Dopo Corbyn, la lobby israeliana prende di mira il mondo accademico britannico

Jonathan Cook

19 ottobre 2021- Palestine Chronicle

Sembra che la lobby israeliana si stia preparando a una campagna per sradicare gli accademici di sinistra che nel Regno Unito sono critici verso la continua oppressione israeliana del popolo palestinese, impegnandosi in sforzi simili a quelli messi in atto contro l’ex leader laburista Jeremy Corbyn.

Come per gli attacchi contro Corbyn, quello contro gli accademici è guidato dal Jewish Chronicle, settimanale inglese che si rivolge ai più ardenti sostenitori di Israele fra la comunità ebraica britannica.

La mossa segue il successo che la lobby ha ottenuto questo mese con le sue pressioni sull’università di Bristol affinché licenziasse uno dei suoi docenti, David Miller, anche dopo le indagini dalla stessa università, condotte da un giurista, che avevano concluso che le accuse di antisemitismo contro Miller erano infondate.

Miller è stato formalmente licenziato con la generica motivazione secondo cui egli “non risponde ai criteri di comportamento che ci si aspetta dai nostri dipendenti e dall’Università”.

La lobby ha mascherato a stento la propria soddisfazione dopo che, apparentemente per paura di pubblicità negativa, l’università di Bristol ha capitolato davanti a una campagna di affermazioni infondate in base alle quali Miller “ha vessato” gli studenti ebrei.

Miller, sociologo, è all’avanguardia per le sue ricerche sulle fonti dell’islamofobia nel Regno Unito. Il suo lavoro presenta un esame dettagliato del ruolo della lobby israeliana nel fomentare il razzismo contro musulmani, arabi e palestinesi.

Israele ha promosso da tempo l’idea di essere un baluardo contro la presunta barbarie islamica e il terrorismo, in quello che lo Stato e i suoi sostenitori presentano come uno “scontro di civiltà”.

Più di un secolo fa, Theodor Herzl, il padre del sionismo politico, sosteneva nel linguaggio colonialista dell’epoca che uno Stato ebraico in Medio Oriente sarebbe servito come “un muro di difesa per l’Europa in Asia, un avamposto di civiltà contro la barbarie”.

Questo è il concetto chiave a cui il movimento sionista fece ricorso per far pressione sulle principali potenze del tempo, principalmente l’Inghilterra, perché contribuisse a cacciare il popolo palestinese autoctono dalla maggior parte della sua patria in modo che potesse invece insediarsi l’auto-dichiarato Stato ebraico di Israele.

A tutt’oggi Israele incoraggia sia l’idea di essere vittima di una minaccia esistenziale permanente da parte di un odio apparentemente irrazionale e dal fanatismo dei musulmani, sia di giocare un ruolo cruciale di prima linea nella difesa dei valori occidentali. Di conseguenza i palestinesi si sono trovati isolatati a livello diplomatico.

Punta dell’iceberg’

A indicare la direzione che probabilmente la lobby intende seguire d’ora in poi, questo mese il Jewish Chronicle ha pubblicato un editoriale intitolato “Il licenziamento di Miller dovrebbe essere l’inizio, non la fine”. In esso si conclude: “Miller non è una voce isolata, ma è rappresentativo di una scuola di pensiero radicata quasi ovunque nel mondo accademico.”

Allo stesso tempo, sotto il titolo “Miller se ne è andato, ma lui è solo la punta dell’iceberg”, si riporta che, all’inizio dell’anno, studiosi in “74 diverse istituzioni britanniche di istruzione superiore” hanno firmato una lettera di sostegno a Miller rivelando “la vastità della rete che lo sostiene nelle università in tutto il Regno Unito”.

Si fa notare che fra i firmatari è incluso “un numero significativo di rappresentanti dell’establishment del Russell Group, costituito da 24 delle più prestigiose università britanniche”.

Il Chronicle sottolinea il fatto che 13 dei firmatari appartenevano all’università di Bristol e faceva il nome di parecchi docenti.

L’insinuazione appena velata è che ci sia un problema di antisemitismo nelle università britanniche e che sia tollerata dai piani alti.

La lobby ha usato la stessa tesi con Corbyn, sostenendo, nonostante la scarsità delle prove, che lui e la sua cerchia più ristretta fossero indulgenti verso una ipotetica esplosione di antisemitismo all’interno del partito, insinuando in modo pesante che la stessero incoraggiando.

Le affermazioni della lobby sono state entusiasticamente amplificate dai media in mano ai miliardari e dalla burocrazia di destra del partito laburista, profondamente ostili al socialismo di Corbyn.

Riesumare la strategia

Negli ultimi tre anni il Chronicle è stato oggetto di un numero stupefacente di condanne da parte dell’Independent Press Standards Organisation (IPSO), la debole l’autorità garante della stampa nominata dall’industria stessa della carta stampata.

La maggior parte di queste distorsioni risale alla precedente campagna contro Corbyn, in cui il Jewish Chronicle ha giocato un ruolo centrale. Affermava sistematicamente che c’era una epidemia di antisemitismo fra i politici di sinistra in Inghilterra.

Sembra quindi che il Chronicle, con il resto della lobby filoisraeliana, stia riesumando la strategia che aveva usato contro Corbyn, sostenitore agguerrito dei diritti dei palestinesi, che, insieme a un gran numero di membri del partito laburista, si è visto calunniato con l’accusa di antisemitismo.

È memorabile come, nell’estate del 2018, il Chronicle e due altri giornali della comunità ebraica abbiano condiviso l’editoriale di prima pagina affermando che Corbyn costituiva una “minaccia esistenziale” per la vita degli ebrei nel Regno Unito.

L’editoriale era stato pubblicato alla vigilia delle elezioni generali di un anno prima, in cui Corbyn non era riuscito a conquistare la maggioranza dei seggi nel parlamento inglese solo per qualche migliaio di voti. Con il partito conservatore impantanato in una crisi permanente, a quel punto sembrava che fossero imminenti nuove elezioni.

La posta in gioco per la lobby era alta. Se Corbyn avesse vinto sarebbe probabilmente stato il primo leader di uno dei maggiori Stati europei a riconoscere lo Stato palestinese e a imporre sanzioni contro Israele, incluso il bando contro la vendita di armamenti, come era stato fatto per l’apartheid in Sudafrica.

Keir Starmer, successore di Corbyn, ha condotto una guerra, osannata dal Chronicle e da altri, contro la sinistra del partito usando di nuovo l’antisemitismo come pretesto.

Le rappresentazioni fuorvianti del giornale riguardo al partito laburista, che l’hanno ripetutamente messo nei guai con l’IPSO, l’autorità garante della stampa, sono ora messe al servizio contro gli accademici.

La manovra in due mosse del Jewish Chronicle nel caso Miller è abituale.

Primo, ha insinuato che il professore aveva perso il suo posto perché l’università aveva concluso che le sue azioni erano antisemite, quando invece tutto indicava che l’inchiesta era stata favorevole a Miller.

Secondo, il giornale ha insinuato con forza che più di 200 studiosi che avevano firmato una lettera all’università di Bristol esprimendo preoccupazione per l’indagine su Miller, condividevano le sue cosiddette idee antisemite. 

Placare la lobby

Così come il Chronicle, nonostante la mancanza di prove, ha cercato di dare l’impressione di una epidemia di antisemitismo nel Labour sotto Corbyn ora spera di insinuare che l’antisemitismo stia dilagando nelle università inglesi.

Infatti persino quelli che hanno firmato la lettera non condividono necessariamente le opinioni di Miller su Israele o sul suo ruolo nel fomentare l’islamofobia. La lettera difendeva soprattutto il principio della libertà accademica e il diritto di Miller di continuare la propria ricerca ovunque essa lo conducesse, senza timore di perdere il lavoro. Nessuno dei firmatari era d’accordo con tutte le conclusioni [delle sue ricerche] o con tutto quello che ha detto.

Ciò che è veramente scioccante è che non ci sia stato un numero maggiore di accademici ad accorrere in sua difesa, soprattutto alla luce del fatto che le accuse mosse dalla lobby israeliana contro di lui sono state smentite dall’inchiesta interna dell’università di Bristol.

Corbyn e la sua cerchia hanno scelto una linea di condotta simile a quella della Bristol, cercando di placare la lobby. Ma l’ufficio di Corbyn ha scoperto che ogni concessione da loro fatta alle calunnie di antisemitismo serviva solo ad alimentare la convinzione della lobby che la sua campagna intimidatoria stava funzionando e che la rete poteva essere ulteriormente ampliata.

Poco dopo la lobby ha sostenuto che non solo un diffuso sostegno della sinistra laburista in favore della lotta dei palestinesi contro decenni di occupazione israeliana fosse antisemita, ma che chiunque negasse che ciò fosse una prova di antisemitismo era a sua volta antisemita.

Come con i suoi attacchi contro Corbyn, le affermazioni del Chronicle contro Miller sono esagerate, dato che il giornale riporta in modo acritico che i membri del sindacato degli studenti ebrei a Bristol ha accusato il professore di “vessazioni, di prenderli di mira e di polemiche malevole”.

In realtà questa ipotetica “persecuzione” si riferisce o a una lezione di Miller sulla propaganda, basata sulla sua ricerca che cita la promozione dell’islamofobia da parte della lobby israeliana, o a considerazioni critiche da lui fatte sul sionismo e la lobby israeliana in in contesti diversi dalle lezioni.

Miller non ha perseguitato nessuno. Piuttosto quelli che si identificano come sionisti e per i quali Israele è una costante priorità politica hanno scelto di ritenersi offesi dalle sue scoperte. Non sono stati bullizzati, intimiditi o minacciati, come suggerisce il Chronicle. Le loro convinzioni politiche su Israele sono state contestate dal lavoro accademico di Miller.

Significativamente la ricerca di Miller mostra anche che i movimenti conservatori, come il partito di governo nel Regno Unito, hanno giocato un ruolo centrale nel promuovere l’islamofobia, in quanto parecchie figure chiave del partito conservatore britannico, come ad esempio la baronessa Sayeeda Warsi hanno ripetutamente messo in guardia.

Ma Bristol avrebbe seriamente indagato, per esempio, le affermazioni di studenti del partito Conservatore se fossero stati loro a essere “perseguitati” da Miller perché ha presentato la sua ricerca durante le lezioni o in suoi interventi a eventi politici fuori dall’aula? L’università avrebbe preso in considerazione il suo licenziamento basandosi su quelle affermazioni?

Non c’è neanche da porsi la domanda. La natura politica delle proteste e la loro minaccia alla libertà accademica sarebbe immediatamente ovvia a chiunque.

E in ciò risiede la speciale utilità per l’establishment della lobby israeliana. La sua campagna estremamente faziosa e politicizzata contro la sinistra, in modo iniquo ma troppo spesso efficace, può essere mascherata da antirazzismo o dalla promozione dei diritti umani.

Cresce l’analisi critica

Ma come il Chronicle implicitamente ammette nella sua chiamata a prendere di mira una cerchia molto più ampia di accademici inglesi, i sionisti più ardenti devono affrontare una sfida molto più grande di un singolo leader politico o un singolo docente.

Si sentono personalmente offesi se l’oggetto della loro passione politica, Israele, diventa oggetto di un’analisi critica crescente. Come il Chronicle, la speranza sionista di ribaltare i vari sviluppi politici degli ultimi dieci o vent’anni ha reso molto più difficile per loro difendere pubblicamente Israele.

Questi sviluppi includono:

* Il successo dal 2005 degli appelli della società civile palestinese per un boicottaggio internazionale di Israele per porre fine alla sua oppressione sui palestinesi;

* Le immagini orrende dei ripetuti assalti dell’esercito israeliano contro la popolazione palestinese che vive in quella che in effetti è diventata un’affollata prigione a cielo aperto nella Gaza assediata da Israele da 15 anni;

* il sabotaggio da parte di Israele della soluzione dei due Stati offerta dalla leadership palestinese con la costruzione illegale di sempre più colonie su terreni palestinesi, respingendo allo stesso tempo l’alternativa di un solo Stato che garantisca uguali diritti a ebrei e palestinesi nella regione;

* i recenti rapporti da parte di gruppi israeliani e internazionali per i diritti umani che chiaramente sostengono la tesi che Israele si possa considerare uno Stato d’apartheid.

Il Chronicle e gli ardenti sionisti nel Regno Unito a cui dà voce temevano che Corbyn rappresentasse il momento in cui questa visione di Israele irrompesse nel mainstream politico.

E ora essi temono che, a meno che si prendano drastiche iniziative, studiosi come Miller avviino un dibattito più puntuale nel mondo accademico su Israele, denunciando la lobby per il suo razzismo anti-palestinese.

Sanzioni pecuniarie

Minacciate da sanzioni pecuniarie dal governo di destra di Johnson, decine di università inglesi sono state costrette ad adottare una nuova definizione di antisemitismo.

Questo era il prezzo che la lobby ha cercato di far pagare a Corbyn. Egli è stato costretto ad accettare non solo l’imprecisa definizione di odio contro gli ebrei dell’Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, [IHRA, organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che unisce governi ed esperti allo scopo di rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto, ndtr.] ma anche gli 11 esempi in appendice che, nella maggioranza dei casi, confondono apertamente critiche dure contro Israele con l’antisemitismo. La lobby sostiene che confutare questi esempi costituiscano antisemitismo è anch’essa una forma di antisemitismo.

Descrivendo in recenti rapporti Israele uno Stato d’apartheid, sia Human Rights Watch, con sede a New York, che B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani più rispettata, sarebbero stati vittime dell’affermazione dell’IHRA’ secondo cui è antisemita descrivere Israele come “un’iniziativa razzista”.

Similmente, molti studiosi israeliani e quasi tutti quelli palestinesi e i loro sostenitori violerebbero l’esempio che si oppone al fatto che a Israele venga richiesto un “comportamento che non ci si aspetta o si richieda a nessun’altra Nazione democratica”.

Essi mettono in dubbio il concetto stesso che Israele sia una Nazione democratica. I ricercatori israeliani l’hanno invece definita “etnocrazia”, perché imita uno Stato democratico mentre concede diritti e privilegi a un gruppo etnico, gli ebrei, e li nega a un altro, i palestinesi.

Corbyn si è ritrovato rapidamente intrappolato dalla definizione dell’IHRA e dagli esempi connessi. Ogni supporto significativo per i palestinesi contro l’oppressione israeliana, incluse le sue azioni passate prima che diventasse leader laburista, potrebbe essere distorto e diventare prova di antisemitismo.

E ogni argomentazione in base alla quale l’antisemitismo è stato in tal modo utilizzato dalla lobby come arma potrebbe a sua volta essere usato come prova di antisemitismo. Si sono create le condizioni perfette per una caccia alle streghe contro la sinistra laburista.

Ora la lobby spera che le stesse condizioni possano bandire le critiche contro Israele a livello accademico.

Uno dei primi bersagli della nuova campagna della lobby sarà probabilmente il sindacato delle Università e dei College (UCU), un sindacato dei docenti universitari che rappresenta oltre 120.000 accademici e personale di supporto. Fino ad ora ha resistito alla campagna di pressione.

La sua resistenza sembra aver spronato anche alcune istituzioni accademiche a non cedere. In particolare, a febbraio il senato accademico dell’University College of London si è ribellato contro l’adozione della definizione dell’IHRA da parte del consiglio di amministrazione dell’università, definendo la formulazione “politicizzata e divisiva”.

In dicembre un rapporto del consiglio dell’UCL ha avvertito che la definizione dell’IHRA confonde i pregiudizi contro gli ebrei con il dibattito politico su Israele e Palestina. Ciò, afferma, potrebbe avere “effetti potenzialmente deleteri sulla libertà di parola, come istigare una cultura di paura o autocensura nell’insegnamento o nella ricerca o in discussioni in aula su argomenti controversi”.

Ciò è esattamente quello che sperano la lobby israeliana e i suoi attivisti nel sindacato degli studenti ebrei che hanno preso di mira Miller. Con la loro nuova guerra contro il mondo accademico, aiutati da un governo di destra, potrebbero essere in grado di infliggere al sostegno degli accademici per i palestinesi tanti danni quanti ne hanno fatto ai politici che li appoggiano.

