Non possiamo utilizzare l’essere stati vittime per giustificare il fatto di trasformare gli altri in vittime: un’intervista con Alice Rothchild su come affrontare il razzismo israeliano in Palestina

Nihan Duran

5 luglio 2021 – Politics Today

L’idea secondo cui in quanto vittima posso fare qualunque cosa per sopravvivere, anche se ciò significa rendere vittime gli altri, è eticamente e politicamente problematico. Finché la comunità ebraica non supererà questo particolare modo di affrontare i traumi dell’Olocausto, non supereremo mai questa psicopatologia culturale.

Mentre in tutto il mondo continuano gli echi della reazione globale alle recenti violazioni dei diritti umani a Sheikh Jarrah [quartiere arabo di Gerusalemme in cui famiglie palestinese sono a rischio di espulsione, ndtr.] e a Gaza [operazione militare israeliana “Guardiano delle mura” nel maggio 2021, ndtr.], la giornalista di Politics Today Nihan Duran ha intervistato la prestigiosa scrittrice, medico e attivista per i diritti umani Alice Rothchild su come comprendere il passaggio da oppresso a oppressore e le sfide per definire, discutere e raccontare il colonialismo di insediamento in Palestina e i modi per procedere alla promozione di una vera pace e della solidarietà.

Q. In quanto scrittrice ebrea americana, attivista per i diritti umani e medico lei svolge numerose attività in cui riflette sulla realtà concreta in Israele e Palestina. Possiamo sapere con le sue parole chi è lei e come è iniziato il suo impegno sulla situazione israelo-palestinese?

I miei nonni erano ebrei ortodossi immigrati negli USA. Sono cresciuta in una famiglia ebraica molto tradizionale, ma piuttosto laica. Sono andata in una scuola ebraica, ho celebrato il mio bat mitzvah [festa rituale ebraica, che per le femmine si festeggia a 12 anni e 1 giorno, ndtr.] e a 14 anni sono andata in Israele. Ho ancora il diario di allora, quindi so come mi sono sentita riguardo al viaggio in quel luogo magico.

Sono anche figlia degli anni Sessanta, per cui ero al college durante la guerra del Vietnam, quando ho iniziato a sentir parlare di colonialismo, razzismo e islamofobia. Quindi diventai una persona molto più consapevole dal punto di vista politico ed iniziai a vedere il mondo in un modo più politico e meno tribale, ebraico.

Fu allora che iniziai anche a inquadrare le cose che avvenivano in Israele e Palestina in termini di colonialismo e imperialismo. Nel corso degli anni ci sono state varie organizzazioni di base che i miei amici ed io abbiamo formato e a cui abbiamo partecipato. Ora sono impegnata in Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, principale gruppo ebraico USA antisionista, ndtr.] come mia associazione di riferimento, e sono molto contenta di farne parte.

Ho interpretato il mio ruolo come chi incoraggia le voci che sono sono presenti, ma che spesso non vengono ascoltate, per cui ho sentito la narrazione palestinese e cercato di approfondire la loro esperienza di perdita e occupazione. Poi ho usato la mia posizione privilegiata in quanto donna ebrea bianca per rendere più visibili tutte le storie che la gente mi ha raccontato. Sì, capisco e ho chiari in mente l’antisemitismo, l’oppressione degli ebrei in Europa e l’Olocausto. Ma penso anche che in ultima analisi i principi su cui è stato fondato Israele siano indifendibili.

Q. Quindi come ebrea americana, non solo ben consapevole del trauma dell’Olocausto, ma anche come scrittrice e medico che ha direttamente fatto esperienza della situazione materiale in Palestina, come valuta il passaggio da perseguitato a persecutore, o da oppresso a oppressore in questa vicenda?

Beh, non si tratta di una trasformazione inusuale se ci si guarda attorno nel mondo, ma è un esempio di quella trasformazione. La preoccupazione specifica è che persone che hanno vissuto qualcosa di orribile o hanno subito terribili perdite sono vittime. Ma una volta che le persone adottano l’essere vittime come una costituente fondamentale della propria identità, questo senso di vittimizzazione consente loro di fare qualunque cosa necessaria per sopravvivere. E ciò è quanto è avvenuto nella comunità ebraica.

L’idea che, in quanto vittima, io possa fare qualunque cosa per sopravvivere, anche se questo significa rendere vittima un altro popolo, è moralmente e politicamente problematico. Non possiamo utilizzare il fatto di essere stati vittime per giustificare simili comportamenti. Vedere l’Olocausto e dire “mai più a me” ma non dire “mai più a nessuno” è ingiustificabile. Inoltre questo atteggiamento non ci rende più sicuri.

Quindi, finché la comunità ebraica non supererà questo particolare modo di fare i conti con i traumi dell’Olocausto, non usciremo mai da questa psicopatologia. Dobbiamo riconoscere che non siamo più vittime.

Q. A questo punto le devo chiedere riguardo al fatto che nei discorsi dei politici in Israele oggi c’è quella che si potrebbe persino definire una terminologia “genocidaria”, che sembra anche in sintonia con una parte rilevante della popolazione israeliana. Cosa ne pensa? Da dove viene il problema?

La questione di quello che Ilan Pappé [noto storico isrealiano, ndtr.] ha chiamato il lento genocidio di Gaza non è nulla di nuovo. Se guardiamo dal punto di vista storico vediamo che il principale problema è che quando gli ebrei giunsero in Palestina non dissero “abbiamo bisogno di un posto sicuro, condividiamolo”, ma dissero “questa terra è mia; dio mi ha dato questa terra e me la prenderò comprandola, occupandola, in ogni modo possibile.”

Per come le cose si sono sviluppate, la politica regionale portò allo sviluppo dello Stato di Israele e all’opinione che gli ebrei avessero diritti su quella terra, in modo che potessero cacciare o spogliare un altro popolo. Sfortunatamente questo divenne il principio sottinteso dello Stato di Israele.

Q. Quindi lei intende dire che il colonialismo di insediamento è il principio implicito dello Stato di Israele e lo guida fino ad oggi.

Sì, se guardi al progetto di colonizzazione in Cisgiordania, esso è solo la continuazione della Nakba [la Catastrofe, cioè l’espulsione dei palestinesi, ndtr.] nel 1948. E questo è ciò che è il colonialismo di insediamento. È quello che abbiamo fatto negli Stati Uniti, in Australia, in Nuova Zelanda, in Sudafrica, ed è straziante per gli ebrei scoprirlo, perché si supponeva che Israele sarebbe stato diverso. Si pensava che sarebbe stato la “luce tra le Nazioni”.

Lo Stato incarna i principi colonialisti su cui è stato costruito, e purtroppo c’è una percentuale molto ridotta della popolazione ebraica che si oppone a questa idea. In Israele persino la maggior parte della gente di sinistra non è antisionista, credono ancora che ci dovesse essere uno Stato in cui gli ebrei si trovassero in una situazione privilegiata rispetto ai palestinesi. Non puoi essere una democrazia e privilegiare un gruppo su un altro.

Q. Lei ha anche posto l’accento sulla mancata messa in discussione delle politiche israeliane da parte della maggioranza della comunità ebraica negli USA. Alla luce della reazione globale a quanto è successo recentemente a Sheikh Jarrah e a Gaza, può parlare di un cambiamento nei confronti delle politiche di Israele in Palestina?

Penso che dobbiamo essere realistici in termini di rapporti di potere. Sia a livello federale che locale c’è parecchio di quello che definirei pensiero reazionario. La potente parte maggioritaria della comunità ebraica (e di quella cristiana evangelica) è ancora ferma allo stesso punto. Molte norme e leggi a livello locale e federale affermano che criticare Israele è antisemita e fino ad ora se dici qualcosa di sinistra o solidale con i palestinesi subisci gravi conseguenze.

Ma ci sono anche molte e influenti organizzazioni progressiste che vi si oppongono, come Jewish Voice for Peace. Nel Congresso USA ora ci sono anche parlamentari progressisti, palestinesi o musulmani. Che ci siano alcune voci nel Congresso è un fatto rivoluzionario, perché 20 anni fa avremmo potuto solo sognare una cosa del genere. Il movimento Black Lives Matter [contro la violenza della polizia nei confronti della violenza della polizia contro le minoranze, ndtr.] ha adottato una posizione solidale con i palestinesi. C’è un dibattito molto più aperto sulle reti sociali. Anche a livello locale vediamo dei cambiamenti. Per esempio, recentemente in California il sindacato dei docenti ha votato l’appoggio al boicottaggio di Israele, e anche questo è rivoluzionario.

Piccole vittorie come questa sono veramente importanti, perché nessuno cede il potere volontariamente, né lo farà la macchina politica israeliana. Dal loro punto di vista hanno avuto un grande successo, come piccolo Paese prospero con un enorme bilancio militare, e l’appoggio degli Stati Uniti. Perché rinunciarvi? Quindi dobbiamo comprendere che la politica estera USA è parte di quanto aiuta Israele a fare quello che fa e comprendere che anche noi siamo responsabili. Ci sono modi per far pressione sul Congresso e dobbiamo conquistarlo.

Q. Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, e principalmente alle reti sociali, l’oppressione delle minoranze è diventata sempre più visibile, ma, d’altra parte, ci sono troppi doppi standard, come quelli applicati per esempio durante la recente aggressione israeliana contro Gaza ad alcuni palestinesi sia da parte delle reti sociali che dei mezzi di comunicazione più importanti. Qual è la sua opinione a questo proposito?

Penso che il doppio standard sia in parte relativo al fatto che c’è un’industria multimilionaria che si dedica a seguire le reti sociali e ad attaccare le persone con opinioni di sinistra. Il messaggio è molto chiaro e la punizione per aver trasgredito è molto pesante; ci sono state carriere professionali distrutte, docenti che hanno perso la loro posizione accademica, insegnanti che hanno perso il lavoro. C’è un costo, e l’avversario cerca di renderlo il più pesante possibile.

Sì, il controllo dei messaggi è ferreo ed è ben finanziato, ma la buona notizia è che la gente che prima era invisibile ora può esprimersi, e quindi questa guerra nei media viene combattuta. Ma, come ho detto in precedenza, benché noi vediamo l’inizio delle crepe nel muro, le redini del potere non sono ancora state abbandonate. Quindi dobbiamo ascoltare quello che il popolo palestinese sta dicendo, dobbiamo onorarlo, dobbiamo evidenziarlo ed essere solidali. Penso che questo sia un ruolo molto importante per noi, che ho cercato di intraprendere attraverso l’Health Advisory Council of Jewish Voice for Peace [Consiglio Consultivo sulla Salute di Jewish Voice for Peace, rete di militanti di JVP che si occupano di salute fisica e mentale, ndtr.].

Q. Ora che tutto il mondo sta guardando quello che avviene nella regione, lei crede che la narrazione più comune abbia perso la sua legittimità?

Penso che sicuramente sia stata messa in discussione e che lei abbia ragione: ha perso parte della sua legittimazione. Ma, di nuovo, non penso che dobbiamo sottostimare il potere delle persone che stanno difendendo questa legittimazione. Sono molto ben finanziate a livello internazionale. Ma penso che sia stata danneggiata. Però dobbiamo ancora lavorare duramente perché niente è ancora finito.

Dobbiamo appoggiare i movimenti per il boicottaggio. Dobbiamo partecipare alle manifestazioni politiche. Dobbiamo esigere informazioni sui giornali, nelle radio e sulle reti sociali. Dobbiamo continuare a documentare la situazione e porre domande serie, in modo che la gente possa conoscere le conseguenze dell’aggressione a Gaza per 11 giorni, della chiusura totale del programma di vaccinazione e del danneggiamento dell’unica clinica che fa i test [per il COVID, ndtr.]. Dobbiamo chiedere in che modo privare i gazawi dei vaccini COVID 19 renda Israele più sicuro.

Q. Ci sono notevoli tentativi all’interno della comunità ebraica: c’è chi interpreta la vicenda stessa dell’Olocausto per comprendere la difficile situazione dei palestinesi oggi e chiede la pace e l’uguaglianza. Come pensa che queste voci, come forte alternativa politica, saranno ascoltatate in modo più attento in modo da renderne l’impatto più sentito.

