Comunicato Relatori speciali ONU contro l’annessione,l’apartheid e l’occupazione

Ginevra 16 giugno 2020

Comunicato Esperti Onu

L’annessione israeliana di parti della Cisgiordania palestinese violerebbe il diritto internazionale – gli esperti dell’ONU chiedono alla comunità internazionale che ne paghi le conseguenze.

GINEVRA (16 giugno 2020) – Oggi esperti dell’Onu hanno detto che l’accordo del nuovo governo di coalizione di Israele per annettere dopo il 1° luglio ampie zone della Cisgiordania palestinese occupata violerebbe un principio fondamentale del diritto internazionale e deve essere contrastato in modo efficace dalla comunità internazionale. Quarantasette degli inviati indipendenti per le procedure speciali nominati dalla Commissione per i diritti umani hanno rilasciato la seguente dichiarazione:

L’annessione dei territori occupati è una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite e delle Convenzioni di Ginevra ed è contraria alle norme fondamentali più volte affermate dal Consiglio di Sicurezza e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, secondo cui l’acquisizione di territori con la guerra o con la forza è inammissibile.

La comunità internazionale ha vietato l’annessione proprio perché incita a guerre, devastazioni economiche, instabilità politica, sistematiche violazioni dei diritti umani e diffuse sofferenze.

I piani dichiarati da Israele per l’annessione estenderebbero la sovranità su gran parte della Valle del Giordano e su tutti gli oltre 235 insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. Ciò equivarrebbe a circa il 30% della Cisgiordania. L’annessione di questo territorio è stata approvata dal Piano Americano di Pace per la Prosperità, reso noto alla fine di gennaio 2020.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato in molte occasioni che l’occupazione israeliana, che risale a 53 anni fa, è fonte di gravissime violazioni dei diritti umani contro il popolo palestinese. Queste violazioni includono confisca di terre, violenza dei coloni, leggi di pianificazione urbanistica discriminatorie, confisca delle risorse naturali, demolizione delle case, trasferimento forzato della popolazione, uso eccessivo della forza e tortura, sfruttamento del lavoro, violazioni estese dei diritti alla privacy, restrizioni sui media e sulla libertà di espressione, prendere di mira le donne attiviste e i giornalisti, detenzione di minorenni, avvelenamento da esposizione a rifiuti tossici, sfratti ed espulsioni forzate, deprivazione economica e povertà estrema, detenzione arbitraria, mancanza di libertà di movimento, insicurezza alimentare, applicazione discriminatoria delle leggi e imposizione di un sistema a due livelli di diritti politici, legali, sociali, culturali ed economici diversi in base all’etnia ed alla nazionalità. I difensori dei diritti umani palestinesi e israeliani, che portano pacificamente l’attenzione dell’opinione pubblica su queste violazioni, sono calunniati, criminalizzati o etichettati come terroristi. Soprattutto, l’occupazione israeliana ha significato la negazione del diritto all’ autodeterminazione dei palestinesi.

Dopo l’annessione queste violazioni dei diritti umani non farebbero che intensificarsi. Ciò che rimarrebbe della Cisgiordania sarebbe un Bantustan palestinese, isole di territorio completamente scollegate, circondate da Israele e senza alcun legame territoriale con il mondo esterno. Recentemente Israele ha promesso che manterrà il controllo permanente della sicurezza tra il Mediterraneo e il fiume Giordano. Quindi il giorno dopo l’annessione sarebbe la cristallizzazione di una realtà già di per sé ingiusta: due popoli che vivono nello stesso spazio, governati dallo stesso Stato, ma con diritti profondamente disuguali. Questa è la visione di un’apartheid del XXI secolo.

Già per due volte in precedenza Israele ha annesso territori occupati – Gerusalemme Est nel 1980 e le Alture del Golan siriane nel 1981. In entrambe le occasioni il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha immediatamente condannato le annessioni come illegali, ma non ha preso alcuna contromisura significativa per opporsi alle azioni di Israele.

Allo stesso modo, il Consiglio di Sicurezza ha ripetutamente criticato le colonie israeliane in quanto flagrante violazione del diritto internazionale. Tuttavia, la sfida di Israele a queste risoluzioni e il suo continuo rafforzamento delle colonie è rimasto senza risposta da parte della comunità internazionale.

Questa volta deve essere diverso. La comunità internazionale ha la grave responsabilità giuridica e politica di difendere un ordine internazionale basato su regole, di opporsi alle violazioni dei diritti umani e dei principi fondamentali del diritto internazionale e di dare attuazione alle sue numerose risoluzioni che criticano la condotta da parte di Israele durante questa prolungata occupazione. In particolare, gli Stati hanno il dovere di non riconoscere, aiutare o assistere un altro Stato in qualsiasi forma di attività illegale, come l’annessione o la creazione di insediamenti civili in territorio occupato. Le lezioni del passato sono chiare: le critiche senza conseguenze non impediranno l’annessione né porranno fine all’occupazione.

La responsabilizzazione e la fine dell’impunità devono diventare una priorità immediata per la comunità internazionale. Essa ha a sua disposizione un’ampia gamma di misure di responsabilizzazione che sono state ampiamente applicate e con successo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU in altre crisi internazionali negli ultimi 60 anni. Le misure di responsabilizzazione che vengono selezionate devono essere prese in piena conformità con il diritto internazionale, essere proporzionate, efficaci, soggette a revisione periodica, coerenti con i diritti umani, umanitari e con il diritto dei rifugiati, progettate per annullare le annessioni e por fine all’occupazione e al conflitto in modo giusto e duraturo. I palestinesi e gli israeliani non meritano di meno.

Esprimiamo grande rammarico per il ruolo degli Stati Uniti d’America nel sostenere e incoraggiare i piani illegali di Israele per l’ulteriore annessione dei territori occupati. Negli ultimi 75 anni in molte occasioni gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante nel promuovere i diritti umani a livello mondiale. In questa occasione dovrebbero opporsi decisamente all’imminente violazione di un principio fondamentale del diritto internazionale, piuttosto che favorirne concretamente la violazione”.

(*) Gli esperti:

Mr. Michael Lynk, Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian Territory occupied since 1967; Ms. Agnès Callamard, Special Rapporteur on extrajudicial, summary or arbitrary executions; Mr. Ahmed Reid (Chair), Ms. Dominique Day, Mr. Michal Balcerzak, Mr. Ricardo A. Sunga III, and Mr. Sabelo Gumedze, Working Group of experts on people of African descent;Ms. Alena Douhan, Special Rapporteur on the negative impact of the unilateral coercive measures on the enjoyment of human rights; Ms Alice Cruz, Special Rapporteur on the elimination of discrimination against persons affected by leprosy and their family members, Ms. Anaïs Marin, Special Rapporteur on the situation of human rights in Belarus; Mr. Aristide NONONSI, Independent Expert on the situation of human rights in the Sudan; Mr. Alioune Tine,Independent Expert on the situation of human rights in Mali; Mr. Balakrishnan Rajagopal, Special Rapporteur on adequate housing as a component of the right to an adequate standard of living, and on the right to non-discrimination in this context; Mr. Baskut Tuncak, Special Rapporteur on human rights and hazardous substances and wastes; Ms. Catalina Devandas-Aguilar, Special Rapporteur on the rights of persons with disabilities; Ms. Cecilia Jimenez-Damary, Special rapporteur on the human rights of internally displaced persons; Mr. Chris Kwaja (Chair), Ms. Jelena Aparac, Ms. Lilian Bobea, Mr. Saeed Mokbil,Ms. Sorcha MacLeod, Working Group on the use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the exercise of the right of peoples to self-determination; Ms. Claudia Mahler, Independent Expert on the enjoyment of all human rights by older persons; Mr. Clément Nyaletsossi Voule, Special Rapporteur on the right to peaceful assembly and association; Mr. Dainius Pūras, Special Rapporteur on the right to physical and mental health; Mr. David Kaye, Special Rapporteur on the promotion and protection of the right to freedom of expression; Mr. David R. Boyd, Special Rapporteur on human rights and the environment; Mr. Diego García-Sayán, UN Special Rapporteur on the independence of judges and lawyers; Ms. Dubravka Šimonovic, Special Rapporteur on violence against women, its causes and consequences; (Chair) Ms. Elizabeth Broderick (Vice Chair) Ms. Melissa Upreti, Ms. Alda Facio, Ms. Ivana Radačić, Ms. Meskerem Geset Techane, Working Group on discrimination against women and girls; Mr. Fernand de Varennes, Special Rapporteur on minority issues; Ms. Fionnuala D. Ní Aoláin, Special Rapporteur on the promotion and protection of human rights and fundamental freedoms while countering terrorism; Mr. Githu Muigai (Chair), Ms. Anita Ramasastry (Vice-chair), Mr. Dante Pesce, Ms. Elżbieta Karska, and Mr. Surya Deva, UN Working Group on Business and Human Rights; Ms. Isha Dyfan, Independent Expert on the situation of human rights in Somalia; Mr. Joe Cannataci, Special Rapporteur on the right to privacy; Mr. José Francisco Calí Tzay, Special Rapporteur on the rights of indigenous peoples;Mr. José Antonio Guevara Bermúdez (Chair), Ms. Elina Steinerte (Vice-Chair), Ms. Leigh Toomey (Vice-Chair), Mr. Seong-Phil Hong, and Mr. Sètondji Adjovi, Working Group on Arbitrary Detention; Ms. Karima Bennoune, Special Rapporteur in the field of cultural rights; Ms. Kombou Boly Barry, Special Rapporteur on the right to education; Mr. Léo Heller,Special Rapporteur on the human rights to water and sanitation; Mr. Livingstone Sewanyana, Independent Expert on the promotion of a democratic and equitable international order; Ms. Mama Fatima Singhateh, Special Rapporteur on sale and sexual exploitation of children; Ms Maria Grazia Giammarinaro, Special Rapporteur on trafficking in persons, especially women and children; Ms. Mary Lawlor, Special Rapporteur on the situation of human rights defenders; Mr. Michael Fakhri, Special Rapporteur on the right to food; Mr. Nils Melzer, Special Rapporteur on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment; Mr. Obiora C. Okafor, Independent Expert on human rights and international solidarity,Mr. Olivier De Schutter, Special Rapporteur on extreme poverty and human rights; Mr. Saad Alfarargi, Special Rapporteur on the right to development; Ms. E. Tendayi Achiume, Special Rapporteur on Contemporary Forms of Racism; Mr. Thomas Andrews. Special Rapporteur on the situation of human rights in Myanmar; Mr. Tomás Ojea Quintana, Special Rapporteur on the situation of human rights in the Democratic People’s Republic of Korea; Mr. Tomoya Obokata, Special Rapporteur on contemporary forms of slavery, including its causes and consequences; Mr. Victor Madrigal-Borloz, Independent Expert on protection against violence and discrimination based on sexual orientation and gender identity; Ms. Yuefen LI, Independent Expert on the effects of foreign debt and other related international financial obligations of States on the full enjoyment of all human rights, particularly economic, social and cultural rights; Mr. Yao Agbetse, Independent Expert on the situation of human rights in Central African Republic