Jonathan Cook ha vinto il Martha Gellhorn Special Prize for Journalism. Fra i suoi libri ci sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [“Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per ricostruire il Medio Oriente”] (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [Palestina che sta scomparendo: gli esperimenti di Israele sulla disperazione umana] (Zed Books).

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele non può essere accusato di niente

Israele non può essere accusato di niente, grazie alla narrazione della cultura dell’hasbara della vittimizzazione ebraica.

L’etnocentrismo ha devastato la cultura politica ebraica.

Yakov Hirsch

20 settembre 2021 – Mondoweiss

 

Il mio lavoro si concentra sulla cultura dell’hasbara: la costruzione sociale di una realtà alternativa che si centra sulla vittimizzazione del popolo ebraico che ha poco a che vedere con il mondo reale. Ma, nonostante le idee della cultura dell’hasbara siano a-storiche, i suoi concetti e discorsi sull’odio contro gli ebrei sono ora un’opinione diffusa nella cultura politica ebraica e americana. E ciò ha avuto parecchie conseguenze disastrose per il mondo in cui viviamo.

Hasbara è la parola israeliana per propaganda, e la cultura dell’hasbara sostiene che l’antisemitismo è un odio unico che va collocato in una categoria differente dalle altre forme di odio. E i guardiani della narrazione della vittimizzazione fanno tutto il necessario per continuare a mantenere questa prospettiva. In un editoriale del 2009 sul NYT riguardo ai “timori di Israele” Jeffrey Goldberg ha espresso perfettamente la prospettiva della cultura dell’hasbara riguardo all’antisemitismo “eterno”:

“L’antisemitismo è un odio sui generis che è mutevole, impermeabile alla logica ed eterno.”

È impossibile comprendere il mondo attuale senza prima capire la grande lotta della cultura dell’hasbara contro questo “odio sui generis”. I proseliti della cultura dell’hasbara sottolineano eventi della storia ebraica per trasmettere la convinzione che tutto il mondo sia ossessionato, e sempre lo sia stato, dall’eliminazione degli ebrei, arrivando fino ad oggi con l’esistenza dello Stato ebraico.

La prospettiva vittimistica di Yair Rosenberg non riflette il mondo reale. Come ho dimostrato nel mio ultimo articolo, la nuova serie di video di Rosenberg “per spiegare l’antisemitismo” ascrive agli eventi uno scorretto “significato” più ampio. Gli esseri umani, i loro pensieri e motivi individuali non sono come i sostenitori della cultura dell’hasbara di solito interpretano il mondo. I sostenitori della cultura dell’hasbara sono alla continua ricerca di quel “significato più ampio”.

Nel suo video “Al di là di sinistra e destra” Yair Rosenberg sostiene che l’antisemitismo continua a prosperare oggi perché persone di destra come di sinistra tendono a vigilare contro il fanatismo antiebraico solo quando proviene dai loro nemici politici. La voce narrante afferma che si capisce perché ciò avvenga.

“È molto più difficile parlarne quando l’intolleranza viene dai tuoi amici e alleati.” Con chi riesci a provocare dei cambiamenti, chiede: con i tuoi amici o con i tuoi nemici? Nella tua comunità o in quella di qualcun altro? Quindi, mentre la destra denuncia l’antisemitismo nella sinistra e la sinistra denuncia quello di destra, esse non condannano gli intolleranti della propria parte politica.

Nell’immaginario della cultura dell’hasbara quello che gli storici chiamano “essere antisemita” è un’incessante persecuzione degli ebrei. E di conseguenza gli ebrei devono essere protetti. Questo è il ruolo e il dovere che si sono assunti i giornalisti della cultura dell’hasbara. E, dato che secondo la cultura dell’hasbara il popolo ebraico e ora Israele sono eternamente vittime, diventano anche eternamente innocenti.

Il risultato di questa innocenza “fuori dalla storia” è che ora diventa “comprensibile” qualunque odio e razzismo che provenga dalla comunità ebraica.

Prendete in considerazione l’opinione di Yair Rosenberg sull’ ‘imbarazzante’ politica israeliana Miri Regev, ex-ministra della Cultura di Benjamin Netanyahu. Secondo Rosenberg l’estremismo di destra di Regev è comprensibile a causa dei tweet antisemiti che egli ha trovato su Twitter.

“Miri Regev è una dei ministri di Israele più di destra, demagogica e imbarazzante, ma menzogne inquietanti come queste sul potere malvagio di Israele aiutano la gente come lei ad essere eletta.”

E non si tratta solo di Rosenberg. Tutta una generazione di giornalisti della cultura dell’hasbara ha imposto a forza al mondo reale la sua prospettiva vittimistica: l’antisemitismo eterno rende comprensibile qualunque cosa Israele e i suoi sostenitori dicano. Prendete in considerazione la reazione di Jeffrey Goldberg [giornalista USA, ndtr.] all’accoglienza estasiata che l’AIPAC [principale organizzazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] ha riservato a Donald Trump nel 2016:

“Quanti di voi sono sorpresi che un pubblico filo-israeliano abbia apprezzato un discorso filo-israeliano di Donald Trump dovrebbero smettere di essere sorpresi.”

Quello a cui dovrebbe rispondere Jeffrey Goldberg se gli venisse chiesto è: “Perché la gente dovrebbe smettere di manifestare sorpresa riguardo all’entusiasmo delirante del pubblico dell’AIPAC per Donald Trump? Quello che Goldberg dovrebbe dire è la differenza tra il pubblico dell’AIPAC e la solita folla seguace di Trump che Goldberg ha passato anni a condannare incessantemente. Perché Goldberg sta concedendo un’approvazione a un’organizzazione ebrea filo-israeliana che non attribuirebbe a un’altra aggregazione favorevole a Trump? Dov’è finito il suo usuale moralismo?” La sua risposta a questa domanda spiegherebbe parecchio.

Tutto ciò che deve avvenire per dare un senso al mondo è che Jeffrey Goldberg risponda a questa domanda.

Si noti che Peter Beinart [noto intellettuale e commentatore ebreo americano, ndtr.] non ha nessun problema a condannare quello stesso evento. Come ho già sostenuto, l’importanza culturale di Peter Beinart è che egli è il giornalista ebreo più influente senza che abbia una prospettiva vittimistica.

Il discorso della politica estera è pieno di esempi di come la prospettiva vittimistica modelli il mondo. Come Bret Stephens ha spiegato ai lettori del New York Times perché sembrava che Israele stesse per annettere i territori? Ha detto che la mano di Netanyahu era stata forzata dalle critiche globali contro Israele.

Naturalmente, secondo la prospettiva vittimistica di Stephens, annettere i territori è “comprensibile”.

Questa prospettiva vittimistica rende legittima qualunque cosa abbia fatto Netanyahu. Ho già denunciato ad alta voce quanti collaborano con Netanyahu per fuggire dal luogo del loro delitto culturale.

Si veda questo tweet di David Frum. Frum è stato dalla parte di Netanyahu contro il giornale [israeliano] progressista Haaretz. Dopo che Chemi Shalev di Haaretz ha twittato un editoriale del New York Times in cui si sosteneva che “Benjamin Netanyahu sta schiacciando la stampa libera di Israele,” Frum ha risposto:

“Il malefico piano di Netanyahu per schiacciare la stampa? Consentire l’esistenza di un giornale che non piace alla sinistra israeliana. Proprio così.”

Il lungo regno di Netanyahu non può essere compreso senza prendere in considerazione la protezione culturale garantita da questi giornalisti ebrei. Non era Jeffrey Goldberg l’esperto numero 1 al mondo su Israele e Netanyahu quando Obama e Kerry erano apparentemente così anti-israeliani? Dov’è andato? Chi meglio di Goldberg per spiegare come sia possibile che il corrotto uomo forte sacro della cultura dell’hasbara sia arrivato in un attimo a diventare dittatore degli ebrei? Ma, come previsto, una volta diventato capo-redattore dell’Atlantic [rivista USA progressista di cultura e politica estera, ndtr.]  sotto Trump, Goldberg ha perso ogni interesse in Israele e nelle questioni ebraiche che gli hanno fatto fare carriera.

Vediamo qualche altra azione “comprensibile” degli israeliani. Secondo la cultura dell’hasbara è comprensibile che gli ebrei israeliani lincino arabi. Leggete solo l’articolo di Jeffrey Goldberg del 2012 “Un quasi linciaggio a Gerusalemme”, in cui ha richiamato all’ordine la giornalista del NYT Isabel Kershner per aver definito “linciaggio” un’imboscata di ebrei contro un arabo. Ancora una volta, in base alla cultura dell’hasbara l’attacco contro arabi innocenti è comprensibile.

“Questo tipo di cose non sono realmente una novità. Avendo scritto un articolo sul corteo funebre di Meir Kahane, il rabbino razzista assassinato a New York più di 20 anni fa, posso testimoniare il fatto che teppisti ebrei, molti dei quali provenienti dai quartieri più poveri di Gerusalemme (e molti che sono discendenti di ebrei fuggiti o espulsi da Paesi arabi), si sono periodicamente scagliati contro arabi innocenti. Lo hanno fatto durante il funerale e in incidenti successivi.”

Notate il sottotesto: dopotutto questi ebrei provenivano da quartieri poveri e molti di loro erano discendenti di ebrei che fuggirono, o furono espulsi, da Paesi arabi. Quindi la loro vendetta è naturale.

Sono questo offuscamento e oscurantismo che DEVONO portare ai pogrom contro gli arabi che da allora sono diventati eventi quasi settimanali.

Il punto di vista della cultura dell’hasbara sull’innocenza di Israele di fronte all’eterno antisemitismo è la ragione per cui l’onesto Rosenberg e altri combattenti contro l’odio sono rimasti in silenzio mentre l’epoca dell’odio da anni ’30 si ripeteva di fronte a tutto il mondo. Il loro discorso vittimistico porta alla totale impunità e immunità di Benjamin Netanyahu. Si legga questo tweet di Eli Lake:

“Fantastico articolo di @LahavHarkov [giornalista israeliana del Jerusalem Post, ndtr.] su Tablet riguardo alla disponibilità di Israele nei confronti dei regimi autoritari e alla complicata posizione in cui mette lo Stato ebraico. Lo consiglio caldamente.”

C’è da meravigliarsi che Netanyahu sia andato in giro per il mondo a distribuire programmi di spionaggio informatico a regimi reazionari? I giornalisti della cultura dell’hasbara gli coprono le spalle. Secondo la prospettiva vittimistica Netanyahu è in una “posizione difficile” e cerca di proteggere Israele. Qualunque cosa Netanyahu abbia fatto è diventata “comprensibile” e nessuno lo sa più di Netanyahu. Come ho sostenuto, questo è stato il segreto del suo successo.

E dalla prospettiva della vittimizzazione ebraica Israele non può essere accusato di niente. Perché? Perché essere troppo duri con Israele “rafforzerà” gli antisemiti e provocherà il rischio della distruzione di Israele. Si veda questo tweet di Rosenberg per capire come la cultura dell’hasbara risponda alle accuse di apartheid contro Israele. Secondo la dottrina della cultura dell’hasbara, “la progressione dei tweet affatto sorprendente” è il passaggio da “Israele è colpevole di apartheid” all’idea che “l’Olocausto non ci sia mai stato”.

È proprio così? Quelli di noi che vivono nel mondo reale sanno che sono stati i soldi e la cultura dell’hasbara di Sheldon Adelson [miliardario ebreo statunitense, ndtr.] che hanno dettato la politica di Trump riguardo a Israele, per non parlare della costante pressione di suo [di Trump] genero a favore di Israele. Questo è un altro esempio del fatto che Israele e il popolo ebraico sono stati tolti dalla storia, come ho scritto nel mio ultimo articolo.

Quindi perché la cultura dell’hasbara pensa che così tanti ce l’abbiano e sempre ce l’avranno con il popolo ebraico? O, come dice Bari Weiss [giornalista del Wall Street Journal, del NYT e di Die Welt, ndtr.], perché “tutti odiano gli ebrei”?

La risposta della cultura dell’hasbara è che il popolo ebraico è migliore di qualunque altro popolo. Yair Rosenberg descrive quanto sia eccezionale il popolo ebraico.

“Nessuno che conosca gli ebrei rimarrà sorpreso che Israele abbia definito la protesta come un diritto fondamentale che è consentito persino durante un lockdown d’emergenza.”

È così che due anni fa Bari Weiss ha detto a Jake Tapper [noto giornalista televisivo USA, ndtr.] nel [centro culturale ebraico, ndtr.] 92d Street Y:

“La nostra unicità è ciò che continua a far impazzire la gente.”

L’etnocentrismo che si nota in questo articolo ha devastato la cultura politica ebraica. E non c’è una lotta ebraica più importante che smentire questa sacra prospettiva vittimista della cultura dell’hasbara.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Demonizzare Durban, Oscurare il Razzismo

Richard Falk

EDITORIALE

16 agosto 2021 TRANSCEND Media Service

[Nota introduttiva: il post seguente descrive la campagna portata avanti negli ultimi 20 anni dalla propaganda filo-israeliana, sia del governo che delle ONG, per diffamare gli sforzi antirazzisti delle Nazioni Unite come una nuova specie di antisemitismo. È uno sforzo perverso che protegge le politiche e le pratiche razziste di Israele nei confronti del popolo palestinese dietro una perversa tesi secondo cui le critiche a queste politiche dovrebbero essere viste come antisemitismo. Il pezzo è stato originariamente pubblicato su Transcend Media Service e appare qui nella sua forma originale. Per il link all’originale

Contesto

16 agosto 2021 – È stata avviata un’insidiosa campagna per demonizzare la sponsorizzazione delle Nazioni Unite di un’iniziativa antirazzista per tenere una conferenza di un giorno alle Nazioni Unite il 22 settembre 2021, continuazione di quello che è diventato noto come il “Processo di Durban”. Esso identifica lo sforzo in corso negli ultimi vent’anni di attuare la Dichiarazione di Durban e il relativo Programma d’Azione adottato alla Conferenza Mondiale sul Razzismo, Discriminazione Razziale, Xenofobia and Intolleranza correlata tenutasi a Durban, in Sudafrica 20 anni fa.

La Conferenza di Durban fu controversa ancor prima che i delegati si riunissero, anticipata come un forum in cui Israele, il colonialismo, l’eredità della schiavitù e la vittimizzazione di etnie vulnerabili sarebbero stati illustrati e condannati. Era formalmente sotto gli auspici del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il cui Alto Commissario, Mary Robinson, fu sottoposta a pressione dall’Occidente per annullare l’evento. Essa rifiutò, e invece di essere elogiata per la sua indipendenza, questa ex presidentessa di alti princìpi dell’Irlanda fu privata del sostegno di Washington per la riconferma a un secondo mandato come Alto Commissario. Israele e gli Stati Uniti si ritirarono dalla conferenza e boicottarono gli eventi di follow-up minori nel 2009 e nel 2011, il che spiega perché il prossimo raduno è indicato come Durban IV.

Alla conferenza del 2001, messa in ombra dagli attacchi dell’11 settembre agli Stati Uniti, avvenuti pochi giorni dopo la chiusura di Durban, molti discorsi furono pronunciati da rappresentanti di vari governi, inclusi molti che criticarono Israele per le politiche e le pratiche razziste perpetrate contro il popolo palestinese, inclusa l’accusa che il sionismo fosse una forma di razzismo, che era stata precedentemente affermata nella Delibera della Assemblea Generale (vedi GA Res. 3379 approvata con 72-35 voti e 32 astenuti, A/RES/3379, 10 novembre 1975; revocata nel 1991 senza spiegazione nella GA Res. 46/96). Oltre alla Conferenza intergovernativa di Durban si teneva un Forum parallelo delle ONG dedicato alla stessa agenda in cui furono pronunciati accesi discorsi e dichiarazioni. Eppure il tema di maggiore stimolo fu fornito dalla vittoriosa lotta contro l’apartheid in Sud Africa che veniva a legittimare sia l’evento sia l’attuale necessità di affrontare la lunga incompiuta agenda antirazzista.

