I palestinesi devono imparare dagli errori del Sudafrica

Ramzy Baroud

4 ottobre 2019 – Al Jazeera

I palestinesi che guardano al Sudafrica post-apartheid devono esaminare con attenzione i suoi tanti errori.

Oggi il paragone tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid è tanto diffuso quanto ovvio. Proprio come fecero in passato il Sudafrica e molti altri colonialismi di insediamento, ora Israele sta applicando politiche di segregazione razziale e di pulizia etnica per favorire e proteggere gli interessi dei colonialisti negando e marginalizzando i fondamentali diritti umani della popolazione colonizzata.

Naturalmente il discorso della liberazione della Palestina ha preso a riferimento la lotta popolare contro l’apartheid sudafricana, mentre anche il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) ha largamente adottato il modello del movimento di boicottaggio del Sudafrica.

L’indomita resistenza e gli enormi sacrifici dei sudafricani fatti per rovesciare definitivamente centinaia di anni di colonialismo e di apartheid razziale olandesi e britannici sono eccezionali e degni di ammirazione. Sfidare e sconfiggere ufficialmente le potenti e sinistre forze che hanno perpetrato una tale storica ingiustizia è un’impresa straordinaria. Essa sottolinea l’invincibile potere dei movimenti popolari ed offre un esempio positivo per i palestinesi.

Tuttavia, nella corsa ad enfatizzare le similitudini tra le due esperienze – che nasce dal bruciante e giustificabile desiderio dei palestinesi di raggiungere la propria “opportunità sudafricana” – vengono commessi due gravi errori.

Primo: i palestinesi spesso fraintendono e idealizzano il percorso della lotta sudafricana contro l’apartheid. Secondo: tra i palestinesi ed i loro sostenitori vi è una assai diffusa convinzione che l’abolizione ufficiale delle leggi di apartheid abbia automaticamente aperto la strada ad una nuova era di democrazia ed eguaglianza in Sudafrica.

Simili percezioni conducono all’erronea ipotesi che un’analoga vittoria legale in Israele possa risolvere tutti i problemi della Palestina e spianare la strada all’agognata soluzione di uno Stato unico.

Questa questione ha occupato i miei pensieri durante una recente visita in Sudafrica. Mentre facevo conferenze sulla Palestina e sulla comune lotta delle due Nazioni, ho avuto l’occasione di incontrare, per discutere dell’esperienza sudafricana, parecchi intellettuali, ex militanti anti-apartheid e attivisti per i diritti umani, che partecipano all’attuale lotta per l’uguaglianza in Sudafrica.

A mio avviso i palestinesi devono ascoltare ed analizzare attentamente le opinioni dei sudafricani che hanno lottato e continuano a lottare per una reale uguaglianza e per una democrazia piena, in modo da poter meglio comprendere il Sudafrica post-apartheid e ricavarne importanti lezioni per la nostra lotta.

Nazione, democrazia ed emarginazione

Una delle principali sfide che il Sudafrica post-apartheid ha affrontato è stata la costruzione di una Nazione sulle ceneri di un regime connotato dalla divisione razziale, dall’emarginazione e dall’oppressione.

Come hanno spiegato gli accademici Na’eem Jeenah e Salim Vally nel loro saggio ‘Beyond ethnic nationalism: lessons from South Africa’ [Oltre il nazionalismo etnico: lezioni dal Sudafrica], un futuro comune per colonialisti e colonizzati può essere costruito solo “quando vi sia accordo sul fatto che una nuova Nazione deve essere forgiata all’interno di un nuovo Stato.”

Benché si possa essere tentati di discutere subito di un nuovo Stato e di lasciare la questione della nuova Nazione ad una fase post-liberazione, questo sarebbe un enorme errore. In Sudafrica essa è stata rimandata e ora i sudafricani ne stanno subendo le conseguenze”, hanno scritto Jeenah e Vally.

Di certo, mentre i governi post-apartheid in Sudafrica hanno enfatizzato i simboli dell’unità e esaltato la diversità – come la bandiera arcobaleno – il simbolismo non è stato sufficiente a tenere insieme una Nazione.

Come ha sottolineato Enver Motala, professore associato alla cattedra di Educazione per comunità, adulti e lavoratori dell’università di Johannesburg, “l’approccio alla creazione della Nazione nel Sudafrica post-aprtheid spesso ha privilegiato le rivendicazioni democratico- progressiste che tendono all’inserimento in costituzione dei diritti umani e giuridici, dei loro simboli, di bandiere e slogan per l’unificazione, lasciando inalterati gli assetti strutturali e le perduranti caratteristiche del potere storicamente costituito, e la frammentazione sociale.”

Motala ha aggiunto che la creazione di uno Stato e di una Nazione veramente uniti può essere possibile solo attraverso “l’eliminazione di ogni forma concepibile di privilegio sociale”.

Ci si aspettava che l’eliminazione delle strutture politiche dell’apartheid e l’introduzione della democrazia avrebbero facilitato il processo di costruzione della Nazione. Ma, come mi ha detto Karima Brown, importante giornalista e analista politica, la svolta democratica del 1994 è stata solamente “l’inizio di un processo di rafforzamento della democrazia e di costruzione di un ordine più equo, non sessista e antirazzista.”

Ha sottolineato l’importanza di non consentire che il colonialismo di apartheid venga sostituito da un progetto neo-coloniale che continuerebbe ad emarginare molti gruppi e a minare gli sforzi di costruzione della Nazione.

Disuguaglianza e diritti sulla terra

Secondo un recente studio della Banca Mondiale il Sudafrica “resta il Paese economicamente più iniquo al mondo”, una triste realtà che ha molto a che fare con il modello economico neoliberista che il governo sudafricano democraticamente eletto ha adottato dal 1994 e che è strettamente collegato con le potenti forze neocoloniali che continuano ad agire in Sudafrica.

Vally mi ha detto che “le carenze dell’attuale sistema di disuguaglianza in Sudafrica si possono far risalire alla natura dell’accordo negoziato tra il movimento di liberazione allora egemone ed il regime di apartheid.”

Di conseguenza, la fine del sistema di apartheid non ha modificato la composizione di classe e le relazioni di potere in Sudafrica, dato che il periodo post-apartheid ha testimoniato “il permanere del carattere classista dello Stato (nonostante il discorso sui diritti umani, la democrazia borghese liberale e lo sviluppo) e l’inserimento del Sudafrica nell’economia globale di mercato.”

In un certo senso, mentre l’impianto delle leggi discriminatorie di impronta razziale è stato eliminato, le fondamenta e la struttura della diseguaglianza permangono, addirittura più forti che prima del 1994. I tradizionali capitalisti bianchi, il capitale globale, una parte della classe media nera e pochi capitalisti neri sono oggi coloro che traggono benefici a spese della grande maggioranza”, ha detto Vally.

La persistente disuguaglianza si manifesta in vari modi, in modo più evidente nella questione dei diritti e nella ridistribuzione della terra. Come nel caso dei palestinesi, i sudafricani concepiscono la terra come se avesse un valore molto più alto del suo prezzo di mercato; esso è strettamente legato all’identità e alle radici culturali.

Mahlatse Mpya, una ricercatrice del Centro africano – mediorientale, mi ha detto che il governo del Sudafrica è ancora incapace di “ capire che cosa significhi la terra per la popolazione nera”. Per i neri sudafricani “la terra è parte della loro identità ed eredità, un modo per molti di loro di collegarsi alle proprie radici e ai propri antenati”, mi ha spiegato.

I neri sudafricani si aspettavano che nel periodo post-apartheid la terra gli sarebbe stata restituita, ma per anni l’African National Congress (ANC) [prima movimento di liberazione e poi principale partito politico sudafricano, al governo dal 1994, ndtr.] si è mostrato riluttante a confiscare la terra ai bianchi. Temendo che una simile iniziativa avrebbe provocato al Paese la perdita di investimenti ed appoggi stranieri, il governo ha invece cercato di ottenere la terra comprandola dai bianchi.

Recentemente l’ANC ha adottato una risoluzione per promuovere leggi di esproprio della terra senza indennizzo. Mentre alcuni hanno apprezzato l’iniziativa, altri sono diffidenti.

La terra continua ad essere una questione conflittuale e non sarà risolta da un governo che privilegia gli investimenti esteri rispetto alla volontà del popolo”, ha detto Mpya.

Violenza e giustizia sommaria

E poi c’è il problema della violenza. L’esperienza del Sudafrica ha dimostrato che l’abbandono ufficiale dell’apartheid non significa necessariamente la fine dello stato di repressione e coercizione. Se la violenza da parte dell’apparato di sicurezza sudafricano è gestita in modo differente rispetto ai tempi dell’apartheid, l’effetto traumatizzante che provoca è sostanzialmente lo stesso.

Tokelo Nhlapo, un ricercatore del Comune sudafricano di Ekurhuleni per l’Economic Freedom Fighters (EFF) [Combattenti della libertà economica, partito di ispirazione panafricana, ndtr.], mi ha detto che il governo del Sudafrica ha utilizzato la repressione per mantenere lo stesso modello di controllo che veniva impiegato dai governanti coloniali del Paese. È stato in grado di farlo perché la giustizia sudafricana di transizione non è riuscita ad affrontare e risolvere molte delle conseguenze della violenza dell’apartheid sull’intera popolazione.

L’avvio del processo giudiziario della Commissione di Verità e Riconciliazione (TRC) ha promesso di guarire le ferite del Sudafrica e di portare la riconciliazione in un Paese un tempo profondamente diviso”, ha detto. “Mentre la TRC è stata generalmente ben accolta dalla comunità internazionale come strumento pacifico per superare un passato violento, in realtà l’approccio giudiziario alla storia del conflitto sudafricano ha identificato la violenza statale nei confronti di intere comunità, tralasciando il legame tra chi la perpetrava e chi ne beneficiava.”

Ha ulteriormente spiegato: “Con ‘approccio giudiziario’ mi riferisco all’eccessivo affidamento a mezzi legali per affrontare il fondamentale aspetto morale della violenza dell’apartheid, che negava alla maggioranza nera la concessione della cittadinanza, ne limitava la libertà di movimento tramite l’emanazione di leggi, all’espulsione forzata dalle proprie terre, al limitato accesso all’istruzione e alle opportunità di lavoro – su nessuno dei quali aspetti la TRC ha indagato.”

In conseguenza della mancanza di una vera riconciliazione e di seri sforzi da parte dell’ANC di affrontare la brutalità dell’apartheid in tutte le sue manifestazioni e strutture, la violenza si è diffusa anche all’interno delle comunità precedentemente oppresse.

Mphutlane wa Bofelo, un operatore culturale e critico della società sudafricano, ha spiegato che l’attuale violenza sommaria nella società sudafricana ha profonde radici nell’apartheid.

Ci sono stati tentativi di costruire il potere del popolo attraverso associazioni civiche, comitati di strada, di quartiere, di caseggiato, unità di difesa e tribunali del popolo”, ha detto Bofelo.

Un insieme di fattori, tra cui la detenzione di massa, gli arresti e l’esilio di leader socio-politici dotati di esperienza e maturità, la mancanza di competenze, il settarismo, la divisione in fazioni e l’infiltrazione di agenti del regime (post 1994), attenti al tornaconto personale, eccetera, ha condotto a parecchi atti di cattiva gestione della democrazia, che hanno ridotto le attività di alcune associazioni civili, comitati di strada e di caseggiato, unità di difesa e tribunali del popolo a strumenti di giustizia sommaria.”

