Artisti come me vengono censurati in Germania perché sosteniamo i diritti dei palestinesi

 Brian Eno

4 febbraio 2021  The Guardian

Una risoluzione parlamentare del 2019 ha avuto un effetto raggelante sui critici della politica israeliana. Adesso il settore culturale si fa sentire.

Sono solo uno dei tanti artisti che sono stati colpiti da un nuovo Maccartismo che ha preso piede in un clima crescente di intolleranza in Germania. La romanziera  Kamila Shamsie, il poeta Kae Tempest, i musicisti Young Fathers e il rapper Talib Kwelli, l’artista visuale Walid Raad e il filosofo Achille Mbembe * sono tra gli artisti, accademici, curatori e altri che sono stati coinvolti in un sistema di interrogatori politici, liste nere ed esclusione che è ormai diffuso in Germania grazie all’approvazione di una risoluzione parlamentare del 2019. In definitiva, si tratta di prendere di mira i critici della politica israeliana nei confronti dei palestinesi.

Recentemente, una mostra delle mie opere d’arte è stata cancellata nelle sue fasi iniziali perché sostengo il movimento non-violento, guidato dai palestinesi, per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). La cancellazione non è mai stata dichiarata pubblicamente, ma a quanto mi risulta, è stata la conseguenza del timore di operatori culturali in Germania che loro e la loro istituzione sarebbero stati puniti per aver promosso qualcuno etichettato come “antisemita”. Così funziona la tirannia: creare una situazione in cui le persone siano abbastanza spaventate da tenere la bocca chiusa e l’autocensura farà il resto.

Ma poiché la mia storia è relativamente minore, vorrei parlarvi della mia amica, la musicista Nirit Sommerfeld.

Nirit è nata in Israele e cresciuta in Germania, e da tutta la vita mantiene il suo legame con entrambi i luoghi, inclusa la sua famiglia allargata in Israele. Come artista, si occupa da più di 20 anni in canzoni, testi e performance del rapporto tra tedeschi, israeliani e palestinesi, dedicando tutti i suoi spettacoli alla comprensione internazionale e interreligiosa.

Eppure ora Nirit si ritrova impedita nello svolgere liberamente il suo lavoro culturale. Nel considerare la sua domanda di finanziamento artistico, i funzionari statali hanno detto a Nirit che dovevano controllare il suo lavoro; quando ha cercato di prenotare un luogo per un suo concerto a Monaco, la sua città natale, le è stato detto dagli organizzatori che lo spettacolo sarebbe stato cancellato a meno che non avesse confermato per iscritto che non avrebbe espresso alcun “sostegno per il contenuto, l’argomento e gli obiettivi” della campagna BDS. È stata ripetutamente bersaglio di campagne diffamatorie.

Perché è successo?

Perché ha parlato di ciò che ha visto con i suoi occhi: le leggi razziste di Israele contro i suoi stessi cittadini che sono palestinesi; i posti di blocco militari israeliani, le demolizioni di case, il muro di separazione, l’accaparramento delle terre, l’incarcerazione di bambini e i soldati israeliani che umiliano e uccidono palestinesi di tutte le età. È stata testimone dell’uso illegale di bombe al fosforo contro Gaza e dell’indifferenza – nella migliore delle ipotesi – di molti nella società israeliana.

Ho chiesto a Nirit come si sente riguardo a questa situazione: “Dopo essere tornata per due anni a Tel Aviv e molte visite nei territori palestinesi occupati, ho capito che Israele non è all’altezza dei suoi elevati standard morali che dichiara. La lezione appresa dall’Olocausto è stata ‘Mai più!’ Ma è inteso solo per proteggere noi ebrei? Per me ‘Mai più!’ Deve includere ‘mai più razzismo, oppressione, pulizia etnica ovunque – così come mai più antisemitismo’. “

La musica di Nirit celebra il suo passato e presente ebraico attraverso il canto. In qualità di artista, il cui nonno è stato assassinato nel genocidio nazista, trova “profondamente inquietante” il fatto di essere soggetta alla censura e al maccartismo inquisitorio da parte di funzionari e istituzioni pubbliche tedesche.

Secondo Nirit, “quando i difensori di Israele insistono sul fatto che queste politiche di occupazione e di apartheid sono fatte a nome di tutti gli ebrei nel mondo, alimentano l’antisemitismo. La lotta all’antisemitismo non dovrebbe e non può essere fatta demonizzando la lotta per i diritti dei palestinesi “.

L’esperienza di Nirit è un esempio della situazione kafkiana in cui siamo scivolati: una donna ebrea, il cui lavoro è incentrato sulla storia, la memoria, la giustizia, la pace e la comprensione, falsamente accusata di antisemitismo dalle istituzioni tedesche. L’assurdità dell’accusa rende chiara una cosa: non si tratta affatto di antisemitismo, ma di limitare la nostra libertà di discutere la situazione politica e umanitaria in Israele e Palestina.

Allora come si è verificata questa situazione?

Nel 2019 in Germania è stata approvata una risoluzione parlamentare vagamente formulata non vincolante, che falsamente equipara il movimento BDS all’antisemitismo. In un breve lasso di tempo, questa risoluzione ha aperto la strada a un’atmosfera di paranoia, alimentata da disinformazione e opportunismo politico.

Il BDS è un movimento pacifico che mira a fare pressione su Israele affinché ponga fine alle sue violazioni dei diritti umani palestinesi e rispetti il ​​diritto internazionale. È modellato sui precedenti del movimento per i diritti civili degli Stati Uniti e, soprattutto, del movimento contro l’apartheid in Sud Africa. Si rivolge alla complicità con un regime ingiusto e prende di mira le istituzioni, non gli individui o l’identità. Il BDS avverte la coscienza pubblica di uno status quo insostenibile e profondamente ingiusto e mobilita l’azione per porre fine a qualsiasi coinvolgimento nel sostenerlo.

Eppure i direttori di festival, coloro che fanno programmazione e istituzioni interamente finanziate con fondi pubblici stanno sottoponendo gli artisti a test politici, controllando se hanno mai criticato la politica israeliana. Questo sistema di sorveglianza e autocensura è nato perché le istituzioni culturali si trovano sotto attacco da parte di gruppi anti-palestinesi quando invitano un artista o accademico che ritiene inaccettabile per loro la visione dell’occupazione israeliana.

Per fare un esempio tra i tanti, il direttore del Museo ebraico di Berlino, Peter Schäfer, è stato costretto a rassegnare le dimissioni dopo che il museo ha twittato il collegamento a un articolo su un giornale tedesco relativo ad una lettera aperta di 240 studiosi ebrei e israeliani, inclusi i massimi esperti di antisemitismo, che era critico nei confronti della risoluzione anti-BDS.

Ma ora, con una mossa senza precedenti, i rappresentanti di 32 delle principali istituzioni culturali tedesche, incluso l’ Istituto Goethe, si sono espressi insieme, manifestando allarme per la repressione delle voci critiche e delle minoranze in Germania a seguito della risoluzione anti-BDS del parlamento.

La loro dichiarazione congiunta afferma: “Invocando questa risoluzione, le accuse di antisemitismo vengono utilizzate in modo improprio per mettere a tacere voci importanti e distorcere le posizioni critiche”. Pochi giorni dopo, più di 1.000 artisti e accademici hanno firmato una lettera aperta a sostegno della protesta delle istituzioni culturali.

In un momento in cui le eredità coloniali sono sempre più messe in discussione, discutere di questo particolare esempio di colonialismo in corso sta invece diventando tabù. Ma non è mai stato più urgente: la situazione per i palestinesi che vivono sotto l’apartheid e l’occupazione peggiora di settimana in settimana.

Dovremmo essere tutti allarmati da questo nuovo maccartismo. Gli artisti, come tutti i cittadini, devono essere liberi di parlare apertamente e intraprendere azioni significative, inclusi boicottaggi su questioni di principio, contro i sistemi di ingiustizia. Se lasciato incontrastato, il silenziamento del dissenso e l’emarginazione dei gruppi minoritari non si fermerà ai palestinesi e a coloro che li sostengono.

Brian Eno è un musicista, artista, compositore e produttore

Traduzione di Flavia Donati

da Palestinaculturalibertà




Alcune riflessioni sulla decisione della Corte Penale Internazionale riguardante la sua giurisdizione territoriale in Palestina

François Dubuisson

6 febbraio 2021 – Mondoweiss

La decisione della CPI di indagare sui crimini di guerra in Palestina ha un enorme significato simbolico e, date le recenti denunce, prenderà probabilmente in considerazione il crimine di apartheid.

È eufemistico affermare che la decisione della Camera di prima istanza della Corte penale internazionale sull’apertura di un’indagine riguardante la situazione della Palestina fosse attesa, dato che, da quando nel 2009 è stato fatto il primo tentativo, l’iter per portare davanti alla CPI l’indagine sui crimini internazionali commessi in territorio palestinese nel contesto dell’occupazione israeliana è stato lungo e tumultuoso. Nella sua decisione del 5 febbraio il giudice del dibattimento preliminare ha confermato la posizione dell’Ufficio del Procuratore, esposta nel documento a lui trasmesso nel dicembre 2019, secondo cui la Corte ha giurisdizione per indagare su tutti i crimini commessi in tutti i Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme est.

Nella sua decisione la Camera ha adottato un approccio cauto per limitare la portata del suo ragionamento al quadro specifico dello Statuto di Roma e della competenza della Corte, senza influenzare l’esito più ampio della controversia tra Palestina e Israele. Tuttavia, il significato simbolico di questa decisione va al di là del quadro relativo esclusivamente alla Corte penale internazionale.

La Camera ha stabilito per la prima volta che la Palestina debba essere considerata uno “Stato contraente dello Statuto di Roma”, a seguito del riconoscimento, nel 2012, attraverso l’adozione della Risoluzione 67/19, di uno “status di Stato osservatore non membro presso le Nazioni Unite”. In quanto Stato membro la Palestina può quindi fare appello alla giurisdizione della CPI, in particolare alla sua giurisdizione territoriale, e può anche presentare un deferimento all’Ufficio del Procuratore, cosa che ha fatto nel 2018. Il secondo punto cruciale è stato determinare l’estensione precisa dei territori sui quali la Corte può esercitare la propria giurisdizione penale. Secondo lo Statuto di Roma, la Corte può esercitare la giurisdizione sui crimini commessi nel territorio di uno Stato contraente. Nel caso specifico la questione era determinare la precisa estensione del territorio della Palestina, tenendo conto dell’occupazione israeliana e dell’annessione di Gerusalemme est. Al riguardo sono state sollevate varie obiezioni dinanzi alla Camera, osservando che non dovesse spettare alla CPI determinare i confini dello Stato palestinese, che restano oggetto di contenzioso da parte di Israele, e che persistessero troppe incertezze al riguardo. Ancora una volta, la Camera è stata cauta nell’indicare che avrebbe dovuto solo determinare il quadro relativo alla giurisdizione penale territoriale nel contesto dello Statuto di Roma, e non indicare i confini tra Palestina e Israele. Al fine di stabilire che il territorio della Palestina su cui la Corte ha giurisdizione comprende tutti i territori palestinesi occupati, la Camera si è basata principalmente sul diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, come stabilito in numerose risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In particolare, la Camera ha fatto riferimento alla risoluzione 67/19 che concede alla Palestina lo status di Paese osservatore, il che “riafferma il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e all’indipendenza del proprio Stato di Palestina nel territorio palestinese occupato dal 1967″. Infine, la Camera ha ritenuto che gli Accordi di Oslo, che escludono i cittadini israeliani dalla giurisdizione penale dell’Autorità Nazionale Palestinese, non avessero effetti sulla determinazione della giurisdizione territoriale della Corte.

