Mandati di arresto della CPI: i palestinesi hanno prevalso nella “guerra della legittimità”

Richard Falk

22 novembre 2024-Middle East Eye

Il valore permanente dell’emissione dei mandati di arresto è quello di aiutare la Palestina a conquistare il primato del diritto, della moralità e del dibattito pubblico

La Corte penale internazionale (CPI) ha ritardato di sei mesi l’emissione formale di mandati di arresto per i principali leader politici israeliani che hanno diretto l’assalto genocida a Gaza, sebbene abbia risposto affermativamente nel giro di pochi giorni a una richiesta analoga che riguardava le accuse di responsabilità penale del presidente russo Vladimir Putin in Ucraina

Doppi standard, certo, ma l’azione della CPI è una valida alternativa al rifiuto della raccomandazione del procuratore capo Karim Khan del 20 maggio o al ritardo indefinito della decisione se emettere o meno i mandati di arresto.

La sentenza della Sezione preliminare n.1 della CPI di emettere mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, data l’evidenza schiacciante della loro responsabilità per gravi crimini internazionali, è una grande notizia.

È un colpo contro l’impunità geopolitica e a favore della responsabilità. Se questa azione della CPI viene valutata in base alla sua capacità di influenzare il comportamento a breve termine di Israele in direzioni più in linea con il diritto internazionale e con le opinioni prevalenti nelle Nazioni Unite, nel Sud del mondo e nell’opinione pubblica mondiale, questa decisione della CPI può essere cinicamente liquidata come un gesto vuoto.

Alcuni sostengono che l’impatto tangibile dei mandati di arresto, se pur ve ne sarà alcuno, consisterà solo nel modificare leggermente i piani di viaggio futuri di Netanyahu e Gallant. La decisione obbliga i 124 stati membri della CPI a effettuare l’arresto di questi individui, qualora fossero così audaci da avventurarsi nel loro territorio. Gli Stati non membri, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina, Israele e altri, non sono nemmeno soggetti a questo minimo obbligo.

Limitazioni

Ricordiamo che la Palestina è parte del trattato della CPI.

Quindi se Netanyahu o Gallant dovessero mettere piede nei territori palestinesi occupati di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’autorità governativa di Ramallah sarebbe legalmente obbligata ad arrestarli.

Tuttavia, se osasse arrestare un leader israeliano, per quanto forti siano le prove contro di lui, ciò metterebbe alla prova il coraggio dell’Autorità Nazionale Palestinese ben oltre il suo comportamento passato. Questa valutazione dell’effetto tangibile non coglie il punto del perché questo sia uno sviluppo storicamente significativo sia per la lotta palestinese che per la credibilità della CPI.

Prima di presentare un argomento sul perché questa mossa della CPI è un passo storico sembra opportuno riconoscerne i grandi limiti.

Innanzitutto, sebbene la raccomandazione del procuratore alla Camera dei giudizi preliminari della CPI sia stata fatta a maggio (o otto mesi dopo il 7 ottobre 2023), non includeva tra i crimini attribuiti a questi due leader il genocidio, che è, ovviamente, il principale crimine dell’assalto israeliano, nonché emanazione del loro ruolo.

Inoltre, un limite notevole è il lungo ritardo della CPI tra i mandati di arresto raccomandati e la sentenza della Sezione.

Ciò è stato sostanzialmente ingiustificabile date le terribili condizioni di emergenza di devastazione, carestia e sofferenza esistenti a Gaza durante questo intervallo, aggravate dal blocco da parte di Israele dell’assistenza umanitaria fornita da Unrwa e da altre organizzazioni umanitarie e degli aiuti internazionali alla popolazione civile di Gaza che aveva un disperato bisogno di cibo, carburante, elettricità, acqua potabile, forniture mediche e operatori sanitari.

La decisione della CPI è ulteriormente soggetta a contestazione giurisdizionale una volta che l’ordine di arresto è stato finalizzato. L’accettazione del provvedimento del 20 novembre è, in senso formale, provvisoria, poiché l’obiezione di Israele all’autorità giurisdizionale della CPI è stata fatta prematuramente, ma può essere fatta senza pregiudizio in futuro ora che la CPI ha agito.

Anche nell’improbabile caso in cui potessero essere effettuati arresti è dubbio che la detenzione potrebbe essere mantenuta, data la legislazione del Congresso degli Stati Uniti che autorizza l’uso della forza per “liberare” dalla prigionia della CPI cittadini statunitensi o alleati accusati.

Ci sono già state minacce da parte di alcuni membri del Senato e della Camera degli Stati Uniti che verranno emanate sanzioni contro Khan e i membri della Camera preliminare della CPI. Tali iniziative, se promulgate, indeboliranno ulteriormente la reputazione degli Stati Uniti come sostenitori dello stato di diritto negli affari internazionali

Significato duraturo

Nonostante queste formidabili limitazioni, questa invocazione dell’autorità procedurale della CPI è di per sé un triste promemoria per il mondo riguardo al fatto che la responsabilità per [perseguire, n.d.t] i crimini internazionali dovrebbe spettare a tutti i governi. Le prove sono state valutate da esperti oggettivi e professionalmente qualificati sotto gli auspici di un’istituzione internazionale che è autorizzata da un trattato ampiamente ratificato a determinare l’appropriatezza legale di prendere una decisione così controversa.

Le decisioni ufficiali della CPI vengono emesse senza essere soggette a un diritto di veto che ha paralizzato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite durante questo periodo di violenza a Gaza. Ciò non significa che seguirà l’attuazione o che l’azione penale andrà avanti, e tanto meno che le future conclusioni di colpevolezza saranno rispettate nell’improbabile eventualità che si verifichino, come ha scoperto, con suo sconcerto, la più anziana Corte internazionale di giustizia [organismo dell’ONU che giudica gli Stati, n.d.t.] sin dalla sua fondazione nel 1945.

Tuttavia, sia la CPI che la Corte internazionale di giustizia sono formalmente libere dal “primato della geopolitica” che così spesso prevale sulla rilevanza del diritto internazionale o della Carta delle Nazioni Unite in altre sedi non giudiziarie.

Un risultato come quello raggiunto dalla CPI in merito ai mandati di arresto è un’applicazione diretta e autorevole del diritto internazionale e, in tal senso, non produce controargomentazioni ma reazioni grossolane. Netanyahu definisce la sentenza della CPI “assurda” e una manifestazione di “antisemitismo”. Questo tipo di intemperanza verbale israeliana è simile a quanto affermato in passato contro l’ONU stessa e le sue attività.

Il significato duraturo dell’emissione dei mandati di arresto è quello di aiutare la Palestina a vincere la “guerra di legittimità” condotta per collocarsi sul terreno più elevato del diritto, della moralità e del discorso pubblico.

I seguaci della scuola “realista” che continuano a dominare le élite di politica estera negli Stati importanti liquidano il diritto internazionale e le considerazioni normative in materia di sicurezza globale e di contesti geopoliticamente infiammati come una distrazione fuorviante per situazioni che [ritengono, ndt.] sono meglio guidate e, in ogni caso, saranno determinate dai rapporti di forza militari.

Un simile modo di pensare trascura l’esperienza di tutte le guerre anticoloniali del secolo precedente vinte militarmente dalla parte più debole. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare questa lezione nella guerra del Vietnam dove hanno dominato i campi di battaglia aerei, marittimi e terrestri e tuttavia hanno perso la guerra.

La parte più debole ha prevalso militarmente, ovvero ha prevalso nella guerra per la legittimità che il più delle volte ha controllato gli esiti politici sin dal dal 1945 nei conflitti interni di identità nazionale. Questi esiti riflettono il declino dell’agenzia storica del militarismo anche di fronte a molte innovazioni tecnologiche, apparentemente rivoluzionarie, nella guerra.

Per questa ragione, ma indipendentemente da questa linea di analisi, sempre più osservatori attenti sono giunti alla sorprendente conclusione che Israele ha già perso la guerra e, nel farlo, ha messo a repentaglio la sua futura sicurezza e prosperità, e forse anche la sua esistenza.

Alla fine la resistenza palestinese potrebbe ottenere la vittoria nonostante il prezzo indicibile imposto da un così orribile assalto genocida.

Se questo risultato si avverasse, uno dei fattori internazionali a cui si darebbe attenzione è la decisione della CPI di emettere mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant, per quanto futile possa sembrare oggi tale azione.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Un’inconsapevole auto-rappresentazione mentale è la fonte del genocidio

Richard Forer

11 novembre 2024 – The Palestine Chronicle

Se il velo che maschera l’ingiustizia e la disumanità di Israele cadesse dai loro occhi, i sionisti vedrebbero quegli stessi caratteri in sé stessi

Uno degli argomenti “storici” più comuni che la maggioranza dei sionisti usa a difesa delle incessanti violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e delle generazioni che hanno messo i palestinesi sotto occupazione è che la parte ebraica ha accettato il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 mentre la parte araba lo ha respinto. Pertanto è colpa dei palestinesi se non c’è pace, è colpa loro se sono sotto occupazione, è persino colpa loro se l’esercito israeliano ha passato l’anno scorso a Gaza a “difendere” il proprio Paese principalmente da donne e bambini.

I sionisti non vogliono conoscere la storia. Per loro è pura malignità. Quindi la totalità della loro conoscenza del piano di spartizione delle Nazioni Unite o di qualsiasi altro evento con cui colpevolizzano gli arabi è costituita da argomenti pretestuosi, i cui resoconti distorcono automaticamente, per negarla o giustificarla, l’oppressione israeliana sul popolo indigeno. I sionisti interpretano come minacce mortali alla loro immagine di sé qualsiasi cosa metta in discussione le frasi ad effetto di uno o due slogan a cui si aggrappano per dimostrare l’innocenza israeliana e la colpevolezza palestinese, e faranno o diranno qualsiasi cosa per illudersi di aver almeno temporaneamente estinto la minaccia, incluso accusare di antisemitismo chiunque consideri Israele come ingiusto e disumano.

In base a ciò possono convincersi che ogni critica è inaffidabile e può essere liquidata a priori. Ma non possono sottrarsi alla responsabilità per il loro ruolo nella sofferenza di un intero popolo perché, nel loro inconscio, la possibilità di potersi sbagliare evoca la stessa paura della morte che proverebbero se si trovassero di fronte a un plotone di esecuzione nazista.

Non ho mai incontrato un difensore di Israele che fosse ragionevolmente informato della storia. Questo perché non vogliono conoscere la storia. Ancora più rivelatrice è la realtà che l’Israele che stanno difendendo non esiste. È un’immagine idealistica nella loro mente che proiettano sull’Israele che esiste, l’Israele che dal momento della sua nascita ha espulso, espropriato, assassinato e calunniato i palestinesi. Allo stesso modo, non si preoccupano di Israele. Ciò che gli interessa è mantenere, a tutti i costi, la loro immagine ideale di Israele.

Israele è un sostituto di sé stessi. Quando difendono o si preoccupano di “Israele”, stanno realmente e semplicemente difendendo le loro presunte, limitate e mortali identità, la loro immagine di sé. E poiché, consapevolmente e inconsapevolmente, interpretano la critica a Israele come una minaccia mortale, motivo per cui non vogliono conoscere la storia, non c’è limite a ciò che faranno per difendere le convinzioni e le rappresentazioni che emanano dalle loro presunte identità e le rafforzano. Manderanno i loro figli in guerra prima di interrogarsi sulla propria identità.

A qualcuno di loro ho detto che se fossi stato rapito da bambino e cresciuto come musulmano in Arabia Saudita, è improbabile che sarei stato il difensore di Israele che sono stato. Avrei avuto lo stesso corpo con gli stessi geni ma con una visione del mondo completamente diversa.

A loro non importa. Niente di tutto ciò ha importanza per loro. La loro lealtà incondizionata è rivolta alle loro presunte identità, indipendentemente dal fatto che, in larga misura, le loro identità siano il prodotto di una qualche condizione in cui sono stati cresciuti.

Incorporando Israele nelle loro presunte identità, i sionisti vedono lo Stato ebraico nel modo in cui vogliono vedere sé stessi, come giusto e umano, e poiché si sono convinti che non difenderebbero mai l’ingiustizia e la disumanità, anche Israele è, ipso facto, giusto e umano.

Se il velo che maschera l’ingiustizia e la disumanità di Israele cadesse dai loro occhi, i sionisti vedrebbero quegli stessi caratteri in sé stessi.

In tutti i casi, tranne alcuni rarissimi, l’immagine di sé, l’identità del loro ego interpreterebbe un confronto di questo genere come una minaccia mortale, e contemplare la morte è insopportabile perché suscita una paura esistenziale, ma poiché la paura esistenziale è il prisma attraverso cui vedono il confronto Israele-Palestina, sono smarriti.