Certamente, come hanno evidenziato ripetutamente i miei interlocutori sudafricani durante le nostre conversazioni, l’esperienza sudafricana è densa di difficoltà e di insuccessi. Molti intellettuali del Paese ritengono che il percorso post-apartheid sia poco promettente.

Perciò i palestinesi dovrebbero porre attenzione a ciò che sta avvenendo oggi in Sudafrica, piuttosto che esaltare ed applaudire ciecamente il suo passato di lotta anti-apartheid. Tutte queste questioni – la costruzione della Nazione post-apartheid, l’oppressione economica e la violenza endemica – devono essere attentamente esaminate e integrate nella strategia di liberazione palestinese.

Se vogliamo riuscire a sconfiggere l’apartheid di Tel Aviv e a costruire un luminoso futuro in cui gli arabi palestinesi e gli ebrei israeliani si spartiscano la terra e le risorse su un piano di eguaglianza, dobbiamo imparare dagli errori del Sudafrica.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, consulente di media, scrittore.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 

Si veda anche sullo stesso argomento il saggio di Al Shabaka




Insegnare Edward Said a Gaza

Haidar Eid

27 settembre 2019 Mondoweiss

Questa settimana cade l’anniversario della morte di Eward Said. Sono tentato dall’idea di scrivere della sua vita di intellettuale all’opposizione, figura organica del dissenso, come avrebbe detto Antonio Gramsci. In questi tempi di crisi, non solo in Palestina, ma a livello globale, è importante ricordare Said come lui avrebbe voluto che lo ricordassimo, uno “fuori posto”. [Sempre nel posto sbagliato Feltrinelli 1999]

Personalmente, ho comunicato con lui per email solo due volte, per invitarlo in Sud Africa quando studiavo e lavoravo là, una volta per un evento organizzato dai gruppi di solidarietà e poi in occasione della Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza svoltasi a Durban nel 2001, per chiedergli se avrebbe partecipato. Purtroppo, mi rispose che si stava sottoponendo a una terapia contro la leucemia.

In quel periodo, durante una conferenza, avevo avuto una discussione con un simpatico accademico sudafricano bianco sull’analogia fra l’apartheid sionista e la Palestina e la lotta contro l’apartheid in Sud Africa. Il dibattito proseguì e si arrivò a citare gli straordinari successi dei sudafricani, dai 4 premi Nobel al premio internazionale Man Booker …ecc. Lui non aveva la minima idea di Ghassan Kanafani, Fadwa Touqan, Toufiq Zayyad, Samih El-Qasim, Mouin Bseiso, per citare solo alcuni dei giganti palestinesi. Poi ha deciso di lanciare una bomba: “Noi abbiamo Nelson Mandela, e voi chi avete?” E io, senza un minimo di esitazione, ho ribattuto: Edward Said! Fine della discussione.

A febbraio di quest’anno, mi sono offerto volontario per lavorare con la nostra università a Gaza per tenere quella che è stata probabilmente la prima conferenza in memoria di Edward Said in Palestina; la sala era stracolma di accademici, personalità della cultura e studenti che ascoltavano l’intervento, appassionato e ben articolato, di uno degli studenti di Said, il Dr Samah Idriss, direttore di Al-Adab, rivista libanese molto prestigiosa.

Quello che io, come palestinese e “altro orientale” ho capito grazie a Said è insuperabile: la complicità della cultura nell’imperialismo europeo, inclusa la narrazione sionista; ‘la lettura contrappuntistica’ vista come ‘contro-narrativa’; l’interrelazione fra ‘affiliazione’ e ‘cosmopolitismo’, il ‘criticismo secolare’ quale strategia di interferenza intellettuale. Una cosa che faccio nella mia classe, dove capita che i miei studenti siano palestinesi, è il ribaltamento del ruolo dell’estetica nel colonialismo come sua caratteristica più saliente. Nelle nostre discussioni analizziamo la dialettica di conoscenza e potere che compare nel suo lavoro seminale Orientalismo, per confutare la ‘purezza’ e il ‘disinteresse’ degli studi orientalisti. La nostra conclusione è che non c’è un ambito ‘innocente’ del discorso europeo sull’Oriente. La differenza fra Oriente e Occidente è chiarita in questo magnifico passo tratto da Orientalismo: 

Dopo un’impresa come quella di Napoleone, in Occidente il corpo di conoscenze sull’Oriente si modernizzò … c’era ovunque fra gli orientalisti l’ambizione di descrivere le loro scoperte, esperienze e intuizioni con una terminologia adeguatamente moderna, per portare le idee sull’Oriente in stretto contatto con le realtà moderne.

In uno dei corsi che tengo, studiamo dei testi che trattano le stereotipate posizioni europee, condizionate da un’opposizione binaria per cui ‘l’Occidente’ è caratterizzato da idee di illuminismo, progresso, ragione e ‘civiltà’, mentre ‘l’Oriente’ incarna la classica inversione negativa di queste caratteristiche. Questo in base alla sua tesi secondo cui “tutte le rappresentazioni sono in qualche modo fuorvianti …”

I testi che studiamo nelle mie classi vanno dal romanzo estremamente razzista di V.S. Naipaul Sull’ansa del fiume [A Bend in the River] a quello critico di Mohsin Hamid, Il fondamentalista riluttante [The Reluctant Fundamentalist], ai racconti africani anti-coloniali di Njabulu Ndebele, Ousmane Sembene e Noureddin Farah, alla “letteratura della resistenza” di Ghassan Kanafani: Uomini sotto il sole, Ritorno ad Haifa, [Men in the Sun, Returning to Haifa, All That Is Left to You]La terra delle arance tristi e La morte nel letto numero 12 [Land of Sad Oranges, Death of Bed 12]. La scelta di questi testi deriva dall’enfasi posta da Said sull’esistenza di una resistenza all’Orientalismo non solo dall’esterno, ma anche all’interno dell’orientalismo stesso. Le nostre sono letture “contrappuntistiche” che rivelano quello che lui stesso chiamava “la grande cultura di resistenza emersa in risposta all’imperialismo.”

Da qui l’importanza dei suoi ripetuti riferimenti all’ “agency individuale” come componente sostanziale del suo lavoro critico. È qui che il ruolo dell’intellettuale come figura di opposizione diventa colui che trasgredisce la linea ufficiale del potere, come sostiene in Representations of the Intellectual.  L’intellettuale nello svolgere il suo ruolo ha un vantaggio, e non può interpretarlo senza avere la percezione di essere qualcuno il cui ruolo è sollevare pubblicamente domande imbarazzanti, combattere, non creare, l’ortodossia e i dogmi, una figura che non può essere facilmente cooptata da governi o corporazioni, la cui raison d’être è nel rappresentare tutti quei popoli e quelle battaglie che sono regolarmente dimenticate o nascoste sotto il tappeto .

Questo è il motivo per cui in aggiunta a “critica” lui usa costantemente “di opposizione”. E questo è il motivo per cui abbiamo deciso di portare in classe i lavori letterari di Ghassan Kanfani. Comunque, insegnare le opere di Naipaul si deve al fatto post-coloniale secondo cui il progetto imperialista europeo nel mondo non occidentale è stato consolidato dalla cultura europea alta con la collusione di raffinati intellettuali che razionalizzavano e nascondevano l’uso del potere morale per raggiungere quella che Said chiama una “pacificazione ideologica”. Nel suo Cultura e imperialismo [Culture and Imperialism] sostiene eloquentemente, alla Fanon, [Frantz Fanon è stato un grande intellettuale, critico del colonialismo] che questi intellettuali avevano tradito le loro proprie idee quando si erano convinti che esistesse una gerarchia fra i popoli, cosa che fa nascere serie domande ideologiche sull’uso del termine “post-colonialità”, per certi versi una continuazione della sottomissione coloniale.

Come lui, e Vico prima di lui, noi crediamo fermamente che la cultura umana, dato che è stata creata dal genere umano, possa essere positivamente modellata con gli sforzi delle persone. Ecco perché, ispirati dalle sue idee, abbiamo cominciato la campagna di BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per “rispondere” al sionismo, al neo-colonialismo, per sollevare morali in merito alla Palestina, rivelare ingiustizie e, cosa più importante di tutte, dire la verità al potere.

Sono tempi duri per noi palestinesi, con la negazione dei nostri diritti fondamentali, le elezioni israeliane in cui la competizione è solo fra partiti di destra, un “accordo del secolo” con il quale ci viene chiesto di firmare la nostra estinzione…ecc. Cosa avrebbe detto, scritto e fatto Edward Said?

(traduzione di Mirella Alessio)




Incatenata al proprio passato: una formula tedesca per l’ingiustizia nei confronti del popolo palestinese

Richard Falk e Hans von Sponeck

20 settembre 2019 WordPress

[Nota alla seconda prefazione del nuovo post: per consentire una prima pubblicazione tedesca in rete ho temporaneamente tolto questo post dopo due ore. Il testo è identico a quello che avevo postato in precedenza. Siamo desiderosi di incoraggiare il dibattito, la discussione e la democrazia, e quindi incoraggiamo la diffusione attraverso le reti sociali e con qualunque mezzo riteniate efficace. Un’udienza di qualche giorno fa del consiglio della città di Dormunt, che ha revocato il premio di letteratura “Nelly Sachs” alla scrittrice anglo-pakistana Kamila Shamies perché ha scoperto che è una sostenitrice del BDS, è un’ulteriore conferma del declino della democrazia in Germania, almeno riguardo a questo soggetto-argomento di Israele/Palestina].

[Prefazione: Il seguente articolo è stato scritto insieme al mio caro amico di lunga data Hans von Sponeck, che per esperienze familiari e atteggiamento morale è profondamente consapevole dei dilemmi della politica tedesca associati al suo passato. Queste questioni si sono recentemente manifestate nel contesto della soppressione dell’attivismo non violento filo-palestinese, che crediamo sia stata gestita con modalità che tendono a riprodurre, invece di superare, i mali dell’epoca nazista prendendo una serie di iniziative per proteggere le azioni criminali del governo israeliano dalle pressioni esercitate dal movimento internazionale di solidarietà con i palestinesi, e in particolare dalla campagna BDS. Abbiamo tentato di pubblicare questo commento prima su alcuni importanti giornali tedeschi, ma è stato respinto. A quanto pare in Germania i media, guardiani dell’opinione pubblica, ritengono preferibile il silenzio alla discussione e al dibattito su questo problema cruciale.

Come da biografia a parte, Hans ha lavorato per 32 anni alle Nazioni Unite. Nel suo ultimo incarico con il ruolo di assistente del segretario generale dell’ONU ha guidato il programma “Petrolio per Cibo” in Iraq in virtù del suo ruolo di coordinatore umanitario per l’Iraq (1998-2000) in seguito alla prima guerra del Golfo (1991). Ha dato le dimissioni per principio a causa dell’imposizione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di sanzioni punitive responsabili di aver prodotto moltissime vittime tra la popolazione civile irachena].