La Camera ha quindi convalidato la giurisdizione della Corte nella massima misura possibile, senza restrizioni territoriali, il che consentirà all’Ufficio del Procuratore di condurre le proprie indagini su tutti i crimini commessi dal giugno 2014 sul territorio palestinese, compresa Gerusalemme Est. Quali saranno le esatte conseguenze della decisione della Camera riguardo il procedimento dinanzi alla CPI ma anche, più in generale, nel contesto del conflitto israelo-palestinese?

L’Ufficio del Procuratore (OTP) potrà ora aprire formalmente un’indagine per stabilire le responsabilità penali individuali per i crimini previsti dallo Statuto (in particolare crimini di guerra e crimini contro l’umanità). Finora l’OTP ha identificato quattro categorie principali di crimini di guerra che intende indagare: crimini commessi da Hamas e altre organizzazioni palestinesi nel contesto della guerra di Gaza del 2014 (Operazione “Margine Protettivo”), consistenti principalmente nel lancio di missili sulla popolazione civile israeliana; crimini commessi nello stesso contesto dall’esercito israeliano, consistenti principalmente nel prendere di mira e uccidere civili palestinesi e nella distruzione di edifici civili; crimini commessi dall’esercito israeliano nel contesto della “Grande Marcia del Ritorno” del 2018 a Gaza, durante la quale i soldati hanno aperto il fuoco e ucciso circa 200 civili palestinesi e ferito molti altri; crimini commessi nel contesto della politica di colonizzazione del territorio palestinese, in particolare l’insediamento della popolazione civile ebraica israeliana.

L’Ufficio del Procuratore ha rilevato che nel corso delle indagini questi diversi fatti potrebbero essere integrati da altri. In effetti, sono stati identificati solo i crimini di guerra, mentre molti rapporti internazionali si riferiscono a crimini contro l’umanità, specialmente se si considera la politica di occupazione israeliana nel suo insieme. A questo proposito, si dovrà probabilmente prendere in considerazione l’esame del crimine di apartheid, in particolare alla luce dei recenti rapporti delle associazioni israeliane Yesh Din e B’Tselem [ONG impegnate nella testimonianza delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi nei territori occupati, ndtr.], che hanno stabilito l’esistenza di un crimine di apartheid imputabile all’autorità israeliana, tenendo conto di tutte le caratteristiche della politica di occupazione, che discrimina sistematicamente tra i coloni israeliani e la popolazione palestinese.

Il compito dell’Ufficio del Procuratore sarà ora quello di indagare in modo più accurato sui fatti più gravi e identificare le persone responsabili, nei cui confronti dovrebbe essere tenuto un processo. Da questo punto di vista la situazione sarà diversa per i sospetti palestinesi e israeliani. Per i primi, la Corte può fare affidamento sull’obbligo di cooperazione incombente sulla Palestina in quanto Stato contraente dello Statuto, che riguarderà sia l’indagine sui fatti che il possibile arresto delle persone nei cui confronti fossero mosse delle accuse. Per i crimini che coinvolgono funzionari israeliani, la situazione sarà più complicata, poiché Israele rifiuterà la cooperazione e ostacolerà l’accesso degli investigatori al territorio sia israeliano che palestinese. L’indagine dovrà quindi basarsi principalmente su informazioni fornite da altre fonti e da rapporti internazionali esistenti. Sarà anche estremamente difficile ottenere l’arresto di israeliani sospettati. Tuttavia, per gli aspetti più evidenti dei crimini commessi da governanti israeliani, come la politica di insediamento portata avanti in modo molto ufficiale, attraverso canali decisionali abbastanza facilmente identificabili, la determinazione della responsabilità penale individuale sarà normalmente più facile e potrà essere fatta risalire ai massimi livelli dello Stato. Anche se lo svolgimento di un processo all’Aia contro governanti israeliani potrebbe rivelarsi molto ipotetico, il semplice atto d’accusa o l’emissione di un mandato di arresto contro alti responsabili militari o politici israeliani avrebbe già una grande forza simbolica, probabilmente in grado di stabilire un certo grado di pressione sugli Stati occidentali, alleati dello Stato di Israele.

Sebbene la Camera sia stata attenta a limitare la portata della sua decisione al quadro rigoroso della Corte penale internazionale, è necessario notare che la posizione giuridica della Palestina sulla scena internazionale viene di conseguenza rafforzata. In primo luogo, la Palestina deve effettivamente essere considerata come uno Stato per tutti i procedimenti legali che è probabile che intraprenda davanti alla Corte Penale Internazionale o altrove (come i procedimenti pendenti dinanzi alla Corte internazionale di giustizia relativi al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme). In secondo luogo, e ancora più fondamentale, si riconosce che il diritto del popolo palestinese a uno Stato si applica a tutti i territori occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est. Sebbene la Camera abbia formalmente sottolineato che si stesse pronunciando solo sulla giurisdizione penale della Corte, in realtà la sua decisione si riferisce alla sostanza del diritto all’autodeterminazione e al quadro territoriale entro il quale debba essere esercitato. Viene quindi riconosciuto che i palestinesi “hanno diritto” a tutti i territori occupati al di là della linea verde [confine dello Stato di Israele dal 1949, sulla base degli accordi dell’armistizio tra Israele e Stati arabi, fino alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, ndtr.] e che le rivendicazioni territoriali di Israele a questo riguardo, che si sono recentemente manifestate attraverso i piani di annessione, sono infondate. Questo punto è cruciale nella prospettiva di qualsiasi soluzione, sia essa una soluzione a due Stati o a uno Stato.

La prosecuzione del processo di indagine dell’OTP richiederà probabilmente molti altri anni, quindi ci vorrà del tempo perché emergano risultati concreti. Ma il significato pratico e simbolico della decisione è già un dato di fatto.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quando la polizia uccide un colono, i coloni seminano il terrore tra i palestinesi

Orly Noy

24 gennaio 2021 – +972 magazine

Da quando il mese scorso un adolescente israeliano è stato ucciso dalla polizia nel corso di un inseguimento, in Cisgiordania i coloni hanno continuato ad esercitare la loro furia attaccando e costringendo alla fuga i palestinesi.

Il mese scorso, il 21 dicembre, la polizia israeliana ha condotto un inseguimento ad alta velocità vicino all’insediamento di Kochav Hashachar nella Cisgiordania occupata. L’auto inseguita trasportava diversi giovani coloni israeliani radicali sospettati di aver scagliato poco prima pietre contro veicoli palestinesi in transito. Secondo quanto riferito, durante l’inseguimento l’auto della polizia si è schiantata contro quella dei coloni, facendola capovolgere e uccidendo il sedicenne Ahuvia Sandak.

I principali uomini di governo di Israele si sono affrettate a esprimere la loro solidarietà alla famiglia Sandak. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha invitato i genitori di Sandak nel suo ufficio per esprimere le sue condoglianze; il ministro della giustizia Amir Ohana ha reso visita alla famiglia e ha promesso di “scoprire cosa sia realmente accaduto”; Il rabbino capo di Israele David Lau ha inviato una lettera accorata ai genitori.

La morte di Sandak ha scatenato una serie di proteste in Cisgiordania e Israele, seguite nei territori occupati da un’esplosione di violenza contro i palestinesi – che non avevano nulla a che fare con la morte di Sandak.

Secondo Yesh Din, una ONG israeliana che documenta le violazioni dei diritti umani in Cisgiordania, dopo la morte di Sandak i coloni israeliani hanno commesso 52 azioni violente contro i palestinesi. In 37 casi i coloni hanno bloccato gli incroci centrali lungo la Strada 60 – una delle autostrade nevralgiche della Cisgiordania – e hanno scagliato pietre contro le auto dei palestinesi. Yesh Din ha riferito che 14 palestinesi, di cui due minori, sono stati feriti nel corso degli attacchi con lancio di pietre. In 11 casi i coloni hanno invaso città palestinesi e hanno lanciato pietre contro i civili e [le loro] case. In occasione di tre episodi gruppi di coloni hanno attaccato dei contadini palestinesi che lavoravano la loro terra.

“I coloni le hanno lanciato una pietra in faccia”

Una dei minorenni palestinesi feriti nell’ultimo mese è una ragazzina di 11 anni di nome Hala Alqut, del villaggio di Madmeh, appena a sud di Nablus. Il 17 gennaio decine di coloni del vicino insediamento di Yitzhar, noto per per il suo violento fondamentalismo, hanno fatto irruzione nel villaggio e lanciato pietre contro le case. Il padre di Hala, Mashour, ha riferito che sua figlia era uscita per andare a casa di sua zia proprio un attimo prima dell’attacco. “L’hanno raggiunta fuori casa, e quando mia moglie è andata a salvarla dalle loro grinfie hanno aggredito anche lei”.

Hala è stata ferita al viso ed è stata portata all’ospedale Rafidia di Nablus per le cure.

Mashour, che lavora in Israele, ha ricevuto la notizia dell’attacco mentre era al lavoro. “Mia moglie mi ha telefonato piangendo e urlando: ‘Vieni a vedere cosa è successo alla ragazza – i coloni le hanno lanciato una pietra in faccia’. Mi sono spaventato moltissimo. Quando sono arrivato, ho visto i vetri rotti e le pietre dentro casa”.

La moglie di Mashour, insieme a Hala e ai loro altri tre figli – compreso un neonato – erano presenti quando ha avuto luogo l’attacco. “Hanno lanciato una pietra e hanno rotto la finestra che si trovava sopra la testa del bambino. Avrebbe potuto finire in una tragedia molto peggiore”, dice Mashour. Il trauma, aggiunge, ha fatto sì che Hala smettesse del tutto di parlare.

Il secondo minorenne ferito il mese scorso, un bambino di cinque anni, è stato colpito pochi giorni dopo da un sasso lanciato contro l’auto della sua famiglia mentre attraversava il bivio di Assaf, nei pressi di Ramallah.

Quando ho chiesto al portavoce della polizia israeliana se la polizia avesse programmato di effettuare degli arresti a seguito delle aggressioni, ho ricevuto la seguente risposta: “La polizia israeliana, insieme alle altre forze di sicurezza, è dispiegata nei vari assi viari principali e nelle zone di attrito in Giudea e Samaria (la Cisgiordania) per prevenire episodi di violenza, far rispettare la legge e mantenere l’ordine e la sicurezza pubblici”.

Il portavoce ha proseguito: “Per quanto riguarda l’incidente in cui il ragazzo è rimasto ferito, la polizia ha avviato un’indagine in cui sono state intraprese azioni investigative e raccolte prove, l’indagine è in corso”.

Stanno seduti nella mia casa al posto mio’

Nonostante il fatto che l’esercito israeliano abbia il controllo totale sui territori occupati, il compito delle indagini sugli atti criminali degli ebrei israeliani – anche quando sono commessi in Cisgiordania – spetta alla polizia. Anche questo fa parte del regime di apartheid di Israele, che mantiene due differenti sistemi giudiziari per due popolazioni, sulla base della loro nazionalità.

