Il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede a Israele di porre fine al “sistema di apartheid” in Cisgiordania

Redazione MEE

8 gennaio 2026 – Middle East Eye

Il commento segue la pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite che documenta l’intensificarsi della “discriminazione” israeliana nei confronti dei palestinesi

Mercoledì, in un nuovo rapporto, le Nazioni Unite hanno affermato che Israele sta violando il diritto internazionale con l’attuazione di un sistema assimilabile all’apartheid e hanno avvertito che le pratiche discriminatorie hanno subito una forte accelerazione dalla fine del 2022, in un contesto di crescente violenza, repressione e impunità nella Cisgiordania occupata.

Nel rapporto, intitolato “Amministrazione discriminatoria da parte di Israele della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme Est”, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha sostenuto che la “discriminazione sistematica” multi-decennale contro i palestinesi si sta intensificando e ha invitato il Paese a porre fine al suo “sistema di apartheid”.

In una dichiarazione, l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato: “Esiste un sistematico soffocamento dei diritti dei palestinesi in Cisgiordania”.

Il rapporto di 42 pagine tratta i seguenti argomenti: uccisioni illegali di palestinesi; restrizioni discriminatorie alla libertà di movimento; aumento del numero di detenzioni di palestinesi e torture sui detenuti; espansione degli insediamenti e appropriazione delle risorse palestinesi; repressione della libertà di espressione; demolizione di abitazioni; trasferimenti forzati di palestinesi.

Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione che ricorda il genere di sistema di apartheid già visto in passato, ha affermato Turk.

Sebbene molti esperti indipendenti affiliati alle Nazioni Unite abbiano descritto la situazione nella Cisgiordania occupata come “apartheid”, questa sarebbe la prima volta che un responsabile dell’ONU per i diritti umani utilizza questo termine. Si riferisce alla politica di segregazione razziale e discriminazione che il governo della minoranza bianca in Sudafrica ha applicato contro la popolazione a maggioranza non bianca del paese dal 1948 fino all’inizio degli anni ’90.

Il rapporto afferma che le autorità israeliane “trattano i coloni israeliani e i palestinesi residenti in Cisgiordania sulla base di due distinti corpi di leggi e politiche”.

“I palestinesi continuano a essere sottoposti a confische di terre su larga scala e alla privazione dell’accesso alle risorse”, si legge.

Il rapporto afferma che i palestinesi sono perseguiti dai tribunali militari, dove i diritti a un processo equo e a un giusto procedimento sono sistematicamente violati, mentre i coloni israeliani beneficianodel sistema, godendo degli stessi diritti di cui godono gli israeliani all’interno di Israele.

Turk ha chiesto a Israele di “abrogare tutte le leggi, le politiche e le pratiche che perpetuano la discriminazione sistemica contro i palestinesi basata su razza, religione o origine etnica”.

La missione israeliana a Ginevra ha respinto il rapporto definendolo assurdo e distortoe ha affermato che esso esemplifica la fissazione intrinsecamente politica dell’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite … nel diffamare Israele”.

Uccisione di palestinesi

Il rapporto rileva che il governo israeliano ha “ulteriormente ampliato” l’uso illegale della forza, le detenzioni arbitrarie e la tortura, la repressione della società civile e le indebite restrizioni alla libertà di stampa, le gravi restrizioni alla circolazione, l’espansione degli insediamenti coloniali e le relative violazioni nella Cisgiordania occupata dopo gli attacchi guidati da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza, che è stata riconosciuta come genocidio dalle Nazioni Unite, dalle organizzazioni per i diritti umani e dagli studiosi del genocidio.

Le Nazioni Unite hanno inoltre documentato una continuazione e unescalation della violenza dei coloni [israeliani], in molti casi con lacquiescenza, il sostegno e la partecipazione delle forze di sicurezza israeliane (ISF)”.

Il rapporto afferma che tra il 2005 e il 20 settembre 2025 l’esercito israeliano ha ucciso 2.321 palestinesi (1.760 uomini, 65 donne e 496 bambini) nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est occupata, e ne ha feriti migliaia, in molti casi causando ferite e disabilità permanenti.

Nello stesso periodo, sono stati uccisi 205 israeliani (148 uomini, 32 donne e 25 bambini). Più di un terzo di loro, 69, erano membri dell’esercito israeliano, e gli attacchi si sono verificati durante tensioni o in seguito ad attacchi da parte di singoli palestinesi.

Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza, le truppe e i coloni israeliani hanno ucciso più di 1.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata, registrando un forte aumento.

Le Nazioni Unite hanno anche documentato un aumento delle esecuzioni extragiudiziali da parte dell’esercito israeliano, con “impunità quasi totale”, in Cisgiordania. Secondo il rapporto su oltre 1.500 uccisioni di palestinesi registrate tra gennaio 2017 e settembre scorso, le autorità israeliane hanno aperto solo 112 indagini, che hanno portato a una sola condanna.

La relazione menziona anche uccisioni gratuite con uso di forza letale. Nel novembre 2023 i soldati di un convoglio blindato si sono fermati per sparare alla nuca di Adam Samer Othman al-Ghoul, un bambino di otto anni che stava scappando, e per centrare due volte al petto Basil Suleiman Tawfiq Abu al-Wafa, quindicenne, mentre cercava di accendere un piccolo ordigno non identificato che, secondo il rapporto, non avrebbe rappresentato alcuna minaccia per un veicolo blindato”.

I soldati non hanno fornito assistenza medica ai ragazzi, lasciandoli incustoditi mentre morivano.

In Cisgiordania vivono circa 3,3 milioni di palestinesi, mentre circa 700.000 coloni israeliani risiedono in insediamenti illegali secondo il diritto internazionale.

Restrizioni alla circolazione

Dall’inizio della guerra israeliana a Gaza le autorità israeliane “hanno esteso e intensificato le restrizioni esistenti” alla circolazione dei palestinesi nei territori occupati.

L’ONU afferma che le restrizioni sembrano “perseguire illegalmente due obiettivi principali: frammentare ulteriormente il territorio e la società palestinese per facilitarne il controllo da parte dell’esercito israeliano e creare ed espandere aree riservate alle forze di sicurezza israeliane e ai coloni, comprese le strade, per garantire la ‘sicurezza’ dei coloni”.

Le restrizioni discriminatorie alla circolazione hanno avuto un impatto negativo sui diritti economici, sociali e culturali dei palestinesi, violando il loro diritto al lavoro e impedendo l’accesso alle loro terre, causando gravi difficoltà finanziarie e ostacolando il loro diritto a un adeguato tenore di vita.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha rilevato che al 31 gennaio 2024 le misure imposte dalle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata hanno causato la perdita di 306.000 posti di lavoro. Nel primo trimestre del 2025 il tasso di disoccupazione in Cisgiordania si attestava al 31,7% per gli uomini e al 33,7% per le donne.

Secondo il Global Education Cluster [coordinamento umanitario attivato dalle Nazioni Unite per garantire laccesso allistruzione in situazioni di emergenza, ndt.] l’aumento delle restrizioni alla circolazione, le operazioni militari israeliane e la violenza dei coloni hanno causato una riduzione dell’85% della mobilità in tutta la Cisgiordania occupata, colpendo almeno 782.000 studenti da ottobre 2023 ad agosto 2024 e causando la cancellazione delle lezioni e il ricorso all’apprendimento a distanza, non accessibile a tutti.

La chiusura di 12 scuole ONU nella Gerusalemme Est occupata e nei campi profughi nella Cisgiordania settentrionale ha avuto un impatto su 6.630 studenti palestinesi.

Donne e ragazze sono state colpite in modo sproporzionato, poiché le famiglie hanno smesso di mandare le bambine a scuola, soprattutto durante i periodi di violenza intensificata, temendo violenze di genere e umiliazioni durante le estese perquisizioni ai posti di blocco.

Detenzione

Le Nazioni Unite rilevano inoltre che le autorità israeliane hanno utilizzato la detenzione arbitraria come mezzo di controllo sulla popolazione palestinese.

È emerso che le autorità israeliane hanno deliberatamente sottoposto i palestinesi a condizioni disumane di detenzione, a maltrattamenti e torture, tra cui violenze sessuali e di genere su larga scala contro uomini e donne, come stupri e minacce di stupro; percosse sui genitali e altre torture a sfondo sessuale; ripetute, inutili e umilianti perquisizioni corporali; nudità forzata; e contatti fisici inappropriati.

Il rapporto cita il caso di due detenuti maschi rilasciati alla fine di settembre, i quali hanno riferito all’ONU di essere stati sottoposti, insieme ad altri detenuti, a uno stupro anale con un oggetto.

Il rapporto conclude di aver trovato motivi ragionevoli per ritenere che tale separazione, segregazione e subordinazione intendano essere permanenti… al fine di mantenere l’oppressione e il dominio sui palestinesi”.

L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha esortato Israele a porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati, smantellando tutti gli insediamenti ed allontanando tutti i coloni, e a rispettare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Antisionismo, antisemitismo: le falsità di Eva Illouz

Gilbert Achcar

29 dicembre 2025 – Orient XXI

Nel suo editoriale pubblicato da Le Monde il 18 dicembre 2025 la sociologa [Eva Illouz] pretende di dimostrare che l’antisionismo, presentato come il volto dell’antisemitismo contemporaneo, condivide le due basi fondamentali della “cultura dell’antisemitismo”: la “negazione” e “l’inversione accusatoria”. Tuttavia, come dimostra il ricercatore e scrittore Gilbert Achcar, nella sua argomentazione l’autrice riproduce lei stessa questi meccanismi.

L’editoriale di Eva Illouz comincia con un commento sulla nascita dell’antisemitismo nel corso dell’ultimo quarto del XIX° secolo, quando il tradizionale odio cristiano verso gli ebrei venne trasformato in “teoria quasi sociologica” per adeguarlo allo spirito del tempo. Questo preambolo serve da preludio all’argomento centrale dell’articolo, secondo il quale l’antisionismo a sua volta non è che un’incarnazione dell’antisemitismo più rispondente allo spirito della nostra epoca.

Come “esempio probatorio” della “negazione” del crimine commesso contro un gruppo e dell’“inversione accusatoria” che trasforma le vittime, membri di un gruppo, in colpevoli del crimine che esse subiscono, Eva Illouz cita la dichiarazione redatta sotto l’impatto del 7 ottobre 2023 dal Comitato di Solidarietà con la Palestina dei laureandi di Harvard e co-firmata da molte organizzazioni studentesche. Questa dichiarazione, afferma Eva Illouz, “considera il regime israeliano ‘interamente responsabile’ della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas, cancellando totalmente le responsabilità dell’organizzazione terroristica nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi.

L’autrice non cita che un brano della dichiarazione studentesca. Ma questa afferma: “Noi, le associazioni studentesche firmatarie, riteniamo il regime israeliano totalmente responsabile di ogni violenza in corso.” In altri termini, nella frase incriminata non è “della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas” che la potenza israeliana è considerata “interamente responsabile”, ma della spaventosa guerra genocida e devastante che quel potere ha scatenato contro Gaza subito dopo l’attacco omicida del 7 ottobre.

La dichiarazione studentesca prosegue:

Gli avvenimenti di oggi non sono sopravvenuti fuori contesto. Per 20 anni milioni di palestinesi di Gaza sono stati obbligati a vivere in una prigione a cielo aperto. I responsabili israeliani promettono di ‘aprire le porte dell’inferno’ e i massacri a Gaza sono già iniziati. I palestinesi di Gaza non hanno nessun luogo in cui rifugiarsi o scappare. Nei prossimi giorni dovranno inevitabilmente subire l’impatto della violenza israeliana. Il regime di apartheid è l’unico responsabile. La violenza israeliana ha strutturato tutti gli aspetti dell’esistenza palestinese durante 75 anni.