Il risultato a Durban

I principali risultati formali della Conferenza di Durban furono due significativi e comprensivi testi conosciuti come la Dichiarazione di Durban e il Programma d’Azione di Durban. Il processo di Durban successivo al 2001 ha riguardato più o meno esclusivamente l’attuazione di questi due documenti formali delle Nazioni Unite, che sono la rappresentazione ad ampio spettro di tutta una serie di rimostranze derivanti dal maltrattamento di varie categorie di persone vulnerabili dovuto alla guerra all’applicazione della legge sui diritti umani e attraverso una varietà di mezzi, tra cui l’istruzione e l’attivismo della società civile, delle ONG e persino del settore privato. Non c’è assolutamente alcuna base per lamentarsi del fatto che Israele sia stato criticato o che le disposizioni dei documenti della conferenza possano essere correttamente interpretate come antisemite o addirittura anti-israeliane, eppure, come sarà mostrato di seguito, una tale campagna è stata incessantemente condotta per screditare tutto ciò che Durban significa, quasi esclusivamente a causa del suo presunto pregiudizio estremo nei confronti di Israele.

Una lettura corretta di entrambi i documenti porterebbe a concludere che a Israele sono state effettivamente risparmiate critiche giustificabili, molto probabilmente a causa delle pressioni esercitate sia sull’ONU che sui media prima e durante la conferenza. Se osserviamo i testi, abbiamo l’impressione che le sensibilità israeliane siano state comprese e rispettate. L’apartheid e il genocidio sono stati condannati in termini generali, ma senza alcun riferimento negativo a Israele, e di fatto un’inclusione che ha individuato Israele in un modo che avrebbe essere accolto favorevolmente. Nel par. 58 della Dichiarazione troviamo la seguente affermazione: “..ricordiamo che l’Olocausto non deve mai essere dimenticato”. E par. 61 prende atto con “profonda preoccupazione dell’aumento dell’antisemitismo e dell’islamofobia in varie parti del mondo, nonché l’emergere di movimenti razziali e violenti basati sul razzismo e su idee discriminatorie nei confronti delle comunità ebraiche, musulmane e arabe”. Sembra assolutamente perverso screditare la Dichiarazione di Durban come un’invettiva contro gli ebrei.

Nel corso dei 122 paragrafi della Dichiarazione la situazione Israele/Palestina è menzionata solo nel paragrafo 63, e poi in maniera neutrale che sembra trascurare la deliberata vittimizzazione del popolo palestinese. Si legge come segue: “Siamo preoccupati per la difficile situazione del popolo palestinese sotto occupazione straniera. Riconosciamo il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato indipendente e riconosciamo il diritto alla sicurezza per tutti gli Stati della regione, compreso Israele, e invitiamo tutti gli Stati a sostenere il processo di pace e a portarlo a una rapida conclusione.” Cosa può essere offensivo anche per il più ardente sostenitore israeliano di una tale disposizione, che è sepolta in profondità in una dichiarazione di trenta pagine in un linguaggio che non punta il dito contro Israele.

La campagna anti-Durban di Israele

Eppure la realtà di Durban, la violenza della lingua usata per denunciare questi documenti e il Processo di Durban sembra estremo, e provenire da fonti note per seguire da vicino la linea ufficiale diffusa da Tel Aviv. Il colonnello britannico Richard Kemp, che scrive sul sito web notoriamente di destra del Gladstone Institute, è raramente da meno nel suo sostegno all’uso della forza da parte di Israele contro l’indifesa Gaza. Kemp definisce il Processo di Durban “come la famigerata vendetta ventennale delle Nazioni Unite contro Israele” e pronuncia il suo giudizio che “Durban IV darà nuova energia a questo vergognoso processo”. [“Fighting the Blight of Durban”, 29 luglio 2021] Kemp è a suo agio nell’invocare il linguaggio iperbolico di UN Watch che etichetta assurdamente Durban come “..la peggiore manifestazione internazionale di antisemitismo nel dopoguerra”.

UN Watch aveva espresso separatamente il suo velenoso punto di vista del processo di Durban un mese prima in un comunicato stampa dal titolo grossolanamente fuorviante, “Durban IV: fatti chiave”, 24 maggio 2021, riassunto dalla frase una “perversione dei principi dell’antirazzismo”. Questa caratterizzazione di Durban è resa più concreta affermando che fa “… affermazioni infondate contro il popolo ebraico”, è usato “per promuovere il razzismo, l’intolleranza, l’antisemitismo e la negazione dell’Olocausto… e per erodere il diritto di Israele a esistere”. Questo linguaggio diffamatorio di UN Watch dovrebbe essere confrontato con i testi della Dichiarazione di Durban e del Programma d’azione, la cui attuazione è l’obiettivo principale del Processo di Durban, per avere una visione delle oscure motivazioni di questi critici di orientamento israeliano.

2021 – Israele e Apartheid

È vero che nel 2021 non ci sarebbe modo di evitare di supporre che “la difficile situazione del popolo palestinese” sia un risultato diretto dell’apartheid israeliano, che non solo è condannato dal processo di Durban, ma è fermamente stabilito come crimine contro l’umanità in entrambi la Convenzione internazionale del 1974 sulla repressione e la repressione del crimine di apartheid e l’articolo 7 dello Statuto di Roma che disciplina le operazioni della Corte penale internazionale. Non è più ragionevole respingere le accuse di apartheid israeliana come estremiste, tanto meno come manifestazioni di antisemitismo. Tuttavia, poiché Israele, con il sostegno degli Stati Uniti, controlla ancora il discorso principale in Occidente, i media fissano tali risultati in un silenzio di pietra nonostante la prolungata sofferenza del popolo palestinese, un promemoria convincente che dove la geopolitica e la moralità/legalità si scontrano, la geopolitica prevale.

Riscattare il processo di Durban

Ci sono due serie di osservazioni che rendono vergognosi e spudorati questi attacchi al lodevole sforzo delle Nazioni Unite attraverso Durban di evidenziare le molte sfaccettature del razzismo e della discriminazione razziale. Il Processo di Durban è diventato il fulcro di una campagna mondiale sui diritti umani per aumentare la consapevolezza pubblica e sollevare preoccupazioni all’interno delle Nazioni Unite per quanto riguarda le molte varietà di criminalità razzista, nonché per sottolineare la responsabilità dei governi e i potenziali contributi dell’attivismo della società civile.

E’ degno di nota che Israele e il suo comportamento nella Dichiarazione di Durban e nel Programma d’Azione non ricevono neanche lontanamente l’attenzione di altre questioni come l’abuso delle popolazioni indigene, dei Rom, dei migranti e dei rifugiati. In effetti, alla luce degli sviluppi più recenti che hanno confermato le precedenti preoccupazioni sulla vittimizzazione palestinese, il Processo di Durban, semmai, può essere accusato di aver messo in secondo piano il razzismo di Israele e di essere caduto nella trappola dell’hasbara di imporre una responsabilità simmetrica all’oppressore e alla vittima, incolpando entrambe le parti, proprio per sventare la crescente tendenza del sostegno organizzato di Israele a giocare la carta antisemita come una tattica crescente per distogliere l’attenzione pubblica dal crescente consenso sul fatto che Israele operi come uno Stato di apartheid.

Forse, nell’atmosfera del 2001, era politicamente provocatorio accusare Israele di razzismo e apartheid, sebbene, come ho cercato di dimostrare, queste accuse rivolte a Israele nel dibattito aperto a Durban non hanno mai avuto seguito nell’esito formale della Conferenza di Durban. E come è stato chiarito dai suoi sostenitori, il Processo di Durban si occupa principalmente dell’attuazione della Dichiarazione di Durban e del Programma d’azione (https://www.un.org/en/durbanreview2009/ddpa.shtml ). Nel 2021, ciò che era provocatorio vent’anni fa è stato ripetutamente confermato da valutazioni dettagliate affidabili e attendibili e indirettamente approvato dalla Legge fondamentale israeliana emanata dalla Knesset nel 2018. I punti salienti di questa dinamica si sono verificati nel corso degli ultimi cinque anni:

la pubblicazione nel marzo 2017 di uno studio accademico indipendente sponsorizzato dalla Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale (ESCWA) che ha concluso che le politiche e le pratiche israeliane costituivano una schiacciante conferma delle accuse di apartheid [“Le pratiche di Israele verso il popolo palestinese e la questione dell’apartheid”]

-il rapporto dell’ONG israeliana per i diritti umani, B’Tselem, “Un regime di supremazia ebraica da che Dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: questo è Apartheid”, 12 gennaio 2021,

-il rapporto di Human Rights Watch, “Una soglia oltrepassata: le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione”, 27 aprile 2021.

Non è più plausibile sostenere che associare il trattamento israeliano del popolo palestinese all’apartheid sia antisemita. In quanto ebreo, considero le giustificazioni israeliane per il suo comportamento nei confronti della Palestina come l’incarnazione del comportamento antisemita, che porta discredito al popolo ebraico.

Traduzione di Angelo Stefanini




La nostra arte si occupa di ingiustizie reali, alcune in Palestina: non sorprende abbia incontrato ostilità

Forensic Architecture

20 agosto 2021 – The Guardian

La nostra lotta per ripristinare un’affermazione nella mostra a Manchester in realtà riguarda cosa si può o non può dire negli spazi culturali

A Manchester mercoledì 18 manifestanti si sono ripresi una delle principali istituzioni culturali della città. Nonostante la pioggia, attivisti filo-palestinesi si sono radunati davanti al portone chiuso della galleria d’arte Whitworth, parte dell’università di Manchester. È stato grazie alla loro azione insistente e a 13.000 lettere inviate alla galleria, che è stata ripristinata una parte della nostra mostra, la dichiarazione scritta intitolata: “Forensic Architecture [Architettura forense] sta dalla parte della Palestina”. La mostra che dietro nostre insistenze era stata chiusa dopo la rimozione unilaterale dell’enunciato, è ora riaperta.

Sabato 15 agosto un post sul blog del sito web dell’organizzazione UK Lawyers for Israel [Giuristi Britannici per Israele] (UKLFI) aveva annunciato che, in seguito al loro intervento, la frase era stata rimossa dalla nostra mostra, “Cloud Studies” [Studi di Nubi]. Quando l’abbiamo appreso non ci siamo poi molto sorpresi. Lo stesso gruppo aveva già criticato una dichiarazione di solidarietà con i palestinesi pubblicata a giugno sul sito della Whitworth ed era riuscito a convincere l’università a toglierla. E questo non era per niente il primo attacco da parte di UKLFI contro di noi come organizzazione. Nel 2018, quando siamo stati nominati per il Turner Prize [prestigioso premio britannico di arte contemporanea, ndtr.], l’UKLFI aveva sollecitato la Tate [noto complesso museale britannico, ndtr.] a non consegnarci il premio adducendo il motivo ridicolo che i documenti che avevamo pubblicato sulla Palestina equivalevano a “una moderna ‘accusa del sangue’ [accusa antisemita diffusa dall’XI secolo secondo cui alcuni ebrei berrebbero sangue infantile per compiere riti di magia nera, ndtr.] che avrebbe potuto promuovere antisemitismo e attacchi contro gli ebrei”.

Forensic Architecture non è esattamente un collettivo di artisti come qualcuno ci descrive. Siamo piuttosto un gruppo universitario di ricerca che opera in tutto il mondo con comunità in prima linea nei conflitti. Noi sviluppiamo tecniche e strumenti architettonici per raccogliere prove delle violazioni dei diritti umani da usare nelle aule di tribunali nazionali e internazionali, in inchieste parlamentari, tribunali per i diritti dei cittadini, forum di comunità, istituzioni accademiche e media. Noi esponiamo i risultati delle nostre ricerche anche in gallerie e musei quando altri siti affidabili sono inaccessibili.

Perciò, seppure sorpresi dalla nomina del Turner Prize, abbiamo scelto di usare la piattaforma per rivelare le affermazioni ufficiali israeliane sull’uccisione del beduino palestinese Yaakub Abu al-Qi’an per mano di poliziotti israeliani il 18 gennaio 2017. Abbiamo collaborato con gli abitanti del villaggio palestinese Umm al-Hirane e con attivisti per redigere un’inchiesta che collettivamente smentisce l’affermazione dei poliziotti israeliani secondo cui al-Qi’an era un “terrorista” e al contrario svela l’uccisione efferata e il rozzo tentativo di occultarla. Era difficile contestare le conclusioni dell’inchiesta e persino l’allora primo ministro di estrema destra, Benjamin Netanyahu, è stato alla fine costretto a scusarsi per l’omicidio.

Il nostro lavoro rivela l’avvento di un nuovo tipo di arte politica, meno interessata a commentare che a intervenire in contesti politici. È con questo spirito che abbiamo esposto Cloud Studies alla Whitworth. Il titolo si riferisce alla comparsa della meteorologia nel diciannovesimo secolo con il lavoro combinato di scienziati e artisti, ma, invece di occuparsi del tempo, la mostra mappa le odierne nubi tossiche: dai gas lacrimogeni negli USA, in Palestina e in Cile, agli attacchi chimici in Siria, a quelli prodotti dalle industrie estrattive in Argentina, alle nuvole di CO2 create dagli incendi nelle foreste in Indonesia.

Un elemento chiave della mostra è il nostro studio sul razzismo ambientale in Louisiana, nello specifico sul “corridoio petrolchimico” intensamente industrializzato lungo il fiume Mississippi, fra Baton Rouge e New Orleans. Gli abitanti delle comunità, a maggioranza nera, che vivono nei pressi di questi impianti respirano una delle arie più tossiche del Paese e registrano i numeri più elevati di casi di tumore.

A maggio, mentre stavamo lavorando alla mostra, è cominciata la serie più recente di attacchi israeliani contro Gaza. Abbiamo seguito da vicino collaboratori, amici ed ex dipendenti a Gaza e altrove in Palestine che ci mandavano in tempo reale immagini orribili delle distruzioni che le forze armate israeliane stavano arrecando alle loro case e aziende. Mentre assistevamo al sorgere di nubi tossiche sopra gli stabilimenti chimici bombardati di Beit Lahia ci sembrava di vedere una rappresentazione dal vivo dei nostri ‘Studi di nubi’.

Gli attacchi si sono estesi anche a istituzioni artistiche: l’artista Emily Jacir, nostra cara amica palestinese, ci ha mandato video del raid dell’esercito israeliano contro Dar Jacir, uno spazio indipendente e vitale gestito da artisti a Betlemme.

La nostra dichiarazione, la cui inclusione nella mostra era stata approvata in fase di progettazione dai curatori della Whitworth, è stata scritta mentre si svolgevano questi attacchi. Abbiamo usato termini come “pulizia etnica” e “apartheid” per descrivere le politiche del governo israeliano in Palestina perché descrivono la realtà della vita palestinese, sono in linea con il linguaggio delle principali organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani e sono naturalmente state usate in Palestina per decenni. Analogamente il termine “colonialismo di insediamento” è stato usato estensivamente dagli studiosi per descrivere le politiche israeliane in Palestina. Se tali termini sono offensivi, essi sono ancora più offensivi per quelli che sperimentano quotidianamente l’impatto di tali politiche. Le università devono essere luoghi dove tali categorie possono essere presentate, sviluppate e discusse e la nostra battaglia per ripristinare la dichiarazione riguardava in realtà quello che si può dire in un contesto accademico e culturale.

Compiacere gruppi come UKLFI, un’organizzazione che ha ospitato un evento pubblico a cui era presente Regavim, l’organizzazione israeliana di coloni di estrema destra che sostiene la demolizione delle case dei palestinesi, non è solo una violazione del principio della libertà di espressione, ma mostra anche un’assenza di integrità morale. Il nostro è solo un caso, e non uno degli esempi più significativi, della campagna di diffamazione e di attacchi giuridici contro artisti e intellettuali palestinesi, molti dei quali subiscono la repressione per mano delle autorità di occupazione israeliane, e censura e restrizioni della loro libertà di espressione a livello internazionale. Secondo noi la campagna di UKLFI per screditare Forensic Architecture fa parte di questi tentativi di far tacere e intimidire. Il fatto che uno sforzo concertato sia riuscito a ribaltare la posizione dell’Università di Manchester dimostra che a tali azioni si può opporre una resistenza a livello collettivo.