Tuttavia nella pratica né l’esercito né la polizia fanno molto per impedire i violenti pogrom compiuti dai coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. A volte di fatto addirittura collaborano.

Ho assistito a questa cooperazione tra le forze armate israeliane e i coloni sabato 23 gennaio, quando mi sono unito a un gruppo di attivisti per una protesta di solidarietà nelle colline di Hebron sud. Gli attivisti si sono recati nella zona per solidarizzare con una famiglia palestinese della comunità di Khirbet Tawamin, dopo che lo scorso giovedì i coloni avevano invaso l’area e li avevano cacciati con la forza dalla grotta in cui vivono. I coloni hanno preso possesso della loro casa per ore cantando intorno a un falò che avevano acceso appena fuori dalla grotta.

In un post sconvolgente su Facebook il giornalista e attivista Yuval Abraham, che trascorre gran parte del suo tempo con le comunità palestinesi nelle colline di Hebron sud, ha riportato la sua telefonata con Abu Mahmoud, uno degli abitanti di Tawamin, che ha descritto in tempo reale le modalità in cui i coloni hanno preso possesso della sua casa:

[…] Abu Mahmoud dice: ‘Perché non hai risposto? Ho cercato di contattare l’esercito e la polizia, non arrivano. La sua voce giunge soffocata e la linea si interrompe. Restiamo entrambi in silenzio, Nasser e io. Un silenzio di paura. Nasser dice che forse dovremmo andare, ma è chiaro che è terrorizzato. Sono terrorizzato anch’io. Proviamo a chiamare di nuovo Abu Mahmoud. Non c’è campo.

Un minuto dopo Abu Mahmoud chiama (di nuovo). ‘Mi hanno cacciato di casa. Sono entrati tutti, i coloni, e si sono seduti lì al posto mio. “Ci manda un video. L’intera famiglia è fuori. I coloni sono a casa sua. Dice: ‘Perché la polizia non è qui? Perché l’Amministrazione (Civile) non è qui? Vieni presto. E noi non sappiamo cosa fare. Ci avviciniamo. Nasser dice: Entriamo nella stradina che porta a casa sua. Rispondo che forse [è meglio] di no. Poi dico no. Solo per un tratto, insiste Nasser, e la imbocchiamo, con il mio piede che trema sull’acceleratore. Vediamo 15 auto con targa israeliana parcheggiate e un falò. ‘Torniamo indietro, torniamo indietro. È pericoloso , dice Nasser.

I coloni se ne sono andati dopo alcune ore e la famiglia è potuta tornare a casa.

Il giorno seguente Abraham è tornato alla grotta di Tawamin. Mentre si trovava seduto insieme alla famiglia, ha assistito a una chiamata tra un rappresentante dell’Amministrazione Civile – il braccio del governo militare israeliano che ha il controllo sui palestinesi nella Cisgiordania occupata – e uno dei membri della famiglia. Nel corso della telefonata, che è stata registrata integralmente e pubblicata su Local Call [sito di notizie in lingua ebraica co-fondato e co-redatto da Just Vision e 972 Advancement of Citizen Journalism, che pubblica anche +972 Magazine, ndtr.], il rappresentante ammonisce in arabo la famiglia di assicurarsi che né giornalisti né attivisti entrino nella grotta.

“Non createci problemi oggi. Inteso?” ha detto il funzionario. “Assicuratevi di non accogliere giornalisti o persone che oggi potrebbero venire a casa vostra per esprimere [la loro] solidarietà.”

Quando il componente della famiglia palestinese dice all’interlocutore di non volere problemi, ma che i soldati non si sono mai fatti vivi dopo essere stati chiamati ripetutamente, il rappresentante ha urlato di rimando: “Alla fine se ne sono andati, giusto? Quindi [ciò è] khalas (“sufficiente” in arabo). I coloni non verranno più lì. Quella è la tua terra e la grotta ti appartiene, giusto? Quindi resta nella grotta. Non portare giornalisti e un mucchio di persone e non creare problemi o espellerò te e loro, capito?”

Una battaglia infinita

Khirbet Tawamin si trova a pochi passi dal villaggio di al-Rakiz, dove i soldati israeliani sono arrivati ​​all’inizio di questo mese per confiscare un vecchio generatore che serviva gli abitanti, dopo che l’amministrazione civile vi aveva eseguito delle demolizioni. Mentre i soldati cercavano di portar via il generatore, Haroun Abu Aram, uno degli abitanti di Al-Rakiz, ha cercato di riprenderlo. Un soldato gli ha sparato al collo, lasciandolo paralizzato.

Gli attivisti che si recavano a Tawamin per la manifestazione di solidarietà del sabato sono stati fermati ad un posto di blocco improvvisato della polizia a 10 chilometri dal villaggio. Ci è stato mostrato un ordine delle IDF [esercito israeliano, ndtr.] che dichiarava l’area “zona militare chiusa” – un noto trucco che l’esercito usa per tenere i palestinesi e gli attivisti di sinistra lontani da zone della Cisgiordania. La polizia ci ha invitato a fare dietrofront e ad andarcene.

Abbiamo trovato un percorso per Khirbet Tawamin attraverso le splendide colline polverose, solo per incontrare – a 10 minuti dall’arrivo – un gruppo di soldati armati che ha mostrato un’ulteriore ordinanza di zona militare chiusa. Dopodiché i soldati ci hanno dispersi con granate assordanti fino a quando abbiamo raggiunto il fondovalle, dove si trova l’insediamento coloniale israeliano di Susya (adiacente all’omonimo villaggio palestinese).

Mentre eravamo intrappolati tra una zona militare chiusa dietro di noi e l’insediamento coloniale israeliano estremista davanti a noi, un gruppo di coloni con cani di grossa taglia si è avvicinato a noi. I soldati, che evitano a tutti i costi il ​​confronto con i coloni, ancora una volta hanno dichiarato chiusa l’area e ci hanno allontanati.

Siamo risaliti verso Tawamin. I soldati che ci seguivano hanno ribadito ancora una volta l’ordine e uno di loro, che parlava correntemente l’arabo, è andato a parlare con i membri della famiglia che avevano temporaneamente perso la loro casa e avevano paura di ciò che poteva ancora accadere. Si può solo supporre che il soldato abbia ripetuto ciò che il rappresentante dell’Amministrazione Civile aveva detto loro al telefono pochi giorni prima: manda via gli attivisti, altrimenti

Qualche minuto dopo la famiglia ci è venuta incontro, ci ha ringraziato per la nostra presenza e ci ha chiesto di andarcene “per evitare problemi”. Siamo andati via, ovviamente. Conosciamo bene questa esperienza: che siano i coloni ad essere arrabbiati con l’esercito, o l’esercito ad essere arrabbiato con gli attivisti di sinistra, sono sempre i palestinesi a pagarne il prezzo.

I palestinesi e gli attivisti israeliani sanno fin troppo bene che la battaglia contro la violenza dei coloni è continua e senza fine. Oggi, 24 gennaio, e nonostante le promesse dell’Amministrazione Civile, circa 30 coloni israeliani hanno invaso lo stesso identico punto in cui gli attivisti avevano cercato di protestare solo un giorno prima. L’esercito è arrivato e ha disperso i coloni.

Orly Noy

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa dal farsi. È membro del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti affrontano i tratti che intersecano e definiscono la sua identità di mizrahi [ebrei provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa, ndtr.], esponente femminile della sinistra, donna, migrante temporanea che vive dentro una perenne immigrata, e il dialogo costante tra loro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Perché Israele ha messo al bando Jenin, Jenin? Perché teme la narrazione palestinese.

Ramzy Baroud

19 gennaio 2021- Middle East Monitor

L’11 gennaio scorso il tribunale distrettuale israeliano di Lod ha deliberato a sfavore del regista palestinese Mahmoud Bakri, ordinandogli di pagare un cospicuo risarcimento ad un soldato israeliano accusato, insieme con l’esercito di Tel Aviv, di avere commesso crimini di guerra nel campo profughi di Jenin, Cisgiordania occupata, nell’aprile 2002.

Da come viene riportato dai media non solo israeliani, il caso sembrerebbe una questione relativamente semplice di diffamazione e quant’altro. Per chi ha invece familiarità con le narrazioni totalmente in conflitto fra di loro derivate dall’evento noto ai palestinesi come il “massacro di Jenin”, il verdetto del tribunale ha non soltanto sfumature politiche, ma anche implicazioni di tipo storico e intellettuale.

 

Bakri è un palestinese nato nel villaggio di Bi’ina, vicino alla città palestinese di Akka, che ora fa parte di Israele. È stato trascinato diverse volte in tribunali israeliani e pesantemente censurato dai principali media locali semplicemente perché ha osato mettere in discussione la versione ufficiale delle violenze avvenute nel campo profughi di Jenin quasi due decenni fa.

 

Il suo documentario Jenin, Jenin da adesso è ufficialmente vietato in Israele. Il film, che venne prodotto a pochi mesi di distanza da quell’evento frutto della violenza di Stato israeliana, di per sé non formula molte accuse. Ha messo però a disposizione dei palestinesi uno spazio prezioso dove potessero liberamente trasmettere con parole proprie ciò che era accaduto al loro campo profughi quando unità dell’esercito israeliano, con la copertura aerea fornita da caccia ed elicotteri d’attacco, rasero al suolo gran parte del campo, uccidendo decine di persone e ferendone centinaia.

Non dimentichiamoci che Israele pretende di essere una democrazia. Vietare un film, al di là di quanto il contenuto possa risultare inaccettabile per il governo, è assolutamente incompatibile con qualsiasi definizione di libertà di parola.

Mettere al bando Jenin, Jenin e incriminarne il regista, per ricompensare invece chi è accusato di avere compiuto crimini di guerra, è oltraggioso.

 

Per capire la decisione israeliana dobbiamo avere ben presenti due contesti: il primo è il sistema israeliano di censura che mira a zittire qualsiasi critica della sua occupazione e apartheid; il secondo è la paura israeliana di una narrazione palestinese veramente indipendente.

La censura israeliana iniziò fin dalla nascita nel 1948 dello Stato di Israele sulle rovine della madrepatria palestinese. I padri fondatori dello Stato di Israele costruirono nei minimi particolari e a loro vantaggio la storia della nascita dello Stato, cancellando quasi interamente la Palestina e i palestinesi dalla loro narrazione.

Il compianto intellettuale palestinese Edward Said dice questo nel suo articolo “Permission to Narrate” [Il Permesso di Raccontare, pubblicato nella London Review of Books nel febbraio 1984, ndtr.]: “La narrazione palestinese non ha mai trovato spazio nella storia ufficiale israeliana, se non nella forma dei “non-ebrei”, la cui presenza passiva in Palestina era una seccatura da ignorare o espungere.”   

Per garantire la cancellazione dei palestinesi dalla retorica ufficiale israeliana, la censura di stato si è evoluta fino a diventare uno dei progetti di questo tipo più attentamente custoditi e più raffinati al mondo. La complessità e la brutalità della censura sono arrivate al punto di processare e incarcerare poeti ed artisti per avere semplicemente messo in discussione l’ideologia fondante di Israele, il sionismo, o per avere composto poesie ritenute offensive della sensibilità israeliana. Se sono stati i palestinesi ad aver subito gli effetti della macchina sempre vigile della censura di Israele, persino qualche ebreo israeliano, incluse delle organizzazioni per i diritti umani, non ne è rimasto indenne.