Gli osservatoti speciali fanno parte di quelle che sono note come le Procedure Speciali della Commissione per i Diritti Umani. Procedure Speciali, l’ente più grande di esperti indipendenti nel sistema dell’ONU per i Diritti Umani, è il nome complessivo del sistema di accertamento dei fatti e dei meccanismi di controllo che si occupano sia della situazione di Paesi specifici sia di questioni tematiche in ogni parte del mondo. Gli esperti delle Procedure Speciali lavorano su base volontaria: non fanno parte del personale dell’ONU e non ricevono uno stipendio per il loro lavoro. Non dipendono da nessun governo o organizzazione e prestano servizio nell’ambito delle loro competenze individuali.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Mentre lo Stato ebraico si lancia in un baratro, la temibile lobby dell’AIPAC non fa assolutamente niente

PHILIP WEISS e JAMES NORTH

17 giugno 2020 – Mondoweiss

Di tutti i drammi che stanno avvenendo nel contesto del piano del governo israeliano di annettere grandi aree della Cisgiordania a partire da luglio, è passato in buona misura sotto silenzio un prodigio politico: l’American Israel Public Affairs Committee [Comitato Americano per le Questioni Pubbliche di Israele] (AIPAC), la temibile lobby israeliana a Washington, non ha avuto niente da dire e di conseguenza con il suo silenzio potrebbe avere preannunciato il suo stesso declino.

Ciò in quanto l’iniziativa israeliana è senza dubbio una grande minaccia per il futuro dello “Stato ebraico”, sicuramente la maggiore crisi che Israele abbia affrontato almeno negli ultimi 10 anni, e ciononostante l’organizzazione, il cui unico scopo è garantire il futuro di Israele, è stata assolutamente silenziosa. Il sito tweet dell’AIPAC è pieno di pubblicità del genere camera di commercio (“L’innovazione israeliana ci rende più sicuri e più sani”), e neppure una parola sull’annessione.

Ma se ci si mette in contatto con singoli importanti sionisti negli Stati Uniti, progressisti o conservatori, sono tutti contrari all’annessione. Persone come Jeremy Burton, Dennis Ross, Robert Satloff, Martin Indyk, Jeremy Ben-Ami, Jeffrey Goldberg, persino Daniel Pipes. Essi si rendono conto della minaccia rappresentata dall’annessione per il futuro dello Stato ebraico. La minaccia è molteplice e ovvia: l’annessione isolerà Israele nel mondo e farà sì che gli europei impongano sanzioni contro Israele; l’annessione minaccia il trattato di pace con la Giordania; l’annessione minerà così tanto il movimento palestinese da rendere possibile una terza Intifada, tanto che persino i sionisti laburisti prevedono una “rivolta” come risposta naturale di un popolo messo all’angolo; l’annessione frammenterà e inizierà a dissolvere il sostegno del partito Democratico a Israele; l’annessione renderà l’apartheid ufficiale e innegabile, persino agli occhi di molti ebrei americani che hanno resistito a rendersene conto per anni; l’annessione darà forza alla campagna per il boicottaggio.

L’unica obiezione a questa sfilza di argomenti è l’illusione messianica: dio (o i britannici) hanno promesso la terra agli ebrei, perciò, di cosa vi preoccupate? Se sei una persona seria che crede nella necessità di uno Stato ebraico, questo è davvero un periodo veramente pericoloso. Un governo israeliano con un limitato appoggio dell’opinione pubblica sta per lanciare una nuova era che potrebbe produrre anni e anni di isolamento e di violenza in Israele. Persino uno dei beniamini dell’AIPAC, che fa parte del movimento dei coloni, è contrario!

Ancora una volta la domanda è: dov’è l’AIPAC? È la maggiore organizzazione filoisraeliana, che in una notte può avere 76 firme del Senato su un tovagliolo e riunire ogni anno in un centro congressi di Washington 20.000 sostenitori di Israele. È talmente famoso che chiunque lo conosce anche solo dalle sue iniziali. E oggi tutta questa potenza di fuoco è silenziosa. Durante una vera e propria crisi per lo Stato ebraico, l’AIPAC non ha niente da dire.

Ci sono un paio di spiegazioni plausibili per questo silenzio. Primo, l’AIPAC, per sua stessa politica, non ha mai criticato il governo israeliano. Va bene, ma cosa succede se questo governo sta per spingere lo Stato ebraico in un baratro? L’AIPAC è talmente condizionato da un ragionamento tattico da non poter vedere una reale minaccia quando si presenta? Forse.

Ma in questo caso la lobby ha dimostrato di aver esaurito la sua utilità per Israele ed è una vittima della sua stessa irresponsabilità. Per decenni ha affermato che non avrebbe mai criticato Israele mentre colonizzava la terra di un altro popolo ed ora, quando Israele è sul punto di fare un enorme passo in quella direzione, non si può smentire.

O forse l’AIPAC pensa di non poter criticare un presidente USA, di non poter danneggiare il suo accesso alla carica più alta del Paese. Trump è assolutamente pronto all’annessione. Pensa che ciò possa fargli avere i milioni di Sheldon Adelson [miliardario americano che finanzia Trump, Israele e le colonie, ndtr.] e forse la Florida in novembre, e l’AIPAC non può essere minimamente critico con un presidente o potrebbe perdere la possibilità di avervi accesso.

Ma di nuovo: il portabandiera della lobby israeliana ha sacrificato la sua stessa missione a una tattica burocratica. Ha costruito una potenza mostruosa e malefica a Washington per appoggiare Israele ed ora, in un momento di crisi, non dice niente.

Il fallimento dell’AIPAC ha chiaramente rafforzato altre organizzazioni sioniste. J Street [associazione di sionisti progressisti contrari all’occupazione, ndtr.] sta conducendo la lotta contro l’annessione insieme ad “Americans for Peace Now [Americani per la pace adesso, organizzazione sionista statunitense a favore della soluzione dei due Stati, ndtr.]. La graduale conquista della lobby israeliana da parte di J Street che abbiamo visto più o meno nell’ultimo anno sembra ormai inevitabile, data l’abdicazione dell’AIPAC. Di fatto l’unico commentatore ad evidenziarlo è il nuovo presidente di APN, Hadar Suskind, che ha scritto su Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] che le principali organizzazioni della lobby israeliana hanno consentito a Israele di sacrificare il suo futuro “sull’altare dell’etno-nazionalismo”.

Con una disperata richiesta di aiuto, Suskind ha scritto che è a rischio nientemeno che lo Stato ebraico: “Quando questo futuro sarà minacciato, noi ci esprimeremo a voce alta, denunceremo apertamente e lotteremo per una prospettiva che rifletta l’opinione sia dei fondatori di Israele che della grande maggioranza degli ebrei americani. Chiediamo a tutti i nostri colleghi di unirsi a noi per proteggere un Israele ebraico e democratico opponendoci chiaramente e fortemente all’annessione. Non aspettate che sia troppo tardi.”

Qualunque cosa si pensi del progetto sionista – e noi siamo contrari – da una prospettiva politica, l’abdicazione dell’AIPAC è sia mistificatoria che patetica, e potrebbe portare a una caotica lotta generazionale all’interno della lobby israeliana in cui i giovani ebrei di IfNotNow [SeNonOra, organizzazione di ebrei statunitensi contraria alle politiche israeliane, ndtr.] e Open Hillel [Hillel Aperto, associazione universitaria ebraica con posizioni critiche, ndtr.] stanno improvvisamente contendendo la leadership all’American Jewish Committee [Comitato Ebraico Americano, storica organizzazione ebraica statunitense filosionista, ndtr.].

Come in un atto di spontanea autodistruzione politica, il silenzio dell’AIPAC è un prodigio, proprio come in primo luogo l’accumulazione di potere della lobby.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La pandemia da coronavirus e il fallimento della strategia di disimpegno dell’ANP

Ihab Maharmeh

16 giugno 2020 – Al Jazeera

È tempo che l’Autorità Nazionale Palestinese adotti una strategia radicalmente nuova

Lo scorso anno, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito il suo impegno ad annettere parti della Cisgiordania occupata e l’amministrazione USA ha insistito sull’unilaterale “accordo del secolo”, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) si è arrabattata per mettere insieme una nuova strategia politica.

Nell’aprile 2019 il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh, nominato da poco, ha annunciato che il governo avrebbe proceduto con un “disimpegno economico” dall’occupazione. Durante l’estate alcuni politici palestinesi hanno continuato a parlare di questa nuova strategia e in settembre l’ANP finalmente ha preso l’iniziativa, dichiarando che avrebbe posto fine alle importazioni dirette di bovini da Israele.

Nei mesi successivi i tentativi del governo dell’ANP di mettere in atto questa strategia ha dato come risultato una piccola guerra commerciale con Israele, terminata repentinamente in marzo quando le autorità palestinesi hanno dovuto affrontare la prospettiva di una grave epidemia del nuovo coronavirus.

La pandemia è subito diventata la prova decisiva della nuova strategia, sgretolatasi quando l’ANP si è cimentata nel controllo della diffusione della malattia e nella gestione dell’economia palestinese già in difficoltà. Dato che le ultime dichiarazioni del presidente palestinese Mahmoud Abbas riguardo alla fine degli accordi e del coordinamento per la sicurezza con Israele dimostrano ancora una volta di essere una vuota minaccia, è tempo che la dirigenza palestinese cambi radicalmente la sua strategia.

La “strategia del disimpegno”

Per anni l’idea di un “disimpegno economico” da Israele è circolata nei circoli politici palestinesi. Nel passato ci sono stati anche tentativi di imporre vari boicottaggi sui prodotti israeliani che non hanno avuto alcun successo.

