Da un apartheid all’altro tra Soweto e Nazareth

Jean Stern, inviato speciale a Nazareth

6 febbraio 2023 – Orient XXI

Gli abitanti di Nazareth non vivono sotto occupazione militare come in Cisgiordania o sotto un blocco come a Gaza. Però, sia a Soweto visitata nel 1989 sia nella città araba del nord di Israele visitata nel 2022, lo spirito degli abitanti e l’organizzazione urbana e sociale riflettono il fulcro dell’apartheid che è la separazione.

Settembre 1989, Soweto. La gigantesca città nera alle porte di Johannesburg contava allora più di 2 milioni e mezzo di abitanti ed io mi ci recai poco prima che Nelson Mandela uscisse dal carcere, l’11 febbraio 1990. L’apartheid, che relegava i neri del Sudafrica in uno stato di cittadinanza di serie B e in zone specifiche, crollò allora ovunque. Sotto l’influenza di Mandela e dei suoi sostenitori le manifestazioni si moltiplicarono nelle strade delle città sudafricane. Vennero violentemente represse a Soweto come in tutto il Paese. Durante quelle proteste vennero uccisi centinaia di neri, così come dopo decenni centinaia di palestinesi durante manifestazioni a Gaza, nei Territori [palestinesi occupati, ndt.], a Gerusalemme est, ma anche a Nazareth. Nell’autunno del 2000 la polizia israeliana uccise molti abitanti di Nazareth, che manifestavano la loro solidarietà con la rivolta di Gerusalemme est.

Stiamo conquistando la nostra libertà”

Soweto nel 1989 era un mondo a parte, un immenso ghetto urbano, ma è meno tagliato fuori dal mondo di quanto non lo siano oggi Gaza e i territori palestinesi occupati. Si poteva entrare ed uscire anche se, a seconda delle circostanze, i poliziotti controllavano più o meno severamente l’accesso alle sue strette strade e alle sue casette di lamiera ondulata.

Percorsi di notte i locali clandestini di Soweto, gli shebeens, incontrai persone ottimiste che preparavano il futuro di un Paese presto liberato da un sistema razzista contestato dal mondo intero. “Stiamo conquistando la nostra libertà”, diceva Souizo, un uomo di una trentina d’anni, che ballava con me per la gioia di vedere crollare l’apartheid. Dopo tanta rabbia e tanti morti, Souizo sapeva che la mobilitazione mondiale aveva fatto uscire dall’ombra la loro lotta. Con i suoi amici era fiero di spazzare via un sofisticato e subdolo sistema di discriminazione.

A Nazareth, grosso centro orientale e polveroso, più di 30 anni dopo incontro invece persone inquiete, depresse, che pensano che il loro futuro sia bloccato. Città di pellegrinaggi per una parte della cristianità, conosciuta a livello mondiale quanto Soweto, la città della Galilea si trova all’interno delle frontiere del 1948, non lontano dal lago di Tiberiade. In linea d’aria Jenin è a una ventina di chilometri. Popolata soprattutto da arabi, musulmani e cristiani, il suo agglomerato urbano conta circa 200.000 abitanti.

I miei interlocutori condividono la visione premonitrice di Nelson Mandela, espressa nel 2001:

L’efficacia della separazione si misura in termini di capacità di Israele di mantenere lo Stato ebraico e di non avere una minoranza palestinese che potrebbe avere la possibilità di diventare maggioritaria nel futuro. Se questo accadesse, ciò costringerebbe Israele a diventare uno Stato democratico o binazionale laico, oppure a trasformarsi in uno Stato di apartheid de facto.”

Sì, siamo guardati con ostilità”

La maggior parte di coloro che incontro, che una volta venivano chiamati arabi israeliani e che oggi in gran parte preferiscono definirsi palestinesi, ne è testimone. Mandela aveva ragione. Cittadini di serie B, solidali con i palestinesi rinchiusi dall’altra parte del muro o bloccati a Gaza, hanno assolutamente l’impressione di vivere quotidianamente un apartheid. “Sì, per noi l’orizzonte è bloccato, a meno di lasciare questo Paese. Sì, siamo guardati con ostilità dalla maggioranza ebrea di questo Paese. Non dicono tutti i giorni ‘morte agli arabi’, come i coloni più estremisti, ma molti lo pensano”, dice Nassira, una giovane architetta.

Nazareth è cambiata dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948. All’inizio c’era Nazareth “bassa”, 75.000 abitanti di cui il 35% cristiani. Dopo oltre un secolo la città della presunta Annunciazione è in maggioranza musulmana. “Nazareth è stata segnata nel 1948 dall’espulsione della popolazione e dalla demolizione da parte degli israeliani di due villaggi palestinesi contigui, Saffuriya e Ma’aloul”, mi spiega Reda, un intellettuale palestinese trentenne molto impegnato. Fare partire la popolazione araba era l’obbiettivo della creazione nel 1956 di “Nazareth alta”, ©, 40.000 abitanti, ribattezzata nel 2019 Nof HaGalil [Vista sulla Galilea] per distinguersi dalla sua rivale araba. Nazareth Illit è un progetto urbano concepito per riequilibrare la popolazione della Galilea. In questo Paese la demografia governa la politica, come osservava Mandela. Nel 1973 centinaia di persone appena arrivate dall’URSS si stabilirono a Nazareth Illit. Già allora, dopo un sordido fatto di cronaca scesero per le strade al grido di “morte agli arabi”.

La separazione urbana si vede a occhio nudo, anche se non ci sono posti di blocco né barriere tra la vecchia Nazareth araba e la nuova Nazareth a maggioranza ebrea.

Arrivando si scoprono due centri commerciali, il primo nella conca alle porte della città vecchia e il secondo sulle alture all’entrata di Nof HaGalil.

Quello in basso si chiama Big Fashion e quello in alto Mail One. Sono quasi uno di fronte all’altro, a qualche centinaio di metri. Gli stessi marchi internazionali, in basso H&M, Adidas, Mango, Pizza Hut, McDonald e in alto ancora Adidas e anche Mango, Castro, Diesel. La separazione è fatta, un centro per gli arabi, un altro per gli ebrei. A Nazareth ci si evita. I neri di Soweto non avevano il diritto di aggirarsi nei lussuosi centri commerciali del centro di Johannesburg e si accontentavano dei negozi del ghetto, spesso gestiti da indiani, classificati come “indians” dall’apartheid.

L’apartheid inizia nel mio letto”

Ricchi e poveri, bianchi o neri, ebrei o arabi, la regola della separazione produce società spaccate. Si può tradurre il termine apartheid con ‘mettere da parte’, ed è proprio ciò che accade in Israele. Mata, cittadino israeliano, musicista di una quarantina d’anni, riccioli alla Jim Morrison, lo racconta: “La legge produce discriminazione. Per esempio mia moglie ed io abbiamo due status differenti; l’apartheid quindi è già nel mio letto.” Nassira, sua moglie, è “residente” di Gerusalemme est, dove è nata, e di fatto non ha gli stessi diritti di suo marito.

È semplice,” mi spiega Nassira. “Mata ha il diritto di voto, io no. Può prendere l’aereo per andare dove vuole da un momento all’altro, io no. Ha potuto andare nell’università che ha scelto, io no. Viviamo qui insieme, ma io potrei essere costretta da un momento all’altro a ritornare a Gerusalemme est.” Infatti l’assemblea nazionale israeliana nella primavera del 2022 ha rimesso in vigore una legge che impedisce il ricongiungimento familiare per matrimonio tra palestinesi di Israele, di Gerusalemme est e dei territori [palestinesi occupati].

Quale democrazia prevede per una parte della sua popolazione quattro status differenti, a seconda che abiti, come a Nazareth, entro le frontiere del 1948 [cioè in Israele, ndt.], a Gerusalemme est, in Cisgiordania o a Gaza?

L’identità araba è percepita come una minaccia”

Reda denuncia anche la legge del 2018 sullo Stato-Nazione del popolo ebraico, che consacra Israele come una teocrazia ebraica. “Non capisco come gli amici di Israele possano accettare questo. A me non importa di essere ebreo, cristiano o musulmano. Qui l’identità araba è percepita come una minaccia. I media, la vox populi, ci fanno sapere chiaramente che facciamo parte di coloro che minacciano Israele”, precisa.

La piccola galleria-libreria- sala da concerto nel cuore di un suk in piena rinascita, dove ci ritroviamo una sera per un’avvincente esibizione della cantante elettro-folk Sama Mustafa, è un locale accogliente, come i numerosi caffè nei dintorni, come il Centro Baladna – “la nostra città” in arabo – aperto nel 2021 da un collettivo di giovani palestinesi.

Ritrovo l’atmosfera degli shebeens [bar clandestini sudafricani in cui si servivano alcoolici senza licenza, ndt.]. Come a Soweto, ognuno racconta una storia di oppressione, di umiliazione. “Si sta bene qui ed è il nostro momento di tranquillità”, mi spiega Louisa. “Essere israeliane non significa niente per noi. Il mio bisnonno era turco, mio nonno inglese, mio padre israeliano. Israele non è il mio Paese, e me lo fa sapere.”

Quarantenne gioviale, Siman viene da una famiglia comunista e cristiana di Nazareth. Ha lavorato a lungo nel cinema, a Tel Aviv e in tutto il mondo. “Nell’ottobre 2000 si erano organizzate a Nazareth delle manifestazioni a sostegno dell’Intifada. Sono state brutalmente represse, ci sono stati dei morti. Allora ho capito che Israele era uno Stato di apartheid. Non voglio più essere una marionetta imprigionata.” Siman fa una pausa. “Gli israeliani non vogliono porre rimedio alle discriminazioni, le utilizzano e le gestiscono. È questo il loro apartheid.”

Khaled, un professore di matematica incontrato il giorno seguente, mi dice più o meno la stessa cosa. “L’apartheid? Bisogna intendersi sul senso dei termini. Per esempio, io posso dirvi che sono antisionista, quindi godo di una certa libertà di espressione, ma non posso sposare una ragazza di Ramallah o di Gaza, che non potrà venire a vivere con me. E se per esempio io lavorassi nella filiale di Nazareth di una ditta di informatica di Tel Aviv, sarei pagato il 40% in meno di un ebreo israeliano…”

A Soweto avevo incontrato un commesso di una profumeria, che guadagnava nettamente meno dei suoi colleghi bianchi e non lavorava nemmeno nello stesso posto.

Ho capito che era la mia terra”

Certo a Nazareth c’è una borghesia araba ricca, come a Soweto c’era una borghesia nera. Amat, un aitante giovanotto anch’egli molto gioviale, lavora in una società di gestione e guadagna bene. A 27 anni gira in decappottabile, porta vestiti di marca, si destreggia con due cellulari. Si fa il segno della croce davanti ad ogni chiesa, rendendo la scoperta delle stradine strette e ripide nel suo coupé divertente, ma caotica… “Io dico che sono Amat, non dico mai che sono cristiano, musulmano o ebreo”, mi spiega trascinandomi in una visita approfondita dei confini della città, alcuni visibili, un viale, la fine di un isolato, altri invisibili. “Ci sono molti bambini musulmani nelle scuole cristiane, ma non ci sono cristiani o musulmani nelle scuole ebraiche”, dice ad esempio. Amat sottolinea anche la crescente insicurezza. I numerosi e sanguinosi regolamenti di conti fra trafficanti di droga per lui sono la prova che il governo si cura poco della vita degli arabi. Amat segnala l’impossibilità per la sua famiglia di acquistare un appartamento sulle alture di Haifa o a Tel Aviv. Non è una questione di soldi, ma “nessuno vende a noi.”