 

Incatenata al suo passato: una ricetta tedesca per l’ingiustizia nei confronti del popolo della Palestina

 

Richard Falk e Hans von Sponeck

La risoluzione del Buntestag tedesco del 15 maggio che ha condannato la campagna BDS in quanto contribuirebbe all’incremento dell’antisemitismo in Europa provoca serie preoccupazioni. Etichetta il BDS, un’iniziativa nonviolenta dei palestinesi, come antisemita e invita il governo tedesco a negare il sostegno non solo al BDS in quanto tale, ma a ogni organizzazione che lo appoggi. Prende questa posizione sottolineando la particolare responsabilità della Germania nei confronti degli ebrei, senza alcun riferimento alle prolungate violazioni di Israele del più fondamentale dei diritti umani del popolo palestinese, quello all’autodeterminazione. La risoluzione tedesca non fa neppure riferimento al ruolo importante che una precedente campagna BDS contro il razzismo sudafricano ha giocato nel determinare la fine non violenta del regime di apartheid, e al fatto che persino quelli che vi si opponevano per ragioni strategiche o pragmatiche non hanno mai cercato di demonizzarne i sostenitori.

Ciò che ci turba in particolare è l’approccio punitivo al BDS preso dal potere legislativo tedesco. Ci si dovrebbe ricordare che, nonostante la notevole opposizione contro la campagna sudafricana, agli attivisti del BDS non è mai stato detto che era giuridicamente e moralmente inaccettabile farne parte. Le obiezioni erano basate sulla fattibilità e sugli effetti, così come su affermazioni speciose secondo cui sotto l’apartheid gli africani in Sudafrica stavano meglio dei loro fratelli e sorelle nel resto del continente.

In sostanza, crediamo che questa risoluzione sia il modo sbagliato di imparare dal passato della Germania. Invece di optare per la giustizia, per la legge e per i diritti umani, il Bundestag non ha neppure menzionato il popolo palestinese e il dramma che sta vivendo e che il BDS sta sfidando. Dare il via libera alle politiche oppressive ed espansioniste di Israele vuol dire appoggiare implicitamente politiche di punizioni collettive e di violazioni del più debole che sono state, andrebbe ricordato, le caratteristiche più riprovevoli dell’epoca nazista.

Scriviamo in quanto persone con un passato molto diverso, che tuttavia condividono un impegno per Nazioni Unite forti e il dovere di Paesi grandi e piccoli di rispettare le leggi internazionali e promuovere la giustizia nel mondo.

Condividiamo anche una costante consapevolezza dell’Olocausto come terribile tragedia che colpì il popolo ebraico ed altri, così come un orrendo crimine da parte della Germania e di altri Paesi in passato. Condividiamo un impegno preminente per un ordine globale in cui tali tragedie e azioni criminali non si ripetano nei confronti del popolo ebraico e di qualunque altro popolo ovunque. Siamo anche consci che tali tragedie e crimini sono stati perpetrati dal 1945 contro vari gruppi etnici ed hanno preso di mira popoli, tra gli altri in Cambogia, Rwanda, Serbia e, più di recente, il popolo rohingya in Myanmar.

Anche le nostre origini sono piuttosto diverse. Uno di noi è tedesco e cristiano (von Sponeck), l’altro (Falk) americano ed ebreo. Von Sponeck è figlio di un generale giustiziato dai nazisti nell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale ed è andato in Israele nel 1957 per lavorare in un moshav [collettività agricola sionista con proprietà individuale, ndtr.] e in vari kibbutz [comunità sionista con proprietà collettiva, ndtr.]. Ha lavorato per 32 anni come funzionario civile internazionale delle Nazioni Unite, arrivando fino al ruolo di assistente del Segretario Generale. La sua carriera all’ONU è finita quando ha dato le dimissioni come coordinatore dell’ONU del programma “Petrolio per Cibo” (1998-2000) per protestare contro la politica di sanzioni a danno dell’Iraq da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ha portato alla morte di molti civili iracheni innocenti. Dopo le sue dimissioni von Sponeck ha insegnato e tenuto conferenze in varie sedi ed ha pubblicato libri su questioni dell’ONU, tra cui “The Politics of Sanctions on Iraq and the UN Humanitarian Exception” [Le politiche di sanzioni contro l’Iraq e l’eccezione umanitaria dell’ONU] (2017).

Falk è americano e per 40 anni è stato docente all’università di Princeton, con l’incarico di professore di diritto internazionale della cattedra Albert G. Milbank. Il suo contesto familiare include origini paterne in Germania, con entrambi i nonni nati in Baviera, non lontano da Monaco, emigrati negli Stati Uniti a metà del secolo XIX°. Tra il 2008 e il 2014 Falk ha lavorato come relatore speciale per la Palestina occupata per conto della Commissione ONU per i Diritti Umani. Ha pubblicato parecchi libri su questioni internazionali, compresi di recente “Power Shift: On the New Global Order [Spostamento di potere: sul nuovo ordine globale] (2016) e “Palestine: The Legitimacy of Hope” [Palestina: la legittimità della speranza] (2017).

Abbiamo analizzato il fallimento della diplomazia internazionale per cercare una soluzione al conflitto tra Israele e Palestina. Crediamo che Israele sia il principale responsabile di questo fallimento, che ha prodotto come conseguenza decenni di gravissime sofferenze per il popolo palestinese. Crediamo che la radice di questo fallimento sia il progetto sionista di imporre uno Stato ebraico su una società fondamentalmente non ebraica. Ciò ha inevitabilmente determinato la resistenza palestinese, e un crescente razzismo ha messo le basi di strutture destinate a tenere soggetto il popolo palestinese nel suo complesso all’interno del suo stesso Paese. Crediamo inoltre che la pace potrà venire per entrambi i popoli solo quando queste strutture di apartheid saranno smantellate, come lo sono state in Sud Africa oltre 25 anni fa.

Contro questo contesto abbiamo trovato inaccettabile e particolarmente preoccupante la resistenza del governo e del popolo tedeschi nel rispondere a queste circostanze di ingiustizia ed estremamente deplorevole la loro tacita acquiescenza in Germania. Sia noi due che le nostre famiglie siamo stati in modo diverso vittime del nazismo. Tuttavia ciò non ci impedisce di insistere sul fatto che l’esitazione tedesca a criticare l’etnocentrismo israeliano evidenzia un pericoloso equivoco riguardo all’importanza del passato nazista. L’Olocausto dovrebbe innanzitutto servire per mettere in guardia il mondo contro l’ingiustizia, i crimini di Stato e la vittimizzazione di un popolo sulla base della sua identità razziale e religiosa. Ciò non dovrebbe esimere Israele dal renderne conto giuridicamente e moralmente solo perché la sua dirigenza è ebrea e molti dei suoi cittadini ebrei sono parenti di vittime dell’Olocausto.

Attraverso l’adozione da parte della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] di una legge fondamentale come quella dello Stato Nazione del popolo ebraico del 2018, Israele rivendica un’identità come se ciò gli conferisse un mandato di impunità. La lezione dell’Olocausto riguarda le violazioni, la criminalità e la vittimizzazione e non dovrebbe essere pervertita da nessuna implicazione sovvertitrice secondo cui, poiché gli ebrei hanno dovuto sopportare terribili crimini in passato, sono esenti dal doverne rendere conto quando commettono crimini recenti. Ricordiamo la lettera di Albert Einstein a Chaim Weizmann [uno dei massimi dirigenti sionisti, ndtr.] nel 1929, in cui scriveva: “Se non riusciamo a trovare un percorso di onesta collaborazione e non scendiamo a patti con gli arabi, non avremo imparato niente dal nostro dramma di duemila anni e meriteremo la sorte che ci affliggerà!” Il governo israeliano deve comprendere che molto del minaccioso aumento delle opinioni antisemite e anti-israeliane in Europa e altrove ha origine nelle stesse politiche che persegue.

Ci aspettiamo che le nostre dichiarazioni saranno duramente attaccate in quanto antisioniste e persino antisemite. Parte della funzione di questi attacchi è bloccare le risposte tedesche ricordando l’Olocausto e la falsa impressione che criticare Israele e il sionismo sia la ripresa di un attacco contro gli ebrei e contro l’ebraismo. Insistiamo sul fatto che non si tratta assolutamente di questo. È proprio il contrario. Sostiene che i valori fondamentali della religione ebraica e in generale i valori umanistici sono legati alla giustizia e che questo uso della calunnia di antisemitismo è una tattica totalmente inaccettabile per difendere Israele da critiche giustificate. Questo tipo di intimidazioni dovrebbe essere contrastato e superato.

Da questa prospettiva è nostra convinzione e speranza che la Germania e il popolo tedesco abbiano la forza di sbarazzarsi del torpore morale indotto dai cattivi ricordi del passato e possano unirsi alla lotta contro l’ingiustizia. Una simile dinamica del potenziamento morale sarebbe chiara se la Germania dimostrasse empatia per il dramma dei palestinesi e desse il proprio sostegno alle iniziative nonviolente destinate ad esprimere solidarietà con e incoraggiamento al movimento nazionale palestinese per ottenere diritti fondamentali, incluso, su tutti, l’inalienabile diritto all’autodeterminazione.

Ci incoraggia molto che le nostre azioni non avvengano nel vuoto qui in Germania. Prendiamo nota degli zelanti sforzi dei “Tre di Humboldt”***per protestare contro l’apartheid israeliano e del sostegno popolare che le azioni di questi giovani, due israeliani e un palestinese, hanno riscosso. Il loro messaggio ispiratore è simile al nostro. È tempo che il governo tedesco e i suoi cittadini rompano il loro silenzio, riconoscano che il passato nazista è più facile da superare attraverso l’attiva opposizione all’ingiusta oppressione del popolo palestinese. Ci sentiamo affini anche alla lettera aperta ampiamente appoggiata da intellettuali in tutto il mondo, compresi molti israeliani, che chiede a ‘individui e istituzioni in Germania’ di porre fine a ogni tentativo di confondere le critiche a Israele con l’antisemitismo.

Crediamo che la pace tra ebrei ed arabi in Palestina dipenda dal prendere iniziative per ripristinare l’uguaglianza di relazioni tra questi popoli da troppo tempo in conflitto. Ciò potrà avvenire soltanto se le attuali strutture di apartheid verranno smantellate come preludio alla pace. Il precedente del Sudafrica ci mostra che ciò può avvenire, ma solo quando le pressioni internazionali si uniscono alla resistenza interna. Sembrava impossibile in Sudafrica fino al momento stesso in cui ciò è avvenuto. Ora sembra impossibile riguardo a Israele, ma l’impossibile avviene quando è in linea con le richieste di giustizia e mobilita il sostegno di persone di buona volontà in tutto il mondo. Il corso della storia ha favorito la parte più debole dal punto di vista militare nei grandi movimenti anticoloniali dell’ultima metà del XX° secolo, e quindi noi non dobbiamo perdere la speranza in una soluzione giusta per israeliani e palestinesi, nonostante il fatto che l’attuale equilibrio delle forze ora favorisca il dominio israeliano.

É importante ricordare anche che, finché al popolo palestinese verranno negati i diritti fondamentali, non ci potrà essere pace. Ogni accordo raggiunto mentre persiste l’apartheid non sarà altro che un cessate il fuoco. Una pace duratura dipende dal riconoscimento e dalla messa in pratica dell’uguaglianza dei due popoli sulla base della mutua autodeterminazione. La Germania e i tedeschi hanno la grande opportunità di promuovere questa visione e così facendo libereranno il Paese dal suo passato. In un senso profondo, sia che siamo tedeschi o americani o altro, ognuno di noi non deve niente di meno ai popoli ebraico e palestinese.