 

Il caso di Jenin, Jenin, tuttavia, non rientra nella censura ordinaria. Esso costituisce piuttosto una dichiarazione, un messaggio per coloro che osino dar voce ai palestinesi oppressi dandogli così modo di rivolgersi direttamente al mondo. Agli occhi di Israele questi palestinesi rappresentano indubbiamente il pericolo maggiore, in quanto essi smontano la stratificata, elaborata quanto ingannevole retorica ufficiale, che prescinde dalla natura e dalla collocazione locale o temporale di qualunque evento contestato, a cominciare dalla Nakba (“Catastrofe”) del 1948.

Il mio primo libro, Searching Jenin: Eyewitness Accounts of the Israeli Invasion [Ricerca a Jenin: Testimonianze di Prima Mano dell’Invasione Israeliana, ndtr.] uscì quasi in contemporanea con Jenin, Jenin. Come il documentario, il libro cercava di bilanciare la propaganda ufficiale israeliana con i resoconti sinceri e strazianti di chi era sopravvissuto alla violenza scatenata contro il campo profughi. Mentre Israele non aveva l’autorità di proibire il libro, da parte loro i media e il mondo accademico ufficiale israeliani lo ignorarono totalmente oppure lo attaccarono con ferocia.

Certo, la contro-narrazione palestinese nei confronti della versione dominante israeliana, sia sul “massacro di Jenin” sia sulla seconda intifada, che era ancora in corso a quei tempi, fu modesta e in gran parte poggiò sull’impegno di pochi. Eppure, persino questi modesti tentativi di raccontare una versione palestinese furono considerati pericolosi e respinti con forza come irresponsabili, sacrileghi o antisemiti.

 

La vera forza di Israele – ma anche il suo tallone di Achille – sta nella capacità di progettare, costruire e difendere la sua personale versione della storia, anche se quella narrazione non è quasi mai coerente con qualsivoglia definizione ragionevole di verità. Nell’ottica di tale modus operandi persino contro-narrazioni scarne e senza pretese sono viste come minacce, in quanto creano falle in una costruzione intellettuale già di per sé priva di fondamenta.

L’attacco implacabile conclusosi con la messa al bando del film di Bakri su Jenin non è stato un semplice prodotto della censura israeliana, ma si spiega perché egli ha osato macchiare la sequenza storica così diligentemente fabbricata da Israele, che inizia con un “popolo senza terra” perseguitato che si sostiene sia arrivato in una “terra senza popolo”, dove esso “ha fatto fiorire il deserto”. Questi sono due dei più potenti miti fondanti di Israele.

Jenin, Jenin è un microcosmo di narrazione popolare che è riuscito a frantumare la ben foraggiata propaganda di Israele. In quanto tale ha mandato (e manda ancora) ai palestinesi, ovunque si trovino, il messaggio che persino la falsificazione israeliana della storia può venire sfidata e sconfitta.

Nel suo fondamentale Decolonising Methodologies: Research and Indigenous Peoples [La Decolonizzazione delle Metodologie: Ricerca e Popolazioni Indigene, ndtr], Linda Tuhiwai Smith [studiosa neozelandese, ndtr.] prende brillantemente in esame il rapporto fra storia e potere. Ella afferma che “la storia riguarda soprattutto il potere… È la storia dei potenti, di come lo siano diventati, e di come usino poi il proprio potere per mantenersi nelle posizioni che gli permettono di continuare a dominare gli altri.” È precisamente per questo che Jenin, Jenin e altri tentativi palestinesi di reclamare la propria storia devono essere censurati, vietati e puniti: perché Israele vuole mantenere l’attuale struttura di potere.

 

Se Israele prende di mira la narrazione palestinese, non lo fa semplicemente per contestare l’accuratezza dei fatti né per il timore che la “verità” possa richiamarlo all’obbligo di rispondere delle sue responsabilità giuridiche. Allo Stato coloniale non importano per niente i fatti e, grazie al sostegno dell’Occidente, esso rimane immune dai procedimenti penali internazionali. In realtà questo ha a che fare con la cancellazione della storia, di una patria, di un popolo: il popolo della Palestina.

Ciò nondimeno, un popolo palestinese con una narrazione collettiva coerente esisterà sempre, a dispetto della geografia, delle avversità fisiche e delle circostanze politiche. Ed è questo che Israele teme più di ogni altra cosa.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale del Middle East Monitor.

 

 

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)

 

 




Una Palestina post-Trump

Ahmed Abu Artema

Ahmed Abu Artema è un giornalista palestinese e un attivista per la pace.

17 gennaio 2021 – Al Jazeera

I palestinesi dovrebbero smettere di sperare in un cambio di politica a Washington e andare avanti con la loro lotta per la libertà.

Per decenni i palestinesi hanno sofferto sotto l’occupazione coloniale israeliana sostenuta e consentita dall’appoggio politico, finanziario e militare degli USA. Ciò ha permesso ad Israele di espandere progressivamente la sua occupazione e colonizzazione della Palestina, al punto che oggi solo circa il 5% della terra della Palestina storica è realmente controllato dai palestinesi.

Questo processo è proseguito per anni, pressoché indisturbato da un controllo internazionale, con la copertura del “processo di pace” di Washington e della sua autoproclamata posizione di mediatore tra le parti palestinese ed israeliana.

Tuttavia quando Donald Trump è diventato presidente USA nel 2017 ha interrotto questo processo di graduale colonizzazione accuratamente costruito. Ha adottato il programma israeliano più razzista ed estremista e ha cancellato la pratica consolidata di onorare formalmente i diritti dei palestinesi.

Al governo di destra israeliano è stato dato il via libera per fare ciò che voleva, mentre il presidente americano ha continuato a legittimare le sue azioni illegali e criminali. Questo ha di fatto accelerato la prassi di creare “fatti sul terreno” – cioè l’usurpazione della terra palestinese e la sovversione di ogni autorità politica palestinese, al punto che è diventato impossibile soddisfare le richieste dei palestinesi ed i loro diritti sono diventati irrilevanti.

Quindi che cosa significa per i palestinesi l’eredità di Trump?

Quattro anni di Trump

Anche se il Congresso USA nel 1995 approvò un disegno di legge che riconosceva Gerusalemme come capitale di Israele, le successive amministrazioni USA ne hanno rinviato l’applicazione a causa della mancanza di un accordo tra l’Autorità Nazionale Palestinese ed Israele sullo status della città santa.

Il 6 dicembre 2017 Trump ha trasformato in realtà ciò che era già sulla carta, emanando un ordine esecutivo di trasferimento dell’ambasciata USA in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Ciò è avvenuto il 14 maggio dell’anno seguente, che coincideva con il 70^ anniversario della Nakba e che Israele ha segnato con il massacro di decine di palestinesi a Gaza.

Qualche mese dopo Trump ha annunciato la cancellazione dei finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA). Questa non è stata solo una catastrofe per milioni di palestinesi che dipendono dall’agenzia per il cibo, l’istruzione e la sanità, ma è stato un tentativo di cancellare lo status di rifugiati dei palestinesi e, di conseguenza, il loro diritto al ritorno. Cercando di distruggere l’UNRWA, Trump stava eseguendo gli ordini del governo israeliano che per decenni ha fatto il possibile per impedire ai palestinesi colpiti dalla pulizia etnica di ritornare e rivendicare la propria terra.

Il diritto al ritorno è stato ulteriormente compromesso anche dall’ “accordo del secolo” proposto da Trump e da suo genero Jared Kushner. Mutuando il linguaggio delle precedenti “iniziative di pace” USA, la proposta prometteva “pace” e “prosperità” per i palestinesi, ma respingeva la maggior parte delle loro richieste, compresa l’autodeterminazione attraverso uno Stato palestinese sovrano. Intanto il 18 novembre 2019 il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha annunciato che il governo USA non considerava la costruzione delle colonie israeliane in Cisgiordania una violazione del diritto internazionale.

Nei suoi ultimi mesi da presidente, Trump non ha mancato di fare un altro generoso regalo ad Israele: la normalizzazione con gli Stati arabi. È stato un altro duro colpo per la causa palestinese.

In seguito alla seconda Intifada la Lega Araba – su iniziativa del defunto re saudita Abdullah – si era impegnata a normalizzare le relazioni con Israele solo in cambio della creazione di uno Stato palestinese sui confini del 1967, del ritorno dei rifugiati e del ritiro di Israele dalle Alture del Golan.

In agosto [2020] gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein hanno firmato accordi di normalizzazione con Israele, sotto l’egida dell’amministrazione Trump, senza pretendere alcuna concessione sulla questione palestinese del ritorno: il Marocco e il Sudan poco dopo hanno fatto altrettanto. E’stata una palese rottura con l’accordo arabo su “terra in cambio di pace”.

Così, alla fine della presidenza Trump, i palestinesi appaiono spogliati di tutto ciò di cui potevano esserlo.

Una Palestina post-Trump

La vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali USA di novembre sembra aver portato un certo ottimismo in alcuni ambienti palestinesi rispetto al fatto che gli USA modificheranno la propria politica verso i palestinesi. Non dimentichiamo che la politica di Trump non è mai stata in contraddizione con la tradizionale posizione di Washington sulla Palestina, che mostrava pieno e incondizionato appoggio allo Stato di Israele.

Aspettarsi che Biden cambierà qualcosa o rimedierà ai danni del suo predecessore è una follia. Di fatto lui e la sua squadra hanno ampiamente chiarito che non ribalteranno le decisioni di Trump, incluso il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme. La sua amministrazione non appoggerà la lotta dei palestinesi per la giustizia; non si adopererà per la loro liberazione, per la fine dell’occupazione israeliana, per lo smantellamento del regime di apartheid israeliano o per il ritorno dei rifugiati palestinesi nella loro patria.

La lezione che i palestinesi dovrebbero imparare dai quattro lunghi anni della presidenza Trump non deve poggiare sul fatto che un’amministrazione USA possa mai sostenere i loro interessi e diritti o diventare un arbitro obiettivo. L’élite politica americana è fautrice dell’occupazione e della colonizzazione israeliana della Palestina, tale è sempre stata e tale rimarrà in futuro. E, proprio come Trump, continuerà a concedere a Israele tutto quel che vuole, che sia la legittimazione dei suoi illegali furti di terra o un’illimitata fornitura di sofisticati armamenti da usare contro i palestinesi.

Appoggiato in pieno dagli USA, Israele continua a creare “fatti sul terreno”, a stabilire un dominio assoluto su tutta la Palestina storica e a rendere impossibile uno Stato palestinese. Ma c’è una cosa che Israele non è assolutamente in grado di fare, nonostante la sua potenza militare, le sue risorse finanziarie e l’illimitato sostegno da parte di una superpotenza: non può cancellare i palestinesi.

Sei milioni di palestinesi – privati della loro libertà e della loro patria – continuano a vivere nella Palestina storica. Milioni di altri palestinesi vivono nei vicini Paesi arabi e nella diaspora. La loro identità, la loro mera esistenza erodono giorno dopo giorno l’inganno che Israele ha usato per mascherare il proprio apartheid e presentarsi al mondo come un “modello di democrazia”. Più importante ancora, la vita e lo spirito dei palestinesi minano attivamente l’occupazione e l’apartheid israeliani.