La necessità di evitare un confronto interiore che susciti questa paura e smarrimento è il motivo per cui è così difficile convincere i sionisti a istruirsi sulla storia documentata. Non solo sono troppo spaventati per comprendere che un impegno sincero nell’apprendere la storia documentata potrebbe alleviare il loro smarrimento e ripristinare la loro umanità, non sanno nemmeno di essere confusi. Né sanno contemplare la propria disumanità. Non possono nemmeno ammettere di non aver mai studiato la storia. Lo smarrimento è anche il motivo per cui i sionisti insistono nel volere la pace mentre allo stesso tempo giustificano il genocidio che Israele ha minacciato di perpetrare più di un anno fa.

Determinato a impossessarsi di tutta la Palestina, dal 1948 Israele ha ignorato numerose opportunità di pace che avrebbero potuto rendere superflue le ostilità odierne, ma i sionisti non vogliono saperlo. Né vogliono sapere che, anziché condurre una guerra difensiva, Israele ha deliberatamente assassinato, fatto morire di fame, torturato e ripulito etnicamente una popolazione per lo più indifesa, e che il suo esito preferito è la morte perché i palestinesi morti non possono fare irruzione nei kibbutz. La negazione è di gran lunga preferibile all’assumersi la responsabilità del proprio ruolo nella sofferenza di milioni di palestinesi o del proprio ruolo nelle condizioni che hanno contribuito all’assalto di Hamas il 7 ottobre 2023.

Tutti sono capaci di giustificare il proprio comportamento, persino Hitler, Biden, Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich, gli ultimi tre membri della coalizione di governo di Israele che l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert definisce “macellai, killer, assassini e terroristi”.

Ecco i fatti chiave sulla divisione con cui i sionisti non vogliono avere nulla a che fare. Nel 1947 l’ONU formò l’UNSCOP (Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina) per decidere se la divisione fosse una soluzione valida all’impasse ebraico-araba. Il Comitato concluse che la divisione avrebbe privato i palestinesi del loro diritto all’autodeterminazione. Consapevole che la Gran Bretagna voleva porre fine al suo mandato e lasciare la Palestina, e che le bande terroristiche ebraiche (Irgun, Stern Gang) erano così feroci che opporsi alla divisione avrebbe potuto portare a un aumento della violenza, approvò comunque la divisione.

Per più di un decennio i leader ebrei hanno chiarito che la spartizione sarebbe stata il primo passo verso la conquista di tutta la Palestina.

Il primo presidente di Israele Chaim Weizmann: “Gli ebrei sarebbero degli sciocchi a non accettare [la spartizione] anche se [la terra loro assegnata] fosse grande quanto una tovaglia”.

Il primo Primo Ministro di Israele David Ben-Gurion: “Quando saremo diventati una potenza forte come risultato della creazione di uno Stato, aboliremo la spartizione e ci espanderemo in tutta la Palestina”.

Il piano di spartizione delle Nazioni Unite diede il 56 % della Palestina e l’80 % della costa alla parte ebraica, pose Gerusalemme e Betlemme, l’1% della Palestina, sotto un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite e lasciò il restante 43% della loro patria ai palestinesi. Entro una settimana dalla sua approvazione, la parte ebraica violò l’accordo trasferendo il rabbinato capo a Gerusalemme.

Sulla base dell’“accettazione” ebraica e del rifiuto palestinese della spartizione, i sionisti insistono sul fatto che Israele ha sempre voluto la pace mentre i palestinesi non l’hanno mai voluta. Come si può credere che Israele si sarebbe accontentato del 56 % della Palestina senza Gerusalemme quando non si è mai accontentato del 78 % della Palestina che ha rubato, per usare le parole di Ben-Gurion, nel 1948? I sionisti ignorano opportunisticamente la dichiarazione di Ben-Gurion secondo cui la spartizione era strumentale al sogno sionista di “espandersi in tutta la Palestina”. Inizialmente la popolazione palestinese sarebbe stata pari al 49 % della popolazione totale dello Stato ebraico diviso. Con un tasso di natalità più elevato, sarebbero diventati la maggioranza nel giro di pochi anni. È del tutto ingenuo pensare che Israele avrebbe accettato un simile risultato.

Come alternativa alla divisione le nazioni arabe avevano proposto un unico Stato con uguali diritti per ebrei e palestinesi. La parte ebraica respinse la loro proposta, principalmente perché dava ai palestinesi gli stessi diritti che dava agli ebrei. Con sorpresa di alcuni, il futuro primo ministro Menachem Begin si preoccupò che la parte araba avrebbe accettato la divisione. Perché? Dal momento che la parte ebraica non aveva mai avuto intenzione di onorare la divisione, sarebbe stato più facile giustificare un’espansione di Israele “in tutta la Palestina” che non rubare uno Stato palestinese che le nazioni arabe avevano già accettato.

La visione del mondo sionista è falsa e disonesta. I sionisti ingannano sé stessi con affermazioni facilmente confutabili. Poi propagandano tali affermazioni a chiunque voglia ascoltare. Peggio ancora la loro visione del mondo nega l’umanità del popolo palestinese. Per evitare di trovarsi faccia a faccia con la propria disumanità i sionisti consegnano al mondo intero una sofferenza senza fine. Un modo per uscire da questo dilemma è non dare nulla per scontato, studiare la storia con l’intento di scoprire la verità e riflettere su chi saremmo senza credenze e rappresentazioni che credono al diritto all’autodeterminazione di un popolo mentre rifiutano quello di un altro.

Richard Forer è l’autore di Wake Up and Reclaim Your Humanity: Essays on the Tragedy of Israel-Palestine (Svegliati e rivendica la tua umanità. Saggi sulla tragedia Israele-Palestina) e Breakthrough: Transforming Fear Into Compassion: A New Perspective on the Israel-Palestine Conflict (La svolta. Trasformare la paura in compassione: una nuova prospettiva sul conflitto Israele-Palestina).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Ultras israeliani provocano scontri ad Amsterdam dopo aver gridato slogan antipalestinesi

Huthifa Fayyad e Areeb Ullah

8- novembre 2024 – Middle East Eye

Tifosi in trasferta insultano gente del posto e strappano bandiere palestinesi prima dello scoppio di scontri con olandesi

Giovedì ultras israeliani hanno provocato scontri con giovani olandesi ad Amsterdam dopo aver scandito slogan contro gli arabi, strappato bandiere palestinesi e ignorato un minuto di silenzio per le vittime dell’inondazione in Spagna.

Mercoledì e giovedì tifosi del Maccabi Tel Aviv in trasferta hanno provocato disordini in diverse zone della capitale olandese prima della partita dell’Europa League dell’UEFA contro l’Ajax, squadra di Amsterdam.

Secondo il quotidiano AD si sono visti ultras strappare almeno due bandiere palestinesi da quella che sembrava essere la facciata di un edificio residenziale la notte prima della partita.

Anche un taxista arabo è stato aggredito dalla folla che sembrava essere stata insieme ai tifosi israeliani, benché la polizia affermi di non poter identificare la nazionalità degli aggressori in quanto non sono stati effettuati arresti.

Mercoledì un gruppo di tifosi israeliani che si è riunito in piazza Dam è stato filmato mentre provocava scontri con gente del posto gridando “Fottiti” ad alcuni di loro e “Fanculo Palestina”.

Prima della partita di giovedì tifosi diretti allo stadio Johan Cruyff Arena sono stati visti gridare “Lasciate che l’IDF (esercito israeliano) fotta gli arabi”.

Si sono anche rifiutati di partecipare a un minuto di silenzio prima del calcio d’inizio per le almeno 200 persone morte nelle inondazioni a Valenza.

A quanto si sa la polizia non ha effettuato alcun arresto di tifosi israeliani coinvolti in provocazioni prima della partita.

La sindaca di Amsterdam, Femke Halsema, ha anche tenuto lontana dallo stadio una protesta filo-palestinese prevista da un gruppo di manifestanti che voleva esprimere il proprio dissenso per l’ospitalità alla squadra israeliana.

In un contesto di provocazioni contro gli arabi in città sono scoppiati scontri tra gli ultras israeliani e qualche giovane prima e dopo la partita e poi durante la notte.

Immagini condivise sulle reti sociali mostrano persone che si scontrano tra loro e la polizia che interviene. Altri video mostrano persone che aggrediscono e inseguono alcuni tifosi israeliani.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente le immagini.

Un portavoce della polizia ha affermato che cinque persone sono state ricoverate in ospedale e 62 sono state arrestate.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che 10 israeliani sono rimasti feriti e che si sono persi i contatti con altri due.

Venerdì Halsema ha affermato che non è ancora chiaro il numero esatto di quanti sono stati feriti e arrestati in totale. Ha detto che le autorità stanno ancora indagando per stabilire le dimensioni complessive dell’incidente.

Violenza dei tifosi israeliani 

Gli ultras israeliani di estrema destra sono noti per le violenze verbali e fisiche contro i palestinesi.

In marzo ad Atene prima della partita della squadra contro l’Olimpiakos tifosi del Maccabi Tel Aviv in trasferta hanno brutalmente picchiato un uomo che portava una bandiera palestinese.

All’inizio dell’anno l’associazione per i diritti FairSquare ha scritto al presidente dell’UEFA Aleksander Ceferin accusando l’ente calcistico europeo di “doppio standard” per aver escluso le squadre russe dalle sue competizioni dal febbraio 2022 ma aver rifiutato di fare altrettanto contro Israele.

Nicholas McGeehan, fondatore di FairSquare, ha evidenziato i precedenti di slogan razzisti da parte dei tifosi del Maccabi Tel Aviv e ha criticato il modo in cui le autorità olandesi li hanno dipinti come “vittime innocenti di antisemitismo”.

“I più importanti dirigenti israeliani, compreso il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno apertamente corteggiato i tifosi del calcio in Israele e in cambio hanno ottenuto il loro sostegno violento. Il razzismo ben documentato e la violenza esibita dai tifosi del Maccabi Tel Aviv ad Amsterdam riflettono le azioni criminali del governo israeliano a Gaza e in Libano,” ha detto McGeehan a MEE.

“Ciò non assolve la violenza inflitta ai tifosi del Maccabi Tel Aviv, ma presentarli come vittime innocenti è una grave distorsione dei fatti. Per liberare il calcio europeo dal tipo di slogan genocidi che abbiamo visto dai tifosi del Maccabi Tel Aviv l’Uefa dovrebbe ricordare all’Israel Football Association [Federazione Calcistica Israeliana] in base all’articolo 7(7) del suo statuto i suoi obblighi di sradicare comportamenti razzisti, e imporre le debite sanzioni se l’IFA non prende provvedimenti.”

I politici olandesi condannano i propri cittadini

Il primo ministro olandese Dick Schoof ha definito gli scontri “attacchi antisemiti inaccettabili”, ma non ha citato le aggressioni da parte degli ultras contro i cittadini olandesi.

In un post su X Schoof ha affermato di aver parlato con il suo omologo Benjamin Netanyahu e di avergli assicurato che “i responsabili saranno identificati e processati.”

Geert Wilders, leader anti-musulmano e filo-israeliano del più grande partito del governo olandese, ha definito gli scontri un “pogrom” e una “caccia all’ebreo”.

Anche lui ha evitato di citare gli attacchi da parte degli ultras israeliani e ha invece chiesto di arrestare ed espellere quella che ha definito la “feccia multiculturale” coinvolta negli scontri.

Anche Netanyahu e altri politici israeliani hanno etichettato i disordini come antisemiti, e qualcuno li ha paragonati all’attacco del 7 ottobre guidato da Hamas contro il sud di Israele.

Il primo ministro ha detto di aver ordinato di inviare due aerei di soccorso in Olanda per evacuare i tifosi.

L’esercito israeliano ha affermato di stare preparando l’invio di una missione di soccorso in coordinamento con le autorità olandesi.

Tuttavia in seguito il portavoce internazionale dell’esercito Nadav Shoshani ha detto su X che la missione non sarebbe stata inviata ad Amsterdam.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Macron si è scontrato con Netanyahu riguardo all’‘inaccettabile’ interferenza nelle elezioni francesi

Redazione di Middle East Eye

10 luglio 2024 – Middle East Eye

Il presidente francese si è infuriato quando un ministro israeliano ha pubblicamente e ripetutamente lodato la leader dell’estrema destra Marine Le Pen.

Secondo un nuovo rapporto, il presidente francese Emmanuel Macron durante una telefonata si è lamentato con il primo ministro Benjamin Netanyahu riguardo all’“inaccettabile” interferenza nelle elezioni francesi.

Axios ha riferito che Macron era infuriato a causa del ripetuto apprezzamento pubblico per la candidata dell’estrema destra Marine Le Pen da parte dal ministro israeliano per la Diaspora Amichai Chikli [del Likud, partito di destra di Netanyahu, ndt.].

Chikli, che è anche responsabile per la lotta contro l’antisemitismo in Europa e nel resto della diaspora, ha ripetutamente lodato Le Pen e il suo Rassemblement National, nonostante il suo tradizionale antisemitismo.

In un’intervista rilasciata all’inizio di questo mese Chikli ha affermato che Le Pen sarebbe “eccellente per Israele” ed è stato anche fotografato con la leader dell’estrema destra. Chikli ha dichiarato che Netanyahu era “della stessa idea” riguardo a Le Pen.