Penso che finalmente ci siamo resi conto che dobbiamo lavorare in solidarietà con le persone oppresse e che non dobbiamo essere gli oppressori. Abbiamo anche bisogno di essere consapevoli del nostro stesso razzismo. Questo è razzismo. Dobbiamo dirlo e poi dobbiamo affrontarlo. Una volta che inizi a pensare in questo modo, poi ci sono nuove possibilità. Penso che organizzazioni come Jewish Voice for Peace siano estremamente importanti in questo senso, ma abbiamo ancora molto lavoro da fare. Dobbiamo anche lavorare in modo intesezionale con i nostri fratelli e sorelle e amici musulmani e cristiani per creare un cambiamento politico in modo positivo.

Penso anche che i tempi stiano cambiando. C’è una crescente consapevolezza riguardo al colonialismo di insediamento e la gente ha iniziato ad applicarlo a Israele. Penso anche che le opinioni del popolo ebraico riguardo a Israele e al colonialismo d’insediamento  varino a seconda delle generazioni. Tra i più giovani troviamo sempre più persone che mettono in discussione l’intero progetto e dicono “aspetta in momento, se il razzismo è cattivo negli USA, allora come possiamo appoggiare il razzismo in Israele?” Sta avvenendo una grande frattura generazionale. Quindi penso che ci siano speranze, ma che abbiamo ancora molto lavoro da fare.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




‘Questo non è un conflitto: questo è apartheid’: più di 16.000 artisti firmano una lettera di solidarietà con la Palestina

Michael Arria

14 giugno 2021 – Mondoweiss

Più di 16.000 artisti, centinaia dei quali palestinesi, sei vincitori dell’Academy Award e otto scrittori vincitori del Premio Pulitzer, hanno firmato una lettera in cui si denuncia il sistema di apartheid israeliano e si sollecitano i Paesi a “interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali.”

Più di 16.000 artisti hanno firmato una lettera che condanna il recente attacco israeliano contro Gaza e denuncia il sistema di apartheid del Paese. La lettera inoltre invita altri Paesi a “interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali” con Israele.

Con il titolo “Una lettera contro l’apartheid”, il testo è stato scritto da sei artisti palestinesi che hanno chiesto di restare anonimi. Inizialmente è stata firmata da centinaia di artisti palestinesi, compresi i registi Annemarie Jacir, Elia Suleiman, e Farah Nabulsi; gli artisti figurativi Emily Jacir e Larissa Sansour; l’attrice Hiam Abbas; le musiciste Kamilya Jubran e Sama’ Abdulhadi; gli scrittori Elias Sanbar, Mohammed El-Kurd, Naomi Shihab Nye, Raja Shehadeh, Randa Jarrar, Suad Amiry e Susan Abulhawa.

In seguito artisti di tutto il mondo hanno firmato in sostegno al documento. Tra i sostenitori vi sono sei registi e attori vincitori dell’ Oscar: Alejandro Iñárritu, Asif Kapadia, Holly Hunter, Mike Leigh, Jeremy Irons, Julie Christie, Thandiwe Newton, Viggo Mortensen, Brian Cox, Michael Moore, Alia Shawkat, e Susan Sarandon; otto scrittori, poeti e drammaturghi vincitori del Premio Pulitzer: Benjamin Moser, Hisham Matar, Richard Ford, Viet Thanh Nguyen, Tyehimba Jess, Annie Baker, Lynn Nottage e Tony Kushner; molti altri, compresi Brian Eno, Angela Davis, Roger Waters, Cypress Hill, Ta-Nehisi Coates e Robert Wyatt.

Gli autori [della lettera] hanno anche detto a Mondoweiss che la decisione di restare anonimi era nata dal desiderio di parlare con una voce collettiva e che la lettera non venisse associata a specifiche persone o organizzazioni.

Uno degli organizzatori, in un comunicato stampa in cui si annunciava la dichiarazione, ha detto: “Una dimostrazione senza precedenti di unità, ispirata dai protagonisti più significativi di ciò che abbiamo visto svilupparsi in Palestina. I palestinesi di Gaza, Gerusalemme, Ramallah e di tutto il mondo hanno dimostrato che 70 anni di politiche israeliane non hanno spezzato la loro percezione di se stessi come palestinesi. Questa lettera riflette tutto questo.”

Nella lettera si legge: “Dipingere questo come una guerra tra due parti eguali è falso e mistificante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Questo non è un conflitto: questo è apartheid.”

Dopo la più recente escalation di violenza da parte degli israeliani c’era la seguente domanda”, ha detto a Mondoweiss uno degli autori. “Tutti abbiamo avuto questa discussione riguardo a cosa potremmo fare e come potremmo usare le nostre reti. Come possiamo usare il nostro ruolo per organizzarci attorno a questo?”

Un altro obbiettivo era portare ad un pubblico più vasto questa terminologia che i palestinesi hanno elaborato per decenni”, hanno spiegato. “Abbiamo scritto questa lettera con un sincero senso di urgenza ed essa ha acquistato vita propria. Cerchiamo di equilibrare questa urgenza con una risposta a lungo termine che non sia legata solo agli eventi specifici che sono accaduti nelle ultime settimane. La lettera è stata innescata da essi, ma questi fatti sono solo una continuazione di tutto ciò che è accaduto per decenni, la lettera è un appello a lungo termine.”

Gli autori hanno detto che la quantità di persone che hanno voluto firmarla segnala il fatto che l’opinione pubblica sulla Palestina sta cambiando.

Ovviamente la gente ha ancora paura e c’è ancora la censura”, ha detto uno degli autori, “ma la confusione tra antisemitismo e sostegno alla liberazione della Palestina è qualcosa che volevamo contestare e smascherare direttamente nella lettera. E vedrete che c’è un folto numero di firmatari ebrei e anche di firmatari israeliani antisionisti. Penso che ci sia stato un cambiamento negli ultimi cinque anni nel grado di timore nell’esprimersi.”

Si può leggere la lettera integrale qui di seguito:

I palestinesi vengono attaccati ed uccisi impunemente dai soldati e da civili armati israeliani che sono dilagati per le strade di Gerusalemme, Lod, Haifa, Giaffa ed altre città al grido di “Morte agli arabi”. Nelle due ultime settimane si sono verificati anche diversi linciaggi di palestinesi disarmati e indifesi. Le famiglie del quartiere di Sheikh Jarrah continuano a subire la pulizia etnica e l’espulsione dalle loro case. Questi atti di assassinio, intimidazione e violento spossessamento sono protetti, se non attivamente incoraggiati, dal governo e dalla polizia israeliani.

In maggio il governo israeliano ha commesso un altro massacro a Gaza, bombardando indiscriminatamente e incessantemente i palestinesi nelle loro case, uffici, ospedali e nelle strade. Il bombardamento di Gaza fa parte di un intenzionale e ricorrente schema in cui intere famiglie vengono uccise e le infrastrutture locali distrutte. Questo contribuisce ad esacerbare condizioni che già sono invivibili in uno dei luoghi più densamente popolati al mondo, che, nonostante il temporaneo cessate il fuoco, rimane sotto assedio militare. Gaza non è un Paese separato: noi siamo un unico popolo, separato con la forza dalla struttura dello Stato israeliano.

Dipingere ciò come una guerra tra due parti uguali è falso e fuorviante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Questo non è un conflitto: questo è apartheid.

Di fronte al crescente pericolo mortale delle due ultime settimane, i palestinesi si stanno unendo nuovamente. In Palestina e in tutto il mondo molte persone stanno scendendo in piazza, si organizzano sui social media, difendono le proprie case, si proteggono a vicenda e chiedono la fine della pulizia etnica, dell’apartheid, della discriminazione e dello spossessamento. Alle nostre comunità è stato sistematicamente negato il diritto al ritorno e sono state frammentate con la forza e cancellate fin dalla Nakba, la nascita del governo coloniale israeliano nel 1948, e questa recente riunificazione ci ha dato un po’ di indispensabile fiducia in mezzo alla rabbia e ai lutti delle ultime due settimane. Nonostante tutto ciò che sta accadendo, nonostante anni di disumanizzazione, stiamo incominciando ad avere qualche speranza.

Finalmente il mondo ha incominciato a chiamare il sistema israeliano col suo nome. All’inizio di quest’anno l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha seguito l’esempio offerto da decenni di lavoro di intellettuali palestinesi e di difesa legale per dimostrare che non c’è discontinuità tra lo Stato israeliano e la sua occupazione militare: entrambi costituiscono un unico sistema di apartheid. A sua volta, Human Rights Watch ha pubblicato un minuzioso rapporto che accusa Israele di “crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione.”

Noi sottoscritti artisti e scrittori palestinesi ed i nostri compagni d’arte qui elencati vi chiediamo di unirvi a noi. Per favore non lasciate passare questo momento. Se le voci palestinesi saranno nuovamente messe a tacere, ci potrebbero volere generazioni per avere un’altra opportunità di libertà e giustizia. Vi chiediamo di unirvi a noi adesso, in questa critica congiuntura, e dimostrare il vostro sostegno alla liberazione palestinese.

Chiediamo la cessazione immediata e incondizionata della violenza israeliana contro i palestinesi. Chiediamo la fine del sostegno fornito dalle potenze globali ad Israele e al suo esercito, in particolare dagli Stati Uniti, che attualmente forniscono a Israele ogni anno 3,8 miliardi di dollari in modo incondizionato. Chiediamo a tutte le persone di coscienza di mettere in campo le proprie risorse per aiutare ad eliminare il regime di apartheid dei nostri tempi. Chiediamo ai governi che permettono questo crimine contro l’umanità di applicare sanzioni, di far leva sul senso di responsabilità internazionale e di interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali. Invitiamo gli attivisti, specialmente i nostri colleghi artisti, a esercitare quanto meglio possono la loro influenza all’interno delle loro istituzioni e ambienti per sostenere la lotta palestinese per la decolonizzazione. L’apartheid israeliano è sostenuto dalla complicità internazionale, è nostra responsabilità collettiva rimediare a questo danno.

Abbiamo visto che i governi in Europa e altrove hanno recentemente adottato politiche di palese censura e promosso una cultura di autocensura nei confronti della solidarietà con i palestinesi. Confondere la critica legittima allo Stato di Israele e alle sue politiche verso i palestinesi con l’antisemitismo è una cosa cinica. Il razzismo, compreso l’antisemitismo ed ogni altra forma di odio sono esecrabili e non sono ben accetti nella lotta palestinese. È ora di affrontare queste tattiche per farci tacere e superarle. Milioni di persone in tutto il mondo vedono nei palestinesi un microcosmo della loro stessa oppressione e delle loro stesse speranze, ed alleati come ‘Black Lives Matter’ e ‘Jewish Voice for Peace’, insieme tra gli altri agli attivisti per i diritti degli indigeni, alle femministe e queer, stanno sempre più alzando la voce in loro sostegno.

Vi chiediamo di avere coraggio. Vi chiediamo di farvi avanti, di alzare la voce e prendere una chiara posizione pubblica contro questa incessante ingiustizia in Palestina.

L’apartheid deve essere abolito. Nessuno è libero finché non saremo tutti liberi.

Michael Arria è il corrispondente dagli USA di Mondoweiss. I suoi lavori sono comparsi su ‘In These Times’, ‘The Appeal’ e ‘Truthout. È autore di Medium Blue: The politics of MSNBC [Media blu: la politica di MSNBC, canale di notizie via cavo USA legato al partito Democratico, ndtr.].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un punto di vista ebraico antisionista sull’antisemitismo crescente

Benay Blend

1 giugno 2021 The Palestine Chronicle

 

In data 25 maggio 2021 Politico [rivista USA che si rivolge soprattutto a chi fa parte dell’establishment politico, ndtr] registrava un aumento di aggressioni antisemite contro gli ebrei in America. Proprio nel pieno dell’ultima escalation di violenza messa in atto dal regime israeliano contro i palestinesi, i giornalisti di Politico Nicholas Wu, Andrew Desiderio e Melanie Zanona si premuravano di fare coincidere l’antisemitismo con la resistenza palestinese.