***si tratta degli attivisti del BDS tedesco Ronnie Barkan e Stavit Sinai, ebrei israeliani, e Majed Abusalama, palestinese di Gaza, che nel giugno 2017 interruppero il discorso di una parlamentare israeliana, ospitata presso l’Università Humboldt di Berlino dalla Deutsch-Israelische Gesellschaft (Società tedesco-israeliana). Aliza Lavie, deputata alla Knesset (il parlamento israeliano) per il partito centrista Yesh Atid, aveva fatto parte del governo di coalizione israeliano durante l’attacco del 2014 contro la Striscia di Gaza, nella quale furono uccisi 2.220 palestinesi.  Con Lavie c’era Dvora Weinstein, una sopravvissuta all’Olocausto. I tre sono stati denunciati con l’accusa di invasione di proprietà privata e aggressione. Il processo è ancora in corso.

RICHARD FALK

Richard Falk è uno studioso di diritto e relazioni internazionali che ha insegnato all’università di Princeton per quarant’anni. Dal 2002 ha vissuto a Santa Barbara, California, ed ha insegnato nel campus della locale università di California Studi Globali e Internazionali e dal 2005 ha presieduto il Consiglio della Fondazione per la Pace nell’Epoca Nucleare. Ha aperto questo blog in parte per festeggiare il suo ottantesimo compleanno.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’appoggio a Benny Gantz da parte della Joint Arab List è stato un errore

Haidar Eid

24 settembre 2019 – Al Jazeera

I politici palestinesi non avranno niente da guadagnare dall’ appoggio a un generale accusato di crimini di guerra perché diventi primo ministro

Una delle più gravi conseguenze dei disastrosi accordi di Oslo è stata che hanno ridisegnato il popolo palestinese come se fosse composto solo da chi vive nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate. Il 1,8 milione di cittadini palestinesi di seconda classe in Israele e i 6 milioni di rifugiati palestinesi che vivono nella diaspora sono stati quindi relegati in fondo all’agenda di qualunque discussione, dato che non hanno rappresentanti al tavolo negoziale.

In seguito a ciò ogni componente del popolo palestinese sta perseguendo il proprio personale progetto e la propria soluzione finale – che si tratti di uno Stato indipendente per quanti vivono in Cisgiordania e a Gaza, di una maggiore allocazione di fondi pubblici per i palestinesi cittadini di Israele o di più diritti civili per i rifugiati che vivono nel mondo arabo.

Solo all’interno di questo contesto si può comprendere la catastrofica iniziativa di tre dei quattro partiti che fanno parte della Joint Arab List [Lista Araba Unita] di appoggiare Benny Gantz – un uomo che ha progettato crimini di guerra durante l’attacco israeliano del 2014 contro Gaza, che ha ucciso più di 2.200 palestinesi, e che non ha dimostrato nessun pentimento per questo – per la carica di prossimo primo ministro israeliano. La ragione per cui la Joint Arab List, con l’eccezione di tre membri del partito Balad, ha deciso di proporre il nome di Gantz è “perché vogliamo porre fine all’era di Netanyahu”, come ha spiegato il suo presidente Ayman Odeh.

In uno dei suoi tweet egli ha aggiunto che “vogliamo vivere in un luogo pacifico basato sulla fine dell’occupazione, la fondazione di uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele, reale uguaglianza a livello civile e nazionale, giustizia sociale e una democrazia garantita per tutti,” senza spiegare come ciò giustifichi il sostegno a Gantz, che ha già respinto in anticipo tutte queste richieste e che durante la campagna elettorale si è vantato, di fatto, di aver ucciso palestinesi.

Questa iniziativa senza precedenti da parte di politici palestinesi in Israele, che giunge nel momento in cui ogni venerdì cecchini israeliani stanno uccidendo e mutilando manifestanti palestinesi nei pressi della barriera di Gaza, ha provocato forti ripercussioni in tutta la Palestina storica. Ciò non solo perché l’appoggio legittima un criminale di guerra che sostiene la legge razzista dello Stato-Nazione in Israele, che relega i palestinesi come cittadini di seconda classe, ma anche perché come primo ministro egli sicuramente continuerà a commettere crimini contro il popolo palestinese.  Egli ricomincerà da dove ha finito Netanyahu e continuerà a promuovere e rafforzare l’apartheid, l’uccisione di civili palestinesi innocenti, a mantenere la Cisgiordania sotto occupazione militare, ad assediare e strangolare la Striscia di Gaza con un atto di punizione collettiva, ad annettere terra palestinese e ad espandere le colonie ebraiche illegali in Cisgiordania.

Questa decisione della Joint Arab List riflette la miopia e l’opportunismo politico di parte dell’élite politica palestinese in Israele. Ciò riduce la lotta da parte dei cittadini palestinesi di Israele per una vera uguaglianza ed anche la comune lotta dei palestinesi per la libertà e la giustizia ad “averne semplicemente abbastanza di Netanyahu” e a sostituirlo con un altro criminale di guerra.

Invece di chiedere i loro pieni diritti, sono pronti a raccogliere “briciole di compassione buttate dal tavolo di qualcuno che si considera il (loro) padrone,” come direbbe l’arcivescovo Desmond Tutu [premio Nobel sudafricano che ha lottato contro l’apartheid, ndtr.].

Le ripercussioni della decisione presa dalla Joint Arab List ci perseguiteranno a lungo. È una forma di normalizzazione, in cui il colonizzato, accecato dall’ammirazione nei confronti della falsa democrazia etnica liberale del colonizzatore, non riesce a comprendere i meccanismi di potere in uno Stato colonialista d’insediamento.

Come hanno sottolineato molte forze politiche palestinesi, di sinistra e di destra, il fatto di partecipare alle elezioni israeliane è in sé una cosa molto problematica. Legittima le strutture politiche israeliane, come la Knesset israeliana, in cui si legifera continuamente a favore dell’oppressione del popolo palestinese e la si legalizza.

Appoggiare queste strutture non può in alcun modo aiutare i palestinesi a ottenere i diritti umani fondamentali, la giustizia o l’uguaglianza. Dato che il fulcro del potere è l’apartheid, lavorare al suo interno non può portare né porterà mai alla liberazione del popolo palestinese, in quanto si fonda sulla segregazione, sull’oppressione e sull’occupazione.

Questo sistema dev’essere boicottato, per mettere in discussione la legittimità del suo ordine razzista e per preparare la strada ad alternative. Perché ciò avvenga, tuttavia, è evidente che ci sia bisogno di decolonizzare la mente dei palestinesi in Israele, in modo che i dirigenti dei partiti arabi in Israele comprendano che opporsi alla tendenziosità politica ed ideologica del sistema implica rifiutare tutte le sue strutture di potere.

Finché ciò non avverrà, la Joint Arab List continuerà a giocare il suo gioco politico, che non solo esclude le altre due componenti del popolo palestinese, ma gioca anche d’azzardo con i diritti fondamentali del suo stesso elettorato.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Haidar Eid è docente associato dell’università Al-Aqsa di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il miraggio di Benny Gantz

Jonathan Ofir

23 Settembre 2019 – Mondoweiss

“Il Paese ha scelto l’unità, il Paese ha scelto ‘prima Israele’” ha detto il leader del partito Blu e Bianco Benny Gantz giovedì, dopo che la stragrande maggioranza dei voti alle elezioni di Israele del 17 settembre ha dato al suo partito un leggero vantaggio sul Likud di Netanyahu (adesso 33 a 31, i risultati ufficiali ci saranno mercoledì) [il risultato definitivo è stato 33 a 32, ndtr.]. Nessuno dei due sembra poter creare un governo se non uno di coalizione che combini i loro due partiti, dal momento che Avigdor Lieberman lo esige con i suoi decisivi 8 seggi. Entrambi i partiti maggiori (destra e centro-sinistra) senza Lieberman restano sotto la soglia dei 61 seggi.

Oggi, se si dice ” prima l’America “, è chiaro cosa significhi. Significa supremazia bianca. Anche in Israele, quando dici “prima Israele”, sai cosa significa: significa supremazia ebraica, nota anche come sionismo. Ma in Israele, per qualche ragione, questa nozione è accettata come opinione prevalente. Il sionismo sopra ogni cosa non è considerato razzismo.

Ora di recente è successo un grande evento: la Joint List [Lista Unita], che rappresenta sostanzialmente i cittadini palestinesi ed è il terzo  ad aver ricevuto più voti con 13 seggi, ha sostenuto Benny Gantz come Primo Ministro.

All’inizio è stato detto che il blocco di centro-sinistra è in vantaggio con 57 seggi rispetto ai 55 del blocco di destra. Ma poi si è  scoperto che all’interno della Joint List non tutti sono d’accordo. Una delle quattro fazioni, Balad (che chiede uno Stato democratico laico) ha insistito sul fatto che “Gantz sta progettando di formare un governo con Lieberman e Likud”, e quindi “sostenerlo sarebbe sostenere un governo di unità, che è perfino peggio di uno di destra. ”

Ayman Odeh, capo della Joint List, nella sua apertura al presidente israeliano Reuven Rivlin, ha insistito che gli avrebbe portato il sostegno di tutti e 13 i suoi rappresentanti, ma la cosa non è certa. Secondo il Jerusalem Post, il supporto che Gantz può effettivamente ottenere è sceso a 54, un seggio sotto i 55 di Netanyahu.

Gli 8 seggi di Lieberman sono i più incerti. Quindi, ancora una volta, senza il supporto di Lieberman, nessuno dei due blocchi ce la farebbe – ma Lieberman non si alleerà con la Joint List, che chiama i “nemici”.

Quindi tutto punta al centro, quel centro sionista che in realtà è un blocco di centro-destra. Il presidente Rivlin ha sottolineato che “il popolo di Israele vuole un governo che sia stabile” e “un governo stabile non può essere un governo senza entrambi i due maggiori partiti”.

Il capo della delegazione Blu e Bianco che ha incontrato il presidente è Moshe Ya’alon, ex ministro della Difesa, terzo nella direzione del partito e zelante sostenitore del progetto israeliano di colonizzazione. Ya’alon ha detto che avrebbe accolto con favore “tutti i partiti sionisti” nella coalizione, il che significa non la Joint List, e la Joint List sa che sarebbe stata comunque all’opposizione.

Il presidente Rivlin deciderà al più presto mercoledì sera, quando i risultati finali saranno ufficiali, se affidare il primo tentativo di formazione di una coalizione di governo a Gantz o Netanyahu. Vi sono varie considerazioni che influenzano tale decisione. Uno è il numero di seggi del partito del leader. In questo caso Gantz sarebbe in testa ma solo di poco. Un’altra considerazione è la possibilità di formare una futura coalizione. In questo caso nessuno dei due ce l’ha senza Lieberman, che cerca di escludere entrambi i settori di destra e di sinistra: i 24 seggi dei partiti religiosi e di destra (Ebraismo della Torah Unita, Shas e il nazionalista religioso Yamina) e 24 seggi della sinistra sionista (Unione Democratica, Lavoro-Gesher) e Joint List. Quindi al momento Lieberman non sta sostenendo alcun candidato per la carica di Primo Ministro, ma sta cercando di unire il suo Yisrael Beitenu ai due partiti principali come “l’unica opzione”.

