Tareq Baconi: “In Medio Oriente non è possibile un futuro di giustizia e pace senza includere Hamas”

Ricardo Mir de Francia

2 settembre 2024- El Periódico de Catalunya

Nei discorsi dei dirigenti israeliani e dei loro alleati occidentali Hamas è poco più che un’ organizzazione terroristica sanguinaria motivata dall’odio verso gli ebrei e spinta dall’oscurantismo religioso. Una descrizione che agli occhi di Tareq Baconi (Hamman, 1983) non è altro che la caricatura interessata che impedisce di capire la complessità del principale movimento della resistenza palestinese all’occupazione israeliana e avanzare verso una soluzione del conflitto. L’accademico palestinese, presidente del think tank Al Shabaka e professore in università come la Columbia [prestigiosa università statunitense, ndt.], pubblica ora in spagnolo “Hamas, auge e pacificazione della resistenza palestinese” (Capitan Swing), una storia degli ultimi 30 anni del conflitto dalla prospettiva di Hamas, con una lucida introduzione attualizzata per affrontare gli avvenimenti del 7 ottobre, il giorno in cui Hamas ha cambiato il corso della storia con la sua brutale incursione nel sud di Israele.

Molti mezzi di comunicazione e politici occidentali tendono a ridurre Hamas a un’organizzazione terroristica, ma lei sostiene che questa definizione impedisce di comprendere ciò che è in realtà.

È importante segnalare che prima di Hamas c’era l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), e l’Occidente e Israele utilizzavano con l’OLP esattamente la stessa terminologia che usano con Hamas, descrivendola come un’organizzazione terroristica che si prefiggeva di distruggere lo Stato di Israele. Questa etichetta viene applicata a qualunque progetto politico palestinese che sfidi il sistema di controllo israeliano, il suo apartheid sui palestinesi. Però non spiega molto. Quello che fa è dare a Paesi come gli Stati Uniti e Israele carta bianca per attaccare con una forza militare sproporzionata le organizzazioni che essi considerano terroriste.

Cos’è quindi Hamas?

É un’organizzazione multiforme, con un vasto tessuto sociale, che ha partecipato a elezioni democratiche ed ha una missione politica. In parallelo ha un braccio militare considerato dai palestinesi una forma legittima di resistenza anticoloniale. Per questo quando la si riduce a un’organizzazione terroristica si sottende che agisce irrazionalmente, senza un obiettivo strategico e con l’unico fine di infliggere danni agli israeliani. Non è così. E la realtà è che la maggioranza degli assassinii di civili nella regione sono responsabilità dell’esercito israeliano, non delle fazioni palestinesi.

Di fatto lei descrive gli attacchi del 7 ottobre come “una dimostrazione senza precedenti di violenza anticoloniale”, una lettura che non ha fatto nessun governo occidentale.

Non mi stupisce. In Paesi come Francia, Regno Unito, Germania e sicuramente Stati Uniti esiste un appoggio molto consolidato alla narrazione israeliana. Qualunque impostazione che la sfidi viene considerata irrazionale o un’errata comprensione della realtà sul terreno. Però la maggioranza dei Paesi del mondo, probabilmente anche del continente africano, la vede come un grande esempio di resistenza anticoloniale. Soprattutto le Nazioni in precedenza colonizzate capiscono quello che è successo il 7 ottobre.

Nel corso degli anni Israele e Hamas hanno mantenuto una sorta di equilibrio del terrore. Perché Hamas ha deciso di romperlo il 7 ottobre?

Hamas ha utilizzato questa espressione nel contesto della Seconda Intifada per spiegare l’uso degli attentati suicidi, sottolineando che non c’è simmetria tra occupante e occupato. Voleva comunicare al governo israeliano che ogni volta che si uccidono civili palestinesi o si attaccano i loro centri urbani, Hamas attaccherà i suoi civili e centri urbani. Pensava che se gli israeliani avessero compreso il prezzo dell’occupazione avrebbero obbligato il loro governo ad abbandonarla. Ma è successo il contrario. Israele agisce in base alla premessa che ogni violenza contro i palestinesi è accettabile per fare in modo che i suoi cittadini possano vivere in pace e sicurezza. E, soprattutto durante il governo di Ariel Sharon, ha utilizzato la guerra di Bush contro il terrorismo per rafforzare l’occupazione. Cosa che ha portato Hamas a capire che doveva basarsi su una linea più politica.

Hamas entrò in politica in seguito alla Seconda Intifada e vinse le elezioni. Israele impose un blocco contro Gaza con l’appoggio dell’Occidente. Lungo il percorso ha modificato la sua carta fondativa per accettare uno Stato palestinese all’interno delle frontiere del 1967. E di lì fino al 7 ottobre: quasi 800 civili assassinati, più di 300 militari e poliziotti, 250 sequestrati e una condanna internazionale generalizzata.

Il 7 ottobre è stato in realtà un tentativo di porre fine al blocco imposto nel 2007. Un blocco ermetico che, dal punto di vista israeliano, cercava di contenere Hamas impedendo che potesse agire fuori dalla Striscia di Gaza con il fine di incrementare la sicurezza dei suoi cittadini. Per i palestinesi, tuttavia, è un blocco violento e l’idea che continuasse indefinitamente senza nessun tipo di miglioramento era una cosa inaccettabile. Hamas ha preso la decisione di sfidare concretamente il blocco, pochi pensavano che potesse riuscirci.

Quel giorno sono caduti molti miti…

Il 7 ottobre ha dimostrato che la presunta invincibilità di Israele è falsa. La mia interpretazione è che l’operazione di Hamas era diretta contro i battaglioni militari israeliani nei pressi della Striscia. Volevano infliggergli un duro colpo, ottenere informazioni e probabilmente catturare ostaggi. Il fatto che Hamas e poi molte altre fazioni e gruppi di civili potessero rimanere sul territorio israeliano per tanto tempo senza dover affrontare quasi alcuna resistenza e imbattendosi in un festival di musica ha fatto sì che quell’operazione selettiva assumesse una dimensione molto maggiore rispetto a quanto previsto e che a un certo punto non fosse più sotto il controllo di Hamas. Un fatto che merita di essere criticato, ma anche di essere capito.

Che tipo di dibattito c’è stato in Hamas da allora, data la brutalità con la quale hanno agito i suoi miliziani? Molti palestinesi di Gaza l’accusano di aver commesso un grave errore di calcolo.

Non sono in contatto né ho avuto accesso ad Hamas dopo il 7 ottobre. Questo libro è stato pubblicato inizialmente nel 2018. Però c’è stata una serie di discussioni che hanno fornito informazioni. La prima è che Hamas sostiene di non aver attaccato attivamente i civili e rifiuta le accuse da parte di Israele di violenze sessuali, che continuano a non essere dimostrate. Cosa che non vuol dire che non ci siano stati questi assassinii. Storicamente l’appoggio ad Hamas aumenta dopo gli attacchi militari di Israele e diminuisce in seguito fino a un livello di base intorno al 20-30%. Questa volta l’appoggio è aumentato moltissimo, non solo a Gaza ma tra i palestinesi in generale. Non sorprende che da allora sia sceso. Nessuno avrebbe potuto sapere in anticipo di questo genocidio né che la comunità internazionale avrebbe permesso a Israele di continuare con questo livello di violenza genocida per tanto tempo. Quindi la rabbia e le domande della gente di Gaza sono valide.

C’è un qualche risultato possibile della catastrofe di Gaza che permetta ad Hamas di affermare che il 7 ottobre non è stato un disastro strategico?

Credo che Hamas possa cantar vittoria perché quello che ha fatto il 7 ottobre è stato sfidare il paradigma imposto da Israele e dall’Occidente ai palestinesi, cioè che ci possa essere stabilità per gli israeliani, anche quando Israele mantiene un apartheid violento contro i palestinesi. Hamas ha completamente distrutto questa illusione. E ha infranto anche un altro pilastro fondamentale del sionismo: che Israele possa garantire sicurezza agli ebrei in Palestina senza affrontare la questione palestinese. Avendo infranto questo assunto, quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre si può già considerare una vittoria.

È possibile un ritorno alla situazione precedente al 7 ottobre?

Non lo credo. L’Occidente parla del rilancio del processo di pace, ma francamente è una sciocchezza. Dalla prospettiva israeliana questa è una guerra di sterminio. Ne parlano apertamente. Ben-Gvir [ministro israeliano della Sicurezza interna, di estrema destra, ndt.] ha detto varie volte che vogliono completare la Nakba (l’espulsione dei palestinesi). Stanno armando i loro coloni, accelerando la spoliazione nei territori occupati e perpetrando un genocidio a Gaza. Da parte palestinese, con l’eccezione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), vista come illegittima e collaborazionista dai suoi cittadini, questa è una guerra per la sopravvivenza e anche una vera guerra per la liberazione. Ora ci troviamo in questa situazione. Non c’è una via di mezzo. Tutti cercheranno di rimettere Israele e Palestina nella situazione del 6 ottobre. Potrebbe funzionare qualche mese, un anno, forse due, ma le intenzioni di ognuna delle parti sono inequivocabili.

Sta dicendo che ci sono le condizioni per risolvere il conflitto in un modo o nell’altro, anche se non è la soluzione giusta che molti hanno atteso per anni.

Esattamente. Ci troviamo in una fase in cui Israele completa la Nakba, e con ciò mi riferisco allo sterminio ed espulsione dei palestinesi, cosa che già sta succedendo, oppure i palestinesi sono in grado di sviluppare un progetto politico simile a quello dell’OLP negli anni ’60 e ’70 o a quello del Congresso Nazionale Africano in Sudafrica con richieste di liberazione, uguaglianza e giustizia per ebrei e arabi dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo]. Non credo che ci sia spazio per una via intermedia.

Però lei ammonisce anche che l’ideologia di Hamas potrebbe distruggere la legittimità della causa palestinese, riferendosi principalmente al suo islamismo politico.

Bisogna capire che la lotta palestinese per la liberazione è stata sempre diversificata. Include gli islamisti, ma anche i nazionalisti laici, la sinistra marxista, i palestinesi di Israele o la diaspora. Finché Hamas potrà parteciparvi come un elemento in più di questo insieme verrà considerato un movimento nazionale islamista. Ma il problema inizia quando Hamas cerca di imporre la sua ideologia islamista su tutti i palestinesi. É inaccettabile. La soluzione sarebbe che entri a far parte dell’OLP, che è la struttura per canalizzare la lotta palestinese. Ci ha provato, ma tanto l’Occidente come lo stesso Fatah si oppongono. E senza Hamas non avremo mai una dirigenza rappresentativa nell’OLP che possa parlare a nome di tutti i palestinesi.

Molti dirigenti di Hamas sono stati eliminati e Netanyahu insiste per sradicare il movimento. Lei sostiene che non succederà. Si aspetta che Hamas si reinventi in seguito alla guerra?

Non è una mia tesi, anche l’apparato di sicurezza israeliano riconosce apertamente che i progetti di Netanyahu non sono realistici. Non solo perché Hamas è anche un’idea, ma perché è stato capace di resistere meglio del previsto sul campo di battaglia. Non credo che sia possibile un futuro di giustizia e pace tra il fiume e il mare senza includere Hamas. L’idea che Hamas possa essere escluso è la stessa logica imperante che sta dietro al blocco e, come abbiamo visto, è fallita politicamente e militarmente. Anche moralmente. La maggioranza dei palestinesi non appoggia Hamas per la sua ideologia islamista ma per il suo progetto politico, che è lo stesso difeso una volta dall’OLP. E finché esisterà l’apartheid israeliano esisterà la resistenza palestinese a questo regime di oppressione, suprematismo ebraico e mancanza di uguaglianza di diritti.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




“Questa guerra è anche dell’America”: perché gli Stati Uniti non fermano l’attacco israeliano a Gaza

Meron Rapoport

2 settembre 2024 +972Mag

In seguito ai massacri di Hamas del 7 ottobre il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è recato in Israele per una visita di solidarietà. Ma pochi giorni prima del suo arrivo, mentre lo sforzo bellico si intensificava, aveva lanciato un brusco avvertimento: “Ho chiarito agli israeliani che ritengo sia un grosso errore per loro pensare di occupare Gaza e mantenere il controllo su Gaza”, ha detto ai giornalisti.

Da allora Biden ha ribadito che Israele deve prevenire una crisi umanitaria ed evitare di nuocere ai civili, esortando i suoi leader a non ripetere gli errori commessi dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Se Israele avesse invaso la città meridionale di Rafah, aveva minacciato Biden a marzo, Washington avrebbe smesso di fornire armi offensive.

Israele ha ignorato tutti gli avvertimenti: ha occupato Gaza, ha invaso Rafah, ha provocato una devastazione incommensurabile e ha sabotato ogni accordo di cessate il fuoco insistendo che le sue forze armate sarebbero rimaste nella Striscia. E invece di imporre qualche sanzione, gli Stati Uniti hanno dislocato due volte le proprie forze armate nella regione per “metterci una pezza” dopo che il loro alleato aveva compiuto omicidi ad alto livello a Damasco, Beirut e Teheran.

Ma gli Stati Uniti non sono in grado o semplicemente non sono disposti a imporre le proprie richieste a Israele? Questa guerra dimostra forse che Israele è un peso piuttosto che una risorsa strategica, come molti a Washington sostengono da tempo? E data la crescente opposizione all’interno del Partito Democratico al sostegno incondizionato a Israele e il risentimento tra gli elettori democratici in vista delle elezioni di novembre, perché l’amministrazione Biden non ha cambiato rotta?

La risposta a queste domande è molto semplice, dice Daniel Levy, presidente del Progetto USA/Medio Oriente: Washington non ferma Israele perché questa è anche una sua guerra.

Ex consigliere della squadra negoziale israeliana durante il processo di pace di Oslo, e ora largamente riconosciuto come acuto critico di Israele, Levy ha parlato con +972 e Local Call [versione israeliana di +972, ndt.] della necessità di moderare le aspettative sui cambiamenti che si stanno verificando nella politica americana e nella società nei confronti di Israele. Invece di aspettare che Washington cambi le sue politiche, ha sottolineato, sia i palestinesi che la sinistra israeliana dovrebbero riconoscere le diverse realtà geopolitiche che li circondano e abbandonare la fantasia che l’America possa risolvere i loro problemi.

Questa conversazione è stata rivista per motivi di lunghezza e chiarezza.

Non ricordo nella politica americana che la questione palestinese abbia mai occupato una National Convention dei democratici, o che sia stata una questione così controversa com’è adesso. Israele ha sempre avuto un sostegno bipartisan: non c’è mai stato alcun dibattito. Mi sbaglio?

Hai completamente ragione. Dunque per me la domanda è: com’è che abbiamo avuto 10 mesi di guerra orribile? Con tutto ciò che sappiamo su Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir, e con tutto ciò che sappiamo sull’opinione pubblica americana e sugli elettori democratici, come può essere che il Partito Democratico sia totalmente riluttante a imprimere un cambiamento significativo nella narrativa pubblica o nella politica di impunità? Permette letteralmente a Israele di farla franca qualsiasi cosa faccia.