Due fonti a conoscenza della telefonata hanno riferito ad Axios che durante la telefonata della scorsa settimana Macron ha detto a Netanyahu: “Questo è inaccettabile”, riferendosi ai commenti del ministro.

Domenica scorsa una difficile alleanza tra i partiti di sinistra e centristi francesi ha impedito la vittoria del partito di estrema destra di Marine Le Pen nelle elezioni parlamentari.

Nel primo turno delle elezioni una settimana fa il Rassemblement National è risultato il primo partito e puntava ad assicurarsi la maggioranza dei seggi nel parlamento francese. Tuttavia dopo un voto tattico nel secondo turno ha vinto il Nuovo Fronte Popolare di sinistra, spingendo il Rassemblement National al terzo posto, dopo i sostenitori di Macron.

Si dice che Netanyahu abbia garantito a Macron di aver detto ai suoi ministri di non commentare le elezioni parlamentari francesi, ma Chikli ha continuato ad esprimere supporto per il Rassemblement National.

Le Pen e il Rassemblement National hanno preso una posizione decisamente filo-israeliana riguardo agli affari esteri e negli ultimi anni sono stati accusati di aver preso una direzione islamofoba.

L’ex leader del partito e padre di Marine Le Pen, Jean-Marie Le Pen, è stato ripetutamente accusato di antisemitismo e si è riferito in modo tristemente noto alle camere a gas naziste come a “un dettaglio della storia”.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Perché bisogna leggere Lobbing for Zionism on Both Sides of the Atlantic (Lobbing a favore del sionismo su entrambe le sponde dell’Atlantico), il nuovo libro di Ilan Pappe sulla lobby israeliana

Peter Oborne

24 giugno 2024, MiddleEastEye

Nessuno è più qualificato a sfidare l’ortodossia ufficiale che soffoca qualsiasi discussione sull’argomento

Non è stata ancora pubblicata una recensione del nuovo, eccellente e appassionato libro del professor Ilan Pappe sulla lobby sionista. Questo silenzio non è una sorpresa. Anche un breve cenno sulla lobby rischia di scatenare accuse di antisemitismo e può distruggere una carriera.

Il mese scorso Faiza Shaheen è stata scaricata senza una parola come candidata laburista per i seggi londinesi di Chingford e Woodford Green. “Qualcuno si è lamentato per il suo like ad un tweet che si riferiva alla ‘lobby israeliana’ – ampiamente considerato uno stereotipo antisemita”, ha riferito Rachel Cunliffe, redattrice politica associata del New Statesman [rivista politica e culturale progressista britannica, ndt.]

In un’ormai famigerata apparizione a Newsnight [programma della BBC di notizie nazionali e internazionali, ndt.] in seguito alla sua defenestrazione, Shaheen in lacrime si è scusata per aver messo un like al tweet e ha ammesso che si trattasse di uno stereotipo.

Non aveva altra scelta. La Commissione per l’Uguaglianza e i Diritti Umani (EHRC) [ente pubblico britannico responsabile dell’applicazione delle leggi sull’uguaglianza e sulla non discriminazione, ndt.], l’ente regolatore statutario, concorda. Nel 2020 ha citato l’affermazione secondo cui dietro le denunce di antisemitismo ci fosse la “lobby israeliana” come prova di illegale persecuzione antisemita.

Pappe è entrato in un territorio pericoloso. Pochi sono più qualificati di lui a sfidare l’ortodossia ufficiale secondo cui è vietato discutere della lobby israeliana. Nessuno è più agguerrito nella battaglia.

Forse il più eminente dei “nuovi storici” che hanno raccontato la storia della fondazione di Israele, Pappe è stato denunciato alla Knesset dopo la pubblicazione nel 2006 del suo controverso libro La pulizia etnica della Palestina [ed. ital. Fazi 2008]. Il ministro israeliano dell’Istruzione ha invitato l’Università di Haifa a licenziarlo, e uno dei più diffusi giornali israeliani lo ha raffigurato al centro di un bersaglio accanto a cui un editorialista aveva scritto: “Non sto dicendo di uccidere questa persona, ma non mi sorprenderei se qualcuno lo facesse”.

Dopo una serie di minacce di morte, Pappe lasciò Israele e fu fortunato a trovare rifugio all’Università di Exeter. 

Colpire politici e giornalisti

Il famoso editore francese Fayard ha recentemente interrotto la distribuzione di La pulizia etnica della Palestina. Al suo arrivo negli Stati Uniti il mese scorso Pappe, che resta cittadino israeliano, è stato interrogato per due ore dagli agenti federali. Alla fine è stato fatto entrare, ma solo dopo che il contenuto del suo telefono era stato copiato. Questo genere di molestia, ha notato in seguito Pappe, non è nulla in confronto a ciò che i palestinesi affrontano quotidianamente.

Ha scritto un libro che deve essere letto e riletto da chiunque voglia comprendere il contesto internazionale della guerra a Gaza. Il libro descrive come la lobby israeliana abbia preso di mira sia politici che giornalisti.

Due politici britannici hanno perso il posto agli uffici esteri a causa delle pressioni della lobby per le loro simpatie filo-palestinesi: Alan Duncan nel 2016 e Christopher Mayhew nel 1964. Anche George Brown, ex ministro degli Esteri laburista, fu preso di mira negli anni ’60.

La lobby ha perseguitato giornalisti come Jeremy Bowen, costretto a sopportare una lunga indagine della BBC; l’ex corrispondente del Guardian da Gerusalemme Suzanne Goldenberg; l’ex redattore del Guardian Alan Rusbridger e il giornalista televisivo Jonathan Dimbleby. Il governo israeliano si è ripetutamente lamentato con la BBC che la corrispondente estera Orla Guerin fosse “antisemita” e mostrasse di “identificarsi totalmente con gli obiettivi e i metodi dei gruppi terroristici palestinesi”, addirittura collegando i suoi servizi dal Medio Oriente all’aumento dell’antisemitismo in Gran Bretagna – accuse tanto grottesche quanto false.

Altri nomi sono presenti in questa lunga lista.

Negli Stati Uniti è William Fulbright, il più longevo presidente della Commissione per le Relazioni Estere del Senato, il primo e più sconvolgente esempio. La tremenda storia della sua rovina nel 1974 è ben raccontata nel libro: “I soldi della lobby israeliana furono versati nelle casse elettorali del suo rivale, il governatore dell’Arkansas Dale Bumpers… Fino ad oggi la strada verso il Campidoglio è disseminata di candidati, appartenenti all’élite della politica americana, le cui carriere sono state analogamente stroncate”, scrive Pappe.

Il crimine di Fulbright è stato quello di sostenere che “invece di riarmare Israele, potremmo avere subito la pace in Medio Oriente se solo dicessimo a Tel Aviv di ritirarsi dietro i confini del 1967 e garantirli”.

“Niente li può toccare”

Questo spietato trattamento contro singole persone distingue la lobby filo-israeliana da altre lobby sia straniere che corporative. Michael Mates, ex membro del Comitato parlamentare per l’Intelligence e la Sicurezza, una volta mi disse (in una citazione ripresa nel libro di Pappe) che “nel nostro corpo politico la lobby filo-israeliana è la lobby politica più potente. Non c’è niente che li possa toccare”.

Pappe va molto indietro nella storia per tratteggiare le origini della mobilitazione per il ritorno del popolo ebraico in Palestina. La storia inizia due secoli fa con i cristiani evangelici, il che potrebbe spiegare l’utilizzo da parte di Pappe del termine “lobby sionista” piuttosto che del termine standard “lobby filo-israeliana”.

Tanto nel lontano passato come oggi questo tipo di sostegno a Israele è mosso dall’antisemitismo. Nel 1840 lo studioso delle religioni George Bush, un diretto antenato dei due presidenti degli Stati Uniti, invocò la rinascita di uno stato ebraico in Palestina, esprimendo la speranza che al popolo ebraico sarebbero stati offerti “gli stessi incentivi e attrattive per trasferirsi in Siria che ora li incoraggiano a emigrare in questo paese”.

Quei primi sostenitori cristiani di una Palestina ebraica, come i successivi sionisti cristiani, erano ignari della presenza palestinese in quella che vedevano come la Terra Santa. Per loro la Palestina era la stessa dei tempi di Gesù. Nelle parole di Pappe, ” fu in seguito immaginata come parte organica dell’Europa medievale, con la gente vestita di abiti medievali che vagava per una campagna europea”.

In Gran Bretagna Edwin Montagu, uno dei primi ebrei praticanti a partecipare ad un gabinetto britannico, descrisse il sionismo come un “credo politico problematico” – una frase che lo farebbe espellere dal partito laburista di Keir Starmer e mettere alla gogna dai media.

Montagu considerava antisemita la Dichiarazione Balfour e avvertiva che “quando agli ebrei verrà detto che la Palestina è la loro patria ogni paese cercherà immediatamente di sbarazzarsi dei suoi cittadini ebrei e in Palestina ci sarà una popolazione che caccerà i suoi attuali abitanti”.

Salvaguardare la legittimità di Israele

Dopo la fondazione di Israele, il compito principale della lobby è diventato quello di salvaguardare la legittimità dello Stato israeliano. Pappe dimostra che il partito laburista ne è stato un sostenitore più forte e affidabile rispetto ai conservatori, e mette in rilievo il ruolo di Poale Zion [movimento di lavoratori ebrei marxisti-sionisti fondato in varie città della Polonia, dell’Europa e dell’Impero russo all’inizio del XX secolo, ndt.], antecedente all’odierno Movimento Operaio Ebraico [importante parte del Partito Laburista, ndt.], che originariamente cercò di conciliare marxismo e sionismo e convinse i sindacati e i laburisti che Israele era un progetto socialista.

Pappe scrive che Poale Zion divenne “parte di una lobby intesa ad frenare qualsiasi potenziale orientamento anti-israeliano nel Partito laburista in Gran Bretagna e a rafforzare il rapporto tra il Partito laburista e i suoi elettori ebrei filo-israeliani”.

Secondo Pappe l’ex primo ministro Harold Wilson, che guidò il partito laburista dal 1963 al 1976, era “filo-israeliano fino al midollo”. Pappe ipotizza che l’ammirazione di Wilson per Israele, come quella di David Lloyd George nella generazione precedente, fosse il prodotto di un’educazione protestante dissidente. Il politico Roy Jenkins (1920-2003) disse che il libro di Wilson The Chariot of Israel era “uno dei trattati più profondamente sionisti mai scritti da un non ebreo”.

Alec Douglas-Home (1903-1995), ministro degli Esteri nel governo di Edward Heath succeduto all’amministrazione Wilson dopo le elezioni generali del 1970, era più amichevole con i palestinesi. Vecchio aristocratico di Eton, Douglas-Home è oggi liquidato come un inetto vecchio bacucco, un’aberrazione nella Gran Bretagna del dopoguerra.

Oggi le sue opinioni susciterebbero un cenno di approvazione da parte della Palestine Solidarity Campaign [organizzazione di attivisti dal 2004, “la più grande organizzazione europea per i diritti dei palestinesi” (Guardian), ndt.]. Secondo Pappe “fu l’unico ministro degli Esteri britannico a discutere apertamente del diritto al ritorno dei profughi palestinesi espulsi da Israele nel 1948” e, cosa ancora più notevole, “l’unico ministro degli Esteri britannico a sfidare la disonesta mediazione degli americani”.

Subito dopo la guerra del 1967, Douglas-Home insistette, con il sostegno di Heath, che la Gran Bretagna non poteva più ignorare le “aspirazioni politiche degli arabi palestinesi”. Al governo, fece infuriare Israele consentendo all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di aprire un ufficio a Londra.

Pappe afferma che Douglas-Home è stato l’unico politico britannico di alto livello, con l’importante eccezione dell’alcolista George Brown, a interpretare la risoluzione 242 delle Nazioni Unite come richiesta di ritiro incondizionato di Israele entro i confini del 5 giugno 1967. Durante la guerra del 1973, il governo Heath si rifiutò di consegnare armi a Israele – anche se, come nota Pappe, ciò era dovuto principalmente al timore di un embargo petrolifero arabo.

Gli anni di Corbyn

La prospettiva storica di Pappe mette la leadership di Jeremy Corbyn nel Partito Laburista sotto una nuova luce. “Le opinioni di Corbyn sulla Palestina erano praticamente identiche a quelle espresse dalla maggior parte dei diplomatici e politici britannici di alto livello sin dal 1967; come loro sosteneva la soluzione dei due Stati e riconosceva l’Autorità Palestinese”, scrive Pappe. In questo era più tradizionalista della Campagna di Solidarietà con la Palestina, che sosteneva la soluzione di uno Stato unico.

Alla luce di ciò Pappe ragionevolmente si chiede: “Perché la lobby lo ha visto come una minaccia”? E risponde: “Sospettavano, giustamente, che credesse sinceramente in una giusta soluzione a due Stati e che non avrebbe accettato le scuse di Israele per ostacolarla”.