Kaid è un ragazzo gracile, appena uscito dall’adolescenza. A 18 anni, nella primavera del 2021 ha subito un arresto arbitrario, un pestaggio e tre notti di prigione. Kaid manifestava la sua solidarietà con i palestinesi di Gerusalemme est, di Gaza, della Cisgiordania. La manifestazione è stata brutalmente dispersa, molti giovani arrestati a Nazareth, ma anche a Haifa e a Lod [altre città israeliane con presenza araba, ndt.]. Kaid ammette senza vergogna di aver avuto paura. “Ho l’età per divertirmi, ma le cose che mi sono successe mi hanno cambiato. Dopo sono andato a Gerusalemme e a Betlemme, per la prima volta nella mia vita. Ho capito che era la mia terra.” Ciò che lo rende orgoglioso è che suo nonno e suo padre si sono battuti senza sosta per farlo liberare e non hanno avuto una parola di rimprovero per aver manifestato.

Per Reda, a cui racconto la storia di Kaid, “parlare di una polizia che ci prende di mira è parlare di apartheid. Dieci o venti anni fa quando parlavamo di apartheid ci si accusava di radicalismo, aggiunge. Un’organizzazione israeliana, B’Tselem, ha posto la questione dell’apartheid, seguita da Amnesty. È bello sapere che almeno il problema dei nostri diritti non è più a geometria variabile.”

Anche se, aggiunge Mata, “le cose non stanno cambiando. È molto deprimente.”

L’accesso all’acqua e all’educazione al primo posto

Due esempi tratti dal rapporto di Amnesty International chiariscono le differenze di livello nelle discriminazioni di cui sono vittima i palestinesi a seconda del luogo in cui risiedono. Per chi vive nei territori [palestinesi occupati, ndt.] l’accesso all’acqua è limitato. Il loro consumo è di circa 70 litri al giorno per persona, contro i 369 litri per un colono israeliano. Secondo le Nazioni Unite il 90% delle famiglie di Gaza deve comprare l’acqua a un prezzo molto alto presso gli impianti di desalinizzazione o di purificazione. I palestinesi che vivono in Israele invece hanno accesso alle stesse quantità di acqua degli altri cittadini. Con la notevole eccezione dei beduini del Negev, soggetti ad una serie di misure restrittive, compreso l’accesso all’acqua corrente…

Quanto all’educazione, gli alunni palestinesi di ambienti sfavoriti in Israele e a Gerusalemme est dispongono di meno risorse rispetto agli alunni ebrei. Secondo uno studio del 2016 il 30% di finanziamenti in meno per ora di apprendimento nella scuola elementare, il 50% in meno alle medie inferiori e il 75% in meno alle superiori.

Molti detrattori della posizione di Amnesty considerano che ciò che può sembrare pertinente per la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est non lo è per l’Israele di prima del 1967. Significa dimenticare che dopo la Nakba gli arabi rimasti in Israele sono stati sottoposti dal 1948 al 1966 ad un regime militare con espulsione dalle case, arresti arbitrari e un sistema drastico di controllo e sorveglianza – antenato di Pegasus [sistema israeliano di spionaggio elettronico, ndt.]. Rimuovere la polvere della Storia è uno dei meriti del rapporto di Amnesty.

Jean Stern

Veterano di Libération, La Tribune e La Chronique d’Amnesty International. Ha pubblicato nel 2012 Les patrons de la presse nationale, tous mauvais [I padroni della stampa nazionale, tutti cattivi] per La Fabrique; per le edizioni Libertalia: nel 2017 Mirage gay à Tel Aviv [Miraggio gay a Tel Aviv] e nel 2020 Canicule [Canicola].

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Il ballo in maschera dell’Israele liberale: un apartheid più sofisticato

Hagai El-Ad

30 gennaio 2023 – Haaretz

Dalle elezioni del primo novembre Israele si è rapidamente “tolto la maschera”, un processo evidenziato dagli accordi di coalizione prima dell’insediamento del il nuovo governo di Benjamin Netanyahu il 29 dicembre. In tali accordi la Legge Fondamentale del 2018 su Israele come Stato-Nazione del popolo ebraico evidenzia palesemente e ampiamente la supremazia ebraica ovunque Israele comandi tra il mare Mediterraneo e il fiume Giordano.

Gli esempi sono molteplici. Il governo ha iniziato con questa dichiarazione programmatica: “Il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e indiscutibile su tutte le aree della Terra di Israele.” Oltre a ciò, ci sono passi per “legalizzare” avamposti dei coloni in Cisgiordania e il tentativo di affrontare “la bilancia demografica” nel Negev e in Galilea, e un’iniziativa per espandere la legge sulle commissioni di ammissione [che concedono a una persona il permesso di abitare in una certa zona della Galilea o del Negev e che escludono sistematicamente i palestinesi, ndt.] a comunità con 600 o più famiglie rispetto alle attuali 400.

In un Paese in cui “l’insediamento ebraico” è un “valore nazionale”, come stabilito dalla Legge Fondamentale che non è stata bocciata dalla Corte Suprema, la bussola è la supremazia ebraica. Il trentasettesimo governo sta ampiamente avendo cura di ostentare tutto ciò.

Ma, mentre alcune maschere sono state rimosse, ne sono state messe in vendita delle altre. La storia secondo cui “i territori stanno occupando Israele” ci propone la nostalgia dell’Israele illuminato che verrà occupato in ogni minuto dal Selvaggio West dei territori. Dopotutto da questo lato della Linea Verde [cioè in Israele, ndt.] abbiamo democrazia, uguaglianza e stato di diritto, mentre nei territori l’apartheid si sta approfondendo. Quello che succede “lì” potrebbe avvenire “qui”, ci viene detto.

Tutto ciò è lontano sia dalla storia che dalla realtà. Dopotutto Israele non ha solo occupato i territori [palestinesi], ha anche messo in atto “lì” pratiche che aveva introdotto “qui” a partire dal 1948. Queste pratiche includono l’imposizione di un governo militare e la promozione dell’“insediamento ebraico”, l’appropriazione ebraica di terra palestinese e una riprogettazione del potere politico, della geografica e della demografia. Tutto è iniziato “qui”, e dal 1967 [la guerra dei Sei Giorni e l’occupazione delle Alture del Golan, di Gerusalemme est, della Cisgiordania e di Gaza, ndt.] è stato messo in pratica anche “lì”: la stessa ideologia e le stesse politiche “in tutte le zone della Terra di Israele.”

Il rimpianto per come stanno le cose ora porta a un fenomeno veramente grottesco se consideriamo le reazioni alle modifiche che il nuovo governo ha previsto al progetto di espropriazione da parte di Israele in Cisgiordania. Si è duramente protestato contro questi cambiamenti, un “trasferimento di poteri” dall’esercito a un ente civile, uno schiaffo all’“indipendenza” del consulente giuridico dell’esercito per la Cisgiordania e l’illegalità di queste iniziative in base alle leggi internazionali.

La lotta contro il governo di estrema destra deve essere una lotta per i diritti di tutte le persone che vivono tra il Mediterraneo e il Giordano, non la grande menzogna che cerca di ripristinare gli immaginari giorni gloriosi di una democrazia liberale israeliana. Ma di cosa hanno paura i manifestanti [contro il nuovo governo Netanyahu, ndt.], che diventi evidente che non c’è una sovranità “separata” in Cisgiordania? Che l’Amministrazione Civile dell’establishment della difesa abbia sempre messo in pratica lì le politiche governative invece di una politica indipendente realizzata dal capo del comando centrale dell’esercito in base al suo profondo rispetto delle leggi internazionale e della comunità palestinese?

Il consigliere giuridico per la Cisgiordania si è sempre adoperato per fornire il beneplacito al furto di terra palestinese da parte di Israele. Ciò era vero sotto un governo “di sinistra” e lo sarà sotto il governo “totalmente di destra”. Le politiche israeliane nei territori, in parte responsabilità di quell’organizzazione burocratica chiamata l’Amministrazione Civile, sono sempre state solo questo: le politiche israeliane nei territori, non un’amministrazione separata o un regime separato.

Nessuno stava ad aspettare la nomina di un membro dell’“estrema destra” a ministro incaricato di questi problemi nel ministero della Difesa. Ministri e parlamentari da uomini di Stato, procure e ufficiali dell’esercito hanno definito l’infrastruttura politica, amministrativa e giudiziaria di Israele per portare avanti queste politiche.

Anche la Corte Suprema ha svolto fedelmente il proprio ruolo. Dalla sera alla mattina gli israeliani ripetono il mantra secondo cui dobbiamo proteggere la Corte dai demolitori della democrazia e dello stato di diritto. Che cosa stanno cercando di nascondere qui?

Soprattutto il ruolo della Corte nell’approvare il progetto di spoliazione dei palestinesi e nell’impedire che i criminali responsabili di ciò fossero chiamati a risponderne. Come ha detto lo scorso mese Elyakim Rubinstein, ex procuratore generale e giudice della Corte Suprema: “Chi è il nostro giubbotto antiproiettile contro l’Aia [la Corte Penale Internazionale, ndt.]? Soprattutto la Corte Suprema… Indebolire la Corte significa indebolirci all’Aia.”

In altre parole, non abbiamo una Corte che protegge i diritti umani, abbiamo una Corte che protegge israeliani dall’essere chiamati a rispondere per aver minato i diritti umani dei palestinesi.

E perché noi si possa continuare così senza un intervento internazionale, dobbiamo salvaguardare l’“indipendenza” della Corte. La Corte continuerà, in modo indipendente, ad approvare la demolizione di case palestinesi, il furto di terra palestinese, il fatto di sparare a manifestanti palestinesi e ucciderli, la continua detenzione di palestinesi in sciopero della fame che stanno per morire e tutto quello che il regime di supremazia ebraica desidera per portare avanti i nostri diritti esclusivi.

La menzogna definitiva, che tutte queste cose non si trovano al centro del consenso al regime di supremazia ebraica, ma sono un’esclusiva dei “partiti dell’estrema destra radicale”, è stata menzionata in un editoriale del New York Times lo scorso mese. Gli stessi “estremisti” stanno chiedendo di “estendere e legalizzare colonie in un modo che renderebbe effettivamente impossibile uno Stato palestinese in Cisgiordania,” ha scritto il Times.

Questo è davvero un nuovo programma di estrema destra? Non hanno forse tutti i governi israeliani dal 1967 costruito, esteso e legalizzato colonie? Non è stato il (non estremista) partito Laburista a patrocinare tutto questo? Non hanno giocato le (non estremiste) Procura generale e Corte Suprema un ruolo nell’approvare il progetto?

L’idea che la formazione di uno Stato palestinese “sia impossibile” è una vecchia politica israeliana al centro degli accordi che hanno reso possibile il precedente “governo del cambiamento”. I leader di questa politica non sono considerati “estremisti”. È una posizione di centro: garantire ai palestinesi non uguaglianza e libertà, ma apartheid.

Cos’è ancora limitato solo agli “estremisti”, secondo il New York Times? “Modificare lo status quo sul Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee, ndt.], un atto che rischia di provocare un nuovo ciclo di violenze tra arabi e israeliani.” Questa è veramente una questione imprevedibile e delicata. Ma nientemeno che il precedente primo ministro non estremista e non di destra, Yair Lapid, quando ha riassunto alla Knesset i successi del suo governo liberale, ha affermato che “l’anno scorso un numero record di ebrei ha visitato il Monte del Tempio”.

