Ripensare la nostra definizione di apartheid: non solo un regime politico

27 agosto 2017, Al-Shabaka

Haidar Eid, Andy Clarno

Sintesi

Poiché Israele intensifica il suo progetto di insediamenti coloniali, l’apartheid è diventato un quadro di riferimento sempre più importante per comprendere e contrastare il ruolo di Israele nella Palestina storica. Sicuramente, Nadia Hijab e Ingrid Jaradat Gassner sono convincenti nella loro affermazione che l’apartheid è la cornice analitica più strategica. Nel marzo 2017 la Commissione Economica e Sociale per l’Asia occidentale dell’ONU (ESCWA) ha pubblicato un possente rapporto che documenta le violazioni israeliane del diritto internazionale e conclude che Israele ha instaurato un “regime di apartheid” che opprime e domina l’intero popolo palestinese.

In base al diritto internazionale, l’apartheid è un crimine contro l’umanità e gli Stati possono essere resi responsabili delle proprie azioni. Tuttavia il diritto internazionale ha i suoi limiti. Un problema specifico riguarda ciò che manca nella definizione giuridica internazionale di apartheid. Poiché la definizione si incentra solamente sul regime politico, non fornisce una solida base per criticare gli aspetti economici dell’apartheid. Per affrontare questo problema, proponiamo una definizione alternativa di apartheid, che si è affermata durante la lotta in Sudafrica negli anni ’80 ed ha ottenuto consenso tra i militanti, a causa dei limiti della decolonizzazione in Sudafrica dopo il 1994 – una definizione che riconosce l’apartheid come strettamente connesso al capitalismo.

Questo documento politico esplicita in dettaglio ciò che il movimento di liberazione della Palestina può apprendere dalla situazione del Sudafrica, riconoscendo in particolare l’apartheid sia come sistema di discriminazione razziale legalizzata che come sistema di capitalismo basato sulla razza. Esso si conclude con dei suggerimenti su come i palestinesi possono contrastare questo doppio sistema per ottenere una pace giusta e duratura fondata sull’uguaglianza sociale ed economica.

La forza ed i limiti del diritto internazionale

La Convenzione Internazionale dell’ONU sull’eliminazione e la punizione del crimine di apartheid definisce l’apartheid come un crimine che implica “atti inumani compiuti al fine di stabilire e mantenere il dominio di un gruppo razziale di persone su ogni altro gruppo razziale di persone ed opprimerle sistematicamente.” Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale definisce l’apartheid come un crimine che implica “un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo razziale su un altro o altri gruppi razziali.”

Sulla base di un’accurata lettura di questi statuti, il rapporto ESCWA analizza la politica israeliana in quattro ambiti. Documenta la discriminazione legale formale contro i palestinesi cittadini di Israele; il doppio sistema giuridico nei Territori Palestinesi Occupati (TPO); i fragili diritti di residenza dei palestinesi di Gerusalemme; il rifiuto israeliano di permettere ai rifugiati palestinesi di esercitare il diritto al ritorno. Il rapporto conclude che il regime di apartheid israeliano agisce attuando una frammentazione del popolo palestinese e il suo assoggettamento a differenti forme di dominio razziale.

La forza dell’analisi dell’apartheid è risultata evidente dal modo in cui gli USA ed Israele hanno reagito al rapporto. L’ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU ha denunciato il rapporto e ha sollecitato il Segretario Generale ONU a respingerlo. Il Segretario generale ha fatto pressione su Rima Khalaf, capo dell’ESCWA, perché cancellasse il rapporto. Rifiutando di farlo, lei si è dimessa dal suo incarico.

L’importanza del rapporto ESCWA non può essere sopravvalutata. Per la prima volta un organismo dell’ONU ha affrontato formalmente la questione dell’apartheid in Palestina/Israele. Ed il rapporto ha preso in considerazione le politiche israeliane verso i palestinesi nel loro insieme, anziché incentrarsi su una parte della popolazione. Sollecitando gli Stati membri e le organizzazioni della società civile a far pressione su Israele, il rapporto ONU dimostra anche l’utilità del diritto internazionale come strumento per rendere responsabili regimi come Israele.

Tuttavia, pur riconoscendo l’importanza del diritto internazionale, formula delle critiche evidenziando i suoi limiti. Anzitutto, le leggi internazionali sono valide solo quando recepite ed applicate dagli Stati e la struttura gerarchica del sistema prevede un gruppo di Stati con potere di veto. La rapida cancellazione del rapporto ESCWA ha reso evidenti questi limiti. Inoltre c’è un problema più specifico relativamente alla definizione internazionale dell’apartheid come sopra riportata. Incentrandosi soltanto sul regime politico, la definizione giuridica non fornisce una solida base di critica agli aspetti economici dell’apartheid e sicuramente spiana la strada ad un futuro post-apartheid in cui prevale la discriminazione economica.

Il capitalismo su base razziale e i limiti della liberazione del Sudafrica

Negli anni ’70 e ’80 i neri sudafricani si impegnarono in vivaci dibattiti sul come interpretare il sistema di apartheid contro cui combattevano. Il gruppo più potente all’interno del movimento di liberazione – l’African National Congress (ANC) ed i suoi alleati – sosteneva che l’apartheid fosse un sistema di dominazione razziale e che la lotta dovesse concentrarsi sull’eliminazione delle politiche razziali e sulla richiesta di uguaglianza in base alla legge. I neri radicali rifiutavano questa analisi. Il dialogo tra il Movimento della Coscienza Nera ed i marxisti indipendenti portò ad una definizione alternativa di apartheid come sistema di “capitalismo sulla base della razza”. I neri radicali insistevano che la lotta dovesse affrontare contemporaneamente lo Stato ed il sistema capitalistico su base razziale. Prevedevano che, se non fossero stati combattuti sia il razzismo che il capitalismo, il Sudafrica del dopo apartheid sarebbe rimasto diviso e iniquo.

La transizione degli ultimi 20 anni ha dato ragione a questa tesi. Nel 1994 l’apartheid legale fu abolito e i neri sudafricani hanno conquistato l’uguaglianza per legge – compreso il diritto al voto, a vivere in qualunque luogo ed a spostarsi senza permessi. La democratizzazione dello Stato è stata una notevole conquista. Certo, la transizione sudafricana dimostra la possibilità di coesistenza pacifica sulla base dell’uguaglianza giuridica e del reciproco riconoscimento. Questo è ciò che rende il Sudafrica così convincente per molti palestinesi e alcuni israeliani che cercano un’alternativa alla frammentazione ed al fallimento di Oslo.

Nonostante la democratizzazione dello Stato, la transizione sudafricana non ha preso in considerazione le strutture del capitalismo sulla base della razza. Nel corso dei negoziati, l’ANC fece importanti concessioni per ottenere l’appoggio dei bianchi sudafricani e dell’elite capitalista. Soprattutto, l’ANC accettò di non nazionalizzare la terra, le banche e le miniere ed invece accettò garanzie costituzionali per la distribuzione della proprietà privata vigente – nonostante la storia di spoliazione coloniale. Inoltre il governo dell’ANC adottò una strategia economica neoliberista, promuovendo il libero commercio, l’industria per l’esportazione e la privatizzazione delle imprese statali e dei servizi municipali. Il risultato è che il Sudafrica post-apartheid è uno dei Paesi più ineguali al mondo.

La ristrutturazione neoliberista ha fatto emergere una piccola élite nera ed una crescente classe media nera in alcune parti del Paese. Ma la vecchia élite bianca controlla ancora la gran maggioranza della terra e della ricchezza in Sudafrica. La deindustrializzazione e la quota crescente di popolazione costretta a contare su lavori precari ha indebolito il movimento dei lavoratori, intensificato lo sfruttamento della classe lavoratrice nera e prodotto una crescente sovrappopolazione su base razziale che soffre di una permanente disoccupazione strutturale. Il tasso di disoccupazione raggiunge il 35%, se si includono coloro che hanno rinunciato a cercare lavoro. In certe zone il tasso di disoccupazione supera il 60% ed i lavori disponibili sono precari, a breve termine e a bassi salari. (1)

I neri poveri si confrontano anche con una grave carenza di terre e di abitazioni. Invece di ridistribuire le terre, il governo dell’ANC ha adottato un programma basato sul mercato attraverso cui lo Stato aiuta i clienti neri ad acquistare terre di proprietà di bianchi. Questo ha dato avvio al sorgere di una piccola classe di ricchi proprietari terrieri neri, ma solo il 7,5% della terra sudafricana è stata ridistribuita. Di conseguenza, la maggior parte dei neri sudafricani resta senza terra e le élite bianche continuano ad avere la proprietà della maggior parte della terra. Analogamente, il crescente costo delle case ha moltiplicato il numero di persone che vivono in baracche, edifici occupati e sistemazioni informali, nonostante i sussidi statali e le garanzie costituzionali riguardo al diritto ad una casa decente.

Nel Sudafrica del post-apartheid la razza continua a determinare un accesso ineguale alla casa, all’educazione e al posto di lavoro. Modella anche la rapida crescita della sicurezza privata. Approfittando dei timori razziali riguardo alla criminalità, la sicurezza privata ha costituito l’industria cresciuta più rapidamente in Sudafrica dagli anni ’90. Le compagnie di sicurezza private e le associazioni di abitanti facoltosi hanno trasformato le periferie storicamente bianche in comunità fortificate, caratterizzate da muri intorno alle proprietà private, cancellate che circondano i quartieri, sistemi d’allarme, pulsanti antipanico, servizi di sorveglianza, pattuglie di quartiere, video sorveglianza e squadre armate di intervento rapido. Questi sistemi privatizzati di sicurezza residenziale si basano sulla violenza e sulla categorizzazione su base razziale che prende di mira i neri e i poveri.

Secondo il diritto internazionale, l’apartheid si estingue con la trasformazione dello Stato razzista e l’eliminazione della discriminazione razziale legalizzata. Eppure anche un esame superficiale del Sudafrica dopo il 1994 rivela i tranelli di tale approccio e segnala l’importanza di ripensare le nostre definizioni di apartheid. L’uguaglianza giuridica formale non ha prodotto una reale trasformazione sociale ed economica. Al contrario, il neoliberismo del capitalismo su base razziale ha consolidato l’ineguaglianza creata da secoli di colonizzazione e apartheid. La razza resta una forza motrice dello sfruttamento e dell’abbandono, nonostante la vernice liberale dell’uguaglianza giuridica. Le lodi del governo guidato dall’ANC cercano di nascondere l’impatto del capitalismo neoliberista su base razziale nel Sudafrica dopo il 1994.

Le critiche all’apartheid israeliana hanno ampiamente ignorato i limiti della trasformazione in Sudafrica. Invece di considerare l’apartheid un sistema di capitalismo basato sulla razza, la maggior parte delle critiche all’apartheid israeliano si basa sulla definizione giuridica internazionale di apartheid come sistema di dominazione razziale. Certamente queste critiche sono state molto produttive. Hanno affinato l’analisi del governo israeliano, contribuito allo sviluppo delle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) e fornito una base giuridica agli sforzi per rendere Israele responsabile [delle sue azioni]. L’importanza del diritto internazionale in quanto risorsa per le comunità in lotta non deve essere sminuita.

Ma l’analisi e l’organizzazione possono andare anche oltre, considerando l’apartheid un sistema di capitalismo sulla base della razza, piuttosto che basandosi così rigidamente sulle definizioni giuridiche internazionali. Attribuendo un valore differente alle vite ed al lavoro delle persone, i regimi di capitalismo su base razziale intensificano lo sfruttamento, esponendo i gruppi marginalizzati alla morte precoce, all’abbandono o all’eliminazione. Quindi il concetto di capitalismo su base razziale evidenzia la contemporanea costituzione dell’accumulazione di capitale e della cultura razziale e afferma che non è possibile eliminare sia la dominazione razziale che la disuguaglianza di classe senza combattere il sistema nel suo complesso.