Quando gli USA hanno spostato la loro ambasciata a Gerusalemme, riconoscendo le rivendicazioni israeliane sulla città, e inquietanti particolari dell’“accordo del secolo” dell’amministrazione Trump sono stati resi noti, è ricomparsa l’idea di un disimpegno palestinese.

Quando nell’aprile 2019 è entrato in carica, Shtayyeh ne ha fatto una priorità del suo nuovo governo. Il primo ministro palestinese ha parlato di rafforzare l’indipendenza economica palestinese promuovendo la produzione locale, le esportazioni e le importazioni dirette dall’estero e incoraggiando i palestinesi che lavorano in Israele a cercare piuttosto lavoro nei territori palestinesi.

Ha anche affermato che il suo governo avrebbe perseguito una strategia di “sviluppo a grappolo”, stimolando alcuni settori economici nelle diverse regioni: agricoltura a Jenin, industria a Nablus, turismo a Betlemme e fornitura di servizi medici nella Gerusalemme est occupata.

La strategia si basava sul fatto che l’ANP continuasse a ricevere gli introiti fiscali che, secondo il protocollo di Parigi del 1994, vengono raccolti per suo conto dalle autorità israeliane. Tuttavia negli ultimi 25 anni Israele ha regolarmente trattenuto parte delle risorse fiscali del governo palestinese con vari pretesti, compreso, più di recente, che l’ANP sta pagando sussidi alle famiglie di prigionieri politici palestinesi che gli israeliani considerano “terroristi”.

Trattenere questi fondi è solo una delle molte tattiche coercitive a disposizione del governo israeliano per contrastare qualunque politica palestinese ritenga minacci i suoi interessi economico-politici. E quello che è successo dopo il bando palestinese sull’importazione di bestiame l’ha illustrato alla perfezione.

Nel gennaio 2020 il governo israeliano ha emanato un bando sull’importazione di prodotti agricoli palestinesi. All’inizio di febbraio l’ANP ha vietato l’importazione di alcuni prodotti israeliani, a cui gli israeliani hanno risposto impedendo a quelli palestinesi di attraversare il territorio israeliano per l’esportazione in Giordania.

Due settimane dopo, quando si è profilata un’epidemia di COVID-19 che minacciava la già disastrata economia palestinese, l’ANP ha ceduto ed ha tolto il bando sui prodotti israeliani. La dirigenza palestinese ha affermato di aver raggiunto un accordo con gli israeliani per l’importazione di bestiame direttamente dal mercato internazionale attraverso Israele.

L’annuncio è stato fatto solo un giorno prima che Israele dichiarasse ufficialmente di aver registrato il primo caso di COVID-19. La diffusione del virus nei territori palestinesi occupati era solo questione di tempo. Il 5 marzo l’ANP ha annunciato il suo primo test positivo al COVID-19 ed ha decretato lo stato d’emergenza di un mese.

La pandemia di coronavirus non ha solo accelerato la fine dei tentativi palestinesi di mettere in pratica il “disimpegno economico”, ma ha anche dimostrato proprio quanto impotente sia l’ANP nel prendere una qualunque decisione importante riguardo al popolo palestinese, persino quando si tratti di salute pubblica.

Il fallimento dell’ANP nel combattere il COVID-19

Dall’inizio di marzo l’ANP ha cercato di mettere in atto una serie di misure per arginare la diffusione del nuovo coronavirus. Fin da subito è risultato chiaro che il contagio si sarebbe esteso da Israele ai lavoratori palestinesi che lavorano nelle città israeliane e nelle colonie illegali. Ciò è stato confermato in seguito dalle statistiche: in aprile il 79% dei casi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza era dovuto a lavoratori in Israele o a loro familiari.

Così, il 17 marzo Shtayyeh ha annunciato che gli spostamenti tra il territorio israeliano e quello palestinese sarebbero stati interrotti e che, se volevano continuare a lavorare, i lavoratori avrebbero avuto tre giorni per trovarsi una sistemazione in territorio israeliano.

Dopo una settimana, e dopo che molti lavoratori malati sono stati maltrattati dalle autorità israeliane, Shtayyeh ha chiesto ai palestinesi di lasciare il proprio lavoro in Israele e di rimanere a casa, in quanto correvano il serio rischio di contrarre il virus. Ciò ha minacciato l’economia israeliana, soprattutto nel settore dell’edilizia, per cui il governo israeliano ha agito rapidamente ed ha iniziato a concedere permessi ai palestinesi perché rimanessero in territorio israeliano.

L’ANP voleva che le autorità israeliane iniziassero a fare controlli medici sui lavoratori palestinesi, ma gli è stato rifiutato. Quindi il movimento dei palestinesi dentro e fuori Israele è continuato, vanificando gli sforzi del governo palestinese di frenare la diffusione del virus.

L’ANP ha anche cercato di combattere la diffusione del virus nelle aree B e C della Cisgiordania occupata, che sono sotto diretto controllo della sicurezza israeliana. Shtayyeh ha chiesto alle comunità locali di formare commissioni d’emergenza e di impegnarsi nell’erogazione di servizi sanitari e di sicurezza in quelle zone.

Ma le forze di occupazione israeliane hanno sistematicamente minato questi tentativi. Hanno attaccato le barriere palestinesi predisposte dalle comunità locali agli ingressi dei loro villaggi per controllare il passaggio dei lavoratori palestinesi di ritorno a casa da Israele.

Le autorità di occupazione hanno anche sabotato i tentativi di funzionari palestinesi che cercavano di mettere in atto misure preventive nelle cittadine e nei quartieri palestinesi all’interno dei confini amministrativi della Gerusalemme est occupata.

Il 3 aprile le autorità di occupazione hanno arrestato il ministro degli Affari di Gerusalemme, Fadi al-Hadami, per attività “illegali”. Due giorni dopo hanno arrestato anche Adnan Ghaith, il governatore di Gerusalemme dell’ANP. Entrambi erano impegnati nella lotta contro l’epidemia.

Inoltre Israele ha negato al governo palestinese il permesso di operare a Gerusalemme e di testare i palestinesi al virus.

É tempo di una nuova strategia

Il 19 maggio, in risposta al piano israeliano per annettere parti della Cisgiordania in luglio e al tacito consenso degli USA a questo proposito, Abbas ha dichiarato “nullo” ogni accordo con Israele e gli USA. Ciò è avvenuto circa un anno dopo che aveva annunciato la sospensione di ogni accordo con Israele.

Il presidente ha affermato che quest’ultima dichiarazione mette fine alla cooperazione per la sicurezza con le forze israeliane e trasferisce ogni responsabilità per i territori palestinesi occupati al governo israeliano. Ma l’annuncio era scarso di dettagli e finora non sembra aver dato come risultato alcun mutamento significativo nei rapporti con Israele.

Di fatto alcuni politici palestinesi hanno inviato messaggi per rassicurare Israele che i servizi di sicurezza palestinesi continueranno il proprio lavoro nel bloccare ogni forma di resistenza contro Israele in Cisgiordania. Sembra che questa sarà l’ennesima delle decine di dichiarazioni dell’ANP sull’interruzione del coordinamento per la sicurezza con Israele che non hanno comportato nessuna seria azione.

É davvero incomprensibile perché l’ANP continui ad insistere nell’utilizzare lo stesso strumentario di misure inefficaci che, nel corso dell’ultimo quarto di secolo, non ha bloccato la costante colonizzazione israeliana della terra palestinese né lo sfruttamento delle risorse palestinesi. Con l’imminente annessione di fino al 30% della Cisgiordania in luglio, è ormai il momento per l’ANP di abbandonare questi triti tatticismi.

La dirigenza palestinese deve smettere di parlare di uno Stato palestinese sui confini del 1967 e ammettere che la Palestina storica è governata da un sistema di apartheid. Ciò aprirebbe la strada all’estensione della resistenza contro il colonialismo e l’oppressione israeliani per tutti i palestinesi all’interno e fuori dalla Palestina.

Nella Palestina storica definire Israele una potenza che pratica l’apartheid consentirebbe a tutti i palestinesi (quelli che vivono in Cisgiordania, a Gaza e nelle terre occupate nel 1948) di intraprendere una resistenza decentralizzata contro l’apartheid utilizzando ogni possibile strategia e strumento. Anche la dirigenza palestinese ne farebbe parte.

Fuori dalla Palestina riconoscere l’apartheid aiuterebbe i palestinesi della diaspora a convincere la comunità internazionale ad accettare la lotta dei palestinesi in quanto lotta contro l’apartheid e il razzismo.

In questo modo i palestinesi passeranno dal sogno irraggiungibile dei due Stati alla realtà della resistenza contro l’apartheid e ciò aiuterà ad attirare il supporto di chiunque nel mondo creda nella giustizia, nell’uguaglianza e nella libertà.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Ihab Maharmeh è un ricercatore presso il Centro Arabo per la Ricerca e gli Studi Politici.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Docenti di studi ebraici: “Rifiutiamo l’apartheid, l’annessione e l’occupazione”

Oren Ziv

16 giugno 2020 – +972

Oltre 500 docenti di studi ebraici firmano una petizione contro i piani di annessione di Israele che, affermano, consolideranno la “situazione di apartheid” nei territori occupati.

Oltre 500 docenti di studi ebraici di tutto il mondo hanno firmato una petizione contro i piani del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di annettere una buona parte della Cisgiordania occupata.

Secondo la petizione, che è stata pubblicata in inglese, ebraico e arabo, “la prosecuzione del l’occupazione e l’intenzione dichiarata dell’attuale governo israeliano di annettere parti della Cisgiordania, determineranno formalmente (de jure) la creazione di condizioni di apartheid in Israele e Palestina “.

“In questo momento storico di svolta, ancora incerto e pericoloso”, afferma la petizione, “rifiutiamo l’annessione e l’apartheid, il razzismo e l’odio, l’occupazione e la discriminazione. Ci impegniamo per una cultura aperta di studio, cooperazione e critica sulla questione israelo-palestinese. “

Non è chiaro quanto della Cisgiordania occupata, se non di tutta, Netanyahu annuncerà formalmente l’annessione. Il primo ministro ha ripetutamente dichiarato la sua intenzione di annettere almeno il 30 % del territorio a partire dal 1 ° luglio.

Tra i firmatari vi sono importanti accademici del settore degli studi ebraici negli Stati Uniti, tra cui il rabbino Chaim Seidler-Feller dell’UCLA [Università della California di Los Angeles, ndtr.], il professore di Yale Samuel Moyn e Chana Kronfeld dell’UC Berkeley.