Ci sono probabilmente delle persone che credono che, con l’aiuto di tali maschere, possiamo costruire delle barricate migliori dietro le quali combattere il nuovo governo e i pericoli che esso rappresenta. Ma una barricata costruita sulle menzogne è una barricata inefficace, destinata a crollare. Dopo tutte queste bugie, la stessa “lotta” è diventata una grande menzogna che sta cercando di ripristinare gli immaginari giorni gloriosi di una democrazia liberale, come se i suoi fautori dicessero: “Se solo vivessimo ancora nel mondo ugualitario e illuminato del 31 ottobre 2022 [il giorno prima delle ultime elezioni, ndt.]!”

Non c’è nient’altro che nostalgia per un apartheid un poco più raffinato, un poco meno banditesco, l’apartheid di Benny Gantz [politico centrista ed ex generale, ndt.] e Elyakim Rubinstein, dio ce ne scampi non di Benjamin

Ovviamente non dobbiamo sottovalutare il pericolo rappresentato dal nuovo governo e dalle sue politiche. Ma la grande esplosione che potrebbe scatenarsi in qualunque momento implica che dobbiamo rifiutare di chiudere gli occhi sul quotidiano orrore sanguinoso che sono le vite dei palestinesi all’ombra del potere israeliano. Esattamente perché è un momento così pericoloso, vergognoso e razzista, dobbiamo combatterlo con onestà e non basare la lotta su menzogne.

Non può essere una lotta per “lo stato di diritto” (al servizio degli ebrei), o per il “senso dello Stato” (ebraico) o “uno Stato ebraico e democratico” (per gli ebrei). Deve essere una lotta per i diritti di tutte le persone che vivono tra il Mediterraneo e il Giordano. Una lotta senza maschere.

Hagai El-Ad è un il direttore esecutivo dell’associazione per i diritti umani B’Tselem.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Coloni, l’esercito scatena la vendetta in Cisgiordania

Tamara Nassar

29 gennaio 2023 – The Electronic Intifada

I coloni israeliani hanno attaccato i palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata per vendicare l’uccisione di sette israeliani da parte di un palestinese armato venerdì in una colonia nella Gerusalemme est occupata.

Ciò è avvenuto mentre il governo israeliano è in procinto di armare migliaia di altri suoi cittadini, una mossa che sicuramente porterà a più uccisioni e violenze sommarie.

Come risposta alla sparatoria di venerdì il governo israeliano ha anche promesso di “potenziare” i suoi insediamenti coloniali illegali in Cisgiordania, usando lo spargimento di sangue come pretesto per confiscare e colonizzare ulteriormente la terra palestinese, un’altra mossa che sicuramente alimenterà altra violenza.

Nel frattempo le forze di occupazione hanno iniziato a imporre una punizione collettiva alla famiglia dell’uomo armato sigillandone la casa in preparazione di una demolizione come vendetta.

Israele sta anche minacciando più punizioni collettive crimini di guerra ai sensi del diritto internazionale inclusa la negazione dei benefici della sicurezza sociale ai parenti dei presunti aggressori palestinesi e la deportazione delle loro famiglie.

Questi tipi di punizione collettiva sono una caratteristica essenziale del sistema di apartheid israeliano, poiché vengono usati solo contro i palestinesi.

La furia dei coloni

Domenica gruppi di coloni hanno attaccato con pietre auto palestinesi sulle strade di diverse località della Cisgiordania, tra cui un incrocio vicino alla colonia di Yitzhar, vicino a Nablus.

i coloni hanno attaccato i palestinesi con spray al peperoncino e, secondo quanto riferito, un palestinese è stato leggermente ferito dal lancio di pietre dei coloni ebrei.

Domenica notte una casa e un’auto sono state date alle fiamme nel villaggio di Turmusaya vicino a Ramallah.

Una seconda casa nello stesso villaggio è stata vandalizzata.

Secondo quanto riferito, la polizia israeliana sta indagando sull’incidente, ma ci sono poche possibilità che qualcuno possa essere incolpato.

I proprietari di entrambe le case sono cittadini palestinesi americani e il personale addetto alla manutenzione è intenzionato a notificare gli attacchi all’ambasciata americana.

Secondo Ynet, una pubblicazione israeliana, nel villaggio i coloni hanno anche scritto con le bombolette “vendetta” e “morte agli arabi”.

Dei palestinesi hanno riferito ai media che i soldati israeliani nell’area hanno assistito senza reagire allo scatenarsi della furia dei coloni.

Nel frattempo nel villaggio di Aqraba, vicino a Nablus, dei coloni hanno sradicato e rubato più di 100 alberelli di ulivo.

Inoltre ad Aqraba e Majdal Bani Fadil, un altro villaggio vicino, dei coloni hanno dato fuoco a delle auto.

A Nablus i coloni hanno vandalizzato un’ambulanza palestinese.

E’ stato riferito che hanno anche danneggiato e distrutto le tende utilizzate dagli agricoltori nella Valle del Giordano.

Gli attacchi vendicativi dei coloni israeliani fanno seguito all’uccisione, venerdì, di sette israeliani a Neve Yaakov, un insediamento coloniale nella Gerusalemme est occupata, da parte di Khayri Alqam, 21 anni.

Secondo quanto riferito, Alqam, che è stato colpito a morte dai soldati, si chiamava come suo nonno, ucciso nel 1998 insieme ad altri tre palestinesi dal colono israeliano Haim Perelman.

Nonostante ciò Perelman venne successivamente rilasciato. Vive in una colonia per soli ebrei in Cisgiordania.

Le uccisioni di venerdì a Neve Yaakov hanno fatto seguito all’attacco israeliano al campo profughi di Jenin di giovedì, in cui le forze di occupazione hanno ucciso nove palestinesi, tra cui due minori e una donna . Nell’attacco israeliano sono rimaste ferite almeno 20 persone.

Una decima persona è morta domenica per le ferite riportate. Secondo quanto riporta il Ministero della Salute palestinese giovedì le forze israeliane hanno sparato allo stomaco a Omar Tariq al-Saadi, 24 anni.

Fomentare ulteriore violenza

L’Unione Europea ha condannato fermamente l’attacco a Neve Yaakov come un atto di “folle violenza e odio”.

Bruxelles ha anche affermato falsamente e in modo provocatorio che l’attacco è avvenuto “in una sinagoga di Gerusalemme” uccidendo e ferendo persone “mentre assistevano alla cerimonia dello Shabbat [servizio liturgico tradizionale del sabato ebraico, ndt]”.

Ma i resoconti dei media israeliani affermano tutti indistintamente che la sparatoria è avvenuta in una strada “vicino a una sinagoga”.

E invece l’UE ha approvato retroattivamente l’attacco letale di Israele a Jenin, affermando che Bruxelles “riconosce pienamente le legittime preoccupazioni di sicurezza di Israele, come evidenziato dagli ultimi attacchi terroristici”.

In realtà, le sparatorie di venerdì sono seguite al massacro di Jenin, che un funzionario delle Nazioni Unite ha descritto come “la più letale delle operazioni israeliane in Cisgiordania almeno dal 2005”.

Come ha scritto domenica Gideon Levy, editorialista del quotidiano israeliano Haaretz, “tutti sapevano che l’operazione a Jenin avrebbe scatenato una pericolosa ondata di violenza”.[vedi Zeitun]

Levy afferma che “non è possibile invadere il campo profughi di Jenin senza un massacro”, aggiungendo che “nessun massacro nel campo potrebbe passare sotto silenzio”.

L’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq ha documentato numerose violazioni del diritto internazionale da parte delle forze israeliane durante il micidiale raid nel campo profughi di Jenin.

In un caso gli aggressori israeliani hanno sparato a un minore palestinese e dopo la sua morte “un veicolo militare ha investito il suo corpo recidendogli l’orecchio destro e mutilandogli il volto”.

Dopo il massacro di Jenin, i media israeliani hanno riportato diversi tentativi da parte dei palestinesi di attaccare soldati o coloni israeliani.

L’anno 2022 ha visto il maggior numero di palestinesi uccisi dalle forze e dai coloni israeliani in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, dalla seconda intifada quasi due decenni fa.

Secondo il monitoraggio di The Electronic Intifada, nel corso dell’anno 207 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito, dalla polizia e dai coloni israeliani in Cisgiordania, a Gaza e all’interno di Israele, o sono morti per le ferite riportate negli anni precedenti.

Finora, nel 2023, Israele ha ucciso in media un palestinese al giorno, un fatto poco rilevato nella copertura dei media occidentali, ma che sta portando alla violenza.

Incremento della violenza

Sabato nel quartiere di Silwan, nella Gerusalemme est occupata, un altro palestinese avrebbe sparato, ferendoli, a un soldato fuori servizio e suo padre.

I media hanno identificato nel tredicenne Mahmoud Aleiwat l’autore degli spari.

La famiglia del ragazzo nega che possa essere stato coinvolto nella sparatoria, anche se si dice che abbia lasciato un messaggio a sua madre chiedendo perdono.

Il soldato aveva l’arma con sé e ha sparato al ragazzo. Anche un altro colono gli ha sparato.

Il soldato ferito è in condizioni gravi ma stabili e, secondo quanto riferito, suo padre è in condizioni discrete.

Secondo Haaretz il ragazzo accusato della sparatoria è cosciente e sta ricevendo delle cure.

Giorni prima un parente di Mahmoud Aleiwat era è stato ucciso dalle forze israeliane.

Wadie Abdul Aziz Abu Rumouz, 17 anni, è stato colpito al petto il 25 gennaio. Le autorità israeliane hanno sottoposto Wadie agli arresti persino mentre si trovava nel reparto di terapia intensiva.

E’ morto venerdì a causa delle ferite.

Israele sta ora progettando di demolire la casa della famiglia del ragazzo di 13 anni, così come quella di Khayri Alqam.

Nel frattempo, sabato un giovane palestinese è stato colpito e ucciso da una guardia di sicurezza nei pressi dell’insediamento di Kedumim, nel nord della Cisgiordania.

Karam Ali Salman, 18 anni, aveva cercato di entrare nell’insediamento coloniale armato di pistola, ha affermato l’esercito. Il suo video è stato condiviso dai media locali.

Mostra una persona che cammina con cautela attraverso un campo portando un oggetto.

I media israeliani non hanno riferito di feriti tra i coloni.

Kedumim, che è costruito su terreno privato palestinese, ospita l’abitazione del Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich.

In un altro incidente i soldati israeliani hanno sparato a un camionista palestinese che, secondo loro, stava tentando un attacco ma in seguito hanno ammesso che non era così.

L’esercito ha riferito che nessuno è rimasto ferito nell’incidente.

Nonostante l’aumento vertiginoso dello spargimento di sangue, Israele e i suoi alleati sembrano determinati a non imparare che ulteriori uccisioni e oppressione di palestinesi non placheranno mai la resistenza, ma solo la alimenteranno.

Ha contribuito all’inchiesta Ali Abunimah.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’UE afferma che è antisemita chiamare Israele Stato di apartheid.

Ali Abunimah  

23 gennaio 2023 – Electronic Intifada

Secondo l’Unione Europea dire che Israele sta perpetrando il crimine di apartheid contro il popolo palestinese è antisemita.

Ciò significherebbe che per Bruxelles importanti organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, Amnesty International e l’israeliana B’Tselem, finanziata dall’UE, sono colpevoli di fanatismo antiebraico.

L’incredibile affermazione è giunta in risposta a un’interpellanza da parte di alcuni membri filoisraeliani del parlamento europeo rivolta all’organo esecutivo dell’UE, la Commissione Europea.