Facciamo un passo indietro. Cosa è cambiato nell’opinione pubblica americana nei confronti di Israele-Palestina negli ultimi 10 mesi?

Ciò che è accaduto è l’accelerazione di una tendenza esistente da molto tempo [il declino del sostegno americano a Israele]. Una delle cose principali [che guidano questa tendenza] sono i cambiamenti [politici] in Israele, e negli Stati Uniti gli americani stanno unendo i puntini e vedono ora Israele-Palestina come una questione di giustizia razziale e intersezionalità [sovrapposizione (o “intersezione”) di diverse identità sociali e le relative possibili particolari discriminazioni, ndt.]

Avevamo un’espressione [per gli americani liberali ancora filo-israeliani]: “PEP” – Progressisti tranne che con la Palestina. Ma ora, dal lato progressista, si paga un prezzo se la propria politica su Palestina e Israele è decisamente fuori sincronia con il resto di quella politica.

Quindi ora è PEP – Progressista, soprattutto con la Palestina?

Non lo direi. Ma la cosa interagisce con i cambiamenti in Israele. Il più evidente è una leadership israeliana che non tenta nemmeno di mascherare la propria natura di apartheid o il proprio razzismo. In secondo luogo non c’è nessun parlamentare della sinistra sionista in Israele che possa rivolgersi non certo ai progressisti, ma anche al più rilevante “centro-sinistra” moderato con una certa credibilità, visto che le loro posizioni sono così spaventose, così poco progressiste, persino illiberali.

In questa equazione bisogna inserire anche il rafforzamento dell’alleanza tra la destra israeliana e quella americana, che ha iniziato a far sì che i democratici si chiedessero: “A che gioco giochiamo?”. Israele è una causa globale di destra, ma lo è soprattutto in America e in Israele; la quasi totalità del campo sionista ha abbracciato questo [fatto], anche quelli che dicono che si dovrebbe essere più bipartisan.

L’altra cosa [che ha scosso l’opinione pubblica] è il tempo: l’occupazione sembra essere eterna ed è evidente che Oslo è diventato un meccanismo per la bantustanizzazione.

Quanto ha influito il 7 ottobre e quello che vi ha fatto seguito?

C’è stata la contrapposizione tra un’amministrazione che [quando si è trattato dell’invasione russa dell’Ucraina] ha affermato di essere “sostenitrice del diritto internazionale e dell’ordine internazionale basato sulle regole” – e poi ha totalmente messo da parte e scartato tutto ciò [dopo il 7 ottobre], con un presidente del tutto incapace ad accordare umanità ai palestinesi di fronte a una realtà tanto orrenda.

L’amministrazione Biden sta facendo esattamente il contrario di ciò che ha a lungo sostenuto sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, e questo ovviamente genera una controreazione. Tutte queste cose ribollivano sotto la superficie in attesa di emergere.

Nel suo discorso alla Convention democratica, Kamala Harris ha sottolineato il diritto di Israele a difendersi, ma ha anche parlato della sofferenza dei palestinesi a Gaza, promettendo di lavorare affinché “il popolo palestinese possa realizzare il proprio diritto alla dignità, alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione”. Il pubblico ha applaudito quella frase più di ogni altra dell’intero discorso.

Ho visto due analisi del discorso: per il sito di notizie israeliano Ynet, Nadav Eyal ha scritto che Israele ha ottenuto esattamente ciò che voleva da Harris; il sito di notizie progressista americano Vox, nel frattempo, ha scritto che Harris ha presentato un approccio al conflitto diverso da quello di Biden, più favorevole ai palestinesi. Come vedi il suo discorso?

Penso che abbia ottenuto ciò che voleva: che entrambi i generi del giornalismo potessero esprimersi e che potessero appoggiarlo sia l’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, potente gruppo di lobbying filo-israeliana, ndt.] che J Street [gruppo statunitense progressista di promozione dell’azione americana per porre fine al conflitto arabo-israeliano, ndt.] Ma se guardiamo al movimento per i diritti dei palestinesi o al Movimento Uncommitted [campagna di protesta affinché Joe Biden e Kamala Harris raggiungano un cessate il fuoco nella guerra Israele-Hamas e impongano un embargo sulle armi a Israele, ndt.] non sono affatto presi in considerazione. Il modo in cui la Convention ha trattato la questione dice tutto quello che serve sapere sui modi in cui le cose non stanno cambiando – per esempio, [il fatto che non ci fosse] nessun portavoce o punto di vista palestinese sul palco.

Harris può ben parlare delle cose brutte che sono accadute ai palestinesi, ma dalle sue parole non si capisce chi le ha causate: un disastro naturale? un terremoto? Quando Hamas fa qualcosa di brutto viene denunciato e svergognato; ma quando accadono cose brutte ai palestinesi, non si ammette mai che sono causate da Israele.

Le sfumature e le differenze tra Biden e Harris esistono, e contano, ma dobbiamo comunque approfondire. L’aspettativa che gli Stati Uniti risolveranno la questione è totalmente fuori luogo. Questo è un fallimento di almeno una parte del campo progressista israeliano che guarda all’America per salvare Israele da se stesso: è totlmente irrealistico, roba da paese delle fate. Questa è anche la guerra dell’America. Israele non avrebbe potuto farcela senza tutte le armi che l’America gli ha fornito. A meno che la politica americana e proprio la coscienza del suo interesse nazionale non cambino, non c’è motivo di pensare che qualcosa cambierà in modo significativo.

Questa può anche essere una guerra dell’America, ed è vero che nessuno del movimento Uncommitted ha parlato, ma la Palestina era ed è ancora oggi la questione più controversa nel Partito Democratico. Come vedi questi cambiamenti?

Sicuramente non sto dicendo che qui non ci sia storia. Ci sono segnali molto positivi e importanti che costruiranno qualcosa, non scompariranno. Ma non credo che siamo vicini a un punto di svolta.

Quando interpretiamo erroneamente la profondità e il ritmo del cambiamento in America si tratta di un autogol in due sensi. In primo luogo, gli stessi americani hanno l’impressione che basti che [i politici] mandino questi piccoli indizi – che Harris rappresenti uno spostamento in questo senso di tre gradi rispetto a Biden –per aver fatto abbastanza, e che questo abbia effettivamente un effetto concreto.

In secondo luogo, quando si monta questa aspettativa irrealistica, si aiuta [a rafforzare in Israele] la narrativa di “Bibi il Mago” – che in qualche modo, sebbene gli americani stessero davvero per punire Israele, questo non è accaduto. Non succede in primo luogo perché non sarebbe mai successo. Ma nella narrativa israeliana si tratta di un’altra vittoria per Netanyahu: il mago lo ha impedito.

Torniamo ai cambiamenti avvenuti negli Stati Uniti nei confronti di Israele. Si poteva parlare di questi temi nel Partito Democratico 20 anni fa?

No, ma dove eravamo 20 anni fa? Importanti organizzazioni per i diritti umani, comprese quelle israeliane, hanno ora espresso accuse di apartheid [per quanto riguarda Israele], insieme a molti Stati e [probabilmente] alla stessa Corte internazionale di giustizia. Ma è ancora proibito parlarne negli ambienti politici democratici – del fatto che è verosimilmente in corso un genocidio, e che è chiaro che Israele sta commettento crimini e azioni illegali. Israele ha in gran parte perso sul piano della narrazione, ma non bisogna sottovalutare quante cose possono ancora essere controllate dal peso schiacciante del denaro e delle forze filo-israeliane.

Quindi Israele ha perso la causa ma si salva col denaro?

Soldi, narrazioni sull’antisemitismo (un impegno concertato che ha avuto molto successo) e il fatto che l’establishment ebraico americano sia rimasto totalmente accanto a Israele. Non una delle principali organizzazioni di retaggio ebraico dissente. L’Anti-Defamation League [ONG internazionale ebraica con sede negli USA, sostenitrice della politica israeliana, ndt.] è molto efficace nell’usare l’antisemitismo come un’arma e strumentalizzarlo e criminalizzare la libertà di espressione palestinese.

Ciò include J Street?

J Street esprime una critica abbastanza morbida. È diventato progressivamente più importante all’interno del Partito Democratico, ma sempre meno incisivo e significativo. JStreet può contare sulla carta su più membri [del Congresso], ma il contenuto della sua critica è sostanzialmente ininfluente.

Non chiedono sanzioni o aiuti condizionati?

Debolmente. Non si tratta solo di Israele; nelle elezioni primarie il Partito Democratico ha consentito quelle che vengono chiamate “campagne di spesa indipendente”. Le primarie più costose nella storia del Congresso si sono svolte in questo ciclo per cacciare Jamaal Bowman e anche Cori Bush [potenti lobby ebraiche spesero rispettivamente 15 e 8,5 milioni per sconfiggerli alle primarie, ndt.] In fin dei conti, quelle primarie sono state decise dai soldi, che hanno un’enorme influenza; altri politici dicono: “Mi piacerebbe stare dalla loro parte, ma non voglio perdere il mio posto per questo problema.” L’establishment democratico non ha difeso Bowman o Bush, anche se l’hanno pagata col calo di entusiasmo e mobilitazione della base elettorale.

Così, mentre il movimento per i diritti dei palestinesi ha costruito un movimento di forza popolare, le forze filo-israeliane hanno raddoppiato il potere finanziario. Il Partito Democratico avrebbe potuto dire che non avrebbe consentito campagne di spesa indipendente perché sono una parodia e una vergogna per la democrazia, ma non l’ha fatto – e quindi l’ha consentito alle forze filo-israeliane.

Quello che sto dicendo è che questo è un movimento importante e crescerà, ma se lo stimi troppo ne ricavi un’analisi politica sbagliata.

Se dovessi valutare il peso di ciascuno dei molti elementi che impediscono il cambiamento nei confronti di Israele-Palestina, quale diresti sia il fattore più importante?

Vorrei tentare la seguente analogia: il controllo delle armi è diventato una questione [popolare] per gran parte dell’elettorato americano, molto più che per la Palestina. Sì, ci sono i diritti del Secondo Emendamento [di detenere e portare armi, ndt.] e una cultura intorno [al possesso di armi], ma ciò che tiene in pugno il controllo delle armi in termini di cambiamenti legislativi e politici è il potere finanziario della lobby delle armi. Senza soldi in politica le cose sarebbero diverse.

È anche importante sottolineare che è un mondo diverso. Negli anni ’90 vivevamo in un mondo unipolare: era il momento americano, post-Unione Sovietica, pre-11 settembre, pre-Cina. Oggi vediamo ancora il mondo attraverso l’America, ma una strategia intelligente partirebbe dal fatto che l’America è nemica, non amica della pace in Medio Oriente.

Una diversa geopolitica ci aiuta a riconoscere questa circostanza. I paesi del Sud del mondo, guidati dal Sud Africa, hanno sostenuto la mossa per l’accusa di genocidio alla Corte Internazionale. I paesi del Sud del mondo hanno guidato il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia riguardo a tutta l’occupazione, con deposizioni da parte di Indonesia, Namibia, Malesia e alcuni stati arabi [tra gli altri].

Non sto suggerendo che ci sia un’egemonia mondiale migliore in attesa di sostituire l’America. Ogni Stato è amico dei propri interessi, non necessariamente di una vaga nozione di pace. Ma viviamo in un mondo in cui l’America non può più far valere comunque i propri interessi. E quindi la domanda cruciale, soprattutto per i palestinesi, è: perché continuare a guardare esclusivamente all’America come leader? È un errore terribile da parte dei palestinesi, ed è un errore nel quale anche gli israeliani dovrebbero evitare di cadere.

Pensando a Israele, ci dovrà essere una combinazione di cambiamento dall’interno e pressioni dall’esterno. Forse dovremmo pensare la stessa cosa per l’America: è necessario spingere per un cambiamento dall’interno, ma ci devono essere anche dei costi dall’esterno se l’America continua su questa strada. L’America può farla franca perché non sta pagando molto, ma penso che la dinamica stia cambiando.

Dopo che Blinken ha fallito clamorosamente nella sua ultima visita in Israele e ha elogiato Netanyahu invece di fare pressioni su di lui, perfino l’establishment della sicurezza israeliano ha iniziato a rendersi conto che la salvezza non verrà dagli Stati Uniti, definendoli una condanna a morte per la possibilità di raggiungere un accordo, liberare gli ostaggi e porre fine alla guerra. Quindi anche in Israele stiamo assistendo a questo cambiamento.

Penso che Blinken abbia ricevuto un incarico dal suo capo che non consentiva alcun progresso, ma lui lo ha portato a un livello inedito di stupidità e dilettantismo. Sarebbe utile se la gente [in Israele] smettesse di aspettarsi che gli Stati Uniti risolvano tutti i loro problemi, allora effettivamente si potrebbe avere una vera opposizione.

Ma al momento non c’è niente. Liberman [leader di un partito conservatore ed ex Ministro della Difesa, ndt.] continua a salire nei sondaggi dicendo che dovremmo far morire di fame Gaza. Gantz dice che avremmo dovuto combattere una guerra più ampia con Hezbollah molto tempo fa. Lapid va in giro per il mondo dicendo che ogni protesta palestinese è antisemita e che il BDS è il più antisemita.

Quando è stato chiaro che Netanyahu aveva nuovamente rifiutato la richiesta americana di ritirare le truppe dal corridoio Philadelphi, ho visto un momento su Al Jazeera in cui il conduttore chiedeva al suo intervistato: “Come è possibile che Israele dica no al paese più forte del mondo e ne esca illeso?” Che impatto pensi che il rifiuto di Israele avrà sullo status degli Stati Uniti nella regione?

La scuola pragmatica del pensiero americano sulla sicurezza nazionale considera questo un disastro per gli interessi americani e profondamente dannoso per la reputazione dell’America – e che l’America possa essere coinvolta dal suo alleato in un’azione militare molto più estesa. Ciò ha generato un’altra ondata di rabbia globale contro l’America, perché questa è anche una guerra dell’America.

Israele deve anche chiedersi se ha interesse a contribuire all’indebolimento dell’America. Il fatto che Israele sia in grado di mostrare agli Stati Uniti chi è che comanda influisce concretamente sul modo in cui l’America viene percepita a livello globale. La narrazione di Bibi secondo cui “Ci difenderemo da soli, non abbiamo bisogno di nessuno” si è rivelata la più grande stronzata. Come può essere nell’interesse di Israele indebolire l’America proprio quando ne ha più bisogno? Ma in un momento in cui Israele appare militarmente più debole e la capacità dell’Asse della Resistenza è cresciuta, Israele sta minando l’America e allo stesso tempo ci fa più affidamento.

Non ho l’impressione che [i decisori israeliani stiano] discutendo di questo a porte chiuse. Forse lo fanno, ma sono sorpreso che non si palesi un’analisi strategica più chiara.