La petizione afferma inoltre che il governo israeliano ha chiarito che i palestinesi della Cisgiordania che sarà annessa a Israele non riceveranno la cittadinanza e che “i risultati più probabili … saranno un’ulteriore disparità di distribuzione delle risorse territoriali e idriche a vantaggio delle illegali colonie israeliane, una più estesa violenza di stato e [l’esistenza di] enclavi palestinesi parcellizzate sotto il completo controllo israeliano.”

In tali circostanze, prosegue la petizione, l’annessione “consoliderà un sistema antidemocratico giuridico separato e diseguale e una discriminazione sistematica contro la popolazione palestinese”, che secondo i firmatari equivarrà a una “situazione di apartheid”. Un tale passo, avvertono, porterà a un “inevitabile picco di antisemitismo e islamofobia, con una polarizzazione tra comunità minoritarie”.

Secondo Mira Sucharov, docente associata di Scienze politiche alla Carleton University di Ottawa, in Canada, i passi di Israele verso l’annessione segnalano una “ulteriore pericolosa tendenza verso l’ apartheid totale. I diritti territoriali e umani dei palestinesi sono a rischio. La democrazia in Israele sta subendo un ulteriore degrado.”

“L’annessione è la prosecuzione di processi di lungo periodo, ma rappresenta comunque una svolta molto pericolosa”, afferma il prof. Nitzan Lebovic della Lehigh University in Pennsylvania, uno degli accademici autori la petizione. “Siamo rimasti sorpresi dalla risposta immediata di molti firmatari”, afferma. “Non ci sono state obiezioni sulla parola ‘apartheid’. Questa è stata una risposta alla svolta a destra di Israele negli ultimi anni”.

“La questione non è solo la dichiarazione di annessione di Netanyahu, ma ciò che sta succedendo dal 1948, e in particolare dal 1967, con l’annessione di 64 km2 intorno a Gerusalemme insieme a decine di migliaia di palestinesi. L’annessione creerà due regimi politici e civili – uno per gli ebrei e uno per gli arabi. In termini di diritto internazionale, questo è stato definito come una prosecuzione del concetto di apartheid “.

Secondo Lebovic, l’annessione contribuirà a un incremento dell’antisemitismo, nonché dell’islamofobia e del razzismo contro altri gruppi minoritari. “L’annessione è vista come un passo unilaterale da parte dello Stato di Israele, ma avrà implicazioni per ogni ebreo nel mondo. Come docenti universitari, siamo ripetutamente chiamati a spiegare le azioni di Israele. L’annessione ci metterà in una posizione in cui non saremo in grado di spiegare perché Israele abbia deciso di istituzionalizzare il suo attacco al diritto internazionale. La comunità ebraica si trova nella posizione di dover dichiarare [di essere] un’identità distinta da Israele. Israele deve decidere se questo sarebbe un risultato desiderabile “.

Nel frattempo, 240 giuristi di tutto il mondo, incluso Israele, hanno firmato una petizione diversa contro l’annessione, affermando che costituirebbe una “flagrante violazione delle regole fondamentali del diritto internazionale e determinerebbe anche una grave minaccia alla stabilità internazionale in una regione instabile “.

Oren Ziv è fotoreporter, membro fondatore del collettivo di fotografia Activestills [collettivo di fotografi impegnato nel sostegno dei diritti dei popoli oppressi con particolare riguardo ai palestinesi, ndtr.] e redattore dello staff di Local Call [versione in lingua ebraica di +972 , ndtr.]. Dal 2003 ha documentato una serie di questioni sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione alle comunità di attivisti e alle loro lotte. I suoi reportage si sono concentrati sulle proteste popolari contro il muro e le colonie, sulle case popolari e altre questioni socio-economiche, sulle lotte contro il razzismo e la discriminazione e sulla battaglia a favore della libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Cosa sarebbe l’identità israeliana senza il sionismo?

di Yuli Novak  11 giugno 2020

+972 Magazine

Gli afrikaner bianchi nel Sudafrica del dopo-apartheid hanno dovuto crearsi un’identità nazionale che non fosse basata sull’asservimento di altri esseri umani. È un problema che, prima o poi, anche gli ebrei israeliani dovranno affrontare.

Il fatto è che noi siamo malati, molto malati” scrisse Jean-Paul Sartre ai francesi nel 1957 commentando la cecità della sua società verso le proprie responsabilità nei confronti del dominio coloniale in Algeria. Il fatto è che anche noi siamo malati. Molto malati. E ammettere la propria malattia è, secondo me, la fase più difficile.

Essendo cresciuti in Israele, dove c’è un sistema politico che proclama esclusivamente l’idea sionista, noi crediamo orgogliosamente in una chiara distinzione fra il “nostro” sionismo, come è stato applicato entro la Linea Verde, e il progetto dei coloni al di là dei confini antecedenti al 1967 [cioè nei territori palestinesi occupati, ndtr.]. Ma, per quanto sia difficile ammetterlo, questa logica è artificiale e ci sta accecando.

Negli ultimi anni ho passato molto tempo in Sudafrica. Mi sono particolarmente interessato a un gruppo che costituisce meno del 10% popolazione: gli afrikaner bianchi, i discendenti degli europei arrivati nella parte meridionale del continente africano tra il XVI e il XVII secolo. All’inizio del Ventesimo secolo, quando il colonialismo inglese in questa regione stava concludendosi, gli afrikaner ottennero il controllo politico sulle terre. Nel 1948 instaurarono l’apartheid, un sistema politico durato 50 anni prima della sua abolizione nel 1994.

Negli anni dell’apartheid solo pochissimi afrikaner riuscirono a riconoscere la propria malattia (oggi ammessa da quasi tutti quegli afrikaner che desiderano relegarla a una cosa del passato). Quei pochissimi si trovavano davanti a un’impasse scoraggiante poiché si rendevano conto che qualcosa nella narrazione della propria formazione proprio non quadrava, che la logica del dominio dei bianchi sui neri, nonostante tutte le giustificazioni che venivano offerte, non poteva essere valida.

Riconoscerlo significava dover fare i conti con i presupposti più essenziali del proprio ambiente sociale, familiare e professionale. Sovvertire la giustificazione dell’apartheid voleva dire voltare le spalle a famiglia, nazione e Stato. Erano considerati, correttamente, come dei traditori. Ma non avevano mai tradito la madrepatria, solo il suo regime.

La loro impasse era soprattutto interiore: non avevano una narrazione per immaginare se stessi alternativa a quella del regime. Il Movimento della Consapevolezza nera che si stava sviluppando in quel periodo in Sudafrica offriva una solida struttura all’identità della lotta contro l’apartheid che però non si rivolgeva a loro in quanto bianchi. Dato che il regime si equiparava al nazionalismo afrikaner, ne conseguiva che essere contro l’apartheid voleva dire essere anti-afrikaner. Quindi essere un afrikaner contro l’apartheid voleva dire andare contro se stessi. Un afrikaner me l’ha spiegato: “Dovevamo chiederci: cosa significa essere chi siamo, afrikaner, senza l’apartheid? Scoprimmo che non avevamo una risposta.” Questa è l’essenza della malattia.

Cosa significa essere ebreo-israeliano senza il sionismo?” Una domanda che non mi sono mai posto.

Il regime sionista (il sionismo come è stato praticato, non la sua versione ideologica o filosofica del come “sarebbe potuto essere”) non ha mai fatto molto per la democrazia. Già nei suoi primi anni il regime israeliano si adoperò per mantenere una maggioranza ebraica, con la Legge sulla proprietà degli assenti e la Legge del ritorno, e per applicare un sistema duale tramite l’apparato militare imposto sulle zone arabe nel nuovo Stato di Israele. Nel 1967 al nostro progetto nazionale si è aggiunta una sfida nuova, ma vecchia: insediarsi e controllare territori oltre la Linea verde riconosciuta internazionalmente. Alla sinistra sionista ebraica venne dato un nuovo problema con cui fare i conti: “l’occupazione dei territori” che, anche se in linea con l’originaria logica di insediamento alla base del sionismo (“il nostro diritto alla terra”), era molto più sgradevole agli occhi degli ebrei su posizioni di sinistra e a quelli del resto del mondo.

La nostra malattia non è cominciata nel 1967. Per quelli che non vogliono mettere in dubbio la narrazione che la sovranità sulla terra debba essere esclusivamente ebraica, narrazione con cui si fa iniziare “una storia diversa” nel 1967, è un modo conveniente per non guardare in faccia il male. Noi possiamo dire a noi stessi che curare i sintomi dell’occupazione, se solo fosse possibile, avrebbe spianato la strada per continuare il progetto sionista “senza macchia”.

In anni recenti gli eventi sul terreno ci hanno impedito di continuare a raccontare a noi stessi questa storia. Quasi tutti i partiti politici che rappresentano gli ebrei israeliani riconfermano ai cittadini palestinesi la loro esclusione da una collaborazione autenticamente egalitaria al governo di Israele. Mentre si sta rapidamente avvicinando l’annessione de jure di vaste parti della Cisgiordania sostenuta da buona parte dell’opinione pubblica ebraica, sta diventando sempre più difficile distinguere fra “Israele” e l’“occupazione.”

Un buon punto di partenza potrebbe essere la domanda esasperante che ci viene spesso posta dalla destra: “Che differenza c’è fra Ramat Aviv (il quartiere di Tel Aviv costruito sulle rovine del villaggio di Sheikh Muwannis) e Kiryat Arba (l’insediamento in Cisgiordania vicino a Hebron)?” È una domanda che anche noi dovremmo avere il coraggio di farci, non per sfida, ma con coraggio, umiltà e sincerità. Perché, appunto, qual è la differenza quando si guarda attraverso la lente delle giustificazioni nazionali e storiche fra l’applicare il sionismo a Giaffa o a Lydda [due città con una nutrita minoranza di palestinesi, ndtr.] e imporre lo stesso regime su Betlemme o Nablus?

Il malessere che proviamo quando affrontiamo questioni simili è un sintomo su cui vale la pena di riflettere, dato che ci porta più vicino alla nostra vera malattia: noi non abbiamo un’identità nazionale o di gruppo che non coinvolga né dipenda dal soggiogare i palestinesi alla supremazia ebraica. Temo che non l’avremo mai.

La sinistra ebraico-israeliana non ha mai prodotto una narrazione alternativa a quella del regime. Quando sono stati fatti dei tentativi, sono rimasti ai margini e non sono mai stati adottati su larga scala come base per una lotta di liberazione più ampia (e da questo regime dobbiamo liberarci anche noi ebrei israeliani, non solo i palestinesi).