I parlamentari hanno affermato che il rapporto di Amnesty International dello scorso febbraio “sostiene che l’apartheid è intrinseco alla fondazione dello Stato di Israele nel 1948, costruito e conservato dai successivi governi israeliani.”

I deputati hanno chiesto se anche il responsabile per la politica estera dell’UE Josep Borrell considera Israele uno “Stato di apartheid”.

Intendevano anche sapere se Borrell considera “antisemita” il rapporto di Amnesty in base alla definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto] (IHRA) “dato che esso sostiene che l’esistenza dello Stato di Israele è un’iniziativa razzista (cioè uno Stato di apartheid).”

Non appropriata”

I parlamentari filoisraeliani dovrebbero essere pienamente soddisfatti dalla risposta scritta di Borrell resa pubblica il 20 gennaio:

La commissione considera che non sia appropriato usare il termine apartheid in relazione con lo Stato di Israele,” scrive Borrell.

Egli afferma che l’UE si basa sulla cosiddetta definizione di antisemitismo dell’IHRA e sottolinea: “Sostenere che l’esistenza dello Stato di Israele sia un’iniziativa razzista è tra gli esempi illustrativi inclusi nella definizione dell’IHRA.”

L’estremamente politicizzata definizione dell’IHRA, pesantemente promossa da Israele e dalla sua lobby, ha subito incontrato una vasta opposizione dovuta a preoccupazioni sul fatto che sarebbe stata utilizzata esattamente nel modo in cui l’ha fatto Borrell ora: etichettare falsamente legittime critiche contro Israele e i suoi crimini come fanatismo antiebraico.

Borrell non fornisce nessuna base concreta per smentire la meticolosa ricerca di molte associazioni per i diritti umani che dimostra come Israele perpetra l’apartheid, un grave crimine contro l’umanità previsto dallo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Corte Penale Internazionale.

Ma egli prosegue riaffermando la rituale e vuota adesione dell’UE a “una soluzione negoziata a due Stati.”

Crimine contro l’umanità

In base al diritto internazionale il crimine di apartheid si configura come “azioni inumane commesse con lo scopo di creare e conservare la dominazione di un gruppo razziale di persone su qualunque altro gruppo razziale di persone e opprimerlo sistematicamente.”

Nel gennaio 2021 B’Tselem, l’associazione per i diritti umani appoggiata dall’UE, ha affermato che Israele mette in atto “un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al mar Mediterraneo”, cioè tutta l’area che comprende Israele, la Cisgiordania occupata e la Striscia di Gaza.

Questo è apartheid,” conclude B’Tselem.

Il nuovo governo israeliano si è insediato proclamando apertamente il proprio impegno a favore della supremazia ebraica e di conseguenza delle politiche di apartheid necessarie a conservarla.

Il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su ogni parte della Terra di Israele”, ha proclamato la nuova coalizione, promettendo di “favorire e sviluppare l’insediamento in ogni parte della Terra di Israele: nelle Galilee, nel Negev, sulle Alture del Golan e in Giudea e Samaria.”

Le Alture del Golan sono un territorio siriano occupato, mentre “Giudea e Samaria” sono i termini sionisti per la Cisgiordania occupata.

Dopo questa dichiarazione Borrell ha detto ai nuovi governanti israeliani di “guardare avanti per lavorare con voi per migliorare ulteriormente i rapporti UE-Israele.”

In altre parole l’impegno dell’UE nei confronti del regime di apartheid israeliano e della sua opposizione ai diritti dei palestinesi rimane solidissimo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I generali israeliani non sono contenti di dover rispondere ai due ministri e mezzo di Netanyahu

Lily Galili

23 gennaio 2023 – Middle East Eye

L’accordo di coalizione del primo ministro israeliano ha consegnato all’estrema destra un controllo civile e militare senza precedenti, aprendo la strada all’annessione de facto della Cisgiordania.

Il nuovo comandante dell’esercito israeliano Herzi Halevi si trova in una situazione insolita. Il generale deve rispondere non a un ministro della Difesa, e neanche a due, ma a due ministri e mezzo.

Yoav Gallant del Likud [partito nazionalista e di destra israeliano con a capo l’attuale primo ministro Netanyahu, ndt.] è il ministro della Difesa israeliano. Bezalel Smotrich, presidente del partito di estrema destra Sionismo religioso, è sottosegretario presso lo stesso ministero [oltre ad essere ministro delle Finanze ndt.]. Itamar Ben-Gvir, del partito Jewish Power [Potere Ebraico, di estrema destra, ndt.], dispone di una fetta del portafoglio della Difesa, oltre ad essere ministro della Sicurezza Nazionale.

Gli ultimi due politici di estrema destra hanno rivendicato la loro parte nel ministero attraverso piani per riorganizzare l’autorità nella Cisgiordania occupata, che Israele ha [fino ad oggi, ndt.] amministrato – con l’eccezione di Gerusalemme Est – attraverso l’Amministrazione Civile Israeliana, un ramo del ministero della Difesa.

Nell’ambito dell’accordo che lo ha visto entrare a far parte del nuovo governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, Smotrich ha chiesto – e ottenuto – l’autorità sull’Amministrazione Civile, che fino a quel momento era stata sotto il controllo esclusivo del ministro della Difesa.

Ben-Gvir, responsabile della polizia, ha ottenuto l’autorità sulla polizia di frontiera operante in Cisgiordania. Fino ad ora quella forza è rimasta sotto il controllo del comando centrale dell’esercito israeliano.

Ma ora, sulla base dell’accordo di coalizione, entro 90 giorni dalla formazione del nuovo governo sarà attuato il trasferimento dei poteri.

Di tutte le frammentazioni dei ministeri compiute da Netanyahu per facilitare la ripartizione equilibrata degli incarichi tra i partner della sua coalizione di estrema destra, la disarticolazione del ministero della Difesa è la meno comprensibile.

Nonostante la messa sull’avviso da parte di ufficiali di alto rango, anche in occasione di un incontro urgente con il comandante dell’esercito uscente Aviv Kochavi, Netanyahu ha portato a termine una mossa senza precedenti e insolitamente rischiosa.

Non è ciò che fa un primo ministro che si vanta di essere “Mr Security” [Signor Sicurezza]. È qualcosa che fa un uomo incriminato di tre reati per evitare di andare in prigione.

Yagil Levy, professore di Sociologia Politica e Ordine Pubblico presso la Open University of Israel, ha dichiarato a Middle East Eye che queste variazioni senza precedenti nella struttura dell’esercito e nella divisione dei compiti potrebbero provocare nei militari, in particolare tra gli alti gradi dell’esercito, un senso di perdita di prestigio.

Amir Eshel, ex dirigente generale del ministero della Difesa ed ex comandante dell’aeronautica israeliana, ha avvertito che la divisione del ministero tra tre entità potrebbe costituire un vero pericolo per la sicurezza.

Lunedì scorso, alla cerimonia del passaggio delle consegne ad Halevi, il ministro della Difesa Gallant ha affrontato la questione, dicendo che si sarebbe impegnato per frenare la “pressione esterna” sulle forze armate.

Gallant ha sottolineato l’unità di comando: “Per ogni soldato c’è un comandante… e soprattutto c’è il capo di stato maggiore, subordinato al ministro della Difesa”, ha detto.

Quindi un ministro della Difesa, e non 2,5. Dietro le spalle Gallant, che dovrebbe essere alla guida del ministero, è soprannominato ministro della Difesa di secondo grado”, o appaltatore esecutivo per lo smantellamento dell’esercito”. In questo caso la colpa non è sua.

La nuova struttura è stata testata prima del previsto quando venerdì, dopo che un avamposto coloniale ebraico illegale in Cisgiordania è stato evacuato poco dopo che era stato creato durante la notte, si è verificata una crisi di potere all’interno della coalizione. Gallant ha ordinato l’evacuazione sfidando sia Smotrich che Ben-Gvir.

Come ritorsione Smotrich ha rifiutato di partecipare alla teleconferenza con Netanyahu e Gallant; nel frattempo Ben-Gvir ha chiesto l’immediata evacuazione di Khan al-Ahmar, un villaggio beduino in Cisgiordania, lamentando un doppio standard per ebrei e arabi. Questo è solo l’inizio.

L’autorità di Smotrich sull’Amministrazione Civile israeliana e il Coordinatore delle attività governative nei territori (Cogat) [unità del Ministero della Difesa israeliano che coordina le questioni civili tra il governo di Israele, l’esercito israeliano, le organizzazioni internazionali e l’Autorità Nazionale Palestinese, ndt.] è già stata suggellata nell’accordo di coalizione.

Cosa significa questo in realtà, a parte un’anomalia all’interno di un’anomalia? Una risposta è più che certa: significa annessione de facto della Cisgiordania.

Amministrazione civile e militare

Per comprenderlo è fondamentale cogliere il ruolo dell’amministrazione civile nella macchina dell’occupazione.

La natura di questo organismo, istituito nel 1981, è stata delineata dal governo militare della Cisgiordania occupata in un regolamento militare.

Esso affermava: “Con la presente istituiamo un’amministrazione civile … gestirà tutte le questioni civili regionali relative a questo decreto militare, per il benessere e l’interesse della popolazione locale”.

In pratica, l’amministrazione civile è un eufemismo per amministrazione militare. Dal 1994 nelle aree A (18% della Cisgiordania) [sotto il pieno controllo dell’ANP, sulla base degli accordi di Oslo del 1993, ndt.] e B (22%) [sotto il controllo civile dell’ANP e militare di Israele, ndt.] alcune delle sue funzioni sono state trasferite per le questioni civili all’Autorità Nazionale Palestinese.

Oggi l’amministrazione civile è responsabile del rilascio dei permessi di viaggio dalla Cisgiordania occupata e da Gaza verso Israele. All’interno della Cisgiordania rilascia permessi di lavoro ai palestinesi che entrano in Israele per lavorare e sovrintende a tutti i permessi di costruzione negli insediamenti coloniali israeliani e su terra palestinese nell’Area C (60% della Cisgiordania), che è sotto il pieno controllo civile e militare israeliano.

“Il controllo dell’esercito sulla terra e sulla popolazione, in particolare quella palestinese, richiede non solo armi, ma un insieme di strumenti civili, militari e legali – ecco perché deve rimanere sotto una catena di comando militare”, ha detto in un’intervista radiofonica il generale in pensione Nitzan Alon, già a capo del comando centrale.

La subordinazione dell’Amministrazione Civile all’autorità militare non solo svolge il ruolo di organo effettivo di occupazione, ma anche di strumento legale. Israele non ha mai annesso formalmente la Cisgiordania e, anche se lo facesse, il suo status rimarrebbe comunque definito dal diritto internazionale come “occupazione militare temporanea”.

Mentre il mondo diviene insofferente per i 56 anni di occupazione temporanea, il trasferimento dell’autorità militare sull’area a un ministero civile solleva una questione giuridica.

Apparentemente, potrebbe significare un’annessione de facto con tutte le ripercussioni giuridiche del cambiamento di status. Contemporaneamente significa un aggravamento dell’apartheid.

Quasi tre milioni di palestinesi – compresi quelli delle aree A e B, ancora dipendenti da Israele – e mezzo milione di coloni ebrei si ritroveranno sotto una nuova compagine amministrativa che predica la supremazia ebraica ed è lì per compiacere il suo elettorato di estrema destra. Le implicazioni sono evidenti.

