mai fatto in pricedenza: bloccato l’invio di armi, occupato sedi del governo chiedendo un cessate il fuoco, partecipato a proteste di massa, detto la verità, per quanto difficile. La combinazione di queste azioni potrebbe aver contribuito allo sviluppo più significativo nella storia del BDS: il ricorso del Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aia in cui accusa Israele di commettere un genocidio e chiede misure temporanee per fermare il suo attacco contro Gaza.

Una recente analisi del giornale israeliano Haaretz nota che, se la CIG sentenziasse a favore del Sudafrica, anche se gli USA ponessero il veto alle Nazioni Unite su un intervento militare, “un decreto ingiuntivo potrebbe dare come risultato che Israele e imprese israeliane vengano boicottate e sottoposte a sanzioni imposte da singoli Paesi o da gruppi di Nazioni.”

Nel contempo boicottaggi dal basso stanno già iniziando a farsi sentire. A dicembre Puma, uno dei principali bersagli del BDS, ha fatto sapere che porrà fine alla sua controversa sponsorizzazione della squadra nazionale di calcio israeliana. Prima di questo in Italia c’è stato un esodo di artisti da un importante festival del fumetto dopo che si è scoperto che l’ambasciata israeliana era tra gli sponsor.

E questo mese Chris Kempczinski, amministratore delegato di McDonald, ha scritto che quella che ha chiamato “disinformazione” stava avendo “un importante impatto economico” su alcune delle sue vendite in “vari mercati mediorientali e altri fuori dalla regione”. Si è trattato di un riferimento a un’ondata di indignazione scatenata dalla notizia secondo cui McDonald Israel aveva donato migliaia di pasti ai soldati israeliani. Kempczinski ha cercato di distanziare la marca internazionale da “gestori locali,” ma poche persone del movimento BDS sono state convinte da questa distinzione.

Mentre la spinta a favore del BDS continua ad aumentare, sarà fondamentale essere ben consapevoli che siamo nel bel mezzo di un’allarmante e concreta impennata di crimini d’odio, molti dei quali contro palestinesi e musulmani, ma anche contro attività economiche e istituzioni ebraiche solo per il fatto che sono tali. Questo è antisemitismo, non attivismo politico.

Il BDS è un movimento serio e non violento, con un modello organizzativo consolidato. Pur lasciando autonomia ai militanti locali per definire quali campagne funzioneranno nei loro territori, il Comitato Nazionale del BDS (BNC) stabilisce i principi guida del movimento e seleziona con cura come obiettivo un piccolo gruppo di imprese scelte “in base alla complicità da loro dimostrata con le violazioni dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele.”

Il BNC ha anche ben chiaro che non chiede il boicottaggio dei singoli israeliani in quanto tali, affermando di “rifiutare per principio il boicottaggio di singole persone in base alle loro opinioni o identità (come la cittadinanza, la razza, il genere o la religione)”. In altre parole i bersagli sono le istituzioni complici dei sistemi di oppressione, non le persone.

Nessun movimento è perfetto. Ogni movimento farà passi falsi. Ora tuttavia la questione più pressante ha poco a che vedere con la perfezione. È semplicemente questa: cosa ha maggiori possibilità di cambiare uno status quo moralmente intollerabile, fermando nel contempo ulteriore spargimento di sangue?  Gideon Levy, indomito giornalista di Haaretz, non si fa illusioni su quello che ci vorrà. Recentemente ha detto ad Owen Jones [editorialista inglese di sinistra, ndt.]: “La chiave è la comunità internazionale, intendo dire che Israele non cambierà da solo… La formula è molto semplice: finché gli israeliani non pagheranno e non verranno puniti per l’occupazione, non saranno chiamati a rendere conto di essa e non lo sentiranno nel quotidiano, non cambierà niente.”

È tardi

Nel luglio 2009, pochi mesi dopo che il mio primo articolo sul BDS era stato pubblicato, viaggiai a Gaza e in Cisgiordania. A Ramallah tenni una conferenza sulla mia decisione di appoggiare il BDS. Includeva scuse per non aver aggiunto prima la mia voce, cosa che confessai derivare dalla paura che la tattica fosse troppo estremista in quanto diretta contro uno Stato fondato sul trauma ebraico; paura che sarei stata accusata di tradire il mio popolo. Timori che ho ancora. “Meglio tardi che mai,” mi disse un membro del gentile pubblico dopo il discorso.

Allora era tardi; lo è ancora adesso. Ma non troppo tardi. Non troppo tardi perché tutti noi creiamo la nostra politica estera dal basso, che intervenga nella cultura e nell’economia in modo intelligente e strategico, che offra una speranza tangibile che finalmente siano finiti i decenni di impunità senza controllo di Israele.

Come ha chiesto la scorsa settimana il comitato nazionale del BDS: “Se non ora, quando? Il movimento sudafricano contro l’apartheid si organizzò per decenni per conquistare un vasto appoggio internazionale che portò alla caduta dell’apartheid, e l’apartheid crollò. La libertà è inevitabile. Ora è tempo di attivarsi per unirsi al movimento per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza in Palestina.”

Basta. È il momento di un boicottaggio.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Editoriale. Antisemitismo. L’estrema destra sbiancata attraverso il suo sostegno a Israele

Alain Gresh e Sarra Grira

19 dicembre 2023 – Orient XXI

La scena sarebbe stata impensabile nemmeno troppo tempo fa: deputati e sostenitori dell’estrema destra, alcuni compagni di strada del Gruppo Unione Difesa [sindacato studentesco di estrema destra, ndt.] (GUD) , che sfilano accanto a gruppi estremisti ebrei come la Lega di Difesa Ebraica (LDJ) e il Bétar [movimento giovanile del partito revisionista sionista fondato da Vladimir Jabotinsky, ndt.], durante la “marcia contro l’antisemitismo” del 12 novembre a Parigi. Nello stesso momento una parte della sinistra, che ha accettato di far da garante a questa manifestazione, veniva fischiata.

In poche settimane le autorità francesi, spalleggiate da diverse forze politiche e dai media, hanno rimosso l’ultimo ostacolo alla “normalizzazione” dell’estrema destra nello spazio politico, tollerando, anzi felicitandosi, della partecipazione del Rassemblement National (RN) [partito francese di estrema destra sovranista di Marine Le Pen, nato dal Front National, ndt.] e di Reconquète [partito francese di estrema destra fondato dal giornalista Eric Zemmour, ndt.] alla marcia del 12 novembre contro l’antisemitismo. L’odio per gli ebrei quindi non è più collegato agli eredi del Front National – partito co-fondato da un vecchio combattente delle SS – che continuano ad affermare che Jean-Marie Le Pen non è antisemita.