“Le recenti violenze di Gaza,” spiegano i tre, “sono stati il contesto per attacchi discriminatori contro ebrei verificatisi in diversi Stati USA, oltre che in città in altre parti del mondo.” Analizzare questa frase introduttiva può essere un buon punto di partenza per comprendere come la stampa utilizzi la discriminazione contro un gruppo per promuovere pregiudizi contro un altro.

Giovedì scorso la ADL [Lega Antidiffamazione, ong USA che combatte “l’antisemitismo e tutte le forme di pregiudizio”, ndtr] ha diffuso i primi resoconti di 193 casi di antisemitismo in USA registrati durante una settimana di conflitti in Medio Oriente, mentre erano stati 131 durante la settimana precedente. “Mentre continuano ad aumentare le violenze fra Israele e Hamas, assistiamo ad un pericoloso e preoccupante aumento di odio anti-ebraico qui nel nostro Paese,” ha affermato il presidente di ADL Jonathan Greenblatt, per poi aggiungere: “la sezione sull’estremismo di ADL ha documentato decine di proteste anti-israeliane negli USA dall’inizio delle violenze in Israele, e altre sono in programma.”

Qui Greenblatt identifica erroneamente il sostegno per la Palestina con l’antisemitismo, ma è l’ADL stesso a non essere certo un modello di attivismo progressivo. Basti dire che l’ADL si rifiuta di collocare l’antisemitismo nel contesto di un aumento dei crimini di odio nel Paese. Anzi, non solo si concentra esclusivamente sull’antisemitismo, ma addirittura favorisce l’aggressione nei confronti di altri gruppi di persone, in quanto finanzia l’addestramento in Israele delle forze di polizia, le quali poi adottano quelle stesse tecniche qui in patria.

Inoltre il linguaggio usato dalla rivista ha lo scopo di far ricadere sulle vittime la colpa delle loro oppressione. Ecco così che l’articolo di Politico prosegue riferendo che

“mentre aumenta il numero di Democratici che sostengono apertamente la causa palestinese, i Repubblicani li accusano di abbandonare il più fedele alleato USA in Medio Oriente per fare il gioco del gruppo terroristico Hamas, che prima della tregua annunciata giovedì aveva lanciato migliaia di razzi contro Israele.”

La citazione precedente dimostra che i giornalisti si concentrano esclusivamente su Hamas come unico attore della violenze. E’ già abbastanza fuorviante etichettare come gruppo terroristico Hamas, quando in realtà esso ha reagito alla provocazione di Israele che aveva fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa. Inoltre l’articolo non fa alcun cenno ai bombardamenti israeliani di Gaza o all’intensificazione della pulizia etnica a Gerusalemme, che hanno provocato oltre duecento morti e numerosi feriti, né alle recenti retate di palestinesi in Cisgiordania in ritorsione all’umiliazione subita a Gaza.

Grazie a queste omissioni, che incolpano le vittime della propria morte, i giornalisti contribuiscono a far sembrare Israele la vittima innocente di violenza. Che ha a che fare questo con l’antisemitismo? Niente, ma etichettando i gruppi che si oppongono a tale linea come terroristi fa comprensibilmente aumentare la simpatia verso Israele ed i suoi sostenitori.

Tutto ciò contribuisce ad intorbidare le acque in cui si è venuto a trovare Israele, anzi l’intera comunità ebraica. Come spiega Jonathan Cook [giornalista free-lance britannico che dal 2001 vive a Nazareth, ndtr], gli apologeti di Israele

“non possono difendere acriticamente Israele quando commette crimini di guerra o chiedere modifiche normative per assistere Israele nel perpetrare tali crimini di guerra – si tratti dell’ultima aggressione di civili a Gaza, o dell’uccisione di palestinesi disarmati che protestano contro quindici anni di blocco israeliano dell’enclave costiera – e accusare chiunque lo critichi per questo di essere un antisemita.”

Mentre il regime sionista cerca di giustificare e/o cancellare i suoi ultimi interventi di pulizia etnica, si trova anche a fronteggiare un aumento del sostegno per la Palestina in tutto il mondo. Infatti a Washington DC, oltre mille persone si sono radunate [29 maggio 2021, ndtr] sui gradini del Lincoln Memorial per esprimere la propria solidarietà.

Così Israele si ritrova con un assortimento sempre più ristretto di alleati. C’è ad esempio la CUFI – Christians United for Israel [organizzazione cristiana USA con oltre 10 milioni di affiliati che sostiene Israele, ndtr], forse la più grande lobby pro-israeliana degli USA. Però, come riferisce il rabbino Lynn Gottlieb, la destra che sostiene Israele non è amica né degli ebrei né dei palestinesi, in quanto i leader di CUFI si riempiono la bocca, dice, di una “miscela tossica di antisemitismo, razzismo, omofobia, islamofobia e sessismo.”

“Mentre il loro sostegno per Israele dovrebbe dimostrare che il loro programma non è antisemita,” nota la Gottlieb, “l’interesse mostrato dai membri di CUFI per Israele non va al di là della dichiarazione che gli ebrei sono utili nella misura in cui servono ad innescare la fine dei giorni.” [secondo il fondatore John Hagee, Hitler e l’Olocausto sono stati parte del disegno di Dio per riportare gli ebrei in Terra d’Israele e preparare il mondo alla seconda venuta di Cristo, ndtr] In questo scenario la tragedia dei palestinesi non merita alcun interesse.

“Da molto tempo questo tipo di teologia pseudo-fondamentalista costituisce la base del suprematismo bianco e del colonialismo,” conclude la Gottlieb, il che fa sì che Israele e sostenitori si ritrovino alleati con le stesse persone che li odiano.

Per chi di noi crede che “la giustizia sia indivisibile”, come sostiene la professoressa Rabab Abdulhadi [professoressa associata di Studi Etnici/Razza e Resistenza alla San Francisco State University, ndtr], l’antisemitismo dovrebbe venire rifiutato fra le nostre file né più né meno di razzismo, sessismo, omofobia, e di ogni altra forma di discriminazione.

Ma non dovrebbe polarizzare l’attenzione a spese di altri crimini, specialmente quando i palestinesi soffrono nella propria terra, sempre più africani (neri) vengono uccisi da poliziotti americani razzisti e aumentano i crimini contro gli americani asiatici.

L’antisemitismo esiste. L’ho toccato con mano nella mia vita, così come i miei familiari, ma mi ha insegnato a lottare contro l’ingiustizia ovunque, non a mettere in primo piano le mie esperienze. Inoltre ci sono sempre stati casi di infiltrati nei movimenti per la giustizia sociale disposti a commettere atti che discreditano l’intero gruppo.

Secondo il giornalista Max Blumenthal, [fondatore di The Grayzone, sito web di giornalismo investigativo indipendente che analizza la politiche dell’impero USA, ndtr] molti di questi casi sono stati inventati dalle lobby pro-israeliane per sminuire le crescenti critiche contro gli ultimi crimini di guerra israeliani. In un recente articolo Max documenta meticolosamente esempi di filmati elaborati e di accuse sospette che hanno lo scopo di distogliere l’attenzione da Gaza.

E’ inoltre importante acquisire consapevolezza del tipo di linguaggio utilizzato dai media per mettere in buona luce il governo israeliano e nel contempo macchiare la resistenza palestinese etichettandola come “terroristica”, una mossa razzista in sé, in quanto mira a ridurre un intero gruppo di persone ad uno stereotipo dispregiativo.

Queste sono le parole pronunciate dall’attivista palestinese Iyad Burnat subito dopo l’arresto dei due figli durante una recente retata della polizia israeliana: “Noi avremmo sostenuto gli ebrei contro i nazisti perché avevano tutti i diritti di resistere ai nazisti e di difendersi. Perché allora definite “terrorismo” la resistenza palestinese?

“E’ facile ripetere la narrazione comune,”, ricorda ai lettori Steven Salaita [studioso a cui l’Università dell’Illinois ha negato l’assunzione a seguito delle obiezioni a una serie di suoi tweet critici nei confronti di Israele e del sionismo accusati di antisemitismo, ndtr]. “La consapevolezza è super-importante. E’ un impegno costante.”

“Si deve comprendere [poi],” scrive Salaita,

” che i sionisti del Nord America stanno ponendo le basi per un nuovo ciclo di punizioni. Lo fanno ad ogni massacro compiuto da Israele (e fra l’uno e l’altro). Lo schema è chiaro. Non cambia da decenni. E tutte le volte che accade un sacco di gran bella gente -antirazzisti convinti e attivisti caritatevoli- subiscono significativi danni personali e professionali. Attenzione a non diventare il coglione di turno che nel malaccorto tentativo di sembrare garbato agevola i castighi dei sionisti ripetendone i subdoli argomenti.”

Nelle recenti settimane diverse celebrità hanno fatto marcia indietro sul loro sostegno per la Palestina, allo stesso modo di certi leader neri, in parte per il timore di venire intaccati dalla macchia dell’antisemitismo. Ancora con le parole di Steven Salaita, “se non sei disposto ad affrontare una punizione per mantenere fede ai tuoi principi, allora non hai nulla di positivo da offrire agli oppressi ed ai perseguitati. Meglio starne semplicemente fuori allora. L’accomodamento fa più male del silenzio.”

Benay Blend ha conseguito un dottorato in Studi Americani presso l’università del Nuovo Messico. Il suo lavoro di studiosa include: ‘Situated Knowledge’ in the Works of Palestinian and Native American Writers” [‘Saperi contestualizzati’ nel lavoro di scrittori palestinesi e nativi americani] (2017) in “’Neither Homeland Nor Exile are Words’”[Nè Patria nè Esilio sono parole], curato da Douglas Vakoch e Sam Mickey. Ha scritto questo articolo per Palestine Chronicle.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero




Importanti personalità attaccano l’ “ostruzionismo” rispetto all’inchiesta della CPI sulla Palestina

Peter Beaumont

31 maggio 2021The Guardian

Esclusivo: una lettera aperta firmata da decine di ex dirigenti europei chiede di porre fine “alle immotivate critiche pubbliche” contro l’inchiesta su presunti crimini di guerra.

Più di 50 tra ex Ministri degli Esteri, Primi Ministri e alti dirigenti internazionali, inclusi due ex Ministri britannici conservatori, hanno firmato una lettera aperta di condanna delle interferenze politiche nei riguardi degli sforzi della Corte Penale Internazionale (CPI) di indagare su presunti crimini di guerra in Palestina.

La lettera fa seguito all’iniziativa dell’amministrazione Trump di sanzionare funzionari della Corte – ordini che poi sono stati annullati dall’amministrazione Biden – e viene anche vista come una critica a Boris Johnson, il Primo Ministro britannico.

Il mese scorso Johnson ha detto che un’inchiesta della CPI avviata a marzo ha dato “l’impressione di essere un ingiusto attacco basato su un pregiudizio ad un amico ed alleato del Regno Unito”, con riferimento ad Israele. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva affermato che un’inchiesta della CPI sarebbe stata “puro antisemitismo”.

Condannando i “crescenti attacchi contro la CPI, il suo staff e le associazioni della società civile che vi collaborano”, la lettera definisce l’iniziativa dell’amministrazione Trump contro la Corte parte di una più vasta tendenza.

Abbiamo assistito con seria preoccupazione all’ordine esecutivo emanato negli Stati Uniti dall’ex presidente Donald Trump e alle sanzioni previste contro il personale della Corte ed i membri delle sue famiglie”, afferma la lettera.

Ora è estremamente preoccupante l’ingiustificata critica pubblica alla Corte relativamente all’inchiesta su presunti crimini compiuti nei territori palestinesi occupati, incluse le infondate accuse di antisemitismo.”

È chiaramente stabilito e riconosciuto che l’attribuzione di responsabilità per gravi violazioni di diritti da parte di tutte le parti in conflitto è essenziale per raggiungere una pace sostenibile e duratura. È questo il caso di Israele-Palestina, come anche di Sudan, Libia, Afghanistan, Mali, Bangladesh/Myanmar, Colombia ed Ucraina.