Segue una sintesi di quello che il popolo palestinese ha subito, che si conclude con un invito ad opporsi allo “sterminio dei palestinesi in corso”. È un breve appello a un’azione urgente di assistenza a un popolo in pericolo. Sostenere che questo stesso appello avrebbe dovuto sottolineare “la responsabilità” di Hamas “nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi” vuol dire confondere le cose e ignorare l’urgenza di fronte a un genocidio annunciato.

Per fare bella figura Eva Illouz menziona una volta nel suo editoriale “i veri palestinesi, quelli che soffrono amaramente gli abusi [sic] da parte del governo israeliano e che hanno bisogno dell’aiuto del mondo intero”, ma è unicamente per deplorare che “la causa palestinese (sia) giunta a incarnare e a sintetizzare tutte le lotte femministe, trans, climatiche, omosessuali, nere.” L’autrice prosegue mettendo in modo assolutamente improprio sullo stesso piano uno slogan antisemita molto volgare (“Fuck the Jews” [Fanculo gli ebrei]) e gli slogan che chiedono di “globalizzare l’Intifada” o una “Palestina libera dal fiume al mare”. Seguono tre ragioni che spiegano perché l’antisionismo costituisce, secondo lei, “una nuova forma di antisemitismo”.

Lo Stato d’Israele contro gli ebrei

La prima ragione, la più importante, è che “l’antisionismo rimette in discussione la stessa legittimità del nazionalismo e del focolare nazionale ebraico. Non esiste nessun altro caso in cui un popolo si veda negato il diritto di continuare a vivere nel suo Stato con una tale insistenza ossessiva da parte di un’ideologia politica.” L’idea secondo la quale lo Stato di Israele sarebbe il “focolare nazionale ebraico” è al cuore della dichiarazione Balfour con la quale il governo britannico aveva dato il via libera alla colonizzazione sionista della Palestina nel 1917. Questa idea all’epoca era stata denunciata da Edwin Samuel Montagu, unico membro ebraico del governo al quale apparteneva Arthur Balfour e il solo ad essersi opposto alla sua dichiarazione in termini premonitori: “Per me è importante che sia resa nota la mia opinione che la politica del governo di Sua Maestà è antisemita per il risultato che ne consegue e si dimostrerà essere un punto di riferimento degli antisemiti in tutto il mondo.”

Montagu riteneva “inconcepibile che il governo britannico riconosca ufficialmente il sionismo e che il signor Balfour sia autorizzato a dire che la Palestina debba essere trasformata in ‘focolare nazionale del popolo ebraico’. Ignoro ciò che questo implichi, ma suppongo che ciò significa che i maomettani e i cristiani dovranno far posto agli ebrei e che questi ultimi saranno favoriti e associati in modo esclusivo con la Palestina come l’Inghilterra lo è con gli inglesi o la Francia con i francesi, che i turchi e altri maomettani in Palestina saranno considerati stranieri, così come gli ebrei lo saranno ormai in tutti i Paesi meno che in Palestina.”

L’effetto dell’antisemitismo,” spiega Eva Illouz, “è privare gli ebrei del focolare, negando loro la cittadinanza o espellendoli. Quello era lo scopo del tradizionale antisemitismo europeo.” È vero, ed è precisamente quello che Montagu deplorava: invitando il movimento sionista a creare un “focolare nazionale del popolo ebraico” in Palestina la dichiarazione Balfour privava gli ebrei dei loro focolari ebraici legittimi nei vari Paesi ai quali appartenevano per assegnare loro un focolare unico in Palestina.

Montagu si trovava nella posizione giusta per capire quello che il padre fondatore del sionismo statale, Theodor Herzl, intendeva scrivendo nel suo diario il 12 giugno 1895: “Gli antisemiti diventeranno i nostri più affidabili amici.” Questa profezia si trova oggi realizzata nel modo più clamoroso nell’alacre adesione alla causa dello Stato sionista da parte dei depositari dell’antisemitismo tradizionale europeo, così come Eva Illouz finge di ignorare che l’antisemitismo non consiste nel contestare al popolo ebraico-israeliano “il diritto di continuare a vivere nel suo Stato,” ma piuttosto il suo diritto a vivere in uno Stato etnocratico fondato su un territorio conquistato nel 1948 da coloni europei a detrimento della popolazione nativa che vi viveva da secoli.

La grandissima maggioranza di questa popolazione fu allora vittima di una “epurazione etnica”; un’altra parte dopo il 1967 si è trovata ridotta allo status di popolazione sotto un regime d’occupazione, dovendo affrontare una colonizzazione graduale e brutale del suo territorio. Quello che gli antisionisti rifiutano è il diritto degli ebrei israeliani a considerare la terra della Palestina come loro “focolare nazionale” esclusivo, diritto ora consacrato dalla legge “Israele Stato Nazione del popolo ebraico” adottata nel 2018 dal parlamento israeliano. Contrario a questo esclusivismo etno-nazionalista è il principio della coesistenza egualitaria dei popoli israeliano e palestinese in una Palestina “libera dal fiume al mare” che sostengono gli antisionisti, molti dei quali, come è ben noto, sono di origine ebraica.

Analogie grossolane

La seconda ragione che secondo Eva Illouz fa dell’antisionismo “una nuova forma di antisemitismo” sarebbe che l’antisionismo “ripropone tutti i pregiudizi, i luoghi comuni e le fantasie dell’antisemitismo.” Così “invece di uccidere i bambini per utilizzare il loro sangue per farne del pane azzimo, un’altra diceria ossessiva vorrebbe che Israele prelevi gli organi dei palestinesi morti.” Con analogie così grossolane sarebbe sufficiente citare le numerose parole sioniste estremiste antipalestinesi, molto meno marginali perché pronunciate da responsabili di alto livello dello Stato israeliano per sostenere che il sionismo, in tutte le sue tendenze, è uguale al nazismo nel suo intento genocida. Ci sono affermazioni esagerate, e persino oltraggiose, in ognuno dei campi politici: ridurre l’insieme del campo a tali affermazioni è un metodo polemico deprecabile.

Quanto alla terza ragione, essa sarebbe che “l’antisionismo contiene un programma di negazione dell’antisemitismo, in quanto la sua denuncia è sospetta di strumentalizzazione. Ciò a sua volta rende meno scandaloso e più legittimo uccidere ebrei.” Per sostenere il suo argomento Eva Illouz spinge la distorsione fino all’estremo: “Slogan come ‘Globalize the Intifada’ (Globalizzare l’Intifada) sono in realtà appelli all’uccisione indiscriminata di civili ebrei ovunque nel mondo, perché la Seconda Intifada [2000-2005] fu una serie di attentati terroristi contro più di 1.000 civili israeliani per 5 anni.

L’autrice decide così, arbitrariamente e perentoriamente, che il termine Intifada (‘rivolta’ in arabo) rinvia alla “Seconda Intifada” piuttosto che alla prima, la rivolta di massa non violenta che raggiunse il suo apice nel 1988 e fece entrare il termine Intifada nel vocabolario internazionale. Inoltre riduce a “una serie di attentati terroristici” la “Seconda Intifada”, ribellione che fu il risultato dell’esasperazione della popolazione palestinese nei territori occupati del 1967 di fronte all’accelerazione della colonizzazione che fece seguito agli accordi di Oslo del 1993. Eva Illouz omette infine di dire che durante la “Seconda Intifada” ci furono da 3 a 4 volte più vittime palestinesi che israeliane e sembra ignorare che circa un terzo dei “più di 1.000 civili israeliani” che menziona erano in realtà militari.

Sarebbe noioso continuare a smascherare le falsità incluse nell’articolo di Eva Illouz. Arriviamo quindi alla conclusione:

“È tutta la terra che ormai ci è divenuta inospitale. Per la prima volta gli ebrei non hanno più il sogno di un altrove accogliente, trasformando in realtà l’antica maledizione antisemita dell’ebreo errante.

Il pathos eccessivo di questa conclusione è una constatazione del tragico fallimento del sionismo. Lungi dal risolvere la “questione ebraica” e di assicurare agli ebrei un rifugio in cui possano vivere sicuri, il sionismo ha creato uno Stato in cui l’insicurezza degli ebrei è più grande che nel resto del mondo. Attraverso la sua violenza omicida e distruttrice, portata al suo apice sotto il governo dell’estrema destra, ha anche attizzato un antisemitismo che si sperava fosse in via di estinzione in Occidente.

Gilbert Achcar

Accademico franco-libanese, docente emerito all’École des études orientales et africaines [scuola di studi orientali e africani] (SOAS) dell’università di Londra e autore di Gaza, génocide annoncé. Un tournant dans l’histoire mondiale [Gaza, un genocidio annunciato. Un punto di svolta nella storia mondiale] (La Dispute, 2025).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’economia genocida di Israele è giunta al limite? (II parte)

Amos Brison

16 dicembre 2025 – +972 Magazine

L’economista Shir Hever spiega come la mobilitazione per la guerra a Gaza abbia puntellato un’‘economia zombie’ che in apparenza funziona ma non ha futuro.

Segue dalla I parte

Come si manifesta nella vita quotidiana degli israeliani la situazione economica che descrive?

C’è una notevole differenza tra come la borsa o la moneta stanno rispondendo e come ne sta concretamente risentendo il livello di vita.

Un recente articolo del quotidiano finanziario israeliano The Market ha calcolato a 111.000 shekel il costo della guerra per famiglia (confrontando il tasso di crescita medio dell’economia israeliana con il tasso di crescita reale negli ultimi due anni). Ciò corrisponde a circa 30.000 €, una cifra molto alta.

Se hai oltre il 40% delle famiglie israeliane che spende più di quello che sta guadagnando ogni mese, esse sono già in crisi. Si stanno sempre più indebitando di mese in mese solo per tenere la testa fuori dall’acqua, spendendo per il cibo e per pagare l’affitto, ecc.

L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale non ha ancora neppure pubblicato il suo rapporto 2024 sulla povertà, ma un rapporto alternativo dell’organizzazione della società civile Latet ha scoperto che molti israeliani non ufficialmente classificati come al di sotto del livello di povertà sono tuttavia in grave crisi. Nel 2025 la percentuale di persone che non riescono a comprare cibo sufficiente, classificate come soggetti con insicurezza alimentare, si aggira intorno al 29%. Il rapporto descrive la situazione come uno “stato di emergenza”.

Da anni una grande percentuale di famiglie israeliane sa di essere “in passivo”, ad esempio con i conti bancari in rosso e compra a credito. Gli israeliani non sono già abituati a questa situazione? Cos’è cambiato durante la guerra?

Negli ultimi 5 anni la percentuale di famiglie israeliane che comprano a credito e con i conti bancari in rosso è circa del 40%, ma durante la guerra si sono notate due differenze.

Primo, i prodotti che la gente compra a credito sono meno quelli di lusso e più quelli per le necessità fondamentali. Secondo, c’è una differenza tra le famiglie che conservano un livello più o meno costante di debiti con le banche e che pagano gli interessi ogni mese e quelle i cui debiti aumentano ogni mese e delle quali crescono pure i pagamenti per gli interessi finché sono obbligate a vendere i propri averi. Durante la guerra queste ultime sono aumentate sempre di più.

E nel contempo tutto il denaro, gli sforzi e le risorse del governo vanno alla guerra. Ovviamente le persone ne risentono. Il costo della vita cresce e il livello dei servizi pubblici sta crollando in termini di qualità dei trasporti, dei servizi sanitari ed educativi. Le entrate stanno diminuendo per quasi tutti tranne che per i riservisti, e loro, come abbiamo detto, non stanno spendendo più di quello che guadagnano.