Considerare l’apartheid come un sistema di capitalismo sulla base della razza ci permette di prendere seriamente in considerazione i limiti della liberazione in Sudafrica. Lo studio del successo della lotta sudafricana è stato molto produttivo per il movimento di liberazione palestinese; anche comprendere i suoi limiti può rivelarsi produttivo. Anche se i neri sudafricani hanno conquistato l’uguaglianza giuridica formale, la mancata attenzione agli aspetti economici dell’apartheid ha posto seri limiti alla decolonizzazione. In una parola, l’apartheid non è finito – è stato ristrutturato. Basarsi troppo strettamente sulla definizione giuridica internazionale di apartheid potrebbe condurre a problemi simili nel percorso in Palestina. Solleviamo questa questione come monito preventivo, nella speranza che possa contribuire allo sviluppo di strategie per contrastare contemporaneamente il razzismo ed il capitalismo neoliberista di Israele.

Il capitalismo sulla base della razza in Palestina/Israele

Vedere l’apartheid da questo punto di vista ci permette anche di comprendere che il colonialismo da insediamento israeliano ora agisce attraverso il capitalismo neoliberista su base razziale. Negli ultimi 25 anni Israele ha intensificato il suo progetto coloniale sotto l’apparenza della pace. Tutta la Palestina storica continua ad essere soggetta alla dominazione israeliana, che lavora ad una frammentazione della popolazione palestinese. (Gli accordi di) Oslo hanno messo Israele in grado di frammentare ulteriormente i Territori Palestinesi Occupati e di integrare il dominio militare diretto con elementi di dominazione indiretta. La Striscia di Gaza è stata trasformata in un “campo di concentramento” e in una specie di “riserva indiana” attraverso un assedio mortale e medievale, descritto da Richard Falk come una “preludio al genocidio” e da Ilan Pappe come un “ genocidio progressivo”. In Cisgiordania la nuova strategia coloniale israeliana consiste nel concentrare la popolazione palestinese nelle aree A e B e colonizzare l’area C. Invece di garantire ai palestinesi libertà ed uguaglianza, Oslo ha ristrutturato i rapporti di dominio. In breve, Oslo ha intensificato, invece di invertirlo, il progetto coloniale israeliano.

La riorganizzazione della dominazione israeliana è proceduta di pari passo alla ristrutturazione neoliberista dell’economia. A partire dagli anni ’80 Israele ha messo in atto una profonda trasformazione da un’economia statale incentrata sul consumo interno ad un’economia imprenditoriale integrata nei circuiti del capitale globale. La ristrutturazione neoliberista ha prodotto grandi profitti d’impresa smantellando al contempo il welfare, indebolendo il movimento dei lavoratori ed aumentando le disuguaglianze. I negoziati di Oslo sono stati un perno di questo progetto. Shimon Peres e l’élite imprenditoriale israeliana hanno sostenuto che il “processo di pace” avrebbe aperto i mercati del mondo arabo al capitale statunitense ed israeliano e favorito l’integrazione di Israele nell’economia globale. (2) Dopo Oslo, Israele ha subito sottoscritto accordi di libero commercio con Egitto e Giordania.

La ristrutturazione neoliberista ha permesso ad Israele di condurre la sua nuova strategia coloniale riducendo in modo significativo la sua dipendenza dalla forza lavoro palestinese. La transizione israeliana verso un’economia ad alta tecnologia ha ridotto la domanda di lavoratori industriali ed agricoli. Gli accordi di libero scambio hanno permesso alle aziende israeliane di trasferire la produzione dai terzisti palestinesi alle aree di produzione per l’esportazione nei Paesi vicini. Il crollo dell’Unione Sovietica seguito dalla “dottrina shock” neoliberista ha spinto oltre un milione di ebrei russi a cercare nuove opportunità in Israele. E la ristrutturazione neoliberista su scala globale ha portato all’immigrazione di 300.000 lavoratori dall’Asia e dall’Europa dell’est. Questi gruppi ora si contendono con i palestinesi i posti di lavoro con bassi salari che sono rimasti. Quindi lo Stato colonialista ha usato la ristrutturazione neoliberista per programmare la flessibilità [come manodopera] della popolazione palestinese.

La vita per i palestinesi della classe lavoratrice è diventata sempre più precaria. Con l’accesso limitato al lavoro in Israele, la povertà e la disoccupazione sono aumentate vertiginosamente nelle enclave palestinesi. Benché l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) abbia sempre appoggiato l’impostazione neoliberista di un’economia a conduzione privata, orientata all’esportazione e al libero mercato, inizialmente ha reagito alla crisi occupazionale creando migliaia di posti di lavoro nel settore pubblico.

Tuttavia a partire dal 2007 l’ANP ha seguito un programma economico rigidamente neoliberista che implica tagli al pubblico impiego ed un’espansione degli investimenti del settore privato. A dispetto di questi piani, il settore privato rimane debole e frammentato. I progetti di aree industriali lungo il muro illegale di Israele, che si snoda attraverso i Territori Palestinesi Occupati, sono ampiamente falliti a causa delle restrizioni israeliane all’importazione e all’esportazione e del costo relativamente alto della forza lavoro palestinese in confronto a quella di Egitto e Giordania.

Benché le politiche neoliberiste abbiano reso la vita sempre più difficile per la classe lavoratrice palestinese, hanno però contribuito allo sviluppo di una piccola élite palestinese nei TPO, composta da dirigenti dell’ANP, capitalisti palestinesi e funzionari di ONG. Chi visita Ramallah è spesso sorpreso di vedere palazzi sontuosi, ristoranti di lusso, alberghi a cinque stelle e automobili di lusso. Non sono indicatori di un’economia prospera, ma piuttosto di una crescente divisione di classe. Analogamente è emersa a Gaza dal 2006 una nuova borghesia legata ad Hamas. La sua ricchezza deriva dalla declinante “industria dei tunnel”, un monopolio sui materiali edili contrabbandati dall’Egitto e sui limitati prodotti importati da Israele. Le élite sia di Fatah che di Hamas accumulano le proprie ricchezze da attività non produttive e sono caratterizzate dalla totale assenza di strategia politica . Haidar Eid definisce tutto questo ‘Oslizzazione’ in Cisgiordania e ‘Islamizzazione’ nella Striscia di Gaza.

Inoltre, arruolarsi delle forze di repressione è diventata una delle rare opportunità di lavoro disponibili per la maggioranza dei palestinesi, soprattutto dei giovani. Anche se alcuni degli impieghi presso l’ANP sono nel campo dell’educazione e della sanità, la maggior parte sono nelle forze di sicurezza. Come ha dimostrato Alaa Tartir (direttore del programma di Al-Shabaka, ndtr.), queste forze hanno il compito di proteggere la sicurezza di Israele. Dal 2007 sono state riorganizzate sotto la supervisione degli Stati Uniti. Con oltre 80.000 effettivi, le nuove forze di sicurezza dell’ANP sono addestrate dagli USA in Giordania e dispiegate in tutte le enclave della Cisgiordania in stretto coordinamento con le forze militari israeliane. Israele e l’ANP condividono i servizi di intelligence, coordinano gli arresti e collaborano nel sequestro di armi. Prendono di mira congiuntamente non solo islamisti e militanti di sinistra, ma tutti i palestinesi che criticano Oslo. Ultimamente, il coordinamento per la sicurezza tra Israele e l’ANP ha preceduto l’assassinio dell’attivista Basil Al-Araj [militante, scrittore e farmacista ucciso dalle forze israeliane nel marzo 2017, ndt].

L’unico settore dell’economia israeliana dove si è mantenuta una domanda relativamente stabile di lavoratori palestinesi è quello dell’edilizia, soprattutto in seguito all’espansione delle colonie israeliane ed alla costruzione del muro in Cisgiordania. Secondo una ricerca del 2011 di “Democracy and Workers’Rights” [organizzazione non governativa indipendente palestinese, ndtr.], l’82% dei palestinesi impiegati nelle colonie lascerebbero il loro lavoro se trovassero un’ alternativa conveniente.

Ciò significa che due degli unici lavori disponibili per i palestinesi della Cisgiordania oggi sono costruire insediamenti sulle terre palestinesi confiscate o lavorare nelle forze di sicurezza dell’ANP per aiutare Israele a sopprimere la resistenza palestinese all’apartheid.

I palestinesi della Striscia di Gaza non hanno nemmeno queste “opportunità”. Infatti Gaza è una delle forme più estreme di disponibilità pianificata. L’espulsione colonialista ha trasformato Gaza in un campo profughi nel 1948, quando le milizie sioniste e poi l’esercito israeliano espulsero oltre 750.000 palestinesi dalle loro città e villaggi. Il 70% dei due milioni di residenti di Gaza sono rifugiati, un ricordo vivente della Nakba ed incarnazione vivente del diritto al ritorno. La ristrutturazione politica ed economica attraverso Oslo ha permesso ad Israele di trasformare Gaza in una prigione costruita per concentrare e contenere questo indesiderato surplus di popolazione. E l’assedio sempre più stretto dimostra la completa disumanizzazione di Gaza. Per il progetto coloniale neoliberista di Israele le vite dei palestinesi non valgono niente e le loro morti non hanno importanza.

Nel complesso quindi, il neoliberismo abbinato al progetto coloniale israeliano ha trasformato i palestinesi in una popolazione da eliminare. Ciò ha consentito ad Israele di attuare il suo progetto di concentrazione e colonizzazione. Comprendere le dinamiche neoliberiste del regime coloniale israeliano può contribuire allo sviluppo di strategie per combattere l’apartheid israeliano non solo come sistema di dominazione razzista, ma come regime di capitalismo basato sulla razza.

Affrontare la natura economica dell’apartheid israeliano.

Una questione importante per il movimento di liberazione palestinese è come evitare le trappole del post apartheid sudafricano, sviluppando una strategia per il post apartheid palestinese-israeliano. Come avevano predetto i neri radicali, un’attenzione esclusiva verso lo Stato razzista ha condotto a gravi problemi socioeconomici in Sudafrica a partire dal 1994. La liberazione palestinese non deve cadere nella stessa “soluzione” offerta dall’ANC. Ciò richiederà di porre attenzione non solo ai diritti politici, ma anche alle spinose questioni relative alla ridistribuzione delle terre ed alla struttura economica, per garantire un risultato più equo. Un cruciale punto di partenza è continuare le discussioni sulle dinamiche concrete del ritorno dei palestinesi.

E’ importante anche riconoscere che la situazione attuale in Palestina è strettamente legata ai processi che stanno rimodellando i rapporti sociali a livello mondiale. Il Sudafrica e la Palestina, per esempio, stanno affrontando cambiamenti sociali ed economici simili, a prescindere dai loro percorsi politici radicalmente differenti. In entrambi i contesti il capitalismo neoliberista su base razziale ha prodotto disuguaglianze estreme, emarginazione razziale e strategie all’avanguardia per proteggere i potenti e sorvegliare i poveri in base alla razza. Andy Clarno definisce questa combinazione ‘apartheid neoliberista’.

In tutto il mondo, la ricchezza ed il reddito sono sempre più sotto il controllo di un pugno di capitalisti miliardari. Mentre cede il terreno sotto i piedi della classe media, la forbice tra ricchi e poveri si allarga sempre più e le vite dei più poveri diventano sempre più precarie. La ristrutturazione neoliberista ha permesso ad alcuni strati della popolazione storicamente oppressa di entrare nei ranghi delle élite. Questo spiega l’emergere della nuova élite palestinese nei Territori Occupati e della nuova élite nera in Sudafrica.

Al tempo stesso, la ristrutturazione neoliberista ha approfondito l’emarginazione dei poveri su base razziale, intensificando sia lo sfruttamento che l’abbandono. I lavori sono diventati sempre più precari ed intere regioni hanno visto una caduta della domanda di forza lavoro. Mentre alcune popolazioni connotate dalla razza sono afflitte da un supersfruttamento nelle fabbriche e nel settore dei servizi, altre – come i palestinesi – sono destinate ad una vita di disoccupazione e di precarietà.

I regimi di apartheid neoliberista come Israele dipendono da avanzate strategie sicuritarie per mantenere il potere. Israele esercita la sovranità sui TPO mediante operazioni militari, sorveglianza elettronica, incarcerazioni, interrogatori e tortura. Lo Stato ha anche creato una geografia frammentata di zone palestinesi isolate, circondate da muri e checkpoints e gestite con chiusure e permessi. E le imprese israeliane sono all’avanguardia nel mercato globale degli impianti avanzati di sicurezza, sviluppando e testando nei TPO i dispositivi di alta tecnologia. Tuttavia il maggior apporto al regime sicuritario israeliano è una rete di forze di sicurezza agevolata da USA e UE, sostenuta da Giordania ed Egitto e messa in atto da operazioni coordinate di forze militari israeliane e della sicurezza dell’ANP.