Questa lotta alla Whitworth ha anche qualcosa da dire ai responsabili delle politiche culturali: mentre le gallerie si orientano sempre di più ad ospitare arte politica, allo stesso modo istituzioni e l’opinione pubblica non dovrebbero essere sorpresi quando l’arte politica è, appunto, politica.

Forensic Architecture è un’organizzazione di ricerca che indaga violazioni di diritti umani, inclusa la violenza commessa da Stati, forze di polizia, militari e corporazioni.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Siamo Ben e Jerry. Gelatai e uomini con saldi principii.*

Bennett Cohen e Jerry Greenfield

Il signor Cohen e il signor Greenfield hanno fondato la Ben & Jerry’s Homemade Holdings nel 1978

29 luglio 2021 – New York Times

*Nota redazionale: pubblichiamo questa lettera di Cohen e Greenfield pur non condividendone alcune affermazioni. Come affermato dalla commissione Onu Falk-Tilley, dall’ong israeliana B’Tselem e da un rapporto di Human RIghts Watch, che denunciano il fatto che Israele pratica un sistema di apartheid su tutto il territorio dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, non riteniamo che Israele possa essere considerato uno Stato democratico. Tuttavia ci pare molto significativa questa presa di posizione da parte di ebrei americani contro l’illegale occupazione dei territori palestinesi e il fatto che la lettera sia stata pubblicata dal New York Times, che in genera appoggia le politiche israeliane

Siamo i fondatori di Ben & Jerry’s. Siamo anche ebrei orgogliosi di esserlo. Costituisce una parte essenziale del nostro essere e di come ci siamo identificati per tutta la vita. Quando la nostra azienda ha iniziato ad espandersi a livello internazionale, Israele è stato uno dei nostri primi mercati esteri. Allora eravamo, e rimaniamo oggi, sostenitori dello Stato di Israele.

Ma è possibile sostenere Israele e opporsi ad alcune delle sue politiche, proprio come ci siamo opposti a politiche del governo degli Stati Uniti. Pertanto, sosteniamo inequivocabilmente la decisione dell’azienda di porre fine agli affari nei territori occupati, un’occupazione che la maggioranza della comunità internazionale, comprese le Nazioni Unite, ha dichiarato illegale.

Anche se non abbiamo più alcun controllo operativo sull’azienda che abbiamo fondato nel 1978, siamo orgogliosi della sua azione e crediamo che sia dalla parte giusta della storia. A nostro avviso, porre fine alle vendite di gelato nei territori occupati è una delle decisioni più importanti che l’azienda abbia preso nei suoi 43 anni di storia; è stata particolarmente coraggiosa da parte sua. Anche se sapeva che senza dubbio la risposta sarebbe stata rapida e pesante, Ben & Jerry’s ha preso l’iniziativa per rendere coerenti la sua azione e le sue attività con i suoi valori progressisti.

Il fatto che noi si sostenga la decisione dell’azienda non è una contraddizione, né è antisemita. In effetti, crediamo che questo atto possa e debba essere visto come la promozione dei concetti di giustizia e diritti umani, principi fondamentali dell’ebraismo.

Ben & Jerry’s è un’azienda che sostiene la pace. Da tempo chiede al Congresso di ridurre il budget militare degli Stati Uniti. Ben & Jerry’s si è opposta alla guerra del Golfo Persico del 1991, non solo a parole: una delle nostre primissime iniziative di missione sociale, nel 1988, è stata quella di introdurre il Peace Pop [uno stecco gelato con il simbolo della pace, ndtr.]. Faceva parte di uno sforzo per promuovere l’idea di reindirizzare l’1% dei budget della difesa nazionale in tutto il mondo per finanziare attività di promozione della pace. Vediamo la recente azione dell’azienda come parte di una traiettoria simile, non come anti-israeliana, ma come parte di una lunga storia pacifista.

Nella sua dichiarazione la società ha fatto una distinzione tra il territorio democratico di Israele e i territori occupati da Israele. La decisione di fermare le vendite al di fuori dei confini democratici di Israele non è un boicottaggio di Israele. La dichiarazione di Ben & Jerry non sostiene il movimento BDS.

La decisione, come affermato dall’azienda, di rendere le sue operazioni più coerenti con i suoi valori non è un rifiuto di Israele. È un rifiuto della politica israeliana di proseguire un’occupazione illegale che ostacola la pace e viola i diritti umani fondamentali del popolo palestinese che vive sotto occupazione. Come sostenitori ebrei dello Stato di Israele, respingiamo totalmente l’idea che sia antisemita mettere in discussione le politiche dello Stato di Israele.

Quando nel 2000 abbiamo lasciato il timone della società nell’accordo di acquisizione con Unilever [multinazionale inglese, ndtr.] abbiamo contrattato una struttura di governance unica. Quella struttura è la “magia” che sta dietro alla continua indipendenza di Ben & Jerry e al suo successo. Come parte dell’accordo, la società ha mantenuto un consiglio di amministrazione indipendente con la responsabilità di proteggere l’irrinunciabile integrità del marchio dell’azienda e di perseguire la sua missione sociale.

Crediamo che le imprese siano tra i soggetti più potenti della società. Crediamo che le aziende abbiano la responsabilità di usare il loro potere e la loro influenza per promuovere nella maggior misura possibile il bene comune. Nel corso degli anni, siamo anche arrivati ​​a credere che ci sia un aspetto spirituale negli affari, proprio come c’è nella vita degli individui. Quello che dai, ricevi. Ci auguriamo che per Ben & Jerry’s ciò rimanga centrale negli affari. Per noi questo è ciò che rappresenta questa decisione ed è per questo che siamo orgogliosi che, 43 anni dopo aver aperto una gelateria in una fatiscente stazione di servizio a Burlington, Vermont, i nostri nomi siano ancora sulle confezioni.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gli israeliani che sfidano le politiche antipalestinesi della sinistra tedesca

Mati Shemoelof

21 luglio 2021 – +972 magazine

Rifiutando l’orientamento filo-israeliano della sinistra tedesca un gruppo di ebrei israeliani di Lipsia sta sostenendo i palestinesi contro gli attacchi al loro attivismo.

Quando nel 2019 Michael Sappir si è trasferito a Lipsia, in Germania, aveva intenzione di partecipare alle attività della sinistra locale. Ma in quanto ebreo israeliano che ha passato anni in patria a militare contro l’occupazione israeliana è rimasto sorpreso di scoprire che spesso essere di sinistra in Germania significa essere schierato con lo Stato di Israele e partecipare ad attacchi violenti contro i sostenitori della causa palestinese.

Egli afferma che questi attacchi in città vengono per lo più da attivisti legati o ispirati da “Antideutsch” [Antitedesco], un movimento che fa tradizionalmente parte della sinistra radicale tedesca, ma che sta incondizionatamente dalla parte di Israele. Per Sappir la contraddizione tra i presunti valori della sinistra tedesca e sua posizione errata sui diritti dei palestinesi doveva essere affrontata.

Per questo Sappir, uno scrittore che sta conseguendo una laurea in filosofia e collabora con +972 Magazine, ha contribuito a fondare una nuova rete di ebrei israeliani di sinistra in Germania chiamata “Dissenso ebreo israeliano a Lipsia – JID”, che offre uno spazio agli attivisti ebrei per dimostrare solidarietà ai palestinesi nel criticare l’indiscusso appoggio della Germania a Israele.

Ho parlato con Sappir per la prima volta prima delle violenze scoppiate in Israele-Palestina a maggio e di nuovo un mese dopo riguardo alla creazione di JID, alla dannosa influenza di “Antideustch” a Lipsia, al fatto che la Germania mette a tacere l’attivismo filo-palestinese e al fatto di organizzarsi insieme ai palestinesi a Lipsia.

Chi ha dato vita alla rete di attivisti Jewish Israeli Dissent a Lipsia?

Ho formato il gruppo con pochi altri ebrei israeliani, la maggior parte dei quali erano politicamente attivi in Israele. Ho iniziato la scorsa estate dopo un incidente con il progetto locale di un collettivo femminista, in cui un piano dell’edificio (dove hanno la loro sede) è previsto per donne BIPOC [cioè black, indigenous e people of color, nere, indigene e di colore, ndtr.] e migranti e l’altro piano è per chiunque, per lo più tedeschi bianchi.

In pratica una rifugiata siriana è stata accusata di antisemitismo per aver criticato Israele. È stato un grande dramma, che ha incluso un comportamento minaccioso nei suoi confronti. È finita che molte donne migranti se ne sono andate.

La parte filo-israeliana l’ha avuta vinta ed ha fatto andare via le persone che volevano parlare di questo. Nella casa si è deciso di non parlare di Israele e di antisemitismo. Alcuni di noi ne hanno sentito parlare e sono rimasti orripilati.

Quindi nel luglio 2020 abbiamo deciso di organizzare un pomeriggio chiamato “Chiedeteci qualsiasi cosa”. È stata organizzata in particolare perché dei tedeschi ascoltassero il punto di vista della sinistra israeliana. Poi abbiamo deciso che avevamo bisogno di qualcosa per continuare, compreso un sito web e un nome con cui potessimo pubblicare reazioni alle cose che succedevano in città.

Quante persone ci sono nella vostra rete? Chiunque vi può partecipare?

Al momento siamo in sei. La rete è aperta a chiunque sia cresciuto in Israele e condivida i nostri principi. In termini israeliani ciò significa una prospettiva di sinistra che condivida le critiche alla storia di Israele. Se nuovi membri si vogliono unire a noi non possono dire che tutto andava bene fino al 1967 (l’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle Alture del Golan). Siamo molto critici riguardo a quello che è avvenuto prima.

Scegliere in nome “JID” sembra un richiamo alla parola “Yid”, un soprannome storicamente offensivo degli ebrei nell’Europa dell’est e in Russia.

Abbiamo discusso parecchio di questo. Sì, si tratta di un richiamo intenzionale, ma abbiamo capito che in effetti si sono trovate alcune interpretazioni diverse del termine. C’è la parola dell’Europa orientale “yid” – che in alcuni Paesi è un modo neutrale per dire “ebreo” e in altri è un insulto antisemita – a cui non avevamo pensato. In Paesi anglofoni in cui sono arrivate persone che parlavano in yiddish, esse chiamavano se stesse “yid”, ma quello è anche diventato (in seguito) un termine spregiativo per ebrei. Nella stessa Germania chi parlava yiddish si riferiva a se stesso come “yid”, però chi parla tedesco oggi non ha mai sentito questo termine prima. Abbiamo deciso che ci stava bene richiamarlo.

Quali sono i principali obiettivi dell’organizzazione?

Stiamo cercando di aprire uno spazio per voci come le nostre e per gente come noi, e soprattutto per i palestinesi, perché vediamo che ce n’è veramente poco per parlare di questi problemi da un punto di vista critico. È anche una questione per rafforzare noi stessi e altri, perché la sinistra a Lipsia aderisce al movimento Antideutsch. Ciò può essere molto escludente. Quando sono arrivato qui volevo proprio impegnarmi (nella sinistra), ma non è stato possibile perché c’erano troppe bandiere israeliane.

Cos’è Antideutsch?

Antideutsch è un movimento che viene dalla sinistra radicale tedesca che si concentra sull’appoggio incondizionato a Israele. A Lipsia sono dei fanatici. Alcuni non sono neppure più nella sinistra. La maggior parte di loro è vista come parte di “Antifa” [gruppo della sinistra radicale di origine statunitense, ndtr.]. E proprio come Antifa si oppone ai nazisti, Antideutsch-Antifa cerca di utilizzare le stesse tattiche contro chiunque veda come contestatore di Israele.

I gruppi antifascisti controllati da Antideutsch si oppongono alla solidarietà con i palestinesi nello stesso modo in cui si opporrebbero ai neo-nazisti: documentano tutto quello che fanno, a volte li minacciano individualmente, cercando di bloccare manifestazioni, mobilitando persone di sinistra per contro-manifestazioni. Passano un sacco di tempo in rete ad accusare gli attivisti solidali [con i palestinesi ndtr.] e a “spiegare” (spesso con argomenti dell’hasbara [la propaganda israeliana, ndtr.]) perché questo o quel gruppo o persona sia un pericoloso antisemita.

Fanno parte di un qualche partito?

Ci sono tendenze Antideutsch in tutta la sinistra, non si limitano a un partito o movimento. Di fatto oggi pochissime persone si considerano Antideutsch: alcuni si definiscono “ideologiekritisch” (critici dell’ideologia) e ce ne sono ancor di più che sono influenzati dalle loro idee ma che non fanno esplicitamente parte del movimento.

Come li contrastano i non sionisti e i palestinesi di Lipsia?

A Lipsia i palestinesi e le persone che solidarizzano con loro hanno difficoltà persino a protestare in pubblico. Gruppi Antideutsch sono riusciti a costringerli al silenzio. Ma ora c’è la sensazione che stiano perdendo forza e le manifestazioni durante la recente escalation in Israele/Palestina [si riferisce agli scontri del maggio 2021 a Gerusalemme, a Gaza e nelle città arabo-israeliane, ndtr.] lo hanno messo in evidenza: le manifestazioni filo-palestinesi sono state grandi il doppio e molto più vigorose delle contromanifestazioni filo-israeliane. In JID stiamo cercando di partecipare a questo cambiamento esponendo pubblicamente la nostra prospettiva critica di israeliani, e chiarendo che questa gente “filoisraeliana” non parla per noi e che non accettiamo quello che dicono riguardo alla nostra patria.

Come sono cambiate le cose dall’escalation a Gaza?

Abbiamo iniziato molto presto ad attivarci a maggio. In primo luogo abbiamo fatto una dichiarazione (in tedesco e in inglese) di solidarietà riguardo alla situazione. Ci siamo subito resi conto che è stata fatta circolare in giro nei circoli di attivisti e sulle reti sociali di Lipsia. Le persone l’hanno discussa, non solo in modo positivo, abbiamo avuto un sacco di reazioni negative da parte di attivisti Antideutsch. Ma quello che è importante è stato che se ne sia parlato.

Qual è stato il vostro ruolo come associazione di attivisti nelle manifestazioni che hanno appoggiato Sheikh Jarrah a maggio?

Abbiamo saputo di due manifestazioni previste a Lipsia. Una di pochi palestinesi organizzata in solidarietà con Sheikh Jarrah; alcuni di noi stavano parlando di andarci. Poi abbiamo visto che c’era una contromanifestazione organizzata con il nome “Contro l’antisemitismo: solidarietà con Israele”.

In JID abbiamo deciso che dovevamo rispondere. Tutti noi del gruppo in precedenza abbiamo partecipato alla lotta a Sheikh Jarrah, ed è stata anche molto importante per i membri delle nostre famiglie (che vivono a Gerusalemme) protestare insieme in solidarietà con il quartiere. Questa lotta è stata una questione molto personale per noi e ci siamo sentiti veramente insultati all’idea che questa lotta venisse definita “antisemita”, per cui abbiamo emesso un comunicato con un titolo provocatorio: “Il corteo in solidarietà con Israele non ha niente a che vedere con la solidarietà”.

Come hanno influenzato queste proteste la vostra dichiarazione e il vostro coinvolgimento?

Il giorno dopo ci sono state due manifestazioni nella Augustusplatz, nel centro di Lipsia. Abbiamo avuto una reazione molto positiva da parte di tedeschi di sinistra e altri di sinistra che vivono da molto tempo in Germania. Ci hanno detto che la nostra dichiarazione ha cambiato il modo di pensare di persone che (in origine) volevano andare alla manifestazione filo-israeliana, ma dopo averlo letto hanno deciso di starsene a casa.

C’era molto più vigore e il doppio di persone alla manifestazione filo-palestinese. È stata un’esperienza molto positiva. Mi sono sentito come se fossi tornato a casa in un posto che mi è molto familiare. C’è stato un contatto tra alcuni di noi e gli organizzatori. In seguito essi dal palco hanno annunciato che alla manifestazione era presente un gruppo di ebrei israeliani e che loro erano molto contenti di accoglierci e che fossimo con loro. Hanno detto molto chiaramente che il loro messaggio non è contro gli ebrei, ma contro le azioni di Israele.

All’inizio JID ha evitato di lavorare con altre organizzazioni. Cosa vi ha fatto cambiare la vostra decisione e iniziare a lavorare con gruppi palestinesi a Lipsia?