Cosa dice riguardo al fatto che gli investimenti stranieri rimangono alti, in particolare le grandi “uscite” [vendite di quote da parte di un imprenditore o di un investitore, con conseguente “uscita” dall’investimento, ndt.] del settore tecnologico? Ciò non riflette il fatto che il modello economico israeliano, benché distorto, è sostenibile?

A parte le “uscite” di giganti come Wiz [impresa della cybersicurezza comprata da Google, ndt.], la variazione netta degli investimenti è negativa, molto negativa. Gli investimenti sono drasticamente scesi, soprattutto nel settore tecnologico.

Ma anche se si guardano da vicino queste uscite, si vedrà che l’importo che ci si aspetta che il governo israeliano ne raccolga in tasse è incredibilmente ridotto in confronto alle dimensioni dell’accordo.

Nel settore tecnologico è molto comune che i lavoratori abbiano stock option, il che significa che i dipendenti, soprattutto quelli ben pagati, come i programmatori, di fatto posseggono azioni della società. Quindi, se un’impresa straniera come Google compra le azioni, le sta comprando in realtà da loro. Di conseguenza stanno diventando ricchi, ma non spendono quel denaro in Israele, perché se ne stanno andando. Il denaro viene portato all’estero.

Queste uscite sono fondamentalmente una fuga del settore tecnologico israeliano dal Paese. Queste imprese hanno già un piede fuori e anche l’altro, ancora in Israele, vuole uscirne.

Ho sentito descrivere il comportamento di Israele durante la guerra a Gaza come una forma di keynesismo [investimento da parte dello Stato per riattivare l’economia, ndt.] militare, suggerendo che sarebbe un approccio economico per lo meno in qualche modo sostenibile. Potrebbe approfondire questo aspetto?

È in primo luogo importante notare che in nessuna parte del mondo nel XXI secolo c’è qualcosa come il keynesismo militare.

È una teoria che è stata sviluppata principalmente negli anni ’60 del ‘900 durante la Guerra Fredda, e, in modo oscuro e macabro, aveva in un certo modo senso. Fondamentalmente i governi degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale crearono lavoro in modo artificioso spendendo moltissimo denaro in armamenti invece che in welfare, educazione e in una società sana, e convinsero l’opinione pubblica ad assecondarli per paura della distruzione nucleare.

Ma, dato che il valore produttivo delle armi è zero, di fatto negativo in quanto le armi distruggono invece di produrre, ciò funzionò solo per un breve periodo di tempo. Negli anni ’70 questo provocò una crisi, ed è stato allora che nacque il neoliberismo e disse che anche le spese militari dovessero essere tagliate.

Ora il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha accolto questa fantasticheria secondo cui “Ehi, qual è il problema? Torniamo ai bei vecchi tempi dei ’60 e creiamo una Nazione in uniforme e invece di mandare la gente a lavorare andranno a fare i riservisti nell’esercito.” Ma, semplicemente, non si può tornare indietro.

La ragione è che negli anni del keynesismo militare il commercio globale era una frazione di quello che è oggi. Le aziende di beni di consumo che stavano soffrendo perché la gente aveva un reddito disponibile minore semplicemente non avrebbero potuto trasferirsi in un altro Paese. Oggi alcuni israeliani sono effettivamente bloccati in Israele per ragioni personali, di salute e familiari e non hanno scelta se non fare parte di un’economia militarista, anche se il loro livello di vita sta peggiorando. Ma i capitali non hanno questi limiti e possono spostarsi in altri Paesi.

Cosa ne dice del Sudafrica durante l’apartheid e della Russia oggi? Israele non potrebbe emulare questi regimi nel modo in cui modifica la sua economia per poter rimanere bellicoso?

Prima di tutto non dimentichiamo che il regime di apartheid del Sud Africa alla fine è crollato. Ma per anni è riuscito ad autosostenersi nonostante boicottaggi generalizzati perché era ricco di risorse naturali e aveva un’economia relativamente sostenibile. Sicuramente questo non è il caso di Israele, che dipende molto dal commercio estero e non può mantenere la popolazione in uno stato di allerta militare permanente.

In tutti i suoi settori Israele dipende dall’importazione di energia, materie prime, tecnologia, componentistica e prodotti finiti, e dipende anche dalle esportazioni per finanziarsi e ottenere la valuta estera necessaria per continuare a importare.

Riguardo alla Russia, quello che secondo me spiega la sua capacità di sostenere la sua economia è la vendita di armi, così come di petrolio e altre risorse naturali, ad altri Paesi. E qui penso risieda la principale differenza tra la Russia e Israele. Perché la Russia, come risultato della guerra in Ucraina, ha di fatto esteso la sua influenza internazionale. Ci sono Paesi come la Cina, l’India, l’Iran e la Turchia che vedono un potenziale nell’intensificazione dei rapporti con la Russia, mentre al contrario in seguito alla guerra Israele non sta esattamente prosperando a livello diplomatico e nei fatti si sta isolando dai suoi stessi alleati.

Israele ha cercato di costruire nuove alleanze e collaborazioni commerciali al di fuori dell’Occidente, ma ha in gran parte fallito. L’Europa rimane il più grande partner commerciale di Israele, seguita dagli Stati Uniti. Gli Accordi di Abramo [con alcuni Paesi arabi, ndt.] sono stati presentati come una nuova frontiera dell’influenza e delle alleanze di Israele, ma in pratica sono poco più di una collaborazione che precedeva gli accordi e che riguarda gli armamenti. Ma dopo che, in seguito all’attacco israeliano a Doha, gli EAU [Emirati Arabi Uniti] hanno bandito le imprese israeliane dalla fiera delle armi di Dubai, resta da vedere cosa ne è rimasto degli Accordi di Abramo.

Fino a poco tempo fa lei era anche il coordinatore del comitato ufficiale del movimento BDS per l’embargo militare. Quindi sono curioso di sentire la sua opinione riguardo a che punto è la campagna per l’embargo delle armi a Israele dopo due anni di guerra, e in futuro.

Nel 2022, quando ho iniziato a lavorare, credevo fermamente nella campagna per l’embargo militare, ma pensavo che probabilmente sarebbe stata l’ultima (del BDS) ad aver successo a causa del fatto che i singoli individui non possono realmente boicottare le armi. Mi aspettavo di vedere [avere successo] prima le campagne di boicottaggio contro le imprese di beni di consumo e poi di disinvestimenti e infine, quando le sanzioni fossero aumentate, avremmo potuto assistere a un embargo militare.

Quindi stavo progettando a lungo termine. Ma poi, quando Israele ha iniziato a commettere il genocidio, mi sono trovato attorno a un tavolo con ministri di diversi governi a dire loro che è illegale che i loro Paesi commercino armi con Israele. E loro si agitavano sulle sedie e non potevano far altro che concordare che era un dato di fatto.

Quindi si sono trovati in una situazione veramente difficile e molti governi in effetti si sono attivati. Non abbastanza e non abbastanza in fretta, possiamo sempre chiedere di più e lo dovremmo fare, ma se guardo anche solo il ritmo al quale le azioni per l’embargo sulle armi sono cresciute nei diversi Paesi, soprattutto nel Sud globale ma anche in Europa, è veramente incredibile.

E non è comparabile con altri casi di genocidio. Certo, alla maggioranza dei Paesi non importa davvero molto delle proprie relazioni con il regime rwandese, quindi hanno rispettato le leggi internazionali e imposto un embargo militare. Ma ci sono stati Paesi, come Israele, che hanno rotto l’embargo e sono stati puniti per questo. Ora, tuttavia, vediamo che in Paesi che non hanno imposto l’embargo militare, i lavoratori portuali stanno dicendo nei porti: “Bene, in questo caso abbiamo l’obbligo giuridico e morale di non caricare le armi sulle navi.”

E gli Stati Uniti, che sono il più grande fornitore di armi a Israele, e ovviamente sono più complici e più interessati a prolungare il genocidio, hanno ancora un grave problema logistico perché le armi devono passare attraverso l’Europa nel loro viaggio verso Israele. Non è tecnicamente possibile fare altrimenti. A causa di ciò è stato colpito il trasferimento persino di armi USA a Israele.

Come prevede che sarà lo sviluppo dell’economia israeliana nei prossimi anni?

Se sapessi come prevedere lo sviluppo economico sarei molto ricco. Ma penso che dovremmo prestare attenzione alla fine dell’anno, quando il ministero delle Finanze fa un resoconto di quanto il governo spende realmente per la guerra rispetto ai suoi impegni in base al bilancio 2025. Mi aspetto che molti investitori e istituzioni internazionali perderanno fiducia.

A lungo termine, mentre la banca centrale israeliana ha messo in guardia che l’economia si riprenderà lentamente, se non per nulla, l’opinione pubblica si aspetta una ripresa rapida. La delusione colpirà duramente la società israeliana, e se tutto ciò darà come risultato una maggiore emigrazione di persone altamente professionalizzate, entro 2-3 anni l’esercito israeliano smetterà di funzionare come un esercito moderno.

Possiamo già vedere segnali di questo nella crisi della disciplina militare. Alcune unità adottano emblemi propri, agiscono nella totale impunità e seguono catene di comando informali. In Cisgiordania sempre più spesso i soldati si uniscono alle milizie dei coloni e partecipano ai pogrom contro i palestinesi. E mentre migliaia di soldati crollano dal punto di vista mentale e morale e altre migliaia lasciano il Paese, il governo risponde aumentando le paghe ai riservisti. Il risultato è una specie di forza mercenaria che si sposta da un’unità all’altra invece di prestare servizio in una struttura coerente e disciplinata. In questo senso la disintegrazione della società israeliana si riflette sempre più nel suo esercito.

Amos Briton è un giornalista di +972 che vive a Berlino.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)





Come il Jewish Chronicle usa l'”antisemitismo” come arma per alimentare il panico morale

Neve Gordon

4 dicembre 2025 – Middle East Eye

Alcuni articoli equiparano l’attivismo filopalestinese all’odio verso il popolo ebraico, seguendo il subdolo copione del governo israeliano.

Durante lo Yom Kippur [ricorrenza religiosa ebraica, ndt.] due ebrei britannici sono stati uccisi nella sinagoga della Congregazione Ebraica di Heaton Park a Manchester in un crudele atto di violenza antisemita. Uno dei due è stato colpito accidentalmente dalla polizia.

Più tardi, quella stessa settimana, mentre discutevamo di antisemitismo a tavola, mio ​​figlio adolescente, che frequenta un liceo a Hackney, Londra, ha preso il telefono e ha mostrato decine di reel antisemiti su Instagram.

Numerose clip generate dall’intelligenza artificiale mostravano ebrei ortodossi in diverse situazioni in cui apparivano ossessionati dal denaro, mentre altri reel negavano l’Olocausto, mettendo in discussione, ad esempio, la possibilità di preparare sei milioni di pizze in 20 forni. Alcuni dei suoi compagni di scuola hanno apprezzato i video, trovandoli divertenti.

L’antisemitismo è vivo e vegeto nel Regno Unito e in tutta Europa. È necessario che venga combattuto con decisione. Ma invece di concentrarsi su questo problema molto reale importanti organizzazioni ebraiche hanno seguito il governo israeliano strumentalizzando l’antisemitismo nel tentativo di criminalizzare e mettere a tacere i palestinesi e i loro sostenitori nella lotta per la liberazione e l’autodeterminazione.

La crudele ironia è che di fatto queste organizzazioni stanno drasticamente indebolendo la vera lotta contro l’antisemitismo.

