Che cosa c’è dietro l’entusiastico appoggio alla soluzione dello Stato unico?

Saleh Al-Naami

2 giugno 2020 – Middle East Monitor

Parecchi organi di informazione, alcuni dei quali collegati all’Autorità Nazionale Palestinese, hanno deliberatamente minimizzato la decisione di Israele di annettere parti della Cisgiordania, ed hanno addirittura salutato con favore la proposta. Sostengono che la sua attuazione porterà ad una soluzione “di Stato unico”, che alla fine consentirà ai palestinesi di comandare in Israele, data la loro superiorità demografica. È una teoria piuttosto fantasiosa.

Le persone che sostengono ciò ritengono che Israele concederà la cittadinanza ai palestinesi dei territori annessi, in modo che essi potranno automaticamente godere degli stessi diritti politici dei sionisti. È una follia pensarla così, e coloro che hanno plaudito all’idea sono individui malvagi che lo fanno per scoraggiare i palestinesi dal contrastare i piani di annessione israeliani.

Inoltre queste dichiarazioni creano una situazione che consente alla leadership dell’ANP di non essere incisiva nel contrastare Israele sull’annessione e nel proseguire o meno il coordinamento per la sicurezza con l’entità sionista. Tel Aviv ha confermato che non è stato attuato alcun significativo cambiamento riguardo a tale coordinamento, nonostante che il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas abbia annunciato che il suo governo ha annullato tutti gli accordi con Israele.

È chiaro che le voci palestinesi che si appigliano a questa fuorviante strategia riguardo alla questione dell’annessione sviliscono la consapevolezza collettiva del popolo, presentando una visione molto semplicistica che ignora del tutto la realtà.

Benché il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia dichiarato a Israel Hayom che Israele non concederà la cittadinanza israeliana ai palestinesi delle aree annesse, coloro che sostengono che la forza potenziale dell’annessione possa essere utilizzata in positivo, nonostante la sua debolezza, perseverano ancora nella loro illusione. Pur se la leadership dell’ANP non ha adottato questa posizione pubblicamente, neppure la contrasta, né smaschera i suoi obbiettivi. “Lo Stato unico” non sarà condannato dall’ANP, in modo da evitare di dover prendere le misure necessarie per combattere l’annessione.

Le voci palestinesi che invocano l’utilizzo dell’annessione come una spinta verso una soluzione dello “Stato unico” insultano il popolo palestinese e la sua consapevolezza. La gente è perfettamente cosciente che il governo di estrema destra di Netanyahu andrà avanti con l’annessione per giudaizzare la terra palestinese e creare ulteriori situazioni di fatto. Non permetterà nulla che possa minacciare il carattere “ebreo” di Israele concedendo la cittadinanza israeliana ad altri palestinesi; ricordiamoci che gli arabo-palestinesi sono già il 20% degli israeliani.

Netanyahu ha reso il compito di queste posizioni molto difficile. Il suo rifiuto di concedere la cittadinanza israeliana ai palestinesi delle aree che saranno annesse significa che tale processo fornirà una cornice politica al regime di apartheid in Cisgiordania.

Ciò che solleva dei dubbi circa le ragioni che spingono le persone a fare appelli per lo “Stato unico”, in particolare coloro che sono legati all’ANP e ai suoi servizi di sicurezza, è il fatto che il lancio di tali idee avviene in un contesto in cui l’autorità di Ramallah manda messaggi rassicuranti allo Stato occupante riguardo alle sue reali motivazioni. Per esempio, i media sionisti hanno riferito che gli incontri per la cooperazione sulla sicurezza tra i leader dell’ANP e Israele sono tuttora in corso. Inoltre l’ANP sottolinea che non permetterà nessuno scoppio di “violenze”, intendendo le azioni di resistenza contro l’occupazione militare israeliana. È ovvio che contrastare azioni di resistenza richiede un qualche coordinamento di sicurezza con Israele.

Quindi questi messaggi ambigui stanno fondamentalmente invitando i palestinesi ad arrendersi e ad accettare l’annessione israeliana per consentire all’ANP di evitare un confronto che potrebbe costarle un prezzo molto alto. Devono essere fermati.

Questo articolo è stato pubblicato in arabo su ‘the New Khaleej’ il 1 giugno 2020

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Qual è il futuro della resistenza popolare palestinese a Gaza? Un colloquio con la giornalista Wafaa Aludaini

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

2 giugno 2020 – Palestine Chronicle

Wafaa Aludaini è una testimone di molte delle recenti tragedie di Gaza ed anche della sua resistenza senza fine. Ha sperimentato la violenta occupazione israeliana, il successivo blocco dell’impoverita Striscia e varie guerre che hanno portato alla morte e al ferimento di decine di migliaia di palestinesi.

Ma nessuna delle guerre di Israele ha ha avuto un tale impatto sulla vita di Aludaini quanto il massacro del 2014 che Israele ha denominato “operazione Margine Protettivo”.

Tra le circa 18.000 case distrutte dalle bombe israeliane lo sono state anche una della famiglia di Wafaa e l’altra della famiglia di suo marito.

Durante i bombardamenti durati 51 giorni le infrastrutture di Gaza, già in rovina in seguito a precedenti guerre e a un lungo assedio, hanno subito un pesante colpo.

La perdita più insostituibile è stata quella di vite umane, in quanto 2.251 palestinesi sono stati uccisi e oltre 11.000 feriti, molti dei quali mutilati per sempre.

Tuttavia guerra e assedio hanno solo rafforzato la risolutezza di Wafaa in quanto si è impegnata ancor di più nell’informare da Gaza, sperando di svelare verità a lungo nascoste e sfidare la narrazione prevalente dei media e gli stereotipi più diffusi.

Durante la “Grande Marcia del Ritorno”, un movimento popolare iniziato il 30 marzo 2018, Wafaa si è unita ai manifestanti informando giornalmente dell’uccisione e del ferimento di giovani disarmati che accorrevano nei pressi della barriera che separa Gaza da Israele per chiedere la libertà e i propri diritti umani fondamentali.

Infuriati dai quotidiani slogan dei rifugiati di “Fine all’assedio” e “Palestina libera” e dall’insistenza risoluta sul loro “Diritto al Ritorno” ai villaggi d’origine in Palestina, che subirono la pulizia etnica durante la nascita violenta di Israele nel 1948, i cecchini israeliani hanno aperto il fuoco. Nei primi due anni della Marcia [del Ritorno] sarebbero stati uccisi oltre 300 palestinesi e migliaia feriti.

Aludaini era là durante tutta questa dura prova, informando su morti e feriti, consolando famiglie in lutto e partecipando anche a un momento storico, quando tutta Gaza si è sollevata e si è unita dietro a un unico canto di libertà.

Aludaini non è stata una tipica giornalista che corre dietro ad una storia nei pressi della barriera, in quanto è stata sia la storia che la narratrice.

Sono una giornalista, ma anche una rifugiata. I miei genitori furono espulsi dal loro villaggio in Palestina, che oggi è Israele,” afferma.

Non è facile essere giornalista a Gaza, perché ogni giorno rischi di essere uccisa, ferita o arrestata dalle forze di occupazione israeliane. Di fatto molti giornalisti sono stati uccisi dal fuoco israeliano in questo modo.”

Sul perché abbia scelto il giornalismo come professione benché abbia studiato letteratura inglese in un’università di Gaza, Aludaini sostiene che più ha compreso come i principali mezzi di informazione raccontano della Palestina più si è sentita frustrata dalla descrizione scorretta della Palestina e della lotta dei palestinesi.

I giornalisti che propongono la narrazione sulla Palestina nei principali media stanno in un certo modo aiutando l’occupazione israeliana a uccidere più persone innocenti in Palestina, e in particolare nella Striscia di Gaza. Stanno rafforzando la gente (gli israeliani) che ci espulse nel 1948, incoraggiandola a violare le leggi internazionali,” dice Aludaini.

Chiedo a loro di venire qui, in Palestina, a vedere con i propri occhi, a vedere il muro dell’apartheid, a vedere i checkpoint, a vedere quello che sta succedendo nelle carceri israeliane. Solo dopo che avranno visto con i propri occhi potranno dire la verità, perché i giornalisti dovrebbero dire la verità e stare dalla parte dell’umanità, indipendentemente dalla religione e di qualunque altra cosa.”

Allo stesso modo Aludaini sfida i “difensori dell’occupazione israeliana” a venire in Palestina e ad “ascoltare le persone a cui sono stati uccisi i figli; quelle che sono state espulse dalle proprie case. In ogni casa in Palestina c’è una storia di sofferenza, ma non troverai mai (queste storie) nei media più importanti.”

Riguardo alla Grande Marcia del Ritorno Aludaini afferma che è stata “una protesta popolare, in cui la gente di Gaza si è riunita presso la barriera di separazione tra Gaza e Israele” per manifestare varie forme di resistenza centrate soprattutto sulla resistenza culturale.

I manifestanti hanno portato avanti varie forme di “attività tradizionali, come ballare la dabka [ballo tipico palestinese, ndtr.], cantare vecchie canzoni, cucinare piatti palestinesi,” afferma Aludaini, notando che le scene più toccanti sono state quelle di “anziani palestinesi che portavano le chiavi delle case da cui vennero espulsi a forza nel 1948 durante la Nakba,” cioè la Grande Catastrofe.

Questa forma di resistenza popolare non è nuova per i palestinesi, in quanto essi hanno sempre usato tutti i mezzi a disposizione per lottare per i propri diritti, contro l’occupazione (militare israeliana), come le proteste settimanali (alla barriera di Gaza), o (l’atto simbolico di) lanciare pietre. Persino quando i gazawi hanno fatto ricorso alla resistenza armata la gente non ha mai smesso si mettere in atto anche forme di resistenza popolare.”

Ma questa è la fine della Marcia del Ritorno?

Aludaini dice che la Marcia non è finita, tuttavia la strategia verrà ridefinita per ridurre il numero di vittime.

Dopo circa tre anni di proteste l’Alto Comitato della Grande Marcia del Ritorno ha deciso di cambiare l’approccio delle proteste. D’ora in avanti le marce si terranno solo in occasioni nazionali invece che ogni settimana, perché Israele usa forze letali contro manifestanti pacifici e disarmati.”

Secondo Aludaini il ministero della Salute di Gaza, già in crisi per la mancanza di materiale sanitario, elettricità e acqua potabile, non può più sostenere la pressione di morti e feriti quotidiani.