Presentare idee simili oggi in Israele può essere considerato tradimento, eppure è fondamentale analizzarle a fondo e sinceramente se vogliamo far nascere una nuova politica e una nuova identità nostra, nel cui nome combattere. Questa nuova identità politica ebraica dovrà riconoscere gli errori del passato senza farsene dominare. E ci libererà non solo da un’identità definita da paure e minacce, vere e immaginarie, ma anche dalla certezza, repressa e difficile da esprimere a parole, che anche noi siamo malati, molto malati.

Quest’articolo è stato originalmente pubblicato in ebraico su Haaretz.

Yuli Novak è un’attivista israeliana, nata e cresciuta in Israele; fra il 2012 e il 2017 è stata direttrice di ‘Breaking the Silence’  [‘Rompere il silenzio’ un’organizzazione di soldati ed ex soldati israeliani che si oppone all’occupazione, ndtr.].

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Lo spettro di Edward Said e la fine di Oslo

Palestinese nato a Gerusalemme il primo novembre 1935 e deceduto a New York il 25 settembre 2003, Edward Said è stato sia un intellettuale molto stimato in ambito letterario ( nella letteratura comparata), della critica musicale classica e degli studi storici, sia un infaticabile militante e critico della causa palestinese.

Haidar Eid

10 giugno 2020 – Chronique de Palestine

Ciò che Edward Said aveva previsto negli anni ’90 è diventato realtà: il progetto dell’OLP di creare due Stati è fallito.

Quando nel 1993 sul prato della Casa Bianca a Washington furono firmati i disastrosi Accordi di Oslo, alcuni espressero severe critiche e profonda inquietudine riguardo alle loro disposizioni e alle rilevanti concessioni che i palestinesi furono costretti a fare.

I firmatari palestinesi – guidati dal capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Yasser Arafat – e i loro sostenitori replicarono con la domanda: qual è l’alternativa? Forse pensavano che questa sarebbe stata la domanda semplicistica che avrebbe chiuso la discussione e celato il fatto che gli accordi erano la prosecuzione della natura coloniale del rapporto tra gli oppressori israeliani e gli oppressi palestinesi.

Il rimpianto Edward Said, un feroce oppositore all’accordo, accettò la sfida e scrisse un articolo profetico sulla ‘London Review of Books’, dal titolo: ‘Oslo: il giorno dopo’. Ricorrendo a ciò che definiva “il buon senso”, predisse la situazione tragica che è andata peggiorando dopo il 1993; né più, né meno.

Nel suo stile molto eloquente, scrisse: “Per avanzare verso l’autodeterminazione palestinese – che ha senso soltanto se il suo obbiettivo sono la libertà, la sovranità e l’uguaglianza, invece del perpetuo asservimento a Israele – abbiamo bisogno di riconoscere onestamente la nostra situazione.”

Ciò che all’epoca trovava particolarmente “mistificante” era “come tanti dirigenti palestinesi ed intellettuali al loro fianco possano continuare a parlare dell’accordo come di una ‘vittoria’.” Il consigliere di Arafat, Nabil Shaat, per esempio, definiva l’accordo una “uguaglianza totale” tra israeliani e palestinesi.

Negli anni seguenti, negli articoli pubblicati su Al-Ahram Weekly, Al-Hayat, Sharq Al-Awsat ed altri quotidiani e riviste, Said continuò a porre domande “imbarazzanti”: Israele, sotto il governo laburista sionista askenazita, ha deciso di riconoscere il popolo palestinese come popolo quando ha firmato gli Accordi di Oslo? Gli Accordi di Oslo hanno costituito un cambiamento radicale dell’ideologia sionista riguardo ai “gentili non ebrei palestinesi”?

Gli accordi hanno garantito l’instaurazione di una pace globale e duratura? E l’attuale direzione dell’OLP ha rappresentato le aspirazioni politiche e nazionali del popolo palestinese?

Nel suo libro ‘La fine del processo di pace’ ha sintetizzato la risposta a queste domande: “Non c’è negoziato peggiore di concessioni senza fine che non fanno che prolungare l’occupazione israeliana. Israele è sicuramente felice di potersi attribuire il merito di avere fatto la pace e al tempo stesso di continuare l’occupazione con il consenso dei palestinesi.”

Ventisette anni e molte concessioni palestinesi dopo, tutto ciò che Said aveva previsto si è purtroppo realizzato. L’OLP è alle prese con una triste realtà che ha ampiamente contribuito a creare accettando di firmare gli Accordi di Oslo.

Mentre Israele si prepara ad annettere il 30% della Cisgiordania occupata, il presidente [dell’ ANP] Mahmoud Abbas, il pupillo e successore di Arafat, ha iniziato a lanciare una nuova serie di minacce prive di senso. Il 19 maggio ha dichiarato la fine della cooperazione in materia di sicurezza e degli accordi con Israele e gli Stati Uniti.

Questo è ritenuto la fine del sogno di avere uno Stato palestinese “indipendente” sul 22% della Palestina storica. È la realizzazione di questo sogno che gli intellettuali favorevoli a Oslo hanno posto come obbiettivo finale per giustificare il pesante prezzo pagato dai palestinesi.

Hanno continuato ad alimentare questa illusione per 27 anni, rifiutando di ammettere l’impossibilità economica, politica e anche fisica di creare uno Stato palestinese veramente sovrano in un contesto di colonizzazione attiva e in assenza di contiguità territoriale.

La dolorosa domanda che noi dobbiamo porci oggi è sapere se, dopo il 1993, siamo stati costretti a subire orrendi massacri, un assedio genocida, l’espropriazione inarrestabile delle nostre terre, la costruzione di un muro dell’apartheid, la detenzione di minori e di intere famiglie, la demolizione di case e moltissime altre violazioni solamente perché una classe compradora [termine che indica la borghesia parassitaria che nei Paesi colonizzati collabora a proprio favore con i colonizzatori, ndtr.] ha visto l’“indipendenza” alla fine di un tunnel senza uscita.

È tempo per noi, che ci opponiamo all’accordo, di rimandare la domanda ai sostenitori di Oslo: l’accordo stesso ha mai avuto come obbiettivo garantire i minimi diritti fondamentali del popolo palestinese colonizzato, incluse la libertà e l’autodeterminazione?

Prima di morire Said ha pubblicato due libri: ‘Israele-Palestina: una terza via’, e ‘L’unica alternativa’, nei quali ha proposto una soluzione basata su “uguaglianza o niente”, una soluzione che può realizzarsi attraverso la creazione di uno Stato democratico laico in Palestina, in cui tutti i cittadini siano trattati nello stesso modo, indipendentemente dalla loro religione, sesso e colore della pelle.

Ha ipotizzato che una pace globale, complessiva significasse che Israele, la potenza colonizzatrice, dovesse riconoscere il diritto dei palestinesi ad esistere in quanto popolo, il loro diritto all’autodeterminazione e all’uguaglianza, come hanno fatto i colonizzatori bianchi in Sudafrica.

Alla fine di uno di questi saggi [Said] chiedeva: “L’attuale direzione palestinese sa ancora ascoltare? Può suggerire qualcosa di meglio di questo, dato il suo bilancio catastrofico in un ‘processo di pace’ che ha condotto agli orrori attuali?”

Non poteva allora e non può oggi. È da molto tempo che il popolo palestinese si sta allontanando dall’illusione della soluzione di due Stati e tenta la strada di un approccio democratico che possa garantire i suoi diritti fondamentali: la libertà, l’uguaglianza e la giustizia.

Haiddar Eid è scrittore e docente di letteratura postcoloniale all’università Al-Aqsa a Gaza, dopo aver insegnato in diverse università all’estero. Veterano del movimento per i diritti nazionali dei palestinesi, è un commentatore politico indipendente, autore di molti articoli sulla situazione in Palestina.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




‘È un crimine di guerra’: migliaia in piazza a Tel Aviv per protestare contro il piano di annessione di Netanyahu *

Jacob Magid

6 giugno 2020 – Times of Israel

Un deputato del Meretz e un leader della Lista Unita dichiarano che la decisione creerebbe ‘l’apartheid”. Sanders invia un videomessaggio; la polizia ha usato la forza con i fotogiornalisti presenti all’evento, arrestati 4 dimostranti.

*Nota redazionale: non condividiamo molte delle affermazioni riportate nell’articolo che segue: non consideriamo Blu e Bianco un partito di “centro-sinistra”, come affermato dal giornalista; non crediamo che l’apartheid in Israele sarebbe il risultato dell’annessione, ma sia già presente sia all’interno di Israele che nei territori occupati; non condividiamo le posizioni della cosiddetta “sinistra” sionista, che riteniamo sia un ossimoro. Tuttavia abbiamo deciso di tradurre questo articolo perché racconta di una manifestazione che nell’Israele attuale rappresenta comunque un avvenimento significativo.

Migliaia di israeliani si sono radunati sabato sera a Tel Aviv per protestare contro l’impegno del primo ministro Benjamin Netanyahu di iniziare il mese prossimo l’annessione di parti della Cisgiordania.

Inizialmente la polizia aveva cercato di bloccare la manifestazione, ma ha fatto marcia indietro venerdì, dopo l’incontro con gli organizzatori che hanno raccomandato ai partecipanti di indossare mascherine e di attenersi alle norme del distanziamento fisico.

Sono stati schierati decine di agenti per garantire la sicurezza della dimostrazione dopo che la polizia ha detto che si sarebbero limitate le presenze a 2000 persone, sebbene il quotidiano Haaretz ne abbia calcolate 6.000 in quella che è sembrata la più grande protesta nel Paese dall’inizio della pandemia da coronavirus.

La manifestazione è stata organizzata dal partito di sinistra Meretz e da Hadash, la fazione comunista della Lista Unita a maggioranza araba, insieme a parecchi altri gruppi di sinistra.

MK Nitzan Horowitz, il leader di Meretz, ha detto alla folla che l’annessione sarebbe un “crimine di guerra” e costerebbe milioni ad Israele in un momento in cui l’economia sta già vacillando a causa della pandemia.

Noi non possiamo sostituire un’occupazione di decine di anni con un’apartheid che durerà per sempre,” ha gridato un rauco Horowitz. “Sì ai due Stati per due popoli, no alla violenza e allo spargimento di sangue,” ha continuato. “No all’annessione, sì alla pace.”