Un esempio calzante è il Jewish Chronicle, il più antico quotidiano ebraico del mondo. Nel dicembre 2024 il Chronicle pubblicò un articolo della commentatrice Melanie Phillips, che scrisse: “La paura e l’odio squilibrati verso gli ebrei e l’obiettivo di sterminarli definiscono la causa palestinese… I governi di sinistra che sostengono ideologicamente la causa palestinese e si inchinano alle circoscrizioni elettorali musulmane in cui l’odio per gli ebrei è dilagante, riciclano in modo scandaloso le menzogne ​​su Israele”.

Affermando che i peggiori colpevoli sono stati “i governi di Gran Bretagna, Australia e Canada”, Phillips concludeva definendo tutti i sostenitori della causa palestinese come “facilitatori di un odio squilibrato e omicida verso gli ebrei”.

Svuotato di significato

Tre settimane dopo il Chronicle pubblicò un articolo intitolato: “Elon Musk ha davvero fatto il saluto nazista al comizio di Trump?” Il sottotitolo rassicurava i lettori che “le associazioni benefiche ebraiche negano che si trattasse di un riferimento nazista”, mentre l’Anti-Defamation League (Ong ebraica con sede negli USA, ndtr.) avrebbe affermato che il gesto di Musk era “imbarazzante”, ma non un saluto nazista.

L’accostamento di questi articoli uno che equipara l’attivismo filo-palestinese ad un antisemitismo omicida, e l’altro che minimizza i pericoli concreti dell’antisemitismo, come manifestato in un saluto nefasto da parte di una delle persone più potenti del mondo fornisce una porta d’accesso all’universo del Chronicle e alla sua aggressiva campagna contro qualsiasi dimostrazione di solidarietà con i palestinesi.

L’antisemitismo viene spesso privato del suo significato originario ovvero discriminazione contro gli ebrei in quanto ebrei e utilizzato invece come una “cupola di ferro” per difendere Israele dai suoi critici. Articoli come questi mi hanno spinto ad analizzare più attentamente il modo in cui il giornale ha storicamente inteso e utilizzato l’antisemitismo sulle proprie pagine un progetto di ricerca i cui risultati sono stati recentemente pubblicati.

Nell’esaminare la comparsa del termine “antisemitismo” in un periodo di 100 anni – dal 1925 al 2024 – ipotizzavo che la sua presenza fosse stata più marcata durante l’Olocausto, quando l’antisemitismo portò allo sterminio di sei milioni di ebrei.

Tuttavia i risultati hanno rivelato che nel 1938, al culmine della repressione nazista contro gli ebrei in Germania (che, a differenza della “soluzione finale”, non era avvolta nel segreto), l’antisemitismo era menzionato in 352 articoli. Sebbene questo dato fosse notevolmente superiore alla media, era comunque inferiore rispetto al numero di occorrenze registrato durante la campagna elettorale nazionale di Jeremy Corbyn nel 2019 e l’ultima guerra di Israele contro Gaza, quando il numero di articoli che invocavano l’antisemitismo era quasi doppio.

Sebbene il termine sia diventato più comune negli ultimi decenni, sorprendentemente, secondo il punto di vista espresso dal Chronicle, la minaccia dell’antisemitismo è percepita come più grave oggi rispetto alla fine degli anni ’30 e all’inizio degli anni ’40.

Fomentare la paura

Tra gennaio 2023 e giugno 2024 – un periodo che copre i nove mesi precedenti l’attacco del 7 ottobre e i nove successivi – il termine antisemitismo, che denota quasi sempre antisionismo e critica a Israele, è apparso in circa un articolo su cinque. Ciò suggerisce che il principale quotidiano ebraico del Regno Unito abbia strumentalizzato una nozione sionista di antisemitismo per generare panico morale tra i suoi lettori.

In altre parole il settimanale ebraico ha contribuito a fomentare paura e ansia equiparando falsamente l’antisemitismo all’antisionismo o alle critiche a Israele. Questa falsa e pericolosa commistione spiega il drammatico aumento della frequenza del termine e il motivo per cui sulle pagine del Chronicle Corbyn sembra essere molto più minaccioso per gli ebrei rispetto ad Hitler.

Ma affinché tali false accuse acquisiscano credibilità l’antisionismo e la critica a Israele devono essere interpretati come una minaccia imminente per i singoli ebrei in tutto il mondo. Ciò si ottiene, in parte, introducendo un’altra falsa equiparazione, questa volta tra la sensazione di “sentirsi a disagio” e quella di “non essere al sicuro“.

Ovviamente l’affermazione che Israele stia perpetrando un genocidio, o che costituisca un regime di insediamento coloniale e uno Stato di apartheid, potrebbe far “sentire a disagio” gli ebrei che si identificano emotivamente con Israele e il sionismo.

Ma il Chronicle presenta il loro disagio come di per sé lesivo, o come “non trovarsi al sicuro”. In definitiva, quindi, una fallace nozione di antisemitismo viene presentata come un pericolo per la sicurezza per evocare il timore dell’annientamento ebraico, e questo viene poi utilizzato come strumento di repressione delle rivolte per mettere a tacere gli attivisti palestinesi e filo-palestinesi che criticano l’apartheid israeliano e, più recentemente, la sua guerra genocida a Gaza.

Dato che l’antisemitismo autentico rimane una realtà fin troppo presente, il modo in cui il Chronicle ha utilizzato questo termine rischia di sminuire la minaccia dell’antisemitismo realmente esistente.

In effetti il più antico giornale ebraico ancora esistente sembra fermamente intenzionato a usare l’antisemitismo non tanto per combattere il razzismo, quanto per difendere un regime razzista e nascondere orribili violazioni. Abusando del termine antisemitismo il giornale sta danneggiando proprio gli ebrei che afferma di rappresentare, me compreso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Neve Gordon è l’autore di Israel’s Occupation [Ed. italiana: L’occupazione Israeliana, ed. Diabasis, ndt.]. Il suo ultimo libro, scritto in collaborazione con altri autori, è Human Shields: A History of People in the Line of Fire [Ed. italiana: Scudi umani. Una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Laterza, ndt.]. Potete seguirlo su @nevegordon —

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un apartheid legalizzato: come Israele ha consolidato il proprio regime di disuguaglianza durante la guerra su Gaza

Orly Noy

2 dicembre 2025 – +972 Magazine

Secondo un nuovo rapporto con un colpo di mano durato due anni i legislatori israeliani hanno approvato oltre 30 leggi che limitano i diritti dei palestinesi e puniscono il dissenso.

Da oltre due anni la vita pubblica israeliana è avvolta da una fitta nebbia che disorienta. C’è stato un incessante susseguirsi di crisi, conflitti e ansie in patria e all’estero: lo shock per l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la vendicativa campagna genocida di Israele su Gaza, la lotta per il ritorno degli ostaggi e contro la denigrazione delle loro famiglie da parte dello Stato, gli sconsiderati scontri con l’Iran. Insieme, tutto questo ha lasciato la società israeliana sospesa in uno stato di torpore collettivo, oscurando la profondità dell’abisso in cui stiamo rapidamente sprofondando.

Ma non si può dire lo stesso dei nostri parlamentari. Come dimostra un nuovo, inquietante rapporto del centro legale Adalah di Haifa, hanno sfruttato il caos degli ultimi due anni per promuovere oltre 30 nuove leggi che consolidano l’apartheid e la supremazia ebraica e che si aggiungono all’elenco già esistente di oltre 100 leggi israeliane discriminatorie verso i cittadini palestinesi.

Una delle conclusioni principali del rapporto riguarda il massiccio attacco alla libertà di espressione, di pensiero e di protesta in una vasta gamma di ambiti. Tra le leggi citate figurano quelle che vietano la pubblicazione di contenuti riguardanti la negazione degli eventi del 7 ottobre”, come stabilito dalla Knesset, e quelle che limitano le trasmissioni di media critici che danneggiano la sicurezza dello Stato”.

Un’altra legge autorizza il Ministero dell’Istruzione a licenziare il personale docente e a revocare i finanziamenti agli istituti scolastici sulla base di opinioni considerate come espressione di sostegno o incitamento a un atto o un’organizzazione terroristica. E, parallelamente a una campagna condotta dallo Stato per espellere gli attivisti della solidarietà internazionale, una terza legge impedisce l’ingresso nel Paese ai cittadini stranieri che abbiano rilasciato dichiarazioni critiche nei confronti di Israele o abbiano fatto ricorso alle corti internazionali per intraprendere azioni contro lo Stato e i suoi funzionari.

Ma forse la legge più pericolosa è quella che prende di mira i cittadini che cercano semplicemente di acquisire informazioni da fonti sgradite allo Stato. Appena un mese dopo il 7 ottobre la Knesset ha approvato un’ordinanza temporanea di due anni – rinnovata la scorsa settimana per altri due – che mette al bando il “consumo sistematico e continuo di pubblicazioni di un’organizzazione terroristica”, con una pena detentiva di un anno. In altre parole, il legislatore ora criminalizza condotte che avvengono esclusivamente all’interno dello spazio privato di una persona.

Secondo le note esplicative del disegno di legge la norma si basa sull’affermazione che “l’esposizione intensiva a pubblicazioni terroristiche di alcune organizzazioni può creare un processo di indottrinamento – una forma di ‘lavaggio del cervello’ autoinflitto – che può portare il desiderio e la motivazione a commettere un atto terroristico a un livello di preparazione molto elevato”. Tuttavia, la legge non specifica cosa si qualifichi come “esposizione intensiva” o “consumo continuo”, lasciando la durata e la soglia del tutto indefinite.

Né chiarisce quali strumenti le autorità possano utilizzare per stabilire che un individuo abbia consumato contenuti proibiti. Come faranno, in pratica, i funzionari a sapere cosa qualcuno guarda in privato? Come osserva il rapporto di Adalah, localizzare potenziali sospettati richiederebbe di per sé operazioni di spionaggio, sorveglianza dell’intera popolazione e monitoraggio dell’attività su Internet.

Mentre le “pubblicazioni terroristiche” vietate attualmente includono solo materiale di Hamas e ISIS – un elenco che il Ministro della Giustizia ha già espresso l’intenzione di ampliare – i legislatori hanno anche cercato di impedire l’accesso a ulteriori fonti di informazione che potrebbero, Dio non voglia, esporre i cittadini israeliani alla piena portata dei crimini contro l’umanità che il loro esercito ha commesso e continua a commettere a Gaza. Da qui l’approvazione della cosiddetta “Legge Al Jazeera”, che ha tagliato l’accesso del pubblico israeliano a una delle fonti di informazione più attendibili al mondo sugli eventi a Gaza.

Analogamente la legge contro la “negazione degli eventi del 7 ottobre” non solo eleva gli attacchi a un crimine paragonabile all’Olocausto, ma si estende ben oltre la sfera delle azioni, entrando nel dominio del pensiero e dell’espressione. Non fa distinzione tra inviti diretti alla violenza o al terrorismo da un lato, che sono già fuorilegge, e la mera articolazione di una posizione politica, una narrazione critica o lo scetticismo nei confronti della versione ufficiale dello Stato dall’altro.

“La legge è concepita per alimentare la paura, soffocare il dibattito pubblico e sopprimere la discussione su una questione di interesse pubblico”, osserva Adalah. “Non è ancora chiaro quali azioni costituiscano l’atto di ‘negazione’ proibito dalla legge, soprattutto perché a tutt’oggi lo Stato non ha nominato una commissione d’inchiesta ufficiale sugli attacchi del 7 ottobre, né ha pubblicato… una ‘narrazione ufficiale’ degli eventi di quel giorno”.