Questo antisemitismo non avrebbe alcun legame nemmeno con Reconquête, il cui dirigente Eric Zemmour continua a ripetere, nonostante le sue condanne, che il maresciallo Pétain avrebbe “salvato gli ebrei francesi”. Ormai questo razzismo si manifesterebbe soprattutto attraverso “la diserzione della France Insoumise [movimento politico di sinistra radicale, lanciato da Melanchon, ndt.]”, secondo Dov Alfon, direttore di Liberation, per il quale “la partecipazione del Rassemblement National alla marcia civica” sarebbe semplicemente “imbarazzante” (sic). E per non interrompere un così virtuoso cammino, alcuni partecipanti a questa marcia hanno sventolato, contrariamente a quanto affermato da molti media, delle bandiere israeliane, avallando così la confusione – troppo frequente, troppo sistematica, troppo pericolosa – tra Israele e gli ebrei. Un gesto in linea con l’intenzione già manifestata dal Presidente Emmanuel Macron nel luglio 2017, in occasione della commemorazione del rastrellamento del Velodromo d’Inverno [la più grande retata di ebrei in Francia durante la seconda guerra mondiale, ndt.] al fianco di Benjamin Netanyahu, di fare di Israele il depositario della lotta contro l’antisemitismo nel mondo.

Ebrei? No, israeliani

L’esempio è venuto dall’alto. Il governo di Emmanuel Macron, quello stesso che affermava che Philippe Pétain fu “un grande soldato”, desiderava commemorare la nascita di Charles Maurras, difensore dell’antisemitismo di Stato. Quanto al Ministro dell’Interno Gérald Darmanin, ha scritto un libro per spiegare che Napoleone Bonaparte “si interessò a dirimere le difficoltà relative alla presenza di decine di migliaia di ebrei in Francia. Alcuni di loro praticavano l’usura e davano origine a disordini e lamentele.”

Per il Rassemblement National il processo di ‘sbiancamento’ è iniziato nel 2011: Marine Le Pen affermava allora il sostegno del suo partito ad Israele, mentre Louis Aliot, suo compagno e numero due di quello che ancora si chiamava Front National, si recò a Tel Aviv e nelle colonie per cercare di sedurre l’elettorato francese. Di che far dimenticare i conti del padre e rassicurare le autorità israeliane che, dopo parecchi anni, non nascondono i loro legami con questi sionisti antisemiti, di cui il populista ungherese Victor Orban è uno dei capofila. Recentemente Israele ha avviato un dialogo con il partito Alleanza per l’Unità dei Romeni, che glorifica Ion Antonescu, il leader del Paese durante la seconda guerra mondiale. Collaborò coi nazisti e fu responsabile della morte di 400.000 ebrei. Dall’Austria alla Polonia, Netanyahu non conta più i suoi alleati di estrema destra, neofascisti, spesso negazionisti o nostalgici del III Reich.

La classe dirigente israeliana in realtà non fa che perpetuare così una tradizione che risale ai tempi dei padri fondatori del sionismo: trovare negli antisemiti europei degli alleati per la loro impresa, e che si protrae sulla scia della “convergenza coloniale”. L’universitario israeliano Benjamin Beit-Hallahmi scriveva, a proposito dell’alleanza tra il suo Paese e il Sudafrica dell’apartheid negli anni 1960-1980, il cui partito al potere dal 1948 aveva avuto simpatie per la Germania nazista:

“Si possono detestare gli ebrei e amare gli israeliani perché, in parte, gli israeliani non sono ebrei. Gli israeliani sono dei coloni e dei combattenti, come gli afrikaners [bianchi di origine olandese e ugonotta insediati dell’Africa meridionale, ndt.].”

Così, trovare degli accordi con l’antisemitismo europeo è da tempo la scelta dei dirigenti israeliani, che non si interessano alla lotta contro questo razzismo se non per mettere a tacere le critiche al loro governo, sulla scia di Netanyahu che definisce “antisemita” ogni velleità della Corte Penale Internazionale (CPI) o dell’ONU di indagare sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano. Il giornalista Amir Tibon di Haaretz racconta quanto questa alleanza sia “una priorità delle forze religiose di destra in Israele, che propongono ai nazionalisti europei uno scambio: Israele vi fornirà un timbro di approvazione (alcuni lo hanno cinicamente definito un “certificato kasher”) e in cambio voi sosterrete le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.” Troviamo la stessa strategia nei confronti degli Stati Uniti, quando Netanyahu chiude un occhio sulle frequentazioni antisemite di Donald Trump, sull’ideologia dei fondamentalisti cristiani, la lobby filoisraeliana più potente a Washington che lo sostiene, o quando riceve il padrone di X (ex Twitter) Elon Musk a Gerusalemme alcuni giorni dopo aver approvato un tweet antisemita di quest’ultimo. Se il miliardario americano alla fine si è scusato, la sua piattaforma ha visto crescere del 60% i tweet antisemiti dopo che lui ne ha assunto il controllo.

La Palestina come catalizzatore

È proprio intorno alla “convergenza coloniale” che si articola il “nuovo antisemitismo” contro cui marciano, fianco a fianco, i partiti cosiddetti repubblicani e quelli di estrema destra. I loro due bersagli? Da una parte la sinistra anti-colonialista, quella che rifiuta la gerarchia dei razzismi, che non ne denuncia uno (l’antisemitismo) per negare l’esistenza dell’altro (l’islamofobia), e i musulmani nel loro insieme, che ancora ieri venivano chiamati “gli arabi”, i più anziani dei quali marciavano già 40 anni fa contro il razzismo di Stato. Questa sinistra che ha rifiutato di sbiancare il RN viene demonizzata, definita antisemita per la minima critica contro Israele, mentre il Ministro dell’Interno in nome della lotta contro l’antisemitismo, prima di essere richiamato all’ordine dai tribunali, vieta ripetutamente ai sostenitori delle vittime palestinesi di manifestare o di radunarsi.