Tentativi di screditare la Corte e ostacolare il suo lavoro non possono essere tollerati, se davvero intendiamo promuovere e sostenere la giustizia a livello globale”, aggiungono i firmatari, respingendo accuse come quelle che Johnson ha sollevato in una lettera ai Conservatori Amici di Israele.

Comprendiamo i timori circa accuse e inchieste indotte da motivazioni politiche. Tuttavia crediamo fermamente che lo Statuto di Roma garantisca i massimi criteri di giustizia ed offra una via maestra per combattere l’impunità per i più gravi crimini al mondo. Rinunciare ad agire avrebbe gravi conseguenze.”

L’inchiesta della CPI ha trovato anche l’opposizione di altri Paesi europei, compresa la Germania, il cui Ministro degli Esteri Heiko Maas ha affermato che “la Corte non ha giurisdizione perché manca l’elemento dell’esistenza di uno Stato palestinese, richiesto dal diritto internazionale.”

I firmatari della lettera provengono dall’intero spettro politico europeo e comprendono i Ministri del precedente governo conservatore Sayeeda Warsi e Chris Patten; Douglas Alexander, ex segretario di Stato laburista per lo sviluppo internazionale; Sir Menzies Campbell, ex leader del partito liberal-democratico e Ben Bradshaw, un ex sottosegretario laburista al Ministero degli Esteri.

Tra i firmatari a livello internazionale ci sono molti ex Primi Ministri, compresi il francese Jean-Marc Ayrault, il norvegese Gro Harlem Brundtland, l’irlandese John Bruton, lo svedese Ingvar Carlsson e l’italiano Massimo d’Alema. Tra gli altri firmatari vi sono l’ex segretario generale della Nato Javier Solana e Hans Blix, ex direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Difendendo l’attuale inchiesta su presunti crimini di guerra in Palestina, l’ex Ministro degli Esteri danese ed ex presidente dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, Mogens Lykketoft, ha detto a The Guardian: “Un ordine globale basato sulle leggi si fonda sull’idea che le violazioni del diritto internazionale debbano comportare delle conseguenze.

La Corte Penale Internazionale è uno strumento essenziale a tale scopo e spetta a noi preservare la sua indipendenza e rafforzare la sua capacità operativa. Al contrario, minacciare l’indipendenza della Corte significa minacciare la salvaguardia di un ordine globale fondato sulle leggi.

L’attuale inchiesta della Corte Penale Internazionale può essere un importante elemento in questo senso e la comunità internazionale deve fare il possibile per tutelare l’indipendenza della Corte nel condurre il proprio lavoro.”

Mentre la lettera non nomina espressamente Johnson, il suo intervento ha messo in luce le preoccupazioni circa i tentativi di ostacolare l’inchiesta della CPI, che è stata annunciata formalmente all’inizio di quest’anno.

La missione palestinese nel Regno Unito ha definito la lettera di Johnson una “assai deplorevole” contraddizione rispetto al diritto internazionale e alla precedente politica britannica.

Essa segnala un basso livello nelle relazioni tra Regno Unito e Palestina e compromette la credibilità del Regno Unito sul piano internazionale”, ha affermato. “È chiaro che adesso il Regno Unito ritiene che Israele sia al di sopra delle leggi. Non c’è altra interpretazione possibile di una dichiarazione che dà carta bianca a Israele.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi non vogliono antisemiti nei loro cortei

Kamel Hawwash

17 maggio 2021 – Middle East Monitor

Come presidente della Palestine Solidarity Campaign [Campagna di Solidarietà con la Palestina] in Gran Bretagna sono stato orgoglioso di lavorare con i nostri partner per organizzare sabato un corteo stimato in 150.000 partecipanti da Marble Arch [arco di trionfo nei pressi di Hide Park, ndtr.] di Londra all’ambasciata israeliana a Kensington. Con noi c’erano il Palestinian Forum in Gran Bretagna, i Friends of Al-Aqsa [Amici di Al-Aqsa], la coalizione Stop the War [Ferma la guerra, ndtr.], CND e l’associazione musulmana della Gran Bretagna.

Discorso dopo discorso abbiamo espresso il nostro rifiuto dei letali bombardamenti di Israele contro Gaza che hanno fatto seguito ai tentativi di compiere una pulizia etnica a Sheikh Jarrah a danno degli abitanti palestinesi e all’indicibile violenza inflitta ai fedeli nella moschea di Al-Aqsa. C’è stato anche un supporto unanime ai palestinesi che si sono uniti nella Palestina storica come mai prima d’ora. L’apartheid israeliano, il colonialismo di insediamento, il razzismo e l’occupazione colpiscono tutte le aree della Palestina sotto occupazione. Nessun luogo è risparmiato dall’aggressione e dall’ oppressione sioniste, compresi quei palestinesi che hanno la cittadinanza israeliana perché nel 1948 sono rimasti nella loro terra in quello che ora è Israele.

C’è stato anche ripudio nei confronti dei leader dalla cosiddetta comunità internazionale, che sono rimasti in silenzio riguardo alla violenza inflitta ai palestinesi a Sheikh Jarrah, a Bab El-Amoud (la Porta di Damasco) e all’interno del complesso di Al-Aqsa. Gli stessi dirigenti, compresi tra gli altri il presidente USA e i rappresentanti dei governi britannico, francese e tedesco, si sono affrettati a sincronizzare il loro orologio discriminatorio contro i palestinesi quando il primo razzo è stato lanciato da Gaza verso Israele.

Il loro discorso è stato semplicemente che Israele ha il diritto all’autodifesa. Non è stata fatta alcuna menzione al diritto dei palestinesi all’autodifesa – in effetti il nostro diritto legittimo di resistere all’occupazione israeliana – come se fossimo persone inferiori. Invece gli americani hanno sostenuto che solo Paesi o Stati hanno il diritto all’autodifesa. La Palestina ha chiesto il riconoscimento come Stato da decenni. Tuttavia i principali Paesi del mondo, come gli USA, la Gran Bretagna, la Francia e la Germania, hanno ignorato questa richiesta, nonostante alcuni dei loro parlamenti abbiano approvato risoluzioni che impongono ai governanti di riconoscere lo Stato di Palestina.

Tuttavia questa è semantica e non dovrebbe essere utilizzata come scusa per negare al popolo palestinese il diritto all’autodifesa perché farlo sconvolgerebbe lo status quo favorevole a Israele. Cosa importante, la Corte Penale Internazionale ha accettato di avere giurisdizione sui Territori Palestinesi Occupati perché la Palestina è riconosciuta dall’ONU come Stato osservatore ed è stata ammessa allo Statuto di Roma. Quindi è uno Stato ed ha il diritto all’autodifesa.

Le persone possono avere diverse opinioni su cosa significhi autodifesa. Nel caso di Israele, sembra che utilizzerà ogni mezzo violento a disposizione per mettere in atto quello che considera il suo diritto. Tuttavia basta guardare alle distruzioni e devastazioni provocate a Gaza. Non c’è una giustificazione di “autodifesa” per il massacro di uomini, donne e bambini innocenti con quelle che dovrebbero essere armi intelligenti che costano milioni di dollari. Non ci sono scuse per la demolizione di grattacieli che ospitano centinaia di persone, indipendentemente dal fatto che l’esercito abbia o meno avvertito gli abitanti per telefono o con razzi “leggeri” che stava per privarli di una casa. Non ci sono scuse per aver fatto saltare in aria il grattacielo che ospitava gli uffici di mezzi di comunicazione come Al Jazeera, che ha informato del barbaro bombardamento. Non ci sono scuse per la distruzione di banche e altre infrastrutture della società civile. Israele ha fatto tutto ciò per “autodifesa”. Non sono sicuro che distruggere una banca o privare i palestinesi della propria casa possa rendere i cittadini israeliani più sicuri.

Questa è una violenza assolutamente folle contro una popolazione imprigionata, assediata, senza un posto in cui rifugiarsi nella zona più densamente popolata al mondo. Israele ha di nuovo traumatizzato un’intera generazione che crescerà pronta ad unirsi alla resistenza.

Né io né la PSC vogliamo vedere qualcuno ucciso o ferito a causa dell’insistenza di Israele nel negare ai palestinesi il loro diritto all’autodeterminazione nella loro patria e il legittimo diritto dei rifugiati di tornare a casa.

Né vogliamo la sorprendente solidarietà cui abbiamo assistito nelle strade di Londra, Brighton, Birmingham, Manchester e Newcastle e in molti altri luoghi in Gran Bretagna e altrove, segnata da alcuni come espressione di odio verso gli ebrei, che non hanno niente a che vedere con gli eventi che si sviluppano in Palestina, derivanti dalle ripugnanti politiche e pratiche di Israele.

In quanto antirazzista e anche presidente di un’organizzazione di solidarietà antirazzista, io e la mia organizzazione prendiamo le distanze da ogni tentativo di accusare gli ebrei britannici delle azioni di Israele. Quest’ultimo è guidato dalle politiche della sua dirigenza di estrema destra e dall’ideologia sionista che ha insediato Israele nella mia patria, la Palestina, con l’aiuto e la complicità della Gran Bretagna.

Né io la PSC o i nostri alleati vogliamo che i razzisti prendano parte alle nostre manifestazioni e raduni. Cosa ancora più importante, il popolo palestinese non vuole l’appoggio di razzisti che tentano di utilizzare la nostra causa per vomitare il proprio odio contro gli ebrei.

Quindi sono rimasto realmente scioccato e sconvolto quando ho visto un filmato ampiamente diffuso domenica sulle reti sociali in cui la bandiera della pace, la bandiera palestinese, copriva automobili in cui alcuni antisemiti hanno attraversato zone ebraiche a Londra e gridato oscenità razziste. Ciò non è stato fatto in nome dei palestinesi, lo condanno incondizionatamente e chiedo alle autorità di prendere ogni misura necessaria per fronteggiare questi razzisti.

Ho pubblicato immediatamente questo tweet:

“Questa gente non parla per i palestinesi e non abbiamo bisogno né vogliamo il loro appoggio. Il nostro problema riguarda il sionismo, non gli ebrei. Non voglio che partecipino alle nostre manifestazioni o cortei.”

Non è questo il momento per discutere sulla definizione di antisemitismo, ma rifiuto il tentativo di proteggere Israele attraverso nuove definizioni di questa piaga razzista. Per me è semplice: l’antisemitismo è l’odio contro gli ebrei perché sono ebrei. Detesto ogni forma di razzismo. Credo fermamente che noi, palestinesi britannici, stiamo fianco a fianco con gli ebrei britannici nel rifiuto di ogni forma di razzismo, esattamente come facciamo con ogni altra minoranza.

Sfileremo di nuovo a Londra il prossimo sabato e ci saranno cortei e marce in tutta la Gran Bretagna e nel mondo. La nostra rabbia sarà rivolta contro Israele, non contro gli ebrei britannici o di altri luoghi. Dico a quanti vengono alle manifestazioni: non portate cartelli con immagini antisemite o che fanno riferimento al nazismo. Non gridate slogan antisemiti. Contestate quelli che lo fanno, perché non li vogliamo ed essi non aiutano la nostra causa. Portate cartelli che appoggino i palestinesi e sventolate la bandiera palestinese.