La stessa Aludaini ha passato molte ore negli ospedali di Gaza, a intervistare e confortare i feriti. Ci ha detto di una madre di Gaza con quattro figli che ha partecipato ogni venerdì senza mai mancare alla Marcia. “Un giorno è stata colpita a una gamba, e faceva fatica a camminare. Ma il venerdì seguente è tornata alla barriera. Quando le ho chiesto perché fosse tornata nonostante la ferita mi ha detto: ‘Non permetterò mai agli israeliani di rubare la mia terra. Questa è la mia terra, questi sono i miei diritti e tornerò continuamente (a difenderli).’”

Per Aludaini è la resilienza di quelle persone apparentemente ordinarie che la ispira e le dà speranza.

Un’altra storia riguarda una diciannovenne che implorava continuamente i suoi genitori di unirsi alle proteste. Quando finalmente hanno ceduto, la giovane è stata colpita a un occhio da un cecchino. Aludaini e i suoi compagni sono corsi all’ospedale per dimostrare solidarietà alla manifestante che aveva perso un occhio per poi trovarla con il morale alto, più forte e determinata che mai.

Ci ha detto che appena avesse lasciato l’ospedale pensava di tornare alla barriera.”

Aludaina smentisce la “propaganda israeliana” secondo cui le sue guerre e la continua violenza a Gaza sono motivate dall’autodifesa. Se così fosse “perché Israele prende di mira la Cisgiordania, anch’essa sottoposta all’annessione e all’apartheid?” chiede.

(In genere) non c’è resistenza armata (in Cisgiordania), ma nonostante ciò (l’esercito israeliano di occupazione) continua ogni giorno ad uccidere persone.”

Aludaini, frustrata dalla scarsa importanza data agli studi mediatici nelle università di Gaza, è determinata a continuare il suo lavoro come giornalista e come attivista perché, quando i media non denunciano i crimini di Israele a Gaza, sono persone come Wafa Aludaini che fanno la differenza.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

Romana Rubeo è una giornalista italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e letterature straniere ed è specializzata nella traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Furto di terre e deportazioni: ecco cosa prevede per il dopo annessione un importante avvocato israeliano

Meron Rapoport

20 maggio 2020 – Middle East Eye

Nella sua intervista con MEE, Michael Sfard dice che a Israele si è presentata l’occasione del secolo di annettere la Cisgiordania

A quasi 53 anni dall’occupazione della Cisgiordania, Israele è più vicina che mai ad annettere parti del territorio palestinese.

L’articolo 39 del patto di coalizione firmato dal primo ministro Benjamin Netanyahu del Likud e Benny Gantz di Blu e Bianco permette al premier, in accordo con la Casa Bianca, di proporre alla discussione nel governo un disegno di legge per mettere in pratica la sovranità di Israele e per l’approvazione in parlamento entro il primo luglio.

Dato che nella Knesset, il parlamento israeliano, c’è una chiara maggioranza per l’”applicazione della sovranità”, la nuova parola che si usa per ‘annessione’, in teoria, tra appena due mesi e mezzo, Israele potrà annettere parti della Cisgiordania – indubbiamente la mossa più significativa da quando l’ha occupata nel 1967.

Il governo insediatosi domenica metterà l’annessione come primo punto all’ordine del giorno.

Questo “in teoria”, perché con il passar del tempo dalla firma dell’accordo, la pressione su Israele sta salendo.

Solo venerdì Josep Borrrell, l’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea, ha detto che l’UE userà “tutte le sue capacità diplomatiche ” per fermare l’annessione e il re di Giordania Abdullah ha previsto un “gravissimo conflitto” se si procedesse all’annessione.

Persino l’amministrazione Trump sembra meno entusiasta che alcune settimane fa. L’annessione dovrebbe far “parte di negoziati fra israeliani e palestinesi”, ha detto Morgan Ortagus, portavoce di Mike Pompeo, dopo la visita in Israele del Segretario di Stato della scorsa settimana.

Sebbene nelle ultime elezioni la sinistra israeliana sia stata pesantemente sconfitta, all’interno del Paese c’è ancora opposizione. Una figura prominente è Michael Sfard, avvocato israeliano specializzato in leggi sulla difesa dei diritti umani, consulente legale per organizzazioni di diritti umani in Israele e autore de The Wall and the Gate: Israel, Palestine, and the Legal Battle for Human Rights, [Il muro e la porta: Israele, Palestina e la battaglia legale per i diritti umani ndtr.].

In un’intervista della scorsa settimana Sfard ha messo in guardia contro le disastrose conseguenze per i palestinesi residenti nei territori annessi e per le loro proprietà. Eppure, allo stesso tempo, sostiene che, se l’annessione venisse fermata adesso, scomparirebbe dal dibattito “per cent’anni”.

Middle East Eye: Si è spesso sostenuto, persino da parte dei palestinesi, che sostanzialmente l’annessione sia già avvenuta e quindi un atto formale non farebbe una grande differenza.

Michael Sfard: Questo è un errore molto comune e rivela scarsa comprensione del significato per i singoli individui e per le comunità palestinesi e di quanto profondamente inciderà sulle loro vite e i loro diritti. Quasi sicuramente vorrà dire “nazionalizzazione” della maggior parte del territorio. Grandi porzioni di terra di proprietà di palestinesi che non vivono sul territorio saranno considerate come ‘proprietà di assenti ’.

MEE: Può spiegare meglio?

MS: La Absentee Property Act, la legge sulla proprietà degli assenti del 1950 permette di impossessarsi di proprietà di rifugiati palestinesi che se ne andarono, fuggirono o vennero deportati da ciò che nel 1948 diventò Israele. La legge definisce ‘assente’ un individuo che risiede in un “territorio nemico” o in “qualsiasi parte della Palestina Mandataria che non sia lo Stato di Israele”.

Nel 1967, quando Israele ha applicato questa legge a Gerusalemme Est, molti abitanti della Cisgiordania che avevano là delle proprietà furono definiti ‘assenti’, sebbene non avessero fatto nulla per diventarlo, non se ne erano andati. È una condizione fittizia, ma legale.

MEE: Cosa le fa pensare che ora useranno questa legge?

MS: Per molto tempo [il governo israeliano] non l’ha applicata a Gerusalemme Est, ma negli ultimi 20 anni lo sta facendo. La lobby dei coloni ha persuaso il Procuratore generale a fare eccezioni che sono state approvate dalla Corte Suprema di Israele. Sappiamo per esperienza che ogni eccezione diventa una regola, e quindi c’è l’enorme pericolo che gran parte del territorio venga dichiarato ‘proprietà di assenti’.

Un altro meccanismo con cui Israele esproprierà terre è la confisca per pubblica utilità. In ogni Paese ci sono delle leggi simili, per costruire strade, ecc.

MEE: Al momento ciò non è possibile in Cisgiordania?

MS: Ora no, secondo le leggi dell’occupazione e i principi applicati in questi anni dalla Corte suprema di Israele e dal Ministro della giustizia. Questa è la ragione per cui Israele ha usato ogni stratagemma giuridico, come dichiararle terre pubbliche. Ma una volta che un territorio è annesso, allora il “pubblico” sono gli israeliani e si può espropriare nel loro interesse. È chiaro che è questo che sarà fatto. Ecco il motivo per cui Israele sta annettendo questi territori.

MEE: É questa la ragione? Non è un gesto simbolico e politico?

MS: Naturalmente c’è un aspetto simbolico e di orgoglio nazionale, ma senza impadronirsi delle terre, l’annessione non soddisferebbe le fantasie annessioniste. Già ora i coloni nei loro insediamenti si sentono parte di Israele. L’unica restrizione è lo sviluppo, il fatto che ci sono molte terre agricole intorno ad essi sulle quali è difficile per loro espandersi.

MEE: Quindi il motivo principale è impossessarsi di terre?

MS: Ne è decisamente l’aspetto principale. Il conflitto israelo-palestinese è sostanzialmente per il territorio, non è né religioso né culturale, è territoriale. L’annessione, senza impadronirsi delle terre, non è una vittoria.

Questa è la prima cosa. La seconda è che alcune, probabilmente molte, delle comunità palestinesi che saranno coinvolte dovranno fronteggiare il pericolo della deportazione forzata. Per 53 anni Israele ha avuto il controllo del registro della popolazione palestinese e la sua politica ha impedito ai palestinesi di cambiare l’indirizzo in certe zone, come quelle a sud del Monte Hebron, nella Valle del Giordano e nel cosiddetto ‘Jerusalem Envelope’.

Quindi ci sono molte comunità, la maggior parte piccole e deboli che, se controlli la carta d’identità rilasciata ai loro abitanti dall’amministrazione civile israeliana [l’autorità militare che controlla i territori occupati ndtr.], sono registrate altrove in Cisgiordania. Dopo l’annessione diventeranno stranieri illegali in Israele e a rischio di deportazione. Naturalmente non avverrà il giorno dopo, ma alla lunga questo sarà il loro destino.

MEE: Lei è uno di quelli che da molto tempo ha sostenuto che quello che Israele sta facendo in Cisgiordania sia un tipo di apartheid. L’annessione non la aiuterà a convincere la comunità internazionale che è così? 

MS: L’accusa di apartheid è stata mossa a Israele da molti anni, espressa dagli attivisti dei diritti umani più radicali e politicamente periferici. L’annessione sposterà questo modo di pensare in un campo politico più convenzionale. Se Israele in passato ha sostenuto che non vuole governare i palestinesi e che la situazione presente è temporanea, l’annessione significherà perpetuare il dominio sui palestinesi e la loro oppressione, una situazione che si penserà che sia definitiva. 

MEE: Quindi non aiuterà persone come lei?

MS: Sicuramente rafforzerà questo argomento, ma non voglio barattare la forza del mio ragionamento in cambio dell’occupazione dei territori e della deportazione dei palestinesi. La gente che pensa che questo sia uno sviluppo positivo perché genererà un’opposizione più forte contro le politiche israeliane non valuta o non capisce appieno le conseguenze enormi dell’annessione e probabilmente sopravvaluta l’opposizione internazionale. Israele è uno Stato molto potente e più volte ci sono state cose commesse da Israele che si pensava che la comunità internazionale non avrebbe perdonato – ma l’ha fatto.

MEE: Cosa potrebbe fermare Israele? 

MS: Ci sono tre campi in Israele che voteranno a favore. Uno è quello ideologico, niente cambierà il suo punto di vista. Il secondo lo farà per motivi politici interni. Per loro i costi superano i benefici, potrebbero opporre resistenza. Fra i costi ci sarebbero la sicurezza, costi economici e, più importante di tutti, il danno alla posizione di Israele all’interno della comunità internazionale.

Il terzo gruppo è Netanyahu stesso. Un uomo, una missione. I suoi interessi sono completamente diversi. Non penso che al momento siano ideologici. Il problema principale è la sua sopravvivenza e il ruolo che può giocare l’annessione.

C’è ancora una cosa. Si tratta probabilmente del passo più importante di Israele dalla sua dichiarazione di indipendenza, eppure, per la maggior parte, la decisione non avverrà a Gerusalemme, ma a Washington.