Il fatto è che gli israeliani come i dirigenti di estrema destra europei percepiscono i musulmani come il nemico principale. Il genocidio in corso a Gaza serve da catalizzatore di questa strategia. Intorno alla difesa di Israele si ritrovano l’estrema destra e i sostenitori di questo Stato, entrambi ricorrendo all’immaginario dello “scontro delle civiltà” in atto dall’11 settembre 2001. Alle dichiarazioni bellicose e escatologiche di Netanyahu, che parla di lotta del “popolo della luce” contro “il popolo delle tenebre” fanno eco le affermazioni di Gilles-William Goldnadel su Le Figaro che evocano “la battaglia finale” tra “l’essere occidentale, la sua cultura pacifica e democratica” e “l’oriente”. Tra la realtà coloniale nella Palestina occupata e quella fantasmatica di un “imbarbarimento” delle periferie (ovviamente musulmane) di cui i “bianchi” sarebbero le prime vittime, non c’è che un passo, che una parte sempre più ampia della classe politica supera allegramente. Parallelismi evidenziati dal giornalista Daniel Schneidermann in un tweet del 30 novembre:

“Civilizzati contro barbari: a volte ho l’impressione che mi si raccontino storie analoghe quando mi si parla di Gaza e quando mi si parla di Crépol [dove venne assassinato in una rissa il giovane Thomas. Molti responsabili e editorialisti hanno strumentalizzato l’incidente facendone un caso di “razzismo anti-bianco”, ndt.]

E così il senatore Stephane Ravier, membro di Reconquète, può dichiarare al senato l’11 ottobre, durante una seduta di interpellanze al governo:

“Questi Fratelli Musulmani che vivono in mezzo a noi a causa della folle politica di immigrazione che tutti voi avete sostenuto qui, miei cari colleghi, per debolezza o per convinzione, bisogna trattarli come in Israele: con una risposta radicale e spietata.”

Così, ecco il nemico interno, ieri ebreo, oggi musulmano. Anch’esso asservito alla retorica elettoralista dell’estrema destra, il governo francese ha deciso di fare della lotta contro l’immigrazione “la sua grande causa” e cerca disperatamente di ottenere il sostegno dei repubblicani [partito della destra storica, ndt.] che nulla separa, su questa questione come su molte altre, dal Rassemblement National.

Oggi c’è una volontà di accordo”, ha dichiarato a questo proposito la presidente dell’Assemblea Nazionale Yael Braun-Pivet. Dopo il suo arrivo alla presidenza Macron ha trasformato, o piuttosto proseguito la trasformazione, del secolarismo del 1905 in secolarismo punitivo contro i musulmani. Ha agitato lo spettro del separatismo facendo di tutto perché i musulmani francesi non si sentano a casa sul nostro territorio. Se gli atti antisemiti sono stati giustamente denunciati, nessuna parola pubblica si è alzata contro l’ondata di affermazioni apertamente arabofobe e islamofobe, addirittura incitazioni all’assassinio e alla violenza, sui canali televisivi e sulle reti social, anche nei confronti di giornalisti musulmani.

Questi due pesi e due msure, l’immobilismo della Francia e dell’Unione Europea di fronte al genocidio in corso a Gaza e lo scatenarsi di violenza islamofoba istituzionale avranno una sola conseguenza: scavare un fossato sempre più largo non solo tra i Paesi del nord e del sud – in particolare tra la Francia e il Maghreb – rendendo concreto il discorso dello “scontro di civiltà”, ma anche all’interno stesso delle nostre società. La stigmatizzazione permanente di una parte dei nostri concittadini e degli immigrati, oltre al bavaglio imposto ad ogni voce critica riguardo a Tel Aviv, avrà un solo effetto: nutrire una collera che si trasformerà in odio e si abbatterà ciecamente nelle strade delle nostre città.

Alain Gresh

Specializzato in Medio Oriente, autore di diversi lavori, tra cui ‘De quoi la Palestine est-elle le nom?’ [la Palestina di che cosa è il nome?]

Sarra Grira

Giornalista, caporedattrice di Orient XXI.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Le guerre nei campus USA. Un’ignobile campagna per sfruttare l’antisemitismo e reprimere le voci filo-palestinesi

Naftali Kaminski

14 dicembre 2023 – Haaretz

In quanto docente di Yale e israeliano figlio di sopravvissuti all’Olocausto, temo l’aumento dell’antisemitismo negli USA. Ma il furore orchestrato contro le rettrici delle università sta prendendo di mira i discorsi filo-palestinesi, non l’antisemitismo – ed è alimentato da una sinistra coalizione di fanatici antidemocratici.

Nella valanga di denunce, editoriali e post sulle reti sociali dopo le testimonianze al Congresso delle rettrici di tre prestigiose università, le successive dimissioni della rettrice dell’università della Pennsylvania Elizabeth MaGill e la risoluzione senza precedenti del Congresso che chiede alle rettrici di Harvard Claudine Gay e del MIT Sally Kornbluth di fare altrettanto, inizia ad emergere un quadro che mi ricorda minacciosamente una poesia letta quando ero ragazzino in Israele.

Scritta nel 1943 da Nathan Alterman, uno dei poeti israeliani più amati, la poesia utilizza l’affermazione del filosofo greco Archimede sulla legge della leva, “Datemi un punto di appoggio e solleverò la terra”, come metafora del ruolo dell’antisemitismo in politica. Egli suggerisce che demagoghi e tiranni usino l’antisemitismo come ultimo “punto di Archimede”, un punto d’appoggio che consente loro di raggiungere i propri obiettivi più indegni.

Penso che ciò sia quello a cui stiamo assistendo, ma ora il punto di appoggio di Archimede è l’affermazione secondo cui le rettrici universitarie “non stanno facendo abbastanza riguardo all’antisemitismo”. Viene utilizzato con l’immediata intenzione di reprimere le voci a favore dei palestinesi, così come con lo strategico e, come ora è stato detto più esplicitamente, vergognoso intento di lungo corso di tornare indietro rispetto ai progressi verso la diversità, l’equità e l’inclusione nelle università americane.

Sono consapevole che si tratta di una dichiarazione di vasta portata. In quanto israeliano, figlio di sopravvissuti all’Olocausto, la storia della mia famiglia è di oppressione, discriminazione e genocidio. Prima di arrivare a Yale, i miei familiari hanno vissuto a Pittsburgh e facevano parte della congregazione Tree of Life [Albero della Vita], luogo dell’attacco più letale da sempre contro ebrei sul territorio statunitense.