Rivlin è ansioso di raggiungere l’accordo. Dice che l’opinione pubblica israeliana è “disgustata” dalla prospettiva di una terza elezione (le elezioni di settembre sono state necessarie poiché le precedenti elezioni in aprile non sono riuscite a produrre un governo).

Ciò che ha guidato molti dei “sionisti liberali” è stata l’idea di “solo non Netanyahu”. Netanyahu è stato un bel regalo per queste persone, dal momento che potevano dire di essere contrari a Netanyahu ed ecco! sei un progressista! Bari Weiss, una degli opinionisti sionisti del New York Times, in un’intervista a Bill Maher, distingueva tra il sionismo e quello che lei chiama “bibiismo” (usando il soprannome di Benjamin Netanyahu, Bibi):

“Sono due cose molto diverse. Sono molto critica rispetto all’attuale Primo Ministro dello Stato di Israele. Credo che proprio come gli ebrei hanno un diritto alla terra, così anche i palestinesi, e se Israele vuole essere uno Stato democratico e liberale, ci devono essere due Stati.”

Be’, è semplicemente fantastico, ma quei “due Stati” non sono comunque sul tavolo di Gantz, che ha appena rimproverato Netanyahu di aver rubato la sua idea di annettere la Valle del Giordano. Dunque, Bari Weiss sta indicando davvero una reale alternativa? No, solo “non Bibi”.

E la Joint List, almeno la corrente che ha sostenuto Gantz, fa anch’essa parte di questo “solo non Bibi”. Ayman Odeh ha detto al presidente Rivlin: “Stiamo cercando il modo di impedire a Netanyahu di diventare primo ministro, ed è quello che vuole la maggior parte della gente.”.

Ma esiste un grave pericolo. È in pericolo la relativa legittimità che un governo di unità può ottenere per politiche che, sul fronte politico più critico nei confronti dei palestinesi, non sono diverse da quelle di un governo Likud. E così si capisce l’affermazione di Balad secondo cui un tale governo di unità è anche peggio di un governo di destra. Perché il governo di unità, specialmente se sarà guidato da Gantz, renderà più facile legittimare lo status quo israeliano dell’apartheid. Ed è quello che vuole la maggior parte degli israeliani.

A cui non dispiacerebbe che Gantz – il macellaio di Gaza, che si vanta di averla ridotta all’età della pietra e desidera ardentemente tornare ai giorni di gloria dei sistematici omicidi extragiudiziali– guidasse il paese, perché dopo tutto è così sionista. Ed è meno volgare di Netanyahu, e sicuramente anche meno corrotto, quindi ha una buona immagine. Le persone sono stanche di Netanyahu, cambiate l’immagine.

Deve essere un bel dilemma per un palestinese che ha diritto di voto in Israele. Tutto ciò che fai finisce per essere solo una limitazione del danno, qualunque cosa tu faccia finisce per essere “prima Israele ” – che significa “ultimi i palestinesi “.

 

Jonathan Ofir

Musicista, direttore d’orchestra e blogger / scrittore israeliano che risiede in Danimarca.

 

(traduzione di Luciana Galliano)




Il piano di annessione di Netanyahu ucciderà Israele

David Hearst

17 settembre 2019    Middle East Eye

L’annessione elimina tutti i muri accuratamente eretti da Israele per dividere i palestinesi, distruggendo dall’interno il sogno sionista di uno Stato a maggioranza ebraica.

Questa doveva essere la promessa elettorale più importante. Benjamin Netanyahu, l’uomo che governa Israele da quasi 30 anni, aveva previsto di assestare così il colpo di grazia ai suoi rivali politici della destra colonizzatrice. Avigdor Lieberman, l’ago della bilancia? Ora non più.

Tuttavia l’annuncio di Netanyahu che, se sarà rieletto, annetterà la Valle del Giordano e con essa quasi un terzo della Cisgiordania, non ha avuto l’effetto previsto.

Netanyahu si è vantato di essere in grado di annettere tutte le colonie  al centro della sua patria, grazie alla “sua relazione personale con il presidente Trump”.

Ma il presidente americano Donald Trump questa volta non è stato al gioco.

Bolton licenziato

La Casa Bianca ha emesso un comunicato che afferma che la politica americana al momento non è cambiata e per rafforzare il concetto Trump ha licenziato il suo consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, a lungo considerato dai dirigenti israeliani il proprio uomo a Washington.

Ben Caspit, corrispondente di Maariv (quotidiano israeliano, ndtr.), ha affermato che Netanyahu aveva chiesto a Trump un riconoscimento per l’annessione della Valle del Giordano simile a quello dato per le Alture del Golan. Bolton era d’accordo, ma Trump si è rifiutato.

Caspit ed altri corrispondenti hanno sottolineato che Netanyahu non aveva neppure bisogno di chiedere il permesso di Trump per annettere la Valle del Giordano, che ha una storia giuridica molto diversa da quella delle Alture del Golan, che sono state sottratte alla Siria.

Netanyahu ha bisogno soltanto di una maggioranza semplice alla Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] per annettere la Valle del Giordano, perché la legge che glielo permette esiste già. Questa legge, adottata dai deputati di sinistra nel 1967, perfezionava un’ordinanza risalente al mandato britannico, che autorizzava il governo ad emanare un decreto che enunciava in quali regioni della Palestina si dovevano applicare la giurisdizione e l’amministrazione dello Stato di Israele. È questa legge che ha permesso a Levy Eshkol [all’epoca primo ministro israeliano, ndtr.] di annettere Gerusalemme est nel 1967.

Poco importa. Questa defezione sensazionale è stata seguita da un’altra : la sua.

Netanyahu ha dovuto essere portato via dal palco dalle guardie del corpo nel mezzo di un discorso  della campagna elettorale a Ashdod, nel sud di Israele, quando dei razzi lanciati da Gaza hanno fatto suonare le sirene di allarme che annunciavano un attacco dal cielo. Era un avvertimento indirizzato a Netanyahu e a tutti i coloni israeliani dalla terra sulla quale si sono insediati.

La finzione ANP

Nessuna annessione, per quanto ampia, porrà fine a questo conflitto. I palestinesi se ne infischiano di sapere in che modo le loro terre sono occupate, o se effettivamente un ulteriore 33% sarà sottratto al 20% della Palestina storica che rimane loro.

Sapere in quale enclave, in quale bantustan o in quale prigione sono detenuti, o se l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è davvero dissolta, o se il presidente Mahmoud Abbas consegna le chiavi della Cisgiordania al più vicino comandante dell’esercito israeliano, tutti questi sono sofismi per loro. Allo stato attuale delle cose, Abbas deve chiedere il permesso all’esercito israeliano per ogni suo atto.

L’ANP non esiste veramente, non è che uno strumento con cui Israele obbliga i poliziotti palestinesi a liberare le strade prima che le sue forze armate entrino in tutta la Cisgiordania con incursioni notturne.

L’autonomia della zona A [in base agli accordi di Oslo sotto totale controllo palestinese, ndtr.] è in gran parte fittizia. Se l’ANP dovesse essere sciolta, l’unica preoccupazione di Israele sarebbero le circa 100.000 armi detenute dalle forze di sicurezza palestinesi.

A causa della loro natura priva di sostanza, tutte le istituzioni e le strutture palestinesi sono diventate ampiamente irrilevanti – tranne che come fonte di reddito – per gli stessi palestinesi. Poco importa sapere chi gestisce l’occupazione, né quante leggi vengono adottate per privarli della loro identità nazionale, dei loro diritti di proprietà e del loro Stato.

Qualunque cosa accada e qualunque sia il numero delle enclave create per i palestinesi, il nodo demografico di questo conflitto resterà lo stesso: oggi ci sono più palestinesi che ebrei israeliani tra il fiume [Giordano] e il mare [Mediterraneo].

Apartheid israeliano

Il vice capo dell’Amministrazione civile israeliana [ente che governa sui territori palestinesi occupati, ndtr.], generale Haim Mendes, ha presentato i seguenti dati alla Commissione affari esteri e difesa della Knesset lo scorso dicembre : vi sono attualmente 6,8 milioni di palestinesi tra il fiume e il mare (5 milioni a Gaza e in Cisgiordania, 1,8 milioni all’interno di Israele e di Gerusalemme est). Di contro, secondo l’Ufficio Centrale di Statistica, gli ebrei in Israele sono 6,6 milioni.

Il solo modo di cambiare il cuore del conflitto è sapere se, o quando, Israele procederà ad un’altra espulsione di massa o ad un’azione di pulizia etnica, come è avvenuto nel 1948 e nel 1967.

Diversamente, la vita dei palestinesi non cambierà. Questo significa che, qualunque siano le dichiarazioni fatte durante le campagne elettorali, gli ebrei israeliani stanno diventando una minoranza su quella che affermano essere la propria terra e non possono imporre la loro supremazia che attraverso l’apartheid.

Anche se ciò non modifica niente rispetto alla situazione di sudditanza imposta ai palestinesi nel loro Paese, modifica però la narrativa di Israele tra le elite politiche in Europa e negli Stati Uniti, alle quali Israele ha devoluto miliardi di shekel [valuta israeliana] per ingraziarsele.

Prima dell’annessione, e quando il principio “terra in cambio di pace” era ancora la narrazione dominante del processo di Oslo, la classe politica di sinistra e di destra in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in tutta Europa poteva aderire simultaneamente a interpretazioni che si escludevano l’un l’altra  per una soluzione del conflitto.

Potevano impegnarsi ad essere “sostenitori di Israele”, approvando al tempo stesso il diritto all’autodeterminazione palestinese in un Stato palestinese ipotetico – però mai realizzabile.

Perdita di legittimità internazionale

Per quanto riguardava Israele, il mito che ribadivano era che c’era qualcosa chiamato “Israele propriamente detto”, che è stato riconosciuto a livello internazionale – e poi, ahimè (grosso sospiro) c’erano cose chiamate colonie, che erano illegali, ma (altro grosso sospiro) che cosa ci si può fare? L’idea era che se soltanto le due parti fossero riuscite a fare dei compromessi, si sarebbe potuta trovare una soluzione territoriale.

Con l’annessione come politica ufficiale, tutto questo cambierebbe. Il momento in cui lo Stato di Israele consideri le colonie come facenti parte del proprio territorio,  sarà il momento in cui “Israele propriamente detto” cesserà di esistere. Tutto Israele diventerebbe una colonia. Lo Stato israeliano perderebbe la sua legittimità internazionale.

Se l’annessione è letale per l’immagine internazionale di Israele come Stato europeo avanzato in un deserto di arabi selvaggi, irragionevoli e agitati, lo è ancor di più nella prospettiva di costruire e mantenere uno Stato ebraico all’interno.

La concessione più deleteria che Yasser Arafat e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) hanno fatto nel corso del processo di Oslo non è stato il riconoscimento dello Stato di Israele, ma l’abbandono dei palestinesi – il 20% della popolazione – che ci vivono.

Lotta per la sovranità

Questo ha creato ogni sorta di anomalie. Gerusalemme era il cuore del conflitto e la capitale dello Stato palestinese, ma l’ANP, in quanto tale, non esercitava alcuna autorità sugli abitanti di Gerusalemme che là vivono.

Per una gran parte del processo di pace i “palestinesi del 1948” – quelli che sono stati autorizzati a restare, o che sono stati spostati all’interno del Paese al momento della creazione dello Stato di Israele – non hanno preso parte alla lotta contro l’occupazione. Avevano la cittadinanza israeliana e sono stati chiamati dai loro padroni “arabi israeliani”.