MEE: Molti centri di potere della sicurezza israeliana, al centro e persino a destra, vogliono fermarla per continuare con lo status quo dell’occupazione. Non si sente a disagio a trovarsi insieme a loro? 

MS: Lo chieda a loro, ma io penso che non capiscano che in Medio Oriente lo status quo non esiste. Se si ferma l’annessione, non torneremo alla situazione precedente. In realtà io penso che fermarla sarà il passo più importante per far avanzare una giusta soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Molti tasselli del puzzle vanno al loro posto, una situazione che la destra israeliana non avrebbe mai potuto sognarsi: un presidente alla Casa Bianca che non solo sostiene l’annessione, ma anzi ci spinge a farla, un’Europa molto debole, una maggioranza nel parlamento israeliano, l’opinione pubblica israeliana che negli ultimi vent’anni ha virato costantemente a destra e i palestinesi più deboli che mai.

Lo dicono le stelle. Se, in questa situazione che sembra perfetta, si previene l’annessione significherà che i confini di una possibile soluzione al conflitto israelo-palestinese saranno ridefiniti. Se oggi non potessimo annettere, allora probabilmente non succederà nei prossimi cent’anni.

Questo creerà un’enorme frattura nel campo degli annessionisti. Hanno aspettato 2000 anni, il messia è arrivato, si è fermato alla nostra porta, ma non l’ha aperta e se n’è andato.

MEE: Quindi lei è ottimista?

MS: Non sono sicuro che scommetterei che non succeda. Ma credo che ci sia un percorso ragionevole per far sì che non accada e la comunità internazionale gioca un ruolo primario. Il nostro compito è la mobilitazione di quelle forze che lo impediranno.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele/Cisgiordania. Yehoshua: “L’annessione è apartheid. È tempo di uno Stato unico”.

 Michele Giorgio 

16 maggio 2020, Nena News da Il Manifesto

Dialogo con lo scrittore israeliano divenuto sostenitore di uno Stato per ebrei e palestinesi insieme. «In Cisgiordania – spiega – nello spazio di un chilometro trovi gli abitanti di una colonia israeliana con pieni diritti e quelli di un villaggio palestinese che invece diritti non ne hanno. Non è accettabile»

 Il Tunnel di A.B. Yehoshua non è un romanzo a sfondo politico, o almeno non lo è nella sua finalità originaria. Il protagonista, Zvi Luria, è un ingegnere che fa i conti con il declino delle sue facoltà mentali e che deve trovare un compromesso con la sua malattia.

Il racconto, con tratti autobiografici, di Yehoshua tuttavia include due episodi con un significato politico.

Nel primo Luria va al kibbutz Sde Boker a visitare la tomba di David Ben-Gurion, uno dei principali leader sionisti e padre fondatore di Israele.

Nel secondo, trovandosi di fronte a una famiglia palestinese che vive sul percorso della strada che sta costruendo nel deserto del Negev, pensa che non vada espulsa e di dover costruire un tunnel sotto quell’abitazione.

La visita di Zvi Luria alla tomba di Ben Gurion è un omaggio o un addio al Sionismo classico che l’83enne Yehoshua ha abbracciato per quasi tutta la sua vita? Il tunnel alternativo all’espulsione della famiglia palestinese è il segnale di strada diversa che lo scrittore propone per il rapporto con i palestinesi in Israele e nei Territori occupati?

Yehoshua non risponde direttamente questi interrogativi durante la conversazione telefonica che abbiamo avuto con lui sul tema dell’annessione unilaterale a Israele di una larga porzione di Cisgiordania palestinese al centro del programma del nuovo governo Netanyahu atteso oggi al giuramento.

«Spero che Netanyahu non muova questo passo (l’annessione), finirebbe per rafforzare l’apartheid che già esiste in Cisgiordania», ci dice lo scrittore, uno degli autori israeliani più conosciuti e tradotti all’estero.

«Ci sono Bantustan palestinesi» prosegue «non so come altro potrei definirli. In Cisgiordania nello spazio di un chilometro trovi gli abitanti di una colonia (israeliana) che godono di pieni diritti e quelli di un villaggio palestinese che diritti invece non ne hanno. E questo non è accettabile».

Apartheid, Bantustan, termini che Yehoshua usa sempre più spesso da qualche tempo a questa parte. Una netta frattura rispetto al passato recente in cui lo scrittore è stato un accanito sostenitore della «separazione» tra ebrei e arabi e che inizialmente vide nel Muro fatto costruire da Ariel Sharon in Cisgiordania parte della soluzione dei problemi.

Oggi pensa che la soluzione invece sia uno Stato unico, binazionale, per ebrei e palestinesi su tutta la Palestina storica, unica possibilità per evitare l’apartheid. «Israele di fatto è già uno Stato binazionale» spiega «due milioni di palestinesi sono cittadini di Israele, lavorano negli ospedali come medici e infermieri, svolgono tutte le attività professionali, sono ovunque pur soffrendo delle discriminazioni. E 72 anni dopo (dalla nascita di Israele, oggi è l’anniversario, ndr), sulla base di questa lunga esperienza, dico che come i palestinesi in Israele anche quelli della Cisgiordania possono e devono ottenere residenza e cittadinanza. Possiamo vivere insieme in un unico Stato, senza annullare le nostre rispettive identità».

Yehoshua peraltro non esclude che nello Stato unico che ha in mente un palestinese possa diventare premier di Israele: «Perché no?» ci dice.

Lo Stato per ebrei e arabi di Yehoshua non è uguale a quello che è oltre il Sionismo, il nazionalismo, il colonialismo che teorizzano l’accademico Ilan Pappè e altri intellettuali, studiosi e attivisti ebrei e palestinesi. Ma senza dubbio è una voce autorevole fuori dal coro del sostegno acritico a qualsiasi politica di Israele nei confronti del territorio e dei palestinesi. E contro il mantra della soluzione a Due Stati, Israele e Palestina.

«Quell’idea è morta – conclude lo scrittore – l’hanno uccisa le tante colonie (israeliane) che sono state costruite negli ultimi decenni con l’approvazione degli Stati uniti. L’Europa protesta eppure sino ad oggi non ha fatto nulla di concreto, proprio nulla, per fermare la colonizzazione israeliana».

Parole che avrebbero dovuto ascoltare i ministri degli esteri dell’Ue che ieri pomeriggio si sono riuniti per discutere delle intenzioni di Netanyahu.

Nei giorni scorsi giravano indiscrezioni su sanzioni richieste da alcuni paesi dell’Ue, tra cui la Francia, da esplicitare subito per scoraggiare il governo israeliano dal compiere passi unilaterali, non negoziati, nella Cisgiordania palestinese sotto occupazione militare.

Tra queste il congelamento del programma Horizon Europe 2021-2027, che garantisce ingenti risorse a Israele, e la sospensione dell’accordo che dà a Tel Aviv accesso libero ai mercati europei.

L’Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, butta acqua sul fuoco: «Siamo molto lontani dal parlare di sanzioni, comunque è importante sapere quale sia la posizione degli Stati membri sul mancato rispetto della legge internazionale (da parte di Israele)».

Da Washington al contrario arrivano solo approvazioni e regali per il premier israeliano. L’idea dell’annessione è stata partorita proprio dall’Amministrazione Trump che l’ha poi confezionata nel piano conosciuto come “Accordo del Secolo”.

Qualche giorno fa Netanyahu ne ha discusso a Gerusalemme per tre ore con Mike Pompeo. Non è chiaro se abbia ottenuto dagli Usa luce verde all’annessione, come vorrebbe, già dal prossimo 1 luglio. Gli americani forse hanno meno fretta del primo ministro israeliano. Sembra suggerirlo il segretario di stato parlando della necessità di fare altri «progressi» sull’attuazione del piano di pace americano.

Contro i progetti di Trump e Netanyahu il presidente palestinese Abu Mazen ha formato una task force incaricata di mobilitare i governi, specie quelli europei, e l’opinione pubblica internazionale.  Sulle speranze palestinesi gravano però le posizioni morbide di Cina e Russia che mantengono ancora una posizione di basso profilo.

Invoca provocatoriamente l’annessione il noto giornalista israeliano Gideon Levi che da anni racconta al mondo le forme dell’oppressione dei palestinesi.

«Sarà la fine del mondo? No, perché i Territori palestinesi occupati sono già stati annessi a Israele più di 52 anni fa» spiega Levi in un podcast postato online dal suo giornale, Haaretz, «questo passo mette fine alla vecchia bugia che l’occupazione sarebbe stata temporanea. L’occupazione non è mai stata intesa come temporanea». Levi avverte che l’annessione sarà un altro passo verso «la costruzione dell’apartheid».

L’eco di questo dibattito arriva a stento nella Valle del Giordano, il primo territorio destinato ad essere incluso in quella che Netanyahu descrive come «l’estensione della sovranità israeliana» sulla biblica Eretz Israel.

«Ci aspettiamo un netto peggiomento della nostra condizione quando sarà realizzata l’annessione» ci dice Rashid Khudiri, attivista dei diritti della popolazione palestinese nella Valle del Giordano «Israele assorbirà il territorio senza garantirci diritti e accesso alle risorse naturali». Con ogni probabilità, prevede, «avremo maggiori difficoltà a spostarci e subiremo un incremento delle demolizioni di case, delle strutture per i nostri animali e delle misure repressive. Il mondo deve intervenire per fermare Trump, il piano americano è contro la legge internazionale».

Lo sceriffo che occupa la Casa Bianca conosce solo la legge del Far West. Nena News




Quello che c’è da sapere sull’indagine della Corte Penale Internazionale sui crimini di guerra israeliani nella Palestina occupata

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

12 maggio 20202 – Palestine Chronicle

Fatou Bensouda, procuratrice capo della Corte Penale Internazionale (CPI), ha definitivamente risolto i dubbi sulla giurisdizione della Corte per indagare sui crimini di guerra commessi nella Palestina occupata.

Il 30 aprile Bensouda ha diffuso un documento di 60 pagine che stabilisce diligentemente le basi giuridiche per tale decisione, concludendo che “la Procura ha esaminato attentamente le osservazioni delle parti e rimane dell’opinione che la Corte abbia giurisdizione sul Territorio palestinese occupato”.

La spiegazione legale di Bensouda era di per sé una decisione preventiva, risalente al dicembre 2019, in quanto la procuratrice della CPI ha anticipato una reazione coordinata da Israele contro le indagini sui crimini di guerra commessi nei territori occupati.

Dopo anni di trattative, nel dicembre 2019 la CPI aveva deciso che “ai sensi dell’articolo 53 paragrafo 1 dello statuto [di Roma, che ha istituito la Corte, ndtr.] esiste una base ragionevole per procedere a un’indagine sulla situazione in Palestina.”

