Rapporto OCHA del periodo 4 – 17 febbraio 2020

Il 6 febbraio, in tre distinti attacchi e presunti attacchi palestinesi, due palestinesi sono stati uccisi e 14 soldati israeliani sono rimasti feriti

[segue dettaglio]. Nella Città Vecchia di Gerusalemme, un palestinese 45enne, cittadino israeliano, dopo aver aperto il fuoco ed aver ferito un agente di polizia di frontiera, è stato ucciso dalle forze di polizia israeliane. A Gerusalemme Ovest, un palestinese ha investito con la sua auto un gruppo di soldati israeliani, ferendone 12; l’uomo è stato successivamente arrestato al bivio di Gush Etzion (Hebron). Nello stesso giorno, il 6 febbraio, nei pressi del villaggio di Deir Ibzi (Ramallah), palestinesi, secondo quanto riferito, hanno sparato contro soldati israeliani, ferendone uno; il 17 febbraio, l’esercito israeliano ha comunicato di aver trovato il corpo di un presunto attentatore: l’uomo sarebbe morto per le ferite riportate durante lo scontro a fuoco con i soldati israeliani. In un ulteriore episodio, accaduto il 17 febbraio nella città di Hebron, ad un checkpoint nell’area controllata da Israele, un palestinese ha tentato di pugnalare dei soldati israeliani ed è stato arrestato; non sono stati segnalati feriti.

Il 6 febbraio, in scontri scoppiati durante una demolizione “punitiva” nella città di Jenin, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo due palestinesi e ferendone altri nove. Una delle vittime è un 19enne e l’altra un poliziotto palestinese che, secondo quanto riferito, al momento degli scontri si trovava all’interno della stazione di polizia. Secondo fonti israeliane, durante gli scontri in questione, palestinesi hanno sparato e lanciato due ordigni esplosivi contro i soldati; non sono stati segnalati ferimenti di israeliani.

In Cisgiordania, durante molteplici scontri scoppiati in risposta al piano americano per il Medio Oriente, annunciato il 28 gennaio, sono stati uccisi dalle forze israeliane altri due palestinesi e oltre 100 sono rimasti feriti. Le due vittime sono un minore di 17 anni, ucciso nella città di Hebron il 5 febbraio, e un 19enne, ucciso il 7 febbraio vicino a un cancello della Barriera, nei pressi del villaggio di Qaffin (Tulkarm). Altri scontri, con gran numero di feriti, sono stati registrati vicino al checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah), all’ingresso della città di Gerico, nel villaggio di Beita (Nablus), e nelle città di Al ‘Eizariya e Abu Dis (governatorato di Gerusalemme). Tra i feriti ci sono 21 minori. Oltre il 70% dei feriti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno, il 24% è stato colpito da proiettili di gomma e il 2% da proiettili di arma da fuoco.

In altri scontri, registrati durante il periodo di riferimento, altri 138 palestinesi, tra cui sette minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Oltre il 60% di questi feriti (88) si sono avuti durante scontri scoppiati nel contesto di tre operazioni di ricerca-arresto condotte a Beit Jala (Betlemme) a seguito del presunto investimento volontario del 6 febbraio [vedi 1° paragrafo]. Il 24% [dei 138 feriti] sono stati registrati durante le proteste settimanali nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya) ed i rimanenti in altri scontri; tra cui [quello avvenuto durante] il funerale del poliziotto ucciso nella città di Jenin [vedi 2° paragrafo]. Questi episodi portano a sei il numero di palestinesi uccisi da forze israeliane in Cisgiordania e Israele ed a 623 il numero di feriti dall’inizio del 2020.

Il 15 febbraio, nel quartiere di Al Isawiya a Gerusalemme Est, mentre stava tornando a casa da scuola, un ragazzo palestinese di 9 anni è stato colpito ad un occhio da un proiettile di gomma sparato da un poliziotto israeliano. Il ragazzo è rimasto ferito in modo grave ed ha perso l’uso dell’occhio. Al momento dell’accaduto non risulta fossero in corso scontri. Le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine penale. Dalla metà del 2019, ad Al Isawiya sono in corso consistenti operazioni di polizia che, per almeno 18.000 residenti, sono causa di tensioni e disagi quotidiani.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 135 operazioni di ricerca-arresto, arrestando 132 palestinesi, tra cui otto minori. La maggior parte delle operazioni sono state effettuate nel Governatorato di Ramallah (34), seguito dai Governatorati di Hebron (30) e Gerusalemme (26).

È proseguito, da Gaza verso Israele, il lancio di proiettili, nonché di fasci di palloncini recanti esplosivo; sia i proiettili che i palloncini sono atterrati in aree aperte all’interno di Israele, o sono stati intercettati in aria. Nella città di Netivot, due israeliani sono rimasti feriti mentre correvano verso un rifugio. Questi episodi sono stati seguiti da attacchi aerei israeliani contro strutture militari di Gaza; non sono state segnalate vittime, ma nel Campo Profughi Beach è stata danneggiata una conduttura per lo scarico in mare dell’acqua piovana.

In almeno 53 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti in aree [di Gaza] adiacenti alla recinzione perimetrale israeliana ed al largo della costa di Gaza [cioé, in “Aree ad Accesso Riservato”, vietate ai palestinesi]; un pescatore palestinese è rimasto ferito e due barche sono state danneggiate dalle forze navali israeliane. In tre occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza (a Beit Lahia, al Campo di Al Maghazi e Khan Younis) ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o costretto i palestinesi a demolire 24 strutture, sfollando 23 persone e causando ripercussioni su altre altre 88 [segue dettaglio]. Tredici delle strutture demolite, di cui tre precedentemente fornite come aiuto umanitario, erano situate in Area C. Tra i casi più rilevanti, due si sono verificati vicino alla città di Hebron (Al Hijra) ed a Deir Qaddis (Ramallah), dove sono state demolite tre strutture di sostentamento, due locali ad uso agricolo e due latrine. Sempre in Area C, nella città di Hebron, le autorità israeliane hanno demolito una abitazione ed una latrina fornite come assistenza umanitaria, sfollando una famiglia di sette persone. Le restanti undici strutture colpite si trovavano a Gerusalemme Est; cinque di queste sono state demolite dai proprietari, a seguito degli ordini di demolizione.

Il 6 febbraio, nella città di Jenin, per la seconda volta le autorità israeliane hanno demolito una casa per motivi “punitivi”, sfollando sette persone, tra cui due minori. La casa apparteneva alla famiglia di un palestinese, attualmente in carcere, che, nel gennaio 2018, partecipò ad un attacco in cui fu ucciso un colono israeliano. Dopo la prima demolizione, avvenuta il 23 aprile 2018, la casa era stata ricostruita.

Cinque attacchi, attribuiti a coloni israeliani, hanno provocato il ferimento di tre palestinesi e danni a proprietà palestinesi [segue dettaglio]. Il 16 febbraio, coloni israeliani armati hanno fatto irruzione nel villaggio di Ein ar Rashash (Ramallah), dove hanno aggredito e ferito tre residenti palestinesi ed hanno danneggiato la loro casa. Secondo fonti locali palestinesi, in due episodi separati, coloni israeliani hanno vandalizzato almeno 5 ettari di coltivazioni nel villaggio di Iskaka (Salfit), colpendo i mezzi di sussistenza di sette famiglie, mentre, nel villaggio di Beitillu (Ramallah), hanno vandalizzato 30 ulivi. Nei villaggi di Deir Dibwan e Beitin (entrambi a Ramallah), coloni israeliani hanno vandalizzato 15 veicoli di proprietà palestinese e due case.

Secondo fonti israeliane, a seguito di lanci di pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro auto percorrenti strade della Cisgiordania, tre israeliane (una ragazza e due donne) sono rimaste ferite e almeno 12 veicoli israeliani sono stati danneggiati.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Secondo quanto riferito, in risposta alla recente diminuzione del lancio di razzi e palloni incendiari da Gaza, il 18 febbraio le autorità israeliane hanno ampliato da 10 a 15 miglia nautiche la zona di pesca consentita [ai pescatori palestinesi] al largo della costa meridionale; hanno inoltre riattivato 500 permessi di uscita per le persone classificate come “uomini d’affari”.

Il 19 febbraio, il Comune di Gerusalemme ha annunciato che fermerà per sei mesi la demolizione di case nel quartiere di Al Isawiya, nella parte orientale di Gerusalemme. Dall’agosto 2019, ad Al Isawiya sono state demolite tredici strutture, di cui sette abitative, e per decine di altre sono in corso ordini di demolizione.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




La criminalizzazione della resistenza palestinese: le nuove condizioni dell’UE per gli aiuti alla Palestina

Tariq Dana 

2 febbraio 2020 – Al-Shabaka

Recentemente l’UE ha comunicato alla rete delle Organizzazioni Non Governative Palestinesi (ONGP) le nuove condizioni per i finanziamenti, cioè che le organizzazioni della società civile palestinese sono obbligate a non avere rapporti con individui o gruppi definiti “terroristi” dalla UE. Ciò comprende il personale, gli appaltatori, i beneficiari e i destinatari degli aiuti. La misura non solo riduce ulteriormente la libertà della società civile palestinese, ma inoltre criminalizza la resistenza palestinese persino nelle sue forme più pacifiche. (1)

Che cosa ha causato il cambiamento, quali effetti avrà sulla società civile palestinese e che cosa possono fare i palestinesi al riguardo? Al-Shabaka ha parlato di queste questioni e più in generale dei problemi degli aiuti internazionali alla Palestina con l’analista politico Tariq Dana, professore associato presso il ‘Centro per i Conflitti e gli Studi Umanitari’ dell’Istituto di Studi Universitari di Doha,

L’UE sostiene che la nuova clausola non è nuova, in quanto è coerente con la politica dell’UE dal 2001 tesa ad evitare il finanziamento di gruppi classificati come “organizzazioni terroristiche”. È così?