Le atrocità di Hamas il 7 ottobre hanno prodotto timori e pensieri che non avrei mai creduto di provare. Ho trovato deprecabili le manifestazioni di appoggio o i tentativi di minimizzarle. Temo l’aumento di antisemitismo negli USA e credo che dovrebbe essere combattuto. Ho anche la sensazione che l’attuale furia contro le rettrici di istituzioni d’élite non stia prendendo di mira l’antisemitismo. E questa sensazione è segnata dalla mia stessa esperienza negli ultimi mesi.

Quando mi sono svegliato quella maledetta mattina di ottobre e ho sentito degli attacchi di Hamas sono stato immediatamente intrappolato in un flusso di comunicazioni, in quanto ho affannosamente cercato di confermare che amici e familiari in Israele stessero bene, per offrire aiuto, simpatia, raccapriccio e sostegno.

Ma poi ho ricevuto un diverso tipo di messaggio. Era di un docente ebreo americano di Yale. Non c’era alcuna espressione di preoccupazione o empatia, nessun tentativo di sapere se io o i miei amici o familiari stessimo bene. Invece parlava di “antisemiti a Yale” e chiedeva che “agissimo preventivamente” per “mettere in guardia” i dirigenti di Yale. Il messaggio suggeriva una campagna con invio di lettere. Mi risultava evidente l’intenzione di contribuire a promuovere un’atmosfera che avrebbe etichettato come antisemita ogni manifestazione a favore dei palestinesi.

Quel messaggio e quelli che sono seguiti sono stati profondamente angoscianti per me. Era come se presumessero che il rettore di Yale, lui stesso ebreo e molto legato a Israele, non avrebbe fatto alcunché finché non fosse stato blandito e sollecitato. Non c’era alcuna manifestazione di preoccupazione riguardo a me o ad altri israeliani nel campus, salvo che con un’ottica: lottare contro la minaccia percepita di antisemitismo utilizzando gli orrori per ottenere risultati dal punto di vista ideologico.

Nei giorni seguenti, mentre le incommensurabili dimensioni delle atrocità di Hamas venivano alla luce, la mia attenzione era concentrata sulle sofferenze e le uccisioni nella regione. Ho aiutato l’Ufficio per la Diversità, l’Equità e l’Inclusione della Scuola di Medicina di Yale a organizzare un evento di solidarietà in cui membri israeliani della comunità di Yale con familiari o amici vittime degli attacchi del 7 ottobre ne parlassero e condividessero la loro esperienza. L’evento è stato pubblicizzato e sostenuto dalla dirigenza, che vi ha anche partecipato.

Nei giorni successive sono stato impegnato in un giro di lezioni già previsto, cinque conferenze in dieci giorni in diverse istituzioni e luoghi di incontro. Sentivo di non poter parlare solo di scienza e medicina e ho deciso di iniziare ogni conferenza presentandomi come ebreo israeliano e dicendo: “Sono rimasto scioccato e infuriato dalle atrocità commesse la scorsa settimana nel sud di Israele, e sono anche profondamente preoccupato e orripilato dalla continua violenza e dalle minacce immensamente aumentate per i civili nella regione. Spero e prego che la violenza finisca, che gli ostaggi vengano liberati, le minacce per i civili finiscano e che tutta le persone della regione, indipendentemente dall’identità etnica o religiosa, possano finalmente vivere in pace, libertà e dignità.” Questa dichiarazione è stata accolta ovunque con applausi praticamente da tutti.

Nel contempo a Yale ci sono state manifestazioni filo-palestinesi, veglie filo-israeliane, così come eventi educativi. Non ho partecipato alla maggior parte di essi, e se l’avessi fatto probabilmente non sarei stato d’accordo con tutto quello che vi è stato detto, ma dubito che mi sarei sentito in pericolo. In effetti, nonostante i tentativi di alcuni provocatori, gli eventi sono stati decisamente non-violenti. Un venerdì, in piazza Beinecke a Yale, ci sono stati tre eventi contrapposti, tra cui una veglia per l’umanità di israeliani e palestinesi, a cui hanno partecipato israeliani e palestinesi del campus, ma non ci sono stati conflitti o litigi. Non ci sono stati appelli al genocidio o minacce di violenza.

Durante una partita di football [americano] tra Yale e Harvard stavo andando a sedermi quando è scoppiata una protesta filo-palestinese. Gli studenti hanno sventolato bandiere, scandito i loro slogan, ma non c’era una sensazione di minaccia. Non c’è stato alcun appello al genocidio degli ebrei. Qualcuno tra la folla ha insultato i manifestanti e uno gli ha persino sputato contro, ma loro non hanno reagito e la protesta è finita con gli studenti contrari che se ne sono andati per protesta.

Quel giorno ho visto anche l’infame furgone che mostrava le foto di giovani studenti definiti i principali antisemiti ad Harvard o Yale. Ho pensato che si trattasse di un evidente e ignobile “tentativo di intimidire e attaccare” studenti, come ha detto il rettore di Yale.

Durante un dibattito sulle implicazioni per la salute pubblica della guerra tra Israele e Gaza alla Scuola di Salute Pubblica di Yale la discussione è stata concreta, professionale e sobria. Un disturbatore è stato rapidamente messo a tacere e il resto dell’evento è stato molto civile. Lo scorso sabato a New Haven un manifestante filo-palestinese ha per poco tempo appeso una bandiera palestinese su una Menorah di Hannukkah in un luogo pubblico. In seguito agli inviti di altri partecipanti alla protesta il dimostrante l’ha subito tolta. Questo avvenimento è stato accolto con la totale condanna da parte degli organizzatori della protesta, del rettore di Yale e dei politici locali, e come risposta in zona si sono tenute veglie.

Sulle reti sociali ho ricevuto innumerevoli manifestazioni di solidarietà da colleghi e amici, ebrei e musulmani, israeliani e palestinesi. Ho avuto qualche risposta antisemita, ma per lo più da risponditori automatici. Significativamente la maggior parte degli attacchi personali che ho subito sono stati di autoproclamati amici di Israele, persino miei colleghi, soprattutto quando ho manifestato sostegno al primo cessate il fuoco e rilascio di ostaggi, quando ho manifestato preoccupazione per il bilancio di civili di Gaza in seguito alla risposta di Israele o quando ho citato il fatto che i palestinesi in Cisgiordania sono bersaglio di un’ondata senza precedenti di violenti aggressioni da parte dei coloni ebrei.