L’articolo 53, paragrafo 1, descrive semplicemente le fasi procedurali che in genere conducono, o non conducono, a un’indagine della Corte.

Tale articolo è soddisfatto quando la quantità di prove fornite alla Corte è così convincente da non lasciare alla CPI nessun’altra opzione se non quella di procedere con un’indagine.

Infatti Bensouda aveva già dichiarato alla fine dell’anno scorso di aver “accertato il fatto che “primo, i crimini di guerra siano stati commessi o siano in corso in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza; secondo, i casi potenziali derivanti dalla situazione sarebbero ammissibili; terzo, non vi sono motivi sostanziali per ritenere che un’indagine non sia utile agli interessi della giustizia”.

Naturalmente, Israele e il suo principale alleato occidentale, gli Stati Uniti, si sono infuriati. Israele non è mai stato ritenuto responsabile dalla comunità internazionale per crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani in Palestina. La decisione della CPI, specialmente se l’indagine andasse avanti, sarebbe un precedente storico. Ma, cosa avrebbero dovuto fare Israele e gli Stati Uniti, dato che nessuno dei due è uno Stato aderente alla CPI, e non hanno quindi alcuna effettiva influenza sul procedimento interno del tribunale? Bisognava trovare una soluzione.

Per ironia della storia, la Germania, che ha dovuto rispondere a numerosi crimini di guerra commessi dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale, è intervenuta per fungere da principale difensore di Israele presso la CPI e per proteggere i criminali di guerra israeliani accusati della responsabilità legale e morale.

Il 14 febbraio la Germania ha presentato un ricorso alla CPI chiedendo che le fosse assegnato il ruolo di “amicus curiae”, che significa “amico della corte”. Ottenendo questo status speciale, la Germania ha potuto presentare obiezioni a sostegno di Israele contro la precedente decisione della CPI.

La Germania, tra gli altri argomenti, ha poi sostenuto che la CPI non aveva alcuna autorità legale per discutere i crimini di guerra israeliani nei territori occupati. Questi sforzi, tuttavia, alla fine non hanno prodotto alcun risultato.

La questione è ora di competenza della camera pre-processuale della CPI.

La camera pre-processuale è composta da giudici che autorizzano l’apertura di indagini. Solitamente, una volta che il procuratore decide di prendere in considerazione un’indagine, deve informare la Camera pre-processuale della sua decisione.

Secondo lo Statuto di Roma, articolo 56, lettera b), “la Camera pre-processuale può, su richiesta del procuratore, adottare le misure necessarie per garantire l’efficacia e la correttezza dei procedimenti e, in particolare, la tutela dei diritti della difesa”.

Il fatto che il caso palestinese sia stato portato fino a questo punto può e deve essere considerato una vittoria per le vittime palestinesi dell’occupazione israeliana. Tuttavia, se l’indagine della CPI procederà secondo il mandato originario richiesto da Bensouda, rimarranno gravi lacune legali e morali che scoraggiano chi chiede giustizia per la Palestina.

Per esempio, i rappresentanti legali delle vittime palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza hanno espresso la propria preoccupazione, a nome delle vittime, in merito “alla portata apparentemente limitata dell’indagine sui crimini subiti dalle vittime palestinesi che si trovano in questa situazione.”

La “portata limitata dell’indagine” ha finora escluso crimini gravi come i crimini contro l’umanità. Secondo l’equipe giuridica che si occupa di Gaza, l’uccisione di centinaia e il ferimento di migliaia di manifestanti disarmati che partecipano alla “Grande marcia del ritorno” è un crimine contro l’umanità che deve essere indagato.

La giurisdizione della CPI, naturalmente, va oltre la decisione di Bensouda di indagare solo i “crimini di guerra”.

L’articolo 5 dello Statuto di Roma, il documento istitutivo della CPI, estende la giurisdizione della Corte per indagare sui seguenti “reati gravi”: (a) crimine di genocidio; (b) crimini contro l’umanità; (c) crimini di guerra; (d) crimine di aggressione.

Non dovrebbe sorprendere che Israele sia indagato su tutti e quattro i punti e che la natura dei crimini israeliani contro i palestinesi tenda spesso a costituire un insieme di due o più di questi punti contemporaneamente.

L’ex relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei palestinesi (2008-2014), il prof. Richard Falk, ha scritto nel 2009, subito dopo una micidiale guerra israeliana contro la Striscia di Gaza assediata, che:

Israele ha avviato la campagna di Gaza senza un’adeguata base legale o una giusta causa, ed è stato responsabile della stragrande maggioranza delle devastazioni e della sofferenza dei civili nel suo complesso. Il fatto che Israele si sia basato su un approccio militare per sconfiggere o punire Gaza è stato intrinsecamente ‘criminale’ e come tale ha dimostrato sia violazioni della legge di guerra che la perpetrazione di crimini contro l’umanità”.

Oltre ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità, Falk estese la sua argomentazione legale a una terza categoria. “C’è un altro elemento che rafforza l’accusa di aggressione. La popolazione di Gaza era stata sottoposta a un blocco punitivo per 18 mesi quando Israele ha lanciato i suoi attacchi”.

Che dire del crimine di apartheid? Rientra, ovunque sia commesso, nelle precedenti definizioni e nelle prerogative giurisdizionali della CPI?

La Convenzione internazionale del novembre 1973 sulla repressione e la punizione del crimine di apartheid lo definisce come “un crimine contro l’umanità, e gli atti disumani derivanti dalle politiche e pratiche di apartheid e politiche e pratiche analoghe in materia di segregazione razziale e discriminazione, come definite nell’articolo 2 della Convenzione, sono reati che violano i principi del diritto internazionale, in particolare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, e costituisce una grave minaccia per la pace e la sicurezza internazionale”.

La Convenzione è entrata in vigore nel luglio 1976, quando è stata ratificata da venti Paesi. Per lo più potenze occidentali, tra cui gli Stati Uniti e Israele, vi si opposero. Particolarmente importante riguardo alla definizione di apartheid, come enunciato nella Convenzione, è che il crimine di apartheid è stato svincolato dal contesto specifico sudafricano e reso applicabile a politiche razziali discriminatorie in qualsiasi Stato.

Nel giugno 1977 il Protocollo 1 aggiunto alle Convenzioni di Ginevra dichiarò l’apartheid “una grave violazione del Protocollo e un crimine di guerra”.

Ne consegue che esistono basi giuridiche per sostenere che il crimine di apartheid può essere considerato sia un crimine contro l’umanità che un crimine di guerra.

L’ex relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani dei palestinesi (2000-2006), il prof. John Dugard, lo ha affermato subito dopo l’adesione della Palestina alla CPI nel 2015:

Per sette anni, ho visitato il territorio palestinese due volte all’anno. Ho anche condotto una missione conoscitiva dopo l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza nel 2008-09. Quindi ho familiarità con la situazione e con l’apartheid. Ero un avvocato per i diritti umani nel Sudafrica dell’apartheid. E io, come praticamente ogni sudafricano che visiti il territorio occupato, ho una terribile sensazione di déjà vu. Abbiamo già visto tutto questo, a parte il fatto che è infinitamente peggiore. Quello che è successo in Cisgiordania è che la creazione di un’impresa di colonizzazione si è tradotta in una situazione molto simile a quella dell’apartheid, in cui i coloni sono l’equivalente dei bianchi sudafricani. Godono di diritti superiori ai palestinesi, e li opprimono. Quindi si ha un sistema di apartheid nel territorio palestinese occupato. E potrei dire che l’apartheid è anch’esso un crimine di competenza del Tribunale Penale Internazionale”.

Considerando il numero di risoluzioni ONU che Israele ha violato nel corso degli anni, l’occupazione perpetua della Palestina, l’assedio di Gaza e l’elaborato sistema di apartheid imposto ai palestinesi attraverso un grande insieme di leggi razziste, (culminato nella cosiddetta legge dello Stato-Nazione del luglio 2018) dichiarare Israele colpevole di crimini di guerra, tra cui “crimini gravi”, dovrebbe essere una questione scontata.

Ma la CPI non è esclusivamente una piattaforma legale. È anche un’istituzione politica che è soggetta agli interessi e ai capricci dei suoi membri. L’intervento della Germania, a nome di Israele, per dissuadere la CPI dall’indagare i crimini di guerra di Tel Aviv è un esempio emblematico.

Il tempo dirà fino a che punto la CPI è disposta a spingersi nel suo tentativo storico e senza precedenti, volto finalmente a indagare sui numerosi crimini che sono stati commessi in Palestina senza ostacoli, senza conseguenze e senza senza doverne rispondere.

Per il popolo palestinese, la giustizia a lungo negata non arriverà mai troppo presto.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

Romana Rubeo è una giornalista italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e letterature straniere ed è specializzata nella traduzione audiovisiva e giornalistica.

Trad: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org




Gerusalemme Est. Perforazioni e linee ferroviarie per cambiarne il volto

Francesca Merz

14 maggio 2020 Nena News

Israele estenderà la ferrovia veloce Tel Aviv- Gerusalemme fino al Dung Gate. Il progetto prevede la costruzione di due stazioni sotterranee e lo scavo di oltre tre miglia di tunnel nella roccia sottostante il centro di Gerusalemme e vicino alla Città Vecchia.

 E’ dunque iniziato, giusto fuori dalla Città Vecchia di Gerusalemme, il piano esplorativo e le prime perforazioni per estendere la ferrovia veloce Tel Aviv- Gerusalemme fino al Dung Gate, ingresso principale per l’accesso al Muro Occidentale della Città, esattamente quel Dund Gate di fronte alla Città di Davide, sito archeologico molto controverso gestito dall’associazione ultra-nazionalista israeliana Elad.

Avevamo già avuto modo di parlare dei passaggi fondamentali per la realizzazione di un piano infrastrutturale per incentivare il turismo e di come esso si collochi in una strategia di apartheid ben precisa.

Nell’ambito del grande piano per la turisticizzazione di Gerusalemme e, contestualmente, della necessità di controllare i flussi in arrivo, non solo nella fase di accesso al Paese, ma soprattutto negli itinerari e nei luoghi ai quali i turisti possono accedere, sono in lavorazione nuovi progetti, il primo è la costruzione di una funivia nella Città Vecchia, progetto già stroncato da molti esperti di conservazione e architetti, che avevano parlato di “Disneyfication” del bacino storico della città. Si era occupato della vicenda anche il New York Times, nella figura di Michael Kimmelman, giornalista e principale critico d’arte del quotidiano statunitense.