È importante distinguere tra la politica dell’UE e le politiche dei diversi Stati membri che non riflettono necessariamente gli accordi UE riguardo ad una particolare questione. All’inizio degli anni 2000, quando l’USAID [ente governativo USA per la cooperazione internazionale e gli aiuti umanitari, ndtr.] ha incominciato ad imporre la clausola “antiterrorismo” nei confronti delle ONG palestinesi, pochi Stati europei hanno seguito la strada americana e imposto requisiti più severi alle organizzazioni della società civile palestinese. Però l’Unione Europea all’epoca non era coinvolta direttamente in questa controversia ed ha preferito porre l’accento sulla professionalità, la trasparenza e l’efficacia dei programmi delle ONG come principali criteri per ricevere fondi e attuare progetti, piuttosto che focalizzarsi sull’identità politica delle organizzazioni e del loro personale. La tempistica della recente iniziativa dell’UE sulle condizioni di finanziamento e dell’attacco politico alla società civile palestinese è molto sospetta, poiché giunge in un momento molto difficile per i palestinesi.

Allora che cosa ha portato a questo cambiamento?

Il cambiamento va collocato nel contesto della continua colonizzazione israeliana e dell’abilità della sua impresa coloniale di inventare nuovi meccanismi di controllo. L’ultima mossa dell’UE è il risultato della costante pressione israeliana su di essa per impedirle di finanziare molte organizzazioni palestinesi, soprattutto quelle impegnate nel rivelare e rendere note le pratiche coloniali, le violazioni dei diritti umani e i crimini israeliani.

Israele ha infatti adottato un’ampia gamma di misure aggressive per limitare il campo d’azione della società civile nei Territori Palestinesi Occupati, incluse le detenzioni arbitrarie e gli arresti di attivisti della società civile, giustificazioni in base alla “sicurezza” per ostacolare il lavoro delle organizzazioni locali, il finanziamento di campagne di diffamazione per delegittimare l’attività di queste organizzazioni e la pressione sulle organizzazioni e i donatori internazionali perché sospendano i finanziamenti alle ONG palestinesi. Questo è particolarmente evidente riguardo alle organizzazioni legali che utilizzano le leggi internazionali per riferire sulle violazioni dei diritti umani, come Al-Haq e Addameer, e le organizzazioni per lo sviluppo che realizzano progetti nell’area C [sotto il totale ma temporaneo controllo israeliano, in base agli Accordi di Oslo, ndtr.] per sostenere la tenacia delle comunità locali che soffrono a causa dell’esercito e dei coloni, quali il ‘Centro Bisian per la Ricerca e lo Sviluppo’ il cui direttore, Ubai Aboudi, è stato recentemente arrestato da Israele ed è sottoposto a detenzione amministrativa senza capi d’accusa.

Anche alcune influenti organizzazioni di destra in Israele, come ‘NGO Monitor’, che attacca le organizzazioni palestinesi non-profit e i loro partner internazionali con false accuse, per esempio, di “terrorismo” e “antisemitismo” e che ha il sostegno del governo israeliano, hanno fatto pressione e creato mobilitazione contro il finanziamento delle tendenze, anche quelle più moderate, all’interno della società civile palestinese. Purtroppo la definizione dell’UE di “terrorismo” ricalca la prospettiva israeliana e perciò giova ampiamente a questi interessi tesi a sopprimere le voci critiche palestinesi.

Inoltre, mentre la mossa dell’UE rappresenta un’altra vittoria per la propaganda israeliana, è anche l’ennesima di un’infinita serie di sconfitte dell’ANP [Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.]. L’ANP per anni ha escluso la resistenza e ha represso diverse forme di lotta popolare, mentre al contempo sosteneva di appoggiare la “lotta diplomatica” per fare pressione su Israele perché rispettasse il diritto internazionale. Quello che in realtà abbiamo visto è un vergognoso numero di ripetute sconfitte e la scarsa propensione a perseguire un’efficace politica e diplomazia. Quindi non c’è dubbio che il cambio di politica dell’UE nell’intensificare le limitazioni dei finanziamenti alla società civile palestinese è stato in parte il risultato delle politiche insensate dell’ANP.

Come hanno risposto l’ANP e la società civile palestinese alla mossa dell’UE?

Al momento, la società civile palestinese ha mobilitato i propri sostenitori e le proprie reti per respingere questa mossa. La ‘Campagna Nazionale Palestinese per Respingere i Finanziamenti Condizionati’ ha emesso una dichiarazione che critica aspramente la politica dell’UE, affermando la propria totale opposizione al condizionamento politico dei finanziamenti. La dichiarazione afferma l’impegno dell’organizzazione su questa posizione fino al punto che rimarrà ferma anche se “portasse al collasso della nostra organizzazione e all’impossibilità di svolgere il nostro vitale lavoro.” Da parte sua, l’ANP ha denunciato solo verbalmente la misura e non ha formulato alcun piano per trasformare la propria posizione in un passo concreto per fermare l’UE.

Che impatto avrà la politica dell’UE sui palestinesi e sulla società civile palestinese?

La mossa dell’UE giunge in un momento molto difficile per i palestinesi: Israele si sta preparando ad annettere la maggior parte dell’area C e la Valle del Giordano; i palestinesi sono deboli, frammentati e divisi; l’ANP è diventata de facto un esecutore della sicurezza israeliana; la causa palestinese negli ultimi anni ha subito una marginalizzazione e non è più una priorità regionale. Le limitazioni dell’UE si aggiungono a questi elementi, criminalizzando molte organizzazioni palestinesi impegnate in forme moderate di resistenza attraverso il diritto internazionale e la difesa e il sostegno alla sopravvivenza delle comunità. Queste restrizioni quindi non solo contribuiranno ad un’ulteriore emarginazione della causa palestinese, ma favoriranno anche l’istituzionalizzazione dell’espansione coloniale israeliana, poiché, se non riusciranno a trovare alternative ai finanziamenti UE, molte organizzazioni non saranno in grado di sostenere il proprio lavoro di monitoraggio e denuncia dei crimini israeliani.  

Più precisamente, mentre l’elenco dei bersagli dell’UE include molti movimenti di resistenza palestinesi, numerose persone e famiglie subiranno le conseguenze del nuovo cambio di politica. Per esempio, persone che sono state arrestate in passato, compresi coloro che sono stati reclusi in detenzione amministrativa, condannata a livello internazionale, e che ora sono impegnate nell’attivismo della società civile, possono essere classificati “terroristi” e perciò escluse dal ricevere finanziamenti. In più, organizzazioni e gruppi che appoggiano il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) e le sue attività sono chiaramente visti come una minaccia agli interessi israeliani e probabilmente le campagne per delegittimare le loro attività, non solo in Palestina, ma anche in parecchi Stati dell’UE, aumenteranno.

È importante sottolineare anche la contraddizione tra la retorica dell’UE e le sue politiche. Per esempio, l’UE afferma che non riconoscerà l’annessione israeliana dell’area C o della Valle del Giordano, ma tagliando gli aiuti essa ostacola il lavoro delle ONG palestinesi che sostengono le comunità minacciate dall’espulsione israeliana in quelle aree. Di fatto l’UE sarà complice del processo di espulsione, anche se afferma di non riconoscere alcuna possibile annessione.   

Quale è lo stato della società civile palestinese in questo momento cruciale?

Attivisti e studiosi hanno ripetutamente messo in guardia rispetto alla costante dipendenza delle ONG palestinesi dagli aiuti condizionati dell’occidente per finanziare le organizzazioni e i progetti locali. Pur riconoscendo gli sforzi delle iniziative di base per riorganizzarsi attraverso risorse locali e attività volontaria per avviare e sostenere alcuni importanti progetti, queste iniziative non si sono trasformate in una tendenza collettiva e strategica. Il più grande e influente segmento della società civile continua a dipendere dagli aiuti internazionali, che sono ampiamente condizionati a livello politico e ideologico e quindi impongono parecchie limitazioni al lavoro dei soggetti della società civile.

Il predominio di queste ONG ha creato una società stagnante, ha depoliticizzato gli attivisti locali, ha prodotto una nuova elite separata ed ha sprecato milioni in progetti insensati. Per esempio, il ruolo della società civile nella divisione tra Fatah e Hamas è stato chiaramente assente e le organizzazioni non sono riuscite a lanciare iniziative strategiche per contrastare le conseguenze delle divisioni. Il risultato è che la società civile palestinese è molto più frammentata di dieci anni fa, mentre le organizzazioni attive in Cisgiordania hanno priorità e programmi diversi dalle loro controparti nella Striscia di Gaza. Quindi, mentre la società civile dovrebbe essere un ambito di resistenza e di mobilitazione contro la frammentazione, essa ne è diventata parte.

Che cosa occorrerebbe fare per rafforzare la società civile palestinese e contrastare la frammentazione?