Horowitz ha detto che “l’annessione è un crimine di guerra, un crimine contro la pace, un crimine contro l’umanità, un crimine che finirà in una strage.”

Ha chiamato in causa Benny Gantz, ministro della Difesa, Gabi Ashkenazi, ministro degli Esteri e Amir Peretz, ministro dell’Economia, accusandoli di “alzare le mani e di essersi inginocchiati alla fazione opposta [cioè alla destra, ndtr.].”

I tre legislatori di centro-sinistra avevano promesso che non avrebbero fatto parte di un governo con Netanyahu, citando le accuse di corruzione mosse al premier, ma dopo la terza elezione inconcludente a marzo hanno accettato di unirsi a lui in una coalizione.

L’accordo di coalizione firmato dal Likud di Netanyahu e dal Blu e Bianco di Gantz permette al primo ministro di cominciare a procedere con l’annessione il primo luglio. Le parti della Cisgiordania su cui Israele estenderà la sovranità sono quelle scelte dal piano di pace del presidente degli USA Donald Trump.

Voi non avete alcun mandato per approvare quest’apartheid. Voi non avete nessun mandato per seppellire la pace,” ha urlato Horowitz. Il leader di Meretz ha affermato che Netanyahu è stato spinto a portare avanti la controversa mossa dall’amministrazione “messianica” di Trump.

Fatevi sentire o tutti penseranno che siamo una manica di sfigati,” ha gridato l’oratore alla folla dopo il discorso di Horowitz.

La deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] Tamar Zandberg, anche lei appartenente al Meretz, ha fatto a pezzi il piano di pace di Trump definendolo “un accordo maledetto fra un uomo che sta cercando di vincere un’elezione e un altro che sta cercando di evitare un processo per corruzione,” riferendosi rispettivamente al presidente americano e a Netanyahu.

Trump non è un amico di Israele. Bibi [Netanyahu] non è un bene per Israele,” ha detto, facendo il verso ironicamente ai leader dei coloni che si oppongono al piano USA perché sostiene uno Stato palestinese. “Questo accordo [di pace] non ha nulla a che fare con quello che è bene per noi, israeliani e palestinesi che viviamo qui in Medio Oriente.”

Ha continuato dicendo che l’accordo “trasformerà ufficialmente Israele in uno Stato con un regime di apartheid … (Esercitare) la sovranità (in Cisgiordania)] senza (concedere) la cittadinanza (ai palestinesi)] è apartheid,” ha asserito.

Anche Ayman Odeh, leader della Lista Unita, si è rivolto alla folla con un collegamento video, confinato in quarantena dopo che un membro del suo partito ha contratto il COVID-19. Odeh ha detto che tutti gli ebrei e gli arabi che sostengono pace e giustizia devono opporsi al piano di Netanyahu di imporre la sovranità israeliana su circa il 30% della Cisgiordania.

L’annessione è apartheid,” ha detto Odeh fra gli applausi dei manifestanti.

Odeh ha paragonato la protesta contro l’annessione al movimento di protesta delle “Quattro Madri” che, alla fine degli anni’ 90, spinse il governo al ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale.

La laburista Merav Michaeli, che si è opposta alla decisione del suo partito di unirsi al nuovo governo, ha detto alla folla di essere andata in piazza Rabin come rappresentante di quanti nella sua fazione di centro-sinistra si oppongono all’annessione.

Michaeli ha detto che la mossa danneggerà le relazioni con la Giordania che, con l’Egitto è l’unico Paese arabo ad avere rapporti con Israele oltre ad avere stretti legami commerciali con l’Europa.

Ha anche criticato duramente Gantz per aver accettato di unirsi a un governo che avrebbe portato a termine una misura simile.

Bernie Sanders senatore del Vermont ed ex candidato del partito Democratico [USA] si è rivolto alla folla dagli Stati Uniti tramite un messaggio video.

Sono estremamente rincuorato vedendo cosi tante persone, arabi ed ebrei insieme, che si battono per pace, giustizia e democrazia,” ha detto il democratico che si autodefinisce socialista.

Ha aggiunto: “Bisogna fermare i piani per annettere qualsiasi parte della Cisgiordania. Si deve porre fine all’occupazione e dobbiamo lavorare insieme per un futuro di uguaglianza e dignità per tutti in Israele e in Palestina.”

Alcuni dei dimostranti sventolavano bandiere israeliane, palestinesi e comuniste, varie decine avevano foto di Iyad Halak, un palestinese affetto da autismo ucciso la settimana scorsa dalla polizia nella Città Vecchia a Gerusalemme. Gli agenti hanno detto che credevano avesse una pistola, in realtà era disarmato e aveva in mano un cellulare e a quanto pare non aveva capito gli ordini di fermarsi.

Imitando le proteste negli USA, Shaqued Morag di Peace Now [associazione israeliana contraria all’occupazione della Cisgiordania, ndtr.] ha detto ai dimostranti di inginocchiarsi “in memoria di George Floyd. In memoria di Iyad Halak. In memoria di tutte le vittime del conflitto israelo-palestinese.”

Quando le proteste sono finite, la polizia ha fatto sgombrare un gruppo che stava bloccando illegalmente via Ibn Gabirol, una strada di grande scorrimento che passa vicino a piazza Rabin.

La polizia ha detto che cinque dimostranti sono stati arrestati, incluso un fotografo del quotidiano Haaretz che stava riprendendo la protesta.

Un giornalista del giornale ha twittato che il fotografo si è identificato come giornalista, ma che è stato trattenuto con la forza dagli agenti.

Prima della manifestazione, Yair Lapid, leader dell’opposizione nella Knesset ha liquidato la promessa di annessione da parte di Netanyahu come “fuffa” intesa a distogliere l’attenzione della gente dal processo per corruzione in corso e dalla crisi economica causata dalla pandemia.

Io penso che sia una manovra diversiva da parte di Netanyahu, che sta cercando di distrarre l’attenzione dal collasso economico, incluso quello delle imprese private, e dal suo processo penale,” ha detto in un’intervista al telegiornale su Channel 12.

Io appoggio il piano di Trump. Mi oppongo all’annessione unilaterale,” ha aggiunto Lapid.

La protesta di sabato è arrivata in mezzo a un’ondata di critiche a livello regionale e internazionale nei confronti del programma israeliano di annessione di parti della Cisgiordania secondo il piano di pace proposto dall’amministrazione trumpiana negli USA.

Gran parte della comunità internazionale ha già espresso una forte opposizione alla decisione e anche gli USA recentemente hanno intimato a Israele di procedere più lentamente.

I palestinesi si oppongono apertamente al piano di Trump, che dà a Israele il via libera all’annessione delle colonie ebraiche nella Valle del Giordano, in quella che dovrebbe essere parte di un processo negoziale, ma che potrebbe procedere unilateralmente.

Alla stesura di questo articolo hanno contribuito la redazione di Times of Israel e di agenzie di stampa.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele rinnova la sua legge razzista sul matrimonio

Ali Abunimah 

3 giugno 2020 – Electronic Intifada

Questa settimana Israele ha rinnovato una delle più apertamente razziste tra le decine di leggi dei suoi codici giuridici che discriminano i palestinesi e i cittadini palestinesi residenti in Israele.

La “Legge sulla cittadinanza e sull’ingresso in Israele ” proibisce ai cittadini israeliani che sposino palestinesi della Cisgiordania occupata o della Striscia di Gaza o a quelli con nazionalità di parecchi altri Stati della regione di vivere in Israele con il marito/la moglie.

La legge colpisce decine di migliaia di famiglie palestinesi residenti fra Israele e la Cisgiordania, su entrambi i lati della Linea verde, e impedisce ai palestinesi di trasferirsi legalmente in Israele per il ricongiungimento familiare,” secondo quanto riportato da Adalah, un’associazione di assistenza legale per i palestinesi di Israele che ha inutilmente presentato dei ricorsi in tribunale.

La disposizione era stata originariamente approvata come misura di emergenza nel 2003, ma da allora è stata rinnovata ogni anno.

La legge fa parte degli sforzi di Israele per impedire l’aumento della popolazione palestinese, una misura sostanzialmente razzista giustificata dai suoi leader in quanto necessaria a mantenere la maggioranza ebraica.

Zvi Hauser, il capo del Comitato degli affari esteri e della difesa della Knesset, il parlamento di Israele, ha detto che il rinnovo è giustificato dalla legge dello Stato-Nazione del popolo ebraico di recente promulgata che, secondo il parere dei giuristi, viola i divieti internazionali contro l’apartheid.

La legge israeliana sulla cittadinanza non differisce, negli intenti e negli effetti, dalle leggi che esistevano nel Sud Africa dell’apartheid per prevenire i matrimoni misti, l’incrocio di persone di razze diverse e per controllare dove i neri potessero vivere – leggi come il Group Areas Act [che divideva la città in aree per bianchi e relegava i neri nelle baraccopoli, ndtr] e il Prohibition of Mixed Act [che vietava i matrimoni misti, ndtr.].

Anche se la legge israeliana non vieta esplicitamente i matrimoni, in effetti impedisce ai cittadini israeliani e palestinesi l’esercizio del loro diritto alla vita di famiglia.

Mira a ottenere esattamente lo stesso scopo, seppure con mezzi più subdoli di quelli impiegati dai suprematisti bianchi in Sud Africa, come spiego nel mio libro del 2014: The Battle for Justice in Palestine (La Lotta per la giustizia in Palestina).

Manipolazione dei collegi elettorali su base razziale

Inizialmente Israele ha giustificato la legge sul matrimonio sul piano della “sicurezza,” una scusa respinta da Human Rights Watch. [nota ong statunitense, ndtr.].

Human Rights Watch nel 2012 ha dichiarato che un “divieto assoluto” senza “valutare nel caso specifico se la persona in questione possa mettere in pericolo la sicurezza è ingiustificato” e “rappresenta un danno esageratamente sproporzionato del diritto dei palestinesi e dei cittadini israeliani di vivere con la propria famiglia.”

La discriminazione presente nella legge potrebbe essere misurata “in base alle conseguenze per i cittadini palestinesi di Israele rispetto a quelli ebrei,” ha aggiunto.

Ariel Sharon, all’epoca primo ministro israeliano, nel 2005 ammise qual era il vero scopo della legge.

Non c’è bisogno di nascondersi dietro la scusa della sicurezza” disse Sharon. “È necessaria per l’esistenza dello Stato ebraico.”