Penso che ci sia un riconoscimento tra i vertici israeliani che le cose non stanno andando nella giusta direzione, ma non hanno il coraggio o la capacità di cambiarle. Ma gli Stati Uniti non vedono questo processo? Non sono tutti stupidi. E perché Washington ha bisogno di Israele?

Sono sicuro che ci sia un analista israeliano da qualche parte al Pentagono che ha scritto un articolo proprio su quanto Israele sia in pericolo a causa di ciò che sta facendo. Pensiamo che questo riesca a risalire tutta la catena di comando? Ne dubito.

Ma sul pericolo per gli interessi degli Stati Uniti, penso che sia una di quelle cose per cui l’America dice: sì, ce lo dicono da secoli ma non succede. L’America pensa ancora di poter ammortizzare il costo che sta pagando.

Poi c’è il problema di come Israele interpreta il mondo e la regione, e quale sia l’alternativa da offrire a Netanyahu. L’opposizione sembra suggerire di poter fare causa comune con l’America e gli Stati arabi [alleati] contro l’Asse della Resistenza, ma per farlo devono dare qualcosa, anche molto poco, ai palestinesi.

Anche se è vero che la maggior parte degli Stati arabi non sono sostenitori dell’Iran, non vogliono una guerra. L’Arabia Saudita e l’Iran hanno raggiunto un’intesa sotto l’ombrello diplomatico cinese. L’Arabia Saudita vuole per lo meno evitare rischi con l’Iran. Gli Emirati Arabi Uniti hanno relazioni economiche molto forti con l’Iran. L’Iran è ora molto più legato alla cooperazione con Cina e Russia, come si vede nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. L’Iran si sta ora unendo ai BRICS. La geopolitica è davvero cambiata, quindi dobbiamo pensare a come raggiungere una riduzione globale della tensione, e l’Iran dovrà parteciparvi.

Questo è il vero cambiamento: le dinamiche geopolitiche nella regione e l’indebolimento degli Stati Uniti.

Sì, esattamente.

E pensi che abbia già avuto un effetto?

Penso di sì. L’Iran ha meno bisogno dell’Occidente, poiché l’asse alternativo sta diventando sempre più forte. Le élite arabe sono piuttosto radicate nel loro orientamento e lusso occidentale, ma le realtà dell’economia globale – le catene globali di approvvigionamento e le materie prime, l’iniziativa [cinese] Belt and Road – sono realtà strutturali e tangibili, e significano che il centro di gravità si sta spostando.

Poco prima del 7 ottobre, a margine della riunione del G20 a Delhi, c’è stato l’annuncio della creazione di un corridoio India-Medio Oriente-Europa, compresa Israele, come concorrente della Belt and Road Initiative. Non ne verrà fuori nulla. La Belt and Road Initiative è reale; questo IMEC, un treno da Delhi a Tel Aviv, è un bel sogno.

Se oggi dovessi progettare un nuovo sforzo per la pace, farei di tutto per rompere il monopolio americano. Ciò significa che i palestinesi devono fondamentalmente spostare i loro pensieri da un presunto primato statunitense o occidentale e devono usare la geopolitica a proprio vantaggio.

Concordo ed è mia convinzione che l’elemento più significativo del sostegno statunitense a Israele non consista nelle armi che invia, ma nella copertura politica che fornisce: un veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro le risoluzioni anti-israeliane, comprese quelle che possono arrivare dalla Corte Internazionale di Giustizia. Delle pressioni sull’America possono influenzare proprio questo.

Sono d’accordo con te. E c’è un’altra cosa: forse da parte americana c’è molto cinismo in alcune parti del ragionamento. Considerano Israele militarmente potente e in grado di fare una parte di ciò di cui l’America ha bisogno per prevenire un egemone regionale ostile [l’Iran] – quindi, sotto questo aspetto, pensano che Israele sia eccezionale. E se gli israeliani si autodistruggono, Washington troverà un’altra soluzione.

Questo è il problema. Guarda l’America con l’Ucraina: sono felici di combattere la Russia fino all’ultimo ucraino. Perciò l’America non agisce così per profondo amore, ma perché Israele è utile: combatti Hamas e Hezbollah, e se per te le cose finiscono in modo disastroso, troveremo un altro modo di constrastarli.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il video della violenza sessuale nella prigione israeliana è l’ulteriore conferma che Sde Teiman è un luogo di torture

Jonah Valdez

9 Agosto 2024 – The Intercept

Le violenze sui palestinesi nella prigione militare israeliana sono denunciate da mesi. Gli Stati Uniti chiedono all’esercito israeliano di indagare su sé stesso.

Sde Teiman, prigione israeliana militare segreta nel deserto del Negev, aveva allarmato l’avvocata per i diritti umani Roni Pelli e altri attivisti già dal primo mese di guerra israeliana contro Gaza.

Pelli e i suoi colleghi hanno cominciato a ricevere segnalazioni da informatori circa le pessime condizioni in cui si trovavano i palestinesi detenuti a Sde Teiman. Hanno sentito di casi di violenze commesse da soldati su detenuti palestinesi e, in un caso, di un palestinese che vi era morto.

Da allora i resoconti dei media sulla prigione si sono arricchiti delle testimonianze di palestinesi ex-detenuti e informatori israeliani, i quali raccontavano in maggior dettaglio le sconvolgenti condizioni all’interno della prigione. A Maggio un’inchiesta della CNN aveva rivelato che i detenuti palestinesi erano legati e bendati, costretti per l’intera notte a stare seduti, a volte in piedi, sotto i riflettori, che i palestinesi feriti erano legati ai letti, costretti a indossare pannoloni e nutriti con cannucce, che i soldati picchiavano i detenuti per vendicare gli attacchi del 7 Ottobre, che gli arti dei prigionieri venivano amputati a causa di ferite non medicate dovute ai dispositivi di contenimento e che tali operazioni erano eseguite senza anestesia.

Poco dopo, nello stesso mese di maggio, un’inchiesta dell’Intercept aveva rivelato la scomparsa di centinaia di medici palestinesi detenuti in Israele, riportando la testimonianza di un chirurgo che era stato picchiato e seviziato a Sde Teiman. Un mese dopo, un’ulteriore inchiesta di Haaretz rivelava che l’esercito israeliano stava indagando sulla morte di 48 palestinesi di Gaza che erano sotto custodia israeliana, di cui 36 detenuti a Sde Teiman. I media israeliani hanno cominciato a riferirsi alla prigione come alla “Guantanamo Israeliana”.

In seguito all’inchiesta della CNN Pelli, che rappresenta l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, su mandato di cinque organizzazioni per i diritti umani ha presentato istanza presso la Corte Suprema israeliana affinché il governo chiuda Sde Teiman. Sperano che, se accolta, la loro istanza possa stabilire un precedente che porti alla chiusura di tutte le prigioni militari israeliane.

“Era talmente enorme che non potevamo ignorarlo”, ha dichiarato Pelli a The Intercept.

Mentre in Israele le organizzazioni per i diritti umani e civili si spendevano senza riserve per difendere i diritti dei palestinesi detenuti sia nei campi militari che nelle prigioni del sistema carcerario ufficiale, sulla questione gli Stati Uniti hanno dimostrato scarsa sollecitudine.

Il Dipartimento di Stato [Ministero degli Esteri n.d.t.] statunitense ha commentato i fatti di Sde Teiman solo quando è stato incalzato dai giornalisti in seguito alla diffusione dell’inchiesta della CNN. A maggio il viceportavoce del Dipartimento Vedant Patel ha detto: “stiamo studiando queste e altre accuse di violenze contro detenuti palestinesi”. Questi ha aggiunto che gli Stati Uniti hanno comunicato in modo “chiaro e coerente a ogni nazione, incluso Israele, che deve trattare tutti i detenuti con umanità, dignità, in accordo con la legge internazionale e che deve rispettarne i diritti umani”. Egli ha poi dichiarato che gli Stati Uniti hanno chiesto allo stesso governo israeliano di indagare su tali accuse.

Dopo che l’inchiesta di Haaretz ha dato notizia di decine di morti non ci sono stati nuovi commenti. Più tardi, nella stessa settimana di giugno, il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sulle condizioni detentive a Sde Teiman, nella quale sono riportate testimonianze di ex-detenuti secondo le quali i loro carcerieri israeliani li hanno sottoposti a stupro anale per mezzo di un’asta metallica, tra le altre torture. Queste rivelazioni esplosive erano sepolte nella parte finale di un articolo di quasi 4.000 parole, nell’introduzione del quale si menzionavano “pestaggi e altre violenze” e il cui titolo descriveva Sde Teiman come “la base dove Israele ha incarcerato migliaia di Gazawi”. Di nuovo, nemmeno una parola dal governo statunitense.

I funzionari statunitensi non hanno rilasciato ulteriori dichiarazioni su Sde Teiman fino a martedì, quando l’emittente televisiva israeliana Channel 12 ha mandato in onda un video di sorveglianza trapelato da Sde Teiman nel quale si vedono soldati israeliani perpetrare presumibilmente uno stupro di gruppo su di un detenuto palestinese.

Il Dipartimento di Stato ha reagito chiedendo all’esercito israeliano di indagare su sé stesso.

Dieci soldati israeliani sono stati arrestati e sosterranno le accuse derivanti dal presunto stupro di gruppo. Il giorno successivo è stato arrestato un altro soldato, sospettato di aver pestato detenuti palestinesi mentre erano bendati e ammanettati. Sembra che durante l’episodio il soldato si sia filmato.

Un nuovo rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem, basato su anni di segnalazioni di violenze sui palestinesi nelle prigioni israeliane, dimostra che Sde Teiman non è l’unica prigione israeliana dove i palestinesi sono torturati.

Pubblicato questa settimana, un giorno prima che Channel 12 diffondesse il video trapelato [dalla prigione di Sde Teiman], il rapporto di B’Tselem sostiene che la maggior parte dei palestinesi detenuti ha dovuto sopportare violenze e torture sotto custodia israeliana. Il rapporto invita la Corte Penale Internazionale a “investigare e promuovere procedimenti penali contro gli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”. Lo stesso rapporto sostiene che “non ci si può aspettare che gli organismi investigativi israeliani” ritengano il loro stesso governo responsabile di potenziali violenze, poiché “tutti gli apparati di stato, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di tali campi di tortura”.

Quando durante una conferenza stampa mercoledì gli è stato chiesto se gli Stati Uniti avrebbero chiesto un’indagine indipendente in riferimento al rapporto, il portavoce del Dipartimento di Stato Matt Miller ha rifiutato di discuterne e ha detto “Dovrei esaminare le specifiche indagini indipendenti richieste ed esprimere un giudizio nel merito”. Ha affermato che l’esercito israeliano deve indagare su sé stesso.

Un portavoce delle forze di difesa israeliane ha detto che l’esercito israeliano “respinge le accuse di violenza sistematica, incluse quelle di violenza sessuale, nelle proprie strutture detentive” e ha affermato che esso osserva la legge israeliana così come quella internazionale. L’esercito ha indicato l’arresto dei soldati sospettati nel caso delle violenze di Sde Teiman come prova del fatto che esso fa rispettare tali leggi quando esse vengono violate.

Il Dipartimento di Stato non ha risposto alle richieste di commenti.

Le prove di violenze in quella di Sde Teiman e in altre prigioni sono soltanto le ultimissime rivelazioni di violenze commesse dall’esercito israeliano, i cui comandanti sono accusati di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale. Nonostante le prove, gli Stati Uniti continuano a finanziare la guerra di Israele contro Gaza, cui hanno contribuito con più di 15 miliardi di dollari dal 7 Ottobre.

Eitay Mack, un altro avvocato per i diritti umani israeliano, il quale ha rappresentato i palestinesi incarcerati dall’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata, ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero fare di più per prevenire violazioni dei diritti umani come quelle che si sono viste a Sde Teiman.

Egli ha sottolineato che gli Stati Uniti hanno il potere di emettere sanzioni contro singole unità dell’esercito. I 10 soldati israeliani arrestati nel caso del presunto stupro di gruppo di Sde Teiman fanno parte dell’unità dell’esercito israeliano Force 100. Gli Stati Uniti hanno già imposto sanzioni contro coloni israeliani che hanno commesso violenze contro i palestinesi in Cisgiordania. Mack ha anche menzionato la legge Leahy, una legge del 1997 che proibisce agli Stati Uniti di prestare assistenza a “qualsiasi unità delle forze di sicurezza di un paese straniero se il Segretario di Stato ha informazioni credibili che quell’unità ha commesso una grave violazione dei diritti umani”.

L’amministrazione del presidente Joe Biden ha mostrato una certa riluttanza a mettere condizioni agli aiuti militari, anche quando essa ha ammesso di aver fornito a Israele armi [tali] da commettere possibili violazioni della legge internazionale.

“Gli Stati Uniti dovrebbero applicare le proprie regole sugli aiuti militari – dovrebbero usarle per fare pressione su Israele”, ha detto Mack. “Io non credo che i governi del mondo agiscano secondo morale”, ha aggiunto, “ma gli Stati Uniti dovrebbero applicare la legge, la legge Leahy, se non altro per rispettare la procedura”.

Mack ha ammesso che punire singole unità coinvolte nelle violenze di Sde Teiman non risolverebbe il problema delle violenze capillarmente diffuse in tutto il sistema delle prigioni israeliane.

Le prigioni militari, come quella di Sde Teiman, sono strutture detentive costruite all’interno di basi militari israeliane, dove i detenuti sono spesso trattenuti in attesa di essere interrogati. Esse sono del tutto estranee al Servizio Carcerario Israeliano, le cui strutture sono gestite da guardie civili e funzionari. Che i secondini commettessero violenze sui palestinesi detenuti in entrambi i tipi di prigione era cosa nota ben prima del 7 Ottobre, e i prigionieri palestinesi provenienti dai territori palestinesi occupati sono soggetti a corti militari anziché civili – cosa che ha contribuito a orientare organizzazioni come la Corte di Giustizia Internazionale nel concludere che il sistema legale israeliano è una forma di apartheid.

Mack ha detto di aver rappresentato un palestinese della Cisgiordania occupata che mentre si trovava in una prigione del Servizio Carcerario Israeliano è stato afferrato per il collo da un agente israeliano, tirato su e scaraventato sul pavimento della sua cella, riportandone la frattura dello zigomo.

Nonostante questo, le strutture afferenti al Servizio Carcerario Israeliano tendenzialmente offrono condizioni migliori rispetto al loro equivalente militare, letti migliori, miglior cibo e maggiori possibilità di movimento. Dall’inizio della guerra a Gaza però, Mack e Pelli hanno notato che le prigioni del Servizio Carcerario Israeliano hanno precluso ai palestinesi ogni contatto con il mondo esterno. Ai detenuti è stato impedito di comunicare con le loro famiglie e con i loro avvocati, mentre è stata limitata la libertà di movimento all’interno delle strutture, poste in regime di isolamento.