I palestinesi subiscono terribili deprivazioni e soprusi da parte degli israeliani, ma sono tenaci. La loro stessa esistenza è diventata resistenza. E il tempo non è dalla parte del loro aguzzino. In questo momento Israele può sembrare un colonizzatore vittorioso, avendo eliminato quasi tutti gli ostacoli all’annessione della Cisgiordania. Ma la lotta palestinese sta facendo progressi. In un futuro non troppo lontano la giustizia prevarrà e i palestinesi otterranno la loro libertà.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Ahmed Abu Artema è un giornalista palestinese e un attivista per la pace. È autore del libro “Caos organizzato” e di numerosi articoli ed è uno dei promotori della Grande Marcia del Ritorno. È un rifugiato del villaggio di Al Ramla in Palestina.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il lavoratore Abdulfatah Obayat torturato e picchiato a morte da coloni di Gilo

StoptheWall

17 gennaio 2021 – Chronicle de Palestine

NB. L’articolo di Stop the Wall è del 18 dicembre 2020

I coloni israeliani hanno torturato e picchiato a morte un operaio palestinese sul luogo di lavoro nell’illegale colonia israeliana di Gilo. Il corpo di Abdulfatah Obayat è stato ritrovato mercoledì scorso, 16 dicembre 2020, in un edificio della colonia.

La Nuova Federazione Sindacale Palestinese considera questo efferato omicidio una delle forme di brutalità più flagranti a cui sono sottoposti i lavoratori palestinesi nelle imprese israeliane. Facciamo appello all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, alla Confederazione Sindacale Internazionale e ai sindacati perché considerino Israele e le sue imprese responsabili dei loro crimini contro i lavoratori palestinesi.

Appello all’azione

Abdulfatah Obayat, un padre trentasettenne originario di Betlemme, è stato trovato morto mercoledì in un edificio della colonia illegale di Gilo. Prima di venire ucciso, Obayat è stato crudelmente torturato da una banda di coloni israeliani fanatici.

Quando ha appreso la notizia della morte di Obayat, la sua famiglia ha pubblicato la dichiarazione che segue:

Abdulfatah è stato martirizzato dopo essere stato brutalmente aggredito da un gruppo di coloni mentre lavorava nella colonia di Gilo. Il corpo di Abdulfatah è stato ritrovato in un edificio: presentava tracce di colpi e aveva una corda attorno al collo.

Quando i coloni l’hanno ucciso, Abdulfatah non faceva altro che guadagnarsi da vivere.”

Mohammed al-Blaidi, segretario generale della Nuova Federazione Sindacale Palestinese, ha commentato in questo modo l’inumana uccisione di Obayat:

L’uccisione di Obayat si iscrive nel contesto della sistematica discriminazione eretta a sistema contro i lavoratori palestinesi nelle imprese israeliane. I nostri lavoratori subiscono regolarmente atti violenti di pestaggio e uccisione, sia da parte delle forze di occupazione israeliane che dei coloni. I maltrattamenti dei lavoratori palestinesi da parte di datori di lavoro israeliani sono un’altra forma di brutalità nei loro confronti, soprattutto in quanto non beneficiano di alcuna protezione con condizioni di lavoro disastrose e pericolose.

Dopo lo scoppio della pandemia COVID-19 gli imprenditori israeliani hanno arbitrariamente licenziato migliaia di lavoratori palestinesi negando in modo totale i loro diritti. Sfortunatamente, nel contesto di queste gravi violazioni dei loro diritti umani, non c’è un reale e concreto sostegno ai diritti dei nostri lavoratori. Facciamo appello ai sindacati di tutto il mondo perché considerino Israele responsabile di ciò boicottandolo e sanzionandolo.”

I coloni israeliani e le forze di occupazione torturano e assassinano impunemente i palestinesi. Il regime di apartheid di Israele, che sottomette i palestinesi al proprio sistema giudiziario discriminatorio, non punisce i crimini commessi dai coloni e dai soldati contro i lavoratori palestinesi.

In questa situazione di apartheid e di colonizzazione, considerare Israele responsabile delle sue continue violazioni dei diritti dei nostri lavoratori nelle imprese israeliane è un obbligo delle organizzazioni che difendono i diritti dei lavoratori in tutto il mondo.

Chiediamo immediatamente all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, alla Conferenza Sindacale Internazionale e ai sindacati di tutto il mondo di considerare Israele responsabile, unendosi al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), guidato dai palestinesi, e facendo una pressione efficace e urgente sui propri governi perché agiscano:

(1) dichiarando Israele Stato che pratica l’apartheid in base alla definizione della Convenzione delle Nazioni Unite sull’apartheid (1973) e chiedendo la riattivazione della Commissione Speciale delle Nazioni Unite contro l’apartheid.

(2) mettendo al bando i beni e servizi delle colonie israeliane e interrompendo ogni attività con le imprese israeliane e internazionali che operano nelle colonie israeliane e ne ricavano profitto.

(3) garantendo che la banca dati delle Nazioni Unite sulle imprese che svolgono attività legate alle colonie israeliane, pubblicata il 12 febbraio 2020, venga aggiornata e resa pubblica ogni anno in modo trasparente.

Il sistema israeliano di oppressione a tre livelli – apartheid, colonialismo di insediamento e occupazione – è un’impresa economica che si è sviluppata grazie allo sfruttamento di centinaia di migliaia di lavoratori palestinesi.

La decisione di Obayat e di molti altri di lavorare nelle colonie israeliane non è affatto il risultato di una libera scelta. Lo strangolamento dell’economia palestinese e le politiche israeliane che minano ogni sviluppo dell’economia palestinese creano gli alti tassi di disoccupazione e di povertà che obbligano i lavoratori come Obayat a cercare lavoro nelle colonie.

Il fatto di spogliare i palestinesi delle risorse economiche chiave, principalmente le loro terre e le loro risorse idriche, è una delle principali ragioni che li spingono a cercare lavoro nelle colonie israeliane. Senza terra né acqua, non è possibile alcuno sviluppo economico palestinese, né oggi né in futuro.

Per guadagnare da vivere a sé e alla propria famiglia, Obayat ha dovuto lavorare nella colonia di Gilo, edificata sulla terra rubata al suo popolo. Gilo, costruita sulle terre di Beit Jala, Beit Safafa e Sharafat, si trova a sud-ovest di Gerusalemme est.

Creata nel 1971 e attualmente abitata da circa 30.000 coloni illegali, Gilo gioca un ruolo nell’isolamento e nella ghettizzazione di Gerusalemme, in quanto la isola da Betlemme, da Hebron e dal resto della Cisgiordania occupata.

La colonia è stata costruita principalmente su una cava da cui provengono le pietre che i palestinesi hanno utilizzato per costruire numerose strutture a Betlemme e a Gerusalemme. Questa cava rappresentava la principale fonte di reddito per gli abitanti palestinesi della regione.

La colonia di Gilo ha anche ridotto di molto le attività agricole dei contadini di Al Walajeh. Come ogni colonia di questa regione, Gilo ha anche limitato l’accesso dei palestinesi alle risorse naturali, soprattutto all’acqua.

Nel contesto della diffusione della pandemia da COVID-19, Israele ne approfitta per preservare la propria economia sfruttando centinaia di migliaia di lavoratori palestinesi, riducendoli in condizioni di lavoro inumane e gravose.

Lo sfruttamento e i sistematici maltrattamenti dei lavoratori palestinesi prima e dopo la propagazione della pandemia sono un elemento fondamentale dell’apartheid e delle pratiche colonialiste di Israele, che non fanno che prosperare.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Israele deve essere sanzionato per aver rifiutato ai palestinesi le vaccinazioni contro il Covid-19.

David Hearst

14 gennaio 2021 – Middle East Eye

La politica di Israele sul vaccino contro il coronavirus lo pone in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e dovrebbe portare a sanzioni

Israele da tempo ha abbandonato l’argomentazione, tanto spesso sentita durante la costruzione del muro, secondo cui la sua espansione in Cisgiordania oltre i suoi confini del 1967 sia un atto di autodifesa.

L’annessione da parte di Israele, culminata lo scorso anno nella dichiarazione del progetto di annettere fino al 60% della Cisgiordania, oggi è inquadrata come l’adempimento di una profezia biblica, secondo cui gli ebrei espulsi dalla terra di Israele sono destinati a ritornarvi. Questo fondamentalismo si propaga in una miriade di modi ben oltre la comunità dei coloni e la destra nazional-religiosa.

Annessione e sovranità

Dalla frase “L’anno prossimo a Gerusalemme” cantata alla fine del Seder pasquale [festa rituale che segna l’inizio delle festività della Pasqua ebraica, ndtr.] ai tentativi di stabilire l’identità delle antiche pietre intorno alla Città Vecchia di Gerusalemme attraverso l’archeologia, all’uso delle parole bibliche Giudea e Samaria per definire la Cisgiordania, il piano per costruire uno Stato i cui confini riconosciuti si estendano un giorno dal fiume al mare [dal Giordano al Mediterraneo orientale, ndtr.] è più che mai condiviso.

Secondo questa logica, il territorio che la comunità internazionale riconosce come occupato dovrebbe invece essere definito conteso. Solo una piccola parte dei profughi palestinesi espulsi da questa terra verrebbe riconosciuta come tale.

L’annessione non è altro che un’estensione della sovranità.

Le parole politicamente marginali nel corso di un decennio sono diventate opinione corrente nel successivo. I sionisti progressisti [lala di centro-sinistra del movimento sionista, ndtr.] hanno reagito con orrore alla nomina di Tzipi Hotovely [del partito nazionalista e di destra Likud, sotto la guida di Netanyahu, ndtr.] come attuale ambasciatrice di Israele nel Regno Unito. L’ex ministra delle colonie ha detto, tra le altre cose: “Questa terra è nostra. È tutta nostra. Non siamo venuti qui per scusarci”. Ma Hotovely dall’estrema destra sta solo dicendo ad alta voce ciò che molti, sia laici che religiosi, ora credono sia un dato di fatto.

A sinistra non c’è una figura, dal defunto Amos Oz in poi, che sfidi la Legge del Ritorno [emanata in Israele nel 1970, stabilisce che qualsivoglia persona nel mondo può stabilirsi in Israele e acquisire così la cittadinanza israeliana se è in grado di dimostrare di essere ebrea, ndtr.], la quale alimenta questa spinta verso est, o che la veda come qualcosa di diverso da un atto di rinascita ebraica. Nessuna forma di binazionalismo liberale potrebbe funzionare, ha detto Oz, “tranne che in sei luoghi: Svizzera, Svizzera, Svizzera, Svizzera, Svizzera e … Svizzera”.

Ma le convinzioni fondamentaliste sul destino di Israele non sono applicate universalmente come a prima vista sembrerebbe.

La politica sul Covid-19

Ci sono momenti in cui ai ministri israeliani conviene rinunciare a qualsiasi discorso sull’estensione della sovranità sui palestinesi. Fanno anzi il contrario rimuovendola. Questo è uno di quei momenti.