Al pari di Israele, altri regimi di apartheid neoliberista si basano su muri di recinzione, forze di sicurezza private e statali e strategie di controllo basate su criteri razziali. In Sudafrica il sistema della sicurezza ha implicato la costruzione di mura attorno ai quartieri abbienti, la rapida espansione dell’industria della sicurezza e la dura repressione statale di sindacati indipendenti e movimenti sociali. Negli Stati Uniti gli sforzi per garantire sicurezza ai potenti includono comunità blindate, muri di confine, incarcerazioni e deportazioni di massa, sorveglianza elettronica, guerre con i droni e il rapido incremento di polizia, carceri, pattuglie di confine, forze militari e di intelligence.

A differenza del Sudafrica, Israele continua ad essere un aggressivo Stato coloniale. In tale contesto, il neoliberismo è parte della strategia coloniale israeliana per eliminare la popolazione palestinese. Ma la combinazione di dominazione razziale e capitalismo neoliberista ha prodotto crescente disuguaglianza, emarginazione razziale e sistemi avanzati di sicurezza in molte parti del mondo. Poiché i movimenti e i militanti creano connessioni tra le lotte contro la povertà e la militarizzazione in Palestina, Sudafrica, USA ed altrove, la considerazione dell’apartheid israeliano come una forma di capitalismo su base razziale potrebbe contribuire all’espansione dei movimenti contro l’apartheid neoliberista globale. Potrebbe anche favorire lo spostamento del discorso politico in Palestina dall’indipendenza alla decolonizzazione. Nella sua fondamentale opera ‘The wretched of the earth’ [ed. italiana: “I dannati della terra”, Einaudi, ndtr.], Frantz Fanon sostiene che una delle trappole della coscienza nazionale è un movimento di liberazione che porti ad uno Stato indipendente governato da un’élite nazionalista che riproduca il potere coloniale. Per evitare che ciò accada, Fanon auspica un passaggio dalla coscienza nazionale alla coscienza politica e sociale. Passare dall’indipendenza politica alla trasformazione sociale e alla decolonizzazione è la sfida che sta di fronte al Sudafrica post apartheid. Evitare questa trappola è una sfida che oggi devono affrontare le forze politiche palestinesi nella lotta per la liberazione.

Note:

1. Intervista al direttore dell’ Alexandra Renewal Project, Johannesburg, Sudafrica, agosto 2012.

  1. Shimon Peres, The new Middle East [Il nuovo Medio Oriente, ndt.] (New York: Henry Holt, 1993)

Haidar Eid

Il consulente politico di Al-Shabaka Haidar Eid è professore associato di Letteratura postcoloniale e postmoderna all’università al-Aqsa di Gaza. Ha scritto molto sul conflitto arabo-israeliano, compresi articoli pubblicati su Znet, Electronic Intifada, Palestine Chronicle e Open Democracy. Ha pubblicato scritti sugli studi culturali e la letteratura in parecchie riviste, comprese Nebula, Journal of American Studies in Turkey, Cultural Logic e Journal of Comparative Literature. E’ autore di “Worlding Postmodernism: Interpretive Possibilities of critical theory” [Postomodernismo mondiale: possibilità interpretative di una teoria critica, ndt.] e di “Countering the palestinian Nakba: one state for all” [Contrastare la Nakba palestinese: uno Stato per tutti, ndt.] .

Andy Clarno

Andy Clarno è professore assistente di Sociologia e Studi afroamericani e direttore ad interim dell’Istituto di giustizia sociale all’università dell’Illinois di Chicago. Il suo ambito di ricerca riguarda il razzismo, il capitalismo, il colonialismo e l’imperialismo agli inizi del XXI secolo. Il suo nuovo libro, “Neoliberal Apartheid” [Apartheid neoliberista, ndt.] (University of Chicago Press, 2017), analizza i cambiamenti politici, economici e sociali in Sudafrica e Palestina/Israele dal 1994. Si occupa dei limiti della liberazione in Sudafrica, evidenzia l’impatto della ristrutturazione neoliberista in Palestina/Israele e sostiene che in entrambe le regioni è emersa una nuova forma di apartheid neoliberista.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il disegno di legge sullo Stato-Nazione ebraico di Israele è una ‘dichiarazione di guerra’

Jonathan Cook

per Al Jazeera – 11 Maggio 2017

Il parlamento Israeliano ha approvato in via preliminare un nuovo disegno di legge che definisce Israele come ‘nazione del popolo ebraico’.

La nuova legislazione tesa a consolidare la definizione di Israele come Stato che appartiene esclusivamente agli ebrei di tutto il mondo è una “dichiarazione di guerra” nei confronti dei cittadini Palestinesi di Israele, hanno annunciato i leader della minoranza questa settimana.

Il disegno di legge, che definisce Israele come la “Nazione del popolo ebraico”, ha superato mercoledì il suo primo voto nel parlamento israeliano, dopo che domenica aveva già ricevuto il supporto unanime di una commissione governativa.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso di fare in modo che il provvedimento sia tradotto in legge entro 60 giorni.

Tra le altre disposizioni, la legge – conosciuta comunemente come disegno di legge dello Stato-Nazione ebraico – revoca lo status di lingua ufficiale dell’arabo, nonostante esso sia la lingua madre di un cittadino su cinque.

La popolazione di Israele include una numerosa minoranza di 1,7 milioni di palestinesi.

La legge afferma che gli ebrei di tutto il mondo hanno un diritto “esclusivo” all’auto-determinazione in Israele, e chiede al governo di rafforzare i legami con le comunità ebraiche al di fuori di Israele.

Inoltre assegna maggiore potere ai cosiddetti “comitati di ammissione” che impediscono ai cittadini palestinesi di vivere in centinaia di comunità che controllano la maggior parte del territorio di Israele.

 

Un pericolo per i colloqui di pace

Oltre a questo, chi la critica teme che la legge sia finalizzata ad intralciare ogni prospettiva di ripristinare i colloqui di pace con la leadership palestinese nei Territori Occupati. Il presidente USA Donald Trump è atteso nella regione per la fine di questo mese, per quello che si presume sia un tentativo di riavviare il processo di pace, il quale è in fase di stallo da molto tempo.

Netanyahu però ha già chiarito che insisterà sulla condizione preliminare che, il presidente palestinese Mahmoud Abbas, riconosca Israele come Stato ebraico. Il nuovo disegno di legge di fatto enuncia le caratteristiche dello Stato che Abbas sarebbe tenuto a riconoscere.

Netanyahu ha detto questa settimana che tutti i partiti sionisti in parlamento dovrebbero supportare la legge. “Il disegno di legge stabilisce il fatto che lo Stato di Israele è lo Stato-Nazione del popolo ebraico nella nostra patria storica”, ha detto ai sostenitori del suo partito, il Likud.

Ha poi aggiunto: “Non c’è nessuna contraddizione tra questo disegno di legge e l’uguaglianza di diritti per tutti i cittadini di Israele.”

Tuttavia i leader della minoranza palestinese si sono dichiarati assolutamente contrari.

 

Non spariremo’

Ayman Odeh, capo del partito a maggioranza palestinese “Lista Unitaria” del parlamento Israeliano, ha avvertito che la legge assicurerebbe “la tirannia della maggioranza sulla minoranza”.

Sulla base del disegno di legge solo l’ebraico sarebbe lingua ufficiale, mentre all’arabo sarebbe soltanto concesso uno “status speciale”. I cittadini palestinesi già lamentano come la maggior parte dei servizi pubblici e dei documenti ufficiali non siano forniti in arabo.

L’obiettivo è quello di dipingere il razzismo istituzionale in Israele come assolutamente normale, e garantire che la realtà dell’apartheid sia irreversibile”, ha detto ad Al Jazeera Haneen Zoabi, membro palestinese del parlamento israeliano.

Fa parte dell’immaginario della destra – loro negano che qui ci sia una popolazione indigena che vive ancora nella propria terra. Non spariremo a causa di questa legge.”

 

Maggiori diritti

Sul piano strettamente giuridico, il disegno di legge dello Stato-Nazione ebraico apporta dei cambiamenti limitati. Sin dalla sua fondazione nel 1948 Israele si è definito come uno Stato del popolo ebraico anziché di tutti i cittadini del Paese, inclusa la sua minoranza palestinese.

La “Legge del Ritorno” del 1950 permette solo agli ebrei di emigrare in Israele e di ricevere la cittadinanza. Adalah, un’associazione per i diritti legali, ha documentato la presenza di decine di leggi che discriminano esplicitamente i cittadini palestinesi.

Ma la nuova legge è significativa per ragioni che vanno al di là del suo immediato impatto giuridico.

Non da ultimo essa fornisce all’auto-definizione di Israele come Stato-Nazione del popolo ebraico qualcosa di simile ad uno status costituzionale, ha osservato Ali Haider, avvocato per i diritti umani ed ex co-direttore di Sikkuy, un’organizzazione che fa pressione a favore di eguali diritti di cittadinanza.

Il disegno di legge, se approvato, si unirà ad un gruppo di Leggi Fondamentali destinate a costituire le fondamenta di ogni futura costituzione. Tali leggi prevalgono sulle leggi ordinarie e sono molto più difficili da abrogare.

Questo è un passo molto pericoloso perché rende esplicito in una Legge Fondamentale il fatto che tutti gli ebrei, anche quelli che non sono cittadini, hanno maggiori diritti in Israele di quei cittadini che sono palestinesi,” ha detto ad Al Jazeera.

 

Intimidazione dei giudici

Una bozza alternativa della nuova legge, che concedeva uguali diritti a tutti i cittadini, è stata effettivamente bloccata dal governo a gennaio, quando stava per essere presa in esame.

Haider ha detto che la nuova versione fornirebbe le basi costituzionali per giustificare un’ondata di leggi finalizzate alla marginalizzazione dei cittadini palestinesi ed all’erosione dei loro diritti in quanto cittadini.

Una” Legge di Espulsione” approvata l’anno scorso dà al parlamento israeliano il potere di espellere i deputati palestinesi se fanno dichiarazioni politiche che la maggioranza ebraica non approva. Un altro disegno di legge presentato al parlamento, la “Legge dei Muezzin“, mette a tacere la chiamata islamica alla preghiera.

Tali leggi saranno quasi sicuramente contestate dinanzi alla Corte Suprema di Israele. “I giudici saranno molto più riluttanti ad intervenire se il disegno di legge dello Stato-Nazione ebraico sarà in vigore,” ha detto Haider. “Si sentiranno costretti ad ignorare fondamentali principi democratici ed a dare priorità al carattere ebraico di Israele.”

Ha inoltre aggiunto che ci sarà una scarsa opposizione da parte dell’opinione pubblica ebraica. Un sondaggio dell’Istituto Israeliano per la Democrazia dello scorso dicembre ha rilevato che più della metà degli ebrei Israeliani vorrebbe che qualunque cittadino che rifiuta la definizione di Israele come Stato ebraico fosse privato di diritti fondamentali.

 

Preparativi per l’annessione

Un altro obiettivo chiave del disegno di legge per il governo di Netanyahu è il suo probabile impatto su ogni iniziativa finalizzata a riattivare i colloqui di pace con i palestinesi. Abbas e Donald Trump si sono incontrati la scorsa settimana.

Il governo di Netanyahu non aderisce più nemmeno a parole all’idea che potrebbe accettare uno Stato palestinese. La maggior parte dei dibattiti all’interno del governo israeliano si concentra invece sull’intensificazione della costruzione degli insediamenti e sui preparativi per l’annessione di aree della Cisgiordania.

Zoabi ha osservato che, da quando è salito al potere nel 2009, Netanyahu ha lavorato instancabilmente per persuadere Washington ad accettare un nuovo prerequisito per il dialogo, ovvero che la leadership Palestinese dovrà prima di tutto riconoscere Israele come Stato ebraico.

 

Sacrificare i diritti dei rifugiati

Il nuovo disegno di legge metterebbe Abbas in una difficile posizione, che gli consentirebbe di iniziare le trattative con Israele solo se egli prima accettasse di sacrificare sia i diritti dei cittadini palestinesi di Israele alla pari cittadinanza, sia quelli dei milioni di rifugiati palestinesi al ritorno alle proprie vecchie case.