Insieme al suo gruppo, ACRI, Pelli ha presentato un’ulteriore istanza alla Corte Suprema con l’obbiettivo di permettere alla Croce Rossa l’accesso all’interno di prigioni e campi militari, in modo da garantire ai detenuti adeguate cure mediche – il che è obbligatorio sia per la legge israeliana che per quella internazionale. Alla Croce Rossa è stato invece negato l’accesso a ogni prigione dall’inizio della guerra. L’istanza menziona le morti di almeno due detenuti in campi militari e altri sei nelle prigioni del Servizio Carcerario Israeliano, due dei quali mostravano “segni di gravi violenze” sui loro corpi. La corte deve ancora deliberare in materia, mentre il governo continua a chiedere proroghe nel procedimento.

Ad Aprile Pelli ha presentato ancora un’altra istanza, chiedendo che il Servizio Carcerario Israeliano mettesse fine a “una politica della denutrizione nei confronti dei prigionieri e detenuti palestinesi”, cosa che – ha argomentato – è di fatto una forma di tortura e viola la legge internazionale. Dal 7 di Ottobre, si legge nel documento, questa politica ha lasciato che i prigionieri soffrissero di una fame estrema e costante, oltre che di una pessima qualità del cibo. L’istanza riporta testimonianze di palestinesi ex detenuti che hanno perso decine di chili, tra i quali un diabetico che è stato costretto a mangiare dentifricio per alzare i livelli di zucchero nel proprio sangue.

Secondo l’ONG per i diritti umani HaMoked, che si occupa della popolazione carceraria israeliana ed è stata tra le organizzazioni che hanno presentato l’istanza per la chiusura di Sde Teiman, dal 7 Ottobre il numero di palestinesi imprigionati è quasi raddoppiato, dai 5.192 prima della guerra ai 9.623 di inizio luglio, cosa che ha esacerbato il già preesistente problema del sovraffollamento. Più di 4.000 detenuti palestinesi sono in detenzione amministrativa, detenzione che può essere prolungata indefinitamente e senza accuse. Molti sono rilasciati dopo settimane di detenzione senza accuse.

Il rapporto di B’Tselem cita le istanze presentate da Pelli e dalla sua organizzazione, dove le prigioni sono definite come “un buco nero normativo” in cui “i palestinesi non hanno diritti né protezioni”.

Il rapporto dice che gli incarcerati sono per la maggior parte uomini e ragazzi, anche se dal 7 Ottobre non mancano donne e bambini. “Alcuni sono in prigione semplicemente per aver espresso solidarietà per le sofferenze dei palestinesi”, si legge nel rapporto. “Altri sono stati presi in custodia nel corso delle attività militari nella Striscia di Gaza, per il solo motivo di ricadere sotto la vaga definizione di ‘uomini in età di combattimento’. Alcuni sono stati imprigionati perché sospettati, fondatamente o meno, di operare in organizzazioni armate palestinesi o di sostenerle”.

Lo stesso rapporto mette in luce le testimonianze dirette di 55 palestinesi che sono stati detenuti nelle prigioni israeliane, tra i quali 21 provenienti da Gaza e 4 con cittadinanza israeliana. Hanno denunciato “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazione e degradazione, deliberata denutrizione, condizioni forzosamente insalubri, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose; confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

Un palestinese che è stato detenuto a Sde Teiman ha riferito a B’Tselem di essere stato condotto insieme ad altri in un magazzino, dove è stato costretto a denudarsi e inginocchiarsi prostrato mentre i soldati lo interrogavano e picchiavano. Durante lo spostamento verso un’altra struttura, lui e altri venivano picchiati se parlavano o facevano qualche rumore. Durante i pestaggi è rimasto ferito alla gamba sinistra. Mentre il dolore alla gamba era in seguito andato intensificandosi per diversi giorni, i soldati hanno ignorato le sue lamentele e lo hanno colpito alla gamba ferita. La gamba dovette infine essere amputata. Ciò non è bastato a mettere fine alle torture, poiché l’uomo ha riferito di essere stato costretto a restare in piedi per ore sulla gamba rimastagli, in modo da impedirgli di dormire. É stato in seguito rilasciato e restituito alla sua famiglia a Gaza senza che nessuna accusa venisse formulata a suo carico, dice il rapporto.

B’Tselem sostiene nel suo rapporto che le violenze fanno parte di una politica sistematica intesa a torturare i palestinesi, implementata dal Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che supervisiona il Sistema Carcerario Israeliano, con il sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di tutto il governo israeliano.

“Il problema principale è che non si tratta solo delle strutture militari [come Sde Teiman]”, dice Pelli. “Oggi, sotto queste condizioni e con questo ministro, tutto è terribile”.

Sde Teiman è tornata al centro dell’attenzione a fine luglio, quando una folla di estremisti di destra ha fatto irruzione nella base dopo che inquirenti militari vi si sono recati per interrogare i soldati sospettati dello stupro di un prigioniero palestinese. La folla si è introdotta anche in un’altra base, dove i soldati erano stati condotti per essere interrogati. Ben Gvir ha definito “niente meno che vergognoso” lo “spettacolo” della polizia che andava a interrogare i soldati – che egli chiama “i nostri eroi migliori”. L’incidente ha messo in evidenza la crescente polarizzazione tra il governo di estrema destra del primo ministro e il comando militare del paese.

Gli arresti non sono un segnale di maggiore responsabilità da parte del governo, secondo Mack, ma sono decisioni politiche prese dal Generale Maggiore Yifat Tomer-Yerushalmi, procuratore capo militare in entrambe i casi. Anche prima della diffusione del video, la vittima dello stupro ha ricevuto cure mediche in un ospedale pubblico civile dove il personale medico ha riscontrato lesioni compatibili con la violenza sessuale, ha detto Mack, cosa che ha costretto l’esercito a indagare.

“È un fallimento totale”, dice, incolpando Tomer-Yerushalmi per quella che considera una risposta morbida alle precedenti accuse di violenze sui prigionieri durante la guerra.

Le udienze relative all’istanza di chiusura di Sde Teiman sono proseguite fino a mercoledì di questa settimana, quando i manifestanti di destra hanno interrotto i lavori. Nel corso del procedimento, i manifestanti hanno regolarmente criticato Pelli e i suoi colleghi come “traditori” o difensori dei militanti di Hamas, racconta Pelli.

Durante l’udienza, gli avvocati dell’esercito hanno sostenuto che non ci sono più problemi a Sde Teiman, poiché hanno ridotto la popolazione carceraria da più di 700 a meno di 30 detenuti temporanei a breve termine. I militari hanno affermato che i prigionieri rimanenti non rappresentano un rischio per la sicurezza e non sono più legati o bendati, a differenza dei precedenti detenuti della struttura.

Pelli ha argomentato che le loro condizioni di vita sono ancora in violazione del diritto internazionale, in quanto i prigionieri continuano a essere tenuti in gabbie senza letti o servizi igienici adeguati e viene ancora negato loro l’accesso alla Croce Rossa o agli avvocati. Ha anche avvertito che la popolazione carceraria potrebbe aumentare di nuovo in qualsiasi momento durante la guerra in corso.

“Non si può scattare un’istantanea di questa giornata, se è estremamente dinamica”, ha detto Pelli. “Perché se domani l’IDF entrerà [in un villaggio] a Gaza e tratterrà tutti gli uomini, prenderà 200 persone… quali sono i limiti? La guerra non è finita”.

Ultimo aggiornamento: 13 Agosto 2024

L’articolo è stato aggiornato per includere il commento di un portavoce dell’esercito israeliano ricevuto dopo la pubblicazione.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Secondo un’organizzazione non governativa Israele ha allestito strutture adibite alla tortura dei palestinesi

Redazione di Al Jazeera

6 Agosto 2024 – Al Jazeera

Secondo un rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem le testimonianze di 55 ex detenuti palestinesi rivelano che più di una dozzina di campi di prigionia israeliani allestiti dopo il 7 ottobre sono dedicati a violenze nei confronti delle persone in custodia

L’organizzazione non governativa israeliana che si occupa di diritti umani B’Tselem ha raccolto le testimonianze di 55 palestinesi, di cui 21 provenienti dalla Striscia di Gaza, che sono stati trattenuti in prigioni israeliane, che raccontano in dettaglio le torture cui sono stati sottoposti.

Il rapporto di B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”, ha rivelato martedì [6 agosto n.d.t.] che dall’inizio dell’attacco israeliano contro Gaza più di una dozzina di strutture carcerarie israeliane sono state convertite in una rete di campi “dedicati alle violenze nei confronti dei detenuti”.

“Tali spazi, in cui ogni detenuto è deliberatamente condannato a subire sofferenze gravi e incessanti, operano di fatto come campi di tortura,” vi si legge.

Le violazioni includono “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazioni e degrado, fame deliberata, condizioni igieniche forzate, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose, confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

B’Tselem ha riferito che dal 7 ottobre almeno 60 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana, di cui circa 48 provenienti da Gaza.

Secondo il rapporto le testimonianze dei detenuti dimostrano “una politica istituzionale sistematica basata su maltrattamenti e torture costanti di tutti i prigionieri palestinesi”.

Questa politica, si legge, è applicata sotto la direzione del Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, con il pieno sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

“Data la gravità degli atti, l’entità delle violazioni della legge internazionale e il fatto che tali violazioni prendono di mira quotidianamente e per un prolungato periodo di tempo l’intera popolazione carceraria palestinese, l’unica possibile conclusione è che nel compiere questi atti Israele sta commettendo torture che equivalgono a un crimine di guerra e persino a un crimine contro l’umanità”, afferma il rapporto in conclusione.

Richiesta di indagine da parte della Corte Penale Internazionale

Il rapporto fa appello alla Corte Penale Internazionale affinché indaghi “i singoli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”, argomentando che tali indagini non sono state possibili in Israele “poiché tutti i sistemi statali, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di questi campi di tortura”.

B’Tselem ha anche osservato che dall’inizio della guerra contro Gaza il numero di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è raddoppiato, raggiungendo i 9.623.

“Ci appelliamo a tutte le nazioni e a tutte le istituzioni e gli organismi internazionali affinché facciano tutto ciò che è in loro potere per mettere immediatamente fine alle crudeltà inflitte ai palestinesi dal sistema carcerario israeliano, e affinché riconosca il regime israeliano che gestisce tale sistema come un regime di apartheid che deve finire”, conclude l’organizzazione.

Da parte delle autorità israeliane non c’è stata alcuna reazione immediata al rapporto.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




” Israele ha sempre fatto credere che l’occupazione fosse legale. La Corte Internazionale di Giustizia ora li terrorizza”

Ghousoon Bisharat

23 luglio 2024, 972 Magazine

L’avvocata palestinese Diana Buttu illustra l’opinione della Corte Internazionale di Giustizia sul regime militare israeliano e gli insegnamenti da seguire per applicare il diritto internazionale.

Venerdì 19 luglio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito che l’occupazione israeliana della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, è illegale e deve cessare “il più rapidamente possibile”. La Corte ha affermato che Israele è obbligato ad astenersi immediatamente da ogni nuova attività di insediamento, a evacuare tutti i coloni dai territori occupati e a risarcire i palestinesi per i danni causati dal regime militare israeliano durato 57 anni. Ha inoltre affermato che alcune delle politiche di Israele nei territori occupati costituiscono il crimine di apartheid.

La sentenza, riconosciuta come parere consultivo, deriva da una richiesta del 2022 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e non è vincolante. Ma segna la prima volta che la massima corte mondiale esprime il suo punto di vista sulla legalità del controllo di Israele sui territori occupati e costituisce un netto ripudio delle difese legali a lungo prodotte da Israele.

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha accolto con favore la sentenza, descrivendola come “un trionfo della giustizia” e invitando l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a considerare ulteriori misure per porre fine all’occupazione. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu l’ha liquidata come “assurda”, affermando: “Il popolo ebraico non è occupante nella propria terra, inclusa la nostra eterna capitale Gerusalemme, né in Giudea e Samaria [la Cisgiordania], la nostra patria storica”. Gli Stati Uniti hanno risposto affermando soltanto che gli insediamenti israeliani sono illegali e hanno criticato “l’ampiezza del parere della Corte” che, affermano, “complicherà gli sforzi per risolvere il conflitto”.

Per comprendere meglio il significato e la portata della sentenza, +972 Magazine ha parlato con Diana Buttu, un’avvocata palestinese che risiede ad Haifa ed è stata consulente legale dell’OLP dal 2000 al 2005. Durante quel periodo ha fatto parte del team che ha portato alla Corte Internazionale di Giustizia il caso riguardante il muro di separazione israeliano, il cui percorso la Corte ha dichiarato – in un altro parere consultivo non vincolante – illegale. L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Come si è sentita guardando il presidente della CIG Nawaf Salam leggere il parere della Corte?

Da un lato mi ha fatto molto piacere perché conferma tutto quello che io e tanti altri giuristi e attivisti diciamo da decenni. Ma d’altro canto continuavo a chiedermi: perché siamo dovuti arrivare fino alla Corte Internazionale di Giustizia? Perché le persone ascoltano un parere legale, ma non la nostra esperienza vissuta? Perché c’è voluto così tanto tempo per capire che ciò che Israele sta facendo è sbagliato?

Quanto è importante questa sentenza per i palestinesi?

È importante inserire la sentenza nel suo giusto contesto, come parere consultivo. Ci sono due vie per rivolgersi alla CIG. La prima è quando c’è una disputa tra due Stati, ed è quello che s’è visto con il Sudafrica contro Israele [sulla questione del genocidio a Gaza], e quelle decisioni sono vincolanti. La seconda è quando l’Assemblea Generale dell’ONU chiede chiarimenti o un parere legale su una questione; si tratta di un parere consultivo e non è vincolante.

Quindi, se si guarda al quadro generale, bisogna ricordare che l’uso dei tribunali e l’uso della legge sono solo uno strumento, non l’unico o lo strumento decisivo. Ciò non significa che non sia importante, o che un parere non vincolante non sia legge. Il problema più grande è come influenzerà i comportamenti futuri.

Qui è importante ricordare cosa è successo con la prima decisione della Corte Internazionale di Giustizia [sul muro di separazione di Israele], emessa il 9 luglio 2004. Anche se si trattava di un parere consultivo, ha costituito legge e, cosa più importante, è stato per questa decisione che abbiamo visto la crescita del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) – in effetti, il movimento è stato lanciato a livello internazionale esattamente un anno dopo.

Quindi le persone dovrebbero capire che non ci sarà mai una vittoria legale. L’occupazione non finirà attraverso tribunali e meccanismi legali: finirà quando Israele ne pagherà il prezzo. E sia che quel prezzo venga pagato all’esterno perché il mondo dice basta, o all’interno perché il sistema inizia a implodere, sarà una decisione israeliana quella di porre fine all’occupazione.

Il parere consultivo della CIG del 2004 fu una decisione storica, ma fece ben poco per contrastare la costruzione del muro di separazione o cambiarne il percorso. Pensa che la nuova sentenza abbia un peso diverso rispetto al passato o possa generare azioni politiche diverse?