Il rapporto di Adalah offre una buona indicazione di dove Israele si stia dirigendo. Anche se può sembrare che siamo già in fondo al baratro, c’è sempre un abisso oltre l’abisso, un abisso che invita a nuove atrocità e verso il quale stiamo precipitando a tutta velocità.

Queste leggi spregevoli non hanno portato centinaia di migliaia di persone in piazza, nemmeno tra coloro che un tempo affermavano di temere per il destino della “democrazia israeliana”. Anzi, alcune di queste leggi sono state approvate alla Knesset con il sostegno dei partiti di opposizione ebraici. L’illusione di una democrazia per soli ebrei non è mai apparsa più grottesca o più pericolosa.

L’abisso oltre l’abisso

Fin dai primi giorni della guerra il regime israeliano ha violato gravemente i diritti fondamentali della libertà di opinione e di protesta. Il 17 ottobre 2023 l’allora Commissario di Polizia Yaakov Shabtai ha annunciato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di “incitamenti” e proteste, e per mesi ogni tentativo di manifestare contro la distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano è stato accolto con il pugno di ferro.

Ma l’ondata di nuove leggi draconiane va ancora più in là: oltre a creare l’infrastruttura legale per la persecuzione sistematica dei dissidenti, sia ebrei che palestinesi, include misure che prendono di mira esplicitamente i cittadini palestinesi, come la cosiddetta “Legge sulla deportazione delle famiglie dei terroristi”.

In base a questa legge, la definizione di “terrorista” – un’etichetta applicata in Israele quasi esclusivamente ai palestinesi – è stata ampliata per includere non solo i condannati per terrorismo in un procedimento penale, ma anche individui detenuti per sospetto di tali reati, compresi quelli sottoposti a detenzione amministrativa. In altre parole, persone che non sono state incriminate, né tantomeno condannate, in base ad alcun reato.

Allo stesso tempo, la Knesset ha inasprito il già draconiano divieto di “ricongiungimento familiare” per cercare di impedire ai cittadini palestinesi di sposare palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e ha ampliato le pene contro i palestinesi che “risiedono illegalmente” in Israele. Di fatto, i legislatori hanno sfruttato il genocidio di Gaza per intensificare la loro lunga guerra demografica contro i palestinesi, compresi coloro che vivono entro i confini del 1948.

[linee di cessate il fuoco entrate in vigore al termine della guerra arabo-palestinese seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, ndt.].

Un capitolo a parte del rapporto di Adalah documenta le gravi violazioni dei diritti dei prigionieri e dei detenuti palestinesi dal 7 ottobre, che, secondo testimonianze e altri rapporti, sono stati trattenuti in campi di tortura. La stessa ondata legislativa ha anche gravemente violato i diritti dei minori, eliminando “la consolidata distinzione giuridica tra adulti e minori” per i reati legati al terrorismo. Inoltre il rapporto descrive dettagliatamente le leggi che danneggiano deliberatamente i cittadini palestinesi attraverso l’uso esteso del servizio militare come criterio per l’accesso alle prestazioni sociali e alle risorse pubbliche, e i rifugiati palestinesi nei territori occupati attraverso la messa al bando di organizzazioni umanitarie come l’UNRWA.

Essendo da tempo consapevole dell’utilità di rimuovere le maschere” e mostrare il regime israeliano per quello che è realmente – antidemocratico, razzista e radicato nell’apartheid – in questo caso non trovo alcun motivo di ottimismo. Nella folle corsa verso il fascismo intrapresa dai leader israeliani non solo il prezzo più alto sarà pagato da coloro che sono più esposti e vulnerabili, ma anche il divario tra l’immagine che una società ha di sé stessa e la realtà coincide proprio con lo spazio in cui il cambiamento politico diventa possibile. Quando quel divario si colma e la società comincia ad accettare l’immagine che le restituisce lo specchio, lo spazio politico per una trasformazione significativa si riduce drasticamente.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per protestare contro la “riforma giudiziaria” del governo Netanyahu, sostenendo che il suo vero scopo fosse quello di “distruggere la democrazia israeliana”. Eppure il movimento di protesta si è concentrato principalmente sui meccanismi procedurali della democrazia: pesi e contrappesi, indipendenza della magistratura, guai giudiziari e idoneità del primo ministro a ricoprire la carica. Troppa poca attenzione, se non nessuna, è stata prestata all’erosione dei fondamenti sostanziali della democrazia: libertà di espressione e di protesta, uguaglianza davanti alla legge e garanzie contro la discriminazione istituzionalizzata.

Queste tendenze non sono iniziate negli ultimi due anni, ma non è un caso che abbiano accelerato a un ritmo terrificante parallelamente al genocidio israeliano a Gaza. La devastazione nella Striscia e la legislazione fascista che avanza attraverso la Knesset agiscono come due forze coordinate che lavorano per smantellare gli ultimi vincoli rimasti al potere israeliano.

E proprio come il movimento di protesta israeliano non può ignorare il genocidio di Gaza e la questione della supremazia ebraica se spera di resistere efficacemente alla riforma giudiziaria, così anche il movimento globale che si oppone al genocidio non può ignorare la legislazione promossa dalla Knesset più estremista nella storia di Israele. Questa non è più solo una questione interna israeliana, ma parte di un più ampio attacco all’esistenza stessa del popolo palestinese.

Orly Noy è redattrice di Local Call [sito on line di informazione in ebraico co-edito con +972 Magazine, ndt.], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in lingua farsi. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem [ONG israeliana che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ndt.] attivista del partito politico Balad [che rappresenta la componente palestinese in Israele, ndt.] La sua scrittura affronta le linee che si intersecano e definiscono la sua identità di Mizrahi [componente ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, migrante temporanea che vive a contatto interiore con un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra loro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La controversia tra Trump e la BBC: il vero scandalo è la tendenziosità filo-israeliana riguardo a Gaza

Faisal Hanif

10 novembre 2025 – Middle East Eye

L’azienda si trova a un bivio: da una parte ci sono l’autocensura e scuse vuote; dall’altra l’opinione pubblica per la quale è stata creata

Mentre il direttore generale e la responsabile delle notizie della BBC si dimettono nel mezzo del putiferio per un discorso erroneamente modificato del presidente USA Donald Trump, la narrazione sembra accurata: un errore, le conseguenze e quindi ne pagano le conseguenze.

Ma quest’ultimo scandalo è stato provocato dalla polemica sbagliata.

Mentre i titoli continuano a concentrarsi su un singolo errore di editing, la vera crisi al cuore dell’emittente pubblica britannica ha radici molto più profonde, in particolare perché non ha informato con onestà e coraggio sulla guerra israeliana contro Gaza.

E l’ironia è crudele: la BBC è stata scossa da uno dei suoi peccati veniali mentre quello mortale, la sua distorsione della situazione dei palestinesi, non viene sanzionato.

La gravità di questo fallimento è misurabile. Uno sconcertante rapporto del Centro per il Monitoraggio dei Media, che ha analizzato più di 35.000 articoli della BBC pubblicati tra l’ottobre 2023 e il maggio 2025, mostra che la copertura di Gaza da parte dell’azienda ha costantemente privilegiato il punto di vista israeliano marginalizzando le voci palestinesi.

I dati sono devastanti. I morti palestinesi, che sarebbero stati più di 42.000 durante il periodo analizzato, hanno ricevuto 33 volte meno attenzione per ciascun evento rispetto a quelli israeliani. La BBC ha utilizzato parole come “assassinio” 220 volte per gli israeliani ma solo una volta per i palestinesi e “massacro” 18 volte più spesso per le vittime israeliane. Politici e commentatori israeliani sono stati intervistati con una frequenza più che doppia rispetto a quelli palestinesi.

Persino quando sono state raccontate le sofferenze della popolazione, i palestinesi sono stati descritti come vittime passive – sfollati, affamati, morenti – e raramente come persone con diritti, una storia o soggetti attivi. Solo lo 0,5% dei resoconti ha fatto riferimento alla pluridecennale occupazione israeliana e solo il 2% ha citato la parola “apartheid”, nonostante venga usata da parte delle principali organizzazioni per i diritti umani.

Tendenziosità istituzionalizzata

Come ha concluso il Centro per il Monitoraggio dei Media, la BBC ha ripetutamente adottato il linguaggio e il quadro di riferimento dello Stato di Israele, ignorando nel contempo le voci di quanti sono sotto occupazione. Questo non è giornalismo imparziale, è tendenziosità istituzionalizzata a favore di Israele presentata come “equilibrata”.

Eppure la manipolazione di destra e i tentativi di distorcere la realtà non sono cessati. Due anni fa ho scritto di come le lamentele di Israele contro l’informazione della BBC fossero state “cinicamente sfruttate in una guerra culturale interna.” Ogni accusa di tendenziosità è diventata un’arma dei politici e commentatori di destra britannici che vogliono intimidire la rete con costanti avvertimenti.

La BBC ha passato l’ultimo anno a fare solo questo: placare le voci più aggressive invece di rimanere al fianco dei propri giornalisti o di rispettare il proprio dovere di raccontare la verità.

Le dimissioni della responsabile delle notizie della BBC Deborah Turness e del direttore generale Tim Davies evidenziano questa contraddizione. Nel suo messaggio di addio Turness ha lodato la propria professionalità in redazione e ha insistito che “le recenti accuse secondo cui BBC News è istituzionalmente di parte sono false.”

Ma questa affermazione suona vuota quando viene confrontata con le testimonianze della sua stessa redazione. Nel novembre 2024 più di 100 dipendenti della BBC hanno firmato una lettera interna che accusava la rete di doppio standard, affermando che non ha considerato Israele responsabile delle proprie azioni.

Queste tensioni erano già emerse un anno prima. Nel novembre 2023 Turness avrebbe detto alla redazione in una riunione d’emergenza: “Dobbiamo ricordare a tutti che questo è iniziato il 7 ottobre.” Secondo un articolo di Drop Side [sito di giornalismo investigativo con sede negli USA, ndt.], invece di ristabilire l’ordine in mezzo a un’accesa discussione tra i giornalisti e i dirigenti questa affermazione aveva semplicemente accentuato la rabbia di quanti ritenevano che inquadrare la guerra solo attraverso le lenti dell’attacco di Hamas cancellava decenni di spoliazione dei palestinesi e occupazione israeliana.

Il giornalista Owen Jones ha affermato che il personale descriveva un’atmosfera di terrore: un contesto editoriale in cui sollevare preoccupazioni sulla tendenziosità antipalestinese avrebbe potuto porre fine a una carriera. Ai livelli dirigenziali le proteste interne erano ignorate o archiviate, affermavano.

Macchina del fango

Ogni volta che la BBC ha tentato di inquadrare con accuratezza le azioni di Israele, la macchina del fango si è scatenata, il governo è intervenuto pesantemente e i giornali scandalistici hanno ululato. L’emittente televisiva, già maltrattata da anni di interferenze politiche, si è ritirata in una posizione di neutralità difensiva.

Il clamore in merito al documentario su Trump non riguarda l’integrità giornalistica. È un gioco di potere: il disciplinamento di un’emittente pubblica che ancora risponde teoricamente all’opinione pubblica invece che a media di proprietà di miliardari. È una guerra sulle parole, in cui il vocabolario giornalistico in sé è utilizzato come un’arma.

La BBC è punita per una ragione sbagliata. Perde i suoi dirigenti per un errore editoriale, mentre sfugge al fatto di dover rendere conto dei suoi fallimenti editoriali su Gaza. Come agli immigrati sotto lo sguardo indiscreto dei media britannici di estrema destra, all’emittente non sono consentiti sfumature né errori, solo la sottomissione.

Le dimissioni non sono una resa dei conti, ma sacrifici. Ogni scandalo tranquillizza i giornali scandalistici per una settimana, mentre il vero problema incancrenisce: la deferenza istituzionale della BBC al potere politico.