Non vogliamo antisemiti nella nostra società e non vogliamo antisemiti nei cortei e nei raduni in solidarietà con i palestinesi o negli eventi filo-palestinesi. Per il bene dei nostri fratelli e sorelle palestinesi, rendiamo gli eventi palestinesi zone libere dall’antisemitismo e concentriamoci e facciamo pressione contro l’apartheid israeliano. Palestina libera.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




#NOTINOURNAMES

Siamo un gruppo di giovani ebree ed ebrei italiani.
In questo momento drammatico e di escalation della violenza sentiamo il bisogno di prendere la parola e dire #NotInOurNames, unendoci ai nostri compagni e compagne attivisti in Israele e Palestina e al resto delle comunità ebraiche della diaspora che stanno facendo lo stesso.
Abbiamo già preso posizione come gruppo quest’estate condannando il piano di annessione dei territori della Cisgiordania da parte del governo israeliano (https://www.joimag.it/contro-lannessione-una-voce…/) e il nostro percorso prosegue nella sua formazione e autodefinizione.
-gli sfratti a Sheikh Jarrah e la conseguente repressione della polizia
-gli ultimi episodi repressivi sulla Spianata delle Moschee
-il governo israeliano che pretende di parlare a nome di tutti gli ebrei, in Israele e nella diaspora
-i giochi di potere (di Netanyahu, Hamas, Abu Mazen) che non tengono conto delle vite umane
-i linciaggi e gli atti violenti che si stanno verificando in molte città israeliane
-il bombardamento su Gaza
-il lancio di razzi indiscriminato da parte di Hamas
-la riduzione del dibattito a tifo da stadio
-l’utilizzo strumentale della Shoah sia per criticare che per sostenere Israele
-le posizioni unilaterali e acritiche degli organi comunitari ebraici italiani
-gli eventi di piazza organizzati dalle comunità ebraiche con il sostegno della classe politica italiana, compresi personaggi di estrema destra e razzisti
-la narrazione mediatica degli eventi in Medio Oriente che non tiene conto di una dinamica tra oppressi e oppressori
-qualunque iniziativa e discorso che veicoli rappresentazioni islamofobe e antisemite
La situazione attuale rappresenta l’apice di un sistema di disuguaglianze e ingiustizie che va avanti da troppi anni: l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi e l’embargo contro Gaza incarnano l’intollerabile violenza strutturale che il popolo palestinese subisce quotidianamente. Condanniamo le politiche razziste e di discriminazione nei confronti dei palestinesi.
All’interno delle nostre società riteniamo necessaria ogni forma di solidarietà e mobilitazione, ma ci troviamo spesso in difficoltà. Pur coscienti che antisionismo non sia sinonimo di antisemitismo, osserviamo come un antisemitismo non elaborato, che si riversa più o meno consciamente in alcune delle giuste e legittime critiche alle politiche di Israele, rende alcuni spazi di solidarietà difficili da attraversare. Si tratta di una impasse dalla quale vogliamo uscire, per combattere efficacemente ogni tipo di oppressione.
Aliza Fiorentino
Sara De Benedictis
Daniel Damascelli
Bruno Montesano
Teodoro Cohen
Micol Meghnagi
Michael Blanga-Gubbay
Susanna Montesano
Michael Hazan
Beatrice Hirsch
Giorgia Alazraki
Bianca Ambrosio
Alessandro Fishman
Tali Dello Strologo
Giulia Frova
Sara Missio
Alessandro Dayan
Ruben Attias
Keren Strulovitz
Enrico Campelli
Jonathan Misrachi
Yael Pepe
Claudia Pepe
Daniel Disegni
Sara Buda
Dana Portaleone
Ludovico Tesoro
Viola Gabbai
Edoardo Gabbai
Benjamin Fishman
Lorenzo Foà
Alessandro Foà
Giulio Ambrosio
Gaia Fiorentino
Joy Arbib
Nathan De Paz Habib
Joel Hazan
Tami Fiano
Emanuel Salmoni



Perché la UE contribuisce ad etichettare come antisemite le critiche a Israele?

Ilan Baruch,

19 aprile 2021 – +972 MAGAZINE

Adottando la definizione dell’IHRA la UE prende parte al programma dei gruppi di sostegno a Israele che minano l’impegno della società civile contro l’occupazione.

Da quando l’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) [Alleanza internazionale per la memoria dell’olocausto: organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 col fine di promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto, ndtr.] nel maggio 2016 ha adottato la sua “definizione operativa di antisemitismo diverse organizzazioni israeliane – alcune delle quali con legami dichiarati con il governo israeliano – hanno promosso quella definizione con l’obiettivo di screditare e minare l’impegno della società civile che esige risposte da Israele sull’occupazione della Palestina.

Una di queste organizzazioni è NGO Monitor [ONG israeliana che monitora i dati relativi alla comunità internazionale delle ONG da una prospettiva filo-governativa e di destra, ndtr.] che è stata contestata per aver preso di mira le fonti di finanziamento di organizzazioni critiche nei confronti di Israele. Unaltra è l’International Legal Forum (ILF) [Foro giuridico internazionale, ndtr.] una rete giuridica nota per contrastare la pressione internazionale contro le politiche del governo israeliano. Negli ultimi anni entrambe le organizzazioni hanno preso parte ad una campagna più estesa che ha portato alla riduzione dello spazio civico per le iniziative a sostegno dei diritti umani nell’ambito della questione israelo-palestinese.

Per queste organizzazioni in difesa di Israele la definizione dell’IHRA è diventata un progetto importante. Nelle scorse settimane l’ILF, ad esempio, ha contribuito a stilare una lettera aperta di intellettuali a sostegno della definizione. La definizione occupa un posto di rilievo anche nel recente rapporto dell’ILF, “Antisemitism & De-Legitimization”. Il gruppo ha anche assegnato una pagina web alla promozione di un’analisi giuridica in cui si sostiene che la definizione “fornisce, per la prima volta nella storia (sic), uno standard oggettivo per identificare le motivazioni e gli intenti antisemiti dietro comportamenti discriminatori” e per “riconoscere e comprendere con chiarezza che cosa costituisca antisemitismo.”

Tuttavia la definizione dell’IHRA non rappresenta certo un criterio oggettivo. Come molti critici hanno evidenziato, la definizione manca di chiarezza e demarcazione, il che la rende vulnerabile a interpretazioni errate e manipolazioni. Ancora più suscettibili ad un uso arbitrario sono gli undici “esempi contemporanei di antisemitismo” allegati alla definizione IHRA, sette dei quali si riferiscono a Israele.

Questi esempi relativi a Israele sembrano essere uno dei motivi principali per cui organizzazioni come l’ILF stanno promuovendo con tale entusiasmo la definizione dell’IHRA. In effetti l’ILF non tratta la definizione dell’IHRA come una dichiarazione simbolica – pretende che sia applicata nel concreto da agenzie e funzionari governativi, tra cui polizia, pubblici ministeri e giudici.

Rendere operativa la definizione

Purtroppo la Commissione Europea ha condiviso gli obiettivi dell’ILF e dell’NGO Monitor quando, il 7 gennaio 2021, ha pubblicato un “Manuale per l’uso pratico della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA”. Il manuale rappresenta un ambizioso piano d’azione per l’operatività e il rafforzamento della definizione dell’IHRA in molteplici aree politiche, dall’istruzione alla giustizia al finanziamento della società civile.

Una coalizione di ONG, sindacati e gruppi di solidarietà progressisti del Belgio, denominata “11.11.11”, ha risposto con un documento utile e istruttivo sollevando otto dubbi riguardo questo manuale, alcuni dei quali sono riassunti di seguito.

Benché pubblicato con il logo ufficiale della Commissione Europea, il manuale è stato di fatto scritto dalla RIAS (l’Associazione federale dei dipartimenti per la ricerca e l’informazione sull’antisemitismo), un ente finanziato dallo zar tedesco dell’antisemitismo, il dottor Felix Klein, che lavora per il Ministero dell’Interno del Paese. Klein è stato una forza trainante in Germania nel condurre la strumentalizzazione politica della lotta contro l’antisemitismo, in particolare contro i gruppi che sostengono il BDS, cosa che ha portato a delle richieste di dimissioni nei suoi confronti.

Secondo il manuale, per produrre i suoi contenuti la RIAS si è rivolta ad una serie di soggetti di interesse politicamente coinvolti. Uno dei collaboratori elencati è il direttore degli affari governativi del Simon Wiesenthal Center [ONG con sede a Los Angeles intitolata al famoso cacciatore di nazisti, ndtr.] che pubblica un elenco annuale dei “10 peggiori eventi antisemiti”.

Molte edizioni di questo elenco comprendono degli eventi che poco hanno a che fare con l’antisemitismo. Ad esempio, nel 2015 il Centro Wiesenthal ha elencato l’Unione Europea come antisemita per la sua decisione di etichettare i prodotti delle colonie israeliane. Nel 2016 la Francia è stata inserita nell’elenco per lo stesso motivo. Nel 2018, il centro ha riportato una banca tedesca come antisemita per aver aperto il conto di un’organizzazione ebraica che sostiene il BDS. Nel 2019 ha bollato l’ambasciatore tedesco delle Nazioni Unite Christoph Heusgen come antisemita per aver criticato Israele al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Tra gli altri collaboratori al manuale c’è il presidente del consiglio di IIBSA (l’Istituto internazionale per l’educazione e la ricerca sull’antisemitismo), un’organizzazione tedesca che nel 2018 ha pubblicato un rapporto che inquadra il movimento BDS come antisemita.

È interessante notare che il manuale della Commissione Europea non fa alcuna menzione esplicita del BDS. Tuttavia promuove come “esempi di buone pratiche” due risoluzioni approvate dai parlamenti francese e austriaco che associano il BDS all’antisemitismo. A vantaggio dei suoi autori, il manuale non fa riferimento alla storica sentenza della Corte di Giustizia Europea del giugno 2020 che sancisce il BDS come espressione della libertà di parola.

L’ambiguità del manuale va oltre il BDS. Non riconosce nessuna delle crescenti preoccupazioni sulla definizione dell’IHRA e sui modi in cui viene strumentalizzata, come sostenuto da innumerevoli studiosi e organizzazioni della società civile compresi i gruppi per le libertà civili. Persino Kenneth Stern, il principale redattore della definizione dell’IHRA, si è espresso contro l’impiego della definizione come arma lesiva della libertà di parola, in particolare nelle università.

Implicazioni di vasta portata

Gli effetti del manuale della Commissione Europea possono avere conseguenze concrete e pratiche su coloro che difendono i diritti dei palestinesi e criticano la politica israeliana. In primo luogo, facilita il progetto dell’ILF di attribuire un’efficacia quasi giuridica alla definizione dell’IHRA, compresi gli esempi relativi a Israele. Sebbene il manuale riconosca che la definizione è “non giuridicamente vincolante”, chiede alle autorità di contrasto di utilizzare la definizione per identificare, registrare, analizzare e classificare i crimini antisemiti e di aggiungere “riferimenti” alla definizione dell’IHRA nella “giurisdizione sui crimini d’odio e/o nella normativa contro l’antisemitismo.”

In secondo luogo, il manuale rappresenta un aiuto efficace per l’attuale campagna di NGO Monitor volta a pregiudicare finanziamenti internazionali alle ONG che critichino e accusino il governo israeliano. Esso propone che i governi e gli attori internazionali introducano riguardo ai loro finanziamenti delle condizioni basate sulla definizione dell’IHRA, suggerendo che “le iniziative e le organizzazioni che fondano le loro azioni sulla [definizione]” dovrebbero avere la priorità nel sostegno finanziario. Il manuale raccomanda inoltre che i governi e gli attori internazionali utilizzino la definizione come “meccanismo di controllo per evitare il finanziamento di organizzazioni e progetti antisemiti” – in altre parole, per escludere organizzazioni o progetti percepiti, sulla base di un’interpretazione politica, come in violazione della definizione dell’IHRA.

In tale contesto, il manuale tratta gli “esempi contemporanei di antisemitismo” come parte integrante della definizione IHRA. Ciò contraddice le precedenti dichiarazioni dell’UE, dalle quali gli esempi erano stati deliberatamente omessi. Ora, poiché il manuale li include, le sue raccomandazioni politiche per le autorità giuridiche di contrasto e per le condizioni ai finanziamenti si estendono efficacemente agli esempi relativi a Israele allegati alla definizione. Ciò potrebbe avere implicazioni di vasta portata.

Non ci è voluto molto perché NGO Monitor cogliesse l’opportunità offerta dal manuale. Appena 18 giorni dopo la pubblicazione del documento della Commissione Europea, NGO Monitor ha pubblicato un atto programmatico dal titolo “Implementing the IHRA Definition of Antisemitism for NGO Funding” [La messa in pratica della definizione dell’IHRA sull’antisemitismo nel campo dei finanziamenti alle ONG, ndtr.].