SÌ. La decisione del 2004 è stata importante per alcuni motivi. In primo luogo, non solo ha affermato che il muro è illegale, ma ha anche parlato degli obblighi degli Stati terzi di rispettare il diritto internazionale umanitario e di non contribuire al danno. Ora, ha ragione, il muro è rimasto in piedi e la decisione non vincolante non ha fermato la costruzione, perché non è stata applicata. Tuttavia, ha cambiato il modo in cui diplomatici e altri si rapportavano al muro.

Dobbiamo anche ricordare che questo nuovo parere consultivo è molto più importante e ampio. La Corte fa a pezzi l’idea dei negoziati di pace, degli accordi di Oslo, dell’accettazione da parte dei palestinesi dell’occupazione permanente. E mentre i governi continuano a mantenere la loro posizione secondo cui i negoziati sono l’unica via da seguire, in ogni capitale del mondo ci sarà ora una nota legale in cui si afferma che la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza [che i negoziati non possono privare la popolazione di paesi occupati dei diritti ai sensi della Convenzione di Ginevra].

Un’altra cosa importante è che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono stati normalizzati, e qui abbiamo una decisione che indebolisce questo principio, affermando che gli insediamenti e i coloni devono andarsene. Sulla base di questi elementi mi aspetto di iniziare a vedere un cambiamento nella politica. Potrebbe non accadere immediatamente, ma cambierà la mentalità del modo in cui le persone si rapporteranno all’occupazione.

Che tipo di cambiamento nella politica o nella mentalità si aspetta dalla comunità internazionale?

Posso fare l’esempio del Canada, dove sono nata. Il commento del Canada [sul procedimento della Corte Internazionale di Giustizia sul caso] è stato molto prevedibile: afferma che la Corte Internazionale di Giustizia ha giurisdizione su questa importante questione ma poi prosegue dicendo che il modo migliore per risolverla è attraverso i negoziati. Ma questo equivale a dire, e perdonate l’analogia, che una persona che viene picchiata deve semplicemente negoziare con il suo aggressore. Ora la Corte ha fatto piazza pulita di tutto ciò e ha stabilito chiaramente che esiste un occupante e un occupato. Quindi ora mi aspetto – e in realtà inizierò a chiedere – che il governo canadese cambi la sua posizione.

Un altro esempio in cui mi aspetto di vedere un cambiamento è la questione dei coloni. Se si considera il numero di coloni che vivono oggi nei territori occupati, una stima prudente è di 700.000. In rapporto ai 4 milioni di persone presenti nell’intero territorio [della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est], si tratta di una percentuale molto alta. E questo è importante perché dimostra che tanti coloni israeliani hanno interiorizzato e normalizzato l’occupazione.

La domanda è se i coloni israeliani si considereranno persone che vivono illegalmente sulla terra palestinese – e sospetto che la risposta sarà un no. Ma ciò che voglio pensare è che quell’azione e quella percezione non saranno più normalizzate, e che si riconosca che l’occupazione ha causato danni che devono finire. Israele ha fatto un buon lavoro nel normalizzare gli insediamenti, e non esiste più la Linea Verde [linea di confine stabilita negli accordi del 1949, ndt.] – la dichiarazione di Netanyahu di ieri [contro la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia] ne è la prova. Ma questo deve cambiare.

Penso che siamo in un momento simile a quello in cui eravamo negli anni ’80 con l’apartheid in Sud Africa. Allora i sostenitori dell’apartheid dicevano agli attivisti anti-apartheid che semplicemente non capivano la situazione. L’apartheid era del tutto normalizzato. Dieci anni dopo non lo era più. Ed eccoci qui, 30 anni dopo non si riuscirebbe a trovare una persona che dica che l’apartheid fosse una buona cosa.

C’è stato qualcosa nel parere consultivo che l’ha sorpresa?

Non sono rimasta sorpresa da molte cose, ma mi ha fatto piacere che ci fossero certi elementi. Uno di questi è stata l’attenzione su Gaza, perché dal 2005 Israele ha adottato una narrazione di “disimpegno” sostenendo che non ci sia alcuna occupazione. Molte organizzazioni per i diritti umani si sono battute per affermare che Gaza è effettivamente occupata, che esiste un effettivo controllo israeliano e che il livello di tale controllo è responsabilità di Israele. Sono felice di vedere che la Corte lo ha confermato e ha messo a tacere questa discussione, soprattutto perché non c’è stata, per quanto ne so, alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su questo argomento.

La seconda cosa che mi ha fatto molto piacere è che la Corte ha affermato che devono essere pagati dei risarcimenti e non solo sotto forma di smantellamento di tutti gli insediamenti, ma anche di abbandono dei coloni. E la terza cosa è l’idea che ai rifugiati sia permesso di ritornare [nelle case da cui erano fuggiti o da cui erano stati espulsi nel 1967]. Questo è un riconoscimento del danno che hanno causato 57 anni di occupazione militare. Sono rimasta felicemente sorpresa nel vedere la giudice australiana [Hilary Charlesworth] uscire allo scoperto e dire molto chiaramente che Israele non può rivendicare l’autodifesa per mantenere un’occupazione militare, o in relazione ad atti di resistenza contro l’occupazione. Lo sostengo da molto tempo ed è bello vedere una giudice fare le stesse osservazioni. E mentre nel complesso è d’accordo con l’opinione della Corte, la nuova giudice americana [presso la CIG] Sarah Cleveland, ha dato separatamente un’opinione molto interessante: ha sostenuto che la sentenza avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione alle responsabilità di Israele ai sensi della legge sull’occupazione specificatamente nei confronti di Gaza, sia prima del 7 ottobre che ora.

I politici israeliani, sia al governo che all’opposizione, hanno respinto l’opinione della Corte Internazionale di Giustizia bollandola come antisemita e prevenuta. Pensa che queste reazioni nascondano preoccupazioni o paure autentiche?

Sì, la paura di essere denunciati per i razzisti che sono, e che potrebbero effettivamente dover porre fine all’occupazione. Potrebbero esserci anche delle azioni a livello mondiale [per fare pressione su Israele]. Sono preoccupati anche perché sono innanzitutto loro che hanno portato lì i coloni, e potrebbero esserci richieste da parte dei coloni di essere ricompensati per andarsene.

Netanyahu non ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza della Palestina. Proprio l’altro giorno abbiamo assistito al voto della Knesset contro la creazione di uno Stato palestinese. E non sono stati solo quelli del Likud, o gli [Itamar] Ben Gvir e [Bezalel] Smotrich a sottoscriverlo, ma anche altri legislatori, tra cui [Benny] Gantz. Non hanno mai riconosciuto ciò che hanno fatto nel 1948 o il danno che stanno causando oggi. Invece, sono guidati da questo concetto di supremazia ebraica – secondo cui solo loro hanno diritto a questa terra.

Israele ha sempre spacciato l’occupazione come in qualche modo legale, e le sue azioni come giuste e corrette con le stupide pretese di un “esercito morale”. Non esiste un esercito morale al mondo: come puoi uccidere moralmente le persone? Affermano che ci si può rivolgere all’Alta Corte israeliana ma ogni palestinese sa che non si può ottenere giustizia da un tribunale che è stato istituito come braccio dell’occupazione. Ora, quando c’è un tribunale che guarda dall’esterno e dice che quello che stanno facendo è illegale, per loro è ovviamente allarmante.

Il Sudafrica dell’apartheid si è comportato allo stesso modo quando ha dovuto fare i conti con le opinioni della Corte Internazionale di Giustizia. Alla fine di ogni parere della Corte Internazionale di Giustizia il governo dell’apartheid era solito esprimere la stessa linea: che solo il Sudafrica può giudicare il Sudafrica, il che significa che solo un sistema razzista può giudicare se il sistema è razzista. Questo è ciò che dice Israele: solo noi, il sistema razzista, possiamo determinare se è razzista. Ma poi esci di casa e vedi che le regole internazionali confermano che il sistema è razzista e deve essere smantellato. Questo è spaventoso per Israele.

Alcuni israeliani esperti di diritto internazionale stanno minimizzando il significato del parere della Corte Internazionale di Giustizia, sottolineando che non è vincolante e sostenendo che la Corte non ha detto che l’occupazione è illegale, ma solo che è illegale per Israele disobbedire alle regole dell’occupazione. Come considera queste affermazioni?

Hanno ragione, ma minimizzare è solo una perdita di tempo. Secondo il diritto internazionale ci può essere un’occupazione legale ma solo come stato temporaneo per un breve periodo di tempo al fine di ristabilire la legge e l’ordine ed eliminare le minacce. Il problema con l’occupazione israeliana non è solo la durata, ma il fatto che non è mai stata concepita come temporanea. Dal 1967 Israele ha affermato che non rinuncerà mai alla Cisgiordania. Hanno negato che i palestinesi abbiano diritti su questa terra e quasi immediatamente hanno iniziato la costruzione e l’espansione degli insediamenti. La durata e la prassi sono ciò che rende illegale l’occupazione israeliana.

Questi stessi giuristi israeliani non riconoscono cosa rappresenti il danno. Mantenere un’occupazione richiede violenza. Conquistare terre, costruire posti di blocco, costruire insediamenti, gestire un sistema giudiziario militare e un regime di permessi, rapire bambini nel cuore della notte, demolire case e rubare acqua: tutto ciò che questa occupazione comporta è violento. Quindi gli esperti israeliani possono provare a minimizzare la sentenza quanto vogliono, ma farebbero bene a mettervi finalmente fine, invece di trovare modi per abbellire l’occupazione.

Lei afferma che le azioni di Israele furono illegali fin dal primo giorno dell’occupazione del 1967. Ritiene che l’attuale governo, o gli ultimi 15 anni di governo di Netanyahu, siano più pericolosi di quelli precedenti? Oppure si stiano sostanzialmente continuando le stesse politiche nei confronti dei palestinesi e dei territori occupati che vediamo da più di mezzo secolo?

È lo stesso ed è diverso. È lo stesso perché non c’è stato un governo israeliano dal 1967 che abbia fermato l’espansione degli insediamenti. Può prendere in considerazione qualsiasi altro problema in Israele e i governi hanno avuto politiche diverse, ma questo li unisce. Quindi non importa che si tratti del Labour, del Likud o di Kadima; sotto questo aspetto Netanyahu non è diverso.

L’unica cosa nuova è che questo governo sia così sfacciato riguardo alla sua posizione. Mentre in passato ci potevano essere persone che parlavano di una soluzione a due Stati, Netanyahu è stato molto chiaro durante tutto il suo mandato sul fatto che non ci sarà mai uno Stato palestinese e che i palestinesi non hanno diritti.

Lei è stata a lungo critica nei confronti dell’Autorità Palestinese per i suoi fallimenti. Come crede che gestiranno questa sentenza e le altre recenti procedure presso la CIG e la Corte Penale Internazionale, sia sul piano diplomatico che sul territorio?

Uno dei grossi problemi nel 2004 era che non avevamo una leadership palestinese che spingesse per l’attuazione della decisione della Corte Internazionale di Giustizia [sul muro di separazione]. Pensavano ancora che quello fosse il periodo d’oro dei negoziati, vivevano ancora in un mondo fantastico. Ed è per questo che il movimento BDS ha finito per farsi avanti e premere.

Questa volta sono davvero preoccupata perché se c’è una cosa chiara in questa decisione è [una critica a] tutte quelle cosiddette “generose offerte [israeliane]” che i palestinesi hanno dovuto sopportare. La Corte Internazionale di Giustizia chiarisce che [i territori palestinesi occupati] non sono territorio israeliano con cui essere generosi. Non solo, il parere della Corte Internazionale di Giustizia è un atto d’accusa contro Oslo: afferma che non importa cosa sia stato firmato, la Palestina ha ancora il diritto all’autodeterminazione e nessun accordo può sostituire tale diritto.

Il mio timore è che Abu Mazen [il presidente Mahmoud Abbas] conosca un solo concetto, ovvero i negoziati. Temo che vedremo abbastanza pressioni da parte degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale da spingerlo a dire che va tutto molto bene, ma che crede che i negoziati siano l’unica via da seguire.

E se dovesse dare un consiglio all’Autorità Palestinese, come suggerirebbe di procedere?

L’Autorità Palestinese dovrebbe andare di capitale in capitale per sostenere l’idea che gli insediamenti sono illegali e che i coloni devono andarsene. Non prenderei in considerazione l’idea di scambi di terre, come è stato fatto in passato. Non prenderei in considerazione l’ipotesi di negoziare adesso; non sono male come metodo, ma i negoziati devono pur riguardare qualcosa. Se dovessero, ad esempio, negoziare sui pesticidi, o sull’economia, o sulla circolazione delle persone, andrebbe tutto bene. Ma negoziare sui propri diritti è veramente ripugnante, e non posso credere che ci siano persone che pensano ancora in questi termini nel 2024.

Quindi consiglierei loro di fare tutto il possibile per assicurarsi che gli insediamenti e i coloni vengano rimossi – cosa che non dovrebbe essere oggetto di negoziati – e che Israele inizi a pagare un prezzo. Capisco che il presidente palestinese è sotto occupazione militare e che l’economia è sotto il controllo di Israele. Ma è necessario che questa dipendenza venga interrotta.

Come può la leadership palestinese utilizzare questa decisione della Corte Internazionale di Giustizia per spingere con più forza per la fine della guerra a Gaza?

Non penso che l’attuale leadership sia in grado di fare qualcosa per Gaza. È molto triste per me dirlo, ma ho la sensazione che a molti di loro non importi nulla di Gaza.

E se parliamo della leadership palestinese nel suo insieme, non solo dell’Autorità Palestinese?

Per prima cosa dobbiamo avere una leadership palestinese che si formi attraverso le elezioni. La mia paura ora per Gaza è che si parli [a livello internazionale] di “chi” [chi prenderà il controllo], e non si parli realmente di “cosa”. La gente punta dicendo che questa o quella persona sarebbe buona, poi in qualche modo finisce per consolidarsi attorno ad Abu Mazen, come se non ci fosse nessun altro in Palestina capace di essere un leader.

Nessuno vorrà entrare in gioco e diventare il capo dell’Autorità Palestinese [come è adesso]. C’è una ragione per cui non c’è stato un colpo di Stato a Ramallah da quando Abu Mazen è salito al potere: è un lavoro ingrato e stupido in cui sei effettivamente il subappaltatore della sicurezza per Israele.

Ciò che deve emergere è una leadership eletta credibile con una strategia e una visione globale per tutti i palestinesi, ma soprattutto in questo momento per Gaza. E per me dovrebbero focalizzarsi sull’idea di accusare Israele di tutto ciò che ha fatto, in particolare dopo il 7 ottobre.

È sconsolante sentire in continuazione [da commentatori e politici internazionali] che nulla giustifica [l’attacco di Hamas del] 7 ottobre e tuttavia tutto ciò che Israele fa a Gaza è giustificato dal 7 ottobre. Dobbiamo iniziare a fare breccia in questa ideologia e addossare a Israele le sue colpe – allora si potrà iniziare a ricostruire Gaza.