In un passaggio che fa riflettere aggiunge: “Christopher Mayhew, George Brown e Jeremy Corbyn avevano molto in comune. Erano in posizioni di potere che potevano influenzare la politica britannica nei confronti di Israele. Erano tutti totalmente fedeli alla politica ufficiale britannica di sostegno dei due Stati come soluzione del ‘conflitto’. Nessuno di loro negava il diritto di Israele all’esistenza, nessuno di loro ha fatto alcuna osservazione antisemita in tutta la vita e non erano antisemiti in nessun senso della parola”.

Pappe ha parole dure anche nei confronti dell’inchiesta dell’EHRC sull’antisemitismo laburista. “In un mondo più ragionevole, o forse tra molti anni”, scrive, “se alla gente fosse chiesto che cosa un’importante istituzione per i diritti umani indagherebbe in relazione a Israele e Palestina, risponderebbe la violazione dei diritti umani dei palestinesi … [in questo rapporto] non vi era alcuna discussione seria su ciò che costituisce antisemitismo, né veniva fatto alcun tentativo di distinguere tra antisemitismo e antisionismo e critica a Israele”.

In una breve conclusione scritta dopo gli orrori del 7 ottobre Pappe scrive: “Molte persone nel XXI secolo non possono continuare ad accettare un progetto di colonizzazione che richiede un’occupazione militare e delle leggi discriminatorie per sostenersi. C’è un limite in cui la lobby non può più sostenere questa realtà brutale e continuare a essere vista come un’entità morale agli occhi del resto del mondo. Credo e spero che questo limite verrà raggiunto nel corso della nostra vita”.

Questo tempestivo libro di uno dei migliori storici dell’Israele contemporaneo merita di diventare oggetto di un urgente dibattito contemporaneo. Finora è stato ignorato in un ambiente politico e mediatico che, come illustra il recente caso di Faiza Shaheen, ha imposto un sistema di omertà intorno a qualsiasi discussione sulla lobby israeliana.

Lobbing for Zionism on Both Sides of the Atlantic è pubblicato da Oneworld.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Peter Oborne ha vinto il premio per il miglior commento/blog sia nel 2022 che nel 2017 ed è stato nominato Freelance dell’anno nel 2016 ai Drum Online Media Awards per gli articoli che ha scritto per Middle East Eye. È stato anche nominato editorialista dell’anno dei British Press Awards nel 2013. Si è dimesso da capo editorialista politico del Daily Telegraph nel 2015. Il suo ultimo libro è The Fate of Abraham: Why the West is Wrong about Islam, pubblicato a maggio da Simon & Schuster. Fra i suoi libri precedenti The Triumph of the Political Class, The Rise of Political Lying, Why the West is Wrong about Nuclear Iran e The Assault on Truth: Boris Johnson, Donald Trump and the Emergence of a New Moral Barbarism.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Report: Wikipedia dichiara l’Anti-Defamation League “inaffidabile” su Israele e antisemitismo

Redazione di MEE

18 giugno 2024 – Middle East Eye

La decisione inserisce l’organizzazione filo-israeliana in un elenco che comprende Newsmax, TMZ e il sito web cospirazionista Infowars

Secondo un rapporto della Jewish Telegraph Agency (JTA) [agenzia di stampa internazionale a cui fanno riferimento molti media della comunità ebraica, ndt.] gli editori di Wikipedia hanno deciso di dichiarare l’Anti-Defamation League [ONG della lobby filo-israeliana statunitense, ndt.] “generalmente inaffidabile” su Israele e Palestina, nonché sulla questione dell’antisemitismo, aggiungendo l’organizzazione a un elenco di fonti bandite.

Il rapporto afferma che una “stragrande maggioranza” degli editori di Wikipedia ha optato per definire inaffidabile l’organizzazione.

Middle East Eye ha contattato Wikipedia per un commento sul rapporto.

La decisione inserisce lorganizzazione filo-israeliana, che ha una lunga storia di demonizzazione dellattivismo filopalestinese, in un elenco che comprende National Inquirer, Newsmax, TMZ e il sito cospirazionista Infowars.

“L’ADL non sembra più aderire a una definizione di antisemitismo seria, condivisa e intellettualmente convincente, ma ha invece ceduto alla spudorata politicizzazione dello stesso argomento su cui originariamente si riteneva affidabile”, ha scritto un editore di Wikipedia noto con il nome diIskandar323, come riportato da JTA.

L’ADL ha affermato in un comunicato riportato dalla JTA che la decisione è frutto di una “campagna per delegittimare l’ADL” e che gli editori contrari al bando “hanno confutato punto per punto, basandosi su citazioni fattuali, ogni affermazione fatta, ma a quanto pare i fatti non contano più “.

“Si tratta di una scelta infelice per la ricerca e l’istruzione, ma l’ADL non si farà scoraggiare nella sua secolare lotta contro l’antisemitismo e tutte le forme di odio”, si legge nella dichiarazione.

Molti redattori dellenciclopedia online hanno affermato che lADL ha minato la sua credibilità come fonte affidabile di informazioni alterando il modo di classificare i comportamenti come antisemiti, con l’inclusione delle proteste filo-palestinesi.

I redattori hanno anche citato dichiarazioni discutibili del direttore dell’ADL Jonathan Greenblatt, il quale ha affermato che le proteste studentesche sarebbero state istigate dall’Iran e ha paragonato la kefiah palestinese alla svastica.

Hanno anche discusso dell’adozione da parte dell’ADL della controversa definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance [IHRA, organizzazione intergovernativa impegnata nella promozione dell’educazione sull’Olocausto, ndt.]

La definizione è stata formulata nel 2004 e pubblicata nel 2005 dallesperto di antisemitismo Kenneth Stern in collaborazione con altri accademici dellAmerican Jewish Committee, unorganizzazione di difesa ebraica filo-israeliana fondata allinizio del XX secolo e con sede a New York.

Chi la critica afferma che alcuni esempi confondono lantisemitismo con le critiche alle politiche attuali e storiche che hanno portato alla creazione dello Stato di Israele, oltre che alle continue violazioni dei diritti umani contro i palestinesi e alloccupazione delle loro terre da parte di Israele.

Le organizzazioni progressiste e gli attivisti palestinesi hanno sollevato per anni preoccupazioni riguardo allADL e ai suoi tentativi di indebolire i movimenti per la giustizia sociale negli Stati Uniti.

Nel 2020 più di 100 associazioni per i diritti umani hanno firmato una lettera aperta chiedendo alle organizzazioni progressiste di smettere di collaborare con lADL.

LADL ha anche una lunga storia di attacchi ai movimenti per i diritti dei palestinesi attraverso la loro designazione come antisemiti e ha precedentemente collaborato con le forze dellordine statunitensi per spiare le organizzazioni arabo-americane. Ha anche facilitato e finanziato viaggi di addestramento della polizia statunitense in Israele.

L’ADL ha anche denunciato le organizzazioni per i diritti dei neri, incluso il Movement for Black Lives (M4BL). Nel 2016, non molto tempo dopo la fondazione del movimento Black Lives Matter, Greenblatt ha pubblicato una lettera sulla New York Jewish Week [media redatto a cura della JTA, ndt.) in cui evidenziava e condannava il lavoro di solidarietà del movimento con gli attivisti palestinesi.

LADL ha inoltre consigliato alle forze di polizia di inserire agenti sotto copertura allinterno delle manifestazioni antirazziste per utilizzare filmati di sorveglianza al fine di perseguire i manifestanti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Ormai Israele ha reso l’antisemitismo un vuoto slogan

Mustafa Fetouri

13 giugno 2024 – Middle East Monitor

Molti nel sud del mondo pensano che Israele abbia sequestrato l’olocausto e lo abbia sovrapoliticizzato per i propri scopi politici fin dalla sua creazione nel 1948. I popoli del sud (del mondo) non condividono in realtà il peso della colpa per quello che i cristiani europei fecero al popolo ebraico e a coloro che tentarono di aiutarlo in tutto il continente.

Certamente la Germania nazista ha assassinato sei milioni di ebrei, ma ha anche assassinato secondo le stime altri cinque milioni di non ebrei, compresi Zingari, Rom, Slavi [Russi, Polacchi, ecc., n.d.t.], persone disabili e omosessuali. Storicamente lo Stato tedesco ha una lunga storia di uccisioni di massa, molto prima che comparisse Hitler, e la sua vicenda coloniale dalla Namibia alla Tanzania testimonia tali atrocità. Questo è uno dei motivi per cui il termine “olocausto” difficilmente evoca le emozioni che scatena ad esempio in Europa. Le vittime del colonialismo nel sud del mondo vedono non solo i doppi standard e l’ipocrisia, ma anche un tentativo di separare le loro vittime coloniali da altre e dimenticarsene. La maggior parte degli africani, per esempio, considera la questione palestinese come una vicenda sostanzialmente coloniale condotta dalle vittime dell’olocausto contro palestinesi innocenti, con molte analogie con la lotta di liberazione africana.

Ma nel corso degli anni il termine “olocausto” si è imposto con riferimento solo ed esclusivamente alle vittime ebree, ignorando le altre. Questo fatto, sostenuto e ben propagandato dagli alleati occidentali di Israele, ha reso l’intera tragedia ebraica una questione privata che non deve essere collegata o paragonata a nessun’altra, limitando se non negando totalmente la solidarietà.

L’olocausto, invece di essere commemorato in tutto il mondo come una tragedia umana perpetrata da criminali di guerra, è diventato uno strumento israeliano utilizzato per suscitare compassione e screditare gli altri. Chiunque osi criticare le politiche e le pratiche israeliane può essere definito e bollato come un “negazionista dell’olocausto” e soprattutto antisemita – il moderno termine onnicomprensivo, o meglio formula magica, che può condurre alla fine di una carriera e addirittura al licenziamento dalla scuola!!

Israele ha strumentalizzato l’olocausto per giustificare la propria esistenza e tutto ciò che fa per difendersi. Sostiene di essere il legittimo e solo erede della tragedia ebraica, attribuendosi il totale monopolio sull’uso del termine e sul come viene usato. Per esempio, Israele sarà molto adirato e propenso a reagire con estrema rabbia se chiunque, anche incidentalmente, paragoni l’olocausto come pratica di assassinio di massa ad altri assassinii di massa in tutto il mondo, figuriamoci in Palestina.

Sotto il governo di un polacco immigrato illegale e criminale di nome Menachem Begin, che è stato primo ministro dal 1977 al 1981, Israele e i suoi alleati occidentali hanno perfezionato l’arte dell’utilizzo fuorviante e ipocrita dell’olocausto, Shoah in ebraico, come sistema per giustificare qualunque cosa faccia Israele ai suoi nemici, comprese le singole persone che si oppongono alle sue politiche.

Accanto all’evocazione manipolatoria ed ipocrita dell’olocausto ad ogni difficoltà che Israele si trova ad affrontare, vi è l’altro termine molto più pericoloso e disumanizzante: antisemitismo, che di recente è stato usato quasi ogni giorno nel contesto del genocidio israeliano a Gaza che ha ucciso quasi 40.000 persone, e che continua.

L’eccessivo uso di “antisemitismo” per descrivere qualunque persona, Stato e organizzazione mondiale, comprese le Nazioni Unite, ha reso questo termine nient’altro che un vuoto slogan usato per intimidire e costringere altri al silenzio. Persino ebrei credenti e praticanti rischiano di venire accusati di “odiare sé stessi” se si esprimono contro gli orrendi crimini di Israele in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est. Anche la critica dell’occupazione di parti del Libano e della Siria costituisce una linea rossa.

Abba Eban, un famoso studioso e diplomatico israeliano nato in Sudafrica, stanco dell’uso estenuante del termine olocausto contro i critici, una volta ha detto che “è tempo che noi (israeliani) ci reggiamo sui nostri piedi e non su quelli di sei milioni di morti.”

Mentre Ben Gurion, il padre fondatore di Israele, una volta descrisse le vittime dell’olocausto come “macerie umane”, riproponendo la stessa cosa di Abba Eban – anche se un po’ più aspramente – che l’eccessiva evocazione dell’olocausto non favorirà Israele molto di più del definire gli avversari antisemiti.

Nel contesto dell’attuale sterminio di massa di Israele a Gaza la prima reazione delle elite e dei governi occidentali è stata assicurargli un inequivocabile sostegno alle sue pretese di autodifesa, nonostante l’uccisione di migliaia e migliaia di bambini palestinesi. Queste elite ipocrite, nel loro cieco appoggio ad Israele, impiegheranno prontamente la parola magica “antisemitismo” contro ogni opinione contraria e, per mettere Israele ancor più al riparo da qualunque accusa, non esiteranno a rievocare il nazismo ed i suoi crimini contro il popolo ebraico.