Ciò rivela fino a che punto l’Unione Europea si è invischiata con attori e programmi che utilizzano la definizione dell’IHRA come arma per motivi diversi dalla lotta all’antisemitismo. Questo è particolarmente preoccupante in un momento in cui il governo israeliano accusa la Corte Penale Internazionale di antisemitismo per aver inteso indagare su sospetti crimini di guerra commessi nei territori palestinesi occupati. Lo stesso governo israeliano, come era prevedibile, ha accolto con entusiasmo il manuale della Commissione Europea nel rendere la definizione dell’IHRA “uno strumento centrale” nella lotta all’antisemitismo.

L’ex ambasciatore Ilan Baruch presiede il Policy Working Group [Gruppo di lavoro politico, ndtr.], un collettivo di accademici, ex ambasciatori e difensori dei diritti umani israeliani di alto livello che sostengono e promuovono una trasformazione delle relazioni tra Israele e Palestina dall’occupazione ad una coesistenza basata su una soluzione a due stati.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In Canada una mozione del NDP ottiene una vittoria a favore dei diritti dei palestinesi e della democrazia di base

Yves Engler

13 aprile 2021 – Palestine Chronicle

Sabato in Canada i membri del Nuovo Partito Democratico [NDP, di ispirazione socialdemocratica, uno dei quattro partiti presenti nel parlamento canadese, ndtr.] hanno ottenuto una vittoria a favore dei diritti dei palestinesi e hanno inferto un duro colpo alla lobby israeliana.

Oltre l’80% dei delegati del congresso [del NDP, ndtr.] ha votato a favore di una risoluzione che chiede “la cessazione di ogni cooperazione commerciale ed economica con le colonie illegali in Israele-Palestina” e “la sospensione del commercio bilaterale con lo Stato di Israele di tutte le armi e dei materiali connessi fino a quando non saranno rispettati i diritti dei palestinesi.”

Poche ore dopo il voto il notiziario della rete CBC News ha riferito che i membri dell’NDP “hanno votato a favore di sanzioni nei confronti di Israele contro la colonizzazione” e un video successivo sul loro sito era intitolato “Singh [Jagmeet Singh Jimmy Dhaliwal, segretario del NDP, ndtr.] adotterà la risoluzione dei delegati riguardante le sanzioni contro Israele come posizione [ufficiale] dell’NDP?” Numerosi organi di stampa hanno anche ripreso il rapporto della Canadian Press [agenzia di stampa nazionale canadese, ndtr.] secondo cui “è stata approvata con l’80% dei voti una risoluzione che chiede al Canada di sospendere il commercio di armamenti con Israele e di porre fine al commercio con le colonie israeliane”.

In risposta il Centre for Israel and Jewish Affairs [agenzia delle federazioni ebraiche del Canada, ndtr.] (CIJA) ha pubblicato un rozzo comunicato col titolo “La risoluzione dell’NDP evidenzia una persistente morbosa ossessione su Israele”.

Se qualcuno non avesse colto il messaggio dal titolo, il comunicato condanna “la morbosa ossessione su Israele”, la “preoccupazione patologica nei confronti di Israele” e la “preoccupazione ossessiva per Israele” del partito, che [il CIJA, ndtr.] etichetta come “vergognose”. Su Twitter il rabbino David Mivasair [rabbino canadese impegnato in politica come democratico progressista, ndtr.] ha irriso la dichiarazione del CIJA definendola un perfetto esempio di ipocrisia”, aggiungendo che “la lobby israeliana in Canada, la cui unica ragion d’essere è imporci Israele, afferma che l’NDP è “ossessionato da Israele””.

Il comunicato del CIJA successivo alla risoluzione e la reazione al congresso dell’NDP evidenziano nel modo più chiaro come Israele abbia perso i progressisti e come la sua lobby sia sempre più propensa ad intimidire coloro che sostengono i diritti dei palestinesi definendoli antisemiti. Più di un mese prima del congresso dell’NDP, il CIJA ha iniziato a fare pressioni pubblicamente sulla dirigenza del partito per impedire una risoluzione critica verso la definizione anti-palestinese di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA).

La feroce campagna rivolta a soffocare la possibilità che i membri dell’NDP discutessero un documento progettato per impedire il dibattito sui diritti dei palestinesi ha raggiunto lo scopo di intimorire il leader dell’NDP inducendolo a sopprimere la discussione sulla persistente oppressione dei palestinesi (la risoluzione dell’IHRA non è mai stata discussa).

Una settimana fa Jagmeet Singh è stato intervistato a The House [rubrica radiofonica settimanale di attualità politica, ndtr.] dalla CBC sulle risoluzioni presentate all’assemblea dell’NDP riguardo “le relazioni del Canada con Israele e il territorio palestinese”. Egli invece di rispondere alla domanda ha menzionato quattro volte l’“antisemitismo”. All’ulteriore domanda sulle “risoluzioni che in qualche modo condannano il modo in cui Israele tratta i palestinesi” Singh ancora una volta non ha menzionato la Palestina o i palestinesi. Ha invece parlato di “aumento dei crimini d’odio anche contro persone di fede ebraica”.

La disastrosa intervista ha generato un’ondata di critiche riguardo all’atteggiamento anti-palestinese della dirigenza del partito e ha dato slancio, in vista del congresso, agli schieramenti filo-palestinesi all’interno del partito. Con una significativa inversione di tendenza, la mattina dopo il voto dell’assemblea Singh ha difeso la risoluzione che la principale corrispondente politica della CBC, Rosemary Barton, ha descritto in questo modo: “Il tuo partito ha votato in modo schiacciante a favore di una imposizione di sanzioni nei confronti delle colonie e del divieto della vendita di armi a Israele”. Rimarcando la legittimità delle “organizzazioni per i diritti umani”, Singh ha affermato che è importante “fare pressione su Israele affinché rispetti i diritti dei palestinesi”. Pur restando un po’ ambiguo riguardo al pieno sostegno alla risoluzione sulla Palestina, Singh ha ribadito per tre volte l’importanza di applicare “pressioni” su Israele.

Una foglia al vento su questo tema, Singh va ovunque venga spinto. Questa è la situazione della maggior parte delle assemblee dell’NDP. Due giorni prima del convegno il deputato Charlie Angus ha twittato: “Continuo a essere citato da alcuni di quelli che vogliono che l’NDP si opponga alla definizione internazionale di antisemitismo. Questa non è la strada da percorrere. Sostengo le mozioni che chiedono giustizia per il popolo palestinese. Ma resto anche profondamente preoccupato per la crescente minaccia dell’antisemitismo “.

Per quel che ne so, nessuno ha detto che Angus abbia sostenuto la risoluzione contraria alla definizione dell’IHRA. Piuttosto è stato rimarcato che a gennaio un membro conservatore del parlamento dell’Ontario e un alto diplomatico israeliano hanno entrambi fatto uso della definizione dell’IHRA per attaccare Angus per aver condiviso un articolo del Guardian che critica il fatto che Israele non abbia vaccinato i palestinesi contro il Covid 19. Il nome di Angus è stato presentato come un esempio concreto di come la definizione dell’IHRA calpesti i diritti dei palestinesi. Ma Angus ha vigliaccamente gettato sotto il tritasassi della lobby israeliana quanti lo difendevano dalle diffamazioni.

Tuttavia, vale la pena riflettere sull’impostazione di Angus. Dal momento che il grosso della contro-reazione si è concentrata sulla risoluzione contraria alla definizione dell’IHRA, la dichiarazione sulla Palestina è apparsa accettabile. Le campagne su più fronti possono essere efficaci.

Ci sono voluti sforzi immensi da parte di un’ampia schiera di attivisti per arrivare alla partecipazione di più di 30 (Risoluzione sulla Palestina) e 40 (Risoluzione sull’IHRA) sezioni distrettuali del partito, oltre che di numerose altre organizzazioni, al fine di approvare queste risoluzioni, ma ne è valsa la pena. L’assemblea dell’NDP conferma che esiste un significativo sostegno popolare ai diritti dei palestinesi. I sondaggi hanno dimostrato che i canadesi sono ampiamente favorevoli a esercitare pressioni su Israele riguardo la sua politica di colonizzazione. Scommetto che la maggior parte del 15% dei delegati dell’NDP che ha votato contro la risoluzione sulla Palestina lo ha fatto in quanto preoccupata delle reazioni, non della sostanza della risoluzione.

Se da un lato la risoluzione sulla Palestina è stata una vittoria a favore dei diritti dei palestinesi e un duro colpo per la lobby israeliana, è stata anche una piccola vittoria per la democrazia di base e la prova che le persone si possono mobilitare sulla base di una richiesta di giustizia in politica estera.

  • Yves Engler è l’autore di Canada and Israel: Building Apartheid [Canada e Israele: la costruzione dell’apartheid, ndtr.] e numerosi altri libri. Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Perché dobbiamo accogliere in modo critico la Jerusalem Declaration on Antisemitism

Tony Greenstein

1 aprile 2021 – Mondoweiss

La Jerusalem Declaration on Antisemitism [Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo], benché in parte carente e soggetta a critiche, non da ultimo per il suo sfortunato nome, dovrebbe essere accolta positivamente da quanti sono intenzionati a vedere la lotta contro l’antisemitismo come parte della lotta contro il razzismo piuttosto che contrapposta ad essa.

La JDA dovrebbe essere accolta positivamente anche da quanti sono arcistufi di vedere l’“antisemitismo” utilizzato come arma a favore di uno Stato “ebraico” che ha appena visto eleggere alla Knesset due nazisti ebrei [Itamar Ben-Gvir e a Bezalel Smotrich, ndtr.], uno dei quali potrebbe diventare ministro.

A differenza [della definizione] dell’IHRA, che etichetta l’opposizione al sionismo e al razzismo israeliani come antisemitismo, la JDA fa una chiara distinzione tra antisemitismo e antisionismo. La JDA afferma che quanto segue non è antisemita:

Criticare od opporsi al sionismo come forma di nazionalismo o sostenere una serie di accordi costituzionali tra ebrei e palestinesi nella zona tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita appoggiare accordi che attribuiscano piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, che si tratti di due Stati, di uno Stato bi-nazionale, di uno Stato unico democratico, di uno Stato federale o in qualunque altra forma.

Criticare Israele come Stato in base a prove concrete.”

La differenza tra l’errata definizione di antisemitismo dell’IHRA e quella della JDA è una differenza come tra il giorno e la notte.

Ovviamente la JDA avrebbe dovuto essere superflua. L’idea che sia necessario definire l’antisemitismo per opporvisi avrebbe dovuto essere insensata se non fosse per il cinico tentativo da parte di razzisti e imperialisti, compresi gli antisemiti, di utilizzare l’oppressione storica del popolo ebraico per appoggiare non solo lo Stato di Israele, ma l’imperialismo occidentale e le sue guerre in Medio Oriente.

Non è un caso che alcuni dei più violenti antisemiti e suprematisti bianchi, dall’ungherese Viktor Orban al polacco Mateusz Morawiecki e a Donald Trump, hanno tutti appoggiato la definizione dell’IHRA. In effetti nessun antisemita vero e proprio potrebbe contestare l’IHRA. Cosa c’è in essa che possa non piacerti se sei un razzista?

Rimango della stessa opinione del giudice Potter Stewart nella sua famosa considerazione sulla pornografia in una causa alla Suprema Corte [USA] del 1964 – non ho bisogno di una definizione dell’antisemitismo per riconoscerlo quando lo vedo. Quando mio padre e migliaia di ebrei come lui hanno preso parte alla “Battaglia di Cable Street” [a Londra, ndtr.] per impedire alla British Union of Fascists [Unione Britannica dei Fascisti, gruppi inglese di estrema destra e filonazista, ndtr.] di Moseley di sfilare nel quartiere ebraico dell’East End nel 1936, non avevano bisogno di una definizione di antisemitismo per capire quello contro cui stavano lottando. Tuttavia la situazione è questa e oggi il principale pregio di una onesta definizione dell’antisemitismo è che può essere utilizzata per sostituire la falsa e disonesta definizione dell’IHRA.

A differenza della definizione mistificante di antisemitismo dell’IHRA, la JDA si occupa di antisemitismo senza calunniare come “antisemiti” i palestinesi che lottano o chi si oppone al sionismo.