Suicidio nazionale”

Lo scopo demografico razzista della legge fu confermato nel 2012 quando la Corte suprema israeliana respinse il ricorso di Adalah.

I diritti umani non devono essere una ricetta per il suicidio della Nazione,” aveva scritto il giudice Asher Grunis nella sua motivazione al respingimento con una maggioranza di 6 a 5.

Approvando in pratica la manipolazione dei collegi elettorali su base razziale la sentenza della Corte aggiunse anche che “il diritto alla vita familiare non deve essere per forza esercitato entro i confini di Israele.”

Si noti la notevole somiglianza dei termini usati dalla Corte Suprema israeliana con le parole di Daniel Malan, il primo ministro del Sud Africa sotto il regime di apartheid, che disse nel 1953 che “l’uguaglianza… inevitabilmente significherebbe per i bianchi del Sud Africa nient’altro che il suicidio della Nazione.”

I palestinesi colpiti dal provvedimento hanno fatto una campagna per diffondere la conoscenza della legge razzista e delle difficoltà che crea all’“amore ai tempi dell’apartheid.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Impunità e annessioni: “Israele vuole far man bassa”

Mersiha Gadzo,

3 giugno 2020 Al Jazeera

Secondo gli analisti, Israele gode di impunità per la mancanza di volontà della politica internazionale ad oobbligarlo ad assumersi le sue responsabilità

Il governo israeliano ha dichiarato che l’annessione degli insediamenti illegali ebraici nella Cisgiordania occupata, così come quelli nella fertile Valle del Giordano, potrebbe iniziare già a partire dal 1 luglio.

Mentre i dettagli del piano di annessione rimangono vaghi, il primo ministro Benjamin Netanyahu recentemente confermato aveva dichiarato l’intenzione di annettere la Valle del Giordano durante la campagna elettorale dello scorso anno.

Da allora, gli Stati Uniti han proposto il loro piano per la pace in Medio Oriente che prevede la sovranità israeliana sugli insediamenti nei Territori Occupati, illegali secondo il diritto internazionale, e Netanyahu ha da allora ribadito le sue promesse.

Molte nazioni, tra cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno sconsigliato tale mossa, facendo notare come un’annessione unilaterale violerebbe il diritto internazionale e sarebbe un colpo devastante per la prospettiva di una soluzione a due Stati al conflitto Israelo-Palestinese.

A maggio il responsabile della politica estera dell’Unione Europea ha detto che l’Unione userà “tutte le proprie facoltà diplomatiche” per cercare di dissuadere il governo Israeliano a procedere col suo piano.

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha rifiutato il progetto statunitense e ha recentemente dichiarato che considera nulli e privi di valore qualunque accordo precedentemente sottoscritto con Stati Uniti e Israele.

L’annessione unilaterale di un territorio è tassativamente vietata dal diritto internazionale, senza alcuna eccezione. Ma se l’Unione Europea è compatta nella sua opposizione all’annessione, rimane divisa su quali passi intraprendere, facendo sì che la sua risposta rimanga limitata alla retorica e alle condanne verbali.

Lezioni dalla storia

Uno scenario simile si verificò già nel 1980, quando Israele annetté Gerusalemme Est e poi nel 1981 le alture del Golan siriane.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU asserì che avrebbe implementato sanzioni economiche e politiche contro Israele, ma alle parole non seguirono i fatti.

Quattro decenni più tardi, la comunità internazionale continua a dibattere su come rispondere al piano israeliano di annettere circa un terzo dei Territori Occupati.

Non saremmo qui nel 2020 a discutere di questo se nel 1980 e nel 1981 si fossero tracciati dei confini certi” dichiara ad Al Jazeera Michael Lynk, inviato speciale dell’ONU per la situazione dei diritti umani nei Territori Occupati palestinesi.

Israele ha imparato una lezione irrefutabile per quanto concerne l’impunità – che la comunità internazionale farà passare risoluzioni contro l’annessione, adotterà risoluzioni sull’illegalità di costruire imprese coloniali, ma nonostante ciò la comunità internazionale non imporrà praticamente nessuna conseguenza ad Israele che quindi potrà, nei fatti, far man bassa” ha detto Lynk.

Israele è in violazione di più di 40 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e di circa 100 risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Nel 2018 Lynk ha esortato la comunità internazionale ad agire per impedire l’imminente annessione della Cisgiordania occupata.

Nel rapporto annuale del 2019, Lynk ha ribadito che l’Assemblea Generale e la comunità internazionale hanno l’obbligo legale di assicurare che il diritto internazionale venga rispettato dai propri membri.

Ciononostante, Israele ha goduto di un regime di impunità per decenni, nonostante gravi violazioni del diritto internazionale, a causa di un’assenza di volontà politica ad addossargli “una qualunque forma significativa di responsabilità”, scrive Lynk.

Il Caso della Crimea

La comunità internazionale in passato ha dimostrato di essere capace di rispondere alle annessioni illegali, come quando ha rapidamente imposto sanzioni economiche e diplomatiche alla Russia quando ha occupato e annesso la Crimea dall’Ucraina nel 2014.

La Russia è stata espulsa dal G8, la sua domanda di partecipazione all’OECD [Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ndtr.] bloccata, sono stati posti blocchi all’importazione e esportazione dei beni da e per la Crimea, e le persone coinvolte nell’annessione sono state oggetto di sanzioni diplomatiche e blocco dei beni.

Tali misure sono ancora in corso, e sono state estese fino a giugno 2020, pur essendo la Russia un importante partner commerciale e un attore chiave della politica internazionale.

Lynk fa notare come Israele abbia un impatto molto meno significativo sulle economie globale ed europea.

[L’UE] potrebbe effettivamente imporre misure diplomatiche di responsabilizzazione ad Israele per assicurarsi che receda dalla decisione di annessione o per far si che si renda conto che ci sarà un prezzo da pagare se proseguisse sul percorso dell’annessione”, ha dichiarato Lynk

Ciononostante, l’UE appare alquanto divisa al suo interno sui passi da intraprendere.”

Non ci sono differenze politiche o legali significative tra l’annessione della Crimea nel 2014 e quella progettata per il 2020 di considerevole parte della Cisgiordania.”, dice Lynk

Al contrario, le relazioni tra l’UE e Israele si sono solo rafforzate.

Il commercio tra i due ha raggiunto cifre record negli ultimi anni. Nel 2017, l’export israeliano di beni verso l’UE ha raggiunto il 34% dell’export totale di Israele.

Quasi il 40% degli import israeliani arriva dall’UE, suo principale partner commerciale.

Gli Stati Uniti hanno addirittura ampliato i loro aiuti a livelli record. Nel 2016, verso la fine del mandato presidenziale di Barack Obama, gli Stati Uniti hanno accordato a Israele 38 miliardi di dollari di aiuti militari per la decade successiva, somma che Netanyahu ha definito “storica”.

Diana Buttu, un’analista di Haifa, ha detto ad Al Jazeera che il piano di Israele per l’annessione viene visto come “la ciliegina sulla torta” visto che non ci sono state conseguenze per i comportamenti illegali degli ultimi 53 anni di occupazione, che includono l’espansione degli insediamenti israeliani illegali, l’implementazione di un doppio sistema legale, l’impedimento ai palestinesi dell’accesso alle risorse naturali e i bombardamenti sulla Striscia di Gaza.

Abbiamo visto negli anni come Israele acquisti sempre più supporto internazionale da paesi in tutte le parti del mondo.”, dice Buttu.

La risposta [internazionale] è stata nulla, e questo è esattamente quello su cui scommettono i coloni. È esattamente ciò che hanno previsto.”

Buttu dice che la ragione per cui la comunità internazionale ha deciso di ignorare quelle azioni è per via “del fatto che Israele è un progetto coloniale”.

Il mondo arabo non ha mai avuto l’autodeterminazione. Non è mai stata un’area dove non ci fosse un qualche tipo di potere coloniale”, prosegue Buttu.

È possibile imporre cambiamenti. La Russia è molto più potente di Israele. Ma non c’è la volontà politica di farlo, è questa la vera differenza.”

Perdere l’opportunità per l’annessione

La comunità internazionale ha fatto poco riguardo alla proposta d’annessione di Israele poiché Israele ha gestito “una campagnia internazionale estremamente scaltra” e ha un servzio diplomatico “solido”, secondo Lynk.

Ha, ovviamente, il supporto di importanti gruppi pro-Israele negli Stati Uniti, che hanno una significativa influenza a Washington e altrove”, dice Lynk.

È noto che l’amministrazione Trump ha forti legami col partito Likud di Netanyahu.

A maggio 2018 gli Stati Uniti han spostato la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, ribaltando una linea politica vecchia di decenni. A marzo 2019 hanno riconosciuto l’annessione israeliana delle alture del Golan siriane.

A giugno 2019, gli Stati Uniti hanno azzerato i loro contributi all’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi e a febbraio hanno rifiutato di fornire finanziamenti all’Autorità Nazionale Palestinese, a quanto è stato detto in un tentativo di forzare Ramallah a modificare la sua posizione sul piano di annessione.

Uno stato internazionale, come gli Stati Uniti, ha il dovere di isolare coloro che violano i diritti umani, non di finire per favorirli” dice Lynk.

Quello che vediamo sono il governo israeliano e il Partito Repubblicano [americano ndtr.] farsi scaltri e realizzare che l’attuale amministrazione potrebbe non essere rieletta a novembre, e che quindi potrebbe andare persa l’opportunità di realizzare probabilmente il più grande regalo americano a Israele di sempre, cioè il sostegno all’annessione di parti della Cisgiordania e la protezione per Israele da qualsiasi ricaduta diplomatica.”

I critici han paragonato l’idea di Stato palestinese di Stati Uniti e Israele al Bantustan sudafricano durante il regime dell’apartheid.

Lynk descrive il piano come “una serie sconnessa di circa 165 isolette di territorio separate le une dalle altre” e la soluzione dei due Stati come “un cadavere che sta semplicemente aspettando il proprio funerale”.

Se Israele dovesse andare avanti con l’annessione, creerà uno stato con due livelli distinti di diritti economici, politici, sociali,e di proprietà, ovvero un regime di apartheid, dice Lynk.

Quando il polverone si sarà posato…il mondo realizzerà che c’è un solo Stato in funzione tra il Mediterraneo il fiume Giordano, e che quello Stato è Israele.”