Quando uno di questi conoscenti mi ha attaccato non mi sono tirato indietro e gli ho ricordato che, a differenza di lui, ho prestato servizio nell’esercito israeliano e come medico ho salvato la vita a israeliani. La discussione è finita lì, ma non ho potuto fare a meno di riflettere: se questo è il modo in cui sono stato trattato in quanto israeliano io, un docente universitario, come vengono trattati i palestinesi? Sono messi a tacere per timore di essere etichettati come antisemiti, per aver espresso la propria angoscia?

Non sto facendo questa digressione per smentire o minimizzare l’aumento dell’antisemitismo o minacce e isolamento che provano docenti, personale e studenti ebrei, ma per evidenziare come la mia stessa esperienza mi consente di comprendere che l’angoscia provata da studenti ebrei e dalle loro comunità sia stata utilizzata come arma per reprimere e delegittimare le voci filo-palestinesi.

Oltretutto, e peggio ancora, per alcuni gruppi questa è apparsa l’opportunità ideale per invertire i progressi che l’università americana ha fatto a favore di maggiore diversità, inclusione e equità. E ora questa coalizione di populisti, ricchi donatori, politici noti per essere nemici della scienza e della democrazia e altri fanatici sta febbrilmente sperando che il loro punto di Archimede gli darà un primo successo: il ribaltamento di uno dei più significativi risultati dell’eguaglianza delle donne nella recente vita accademica americana, obbligando alle dimissioni le rettrici di Penn, Harvard e MIT.

Vedere quell’audizione al Congresso è stato come rivivere le udienze pubbliche della Commissione del Camera per le Attività Antiamericane durante gli anni di McCarthy. Le rettrici hanno fatto dichiarazioni forti, hanno detto di essere rimaste scioccate per le atrocità di Hamas, hanno denunciato l’antisemitismo e descritto le iniziative prese nei campus. Ma quello che ne è seguito è stato un circo accuratamente orchestrato, con domande mirate intese a intrappolarle in risposte indifendibili. Agli occhi dell’opinione pubblica le cinque ore dell’audizione cristallizzate in 30 secondi di clip, diventate virali sulla base di travisamenti e mancanza di sfumature, hanno fatto sembrare le rettrici indecise e ambigue, mentre le loro precedenti dichiarazioni non lo erano state.

E quando ho visto la pubblica umiliazione di quelle donne incredibilmente competenti, una voce ha iniziato a risuonare nella mia testa, le parole dell’avvocato Joseph Welch a Joseph McCarthy: “Non ha il senso della decenza?”

Spero che la decisione di Harvard di mantenere al suo posto la rettrice Claudine Gay, nonostante la potente campagna e le false accuse contro di lei, verrà ricordata nello stesso modo in cui lo è ora l’affermazione di Joseph Welsh, un punto di svolta. Un momento in cui parli la ragione, venga rifiutato l’uso del giustificato timore per l’antisemitismo come punto di leva di Archimede e si consenta a tutti noi di concentrarci sul fare in modo che le nostre università e college siano più diversi, inclusivi e sicuri per tutti.

Naftali Kaminski è un medico ricercatore e docente di Medicina e Farmacologia presso la Scuola di Medicina all’università di Yale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sospesa la cerimonia per l’attribuzione di un premio dopo che l’autrice ha paragonato Gaza ai ghetti ebraici dell’epoca nazista

Kate Connolly da Berlino

14 dicembre 2023 – The Guardian

La giornalista russo-statunitense Masha Gessen aveva vinto il premo tedesco Hannah Arendt per il pensiero politico

Una fondazione tedesca ha affermato che non consegnerà più il premio per il pensiero politico a un’importante giornalista russo-statunitense dopo aver criticato come “inaccettabile” un recente saggio dell’autrice in cui fa un paragone tra Gaza e un ghetto ebraico nella Germania occupata dai nazisti.

Venerdì Masha Gessen avrebbe dovuto ricevere il premio Hannah Arendt per il pensiero politico. Ma la cerimonia di premiazione ora non avrà luogo come previsto dopo che la Heinrich Böll Foundation (HBS), affiliata al partito dei Verdi, ha affermato di aver ritirato il proprio appoggio. L’HBS sostiene di aver preso questa decisione in accordo con il senato di Brema, la città portuale del nord in cui era previsto che avesse luogo la premiazione.

Secondo il giornale tedesco Die Zeit, che ha pubblicato la notizia, il premio sarà ancora assegnato a Gessen, ma “in un contesto diverso”, sabato e non venerdì. Non risulta ancora chiaro chi lo presenterà, cosa verrà consegnato e se Gessen e altri ospiti invitati pensano ancora di parteciparvi.

L’HBS ha affermato di dissentire e rifiutare il paragone tra Gaza e i ghetti ebraici in Europa fatto da Gessen in un saggio del 9 dicembre sul New Yorker [famosa rivista statunitense di sinistra, ndt.].

Nel saggio Gessen critica l’incondizionato appoggio tedesco a Israele, richiamando l’attenzione sulla risoluzione del Bundestag del 2019 che condanna come antisemita il movimento BDS per il boicottaggio di Israele e citando un ebreo critico con la politica della Germania sul ricordo dell’Olocausto, secondo il quale la cultura della memoria è “andata in tilt”.

Nel paragrafo che ha attirato l’attenzione della HBS Gessen scrive che “ghetto” sarebbe “il termine più appropriato” per descrivere Gaza, ma la parola “provocherebbe accese polemiche per il confronto tra la situazione dei gazawi assediati e quella degli ebrei rinchiusi in un ghetto. Ciò ci avrebbe anche dato il linguaggio per descrivere quello che sta succedendo ora a Gaza. Il ghetto viene liquidato.”

La fondazione afferma che Gessen ha sottinteso che Israele intenda “liquidare Gaza come un ghetto nazista,” aggiungendo che “questa affermazione è inaccettabile per noi e la rifiutiamo.”

Gessen è stata contattata dal Guardian per un commento.

Su X/Twitter ha scritto che nessun mezzo di comunicazione tedesco rappresentativo ha cercato di contattarla, nonostante giovedì la storia sia stata ampiamente raccontata sui media tedeschi.