Ciò che è veramente spaventoso dell’IHRA è come molta gente mentalmente sana, che si considera intelligente e che normalmente lo è, ciononostante abbia sottoscritto una definizione di antisemitismo intellettualmente fallace, la versione accademica del trucco delle tre carte. L’IHRA è incoerente, disonesta e intrinsecamente contraddittoria in modo imbarazzante. In realtà in base alla sua stessa definizione l’IHRA è di per sé antisemita quando afferma da una parte che Israele è la rappresentazione collettiva di ogni ebreo e poi sostiene che è antisemita associare ogni ebreo ai crimini di Israele.

L’indeterminatezza e la confusione dell’IHRA sono in sé palesemente disoneste. È deliberatamente fumosa. In effetti una dichiarazione di oltre 500 parole non può, al di là di ogni immaginazione, essere definita una definizione e, come ha scritto Stephen Sedley [giurista inglese, ndtr.], quella dell’IHRA non può essere una definizione perché è indefinita.

La definizione centrale dell’IHRA in 38 parole, lasciando perdere i suoi 11 esempi centrati su Israele, non è altro che evasiva e vaga.

La definizione dell’IHRA è stata un esercizio di disonestà intellettuale ed è stata accolta entusiasticamente da razzisti come il rappresentante britannico dell’IHRA Lord Pickles, in quanto è un modo per calunniare e demonizzare gli antirazzisti. Chiunque creda realmente che sia una definizione dell’antisemitismo può solo essere definito come intellettualmente fallito. E la definizione dell’IHRA poggia sull’assunto che lo Stato di Israele sia uno Stato normale, democratico. Di conseguenza l’IHRA prende posizione nella lotta tra la supremazia ebraica e il sionismo da una parte e l’antisionismo dall’altra.

La definizione centrale di 38 parole dell’antisemitismo dell’IHRA all’inizio afferma che:

L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può manifestarsi come odio verso gli ebrei. Manifestazioni verbali e fisiche di antisemitismo sono dirette contro individui ebrei e non-ebrei e/o contro le loro proprietà, verso le istituzioni della comunità ebraica ed edifici religiosi.”

Benché ci venga detto che l’antisemitismo è “una certa percezione degli ebrei”, non ci viene mai detto quale sia questa percezione. Ci viene detto che l’antisemitismo “può manifestarsi come odio verso gli ebrei”, senza dire in quale altro modo si possa manifestare. Alzando la sbarra dell’antisemitismo al livello di odio, l’IHRA ignora ogni sorta di esempio di antisemitismo che sia offensivo o discriminatorio ma che non derivi dall’odio.

É assolutamente possibile che qualcuno infligga violenza a qualcun altro perché è ebreo non perché lo odi ma perché lo disprezza o lo teme. Secondo l’IHRA non è un antisemita! Analogamente chi si oppone al matrimonio del figlio o della figlia con un ebreo non perché lo odia ma perché crede che gli ebrei siano disonesti e indegni di fiducia, per non citare il fatto che siano meschini e avari, secondo l’IHRA non è antisemita. L’IHRA ha solo una funzione: proteggere lo Stato di Israele e il sionismo, non gli ebrei.

Il primo pregio della JDA è che formula una definizione dell’antisemitismo chiara e facilmente comprensibile: “L’antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto tali (o contro istituzioni ebraiche in quanto tali)”. Le ultime 5 parole potrebbero essere state evitate, ma, in quanto basate sulla definizione dell’Oxford English Dictionary [monumentale dizionario inglese in 20 volumi, ndtr.], “ostilità nei confronti o pregiudizio contro gli ebrei” è assolutamente preferibile alla definizione dell’IHRA.

Ora abbiamo una definizione chiarissima ed utile di antisemitismo che distingue bene tra antisionismo e antisemitismo. La JDA non cerca di controllare il discorso politico nel modo in cui lo fa l’IHRA. Per esempio non suggerisce che se qualcuno critica Israele senza criticare nel contempo ogni altro Paese che violi i diritti umani (“doppio standard”) sia antisemita.

La definizione della JDA non descrive come antisemiti i paragoni tra lo Stato di Israele e le sue politiche e quelle della Germania nazista. È chiaro che oggi ci sono molti paralleli tra Israele e la Germania nazista come testimoniano i muri di via Shuhada a Hebron imbrattati dagli slogan dei coloni “Arabi nelle camere a gas”.

Come hanno evidenziato Neve Gordon e Mark Levin [due firmatari della Dichiarazione di Gerusalemme, ndtr.], in base all’IHRA due delle maggiori personalità ebraiche del XX secolo, entrambe profughe dalla Germania nazista, Albert Einstein e Hannah Arendt, dovrebbero essere definite antisemite! Nel 1948, quando il leader dell’Herut [partito sionista di destra, ndtr.] Menachem Begin visitò gli Stati Uniti, Einstein e Arendt firmarono con altre personalità ebraiche una lettera al New York Times affermando che l’Herut era:

nella sua organizzazione, nei suoi metodi, nella sua filosofia politica e nella sua azione sociale molto affine ai partiti nazista e fascista.”

Sono da accogliere in modo particolarmente positivo le linee guida 10-15. Sono una chiara affermazione di appoggio al fatto che il [movimento] BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, ndtr.] non ha niente a che vedere con l’antisemitismo e tutto a che vedere con una protesta non violenta contro Israele. È da approvare anche l’affermazione secondo cui la critica a Israele sulla base di prove non può essere antisemita. Allo stesso modo non è antisemita l’appoggio a uno Stato unitario della Palestina (e implicitamente in opposizione a uno Stato ebraico).

Tuttavia ci sono molte critiche che si possono fare anche alla JDA.

In primo luogo manca una qualunque prospettiva o apporto palestinese. Dato che la JDA è nata in conseguenza dei tentativi dell’IHRA di silenziare la libertà di parola sulla Palestina, avrebbe dovuto essere scontato che i palestinesi dovessero contribuirvi. Sfortunatamente la bozza della JDA è stata una questione tutta ebraica, nonostante il fatto che ci sia una sezione B tutta su “Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, sono antisemiti.”

Benché sia stata creata in opposizione alla definizione dell’IHRA, la JDA si concentra in modo decisamente eccessivo sulla narrazione e le preoccupazioni di Israele. Benché, dato il contesto, ciò sia comprensibile, gli autori sono timorosi di dire apertamente che la principale minaccia antisemita viene dall’estrema destra e dai gruppi fascisti, non dalla sinistra. Forse questa dichiarazione era troppo rivolta a persone come il professor David Feldman del Pears Institute for the Study of Anti-Semitism [Istituto Pears per lo Studio dell’Antisemitismo, con sede in Inghilterra, ndtr.].

Tuttavia va detto forte e chiaro che oggi la principale minaccia per gli ebrei viene da gente come Donald Trump e dai suoi sostenitori neo-nazisti suprematisti bianchi. Storicamente la sinistra ha sempre lottato contro l’antisemitismo e la Germania nazista, e l’opposizione all’antisemitismo e al nazismo sono venuti quasi solo dalla sinistra.

Ciò è particolarmente opportuno in quanto la cosiddetta Campagna contro l’Antisemitismo include l’affermazione secondo cui “nel 2019 il Barometro Antisemitismo della Campagna contro l’Antisemitismo ha mostrato che l’antisemitismo nell’estrema sinistra della politica britannica ha superato quello dell’estrema destra.” Ciò è basato su un’ingannevole “ricerca” condotta da Daniel Allington del King’s College e da altri.

Il Barometro dell’Antisemitismo 2019 della CCA ha introdotto sei nuove domande assurde sugli atteggiamenti antisemiti, basate esclusivamente sull’opinione nei confronti di Israele e del sionismo. Questa ridefinizione di cosa costituisca un’affermazione antisemita non ha nessun altro scopo che definire antisemiti gli oppositori al sionismo e allo Stato di Israele. D’ora in avanti gli zeloti israeliani potranno sostenere che i veri nemici degli ebrei non sono i loro amici neo-nazisti ma le persone di sinistra.

Per esempio, se non ti senti a tuo agio a passare del tempo con dei sionisti, allora ciò ti rende un antisemita! Confesso di non trovare la compagnia dei sostenitori del Sudafrica dell’apartheid particolarmente congeniale, ma non ho mai pensato che ciò facesse di me un razzista.

Qui di seguito ci sono tre nuove affermazioni “antisemite” che Allington, Hirsh e altri hanno elaborato:

1. “Israele e i suoi sostenitori hanno un’influenza negativa sulla nostra democrazia.”

2. “Israele può farla franca perché i suoi sostenitori controllano i media.”

3. “Israele tratta i palestinesi come i nazisti trattavano gli ebrei.”

E altre tre che dimostrano o suggeriscono “antisemitismo” se chi risponde non è d’accordo:

4. “Mi trovo a mio agio a passare del tempo con persone che appoggiano apertamente Israele.”

5. “Israele dà un contributo positivo al mondo.”

6. “Israele fa bene a difendersi contro quanti vogliono distruggerlo.”

Quali sono i problemi riguardo alla JDA?

Tuttavia la JDA non è priva di problemi e non deve essere vista come la parola finale su quello che è o non è antisemita. Qui c’è un esempio di antisemitismo.

La linea-guida n. 6 “Attribuire simboli, immagini e stereotipi negativi dell’antisemitismo classico allo Stato di Israele.”

Questa linea guida è strettamente legata al nono esempio dell’IHRA: “Utilizzare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (ad es., affermare che gli ebrei hanno ucciso Gesù o l’accusa del sangue [secondo cui gli ebrei userebbero sangue o carne di bambini cristiani nei loro riti, ndtr.]) per caratterizzare Israele o gli israeliani.”

L’inganno logico qui è sostituire “Israele o gli israeliani” a ebrei. Israele non è un ebreo. Uno degli stereotipi antisemiti tradizionali sugli ebrei nell’Europa medievale era l’avvelenamento dei pozzi dei non-ebrei. Un altro era l’uccisione di bambini non-ebrei per preparare il pane della Pasqua ebraica. Sono indubbiamente antisemiti.

Tuttavia questi esempi si riferiscono agli ebrei, non a Israele. È un fatto, confermato da prove d’archivio, che durante la guerra del 1948 Israele ha avvelenato le forniture di acqua di San Giovanni d’Acri per espellerne la popolazione. È un fatto anche che i coloni israeliani hanno regolarmente avvelenato l’acqua e i pozzi dei palestinesi in Cisgiordania. Ciò è quello che i coloni fanno alla popolazione indigena, indipendentemente dal fatto che siano ebrei o cristiani. Non può essere giusto definire antisemite affermazioni basate su fatti. Né può essere giusto associare stereotipi antisemiti tradizionali sugli ebrei a uno Stato razzista che tratta i palestinesi come untermenschen [subumani, termine usato dai nazisti per indicare i popoli inferiori, ndtr.].

Israele ha testato gas velenoso e armi chimiche sui palestinesi. Affermarlo non è antisemita. È un fatto che Israele ha espiantato organi umani rubati a palestinesi. Il governo cinese ha utilizzato organi di persone giustiziate. Una simile accusa non è razzista.

La linea guida n. 8 “Chiedere alle persone in quanto ebree di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (per esempio, durante un raduno politico).”

Neppure questo è antisemita. È comprensibile, dato che il movimento sionista sostiene di parlare in nome di tutti gli ebrei (tranne che di noi odiatori di noi stessi!), ciò che rafforza tra la gente la confusione tra essere ebreo ed essere sionista.

Non può essere antisemita per i non-ebrei cadere nella propaganda sionista, ed è ancor più ragionevole per un palestinese chiedere che il popolo ebraico prenda le distanze dall’asserzione israeliana/sionista secondo cui essere ebreo significa appoggiare l’oppressione dei palestinesi. Se c’è una qualche forma di antisemitismo è da parte dei sionisti.

Trovo discutibile anche la linea guida 10:

Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente ed individualmente, come ebrei, in base al principio di uguaglianza.”

Io riconosco il diritto degli ebrei israeliani di vivere in Palestina/Israele. Tuttavia non riconosco che abbiano un qualche diritto collettivo come coloni e oppressori. I coloni non sono oppressi e di conseguenza quelli che dobbiamo riconoscere sono diritti individuali. Quindi io cancellerei le parole “collettivamente e individualmente”.