I generali in pensione si oppongono al cambiamento

Ephraim Sneh, un generale di brigata in pensione ed ex politico il cui ultimo ruolo nelle forze armate è stato quello di capo dell’Amministrazione Civile e che in seguito ha svolto attività di supervisione come viceministro della Difesa, è profondamente turbato dall’imminente trasferimento del potere dal comando militare a Smotrich.

Parlando con MEE, ha descritto l’equilibrio che le amministrazioni civile e militare cercano di raggiungere nel controllo della Cisgiordania e della sua popolazione.

“Il responsabile del comando centrale e il capo dell’amministrazione civile devono trovare l’equilibrio tra le esigenze di sicurezza militare e le esigenze civili”, sostiene Sneh.

Molto spesso queste esigenze si scontrano. Il capo dell’Amministrazione Civile si occupa per definizione di tutelare con la maggiore discrezione possibile la routine quotidiana. L’organismo responsabile della sicurezza è lì per fornire sicurezza, spesso a costo di interrompere la routine dei palestinesi”, afferma.

I responsabili della sicurezza, dice Sneh, sono a favore di più posti di blocco, maggiori restrizioni per fornire sicurezza, mentre la popolazione cerca semplicemente più comodità e possibilità di spostamento”.

“Alla fine, spetta al ministro della Difesa decidere”, afferma il comandante in pensione. “È una mossa molto rischiosa mettere questa autorità nelle mani di un ministro il cui principale interesse è cacciar via quanti più palestinesi possibile.

Ancora peggio, un politico i cui maggiori interessi sono scontri violenti tra ebrei e arabi ovunque, per preparare il terreno per futuri trasferimenti o quanto meno per compiacere il suo elettorato”.

Alla richiesta di fornire un esempio concreto di possibile scontro tra l’autorità militare del comando centrale responsabile della Cisgiordania e l’amministrazione civile, Sneh descrive una situazione di vita reale.

Immaginiamo una situazione in cui un uomo di un villaggio palestinese venga sospettato di qualche atto terroristico. L’istinto immediato dei militari sarebbe porre sotto assedio l’intero villaggio e revocare tutti i permessi di lavoro – una punizione collettiva totale”, sostiene Sneh.

L’Amministrazione Civile per definizione non è interessata ad una punizione collettiva, a cui farebbe seguito una protesta collettiva e quindi una violenza collettiva. Diciamo che l’Amministrazione Civile preferisce infliggere una punizione solo alla famiglia. È il ministro della Difesa a dover decidere. Ora abbiamo due ministri incaricati di quella decisione”.

Sneh aggiunge che il Cogat, un’unità del ministero della Difesa a cui è subordinata l’Amministrazione Civile, sarebbe guidata da un esponente di estrema destra incaricato da Smotrich, “la cui missione è rendere la vita dei palestinesi il più miserabile possibile”.

Avvertimento del dimissionario Kochavi

In una serie di interviste di addio ai media israeliani il comandante militare uscente Kochavi ha trattato dell’imminente subordinazione della polizia di frontiera della Cisgiordania al controverso Ben-Gvir.

Ha espresso la sua preoccupazione per la mossa in un incontro con Netanyahu. Alla domanda sul possibile trasferimento del potere a Ben-Gvir Kochavi non ha usato mezzi termini:

“Non possiamo avere due eserciti che rispondono a differenti concezioni e norme“, ha detto a Channel 13 [canale televisivo israeliano, ndt.].

Se in Giudea e Samaria [denominazione ebraica della Cisgiordania, ndt.] il controllo viene trasferito al di fuori della catena di comando dell’esercito, schiereremo soldati e riservisti per sostituire la polizia di frontiera. Le forze che operano insieme non avranno due comandanti”.

Kochavi ha sollevato la questione con Netanyahu ed è andato via con la convinzione che “saranno prese le decisioni giuste”. Ma anche Smotrich e Ben-Gvir sono stati ottimisti quando hanno firmato i loro accordi di coalizione, essendogli stato promesso tutto questo e altro ancora.

Levy, l’accademico, è preoccupato per le possibili ripercussioni. “Se a causa del trasferimento dell’autorità sulla polizia di frontiera a Ben-Gvir saranno necessari più riservisti, alcune unità potrebbero ribellarsi contro l’eccessivo reclutamento“, ha detto a MEE.

Il mondo assiste con indifferenza alla scissione del ministero dell’Istruzione e al trasferimento di alcuni dei suoi poteri a un irriducibile omofobo e misogino [si riferisce al vice ministro Avi Maoz, del partito ultraintegralista Noam, ndt.]. Lo stesso si può dire nel caso della frammentazione del ministero degli Esteri.

Questo non accade quando dei cambiamenti nelle forze armate sono un segnale chiaro e forte di un cambiamento di politica sull’uso della forza, l’apartheid e l’annessione accelerata dei territori occupati.

“Caos” è la parola usata dalla maggior parte delle alte cariche per descrivere l’evolversi della situazione, poiché avvertono il pericolo di un grande scontro con la comunità internazionale, l’amministrazione statunitense, l’UE e gli Stati arabi.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Ilan Pappe sulle formazioni socio-politiche dietro il governo neo-sionista di Israele

Ilan Pappe

6 gennaio 2023 – Palestine Chronicle

Due mesi dopo l’elezione del nuovo governo israeliano il quadro offuscato sta diventando più chiaro e sembra che si possano offrire alcuni spunti più informati riguardo alla sua composizione, alle personalità che ne fanno parte e alle possibili politiche e reazioni ad esse nel futuro.

Non sarebbe esagerato definire Benjamin Netanyahu il meno estremista di questo governo, il che la dice lunga sulle personalità e politiche di tutti gli altri.

Ci sono tre schieramenti principali nel governo, e qui non faccio riferimento ai vari partiti politici, ma piuttosto alle formazioni socio-politiche.

Sionizzazione degli ebrei ultraortodossi

Nel primo schieramento ci sono gli ebrei ultra-ortodossi, sia dell’ortodossia europea che di quella degli ebrei arabi. Ciò che li caratterizza è il processo di sionizzazione che hanno subito dal 1948.

Da un ruolo marginale in politica solo a favore delle loro comunità, ora fanno parte dei dirigenti di questo nuovo Stato. Da moderati e sostenitori dei sacri precetti ebraici che non riconoscevano la sovranità ebraica sulla Terra Santa, ora emulano la destra israeliana laica: appoggiano la colonizzazione della Cisgiordania, l’assedio contro la Striscia di Gaza, fanno discorsi razzisti nei confronti dei palestinesi ovunque essi siano, invocano politiche dure e aggressive e nel contempo cercano di occupare lo spazio pubblico e di giudaizzarlo in base alla loro versione rigida del giudaismo.

L’unica eccezione sono i Neturei Karata, fedeli al loro tradizionale antisionismo e alla solidarietà con i palestinesi.

Gli ebrei nazional-religiosi

Del secondo schieramento fanno parte gli ebrei nazional-religiosi, che vivono in maggioranza in Cisgiordania nelle colonie costruite su terre palestinesi espropriate e recentemente hanno creato dei “centri di formazione” di coloni nelle città miste arabo-ebraiche in Israele.

Essi appoggiano sia le politiche criminali dell’esercito israeliano che le azioni di gruppi di coloni vigilantes che vessano i palestinesi, sradicano le loro coltivazioni, sparano contro di loro e mettono in discussione il loro modo di vivere.

L’intento è di dare sia all’esercito che a questi vigilantes mano libera per opprimere la Cisgiordania occupata, nella speranza di spingere più palestinese ad andarsene. Questo gruppo è anche la spina dorsale dei centri di comando del servizio segreto israeliano e domina i ranghi degli alti ufficiali dell’esercito.

I due succitati schieramenti condividono la volontà di imporre un apartheid più stretto all’interno di Israele contro gli arabi del ’48 [i palestinesi rimasti durante e dopo la guerra del 1947-49 in quello che era diventato Israele, ndt.] e nel contempo iniziare una crociata contro la comunità LGBT chiedendo anche una più rigida marginalizzazione delle donne nello spazio pubblico.

Essi condividono anche una visione messianica e credono di essere ora nelle condizioni di metterla in pratica. Al centro di questo progetto c’è la giudaizzazione dei luoghi sacri che ora sono “ancora” islamici o cristiani. Quello più ambito è l’Haram al-Sharif [la Spianata delle Moschee, per gli ebrei il Monte del Tempio, ndt.].

Il prodromo è stato la provocatoria visita del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir sull’Haram. Il prossimo passo sarà a Pasqua, con un tentativo di invadere in massa l’Haram con preghiere e ministri ebrei. Azioni simili verranno attuate a Nablus, Hebron e Betlemme. È difficile prevedere fin dove arriveranno.

L’emarginazione degli ebrei laici del Likud

Il secondo gruppo è rappresentato anche nel partito di maggioranza del governo, il Likud. Ma la maggioranza dei suoi membri fa parte di una terza componente socio-politica: gli ebrei laici che aderiscono nel contempo alle tradizionali pratiche ebraiche.

Essi cercano di distinguersi sostenendo che il liberalismo economico e politico è ancora un importante pilastro del programma politico del Likud. Netanyahu soleva essere uno di loro, ma ora sembra averli abbandonati quando si è trattato di spartirsi il bottino, cioè nel governo li ha emarginati. Ha bisogno degli altri più che del suo stesso partito per evitare di essere processato e per rimanere al potere.

Il progetto sionista

I membri di spicco di tutti questi gruppi sono arrivati con iniziative legislative e politiche già pronte, tutte intese senza eccezioni, a consentire a un governo di estrema destra di annullare qualunque cosa sia rimasta della parodia chiamata democrazia israeliana.

La prima iniziativa è già iniziata, sterilizzando il sistema giudiziario in modo tale che non possa, se mai lo ha voluto, difendere i diritti delle minoranze in generale e quelli dei palestinesi in particolare.

Per la verità, tutti i precedenti governi israeliani sono stati caratterizzati dal complessivo disprezzo riguardo ai diritti civili e umani dei palestinesi. Questa è solo una fase in cui ciò viene reso più costituzionale, più generalmente accettato e più evidente, senza alcun tentativo di nascondere lo scopo che gli sta dietro: impossessarsi della maggior parte possibile della Palestina storica con il minor numero possibile di palestinesi.

Tuttavia, se si concretizzerà in futuro, ciò avvicinerà ulteriormente Israele al suo futuro neo-sionista, cioè il vero raggiungimento e la maturazione del progetto sionista: uno spietato progetto di colonialismo d’insediamento costruito su apartheid, pulizia etnica, occupazione, colonizzazione e politiche genocidarie.

Un progetto che finora è sfuggito a qualunque significativa opposizione da parte del mondo occidentale e che viene tollerato dal resto del mondo, anche se è censurato e respinto da molti nella società civile internazionale. Finora non è riuscito a trionfare solo per la resistenza e resilienza palestinese.

Fine dell’“Israele immaginario”

Questa nuova situazione evidenzia una serie di domande che ci si deve porre, anche se per il momento non possiamo dare una risposta.

I governi arabi e musulmani, che solo di recente si sono uniti alla legittimazione di questa farsa, si renderanno conto che non è troppo tardi per cambiare strada?

I nuovi governi di sinistra, come quello eletto in Brasile, saranno in grado di aprire la via, portare a un cambiamento di atteggiamento dall’alto, che rifletterebbe democraticamente quanto richiesto dal basso?

E le comunità ebraiche saranno sufficientemente scioccate da svegliarsi dal sogno dell’“Israele immaginario” e si renderanno conto del pericolo rappresentato dall’Israele di oggi, non solo per i palestinesi ma anche per gli ebrei e il giudaismo?