La legge è rivolta non solo ad Abbas ma anche a Trump,” ha detto Zoabi. “Gli fornisce una mappa che spiega con esattezza su cosa si potrà negoziare e come dovranno essere le condizioni della soluzione.”

Avi Dichter, un membro del partito di Netanyahu che ha preparato la bozza del disegno di legge, ha spiegato lo scopo diplomatico con il quale sarebbe utilizzato.

Ha detto al sito Israeliano Ynet: “L’aspirazione dei palestinesi di eliminare lo Stato-Nazione del popolo ebraico non è più un segreto”. Ha aggiunto che Israele dovrà “pretendere che i propri nemici lo riconoscano come lo Stato-Nazione del popolo ebraico”.

Netanyahu gli ha fatto eco, dicendo questa settimana che il disegno di legge è “la risposta più chiara possibile a coloro che stanno provando a negare la profonda connessione tra il popolo di Israele e la sua terra”.

 

Regime di apartheid

Probabilmente non è una coincidenza il fatto che al disegno di legge dello Stato-Nazione ebraico venga assegnato un trattamento prioritario, mentre ministri dell’estrema destra nel governo di Netanyahu stanno preparando un provvedimento separato per applicare la legge israeliana in Cisgiordania. Questo è un elemento chiave per il tentativo dei coloni e dei loro sostenitori all’interno del governo di annettere la Cisgiordania di soppiatto.

Marzuq al-Halabi, un giornalista palestinese che scrive per il sito israeliano “972”, ha avvertito questa settimana che, sulla scia del disegno di legge dello Stato-Nazione ebraico, il governo cercherà di ridisegnare i confini di Israele in modo da includere una parte o tutta la Cisgiordania.

Il “regime di apartheid” che ne risulterebbe “creerebbe… ‘crimini giustificati’ contro il popolo palestinese, come ad esempio il trasferimento o la rimozione della popolazione,” ha scritto.

Un editoriale di Haaretz ha concordato sul fatto che Netanyahu stia gettando le fondamenta per annettere la Cisgiordania senza conferire diritti alla popolazione palestinese ivi presente.

La nuova legge, ha dichiarato, è finalizzata ad essere “la base costituzionale per l’apartheid” in Israele e nei territori occupati, in modo da consentire ad Israele di “mantenere il controllo su… una maggioranza palestinese che vive sotto il proprio dominio”.

(Traduzione di Francesco Balzani)




La più giustificata protesta sociale in Israele

Gideon Levy, 23 aprile 2017 Haaretz

Gli oltre 1000 prigionieri palestinesi in sciopero della fame sono parte di una lotta nazionale per la libertà, qualcosa che dovrebbe apparire ammirevole persino agli israeliani.

La loro più giustificata protesta sociale non preoccupa nessuno. Viene condotta una spregevole campagna di incitamento contro di essa, orchestrata dal governo con la genuflessa collaborazione dei media asserviti. La più giustificata protesta sociale in Israele viene presentata come un pericolo ed una minaccia alla sicurezza.

La più giustificata, coraggiosa e profonda protesta sociale oggi in Israele è lo sciopero della fame di centinaia di prigionieri palestinesi, che domenica compirà una settimana. Magari ci fosse gente di coscienza che si unisse allo sciopero, o almeno manifestasse in suo sostegno. Invece abbiamo un giovane dell’Unione Nazionale (alleanza di partiti di destra e nazionalisti, ndtr.) che prepara il barbecue di fronte alle finestre della prigione di Ofer per dare tormento agli affamati.

E’ lo spregevole comportamento dell’ala sadica della destra. Ma nessuno ha nemmeno contestato quel disgustoso spettacolo.

La più giustificata protesta sociale in Israele non è assolutamente presentata come tale. Al contrario, tutti i partecipanti vengono dipinti come abominevoli assassini. Anche tutti i detenuti ebrei sono “abominevoli assassini”? Ma l’opinione pubblica in Israele non ama avere dubbi morali quando si tratta di palestinesi. Quindi i prigionieri politici vengono descritti come assassini e nessuno parla degli obbiettivi della loro lotta, che subisce una totale delegittimazione nel tritatutto della cronaca militare, dettata dal servizio di sicurezza dello Shin Bet.

Prendete in considerazione le spiegazioni che ci vengono messe in bocca: si tratta di una lotta interna tra palestinesi per favorire Marwan Barghouthi; si tratta di Barghouthi contro il presidente palestinese Mahmoud Abbas – tutte chiacchiere della propaganda dell’apparato di sicurezza, che hanno lo scopo di oscurare gli obbiettivi dello sciopero. E nessuno si chiede se sia possibile che l’obbiettivo di uno sciopero della fame di più di mille persone, con tutte le relative sofferenze, sia di favorire la carriera di un prigioniero che sta scontando quattro ergastoli? Si può prendere questo sul serio? Qualcuno sa anche lontanamente che cosa significa uno sciopero della fame? Non è possibile che queste coraggiose persone, disposte a sacrificare il loro benessere ed anche la loro vita, lo stiano facendo per delle buone ragioni?

Le loro ragioni sono incommensurabilmente giuste. Non vi è neppure una richiesta che sia estremista. Vogliono un trattamento un po’ più umano. Vogliono telefoni pubblici, come può avere anche il più infimo criminale ebreo, e vogliono aumentare le ore di visita dei loro familiari. Vogliono potersi fotografare ogni tanto insieme ai loro cari e ricevere un’adeguata assistenza medica. Coloro che dovranno trascorrere la maggior parte della vita in carcere vogliono poter studiare. Ed ovviamente vogliono che si ponga fine alla detenzione amministrativa. In breve, vogliono un po’ più di giustizia. Sono obbiettivi sociali, non politici.

Leggete la storia degli scioperi della fame. Quasi tutti sono stati giusti ed ammirevoli. A cominciare dagli scioperi della fame degli schiavi neri sulle navi britanniche nel diciottesimo secolo, fino al grande sciopero della fame dei prigionieri dell’IRA in Irlanda ed allo sciopero degli studenti cinesi a Tiananmen. Il Mahatma Gandhi, Andrej Sakharov, Abie Nathan (pacifista israeliano, ndt.). Eroi. Ed ora Marwan Barghouthi, del quale Yedioth Ahronoth (uno dei più diffusi quotidiani israeliani, ndtr.) scrive che incita il popolo. A che cosa specificamente lo incita? A portare libri in prigione? Ad installare telefoni pubblici?

Vi sono tra loro degli assassini – la minoranza, tra l’altro – ed anche loro hanno dei diritti. Alcuni sono in prigione a causa dell’attività politica. Alcuni non hanno avuto un processo. Altri sono stati incarcerati recentemente sulla base di presunte intenzioni. Tutti fanno parte della lotta nazionale per la libertà. Questo dovrebbe meritare ammirazione persino dagli israeliani. Hanno ricevuto pesanti condanne, senza alcuna proporzionalità, ed ovviamente senza giusto processo. Le condizioni della loro detenzione inoltre denunciano un vergognoso apartheid, se paragonate a quelle dei prigionieri ebrei.

Adesso stanno lottando per i propri diritti fondamentali. La loro lotta merita sostegno. La campagna contro di loro dovrebbe trovare opposizione. Gli obbiettivi del loro sciopero sono molto più giustificati degli incitamenti del Ministro della Pubblica Sicurezza Gilad Erdan e più morali della demagogia del leader di Yesh Atid (partito israeliano di centro, ndtr.), Yair Lapid.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La fase successiva nella guerra al BDS: perché Israele ha arrestato Omar Barghouti

Ramzy Baroud, Ma’an News30 marzo 2017

Lo Stato israeliano ha violato le leggi internazionali più di ogni altro Paese, tuttavia è stato raramente, se non mai, portato a rendere conto dei suoi crimini e dei sui abusi.

Le efficaci campagne di pubbliche relazioni di Israele attraverso partner mediatici occidentali ben disposti, insieme al costante lavoro e alle pressioni portate avanti dai suoi potenti sostenitori a Washington, Londra, Parigi ed altrove, hanno prodotto risultati magnifici.

Per un momento è sembrato che Israele fosse in grado di conservare l’occupazione e negare ai palestinesi i loro diritti indefinitamente, promuovendosi al contempo come “l’unica democrazia in Medio Oriente”.

Quelli che osavano sfidare questo paradigma distorto con la resistenza in Palestina erano eliminati o imprigionati; quelli che hanno sfidato Israele in pubblico ovunque nel mondo sono stati calunniati come “antisemiti” o “ebrei che odiano se stessi”.

Sembrava che le cose andassero avanti senza problemi per Israele. Con l’aiuto finanziario e militare americano-occidentale, le dimensioni, la popolazione e l’economia delle colonie illegali sono cresciute rapidamente. I partner commerciali di Israele sembravano dimenticare il fatto che i prodotti delle colonie fossero costruiti o coltivati su terra palestinese occupata illegalmente.

Quindi per molto tempo l’occupazione è stata molto redditizia, con poche condanne e pressioni. L’unica cosa che i dirigenti israeliani dovevano fare era rispettare il copione: i palestinesi sono terroristi, non abbiamo partner per fare la pace, Israele è una democrazia, le nostre guerre sono tutte fatte per auto-difesa, e via di questo passo. I media ripetevano all’unisono queste nozioni ingannevoli. I palestinesi, oppressi, occupati e diseredati, erano regolarmente demonizzati. Quelli che sapevano la verità sulla situazione dovevano affrontare il rischio di pronunciarsi apertamente – e di patirne le conseguenze – o rimanere in silenzio.

Ma, come si suol dire, “puoi prendere in giro tutti per un po’ di tempo, e alcuni per sempre, ma non puoi prendere in giro tutti per sempre.”

[Lo slogan] “Giustizia per i palestinesi”, che un tempo sembrava che fosse una “causa persa”, è stato massicciamente ripreso durante la Seconda Intifada (Rivolta) palestinese nel 2000.

Una crescente consapevolezza, dovuta all’impegno di molti intellettuali, giornalisti e studenti, ha visto l’arrivo in Palestina di migliaia di attivisti internazionali come parte dell’International Solidarity Movement (ISM).

Accademici, artisti, studenti, membri del clero e persone comuni sono venuti in Palestina e poi si sono sparsi in molte parti del mondo, utilizzando qualunque mezzo a disposizione per diffondere un messaggio concorde tra le loro numerose comunità.

E’ stato questo lavoro di base che ha reso possibile il successo del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Sorto nel 2005, il BDS è stato un appello delle organizzazioni della società civile palestinese alle persone di tutto il mondo perché partecipassero alla denuncia dei crimini israeliani e perché il governo e l’esercito israeliani e le imprese che traggono vantaggio dall’oppressione dei palestinesi ne fossero considerati responsabili. Sostenuto da un’ampia e crescente rete già consolidata, il BDS si è velocemente diffuso ed ha colto di sorpresa il governo israeliano.

Nell’ultimo decennio il BDS si è dimostrato in grado di resistere e ricco di risorse, aprendo nuovi canali e tribune per discutere di Israele, della sua occupazione, dei diritti dei palestinesi e della responsabilità morale di quanti appoggiano o ignorano le violazioni dei diritti umani da parte di Israele.

Ciò che più preoccupa Israele riguardo al BDS è quello che esso definisce il tentativo del movimento di “delegittimarlo”. Fin dalla sua creazione, Israele ha lottato per la legittimazione. Ma è difficile ottenere legittimazione senza rispettare le norme richieste ad un Paese per ottenerla. Israele vuole avere entrambe le cose: continuare la sua proficua occupazione, testare la sua nuova tecnologia bellica, arrestare e torturare, assediare ed assassinare e allo stesso tempo ottenere l’assenso internazionale.

Usando minacce, intimidazioni, taglio di fondi, gli Usa ed Israele hanno insistito, senza risultati, per far tacere le critiche a Israele, principale alleato degli Usa in Medio Oriente.

Solo qualche giorno fa un rapporto delle Nazioni Unite ha affermato che Israele ha istituito un “regime di apartheid”. Anche se l’autrice del rapporto, Rima Khalaf [a capo della Commissione ONU per l’Asia occidentale (ESCWA). Ndtr.], ha rassegnato le dimissioni in seguito a pressioni, il genio non può tornare nella bottiglia.