Prima di maggio ci siamo detti che non avremmo collaborato con altri gruppi. Ma appena abbiamo visto che era iniziata la (violenza) in Israele/Palestina, ci è risultato evidente che avremmo dovuto collaborare con associazioni palestinesi. Siamo qui per (essere) solidali con loro. Vogliamo lottare insieme ai palestinesi. Ci è sembrato molto naturale e giusto.

Credi che la solidarietà degli ebrei israeliani a Lipsia possa fermare la caccia alle streghe contro i militanti del BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) in Germania?

Per noi è facile concentrarci su piccole cose come Antideutsch perché spesso condividiamo gli stessi spazi con loro. Ma tutto ciò rappresenta qualcosa di più grande. Essi sono molto in sintonia con la politica del governo tedesco e riflettono la risoluzione del Bundestag [il parlamento tedesco, ndtr.] sul BDS di due anni fa (nel 2019 il parlamento tedesco ha approvato una risoluzione simbolica e non vincolante che definisce antisemita il movimento BDS).

Pensiamo che parte del problema sia che tutta la discussione su Israele/Palestina stia avvenendo in un vuoto, senza le prospettive di israeliani e palestinesi. C’è qualcosa di molto cinico e perverso nel pensiero dominante nella società tedesca riguardo a Israele/Palestina. I tedeschi dicono: “Le persone responsabili dell’antisemitismo sono straniere.” Vogliono vedere se stessi come illuminati e non antisemiti. Ma ciò è paradossale perché quando concentrano tutti i loro sforzi su Israele, stanno anche dicendo che il posto per il popolo ebraico non è qui. Una cosa è essere d’accordo con Israele, un’altra è dire che Israele è l’unica risposta all’antisemitismo, il che significa che non possiamo liberarci dell’antisemitismo in Germania e l’unica soluzione è che gli ebrei se ne vadano da qui.

Perché i tedeschi hanno paura di sentire voci critiche?

Ho l’impressione che i tedeschi amino vedersi come osservatori obiettivi. Stanno mettendo a posto il mondo, anche se solo in teoria. Appena entrano in contatto con persone che vivono la situazione lì, queste teorie crollano. Le nostre voci minacciano il tipo di ordine che hanno creato nella loro mente, le loro posizioni politiche e la loro possibilità, individuale e collettiva, di dire: “Abbiamo imparato dall’Olocausto, siamo una Nazione migliore, siamo i migliori amici degli ebrei.”

Credono di essere assolutamente consapevoli dei diritti umani, ma appena sentono parlare delle cose disumane che Israele sta facendo, ciò minaccia la loro identità, la loro concezione di se stessi e la loro possibilità di presentare la Germania come la forza trainante sulla scena progressista. La Germania esporta un grande numero di armamenti ed è coinvolta in ogni forma di oppressione e interferenza (straniera) nei Paesi poveri.

In Germania il campo progressista, ponendo sopra ogni cosa la questione israelo-palestinese, come spesso fa, pregiudica la possibilità di politiche realmente progressiste nel Paese. Continuiamo a sentire di come questo problema venga utilizzato per dividere la sinistra, persino qualche giorno prima dell’annuale corteo del Primo Maggio a Berlino. Tutta la manifestazione è stata dipinta come antisemita perché sono stati coinvolti i palestinesi.

I tedeschi sono restii a partecipare a un boicottaggio di Israele per via della memoria storica tedesca. Come vi rapportate a questo?

Capisco perché i tedeschi abbiano difficoltà con l’idea di boicottare uno Stato che si definisce lo “Stato ebraico”. Ma spero proprio che comprendano che ciò non riguarda loro. Mi auguro che vedano il BDS come una questione palestinese e appoggino la causa palestinese semplicemente perché i palestinesi meritano appoggio, e che le cose che vengono fatte a loro potrebbero essere fatte a qualunque altro popolo.

Mati Shemoelof è scrittore, poeta, attivista, autore e redattore che ora vive a Berlino, in Germania.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Secondo un sondaggio, un terzo dei giovani ebrei statunitensi vede Israele come genocida

Ali Abunimah

15 luglio 2021 –Electronic Intifada

Sono in crescita i tentativi da parte di Israele e della sua lobby di assimilare la contestazione dei crimini israeliani contro il popolo palestinese al pregiudizio anti-ebraico.

Eppure un recente sondaggio indica che questa campagna è fallita persino tra la stragrande maggioranza degli elettori ebrei americani.

Il sondaggio commissionato dal Jewish Electorate Institute [Istituto per l’elettorato ebraico, ndtr.], un’organizzazione guidata da sostenitori del Partito Democratico, riporta diversi dati interessanti.

Un quarto degli elettori ebrei americani concorda sul fatto che Israele sia uno Stato di apartheid, un numero che sale fino al 38% tra coloro che hanno meno di 40 anni.

Nel complesso il 22% degli elettori ebrei concorda sul fatto che Israele stia commettendo un genocidio nei confronti dei palestinesi, cifra che sale fino ad un sorprendente 33% nella categoria dei più giovani.

Inoltre secondo il 34% degli elettori ebrei intervistati la condotta di Israele nei confronti dei palestinesi è simile al razzismo negli Stati Uniti. Cifra che va oltre i due su cinque tra chi ha meno di 40 anni.

E’probabile che tali risultati provochino sgomento tra i leader dei gruppi di pressione che sono da tempo preoccupati per l’erosione del sostegno a Israele tra gli ebrei americani, in particolare tra i più giovani.

Ciò che inoltre colpisce è che anche gli ebrei che non sono d’accordo sul fatto che Israele commetta apartheid e genocidio spesso non considerano tali dichiarazioni come antisemite.

Ad esempio, il 62% degli intervistati non è d’accordo sul fatto che Israele stia commettendo un genocidio, ma di questi solo la metà considera tale affermazione come “antisemita”.

Aperti alla soluzione a uno Stato

Gli ebrei americani sono anche più aperti di quanto generalmente si creda riguardo alla questione di una soluzione politica per palestinesi e israeliani.

Mentre il 61% degli intervistati sostiene ancora la soluzione ormai moribonda dei due Stati, una minoranza considerevole – il 20 % – è favorevole a una soluzione democratica di uno Stato con uguali diritti per tutti coloro che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

Solo il 19% è a favore dell’annessione formale da parte di Israele della Cisgiordania occupata senza la concessione di uguali diritti ai palestinesi – in effetti quella che è, se non di nome, di fatto, la situazione attuale.

E riguardo la questione degli aiuti statunitensi a Israele, il 71% complessivamente li considera “importanti”.

Ma il 58% concorda sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero impedire l’utilizzo da parte di Israele di tali aiuti per la costruzione di insediamenti coloniali nella Cisgiordania occupata. Contemporaneamente, il 62% è favorevole al fatto che gli Stati Uniti ristabiliscano gli aiuti ai palestinesi tagliati dall’amministrazione Trump.

Questa indagine non ha chiesto agli intervistati opinioni sul movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni guidato dai palestinesi, ma lo ha fatto un sondaggio tra ebrei americani del Pew Research Center [agenzia statunitense di ricerca su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici sugli Stati Uniti ed il mondo in generale, ndtr.] pubblicato a maggio.

Quest‘ultimo rivela che il 34% degli ebrei americani “si oppone fortemente” al movimento BDS. In linea con i risultati di altre indagini, si sono mostrati maggiormente ostili al BDS le persone più anziane, i repubblicani e i religiosi.

Affermazioni false sull’antisemitismo

Ogni volta che l’attenzione mondiale è focalizzata sulle atrocità di Israele, i gruppi di pressione israeliani spesso cercano di deviare l’attenzione verso una presunta ondata di antisemitismo.

Neppure lo scorso maggio, quando Israele ha massacrato decine di bambini a Gaza, è stata un’eccezione.

I principali lobbisti israeliani e i mass-media hanno parlato di un’ondata di presunti attacchi antiebraici negli Stati Uniti.

Eppure una meticolosa indagine del giornalista Max Blumenthal ha rivelato che queste affermazioni erano infondate.

Quello che stanno facendo negli Stati Uniti è fondamentalmente cercare di trovare una via di fuga dalle scene che anche la CNN stava mostrando, come le torri sede degli organi di informazione a Gaza venivano distrutte senza motivo … o di intere famiglie sterminate, per sostituire l’immagine delle vittime palestinesi con quella di … ebrei americani”, ha detto Blumenthal a The Electronic Intifada Podcast il mese scorso.

Questo non vuol dire che non ci sia fanatismo antiebraico e che non debba costituire un problema. In effetti, il 90% degli intervistati – una cifra che varia a malapena in base all’età o all’osservanza religiosa – è preoccupato per l’antisemitismo negli Stati Uniti.

Ma tra uomini e donne e in tutte le fasce d’età il 61% degli elettori ebrei intervistati è più preoccupato per l’antisemitismo della destra politica. Nel complesso, solo il 22% ha dichiarato di essere preoccupato per “l’antisemitismo di sinistra”.

Ciò indica che in generale gli ebrei americani non sono vittime della propaganda secondo cui la sinistra è piena di animosità antiebraica, anche se i gruppi di pressione hanno ignorato o minimizzato il fanatismo e persino la violenza letale della destra contro gli ebrei per concentrarsi invece nell’attaccare e colpevolizzare il movimento di solidarietà con i Palestinesi.

Dato che le persone di sinistra tendono ad appoggiare maggiormente i diritti dei palestinesi e ad essere più critiche nei confronti di Israele i gruppi di pressione si sono concentrati nel diffamare con falsi i partiti e i leader della sinistra, ad esempio la deputata democratica Ilhan Omar e l’ex leader del partito laburista britannico Jeremy Corbyn – come antisemiti.

È una strategia fondata sulla malafede che mira a punire e spaventare le persone fino a portarle a tacere sulla Palestina e ad utilizzare tutta l’energia che potrebbe essere investita nel sostegno ai diritti dei palestinesi in un dibattito difensivo su cosa sia o non sia antisemita.

Mira anche a dividere i movimenti di sinistra e a cooptare nell’azione di sostegno a Israele figure influenti che si atteggiano ancora come “progressisti”.

Tuttavia il sondaggio del Jewish Electorate Institute suggerisce che la maggior parte degli ebrei americani capisce che la più grande minaccia alla loro sicurezza non viene dai sostenitori dei diritti dei palestinesi, ma dalla destra politica bianca anti-palestinese, anti-musulmana, suprematista e razzista.

Difficile da far accettare

Può sembrare sorprendente che un numero significativo di ebrei americani ora accetti che Israele sia uno Stato genocida e di apartheid.

Ma ciò riflette tendenze più ampie nella società americana, specialmente tra i giovani, di crescente sostegno per i diritti dei palestinesi e di scetticismo nei confronti di Israele.

A parte gli ebrei ortodossi, gli ebrei americani costituiscono un collegio elettorale particolarmente aperto e progressista: nel complesso il 68% afferma che se si tenesse un’elezione oggi voterebbe per il Partito Democratico.

L’82% degli elettori ebrei intervistati si descrive come moderato, di ampie vedute o progressista. Solo il 16% si identifica come conservatore.

È davvero difficile far accettare Israele – uno Stato segregazionista e di apartheid – a un gruppo che in enorme maggioranza professa di sostenere la giustizia razziale e i valori progressisti negli Stati Uniti.

Un indicatore di questa realtà è la clamorosa svolta su Israele annunciata l’anno scorso da Peter Beinart. Influente commentatore sionista progressista, Beinart ha difeso a lungo la soluzione dei due Stati e si è opposto al BDS.

Beinart ha riconosciuto che il suo approccio era arrivato a un vicolo cieco e ha abbracciato la soluzione di un unico Stato basato sull’uguaglianza dei diritti, provocando costernazione e rabbia tra i leader della lobby pro Israele.

La questione è stata affrontata anche da Marisa Kabas in un articolo su Rolling Stone scritto a maggio nel corso dell’attacco israeliano a Gaza.

Kabas scrive come lei e molti dei suoi giovani coetanei ebrei americani siano “alle prese con la versione di Israele presentata in viaggi organizzati da enti come Birthright [ONLUS israeliana che sponsorizza viaggi gratuiti in Israele, Gerusalemme e le alture del Golan per giovani adulti di origine ebraica di età compresa tra 18 e 32, ndtr.] rispetto a ciò che hanno visto accadere nella realtà“.

Sostiene che fanno fatica a “conciliare l’amore per la loro gente e la loro storia con l’impegno per la giustizia razziale e sociale, e che le azioni di Israele in Palestina sembrano andare contro il ‘tikkun olam’ – il principio ebraico di migliorare il mondo attraverso l’azione”.

Questione con bassa priorità

E contrariamente all’impressione che si potrebbe avere seguendo le principali lobby israeliane o ascoltando i politici compiacenti, il sondaggio indica che per la maggior parte degli ebrei americani Israele ha una priorità molto scarsa.

È vero che il 62% degli intervistati afferma di essere “legato affettivamente” a Israele, mentre il 38% afferma di non esserlo. Tuttavia quest’attaccamento si indebolisce un po’ tra i più giovani o i meno religiosi.

Ma quanto sarebbero diversi questi numeri se un sondaggista interrogasse un campione che rappresentasse tutti gli americani sul loro “legame affettivocon Israele?

Per decenni, dopotutto, i leader politici statunitensi hanno dichiarato agli americani di avere un legame speciale e indissolubile con Israele, diverso che con qualsiasi altro Paese.

Influenti personalità americane di religione cristiana come il pastore John Hagee, il fondatore di Christians United for Israel [organizzazione cristiana americana che sostiene Israele, ndtr.], addirittura dicono ai loro fedeli che sostenere Israele è un dovere religioso.

In ogni caso, il legame affettivo – qualunque cosa significhi – non si traduce apparentemente in priorità politiche.

Solo il 4% degli elettori ebrei indica Israele come una delle due questioni principali su cui vorrebbe che il governo degli Stati Uniti si concentrasse, mentre il 3% elenca l’Iran, un’altra ossessione delle lobby pro Israele.

Invece, con un ampio margine di vantaggio, le principali preoccupazioni sono il cambiamento climatico, i diritti di voto e le questioni economiche. Solo tra gli ebrei ortodossi una minoranza significativa – il 18% – vede Israele come una priorità.

Per la maggior parte degli elettori ebrei, secondo il Jewish Electorate Institute, Israele è una “questione con bassa priorità“.

Non è mai successo che gli ebrei americani sostenessero in modo omogeneo Israele o la sua ideologia sionista di Stato colonialista, sebbene sia gli antisemiti che i sionisti siano stati felici di permettere che questa idea prosperasse per i propri fini.

Questo sondaggio, che si aggiunge ad altre testimonianze, aiuta a sfatare questo mito.

Ali Abunimah

Co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [ La battaglia per la giustizia in Palestina, ndtr.] ora pubblicato da Haymarket Books.

Ha scritto anche One Country : A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Un Paese: una proposta coraggiosa per porre fine all’impasse israelo-palestinese, ndtr.]. Le opinioni sono solo mie.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Incontro truccato sul ring mediatico

Jean Stern

18 maggio 2021 – Orient XXI

Inchiesta. Gli attuali avvenimenti lo dimostrano ancora una volta: tra le intimidazioni da parte di un gruppetto di filo-israeliani sovreccitati e la riluttanza delle redazioni, ci vuole una volontà d’acciaio per occuparsi dell’informazione sull’attualità in Israele/Palestina. La violenza subita da Charles Enderlin dopo l’“affaire” Mohamed Al-Dura ha riguardato questo.

Dopo che le provocazioni dell’estrema destra israeliana a Gerusalemme est hanno rilanciato gli scontri tra l’esercito e Hamas, si constata ancora una volta l’importanza di sguardi indipendenti sul posto, cioè spesso di corrispondenti di agenzie di stampa e di media della stampa scritta. Le loro corrispondenze e i loro documenti dimostrano le menzogne del governo di Benjamin Netanyahu, ampiamente ritrasmesse tali e quali – in particolare in Francia da una parte dei media audiovisivi – dai sostenitori di Israele che formano una vasta lobby politica e mediatica che stiamo descrivendo da parecchie settimane [si riferisce a una serie di articoli su Orient XXI sulla lobby filo-israeliana in Francia, ndtr.]. L’incontro sembra impari, tanto è massiccio il rullo compressore della propaganda. Peraltro non è persa.