Il ministero della Salute israeliano non sembra avere alcun piano né alcuna responsabilità per la vaccinazione dei palestinesi che sono sotto occupazione o nelle loro prigioni. Il Covid distingue nei fatti tra palestinesi e israeliani. Al 9 gennaio, ha riferito l’OLP [Organizzazione per la liberazione della Palestina, ndtr.], c’erano 165.000 casi attivi in ​​Palestina e Gerusalemme Est e 1.735 morti.

Mustafa Barghouti, un medico che fa parte del comitato sanitario palestinese sul Covid-19 ed ex ministro, ha scritto: “Ogni giorno vengono registrati più di 1.800 nuovi casi. Il tasso di contagio tra coloro che vengono sottoposti al test è nelle due aree [Palestina e Gerusalemme Est, ndtr.] del 30%, rispetto al 7,4% in Israele “.

Essendo diventato il primo Paese al mondo a vaccinare con la prima delle due dosi di somministrazione il 20% della sua popolazione, una percentuale dieci volte superiore a quella del Regno Unito e degli Stati Uniti, Israele si sta affermando come leader mondiale. Ma questa fretta si ferma davanti al muro, quando si tratta dei palestinesi sotto il suo controllo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha affermato che il ministero della Salute israeliano ha respinto una richiesta avanzata, in occasione di “contatti informali”, di vaccinare gli operatori sanitari palestinesi in prima linea. “Il ministero della Salute israeliano ha affermato che avrebbe esaminato questa opzione, ma che al momento non era in grado di fornire vaccini a causa della loro carenza in Israele”, ha detto Gerald Rockenschaub, funzionario dell’OMS, nelle vesti di inviato dell’organismo internazionale per i palestinesi.

Anche il ministro della Pubblica Sicurezza israeliano ha inizialmente deciso di non vaccinare i prigionieri palestinesi che sono detenuti in condizioni di affollamento con scarsa o nessuna protezione contro il virus. Ci sono 4.400 palestinesi nelle prigioni israeliane, tenuti in celle sovraffollate, con scarsa igiene, umidità e mancanza di aria fresca.

Condizioni in cui è impossibile praticare il distanziamento sociale, lavarsi le mani, indossare indumenti protettivi o disinfettare le celle. “Questo ha reso i prigionieri palestinesi estremamente vulnerabili. Dallo scoppio della pandemia 189 prigionieri sono risultati positivi. I prigionieri infettati dal virus hanno segnalato cure pessime, isolamento, un antidolorifico e un limone”, afferma il rapporto dell’OLP.

Giovedì, sotto la pressione del presidente israeliano Reuvin Rivlin, il ministro della Salute Yuli Edelstein ha ceduto, riferendo a NPR [National Public Radio è un’organizzazione indipendente no-profit comprendente oltre 900 stazioni radio statunitensi, ndtr.] che i prigionieri palestinesi avrebbero ricevuto il vaccino la prossima settimana. Rivlin gli ha detto che privare i prigionieri del vaccino violerebbe i valori democratici.

‘I nostri vicini’

Tuttavia questa stessa responsabilità da parte dello Stato di Israele non sembra valere per i palestinesi [che vivono] nelle aree sotto la sua occupazione. Edelstein li chiama, invece, “vicini” che dovrebbero in realtà imparare a prendersi cura di se stessi.

Edelstein ha dichiarato lunedì a Sky News: “Penso che abbiamo aiutato i nostri vicini palestinesi sin dalle prime fasi di questa crisi, comprese le attrezzature sanitarie, comprese le medicine, compresi i consigli, comprese le forniture”.

“Non credo che ci sia nessuno in questo Paese, qualunque sia la sua opinione, che possa immaginare che io, con tutta la buona volontà, sottragga ad un cittadino israeliano un vaccino per consegnarlo ai nostri vicini”.

L’uso della parola “vicino” per descrivere i palestinesi in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme è un’assurdità legale. Per stabilirlo, mi sono rivolto a Sir Geoffrey Bindman, avvocato della Corona [titolo giuridico onorifico britannico, ndtr.], uno degli esperti giuristi britannici in materia di diritti umani. Bindman ha esaminato le implicazioni legali internazionali della responsabilità di Israele di fornire il vaccino per il Covid-19 ai palestinesi sotto sua occupazione.

Egli ha sostenuto che sarebbero obbligati a farlo ai sensi dell’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, che stabilisce che Israele, in quanto potenza occupante, deve garantire “l’adozione e l’applicazione delle misure profilattiche e preventive necessarie per combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie”.

Egli ha dichiarato a MEE: “Israele ha degli obblighi su due livelli: l’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra impone obblighi al governo israeliano in quanto potenza occupante. L’etica medica richiede a tutti i membri della sua comunità professionale di non discriminare tra coloro che devono curare e di occuparsi di tutti i pazienti al meglio delle loro capacità“.

Bindman ha contestato la definizione dei palestinesi sotto la sua responsabilità come “vicini” da parte del ministro della Sanità israeliano.

“Non sono vicini di casa. Sono persone sotto occupazione e questo significa che Israele ha l’obbligo, sancito dalla Quarta Convenzione di Ginevra, di assicurarsi che siano adeguatamente curati. Israele ha violato la Convenzione di Ginevra in tutti i modi”.

Compromessa

L’Autorità Nazionale Palestinese, come sempre, è compromessa, divisa tra il suo desiderio di evidenziare le responsabilità di Israele e il suo evidente fallimento nel portare avanti le proprie. Le scadenze per l’arrivo del vaccino sono arrivate e passate, ma tale vaccino deve ancora materializzarsi. La ministra della Salute palestinese, Mai al-Kaila, ha annunciato che il suo ministero ha approvato il vaccino russo Sputnik V per l’uso d’emergenza in Palestina e che “non appena arriverà” sarà distribuito agli operatori sanitari, ai malati e agli anziani.

E il MOH [ministero della Salute palestinese] ha già ricevuto una lettera formale da AstraZeneca secondo cui i vaccini arriveranno “tra la metà e la fine” di febbraio. Dichiarazioni vaghe, ma ancora nessun piano per un programma di vaccinazione di massa. Il MOH afferma che sta lavorando con l’OMS e le società private per garantire il maggior numero di vaccini possibile, ma il divario tra parole e azioni non è mai stato così evidente.

Con l’indifferenza della comunità internazionale, ciò è destinato a persistere. I membri palestinesi della Knesset hanno fatto appello a Michael Lynk, relatore speciale delle Nazioni Unite, riguardo la responsabilità di Israele di distribuire vaccini nell’area che l’ONU designa come Territori Palestinesi Occupati (TPO).

“Nello specifico il governo israeliano dovrebbe rendere noto il numero di dosi riservate ai palestinesi nei territori occupati, fornire una tempistica specifica per il loro trasferimento, garantire che i vaccini assegnati alle popolazioni palestinesi siano della stessa qualità di quelli distribuiti ai cittadini israeliani, facilitare l’ingresso nei TPO di vaccini e dispositivi medici e revocare il blocco della Striscia di Gaza per garantire che il sistema sanitario palestinese possa funzionare correttamente”, ha scritto a Lynk il dottor Yousef Jabareen, a capo del comitato per le relazioni internazionali della Lista Unita [coalizione politica israeliana formata da partiti che rappresentano in prevalenza gli arabo-israeliani, ndtr.]

La comunità internazionale non solo ha accettato che Israele rimanga impunito rispetto al diritto internazionale, ma ne è diventata complice. La terza agenzia per la fornitura di aiuti sanitari ai palestinesi è l’UNWRA, i cui finanziamenti si sono prosciugati per opera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma anche dei suoi alleati arabi.

Gli aiuti degli Emirati Arabi Uniti all’UNWRA – $ 52 milioni [43 milioni di euro, ndtr.] nel 2018, sono stati ridotti a $ 1 milione [830.000 euro, ndtr.] nel 2020. Anche l‘Arabia Saudita ha tagliato, tra il 2018 e il 2020, i suoi finanziamenti di $ 20 milioni [17 milioni di euro, ndtr.].

Bindman lamenta la mancata applicazione del diritto internazionale e suggerisce che la risposta giusta della comunità internazionale sarebbe costituita dalle sanzioni da parte dei Paesi membri delle Nazioni Unite. “L’applicazione del diritto internazionale è estremamente debole perché dipende dalla volontà delle Nazioni che lo stanno violando di correggere i propri errori”.

Alla domanda se la saga del Covid sarebbe motivo valido per delle sanzioni contro Israele, Bindman ha risposto: “Assolutamente sì”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst

David Hearst è il redattore capo di Middle East Eye. Ha lavorato per The Guardian [quotidiano britannico indipendente, nato a Manchester nel 1821, con sede a Londra, ndtr.] come capo redattore agli esteri. Nel corso di una carriera durata 29 anni, ha scritto sulla bomba di Brighton [attentato da parte dell’IRA, Esercito Repubblicano Irlandese, nei confronti del primo ministro Margareth Thatcher avvenuto il 12 ottobre 1984 al Grand Brighton Hotel di Brighton, in Inghilterra, in cui la Thatcher rimase illesa ma morirono 5 esponenti del suo partito, ndtr.], sullo sciopero dei minatori, sulle reazioni lealiste in seguito all’accordo anglo-irlandese in Irlanda del Nord, sui primi conflitti dopo la scissione dall’ex Jugoslavia di Slovenia e Croazia, sulla fine dell’Unione Sovietica, sui fatti della Cecenia con lo scoppio dei relativi focolai di guerra. Ha descritto il declino morale e fisico di Boris Eltsin e le condizioni che hanno creato l’ascesa di Putin. Dopo l’Irlanda, è stato nominato corrispondente dall’Europa per Guardian Europe, quindi è passato nel 1992 alla sede editoriale di Mosca, prima di diventare capo redattore nel 1994. Ha lasciato la Russia nel 1997 per entrare nella redazione esteri, è diventato editorialista europeo e poi editorialista associato per il settore esteri. È entrato a far parte di The Guardian da The Scotsman [giornale scozzese con sede ad Edimburgo, ndtr.], dove ha lavorato come corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Siamo la più importante associazione israeliana per i diritti umani, e questo lo chiamiamo apartheid

Hagai El-Ad

martedì 12 gennaio 2021 – The Guardian

La sistematica promozione della supremazia di un gruppo di persone su un altro è profondamente immorale e deve finire.

Non si può vivere neppure un giorno in Israele/Palestina senza provare la sensazione che questo luogo sia stato costantemente ideato per privilegiare un popolo e solo esso: il popolo ebraico. Eppure metà di quanti vivono tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo sono palestinesi. Il divario tra queste situazioni vissute aleggia nell’aria, si espande, è ovunque su questa terra.

Non mi riferisco solo a dichiarazioni ufficiali che lo precisano, e ce ne sono tante, come l’affermazione nel 2019 del primo ministro Benjamin Netanyahu, secondo cui “Israele non è uno Stato per tutti i suoi cittadini”, o la legge fondamentale dello “Stato-Nazione”, che sancisce che “lo sviluppo della colonizzazione ebraica è un valore nazionale”. Quello a cui sto cercando di arrivare è una sensazione più profonda di persone come desiderabili o indesiderabili e una consapevolezza del mio Paese a cui sono stato esposto gradatamente dal giorno in cui sono nato ad Haifa. Ora è una presa di coscienza che non può più essere evitata.