I leader israeliani, nella loro prima reazione all’attacco di Hamas del 7 ottobre, non solo hanno paragonato Hamas ai nazisti e i suoi capi a Hitler, ma hanno fatto riferimento alla Torah [in cui più volte il “dio degli eserciti” invita i suoi fedeli a sterminare i loro nemici, n.d.t.] e sono andati oltre definendo l’intera popolazione palestinese a Gaza animali umani meritevoli di morire, semplicemente perché sono solamente dei sub-umani e anche perché hanno assalito proprio il Paese che ospita i sopravvissuti dell’olocausto – in una parola, antisemiti.

Secondo la più ampia concezione che Israele ha di sé stesso e della propria identità, ogni ebreo ovunque nel mondo dovrebbe essere anzitutto sionista, poi israeliano, in terzo luogo ebreo e in ultimo cittadino di un altro Paese. Soprattutto lui o lei dovrebbe essere sempre pronto/a a definire gli avversari o altri differenti punti di vista come “antisemiti” e odiatori degli ebrei, anche se hanno usato espressioni del tutto neutrali e aperte alla discussione.

Questo rende l’idea di lealtà ad Israele superiore ad ogni altra lealtà, facendo degli ebrei in America, per esempio, o in ogni altra parte del mondo, una comunità discriminata e sempre sospettata e presa di mira.

Tutti i Paesi europei hanno leggi severe che penalizzano ogni forma di antisemitismo, tuttavia proprio queste leggi in realtà contribuiscono ad esacerbare i sentimenti anti-ebraici. Questo serve a rafforzare il bizzarro concetto, spacciato dallo stesso presidente Biden, secondo cui nessun ebreo è al sicuro se non fosse per la creazione di Israele!

Eppure il frenetico eccesso di utilizzo dell’accusa di antisemita non spaventa e terrorizza come soleva fare soprattutto in Europa, semplicemente perché la gente ha visto e sperimentato come Israele deliberatamente distorce il significato dell’accusa per mettere a tacere il dissenso, anche entro i propri confini.

La quantità di menzogne, alterazione dei fatti e false notizie che la propaganda israeliana ha prodotto dal 7 ottobre in poi ha reso le persone più sfiduciate nei confronti di Israele rispetto a prima, provocando, grazie alle azioni e alle politiche stesse di Israele, l’estendersi di sentimenti anti ebraici espressi in diversi modi.

Eppure Israele si lamenta dell’aumento di espressioni di antisemitismo in Europa e altrove, mentre continua a presentarsi come la povera vittima, dimenticando che il suo monotono uso del termine “antisemitismo” contribuisce in larga parte ai sentimenti anti ebraici che innegabilmente sono in aumento dati i quotidiani massacri di palestinesi.

Firmando questo articolo non sarò sorpreso se alcuni lettori mi bolleranno come “antisemita” o “negazionista dell’olocausto” o odiatore degli ebrei o tutte le tre accuse insieme!

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




In che modo Israele distorce le accuse di antisemitismo per proiettare i propri crimini sui palestinesi

Amos Goldberg e Alon Confino

21 maggio 2024 – +972 Magazine

Il contenuto delle istigazioni attribuite da Israele e dai suoi sostenitori ai palestinesi viene apertamente affermato dai politici israeliani e attuato dallesercito israeliano.

Sulla scia della proliferazione di accampamenti studenteschi filo-palestinesi nei campus universitari americani, le accuse di antisemitismo sono tornate al centro del discorso politico statunitense e globale. Indubbiamente, come hanno sottolineato Peter Beinart e altri, in alcune di queste proteste sono apparse espressioni di antisemitismo, ma la loro prevalenza è stata notevolmente esagerata. In effetti, influenti personaggi ebrei e non ebrei nei media e nella politica hanno deliberatamente cercato di creare un panico morale pubblico confondendo le dure critiche a Israele e al sionismo con lantisemitismo.

Questa fusione è il risultato di una campagna decennale condotta da Israele e dai suoi sostenitori in tutto il mondo per ostacolare lopposizione alle violente politiche statali di occupazione, apartheid e dominio sui palestinesi, che negli ultimi sette mesi hanno assunto proporzioni immense e plausibilmente genocide.

Questa strategia non è solo cinica, ipocrita e dannosa per la lotta essenziale contro il vero antisemitismo. Permette anche a Israele e ai suoi sostenitori, come qui sosterremo, di negare i crimini e il discorso violento di Israele invertendoli e proiettandoli sui palestinesi e sui loro sostenitori, e chiamando ciò antisemitismo.

Questo meccanismo psico-discorsivo di inversione e proiezione è alla base del documento fondamentale della cosiddetta lotta contro lantisemitismo”: la definizione di antisemitismo dell International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per la Memoria dellOlocausto] (IHRA), che Israele e i suoi alleati promuovono aggressivamente in tutto il mondo.

In risposta alle proteste studentesche la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha recentemente approvato un disegno di legge che, se approvato dal Senato, trasformerebbe in legge questa definizione, nonostante il fatto che la stessa IHRA la descriva come una definizione operativa giuridicamente non vincolante.”

Inversione e proiezione attraverso una definizione

L’IHRA è un’influente organizzazione internazionale composta da 35 Stati membri principalmente del Nord del mondo (compresi Israele e l’Europa orientale). Nel 2016 lorganizzazione ha adottato una definizione operativa di antisemitismo che include una vaga connessione dellantisemitismo all’ odio verso gli ebrei” insieme a 11 esempi che pretendono di illustrarlo; sette di questi si concentrano su Israele, equiparando essenzialmente allantisemitismo la critica a Israele e lopposizione al sionismo. Ciò ha quindi scatenato enormi polemiche nel mondo ebraico e non solo, nonostante la sua adozione da parte di decine di Paesi e centinaia di organizzazioni, da università a società calcistiche.

Nel corso degli anni sono stati registrati infiniti esempi che dimostrano come questa definizione serva a frenare la libertà di parola, a mettere a tacere le critiche nei confronti di Israele perseguendo chiunque le muova. Tanto che Kenneth Stern, che è stato il principale estensore della definizione, ne è diventato il principale oppositore. Definizioni alternative come la Dichiarazione di Gerusalemme sullantisemitismo (tra i cui promotori e redattori figurano gli autori di questo articolo) sono state suggerite come strumenti più accurati e meno politicamente distorti da utilizzare per scopi educativi nella lotta allantisemitismo.

Fondamentalmente, la definizione dellIHRA è una manifestazione del meccanismo di inversione e proiezione attraverso il quale Israele e i suoi sostenitori negano i crimini di Israele e li attribuiscono ai palestinesi. Uno degli esempi della definizione afferma, ad esempio, che negare al popolo ebraico il diritto allautodeterminazione” è antisemita. Eppure la politica ufficiale di Israele di insediamento coloniale, occupazione e annessione negli ultimi decenni ha negato al popolo palestinese il diritto allautodeterminazione.

Questa politica è stata intensificata sotto Benjamin Netanyahu, che nel gennaio 2024 ha pubblicamente promesso di opporsi a qualsiasi tentativo di creare uno Stato palestinese. Inoltre, facendo eco alla Legge sullo Stato-Nazione ebraico del 2018, i principi guida fondamentali della coalizione di governo dichiarano che il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su tutte le aree della Terra di Israele”. Mentre Israele ostacola attivamente lautodeterminazione palestinese, la definizione dellIHRA inverte questa affermazione e la proietta sugli stessi palestinesi, definendola antisemitismo.

Secondo la definizione dellIHRA fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista” è un altro esempio di antisemitismo. Anche qui il modello di inversione e proiezione è evidente, poiché Israele e i suoi sostenitori collegano continuamente gli arabi e soprattutto i palestinesi ai nazisti.

Questo è un discorso profondamente radicato e molto popolare in Israele. Parte da David Ben-Gurion, il primo presidente del consiglio israeliano, che vedeva gli arabi che combattevano Israele come i successori dei nazisti e giunge fino a Benjamin Netanyahu, che sostiene che Hamas è il nuovo nazismo e al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha recentemente affermato che ci sono 2 milioni di nazisti nella Cisgiordania occupata.

Alla luce di queste ipocrisie, laffermazione contenuta nella definizione dellIHRA secondo cui applicare doppi standard” nei giudizi morali su Israele è antisemita è un ulteriore esempio di questo meccanismo di inversione e proiezione. La stessa definizione dellIHRA utilizza doppi standard: mentre a Israele è consentito negare ai palestinesi il diritto allautodeterminazione e paragonarli ai nazisti, la definizione afferma che negare agli ebrei il diritto allautodeterminazione e tracciare collegamenti tra la politica israeliana e quella nazista è antisemita.

In difesa del genocidio

Come rilevato durante la recente audizione al Congresso degli Stati Uniti di tre rettrici di università americane d’élite, questo meccanismo psico-discorsivo va oltre la definizione dellIHRA. Un momento chiave ha fatto seguito alla domanda della deputata repubblicana Elise Stefanik alle rettrici se le loro istituzioni avrebbero tollerato le denunce riguardanti il genocidio contro gli ebrei.

“Presumo che lei abbia familiarità con il termine intifada, giusto?” ha chiesto Stefanik a Claudine Gay, rettrice dell’Università di Harvard. E lei comprende,” ha continuato, che luso del termine intifada nel contesto del conflitto arabo-israeliano è effettivamente un appello alla resistenza armata violenta contro lo Stato di Israele, compresa la violenza contro i civili e il genocidio degli ebrei. Ne è a consapevole?”

Questa equazione tra intifada e genocidio è infondata: intifada è la parola araba per una rivolta popolare contro loppressione e per la liberazione e la libertà (il verbo intafad انتفاض significa letteralmente scrollarsi di dosso”). Si tratta di un appello all’emancipazione ripetuto più volte nel mondo arabo contro i regimi oppressivi, e non solo contro Israele. Unintifada può essere violenta, come lo è stata la Seconda Intifada in Israele-Palestina tra il 2000 e il 2005, o non violenta, come lo è stata in larga misura la Prima Intifada tra il 1987 e il 1991, o l’“Intifada di WhatsApp” in Libano nel 2019. Detto questo, l’unica traccia di genocidio risiede nell’immaginazione di Stefanik e dei suoi pari. Questo è stato un momento fatale: Stefanik ha teso una trappola a Gay e Gay ci è caduta.

Un altro esempio di falsa e insidiosa accusa è laffermazione di Israele e dei suoi sostenitori secondo cui lo slogan di liberazione palestinese Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” sarebbe genocida e antisemita. Come hanno sostenuto gli storici Maha Nasser, Rashid Khalidi e altri, la stragrande maggioranza dei palestinesi e dei loro sostenitori che scandiscono questo slogan vuole semplicemente dire che la terra della Palestina storica sarà liberata politicamente – nel ripudio assoluto dellattuale realtà della mancanza di libertà sotto varie forme per i palestinesi che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Ciò potrebbe assumere la forma di uno Stato con uguali diritti per tutti, di due Stati nazionali completamente indipendenti o di una sorta di accordo binazionale o confederale.

In entrambi questi casi, Israele e i suoi sostenitori trovano un appello al genocidio contro gli ebrei laddove questo non esiste. Eppure in Israele, dopo i massacri e le atrocità del 7 ottobre, solo nei primi tre mesi molti leader israeliani, ministri del gabinetto di guerra, politici, giornalisti e rabbini hanno invocato esplicitamente e apertamente un genocidio a Gaza in più di 500 casi documentati, alcuni dei quali nel corso di programmi televisivi in prima serata. Ciò è stato evidenziato in modo scioccante davanti agli occhi del mondo intero nella causa che il Sud Africa ha presentato contro Israele a dicembre presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ).

Tra di loro, ad esempio, il presidente Isaac Herzog, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu. Più recentemente, linfluente rabbino Eliyahu Mali ha esortato lesercito israeliano a uccidere tutti i bambini e le donne a Gaza, mentre [il ministro delle Finanze] Smotrich ha chiesto lannientamento totale delle città di Rafah, Deir al-Balah e Nuseirat. Tali voci rappresentano unampia fascia dellopinione pubblica israeliana e corrispondono a ciò che sta realmente accadendo sul campo.

Il 26 gennaio la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza provvisoria in cui dichiara che esiste un rischio plausibile” che il diritto dei palestinesi ad essere protetti dal genocidio venga violato. Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata, con Israele che ha esteso la sua invasione a Rafah e ha deliberatamente affamato la popolazione di Gaza di 2,3 milioni di persone.

Molti studiosi di genocidio – tra cui Raz Segal, Omer Bartov, Ronald Grigor Suny, Marion Kaplan, Amos Goldberg e Victoria Sanford – sono giunti più o meno alla stessa conclusione della Corte Internazionale di Giustizia. Anche la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, nel suo recente rapporto Anatomia di un genocidio”, ha affermato che ci sono ragionevoli motivi per ritenere che la soglia che indica che Israele abbia commesso un genocidio sia stata raggiunta”.

Pertanto funzionari e personaggi pubblici israeliani dichiarano esplicitamente e apertamente, e lesercito israeliano mette in atto, i contenuti delle accuse di istigazione rivolte da Israele e dai suoi sostenitori contro i palestinesi. E mentre i palestinesi e i loro sostenitori inneggiano alla liberazione dal fiume al mare”, Israele sta rafforzando la supremazia ebraica dal fiume al mare” sotto forma di occupazione, annessione e apartheid.