Le restrizioni dell’UE potrebbero essere dannose per molte organizzazioni locali, ma dovrebbero essere viste come un’opportunità per creare strategie collettive al di là dell’aiuto ufficiale convenzionale dell’occidente e delle sue limitazioni. La pressione creata dai sistematici tagli ai finanziamenti per gli aiuti da parte dei donatori internazionali potrebbe auspicabilmente spingere molte organizzazioni a cercare risorse alternative all’interno della società palestinese in Palestina e nella diaspora e a collegarsi con gli autentici movimenti della società civile e coi gruppi della solidarietà in tutto il mondo, cosa che offrirebbe piattaforme internazionali per l’attivismo dei difensori e possibili risorse finanziarie per contribuire a ricostruire la società civile su nuovi binari.

E’ vitale per le organizzazioni della società civile dare priorità a quei tipi di azioni che valorizzino le strutture popolari, partecipative e democratiche e l’organizzazione sociale di base. Ci dovrebbe essere uno sforzo organizzato a favore del dialogo interno incentrato su una concezione della società civile che privilegi il programma di liberazione nazionale, la mobilitazione popolare, l’impegno, la resistenza e le politiche e la conoscenza anticolonialiste. Questo dovrebbe essere affiancato da una prospettiva di alternative all’attuale sistema di aiuti, reinventando nuove fonti di solidarietà per finanziare le attività della società civile. Ciò potrebbe comprendere progetti di auto-finanziamento che coinvolgano più palestinesi della diaspora, gruppi della solidarietà internazionale e movimenti per la giustizia sociale che aiuterebbero a ridurre la dipendenza dai finanziamenti condizionati.

Note:

  1. Al-Shabaka è grata per gli sforzi dei difensori dei diritti umani di tradurre i suoi articoli, ma non è responsabile per qualunque modifica del loro significato.

Tariq Dana

Il consulente politico di Al-Shabaka Tariq Dana è professore associato presso il ‘Centro per i Conflitti e gli Studi Umanitari’ dell’Istituto di Studi post-universitari di Doha. Ha lavorato come direttore del ‘Centro per gli Studi sullo Sviluppo’ all’università di Birzeit (2015-2017) ed è stato ricercatore presso l’‘Istituto di Studi Internazionali Ibrahim Abu-Lughod’. Ha conseguito la laurea presso la Scuola Sant’Anna di Studi Avanzati, in Italia. Gli interessi di Tariq nel campo della ricerca comprendono l’economia politica, la società civile, i movimenti sociali e le ONG, la costruzione dello Stato e i rapporti società-Stato, con focus particolare sulla Palestina e più in generale sul Medio Oriente arabo.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 21 gennaio – 3 febbraio 2020

Il 21 gennaio, le forze israeliane hanno ucciso tre palestinesi: due 18enni e un 17enne. I giovani avevano varcato la recinzione israeliana che cinge Gaza e, a quanto riferito, avevano lanciato un ordigno esplosivo contro i soldati.

I loro corpi sono stati trattenuti dalle autorità israeliane. Non sono stati riportati ferimenti di israeliani.

Un 14enne palestinese è morto per la ferita riportate il 10 novembre 2019, durante una manifestazione della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR): era stato colpito alla testa da un contenitore di gas lacrimogeno sparato dalle forze israeliane. La sua morte, avvenuta il 31 gennaio, porta a 214 (di cui 47 minori) il numero totale di vittime delle manifestazioni GMR da quando queste sono iniziate, il 30 marzo 2018. Il Comitato Organizzatore del GMR aveva annunciato che, dalla fine del 2019, le manifestazioni settimanali sarebbero state sospese fino al 30 marzo 2020; dopo tale data esse riprenderanno per continuare su base mensile e su temi specifici. Dal 28 gennaio, nei pressi della recinzione perimetrale con Israele, si sono svolte una serie di proteste contro il piano americano per il Medio Oriente, durante le quali 11 palestinesi, tra cui tre minori, sono stati feriti dalle forze israeliane.

Palestinesi di Gaza (compresi gruppi armati) hanno sparato colpi di mortaio ed hanno lanciato verso Israele diversi razzi, nonché ordigni esplosivi appesi a fasci di palloncini. I proiettili sono stati intercettati in aria o sono caduti in aree aperte. Nella città di Sderot, una donna israeliana e il suo bambino, mentre correvano verso un rifugio, sono rimasti feriti.

L’esercito israeliano ha effettuato una serie di attacchi aerei contro strutture di gruppi armati di Gaza; due di questi attacchi hanno provocato il ferimento di due minori palestinesi. Il 2 febbraio, le autorità israeliane hanno sospeso l’ingresso di cemento in Gaza [i valichi sono sotto controllo israeliano] ed hanno revocato il permesso di uscita a 500 uomini d’affari. Secondo quanto riferito, questi attacchi e questi provvedimenti sono stati attuati in risposta al lancio di razzi e palloncini esplosivi da Gaza.

In almeno 30 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti in aree [di Gaza] adiacenti alla recinzione perimetrale israeliana ed al largo della costa di Gaza [cioé, le “Aree ad Accesso Riservato”]; sono stati segnalati tre feriti, tra cui un minore. In un caso separato, le forze navali israeliane hanno arrestato tre pescatori palestinesi, tra cui un minore, ed hanno sequestrato la loro barca.

In Cisgiordania (fino alla chiusura di questo bollettino), 287 palestinesi, tra cui 43 minori e otto donne, sono rimasti feriti in scontri avvenuti a partire dal 28 gennaio, data dell’annuncio del piano USA per il Medio Oriente. Gli scontri più ampi sono stati registrati nel villaggio di Beita (Nablus), nella città di Betlemme, al checkpoint Beit-El / DCO (Ramallah), nelle città di Hebron e di Al ‘Eizariya (Gerusalemme), nel villaggio di Khirbet ‘Atuf ed al checkpoint di Tayasir (questi ultimi due in Tubas ). Oltre l’80% dei feriti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni, il 16% è stato colpito da proiettili di gomma e il 2% da armi da fuoco. Nella città di Hebron, durante scontri, le uniformi di un soldato israeliano e di un ufficiale della Polizia di Frontiera sono andate a fuoco a causa del lancio di bottiglie incendiarie da parte di palestinesi.

In altri scontri, avvenuti all’inizio del periodo di riferimento, sono stati feriti dalle forze israeliane altri 49 palestinesi, di cui otto minori. Dei 49 feriti, venticinque sono stati registrati a Gerusalemme Est, nell’area di Beit Hanina, durante scontri scoppiati al diffondersi di voci secondo cui un ragazzo palestinese, scomparso, sarebbe stato rapito da coloni israeliani; il ragazzo è stato successivamente trovato morto, secondo quanto riferito, annegato in una cisterna d’acqua. Altri tredici palestinesi [dei 49] sono rimasti feriti nella città di Al ‘Eizariya (Gerusalemme) durante scontri spontanei, e cinque sono rimasti feriti durante le proteste settimanali nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya). Preoccupa la situazione di un ragazzo palestinese di 11 anni, colpito alla testa da una bomboletta di gas lacrimogeno sparata dalle forze israeliane durante scontri vicino alla scuola di Burin (Nablus); in conseguenza di ciò, le lezioni sono state sospese per il resto della giornata. Questi episodi portano a 336 il totale dei [palestinesi] feriti durante il periodo di riferimento [cioé, 2 settimane]; più del doppio della media del 2019 (136 feriti ogni 2 settimane).

Le forze israeliane hanno effettuato 81 operazioni di ricerca-arresto in Cisgiordania ed hanno arrestato 89 palestinesi, tra cui 12 minori. La maggior parte delle operazioni si sono avute nel Governatorato di Hebron (23), seguito dai governatorati di Gerusalemme (19) e Ramallah (14). Nel quartiere di Al Isawiya a Gerusalemme Est, durante le consuete operazioni di polizia, la situazione è rimasta tesa: a seguito di una di queste operazioni, una ragazza palestinese di 14 anni ha perso conoscenza ed è stata trasportata in ospedale. Secondo quanto riferito, la ragazza avrebbe subito un trauma per la perquisizione svolta dalle forze di polizia nella sua casa.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto i proprietari a demolire, dieci strutture palestinesi, sfollando nove persone e causando ripercussioni su altre 41. Cinque delle strutture demolite, compresa una precedentemente fornita come aiuto umanitario, erano situate in Area C, nel villaggio di Az Zawiya (Salfit) e ad Al Khalayleh, una piccola Comunità nell’area di Gerusalemme, separata dal resto della Cisgiordania dalla Barriera. Le restanti cinque strutture si trovavano a Gerusalemme Est, una delle quali in una Comunità (Khirbet Khamis) separata da Betlemme dalla Barriera. Tre delle strutture in Gerusalemme Est sono state demolite dai proprietari, a seguito del ricevimento di ordini di demolizione.

Individui, ritenuti coloni israeliani, hanno dato alle fiamme una scuola e una moschea, hanno vandalizzato 189 alberi di proprietà palestinese ed hanno ferito quattro palestinesi. I sopraccitati episodi di incendio doloso si sono verificati il 24 ed il 28 gennaio in una scuola del villaggio di Einabus (Nablus) e in una moschea della zona di Sharafat, a Gerusalemme Est. In entrambi i casi, sui muri degli edifici, sono state spruzzate scritte offensive in ebraico [seguono i dettagli]. In due episodi distinti, verificatisi presso gli insediamenti colonici di Bruchin e Shave Shomron, coloni hanno abbattuto 182 alberi appartenenti agli agricoltori dei villaggi di Kafr ad Dik (Salfit) e Sebastiya (Nablus). Coloni israeliani hanno fatto irruzione nel vicino villaggio di Madama (Nablus), dove hanno lanciato pietre contro case palestinesi, vandalizzato ulivi e, negli scontri conseguenti l’irruzione, hanno ferito due palestinesi. Altri due contadini palestinesi del villaggio di As Sawiya (Nablus), mentre lavoravano la loro terra, sono stati colpiti con pietre e feriti da un gruppo di coloni israeliani. Un veicolo palestinese ha subito danni in un separato episodio di lancio di pietre vicino al villaggio di Haris (Salfit).