Tuttavia, salvo la linea guida n. 6, questi sono dissensi poco importanti. La JDA è un contributo decisamente positivo per disintossicare il dibattito su antisemitismo e tentativi truffaldini dei sostenitori antisemiti di Israele di confondere l’antisemitismo e l’antisionismo. Di conseguenza dovrebbe essere apprezzato come un contributo complessivamente positivo di demistificare la questione dell’antisemitismo e dell’antisionismo.

Dovremmo quindi sentirci liberi di utilizzare questa definizione e proporre che sindacati, università e partiti operai vengano incoraggiati ad abbandonare l’IHRA in favore della JDA. Dovremmo essere aperti ed espliciti. Quella dell’IHRA è una definizione appoggiata dagli antisemiti. Quella della JDA è una definizione per chi si oppone all’antisemitismo.

Dovremmo chiedere a ipocriti come la parlamentare Caroline Lucas [deputata inglese dei Verdi che ha bloccato una mozione del suo partito contro la definizione dell’IHRA, ndtr], che sostiene di appoggiare i palestinesi, di dimostrarlo. Se Lucas appoggia i palestinesi, allora dobbiamo continuare a chiederle perché sta sostenendo una definizione di antisemitismo che etichetta come antisemita la lotta dei palestinesi.

Sappiamo che razzisti come John Mann [deputato laburista molto attivo nella campagna contro l’antisemitismo all’interno del suo partito, ndtr.], Keir Starmer [attuale segretario del partito Laburista, ndtr.] ed Eric Pickles [politico conservatore filo-israeliano, ndtr.] si aggrapperanno alla definizione dell’IHRA, dato che il loro scopo principale è santificare l’appoggio dell’Occidente a Israele e legittimare le operazioni imperialiste nella regione. Tuttavia noi dobbiamo chiedere che i membri del Socialist Campaign Group [Gruppo della Campagna Socialista, ala sinistra del partito Laburista, ndtr.] adottino e appoggino la definizione della JDA, e che anche Momentum [fazione laburista dell’ex-segretario Corbyn, ndtr.] abbandoni quella dell’IHRA e adotti la JDA. Se questi gruppi rifiutano di rompere con il consenso razzista ed imperialista sul sionismo, allora dovrebbero essere ostracizzati come nemici della lotta palestinese per la liberazione e come razzisti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una critica della società civile palestinese alla Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo

La “Jerusalem Declaration on Antisemitism” (JDA), nonostante le sue carenze descritte di seguito, presenta un’ alternativa mainstream alla disonesta cosiddetta definizione IHRA di antisemitismo e una “valida guida ” nella lotta contro il reale antisemitismo, come lo definiscono molti gruppi ebraici progressisti – difendendo gli ebrei, in quanto ebrei, da discriminazione, pregiudizi, ostilità e violenza. Rispetta in larga misura il diritto alla libertà di espressione relativo alla lotta per i diritti dei palestinesi come stabilito dal diritto internazionale, anche attraverso il BDS, e alla lotta contro il sionismo e il regime israeliano di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid.

La JDA può essere utile nella lotta contro il maccartismo anti-palestinese e la repressione che i fautori della definizione IHRA, con i suoi “esempi”, hanno promosso e indotto, di proposito. Ciò è dovuto ai seguenti vantaggi della JDA:

  • Nonostante le sue problematiche linee guida incentrate su Israele, fornisce una definizione coerente e accurata di antisemitismo. I suoi autori rifiutano esplicitamente di codificarla in legge o di usarla per limitare il legittimo esercizio della libertà accademica o per “sopprimere il dibattito pubblico libero e aperto che sia entro i limiti stabiliti dalle leggi che regolano i crimini d’odio”. Ciò è utile per contrastare i tentativi della definizione IHRA di proteggere Israele dalla responsabilità nei confronti del diritto internazionale e di proteggere il sionismo da critiche razionali ed etiche.
  • Riconosce l’antisemitismo come una forma di razzismo, con la sua storia e la sua particolarità, in gran parte confutando l’eccezionalità che la definizione IHRA (con i suoi esempi) gli dà.
  • Riconoscendo che l’antisemitismo e l’antisionismo sono “categoricamente diversi”, non considera antisemita la difesa dei diritti dei palestinesi secondo il diritto internazionale e la fine del regime di oppressione israeliano di per sé. Quindi confuta le parti più pericolose e utilizzate come armi degli “esempi” della definizione IHRA. In particolare, la JDA riconosce come legittima libertà di parola i seguenti esempi: sostegno al movimento BDS non violento e alle sue tattiche; critica o opposizione al sionismo; condanna del colonialismo di insediamento o dell’apartheid di Israele; appello per pari diritti e democrazia per tutti ponendo fine a tutte le forme di supremazia e “discriminazione razziale sistematica”; e critiche alla fondazione di Israele e alle sue istituzioni o politiche razziste.
  • Afferma che “ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché sono ebrei, come agenti di Israele” è antisemita, una regola con cui siamo pienamente d’accordo. Chiediamo l’applicazione di questa regola su tutta la linea, anche quando Israele e sionisti, sia ebrei che cristiani fondamentalisti, sono colpevoli di violarla. I leader fanatici sionisti e israeliani, come Netanyahu, per esempio, spesso parlano a nome di tutti gli ebrei e incoraggiano le comunità ebraiche negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e altrove a “tornare a casa” in Israele.
  • Teoricamente riconosce che il contesto è importante nel senso che situazioni particolari determinano se una certa espressione o azione può essere considerata antisemita o meno.

Tuttavia, i palestinesi, il movimento di solidarietà palestinese e tutti i progressisti sono invitati ad avvicinarsi alla JDA con una mente critica e una cautela a causa delle sue carenze, alcune dei quali sono connaturate:

  1. Con l’infelice titolo della JDA e con la maggior parte delle sue linee guida, si concentra su Palestina / Israele e sul sionismo, rafforzando ingiustificatamente i tentativi di accoppiare il razzismo antiebraico con la lotta per la liberazione palestinese, e quindi avendo un impatto sulla nostra lotta. Nonostante questo impatto, la JDA esclude le opinioni che rappresentano i palestinesi, un’omissione che parla abbastanza delle relazioni asimmetriche di potere e dominio e di come alcuni liberali cercano ancora di prendere decisioni che ci riguardano profondamente, senza di noi. Come palestinesi non possiamo permettere che qualsiasi definizione di antisemitismo sia impiegata per controllare o censurare la difesa dei nostri diritti inalienabili o la nostra narrazione delle nostre esperienze vissute e della storia basata sull’evidenza della lotta contro il colonialismo di insediamento e l’apartheid.
  2. La sua mal concepita omissione di ogni menzione della supremazia bianca e dell’estrema destra, i principali responsabili degli attacchi antisemiti, scagiona inavvertitamente l’estrema destra, nonostante una menzione passeggera nelle FAQ. La maggior parte dei gruppi di estrema destra, specialmente in Europa e Nord America, sono profondamente antisemiti eppure amano Israele e il suo regime di oppressione.
  3. Nonostante le garanzie sulla libertà di espressione nelle sue FAQ, le “linee guida” della JDA ancora cercano di mettere sotto controllo alcuni discorsi critici delle politiche e delle pratiche israeliane, non riuscendo a sostenere pienamente la necessaria distinzione tra ostilità o pregiudizio nei confronti degli ebrei da un lato e legittima opposizione alle politiche, all’ideologia e al sistema di ingiustizia israeliani dall’altro. Ad esempio, la JDA considera antisemiti i seguenti casi:

A. “Descrivere Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua effettiva influenza” come un possibile “modo codificato di razzializzare e stigmatizzare gli ebrei”. Mentre in alcuni casi tale rappresentazione di Israele o la grossolana esagerazione della sua influenza possono rivelare indirettamente un sentimento antisemita, nella maggioranza assoluta dei casi relativi alla difesa dei diritti dei palestinesi tale inferenza sarebbe del tutto fuori luogo. Quando i palestinesi che perdono i loro cari, case e frutteti a causa delle politiche israeliane di apartheid condannano pubblicamente Israele come “il male supremo”, per esempio, questo non può essere ragionevolmente interpretato come un attacco “codificato” contro gli ebrei.

Interpretare l’opposizione ai crimini israeliani e al regime di oppressione come antiebraica, come spesso fanno Israele e i suoi sostenitori di destra anti-palestinesi, rende effettivamente Israele sinonimo o coestensivo di “tutti gli ebrei”. Eticamente parlando, oltre ad essere anti-palestinese, questa equazione è profondamente problematica perché in effetti essenzializza e omogeneizza tutte le persone ebree. Ciò contraddice l’affermazione iniziale della JDA secondo cui è “razzista essenzializzare … una data popolazione”.

B. “Applicare i simboli, le immagini e gli stereotipi negativi dell’antisemitismo classico … allo Stato di Israele.” Come la stessa JDA ammette altrove, una generalizzazione così ampia è falsa in tutti i casi “basati sull’evidenza”. Si consideri, ad esempio, i palestinesi che condannano il premier israeliano Netanyahu come un “assassino di bambini”, dato che almeno 526 bambini palestinesi sono stati massacrati nella strage israeliana del 2014 a Gaza, su cui la Corte penale internazionale ha recentemente deciso di indagare. Può essere considerato antisemita? Sebbene le prove concrete siano irreprensibili, i palestinesi dovrebbero evitare di usare quel termine in questo caso semplicemente perché è un tropo antisemita e Netanyahu è ebreo? È islamofobo chiamare il dittatore saudita Muhammad Bin Salman – che si dà il caso sia un musulmano – un macellaio per aver orchestrato il raccapricciante omicidio di Khashoggi, per non parlare dei crimini del regime saudita contro l’umanità nello Yemen? Mostrare MBS in possesso di un pugnale insanguinato sarebbe considerato un tropo islamofobico, dato che le caricature islamofobiche spesso raffigurano uomini musulmani con spade e pugnali intrisi di sangue? Ovviamente no. Allora perché eccezionalizzare Israele?

C. “Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come ebrei, in conformità con il principio di uguaglianza”. Il principio di uguaglianza è assolutamente fondamentale nella protezione dei diritti individuali in tutti gli ambiti, nonché nella salvaguardia dei diritti culturali, religiosi, linguistici e sociali collettivi. Ma alcuni possono abusarne per implicare uguali diritti politici per i colonizzatori e i gruppi colonizzati in una realtà di colonialismo di insediamento, o per i gruppi dominanti e dominati in una realtà di apartheid, perpetuando così l’oppressione. Dopo tutto, ancorato al diritto internazionale, il principio fondamentale di uguaglianza non ha come scopo, né può essere utilizzato per, assolvere crimini o legittimare l’ingiustizia.

Che dire del presunto “diritto” dei coloni ebreo-israeliani a sostituire i palestinesi nella terra vittima di pulizia etnica di Kafr Bir’im in Galilea o Umm al Hiran nel Naqab / Negev? Che dire del “diritto” apparente di imporre comitati di ammissione razzisti in decine di insediamenti per soli ebrei nell’attuale Israele, che negano l’ammissione ai cittadini palestinesi di Israele per motivi “culturali / sociali”? Inoltre, ai rifugiati palestinesi dovrebbe essere negato il diritto di tornare a casa stabilito dalle Nazioni Unite per non disturbare un presunto “diritto ebraico collettivo” alla supremazia demografica? Che dire della giustizia, del rimpatrio e delle riparazioni in conformità con il diritto internazionale e del modo in cui possono influire su alcuni “diritti” presunti degli ebrei-israeliani che occupano case o terre palestinesi?

Soprattutto, cosa ha a che fare tutto questo con il razzismo antiebraico?

1. Come recentemente rivelato da Der Spiegel, un rapporto della polizia in Germania, ad esempio, mostra che nel 2020 la destra e l’estrema destra sono state responsabili del 96% di tutti gli incidenti antisemiti in Germania attribuibili a un chiaro motivo. https://twitter.com/bdsmovement/status/1362411616638275586

Fonte: BNC

Traduzione di BDS Italia