La Heinrich Böll Foundation ha annunciato ad agosto che Gessen aveva vinto il premio in base a una decisione presa da una giuria indipendente. All’epoca essa ha affermato che “come analista del declino e della speranza, Gessen ha informato sui giochi di potere e le tendenze totalitarie così come sulla disobbedienza civile e l’amore per la libertà.”

Sostenitori di Gessen, che è ebrea e i cui nonni e bisnonni sono stati tra i membri della famiglia uccisi dai nazisti, hanno subito evidenziato l’ironia di sospendere un premio concesso in memoria di Arendt, storica, filosofa e teorica politica antitotalitaria ebrea-americana nata in Germania, che coniò la frase “la banalità del male” riguardo al processo contro l’importante nazista Adolf Eichmann, che lei raccontò come giornalista per The New Yorker.

Samantha Rose Hill, autrice del profilo di Hannah Arendt ed editrice della raccolta di poesie di Arendt, l’ha definito “un affronto alla memoria di Hannah Arendt. In base alla sua stessa logica, la Heinrich Böll Foundation dovrebbe cancellare del tutto il premio Hannah Arendt.”

Un altro accademico ha affermato che, in base alle ragioni fornite per questa decisione, “Hannah Arendt oggi in Germania non avrebbe ottenuto il premio Hannah Arendt.”

In un’intervista pubblicata martedì da Die Zeit Gessen ha parlato delle reazioni che Arendt dovette affrontare in quanto fu una delle prime a criticare Israele, mettendo in guarda contro la costituzione di uno Stato puramente ebraico in Palestina, di conseguenza con l’esclusione della popolazione araba.

In una lettera aperta scritta con Albert Einstein e altri intellettuali ebrei Arendt, sottolinea Gessen, paragonò persino il Partito della Libertà israeliano [partito della destra sionista, ndt.] ai nazisti dopo che aveva messo in atto violenze con motivazioni razziali contro civili.

“Sono consapevole che, soprattutto in Germania, questo tipo di paragone è subito visto come una relativizzazione dell’Olocausto. È per questo che è molto importante per me che una pensatrice così differenziata e intelligente come Arendt non abbia avuto timore a fare questo paragone,” ha detto Gessen al giornale.

In riferimento alle persone che in Germania sono sospettose nei confronti della sfida “alla logica della politica tedesca della memoria” per paura di essere accusate di antisemitismo, ha aggiunto: “Il problema è che queste critiche a Israele sono spesso viste come antisemite, che penso sia l’autentico scandalo antisemita. Ciò ignora il vero antisemitismo.”

In una lettera aperta pubblicata mercoledì la sezione di Brema della German-Israeli Society ha affermato che le dichiarazioni di Gessen hanno “chiarito che il premio avrebbe onorato una persona il cui pensiero è in evidente contrasto con quello di Hannah Arendt.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Germania, da molto tempo hai tradito la tua responsabilità

Amira Hass

16 ottobre 2023 – Haaretz

Giovedì scorso il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto che “la sofferenza e le difficoltà della popolazione civile nella Striscia di Gaza non faranno che aumentare. Hamas è responsabile anche di questo.” Ma esiste qualche limite a questo aumento di sofferenza, dato che tu e i tuoi colleghi in occidente avete espresso un sostegno illimitato a Israele?

Acconsentirai all’uccisione di 2.000 bambini palestinesi? 80.000 anziani che potrebbero morire di disidratazione perché a Gaza manca l’acqua sono ai tuoi occhi un legittimo aumento della sofferenza?

Hai anche detto: “la nostra storia, la nostra responsabilità che deriva dall’Olocausto ci obbliga per sempre a schierarci per l’esistenza e la sicurezza dello Stato di Israele.”

Ma, Scholz, vi è una contraddizione tra questa affermazione e quella citata prima.

La sofferenza…non farà che aumentare” è dare carta bianca ad un Israele ferito ed offeso per polverizzare, distruggere e uccidere senza limiti e rischia di trascinare tutti noi in una guerra regionale, se non in una terza guerra mondiale, che danneggerebbe anche la sicurezza e l’esistenza di Israele. Ma “la responsabilità che deriva dall’Olocausto” significa fare tutto il possibile per impedire la guerra, che conduce a disastri che portano a guerre che aumentano le sofferenze, in un ciclo senza fine.

L’ho imparato da mio padre, un sopravvissuto ai carri bestiame tedeschi. Nel lontano 1992 ogni volta che ritornavo da Gaza con i rapporti sull’oppressione israeliana dei suoi abitanti lui mi diceva: “E’ vero, questo non è un genocidio come quello che abbiamo subito noi, ma per noi è finito dopo cinque o sei anni. Per i palestinesi le sofferenze sono continuate incessantemente per decenni.” E’ una continua Nakba.

Voi tedeschi da molto tempo avete tradito la vostra responsabilità, quella “che deriva dall’Olocausto” – cioè dall’assassinio delle famiglie dei miei genitori, tra le altre, e dalla sofferenza dei sopravvissuti. Avete tradito a causa del vostro appoggio senza riserve ad un Israele che occupa, colonizza, priva le persone dell’acqua, ruba la terra, imprigiona due milioni di gazawi in una gabbia sovraffollata, demolisce le case, espelle intere comunità dalle proprie case e incoraggia la violenza dei coloni.

E tutto questo è avvenuto dopo il cosiddetto accordo di pace che voi e altri leader occidentali avete sostenuto. Avete permesso a Israele di agire all’opposto di questo accordo nella sua interpretazione europea – come un percorso verso la creazione di uno Stato palestinese nei territori occupati da Israele nel 1967 e che molti palestinesi hanno appoggiato proprio per il loro desiderio di impedire ulteriori sofferenze e spargimento di sangue.

Non mancano diplomatici e dipendenti delle agenzie di sviluppo che hanno riferito di come centinaia di migliaia di giovani palestinesi abbiano perso ogni speranza e ogni senso della propria vita sotto l’arrogante oppressione di Israele e le sue uccisioni di civili – a volte alla spicciolata, a volte a ondate. Gli attivisti palestinesi per i diritti umani hanno messo in guardia più volte che la politica di Israele poteva solo condurre ad un’eruzione di proporzioni inimmaginabili. Anche attivisti contro l’occupazione israeliani ed ebrei vi hanno avvertiti.

Ma voi vi siete arroccati sulla vostra strada, mandando a Israele il messaggio che tutto andava bene – che nessuno lo avrebbe punito o avrebbe spiegato agli israeliani attraverso convincenti passi diplomatici e politici che non può esserci normalità insieme all’occupazione. E allora voi accusate chi critica Israele di antisemitismo.