L’annessione cambia tutto ciò. Elimina in un colpo solo tutti i muri accuratamente eretti che Israele ha costruito per dividere i palestinesi, creando una gamma di blocchi carcerari sotto sorveglianza. Gaza, la Cisgiordania, i “palestinesi del 1948” e quelli della diaspora diventano un solo popolo che lotta per la sovranità nel proprio Paese.

Inconsapevolmente, l’annessione distrugge dall’interno il sogno sionista di uno Stato a maggioranza ebraica.

I dirigenti palestinesi che non sono stati assassinati o imprigionati da Israele erano essenziali per il mantenimento dello status quo, grazie al quale aree come la Valle del Giordano sono state annesse di fatto, se non ufficialmente.

Non è come se i palestinesi potessero realmente utilizzare e coltivare la Valle del Giordano, la loro terra più fertile. Essa si estende su circa 160.000 ettari e rappresenta quasi il 30% della Cisgiordania. Israele sfrutta la quasi totalità della Valle del Giordano per le proprie necessità e impedisce ai palestinesi di entrare o di utilizzare circa l’85% dell’area, sia per edilizia che per infrastrutture, per scopi agricoli o abitativi.

Nel 2016 ci vivevano 65.000 palestinesi e 11.000 coloni. Ciò significa che una minoranza della popolazione è autorizzata a spostarsi nell’85% della terra.

Una morte lenta

Israele non ha bisogno di annettere la Valle del Giordano. In realtà lo ha già fatto.

Dato che i dirigenti palestinesi sono moribondi, le future generazioni di palestinesi andranno alla ricerca di una prospettiva molto diversa. Saranno obbligati a riformulare la loro strategia, a correggere gli errori del passato e a considerarsi nuovamente come parte di un popolo espulso da un Paese.

L’annessione è la morte dell’Israele del 1948, uno Stato a maggioranza ebraica.

E’ la nascita di uno Stato ebraico minoritario che non può sopravvivere se non eliminando e controllando la sua maggioranza palestinese. Fare questo, in un continente a maggioranza araba e musulmana, equivale a votarsi ad una morte lenta e costante.

Quale che sia il numero di dirigenti palestinesi che compra, Israele suscita continuamente l’ira degli arabi e dei musulmani, dovunque vivano. Nessun muro, nessun esercito, nessuna flotta di droni, nessun arsenale nucleare, nessun presidente americano proteggeranno a lungo termine uno Stato con una minoranza ebraica.

 

David Hearst è caporedattore di Middle East Eye. Quando ha lasciato The Guardian, era capo editorialista della rubrica Esteri del giornale. Durante i suoi 29 anni di carriera, si è occupato dell’attentato con una bomba a Brighton, dello sciopero dei minatori, della reazione lealista in seguito all’accordo anglo-irlandese in Irlanda del nord, dei primi conflitti scoppiati in Slovenia e Croazia al momento della dissoluzione della ex-Yugoslavia, della fine dell’Unione Sovietica, della Cecenia e delle guerre che hanno contraddistinto l’epoca a lui contemporanea. Ha seguito il declino morale e fisico di Boris Eltsin e le circostanze che hanno permesso l’ascesa di Putin. Dopo l’Irlanda, è stato nominato corrispondente europeo per la rubrica Europa del Guardian, prima di trasferirsi nel 1992 all’ufficio di Mosca, assumendone la direzione nel 1994. Ha lasciato la Russia nel 1997 per andare all’ufficio Esteri, prima di diventare redattore capo della rubrica Europa e poi vice redattore capo della rubrica Esteri. Prima di lavorare al Guardian, David Hearst è stato corrispondente per la rubrica Educazione nel giornale The Scotsman.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Gantz criminale di guerra e colonialista

Il capo dell’opposizione afferma che l’occupazione è un bene per i palestinesi

Ali Abunimah

10 settembre 2019 – Electronic Intifada

 

Benny Gantz, capo dell’esercito israeliano durante il massacro a Gaza nel 2014 da parte di Israele, sta prendendo in prestito argomentazioni dell’apartheid sudafricano per promuovere la sua campagna elettorale.

Gantz guida la coalizione di opposizione presuntamene di centro-sinistra che spera di spodestare Benjamin Netanyahu nelle elezioni israeliane di questo mese.

Lunedì, durante un attacco elettorale contro il primo ministro israeliano, Gantz ha dichiarato che, a differenza di Netanyahu, avrebbe consentito alle deputate USA Ilhan Omar e Rashida Tlaib di visitare Israele e i territori occupati.

Gantz ha sostenuto che, se l’avessero potuto fare, avrebbero visto “con i propri occhi” che “il miglior luogo in cui essere arabo in Medio Oriente è Israele… e il secondo miglior posto in cui essere arabo in Medio Oriente è la Cisgiordania.”

L’affermazione di Gantz secondo cui l’occupazione militare e la colonizzazione israeliane sono una benedizione per i palestinesi costituisce una diretta imitazione dei governanti dell’apartheid sudafricano, che insistevano sul fatto che il loro brutale regime suprematista bianco era un bene per la popolazione di colore.

Lo scrittore Ben White ha segnalato un’intervista del “New York Times” nel 1977 con John Vorster, che all’epoca era il primo ministro del regime razzista del Sud Africa.

“Il livello di vita dei neri in Sud Africa è da due a cinque volte più alto di quello di qualunque altro Paese africano,” sostenne Vorster.

Questa affermazione era un pilastro della propaganda del Sud Africa quando, durante gli anni ’80, il movimento globale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni si rafforzava.

Non è sorprendente, in quanto i colonialisti sostengono sempre che il loro dominio violento è un regalo per il popolo che sfruttano ed opprimono.

Nelle attuali iniziative di Israele gli echi della propaganda del Sud Africa sono forti.

E come i razzisti sudafricani che cercavano di lottare contro l’isolamento del loro regime, Gantz ha dichiarato che “chiunque collabori con il BDS sta agendo contro lo Stato di Israele.”

L’ex capo dell’esercito ha anche sostenuto che il BDS – il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per i diritti dei palestinesi – è una “forma di antisemitismo”.

Nei fatti è un movimento antirazzista radicato nelle leggi internazionali e nei diritti universali.

Le affermazioni di Gantz mostrano che, nonostante i tentativi di presentarlo come un’alternativa ripulendone l’immagine, egli non rappresenta niente di diverso rispetto a Netanyahu.

 

Gantz deve affrontare un processo per crimini di guerra

Le elezioni israeliane da rifare cadono il 17 settembre.

Quello stesso giorno in Olanda ci sarà un’udienza in tribunale del processo di Ismail Ziada contro Benny Gantz.

Zaida, un cittadino palestino-olandese, ha citato in giudizio Gantz e un altro comandante israeliano per l’attacco del 20 luglio 2014 contro la casa della sua famiglia nel campo di rifugiati di al-Bureij a Gaza.

Il bombardamento israeliano uccise sette persone – la madre settantenne di Ziada, Muftia Ziada, tre fratelli, una cognata, un nipote di 12 anni e un amico che era andato a trovarli.

L’assalto contro Gaza del 2014 diretto da Gantz uccise 2.200 palestinesi, compresi 550 minori.

Ben lungi dal vergognarsi dei suoi crimini, nelle elezioni israeliane di aprile – che non sono riuscite ad esprimere un chiaro vincitore, provocando quindi queste votazioni di settembre – Gantz ha anzi messo annunci pubblicitari in cui si vantava di quanti palestinesi aveva massacrato nel 2014.

 

Il “dialogo” dell’UE con un criminale di guerra

I sanguinari precedenti e la difesa del colonialismo da parte di Gantz forniscono anche un metro di giudizio con il quale misurare il presunto sostegno dell’Unione Europea ai diritti umani.

Invece di stare dalla parte delle vittime di Gantz e della loro campagna per la giustizia, l’UE sta promuovendo il responsabile.

Proprio lo scorso mese Emanuele Giaufret, l’ambasciatore dell’UE a Tel Aviv, e i suoi colleghi europei si sono incontrati con Gantz per un’amichevole chiacchierata.

“Abbiamo intenzione di continuare il dialogo,” ha twittato Giaufret.

Ciò dimostra che non c’è un livello di razzismo e di crimini che un leader israeliano possa commettere contro i palestinesi che lo escluda dal caldo abbraccio dell’UE.

Speriamo che i giudici olandesi abbiano il senso della giustizia, della decenza e del coraggio di cui molti diplomatici e politici europei sono privi in modo così spregevole.

 

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Discriminazione politica dei palestinesi di Israele

Eletti ma sotto attacco: come in Israele si sta riducendo lo spazio per i deputati palestinesi

Un nuovo rapporto di Amnesty International evidenzia la discriminazione radicata all’interno della Knesset israeliana

 

Ben White

4 settembre 2019 – Middle East Eye

 

 

Mentre Israele si prepara alle seconde elezioni in un anno, Amnesty International ha pubblicato un nuovo rapporto che evidenzia quelle che descrive come “crescenti minacce” alla “libertà di espressione” dei membri palestinesi della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.].

[Il rapporto] “Eletti ma condizionati: spazio che si sta riducendo per i parlamentari palestinesi nella Knesset israeliana” è stato reso pubblico due settimane prima che gli israeliani vadano a votare il 17 settembre, e costituisce una cruda sintesi di quello che Amnesty descrive come uno “spazio ridotto” per le critiche e una discriminazione “radicata”.

Al centro delle preoccupazioni di Amnesty c’è l’uso “discriminatorio” dei regolamenti e delle leggi che compromette la possibilità dei palestinesi eletti alla Knesset di rappresentare i propri elettori.

 

Rifiuto del dissenso politico

Un esempio degli esempi citati è una modifica legislativa del 2016 che consente alla Knesset di “espellere i deputati eletti attraverso un voto a maggioranza dei loro colleghi parlamentari,” dando facoltà “alla maggioranza politica di far dimettere un deputato eletto” per aver manifestato opinioni politiche ritenute inaccettabili, persino quando queste dichiarazioni “non sono state sottoposte ad alcun procedimento penale o di altro genere.”

Nel contempo “i regolamenti della Knesset, che si presume siano in vigore per imporre comportamenti etici ai parlamentari, sono stati utilizzati per limitare il diritto di parola, colpendo i parlamentari palestinesi in modo discriminatorio,” afferma Amnesty, evidenziando una loro modifica nel 2018 “per non concedere a un deputato della Knesset il permesso di viaggiare all’estero se il viaggio viene finanziato da ‘un ente che chiede il boicottaggio dello Stato di Israele’.”

Preso nel suo complesso, il rapporto di Amnesty mina seriamente le ricorrenti argomentazioni del governo israeliano, compresa la spesso ripetuta affermazione che la semplice presenza di parlamentari “arabi israeliani” sia la prova di quella che sarebbe una democrazia vitale.

“Importanti dirigenti del governo israeliano” hanno rivolto “dichiarazioni incendiarie” contro i deputati palestinesi, afferma Amnesty, “intese a delegittimare loro e il loro lavoro”. Per aver osato criticare le politiche del governo, questi parlamentari hanno dovuto affrontare la richiesta che venissero “messi fuori legge” o processati per “tradimento”.