Secondo varie fonti israeliane, una ragazza israeliana è stata ferita nei pressi dell’area di insediamento di Gush Etzion (Betlemme) e almeno sette veicoli israeliani sono stati danneggiati da lanci di pietre e bottiglie incendiarie, ad opera di palestinesi, contro auto transitanti lungo le strade della Cisgiordania.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 5 febbraio, nella città di Hebron, durante scontri, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo palestinese di 17 anni.

Il 6 febbraio, nella città di Jenin, durante scontri, scoppiati durante una demolizione punitiva, le forze israeliane hanno sparato e ucciso due palestinesi; uno degli uccisi era un poliziotto palestinese che, secondo quanto riferito, durante gli scontri si trovava all’interno di una stazione di polizia.

Il 6 febbraio, nella Città Vecchia di Gerusalemme, un palestinese, cittadino israeliano, ha aperto il fuoco contro forze israeliane che, a loro volta, lo hanno colpito e ucciso; un poliziotto israeliano è rimasto ferito.

Il 6 febbraio, a Gerusalemme Ovest, un palestinese si è lanciato con l’auto contro un gruppo di soldati israeliani, ferendone 13; si è quindi dato alla fuga, incolume.

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Rapporto OCHA del periodo 7- 20 gennaio 2019

Secondo il Ministero della Salute, un palestinese è morto il 19 gennaio, a seguito della ferita riportata il 14 maggio 2018 quando, durante una manifestazione della “Grande Marcia del Ritorno”, venne colpito da un proiettile sparato dalle forze israeliane.

Dal 30 marzo 2018, data di inizio delle manifestazioni, il numero totale di morti [palestinesi] sale così a 213 ed il numero di feriti a 36.134. Il 26 dicembre, il Comitato organizzatore della GMR ha annunciato che le manifestazioni settimanali si concluderanno il 30 marzo 2020; dopo tale data continueranno con cadenza mensile e in ricorrenze particolari.

In diverse occasioni, palloncini caricati con ordigni esplosivi e rilasciati dalla Striscia di Gaza, sono caduti nel sud di Israele. I dispositivi sono stati fatti esplodere dalle forze israeliane, senza causare vittime o danni. In seguito, le forze israeliane hanno effettuato una serie di attacchi aerei su Gaza contro strutture di gruppi armati; anche in questo caso non sono state riportate vittime.

In almeno 45 occasioni, forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento sia verso aree [della Striscia] di Gaza prossime alla recinzione perimetrale israeliana, sia in mare, al largo della costa; non sono stati segnalati feriti. Inoltre, agricoltori palestinesi hanno riferito che il 14 e 15 gennaio, per la prima volta dal 2018, aerei israeliani hanno irrorato con erbicidi terreni agricoli palestinesi attigui alla recinzione. In due episodi separati, sette palestinesi sono stati arrestati mentre tentavano di entrare in Israele; altri due sono stati arrestati al valico di Erez.

In Cisgiordania, durante vari scontri, 40 palestinesi, tra cui almeno sei minori e due donne, sono stati feriti da forze israeliane. Più della metà dei feriti (25) si sono avuti nel Campo profughi di Aqbat Jaber (Gerico) e ad Al ‘Eizariya (Gerusalemme) in scontri scoppiati durante due operazioni di ricerca-arresto. Altri tredici palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante una protesta settimanale contro la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti. Altri due [dei 40] palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Ar Rifa’iyya (Hebron), in scontri seguiti ad una demolizione (vedi i dettagli nel paragrafo successivo). In Cisgiordania, durante il periodo in esame, le forze israeliane hanno effettuato 115 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 128 palestinesi, tra cui sei minori.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto palestinesi a demolire, 19 strutture, sfollando 22 persone e creando ripercussioni su altre 130. Dieci di queste strutture, di cui tre precedentemente fornite come aiuto umanitario, erano situate in Area C. Finora, nel 2020, in Cisgiordania sono state demolite o sequestrate 35 strutture, di cui dieci finanziate da donatori. Durante la demolizione di una struttura abitativa nel villaggio di Ar Rifa’iyya (Hebron), sono scoppiati scontri (menzionati sopra). Le restanti nove [delle 19] strutture demolite erano in Gerusalemme Est [segue dettaglio]. In tre episodi distinti, avvenuti nel quartiere Jabal al Mukabbir di Gerusalemme Est, tre famiglie palestinesi sono state costrette a demolire le loro case; ne risultano sfollate dodici persone. Altre cinque strutture si trovavano nelle Comunità di Bir Onah e nel villaggio di Al Walaja, entrambe situate all’interno del confine (stabilito da Israele) della municipalità di Gerusalemme, ma la Barriera [israeliana] le separa dal resto di Gerusalemme Est. Infine, una struttura abitativa è stata demolita a Beit Hanina, sfollando una famiglia di quattro persone, tra cui due minori.

Dal 19 gennaio, a seguito di una sentenza del tribunale israeliano, favorevole ad una organizzazione di coloni che rivendica la proprietà della terra, una comunità di rifugiati palestinesi, composta da tre famiglie, è ad elevato rischio di sfratto forzato dalle loro tre abitazioni situate nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est. In quest’area, oltre 80 famiglie palestinesi hanno in corso procedure di sfratto, avviate contro di loro dalla medesima organizzazione di coloni.

Il 15 gennaio, forze israeliane hanno demolito due case di coloni israeliani, costruite nell’insediamento colonico avamposto [cioè, non autorizzato da Israele] di Kumi Ori (Nablus). La demolizione ha fatto seguito ad una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia Israeliana, che ha ordinato l’allontanamento dei coloni e la demolizione dell’avamposto in quanto edificato, in Area B, su terreni di proprietà privata palestinese. Tuttavia, la sentenza non ha incluso disposizioni tali da consentire ai proprietari di riacquistare l’accesso alla terra.

Otto attacchi di coloni hanno provocato nove feriti, danni alle proprietà palestinesi e il ferimento di un volontario internazionale [segue dettaglio]. Nel villaggio di Madama (Nablus), un gruppo di circa 30 coloni israeliani provenienti, a quanto riferito, dall’insediamento di Yitzhar, ha attaccato e lanciato pietre contro una casa, ferendo una donna palestinese incinta e causando danni alla casa stessa. In un altro episodio verificatosi sulla strada 60, vicino a Hebron, un palestinese e una famiglia di sette persone, tra cui cinque minori e una donna, sono rimasti feriti dal lancio di pietre contro i loro veicoli, ad opera di coloni israeliani. In due episodi separati, secondo fonti della Comunità, coloni israeliani hanno vandalizzato almeno 67 ulivi e altri alberi nel villaggio di As Sawiya (Nablus). In altri due casi, secondo quanto riferito, coloni israeliani hanno causato danni a due case e forato le gomme di due veicoli nei villaggi di Battir (Betlemme) e Yasuf (Salfit). Inoltre, in un episodio separato accaduto nel villaggio di At Tuwani (Hebron), coloni hanno aggredito e ferito fisicamente un volontario internazionale che accompagnava pastori palestinesi.

Durante il periodo di riferimento, secondo media israeliani, palestinesi hanno lanciato pietre e bottiglie incendiarie contro veicoli israeliani in quattro episodi, arrecando danni a quattro auto. Gli episodi hanno avuto luogo su strade principali dei governatorati di Ramallah, Betlemme ed Hebron.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 21 gennaio, tre palestinesi di Gaza, tra cui un minore, sono stati colpiti e uccisi dalle forze israeliane; avevano forzato la recinzione perimetrale con Israele e, secondo quanto riferito, avevano lanciato un ordigno esplosivo contro le forze israeliane.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




La Cisgiordania era ed è ancora il principale campo di battaglia di Israele

Adnan Abu Amer

24 gennaio 2020 – Middle East Monitor

Circoli israeliani hanno accusato Hamas di continuare ad aggravare il conflitto contro l’esercito e i coloni in Cisgiordania al fine di destabilizzare la sicurezza interna. Questo si è trasformato in crescenti tensioni da parte di Israele, soprattutto in quanto uno dei motivi degli accresciuti timori israeliani è quello di una lotta per la successione di Mahmoud Abbas alla presidenza dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Alla luce di tali timori il servizio di sicurezza [interno] Shin Bet ha annunciato di aver sventato nel 2019 560 importanti operazioni, compresi sei attentati kamikaze, quattro rapimenti di soldati e coloni e oltre 300 uccisioni. L’esercito ha neutralizzato circa 12 cellule armate palestinesi, che avevano programmato di condurre operazioni violente usando esplosivi.

Questi dati israeliani confermano che col passare del tempo le tensioni in Cisgiordania stanno aumentando e che l’opinione prevalente è che un’operazione armata, simile a quella di agosto nella colonia Dolev vicino a Ramallah, in cui è stata uccisa una colona israeliana con un ordigno esplosivo, può avere un buon esito dopo che la cellula che ha condotto l’operazione è riuscita a eludere il sistema di controllo israeliano. Comunque l’identificazione da parte dello Shin Bet della cellula che ha eseguito l’operazione ha svelato una vasta infrastruttura militare.