Tre giornalisti che hanno informato su Israele/Palestina, di tre redazioni in tre periodi diversi, raccontano, chiedendo l’assoluto rispetto dell’anonimato, le telefonate improvvise, le minacce a malapena velate, il doppio gioco dei loro capiredattori. Il primo, chiamiamolo Étienne, è stato corrispondente a Gerusalemme per un quotidiano nazionale, il secondo, Marc, di un media audiovisivo e il terzo, Philippe, inviato speciale fisso di un settimanale.

Come la maggior parte degli inviati speciali e dei corrispondenti da Israele, essi lodano la fluidità del lavoro in quel Paese: lì la stampa è diversificata, le fonti numerose e disponibili, gli argomenti vari. Solo le informazioni relative alla “sicurezza nazionale” sono sottoposte a una commissione di censura militare e a volte ne viene vietata la pubblicazione, principalmente per evitare l’identificazione di soldati nei media audiovisivi.

Ma ciò riguarda essenzialmente una stampa israeliana spesso tenace e che tale rimane, nonostante le grandi manovre di Benjamin Netanyahu e dei suoi amici miliardari dei mezzi d’informazione per normalizzarla. La manipolazione dell’esercito israeliano con l’intenzione di lasciar credere, giovedì 13 maggio, a un attacco terrestre contro Gaza è da questo punto di vista una novità, condannata con forza dalla stampa internazionale.

Al loro ritorno da Israele numerosi inviati di Le Monde, di Libération o di altre redazioni hanno pubblicato opere spesso tanto appassionate quanto critiche sulla società israeliana. Il problema è dunque meno in Israele, “dove si lavora bene, le persone sono abituate ai giornalisti, si può andare ovunque, tutto è aperto,” dice ad esempio René Backmann, a lungo al Nouvel Observateur [giornale francese di centro-sinistra, ndtr.] e oggi a Médiapart [rivista in rete francese di politica, ndtr.]. “È in Francia che ci rompono le scatole.” Per essere più precisi: si rompono le scatole ai giornalisti e si ignorano gli intellettuali critici con la politica israeliana.

Citiamo diffusamente questi tre giornalisti. Étienne, ex- corrispondente di un quotidiano:

Prima sorpresa quando mi sono sistemato a Gerusalemme: uno dei capiredattori del giornale mi viene a trovare e mi presenta a uno dei vecchi “amici” del Mossad. Quest’ultimo mi mette in contatto con un agente più giovane del contro-spionaggio israeliano che si fa chiamare Paul e che è uno degli ufficiali responsabili della stampa estera. Paul mi passa regolarmente dei documenti plastificati che io non utilizzo, sia perché non posso verificarli con una seconda fonte, sia perché le informazioni che contengono sono insignificanti. Ma varie volte trovo queste “rivelazioni” nel giornale, con la firma del suddetto caporedattore, che viene in Israele senza avvertirmi. Va persino ad intervistare il primo ministro senza di me, contrariamente alla consuetudine che vuole che l’inviato sia sempre presente per un’intervista nel Paese di sua competenza. Vengo avvertito da una telefonata del caporedattore: “Vuole vedere solo me,” e poi mi passa… l’ufficiale del Mossad che si occupa dei giornalisti stranieri, che mi dice: “Mi spiace, è vero, ecc.” E a ragione: i suoi editoriali riflettevano la posizione israeliana dell’epoca.

Qualche mese dopo ricevo un incarico inconsueto dal servizio “Società”: un articolo sugli ebrei francesi che emigrano in Israele a causa dell’incremento dell’antisemitismo in Francia. Una rapida inchiesta mi dimostra che le cose sono molto diverse. All’epoca il numero di immigrati provenienti dalla Francia non era aumentato, e tutti quelli che incontavo mi dicevano che non avevano fatto la loro aliyah [emigrazione verso Israele, ndtr.] per paura, ma per sionismo, e che d’altronde “il Paese in cui gli ebrei sono veramente in pericolo è qui.” Un contatto con l’Agenzia Ebraica mi fornisce delle statistiche recenti che mostrano il profilo molto militante degli immigrati: più del 90% ha frequentato in Francia scuole o organizzazioni ebraiche. Una grande maggioranza conferma di essere arrivata per ragioni ideologiche. Ciò non piace alla giornalista del servizio “società” incaricata di occuparsi del mio articolo, di cui non sapevo che era simpatizzante della destra israeliana. Il giorno dopo trovo nel giornale il mio pezzo censurato, senza le cifre scomode. La stessa giornalista pubblica inoltre un articolo condiscendente sulla “comunità ebraica francese in collera con la stampa.”

Siccome andavo regolarmente in Cisgiordania e a Gaza e davo la parola ai palestinesi, il CRIF (Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche Francesi) ha protestato presso la mia direzione. Ma l’unico riscontro che ne ho avuto è stato direttamente dal presidente del CRIF. Alla fine di una conferenza alla quale partecipava a Gerusalemme, mi ha preso in disparte: “Il suo direttore l’ha chiamata?” Gli ho chiesto a quale titolo le comunicazioni interne del giornale lo potessero interessare e prima di piantarlo in asso gli ho risposto: “Il mio direttore non mi chiama mai, si fida totalmente di me”. Ho avuto una spiegazione della vicenda qualche tempo dopo, quando sono passato da Parigi. Ho incontrato il direttore della redazione che mi ha spiegato: “Sono stato invitato dal CRIF a fare un viaggio in Israele, ci sono andato per stare in pace, ma non ho voluto parlartene per non disturbarti né influenzarti, e ovviamente non ho scritto niente [in merito].” Quando questo direttore è stato sostituito in seguito a un cambiamento della proprietà, ero già tornato a Parigi. Il suo successore si è vantato ovunque di aver nuovamente fatto del quotidiano “un giornale filo-israeliano.”

Marc, corrispondente di un media audiovisivo:

Da molto tempo Israele cerca di normalizzare la sua immagine internazionale, ma in fin dei conti il problema non è tanto Netanyahu, quanto i suoi referenti in Francia. Quando si scrive un reportage dalla Cisgiordania si scatenano sulle reti sociali e sui loro siti, ci accusano di antisemitismo, di notizie false, sono assolutamente deliranti. Il problema per noi dell’audiovisivo è che, a differenza della stampa scritta, che non ha un controllo esterno, siamo seguiti dal Consiglio Superiore dell’Audiovisivo (CSA). I suoi membri non ne sanno niente, non sanno neppure come si lavora, ma ritengono che si debba “controllare che ci sia un trattamento equilibrato del conflitto” e possono inviarci degli “ammonimenti”. È una spada di Damocle.

Così nel luglio 2020 Radio-France è stata segnalata dal CSA riguardo a un servizio di France Inter [una delle maggiori radio pubbliche francesi, ndtr.] sulla distruzione di una clinica mobile anti-Covid da parte dell’esercito israeliano nei territori occupati. Il Coordinamento delle Attività Governative nei Territori (COGAT), il settore dell’esercito incaricato del governo nei territori, aveva smentito l’inchiesta documentata di France Inter, ma spesso racconta delle assurdità, un esercito d’occupazione non si preoccupa certo della trasparenza. Il CSA era stato scelto da Meyer Habib [deputato di centro-destra dei francesi all’estero e amico di Netanyahu, ndtr.], che ritiene che France Inter sia un covo di “stupidi” islamo-gauchistes [termine spregiativo che indica militanti di sinistra contrari all’islamofobia, ndtr.]. Ovviamente ciò crea un clima che però non bisogna drammatizzare. Ma faccio attenzione, devo pensarci due volte prima di proporre un argomento, non ho voglia di farmi tormentare in continuazione, e la mia caporedattrice non intende farsi censurare dal CSA.

Philippe, inviato speciale di un settimanale:

Sono andato spesso in Israele e in Palestina, anche se non erano al centro del mio lavoro. Ci sono andato per la prima volta più di venti anni fa con un viaggio di conoscenza organizzato dall’ l’American Jewish Committee [Comitato Ebreo Americano] (AJC) di Parigi. Nel mio giornale non ero il primo né l’ultimo a fare questo tipo di viaggio, era totalmente organizzato, tutto pagato. D’altronde l’AJC invitava ogni sorta di colleghi, non solo inviati dei servizi all’estero, ma anche editorialisti, capi redattori, “rubricisti” qualunque. Nel mio gruppo c’era un giornalista specializzato nei trasporti e una collega che si occupava di consumi e della vita quotidiana in una redazione televisiva. Era ben organizzato, veloce, abbiamo fatto un giro in elicottero nel Negev, incontrato qualche deputato e ministro, e persino, all’epoca, un rappresentante del campo pacifista. Che io mi ricordi nessuno ne ha scritto niente, e d’altronde niente ci veniva richiesto. Ma evidentemente essere invitato non fa necessariamente venir voglia di sputare nel piatto in cui mangi.

In primo luogo non ho mai avuto alcuna difficoltà a far pubblicare i miei articoli, anche se uno dei capi redattori pubblicava editoriali sempre più filo-israeliani, piuttosto in contraddizione con quello che scrivevo io…Su uno dei miei articoli ho avuto parecchi messaggi ostili, e so che li ha ricevuti anche il capo redattore, e senza dubbio delle telefonate di “amici” influenti del giornale. Allora, poco alla volta, senza che nessuno mi dicesse niente, è stato sempre più difficile andarci. “Sei sicuro?”, “Ciò non interessa più molto ai lettori”, “Non è un po’ caro?” Beh, ciò non valeva per gli editoriali. Sul giornale l’opinione filo-israeliana era diventata incontrollata, senza essere controbilanciata da servizi più sfumati.

Guillaume Gendron è stato corrispondente di Libération in Israele/Palestina tra il 2017 e il 2020 e in questi ultimi giorni ha scritto numerosi articoli sul suo giornale, sulla falsariga di questa osservazione iniziale pubblicata dal quotidiano il 16 dicembre 2020, che descriveva l’ascesa dell’estrema destra nella società israeliana:

Oggi Israele e Palestina sono più che mai interconnessi, delle realtà non parellele, bensì sovrapposte, dei destini legati uno all’altro. Mentre i coloni si radicano, dando alla Cisgiordania l’aspetto di un Texas kosher [cioè un Far West rispondente ai dettami delle norme religiose ebraiche, ndtr.], una Trumpland bis dove dei cowboy con la kippà di lana [zuccotto ebraico tipico dei coloni religiosi, ndtr.] perpetuano il mito della frontiera con pick-up e M16 [fucile d’assolto USA, ndtr.] contro degli indiani d’Arabia, il muratore di Jenin si guadagna da vivere nei cantieri di Tel-Aviv, dall’altra parte del muro, superato con o senza permesso. Nel frattempo la gioventù palestinese, la generazione Khalas (basta) senza prospettive, non sogna che il mare.

Accolto qualche settimana dopo da Dominique Vidal all’“Istituto di ricerca e di studio Mediterraneo Medio Oriente” (Iremmo) per raccontare un’esperienza professionale durata tre anni, Gendron ha lamentato, come tutti i giornalisti francesi che si occupano dell’attualità a Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah, le angherie di qualche zelota votato alla difesa di Israele… in Francia. “C’è un modo molto organizzato di gestire la calunnia, ci sono persone che lo fanno tutto il giorno sulle reti sociali,” vivisezionare i reportage degli inviati per la cosiddetta disinformazione. “All’inizio controbattevo,” ha proseguito Guillaume Gendron, “ma, di fronte a persone di una tale malafede pronte a deformare le tue affermazioni, ci sono momenti in cui non bisogna mettersi a discutere perché di fatto non si tratta di una discussione.”

Tra interruzioni audio e ricordi sfuggenti, il trattamento mediatico del rapporto Francia-Israele ha un bell’essere un “non-argomento”, come mi è stato ripetuto parecchie volte in vari modi in questi ultimi mesi; ciò non impedisce che qualche vedetta ben sistemata si incarichi di fare i conti con i giornalisti che non fanno altro che il proprio dovere, cioè informare: il giornalista Clément Weill-Raynal e il suo sito InfoEquitable, l’avvocato Gilles William Goldnagel, che setacciano le numerose piattaforme della destra audiovisuale, e l’immancabile deputato Meyer Habib, molto spesso impegnato a perseguitare i giornalisti e che a sua volta è una presenza fissa di I24News [canale televisivo satellitare israeliano, ndtr.]. Sono quasi sistematicamente ritrasmessi dal CRIF e da diverse personalità, come Alain Finkielkraut [filosofo e opinionista, ndtr.], Jacques Tarnero [ricercatore e saggista, ndtr.], Shmuel Trigano [sociologo e filosofo, ndtr.] e da numerosi internauti e siti franco-israeliani con un pubblico riservato, come JJS News, così come ovviamente sulle reti sociali.

Per loro, contro ogni ragionevolezza e semplice senso dell’osservazione, la demonizzazione di Israele sui giornali francesi è terrificante. Esigono un’informazione “equilibrata”, come se questo termine avesse un senso. “Hanno un’idea falsa dell’informazione ‘equilibrata’, che per loro deve essere sistematicamente favorevole a Israele,” spiega un collega inviato a Gerusalemme. Vari giornalisti ricordano la celebre formula attribuita a Jean-Luc Godard che definisce l’obiettività alla televisione: “Cinque minuti per gli ebrei, cinque minuti per Hitler”. Uno di loro mi assicura che Meyer Habib, per criticare il modo in cui informa sulla Palestina, lo ha pesantemente trasformato in “cinque minuti per gli ebrei, cinque minuti per Israele.” Eppure quelli che Piotr Smolar, ex-corrispondente di Le Monde da Gerusalemme, definisce “formiche astiose” “finiscono per provocare l’omertà. L’ho sentito molte volte dire da colleghi, hanno sempre più difficoltà a lavorare, gli si dice: ‘Pensi che la Palestina ne valga la pena? È finita, fottuta’”, commenta René Backmann.

L’“affaire” Mohamed Al-Dura ha vissuto questo. Dopo il suo reportage sulla morte di questo ragazzino palestinese di 12 anni ucciso da cecchini israeliani a Gaza nel 2000, Charles Enderlin, inviato di France 2, ha subito una lunga guerriglia pubblica e giudiziaria. Il giornalista racconta nel dettaglio le accuse di mentire in Un enfant est mort [Un bambino è morto] (Don Quichotte, 2010) e nelle sue recenti memorie professionali, De notre correspondant à Jérusalem [Dal nostro corrispondente a Gerusalemme] (Seuil, 2021). Ci sono voluti 13 anni di processi prima che Enderlin sia stato totalmente assolto dalla giustizia francese e il suo principale accusatore, Philippe Karsenty, smentito e condannato alle spese processuali.

Ma la ferita fu profonda e le dicerie persistenti. Essere trattato da manipolatore, da menzognero, da bugiardo, ascoltare “A morte Enderlin” durante gli incontri pubblici per questo giornalista è stato terribile. E, anche se il suo datore di lavoro lo ha sostenuto durante tutto il processo, così come la sua redazione che quasi all’unanimità ha firmato un appello promosso dall’SNJ [Sindacato Nazionale dei Giornalisti francesi, ndtr.], “tuttavia Charles è stato rapidamente messo da parte e non ha avuto la vita facile,” racconta Dominique Pradalié, segretaria generale dell’NSJ e una delle sue colleghe a France 2. “Non gli accettavano più reportage e Pujadas, allora presentatore del notiziario delle 20, l’aveva messo sulla lista nera,” aggiunge.