Kimmelman era andato in Israele a metà luglio sulla scia di una petizione internazionale proprio contro il piano per la costruzione della funivia: trentacinque importanti architetti e storici dell’architettura della comunità internazionale si erano uniti ai loro colleghi e alle società di conservazione dei beni culturali in Israele per esprimere la loro veemente opposizione al progetto.

Come indica in maniera assai precisa nel suo articolo la funivia di Gerusalemme non è la soluzione di trasporto funzionale che i suoi sostenitori sostengono che sarà, ma un chiaro prodotto della realtà politica nell’Israele del 21° secolo, le ragioni che stanno alla base della “necessità nazionale”, sono come sempre politiche ed ideologiche, mascherate da necessità di sviluppo e progresso. Kimmelman ha capito che le ragioni sono soprattutto di natura politica, con lo scopo di nascondere il carattere universale della città, in modo che “curi una narrazione specificamente ebraica di Gerusalemme, promuovendo le rivendicazioni israeliane sulle parti arabe della città”.

Oltre alla controversa funivia, ecco dunque che anche il progetto della ferrovia prende piede, ma occorre fare un passo indietro, per capire come esso si sia sviluppato e sia stato approvato: Il tentativo, per nulla nascosto dalle autorità, così come nel caso della funivia, è quello di far arrivare i turisti direttamente dall’aeroporto di Ben Gurion, al Dung Gate, porta presidiata dal Kedem Center, che gestisce appunto il sito de “La città di Davide”, che potrebbe controllare flussi, bigliettazione accessi, e ovviamente narrazione  dei luoghi, bypassando completamente altre narrazioni e altre culture.

L’idea di estendere la ferrovia alla Città Vecchia ha le sue radici nell’anno 2017, l’allora ministro dei Trasporti Katz, mise questo argomento nell’agenda di Israele dopo che il Presidente Trump riconobbe Gerusalemme come Capitale di Israele, spostando l’ambasciata americana in città.

Ma i funzionari dello Stato hanno sempre chiarito che il progetto ferroviario avrebbe richiesto anni, e che invece sarebbe stata necessaria nel breve periodo la già citata funivia, per alleviare la congestione del traffico e l’inquinamento nella Città Vecchia. A novembre 2019 è stato dato il via al progetto della funivia, con tutte le polemiche anche a livello internazionale che ne sono seguite (vedi articolo sulla Disneyland di Israele)

Il percorso della funivia dovrebbe iniziare presso il Centro Culturale First Station nel sud di Gerusalemme, passare sopra la storica Hinnom Valley fino al Monte Sion, quindi fluttuare lungo, le mura della Città Vecchia, prima di raggiungere Dung Gate, l’ effetto Disneyland ci pare assicurato.

I sostenitori di quel progetto – e ce ne sono pochi al di fuori del governo – affermano che sarà un’attrazione turistica e, nonostante il fatto che il Ministero dei trasporti non sia stato coinvolto, contribuirà ad alleviare l’attuale ingorgo del traffico, causato principalmente dagli autobus turistici. I suoi numerosi critici affermano che trasformerà i panorami storici più preziosi di Gerusalemme in un parco a tema.

Accanto alla pianificazione della funivia, lo scorso giugno il Comitato nazionale per le infrastrutture si è riunito per discutere dell’estensione della linea ferroviaria veloce Tel Aviv-Gerusalemme. I membri hanno approvato l’allungamento dalla stazione ferroviaria di Navon, all’ingresso della capitale, al centro città, al Teatro Khan e al quartiere di Malha, dove si trovano le principali strutture sportive e commerciali di Gerusalemme. Era stata respinta invece la costruzione di un ulteriore prolungamento della linea, che avrebbe portato dal  Khan Theater a Dung Gate, per paura che ciò potesse danneggiare le antichità, così come la primavera di Gihon, che si trova nel villaggio di Silwan, a sud della Città Vecchia.

Tuttavia, proprio in quello stesso mese, è diventato ministro dei trasporti  Knesset, Bezalel Smotrich, uno dei membri della destra più ideologica di Israele (va detto che Smotirch aveva espresso la volontà di diventare ministro della giustizia per “ripristinare il sistema giudiziario della Torah” e riportare Israele ai “giorni del re David”), e così, a febbraio, il Comitato nazionale per le infrastrutture si è nuovamente riunito per discutere ancora una volta dell’estensione della ferrovia alla Città Vecchia. Le note esplicative preparate prima della riunione hanno chiarito che la questione era tornata all’ordine del giorno a causa della “posizione determinata” del Ministero dei trasporti secondo cui l’estensione era “essenziale”. Potremmo pensar male pensando che l’ideologia politica di estrema destra e fortemente ideologizzata premeva perchè gli amici del Kedem Center potessero avere abbastanza turisti e finanziamenti per i prossimi anni. E così la commissione ha votato a favore dell’estensione che aveva respinto otto mesi prima.

Il progetto prevede la costruzione di due stazioni sotterranee e lo scavo di oltre tre miglia di tunnel nella roccia sottostante il centro di Gerusalemme e vicino alla Città Vecchia.

L’Autorità israeliana per le antichità non si è opposta alla decisione del comitato, affermando che ha riconosciuto la necessità di affrontare gli ingorghi della Città Vecchia e che era giusto prendere in considerazione varie opzioni. Ma ha condizionato la sua opinione futura ai risultati della perforazione sperimentale, che è iniziata proprio qualche giorno fa vicino a Dung Gate.

In una lettera dell’inizio di questa settimana un avvocato che rappresenta l’organizzazione Emek Shaveh di sinistra, ha confermato che gli scavi in città di questi giorni, sono relativi al progetto per la funivia, e sottolinea come veda la funivia, così come il piano ferroviario, come parte di un tentativo di sfocare i confini tra Gerusalemme Ovest e prevalentemente Gerusalemme est palestinese al fine di garantire che quest’ultimo non diventi mai la capitale di uno stato palestinese. In una dichiarazione, ha inoltre sostenuto che i lavori stavano danneggiando la città. “Se il prezzo della funivia è un danno visivo alle Mura della Città Vecchia e allo skyline della valle di Hinnom, una ferrovia danneggerà drammaticamente le antichità”, ha affermato l’organizzazione.

L’autorità israeliana per i parchi e la natura si oppone al progetto di ampliamento della ferrovia, avvertendo non solo di possibili danni alle antichità, ma rilevando anche che, secondo gli esperti idrogeologici, un tale progetto potrebbe danneggiare, se non addirittura prosciugare completamente, la sorgente di Gihon, cara alle tre religioni monoteiste e un elemento centrale nel patrimonio della città. Nena News




L’approvazione da parte della corte suprema israeliana dell’accordo Netanyahu-Gantz scredita la democrazia

Richard Silverstein

9 maggio 2020, MiddleEastEye

La sentenza ratifica, per la prima volta nella storia del Paese, che un primo ministro sotto accusa penale può guidare un governo

Questa settimana, la Corte Suprema di Israele ha preso in esame le petizioni delle ONG del buon governo che cercano di squalificare il proposto governo di unità messo insieme dal partito Likud di Benjamin Netanyahu con l’alleanza del partito di opposizione Blu e Bianco [partito di Benny Gantz, ndtr.].

La questione principale era che Netanyahu dovesse essere rifiutato come primo ministro a causa delle tre accuse di corruzione presentate contro di lui dal procuratore generale Avichai Mandelblit. La legge israeliana non si esprime sull’esclusione dalla carica di capo di governo per chi sia stato incriminato.

I giudici si sono trovati in una imbarazzante situazione senza uscita: se avessero deciso a favore dei firmatari, ciò avrebbe inevitabilmente portato a una quarta elezione.

Dopo lo stress delle votazioni per gli elettori israeliani, quasi nessuno voleva questa opzione.

Ma se la Corte avesse approvato l’accordo di coalizione e Netanyahu tornasse a essere primo ministro, questo costituirebbe un precedente allarmante e pericoloso.

Ratificherebbe per la prima volta nella storia israeliana che un primo ministro iscritto nel registro penale possa guidare un governo.

Una tale sentenza non solo legittimerebbe la condotta illegale in un caso particolare, ma costituirebbe un precedente per i futuri leader che violino la legge, che saprebbero di poter mantenere il potere nonostante un comportamento immorale.

Governo ipertrofico

La Corte Suprema ha scelto l’ultima soluzione. Nonostante il discredito per la democrazia che questo comporta, ha approvato l’accordo di coalizione e il nuovo governo presterà giuramento la prossima settimana.

E produrrà un gabinetto ipertrofico con non meno di 52 membri tra ministri e vice ministri, la più ampia coalizione ministeriale nella storia della nazione. C’è qualcosa per tutti.

Il Movimento per la Qualità del Governo in Israele [associazione no-profit, ndtr.] che ha presentato la petizione, ha annunciato che pur avendo perso in tribunale avrebbe portato la lotta nelle piazze, organizzando una grande protesta per chiedere la rimozione di Netanyahu da primo ministro.

Ma sembra che le forze che invocano un’amministrazione etica e trasparente abbiano perso questo round. Il risultato è un sistema politico ancora più screditato e un elettorato più cinico che mai.

È passato un anno dalle prime elezioni di questa serie.

Ogni voto è finito in un vicolo cieco, senza che alcun partito avesse abbastanza voti per formare un governo stabile. Di conseguenza, né il parlamento né i vari ministeri hanno funzionato normalmente. In sostanza, il primo ministro ha governato a forza di decreti esecutivi.

Questo ha causato il caos, poiché la società ha affrontato questioni cruciali che richiedono il consenso nazionale, come la pandemia da Covid-19.

Il Ministro della Sanità che avrebbe dovuto guidare la lotta contro il contagio è stato contagiato lui stesso dopo aver violato le norme del suo stesso ministero e pregato in gruppo.

Verso l’annessione

Si potrebbe pensare che questo nuovo governo porrà fine all’impasse, ma è un’impressione sbagliata.

L’accordo firmato dalle parti specifica che lo scopo principale della coalizione è contrastare il coronavirus.

Tutte le altre questioni, compresi importanti affari esteri e questioni militari, saranno subordinate; l’unica eccezione è la proposta di annessione della Valle del Giordano, che è in fase di accelerazione per l’approvazione.

Questa misura è stata ampiamente condannata da importanti organi internazionali, ad eccezione dell’amministrazione Trump. Il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che la decisione dipende solo da Israele.

D’altra parte, circa 130 fra attuali ed ex deputati britannici hanno firmato una dichiarazione chiedendo sanzioni contro Israele se procederà con l’annessione.

L’annessione della Valle del Giordano, che comprende quasi un terzo del territorio palestinese, sembra inevitabile da parte di Israele.

Il fatto rafforzerà il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) come una delle forme più forti di resistenza popolare alle politiche espansionistiche coloniali israeliane.