Suggeriamo quindi di interpretare questa inversione e proiezione non solo come un classico caso di doppi standard ipocriti contro i palestinesi, ma anche – come spesso accade con i processi di proiezione – come un meccanismo di difesa attraverso la negazione. Israele e i suoi sostenitori non possono smentire loppressiva struttura dellapartheid dello Stato, la delegittimazione dei palestinesi, o la retorica e i crimini genocidi, quindi distorcono queste accuse e le trasferiscono sui palestinesi.

La cosiddetta lotta contro lantisemitismo” che Israele e i suoi sostenitori stanno conducendo, fondata sulla definizione di antisemitismo dellIHRA, dovrebbe quindi essere vista come lennesimo mezzo utilizzato da uno Stato potente per negare i suoi atti criminali e le atrocità di massa. Il governo degli Stati Uniti deve assolutamente respingerlo.

Amos Goldberg è un docente di storia dell’Olocausto. I suoi libri più recenti sono Trauma in First Person: Diary Writing during lOlocausto” [Trauma in prima persona: note di diario durante l’Olocausto] e un libro co-edito con Bashir Bashir, The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History.” [ed. italiana: Olocausto e Nakba”, Zikkaron]

Alon Confino è titolare della cattedra Pen Tishkach di studi sull’Olocausto presso l’Università del Massachusetts, Amherst. Il suo libro più recente è “A World Without Jews: The Nazi Imagination from Persecution to Genocide” [ed. Italiana: Un mondo senza ebrei. L’immaginario nazista dalla persecuzione al genocidio”, Mondadori].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un’organizzazione legata a Israele guida la reazione contro le proteste studentesche

James Bamford

16 maggio 2024 – The Nation

L’Israeli-American Council ha lavorato per anni con le agenzie di intelligence israeliane. Lo scorso mese i suoi dirigenti hanno giurato di far sgombrare l’accampamento all’UCLA.

Era ormai tempo di reagire contro i campus dei college americani. E il poco noto Israeli-American Council [Consiglio Israelo-Americano] (IAC), un’organizzazione che ha stretti rapporti con l’intelligence israeliana e composta per lo più da israeliani espatriati, ha deciso che avrebbe guidato la carica in tutto il Paese. Domenica 28 aprile, quando alcuni membri del gruppo sono arrivati sul prato della Dickson Plaza all’UCLA, il presidente dell’IAC, Elan Carr, è salito sul palco. Politico repubblicano, ex-membro del consiglio nazionale dell’AIPAC [principale organizzazione della lobby filo-israeliana negli USA, ndt.] e consigliere speciale dell’amministrazione Trump per monitorare e combattere l’antisemitismo, ha avuto una scarsa considerazione nei confronti di chiunque avesse screditato Israele. Nel passato ha paragonato l’appello al boicottaggio economico di Israele alle azioni dei nazisti. E ha affermato che il gruppo Jewish Voice for Peace [Voci ebraiche per la pace, organizzazione di ebrei statunitensi antisionisti, ndt.], i cui membri hanno preso parte alle proteste, “è coinvolto nell’antisemitismo.”

Tra quanti si sono rivolti alla folla di contromanifestanti che sventolavano bandiere israeliane proprio davanti all’accampamento dei dimostranti filo-palestinesi, c’era il console generale di Israele per il Pacifico sudoccidentale, Israel Bachar. Ha parlato anche Jonathan Greenblatt, presidente dell’Anti-Defamation League [altra importante associazione della lobby filoisraeliana, ndt.]. Poi è arrivato Carr, che ha annunciato l’inizio della lotta. “Ci riprenderemo le nostre strade. Ci riprenderemo i nostri campus, dalla Columbia University all’UCLA o ovunque tra l’una e l’altra,” ha affermato. La domanda è: data la lunga storia di stretti rapporti dell’IAC con le organizzazioni dell’intelligence israeliana, per chi si stanno riprendendo i campus?

Durante il raduno un sostenitore di Israele ha estratto un coltello a serramanico e ha squarciato un manifesto filopalestinese mentre altri si scontravano con manifestanti filopalestinesi e il volto di un dimostrante si è coperto di sangue. Quella mattina presto alcuni contromanifestanti hanno tentato di arrampicarsi sulle barricate dell’accampamento filopalestinese e una guardia di sicurezza è stata cosparsa con uno spray urticante. Danielle Carr, un’assistente universitaria, ha detto di aver assistito a un’aggressione “veramente incredibile” contro i dimostranti filopalestinesi.

In precedenza il gruppo aveva allestito un enorme schermo chiaramente visibile dall’accampamento. Avrebbero iniziato una tecnica di guerra psicologica simile a quella utilizzata dall’esercito USA contro i presunti terroristi a Guantanamo. Un ispettore dell’FBI assegnato al campo di detenzione ha raccontato in un memorandum di aver visto una volta un “detenuto seduto per terra nella stanza degli interrogatori avvolto in una bandiera israeliana, con musica a tutto volume e una luce stroboscopica lampeggiante.” L’ispettore è uscito dalla stanza, notando in un rapporto che la sua opinione era che “tali tecniche non fossero autorizzate né approvate dalle regole dell’FBI.”

A quanto pare queste regole non si applicano all’IAC. Durante il raduno hanno sparato a tutto volume l’inno nazionale israeliano e poi sullo schermo gigante sistemato dai contromanifestanti hanno proiettato a volume altissimo duri video dei miliziani di Hamas. Secondo il Los Angeles Times i video includevano anche “un fiume di inquietanti suoni assordanti – lo stridio di un’aquila, il pianto di un bambino – con uno stereo e sparato a tutto volume in continuazione una versione in ebraico della canzone “Baby Shark” [canzoncina per bambini, ndt.] a notte fonda in modo che chi era accampato non potesse dormire. “Sfortunatamente abbiamo sperimentato maltrattamenti e il terrore notturni che possono veramente sconvolgere,” ha detto a un giornalista un dottorando ventottenne che era nell’accampamento.

Poi solo due giorni dopo i contromanifestanti filoisraeliani sono tornati per adempiere all’impegno dell’IAC di sgomberare l’accampamento con quelle che la prorettrice dell’università Mary Osako ha definito “orribili violenze.” Alle 22:48 il gruppo filoisraeliano si è avvicinato all’accampamento e ha scandito “Harbu Darbu”, un inno di guerra israeliano che chiede vendetta per il 7 ottobre. Lo scrittore di Los Angeles Piper French ha affermato che i sostenitori di Israele hanno proiettato “immagini raccapriccianti degli attacchi del 7 ottobre. Hanno anche fatto sentire in continuazione una canzone per bambini che i soldati dell’esercito israeliano pare abbiano fatto ascoltare per ore e ore a volume altissimo ai prigionieri palestinesi come forma di tortura,” così come una canzone israeliana sulla campagna delle Forze di Difesa Israeliane a Gaza. Poi sono ritornati dopo mezzanotte.

Hanno subito iniziato a demolire le barriere che proteggevano i manifestanti filopalestinesi ed hanno aggredito brutalmente quelli che si trovavano all’interno. “Le violenze sono state istigate da decine di persone che nei video si vedono manifestare contro l’accampamento,” afferma un’inchiesta del New York Times dopo aver rivisto più di 100 filmati. “Le immagini mostrano contromanifestanti che aggrediscono per varie ore studenti nell’accampamento filopalestinese, anche picchiandoli con bastoni, usando spray chimici e lanciando fuochi d’artificio come proiettili… Uno è stato lanciato in direzione di un gruppo di dimostranti che stavano trasportando un ferito fuori dall’accampamento.”

Altri a volto coperto hanno attaccato con assi di legno, tubi di plastica, pali di ferro, spray urticanti e anti-orso. Secondo Piper French “una folla di uomini… ha agitato bastoni di legno chiodati e proferito minacce di morte e stupro. Hanno preso a pugni e colpito con mazze quattro studenti di giornalismo, ne hanno buttato a terra uno e lo hanno colpito a lungo.” Venticinque manifestanti filopalestinesi sono stati portati in ospedale.

E non c’è stato nessun intervento da parte della polizia locale, che stranamente ha aspettato più di tre ore e mezza prima di interrompere la violenza di una parte sola. “Un’orda di vigilantes antipalestinesi ha attaccato l’accampamento degli studenti,” ha affermato un articolo sul sito web di Jewish Voice for Peace. “La sicurezza del campus, LAPD, e il personale sono rimasti a guardare mentre la folla che sventolava bandiere israeliane ha assalito l’accampamento, colpendo studenti con oggetti contundenti, lanciando contro di loro fuochi artificiali e li ha aggrediti con armi chimiche, provocando decine di feriti gravi.” La violenza è continuata “per ore e ore, senza che qualcuno intervenisse,” ha affermato Bharat Venkat, un professore associato. “Ho pensato che sarebbe stato ucciso uno studente.”

Tra i poliziotti c’era Aaron Cohen, un ben noto istruttore della polizia civile che insegna le tattiche israeliane di contro-intelligence. A un certo punto si è mascherato con una kefiah, la tradizionale sciarpa palestinese a scacchi, che ha nascosto il suo volto tranne gli occhi, e si è infiltrato nell’accampamento. Secondo il suo sito web, Cohen in precedenza ha lavorato per l’israeliana mista’aravim, o unità “araba”, un gruppo “specificamente addestrato per infiltrarsi tra la popolazione araba locale e… incaricata di arresti ad alto rischio di terroristi, raccolta di informazioni e assassinii mirati, che utilizza il camuffamento e la sorpresa come sua arma principale.”

In seguito ha detto: “Così la notte scorsa ho fatto una piccola indagine speciale… Quindi ho tirato fuori la vecchia kefiah, che è diventata il nuovo simbolo nazista degli intellettuali, me la sono messa intorno al volto nel modo giusto … e sono entrato nell’UCLA appena ha fatto buio e mi sono infiltrato proprio in quell’accampamento. Ho passato circa un’ora lì in giro nel perimetro.” Ha detto di essere stato invitato a entrare nell’ufficio dello sceriffo “dietro il filo divisorio con il loro gruppo di risposta rapida,” una chiara indicazione degli stretti rapporti tra ex membri dell’intelligence israeliana e le forze dell’ordine USA.

L’Israeli-American Council è nato nel 2006 sul tovagliolo di carta di un ristorante, molto prima delle proteste e manifestazioni nel campus dell’UCLA. È stata un’idea del console generale israeliano a Los Angeles dell’epoca, Ehud Danoch. Voleva riunire la grande popolazione di espatriati israeliani negli USA, quindi formare un potente gruppo di pressione in appoggio alle politiche del governo israeliano. Tra i suoi principali fondatori c’era Adam Milstein, ex presidente nazionale e attuale membro del consiglio di amministrazione nato in Israele e immobiliarista multimiliardario, nonché criminale, di Los Angeles.

Nel 2008 si dichiarò colpevole e venne incarcerato per due accuse di evasione delle tasse federali. Faceva parte di una complessa trama guidata da un gran rabbino di New York, estesa da Israele a New York e Los Angeles. Utilizzava false associazioni benefiche, tra cui una yeshiva, scuola ebraica ortodossa, per evadere tasse e riciclare milioni di dollari. Gli investigatori la definirono “un’impressionante struttura e un’attività sinistra.” E l’IRS [agenzia delle entrate USA, ndt.] disse: “Non si è trattato di un caso riguardante la religione, la tradizione o le donazioni benefiche. Si è trattato solo di un caso di avidità.” Subito dopo il suo rilascio Milstein fece una richiesta piuttosto strana al ministero della Giustizia. Voleva andare in Israele dove, tra le altre cose, avrebbe voluto “incontrare il primo ministro israeliano” Benjamin Netanyahu. Il ministero della Giustizia accolse la sua richiesta.

L’IAC è stato generosamente finanziato e guidato per anni dal supermiliardario di Las Vegas Sheldon Adelson, il principale donatore della campagna elettorale di Trump nel 2020. L’organizzazione è anche riuscita ad avere stretti legami con l’intelligence israeliana. Per anni il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato sempre più preoccupato per il crescente attivismo filopalestinese nei campus dei college statunitensi e soprattutto del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. Più il movimento prendeva piede nei campus, più Netanyahu era preoccupato di perdere i miliardi in aiuti dell’America e il suo fondamentale appoggio alle Nazioni Unite. Di conseguenza ha nominato Gilad Erdan, suo stretto collaboratore, come responsabile del tenebroso ministero degli Affari Strategici, con la principale priorità di lanciare operazioni sotto copertura negli USA per reprimere il movimento filopalestinese e dare segretamente la caccia in ogni modo possibile ai suoi sostenitori.