No, questo articolo non vuole giustificare l’orgia di assassinii e di sadismo che le milizie armate di Hamas hanno perpetrato. E non è una giustificazione delle reazioni esultanti di alcuni palestinesi e del rifiuto di altri di condannare le atrocità commesse in loro nome.

E’ piuttosto una richiesta a voi perché fermiate l’attuale campagna di morte e distruzione prima che provochi un’altra catastrofe per milioni di israeliani, palestinesi, libanesi e forse anche cittadini di altri Paesi residenti nella regione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Dissipare la nebbia della hasbara*

Recensione di Steve France

2 ottobre 2023 – Mondoweiss

Una nuova guida cerca di disinnescare e combattere “ l’israelese”, la rete di ingannevoli cliché e stereotipi che ha profondamente radicato la narrazione sionista nella coscienza degli americani.

 

* sforzi propagandistici per diffondere all’estero informazioni positive sullo Stato di Israele, ndt.]

Prima o poi, forse fra poco, gli americani cominceranno a porre molte più domande su Israele e Palestina. Quando succederà gli attivisti dovranno essere pronti. Specialmente in questo momento di dubbi e divisioni crescenti fra i sostenitori di Israele dobbiamo suscitare un dibattito che li metta di fronte a questa realtà razzista.

Fino a poco tempo fa avrei detto che stavo facendo il possibile per accelerare l’arrivo del giorno in cui questi dibattiti abbondassero. Non mi sembra di aver avuto molto successo nel risvegliare la gente all’importanza e urgenza di pari diritti per i palestinesi. Troppo spesso noto un’espressione distante e inquieta negli occhi di quelli che spero di illuminare. Ho la sensazione che anche altri sostenitori lottino per ampliare il cerchio di chi ha capito oltre al “coro” di quelli già convinti.

Tuttavia ora vedo che il mio approccio manca di efficacia. Invece di tentare di spiegare agli individui la verità come la conosco io, dovrei prima chiedere la loro opinione su Israele e Palestina, e poi ascoltare attentamente, persino con empatia. Invece di insegnare, dovrei fare delle domande indagatrici basate su fatti chiave sul posto e sulla storia per rivelare le inconsistenze inerenti al concetto di Israele quale “Stato ebraico e democratico.”

Potreste chiamare il nuovo approccio “Non dire. Chiedi.” È esposto chiaramente in un volumetto auto-pubblicato nel 2021, intitolato When They Speak Israel: A Guide to Clarity in Conversations about Israel (Quando parlano ‘israelese’: una guida alla chiarezza nel dibattito su Israele) di Alex McDonald, un quacquero, attivista di lunga data, che si batte per pari e pieni diritti per i palestinesi, incluso quello al ritorno per i rifugiati.

McDonald è un texano cresciuto accettando senza farsi domande la narrazione israeliana. Tuttavia, qualche anno fa, ormai adulto, si è imbattuto in un intoppo che l’ha incuriosito: in teoria la “recinzione di sicurezza” israeliana doveva tenere i palestinesi fuori da Israele e lontano dai civili israeliani. Eppure si è espansa profondamente dentro la Cisgiordania, ingoiando moltissimi tratti di terra palestinese, e quindi nella zona israeliana si trovano più palestinesi, non meno. Cercando di far ordine si è imbattuto in ulteriori inconsistenze e, ben presto, è diventato uno sfacciato antisionista critico della complicità USA. 

Il suo ripensamento è profondo, “come in Matrix”, il film di azione/fantascienza del 1999 in cui, ingerendo una “pillola rossa”, si spezza l’incantesimo che inganna la maggior parte dei personaggi e quindi si rivela l’odiosa verità: il loro mondo e le loro stesse vite non sono altro che mere illusioni. Ma McDonald si trova davanti ad un’altra sfida. Mentre cercava di far aprire gli occhi sulla verità su Israele ai suoi amici e familiari, loro gli facevano capire che “volevano porre termine a quelle conversazioni o smettere di leggere le mie email e scritti.” Si è trovato fra le fila degli attivisti solidali con i palestinesi i cui sforzi per informare la gente sono raramente ben accolti.

Il tentativo di capire questa profonda resistenza alle critiche a Israele l’ha portato a identificare un fenomeno che chiama “israelese,” cioè la rete di cliché e stereotipi fuorvianti che ha profondamente radicato la narrazione sionista nelle menti e nei dibattiti degli americani. Come prendere la “pillola blu” in Matrix che fa credere ai personaggi che le loro vite totalmente simulate sono reali, l’israelese illude gli ascoltatori, spesso facendo ricorso al non detto e alle emozioni.

Gli attivisti per i diritti umani per i palestinesi hanno gran familiarità con l’israelese. Il libro di McDonald elenca molti stratagemmi e confutazioni. “Israele non ha forse il diritto all’autodifesa?” (o il “diritto di esistere?”). E anche “La tua opinione è sbilanciata,” “Perché stai prendendo di mira Israele?” “Noi dovremmo sostenere l’unica democrazia del Medio Oriente.” “Quando Israele diede Gaza ai palestinesi essi hanno risposto lanciando razzi contro Israele,” oltre alle accuse e insinuazioni di antisemitismo che fanno sempre capolino.

McDonald risponde all’israelese con un processo in due fasi: primo, mettiti in contatto con gli ascoltatori diventando tu stesso un buon ascoltatore. Trova le convinzioni specifiche e i ragionamenti che stanno alla base del loro sostegno a Israele e della loro sfiducia verso i palestinesi. Questa fase può sembrare quella che Jonathan Kuttab [cofondatore di Nonviolence International e del gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq] ha definito ‘normalizzazione’, quelle conversazioni cioè che “mettono insieme ebrei e arabi in condizioni altamente controllate che apparentemente mirano a promuovere la coesistenza, senza veramente affrontare o mettere in dubbio l’ingiustizia sottostante.” Tuttavia l’approccio di McDonald va ben oltre questo primo passo.

La fase due del processo si fa più complicata. Adesso, l’obiettivo è, con gentilezza ma fermezza, di portare alla luce i fatti che rivelano il razzismo di Israele e chiedere come tali fatti possano conciliarsi con la nozione che Israele è giusto nei confronti dei palestinesi. Continuando il parallelo con Matrix, spiega che alcune particolari pillole blu (fatti, convinzioni e logiche infondati) stanno alla base delle posizioni sioniste del tuo interlocutore e poi offri gli antidoti appropriati, la pillola rossa.