Chiamerà inoltre in campo organismi internazionali come le Nazioni Unite e l’Unione Europea. L’espressione delle usuali inefficaci dichiarazioni di condanna metterà in evidenza l’impotenza di queste istituzioni nell’imbastire una reazione alle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.

Smantellare la soluzione dei due Stati

Uno degli esiti più rilevanti sarà il crollo definitivo della soluzione dei due Stati come possibile piano per risolvere il conflitto.

Perfino Dennis Ross, figura pro-Israele di spicco in quattro amministrazioni presidenziali statunitensi, ha twittato che impedendo l’ingerenza di palestinesi o altri leader arabi, l’annessione lascia sul tavolo solo un’opzione: la soluzione di un singolo Stato.

Questo, ovviamente, sarebbe un amaro risultato per uno dei principali attori filo-israeliani della politica americana in Medio Oriente.

Una volta che avremo rinunciato al miraggio dei due Stati, il prossimo scontro essenziale sarà su che tipo di Stato sarà quella struttura unitaria. Sarà basato sull’apartheid a consacrazione della supremazia ebraica, la visione del Likud, o uno stato democratico per tutti i cittadini?

Il vantaggio di un singolo Stato, anche gestito da un sistema di apartheid, è che il mondo non sarà più ingannato e indotto a credere che esista un’alternativa.

Dovrà decidere se sia accettabile un singolo Stato che offre maggiori diritti agli ebrei e ai palestinesi le briciole del tavolo ebraico.

Alla fine, il mondo arriverà a capire che questo sistema non è più sostenibile dell’apartheid sudafricano.

Sfortunatamente, lo sconsiderato comportamento di Israele non impedirà ai ranghi politici americani di aggrapparsi disperatamente alla soluzione dei due Stati.

Anche se è uno scheletro perfettamente scarnificato, i candidati presidenziali come Joe Biden si aggrappano ad esso come a un salvagente sul Titanic. Il risultato di sposare una tale illusione è che consente a Israele di procedere con tutti i suoi piani espansionistici, riducendo gli Stati Uniti all’impotenza.

Amministrazione instabile

Non preoccupiamoci, tuttavia; il governo israeliano recentemente approvato sarà estremamente debole e instabile.

Secondo l’accordo, nessuno dei due partiti (Likud e Blu e Bianco) può avanzare proposte legislative a meno che l’altro non approvi. Questa è la ricetta per uno stallo continuo.

Inevitabilmente, una parte o l’altra provocherà o sarà provocata sino a minacciare di rovesciare l’accordo. Questo governo è un perfetto esempio di ciò che diceva Yeats: “Il centro non può tenere”.

Se le uniche cose certe nella vita sono la morte e le tasse, in Israele c’è una terza certezza: l’ennesima elezione nei prossimi mesi.

Perché in scena c’è anche un King Kong che rimesterà le cose a piacere: il processo di Netanyahu.

Il cui risultato potrebbe far deragliare completamente il governo, dal momento che la legge israeliana proibisce a un primo ministro condannato di mantenere la carica.

Quindi o il Parlamento dovrà cambiare la legge – il che è improbabile, dato che Likud da solo non ha abbastanza voti per farlo – o Netanyahu potrebbe cadere.

Questo risultato potrebbe mandarlo in prigione, porre fine alla sua carriera e portare a una quarta elezione.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Richard Silverstein tiene un blog, Tikun Olam, che denuncia gli eccessi dello stato di sicurezza nazionale israeliano. I suoi articoli sono apparsi su Haaretz, Forward, Seattle Times e Los Angeles Times. Ha contribuito con un saggio al libro dedicato alla guerra del Libano del 2006, A Time to Speak Out (Verso) e con un altro saggio a Israel and Palestine: Alternate Perspectives on Statehood (Rowman & Littlefield)

(tradotto dall’inglese da Luciana Galliano)




Benvenuti nell’era del ‘coronialismo’

Oren Yiftachel 

30 aprile 2020 – + 972

Con la scusa dell’emergenza, gli Stati stanno usando il COVID-19 per consolidare il potere, sostenere l’ordine neoliberale e reprimere gli emarginati. Se non si riuscirà a lottare per un sistema diverso, le forze regressive ricolonizzeranno la società, specialmente in Israele-Palestina.

Negli ultimi due mesi la diffusione del COVID-19 ha provocato enormi cambiamenti nella sfera politica, economica e geografica in tutto il mondo. Sono state cambiate norme fondamentali e approvate leggi di emergenza, potenti economie si sono fermate e i più semplici contatti umani quotidiani sono stati ridotti al minimo.

Anche se la crisi indubbiamente si attenuerà, è difficile che “le cose ritorneranno alla “solita normalità.” Sono in corso significativi cambiamenti sociali e politici che segnalano l’inizio di una nuova era che ora possiamo chiamare “coronialismo”, specialmente in Israele-Palestina.

Il coronialismo, termine che naturalmente richiama quello di “colonialismo”, agisce però in circostanze differenti. In regime di coronialismo, il tessuto relativamente stabile della vita è insidiato da una pericolosa invasione di una forza esterna. L’invasione trasforma la società in modi non previsti dalla popolazione locale, con conseguenti mutamenti strutturali che danno vita a trasformazioni a breve e lungo termine. La crisi sanitaria potrebbe essere solo la punta dell’iceberg del coronialismo, le cui conseguenze saranno principalmente sociali, economiche e politiche.

Il coronialismo, come il suo predecessore, cerca di conquistare le menti che sono sotto il suo controllo. Sarebbe altrimenti impossibile capire perché, per limitare la diffusione di quello che al momento resta un morbo di medie dimensioni, miliardi di persone abbiano accettato chiusure draconiane, deresponsabilizzazione politica e rovina economica con scarse proteste o insubordinazione. Questo è reso possibile dall’atmosfera di paura che offre ai governi e ai media la scusa per bombardarci con una valanga di dettagli sul “disastro” incombente.

In Israele non si potrebbe spiegare altrimenti la decisione di Benny Gantz che, pur affermando di rappresentare l’opposizione a Netanyahu, si è unito al suo governo, tradendo i suoi elettori, se non ricorrendo alla retorica coronialista. Gantz è ora d’accordo ad accettare un ruolo secondario in un “governo di emergenza” coroniale che, per ora, salverà Netanyahu dal processo per corruzione, incoraggiandolo al tempo stesso a fare modifiche costituzionali che rafforzeranno ulteriormente il potere dell’esecutivo.

Sicuramente, l’ordinamento globale coroniale è ancora nella sua fase iniziale. A breve e medio termine il regime sta ponendo le fondamenta di una nuova “routine di emergenza” basata su alcune realtà nuove. Per prima cosa, il fallimento delle forze di mercato è stato clamoroso, gettando nuova luce sull’incapacità del capitalismo neoliberista di fronteggiare crisi meno gravi, come quella dell’incremento dei prezzi delle case o del declino della qualità dell’educazione.

Nel frattempo il ritmo della globalizzazione sta rallentando considerevolmente, mentre gli Stati-Nazione, che si presumevano indeboliti, stanno ritornando al centro della scena. I governi riprendono rapidamente le loro vecchie abitudini: aizzano la gente contro i migranti, impongono severi controlli di frontiera, limitando rigidamente gli spostamenti, introducendo misure di sorveglianza invasive e dando inizio a una rapida centralizzazione dei poteri. Per quanto riguarda gli spazi, la vita è stata riformattata tramite i nuovi modelli di distanziamento fisico e di comunicazione digitale che stanno cambiando la nostra realtà quotidiana.

Ma è quando si parla di lungo termine che la situazione si fa molto meno chiara, il che è precisamente il motivo per cui dovremmo trattare il coronialismo come un’occasione per lottare. Dopo tutto, le forze egemoni hanno rapidamente cambiato le regole del gioco a loro favore.

Politicamente ciò include lo scavalcamento delle istituzioni democratiche, l’allentamento dei controlli sull’esecutivo e nuove regole di emergenza. Quando si arriva poi all’economia, i governi in tutto il mondo hanno promosso stimoli fiscali e monetari senza precedenti, diretti principalmente al sostegno dei mercati finanziari. Appare già chiaro che quasi tutti questi nuovi aggiustamenti andranno a sostenere multinazionali e industrie, lasciando indietro gli emarginati che ora sono ancora più deboli, avendo perso il lavoro ed essendo stati privati dei servizi sociali. Questi provvedimenti colpiranno particolarmente la forza lavoro immigrata, i lavoratori a tempo determinato, i piccoli commercianti e industriali e i nuovi disoccupati.

D’altro canto, adesso che le politiche dello “Stato minimo” e “neoliberiste” durate decenni sono state denunciate per la loro incuria irresponsabile, stiamo cominciando ad assistere a una nuova fame di alternative che garantiscano la fornitura dei servizi essenziali da parte di istituzioni pubbliche (Stato, enti urbani e comunali). Si applica, prima e soprattutto, alla sanità, ma anche a trasporti, alloggi, ambiente e istruzione. La crisi da coronavirus ha messo a nudo il problema fondamentale della privatizzazione e della distribuzione di servizi in base al profitto e ci sta facendo intravedere quanto le società capitaliste siano inadatte a gestire situazioni da incubo, come i cambiamenti climatici o una potenziale guerra mondiale.

Visto sotto questa luce, il collegamento fra coronialismo e colonialismo va oltre la fonetica. La storia ci mette in guardia contro le forze dell’oppressione che sfruttano le “emergenze” allo scopo di impadronirsi di potere e risorse. In Israele-Palestina, questo è già diventato realtà, dato che le élite industriali e il Ministero della Finanza stanno già spingendo per imporre “tagli dolorosi” o, in altre parole, stanno trasferendo risorse dai poveri ai ricchi, dalla sfera pubblica a mani private e dalle minoranze alle maggioranze. Contemporaneamente, lo Stato sta “importando” severe misure usate contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata per governare i cittadini ebrei d’Israele.

Nel frattempo il blocco di estrema destra pro-apartheid, che ha dominato negli ultimi cinque anni la politica israeliana nella sua attuale composizione, spera di usare il nuovo “governo di emergenza” per traghettare l’annessione unilaterale di vaste zone della Cisgiordania. Tali misure faranno di Israele uno Stato in cui vige ufficialmente l’apartheid, con palese disprezzo dei diritti dei palestinesi e delle leggi internazionali. Qui il coroniale e il coloniale si fondono, creando un pericoloso cambio di direzione sia per gli israeliani che per i palestinesi.