L’esercito israeliano e i suoi servizi segreti si concentrano su ciò che definiscono l’importante ruolo ricoperto all’interno di Hamas dalla sua struttura in Cisgiordania, che è responsabile della direzione delle operazioni in Cisgiordania. Sta operando su più vasta scala e con maggiore intensità per destabilizzare la sicurezza e per prendere di mira soldati e coloni. Vale la pena sottolineare che alcune delle recenti decisioni prese a livello politico israeliano relativamente ai palestinesi non fanno che gettare benzina sul fuoco, scatenando ulteriori tensioni.

Quindi lo stato di allerta dell’esercito israeliano in Cisgiordania è recentemente aumentato in previsione della possibilità di un improvviso allontanamento di Abbas dalla scena politica. La ragione è che la lotta per la successione potrebbe portare ad una resistenza popolare che sconfini in resistenza armata, dato che la maggioranza dei candidati alla successione ha iniziato ad accumulare armi, sollevando gravi preoccupazioni in Israele.

Il principale fattore che influirà sulla situazione della sicurezza in Cisgiordania restano le elezioni israeliane e la parallela diffusione di messaggi provocatori da parte dei politici israeliani riguardo al futuro della Cisgiordania. Questi includono l’annessione della Valle del Giordano, di importanti blocchi di colonie, il divieto di costruzione per i palestinesi in area C ed altre decisioni arbitrarie.

Tutti questi orientamenti politici e comportamenti israeliani sul campo non faranno che esacerbare le tensioni per la sicurezza in Cisgiordania, suscitando reazioni negative tra i palestinesi, ed hanno un effetto dannoso sul coordinamento per la sicurezza con l’Autorità Nazionale Palestinese, che contribuisce ampiamente alla stabilità dell’esercito e dei coloni. Questo richiede che Israele sia preparato ad ogni sorpresa che possa verificarsi in Cisgiordania.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Isolate e dimenticate: cosa bisogna sapere sulle “zone di tiro” di Israele in Cisgiordania

 Ramzy Baroud

14 gennaio 2020  palestinechronicle

Una notizia apparentemente ordinaria, pubblicata sul giornale israeliano Haaretz il 7 gennaio, ha fatto luce su un argomento da tempo dimenticato ma cruciale: le cosiddette “zone di tiro” di Israele in Cisgiordania.

Secondo Haaretz “Israele ha sequestrato l’unico veicolo disponibile di una equipe medica che fornisce assistenza a 1.500 palestinesi residenti all’interno di una zona di tiro militare israeliana in Cisgiordania”.

La comunità palestinese a cui è stato negato l’unico servizio medico disponibile è Masafer Yatta, un piccolo villaggio palestinese sulle colline a sud di Hebron.

Masafer Yatta, in completo e assoluto isolamento dal resto della Cisgiordania occupata, si trova nell’”Area C”, la più grande zona territoriale, circa il 60%, della Cisgiordania. Ciò significa che il villaggio, insieme a molte città, villaggi e piccole comunità isolate palestinesi, è sotto il totale controllo militare israeliano.

Non fatevi ingannare dalla fumosa logica degli Accordi di Oslo; tutti i palestinesi, in tutte le zone della Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza assediata, sono sotto il controllo militare israeliano.

Tuttavia, sfortunatamente per Masafer Yatta e per gli abitanti dell'”Area C”, il grado di controllo vi è così soffocante che ogni aspetto della vita palestinese – libertà di movimento, istruzione, accesso all’acqua potabile e così via – è controllato da un complesso sistema di ordinanze militari israeliane che non hanno alcun riguardo per il benessere delle comunità assediate.

Non sorprende quindi che l’unico veicolo di Masafer Yatta, il disperato tentativo di realizzare un ambulatorio mobile, sia stato già confiscato in passato, e recuperato solo dopo che gli abitanti impoveriti sono stati costretti a pagare una multa ai soldati israeliani.

Non esiste una logica militare al mondo che possa giustificare razionalmente il blocco dell’accesso alle cure mediche per una comunità isolata, specialmente quando una potenza occupante come Israele è legalmente obbligata, ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, a garantire l’accesso all’assistenza medica ai civili che vivono in un territorio occupato.

È naturale che la comunità di Masafer Yatta, come tutti i palestinesi nell'”Area C” e nell’intera Cisgiordania, si senta trascurata – e apertamente tradita – dalla comunità internazionale e dalla propria leadership collaborazionista.

Ma c’è qualcosa di più che rende il villaggio di Masafer Yatta veramente unico, guadagnandogli la sfortunata definizione di bantustan [territori formalmente autogovernati dalla popolazione di colore nel Sudafrica dell’apartheid, ndtr.] all’interno di un bantustan, poiché sopravvive sottoposto ad un sistema di controllo molto più complesso rispetto a quello imposto al Sud Africa nero durante il regime dell’apartheid.

Poco dopo aver occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, Israele ideò uno stratagemma a lungo termine per mantenere il controllo sui territori appena occupati. Ha destinato alcune aree alla futura ricollocazione dei propri cittadini – che ora costituiscono la popolazione di coloni ebrei illegali ed estremisti in Cisgiordania – e si è anche riservato ampie parti dei territori occupati come zone di sicurezza e aree cuscinetto.

Ciò che è molto meno noto è che, durante gli anni ’70, l’esercito israeliano ha dichiarato circa il 18% della Cisgiordania “zona di tiro”.

Queste “zone di tiro” erano presumibilmente destinate ad essere campi di addestramento per i soldati dell’esercito israeliano di occupazione – sebbene i palestinesi intrappolati in quelle regioni riferiscano spesso che all’interno delle cosiddette “zone di tiro” non si svolge quasi alcun addestramento militare.

Secondo l’Ufficio di Coordinamento delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) in Palestina, ci sono ancora circa 5.000 palestinesi, divisi in 38 comunità, che vivono in circostanze veramente terribili all’interno delle cosiddette “zone di tiro”.

L’occupazione del 1967 portò a una massiccia ondata di pulizia etnica che vide l’espulsione forzata di circa 300.000 palestinesi dai territori appena conquistati. Fra le molte vulnerabili comunità ripulite etnicamente c’erano anche i beduini palestinesi, che continuano a pagare il prezzo dei progetti coloniali israeliani nella Valle del Giordano, nelle colline a sud di Hebron e in altre parti della Palestina occupata.

La loro vulnerabilità è aggravata dal fatto che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) agisce con poco riguardo per i palestinesi che vivono nell'”Area C”, lasciati da soli a sopportare e resistere alle pressioni israeliane, ricorrendo spesso all’ingiusto sistema giudiziario di Israele per riconquistare alcuni dei propri diritti fondamentali.

Gli Accordi di Oslo, firmati nel 1993 tra la leadership palestinese e il governo israeliano, dividevano la Cisgiordania in tre regioni: “Area A”, teoricamente sotto controllo palestinese autonomo e costituita dal 17,7% della dimensione complessiva della Cisgiordania; “Area B”, 21% e sotto il controllo condiviso di Israele-ANP; “Area C”, il resto della Cisgiordania sotto il totale controllo di Israele.

L’accordo avrebbe dovuto essere temporaneo, e terminare nel 1999 una volta conclusi i “negoziati sullo status finale” e firmato un accordo di pace complessivo. Invece, è diventato a priori lo status quo.

Per quanto sfortunati siano i palestinesi che vivono nell'”Area C”, quelli che vivono nella “zona di tiro” all’interno dell'”Area C” affrontano difficoltà ancora maggiori. Secondo le Nazioni Unite, le loro traversie includono “la confisca delle proprietà, la violenza dei coloni, i maltrattamenti da parte dei soldati, le restrizioni di accesso e movimento e/o la scarsità d’acqua”.

Come ci si poteva aspettare, nel corso degli anni molti insediamenti ebraici illegali sono sorti in queste “zone di tiro”, un chiaro segno del fatto che queste aree non hanno mai avuto uno scopo militare, ma erano destinate a fornire una giustificazione legale a Israele per confiscare quasi un quinto della Cisgiordania per una futura espansione coloniale.

Nel corso degli anni, Israele ha messo in atto la pulizia etnica di tutti i palestinesi che rimanevano in queste “zone di tiro”, lasciandone solo 5.000, che probabilmente subiranno lo stesso destino se l’occupazione israeliana dovesse continuare lungo la stessa direttrice di violenza.

Questo rende la storia di Masafer Yatta un microcosmo della più ampia e tragica storia di tutti i palestinesi. È anche un riflesso della maligna natura del colonialismo israeliano e dell’occupazione militare, per cui i palestinesi sotto occupazione perdono la loro terra, la loro acqua, la loro libertà di movimento e, infine, persino le cure mediche di base.

Secondo le Nazioni Unite, queste dure “condizioni creano un ambiente coercitivo che fa pressione sulle comunità palestinesi affinché abbandonino quelle aree”. In altre parole, pulizia etnica, da sempre l’obiettivo strategico di Israele.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele comincia ad estendere la sua “annessione silenziosa” della Cisgiordania, col beneplacito dell’amministrazione Trump

Yumna Patel 

15 gennaio 2020 – Mondoweiss

Il ministro della Difesa di Israele ha annunciato mercoledì di aver approvato la creazione di sette nuove riserve naturali israeliane nell’Area C della Cisgiordania occupata.

Secondo il Jerusalem Post la mossa, che include anche l’espansione di 12 riserve naturali già esistenti, rappresenterebbe la prima approvazione di questo tipo ad essere rilasciata dalla firma degli Accordi di Oslo.