Ecco, per esempio, come neutralizzare, anzi “ribaltare” la seguente frasetta in israelese: “Perché stai prendendo di mira e criticando Israele” (in un mondo pieno di altri governi che violano i diritti umani)?

Primo, assicurati che il tuo interlocutore “sappia che Israele viola i diritti umani,” implicito nella domanda stessa in israelese; (2) chiarisci che tu, in realtà, critichi gli altri violatori; (3) chiedi se loro proteggono dalle critiche altri violatori che non siano Israele e in ultimo, (4) chiedi perché si concentrano su Israele per la protezione. Come sempre devi essere chiaro che tu sei contro tutte le forme di razzismo, incluso il razzismo antiebraico e che non sei “pro-palestinese,” solo “pro-uguaglianza.”

È divertente vedere come McDonald dissolva vecchie battute sioniste con una gragnuola gentile, ma persistente, di confutazioni e contestualizzazioni. In effetti il libro offre una splendida parata di “fregato!”.” Comunque McDonald vuole evitare questo atteggiamento. Non importa quanto gli attivisti siano tentati, ogni presa in giro danneggia le possibilità di uno scambio proficuo. È determinato a intrattenere conversazioni sincere e rispettose con i sionisti e i loro simpatizzanti se anche loro parlano in buona fede. Consiglia i lettori di non perdere tempo con persone “che pur consapevoli del razzismo di Israele, comunque sostengono lo Stato.” Secondo lui lascia fuori molti potenziali interlocutori perché “la maggior parte dei sionisti sono brave persone,” sinceramente contro il razzismo, ma a cui è stato inculcato che sostenere Israele è giustificato, anzi un solenne dovere morale. Devono ancora rendersi conto che Israele ha cominciato e si dedica attivamente al razzismo e alle violazioni dei diritti umani.

McDonald si rende conto che potrebbe volerci del tempo per i sostenitori di Israele per accettare che Israele è razzista fino al midollo. Scrive che potrebbero dover passare attraverso le “cinque fasi del dolore: diniego, rabbia, contrattazione, depressione e infine accettazione,”. I difensori devono mostrare empatia senza tentennare nella loro posizione a favore di uguaglianza e diritti umani.

Il vostro interlocutore potrebbe essere confuso o rendersi conto di essere stato turlupinato” dalle false formule dell’israelese, precisa. “Dategli tempo e spazio. È davanti a una situazione molto difficile: buoni amici danno una cattiva notizia ai loro amici con dolcezza.” Ma continuano a dare la notizia: l’unico modo per una vera pace passa dall’uguaglianza dei diritti per tutti.

McDonald ci spinge a una specie di ri-orientamento “copernicano” per aprire le menti di individui e piccoli gruppi. Ci spinge verso un discorso che si basi sulla persona con cui stiamo parlando e non su noi stessi o sull’informazione che stiamo tentando di impartire, pur se di grande importanza. In un certo senso il punto focale della conversazione non è tanto come è Israele per l’altra persona ed esattamente perché lui o lei non vedono le clamorose diseguaglianze del dominio di Israele sui palestinesi. Così pur “amando” la persona con cui stai parlando devi essere forte abbastanza per combatterla.

Considerando la mia esperienza mi sono reso conto che il mio approccio è spesso stato troppo timido e troppo aggressivo. Ho cercato di dimostrare la mia conoscenza della storia pertinente e delle circostanze presenti. Mi sono concentrato sulle dichiarazioni in astratto delle altre persone, non sulle loro convinzioni errate, ma sincere. Ancora più sconcertante, il mio desiderio che la persona davanti a me avrebbe capito quanto sia razzista Israele verso i palestinesi non è espresso direttamente, ma resta sospeso in aria. Ho presunto che fosse trasmesso implicitamente, ma la connessione da persona a persona che mi avrebbe permesso di esprimerlo direttamente e personalmente manca.

Usare l’approccio di McDonald richiede sforzo. I passi sono semplici ma, come in un balletto, devono essere armoniosi, precisi e seguire la giusta sequenza. Eppure promettono di rendere la difesa meno stressante e frustrante. Una delle intuizioni più innovative di McDonald è che “Noi [critici di Israele] non dobbiamo portare delle prove alla nostra storia. Dobbiamo solo chiedere di spiegarci la loro” nel quadro di fatti noti e innegabili come, fra gli altri: il linguaggio decisamente razzista della Legge Fondamentale dello Stato-Nazione di Israele, il muro di separazione brutalmente invadente, il sostegno governativo ai coloni in Cisgiordania e l’impunità per la loro violenza contro i palestinesi, la sistematica detenzione in Israele dei minori secondo il diritto militare.

Il metodo di McDonald libera anche i difensori dalla necessità di conseguire una conoscenza enciclopedica sulla Palestina. Infatti egli ci mette in guardia dal farci coinvolgere in domande confuse su fatti che richiederebbero tempo prezioso e sono impossibili da risolvere. Attenetevi ai fatti più importanti. “La maggior parte delle persone a cui parlate di Israele sapranno che offre un trattamento preferenziale agli ebrei e discrimina contro i non ebrei, specialmente contro i palestinesi,” dice. “L’esempio più facile da sottolineare è la cittadinanza. Solo gli ebrei hanno il diritto alla cittadinanza entro 48 ore dall’arrivo in Israele.”

Sulla differenza che ha sperimentato usando il suo nuovo approccio dice: “La grande differenza è che, da quando ho interiorizzato il fatto che io sono a favore dell’uguaglianza per tutti e contro le discriminazioni contro chiunque, non sono più sulla difensiva sulle accuse di antisemitismo. Se si solleva il tema chiedo come sia possibile che sostenere l’uguaglianza per tutti possa discriminare qualcuno.”

Il gran sollievo che adesso prova è la chiave: “Il mio obiettivo è metterti più a tuo agio durante queste conversazioni,” conclude, “e sottolineare… i difetti logici nei messaggi che spesso potresti ascoltare sulla situazione Israele-Palestina.”

WHEN THEY SPEAK ISRAEL
A Guide to Clarity in Conversations About Israel
Alex McDonald
156 pp. Great Tree Publishing, $12.95

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)