Spero che una nuova leadership palestinese unita ed eletta faccia un passo indietro, valuti Oslo e gli errori commessi e valuti le circostanze attuali per andare avanti. Non penso che l’attuale leadership sia in grado di condurre questa riflessione su di sé.

L’OLP ha sempre avuto questa ossessione che il processo decisionale palestinese fosse nelle mani dei palestinesi, e oggi l’Autorità Palestinese mantiene la stessa ossessione. Ma se l’Autorità Palestinese non gestirà correttamente questo momento, e sospetto che non lo farà, vedremo molti più attivisti, il movimento BDS e altri a livello internazionale prendere il testimone.

La sentenza si concentra sui territori palestinesi occupati da Israele dal 1967. Alcuni direbbero che è un ambito molto ristretto, che ignora i crimini e le violazioni risalenti al 1948, e che potrebbe costringere i palestinesi ad accettare un futuro solo nei confini del 1967. Come affronta i limiti di questa sentenza per la causa palestinese?

Questa è stata la prima critica alla posizione della Corte Internazionale di Giustizia, e condivido questa critica: concentrandosi solo sul ’67 si dà un lasciapassare a Israele. L’unico modo per comprendere l’occupazione è capire cosa ha fatto Israele durante la Nakba e durante l’era del governo militare [all’interno di Israele], sotto il quale i cittadini palestinesi hanno vissuto per 19 anni fino al ’66. L’idea che si possano separare i due [1948 e 1967] è un’invenzione.

Per l’Autorità Palestinese ci sono due ragioni principali per concentrarsi sul 1967: la prima è che vedono l’occupazione come un danno diretto che deve essere riparato, e la seconda è che penso che abbiano rinunciato al [terreno usurpato nel] 1948 decenni fa – non solo con la firma di Oslo, ma ancor prima con la Dichiarazione di Indipendenza dell’OLP del 1988.

Per l’Autorità Palestinese c’è anche un contesto politico ristretto. In molti modi hanno rinunciato ai risarcimenti per la Nakba, il che di fatto significa che stanno rinunciando al diritto al ritorno. Potrebbero anche sostenere di essere favorevoli, ma io semplicemente non lo vedo.

C’è modo di parlare del ’48 e avere ancora un’idea di compromesso politico. Questa è stata la posizione palestinese per molti anni, ma negli ultimi vent’anni non è stata quella dell’Autorità Palestinese. Quando mi allontano e guardo la loro posizione, penso che ci sia una forte convinzione politica che alla fine rinunceremo sul ’48 – non solo al territorio ma anche alla narrazione – per cercare di preservare ciò che resta del ’67.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Biden avrebbe dovuto rinunciare a causa di Gaza, ma la sua uscita di scena potrebbe essere un punto di svolta

Prem Thakker

21 luglio 2024 – The Intercept

Kamala Harris è meno gravata dal disastroso appoggio di Biden alla guerra di Israele, suscitando qualche speranza nei sostenitori dei palestinesi.

Domenica, alla vigilia della visita del primo ministro Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti, il presidente Joe Biden ha annunciato che non correrà per la rielezione nel 2024.

Mentre l’annuncio potrebbe aver dissipato le preoccupazioni generali che circondavano la capacità di governare del candidato democratico, soprattutto rispetto al candidato repubblicano Donald Trump, aleggia ancora in modo consistente sulla campagna elettorale la questione che ha provocato proteste di massa contro il candidato democratico: il sostegno pressoché incondizionato di Biden alla guerra di Israele contro Gaza.

Durante tutti i bombardamenti israeliani contro Gaza Biden ha tenuto un atteggiamento sostanzialmente deferente e solidale. Ora alcuni vedono la sua rinuncia come una possibilità per rivedere la politica USA verso Israele.

L’ex-incaricato politico di Biden per il ministero dell’Educazione Tariq Habash, che ha dato le dimissioni a gennaio per protesta contro la politica di Biden nella guerra di Gaza, nota che una parte significativa della base è già disillusa da Biden a causa della sua ritrosia nell’applicare le leggi statunitensi e nel chiamare Israele a rispondere delle violazioni delle leggi umanitarie internazionali. La decisione di Biden giunge anche solo due giorni dopo che la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che l’occupazione israeliana della Palestina rappresenta una forma illegittima di apartheid.

“Chiunque sostituisca il presidente nella candidatura deve dimostrare agli elettori che ci sarà un sostanziale cambiamento di politica che ponga fine alla disumanizzazione dei palestinesi e sostenga i diritti umani dei palestinesi, le leggi internazionali e la pace,” ha detto Habash.

“Ovviamente sia i democratici che i repubblicani devono percorrere un lungo cammino,” ha aggiunto. “La visita di Netanyahu questa settimana è emblematica di questo, come lo è il rifiuto del presidente Biden di attenersi alla sua linea rossa, di applicare la [legge] Leahy [legge che proibisce di fornire assistenza a Stati che violano i diritti umani, ndtr.] o quella sull’Assistenza all’Estero [che vieta di fornire assistenza a Paesi che violano i diritti umani, ndt.], di raggiungere un cessate il fuoco permanente o il ritorno degli ostaggi palestinesi e israeliani.”

Molti critici hanno notato che la posizione di Biden sulla guerra di Israele ha rivelato segnali preoccupanti sulla sua capacità di governo e duttilità molto prima del fatidico dibattito [con Donald Trump] di giugno.”

“Non è stato il fallimento del dibattito di Biden a mostrare che non è adatto a governare. Sono state le decine di migliaia di bombe che ha spedito per uccidere le famiglie palestinesi,” ha affermato in un comunicato la U.S. Campaign for Palestinian Rights [Campagna USA per i Diritti dei Palestinesi]. “Il rifiuto di Biden di rispettare le leggi internazionali o di applicare le leggi USA ha aggravato l’illegale occupazione militare israeliana. Venerdì l’ultimo parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia ha affermato che ogni Stato ha l’obbligo legale ‘di non fornire aiuto o assistenza alla perpetuazione della situazione creata dal rifiuto israeliano di rispettare i diritti dei palestinesi.”

Riley Livermore, maggiore dell’aeronautica militare, che quando ha dato le dimissioni a giugno ha affermato che l’amministrazione Biden “è complice di genocidio”, sostiene che, indipendentemente da chi sostituirà Biden, l’attuale contingenza presenta la possibilità di un punto di svolta nella politica statunitense riguardo alla guerra di Israele.

“Ciò detto, Biden non si è ritirato a causa delle pressioni su quanto è stata brutale la sua politica a Gaza. Dal mio punto di vista il genocidio in corso a Gaza ha avuto un impatto da minimo a nullo sulle pressioni perché rinunciasse. Sono ancora sconfortato dal fatto che al partito Democratico non importi dei palestinesi e continui ad offrire un sostegno incondizionato a Israele,” dice Livermore a The Intercept, ripetendo di aver dato le dimissioni a causa delle politiche di Biden su Gaza, non per la sua età.

Un importante consigliere democratico ha detto a The Intercept di essere stato molto preoccupato del procedimento affrettato per rimpiazzare il candidato, e che questo non ha avuto molto a che fare riguardo a come il sostegno di Biden a una guerra che a Gaza ha ucciso 15.000 minori possa aver irreparabilmente danneggiato le sue possibilità tra segmenti fondamentali dell’elettorato: “Il Paese ha bisogno di ascoltare un candidato contrario alla guerra che veda i palestinesi come esseri umani,” afferma. “È importante che il nostro prossimo candidato sia scelto attraverso un processo democratico in una convention aperta.”

Biden, molti rappresentanti eletti e assemblee di partito hanno già reso noto il loro sostegno alla vicepresidente Kamala Harris perché guidi il binomio democratico a novembre. E ci sono stati segnali che lei potrebbe allontanarsi dal sostegno incondizionato di Biden alla campagna militare israeliana a Gaza.

Alla fine dello scorso anno Harris avrebbe sollecitato la Casa Bianca ad essere più sensibile verso le sofferenze dei palestinesi e più decisa contro Netanyahu per cercare una pace a lungo termine. A marzo a Selma, Alabama, Harris ha fatto un discorso chiedendo con forza un “immediato cessate il fuoco” e sollecitando Israele a fare di più per incrementare il flusso di aiuti a Gaza. “Non ci sono scusanti,” ha insistito. Mentre sembrava che il discorso segnasse un cambiamento nella posizione dell’amministrazione sulla guerra, sono emerse alcune informazioni secondo cui funzionari del Consiglio per la Sicurezza Nazionale avevano edulcorato parti del suo intervento.

“Dobbiamo avere un obiettivo su cui iniziare a lavorare subito, per la pace e misure di sicurezza uguali per israeliani e palestinesi.” In seguito, sempre a marzo, Harris ha detto: “I palestinesi hanno il diritto all’autodeterminazione, alla dignità e dovremmo lavorare su questo.”

Queste notizie non sono passate inosservate alle persone che sperano in un cambiamento nella politica USA.

Livermore dice di essere fiducioso che se Harris diventerà il prossimo presidente coglierà l’opportunità per cambiare drasticamente la posizione statunitense verso Israele. “Harris ha l’alternativa tra ascoltare la sua umanità e la volontà della stragrande maggioranza del popolo americano o dare retta ai donatori e a particolari gruppi di interesse, continuando a rendere il genocidio parte del suo programma e così facendo a delegittimare gli Stati Uniti sul piano internazionale.”

“Dirigenti come me ed altri leader religiosi afroamericani che hanno firmato lettere aperte per fare pressione su Biden affinché chieda un cessate il fuoco permanente a Gaza pensano che, se candidata, Harris sarebbe molto più solidale con la causa palestinese,” ha affermato in una dichiarazione il reverendo Michael McBride, pastore e fondatore del Black Church PAC [Comitato delle Chiese Afroamericane]. “Ciò potrebbe contribuire a rivitalizzare una parte della base decisamente dubbiosa sul voto a Biden.”

Anche Waleed Shahid, cofondatore del Uncommitted National Movement [Movimento Nazionale Non Impegnato], che ha raccolto oltre 700.000 persone in tutto il Paese che hanno espresso voti di protesta contro l’appoggio incondizionato di Biden a Israele, ha notato una maggiore disponibilità dei dissenzienti nei confronti di Harris.

“Anche se non è affatto un’esponente della causa [palestinese], ho sentito molte persone notare che la vicepresidente Harris ha manifestato una reazione emotiva profondamente diversa verso le storie delle sofferenze dei palestinesi rispetto al presidente Biden,” ha affermato in una dichiarazione. “Mentre la vicepresidenza ha poteri limitati, molti ritengono che lei rappresenterebbe un miglioramento rispetto alla gravissima mancanza di empatia di Biden per i palestinesi e ai suoi legami con la vecchia guardia dell’AIPAC [principale associazione della lobby filo-israeliana negli USA, ndt.] all’interno del partito. Tuttavia scontrarsi con il potere dell’AIPAC nell’establishment del partito Democratico rimane un arduo compito indipendentemente da chi sia il candidato.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un mostruoso progetto di frode e autoinganno; quello che agli israeliani sfugge sugli insediamenti

Iris Leal

22 luglio 2024 – Haaretz/Opinioni

Mercoledì scorso ero a Kfar Tapuah, un insediamento coloniale nella Samaria [Giudea e Samaria sono i nomi usati da Israele per indicare la Cisgiordania, ndt.]. Il sole picchiava e una giovane donna, che spende i suoi giorni a tormentare i palestinesi rendendo la loro vita un inferno, passava tra due roulotte con un aspetto sciatto e trasandato.

Prima che partissimo da lì tre giovani hanno notato il nome Majdi sul nostro minibus, ci hanno inseguito, hanno picchiato sul cofano del motore e hanno preteso, davanti all’autista terrorizzato, di sapere perché a un arabo fosse stato permesso di entrare nella loro comunità.

Così giovani, eppure erano già esperti su come effettuare una profilazione razziale. Questa è l’immagine che ho portato con me da questo tour giornalistico organizzato dalla Geneve Iniziative [istituzione internazionale nata dall’Accordo di Ginevra tra Israeliani e Palestinesi elaborato nei 2003 a Ginevra, ndt.], una donna e alcuni giovani che immaginano di vivere in un mondo in cui possono impossessarsi della terra e tenersela senza impedimenti, perché i loro rappresentanti parlamentari esercitano un potere inimmaginabile.

Questo è il movimento di insediamento coloniale di cui parlano Bezalel Smotrich e Orit Strock di Sionismo Religioso, questo è il volto del “miracolo”. Non solo blocchi di insediamenti, ma anche alcune roulotte a Kfar Tapuah ed Evyatar che hanno come fine ultimo leliminazione di ogni possibilità di risolvere il conflitto con mezzi pacifici.

Oltre ad essere un progetto di rapina le colonie sono anche un enorme progetto di frode e autoinganno, che tutto Israele ha felicemente abbracciato. Neanche 24 ore dopo la Knesset  avrebbe adottato una risoluzione secondo la quale “La Knesset israeliana si oppone totalmente alla creazione di uno Stato palestinese a ovest del fiume Giordano”.

Un gruppo di persone ricche di fantasia che credono che dopo decenni di sanguinosa lotta nazionale palestinese saranno in grado di convincere milioni di persone ad essere sudditi nelle proprie terre, una terra che non hanno mai smesso di considerare come la loro patria. Zeev Elkin ha twittato, come uno sposo la prima notte di nozze, che la creazione di uno Stato palestinese nel cuore del Paese farebbe sì che il conflitto non abbia fine, al che mi sono chiesta: ma quale allucinogeno si è fumato?

Nel corso degli anni del suo governo Benjamin Netanyahu ha gestito il conflitto partendo dal falso presupposto che lesistenza dei palestinesi potesse essere cancellata dalla memoria, in Israele e allestero, ignorando la loro richiesta di uno Stato proprio. Riguardo agli Accordi di Abramo [accordi di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein del 13 agosto 2020,ndt.] ha detto con soddisfazione che sono la testimonianza di pace in cambio di pace e non di terra in cambio di pace.

Il 7 ottobre è stata una terribile dimostrazione del suo errore, e la consapevolezza mondiale della grave situazione dei palestinesi e della necessità fondamentale di una soluzione diplomatica non è mai stata così forte. Ma invece di correggere lerrore la Knesset lo ha scolpito nella pietra.

Il che ci porta alla sentenza di venerdì della Corte Internazionale di Giustizia. Per batterla sul tempo Smotrich ha annunciato che quella Corte è un’istituzione politica e antisemita, e che “noi traiamo la fonte del nostro diritto su tutte le parti della terra d’Israele dalla promessa divina”.

I giudici della corte mondiale sono rimasti meno impressionati dalla promessa divina e più dalla realtà, e hanno stabilito che la presenza israeliana in Cisgiordania e a Gerusalemme Est è illegale; che le azioni che Israele porta avanti in questi territori, compresa la costruzione di insediamenti coloniali e la loro espansione, equivalgono allannessione di ampie aree del territorio palestinese; che Israele non riesce a prevenire la violenza dei coloni contro i palestinesi e a punire i colpevoli; che sequestra la terra per l’insediamento dei coloni; e, cosa ancora più vergognosa, che Israele sta attuando un sistema di segregazione razziale tale da configurarsi probabilmente come regime di apartheid.