Le forze democratiche devono rendersi conto che in futuro avverrà una lotta lunga e aspra per plasmare la natura dell’ordine coronialista. Dobbiamo tener conto sia dei pericoli che delle potenzialità ed effettuare cambiamenti positivi in questo momento così delicato. Dovremmo imparare dai fallimenti delle campagne precedenti, in particolare dalla seconda Intifada e dalle proteste sociali nel 2011, perché nessuna ha creato un movimento che unisse varie componenti della società per ottenere un cambiamento progressista in Israele-Palestina. Dobbiamo lavorare per unire gli interessi di molti settori e gruppi che possono mobilitarsi contro apartheid e privatizzazioni, uguaglianza, accessibilità e democrazia.

La lunga strada per costruire queste alleanze inizia con una collaborazione reale ed egualitaria fra ebrei e arabi in Israele e con i palestinesi nei territori occupati, tenendo sempre presente che, direttamente o indirettamente, viviamo tutti sotto lo stesso regime. Tale collaborazione svelerà il vero obiettivo dell’attuale regime, cioè quello di privare milioni di persone dei loro diritti politici e sociali e instaurare un regime di apartheid non dichiarato con la scusa dell’emergenza.

Dobbiamo trovare nuovi ambiti nei quartieri, fra città e paesi da entrambi i lati della Linea Verde, dove lavorare insieme per costruire una società giusta. Una società basata su questi principî in futuro sarebbe più stabile e resiliente per la salute e l’ambiente, in vista di crisi politiche ed economiche che sono inevitabili nel periodo post-coroniale che ci aspetta.

Il prof. Oren Yiftachel insegna geografia politica e urbanistica all’università Ben Gurion. È un attivista sociale e co-fondatore del movimento pacifista ‘Two States, One Homeland’. (Due Stati, una patria ).

Questo articolo non rappresenta necessariamente la posizione della Ben-Gurion University (BGU).

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il giorno in cui i miei inquisitori israeliani sono rimasti senza parole

Awad Abdelfattah

29 aprile 2020 – Middle East Eye

Indottrinati da uno Stato coloniale, sembrava fosse la prima volta che si rendessero conto del lato umano della tragedia palestinese

Nel settembre 2016, in un raid partito dopo mezzanotte mentre dormivamo, la polizia israeliana arrestò decine di attivisti palestinesi. All’epoca, come capo del partito Balad [partito politico arabo-israeliano per uno Stato democratico dei cittadini indipendentemente dall’identità etnica, ndtr.], ero il primo della lista.

Il regime dell’apartheid sionista aveva regolarmente perseguitato e maltrattato attivisti e leader di partito, dato che eravamo considerati una sfida inaudita al razzismo e al colonialismo israeliani, ma una campagna repressiva di quella portata aveva scioccato persino noi.

Era chiaro che l’obiettivo di Israele era quello di distruggere il nostro partito attraverso pretesti inventati ad arte, come acccuse di presunti finanziamenti illegali. L’establishment israeliano non era riuscito a trovare una giustificazione ragionevole per incriminare un partito legale rappresentato nella Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] e per liquidare la sfida che esso costituiva per lo Stato razzista.

Una storia simbolica

Dopo 10 giorni di detenzione, mi trovavo ammanettato nel furgone di polizia in viaggio verso il tribunale quando i tre poliziotti che mi avevano interrogato e che mi accompagnavano si lanciarono in una discussione politica con me sul conflitto israelo-palestinese. Presto il clima si riscaldò; le voci si alzarono mentre ci scambiavamo opinioni e convinzioni diverse. Poi per un minuto ci fu silenzio – ed è stato allora che mi sono ricordato di uno degli eventi più traumatici nel corso del mio attivismo politico.

Trentacinque anni prima, da giovane, ero stato preso dalla mia sedia nella redazione di un giornale palestinese con sede a Gerusalemme da quattro ufficiali dell’intelligence israeliana. Mi misero in macchina e mi picchiarono brutalmente finché cominciai a sanguinare. L’aggressione durò 15 minuti, il tempo necessario a raggiungere il centro di detenzione. Quello che mi successe dopo è una storia lunga e persino più cupa.

Dopo il momentaneo silenzio nel furgone di polizia, uno dei poliziotti mi stupì chiedendomi: “Awad, perché sei entrato in politica e come sei diventato segretario generale del tuo partito?” Ho aspettato qualche secondo, cercando di accettare quella che sembrava una domanda mossa più dalla curiosità che da interessi di sicurezza.

Ciò che mi sorprese ulteriormente è che mi lasciarono raccontare la storia di mio padre e la mia, ascoltando attentamente e rimanendo in silenzio quando ebbi finito. Mi sembrò che fosse probabilmente la prima volta che incontravano il lato umano della tragedia palestinese direttamente attraverso un’esperienza personale, in quanto membri di una società di colonialismo di insediamento fortemente indottrinata.

La mia risposta costituiva un atto d’accusa contro il loro Stato. La storia della mia famiglia è rappresentativa dell’intera tragedia palestinese.

Perché mi sono politicizzato         

Come dissi loro, per me fare politica non è stata una scelta. Non ho studiato politica all’università. Sono nato nella dura realtà che lo Stato israeliano ha creato, e che influenza il corso delle nostre vite.

Quando ero bambino, mi piaceva giocare. Da giovane amavo la musica, il calcio e il karate. Ma all’età di 14 anni sono stato convocato per un interrogatorio in una stazione di polizia – un’esperienza terrificante. È successo perché ero in lutto per la morte improvvisa e scioccante del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser.

Tutti intorno a me – mio padre, mia madre, mio nonno, i miei vicini – piansero amaramente la sua morte. Per i palestinesi, Nasser era un leader rivoluzionario che sarebbe venuto in loro soccorso e avrebbe fatto tornare i loro parenti, i rifugiati espulsi dallo Stato israeliano.

Nel corso degli anni ho appreso la storia della mia famiglia e l’intera narrativa palestinese, totalmente ignorata nei programmi di studio imposti dallo Stato. Le lezioni di storia si concentrano sulla storia degli ebrei e sulla narrativa sionista. Pochissimi insegnanti sono disposti a resistere a questa norma, perché sono soggetti a intimidazioni e rischierebbero di essere licenziati.

Nel 1980, subito dopo essermi laureato in lingua e letteratura inglese all’età di 23 anni, sono stato assunto come insegnante di scuola superiore. Le scuole arabe avevano un disperato bisogno di insegnanti di inglese. Solo poche settimane dopo, tuttavia, il “Dipartimento arabo” del Ministero della Pubblica Istruzione israeliano ha ordinato al preside della scuola di licenziarmi, presumibilmente per aver istigato gli studenti [a ribellarsi] contro lo Stato.

Dire la verità

Il preside disse che li aveva supplicati di cambiare idea, dato che non era possibile trovare un altro insegnante di inglese. Ma petizioni, scioperi degli studenti e manifestazioni ritardarono il licenziamento di alcuni mesi.

Era accaduto perché avevo deciso di dire la verità ai miei studenti. Non ero disposto a mentire con loro. Il Ministero della Pubblica Istruzione israeliano obbliga gli insegnanti arabi a mentire, a essere complici della nostra denazionalizzazione, ad affossare la nostra identità e a nascondere agli studenti la nostra difficile situazione.

Il testo “My Dungeon Shook” [La mia cella tremò, parte del saggio La prossima volta il fuoco, Fandango, 2020, ndtr.] dello scrittore afroamericano James Baldwin faceva parte del programma di studi. È una lettera impressionante e di grande impatto indirizzata a suo nipote sulla discriminazione e l’umiliazione praticate contro i neri americani, in un Paese con una terribile storia di razzismo, sfruttamento e schiavitù. Ho trovato naturale coinvolgere i miei studenti in una discussione confrontando le nostre vite come palestinesi con quelle degli afroamericani, nonostante le enormi differenze tra i due casi. Questo è stato uno dei motivi del mio licenziamento.

“È giusto questo?” Ho chiesto nel furgone della prigione a quelli che mi avevano interrogato. “Pensate ancora che il vostro Stato sia democratico?” Ma non ho avuto risposta – solo un pesante silenzio, ed evidenti espressioni di sorpresa sui loro volti.

Una tetra storia di famiglia

Sono nato da una famiglia di agricoltori che lavoravano duro a Kawkab, un villaggio nel nord della Palestina, oggi Israele. Sin dall’infanzia mio padre mi raccontava episodi della sua storia. I miei familiari erano tra coloro che sopravvissero all’espulsione e alla pulizia etnica operata dalle bande sioniste durante e dopo la Nakba [lett. catastrofe, cioè la pulizia etnica, ndtr.] del 1948.

All’epoca, la popolazione del villaggio era di circa 400 persone e la maggior parte era rimasta, grazie a una figura carismatica e influente che aveva condotto con successo negoziati con le bande che occuparono il villaggio. Tuttavia circa il 20 % dei residenti di Kawkab – molti dei quali miei parenti – fuggirono non appena seppero che le bande avevano radunato gli uomini del villaggio fuori dalla casa di mio nonno.

Quegli uomini furono sottoposti a tortura e tutti si aspettavano che fossero massacrati, come era accaduto in molti altri luoghi. Le donne urlavano e piangevano; fu spaventoso.

All’epoca, mia nonna aveva appena perso uno dei suoi figli, coinvolto nella difesa del villaggio, e si aspettava che anche gli altri tre figli e il marito sarebbero stati massacrati dai sionisti; per fortuna furono risparmiati.

Mio padre ricorda come suo fratello avesse sanguinato per ore prima di morire, e ha convissuto con il trauma per molti anni. Prima di morire, mio padre e mia madre sperarono per decenni di rivedere i parenti più stretti che erano stati costretti a fuggire dal villaggio nel 1948.

Durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982, due cugini di mia madre furono uccisi mentre difendevano i campi profughi, aumentando il numero di traumi vissuti dai miei genitori.

Indipendenza” e catastrofe   

Il 29 aprile, lo Stato israeliano di apartheid commemora la sua cosiddetta indipendenza. Le scuole elementari arabe sono costrette a celebrare il “Giorno dell’Indipendenza” di Israele – la nostra Nakba. Il piano sionista è di riprogettare, denazionalizzare e far crescere una generazione palestinese docile.  

Ai cittadini palestinesi di Israele è stato proibito commemorare la loro catastrofe. Tuttavia, ogni anno si organizzano marce a livello nazionale nei villaggi che sono stati distrutti durante la Nakba. Gli studiosi politici hanno chiamato questo cambiamento, avvenuto a causa di una crescente coscienza politica, il ritorno dei palestinesi alla storia – una rivendicazione della loro narrativa. La loro storia, la catastrofe, iniziò nel 1948 e anche molto prima – non nel 1967.

Rimuovere gli eventi del 1948 e le sue conseguenze dal curriculum [scolastico] israeliano è un tentativo di negare ai cittadini palestinesi di Israele l’accesso alla propria storia e, soprattutto, di impedirci di vedere la Nakba in corso, in tutti i suoi preoccupanti aspetti.