Progressivamente, il BDS è cresciuto fino a diventare l’incubatore di molte delle critiche internazionali a Israele. Il suo iniziale impatto ha riguardato artisti che rifiutano di esibirsi in Israele, poi imprese che hanno iniziato ad abbandonare le proprie attività in Israele, seguite da chiese ed università che hanno disinvestito dall’economia israeliana. Con il tempo Israele si è trovato a dover affrontare un’unica, grande sfida.

Quindi, cosa deve fare Israele?

Ignorare il BDS si è dimostrato pericoloso e costoso. Combattere il BDS è come scatenare una guerra contro la società civile. Peggio, più Israele tenta di distruggere il lavoro del BDS, più legittima il movimento, offrendogli nuovi spazi per il dibattito, per le notizie dei media e per la discussione pubblica.

Nel marzo 2016 una grande conferenza ha radunato insieme funzionari del governo israeliano, dirigenti dell’opposizione, esperti dei media, studiosi e persino personaggi dello spettacolo da Israele, dagli Usa e da altri Paesi. La conferenza è stato organizzata da una delle maggiori imprese mediatiche di Israele, Yediot Achronot. C’è stata una rara esibizione di unità tra i politici israeliani; centinaia di israeliani influenti e loro sostenitori che cercavano di costruire una strategia intesa a sconfiggere il BDS.

Sono state proposte molte idee.

Il ministro degli Interni israeliano, Aryeh Deri, ha minacciato di revocare la residenza [a Gerusalemme] a Omar Barghouti, cofondatore e una delle personalità più attive del BDS.

IIl ministro dell’Intelligence e dell’Energia Atomica, Israel Katz, ha invocato “un’eliminazione civile mirata” dei dirigenti del BDS, indicando in particolare Barghouti.

Il ministro della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan, ha chiesto che gli attivisti del BDS “ne paghino il prezzo”.

La guerra contro il BDS è iniziata ufficialmente, benché il lavoro di base per la lotta fosse già in atto.

Il governo del Regno Unito aveva annunciato all’inizio dell’anno che era illegale “rifiutare di acquistare beni e servizi da imprese coinvolte nel commercio di armi, di combustibili fossili, prodotti per fumatori o nelle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.”

Quello stesso mese, il Canada ha votato una mozione che ha reso il BDS un reato.

Un paio di mesi prima, il Senato Usa ha approvato la legge ” Consapevolezza dell’Anti-Semitismo”, che ha accorpato la definizione di antisemitismo per includervi le critiche contro Israele nei campus Usa, molti dei quali hanno risposto positivamente all’appello del BDS.

Infine il Regno Unito ha adottato una definizione simile equiparando i crimini di vero e proprio odio antiebraico alle critiche a Israele.

Più di recente, Israele ha votato una legge che pone un bando all’ingresso in Israele di persone accusate di appoggiare il movimento BDS. Considerando che entrare in Israele è l’unico modo per raggiungere i Territori Palestinesi Occupati, il bando israeliano intende recidere il forte rapporto che mette in contatto i palestinesi con il movimento globale di solidarietà.

La campagna contro il BDS è infine culminata con l’arresto e l’interrogatorio dello stesso Omar Barghouti.

Il 19 marzo le autorità fiscali israeliane hanno arrestato Barghouti e lo hanno accusato di evasione fiscale. Così facendo Israele ha svelato la natura del prossimo passo della sua lotta, utilizzando tattiche diffamatorie e incolpando dirigenti di punta sulla base di imputazioni che sono apparentemente apolitiche per distogliere l’attenzione dall’imminente e pressante dibattito politico.

Insieme ad altri passi, Israele pensa che sconfiggere il BDS sia possibile con la censura, i divieti di ingresso e tattiche intimidatorie.

Tuttavia la guerra di Israele contro il BDS è destinata a fallire e, come diretto risultato di questo fallimento, il BDS continuerà ad espandersi.

Israele ha mantenuto la società civile mondiale all’oscuro per decenni, vendendole una versione fuorviante della realtà. Ma nell’era dei media digitali e dell’attivismo su scala globale la vecchia strategia non mantiene più le sue promesse.

Nonostante quello che appare nel caso di Barghouti, il BDS non si indebolirà. E’ un movimento decentralizzato con reti locali, regionali, nazionali e globali sparse in centinaia di città in tutto il mondo.

Diffamare una persona, o un centinaio di persone, non modificherà il crescente movimento del BDS.

Israele si renderà presto conto che la sua guerra contro il BDS, contro la libertà di parola e di espressione, non può essere vinta. Si tratta di un tentativo inutile di imbavagliare una comunità globale che ora lavora all’unisono da Città del Capo, in Sudafrica, a Uppsala, in Svezia.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Una funzionaria delle Nazioni Unite si dimette in seguito alle pressioni per ritirare il rapporto sull’apartheid di Israele

Ali Abunimah 17 marzo 2017 Electronic Intifada

Un’alta dirigente delle Nazioni Unite si è dimessa in seguito alle pressioni ricevute dal Segretario generale Antonio Guterres perché ritirasse il rapporto pubblicato all’inizio di questa settimana, che rapprensenta una pietra miliare, in quanto riconosce Israele colpevole di apartheid.

Rima Khalaf , presidente della Commissione economica e sociale per l’Asia occidentale [Economic and Social Commission for Western Asia (ESCWA)], che ha pubblicato il rapporto, ha annunciato le sue dimissioni venerdì 17 marzo in una conferenza stampa tenutasi a Beirut.

L’Agenzia Reuters riferisce che Khalaf ha preso questa decisione “dopo quello che ha definito come pressioni ricevute dal Segretario Generale perché ritirasse il rapporto che accusa Israele di imporre un “regime di apartheid” sui palestinesi”

Mi sono dimessa perché è mio dovere non nascondere un crimine evidente e approvo tutte le conclusioni del rapporto” ha detto Khalaf.

Fino a venerdì 17 un comunicato stampa che annunciava il rapporto è rimasto visibile sul sito dell’ESCWA, ma il collegamento dal comunicato stampa al rapporto non è più attivo.




Rapporto ESCWA cancellato: “Le prassi israeliane nei confronti del popolo palestinese e la questione dell’apartheid”

Il rapporto completo della Commissione ONU economica e sociale per l’Asia Occidentale (ESCWA) di Richard Falk e Virginia Tilley è stato rimosso dal sito web della Commissione delle Nazioni Unite (ESCWA).

La redazione di Zeitun ritiene molto importante tradurre e pubblicare almeno la sintesi del rapporto, che denuncia il regime di apartheid che Israele esercita contro il popolo palestinese sia all’interno dei propri confini che nei territori occupati, compresa Gerusalemme est.

Compendio sintetico

Questo rapporto giunge alla conclusione che Israele ha stabilito un regime di apartheid che domina il popolo palestinese nel suo complesso. Consci della gravità di questa affermazione, gli autori del rapporto concludono che prove a disposizione dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio che Israele è responsabile di politiche e prassi che configurano il crimine di apartheid, in base alla definizione giuridica contenuta nella legislazione internazionale.

L’analisi contenuta in questo rapporto si basa sul corpus delle leggi e dei principi internazionali sui diritti umani, incluse la Carta delle Nazioni Unite (1945), la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale (1965), che ripudiano l’antisemitismo ed altre ideologie di discriminazione razziale. Il rapporto basa la sua definizione di apartheid anzitutto sull’articolo II della Convenzione Internazionale sulla Soppressione e Punizione del Crimine di Apartheid (1973, d’ora in poi Convenzione sull’Apartheid):

Il termine “crimine di apartheid”, che include politiche e prassi simili alla segregazione e discriminazione razziale praticate in Sudafrica, si applica a …atti inumani compiuti allo scopo di stabilire e mantenere il dominio di un gruppo razziale di persone su un altro gruppo razziale e di opprimerlo in modo sistematico.

Benché il termine “apartheid” sia stato originariamente associato alla situazione specifica del Sudafrica, oggi rappresenta una fattispecie di crimine contro l’umanità in base al diritto internazionale consuetudinario e allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, secondo cui per “il crimine di apartheid” si intendono atti inumani….compiuti nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo razziale nei confronti di un altro gruppo o gruppi razziali e commessi con l’intenzione di perpetuare tale regime.

In questo contesto, il rapporto riflette il consenso degli esperti sul fatto che la proibizione dell’apartheid è universalmente applicabile e non è stata messa in discussione dalla fine dell’apartheid in Sudafrica e in Africa sud occidentale (Namibia) .

Le prassi israeliane nei confronti del popolo palestinese e la questione dell’apartheid.

L’approccio giuridico alla questione dell’apartheid adottato in questo rapporto non deve essere confuso con l’uso del termine nel discorso corrente come espressione dispregiativa. Considerare l’apartheid come singole azioni e prassi ( quale ad esempio “muro dell’apartheid”), come fenomeno generato da condizioni strutturali astratte come il capitalismo (“apartheid economico”), o comportamento sociale privato da parte di certi gruppi razziali verso altri (razzismo sociale), può essere opportuno in certi contesti. Tuttavia questo rapporto riconduce la sua definizione di apartheid al diritto internazionale, che comporta responsabilità per gli Stati, come specificato nelle norme internazionali.

La scelta delle prove si basa sulla Convenzione sull’Apartheid, che sancisce che il crimine di apartheid consiste in specifici atti inumani, ma tali atti acquisiscono lo status di crimini contro l’umanità solo se intenzionalmente finalizzati allo scopo fondamentale di dominazione razziale. Lo Statuto di Roma specifica nella sua definizione la presenza di un ‘regime istituzionalizzato’ che risponde all’ “intenzione” di dominazione razziale. Poiché “scopo” e “intenzione” sono centrali in entrambe le definizioni, questo rapporto, per stabilire oltre ogni dubbio la presenza di tale scopo fondamentale, prende in esame elementi apparentemente disgiunti dalla situazione palestinese – in particolar modo la dottrina per la costituzione dello Stato ebraico come declinata nella legge ed il progetto delle istituzioni statali israeliane.

Che il regime israeliano sia finalizzato a questo scopo fondamentale trova conferma nel corpo delle leggi, solo alcune delle quali, per ragioni di spazio, vengono prese in considerazione nel rapporto. Un esempio rilevante è la politica della terra. La Legge Fondamentale di Israele (Costituzione) sancisce che la terra di proprietà dello Stato di Israele, dell’Autorità Israeliana per lo Sviluppo o del Fondo Nazionale Ebraico non potrà essere trasferita in alcun modo, stabilendo che la sua gestione resti permanentemente sotto la loro autorità. La Legge della Proprietà dello Stato del 1951 prevede la devoluzione della proprietà (inclusa la terra) allo Stato in ogni area “in cui vige la legge dello Stato di Israele”. L’Autorità Israeliana per la Terra (ILA) gestisce la terra dello Stato, che consiste nel 93% della terra all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele e vi è per legge vietato l’uso, lo sviluppo o la proprietà da parte di non-ebrei. Queste leggi incarnano il concetto di “finalità pubblica”, come espresso nella Legge Fondamentale. Tali leggi possono essere modificate dal voto della Knesset (Parlamento israeliano), ma non la Legge Fondamentale: la Knesset vieta a tutti i partiti politici di mettere in discussione quella finalità pubblica. Di fatto, la legge israeliana rende illegale l’opposizione alla dominazione razziale.

L’ingegneria demografica è un altro settore della politica che serve allo scopo di mantenere Israele uno Stato ebraico. La più conosciuta è la legge israeliana che conferisce agli ebrei di tutto il mondo il diritto di entrare in Israele ed ottenere la cittadinanza israeliana, qualunque sia il loro Paese di origine ed a prescindere dal fatto che possano o meno dimostrare legami con Israele-Palestina, mentre d’altro lato nega ogni analogo diritto ai palestinesi, compresi quelli con documenti di possesso di antiche case nel Paese. L’Organizzazione Mondiale Sionista e l’Agenzia Ebraica dispongono di autorità legale come agenzie dello Stato di Israele per agevolare l’immigrazione ebraica e salvaguardare in primo luogo gli interessi dei cittadini ebrei su questioni che vanno dall’uso della terra ai piani di sviluppo pubblici ed altri aspetti considerati vitali per lo Stato ebraico. Alcune leggi con contenuti di ingegneria demografica sono formulate con linguaggio implicito, come anche quelle che consentono ai consigli ebraici di respingere le richieste di residenza da parte di cittadini palestinesi.