Sono domande a cui non è facile rispondere. Quello che possiamo sottolineare è, ancora una volta, l’appello all’unità palestinese in modo da estendere la lotta contro questo governo e l’ideologia che esso rappresenta. Tale unità diventerà una bussola per il poderoso fronte internazionale che già esiste, grazie al movimento BDS e che è intenzionato a continuare il suo lavoro di solidarietà e ad allargarlo ulteriormente e più ampiamente: mobilitare i governi, così come le società, e riportare la Palestina al centro dell’attenzione internazionale.

Le tre componenti del nuovo governo israeliano non hanno sempre convissuto facilmente, quindi c’è anche la possibilità di un precoce collasso politico, dato che in definitiva stiamo parlando di un gruppo di politici incompetenti quando si tratta di far funzionare un’economia così complicata come quella israeliana. Probabilmente non saranno in grado di bloccare l’alta inflazione, l’aumento dei prezzi e la crescente disoccupazione.

Tuttavia, anche se ciò avvenisse, non c’è una quarta componente socio-politica alternativa che possa guidare Israele. Quindi un nuovo governo sarebbe formato da un’altra combinazione delle stesse forze, con le stesse intenzioni e politiche.

Dovremmo trattarla come una sfida strutturale, non episodica, e prepararci a una lunga lotta, basata su una solidarietà internazionale ancora più ampia e una più stretta unità dei palestinesi.

Questo governo canaglia, e quello che rappresenta, non dureranno in eterno. Dobbiamo fare tutto il possibile per ridurre l’attesa per la sua sostituzione con un’alternativa molto migliore non solo per i palestinesi, ma anche per gli ebrei e per chiunque altro viva nella Palestina storica.

Ilan Pappé è docente all’università di Exeter. È stato in precedenza professore associato all’università di Haifa. È autore di La pulizia etnica della Palestina [Fazi, 2008], The Modern Middle East [Il moderno Medio Oriente], Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli [Einaudi, 2014] e Ten Myths about Israel [Dieci miti su Israele]. Pappé è considerato uno dei “nuovi storici” israeliani che, da quando all’inizio degli anni ’80 sono stati resi pubblici documenti ufficiali britannici e israeliani sull’argomento, hanno riscritto la storia della creazione di Israele nel 1948. Ha concesso questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dopo anni di inerzia diplomatica, cosa può offrire l’ICJ[ Corte Internazionale di Giustizia ndt] ai palestinesi?

Hugh Lovatt

1 gennaio 2023 – +972 Magazine

Il voto delle Nazioni Unite favorevole alla richiesta di una sentenza sull’occupazione è un atto d’accusa sull’incapacità di portare Israele di fronte alla giustizia e comporta sia rischi che opportunità.

Questo è stato un anno difficile e sanguinoso per i palestinesi, che hanno sopportato i dodici mesi più letali in Cisgiordania dal 2005 insieme ad una continua emarginazione sulla scena internazionale. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tuttavia, ha offerto loro una vittoria dell’ultimo minuto, avviando la richiesta di una sentenza ad alto rischio da parte della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) sulla legalità della prolungata occupazione israeliana dei territori palestinesi. Il voto del 30 dicembre da parte degli Stati membri ha anche chiesto alla Corte di delineare le responsabilità dei Paesi nel porre fine all’occupazione che Israele ha rafforzato profondamente dal 1967. La risposta della Corte potrebbe arrivare già nell’estate del 2023.

Funzionari palestinesi ed esperti di diritto internazionale stavano contemplando un simile passo da diversi anni. Ma la decisione di procedere sembra in gran parte dettata dalla crescente frustrazione del presidente Mahmoud Abbas per l’attuale inerzia diplomatica, il disimpegno degli Stati Uniti e l’elezione di un governo di estrema destra in Israele. Sebbene il parere consultivo non vincolante rischi di non essere all’altezza delle aspettative palestinesi, potrebbe comunque rappresentare un’importante pietra miliare negli sforzi per chiedere conto a Israele ai sensi del diritto internazionale della sua pluridecennale violazione dei diritti dei palestinesi.

L’ICJ è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, con sede a L’Aja. Istituito nel 1945, è composto da 15 giudici eletti dall’Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza. Il tribunale decide sulle controversie tra Stati e può anche fornire pareri consultivi su questioni di diritto internazionale.

Ciò a differenza della Corte Penale Internazionale (ICC), anch’essa con sede a L’Aja, che processa individui per crimini internazionali come genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità ai sensi dello Statuto di Roma. Dal marzo 2021 l’ICC ha portato avanti le proprie lunghe indagini su possibili crimini di guerra commessi nei territori occupati e si avvarrà senza dubbio delle deliberazioni dell’ICJ.

Questa non è la prima volta che l’ICJ approfondisce il conflitto israelo-palestinese. In un parere storico del 2004 la Corte ha ritenuto che la costruzione del muro di separazione israeliano in Cisgiordania e il relativo quadro giuridico avessero de facto annesso il territorio occupato ostacolando il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Di conseguenza, i giudici dell’ICJ hanno chiesto a Israele di smantellare la sua barriera e di fornire un risarcimento ai palestinesi come stabilito dal Registro dei danni delle Nazioni Unite (UNRoD). Israele ha rifiutato di conformarsi alla sentenza e ha persino attaccato l’ultimo richiamo come “arma di distruzione di massa palestinese nella loro guerra santa di demonizzazione di Israele”.

L’ipocrisia dell’Occidente

Gli Stati Uniti e Paesi europei come il Regno Unito e la Germania, che hanno votato contro la decisione, sostengono che sarebbe inappropriato per l’ICJ inserirsi in una disputa bilaterale su una questione così controversa senza il consenso di Israele. Questo è diventato un argomento standard che è stato utilizzato anche nel caso del parere espresso nel 2004, e di nuovo nel 2019 in un caso diverso, quando l’Assemblea Generale ha chiesto un parere della Corte Internazionale di Giustizia sulle conseguenze legali del controllo continuato del Regno Unito sulle isole Chagos nell’Oceano Indiano (che il Regno Unito ha separato dalle Mauritius prima di concedere a queste ultime l’indipendenza nel 1968). I giudici della Corte hanno regolarmente e fermamente respinto tali argomentazioni politiche e ci si può aspettare che lo facciano ancora.

Gli oppositori affermano inoltre che i deferimenti all’ICJ (e all’ICC) danneggiano la prospettiva di rilanciare i negoziati israelo-palestinesi e raggiungere una soluzione a due Stati. Tuttavia, la prima sentenza dell’ICJ nel 2004 non ha impedito i successivi colloqui, anche in vista della conferenza di Annapolis del 2007, durante la quale sono stati compiuti progressi sulle questioni relative allo status finale. Da allora, le prospettive di un significativo processo di pace sono svanite a causa dell’erosione della soluzione dei due Stati, in gran parte a causa dell’incontrollata attività di colonizzazione ed espropriazione dei palestinesi da parte di Israele. Sotto il nuovo governo israeliano queste dinamiche negative sono destinate ad accelerare.

Sullo sfondo della guerra della Russia contro l’Ucraina l’opposizione occidentale al ricorso palestinese al diritto internazionale suona ancora più in malafede. L’Europa in particolare ha fatto riferimento con entusiasmo alle norme internazionali nel respingere l’invasione e l’annessione del territorio ucraino da parte della Russia. Ciò include sanzioni di vasta portata insieme a una proposta dell’UE riguardo l’istituzione di un tribunale speciale per perseguire i crimini russi in Ucraina. Gli Stati occidentali hanno inoltre sostenuto i procedimenti dell’Ucraina contro la Russia.

Come voterà questa volta l’ICJ?

Ovviamente non c’è modo di sapere con certezza cosa deciderà l’ICJ. Ma la sua passata giurisprudenza in casi simili allude sia a rischi che a opportunità per i palestinesi.

Prendiamo, ad esempio, l’attuale elenco dei giudici dell’ICJ, due dei quali si sono opposti in passato ad interventi giudiziari. Durante l’udienza relativa alle Chagos la giudice statunitense Joan Donoghue ha sostenuto che l’ICJ avrebbe dovuto astenersi perché il Regno Unito non aveva acconsentito a una “soluzione giudiziaria” della sua controversia bilaterale con le Mauritius. Sebbene la sua all’epoca fosse una visione isolata, nel frattempo Denoghue è diventata la presidente della Corte.

Allo stesso modo, nel 2004 il giudice francese Ronny Abraham, nella sua precedente veste di rappresentante legale della Francia, ha esortato l’ICJ ad astenersi dall’udienza sul muro perché non sarebbe stata “propizia” alla ripresa del dialogo. Anche se queste opinioni potrebbero non influenzare la maggioranza dei giudici, Israele si avvarrà senza dubbio di qualsiasi dissenso di questo tipo per sfidare l’autorevolezza di un futuro giudizio.

Passando alla sostanza, la corte potrebbe estendere la sua precedente conclusione riguardo un’annessione de facto per comprendere, come minimo, tutta l’Area C [sotto esclusivo controllo israeliano, ndt.] (quasi il 60% della Cisgiordania) data la significativa estensione delle infrastrutture coloniali e l’esistenza di una legislazione nazionale israeliana sull’area dal 2004. Tuttavia, è meno chiaro se la Corte si spingerebbe fino a descrivere ciò come un’annessione de jure in assenza di una proclamazione ufficiale della sovranità israeliana, o una fine formale dell’amministrazione militare israeliana del territorio.

Un’incognita ancora più grande è se l’ICJ sceglie di ribadire le conclusioni, in numero crescente, da parte delle principali organizzazioni per i diritti umani e degli esperti di diritto internazionale, incluso il relatore speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, secondo cui Israele ha imposto un sistema di apartheid contro i palestinesi. La scelta di non farlo darebbe senza dubbio energia alla campagna di Israele per diffamare, come antisemiti, coloro che usano tale terminologia.

Eppure il tribunale potrebbe ancora togliere il terreno da sotto i piedi dell’occupazione da parte di Israele, stabilendo che il suo persistente controllo non è né temporaneo né giustificato da necessità militari, ed è quindi diventato illegale e richiedendogli di porre immediatamente fine all’occupazione. Ciò si allineerebbe a giudizi espressi in altri casi, come le sue conclusioni del 1971 secondo cui la presenza del Sudafrica in Namibia, dove aveva replicato un sistema di apartheid, era illegale e doveva cessare immediatamente. Allo stesso modo nel 2019, quando invitò il Regno Unito a porre fine alla sua “amministrazione illegale” delle Chagos e restituire il territorio alle Mauritius.

Richiamare Israele a rispondere delle sue responsabilità

Tuttavia è soprattutto sulla questione delle responsabilità dello Stato che i palestinesi potrebbero rimanere delusi. La Corte ha storicamente evitato di approfondire troppo la questione, preferendo lasciarla all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza. È quindi altamente improbabile che aderisca alla richiesta di Abbas di un “regolamento delle Nazioni Unite per la protezione internazionale del popolo palestinese”.

Invece, come ha fatto nel 2004, la Corte potrebbe limitarsi a un appello generale agli Stati membri affinché collaborino con le Nazioni Unite per porre fine alla situazione illegale creata da Israele. In tale prospettiva ci si può anche aspettare che riaffermi il dovere degli Stati terzi di non riconoscere o sostenere tali violazioni del diritto internazionale. Questo principio giuridico è sancito dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed è una pietra miliare di lunga data della politica dell’UE di differenziazione tra Israele e i suoi insediamenti.