Benché ci sia una parità demografica tra i due popoli che vivono qui, la vita è gestita in modo tale per cui solo una metà gode della grande maggioranza del potere politico, delle risorse del territorio, di diritti, libertà e protezione. È proprio una prodezza conservare simile negazione dei diritti. Ancor di più lo è venderla con successo come una democrazia (all’interno della “Linea Verde”, il confine dell’armistizio del 1949), a cui viene associata un’occupazione temporanea. Di fatto, un governo gestisce chiunque e qualunque cosa tra il fiume e il mare che ovunque sotto il suo controllo risponde allo stesso principio organizzativo e opera per far progredire e perpetuare la supremazia di un gruppo di persone, gli ebrei, su un altro, i palestinesi. Questo è apartheid.

Non c’è un solo centimetro quadrato nel territorio controllato da Israele in cui un palestinese e un ebreo siano uguali. Le uniche persone di prima classe sono i cittadini ebrei come me, e noi godiamo di questo status sia all’interno dei confini del 1967 che al di là, in Cisgiordania. Divisi dal differente status personale assegnato loro e dalle molte varianti di inferiorità a cui Israele li sottomette, i palestinesi che vivono sotto il dominio di Israele sono uniti dal fatto di essere tutti discriminati.

A differenza dell’apartheid sudafricano, l’applicazione della nostra versione, chiamatelo se volete apartheid 2.0, evita alcuni aspetti particolarmente sgradevoli. Non troverete cartelli “solo per bianchi” sulle panchine. Qui “proteggere il carattere ebraico” di una comunità, o dello Stato stesso, è uno degli eufemismi appena velati utilizzato per cercare di nascondere la verità. Però l’essenza è la stessa. Che in Israele le definizioni non dipendano dal colore della pelle non fa una differenza reale: è la situazione di superiorità che è al centro della questione, e che deve essere sconfitta.

Fino all’approvazione della legge sullo Stato-Nazione, la lezione fondamentale che Israele sembra aver appreso riguardo a come è finito l’apartheid sudafricano è stata evitare dichiarazioni e leggi troppo esplicite. Queste possono rischiare di provocare giudizi morali, ed eventualmente, dio ne scampi, conseguenze concrete. Al contrario la paziente, tranquilla e graduale accumulazione di prassi discriminatorie tende a evitare reazioni da parte della comunità internazionale, soprattutto se non si intendono onorare seriamente le sue norme e attese.

È così che la supremazia ebraica da entrambi i lati della Linea Verde è realizzata e applicata. Abbiamo progettato la composizione demografica della popolazione, lavorando per incrementare il numero di ebrei e limitare quello dei palestinesi. Ovunque Israele abbia il controllo abbiamo consentito l’immigrazione ebraica, con la cittadinanza automatica. Per i palestinesi è vero il contrario: ovunque ci sia il controllo di Israele, non possono acquisire lo stato civile, persino se la loro famiglia è di qui.

Abbiamo progettato il potere in modo da attribuire, o negare, diritti politici. Ogni cittadino ebreo ha diritto di voto (e ogni ebreo può diventare cittadino), ma meno di un quarto dei palestinesi sotto il controllo israeliano ha la cittadinanza e quindi vota. Il 23 marzo, quando gli israeliani andranno a votare per la quarta volta in due anni, non sarà una “festa della democrazia”, come spesso vengono definite le elezioni. Sarà invece un ennesimo giorno in cui i palestinesi privati di diritti vedranno come il loro futuro sarà determinato da altri.

Abbiamo progettato il controllo della terra espropriando vaste estensioni di terra palestinese, escludendoli dalla possibilità di beneficiarne o utilizzandole per costruire città, quartieri e colonie ebraici. All’interno della Linea Verde lo abbiamo fatto da quando è stato fondato lo Stato, nel 1948. A Gerusalemme est e in Cisgiordania lo abbiamo fatto da quando le abbiamo occupate, fin dal 1967. Il risultato è che le comunità palestinesi, ovunque tra il fiume e il mare, devono affrontare una situazione di demolizioni, espulsioni, impoverimento e sovraffollamento, mentre le stesse risorse della terra sono destinate a nuove aree di sviluppo urbano per gli ebrei.

E abbiamo progettato, o meglio limitato, gli spostamenti dei palestinesi. La maggior parte di loro, che non sono né cittadini né residenti, dipende da permessi e posti di controllo israeliani per viaggiare all’interno di un’area e tra una zona e l’altra, così come per andare all’estero. Per i due milioni della Striscia di Gaza le restrizioni agli spostamenti sono più severe: non è semplicemente un bantustan [territori che nel Sudafrica dell’apartheid, venivano destinati alla popolazione nativa, ndtr.], in quanto Israele ne ha fatto una delle prigioni all’aria aperta più grandi sulla Terra.

Haifa, la mia città natale, dal 1948 vive una situazione di parità demografica. Dei circa 70.000 palestinesi che vi vivevano prima della Nakba [la Catastrofe, l’espulsione dei palestinesi nel 1948, ndtr.], ne venne lasciato in seguito meno del 10%. Da allora sono passati ormai 73 anni, e adesso Israele/Palestina è una realtà bi-nazionale con parità demografica. Io sono nato qui. Voglio, cerco di rimanervi. Ma voglio, pretendo di vivere in un futuro molto diverso.

Il passato è fatto di traumi e ingiustizie. Nel presente, sono riprodotte costantemente ancor più ingiustizie. Il futuro deve essere radicalmente diverso, il rifiuto della supremazia, costruito sull’impegno per la giustizia e per la nostra comune umanità. Chiamare le cose con il loro nome, apartheid, non è un momento di disperazione, ma di chiarezza morale, un passo sul lungo cammino ispirato dalla speranza. Vedi la realtà per quello che è, chiamala col suo nome senza infingimenti, e contribuisci a realizzare un futuro giusto.

Hagai El-Ad è un attivista israeliano per i diritti umani e direttore esecutivo di B’Tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr.]

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Joe Biden dovrebbe smetterla con la farsa americana sulle armi nucleari israeliane ‘segrete’

Desmond Tutu

1° gennaio 2021 – The Guardian

Bisogna finirla con questa buffonata e con le enormi somme di aiuti a un Paese con politiche oppressive contro i palestinesi

Al momento del loro insediamento, le ultime quattro amministrazioni USA hanno seguito un rituale iniquo. Si sono tutte dichiarate d’accordo a disattendere la legge americana firmando missive segrete e stipulando così che non ammetteranno qualcosa che tutti sanno: che Israele ha un arsenale di armi nucleari.

Uno dei motivi è per impedire alla gente di focalizzarsi sulla capacità di Israele di polverizzare decine di città. Questo rifiuto di fronteggiare la minaccia posta dallo spaventoso arsenale israeliano dà un senso di potere e impunità al suo primo ministro, Benjamin Netanyahu, e permette a Israele di dettare agli altri le proprie condizioni.

Ma un altro effetto della strategia dello struzzo dell’amministrazione USA è evitare che l’America applichi le proprie leggi che richiedono la fine della generosità dei contribuenti verso chi contribuisce alla proliferazione di armi nucleari.

Israele infatti è uno di questi Stati. Ci sono prove schiaccianti che negli anni ’70 si offrì di vendere armi nucleari al regime di apartheid in Sudafrica e che condusse persino congiuntamente un test nucleare. Il governo USA ha tentato di occultare questi fatti. Inoltre [Israele] non ha mai firmato il trattato di non-proliferazione nucleare.

Eppure gli USA e i governi israeliani hanno promosso l’invasione dell’Iraq sulla base di menzogne future esplosioni nucleari. Mordechai Vanunu, un tecnico nucleare israeliano che ha fatto la spia, ha detto: le armi nucleari non erano in Iraq, sono in Israele.

Gli emendamenti apportati al Foreign Assistance Act dagli ex senatori Stuart Symington e John Glenn vietano agli USA di fornire assistenza economica e militare a Stati che contribuiscono alla proliferazione nucleare e a quelli che acquistano armi nucleari. Jimmy Carter, quando era presidente, aveva invocato tali misure contro India e Pakistan.

Ma nessun presidente l’ha fatto nei confronti di Israele. Anzi, l’opposto. Dai tempi del presidente Richard Nixon c’è stato un accordo verbale di accettare “l’ambiguità sul nucleare”, accordando in pratica a Israele impunemente il potere che viene dagli armamenti nucleari. E, secondo il settimanale New Yorker, il presidente Bill Clinton ha inviato queste lettere segrete. 

Presidenti e politici statunitensi si sono rifiutati di ammettere che Israele ha armi nucleari, benché la legge ammetta un’esenzione che permetterebbe la continuazione dei finanziamenti se il presidente certificasse al Congresso che l’aiuto a un Paese che contribuisce alla proliferazione nucleare è di vitale interesse per gli USA.

Il prodotto interno lordo pro-capite di Israele è paragonabile a quello del Regno Unito. Ciononostante i contribuenti americani sovvenzionano Israele più di ogni altro Paese. Nel corso degli anni e tenendo conto dell’inflazione, il totale reso pubblico si avvicina ora ai 300 miliardi di dollari.

Questa farsa deve finire. Il governo USA dovrebbe applicare le proprie leggi e tagliare i finanziamenti a Israele dell’acquisizione e della proliferazione di armi nucleari da parte sua.

L’amministrazione entrante di Biden dovrebbe riconoscere onestamente che Israele è uno Stato leader nello sponsorizzare la proliferazione nucleare in Medioriente e implementare correttamente la legge USA. Altri governi, e in particolare quello del Sudafrica, dovrebbero insistere sul rispetto delle leggi e su un disarmo effettivo e sollecitare immediatamente e con assoluta fermezza il governo USA ad agire.

L’apartheid è stato abominevole in Sudafrica ed è abominevole quando Israele pratica la propria forma di apartheid contro i palestinesi, con checkpoint e un sistema di politiche repressive. Inoltre, un’altra legge USA, la Leahy law, proibisce aiuti militari a governi che violano sistematicamente i diritti umani. 

È molto probabile che uno dei motivi per cui la versione israeliana di apartheid è sopravvissuta a quella sudafricana è che Israele è riuscito a mantenere il sistema di oppressione non solo usando le armi dei soldati, ma anche tenendo la pistola nucleare puntata alla tempia di milioni di persone. La soluzione non sta nel cercare di far avere tali armi a palestinesi e altri arabi. La soluzione sono pace, giustizia e disarmo. 

Il Sudafrica ha capito che poteva avere vera pace e giustizia tramite la verità che avrebbe portato alla riconciliazione. Non succede niente fino a quando non ci si confronta onestamente con la verità e ci sono poche verità più importanti con cui fare i conti che l’arsenale di armi nucleari nelle mani di un governo in cui vige l’apartheid.

Desmond Tutu, vincitore del premio Nobel per la pace, è stato arcivescovo di Città del Capo e presidente della Commissione Verità e Riconciliazione del Sudafrica dal 1996 al 2003.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il vaccino per il COVID-19: un’altra brutta faccia dell’apartheid israeliano

Yumna Patel

28 DICEMBRE 2020 – Mondoweiss

La distribuzione del vaccino per il COVID-19 illustra perfettamente il sistema dell’apartheid di Israele.

Quasi 400.000 israeliani sono già stati vaccinati contro il coronavirus e nelle prossime settimane altre decine di migliaia sono in procinto di esserlo.