La risposta alla sentenza da parte di esponenti del sionismo religioso è stata unanime: “La risposta all’Aja – supremazia subito“. Netanyahu ha annunciato che nessuna nazione può essere considerata forza di occupazione nel proprio territorio, mentre il leader dellopposizione Yair Lapid ha affermato che la sentenza è lontana dalla realtà e viziata da antisemitismo.

Da Smotrich a Lapid, dalla destra messianica al centrosinistra, tutti scelgono di negare loccupazione e il fatto che essa sia la questione decisiva delle nostre vite.

I leader ciechi e codardi, che hanno lasciato la sinistra radicale a trattare con la realtà, continueranno a reprimere lespressione della parola apartheid. Ma tutti, su entrambi i lati della Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] che Israele ha cancellato, sentiranno presto le conseguenze della sentenza dellAia. Il gioco è finito.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il crollo del sionismo

Ilan Pappé

21 giugno 2024-The New Left Review

L’assalto di Hamas del 7 ottobre può essere paragonato a un terremoto che colpisce un vecchio edificio. Le crepe cominciavano già a farsi vedere, ma ora sono visibili fin dalle fondamenta. A più di 120 anni dalla sua nascita il progetto sionista in Palestina – l’idea di imporre uno Stato ebraico a un paese arabo, musulmano e mediorientale – potrebbe essere di fronte alla prospettiva del collasso? Storicamente una pluralità di fattori può causare il capovolgimento di uno stato. Può derivare da continui attacchi da parte dei paesi vicini o da una guerra civile cronica. Può derivare dal crollo delle istituzioni pubbliche che diventano incapaci di fornire servizi ai cittadini. Spesso inizia come un lento processo di disintegrazione che acquista slancio e poi, in un breve periodo di tempo, fa crollare strutture che una volta apparivano solide e stabili.

La difficoltà sta nell’individuare i primi indicatori. Qui sosterrò che questi sono più chiari che mai nel caso di Israele. Stiamo assistendo a un processo storico – o, più precisamente, all’inizio di uno – che probabilmente culminerà nella caduta del sionismo. E, se la mia diagnosi è corretta, allora stiamo anche entrando in una congiuntura particolarmente pericolosa. Perché una volta che Israele si renderà conto della portata della crisi, scatenerà una forza feroce e disinibita per cercare di contenerla, come fece il regime di apartheid sudafricano nei suoi ultimi giorni.

1.

Un primo indicatore è la frattura della società ebraica israeliana. Attualmente è composta da due schieramenti rivali che non riescono a trovare un terreno comune. La spaccatura deriva dalle anomalie nel definire l’ebraismo come nazionalismo. Mentre a volte l’identità ebraica in Israele è sembrata poco più che un argomento di dibattito teorico tra fazioni religiose e laiche, ora è diventata una lotta sul carattere della sfera pubblica e dello Stato stesso. Questa lotta viene combattuta non solo nei media ma anche nelle strade.

Un campo può essere definito lo “Stato di Israele”. Comprende ebrei europei più laici, liberali e soprattutto, ma non esclusivamente, appartenenti alla classe media e ai loro discendenti, che furono determinanti nella creazione dello Stato nel 1948 e rimasero egemoni al suo interno fino alla fine del secolo scorso. Non lasciatevi fuorviare, la loro difesa dei “valori democratici liberali” non influisce sulla loro adesione al sistema di apartheid che viene imposto in vari modi a tutti i palestinesi che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Il loro desiderio fondamentale è che i cittadini ebrei vivano in una società democratica e pluralista dalla quale gli arabi siano esclusi.

L’altro campo è lo “Stato della Giudea”, che si è sviluppato tra i coloni della Cisgiordania occupata. Gode ​​di livelli crescenti di sostegno all’interno del Paese e costituisce la base elettorale che ha assicurato la vittoria di Netanyahu alle elezioni del novembre 2022. La sua influenza ai vertici dell’esercito e dei servizi di sicurezza israeliani sta crescendo in modo esponenziale. Lo Stato della Giudea vuole che Israele diventi una teocrazia che si estenda su tutta la Palestina storica. Per raggiungere questo obiettivo è determinato a ridurre il numero dei palestinesi al minimo indispensabile e sta contemplando la costruzione di un Terzo Tempio al posto di al-Aqsa. I suoi membri credono che ciò consentirà loro di rinnovare l’era d’oro dei Regni Biblici. Per loro se gli ebrei laici rifiutano di unirsi a questo sforzo essi sono eretici quanto i palestinesi.

I due campi avevano cominciato a scontrarsi violentemente prima del 7 ottobre. Nelle prime settimane dopo l’assalto sembravano accantonare le loro divergenze di fronte a un nemico comune. Ma questa era un’illusione. Gli scontri di strada si sono riaccesi ed è difficile vedere cosa potrebbe portare alla riconciliazione. Il risultato più probabile si sta già svolgendo davanti ai nostri occhi. Più di mezzo milione di israeliani, appartenenti alla fazione “Stato di Israele”, hanno lasciato il Paese da ottobre, segno che il Paese viene inghiottito dallo “Stato di Giudea”. Si tratta di un progetto politico che il mondo arabo, e forse anche il mondo in generale, non tollererà a lungo termine.

2.

Il secondo indicatore è la crisi economica di Israele. La classe politica non sembra avere alcun piano per riequilibrare le finanze pubbliche in mezzo a conflitti armati perpetui, oltre a diventare sempre più dipendente dagli aiuti finanziari americani. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno, l’economia è crollata di quasi il 20%; da allora la ripresa è stata fragile. È improbabile che l’impegno di Washington di 14 miliardi di dollari possa invertire questa situazione. Al contrario la congiuntura economica non potrà che peggiorare se Israele porterà avanti la sua intenzione di entrare in guerra con Hezbollah e allo stesso tempo intensificherà l’attività militare in Cisgiordania, in un momento in cui alcuni paesi – tra cui Turchia e Colombia – hanno iniziato ad applicare misure economiche sanzionatorie.

La crisi è ulteriormente aggravata dall’incompetenza del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che incanala costantemente denaro verso gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, ma sembra per il resto incapace di gestire il suo dipartimento. Il conflitto tra lo “Stato di Israele” e lo “Stato di Giudea”, insieme agli eventi del 7 ottobre, sta portando alcune élite economiche e finanziarie a spostare i propri capitali fuori dallo Stato. Coloro che stanno pensando di delocalizzare i propri investimenti costituiscono una parte significativa del 20% degli israeliani che pagano l’80% delle tasse.

3.

Il terzo indicatore è il crescente isolamento internazionale di Israele che sta gradualmente diventando uno stato paria. Questo processo è iniziato prima del 7 ottobre, ma si è intensificato dall’inizio del genocidio. Ciò si riflette nelle posizioni senza precedenti adottate dalla Corte internazionale di giustizia e dalla Corte penale internazionale. In precedenza, il movimento globale di solidarietà con la Palestina era riuscito a galvanizzare le persone a partecipare alle iniziative di boicottaggio, ma non è riuscito a promuovere la prospettiva di sanzioni internazionali. Nella maggior parte dei paesi [occidentali, n.d.t.] il sostegno a Israele è rimasto incrollabile tra l’establishment politico ed economico.

In questo contesto le recenti decisioni della CIG e della CPI – secondo cui: è plausibile che Israele stia commettendo un genocidio; esso deve fermare la sua offensiva a Rafah; i suoi leader potrebbero essere arrestati per crimini di guerra – devono essere viste come un tentativo di tenere conto delle opinioni della società civile mondiale, invece di riflettere semplicemente l’opinione delle élite. I tribunali non hanno attenuato i brutali attacchi contro la popolazione di Gaza e della Cisgiordania. Ma hanno contribuito al crescente coro di critiche rivolte allo Stato israeliano, che provengono sempre più sia dall’alto che dal basso.

4.

Il quarto indicatore, interconnesso, è il cambiamento epocale tra i giovani ebrei di tutto il mondo. In seguito agli eventi degli ultimi nove mesi molti ora sembrano disposti ad abbandonare il loro legame con Israele e con il sionismo e a partecipare attivamente al movimento di solidarietà palestinese. Le comunità ebraiche, in particolare negli Stati Uniti, un tempo fornivano a Israele un’efficace immunità contro le critiche. La perdita, o almeno la perdita parziale, di questo sostegno ha importanti implicazioni per la posizione globale del Paese. L’AIPAC può ancora fare affidamento sui sionisti cristiani per assistere e puntellare i suoi membri, ma non sarà la stessa formidabile organizzazione senza un significativo elettorato ebraico. Il potere della lobby si sta erodendo.

5.

Il quinto indicatore è la debolezza dell’esercito israeliano. Non c’è dubbio che l’IDF rimanga una forza potente con armi all’avanguardia a sua disposizione. Eppure i suoi limiti sono stati messi in luce il 7 ottobre. Molti israeliani ritengono che l’esercito sia stato estremamente fortunato poiché la situazione avrebbe potuto essere molto peggiore se Hezbollah si fosse unito all’ attacco in modo coordinato. Da allora, Israele ha dimostrato di fare disperatamente affidamento su una coalizione regionale, guidata dagli Stati Uniti, per difendersi dall’Iran, il cui attacco di avvertimento in aprile ha visto il dispiegamento di circa 170 droni oltre a missili balistici e guidati. Oggi più che mai il progetto sionista dipende dalla rapida consegna di enormi quantità di rifornimenti da parte degli americani, senza i quali non potrebbe nemmeno combattere un piccolo esercito di guerriglieri nel sud.

C’è ora tra la popolazione ebraica del paese una percezione diffusa dell’impreparazione e dell’incapacità di Israele di difendersi. Ciò ha portato a forti pressioni per rimuovere l’esenzione militare per gli ebrei ultra-ortodossi – in vigore dal 1948 – e iniziare ad arruolarne a migliaia. Ciò difficilmente farà molta differenza sul campo di battaglia, ma riflette la portata del pessimismo nei confronti dell’esercito – che a sua volta ha approfondito le divisioni politiche all’interno di Israele.

6.

L’ultimo indicatore è la rinnovata energia delle giovani generazioni di palestinesi. Queste sono molto più unite, organicamente connesse e chiare riguardo alle loro prospettive rispetto all’élite politica palestinese. Dato che la popolazione di Gaza e della Cisgiordania è tra le più giovani al mondo questa nuova fascia di età avrà un’enorme influenza nel corso della lotta di liberazione. Le discussioni che hanno luogo tra i giovani gruppi palestinesi mostrano che sono preoccupati di creare un’organizzazione genuinamente democratica – o un’OLP rinnovata, o una nuova del tutto – che persegua una visione di emancipazione che è antitetica alla campagna dell’Autorità Palestinese per il riconoscimento come Stato. Sembrano preferire una soluzione a uno Stato rispetto a uno screditato modello a due Stati.

Saranno in grado di organizzare una risposta efficace al declino del sionismo? Questa è una domanda a cui è difficile rispondere. Al crollo di un progetto statale non sempre segue un’alternativa più brillante. Altrove in Medio Oriente – in Siria, Yemen e Libia – abbiamo visto quanto sanguinosi e prolungati possano essere i risultati. In questo caso si tratterebbe di decolonizzazione e il secolo scorso ha dimostrato che le realtà postcoloniali non sempre migliorano la condizione coloniale. Solo l’azione dei palestinesi può portarci nella giusta direzione. Credo che, prima o poi, una fusione esplosiva di questi indicatori porterà alla distruzione del progetto sionista in Palestina. Quando ciò accadrà, dobbiamo sperare che un robusto movimento di liberazione sia lì per riempire il vuoto.

Per più di 56 anni quello che è stato definito il “processo di pace” – un processo che non ha portato da nessuna parte – è stato in realtà una serie di iniziative americano-israeliane alle quali si chiedeva ai palestinesi di rispondere. Oggi la “pace” deve essere sostituita con la decolonizzazione e i palestinesi devono essere in grado di articolare la loro visione per la regione, mentre gli israeliani devono rispondere. Ciò segnerebbe la prima volta, almeno da molti decenni, in cui il movimento palestinese prenderebbe l’iniziativa di presentare le sue proposte per una Palestina postcoloniale e non sionista (o come verrà chiamata la nuova entità). Nel fare ciò, probabilmente guarderà all’Europa (forse ai cantoni svizzeri e al modello belga) o, più appropriatamente, alle vecchie strutture del Mediterraneo orientale, dove i gruppi religiosi secolarizzati si trasformarono gradualmente in gruppi etnoculturali che vivevano fianco a fianco nello stesso territorio.

Che le persone accolgano l’idea o la temano, il collasso di Israele è diventato prevedibile. Questa possibilità dovrebbe orientare il dibattito a lungo termine sul futuro della regione. Sarà inserito all’ordine del giorno man mano che le persone si renderanno conto che il tentativo secolare, guidato dalla Gran Bretagna e poi dagli Stati Uniti, di imporre uno Stato ebraico a un paese arabo sta lentamente giungendo al termine. Ha avuto abbastanza successo da creare una società di milioni di coloni, molti dei quali ora sono di seconda e terza generazione. Ma la loro presenza dipende ancora, come al loro arrivo, dalla capacità di imporre con la violenza la propria volontà a milioni di indigeni, che non hanno mai rinunciato alla lotta per l’autodeterminazione e la libertà nella loro patria. Nei decenni a venire i coloni dovranno abbandonare questo approccio e mostrare la loro volontà di vivere come cittadini con pari diritti in una Palestina liberata e decolonizzata.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Le violenze che non fanno mai notizia

Adam Horowitz

23 giugno 2024 – Mondoweiss

 

Le morti quotidiane e il numero delle vittime che abbiamo conteggiato da ottobre si riferiscono solo a coloro che sono stati uccisi direttamente dall’offensiva militare israeliana. E quelli che sono stati uccisi dalla distruzione di una società? Questa è una domanda che mi ha perseguitato per mesi. Cosa è successo ai pazienti oncologici? Come hanno fatto i palestinesi con altri problemi di salute a ottenere le cure di cui hanno bisogno?

Parte della risposta è stata chiarita da una storia di Tareq Hajjaj che abbiamo pubblicato questa settimana sulle condizioni del settore medico a Gaza. I momenti di violenza più scioccanti di cui siamo stati testimoni nei passati 8 mesi, l’assedio degli ospedali, il massacro dei palestinesi che cercavano di ricevere aiuti, lo sfollamento forzato di oltre 2 milioni di persone sotto la minaccia delle armi sono solo la punta dell’iceberg della violenza a cui sono stati sottoposti i palestinesi di Gaza.