Il quartier generale di Erdan era nascosto al 29esimo piano di un grattacielo di uffici, la Champion Tower, nel quartiere di Bnei Brak a Tel Aviv. E nel 2016 la vice di Erdan nel ministero, la direttrice generale Sima Vaknin-Gil, disse a una commissione governativa che l’obiettivo del suo ministero era perseguitare il movimento di boicottaggio filopalestinese negli USA in modo che la “narrazione del mondo non fosse che Israele equivale all’apartheid.” In un altro punto del discorso chiarì come il ministero avrebbe raggiunto quell’obiettivo: “Per fare ciò,” affermò, “dobbiamo utilizzare trucchi e furbizie.” Che sarebbero stati tradotti in operazioni sotto copertura e attività clandestine negli Stati Uniti.

Per le operazioni negli USA era fondamentale un’unità molto sofisticata di intelligence che prendesse di mira americani innocenti in tutto il Paese. Venne descritta nel 2016 ai membri dell’IAC da Sagi Balasha, un ex ufficiale superiore israeliano ed ex presidente dell’IAC dal 2011 al 2015. Poi tornò in Israele e rilevò Concert, un’organizzazione di copertura controllata dal ministero degli Affari Strategici, dove lui chiamava Vaknin-Gill “la mia collaboratrice”. E tra i suoi progetti c’era Israel Cyber Shield [Scudo Informatico di Israele]. “Iniziammo creando un progetto chiamato Israel Cyber Shield,” ha affermato. “In realtà è un’unità di intelligence civile che raccoglie dati, analizza e agisce contro gli attivisti del movimento BDS, della sua gente, organizzazioni o eventi. E noi gli forniamo tutto quello che raccogliamo. Stiamo utilizzando il sistema di dati più sofisticato, il sistema di intelligence sul mercato israeliano.”

E secondo Vaknin-Gil tutto quello che raccolgono include sorveglianza su studenti, frequentatori di chiese e lavoratori in tutto il Paese, ogni gruppo che possa appoggiare o simpatizzare con la causa palestinese e con il boicottaggio. Descrivendo i vari aspetti delle operazioni sotto copertura ha detto: “La principale è l’intel, intelligence…Quello che abbiamo fatto è stato mappare e analizzare tutto il fenomeno (filopalestinese) a livello globale. Non solo gli Stati Uniti, non solo i campus, ma i campus e l’intersezionalità, i sindacati e le chiese.” E la segretezza era fondamentale: “Siamo un altro governo che lavora su suolo straniero, e dobbiamo essere molto, molto cauti,” ha affermato. C’erano buone ragioni per la discrezione di Israele. Tra i principali obiettivi c’è stata Linda Sarsour, una dirigente sia del movimento filopalestinese che di Black Lives Matter, che ha aderito al boicottaggio nel 2016.

È stata anche una delle principali organizzatrici della Marcia delle Donne in seguito all’insediamento del presidente Donald Trump. Secondo un’inchiesta del giornale israeliano Haaretz tra il materiale che l’unità Cyber Shield è riuscita a ottenere segretamente da Sarsour c’era un file protetto con una password “contenente informazioni sui suoi genitori, e un altro con più di 10 pagine tutte identificate come ‘riservate’… Il dossier finiva con una sintesi che evidenziava i suoi evidenti punti deboli.” Una volta raccolti, i dati poi venivano consegnati per essere utilizzati da un’altra unità israeliana segreta che prendeva di mira americani, nota come Act.iL, che poi poteva sfruttare i “punti deboli” di Sarsour. Act.iL è nata in modo inusuale.

Il 4 giugno 2017 il governatore di New York Andrew Cuomo nominò Erdan “Gran Cerimoniere Onorario” della parata per celebrare Israele, nonostante il fatto che egli fosse il capo delle operazioni sotto copertura di Netanyahu negli Stati Uniti. Ma Cuomo aveva passato buona parte del suo incarico di governatore ad assecondare i sostenitori di Israele tra i quasi due milioni di votanti ebrei e invitò vicino a sé Erdan alla marcia attraverso il centro di Manhattan. Ore dopo Erdan ripagò Cuomo per quell’onore lanciando la sua nuova operazione: una rete di fabbriche segrete di troll [agenti provocatori informatici, ndt.] in tutti gli USA diretta da Israele. L’idea era di incoraggiare studenti filoisraeliani a scaricare un’app israeliana con cui avrebbero potuto rispondere a “missioni” dirette dal governo israeliano per prendere di mira e perseguitare segretamente chi, come Sarsour, criticava Israele e i sostenitori dei palestinesi.

Rapidamente l’app ebbe oltre 20.000 potenziali troll in rete, molti dei quali ebrei americani, e un budget di 1.1 milioni di dollari. Benché sviluppata e controllata dal ministero degli Affari Strategici di Erdan, ottenne il generoso sostegno di Adelson e Milstein di IAC, che facevano parte del suo consiglio direttivo. La sala operativa delle attività era appena fuori Tel Aviv e il responsabile era Yarden Ben-Yosef, un maggiore della riserva in quello che definiva “un’unità d’élite dell’intelligence”. “Lavoriamo con il ministero degli Affari Esteri e con quello degli Affari Strategici, ci consultiamo con loro e gestiamo progetti comuni,” disse a una rivista israeliana. “Anche con le agenzie di intelligence,” aggiunse. “Parliamo tra di noi. Lavoriamo insieme.”

Nel 2018 l’operazione aveva aperto fabbriche di troll dirette da Israele in tutti gli USA e stava realizzando 1.580 missioni alla settimana. A un certo punto la fabbrica di troll di Boston creò una missione per prendere di mira una chiesa locale che stava proiettando un documentario che secondo loro era eccessivamente critico con Israele. Il testo della mail proposto faceva un confronto con gli scontri dei suprematisti bianchi a Charlottesville, in Virginia, e definiva il narratore del film “un noto antisemita”. Quello che spesso succedeva in questi casi era che la sala operativa allora dirigeva i troll nel bombardamento sulle reti sociali. Poi nascondevano i propri link per Israele e attaccavano i bersagli, in questo caso i fedeli cristiani. L’idea era di “cancellare” il documentario.

Tra gli estimatori del successo della fabbrica di troll c’era Shoham Nicolet, uno dei fondatori di IAC e all’epoca suo presidente. “Nicolet,” secondo un giornalista israeliano che era presente, “era visibilmente estasiato quando parlava al gruppo dalla nuova sala operativa via Skype. ‘Immaginate altre 20 sale come questa, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo,” si entusiasmava.”

Una volta che la sala operativa ebbe ottenuto i file riservati di Linda Sarsour, insieme a come sfruttare i suoi punti deboli, i troll americani dell’organizzazione vennero indirizzati per attaccarla. Utilizzando i dati prepararono una lettera distribuita attraverso i troll nel tentativo di impedire la sua presenza in college e università, cosa che in buona misura avvenne. Successivamente Ben-Yosef confermò ad Haaretz che Act.iL riceveva materiale dall’unità di Israel Cyber Shield: “La nostra collaborazione con (ICS) è simile a quella che abbiamo con altri gruppi, e include la condivisione di dati,” affermò.

Un’altra organizzazione legata all’IAC che prende di mira studenti americani critici con Israele o sostenitori della Palestina è la Israel on Campus Coalition [Coalizione di Israele nei campus] (ICC). Con sede a Washington, è sostenuta da Milstein dell’IAC, che fa parte del suo consiglio direttivo e contribuisce a finanziarla attraverso la sua fondazione di famiglia. L’ICC agisce a favore di Israele come una sorta di centro di sorveglianza clandestino di studenti in tutto il Paese. Come per le fabbriche di troll, riceve in forma riservata informazioni su studenti filopalestinesi da studenti filoisraeliani che collaborano nei college e università in tutto il Paese. Molte di queste informazioni sono poi incluse in una “sintesi di intelligence” e riportate al ministero degli Affari Strategici. In base a questo lavoro di intelligence l’ICC attacca poi gli studenti presi di mira. “Abbiamo costruito questa massiccia campagna politica nazionale per annientarli,” si è vantato una volta in una registrazione fatta a sua insaputa Jacob Baime, il direttore esecutivo dell’organizzazione.

Per colpire migliaia di studenti in tutto il Paese la sala operativa dell’ICC è tappezzata di monitor a schermo piatto e alcune delle più avanzate tecnologie di intelligence sul mercato. Per un certo periodo ha utilizzato il programma Radian6, che monitora conversazioni in rete in tempo reale da più di 150 milioni di fonti sui social media. “Lo elimineremo gradualmente nel corso del prossimo anno e introdurremo una tecnologia più sofisticata sviluppata in Israele,” ha affermato Baime. Tuttavia la segretezza è fondamentale: “Il 90% delle persone che dedica molta attenzione a questo spazio non ha la più pallida idea di quello che stiamo realmente facendo, che a me piace,” ha affermato. “Lo facciamo in modo sicuro e anonimo, e ciò è fondamentale.”

Ora l’IAC ha annunciato l’ultimo fronte nella sempre più ampia guerra di Israele contro gli studenti americani: reprimere le proteste e manifestazioni che intendono porre fine al genocidio israeliano a Gaza e alla sua brutale occupazione militare della Palestina. È una guerra a lungo combattuta in segreto dal ministro degli Affari Strategici Erdan e a lungo sostenuta da Milstein, il cofondatore di IAC. Nel 2017 su The Times of Israel [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndt.] egli arrivò fino al punto di definire la lotta per i diritti dei palestinesi e per il boicottaggio di Israele “un sofisticato movimento di odio impegnato alla distruzione del popolo ebraico.” Quell’anno in un discorso al Center for Entrepreneurial Jewish Philanthropy summit [Vertice Filantropia Imprenditoriale Ebraica] disse: “Dobbiamo insegnare loro che chiunque ci attacchi pagherà un prezzo, dovrà risponderne. Dobbiamo passare all’offensiva.” A giudicare dalle ore di percosse e violenze contro gli studenti dell’UCLA la scorsa settimana da parte di contromanifestanti che brandivano pali di ferro dopo il raduno dell’IAC, sembra che Milstein e Erdan, ora ambasciatore di Israele all’ONU, abbiano finalmente esaudito i loro desideri.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nomi e cognomi: sito web filo-israeliano intensifica gli attacchi contro gli studenti che manifestano a favore della Palestina.

Gabriella Borter, Joseph Ax e Andrew Hay

11 maggio 2024 – Reuters

Washington – Qualche settimana dopo aver partecipato a una manifestazione a favore dei palestinesi la studentessa egiziano-americana Layla Sayed ha ricevuto un messaggio di testo da un amico che sollecitava la sua attenzione su un sito web dedicato a denunciare persone che promuoverebbero l’odio nei confronti degli ebrei e di Israele.

“Penso che ti abbiano identificata per via della protesta,” ha scritto l’amico.

Quando Sayed ha visitato il sito, chiamato Canary Mission, ha scoperto una foto del raduno del 16 ottobre all’università della Pennsylvania con freccette rosse che la indicavano tra i manifestanti. Il post includeva il suo nome, le due città in cui vive, dettagli sui suoi studi e link ai suoi account sulle reti sociali.

In seguito Canary Mission ha postato una sua foto sui suoi account di X e Instagram etichettandola come “apologeta dei crimini di guerra di Hamas”, un riferimento all’attacco del gruppo di miliziani palestinesi del 7 ottobre in cui secondo i dati israeliani sono state uccise circa 1.200 persone e 253 sono state prese in ostaggio.

In risposta a quell’incursione Israele ha scatenato un’offensiva militare contro la Striscia di Gaza che secondo le autorità sanitarie locali ha ucciso circa 35.000 palestinesi.

Si sono scatenati commenti su Sayed degli utenti delle reti sociali.

“Nessun futuro per quella stronza,” ha scritto un utente di X. “Candidata per la deportazione a Gaza,” ha scritto un altro.

Benché Sayed sia stata da lungo tempo una sostenitrice della causa palestinese, afferma che era la prima volta che partecipava a una manifestazione filo-palestinese all’università di Pennsyilvania, e Canary Mission non ha segnalato nessun’altra attività.

“La mia reazione iniziale è stata di choc totale,” ha detto alla Reuters Sayed, una matricola di 20 anni. “Non ero là per dire che appoggio Hamas. Non ero là per dire che odio Israele. Ero là per dire che quello che sta succedendo in Palestina è sbagliato.”

Afferma che sul momento non aveva capito che uno slogan da cui Canary Mission ha preso spunto, “Quando un popolo è occupato, resistere è giustificato”, è considerato da alcuni come una manifestazione di appoggio alle uccisioni da parte di Hamas. Lei si era unita agli slogan, sostiene, per dimostrare appoggio alle manifestazioni.

In risposta a una domanda presentata attraverso il suo sito web, Canary Mission ha affermato che dal 7 ottobre sta “lavorando giorno e notte” per combattere un’“ondata di antisemitismo” nei campus dei college, anche denunciando persone che appoggiano Hamas.

Secondo i commenti dal sito forniti da un portavoce dall’impresa di pubbliche relazioni con sede a Tel Aviv, Gova10, Canary Mission non ha risposto alle domande relative al profilo di Sayed o agli insulti in rete diretti contro i suoi bersagli.