Israele è stato uno dei primi Paesi al mondo ad iniziare a distribuire il vaccino per il COVID-19 alla sua popolazione e, secondo Our World in Data [Il nostro mondo in cifre, ndtr.], edito dall’Università di Oxford, è attualmente il secondo al mondo per numero di vaccinazioni pro capite.

Secondo i media israeliani il ministero della Sanità di Israele intende vaccinare già nel corso di questa settimana 100.000 israeliani al giorno e il primo ministro Benjamin Netanyahu si è spinto a sostenere che Israele sarà fuori pericolo “entro poche settimane”.

 

Il mese scorso Israele si è assicurato 8 milioni di dosi del vaccino Pfizer, sufficienti a coprire quasi la metà della popolazione di 9 milioni di israeliani, poiché ogni persona necessita di due dosi. Tra coloro che hanno il diritto di ricevere il vaccino dal governo israeliano ci sono i quasi 2 milioni di cittadini palestinesi di Israele.

Tuttavia, gli oltre 5 milioni di palestinesi che vivono sotto il controllo dell’occupazione israeliana nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza, non sono autorizzati a ricevere il vaccino.

Le disparità tra i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana e i cittadini israeliani sono costanti, semplicemente un dato di fatto della vita quotidiana in Israele e Palestina – le leggi che favoriscono gli israeliani rispetto ai palestinesi e i sistemi che discriminano fortemente questi ultimi sono all’ordine del giorno e ampiamente documentati.

Il sistema di apartheid in base al quale Israele opera all’interno del territorio occupato, tuttavia, non potrebbe essere meglio dimostrato come nel caso del vaccino per il COVID-19: chi ottiene o no il vaccino è una semplice questione di nazionalità.

Dobbiamo in primo luogo essere molto chiari: con l’occupazione militare in Cisgiordania e con l’effettivo controllo israeliano di Gaza Israele è legalmente obbligato dal diritto internazionale a provvedere alla loro [dei palestinesi] assistenza sanitaria”, ha riferito a Mondoweiss la dott.ssa Yara Hawari, analista capo redattrice di Al -Shabaka: The Palestinian Policy Network [organo di informazione che sostiene il dibattito sui diritti e l’autodeterminazione dei palestinesi, ndtr.].

Israele è legalmente obbligato a fornire quel vaccino ai palestinesi sotto occupazione. Sappiamo che [Israele] non lo ha fatto”, dice, aggiungendo che Israele attribuisce tale responsabilità all’ANP [Autorità Nazionale Palestinese] quale fornitore dei servizi per i palestinesi.

Ciò costituisce una preoccupazione concreta“, riferisce Hawari a Mondoweiss. “Sappiamo che, se assegnato alla sola ANP, probabilmente sarà un processo molto lento.

Il “de-sviluppo” del sistema sanitario palestinese

A differenza del governo israeliano, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non è stata in grado di garantire la quantità di vaccini necessaria per trattare gli oltre 3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e i 2 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza.

Mentre i funzionari dell’ANP hanno sostenuto di attendersi l’inizio dell’acquisizione dei vaccini nel corso delle prossime due settimane tramite l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), hanno [anche] affermato che potrebbero passare mesi prima che il vaccino venga distribuito alla popolazione.

Ancora non si conosce il tipo e la quantità di vaccini che i palestinesi riceveranno, poiché per la fornitura essi fanno molto affidamento sulle donazioni internazionali, e il governo palestinese non ha la capacità infrastrutturale per conservare vaccini come quello Pfizer alle basse temperature richieste.

Nel frattempo, i palestinesi continuano a vivere tra periodi interminabili di isolamento, mentre il virus imperversa in tutti i Territori Palestinesi Occupati, con tassi giornalieri di infezione dell’ordine delle migliaia e tassi di mortalità giornaliera a doppia cifra.

Hawari sostiene che l’incapacità dell’Autorità Palestinese di procurarsi e immagazzinare i vaccini, insieme al suo precario sistema sanitario, è una conseguenza dei decenni di danni che l’occupazione israeliana ha arrecato alle infrastrutture palestinesi.

“C’è questo ricorrente luogo comune secondo cui la ragione per cui il sistema sanitario palestinese o altri servizi come l’istruzione sono inefficienti e non stanno facendo il loro lavoro sarebbe legata all’incompetenza da parte del popolo palestinese o della sua cultura – questa opinione secondo cui essi sarebbero stupidi e non in grado di governare “, dice Hawari.

“Ovviamente non è così. Il regime israeliano ha sistematicamente preso di mira il sistema sanitario palestinese e ha contribuito al suo de-sviluppo“, afferma. “I palestinesi sono stati costretti a fare affidamento ad aiuti esterni e gli è stato impedito di essere autosufficienti da parte dell’occupazione [israeliana], con la compiacenza della comunità internazionale.

L’esempio più lampante di ciò, afferma Hawari, è Gaza, dove il sistema sanitario è da anni sull’orlo del collasso e non è stato in grado di resistere ad anni di bombardamenti e offensive israeliane.

Da anni gli ospedali di Gaza non sono in grado di occuparsi di ferimenti e malattie. Non potevano farcela prima del COVID, e ora il COVID ha esasperato la situazione rendendola dieci volte peggiore “.

L’apartheid in funzione

Mentre i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza non riceveranno vaccini dal governo israeliano, le centinaia di migliaia di coloni israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania vengono vaccinati ogni giorno.

Gli attivisti palestinesi e i loro sostenitori hanno lanciato l’allarme per la forte disparità tra chi viene vaccinato e chi no, affermando che questo non è altro che apartheid.

Quando si parla di cose come il vaccino per il COVID-19, “sembra esserci una falsa distinzione tra Israele e Palestina”, dice Hawari. “In realtà si tratta di un’unica entità in cui le persone [che si trovano] all’interno di quello spazio vengono trattate in modo diseguale.”

“Esiste un’enorme quantità di rapporti reciproci tra le popolazioni, ma livelli di potere totalmente squilibrati”, prosegue Hawari, indicando le decine di migliaia di lavoratori palestinesi che lavorano ogni giorno all’interno di Israele e delle colonie.

“L’economia israeliana fa affidamento su quella [forza lavoro]. Riceveranno anche il vaccino?” domanda. “In caso contrario ciò rappresenterebbe un rischio per Israele. Siamo popolazioni totalmente interconnesse, come avviene nelle popolazioni coloniali “.

È necessario fornire il vaccino a tutti e non dovrebbe esserci un’eccezione per la Palestina. Qualcuno lo ha detto perfettamente: non saremo al sicuro finché tutti non avranno accesso al vaccino. Questo non è un virus che conosce confini”.

Per quanto alcuni funzionari israeliani abbiano ventilato la possibilità di fornire in caso di necessità alcuni vaccini all’Autorità Nazionale Palestinese, Hawari ammonisce di non lasciarsi ingannare dalle false manifestazioni di generosità di Israele, affermando: “Sappiamo che presenteranno tale mossa come un grande atto di benevolenza e di cooperazione internazionale, ma essi non soddisferanno nemmeno i requisiti minimi previsti dal diritto internazionale”.

Hawari sottolinea il fatto che nel bel mezzo della pandemia i palestinesi hanno “visto molto poco dal regime israeliano in termini di aiuti e sostegno ai palestinesi e alla loro lotta contro il virus. E quando finalmente si sono coordinati per consentire forniture provenienti da donazioni internazionali, ciò è stato elogiato come una meravigliosa forma di cooperazione, quando è il minimo che gli si possa chiedere”.

“Abbiamo visto Israele fare ciò per decenni – Israele viene costantemente elogiato per aver permesso ai malati di cancro di Gaza di recarsi a Tel Aviv per il trattamento, ma fondamentalmente – dice – essi stanno imponendo l’assedio che impedisce a centinaia di abitanti di Gaza di ottenere le cure necessarie”.

“È un girare intorno molto abile su qualcosa che dovrebbero fare, ma che non fanno.”

Oltre alle domande sul destino dei palestinesi dei TPO riguardo l’arrivo del vaccino, attivisti palestinesi e organizzazioni per i diritti hanno espresso preoccupazione per la potenziale emarginazione delle comunità palestinesi in Israele in occasione della pratica della vaccinazione.

All’inizio della pandemia organizzazioni come Adalah [Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele, ndtr.] hanno criticato il governo israeliano per aver emarginato le comunità palestinesi in luoghi come Gerusalemme est, dove gli ambulatori per i test sul coronavirus erano scarsi o addirittura inesistenti.

Hawari è certa che “assisteremo di nuovo a quei comportamenti” durante la procedura delle vaccinazioni.

“È ancora presto e il vaccino è appena uscito, ma se osserviamo la programmazione, [Israele] li distribuirà [i vaccini] negli ambulatori. E sappiamo che, naturalmente, nei villaggi e nelle città palestinesi del ’48 [cioè in territorio israeliano, ndtr.] il sistema sanitario è privato, quindi ci sono meno ambulatori e operatori sanitari, per cui – afferma – in quelle aree le procedure saranno più lente”.

“Sarà facile per il governo israeliano ignorarlo e dire ‘ogni cittadino israeliano è trattato allo stesso modo’, ma se guardiamo alla geografia, quelle comunità palestinesi sono state volontariamente ignorate riguardo le strutture sanitarie, gli ambulatori, e altre istituzioni essenziali”.

La Palestina e il sud del mondo

Mentre decine di Paesi in tutto il mondo, come Israele, Stati Uniti, Regno Unito e Paesi dell’UE iniziano a distribuire i loro vaccini alla popolazione, luoghi come la Palestina e altri Paesi del “Sud del mondo” sono rimasti indietro.

Anche prima che i vaccini arrivassero sul mercato, le Nazioni ricche hanno cominciato a fare scorta dei più promettenti vaccini contro il coronavirus. Secondo organizzazioni come Amnesty International e Oxfam si stima che, nonostante ospitino solo il 14% della popolazione mondiale, le Nazioni ricche abbiano già acquistato il 54% delle scorte totali dei vaccini più promettenti al mondo.

Amnesty International ha affermato che entro la fine del 2021 le Nazioni più ricche avranno acquistato dosi di vaccino sufficienti per “vaccinare l’intera popolazione tre volte”, mentre circa 70 Paesi poveri “saranno in grado di vaccinare contro il COVID-19 solo una persona su dieci”.

“Ciò che sta accadendo a livello globale è fortemente esplicativo delle disuguaglianze strutturali che esistono in tutto il mondo”, afferma Hawari. “Luoghi come Gaza, dove è persino difficile mantenere i requisiti sanitari di base e il distanziamento sociale, dovrebbero avere la priorità al fine di prevenire la diffusione. Ma ovviamente non avranno la priorità a causa del predominio delle strutture di oppressione”.

“Il COVID ha messo in evidenza in tutto il mondo sistemi di disuguaglianza“, continua Hawari, e afferma di ritenere “quasi impossibile avere all’interno di questi sistemi giustizia e parità in campo sanitario”.

“Un passo nella giusta direzione, in particolare per quanto riguarda la Palestina, sarebbe che i palestinesi ricevessero immediatamente il vaccino, perché vivono un’esistenza precaria e costituiscono una comunità vulnerabile”, sostiene Hawari. “Questa priorità non dovrebbe essere esclusiva dei palestinesi, ma anche di altri Paesi del Sud del mondo. L’accesso all’assistenza sanitaria non dovrebbe dipendere dal fatto che sia o meno possibile permetterselo”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)