Come ha osservato l’ex direttore del Sun [quotidiano popolare britannico di destra, ndt.] David Yelland, quanti hanno effettivamente architettato un colpo di stato contro la dirigenza della BBC se la prendono con ben di più che poche teste sul patibolo. Il prezzo finale sarà lo smantellamento della rete in sé, la maggiore vittoria dei nemici interni del giornalismo del servizio pubblico contro la destra della Gran Bretagna e la sua sempre più baldanzosa estrema destra.

La BBC si trova a un bivio. Da una parte ci sono l’autocensura, l’arrendevolezza e scuse vuote; dall’altra l’opinione pubblica per il quale è stata creata: spettatori che meritano reportage che riconoscano, tra le altre cose, che i palestinesi sono persone, non problemi.

Il documentario su Trump può essere stato montato in modo sbagliato, ma la storia di Gaza è stata raccontata in modo sbagliato per molto più tempo. Se la BBC crede ancora nel suo motto “La Nazione parlerà di pace alla Nazione”, allora la pace deve iniziare dall’onestà.

E l’onestà inizia col dire: abbiamo sbagliato, non nel montaggio di un filmato, ma in come abbiamo parlato, e continuiamo a parlare, della storia di un intero popolo.

Le opinioni espresso in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Faisal Hanif è uno studioso dei mezzi di comunicazione presso il Centro per il Monitoraggio dei Media e in precedenza ha lavorato come inviato e ricercatore al Times e alla BBC. Il suo ultimo rapporto analizza come i media britannici raccontano il terrorismo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il movimento europeo di solidarietà con la Palestina rafforza l’appello al boicottaggio dell’azienda farmaceutica israeliana Teva

Ana Vračar

7 novembre 2025, Peoples Dispatch

Cresce la pressione sui governi locali e le farmacie pubbliche a sostituire i prodotti Teva con alternative che non siano complici dell’occupazione e del genocidio perpetrati da Israele

Il colosso farmaceutico israeliano Teva deve affrontare la crescente pressione dei gruppi solidali con la Palestina in tutta Europa. Teva, che è una delle più grandi aziende produttrici di farmaci generici del mondo, ha attivamente sostenuto il genocidio nella Striscia di Gaza dall’ottobre 2023 e già da molto prima di allora contribuisce all’erosione dell’assistenza sanitaria palestinese, ha riferito Giorgia Gusciglio del Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC) e coordinatrice europea delle campagne per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Lo scorso anno, mentre i servizi e gli operatori sanitari di Gaza venivano quasi completamente distrutti dagli attacchi israeliani, Teva ha dichiarato un fatturato di oltre 16,5 miliardi di dollari. Parte di tali entrate proviene dal mercato palestinese, dove l’azienda trae profitto dal doppio standard imposti dal regime di apartheid israeliano.

A differenza dei produttori farmaceutici palestinesi, che devono affrontare severe restrizioni, lunghe procedure di importazione e arbitrarie designazioni di “doppio uso” (cioè vietati in quanto potrebbero avere un’applicazione non solo civile ma anche militare) per componenti essenziali, Teva può liberamente commercializzare i propri prodotti nei territori occupati, spesso senza dover adattare il packaging o la documentazione. Secondo le fonti informative di BDS Italia, l’azienda vende farmaci usando scatole e foglietti illustrativi non tradotti in arabo.

Lo sfruttamento delle necessità farmaceutiche nei Territori Palestinesi Occupati non è prerogativa di Teva e non è iniziato nel 2023. Il rapporto del 2012 “Economia prigioniera: l’industria farmaceutica e l’occupazione israeliana” concludeva che “tutte le aziende farmaceutiche israeliane vendono i loro prodotti sul mercato palestinese e ne traggono profitto, senza pagare alcun prezzo per l’occupazione e i danni che essa provoca”.

Una questione di solidarietà con la Palestina e di accesso ai farmaci

Oltre ad essersi appropriata indebitamente del mercato palestinese Teva domina una quota importante del mercato europeo, non solo attraverso la sua ampia selezione di farmaci generici, ma anche attraverso prodotti specifici a marchio proprio per la sclerosi multipla e il cancro. La contraddizione inerente tra l’impegno dichiarato da Teva “a favore di una salute migliore” e la sua comprovata complicità in crimini di guerra ha portato alla nascita di gruppi che si mobilitano per boicottare e denunciare l’azienda. Come spiega Gusciglio, le iniziative si diversificano a seconda del paese: in Irlanda c’è un ampio coinvolgimento dei sindacati, mentre in Belgio e in Italia le iniziative sono prevalentemente guidate da gruppi BDS locali e da reti di attivisti.

Un momento chiave per il raggiungimento dell’obiettivo è il coinvolgimento di pazienti e personale sanitario. Durante il genocidio, BDS Italia ha collaborato strettamente con il collettivo locale Sanitari per Gaza, raggiungendo importanti obiettivi. Secondo gli attivisti contattati da People’s Health Dispatch una delle prime azioni promosse dalla campagna di boicottaggio di Teva è stata la distribuzione di volantini informativi davanti alle farmacie per sensibilizzare utenti e farmacisti sul ruolo svolto dall’azienda durante il genocidio. “Tutti gli attivisti si sono assunti la responsabilità di recarsi in farmacia, organizzare incontri con i farmacisti e cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica sul boicottaggio dei prodotti Teva”, hanno spiegato gli attivisti. Lo stesso approccio è stato esteso ai medici di base e, ad oggi, la consapevolezza della complicità di Teva è cresciuta in modo significativo sia tra gli operatori sanitari che tra i pazienti, hanno affermato i membri di BDS Italia.

La campagna ha poi coinvolto le associazioni professionali e ha esercitato pressioni sui governi locali affinché sospendessero gli acquisti dei prodotti Teva nelle farmacie pubbliche. Negli ultimi mesi diversi comuni hanno risposto emanando linee guida affinché le farmacie sotto la loro giurisdizione cercassero alternative. “Teva vende principalmente farmaci generici, ma ci sono anche alcuni farmaci che ha sviluppato autonomamente e che quindi non sono sostituibili”, osservano gli attivisti di BDS Italia. “È importante sottolineare che chiediamo la sospensione degli acquisti tranne nel caso di medicinali essenziali o che non possono essere sostituiti”.

Il fatto che alcuni prodotti Teva non siano sostituibili viene spesso utilizzato come argomento fuorviante contro il boicottaggio. In realtà, ciò evidenzia problemi sistemici nel sistema farmaceutico e brevettuale globale più che identificare una questione concreta all’interno dell’appello BDS. Un esempio è il Copaxone, farmaco Teva per il trattamento della sclerosi multipla. Anche l’Unione Europea, alleata fidata di Israele, ha denunciato i tentativi dell’azienda di proteggersi dalla concorrenza estendendo artificialmente la protezione brevettuale del farmaco. Attraverso tali azioni, ha sottolineato BDS Italia, Teva ha probabilmente gonfiato la spesa sanitaria pubblica per i farmaci contro la sclerosi multipla: il Copaxone da solo ha pesato per circa 500 milioni di euro nel 2022. Gli sforzi per mobilitare alternative ai prodotti Teva rappresentano quindi un possibile punto d’incontro tra la solidarietà con la Palestina e le iniziative farmaceutiche pubbliche, aprendo la porta a sistemi sanitari più giusti e accessibili.

I comuni italiani adottano linee guida per sostituire Teva

La prima amministrazione locale a emanare una raccomandazione per abbandonare i prodotti Teva è stata quella di Sesto Fiorentino, vicino a Firenze”, hanno osservato gli attivisti di BDS Italia. “Sono stati prontamente attaccati dai media, con l’accusa di antisemitismo e di cattiva gestione dei fondi pubblici. Alcuni hanno sostenuto che i farmaci Teva sono più economici e che scoraggiarne l’acquisto avrebbe aumentato i costi per i pazienti e il sistema sanitario”.

Nonostante tali attacchi, un numero crescente di comuni ha risposto all’appello al boicottaggio in Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Trentino-Alto Adige, tra gli altri. In alcuni casi è stato chiesto alle farmacie pubbliche di trovare dei prodotti sostitutivi a quelli a marchio Teva, in altri casi si è scelto un approccio diverso.

A Rovereto, il Comune ha chiesto alle farmacie di esporre schede grafiche che informano i clienti del loro diritto a scegliere alternative efficaci e sicure ai prodotti Teva, in risposta al successo di un’iniziativa proposta da attivisti locali.

Mentre altri comuni in Italia discutono iniziative simili, il movimento internazionale BDS e il Centro europeo di assistenza legale (ELSC) stanno valutando la possibilità di sostenere i comuni che desiderano introdurre appalti pubblici etici in linea con la legislazione dell’UE e gli standard in materia di diritti umani. Nel frattempo, gli attivisti in Europa continuano a esercitare pressioni, concentrandosi, tra le altre cose, sulla presenza di Teva nelle farmacie ospedaliere e sui suoi tentativi di ripulire la propria immagine attraverso iniziative come gli Humanizing Health Awards, premi per progetti che “umanizzano” il percorso di malattia e cura. Gli attivisti continuano inoltre a collaborare con collettivi di operatori sanitari, come l’azione di digiuno dei Sanitari per Gaza tenutasi in Italia all’inizio di quest’anno, ampliando al contempo le reti internazionali.

Queste campagne già mostrano segni della loro efficacia. Se l’azienda farmaceutica israeliana ha dichiarato orgogliosamente i propri ricavi per il 2024, è stata più cauta nel riferire che già solo nei primi nove mesi dell’anno aveva registrato perdite nette pari a 1,4 miliardi di dollari. Come ha osservato BDS Italia, “l’attacco genocida di Israele dall’ottobre 2023 e le sue varie conseguenze potrebbero essere considerati potenziali fattori che influenzano questi risultati”.

Traduzione di Federico Zanettin




Centinaia di prestigiosi ebrei e israeliani sollecitano le potenze mondiali a considerare Israele responsabile delle “atrocità a Gaza”

Etan Nechin

22 ottobre 2025 – Haaretz

Una lettera aperta firmata da almeno 460 intellettuali, celebrità e personalità politiche ebrei e israeliani chiede all’ONU e ai capi di stato di affrontare “le condizioni soggiacenti di occupazione, apartheid e la negazione dei diritti dei palestinesi” che sono assenti nell’accordo di cessate il fuoco del presidente USA Trump a Gaza.

New York – Un gruppo di importanti personalità e celebrità ebraiche chiede ai dirigenti mondiali che Israele sia considerato responsabile delle sue azioni a Gaza e di utilizzare il cessate il fuoco con Hamas come punto di svolta verso una pace giusta e definitiva.

In una lettera aperta intitolata “Ebrei chiedono di agire” resa pubblica mercoledì all’ex-portavoce della Knesset ed ex-presidente israeliano ad interim Avraham Burg, all’ex-negoziatore israeliano Daniel Levy, alla saggista canadese Naomi Klein e al giornalista Peter Beinart si sono aggiunte almeno 460 personalità pubbliche ebraiche che invocano sanzioni contro Israele e l’applicazione del diritto internazionale.

La lettera, indirizzata al segretario generale dell’ONU e ai capi di stato del mondo, segna il primo appello collettivo di questo genere da quando è iniziato il cessate il fuoco il 10 ottobre.

“È con grande sollievo che accogliamo il cessate il fuoco,” afferma la lettera. “E tuttavia non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che questo cessate il fuoco è fragile: le forze israeliane rimangono a Gaza, l’accordo non fa alcun riferimento alla Cisgiordania, le sottostanti condizioni di occupazione, apartheid e negazione dei diritti dei palestinesi rimangono irrisolte.”