La colonizzazione della nostra terra sta procedendo a un ritmo sempre più rapido, aumentando la nostra sofferenza e angoscia. La minaccia globale della pandemia da coronavirus, che sta motivando molti a ritrovare valori e costumi, non ha interrotto la brutalità di questo regime anacronistico.

Ironia della sorte, con questo comportamento Israele ha volontariamente rimosso la maschera dal proprio volto: è un regime coloniale di apartheid. Questa realtà dovrebbe unire i palestinesi di ogni dove, fornendo l’opportunità di condurre una lotta unitaria per decolonizzare il nostro Paese e instaurare una politica democratica ed egualitaria sulle rovine dell’attuale regime brutale e spietato.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Awad Abdelfattah è un commentatore politico ed ex segretario generale del partito Balad. È coordinatore della One Democratic State Campaign (Campagna per un Unico Stato Democratico) di Haifa, costituita alla fine del 2017.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Covid-19 in Palestina : la duplice lotta dei palestinesi contro l’epidemia e l’apartheid

Samah Jabr

26 aprile 2020Chronique de Palestine

Ho scritto questo articolo in una giornata che ha visto la conferma di un aumento improvviso e in controtendenza dei casi di Covid-19 tra i palestinesi del piccolo quartiere di Silwan, a Gerusalemme est.

In quello stesso giorno dei soldati israeliani al posto di controllo di Qalandia mi hanno negato l’accesso al mio luogo di lavoro a Ramallah, nonostante gli avessi mostrato il mio documento di responsabile ufficiale d’urgenza del Ministero della Salute palestinese – che è stato ignorato dai soldati con queste parole: “Noi non riconosciamo un simile documento.”

Nella Palestina occupata la pandemia di Covid-19 ha già colpito le diverse comunità palestinesi, ciascuna delle quali dispone di un sistema sanitario fragile, non integrato nel sistema nazionale. Al tempo stesso è documentato il fatto che i palestinesi di Gerusalemme e quelli del 1948 [cioè con cittadinanza israeliana, ndtr.], che sono in carico al sistema sanitario israeliano, soffrono da tempo di disuguaglianze nelle cure.

Tali disuguaglianze hanno già un impatto sulle patologie croniche, sulla speranza di vita e sui tassi di mortalità. La risposta del sistema sanitario israeliano al Covid-19 ha accentuato il divario tra la maggioranza ebrea (80% della popolazione) e la minoranza palestinese (20%), servite dallo stesso sistema.

Nonostante che la minoranza palestinese sia sovra-rappresentata tra gli operatori sanitari all’interno del sistema sanitario israeliano, le loro comunità sono state tuttavia insufficientemente servite durante questa pandemia. Le forniture di materiale informativo in lingua araba sono state tardive, l’accesso ai servizi Covid-19 nelle città arabe è stato difficoltoso. Non vi è stata una rappresentanza araba nel Comitato di salute d’ emergenza e vi è stata una enorme carenza nei test.

Tutti questi elementi hanno contribuito all’aumento dei casi che attualmente osserviamo nelle comunità arabe. Mentre mobilitava la maggioranza ebrea per affrontare la pandemia, il Primo Ministro israeliano si è impegnato in una odiosa campagna discriminatoria contro la partecipazione araba nel governo ed ha criticato ingiustamente i palestinesi affermando che non rispettavano le regole di isolamento – forse per fornire in anticipo una falsa spiegazione nel caso di un aumento del numero di palestinesi contagiati.

In realtà i quartieri palestinesi hanno aderito alle regole relative alla pandemia più scrupolosamente di quelli ebrei, benché fossero trattati peggio. Il sovrintendente della polizia Yaniv Miller, incaricato di assistere le pattuglie nelle zone ebraiche che non rispettavano l’isolamento, ha dichiarato alle reclute dell’esercito: “Vi ricordo, ragazzi, che non ci troviamo nei territori (occupati) della Cisgiordania, né sul confine. Un poliziotto ci mette molto a sparare. Un poliziotto spara solo come ultima risorsa dopo che hanno sparato su di lui,” (riportato da Haaretz il 3 aprile 2020).

Con un altro tentativo di mascherare le ineguaglianze nella prestazione di servizi sanitari, la ministra israeliana della Cultura Miri Regev [del partito di destra Likud, ndtr.] è persino riuscita a scovare due cittadini arabi, Ahmad Balawneh, un infermiere, e Yasmine Mazzawi, un’ addetta alle ambulanze, per far loro accettare il suo invito ad accendere una torcia durante le commemorazioni del Giorno dell’Indipendenza [israeliana] il 29 aprile, che è anche il giorno della Nakba [lett. catastrofe, la pulizia etnica operata dalle milizie sioniste, ndtr.] palestinese…Un insulto collettivo, camuffato da premio!

La situazione in Cisgiordania e a Gaza riflette i differenti livelli di oppressione politica cui sono sottoposte le due regioni. Recentemente ho descritto le misure prese dal Ministero della Salute in Cisgiordania in un’intervista, che spiega che le rigide misure riguardo all’isolamento, con tutti i loro devastanti effetti economici, sono la miglior linea di condotta che l’Autorità Nazionale Palestinese potesse adottare, stante la nostra mancanza di risorse a livello di cure sanitarie specialistiche e l’assenza di sovranità sui nostri confini.

Gaza è ancor meno preparata e più svantaggiata: lì la situazione potrebbe essere molto pericolosa a causa dell’impatto assai negativo dell’assedio e delle condizioni socio-economiche devastanti. La popolazione di Gaza sopravvive con una densità di 5.000 abitanti per km2 e una forte incidenza di anemia, malnutrizione e insicurezza alimentare.

Gli abitanti di Gaza soffrono di una serie altrettanto rilevante di patologie croniche e di problemi di salute mentale; sono alla mercé di una vasta gamma di poteri oppressivi che decidono su qualunque cosa e su chiunque entri e fugga dalla sua gabbia. L’interruzione degli aiuti americani – una punizione politica – ha compromesso l’UNRWA (agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.), gli ospedali palestinesi di Gerusalemme e molti altri ambiti del sistema sanitario in Palestina.

Malgrado questa realtà, Israele intende vantarsi del suo sostegno, della sua generosità e del suo aiuto all’Autorità Nazionale Palestinese. Le Nazioni Unite hanno lodato Israele per la sua “eccellente” collaborazione con l’Autorità Nazionale Palestinese nella lotta contro il Covid-19 attraverso diverse fasi: il trasferimento di 25 milioni di dollari all’Autorità Nazionale Palestinese (a partire dai soldi delle imposte precedentemente trattenuti!), l’invio di attrezzature mediche in Cisgiordania e a Gaza – tra cui 20 apparecchi respiratori da aggiungersi agli 80 già esistenti – , 300 kit per i test e 50.000 mascherine.

Israele ha lasciato passare verso i territori palestinesi i materiali ordinati dall’OMS ed ha consentito a Gaza di ricevere denaro dal Qatar. Quelli che sono impressionati dalla bontà di Israele sembrano ignorare l’articolo 56 dellaquarta Convenzione di Ginevra che stabilisce: “Con tutti i mezzi di cui dispone, la potenza occupante ha il dovere di assicurare e  di mantenere, con la collaborazione delle autorità nazionali e locali, i presidi e i servizi medici e ospedalieri, la sanità pubblica e l’igiene nel territorio occupato, in particolare per ciò che riguarda l’adozione e l’applicazione delle misure profilattiche e preventive necessarie a lottare contro la diffusione delle malattie contagiose e delle epidemie. Il personale medico di tutte le categorie è autorizzato a svolgere le proprie funzioni.”

Coloro che fanno gli elogi di Israele sembrano anche ignorare che l’epidemia dell’occupazione continua ad infierire come sempre, con le demolizioni di case – mentre tutti sono esortati a “restare a casa” – le uccisioni e gli arresti, mentre si pianifica l’annessione della Valle del Giordano.

Passa inosservata l’unica prescrizione specifica per la pandemia: che i soldati israeliani devono indossare un equipaggiamento di protezione individuale quando entrano a Betlemme per arrestare delle persone. E passa inosservato il fatto che le forze israeliane letteralmente scaricano gli operai palestinesi ai posti di controllo della Cisgiordania ogni volta che sospettano che questi lavoratori siano contagiati.

Non si nota neanche il tentativo del governo israeliano di scambiare prigionieri israeliani con gli aiuti sanitari a Gaza! La verità è che Israele è responsabile della malattia dei palestinesi e del deterioramento del loro benessere, cosa che avrà ripercussioni sulla nostra epigenetica (*) per le future generazioni.

In queste circostanze i palestinesi si uniscono a tutti coloro che oggi sulla Terra lottano contro la pandemia. Facendolo, intendiamo affermare il nostro desiderio di sovranità e ci sentiamo anche meglio preparati ad affrontare la chiusura e l’incertezza di molte altre comunità in cui si litiga per acquistare armi da fuoco o stoccare le merci dei supermercati, o procurarsi materiale sanitario al mercato nero.

In Palestina cerchiamo di accettare questa sfida con spirito di collaborazione sociale e di altruismo. I nostri risultati ci permettono di dire che “fin qui va tutto bene” e ci rendiamo conto che questa non è la tappa più difficile nella nostra lunga lotta per l’autodeterminazione e per la libertà.

L’urgenza dovuta alla pandemia infatti contribuisce a rafforzare la fiducia dei palestinesi nelle nostre capacità di essere indipendenti e non ci sentiamo soli in questa battaglia. Al di là di ciò, crescono le nostre speranze di poter utilizzare l’ambito della medicina come una forma di diplomazia in tempi di crisi, creando dei canali per collaborare con altri Paesi che ci avevano lasciati soli nella nostra lotta nazionale….

L’attuale crisi non deve impedirci di lavorare per i nostri obbiettivi a lungo termine. È ora più urgente che mai mettere fine all’assedio di Gaza e al sistema di apartheid che riduce la Palestina ad un incubatore di epidemie sanitarie e sociali.

Nota :

(*) Meccanismo che modifica la fisionomia dei geni.

La dottoressa Samah Jabr è una psichiatra che lavora a Gerusalemme est e in Cisgiordania. Attualmente è responsabile dell’Unità di salute mentale del Ministero della Sanità palestinese. Ha insegnato in università palestinesi e internazionali. La dottoressa Jabr funge spesso da consulente delle organizzazioni internazionali in materia di sviluppo della salute mentale. È anche una prolifica scrittrice. Il suo ultimo libro è stato tradotto in francese: ‘Dietro i fronti – cronache di una psichiatra psicoterapeuta palestinese sotto occupazione’ [ed. italiana: “Dietro i fronti”, Sensibili alle foglie, 2019].

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

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