Mentre Canary Mission si basa su suggerimenti, afferma di verificare quello che pubblica, attingendo da fonti pubblicamente reperibili. I profili di Canary Mission includono link per post sulle reti sociali dei suoi bersagli, discorsi pubblici e interviste con giornalisti.

I funzionari dell’università della Pennsylvania non hanno risposto alle domande riguardo al caso di Sayed.

“La Penn è concentrata sul benessere di ogni membro della sua comunità,” ha detto a Reuters un portavoce dell’università, Steve Silverman, aggiungendo che il personale si attiva per offrire appoggio quando viene a sapere di situazioni problematiche.

Canary Mission è una delle organizzazioni di appoggio più antiche e importanti dei molti gruppi informatici che hanno intensificato le campagne per denunciare chi dallo scoppio della guerra critica Israele, spesso portando a molestie come quelle patite da Sayed. Le persone che stanno dietro al sito tengono nascoste le loro identità, la sede e le fonti di finanziamento.

La Reuters ha analizzato attacchi e messaggi offensivi in rete diretti contro decine di persone prese di mira da Canary Mission dal 7 ottobre.

In base all’analisi di questi post da parte di Reuters, dall’inizio dell’ultimo conflitto a Gaza il sito ha accusato oltre 250 studenti e accademici USA di appoggiare il terrorismo o diffondere antisemitismo e odio contro Israele. Alcuni erano importanti membri di gruppi palestinesi per i diritti umani o sono stati arrestati per reati come blocchi stradali e per aver picchiato uno studente ebreo. Altri, come Sayed, dicono di aver iniziato da poco l’attivismo nel campus e non sono stati accusati di alcun reato.

La Reuters ha parlato con 17 studenti e un ricercatore di sei università USA segnalati da Canary Mission dal 7 ottobre. Includono altri studenti che hanno gridato slogan durante le proteste, dirigenti di gruppi che sostengono affermazioni secondo cui Israele è l’unico responsabile della violenza e gente che nei post sui social media dice che la resistenza armata dei palestinesi è giustificata. Tutti tranne uno hanno affermato di aver ricevuto messaggi di odio o visto commenti al vetriolo su di loro postati in rete.

Alcuni dei messaggi analizzati da Reuters chiedono la loro deportazione o espulsione da scuola o suggeriscono che dovrebbero essere violentati o uccisi.

Negli ultimi mesi sono sorti molti gruppi filo-palestinesi che utilizzano le stesse tattiche per rispondere ai sostenitori di Israele. Essi includono un account X chiamato StopZionistHate e Raven Mission, un sito web lanciato in dicembre che copia Canary Mission mettendo in evidenza persone che accusa di islamofobia o di aiutare a perpetrare atrocità contro i palestinesi.

Raven Mission non ha risposto alle richieste di fare commenti. StopZionistHate ha affermato di voler “garantire che l’opinione pubblica americana sia consapevole della minaccia rappresentata dall’estremismo sionista.”

Accuse di bullismo informatico

Alcuni critici accusano siti di entrambe le parti di bullismo informatico e dossieraggio, che secondo loro possono avere un effetto inibitorio sulla libertà di espressione.

Nei campus dei college USA, dove la guerra di Israele contro Gaza ha scatenato un’ondata di attivismo studentesco, le tensioni sono andate aumentando. Alcune delle manifestazioni filo-palestinesi sono state affrontate da contromanifestanti che le hanno accusate di fomentare l’odio contro gli ebrei e di intimidire gli studenti ebrei nei campus. Entrambe le fazioni si sono scontrate con la polizia.

Dal 7 ottobre il ministero dell’Educazione USA ha aperto indagini su decine di college, notando un’ “allarmante crescita in tutto il Paese” di notizie riguardanti antisemitismo, islamofobia e altre forme di discriminazione e molestie. Si rifiuta di fornire dettagli su queste indagini e se ci sono preoccupazioni riguardo a Canary Mission, Raven Mission o StopZionistHate o a incidenti che questi gruppi hanno segnalato.

Negli USA i gruppi di studenti filo-palestinesi hanno avvertito i partecipanti di portare maschere alle proteste per evitare di attirare un’attenzione indesiderata.

Canary Mission e i suoi difensori sostengono che quelli che promuovono odio e fanatismo dovrebbero essere chiamati a risponderne. Sul suo sito Canary Mission fornisce dettagli accademici e sul datore di lavoro delle persone che profila, chiedendo alle sue decine di migliaia di follower di fare in modo che “i radicali di oggi non siano i dipendenti di domani.”

Dieci degli studenti intervistati da Reuters temono che comparire sul sito possa pregiudicare la loro carriera. Spesso Canary Mission è tra i primi risultati nella ricerca su Google sulle persone che prende di mira e i suoi post sui social media possono attivare centinaia di commenti.

Avvocati e gruppi di sostengno affermano che per chi viene preso di mira ci sono poche possibilità di ottenere giustizia. Tre avvocati hanno detto a Reuters che molto di quanto Canary Mission pubblica è protetto dal Primo Emendamento della costituzione USA sulla libertà di parola.

In generale non è illegale pubblicare informazioni su qualcuno senza il suo consenso quando le informazioni sono accurate e sono state acquisite in modo legale dal contesto pubblico, afferma Eugene Volokh, docente di diritto dell’università della California, a Los Angeles.

Il limite giudiziario della diffamazione è alto, con l’incombenza per il denunciante di dimostrare che il sito ha affermato il falso su di lui, aggiunge Dylan Saba, avvocato di Palestine Legal, che rappresenta gli attivisti filo-palestinesi. Ricorda solo pochi casi in cui gli studenti hanno avuto successo nel far modificare o rimuovere profili da Canary Mission minacciando denunce per diffamazione.

La riservatezza dei dirigenti di Canary Mission pone ulteriori ostacoli.

“Se stai per denunciare qualcuno, devi sapere dove consegnare la notifica,” afferma Saba. Sul suo sito Canary Mission dice che toglierà i profili di persone che “riconoscono i propri errori” e rifiutano quello che descrive come “antisemitismo latente” in gruppi che fanno campagne per il boicottaggio contro Israele per le sue politiche nei territori palestinesi. Pubblica quelle che afferma essere le loro scuse su una pagina “ex-canary” ma non identifica i singoli individui.

Canary Mission ha detto a Reuters che il sito è stato creato nel 2015 per combattere il crescente antisemitismo nei campus dei college. Non ha risposto alle domande su chi lo dirige e finanzia.

Collegamenti con associazioni no-profit israeliane

Una denuncia dei redditi del 2016 di una importante organizzazione benefica ebraica statunitense, la Helen Diller Family Foundation, ha svelato un legame finanziario tra Canary Mission e un’associazione no-profit israeliana chiamata Megamot Shalom. Secondo quel documento, che è stato reso pubblico per la prima volta dal giornale ebraico statunitense The Forward e visionato da Reuters, quell’anno la Fondazione Diller ha dato 100.000 dollari al Central Fund [Fondo Centrale] di Israele contrassegnato come “Canary Mission per Megamot Shalom”.

Il Central Fund è un’organizzazione con sede negli USA che agisce da tramite per gli americani che fanno donazioni deducibili dalle tasse ad associazioni benefiche israeliane. Il suo presidente, Jay Marcus, ha detto a Reuters che la sua organizzazione appoggia solo associazioni di beneficienza ma non ha confermato se Megamot Shalom o Canary Mission siano tra esse, citando la privacy tanto dei suoi donatori come dei beneficiari.

Nonostante vari tentativi, Reuters non ha potuto raggiungere un rappresentante della fondazione Diller. L’organizzazione che sovrintende alla donazione della fondazione Diller, la Jewish Community Federation and Endowment Fund [Fondo della Federazione e Donazione della Comunità Ebraica] di San Francisco, ha menzionato alla Reuters una dichiarazione del 2018 che conferma che la donazione è stata fatta per appoggiare il lavoro di Canary Mission e in cui si sostiene che il gruppo non avrebbe finanziato ulteriormente il sito. La dichiarazione afferma che la federazione aveva stabilito che il Central Fund non aveva rispettato le linee guida stabilite, ma non ha risposto alla richiesta di approfondimenti.

Canary Mission non ha risposto a domande riguardanti Megamot Shalom o i suoi rapporti con il no-profit.

Secondo documenti ottenuti dall’anagrafe israeliana delle imprese, Megamot Shalom venne fondata nel 2016 per “preservare e garantire la forza e l’immagine dello Stato di Israele” attraverso iniziative mediatiche.

Fino al 2022, l’anno più recente per il quale i dati sono disponibili, ha avuto 11 dipendenti, di cui quattro autori di contenuti sui siti. I dati mostrano che l’unico donatore identificato nei documenti dell’anagrafe è il Central Fund, da cui tra il 2019 e il 2022 ha ricevuto 13.2 milioni di shekel (3,3 milioni di euro).

La Reuters non è stata in grado di raggiungere il fondatore di Megamot Shalom, Jonathan Bash, né altri dipendenti citati. Quando la Reuters ha visitato l’indirizzo ufficiale del gruppo a Beit Shemesh, una città a 23 km a sudovest di Gerusalemme, ha scoperto un edificio a un piano chiuso e senza alcun segno di attività.

Un bersaglio sulla schiena”

Dal 7 ottobre Canary Mission ha preso di mira almeno 30 studenti e docenti della Penn.

L’università è uno dei vari campus d’élite al centro della rivolta contro la guerra a Gaza. La sua ex-rettrice, Liz Magill, ha dato le dimissioni in settembre dopo essere finita sotto tiro per la sua gestione di denunce di antisemitismo contro il campus.

Venerdì la polizia ha smantellato un accampamento filopalestinese non autorizzato nel principale cortile della Penn ed ha arrestato circa 33 persone in seguito ad accuse di maltrattamenti e minacce da parte dei manifestanti e deturpazione di monumenti del campus.

Dopo aver scoperto il suo profilo su Canary Mission, Sayed ha consultato il Council on American-Islamic Relations [Consiglio sui rapporti Americano-Islamici], un gruppo di sostegno. Ahmet Tekelioglu, direttore esecutivo della sezione di Filadelfia del CAIR, ha detto che l’associazione le ha offerto un aiuto per togliere le informazioni da internet, ma l’ha avvertita che sarebbe stato difficile avviare un’azione legale contro un gruppo che non è registrato negli USA.

Tekelioglu ha detto a Reuters che, nonostante la “formulazione palesemente negativa”, i commenti di Canary Mission sono stati presentati come citazioni o opinioni, che in genere non possono essere oggetto di una denuncia per diffamazione.

Temendo per la propria sicurezza, Sayed dice di aver tolto la keffiah palestinese che aveva legato al suo zainetto, e sostiene di averlo percepito come “un bersaglio sulla schiena”. Ha evitato di camminare da sola nel campus e ha bloccato il suo profilo Linkedin.

Canary Mission ha profilato anche sette studenti della facoltà di medicina dell’università di Georgetown dopo che sono comparsi in un articolo del 21 dicembre del sito conservatore di notizie Washington Free Beacon intitolato “Alla facoltà di medicina della Georgetown i futuri medici non nascondono il loro sostegno al terrorismo.”

Una di loro, Yusra Rafeeqi, 22 anni, ha detto che i siti web hanno pubblicato una schermata di un post che afferma di aver condiviso privatamente con i suoi follower di Instagram in cui compare un uomo che sventola una bandiera palestinese su un carrarmato israeliano il giorno in cui miliziani di Hamas hanno fatto irruzione dalla barriera di confine tra Gaza e Israele. L’immagine era sottotitolata: “Basta condanne alla resistenza palestinese. Cambiamenti radicali richiedono iniziative radicali.”

“Cacciatela immediatamente,” ha commentato un utente di X su un post di Canary Mission che ha taggato la sua scuola e la clinica in cui fa volontariato.

Rafeeqi dice a Reuters di aver postato l’immagine per sostenere la resistenza a quello che ha descritto come le “violente forze di occupazione” israeliane e nota di non aver fatto commenti sull’uccisione di israeliani da parte di Hamas.

Un rappresentante della Georgetown ha citato a Reuters una dichiarazione rilasciata da Edward Healton, direttore esecutivo della facoltà di medicina, che ha definito “inaccettabile” la pubblicazione di informazioni private di studenti e le segnalazioni di vendette contro chi ne viene ritenuto responsabile. Healton ha affermato che la facoltà condanna antisemitismo e islamofobia e ha incoraggiato gli studenti a riferire di possibili minacce.

Rafeeqi dice di aver provato una “forte inquietudine” per il fatto che questo potrebbe danneggiare la possibilità di proseguire nella sua carriera universitaria in medicina e di continuare a sostenere i palestinesi. “Non mi sento più sicura in questo Paese che una volta chiamavo patria,” sostiene Rafeeqi, i cui genitori sono immigrati dal Pakistan.

Canary Mission e il Washington Free Beacon non hanno risposto a domande relative al caso di Rafeeqi.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)