Tra i firmatari ci sono artisti, scrittori e attivisti come gli attori Ilana Glazer, Hannah Einbinder e Wallace Shawn, i registi vincitori di Oscar Jonathan Glazer e Yuval Avraham, gli attori di teatro Eric André e Leo Reich e il vincitore del premio Pulitzer Benjamin Moser.

La lettera sollecita i leader mondiali a rispettare le leggi internazionali, sanzionare i complici di crimini di guerra, garantire che gli aiuti raggiungano Gaza e respingere le false accuse di antisemitismo contro i sostenitori della pace e della giustizia.

“Il cessate il fuoco deve essere l’inizio, non la fine. Il rischio del ritorno a una situazione politica di indifferenza verso l’occupazione e il conflitto permanente è troppo grande. Questa stessa pressione deve continuare per raggiungere una nuova epoca di pace e giustizia per tutti, sia palestinesi che israeliani,” afferma la lettera.

In un’intervista telefonica con Haaretz Burg ha spiegato le ragioni della stesura della lettera. “Durante le tenebre a Gaza non ho mai smesso di scrivere e difendere i miei valori. Da ciò è emerso un progetto che appoggio senza riserve. Abbiamo raggiunto un momento di rottura esistenziale. Il mio Paese ora è in conflitto con i miei valori umani ed ebraici più profondi. Tra un apparato dello Stato che è stato sequestrato e i fondamenti morali del mio popolo, la scelta è chiara,” ha detto.

Ad agosto Burg aveva chiesto agli ebrei del mondo di unirsi in una denuncia legale collettiva presso la Corte Internazionale di Giustizia accusando Israele di crimini contro l’umanità a Gaza, scrivendo sul suo Substack [piattaforma in rete, ndt.]: “Abbiamo bisogno di un milione di ebrei, meno del 10% della popolazione ebraica totale, per presentare un appello collettivo alla Corte dell’Aia.”

“Sono arrivato alla convinzione che mi sbagliavo a credere che fossimo in pochi. Migliaia di ebrei nel mondo stavano aspettando questa voce. Quello che sta avvenendo a Gaza e nei territori [palestinesi] occupati non è ebraismo, è un’orribile mutazione religiosa e fanatica. Dobbiamo opporci contro di essa, dire la verità al potere e rifiutarci di rimanere in silenzio,” ha aggiunto.

Levy, uno dei promotori della lettera, ha detto ad Haaretz che il tentativo non è sminuire le atrocità del 7 ottobre. “Riguarda il fatto di vedere senza veli non solo quello che è successo dopo, ma quello che è stato ignorato per decenni: il rifiuto di perseguire qualunque cammino politico per affrontare e risolvere l’occupazione permanente. Ciò non potrà mai portare alla sicurezza o al benessere,” ha affermato.

L’iniziativa intende trovare altre voci ebraiche. “E non è difficile,” sostiene. “Continuano ad aumentare. Molti sono stati profondamente disgustati da quello che è stato fatto in nome della collettività ebraica, come se fosse ciò che abbiamo imparato dalla storia ebraica, come se fosse il nostro destino manifesto.”

La lettera fa seguito a un recente sondaggio del Washington Post che mostra una netta disapprovazione tra gli ebrei americani per la condotta israeliana della guerra, con il 61% che afferma che a Gaza Israele ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi.”

Nonostante il cessate il fuoco, secondo fonti ospedaliere da domenica gli attacchi dell’esercito israeliano nel sud di Gaza hanno ucciso 44 persone.

“Penso che vedremo più persone che non vorranno tornare alla situazione precedente dopo questo fragile cessate il fuoco. Dicono no, questo deve cambiare. Dobbiamo chiedere fondamentalmente quello per cui ci battiamo. Perché tornare semplicemente allo status quo del 6 ottobre porterà solo a un ulteriore disastro. Fare pressione funziona. Sanzionare è importante. Non possiamo semplicemente voltare pagina come se non fosse successo niente,” ha aggiunto Burg.

“Nel corso della storia ebraica ci sono stati momenti in cui la maggioranza ha seguito ciecamente dirigenti disastrosi ed è stata una minoranza che si è opposta a loro ed ha preservato questa grande e nobile tradizione. Ciò è successo in precedenza ed è di nuovo il nostro dovere,” ha detto.

“La minoranza dei giusti deve offrire un’ancora di salvezza alla maggioranza fuorviata. Opporsi alle ideologie del suprematismo ebraico e alla leadership di un primo ministro corrotto che sacrifica tutti noi sull’altare dei suoi interessi egoistici e della sua brutale arroganza.”

La pubblicazione della lettera coincide con un summit europeo a Bruxelles in cui i leader stanno valutando sanzioni contro Israele e con un’imminente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sugli obblighi di Israele a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Ciò coincide anche con l’inizio di colloqui sulla seconda fase del piano del presidente USA Donald Trump per il cessate il fuoco.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Opinioni | Come regista israeliano ringrazio tutti coloro che boicottano le mie opere

Barak Heymann

30 settembre 2025 – Haaretz

Non c’è dubbio che il boicottaggio culturale di Israele danneggerà non solo i fascisti, ma anche le persone buone e coraggiose. E allora? È un piccolo prezzo da pagare per porre fine a un genocidio.

Quanto è stata grande la delusione e quanto profonda la rabbia di alcuni miei colleghi della comunità del cinema e televisione israeliani nel leggere la lettera promossa e redatta dalle note documentariste Ada Ushpiz e Yulie Cohen e firmata da oltre 50 artisti israeliani!

La lettera intende trasmettere un messaggio inequivocabile e chiaro, anche se complesso e sorprendente, a tutti coloro che in questo momento stanno boicottando Israele. Il messaggio? Siamo con voi fino in fondo!

Lo Stato di Israele, attraverso il suo esercito, nel quale prestano servizio i nostri figli, nipoti, vicini, studenti, e con l’aiuto del denaro proveniente dalle tasse che tutti noi paghiamo, sta attualmente massacrando un’altra nazione. La sta annientando, e sta condannando chiunque non sia ancora stato ucciso a una vita di esilio perpetuo. E non mostra alcuna intenzione di fermarsi. Al contrario: più Israele uccide, più diventa assetato di sangue. Il numero dei morti nella Striscia di Gaza è equivalente, in proporzione, a 10 milioni di abitanti degli Stati Uniti. Un olocausto.

Più di 65.000 neonati, bambini, donne, uomini e anziani nella Striscia di Gaza sono stati uccisi dai nostri figli migliori”, e sempre più palestinesi stanno esalando il loro ultimo respiro in questo preciso momento a causa delle malattie, dopo che gli ospedali in cui erano in cura sono stati bombardati dai piloti dellaeronautica militare. Oppure stanno morendo di sete e di fame, in conseguenza della campagna di vendetta e punizione collettiva che Israele sta imponendo a tutti i palestinesi della Striscia, senza pietà e indiscriminatamente.

A causa di questo orrore, che nulla al mondo può giustificare, nemmeno il terribile massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre, all’estero sempre più istituzioni israeliane sono ormai oggetto di una rabbia feroce. Cosa c’è di più naturale del boicottaggio di qualsiasi istituzione pubblica sostenuta dal sanguinario governo dello Stato di Israele e dell’ostracismo di qualsiasi opera finanziata dalla sadica organizzazione terroristica chiamata governo di Israele, guidata da mafiosi [in italiano nel testo, ndt.] assetati di sangue? Cosa c’è di più ovvio dell’onorare, rispettare e incoraggiare chiunque si rifiuti di legittimare i parassiti genocidi e di normalizzare i crimini ripugnanti dello Stato di Israele collaborando con i suoi alleati?

Sono un documentarista e, per finanziare i miei film, ho fatto domanda – e continuo a farloper ottenere i fondi cinematografici locali. In questo modo, anche se a volte ciò avviene loro malgrado e in contrasto con la visione del mondo di molti dei responsabili, finisco anchio, insieme a loro, per essere parte del sostegno al governo israeliano. Abbraccio tutti coloro che scelgono di non proiettare i miei film, e li ringrazio per questo.

Ciò è chiaro e ovvio, nonostante la complessità e la contraddizione interna che ne deriva. Dopo tutto, l’utilità dei nostri film, come ben spiegato da Cohen e Ushpiz, è insignificante di fronte al colossale disastro di cui il nostro Paese è responsabile, e non abbiamo né il diritto né la possibilità di negare la nostra parte di partecipazione a questo inferno. È nostro dovere accettarne la responsabilità.

Trovo quindi sconcertante il teatrino che si è svolto la scorsa settimana all’interno della comunità cinematografica locale, dopo che uno dei suoi membri ha pubblicato su Facebook un post meschino, mendace e manipolatorio in cui attaccava coloro che avevano firmato la lettera. Il nostro unico obiettivo era quello di rafforzare la posizione delle migliaia di artisti internazionali che hanno recentemente dichiarato che, alla luce dell’olocausto che Israele sta perpetrando a Gaza e in Cisgiordania, boicotteranno ogni istituzione israeliana in quanto tale e ogni casa di produzione israeliana che sostiene il genocidio e l’apartheid”.

Non c’è dubbio che il boicottaggio culturale di Israele, che non solo comprendo, ma incoraggio (come parte di ogni opposizione al genocidio che Israele sta compiendo), danneggerà non solo i fascisti e i collaboratori del regime sionista, ma anche persone valide e coraggiose, come le donne che hanno promosso la lettera e coloro che l’hanno firmata. E allora? È un piccolo prezzo da pagare per chiunque ritenga necessario fare tutto il possibile per fermare il genocidio, e non c’è altra alternativa che pagare quel prezzo, nonostante il disagio che comporta.

Anch’io – da persona che non usa mezzi termini né esita a esprimere pubblicamente la propria opinione, che si oppone con tutta se stessa al servizio militare nell’IDF, aspira al crollo dell’entità sionista così come è attualmente costituita, e i cui migliori amici nell’industria cinematografica locale sono tra i critici più severi dello Stato di Israele – sono favorevole al boicottaggio dei miei film, fintanto che il Paese che li finanzia continuerà a uccidere una nazione, a trasferire popolazioni, ad aggravare l’apartheid e a diffondere odio, sangue e morte.

Dopo tutto, non è possibile separare le istituzioni e le produzioni ideologicamente contrarie al regime e ai suoi crimini da quelle che lo sostengono, mentre cercano di rimanerne indenni. Non è realistico. Chiunque si opponga al genocidio perpetrato da Israele non ha la possibilità di fare una distinzione del genere e si rapporta allo stesso modo con chiunque utilizzi il denaro dello Stato. Ci aspettiamo davvero che qualcuno dedichi risorse ed energie a fantomatici esami di ammissione al movimento internazionale per il boicottaggio? No, è semplicemente irrealistico.

Il compito più urgente in questo momento è fermare immediatamente il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele e garantire che il mondo intero sia consapevole di questo crimine, affinché presti attenzione e agisca per fermarlo. Quasi tutti i mezzi sono leciti per raggiungere questo nobile obiettivo, compresa una petizione che chiede il boicottaggio delle istituzioni ufficiali israeliane.

Ci siamo guadagnati questo boicottaggio a pieno titolo, poiché noi, che lo vogliamo o no, per scelta o per imposizione, siamo parte di questo crimine. Pertanto è nostro dovere morale sostenere chiunque si opponga e miri a fermarlo. Anche se questo va contro i nostri interessi personali, e anche se alcuni dei nostri bambini (film) di sinistra e umanisti verranno gettati insieme all’acqua sporca dei nostri avversari. Cosa è questo rispetto alle migliaia di bambini (bambini umani, reali) che Israele sta uccidendo da quasi due anni?