[traduzione dall’Inglese di Giacomo Ortona]




Per capire il sionismo dobbiamo vederlo sia come un progetto di liberazione che come un progetto colonialista

Alon Confino e Amos Goldberg 

3 giugno 2020 – +972

Il dibattito sull’antisemitismo spesso ignora gli elementi del colonialismo di occupazione facendo di Israele un’eccezione. Mettere in discussione questa analisi non è antisemita.

Il mese scorso, Felix Klein, commissario tedesco per la lotta all’antisemitismo, ha accusato di antisemitismo Achille Mbembe, l’eminente storico e filosofo camerunense. Klein ha tentato di impedire a Mbembe e ad altri gruppi e personalità di tenere il discorso di apertura a un importante festival in Germania, scatenando un violento dibattito pubblico.

Come ha riportato Mairav Zonszein sul quotidiano +972, l’accusa di Klein era basata sul paragone stabilito da Mbembe fra le politiche israeliane a danno dei palestinesi e il regime di apartheid in Sud Africa, così come sul suo approccio comparativo nello studio dell’Olocausto, che i suoi accusatori sostengono equivalga a una banalizzazione del genocidio.

La storia ha svelato quanto il dibattito sulla relazione fra gli studi postcoloniali e lo studio dell’antisemitismo sia non solo importante, ma debba anche essere sviluppato.

Una delle critiche mosse a Mbembe è stata che l’analisi postcoloniale tende a ignorare gli aspetti dell’antisemitismo che sono specifici rispetto ad altre forme di razzismo. Ma questa argomentazione ignora l’altro elemento dell’equazione: che il discorso contemporaneo sull’antisemitismo ignora gli aspetti coloniali di Israele e del sionismo e genera una visione ‘eccezionalista’ dell’antisemitismo e di Israele come entità a sé in una storia presa come caso isolato.

Era frequente per gli ebrei riconoscere già negli anni ’20 e ’30 che la resistenza araba al movimento sionista, e poi a Israele, non era dovuta all’antisemitismo, ma piuttosto alla loro opposizione alla colonizzazione della Palestina. Per esempio, Ze’ev Jabotinsky, leader sionista fondatore del movimento revisionista [corrente di destra del sionismo, ndtr.], riconosceva le caratteristiche coloniali del sionismo e offriva una spiegazione onesta delle ragioni per cui i palestinesi vi si opponevano.

I miei lettori hanno un’idea generale della storia della colonizzazione in altri Paesi,” scriveva Jabotinsky nel suo saggio del 1923 “Il muro di ferro.” “Io suggerisco che prendano in considerazione tutti i precedenti di cui sono a conoscenza per vedere se ci sia un solo caso in cui la colonizzazione sia avvenuta con il consenso della popolazione nativa. Non c’è alcun precedente simile. Le popolazioni native […] hanno sempre resistito ostinatamente contro i colonizzatori.”

Nel 1936, Haim Kaplan, un convinto sionista di Varsavia, scrisse nel suo diario con la stessa ottica. Riflettendo sulla Grande Rivolta araba in Palestina, dove all’epoca vivevano i suoi due figli, Kaplan osservava che parlare di un nuovo antisemitismo arabo era solo propaganda sionista. Gli arabi, dal loro punto di vista, avevano ragione: il sionismo li cacciava dalla loro terra e i seguaci del movimento dovevano essere visti come quelli che stavano facendo la guerra contro la popolazione locale.

Nonostante queste considerazioni, figure come Jabotinsky e Kaplan avevano comunque i loro motivi per giustificare il sionismo. Oggi, in molti Paesi, incluso Israele, le loro osservazioni critiche verso il movimento sarebbero considerate antisemite. Ma loro avevano ragione.

Solide ricerche hanno mostrato che il sionismo ha presentato elementi di colonialismo da insediamento. I sionisti cercavano di fondare una comunità oltremare, vincolata dai legami di identità e di un passato condiviso, in una terra che loro consideravano vuota o abitata da nativi che essi ritenevano meno civilizzati. Volevano non tanto governare o sfruttare i nativi, ma rimpiazzarli come una comunità politica. Una questione chiave su cui molti storici discutono è quanto il colonialismo da insediamento sia stato prevalente rispetto ad altre caratteristiche del sionismo.

Trattare il sionismo come uno fra gli altri movimenti coloniali da insediamento non nega necessariamente la ricerca di giustizia come parte integrante del sionismo, secondo cui gli ebrei hanno diritto ad una propria patria nel mondo moderno. Non nega necessariamente neppure il “diritto di esistere” di Israele, proprio come riconoscere Stati Uniti, Canada e Australia quali Stati coloniali di insediamento non nega a loro il diritto di esistere.

Questo approccio rende quindi chiara la dualità del sionismo, che è sia un movimento di liberazione nazionale per offrire un rifugio agli ebrei che fuggono dall’antisemitismo e dove i sopravvissuti all’Olocausto potevano ricostruire le loro vite, ma anche un progetto coloniale di insediamento che ha creato una relazione gerarchica fra ebrei e palestinesi basata su segregazione e discriminazione.

Il prisma del colonialismo di insediamento è corretto per capire altri casi storici nel mondo e non c’è motivo per non dibatterne anche quando nella discussione si viene sopraffatti dalle emozioni – il caso Israele-Palestina è uno di questi, compreso il concetto di apartheid.

Per capire il sionismo si deve abbracciare la complessità di due narrazioni che sembrano inconciliabili, ma che in realtà sono complementari: raccontare la storia dei motivi per cui gli ebrei in fuga da antisemitismo e discriminazioni in Europa immigrarono in Palestina raccontando nel contempo la storia delle conseguenze di questo evento per i palestinesi nel corso del secolo scorso.

L’intellettuale palestinese Raef Zreik ha descritto in modo poetico questo dualismo: “Il sionismo è un progetto coloniale di insediamento, ma non è solo questo. Esso unisce l’immagine del rifugiato con l’immagine del soldato, l’inerme con il potente, la vittima con il persecutore, il colonizzatore con il colonizzato, il progetto di insediamento che è allo stesso tempo un progetto nazionale. Gli europei vedono la schiena di un rifugiato ebreo che fugge per salvarsi la vita. Il palestinese vede la faccia del colonialista che si insedia prendendogli la terra.”

Analogamente, capire l’antisemitismo significa anche prenderne in considerazione la complessità: in molte parti del mondo gli ebrei oggi sono vittime (o vittime potenziali) dell’antisemitismo, che talvolta si nasconde dietro discorsi anti-israeliani o anti-sionisti, ma allo stesso tempo Israele è uno Stato potente, criminale e di occupazione. Gli ebrei, come tutti gli esseri umani, possono essere sia vittime che carnefici.

Questo non sminuisce gli ebrei. Piuttosto attribuisce loro una doppia responsabilità: combattere l’antisemitismo ovunque nel mondo; in quanto israeliani, avere la responsabilità dei crimini contro i palestinesi.

Politicamente, perciò, ogni confronto sul conflitto israelo-palestinese che voglia dare pieni diritti politici, nazionali, civili e umani a tutti gli abitanti fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo sotto forma di uno Stato, di due Stati o di una federazione bi-nazionale dovrebbe essere ben accolto e non considerato antisemita.

La Germania, con le sue ultime due generazioni, nonostante le imperfezioni e la complessa storia post-bellica, è stata un modello nel fare i conti con il proprio passato. Ora noi ci chiediamo se questa strada non sia arrivata a un punto morto che richiede un attento riesame. Oggi la situazione in Germania è assurda. Ogni critica severa dell’occupazione di Israele o delle sue politiche è considerata antisemita. È questa una lezione che i tedeschi vogliono trarre dall’Olocausto? Che gli ebrei non possono fare nulla di sbagliato? Questo tipo di filo-semitismo è inquietante.

Da studiosi dell’Olocausto, una delle cose che la nostra ricerca ci ha insegnato è l’importanza dell’ascoltare le voci delle vittime. Questa attenzione, dal processo a Eichmann ai libri di Saul Friedlander sull’Olocausto, riflette il riconoscimento da parte dell’opinione pubblica e dei ricercatori del valore di includere le voci delle vittime nella narrazione storica. Un’esigenza morale simile fu posta da Gayatri Spivak nel campo degli studi postcoloniali quando si era chiesta: “I subalterni possono parlare?” Partendo dall’Olocausto e dall’esperienza del colonialismo europeo, si è riconosciuto che ascoltare queste voci sia un imperativo morale universale che va oltre l’Olocausto.

In questo caso chi sono i subalterni e chi le vittime? Dal punto di vista dell’Olocausto e dell’antisemitismo sono gli ebrei, ma nell’ottica del conflitto israelo-palestinese sono i palestinesi, le cui voci quindi richiedono grande attenzione.

Sono stati i palestinesi a identificare fin dall’inizio gli aspetti colonialisti del sionismo. Contestavano l’affermazione che la popolazione araba locale nel 1948 se ne fosse andata volontariamente, documentando che erano in realtà stati espulsi durante quello che loro descrivono come la Nakba [la catastrofe, in arabo, ndtr.]. Oggi sono testimoni dell’occupazione israeliana: il saccheggio della terra, lo stabilirsi di insediamenti, gli omicidi di innocenti, la demolizione delle case e altro ancora. Loro assistono all’infrangersi di ogni possibilità di uno Stato palestinese indipendente mentre Israele si prepara ad annettere formalmente vaste aree della Cisgiordania.

Noi dobbiamo ascoltare queste voci. Non perché siano sempre dalla parte della ragione (chi lo è?), e anche se sono voci dai toni accesi (gli occupati hanno il diritto di essere arrabbiati), ma perché noi abbiamo l’obbligo di ascoltare i testimoni di un’ingiustizia. Queste voci fanno parte del dibattito e non possono essere automaticamente definite antisemite. Ascoltarle e tenerne conto ci fa più, non meno, ebrei. Ci fa tutti più, non meno, umani.

Alon Confino occupa la cattedra Pen Tishkach di Studi dell’Olocausto presso Amherst, l’università del Massachusetts. Il suo libro più recente è “A World Without Jews: The Nazi Imagination from Persecution to Genocide” [Un mondo senza ebrei. L’immaginario nazista dalla persecuzione al genocidio, Mondadori, 2017].

Amos Goldberg è docente di storia dell’Olocausto. I suoi libri più recenti sono “Trauma in First Person: Diary Writing during the Holocaust” [Trauma in prima persona: scrittura di diari durante l’Olocausto] e un testo curato con Bashir Bashir “The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History.[L’Olocausto e la Nakba: una nuova grammatica di trauma e storia].

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)