Un’altra petizione per sostenere Enderlin, lanciata da René Backmann, aveva raccolto centinaia di firme, tra cui molti giornalisti del Canard enchainé [noto settimanale satirico francese, ndtr.] , del Nouvel Observateur [giornale di centro-sinistra, ndtr.], dell’AFP [principale agenzia di stampa francese, ndtr.] e di media audiovisivi. Ma nessun editore, tranne Didier Pillet de La Provence [giornale del sud della Francia, ndtr.] e di Claude Perdriel (e del suo braccio destro di allora all’ Observateur, Denis Olivennes), aveva firmato quel testo. I “caporioni” dei giornali, per riprendere le parole di Dominique Pradalié, non manifestarono la minima solidarietà riguardo a Charles Enderlin, benché all’epoca fosse in gioco il dovere di informare, sulla Palestina e non solo. Al contrario Denis Jeambar, direttore de L’Express [settimanale di centro-sinistra, ndtr.], fu uno dei suoi principali accusatori e giornali come Le Figaro [giornale di centro–destra, ndtr.] hanno ripreso varie volte le argomentazioni di Karsenty e dei suoi compari, come Élisabeth Lévy del Causeur [settimanale di destra, ndtr.] o Luc Rosenzweig [giornalista di Libération e di Le Monde, ndtr.], poi deceduto. Senza parlare dei siti più di nicchia, la cui mole di disinformazione è quasi impossibile tracciare e che continuano ad accusare Enderlin. Segno dei tempi? Nel maggio 2021 France 2 ci ha messo più di 15 giorni a mandare lì [in Israele/Palestina] un inviato speciale…

Inoltre altri processi avviati da filo-israeliani, in particolare contro Edgar Morin [prestigioso sociologo francese, ndtr.], Danielle Sallenave [scrittrice e giornalista francese, ndtr.] e Samïr Naïr (assolti dalla Corte di Cassazione in nome della libertà di espressione per un editoriale su Le Monde nel 2002) o Daniel Mermet (anche lui assolto), allora su France Inter, certo non hanno portato a niente, ma hanno finito per convincere i capiredattori che fosse meglio tenersi alla larga. Tutti hanno vinto in tribunale contro i filo-israeliani, e tuttavia, amara ironia, essi [i filo-israeliani, ndtr.] sono usciti vincitori dalle disgustose polemiche che hanno iniziato. Purtroppo non è stato molto rumore per niente.

Quindi ormai silenzio nei ranghi. Lo si è già scritto qui: si è imposta l’omertà, molte informazioni semplicemente non vengono più date. Per esempio, dove si è letto in Francia alla fine di aprile del 2021, che uffici della “sicurezza” israeliana avevano utilizzato indebitamente l’identità di giornalisti per mettere in piedi operazioni segrete a favore di “clienti” di Abu Dhabi? L’informazione del sito americano The Daily Beast è stata ampiamente ripresa negli Stati Uniti, nel Regno Unito … e in Israele. Non in Francia, dove i media audiovisivi sembrano ancor più timorosi su Israele della stampa scritta, perché i loro capi sono più timorosi o troppo filo-israeliani. Di fatto la maggior parte delle voci critiche sono raramente presenti sulle piattaforme. Rony Brauman, franco-israeliano come Charles Enderlin, testimonia insieme a molti altri che “non mi si invita più sui media, sono persona non grata, salvo che su France 24. Una volta mi hanno invitato dopo un dossier di Complement d’enquete [settimanale informativo della televisione pubblica France 2, ndtr.] sugli ebrei e Israele. Hanno annullato l’invito il giorno prima e sono stato sostituito da Bernard Henri Lévy [noto filosofo filo-israeliano, ndtr.]. Pare che la società di produzione avesse ritenuto che io fossi un ‘tizio polemico’”…

È concesso criticare Israele in Francia, non si va in prigione per questo. Ma se si critica Israele si hanno alle costole gli amici di Israele, e sono numerosi i sostenitori di Israele,” spiega un ambasciatore francese in pensione. “Non drammatizzo, ognuno è libero di pensare quello che vuole, ma nel nostro Paese ci sono delle protezioni legali contro l’antisemitismo, dunque si potrebbe pensare che la discussione possa essere aperta, cosa che in realtà non è più così.” “L’offensiva politica per far passare l’antisionismo come nuovo antisemitismo ha permesso di guadagnare punti nell’opinione pubblica,” precisa la docente universitaria, anche lei franco-israeliana, Frédérique Schillo. “È un po’ tendenzioso, il colpo è riuscito ed è un doppio vantaggio per Israele: poter dire che oggi l’antisemitismo si maschera in vari modi e alzare il livello del divieto sulla critica politica.”

Il timore di essere accusati di antisemitismo paralizza numerosi colleghi, e l’adozione di vari enti locali – dall’inizio del 2021 le città di Parigi, Mulhouse, il consiglio generale delle Alpi Marittime – della definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, organismo intergovernativo cui aderiscono 36 Paesi, ndtr.] (IHRA), che equipara la critica contro Israele all’antisemitismo, non facilita le cose, neppure nelle redazioni. Lo spettro politico schierato con la difesa cieca di Israele, da Manuel Valls [político socialista francese, ndtr.] a Gérard Darmanin [ministro del partito di Macron, ndtr.], da Anne Hidalgo [sindaca socialista di Parigi, ndtr.] a Emmanuel Macron [presidente della repubblica, ndtr.], non è ininfluente nella sfera dei media.

Quanto alla difesa della Palestina e del diritto dei palestinesi, “non è un argomento molto popolare,” aggiunge Bruno Joncour, deputato del Mouvement démocrate [Movimento Democratico, partito di centro, ndtr.] (Modem) di Saint-Brieuc [dipartimento bretone ndtr.]. “Quindi molti non vogliono immischiarsi troppo, non è molto coraggioso né molto glorioso.” “In Francia c’è ancora un profondo attaccamento alla causa palestinese, c’è un movimento di solidarietà spinto dalle associazioni, ma non c’è alcuna copertura mediatica, nessuno ne parla. La cappa è pesante. Una vera cappa di piombo,” afferma Jacques Fath, ex-responsabile internazionale del Partito Comunista Francese (PCF). I danni del terrorismo islamico hanno giocato un ruolo molto importante in questo silenzio. Sostenere i palestinesi ormai equivale, insistono continuamente i filo-israeliani, a sostenere Hamas e dunque il terrorismo. Questo argomento furoviante ha dato e continua a dare risultati.

I media non vi si impegnano più. Dopo il fallimento del processo di Oslo, l’argomento è diventato secondario e le minacce di intimidazioni da parte dei filo-israeliani più accaniti attraverso il CRIF portano i capiredattori a tenere un profilo basso e a imporlo alle loro redazioni. Autocensura? Viltà? Pigrizia? Accettazione? “Un po’ di tutto questo,” sospira Alain Gresh, direttore di Orient XXI, che segue la regione [mediorientale] da decenni e che, come Brauman, a volte ha avuto l’invito annullato da mezzi di comunicazione audiovisivi, fino a non essere più invitato del tutto.

Per proseguire con la metafora zoologica delle “formiche astiose”, si potrebbe parlare dei loro compari: le lucertole pigre e le talpe miopi. Sono soprattutto i numerosi capi e vice-capi di una professione molto gerarchizzata che fanno sapere che l’opinione pubblica non si interessa più all’argomento, il che è un modo per evitare di affrontarlo, aprendo nel contempo i loro giornali e le loro antenne ai numerosi filo-israeliani. Si può dar ragione a Frédéric Encel, noto filo-israeliano. Durante una conferenza a Strasburgo nel 2013 resa pubblica da Pascal Boniface [studioso di geopolitica e politico francese critico con Israele, ndtr.] si è vantato parlando dei media e di Israele:

Globalmente la situazione è… (stavo per dire sotto controllo) piuttosto favorevole. Si trovano ovunque, veramente ovunque, media favorevoli a Israele, equilibrati, onesti: è vero sulla carta stampata, è vero alla radio, è vero alla televisione.” Per Rony Bauman, “Encel parlava in modo obiettivo di una lobby che obiettivamente esiste. È ammesso, rivendicato.” D’altronde Frédéric Encel in quel periodo era ben conscio della sua gloria mediatica grazie alla direzione ad interim della cronaca geopolitica d’estate su France Inter, che lui doveva a Philippe Val, un altro filo-israeliano, all’epoca direttore della stazione.

Quegli stessi che pretendono dai giornalisti un’impossibile ‘oggettività’ riguardo ad Israele sono in genere i più intolleranti,” ha scritto Piotr Smolar, l’ex corrispondente di Le Monde, che non contava più gli insulti e le calunnie dopo alcuni dei suoi articoli. È una situazione molto francese, perché i media israeliani come quelli americani e britannici sono molto più liberi come tono e come scelta degli argomenti.

Anche se meno numerosi – TF1 ha chiuso il suo ufficio a Gerusalemme, il corrispondente permanente di Libération per il momento è stato sostituito da freelance di qualità – numerosi colleghi, soprattutto liberi professionisti, sono presenti a Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah e propongono una copertura esaustiva e diversificata della situazione sul posto. Devono destreggiarsi tra le viltà dei capi parigini e le invettive digitali dei lobbysti schierati con la destra israeliana, per non parlare della loro precarietà economica. I loro sguardi sono ancora più preziosi, anche se i mezzi di comunicazione che li ospitano sono sempre meno. Il loro silenzio sarebbe la più amara delle sconfitte. Non è ancora così.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Non possiamo utilizzare l’essere stati vittime per giustificare il fatto di trasformare gli altri in vittime: un’intervista con Alice Rothchild su come affrontare il razzismo israeliano in Palestina

Nihan Duran

5 luglio 2021 – Politics Today

L’idea secondo cui in quanto vittima posso fare qualunque cosa per sopravvivere, anche se ciò significa rendere vittime gli altri, è eticamente e politicamente problematico. Finché la comunità ebraica non supererà questo particolare modo di affrontare i traumi dell’Olocausto, non supereremo mai questa psicopatologia culturale.

Mentre in tutto il mondo continuano gli echi della reazione globale alle recenti violazioni dei diritti umani a Sheikh Jarrah [quartiere arabo di Gerusalemme in cui famiglie palestinese sono a rischio di espulsione, ndtr.] e a Gaza [operazione militare israeliana “Guardiano delle mura” nel maggio 2021, ndtr.], la giornalista di Politics Today Nihan Duran ha intervistato la prestigiosa scrittrice, medico e attivista per i diritti umani Alice Rothchild su come comprendere il passaggio da oppresso a oppressore e le sfide per definire, discutere e raccontare il colonialismo di insediamento in Palestina e i modi per procedere alla promozione di una vera pace e della solidarietà.

Q. In quanto scrittrice ebrea americana, attivista per i diritti umani e medico lei svolge numerose attività in cui riflette sulla realtà concreta in Israele e Palestina. Possiamo sapere con le sue parole chi è lei e come è iniziato il suo impegno sulla situazione israelo-palestinese?

I miei nonni erano ebrei ortodossi immigrati negli USA. Sono cresciuta in una famiglia ebraica molto tradizionale, ma piuttosto laica. Sono andata in una scuola ebraica, ho celebrato il mio bat mitzvah [festa rituale ebraica, che per le femmine si festeggia a 12 anni e 1 giorno, ndtr.] e a 14 anni sono andata in Israele. Ho ancora il diario di allora, quindi so come mi sono sentita riguardo al viaggio in quel luogo magico.

Sono anche figlia degli anni Sessanta, per cui ero al college durante la guerra del Vietnam, quando ho iniziato a sentir parlare di colonialismo, razzismo e islamofobia. Quindi diventai una persona molto più consapevole dal punto di vista politico ed iniziai a vedere il mondo in un modo più politico e meno tribale, ebraico.

Fu allora che iniziai anche a inquadrare le cose che avvenivano in Israele e Palestina in termini di colonialismo e imperialismo. Nel corso degli anni ci sono state varie organizzazioni di base che i miei amici ed io abbiamo formato e a cui abbiamo partecipato. Ora sono impegnata in Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, principale gruppo ebraico USA antisionista, ndtr.] come mia associazione di riferimento, e sono molto contenta di farne parte.

Ho interpretato il mio ruolo come chi incoraggia le voci che sono sono presenti, ma che spesso non vengono ascoltate, per cui ho sentito la narrazione palestinese e cercato di approfondire la loro esperienza di perdita e occupazione. Poi ho usato la mia posizione privilegiata in quanto donna ebrea bianca per rendere più visibili tutte le storie che la gente mi ha raccontato. Sì, capisco e ho chiari in mente l’antisemitismo, l’oppressione degli ebrei in Europa e l’Olocausto. Ma penso anche che in ultima analisi i principi su cui è stato fondato Israele siano indifendibili.

Q. Quindi come ebrea americana, non solo ben consapevole del trauma dell’Olocausto, ma anche come scrittrice e medico che ha direttamente fatto esperienza della situazione materiale in Palestina, come valuta il passaggio da perseguitato a persecutore, o da oppresso a oppressore in questa vicenda?

Beh, non si tratta di una trasformazione inusuale se ci si guarda attorno nel mondo, ma è un esempio di quella trasformazione. La preoccupazione specifica è che persone che hanno vissuto qualcosa di orribile o hanno subito terribili perdite sono vittime. Ma una volta che le persone adottano l’essere vittime come una costituente fondamentale della propria identità, questo senso di vittimizzazione consente loro di fare qualunque cosa necessaria per sopravvivere. E ciò è quanto è avvenuto nella comunità ebraica.

L’idea che, in quanto vittima, io possa fare qualunque cosa per sopravvivere, anche se questo significa rendere vittima un altro popolo, è moralmente e politicamente problematico. Non possiamo utilizzare il fatto di essere stati vittime per giustificare simili comportamenti. Vedere l’Olocausto e dire “mai più a me” ma non dire “mai più a nessuno” è ingiustificabile. Inoltre questo atteggiamento non ci rende più sicuri.

Quindi, finché la comunità ebraica non supererà questo particolare modo di fare i conti con i traumi dell’Olocausto, non usciremo mai da questa psicopatologia. Dobbiamo riconoscere che non siamo più vittime.

Q. A questo punto le devo chiedere riguardo al fatto che nei discorsi dei politici in Israele oggi c’è quella che si potrebbe persino definire una terminologia “genocidaria”, che sembra anche in sintonia con una parte rilevante della popolazione israeliana. Cosa ne pensa? Da dove viene il problema?

La questione di quello che Ilan Pappé [noto storico isrealiano, ndtr.] ha chiamato il lento genocidio di Gaza non è nulla di nuovo. Se guardiamo dal punto di vista storico vediamo che il principale problema è che quando gli ebrei giunsero in Palestina non dissero “abbiamo bisogno di un posto sicuro, condividiamolo”, ma dissero “questa terra è mia; dio mi ha dato questa terra e me la prenderò comprandola, occupandola, in ogni modo possibile.”

Per come le cose si sono sviluppate, la politica regionale portò allo sviluppo dello Stato di Israele e all’opinione che gli ebrei avessero diritti su quella terra, in modo che potessero cacciare o spogliare un altro popolo. Sfortunatamente questo divenne il principio sottinteso dello Stato di Israele.

Q. Quindi lei intende dire che il colonialismo di insediamento è il principio implicito dello Stato di Israele e lo guida fino ad oggi.

Sì, se guardi al progetto di colonizzazione in Cisgiordania, esso è solo la continuazione della Nakba [la Catastrofe, cioè l’espulsione dei palestinesi, ndtr.] nel 1948. E questo è ciò che è il colonialismo di insediamento. È quello che abbiamo fatto negli Stati Uniti, in Australia, in Nuova Zelanda, in Sudafrica, ed è straziante per gli ebrei scoprirlo, perché si supponeva che Israele sarebbe stato diverso. Si pensava che sarebbe stato la “luce tra le Nazioni”.

Lo Stato incarna i principi colonialisti su cui è stato costruito, e purtroppo c’è una percentuale molto ridotta della popolazione ebraica che si oppone a questa idea. In Israele persino la maggior parte della gente di sinistra non è antisionista, credono ancora che ci dovesse essere uno Stato in cui gli ebrei si trovassero in una situazione privilegiata rispetto ai palestinesi. Non puoi essere una democrazia e privilegiare un gruppo su un altro.

Q. Lei ha anche posto l’accento sulla mancata messa in discussione delle politiche israeliane da parte della maggioranza della comunità ebraica negli USA. Alla luce della reazione globale a quanto è successo recentemente a Sheikh Jarrah e a Gaza, può parlare di un cambiamento nei confronti delle politiche di Israele in Palestina?