L’ICJ non può costringere Israele a porre fine alla sua occupazione attraverso il suo parere consultivo. L’applicazione della legge internazionale in ultima analisi spetta ai membri delle Nazioni Unite, in particolare quelli con un seggio nel Consiglio di Sicurezza. Ma invece di dare ascolto alla prima sentenza della Corte gli Stati Uniti e gli Stati europei hanno cercato di proteggere il progetto di colonizzazione da parte di Israele da qualsiasi meccanismo di responsabilità internazionale – non solo l’ICC e l’ICJ, ma anche il database delle imprese con legami con gli insediamenti coloniali del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il ritorno della Palestina all’ICJ, il tribunale di ultima istanza, circa 20 anni dopo, è di per sé un atto d’accusa contro il continuo fallimento dell’Occidente nel chiedere conto a Israele del suo comportamento illegale.

Sebbene oggi la volontà internazionale sia gravemente carente, i precedenti storici possono offrire un po’ di conforto ai palestinesi riguardo gli sviluppi futuri. La sentenza dell’ICJ del 1971 ha inferto un duro colpo alle rivendicazioni illegali del Sud Africa sulla Namibia e, sebbene ci siano voluti quasi altri due decenni, alla fine ha segnato la fine del regime di apartheid attraverso il quale [il Sud Africa] ha soggiogato il territorio e la sua gente. E anche con l’equilibrio del potere internazionale saldamente a suo favore il rifiuto da parte del Regno Unito della sentenza della Corte del 2019 si è rivelato sempre più insostenibile. Londra alla fine, anche se a malincuore, è stata costretta ad aprire delle trattative con le Mauritius per la consegna delle Isole Chagos. Con il tempo il peso crescente della riprovazione giuridica internazionale potrebbe rivelarsi altrettanto inevitabile per Israele.

Hugh Lovatt è un consulente politico del programma Medio Oriente e Nord Africa presso il Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR).

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Perché il New York Times non è al passo coi tempi su Israele-Palestina

Maha Nassar

21 dicembre 2022 – +972 Magazine

Un recente editoriale che critica il nuovo governo israeliano riflette gli stessi punti ciechi che hanno afflitto per decenni il giornale americano più autorevole.

Sabato scorso il comitato di redazione del New York Times ha fatto notizia nel pubblicare un articolo intitolato “L’ideale di democrazia nello Stato ebraico è in pericolo”. Pur ribadendo il proprio sostegno a Israele e alla soluzione dei due Stati l’editoriale avverte che il nuovo governo israeliano, che sarà guidato dal partito di destra Likud e comprende partner di estrema destra come Sionismo Religioso, Otzma Yehudit (Potere Ebraico) e l’anti-LGBTQ Noam rappresenta una “minaccia significativa” per il futuro del Paese e “potrebbe rendere militarmente e politicamente impossibile lo sviluppo di una soluzione a due Stati”.

Rispondendo via Twitter, il primo ministro entrante Benjamin Netanyahu si è offeso per quello che ha descritto come un “parere infondato” del comitato. Accusando il giornale di “demonizzare Israele da decenni”, ha criticato l’editoriale come tentativo di minare il suo governo eletto e di “delegittimare l’unica vera democrazia in Medio Oriente e il miglior alleato dell’America nella regione”.

Nonostante l’importante riconoscimento dell’editoriale dei pericoli della coalizione di estrema destra israeliana, come lettrice (e critica) di lunga data del New York Times ho comunque trovato l’articolo una perfetta riflessione sui punti ciechi che ancora affliggono il “giornale più autorevole.” In effetti l’ostinato rifiuto del comitato di includere nei suoi editoriali le prospettive palestinesi, nonostante gli assordanti inviti a farlo, lo porta a dare una interpretazione essenzialmente errata della realtà sul campo e, di conseguenza, fa sì che il giornale mantenga una comprensione deplorevolmente obsoleta di Israele-Palestina.

Pensiero unico e “da entrambe le parti”

Due anni fa ho pubblicato su +972 un’analisi che documentava la storica esclusione delle voci palestinesi dalle pagine di opinione di quattro importanti quotidiani e riviste americani: The Washington Post, The Nation, The New Republic e The New York Times. Sebbene il Times non fosse il peggiore, il suo curriculum è comunque spaventoso. Dei 2.490 articoli di opinione sui palestinesi che il giornale ha pubblicato tra il 1970 e il 2019 solo 46 sono stati scritti da palestinesi, una media inferiore al 2%.

E l’altro 98%? Secondo i database che ho consultato, la stragrande maggioranza è stata scritta dagli editorialisti del giornale e dai membri del comitato di redazione. È difficile sapere dove finiscano le opinioni di un gruppo e inizino quelle dell’altro; questo perché, secondo il sito web del Times, il comitato di redazioneè composto da giornalisti d’opinione che si affidano a ricerche, dibattiti e competenze individuali per raggiungere una visione condivisa su questioni importanti”. (È significativo che l’editoriale di domenica abbia citato un recente articolo di Thomas Friedman, editorialista e commentatore di lunga data sul Medio Oriente, che ha ripreso gran parte delle posizioni del comitato.)

Data questa coincidenza tra i giornalisti d’opinione e il comitato di redazione – e la mancanza tra loro di editorialisti palestinesi o arabi – non sorprende che sia emersa una sorta di pensiero unico. E questo pensiero unico colloca costantemente Israele, le opinioni e le prospettive israeliane al di sopra di quelle dei palestinesi.

Lo conferma una ricerca per parola chiave degli editoriali del Times che parlano di palestinesi. Tra il 1970 e il 2019, la parola pace” è apparsa 1.112 volte, ma giustizia” è apparsa solo 86 volte; terrore” è stato menzionato 649 volte, ma occupazionesolo 219 volte; la sicurezza di Israele” è stata invocata 90 volte, ma la libertà palestinese” è stata menzionata solo tre volte. Anche se le ricerche per parole chiave da sole non raccontano l’intera storia, ci aiutano a farci un’idea del tenore generale della copertura del Times: negli ultimi cinquant’anni Israele è stato senza dubbio presentato dai redattori del Times come uno stretto alleato, mentre i palestinesi sono stati costantemente inquadrati come un “problema”.

Ma per i palestinesi e per i loro alleati nella regione e nel mondo la Palestina non è un problemada risolvere per Israele, ma una causa per cui lottare. Dal 1948 lo Stato israeliano ha impedito ai palestinesi di vivere nella loro patria con libertà e dignità, vietando ai rifugiati di tornare alle loro case, discriminando i cittadini palestinesi all’interno di Israele e tenendo milioni di palestinesi sotto occupazione militare. Se c’è un problema da risolvere, il problema è quel regime.

Questo semplice fatto sembra essere sfuggito alla redazione del Times. Piuttosto che riconoscere la violenza sistemica, la discriminazione e la colonizzazione perpetrate da Israele contro i palestinesi, il comitato incolpa “entrambe le parti” per una situazione ampiamente asimmetrica. Ad esempio, l’editoriale di sabato attribuisce in parte lo spostamento a destra dell’elettorato israeliano ad “autentiche preoccupazioni per la criminalità e la sicurezza, specialmente dopo gli episodi di violenza tra arabi ed ebrei israeliani dello scorso anno”. Non fa menzione della violenza della polizia israeliana – a volte in collaborazione con milizie di vigilanti, anche negli insediamenti coloniali della Cisgiordania – a cui i cittadini palestinesi sono stati sottoposti durante quel periodo né della campagna di arresti di massa e punizioni collettive contro le comunità arabe nei mesi successivi.

Allo stesso modo, l’editoriale afferma che “le speranze per uno Stato palestinese si sono affievolite sotto la pressione combinata della resistenza di Israele e della corruzione, l’inettitudine e le divisioni interne palestinesi”. Questo “da entrambe le parti” può dare l’apparenza di un equilibrio, ma non riflette una realtà in cui Israele detiene il potere politico, economico e militare quasi totale sulla vita di ogni palestinese, in un sistema che un numero crescente di studiosi, organizzazioni per i diritti umani ed esperti legali definiscono di apartheid.

Prendiamo, ad esempio, il fatto che centinaia di case palestinesi vengono demolite ogni anno dai bulldozer israeliani per far posto agli insediamenti coloniali ebraici, ma non viceversa. O che centinaia di palestinesi sono minacciati di essere espropriati della loro terra a causa di una “zona per esercitazioni” militari israeliana, mentre gli abitanti israeliani non hanno tali paure. O che i palestinesi nei territori occupati debbono attraversare posti di blocco israeliani militarizzati con permessi o documenti d’identità rilasciati da Israele, ma nessun israeliano è costretto attraversare un posto di blocco palestinese. O che centinaia di migliaia di palestinesi sono stati arrestati e detenuti nelle carceri israeliane dal 1967, ma che non esiste un tale sistema di incarcerazione di massa imposto agli israeliani. O che i tribunali militari israeliani condannano i palestinesi con una percentuale superiore al 99%, ma nessun israeliano ha dovuto essere processato in un tribunale palestinese. Non ci sono “entrambe le parti” in tutto ciò.

Promuovere un quadro di giustizia

Questa ostinata insistenza nell’incolpare entrambe le parti riflette un “quadro di pace” profondamente imperfetto che ha dominato per decenni la lettura internazionale di Israele-Palestina. Questo quadro è incentrato sulla politica dell’identità e ignora la violenza strutturale che lo Stato perpetra contro i gruppi oppressi. Si concentra invece su atti di violenza spettacolare commessi da quei gruppi in risposta all’oppressione che devono affrontare, li incolpa per l’escalation del conflitto, quindi li usa per giustificare la violenza repressiva inflitta dalle forze armate più potenti.

Molti degli editoriali del Times degli ultimi 30 anni, dall’avvento degli Accordi di Oslo, sono improntati ad un quadro di pace. Trattano israeliani e palestinesi come aventi pari potere quando chiaramente non è così. Lodano Israele per i piccoli aggiustamenti alla sua violenza strutturale quotidiana contro i palestinesi, ma rimproverano i leader e la società palestinesi per gli atti di violenza compiuti a loro volta. Se la redazione del Times oggi suona antiquata, è perché la sua visione del mondo rimane bloccata agli anni ’90.

Più di recente stiamo assistendo al riemergere di quello che può essere definito un “quadro di giustizia”. Questo quadro presta maggiore attenzione a tutte le forme di violenza strutturale che le comunità affrontano, indipendentemente dalla loro identità. Piuttosto che parlare delle persone come problemi, i fautori pongono al centro le esperienze degli oppressi e lavorano per smantellare le strutture che li sovrastano.

Tale quadro sta diventando saliente specie negli Stati Uniti, grazie al lavoro di organizzazioni per la giustizia sociale e movimenti come Black Lives Matter. Queste forze hanno spinto sostenitori progressisti come il New York Times a prestare maggiore attenzione alle voci che vengono incluse e a quelle che continuano ad essere emarginate. Tali principi stanno lentamente trapelando anche nel modo in cui i media americani si occupano di Israele-Palestina. Lo abbiamo visto in evidenza durante gli eventi del maggio 2021: dei 27 articoli di opinione pubblicati sul Times quel mese sei erano di palestinesi, tra cui quelli della regista di Gerusalemme Rula Salameh e degli scrittori di Gaza Refaat Alareer e Basma Ghalayini.

A suo merito, il Times ha recentemente assunto più giornalisti palestinesi e arabi, tra cui Hiba Yazbek e Raja Abdulrahim. La loro cronaca è stata cruciale nel portare voci, esperienze e prospettive palestinesi a lettori che altrimenti non vi avrebbero avuto accesso. Il Times ha anche continuato a pubblicare editoriali di palestinesi, tra cui due recenti articoli dell’avvocata palestinese di Haifa Diana Buttu e uno del direttore generale di Al-Haq Shawan Jabarin.