La legge israeliana permette normalmente ai coniugi di cittadini israeliani di trasferirsi in Israele, ma nega ingiustamente questa possibilità se si tratta di palestinesi dei territori occupati o che vivono all’estero. Su scala molto maggiore, è una prerogativa della politica israeliana rifiutare il ritorno di tutti i palestinesi rifugiati e in esilio (in totale circa sei milioni di persone) nel territorio sotto il controllo di Israele.

Per attribuire ad un regime la qualifica di apartheid devono essere presenti altre due caratteristiche di un regime sistematico di dominazione razziale. La prima riguarda l’identificazione delle persone oppresse come appartenenti ad uno specifico “gruppo razziale”. Questo rapporto recepisce la definizione della Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale, che definisce “discriminazione razziale” “ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, la stirpe, o l’origine nazionale o etnica, che abbia l’obbiettivo o l’effetto di annullare o ridurre il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, con pari dignità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali nell’ambito politico, economico, sociale, culturale o altri della vita pubblica.” Su questa base il rapporto ritiene che nel contesto geopolitico della Palestina, ebrei e palestinesi possano essere considerati “gruppi razziali”. Inoltre la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale viene espressamente citata nella Convenzione sull’Apartheid.

La seconda caratteristica sono la delimitazione ed il carattere del gruppo o dei gruppi coinvolti.

Lo status dei palestinesi come popolo titolato ad esercitare il diritto all’autodeterminazione è stato giuridicamente stabilito nel modo più autorevole dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo parere consultivo del 2004 sulle conseguenze legali della costruzione di un muro nei territori palestinesi occupati. Su questa base, il rapporto prende in esame il trattamento da parte di Israele del popolo palestinese nel suo complesso, considerando le chiare situazioni di frammentazione geografica e giuridica del popolo palestinese come una condizione imposta da Israele. (L’allegato II tratta la questione di una corretta identificazione del “Paese” responsabile della negazione dei diritti palestinesi previsti dalle leggi internazionali).

Il rapporto rileva che la frammentazione strategica del popolo palestinese è il principale metodo con il quale Israele impone un regime di apartheid. Anzitutto prende in esame le prassi israeliane verso il popolo palestinese e la questione dell’apartheid, di come la storia del conflitto, la divisione, l’annessione di diritto e di fatto e la prolungata occupazione in Palestina abbiano portato il popolo palestinese ad essere diviso in diverse zone geografiche amministrate da diversi ordinamenti legislativi. Questa frammentazione agisce nel senso di stabilizzare il regime israeliano di dominazione razziale sui palestinesi ed indebolire la volontà e la capacità del popolo palestinese di organizzare una resistenza unitaria ed efficace. Vengono utilizzati metodi differenti a seconda di dove vivono i palestinesi. Questo è il mezzo principale con cui Israele impone l’apartheid e al tempo stesso impedisce la presa di coscienza internazionale di come funziona il sistema in quanto insieme complementare per costituire un regime di apartheid.

Dal 1967 in poi, i palestinesi in quanto popolo sono vissuti in quelle che il rapporto definisce quattro “ ambiti”, in cui i vari settori della popolazione palestinese vengono chiaramente trattati in modo diverso, ma hanno in comune l’oppressione razziale che deriva dal regime di apartheid. Questi “ambiti” sono:

  1. Il diritto civile, con particolari restrizioni, che governa i palestinesi che sono cittadini di Israele;

  2. La legge di residenza permanente che governa i palestinesi residenti a Gerusalemme;

  3. La legge militare che governa i palestinesi, compresi quelli nei campi profughi, che vivono dal 1967 in una situazione di occupazione aggressiva in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza;

  4. La politica di negazione del ritorno dei palestinesi, sia rifugiati che esiliati, che vivono fuori dal territorio sotto controllo israeliano.

Il primo ambito comprende circa 1.7 milioni di palestinesi che sono cittadini di Israele. Nei primi 20 anni di esistenza del Paese hanno vissuto sotto la legge marziale ed ancor oggi vengono oppressi per il fatto di non essere ebrei. Questa politica di dominazione si manifesta attraverso peggiore qualità dei servizi, leggi che impongono zone soggette a restrizioni e limitate disponibilità di bilancio per le comunità palestinesi; limitazioni nelle opportunità di lavoro e professionali e il contesto prevalentemente segregato in cui ebrei e palestinesi cittadini di Israele vivono. I partiti politici palestinesi possono condurre campagne per limitate riforme e maggiori finanziamenti, ma la Legge Fondamentale proibisce loro di mettere in discussione la legislazione che perpetua il regime razziale. Questa politica è rafforzata dalle implicazioni derivanti dalla distinzione che avviene in Israele tra “cittadinanza” (ezrahut) e “nazionalità” (le’um): a tutti i cittadini di Israele viene attribuita la prima, ma solo agli ebrei la seconda. Diritti “nazionali” per la legge israeliana significa diritti nazionali ebrei. La lotta dei cittadini palestinesi di Israele per l’uguaglianza e per riforme civili in base alla legge israeliana è perciò tenuta separata da parte del regime da quella degli altri palestinesi.

Il secondo ambito comprende circa 300.000 palestinesi che vivono a Gerusalemme est, che subiscono discriminazioni nell’accesso all’educazione, alla sanità, al lavoro, alla residenza e ai diritti di edificazione. Subiscono anche espulsioni e demolizioni di case, funzionali alla politica israeliana di “bilanciamento demografico” a favore dei residenti ebrei. I palestinesi di Gerusalemme est sono classificati come residenti permanenti, il che li inserisce in una categoria separata creata per impedire che il loro peso demografico e soprattutto elettorale si possa sommare a quello dei cittadini palestinesi in Israele. In quanto residenti permanenti, non hanno una condizione giuridica che consenta loro di mettere in discussione la legge israeliana. Inoltre, identificarsi apertamente con i palestinesi dei territori occupati comporta il rischio politico di essere espulsi in Cisgiordania e di perdere il diritto anche solo di visitare Gerusalemme. Così, l’epicentro urbano della vita politica palestinese è intrappolato in una bolla giuridica che limita la capacità dei suoi abitanti di opporsi legalmente al regime di apartheid.

Il terzo ambito è il sistema di legislazione militare imposto su circa 4.6 milioni di palestinesi che vivono nei territori palestinesi occupati, 2.7 milioni in Cisgiordania e 1.9 milioni nella Striscia di Gaza.

I territori sono amministrati in un modo che corrisponde pienamente alla definizione di apartheid secondo la Convenzione sull’Apartheid: ad eccezione del genocidio, tutti gli evidenti “atti inumani” elencati nella Convenzione sono continuamente e sistematicamente perpetrati da Israele in Cisgiordania. I palestinesi sottostanno alla legge militare, mentre i circa 350.000 coloni ebrei sono sottoposti alle leggi civili di Israele. Il carattere razziale di questa situazione è confermato ulteriormente dal fatto che tutti i coloni ebrei della Cisgiordania godono della tutela del diritto civile israeliano per il fatto di essere ebrei, che siano o no cittadini israeliani. Questo sistema giuridico duale, di per sé problematico, è indicativo di un regime di apartheid se accompagnato dalla gestione discriminatoria su base razziale della terra e dello sviluppo condotta da istituzioni di nazionalità ebraica, che sono incaricate di amministrare “la terra dello Stato” nell’interesse della popolazione ebrea. A sostegno dei risultati complessivi di questo rapporto, l’allegato I illustra più in dettaglio le politiche e le prassi di Israele nei territori palestinesi occupati, che costituiscono violazione dell’articolo II della Convenzione sull’Apartheid.

Il quarto ambito è relativo ai milioni di palestinesi rifugiati ed esiliati contro la loro volontà, la maggior parte dei quali vive in Paesi limitrofi. Gli è vietato il ritorno alle loro case in Israele e nei territori palestinesi occupati. Israele difende la sua negazione al ritorno dei palestinesi con un linguaggio apertamente razzista: si presume che i palestinesi costituiscano una “minaccia demografica” e che il loro ritorno andrebbe ad alterare il carattere demografico di Israele al punto da annullarlo come Stato ebraico.

La negazione del diritto al ritorno gioca un ruolo essenziale nel regime di apartheid,

assicurando che la popolazione palestinese nella Palestina mandataria non cresca al punto da minacciare il controllo militare israeliano dei territori e/o da fornire ai palestinesi cittadini di Israele la leva demografica per richiedere (ed ottenere) pieni diritti democratici, annullando in tal modo il carattere ebraico dello Stato di Israele.

Benché il quarto ambito sia relativo alle politiche di negazione del diritto dei palestinesi al ritorno in base alle leggi internazionali, in questo rapporto esso viene trattato come parte integrante del sistema di oppressione e dominazione del popolo palestinese nel suo complesso, dato il suo ruolo cruciale in termini demografici nel mantenere il regime di apartheid.

Il rapporto rileva che, considerati nel loro insieme, i quattro ambiti costituiscono un regime complessivo sviluppato allo scopo di garantire la continua dominazione sui non-ebrei in tutta la terra sotto l’esclusivo controllo di Israele in qualunque campo. In una certa misura, le differenze di trattamento destinate ai palestinesi sono state provvisoriamente considerate accettabili dalle Nazioni Unite, in assenza di una valutazione circa la possibilità che configurassero una forma di apartheid. Alla luce dei risultati di questo rapporto, questo perdurante approccio internazionale che prende in considerazione aspetti separati necessita di una revisione.

Per rispetto della correttezza e della completezza, il rapporto esamina diverse contro-argomentazioni avanzate da Israele e dai sostenitori delle sue politiche, che negano che la Convenzione sull’Apartheid sia applicabile al caso Israele-Palestina. Esse comprendono le seguenti affermazioni: la determinazione di Israele a rimanere uno Stato ebraico è in linea con le prassi di altri Stati, come la Francia; Israele non è tenuto a trattare in modo uguale i palestinesi non cittadini e gli ebrei, proprio perché i primi non sono cittadini; il modo in cui Israele tratta i palestinesi non riflette alcuno “scopo” o “intenzione” di dominio, è piuttosto una condizione temporanea dettata ad Israele dalla realtà del perdurante conflitto e dalle esigenze di sicurezza. Il rapporto dimostra che nessuna di queste argomentazioni regge all’esame dei fatti. Un’ ulteriore rivendicazione del fatto che Israele non può essere considerato colpevole di crimini di apartheid poiché i cittadini palestinesi di Israele hanno diritto al voto, si basa su due errori di interpretazione giuridica: un paragone eccessivamente letterale con la politica di apartheid sudafricana e il fatto che la questione del diritto di voto è scollegata da altre leggi, soprattutto da quanto previsto dalla Legge Fondamentale, che vieta ai partiti politici di mettere in discussione il carattere ebraico, quindi razziale, dello Stato.

Il rapporto giunge alla conclusione che il peso delle prove giustifica oltre ogni ragionevole dubbio l’affermazione che Israele è colpevole di imporre un regime di apartheid al popolo palestinese, che comporta il commettere un crimine contro l’umanità, il cui divieto è considerato jus cogens (norma cogente, ndtr.) nel diritto internazionale consuetudinario. La comunità internazionale, soprattutto le Nazioni Unite e le relative agenzie, e gli Stati membri hanno l’obbligo legale di agire nei limiti delle loro possibilità per impedire e punire situazioni di apartheid che vengono sottoposte con competenza alla loro attenzione. Più specificamente, gli Stati hanno un compito collettivo: a) non riconoscere come legittimo un regime di apartheid; b) non aiutare o sostenere uno Stato nel mantenere un regime di apartheid; c) cooperare con le Nazioni Unite ed altri Stati per porre fine ai regimi di apartheid. Anche le istituzioni della società civile e i singoli individui hanno il compito morale e politico di usare i mezzi a loro disposizione per risvegliare l’attenzione su questa perdurante impresa criminale e di fare pressione su Israele per convincerlo a smantellare le strutture di apartheid, in conformità con il diritto internazionale. Il rapporto termina con raccomandazioni generali e specifiche alle Nazioni Unite, ai governi nazionali, alla società civile ed ai soggetti privati sulle azioni che dovrebbero intraprendere, alla luce della constatazione che Israele mantiene un regime di apartheid nell’esercitare il controllo sul popolo palestinese.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Opinione. Addio al linguaggio ambiguo: la terrificante visone di Israele per il futuro

L’ostinazione di Israele lascia palestinesi e israeliani con un’unica alternativa: uguale cittadinanza in uno Stato unico o un’orrenda apartheid e altra pulizia etnica

di Ramzy Baroud – Counterpunch

Ramallah, 17 febbraio 2017, Nena News

Le prove storiche empiriche combinate con un po’ di buon senso sono abbastanza per dirci il tipo di opzioni future che Israele ha nel cassetto per il popolo palestinese: apartheid perpetua o pulizia etnica, o un mix di entrambe.