 

Mancanza di democrazia

Oltre a questi discorsi, leggi presentate da parlamentari palestinesi sono state bocciate su basi politiche. Secondo Amnesty, dal 2011 “la Knesset ha bocciato quattro leggi riguardanti diritti o rivendicazioni politiche dei palestinesi.”

Tra queste una legge proposta nel 2018 da deputati palestinesi in cui si dava una definizione di Israele come “un Paese per tutti i suoi cittadini”, a cui è stato impedito di “arrivare alla discussione parlamentare” sulla base del fatto che “avrebbe negato la definizione di Israele come Stato ebraico”.

“A giudizio di Amnesty International,” sostiene il rapporto, “la decisione ha discriminato i parlamentari palestinesi, a quanto pare sulla base della loro origine nazionale o etnica.”

In vista delle elezioni di questo mese, questo nuovo documento è un importante promemoria delle difficoltà che incontrano i deputati palestinesi – limitazioni che per alcuni cittadini palestinesi sono sufficientemente pesanti da rendere di per sé inutile o controproducente la partecipazione al sistema parlamentare.

Il nuovo rapporto è anche un’opportunità per una riflessione critica più generale sulle presunte credenziali democratiche di Israele. Oltre ai condizionamenti che i cittadini palestinesi devono affrontare nella Knesset, ci sono tre fattori chiave che indicano il deficit democratico di Israele.

 

Discorso divisivo

Il primo luogo c’è la discriminazione istituzionalizzata presente dal 1948. Come nota anche Amnesty, i cittadini palestinesi di Israele rappresentano circa il 20% della popolazione totale “e, come per ogni altro cittadino israeliano, i loro diritti alla partecipazione politica e ad essere rappresentati sono riconosciuti dalle leggi israeliane.”

Tuttavia, “le leggi israeliane consentono discriminazioni dirette o indirette contro i palestinesi ed altri cittadini non ebrei in molti ambiti, comprese la cittadinanza, la terra e la pianificazione territoriale, la casa, l’educazione e la salute.” Non certo la solida democrazia liberale che rivendicano gli apologeti di Israele.

Questa discriminazione, durata decenni, si è inasprita negli ultimi anni, in quanto le autorità israeliane hanno “incrementato i discorsi divisivi contro le minoranze e le comunità emarginate,” e “minacciato e calunniato i difensori palestinesi ed israeliani dei diritti umani.”

In secondo luogo, c’è il problema di chi è escluso dal voto. Mentre Israele esalta il fatto che i suoi cittadini palestinesi possono votare, nel corso di questo mese molti più palestinesi non saranno in grado di votare benché le loro vite siano controllate dallo Stato israeliano e dalle decisioni prese dalla Knesset.

Gli esclusi dal voto includono la grande maggioranza dei più di 300.000 palestinesi con residenza permanente, senza la cittadinanza, che vivono a Gerusalemme est, occupata ed illegalmente annessa.

Tuttavia questo numero è oscurato dai quasi cinque milioni di palestinesi che vivono nei territori palestinesi occupati, sottoposti negli ultimi 50 anni a un regime militare. In Cisgiordania i coloni israeliani che vivono nelle colonie illegali voteranno; i palestinesi nelle comunità limitrofe non lo potranno fare.

 

Disumanizzazione dei palestinesi

È importante ricordare anche i milioni di palestinesi al di fuori della Palestina storica, espulsi dalle proprie case dalle autorità israeliane nel 1948, e i loro discendenti. Le leggi israeliane li hanno privati della nazionalità, impedendo loro di tornare, e quindi hanno creato la maggioranza ebraica tra i cittadini israeliani.

In terzo e ultimo luogo, la mancanza di democrazia in Israele è evidenziata anche dal diffuso appoggio alla disumanizzazione dei palestinesi e dalla negazione dei loro diritti nelle tendenze politiche principali di Israele.

Indipendentemente dai risultati delle elezioni, il prossimo governo israeliano, come tutti quelli che l’hanno preceduto, non terrà in alcun conto le leggi internazionali, compresa la perpetrazione di crimini di guerra, e continuerà a violare i diritti fondamentali dei palestinesi.

È un consenso criminale condiviso sia dal Likud che dall’alleanza di opposizione “Blu e Bianco”.

Mettendo insieme tutto questo, con la discriminazione istituzionalizzata e il fatto che milioni di palestinesi non possano votare per il governo che controlla le loro vite, viene alla mente la citazione del deputato Ahmed Tibi, secondo cui Israele è “democratico verso gli ebrei, ed ebreo verso gli arabi.”

E per quanti sono impegnati a favore del principio di uguaglianza, ovviamente non la si può affatto definire una democrazia.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ben White è autore di “Israeli Apartheid: A Beginner’s Guide” [Apartheid israeliano: una guida per principianti] e di “Palestinians in Israel: Segregation, Discrimination and Democracy” [Palestinesi in Israele: segregazione, discriminazione e democrazia]. Suoi articoli sono stati pubblicati su diversi media, tra cui Middle East Monitor, Al Jazeera, al-Araby, Huffington Post, The Electronic Intifada, The Guardian ed altri ancora.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Permessi di costruzione per palestinesi

I nuovi permessi di costruzione per i palestinesi aprono la strada all’annessione?

A fine luglio la decisione israeliana di approvare 715 alloggi in città palestinesi potrebbe essere un gesto simbolico o la premessa di una maggiore presa di controllo sulle terre della Cisgiordania occupata

Ben White

23 agosto 2019 – Middle East Eye

La decisione del gabinetto di sicurezza israeliano, annunciata a fine luglio, di approvare i permessi di costruzione per abitazioni palestinesi in zona C [sotto totale controllo israeliano, ndtr.] della Cisgiordania occupata costituisce un’eccezione perché si tratta della “prima decisione di questo tipo dal 2016”.

Benché il numero comunicato di 715 alloggi nelle città palestinesi sembri positivo, finora non è stata diffusa alcun’altra informazione, per esempio se i progetti riguardino nuove costruzioni o la regolarizzazione retroattiva  di abitazioni costruite senza i permessi rilasciati da Israele.

Al di là della mancanza di chiarezza, queste abitazioni sono una goccia nell’oceano: secondo Peace Now, «si stima che ogni anno nella zona C vi sia almeno un migliaio di giovani coppie palestinesi che hanno bisogno di un alloggio.»

Dal 2009 al 2016 le autorità d’occupazione israeliane hanno approvato solo 66 permessi di costruzione per palestinesi nella zona C, cioè appena il 2% del totale delle domande. Nello stesso periodo è iniziata la costruzione di 12.763 alloggi nelle colonie israeliane della zona C.

Ciononostante, benché questi nuovi permessi di costruzione si avvicinino appena alle necessità derivanti da un sistema intenzionalmente discriminatorio, questa resta una decisione inusuale. Perché un governo di estrema destra –alla vigilia delle elezioni – dovrebbe prendere una simile misura?

Una iniziativa dovuta «alla pressione americana » ?

Il «piano di pace» della Casa Bianca costituisce un elemento essenziale del contesto : Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] cita «fonti politiche» anonime che ritengono che questa iniziativa «potrebbe essere dovuta a pressioni americane.»

Queste autorizzazioni sono avvenute proprio prima della visita di una delegazione americana guidata dal consigliere della Casa Bianca Jared Kushner, nel quadro di un tour regionale per promuovere il piano.

Questa possibilità ha destato preoccupazione in alcuni membri del movimento dei coloni: due importanti responsabili hanno definito i permessi di costruzione per i palestinesi «particolarmente inquietanti”, tenuto conto di ciò che descrivono come «il chiaro obbiettivo dell’Autorità Nazionale Palestinese di stabilire uno Stato terrorista nel cuore del Paese.»

Non devono preoccuparsi. Secondo Haaretz, che cita «fonti informate sui dettagli», alcune informazioni hanno rapidamente rivelato che la decisione del governo israeliano è dipesa in realtà da un «cambio di politica destinato ad estromettere l’Autorità Nazionale Palestinese dalla pianificazione territoriale e dalla costruzione nei territori (occupati) ».

Prevenire uno Stato palestinese

Inoltre il Ministro dei Trasporti e deputato dell’Unione dei partiti di destra, Bezalel Smotrich, ha pubblicato su Facebook una spiegazione dettagliata  per giustificare questi permessi.

Affermando che uno dei principali obbiettivi della sua carriera politica è «impedire l’instaurazione di uno Stato terrorista arabo nel cuore di Israele » (con riferimento alla Cisgiordania), Smotrich scrive : «Oggi, finalmente…Israele predispone un piano strategico per fermare la creazione di uno Stato palestinese.”

Secondo Smotrich la decisione del gabinetto segna «la prima volta » che Israele « controlla che nella zona C vi siano costruzioni solo per gli arabi che siano residenti originari della regione dal 1994 e non per gli arabi arrivati in seguito dalle zone A [sotto controllo palestinese, ndtr.] e B [sotto controllo amministrativo palestinese e militare israeliano, ndtr]. »

La costruzione per i palestinesi sarà quindi autorizzata solo «in luoghi che non nuocciano alla colonizzazione e alla sicurezza delle colonie e non creino una contiguità territoriale né uno Stato palestinese di fatto. »

E non è tutto. «Per la prima volta nella sua storia », prosegue il Ministro, « lo Stato di Israele applicherà la propria sovranità sull’insieme del territorio ed assumerà la responsabilità di ciò che accade al suo interno. »

Ecco, sta scritto nero su bianco. I permessi concessi ai palestinesi nella zona C sono una dimostrazione della «sovranità » israeliana – un’altra premessa all’annessione formale.

In quest’ottica il legame tra i permessi di costruzione ed il piano dell’amministrazione Trump assume una dimensione più preoccupante – anche se poco sorprendente -, che non suggerisce una «concessione» per facilitare i negoziati, ma un coordinamento tra Israele e gli Stati Uniti riguardo all’annessione della zona C.

Dare priorità alle comunità ebree

Fatto rivelatore, parallelamente alla concessione di permessi ai palestinesi, il governo israeliano ha approvato circa 6000 alloggi nelle colonie israeliane. Il giorno dopo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in occasione di una visita nella colonia di Efrat, dichiarava: «Nessuna colonia e nessun colono saranno sradicati…Ciò che fate qui è definitivo.»

Tuttavia, che i permessi di costruzione per i palestinesi – se mai si concretizzeranno – siano solo un gesto simbolico oppure una premessa all’annessione, questi sviluppi mettono in evidenza i limiti di una critica meramente umanitaria alla politica israeliana di demolizione e di espulsione.

Negli ultimi anni il brutale approccio «discriminatorio ed iniquo» di Israele riguardo alle comunità e alle abitazioni nella zona C della Cisgiordania ha suscitato giustamente critiche internazionali sempre più numerose, e Amnesty International ha condannato il regime di pianificazione discriminatorio di Israele come “unico al mondo.”

Nonostante questo, man mano che Israele si avvicina all’ufficializzazione dell’annessione della zona C, alcuni diranno che tale sviluppo è vantaggioso per gli abitanti palestinesi perché concederà loro la cittadinanza, legalizzerà le loro comunità, rilascerà dei permessi, eccetera.

Beninteso, un simile argomento può essere contestato in base ai suoi stessi termini, anche citando gli argomenti chiaramente avanzati dai sostenitori di Smotrich, secondo i quali la politica di pianificazione continuerà a dare priorità alle comunità ebree (come è sempre stato entro i confini del 1967).