La notizia segue a ruota quella di un controverso forum di accademici e attivisti di destra la settimana scorsa a Gerusalemme dove Naftali Bennet, l’attuale ministro della Difesa, ha dichiarato alla folla che l’intera Area C della Cisgiordania occupata “appartiene a Israele”.

“Stiamo cominciando una battaglia vera, imminente per il futuro della Terra di Israele ed il futuro dell’Area C”, ha detto Bennet al Kohelet Policy Forum, facendo riferimento al 60% e più della Cisgiordania designato come sotto controllo israeliano dagli Accordi di Oslo.

Come leader del partito della “Nuova Destra”, Bennet è da lungo tempo un sostenitore del movimento dei coloni e promotore dell’annessione dei territori palestinesi occupati ad Israele. L’espressione delle sue opinioni riguardo dell’Area C non può quindi sorprendere, ma dato il sostegno dell’attuale amministrazione statunitense, sono particolarmente allarmanti.

Sostegno dagli Stati Uniti

Il Kohelet Policy Forum è stato inaugurato da un videomessaggio del Segretario di Stato [USA] Mike Pompeo che ha dichiarato che “Stiamo riconoscendo che queste colonie non sono una violazione intrinseca delle leggi internazionali. Questo è importante. Stiamo sconfessando il memorandum di Hansell del 1978 [parere giuridico di Hebert J. Hansell, consigliere del presidente Carter, che considerava illegale l’occupazione israeliana, ndtr.] che era profondamente sbagliato, e stiamo ritornando ad un più equilibrato e serio approccio alla questione come durante la presidenza Reagan.”

La posizione dell’amministrazione Trump sulla questione delle colonie ha generato un diffuso criticismo da parte della leadership e degli attivisti palestinesi, così come da parte della comunità internazionale, che a larga maggioranza considera le colonie essere il principale ostacolo per la pace nella regione.

Anche l’ambasciatore statunitense in Israele, David Friedman, si è rivolto al forum, sottolineando la nuova posizione americana, secondo la quale le circa 200 colonie presenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est non rappresentano una violazione delle leggi internazionali.

“Gli israeliani hanno il diritto di vivere in Giudea e Samaria,” ha detto Friedman, elogiando la precedente decisione del presidente degli Stati Uniti Trump di riconoscere la sovranità di Israele su Gerusalemme e sulle alture del Golan.

Pare che siano già in corso degli sforzi coordinati da parte dei governi di Netanyahyu e Trump per estendere la sovranità israeliana sulla Cisgiordania.

Nel suo discorso Bennett ha anche dichiarato come da circa un mese abbia iniziato a sviluppare piani per imporre la sovranità israeliana sul terreno, e ha lasciato intendere come abbia discusso con l’amministrazione Trump per “[spiegare] il modo in cui lo Stato di Israele farà tutto il possibile per garantire che queste aree siano parte dello Stato di Israele”.

Fatti sul terreno

La spaventosa realtà delle parole di Bennett è che la “guerra” di Israele a proposito dell’Area C rappresenta più delle semplici promesse di un politico.

All’incirca nello stesso momento in cui Bennett faceva la sua dichiarazione, il presidente dell’Autorità Palestinese della Commissione Contro il Muro e le Colonie, Walid Assaf, ha annunciato che nel 2019 sono state demolite dalle autorità israeliane circa 700 costruzioni palestinesi, di cui 300 demolizioni nella sola Gerusalemme.

Solo il giorno prima, l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva dato torto a un gruppo di cittadini palestinesi che chiedevano l’annullamento del piano regolatore per le colonie di Ofra, visto che tale piano include circa 5 ettari di terreni privati palestinesi.

E il giorno prima ancora, un’organizzazione di monitoraggio delle colonie, Peace Now, ha riportato che l’amministrazione civile israeliana ha annunciato piani per costruire 1936 abitazioni nelle colonie. Il gruppo ha fatto notare come “l’89% delle unità immobiliari proposte sono in colonie che gli israeliani potrebbero dover evacuare in caso di un futuro accordo di pace coi palestinesi.”.

Hanan Ashrawi, importante dirigente palestinese, ha dichiarato giovedì che Israele ha accelerato i suoi progetti per creare uno stato di “annessione de facto” della Cisgiordania: “Israele sta perseguendo una annessione silenziosa della terra palestinese per impedire in maniera definitiva il diritto fondamentale del popolo palestinese alla libertà e alla giustizia”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Ortona)




I laureati si arrabattano per avere uno stipendio migliore

Jaclynn Ashly e Alaa Daraghmeh

9 gennaio 2020 – The Electronic Intifada

Neppure avere una laurea ha aiutato Fathi Taradi.

Taradi, 34 anni, ha cercato per un decennio di trovare lavoro come giornalista nella Cisgiordania occupata. Alla fine ha dovuto accontentarsi di un lavoro nell’edilizia a Gerusalemme. “I primi giorni di lavoro in Israele avevo il cuore a pezzi perché avevo rinunciato a tutti i miei sogni di diventare giornalista,” dice Taradi a The Electronic Intifada nella sua casa di Taffuh, a ovest di Hebron.

Taradi è uno dei molti laureati palestinesi obbligati a cercare un lavoro umile in Israele o nelle colonie della Cisgiordania e a Gerusalemme est dopo aver perso la speranza di trovare un lavoro nel proprio campo [di studi].

Ha passato molti anni nel tentativo di lavorare sottopagato in stazioni radio locali della Cisgiordania, finché, cinque anni fa, ha ricevuto un permesso di lavoro israeliano.

Non avrei mai pensato di lavorare in Israele,” dice. “Ho molte competenze. Pensavo che a questo punto sarei diventato un cameraman di successo.”

All’inizio Taradi ha dovuto alzarsi ogni giorno alle 3 del mattino per viaggiare fino al checkpoint 300, a nord di Betlemme, rimanendo a volte in piedi per ore con centinaia di altri palestinesi imprigionato tra pareti di cemento e sbarre di ferro in attesa che i soldati israeliani aprissero i tornelli e controllassero i permessi rilasciati da Israele che consentono loro di entrare a Gerusalemme. Vedeva raramente i suoi quattro figli.

All’inizio di quest’anno Israele ha “migliorato” il checkpoint 300, insieme a quello di Qalandiya, nei pressi di Ramallah, creando più corsie e installando porte automatiche a cui i palestinesi avvicinano i permessi di ingresso biometrici per passare.

Questo miglioramento ha consentito di attraversare il posto di controllo militare più rapidamente e con maggiore efficienza, riducendo a qualche minuto quello che portava via ore. Ma non ha fatto niente per modificare i fondamenti di un’occupazione militare che obbliga palestinesi con titoli di studio come Taradi a lottare per trovare delle opportunità di lavoro.

Non ho mai perso la mia passione per i media,” dice Taradi. “Se avessi una possibilità di tornare nei media lo farei. Amavo il mio lavoro di giornalista.”

É stato inutile”

Per Sabri Saidam, ministro dell’Istruzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’economia palestinese non è in grado di assorbire i laureati perché Israele non consente “un serio sviluppo ed investimenti in Palestina.” La pluridecennale occupazione ha soffocato l’economia locale, dice al telefono Saidam a The Electronic Intifada.

Lo fa in molti modi, e l’annientamento dell’economia palestinese in conseguenza dell’occupazione israeliana è ben documentato.

Ovviamente l’occupazione israeliana e la sua colonizzazione della Cisgiordania hanno confiscato vaste aree di terreno, compreso più del 60% della Cisgiordania, nota come Area C, in cui lo sviluppo palestinese è in larga parte vietato ma le colonie israeliane si espandono in modo quasi incontrollato.

I circa 600.000 coloni israeliani in Cisgiordania usano sei volte più acqua dei 2,86 milioni di palestinesi che vi vivono. Secondo il gruppo di ricerca palestinese Al-Shabaka, i costi indiretti delle restrizioni israeliane all’accesso dei palestinesi all’acqua nella Valle del Giordano, che impediscono ai palestinesi di coltivare in modo corretto la propria terra, sono stati di 663 milioni di dollari, l’equivalente dell’8,2% del PIL palestinese nel 2010.

Nel contempo per molti gli stipendi in Cisgiordania sono troppo bassi per poter sopravvivere. Secondo il ministero dell’Istruzione, in Cisgiordania il salario minimo è di 420 dollari al mese. Ma nel settore privato molti ricevono ancora meno.

Anche se Taradi potesse ottenere un lavoro a tempo pieno in una stazione televisiva locale in Cisgiordania, spesso questa potrebbe offrirgli solo circa 650 dollari al mese, mentre il suo lavoro nell’edilizia a Gerusalemme gliene frutta circa 2.000.

Essere diventato un lavoratore nell’edilizia ha consentito a Taradi di sposarsi e di costruire una casa con tre camere da letto per la sua famiglia – una cosa che sarebbe stata difficile fare con uno stipendio in Cisgiordania. “Mi sento come se avessi perso tempo a studiare. Tutto è stato inutile,” afferma.

L’esperienza di Taradi è condivisa da molti palestinesi che pensano di aver ricavato poco dagli titoli universitari. Alcuni hanno ottenuto lauree all’estero solo per tornare in Cisgiordania e non riuscire a trovare un lavoro.

Suhair, la moglie di Taradi, è rimasta disoccupata per otto anni. La trentunenne ha ottenuto la sua laurea in chimica all’università di Hebron nel 2010 ed ha tentato di trovare un lavoro presso il ministero dell’Istruzione dell’ANP.