L’approvazione della “Regularization Bill” del 6 febbraio è tutto quello di cui abbiamo bisogno per immaginare il futuro ideato da Israele. La nuova legge permette al governo israeliano di riconoscere retroattivamente gli avamposti ebraici costruiti senza permesso ufficiale su terra privata palestinese.

Tutte le colonie – quelle ufficialmente riconosciute e gli avamposti non autorizzati – sono illegali secondo il diritto internazionale. Tale verdetto è passato numerose volte alle Nazioni Unite e, più recentemente, riaffermato con chiarezza inequivocabile dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza.

La risposta di Israele è stata l’annuncio della costruzione di oltre 6mila nuove case da costruire nei Territori Palestinesi Occupati, la costruzione di una colonia nuova di zecca (la prima in 20 anni) e la nuova legge che pavimenta la strada all’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania occupata.

Indubbiamente la legge è “l’ultimo chiodo nella bara della soluzione a due Stati”, ma questo non è importante. Non ha mai interessato Israele, quanto meno. Le chiacchiere su una soluzione sono state mero fumo negli occhi per quanto riguardava Israele. Tutti i “dialoghi di pace” e l’intero “processo di pace”, anche quando era al suo apice, raramente hanno rallentano i bulldozer israeliani, la costruzione di altre case per ebrei o messo fine alla pulizia etnica incessante dei palestinesi.

Su Newsweek Diana Buttu descrive come il processo di costruzione delle colonie è sempre, sempre accompagnato dalla demolizione di case palestinesi. 140 strutture palestinesi sono state demolite dall’inizio del 2017, secondo l’agenzia Onu Ocha.

Da quando Donal Trump ha giurato, Israele si è sentito liberato dell’obbligo del linguaggio ambiguo. Per decenni, i funzionari israeliani hanno parlato appassionatamente di pace e hanno fatto tutto quello che potevano per ostacolare il suo raggiungimento. Adesso, semplicemente se ne fregano. Punto.

Avevano perfezionato il loro comportamento equilibrato semplicemente perché dovevano farlo, perché Washington se lo aspettava, lo chiedeva. Ma Trump gli ha dato un assegno in bianco: fate quello che vi piace; le colonie non sono un ostacolo alla pace, Israele è stato “trattato molto, molto ingiustamente” e io correggerò quest’ingiustizia storica, e così via. Quasi subito dopo l’avvento di Trump alla presidenza il 20 gennaio scorso, le maschere sono cadute.

Il 25 gennaio il vero Benjamin Netanyahu è riemerso, dichiarando con invidiabile sfrontatezza: “Noi stiamo costruendo e continueremo a costruire” colonie illegali.

Cosa c’è altro da discutere con Israele a questo punto? Nulla. La sola soluzione che interessa a Israele è la “soluzione” di Israele, sempre guidata dal cieco supporto americano e l’inutilità europea e sempre imposta ai palestinesi e agli altri paesi arabi, se necessario con la forza.

I guardiani della grande farsa della soluzione dei due Stati, chi astutamente ha costruito il “processo di pace” e ha danzato su ogni ritmo israeliano è ora frastornato. Sono stati esclusi dai terrificanti piani di Israele che spara la sua “soluzione” dritto in mezzo agli occhi, lasciando ai palestinesi la scelta tra l’assoggettamento, l’umiliazione e l’imprigionamento.

Jonathan Cook ha ragione. La nuova legge è il primo passo verso l’annessione della Cisgiordania o, almeno, di buona parte. Una volta che i piccoli avamposti saranno legalizzati, dovranno essere fortificati, (“naturalmente”) espansi e protetti. L’occupazione militare, in auge da 50 anni, non sarà più temporanea e reversibile. La legge civile continuerà ad essere applicata agli ebrei nei Territori Palestinesi Occupati e quella militare ai palestinesi occupati.

È l’esatta definizione di apartheid, nel caso ve lo stesse ancora chiedendo.

Per raggiungere i “bisogni di sicurezza” dei coloni, altre by-pass road per soli ebrei saranno costruite, altri muri eretti, altri cancelli per tenere lontani i palestinesi dalle loro terre, dalle scuole e dalle fonti di sussistenza saranno messi su, altri checkpoint, altra sofferenza, altro dolore, altra rabbia e altra violenza.

Questa è la visione di Israele. Anche Trump è più frustrato dalla sfacciataggine e l’audacia israeliane. Ha chiesto ad Israele in un’intervista con il quotidiano Israel Hayom di “essere più ragionevole con il rispetto per la pace”. “C’è molta terra ancora. E ogni volta che la prendete per le colonie, ce n’è di meno”, ha detto Trump. Ha frenato sulla promessa di trasferire l’ambasciata Usa e l’espansione senza controllo delle colonie, perché realizza che Netanyahu e i suoi sostenitori negli Stati Uniti lo hanno lasciato su un baratro e ora gli chiedono di saltare.

Ma ha poca importanza. Che Trump rimanga sulla sua posizione estremamente pro-israeliana o cambi marcia verso una più annacquata simile a quella del suo predecessore Obama, la realtà probabilmente non cambierà, perché solo Israele è alla fine autorizzato a influenzarne i risultati.

L’approvazione dei parlamentari israeliani della legge è, infatti, la fine di un’era. Abbiamo raggiunto il punto in cui possiamo apertamente dichiarare che il cosiddetto “processo di pace” è stato un’illusione fin dall’inizio, perché Israele non ha mai avuto intenzione di concedere Cisgiordania e Gerusalemme est ai palestinesi.

La leadership palestinese è difficilmente innocente in tutto ciò. Il più grave errore che i leader palestinesi hanno commesso (a parte la loro disgraziata divisione) è stato quello di aver creduto che gli Stati Uniti, il principale sponsor israeliano, avrebbero gestito un “processo di pace” che ha garantito a Israele tempo e risorse per terminare i propri progetti coloniali, devastando i diritti e le aspirazioni politiche palestinesi.

Ritornando agli stessi vecchi canali, usando lo stesso linguaggio, cercando la salvezza nell’altare della stessa vecchia soluzione a due Stati non si otterrà nulla se non lo spreco di altro tempo e altra energia.

Ma le umilianti opzioni di Israele per i palestinesi possono essere anche lette in un altro modo. Infatti, è l’ostinazione di Israele che oggi lascia i palestinesi (e gli israeliani) con un’unica alternativa: uguale cittadinanza in uno Stato unico o un’orrenda apartheid e altra pulizia etnica.

Con le parole dell’ex presidente Jimmy Carter, “Israele non troverà mai la pace fino a quando non permetterà ai palestinesi di esercitare i loro diritti fondamentali umani e politici”. Il “permesso” israeliano è lontano dall’arrivare, lasciando la comunità internazionale con la responsabilità morale di pretenderlo. Nena News

Traduzione a cura della redazione di Nena News




Il presidente Rivlin: Israele dovrebbe annettere la Cisgiordania e concedere ai palestinesi la piena cittadinanza

di Jonatan Lis – 14 febbraio 2017 Haaretz

Solo la settimana scorsa il presidente aveva detto che l’approvazione della cosiddetta legge del furto delle terre potrebbe provocare il fatto che Israele possa sembrare uno Stato dell’apartheid.

Lunedì il presidente Reuven Rivlin ha detto che Israele dovrebbe annettere la Cisgiordania e concedere piena cittadinanza a chi vive nei territori, cioè ai palestinesi.

Benché non abbia citato esplicitamente i palestinesi o la Cisgiordania, martedì Rivlin ha detto: “Credo che Sion [cioè la Palestina. Ndtr.] sia nostra e che la sovranità israeliana dovrebbe essere (estesa) ad ogni luogo.

“La sovranità su un determinato territorio garantisce la cittadinanza a tutti quelli che vi risiedono. Non ci sono scuse. Non ci può essere una legge per gli israeliani e un’altra per i non-israeliani, ” ha detto durante una conferenza tenuta a Gerusalemme dal giornale Besheva [settimanale dei sionisti religiosi, il terzo più venduto in Israele. Ndtr.].

Gli alleati di estrema destra nella coalizione del primo ministro Netanyahu hanno chiesto di approfittare di quella che è percepita come l’amministrazione più filo israeliana, guidata da Donald Trump, per avanzare nell’annessione di parti della Cisgiordania, una richiesta a cui Netanyahu si è opposto.

Come presidente, Rivlin, un ex membro del Likud [partito di destra di Netanyahu. Ndtr.] e da molto tempo favorevole all’annessione della Cisgiordania e alla concessione ai palestinesi di tutti i diritti civili, ricopre un incarico soprattutto simbolico.

Pochi giorni fa Rivlin ha detto di essere assolutamente contrario alla legge, approvata dalla Knesset la scorsa settimana, che consente di espropriare la terra di proprietà privata palestinese per legalizzare retroattivamente alcune colonie. Ha affermato che l’approvazione della cosiddetta “Legge per la Regolarizzazione” potrebbe provocare il fatto che Israele possa sembrare uno Stato dell’apartheid.

“Israele ha adottato leggi internazionali. Queste non consentono a un Paese di agire in base ad esse per applicare e imporre le sue leggi su territori che non sono sotto la sua sovranità. Se lo fa, si tratta di una dissonanza legale. Ciò provocherà il fatto che Israele sia visto come uno Stato dell’apartheid, cosa che non è,” ha detto.

“Non c’è alcun dubbio. Il governo di Israele semplicemente non può applicare le leggi della Knesset su territori che non sono sotto la sovranità dello Stato,” ha aggiunto Rivlin.

La legge approvata la scorsa settimana consente ad Israele di espropriare la terra palestinese di proprietari privati in Cisgiordania su cui sono state costruite colonie ed avamposti israeliani. Benché ciò non conceda ai coloni la proprietà della terra, permette loro di rimanervi e nega ai proprietari palestinesi il diritto di reclamare la terra “finché non ci sia una soluzione diplomatica sullo status dei territori.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Uccidili, sono un facile bersaglio

Per la maggioranza degli ebrei israeliani gli arabi non sono esseri umani come noi. Questa disumanizzazione fa sì che i soldati e i poliziotti abbiano il grilletto facile.

Gideon Levy, 20 gennaio 2017 Haaretz

I palestinesi e gli arabi israeliani sono un bersaglio facile. Lo sono nei territori occupati ed in Israele. Lo sono perché il loro sangue vale poco. Vale poco a Umm al-Hiran e vale poco al checkpoint di Tulkarem. Vale poco nei cantieri edili [molti palestinesi lavorano come muratori in Israele, ndtr] e vale poco ai posti di blocco.

Quando le persone uccise sono arabe, a nessuno importa. Quando un soldato viene ucciso in un incidente, è una notizia da prima pagina. Ma quando un palestinese viene ucciso mentre sta camminando verso casa sua, a nessuno importa.

Nessuna delle persone uccise negli ultimi giorni sarebbe stata colpita a morte se non si fosse trattato di un palestinese o di un beduino. Ci sono dubbi sul fatto che ognuno di loro meritasse di morire. E’ stata una strage al fine di spostare l’attenzione da altre vicende, come è già successo in Israele e come è normale nei regimi poco trasparenti? Difficile dirlo. Ma si può con certezza dire: sono un facile bersaglio.

Lo sono stati mercoledì nel Negev. Ecco il sionismo del 2017 – la distruzione di una comunità di rifugiati beduini per costruire al suo posto una comunità ebraica. E’ la violenza che sta alla base del sionismo, nazionalista e razzista. Se si confronta questo caso con quello dell’avamposto di Amona (insediamento di coloni che doveva essere sgomberato in base ad una sentenza dell’Alta Corte israeliana, ndtr.) si ha la prova evidente dell’apartheid: negoziati e risarcimenti per gli ebrei, brutalità per gli arabi.

In nessuna situazione di espulsione di ebrei la polizia avrebbe sparato in quel modo. A Umm al-Hiran lo si può fare. E’ anche consentito ferire il capo della Lista Unita Ayman Odeh, perché la polizia è stata addestrata a pensare che i membri arabi della Knesset sono dei traditori. Questo è quanto hanno sentito dire dal loro ministro della pubblica sicurezza, Gilan Erdan (del partito di destra Likud, ndtr.).