Tareq racconta la storia di Nabil Kuhail, un paziente di 3 anni affetto da leucemia che semplicemente non ha potuto ricevere le cure mediche necessarie perché gli ospedali di Gaza sono stati distrutti. “La storia di Nabil è una di tante,” scrive Tareq. “Sono innumerevoli i pazienti che lottano per avere i trattamenti per varie malattie, quelle comuni spesso più mortali di quelle serie.”

Tale distruzione della vita palestinese è la prova dell’intento genocida di Israele a Gaza. E, come Jonathan Ofir ci ha aiutato a confermare questa settimana, il sostegno per queste politiche si estende a tutto lo spettro politico israeliano, inclusi quelli spesso lodati in Occidente come i campioni più progressisti della “democrazia” israeliana.”

Naturalmente questa violenza quotidiana che i palestinesi affrontano oltre a quella riportata nei titoli dei giornali non è solo nella Striscia di Gaza. Shatha Hanaysha ci ha riferito del caso di sadismo dei soldati israeliani che hanno usato un palestinese ferito come scudo umano durante un attacco a Jenin in Cisgiordania questo fine settimana. 

Shatha racconta:

Un testimone oculare che preferisce rimanere anonimo ha detto a Mondoweiss che i soldati israeliani hanno deliberatamente maltrattato il ferito.

Sembrava che lo facessero per divertirsi,” ha detto il testimone, aggiungendo che l’uomo non era né ricercato né un combattente della resistenza, ma un civile disarmato. Ciò era evidente dal fatto che i militari israeliani non l’hanno arrestato, ma l’hanno consegnato all’ambulanza palestinese dopo che era rimasto legato sul cofano del veicolo per parecchi minuti nel caldo estivo.

Questa storia probabilmente non arriverà sulle testate internazionali ma ci dice di più sulla realtà dell’occupazione israeliana e l’apartheid che testimoniano molte relazioni sui diritti umani. 

E le minacce di violenza sembrano solo aumentare. Leggete questa relazione di Qassam Muaddi sulla crescente minaccia di un attacco israeliano su larga scala contro il Libano. Come chiarisce Qassam, probabilmente spetterà all’amministrazione Biden fermare un attacco israeliano che potrebbe avere conseguenze regionali gigantesche e devastanti. Sfortunatamente sembra che gli USA non vogliano opporsi a Israele. 

Tuttavia gli sforzi della politica statunitense continuano con molti occhi puntati sulle imminenti elezioni USA. Questa settimana Michael Arria ha delineato due importanti tentativi di sfidare lo status quo politico. 

Da quando la campagna “Uncommitted” per esprimere disapprovazione verso l’amministrazione Biden ha cominciato a comparire a sorpresa sui titoli dei giornali durante le primarie del partito Democratico la domanda è: cosa succederà dopo? Questa settimana Michael ha parlato con Lexis Zeidan, co-direttore di Listen to Michigan, per scoprirlo. Michael ha anche parlato con Usamah Andrabi, portavoce di Justice Democrats, sulla coalizione Reject AIPAC [Contro AIPAC, principale organizzazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndt.] per un podcast di Mondoweiss. Per favore, prestategli ascolto.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




In che modo Israele distorce le accuse di antisemitismo per proiettare i propri crimini sui palestinesi

Amos Goldberg e Alon Confino

21 maggio 2024 – +972 Magazine

Il contenuto delle istigazioni attribuite da Israele e dai suoi sostenitori ai palestinesi viene apertamente affermato dai politici israeliani e attuato dallesercito israeliano.

Sulla scia della proliferazione di accampamenti studenteschi filo-palestinesi nei campus universitari americani, le accuse di antisemitismo sono tornate al centro del discorso politico statunitense e globale. Indubbiamente, come hanno sottolineato Peter Beinart e altri, in alcune di queste proteste sono apparse espressioni di antisemitismo, ma la loro prevalenza è stata notevolmente esagerata. In effetti, influenti personaggi ebrei e non ebrei nei media e nella politica hanno deliberatamente cercato di creare un panico morale pubblico confondendo le dure critiche a Israele e al sionismo con lantisemitismo.

Questa fusione è il risultato di una campagna decennale condotta da Israele e dai suoi sostenitori in tutto il mondo per ostacolare lopposizione alle violente politiche statali di occupazione, apartheid e dominio sui palestinesi, che negli ultimi sette mesi hanno assunto proporzioni immense e plausibilmente genocide.

Questa strategia non è solo cinica, ipocrita e dannosa per la lotta essenziale contro il vero antisemitismo. Permette anche a Israele e ai suoi sostenitori, come qui sosterremo, di negare i crimini e il discorso violento di Israele invertendoli e proiettandoli sui palestinesi e sui loro sostenitori, e chiamando ciò antisemitismo.

Questo meccanismo psico-discorsivo di inversione e proiezione è alla base del documento fondamentale della cosiddetta lotta contro lantisemitismo”: la definizione di antisemitismo dell International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per la Memoria dellOlocausto] (IHRA), che Israele e i suoi alleati promuovono aggressivamente in tutto il mondo.

In risposta alle proteste studentesche la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha recentemente approvato un disegno di legge che, se approvato dal Senato, trasformerebbe in legge questa definizione, nonostante il fatto che la stessa IHRA la descriva come una definizione operativa giuridicamente non vincolante.”

Inversione e proiezione attraverso una definizione

L’IHRA è un’influente organizzazione internazionale composta da 35 Stati membri principalmente del Nord del mondo (compresi Israele e l’Europa orientale). Nel 2016 lorganizzazione ha adottato una definizione operativa di antisemitismo che include una vaga connessione dellantisemitismo all’ odio verso gli ebrei” insieme a 11 esempi che pretendono di illustrarlo; sette di questi si concentrano su Israele, equiparando essenzialmente allantisemitismo la critica a Israele e lopposizione al sionismo. Ciò ha quindi scatenato enormi polemiche nel mondo ebraico e non solo, nonostante la sua adozione da parte di decine di Paesi e centinaia di organizzazioni, da università a società calcistiche.

Nel corso degli anni sono stati registrati infiniti esempi che dimostrano come questa definizione serva a frenare la libertà di parola, a mettere a tacere le critiche nei confronti di Israele perseguendo chiunque le muova. Tanto che Kenneth Stern, che è stato il principale estensore della definizione, ne è diventato il principale oppositore. Definizioni alternative come la Dichiarazione di Gerusalemme sullantisemitismo (tra i cui promotori e redattori figurano gli autori di questo articolo) sono state suggerite come strumenti più accurati e meno politicamente distorti da utilizzare per scopi educativi nella lotta allantisemitismo.

Fondamentalmente, la definizione dellIHRA è una manifestazione del meccanismo di inversione e proiezione attraverso il quale Israele e i suoi sostenitori negano i crimini di Israele e li attribuiscono ai palestinesi. Uno degli esempi della definizione afferma, ad esempio, che negare al popolo ebraico il diritto allautodeterminazione” è antisemita. Eppure la politica ufficiale di Israele di insediamento coloniale, occupazione e annessione negli ultimi decenni ha negato al popolo palestinese il diritto allautodeterminazione.

Questa politica è stata intensificata sotto Benjamin Netanyahu, che nel gennaio 2024 ha pubblicamente promesso di opporsi a qualsiasi tentativo di creare uno Stato palestinese. Inoltre, facendo eco alla Legge sullo Stato-Nazione ebraico del 2018, i principi guida fondamentali della coalizione di governo dichiarano che il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su tutte le aree della Terra di Israele”. Mentre Israele ostacola attivamente lautodeterminazione palestinese, la definizione dellIHRA inverte questa affermazione e la proietta sugli stessi palestinesi, definendola antisemitismo.

Secondo la definizione dellIHRA fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista” è un altro esempio di antisemitismo. Anche qui il modello di inversione e proiezione è evidente, poiché Israele e i suoi sostenitori collegano continuamente gli arabi e soprattutto i palestinesi ai nazisti.

Questo è un discorso profondamente radicato e molto popolare in Israele. Parte da David Ben-Gurion, il primo presidente del consiglio israeliano, che vedeva gli arabi che combattevano Israele come i successori dei nazisti e giunge fino a Benjamin Netanyahu, che sostiene che Hamas è il nuovo nazismo e al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha recentemente affermato che ci sono 2 milioni di nazisti nella Cisgiordania occupata.

Alla luce di queste ipocrisie, laffermazione contenuta nella definizione dellIHRA secondo cui applicare doppi standard” nei giudizi morali su Israele è antisemita è un ulteriore esempio di questo meccanismo di inversione e proiezione. La stessa definizione dellIHRA utilizza doppi standard: mentre a Israele è consentito negare ai palestinesi il diritto allautodeterminazione e paragonarli ai nazisti, la definizione afferma che negare agli ebrei il diritto allautodeterminazione e tracciare collegamenti tra la politica israeliana e quella nazista è antisemita.

In difesa del genocidio

Come rilevato durante la recente audizione al Congresso degli Stati Uniti di tre rettrici di università americane d’élite, questo meccanismo psico-discorsivo va oltre la definizione dellIHRA. Un momento chiave ha fatto seguito alla domanda della deputata repubblicana Elise Stefanik alle rettrici se le loro istituzioni avrebbero tollerato le denunce riguardanti il genocidio contro gli ebrei.

“Presumo che lei abbia familiarità con il termine intifada, giusto?” ha chiesto Stefanik a Claudine Gay, rettrice dell’Università di Harvard. E lei comprende,” ha continuato, che luso del termine intifada nel contesto del conflitto arabo-israeliano è effettivamente un appello alla resistenza armata violenta contro lo Stato di Israele, compresa la violenza contro i civili e il genocidio degli ebrei. Ne è a consapevole?”

Questa equazione tra intifada e genocidio è infondata: intifada è la parola araba per una rivolta popolare contro loppressione e per la liberazione e la libertà (il verbo intafad انتفاض significa letteralmente scrollarsi di dosso”). Si tratta di un appello all’emancipazione ripetuto più volte nel mondo arabo contro i regimi oppressivi, e non solo contro Israele. Unintifada può essere violenta, come lo è stata la Seconda Intifada in Israele-Palestina tra il 2000 e il 2005, o non violenta, come lo è stata in larga misura la Prima Intifada tra il 1987 e il 1991, o l’“Intifada di WhatsApp” in Libano nel 2019. Detto questo, l’unica traccia di genocidio risiede nell’immaginazione di Stefanik e dei suoi pari. Questo è stato un momento fatale: Stefanik ha teso una trappola a Gay e Gay ci è caduta.

Un altro esempio di falsa e insidiosa accusa è laffermazione di Israele e dei suoi sostenitori secondo cui lo slogan di liberazione palestinese Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” sarebbe genocida e antisemita. Come hanno sostenuto gli storici Maha Nasser, Rashid Khalidi e altri, la stragrande maggioranza dei palestinesi e dei loro sostenitori che scandiscono questo slogan vuole semplicemente dire che la terra della Palestina storica sarà liberata politicamente – nel ripudio assoluto dellattuale realtà della mancanza di libertà sotto varie forme per i palestinesi che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Ciò potrebbe assumere la forma di uno Stato con uguali diritti per tutti, di due Stati nazionali completamente indipendenti o di una sorta di accordo binazionale o confederale.

In entrambi questi casi, Israele e i suoi sostenitori trovano un appello al genocidio contro gli ebrei laddove questo non esiste. Eppure in Israele, dopo i massacri e le atrocità del 7 ottobre, solo nei primi tre mesi molti leader israeliani, ministri del gabinetto di guerra, politici, giornalisti e rabbini hanno invocato esplicitamente e apertamente un genocidio a Gaza in più di 500 casi documentati, alcuni dei quali nel corso di programmi televisivi in prima serata. Ciò è stato evidenziato in modo scioccante davanti agli occhi del mondo intero nella causa che il Sud Africa ha presentato contro Israele a dicembre presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ).

Tra di loro, ad esempio, il presidente Isaac Herzog, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu. Più recentemente, linfluente rabbino Eliyahu Mali ha esortato lesercito israeliano a uccidere tutti i bambini e le donne a Gaza, mentre [il ministro delle Finanze] Smotrich ha chiesto lannientamento totale delle città di Rafah, Deir al-Balah e Nuseirat. Tali voci rappresentano unampia fascia dellopinione pubblica israeliana e corrispondono a ciò che sta realmente accadendo sul campo.

Il 26 gennaio la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza provvisoria in cui dichiara che esiste un rischio plausibile” che il diritto dei palestinesi ad essere protetti dal genocidio venga violato. Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata, con Israele che ha esteso la sua invasione a Rafah e ha deliberatamente affamato la popolazione di Gaza di 2,3 milioni di persone.

Molti studiosi di genocidio – tra cui Raz Segal, Omer Bartov, Ronald Grigor Suny, Marion Kaplan, Amos Goldberg e Victoria Sanford – sono giunti più o meno alla stessa conclusione della Corte Internazionale di Giustizia. Anche la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, nel suo recente rapporto Anatomia di un genocidio”, ha affermato che ci sono ragionevoli motivi per ritenere che la soglia che indica che Israele abbia commesso un genocidio sia stata raggiunta”.

Pertanto funzionari e personaggi pubblici israeliani dichiarano esplicitamente e apertamente, e lesercito israeliano mette in atto, i contenuti delle accuse di istigazione rivolte da Israele e dai suoi sostenitori contro i palestinesi. E mentre i palestinesi e i loro sostenitori inneggiano alla liberazione dal fiume al mare”, Israele sta rafforzando la supremazia ebraica dal fiume al mare” sotto forma di occupazione, annessione e apartheid.

Suggeriamo quindi di interpretare questa inversione e proiezione non solo come un classico caso di doppi standard ipocriti contro i palestinesi, ma anche – come spesso accade con i processi di proiezione – come un meccanismo di difesa attraverso la negazione. Israele e i suoi sostenitori non possono smentire loppressiva struttura dellapartheid dello Stato, la delegittimazione dei palestinesi, o la retorica e i crimini genocidi, quindi distorcono queste accuse e le trasferiscono sui palestinesi.

La cosiddetta lotta contro lantisemitismo” che Israele e i suoi sostenitori stanno conducendo, fondata sulla definizione di antisemitismo dellIHRA, dovrebbe quindi essere vista come lennesimo mezzo utilizzato da uno Stato potente per negare i suoi atti criminali e le atrocità di massa. Il governo degli Stati Uniti deve assolutamente respingerlo.

Amos Goldberg è un docente di storia dell’Olocausto. I suoi libri più recenti sono Trauma in First Person: Diary Writing during lOlocausto” [Trauma in prima persona: note di diario durante l’Olocausto] e un libro co-edito con Bashir Bashir, The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History.” [ed. italiana: Olocausto e Nakba”, Zikkaron]

Alon Confino è titolare della cattedra Pen Tishkach di studi sull’Olocausto presso l’Università del Massachusetts, Amherst. Il suo libro più recente è “A World Without Jews: The Nazi Imagination from Persecution to Genocide” [ed. Italiana: Un mondo senza ebrei. L’immaginario nazista dalla persecuzione al genocidio”, Mondadori].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)