Non attribuisce il fatto di essere disoccupata solo alla mancanza di opportunità in Cisgiordania, ma anche alla mancanza di wasta – una parola araba che fa riferimento al nepotismo o ai rapporti clientelari che agevolano il cammino alle persone per garantirsi un lavoro o altre possibilità.

Amir, un abitante di Betlemme che parla a patto di rimanere anonimo, ha ottenuto la sua laurea in educazione sportiva all’università Al-Quds nel 2008. Dopo anni di difficoltà con uno stipendio basso in Cisgiordania, questo padre di quattro figli ha riconosciuto la sua sconfitta ed ha cercato lavoro nell’edilizia in Israele.

Anche Amir, 32 anni, ogni giorno attraversa il checkpoint 300.

É veramente penoso immaginare di passare anni della propria vita (per avere una formazione), solo per rimanere fermo a un checkpoint ogni mattina per andare al lavoro,” dice a The Electronic Intifada. “Ma queste sono le condizioni della nostra vita qui,” afferma. “Dobbiamo lavorare per dar da mangiare ai nostri figli.” Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, nel 2018 127.000 palestinesi hanno lavorato in Israele e nelle colonie – 5.000 in più rispetto al 2017.

Più di metà –il 58% – dei palestinesi tra i 18 e i 29 anni che hanno ottenuto un “diploma di scuola secondaria e oltre” nel 2018 era disoccupato, rispetto al 41% di un decennio prima.

Secondo il ministero dell’Istruzione dell’ANP questi numeri sono ancora maggiori tra le donne laureate, il 73% delle quali era disoccupata, nonostante l’aumento del numero di donne laureate nell’ultimo decennio,

In seguito alla firma degli accordi di Oslo nel 1993 il numero di laureati palestinesi è costantemente aumentato. Le statistiche del ministero dell’Istruzione mostrano che nel 2017-18 circa il 94% dei maschi e il 71% delle femmine tra i 20 e i 24 anni si è iscritto [all’università] o ha ottenuto almeno un diploma. Un diploma significa una qualifica ottenuta dopo una scuola superiore ma non a livello universitario.

Nonostante questo incremento nel numero di laureati palestinesi, l’economia palestinese continua ad essere ostacolata dall’occupazione israeliana, lasciando i laureati senza opportunità di lavoro nel proprio campo. La mancanza di possibilità, insieme ai bassi salari in Cisgiordania, incentiva molti laureati palestinesi a cercare lavoro all’estero o in Israele e nelle sue colonie, una fuga di cervelli che secondo il ministro Saidam priva l’economia palestinese dei suoi cittadini più qualificati.

Vogliono che odiamo noi stessi”

Bahaa Salah, 30 anni, ha ottenuto la propria laurea in Giordania ed ha continuato gli studi in Malaysia, conseguendo un master in comunicazioni e pubbliche relazioni. Quando nel 2013 è tornato nella città natale di al-Eizariya, fuori da Gerusalemme, non ha trovato lavoro nel suo campo. Invece ha lavorato come commesso da Sbitany – un negozio di elettronica in Cisgiordania – e poi in una fabbrica di alluminio.

Poi Salah ha passato senza successo oltre un mese a Dubai alla ricerca di un lavoro, prima di trovare una possibilità di impiego come contabile in una fabbrica di spezie in Cisgiordania. Tuttavia lo stipendio, che afferma essere stato di 555 dollari al mese, era troppo basso per avere una vita decente.

Salah ha deciso di cercare lavoro nella zona industriale di Mishor Adumim, che fa parte di Maaleh Adumim, una grande colonia israeliana, dove lavorava già suo cugino. Nel 2014 ha trovato un impiego come addetto alle pulizie in un supermercato.

Quando Salah confronta la sua vita in Malaysia a quella in Cisgiordania, la sua reazione è viscerale: “Immagina di sperimentare la libertà per anni, e poi torni in patria e improvvisamente sei chiuso in gabbia,” afferma.

Le cose per Salah sono ulteriormente peggiorate a partire dall’ondata di violenze del 2015, nota anche come l’Intifada dei lupi solitari o dei coltelli. Prima, dice Salah, nella colonia le guardie di sicurezza israeliane “non erano così violente o cattive.”

Eravamo soliti attraversare il posto di controllo fuori da Mishor Adumim in macchina. Nessuno ci avrebbe fermati. Se hai un permesso di lavoro israeliano devi solo mostrarlo ed entrare in auto,” dice. Ora invece i palestinesi devono ottenere un permesso speciale per far entrare i loro veicoli nella colonia, sostiene.

Tutti devono scendere dall’auto, mettersi in fila e le guardie di sicurezza perquisiscono ogni persona, una alla volta,” dice Salah.

Penso che scelgano le persone più razziste per lavorare in (questo) posto di controllo,” sostiene. “Ti trattano in modo molto violento. Quindi immagina se qualcuno è di malumore ed è già razzista. Ovviamente non ti tratterà bene.”

Salah è diventato sempre più insicuro sul posto di lavoro quando ha notato un numero crescente di clienti israeliani con fucili a tracolla. Parecchi palestinesi sono stati uccisi da israeliani armati dopo veri o presunti attacchi in cui sarebbero rimasti coinvolti. Raramente questi israeliani hanno dovuto subire conseguenze legali.

Ero solito portarmi un cacciavite sul lavoro, ma ho iniziato a temere persino di prenderlo in mano perché loro (gli israeliani) erano spaventati. Quando ti guardavano, era come se stessero vedendo un fantasma o qualcosa del genere,” dice Salah.

Benché il suo permesso gli consenta di entrare sia nelle aree industriali che nella zona residenziale di Maaleh Adumim, le poche volte che il padrone lo manda alla colonia a prendere prodotti per il supermercato Salah si sente confuso e spaventato, perché le due zone hanno norme diverse per i palestinesi.

Secondo Salah ai palestinesi è consentito camminare nelle strade di Mishor Adumim, ma non a Maaleh Adumim. Possono solo entrare come passeggeri di un’auto israeliana.

Ciò significa che se la polizia mi trova a camminare, possono togliermi il permesso e mettermi in carcere – o almeno sulla lista nera e non potrò più ottenere un permesso,” afferma. “Vogliono che tu odi te stesso per il fatto di essere palestinese,” continua Salaha. “Devi attraversare questa linea, non quella. Devi camminare su questa strada, non su quell’altra. Ti fa sentire come uno straniero. Ti fa pensare: ‘Cosa c’è di sbagliato in me?’ Mi fa star male.”

Quindi perché lo sopporta? “Per i soldi.”

Salah dice che nella colonia a volte guadagna più del doppio di quello che potrebbe ottenere nell’economia palestinese. “Lavoro meno ore, meno giorni e sono pagato meglio,” afferma. Nonostante la mancanza di opportunità, tuttavia, Salah rifiuta di credere che i suoi studi siano stati una perdita di tempo.

Per me l’istruzione non riguarda solo avere un lavoro. È lo sviluppo di me stesso e il fatto di imparare di più,” dice. “Sono pur sempre un essere umano, per cui non posso fare a meno di confrontare la mia situazione con quella degli altri.” Per esempio, afferma, è più qualificato a gestire il negozio in cui lavora del suo padrone israeliano, ma sa che, in quanto palestinese con un documento d’identità della Cisgiordania, non potrà mai avere quella posizione.

Persino alcuni israeliani con cui lavoro che sentono la mia storia e sanno del mio livello di studi mi dicono: ‘Se solo tu avessi una carta d’identità diversa la tua vita qui sarebbe veramente buona.’ Ma questo è il mio destino,” sostiene Salah. “Non posso fare niente per cambiarlo.”

Jaclynn Ashly è una giornalista freelance che si occupa di problemi politici e di diritti umani nei territori palestinesi occupati e in Israele.

Alaa Daraghmeh è un giornalista che risiede in Cisgiordania.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 24 dicembre 2019 – 6 gennaio 2020

A Gaza, il 27 dicembre si è tenuta l’ultima dimostrazione (del 2019) della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR), registrando il minor numero di partecipanti e di feriti da quando, il 30 marzo 2018, la GMR è iniziata.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza, sono rimasti feriti 50 palestinesi, tra cui 26 minori; 39 dei feriti sono stati ricoverati in ospedale. Fonti israeliane hanno riferito che, in alcune occasioni, manifestanti si sono avvicinati alla recinzione ed hanno lanciato ordigni esplosivi e bottiglie incendiarie contro le forze israeliane, senza provocare feriti. Nel corso del 2019, durante le proteste collegate alla GMR, le forze israeliane hanno ucciso 33 palestinesi, ferendone 11.523. Il totale di morti, dall’inizio delle manifestazioni, ammonta a 212, mentre i feriti sono stati 36.134.

Il 26 dicembre, il Comitato organizzatore della GMR ha annunciato che le manifestazioni settimanali si concluderanno il 30 marzo 2020, in corrispondenza del secondo anniversario delle proteste; dopo tale data proseguiranno con cadenza circa mensile e in ricorrenze particolari.

Un razzo, lanciato da Gaza verso Israele, e attacchi aerei israeliani su Gaza non hanno provocato vittime, né palestinesi né israeliane. Secondo fonti israeliane, il razzo, lanciato da Gaza il 25 dicembre, è stato intercettato in aria. A seguito di questo episodio, Israele ha effettuato una serie di attacchi aerei contro strutture militari a Gaza, secondo quanto riferito, appartenenti ad Hamas.

In almeno 15 occasioni, forze israeliane hanno aperto il fuoco in aree prossime [interne] alla recinzione perimetrale di Gaza e al largo della costa di Gaza; non sono stati segnalati feriti. Gli israeliani hanno effettuato cinque incursioni [nella Striscia] e operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione perimetrale, nelle aree di Beit Hanoun, Beit Lahiya, Khan Younis e Rafah.