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Dimenticate il riconoscimento simbolico di uno Stato palestinese: il mondo deve riconoscere l'apartheid israeliano.

Alaa Salama

29 agosto 2025 – +972 Magazine

L’accento sul riconoscimento di uno Stato palestinese crea l’illusione di un’azione concreta, ma ritarda la vera soluzione: sanzionare e isolare il regime israeliano di apartheid.

Mia nonna ha 90 anni. Esiliata due volte, prima da Israele durante la Nakba [la pulizia enica operata dai sionisti nel 1947-49, ndt.], poi dal regime di Assad in Siria, la sua memoria non è più integra. Della sua vita attuale in Svezia conserva solo gli ultimi minuti. Dei decenni passati solo frammenti.

Eppure la sua infanzia a Kfar Sabt, un villaggio palestinese in Galilea spopolato nel 1948, arde di luce propria. Sorride, quasi maliziosamente, mentre ricorda i momenti in cui giocava nei campi, correva con gli altri bambini e spiava un contadino ebreo il cui arrivo improvviso nel villaggio, insieme al rumoroso trattore che lo accompagnava, suscitò curiosità e sospetto.

Sono nato profugo, la famiglia di mia nonna proveniva da Kfar Sabt, quella di mio nonno dal vicino villaggio di Lubya. Oggi a casa mia a Ramallah mi sveglio ogni mattina con la vista di una bandiera israeliana nella vicina colonia di Beit El, un chiaro promemoria sul regime di apartheid che condiziona ogni aspetto della mia vita.

Gli ebrei israeliani che vivono lì votano per un governo che decide dove posso vivere, lavorare e viaggiare, quanta acqua posso ricevere e che tipo di regole e leggi devo o meno osservare. Come milioni di palestinesi, dalla Cisgiordania a Gaza, sono governato da un sistema che mi vede solo come un ostacolo al suo Stato etnico espansionista.

Questa è una realtà che per milioni di persone in tutto il mondo è diventata impossibile da ignorare, soprattutto negli ultimi due anni. Eppure, negli ultimi mesi, invece di riconoscere l’apartheid israeliano o di intraprendere azioni significative per fermare le atrocità a Gaza, un coro crescente di Stati ha deciso di riconoscere qualcos’altro: uno Stato palestinese.

La prima svolta è avvenuta nel maggio 2024, quando Norvegia, Spagna e Irlanda hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, questi ultimi due tra i più accesi critici, a parole, della guerra di Israele a Gaza. Ora sta emergendo una seconda ondata, guidata da un’iniziativa di Francia e Regno Unito in risposta ai piani di Israele di prolungare la guerra, a cui si aggiungeranno presto Australia, Canada, Portogallo e Malta.

Sebbene indicativo del crescente isolamento internazionale di Israele, il teatrino politico mondiale del “riconoscimento di uno Stato palestinese” è impossibile da prendere sul serio. Con Israele che procede all’annessione di vaste aree della Cisgiordania, e nel mezzo di un genocidio a Gaza che ha ucciso più di 60.000 palestinesi, è assurdo continuare a sostenere la soluzione dei due Stati come un compromesso ragionevole o pratico.

Ancora più assurda è l’insistenza sul fatto che sia l’unica risposta possibile a ciò che, 77 anni dopo la Nakba, non risolve in alcun modo il problema fondamentale: un regime violento e militarista che pretende l’attuazione di una supremazia nazionale, giuridica ed economica di un popolo sull’altro.

Non sprechiamo altri 30 anni di vite palestinesi dietro il paradigma della partizione – una “soluzione” coloniale a un problema coloniale. Israele ha da tempo chiarito che non accetterà mai uno Stato palestinese; aggrapparsi alla soluzione dei due Stati è una immensa illusione, e ci ha portato solo disperazione.

Ora più che mai i gesti simbolici sono peggio che inutili, poiché offrono al regime più tempo per commettere crimini e tolgono urgenza alle uniche soluzioni che contano: porre fine al genocidio, sanzionare il colpevole, isolare il sistema di apartheid e insistere senza remore sulla parità di diritti e sul diritto al ritorno. Questo non è estremismo. È il minimo indispensabile di giustizia.

C’è già uno Stato, ed è uno Stato di apartheid

Una “soluzione” che non è né giusta né possibile non è un piano di pace, ma un alibi per l’inazione che permetterà a Israele di continuare i suoi massacri, accelerare la sua espansione e consolidare il regime di apartheid. È davvero così che puniamo un regime che ha commesso un genocidio? Offrendogli il dominio completo sulle sue vittime, mentre diamo loro la falsa speranza di poter ottenere uno Stato su meno del 23% della loro patria ancestrale?

E dove sono i palestinesi in tutto questo? Quando è stata l’ultima volta che siamo stati rappresentati democraticamente, o che ci è stato anche solo chiesto quale soluzione avremmo accettato? Come nel 1947, quando il Piano di spartizione delle Nazioni Unite fu elaborato senza il nostro consenso, l’ultima spinta per una soluzione a due Stati è guidata dalle potenze europee, con poco riguardo verso le persone che ne subiranno le conseguenze, con la vita o con la morte.

La Francia rende esplicita la sua arroganza: minaccia Israele di riconoscere uno Stato palestinese, ma insiste perché venga smilitarizzato, continuando a rifornire Israele di armi. Posso sognare un mondo libero da armi letali, ma un trafficante d’armi non può dire alle vittime di un genocidio di deporre le armi.

Nel frattempo Israele urla e sbraita, condannando i riconoscimenti come un “premio al per il terrorismo” e usandoli come pretesto per attuare misure ancora più estreme. A luglio la Knesset ha approvato una risoluzione a sostegno dell’annessione della Cisgiordania, e l’espansione delle colonie continua a ritmo serrato, inclusa la recente approvazione del blocco E1 che, avvertono gli esperti, renderebbe impossibile uno Stato palestinese con una continuità territoriale.

Anche se per miracolo Israele alla fine si ritirasse dalla Cisgiordania e da Gaza, cosa garantirebbe la sicurezza dei palestinesi nel loro nuovo Stato? Quando mai la sovranità ha protetto qualcuno dall’aggressione e dall’espansionismo israeliano? Libano e Siria sono entrambi Stati sovrani con confini riconosciuti a livello internazionale, eppure hanno visto il loro territorio occupato e le loro città bombardate. Una bandiera palestinese alle Nazioni Unite non fermerà la crescita delle colonie, non smantellerà il regime militare né porrà fine alla guerra regionale.

Se i Paesi desiderano riconoscere uno Stato palestinese, che lo facciano, ma non devono fingere che ciò cambi la realtà. Il vero cambiamento inizia con il riconoscimento della verità: qui esiste già uno Stato unico, ed è uno Stato di apartheid. Quindi i Paesi devono agire legalmente, diplomaticamente ed economicamente finché per Israele il costo del mantenimento dell’apartheid non superi i suoi benefici. Finché la mia famiglia non avrà di nuovo un posto da chiamare casa e finché centinaia di comunità palestinesi sfollate non potranno tornare a casa.

Il sionismo ha fallito, non solo perché creare una patria ebraica in Palestina a spese dei palestinesi è sempre stato ingiusto, ma perché la pulizia etnica e ora il genocidio sono sempre stati i suoi logici esiti, atrocità che lasceranno lo Stato ebraico isolato e odiato. E nonostante gli sforzi di Israele, il sionismo ha fallito anche perché i palestinesi continuano a insistere a voler rimanere nella loro patria.

Ciò che permane oggi è un grottesco sistema di apartheid, in cui un popolo gode di pieni diritti e sovranità mentre gli indigeni vengono massacrati, divisi e sottomessi. Potrebbe crollare sotto il peso della sua stessa brutalità, ma non se ne andrà in silenzio, aggrappandosi alla vita con il tipo di violenza che già vediamo scatenarsi a Gaza oggi.

Con il riconoscimento arrivano le responsabilità

Riconoscere Israele come Stato di apartheid è il primo passo necessario verso un futuro che vada oltre l’etnonazionalismo, radicato nell’uguaglianza, nella giustizia e nella libertà per tutti. E non è un fatto simbolico: in base al diritto internazionale l’apartheid è un crimine contro l’umanità.

Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale lo definisce come tale, e la Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite del 1973 per la repressione e la punizione del crimine di apartheid obbliga gli Stati ad adottare misure legislative, giudiziarie e amministrative per prevenirlo e punirlo. Proprio l’estate scorsa, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo storico sull’apartheid israeliano, concludendo che l’occupazione e l’annessione dei territori palestinesi da parte di Israele violano il diritto internazionale e chiedendo riparazioni.

Il riconoscimento ufficiale del sistema israeliano come apartheid, anche da parte di una manciata di Stati, porrebbe tali obblighi in primo piano e renderebbe legalmente e politicamente indifendibile il continuo sostegno militare ed economico a Israele. Aprirebbe inoltre la porta a sanzioni, al ritiro delle rappresentanze diplomatiche e al divieto di viaggio per i funzionari che sostengono il sistema.

Cambierebbe anche il discorso pubblico, rendendo la parola stessa “apartheid” inevitabile nel dibattito su Israele, e facendo pressione sulle aziende, sotto la minaccia di boicottaggio, discredito pubblico o rivolta degli azionisti, affinché riconsiderino le loro operazioni in o con Israele. Il precedente esiste: nel caso del Sudafrica dell’apartheid l’attivismo di base, unito alla condanna a livello statale, ha gradualmente costretto le aziende a disinvestire, anche se molte hanno resistito per anni.

Cambierebbe anche il modo in cui i palestinesi sono visti a livello internazionale. Oggi siamo etichettati come “apolidi” o cittadini di uno “Stato di Palestina” virtuale, senza alcun potere reale per proteggerci, privati ​​degli strumenti diplomatici ed economici che la maggior parte delle nazioni dà per scontati. Riconoscere Israele come un regime di apartheid ci riconfigura come vittime di un crimine contro l’umanità, aventi diritto a protezione, e obbliga a fare i conti con l’assurdità di un mondo in cui gli israeliani viaggiano liberamente mentre noi affrontiamo infinite barriere per studiare, lavorare o visitare i familiari all’estero.

Questa non sarà una soluzione magica. Israele combatterà più duramente del Sudafrica per mantenere l’apartheid, poiché è diventato più radicato, alimentato da miti religiosi e appoggiato dal sostegno internazionale. Ma il riconoscimento ci metterebbe almeno sulla strada giusta, sostituendo decenni di finzione con un confronto con la realtà. Anni che potrebbero essere spesi per smantellare il sistema invece che per rafforzare le illusioni.

Kfar Sabt non esiste più. Secondo Palestine Remembered [sito informatico interattivo dedicato ai profughi palestinesi, ndt.] rimangono solo “mucchi e terrazze di pietra” a testimonianza che un tempo lì sorgeva un villaggio. La gente si è dispersa; la terra è inutilizzata, disabitata. Ma Kfar Sabt vive nella mente di mia nonna, nelle storie che racconta e in quelle che io continuerò a raccontare. Vive nella ferita aperta di un popolo a cui è stato negato il ritorno. La mia patria si estende da Ramallah a Kfar Sabt, dal Naqab a Lubya [altro villaggio spopolato e raso al suolo nel 1948, ndt.].

Questo non è un appello all’espulsione o alla guerra; ne abbiamo avuto abbastanza di entrambe. È un appello alla giustizia, perché solo la giustizia può portare la pace e garantire un futuro diverso a tutti i popoli di questa terra, un futuro in cui le storie di mia nonna non siano solo reliquie di un mondo distrutto, ma semi di un mondo ricostruito.

Alaa Salama è il responsabile delle strategie di coinvolgimento dei lettori per +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)