Penso che dobbiamo essere realistici in termini di rapporti di potere. Sia a livello federale che locale c’è parecchio di quello che definirei pensiero reazionario. La potente parte maggioritaria della comunità ebraica (e di quella cristiana evangelica) è ancora ferma allo stesso punto. Molte norme e leggi a livello locale e federale affermano che criticare Israele è antisemita e fino ad ora se dici qualcosa di sinistra o solidale con i palestinesi subisci gravi conseguenze.

Ma ci sono anche molte e influenti organizzazioni progressiste che vi si oppongono, come Jewish Voice for Peace. Nel Congresso USA ora ci sono anche parlamentari progressisti, palestinesi o musulmani. Che ci siano alcune voci nel Congresso è un fatto rivoluzionario, perché 20 anni fa avremmo potuto solo sognare una cosa del genere. Il movimento Black Lives Matter [contro la violenza della polizia nei confronti della violenza della polizia contro le minoranze, ndtr.] ha adottato una posizione solidale con i palestinesi. C’è un dibattito molto più aperto sulle reti sociali. Anche a livello locale vediamo dei cambiamenti. Per esempio, recentemente in California il sindacato dei docenti ha votato l’appoggio al boicottaggio di Israele, e anche questo è rivoluzionario.

Piccole vittorie come questa sono veramente importanti, perché nessuno cede il potere volontariamente, né lo farà la macchina politica israeliana. Dal loro punto di vista hanno avuto un grande successo, come piccolo Paese prospero con un enorme bilancio militare, e l’appoggio degli Stati Uniti. Perché rinunciarvi? Quindi dobbiamo comprendere che la politica estera USA è parte di quanto aiuta Israele a fare quello che fa e comprendere che anche noi siamo responsabili. Ci sono modi per far pressione sul Congresso e dobbiamo conquistarlo.

Q. Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, e principalmente alle reti sociali, l’oppressione delle minoranze è diventata sempre più visibile, ma, d’altra parte, ci sono troppi doppi standard, come quelli applicati per esempio durante la recente aggressione israeliana contro Gaza ad alcuni palestinesi sia da parte delle reti sociali che dei mezzi di comunicazione più importanti. Qual è la sua opinione a questo proposito?

Penso che il doppio standard sia in parte relativo al fatto che c’è un’industria multimilionaria che si dedica a seguire le reti sociali e ad attaccare le persone con opinioni di sinistra. Il messaggio è molto chiaro e la punizione per aver trasgredito è molto pesante; ci sono state carriere professionali distrutte, docenti che hanno perso la loro posizione accademica, insegnanti che hanno perso il lavoro. C’è un costo, e l’avversario cerca di renderlo il più pesante possibile.

Sì, il controllo dei messaggi è ferreo ed è ben finanziato, ma la buona notizia è che la gente che prima era invisibile ora può esprimersi, e quindi questa guerra nei media viene combattuta. Ma, come ho detto in precedenza, benché noi vediamo l’inizio delle crepe nel muro, le redini del potere non sono ancora state abbandonate. Quindi dobbiamo ascoltare quello che il popolo palestinese sta dicendo, dobbiamo onorarlo, dobbiamo evidenziarlo ed essere solidali. Penso che questo sia un ruolo molto importante per noi, che ho cercato di intraprendere attraverso l’Health Advisory Council of Jewish Voice for Peace [Consiglio Consultivo sulla Salute di Jewish Voice for Peace, rete di militanti di JVP che si occupano di salute fisica e mentale, ndtr.].

Q. Ora che tutto il mondo sta guardando quello che avviene nella regione, lei crede che la narrazione più comune abbia perso la sua legittimità?

Penso che sicuramente sia stata messa in discussione e che lei abbia ragione: ha perso parte della sua legittimazione. Ma, di nuovo, non penso che dobbiamo sottostimare il potere delle persone che stanno difendendo questa legittimazione. Sono molto ben finanziate a livello internazionale. Ma penso che sia stata danneggiata. Però dobbiamo ancora lavorare duramente perché niente è ancora finito.

Dobbiamo appoggiare i movimenti per il boicottaggio. Dobbiamo partecipare alle manifestazioni politiche. Dobbiamo esigere informazioni sui giornali, nelle radio e sulle reti sociali. Dobbiamo continuare a documentare la situazione e porre domande serie, in modo che la gente possa conoscere le conseguenze dell’aggressione a Gaza per 11 giorni, della chiusura totale del programma di vaccinazione e del danneggiamento dell’unica clinica che fa i test [per il COVID, ndtr.]. Dobbiamo chiedere in che modo privare i gazawi dei vaccini COVID 19 renda Israele più sicuro.

Q. Ci sono notevoli tentativi all’interno della comunità ebraica: c’è chi interpreta la vicenda stessa dell’Olocausto per comprendere la difficile situazione dei palestinesi oggi e chiede la pace e l’uguaglianza. Come pensa che queste voci, come forte alternativa politica, saranno ascoltatate in modo più attento in modo da renderne l’impatto più sentito.

Penso che finalmente ci siamo resi conto che dobbiamo lavorare in solidarietà con le persone oppresse e che non dobbiamo essere gli oppressori. Abbiamo anche bisogno di essere consapevoli del nostro stesso razzismo. Questo è razzismo. Dobbiamo dirlo e poi dobbiamo affrontarlo. Una volta che inizi a pensare in questo modo, poi ci sono nuove possibilità. Penso che organizzazioni come Jewish Voice for Peace siano estremamente importanti in questo senso, ma abbiamo ancora molto lavoro da fare. Dobbiamo anche lavorare in modo intesezionale con i nostri fratelli e sorelle e amici musulmani e cristiani per creare un cambiamento politico in modo positivo.

Penso anche che i tempi stiano cambiando. C’è una crescente consapevolezza riguardo al colonialismo di insediamento e la gente ha iniziato ad applicarlo a Israele. Penso anche che le opinioni del popolo ebraico riguardo a Israele e al colonialismo d’insediamento  varino a seconda delle generazioni. Tra i più giovani troviamo sempre più persone che mettono in discussione l’intero progetto e dicono “aspetta in momento, se il razzismo è cattivo negli USA, allora come possiamo appoggiare il razzismo in Israele?” Sta avvenendo una grande frattura generazionale. Quindi penso che ci siano speranze, ma che abbiamo ancora molto lavoro da fare.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




‘Questo non è un conflitto: questo è apartheid’: più di 16.000 artisti firmano una lettera di solidarietà con la Palestina

Michael Arria

14 giugno 2021 – Mondoweiss

Più di 16.000 artisti, centinaia dei quali palestinesi, sei vincitori dell’Academy Award e otto scrittori vincitori del Premio Pulitzer, hanno firmato una lettera in cui si denuncia il sistema di apartheid israeliano e si sollecitano i Paesi a “interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali.”

Più di 16.000 artisti hanno firmato una lettera che condanna il recente attacco israeliano contro Gaza e denuncia il sistema di apartheid del Paese. La lettera inoltre invita altri Paesi a “interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali” con Israele.

Con il titolo “Una lettera contro l’apartheid”, il testo è stato scritto da sei artisti palestinesi che hanno chiesto di restare anonimi. Inizialmente è stata firmata da centinaia di artisti palestinesi, compresi i registi Annemarie Jacir, Elia Suleiman, e Farah Nabulsi; gli artisti figurativi Emily Jacir e Larissa Sansour; l’attrice Hiam Abbas; le musiciste Kamilya Jubran e Sama’ Abdulhadi; gli scrittori Elias Sanbar, Mohammed El-Kurd, Naomi Shihab Nye, Raja Shehadeh, Randa Jarrar, Suad Amiry e Susan Abulhawa.

In seguito artisti di tutto il mondo hanno firmato in sostegno al documento. Tra i sostenitori vi sono sei registi e attori vincitori dell’ Oscar: Alejandro Iñárritu, Asif Kapadia, Holly Hunter, Mike Leigh, Jeremy Irons, Julie Christie, Thandiwe Newton, Viggo Mortensen, Brian Cox, Michael Moore, Alia Shawkat, e Susan Sarandon; otto scrittori, poeti e drammaturghi vincitori del Premio Pulitzer: Benjamin Moser, Hisham Matar, Richard Ford, Viet Thanh Nguyen, Tyehimba Jess, Annie Baker, Lynn Nottage e Tony Kushner; molti altri, compresi Brian Eno, Angela Davis, Roger Waters, Cypress Hill, Ta-Nehisi Coates e Robert Wyatt.

Gli autori [della lettera] hanno anche detto a Mondoweiss che la decisione di restare anonimi era nata dal desiderio di parlare con una voce collettiva e che la lettera non venisse associata a specifiche persone o organizzazioni.

Uno degli organizzatori, in un comunicato stampa in cui si annunciava la dichiarazione, ha detto: “Una dimostrazione senza precedenti di unità, ispirata dai protagonisti più significativi di ciò che abbiamo visto svilupparsi in Palestina. I palestinesi di Gaza, Gerusalemme, Ramallah e di tutto il mondo hanno dimostrato che 70 anni di politiche israeliane non hanno spezzato la loro percezione di se stessi come palestinesi. Questa lettera riflette tutto questo.”

Nella lettera si legge: “Dipingere questo come una guerra tra due parti eguali è falso e mistificante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Questo non è un conflitto: questo è apartheid.”

Dopo la più recente escalation di violenza da parte degli israeliani c’era la seguente domanda”, ha detto a Mondoweiss uno degli autori. “Tutti abbiamo avuto questa discussione riguardo a cosa potremmo fare e come potremmo usare le nostre reti. Come possiamo usare il nostro ruolo per organizzarci attorno a questo?”

Un altro obbiettivo era portare ad un pubblico più vasto questa terminologia che i palestinesi hanno elaborato per decenni”, hanno spiegato. “Abbiamo scritto questa lettera con un sincero senso di urgenza ed essa ha acquistato vita propria. Cerchiamo di equilibrare questa urgenza con una risposta a lungo termine che non sia legata solo agli eventi specifici che sono accaduti nelle ultime settimane. La lettera è stata innescata da essi, ma questi fatti sono solo una continuazione di tutto ciò che è accaduto per decenni, la lettera è un appello a lungo termine.”

Gli autori hanno detto che la quantità di persone che hanno voluto firmarla segnala il fatto che l’opinione pubblica sulla Palestina sta cambiando.

Ovviamente la gente ha ancora paura e c’è ancora la censura”, ha detto uno degli autori, “ma la confusione tra antisemitismo e sostegno alla liberazione della Palestina è qualcosa che volevamo contestare e smascherare direttamente nella lettera. E vedrete che c’è un folto numero di firmatari ebrei e anche di firmatari israeliani antisionisti. Penso che ci sia stato un cambiamento negli ultimi cinque anni nel grado di timore nell’esprimersi.”

Si può leggere la lettera integrale qui di seguito:

I palestinesi vengono attaccati ed uccisi impunemente dai soldati e da civili armati israeliani che sono dilagati per le strade di Gerusalemme, Lod, Haifa, Giaffa ed altre città al grido di “Morte agli arabi”. Nelle due ultime settimane si sono verificati anche diversi linciaggi di palestinesi disarmati e indifesi. Le famiglie del quartiere di Sheikh Jarrah continuano a subire la pulizia etnica e l’espulsione dalle loro case. Questi atti di assassinio, intimidazione e violento spossessamento sono protetti, se non attivamente incoraggiati, dal governo e dalla polizia israeliani.

In maggio il governo israeliano ha commesso un altro massacro a Gaza, bombardando indiscriminatamente e incessantemente i palestinesi nelle loro case, uffici, ospedali e nelle strade. Il bombardamento di Gaza fa parte di un intenzionale e ricorrente schema in cui intere famiglie vengono uccise e le infrastrutture locali distrutte. Questo contribuisce ad esacerbare condizioni che già sono invivibili in uno dei luoghi più densamente popolati al mondo, che, nonostante il temporaneo cessate il fuoco, rimane sotto assedio militare. Gaza non è un Paese separato: noi siamo un unico popolo, separato con la forza dalla struttura dello Stato israeliano.

Dipingere ciò come una guerra tra due parti uguali è falso e fuorviante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Questo non è un conflitto: questo è apartheid.

Di fronte al crescente pericolo mortale delle due ultime settimane, i palestinesi si stanno unendo nuovamente. In Palestina e in tutto il mondo molte persone stanno scendendo in piazza, si organizzano sui social media, difendono le proprie case, si proteggono a vicenda e chiedono la fine della pulizia etnica, dell’apartheid, della discriminazione e dello spossessamento. Alle nostre comunità è stato sistematicamente negato il diritto al ritorno e sono state frammentate con la forza e cancellate fin dalla Nakba, la nascita del governo coloniale israeliano nel 1948, e questa recente riunificazione ci ha dato un po’ di indispensabile fiducia in mezzo alla rabbia e ai lutti delle ultime due settimane. Nonostante tutto ciò che sta accadendo, nonostante anni di disumanizzazione, stiamo incominciando ad avere qualche speranza.

Finalmente il mondo ha incominciato a chiamare il sistema israeliano col suo nome. All’inizio di quest’anno l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha seguito l’esempio offerto da decenni di lavoro di intellettuali palestinesi e di difesa legale per dimostrare che non c’è discontinuità tra lo Stato israeliano e la sua occupazione militare: entrambi costituiscono un unico sistema di apartheid. A sua volta, Human Rights Watch ha pubblicato un minuzioso rapporto che accusa Israele di “crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione.”

Noi sottoscritti artisti e scrittori palestinesi ed i nostri compagni d’arte qui elencati vi chiediamo di unirvi a noi. Per favore non lasciate passare questo momento. Se le voci palestinesi saranno nuovamente messe a tacere, ci potrebbero volere generazioni per avere un’altra opportunità di libertà e giustizia. Vi chiediamo di unirvi a noi adesso, in questa critica congiuntura, e dimostrare il vostro sostegno alla liberazione palestinese.

Chiediamo la cessazione immediata e incondizionata della violenza israeliana contro i palestinesi. Chiediamo la fine del sostegno fornito dalle potenze globali ad Israele e al suo esercito, in particolare dagli Stati Uniti, che attualmente forniscono a Israele ogni anno 3,8 miliardi di dollari in modo incondizionato. Chiediamo a tutte le persone di coscienza di mettere in campo le proprie risorse per aiutare ad eliminare il regime di apartheid dei nostri tempi. Chiediamo ai governi che permettono questo crimine contro l’umanità di applicare sanzioni, di far leva sul senso di responsabilità internazionale e di interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali. Invitiamo gli attivisti, specialmente i nostri colleghi artisti, a esercitare quanto meglio possono la loro influenza all’interno delle loro istituzioni e ambienti per sostenere la lotta palestinese per la decolonizzazione. L’apartheid israeliano è sostenuto dalla complicità internazionale, è nostra responsabilità collettiva rimediare a questo danno.

Abbiamo visto che i governi in Europa e altrove hanno recentemente adottato politiche di palese censura e promosso una cultura di autocensura nei confronti della solidarietà con i palestinesi. Confondere la critica legittima allo Stato di Israele e alle sue politiche verso i palestinesi con l’antisemitismo è una cosa cinica. Il razzismo, compreso l’antisemitismo ed ogni altra forma di odio sono esecrabili e non sono ben accetti nella lotta palestinese. È ora di affrontare queste tattiche per farci tacere e superarle. Milioni di persone in tutto il mondo vedono nei palestinesi un microcosmo della loro stessa oppressione e delle loro stesse speranze, ed alleati come ‘Black Lives Matter’ e ‘Jewish Voice for Peace’, insieme tra gli altri agli attivisti per i diritti degli indigeni, alle femministe e queer, stanno sempre più alzando la voce in loro sostegno.

Vi chiediamo di avere coraggio. Vi chiediamo di farvi avanti, di alzare la voce e prendere una chiara posizione pubblica contro questa incessante ingiustizia in Palestina.

L’apartheid deve essere abolito. Nessuno è libero finché non saremo tutti liberi.

Michael Arria è il corrispondente dagli USA di Mondoweiss. I suoi lavori sono comparsi su ‘In These Times’, ‘The Appeal’ e ‘Truthout. È autore di Medium Blue: The politics of MSNBC [Media blu: la politica di MSNBC, canale di notizie via cavo USA legato al partito Democratico, ndtr.].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)