È bello vedere una maggiore rappresentanza palestinese nella redazione notizie e nelle pagine editoriali. Ma questi cambiamenti non sono sufficienti finché la maggior parte delle opinioni presentate sul Times continuano a essere prodotte da progressisti filo-israeliani come Thomas Friedman e conservatori come Bret Stephens. Come abbiamo visto con l’editoriale di sabato, quando si parla di Israele-Palestina la redazione del Times soffre ancora dell’assenza di voci palestinesi. E di conseguenza i suoi membri si aggrappano ancora a miti vecchi e screditati sulla democrazia israeliana e su un futuro a due Stati.

Il comitato di redazione del Times è da molto tempo in ritardo quando si tratta di riconoscere ciò che sta accadendo sul campo in Israele-Palestina. Mentre le loro posizioni divengono sempre meno aderenti alla realtà forse i membri del comitato finalmente ascolteranno – ascolteranno davvero – ciò che i palestinesi hanno sempre sostenuto.

La Dott.ssa Maha Nassar è Professoressa Associata presso la School of Middle Eastern and North African Studies dell’Università dell’Arizona. È autrice di Brothers Apart: Palestines Citizens of Israel and the Arab World [Fratelli separati: cittadini palestinesi di Israele e del mondo arabo] (Stanford University Press, 2017).

Twitter: @mtnassar.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Resistere all’occupazione illegale israeliana della Palestina: conversazione con Issa Amro

Redazione di Palestine Chronicle

18 dicembre 2022, Palestine Chronicle

In questa puntata di “Palestina in prospettiva” conduttore e giornalista per The Palestine Chronicle Paul Salvatori, che vive a Toronto, conversa con il difensore dei diritti umani ed attivista palestinese Issa Amro.

Da un luogo segreto dove ha dovuto rifugiarsi per tutelare la propria vita Amro condivide la sua esperienza di essere un costante bersaglio di molestie, violenze, abusi e detenzione arbitraria da parte dell’esercito israeliano, nonché di coloni israeliani che lo terrorizzano in modo analogo, spesso con la protezione e l’appoggio dell’esercito stesso.

Lo fanno perché lui, insieme ad altri attivisti pacifisti in Cisgiordania, cerca di porre fine all’ulteriore sviluppo di colonie israeliane illegali. 

Parallelamente all’appello urgente delle Nazioni Unite perché finisca l’aggressione contro Amro e perché Israele smantelli la “zona chiusa militarizzata” che ha istituito intorno alla sua casa – in violazione del diritto umanitario internazionale –, Amro invita gli ascoltatori a far pressione sui loro governi per assicurare che l’appello sia preso in considerazione.

Questo comporta rendere l’occupazione illegale della Palestina “costosa”, in modo che gli stessi governi, o chiunque altro coinvolto, perda di più (economicamente, politicamente, ecc.) di quanto guadagni sostenendo l’occupazione. Simile ad un moderno Gandhi, Amro auspica che questo avvenga in modo nonviolento e attraverso la disobbedienza civile, smascherando pubblicamente la disumanità dell’occupazione – dalla distruzione delle abitazioni e dell’agricoltura palestinesi all’uccisione e bombardamento di civili palestinesi indifesi.

Palestina in prospettiva” è un recente podcast su The Palestine Chronicle e una sotto-serie del podcast dedicato alla giustizia sociale e ai diritti umani, The Dark Room.

Attraverso schiette interviste e discussioni con voci filo-palestinesi – da studiosi ed attivisti ad artisti e intellettuali – “Palestina in prospettiva” illumina questioni centrali sulla giustizia palestinese, la resistenza e la lotta internazionale contro l’apartheid israeliano. Lo spettacolo è ospitato dal giornalista, attivista e musicista di Toronto Paul Salvatori.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




La Fossa dei Leoni [nuova fazione di resistenza palestinese, ndt.] non è un fenomeno passeggero: l’incombente rivolta armata della Palestina

Ramzy Baroud

19 dicembre 2022, JordanTimes

Proprio mentre Israele, e anche alcuni palestinesi, cominciavano a parlare al passato del fenomeno della Fossa dei Leoni, molti combattenti appartenenti al neonato gruppo palestinese sono riapparsi nella città di Nablus.

A differenza della prima apparizione del gruppo il 2 settembre, il numero dei combattenti che hanno preso parte al raduno nella Città Vecchia di Nablus il 9 dicembre è stato significativamente più grande, meglio equipaggiato, con divise militari unificate e maggiori precauzioni di sicurezza.

La Fossa appartiene a tutta la Palestina e crede nell’unità del sangue, della lotta e dei fucili” – riferimento ad una Resistenza collettiva che superi gli interessi di fazione.

Inutile dire che l’evento è stato notevole. Solo due mesi fa, il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz aveva sminuito il gruppo in termini di numeri e influenza, stimandone la consistenza in “circa 30 membri”, e impegnandosi a “mettergli le mani addosso […] ed eliminarli”.

Anche l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) si è attivamente coinvolta nella soppressione del gruppo, anche se ha tentato un approccio diverso. I media palestinesi e arabi hanno parlato di generose offerte dell’ANP in termini di lavoro e denaro ai combattenti della Fossa dei Leoni che accettino di abbandonare le armi.

Sia la leadership israeliana che quella palestinese hanno interpretato male la situazione. Hanno erroneamente presunto che il movimento nato a Nablus sia un fenomeno regionale e provvisorio che, come altri in passato, possa essere facilmente schiacciato o comprato.

La Fossa dei Leoni sembra invece cresciuta e si è già insediata a Jenin, Al Khalil (Hebron), Balata e altrove.

Per Israele, ma anche per alcuni palestinesi, la Fossa dei Leoni è un problema inedito le cui conseguenze minacciano di cambiare completamente le dinamiche politiche nella Cisgiordania occupata.

L’emblema della Fossa dei Leoni sta ora comparendo in ogni quartiere palestinese nei Territori Occupati; il gruppo è riuscito a espandersi da un singolo quartiere della città vecchia di Nablus – Al Qasaba – sino a diventare un’esperienza palestinese collettiva.

Un recente sondaggio condotto dal Centro palestinese per la Politica e la Ricerca Demoscopica (PCPSR) ha dimostrato in modo inequivocabile l’affermazione precedente.

Il sondaggio pubblico del PCPSR ha mostrato che il 72% dei palestinesi auspica la creazione di molti altri gruppi armati simili in Cisgiordania. Quasi il 60% teme che una ribellione armata rischi lo scontro diretto con l’ANP. Alte percentuali – 79% e 87% – rifiutano rispettivamente la resa dei combattenti alle forze dell’Autorità Nazionale Palestinese e l’idea stessa che l’ANP abbia persino il diritto di eseguire tali arresti.

Questi numeri attestano la realtà nelle strade palestinesi, segnalano la quasi totale mancanza di fiducia nell’ANP e la convinzione che solo una Resistenza armata, simile a quella di Gaza, sia in grado di contrastare l’occupazione israeliana.

Queste opinioni sono sostenute da prove empiriche, la principale delle quali è il fallimento dell’ANP, finanziariamente e politicamente corrotta, nel promuovere in qualsiasi modo le aspirazioni palestinesi; il completo disinteresse di Israele per qualsiasi forma di negoziato di pace; la crescente tendenza fascista di estrema destra della società israeliana, direttamente collegata alla violenza quotidiana esercitata sui palestinesi nella Gerusalemme est occupata e in Cisgiordania.

Tor Wennesland, inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, ha recentemente riferito che il 2022 “sta per diventare l’anno più letale per i palestinesi in Cisgiordania dal […] 2005”. Il ministero della Sanità palestinese ha riferito che in Cisgiordania solo quest’anno sono stati uccisi 167 palestinesi.

È probabile che questi numeri aumenteranno sotto il nuovo mandato del futuro primo ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu. Il nuovo governo può rimanere al potere solo con il sostegno di Bezalel Smotrich del partito Sionismo Religioso e di Itamar Ben-Gvir dell’Otzma Yehudit Party [partito politico di estrema destra kahanista e anti-arabo, ndt.]. Ben-Gvir, noto politico estremista, è ironicamente ma non imprevedibilmente destinato a diventare il nuovo ministro della Sicurezza di Israele.

Ma c’è altro nel fermento della ribellione armata in Cisgiordania che la sola violenza israeliana.

A quasi trent’anni dalla firma degli accordi di Oslo, i palestinesi non hanno ottenuto nessuno dei diritti politici o legali fondamentali. Al contrario, arroganti politici di destra in Israele parlano ora di “annessione morbida” unilaterale di vaste parti della Cisgiordania. Nessuna delle questioni ritenute importanti nel 1993 – lo status di Gerusalemme occupata, i rifugiati, i confini, l’acqua, ecc. – è oggi all’ordine del giorno.

Da allora, Israele ha investito piuttosto in leggi razziali e in politiche di apartheid diventando un perfetto regime di apartheid. Le principali associazioni internazionali per i diritti umani hanno affermato e denunciato la nuova identità pienamente razzista di Israele.

Con il totale sostegno degli Stati Uniti e nessuna pressione internazionale su Israele che sia degna di menzione, la società palestinese si sta mobilitando al di là dei canali tradizionali degli ultimi tre decenni. Nonostante l’ammirevole lavoro di alcune ONG palestinesi, la “ONG-izzazione” della società palestinese, che opera con fondi in gran parte versati da sostenitori molto occidentali di Israele, ha ulteriormente accentuato la divisione in classi dei palestinesi. Con Ramallah e pochi altri centri urbani che fungono da quartier generale dell’Autorità Nazionale Palestinese e di un lungo elenco di ONG, Jenin, Nablus e i loro annessi campi profughi tirano avanti nell’emarginazione economica, sotto la violenza israeliana e nell’abbandono politico.

Disillusi dal fallito modello politico dell’ANP e sempre più impressionati dalla Resistenza armata a Gaza, la ribellione armata in Cisgiordania è semplicemente questione di tempo.

Ciò che differenzia i primi segni di un’Intifada armata di massa in Cisgiordania dall'”Intifada di Gerusalemme”, detta anche “Intifada dei coltelli” del 2015, è che quest’ultima era stata una serie di atti individuali disorganizzati compiuti da giovani vessati della Cisgiordania, mentre la prima è un fenomeno di base ben organizzato con un discorso politico unico che piace alla maggioranza della società palestinese.

E, a differenza della Seconda Intifada palestinese armata (2000-2005), la nascente ribellione armata è radicata in una base popolare, non nelle forze di sicurezza dell’ANP.

Il riferimento storico più vicino a questo fenomeno è la rivolta palestinese del 1936-39, guidata da migliaia di palestinesi fellahin – contadini – nelle campagne palestinesi. L’ultimo anno di quella ribellione aveva visto crearsi una grande spaccatura tra la leadership dei fellahin e i partiti politici urbani.

La storia si sta ripetendo. E, come la rivolta del 1936, sono in gioco il futuro della Palestina e della resistenza palestinese – di fatto, lo stesso tessuto sociale della società palestinese.

Dr. Ramzy Baroud è giornalista, autore ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. L’ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è Our Vision for Liberation: Engaged Palestines Leaders and Intellectuals Speak out [La nostra visione della liberazione: parlano i leader e gli intellettuali impegnati della Palestina]. Fra gli altri libri My Father was a Freedom Fighter [Mio padre era un combattente per la libertà] e The Last Earth [L’ultima terra]. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)