Progetto colonizzatore

Tuttavia, una posizione molto più forte consiste nel considerare le demolizioni e le espulsioni di Israele nella zona C, compresi i permessi che rilascia, nel contesto di un regime di apartheid molto più vasto, nel quale i palestinesi vengono espulsi, frammentati e discriminati per perseguire l’obbiettivo principale di mantenere lo Stato ebraico – ed il controllo della terra e della demografia necessario a tale obbiettivo.

Il regime di pianificazione territoriale discriminatorio di Israele costituisce una crisi umanitaria e dei diritti umani, ma non si tratta solo di questo – e se l’opposizione alle demolizioni si esprime in questi termini, le critiche diventano vulnerabili alle iniziative israeliane quale un aumento simbolico dei permessi, cioè l’annessione.

In fin dei conti, come altrove in Palestina, è più facile comprendere e attaccare le politiche israeliane collocandole nel quadro di un progetto di colonizzazione di molti decenni – un quadro che mantiene tutta la sua rilevanza, piuttosto che assistere tra breve ad un’annessione ufficiale della zona C o alla perpetuazione dello statu quo.

Le opinioni espresse in questo articolo impegnano solo l’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ben White è autore di “Israeli Apartheid: A Beginner’s Guide” [Apartheid israeliano: una guida per principianti] e di “Palestinians in Israel: Segregation, Discrimination and Democracy” [Palestinesi in Israele: segregazione, discriminazione e democrazia]. Suoi articoli sono stati pubblicati su diversi media, tra cui Middle East Monitor, Al Jazeera, al-Araby, Huffington Post, The Electronic Intifada, The Guardian ed altri ancora.

 

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Israele non è un Paese democratico

Perché Israele non può essere definito uno Stato democratico

La ‘democrazia’ in Israele è stata instaurata per gli ebrei dopo che i sionisti hanno espulso il 90% dei palestinesi

 

Joseph Massad

23 agosto 2019 – Middle East Eye

 

 

Le elezioni israeliane della scorsa primavera sono state viste dalla stampa occidentale e  da alcuni politici occidentali come una conferma che Israele sta diventando meno democratico e più razzista e sciovinista.

Ci viene detto che questo sta compromettendo l’immagine di Israele come “Stato ebreo e democratico”. Il New York Times ha scritto: “Per la sinistra la democrazia israeliana è sulla difensiva. Per la destra etno-nazionalista, che l’anno scorso è riuscita a sancire con la legge fondamentale l’autodefinizione di Israele come lo Stato-Nazione degli ebrei, ha bisogno di un adeguamento.”

Il comune cliché celebrativo secondo cui Israele è stato in grado di bilanciare i suoi due importanti principi ideali e fondamentali – cioè essere “uno Stato ebreo e democratico” –  si è di recente modificato in quanto alcuni stanno lamentando che questo presunto equilibrio sia stato compromesso dalle “recenti” tendenze della destra.

Impegno nella pulizia etnica

Il fatto rilevante che questo quadro ignora deliberatamente è che la “democrazia” in Israele è stata instaurata per gli ebrei israeliani dopo che i sionisti hanno espulso il 90% della popolazione palestinese quando Israele è stato fondato nel 1948, diventando da un giorno all’altro maggioranza nel Paese etnicamente ‘ripulito’.

Hanno scelto un governo liberale democratico per la maggioranza ebrea di coloni, instaurando un sistema di apartheid legale per i palestinesi che non hanno potuto espellere, anche attraverso decine di leggi razziste.

Questo impegno ad attuare una pulizia etnica e un governo ebraico suprematista è stato un cardine  dell’ideologia del movimento sionista fin dal  suo esordio.

Theodor Herzl, il padre del sionismo, ha tracciato le linee su come comportarsi con i nativi palestinesi. Nel suo pamphlet fondativo  del 1896 ‘The State of the jews” [Lo Stato degli ebrei]  mise in guardia contro ogni impegno democratico e ammoniva che “un’infiltrazione (di ebrei in Palestina) è destinata a finire in un disastro. Proseguirà fino al momento inevitabile in cui la popolazione nativa si sentirà minacciata e costringerà il governo esistente ad arrestare un ulteriore afflusso di ebrei. Di conseguenza l’immigrazione è inutile se non si basa su una sicura supremazia.”

I coloni ebrei, ha scritto Herzl nel suo diario, dovrebbero “cercare di sospingere la poverissima popolazione [araba, ndtr.] al di là del confine, trovandole impiego nei Paesi di transito, negando loro qualunque impiego nel nostro Paese….

L’espulsione dei poveri deve essere condotta in modo discreto e prudente. Bisogna lasciar credere ai proprietari di immobili che stanno raggirandoci, vendendoci i beni a prezzo maggiore del loro valore. Ma noi non venderemo loro niente in cambio.”

Le colonie ebree si sono moltiplicate di pari passo con l’espulsione dei palestinesi. Nel 1920 l’agronomo e giornalista polacco Chaim Kalvarisky,  direttore della ‘Jewish Colonization Association’, affermava che, essendo stato uno di coloro che hanno spodestato i palestinesi fin dagli anni ’90 dell’800, “la questione degli arabi mi è apparsa per la prima volta in tutta la sua gravità subito dopo il primo acquisto di terra che ho fatto là. Ho dovuto espellere gli abitanti arabi dalla loro terra allo scopo di insediarvi i nostri fratelli.”

Kalvarisky si rammaricava che il “doloroso canto funebre” di coloro che stava cacciando “non ha smesso di risuonare alle mie orecchie per lungo tempo da allora.”

Opposizione categorica

La paura della democrazia universale da parte dei sionisti ed il loro impegno verso la pulizia etnica erano così forti che dopo la prima guerra mondiale, quando gli inglesi – preoccupati di impegnarsi su troppi fronti–  volevano chiedere agli USA di assumersi parte della responsabilità per la Palestina, loro si opposero categoricamente.

L’Organizzazione Mondiale Sionista (World Zionist Organization, WZO) contestò con veemenza il coinvolgimento statunitense: “La democrazia in America troppo frequentemente significa governo della maggioranza senza riguardo alla diversità di tipi o fasi di civilizzazione o alle differenze di qualità…La maggioranza numerica in Palestina oggi è araba, non ebrea. Qualitativamente, è un semplice fatto che gli ebrei oggi sono predominanti in Palestina, e date le opportune condizioni saranno quantitativamente predominanti anche nella prossima o nelle prossime due generazioni”, ha affermato la WZO.

“Ma se la mera concezione aritmetica di democrazia dovesse essere applicata adesso o tra breve tempo nelle condizioni palestinesi, la maggioranza che comanderebbe sarebbe la maggioranza araba, e il compito di creare e sviluppare una grande Palestina ebrea sarebbe infinitamente più difficile.”

Si noti che la WZO ignorava il fatto che gli indigeni americani e gli afroamericani, tra gli altri, non erano inclusi nella versione USA di “democrazia”.

Nello stesso anno Julius Kahn, un membro ebreo del Congresso USA, inviò una dichiarazione appoggiata da circa 300 personalità ebree – sia rabbini che laici –  all’allora presidente Woodrow Wilson, la cui amministrazione sosteneva i sionisti.

La dichiarazione denunciava che i sionisti cercavano di segregare gli ebrei e di invertire la storica tendenza verso l’emancipazione, e si opponeva alla creazione di uno specifico Stato ebraico in Palestina in quanto contrario “ai principi della democrazia.”

 ‘Trasferimento forzato’

Il radicato timore di Herzl per la democrazia si trasmise ai suoi seguaci sionisti. A destra, il fondatore del sionismo revisionista, Vladimir Jabotinsky, nel 1923 polemizzò contro la “sinistra” laburista sionista, che voleva espellere la popolazione palestinese con l’inganno, spiegando che non c’era altra strada se non la formula violenta secondo cui la colonizzazione ebrea e l’espulsione dei palestinesi erano un solo e unico processo.

“Qualunque popolo nativo….non accetterà volontariamente non solo un nuovo padrone, ma neanche un nuovo partner. Ed è così per gli arabi”, ha sottolineato Jabotinsky. “Coloro tra di noi che sono inclini al compromesso cercano di convincerci che gli arabi siano una specie di folli che possono essere ingannati… (e) che abbandoneranno il loro diritto di nascita in Palestina per ottenere vantaggi culturali ed economici. Io rigetto totalmente questa analisi degli arabi palestinesi.”

Negli anni ’20 e ’30 del  ‘900 i sionisti idearono piani strategici per la pulizia etnica (che chiamavano “trasferimento”) dei palestinesi. Concordando con Jabotinsky, David Ben-Gurion, il leader  aburista sionista dei coloni, dichiarò nel giugno 1938: “Sostengo il trasferimento forzato. Non vi vedo niente di immorale.”

La sua dichiarazione faceva seguito alla politica adottata dall’Agenzia Ebraica, che creò il suo primo “Comitato per il trasferimento della popolazione” nel novembre 1937 per pianificare l’espulsione forzata dei palestinesi. Due altri comitati furono creati nel 1941 e nel 1948.

Nemici dei palestinesi

Chaim Weizmann, capo della WZO, nel 1941 concepì dei piani per espellere un milione di palestinesi in Iraq e sostituirli con cinque milioni di polacchi ed altri coloni ebrei europei. Parlò dei suoi piani all’ambasciatore sovietico a Londra, Ivan Maisky, sperando di ottenere l’appoggio sovietico.

Quando Maisky si mostrò sorpreso, Weizmann replicò con un argomento razzista, non diverso da quello usato dai fascisti nei confronti degli ebrei europei nello stesso periodo: “l’indolenza e il primitivismo dei palestinesi trasforma un fiorente giardino in un deserto. Datemi la terra occupata da un milione di arabi e vi insedierò facilmente un numero di ebrei cinque volte maggiore.”

La cosiddetta formula di uno “Stato ebreo e democratico”, che tanti tra i difensori di Israele temono sia oggi in pericolo, si è sempre basata su un calcolo di supremazia ebrea e pulizia etnica – non diversamente dalle democrazie liberali suprematiste bianche instaurate dopo la pulizia etnica in USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Ma, mentre le altre colonie di insediamento sono state capaci, dopo secoli di pulizia etnica, di istituire la supremazia demografica bianca – anche se le attuali politiche contrarie all’immigrazione non bianca negli USA dimostrano quanto delicato sia diventato questo equilibrio – la popolazione ebrea coloniale di Israele è tornata ad essere una minoranza di fronte ad una maggioranza di nativi palestinesi.

Quella maggioranza continua a resistere alla pulizia etnica e al governo suprematista ebraico, che i sostenitori di Israele ed i nemici dei palestinesi vantano come “uno Stato ebreo e democratico.”

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Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

 

Joseph Massad è professore di politica araba contemporanea e di storia del pensiero alla Columbia University di New York. È autore di diversi libri e di articoli accademici e giornalistici. I suoi libri comprendono: ‘Colonial effects: the making of National identity in Jordan’ [Effetti colonialisti: la creazione di un’identità nazionale in Giordania], ‘Desiring arabs’ [Arabi desiderosi], ‘The persistence of the palestinian question: essays on zionism and the palestinians’ [La persistenza della questione palestinese: saggi su sionismo e palestinesi], ed il più recente ‘Islam in liberalism’ [L’Islam nel liberalismo]. I suoi libri e i suoi articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.

 

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)