Yakub Abu al-Kiyan, un insegnante, è stato colpito a morte nella sua macchina perché l’avrebbe lanciata di proposito contro un poliziotto. Immediatamente le autorità hanno diffuso le loro menzogne su di lui. Hanno detto che era legato allo Stato Islamico e che aveva quattro mogli. (Il deputato Ahmad Tibi [della Lista Unitaria, coalizione di partiti palestinesi di Israele, ndtr.] afferma che l’unica moglie di Abu al- Kiyan ha un dottorato di ricerca, e che suo fratello è un ispettore del Ministero dell’Educazione [i cui funzionari arabi sono selezionati in base alle informazioni dei servizi di sicurezza, ndtr.]).

Dopo questo, come si può credere alla polizia, che si è affrettata a dichiarare che lui stava deliberatamente lanciando l’auto contro un poliziotto? Almeno un testimone, Kobi Snitz, ha detto ad un sito web di aver visto il contrario. Prima la polizia ha sventagliato di proiettili l’auto di Abu al-Kinyan, e poi lui ha perso il controllo della vettura. Anche un video postato mercoledì solleva pesanti sospetti su quanto accaduto. Si ha l’impressione che gli spari siano stati precedenti all’investimento.

Ma molto altro nel corso della settimana scorsa ha preceduto gli avvenimenti di Umm al-Hiran. Nel campo profughi di Fara i soldati hanno ucciso un uomo che si era appena svegliato: 11 pallottole a bruciapelo di fronte a sua madre; i soldati affermano che stava cercando di aggredirli. Mohammed al-Salahi era figlio unico e viveva con la madre in un’unica stanza.

Nella città palestinese di Tuqu la polizia di frontiera ha ucciso un diciassettenne, Qusai al-Amour, che aveva lanciato pietre – ovvia vendetta. Poi hanno trascinato il ragazzo morente per terra come un sacco di patate. Mentre lo facevano, ha battuto la testa sulle pietre, mentre le telecamere filmavano la scena.

Il giorno dopo le telecamere hanno documentato anche l’uccisione di Nadal Mahadawi, di 44 anni, al checkpoint di Tulkarem. Una scena orribile. Lo si vede tranquillamente fermo in piedi quando i soldati sparano senza apparente ragione. Quando cerca di fuggire, in quella che sembra una corsa per salvarsi, loro lo uccidono.

Ma nulla di grave, il “terrorista” è stato ucciso. Così i media hanno descritto il fatto. Il modo in cui è stato trascinato il giovane ferito a Tuqu e l’esecuzione al checkpoint dovrebbero sconvolgere chiunque. Soprattutto dovrebbero sconvolgere tutti gli israeliani, perché chi ha fatto questo sono i loro figli, i loro soldati e i loro poliziotti. Ma le vittime erano palestinesi.

Un unico filo unisce Umm al-Hiran, Tuqu, Fara e Tulkarem – il filo della disumanizzazione che guida soldati e polizia. Inizia con le campagne di istigazione e finisce con le truppe dal grilletto facile.

Le radici sono profonde; devono essere riconosciute. Per la maggioranza degli israeliani tutti gli arabi sono uguali e non sono esseri umani come noi. Loro non sono come noi. Loro non amano i propri figli o la propria vita come facciamo noi. Sono nati per uccidere. Non c’è nessun problema ad ucciderli. Sono tutti nemici, oggetti sospetti, terroristi, assassini – la loro vita e la loro morte valgono poco.

Quindi uccideteli, perché non vi succederà niente. Uccideteli, perché è l’unico modo di trattarli.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Basta seminare il panico: in Palestina e Israele un unico Stato democratico è possibile

di Ramzy Baroud, 10 gennaio 2017, Middle East Monitor

Già molto prima del 28 dicembre scorso -quando il Segretario di Stato John Kerry è salito sul palco del Dean Acheson Auditorium di Washington DC per pontificare sull’incerto futuro della soluzione a due Stati e sulla necessità di salvare Israele da se stesso -Il tema della creazione di uno Stato Palestinese è stato di primaria importanza.

Infatti, nonostante ciò che si crede comunemente, lo sforzo per costituire uno Stato palestinese accanto ad uno ebraico risale a molto prima della Risoluzione Onu 181 del novembre 1947. Quella famigerata risoluzione chiedeva la partizione della Palestina in tre entità: uno Stato ebraico, uno palestinese e un controllo internazionale su Gerusalemme.

Una lettura più accurata della storia può mettere in evidenza molti riferimenti allo Stato palestinese (o arabo) tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

L’idea dei due Stati è eminentemente occidentale. Nessun partito o leader palestinese ha mai pensato che la divisione della Terra Santa fosse davvero un’opzione. Allora una simile idea è sembrata assurda, in parte perché, come evidenziato da Ilan Pappe nel suo “La Pulizia Etnica della Palestina”, “quasi tutte le terre coltivate in Palestina appartenevano alla popolazione indigena (araba), (mentre) solo il 5.8 % era di proprietà di ebrei nel 1947”.

Un precedente, ma altrettanto importante, rimando ad uno Stato Palestinese fu fatto dalla commissione Peel, una commissione britannica d’inchiesta presieduta da Lord Peel, che venne inviato in Palestina per indagare sulle motivazioni alla base di uno sciopero generale, una rivolta e più tardi di una ribellione armata che iniziò nel 1936 e si protrasse per circa 3 anni.

La commissione stabilì che le “cause sottostanti ai disordini” fossero sostanzialmente due: il desiderio di indipendenza dei palestinesi e l’astio e il timore per la costituzione della patria nazionale per gli ebrei”. Quest’ultima fu promessa dal governo britannico alla Federazione Sionista della Gran Bretagna e dell’Irlanda nel 1917, nota in seguito come la dichiarazione Balfour.

La commissione Peel consigliò la spartizione della Palestina storica in uno Stato ebraico e in uno palestinese, che sarebbe stato incorporato nella Transgiordania [l’attuale Regno di GIordania. Ndtr.], con enclavi riservate al governo mandatario britannico.

Nel lasso di tempo di 80 anni tra quella raccomandazione e l’avvertimento di Kerry secondo cui la soluzione a due Stati sarebbe “seriamente in pericolo”, davvero poco è stato fatto in termini di passi concreti verso la costituzione di uno Stato palestinese. Ancor peggio, gli Stati Uniti hanno fatto uso ripetutamente del loro potere di veto all’ONU per impedire la costituzione dello Stato palestinese, nonché utilizzato il loro potere politico ed economico di intimidazione nei confronti di chi avesse (anche solo simbolicamente) riconosciuto uno Stato palestinese. Hanno giocato inoltre un ruolo chiave nel finanziare gli insediamenti ebraici illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme, rendendo l’esistenza di uno Stato palestinese virtualmente impossibile.

Il punto ora è: perché l’Occidente continua ad utilizzare la “soluzione a due Stati” come parametro politico per giungere ad una risoluzione del conflitto israelo-palestinese mentre, allo stesso tempo, assicura che la sua stessa richiesta di risoluzione non diventi mai una realtà?

La risposta sta, parzialmente, nel fatto che fin dall’inizio la “soluzione a due Stati” non è mai stata concepita fin dall’inizio per essere realizzata. Come il “processo di pace” ed altre finzioni, ha avuto lo scopo di promuovere tra i palestinesi e il mondo arabo l’idea che esista un importante obiettivo per cui battersi, nonostante esso sia inattuabile.

Ma anche quell’obiettivo è stato condizionato da una serie di richieste risultate fin dall’inizio irrealistiche. Storicamente, i palestinesi hanno dovuto rinunciare alla violenza (la loro resistenza armata all’occupazione militare israeliana), acconsentire a varie risoluzioni dell’ONU, (benché Israele ancora rifiuti di riconoscerle), accettare il “diritto” di Israele ad esistere in quanto Stato ebraico, e così via. Lo Stato palestinese, prima ancora di essere costituito, avrebbe dovuto essere demilitarizzato, diviso tra Cisgiordania e Gaza ed escludere buona parte di Gerusalemme Est occupata.

Furono offerte numerose soluzioni “creative”, per ridurre ogni timore israeliano che l’inesistente Stato palestinese, nel caso fosse stato creato, potesse costituire una minaccia per Israele. Talvolta, la discussione in corso riguardava l’idea di una confederazione tra Palestina e Giordania, altre volte, come nelle proposte più recenti del capo del Jewish Home Party [La Casa Ebraica, partito di estrema destra dei coloni. Ndtr], il ministro israeliano Naftali Bennett, quella di trasformare Gaza in uno Stato indipendente e di annettere a Israele il 60% della Cisgiordania.

E quando gli alleati di Israele, delusi dall’ascesa della destra ebraica e dall’ostinazione del primo ministro Benjamin Netanyahu, insistono nell’affermare che è giunto il momento della soluzione a due Stati, esprimono i loro timori sotto forma di un amore estremo. L’attività delle colonie israeliane sta infatti “consolidando enormemente l’irreversibile realtà dello Stato unico” ha detto Kerry la settimana scorsa nel suo discorso politico.

Tale realtà dovrebbe costringere Israele o ad un compromesso circa l’identità ebraica dello Stato (come se avere una identità etnico/religiosa in un moderno Stato democratico fosse una precondizione normale) oppure a lottare contro il fatto di diventare uno Stato di apartheid (come se ciò non fosse già una realtà).

Kerry ha messo in guardia Israele circa il fatto che sarebbe rimasta solo l’opzione di porre i palestinesi “sotto occupazione militare permanente” privandoli della maggior parte delle libertà fondamentali”, aprendo così la strada ad uno scenario di “separazione e disuguaglianza”.

Mentre ci si preoccupava della disintegrazione della possibilità della “soluzione a due Stati”, pochi in realtà hanno cercato di comprendere la realtà dal punto di vista palestinese.

Per i palestinesi, il dibattito sulla necessità di Israele di scegliere tra essere uno Stato democratico o confessionale è risibile. Infatti per loro la democrazia israeliana si applica integralmente solo ai cittadini di origine ebraica e a nessun altro, mentre i palestinesi sono sopravvissuti per decenni dietro muri, recinti, prigioni ed enclave assediate, come nella Striscia di Gaza.

E lo scenario di apartheid fatto di “separazione e diseguaglianza” evocato da Kerry, con due ordinamenti giuridici, due diverse normative e due realtà applicate a due diversi gruppi sullo stesso territorio, si è realizzato nel momento stesso in cui lo Stato di Israele è stato fondato nel 1948.

Secondo un recente sondaggio, due terzi dei palestinesi, stanchi delle illusioni della loro stessa leadership fallimentare, concordano oggi sul fatto che la soluzione a due Stati non sia realizzabile. E questo numero tende ad aumentare tanto velocemente quanto le massicce iniziative di colonizzazione illegale che costellano Gerusalemme e la Cisgiordania occupate.

Questo non è un argomento contro la soluzione a due Stati; quest’ultima è esistita semplicemente come espediente per tranquillizzare i palestinesi, prendere tempo e delimitare il conflitto ad un orizzonte politico illusorio. Se gli Stati Uniti fossero stati davvero interessati alla soluzione a due Stati, avrebbero tenacemente combattuto per realizzarla decenni fa.

Dire oggi che la soluzione a due Stati è superata, significa accettare l’illusione che sia mai stata possibile.

Ciò detto, conviene a tutti capire che la coesistenza, in uno Stato democratico, non è uno scenario oscuro che determinerebbe la fine per la regione.

E’ tempo di abbandonare illusioni irrealizzabili e concentrare tutte le energie per promuovere la coesistenza, basata sull’eguaglianza e la giustizia per tutti.

Infatti, ci può essere tra il fiume [Giordano] e il mare [mediterraneo], un unico Stato,che sia uno Stato democratico per tutta la sua popolazione, indipendentemente dall’etnia o dal credo religioso.

Ramzy Baroud è un editorialista internazionalmente riconosciuto, autore e il fondatore di Palestine Chronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre è stato un combattente per la libertà: la storia non detta di Gaza”(My FatherWas a Freedom Fighter: Gaza’sUntold Story)

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore stesso e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Ma’an News Agency.

(traduzione di Viviana Codemo)