In Cisgiordania, durante numerosi scontri, sono stati feriti da forze israeliane 24 palestinesi, tra cui almeno due minori [segue dettaglio]. Di questi feriti, 13 si sono avuti nella città di Nablus e nel villaggio di Halhul (Hebron), durante scontri innescati dall’ingresso di gruppi di israeliani in visita a siti religiosi, accompagnati da soldati. Altri tre palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), durante una protesta contro la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti. Sei degli altri feriti sono stati registrati durante scontri verificatisi nella Città Vecchia di Gerusalemme, nel villaggio di Beit Ummar (Hebron) e vicino al checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah). Nel 2019, durante proteste e scontri in Cisgiordania, le forze israeliane hanno ucciso 15 palestinesi e ne hanno feriti 3.162 (104 colpiti con armi da fuoco).

Le forze israeliane hanno sparato e ferito, e successivamente arrestato, un ragazzo palestinese di 17 anni; a quanto riferito, aveva brandito un coltello quando i soldati gli si erano avvicinati. Non sono stati riportati ferimenti di israeliani. L’episodio è avvenuto il 2 gennaio, vicino all’area dell’insediamento colonico di Gush Etzion (Betlemme).

In tutta la Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato 117 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 140 palestinesi, tra cui dieci minori. La maggior parte delle operazioni è avvenuta nel governatorato di Hebron (35 operazioni), seguita dai governatorati di Gerusalemme (29) e Ramallah (14).

Il 28 dicembre, l’esercito israeliano ha interdetto ai veicoli, per cinque giorni, l’ingresso principale al Campo profughi di Al Fawwar (Hebron). La chiusura è conseguita a scontri con residenti, verificatisi nelle vicinanze del Campo. Di conseguenza, per circa 20.000 residenti del Campo e dei villaggi vicini è stato reso problematico l’accesso ai servizi e ai mezzi di sussistenza.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato otto strutture, sfollando 26 persone e creando ripercussioni su altre 29. Cinque di queste strutture, di cui tre precedentemente fornite come assistenza umanitaria, sono state demolite o sequestrate in due Comunità di pastori situate in aree chiuse dalle autorità israeliane e destinate all’addestramento militare e ad “esercitazioni a fuoco”. Le altre tre strutture erano situate a Gerusalemme Est. Nel 2019, in Cisgiordania, sono state demolite o sequestrate 621 strutture palestinesi, la maggior parte per mancanza di permessi [edilizi israeliani], sfollando 914 palestinesi. Rispetto al 2018, questi numeri rappresentano rispettivamente un aumento del 35% (delle demolizioni o sequestri) e del 95% (delle persone sfollate).

Il 2 gennaio, nell’area di Massafer Yatta, nel sud di Hebron, le autorità israeliane hanno sequestrato un veicolo 4×4 utilizzato per il trasporto di personale medico e di attrezzature (presidio sanitario mobile). L’equipaggio del veicolo è stato trattenuto per alcune ore. Senza questo presidio mobile, i residenti sono costretti a percorrere lunghe distanze per accedere ai servizi di assistenza sanitaria di base. I motivi del sequestro del veicolo, fornito dal Ministero della Salute palestinese, rimangono poco chiari. Massafer Yatta è designata [da Israele] “zona per esercitazioni a fuoco” ed i suoi 1.300 residenti rischiano il trasferimento forzato.

Il 1° gennaio, nel villaggio di Al Jaba (Betlemme), le autorità israeliane hanno sradicato 147 ulivi, colpendo mezzi di sostentamento di otto famiglie palestinesi. Secondo le autorità israeliane, gli alberi, che avevano 25-30 anni, si trovavano in un’area designata [da Israele] “terra di stato”. Una delle famiglie colpite ha riferito che è ancora pendente una “opposizione allo sradicamento” presentata all’Amministrazione civile israeliana.

Il 5 gennaio, nella zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno fatto irruzione in una casa palestinese, dove hanno aggredito fisicamente e ferito un ragazzo palestinese di 17 anni. La casa (un appartamento) si trova in un edificio che è stato rilevato da coloni nel 2017. L’unica famiglia palestinese rimasta nell’edificio ha riferito di continue molestie.

Secondo fonti israeliane, su strade della Cisgiordania, una ragazza e un uomo israeliani sono rimasti feriti e almeno otto veicoli israeliani sono stati danneggiati da pietre e, in un caso, da una bottiglia incendiaria, lanciati da palestinesi. Secondo quanto riferito, l’episodio che ha provocato i due ferimenti, è avvenuto il 6 gennaio vicino al villaggio di Azzun (Qalqiliya).

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 10 – 23 dicembre 2019

Durante le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR), tenute nei pressi della recinzione perimetrale che separa la Striscia di Gaza da Israele, 129 palestinesi, tra cui 44 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane.

Secondo il Ministero palestinese della Salute di Gaza, 60 persone sono state ricoverate in ospedale per ferite, mentre le rimanenti sono state curate sul campo. Fonti israeliane hanno riferito che, in diverse occasioni, i manifestanti si sono avvicinati alla recinzione ed hanno lanciato ordigni esplosivi, senza provocare feriti israeliani. Le proteste del 13 e del 20 dicembre hanno fatto registrare il più basso numero di ferimenti dal marzo 2018, data di inizio della GMR.

In alcune occasioni, fazioni armate di Gaza hanno lanciato missili contro Israele che, a sua volta, ha effettuato attacchi aerei su Gaza, prendendo di mira, a quanto riferito, strutture militari. Nessuno degli attacchi ha provocato vittime. A Gaza, circa 10 edifici residenziali, prossimi agli obiettivi citati sopra, hanno subito lievi danni.

Il 19 dicembre, secondo quanto riferito in risposta al lancio di un razzo, Israele ha ridotto da 15 a 10 miglia nautiche (NM) la zona di pesca consentita [ai palestinesi] al largo della costa meridionale di Gaza; il limite di 15 miglia è stato poi ripristinato il 23 dicembre. Sulla costa settentrionale rimangono immutate le restrizioni di pesca imposte da Israele; qui la distanza massima consentita dalla costa è di sei miglia nautiche. Durante il periodo in esame, al largo della costa di Gaza le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso pescatori palestinesi in almeno sette occasioni; non risultano feriti, ma una barca è stata affondata.

L’esercito israeliano ha riferito che a Gaza, il 17 dicembre, ad est di Khan Younis, un palestinese 18enne armato è stato colpito e ucciso dalle forze israeliane mentre si stava avvicinando alla recinzione. Il giovane non è stato riconosciuto da alcuna fazione armata e il suo corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. In un altro caso, le forze israeliane hanno sparato e ferito, e successivamente arrestato, un palestinese che era entrato in Israele attraverso la recinzione; secondo quanto riferito era in possesso di un coltello.

In almeno altre 15 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco [di avvertimento] allo scopo di far rispettare le restrizioni di accesso [imposte da Israele ai palestinesi] sulle aree [di Gaza] adiacenti alla recinzione perimetrale; non sono stati segnalati feriti. Le forze israeliane hanno effettuato una incursione [nella Striscia] ed hanno svolto una operazione di spianatura del terreno vicino alla recinzione. In due episodi separati, vicino alla recinzione perimetrale tra Gaza e Israele, sono stati arrestati quattro palestinesi, tra cui tre minori.

Il 22 dicembre, le autorità israeliane hanno annunciato che, in occasione delle festività natalizie, avrebbero agevolato l’accesso dei residenti cristiani di Gaza e della Cisgiordania ai luoghi sacri di Gerusalemme Est e Betlemme. Secondo lo stesso annuncio, i permessi per uscire da Gaza ed entrare in Gerusalemme Est (destinati ai titolari di documento di identità della Cisgiordania) consentiranno agli interessati di dover sostenere unicamente il controllo di sicurezza individuale, indipendentemente dalla loro età. Secondo la consueta politica israeliana nei confronti di Gaza, avrebbero invece ottenuto permessi di uscita solo palestinesi appartenenti a determinate categorie ben definite, fermo restando il controllo di sicurezza individuale.

In Cisgiordania, in diverse circostanze, sono stati feriti dalle forze israeliane 14 palestinesi, tra cui almeno tre minori [segue dettaglio]. Nella zona di Tulkarm, in tre diverse occasioni, le forze israeliane hanno sparato con armi da fuoco ed hanno ferito sei palestinesi; ne hanno aggredito fisicamente altri due che, a quanto riferito, per motivi di lavoro avevano tentato di entrare in Israele valicando la Barriera, senza permesso e attraverso aperture non autorizzate. Altri quattro ferimenti sono stati segnalati durante scontri avvenuti nel corso di operazioni di ricerca-arresto. Un altro palestinese di 16 anni è stato colpito e ferito con arma da fuoco sulla strada 60, vicino a Betlemme; a quanto riferito, stava per lanciare una bottiglia incendiaria contro veicoli israeliani; il ragazzo è stato successivamente arrestato.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato un totale di 154 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 146 palestinesi, tra cui almeno 17 minori. Il maggior numero di operazioni è stato registrato nel governatorato di Gerusalemme (41) (principalmente nel quartiere di Al ‘Isawiya a Gerusalemme Est), seguito dai governatorati di Ramallah (34) e Hebron (27).

In Area C e Gerusalemme est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o costretto le persone ad autodemolire 29 strutture, sfollando 45 persone e creando ripercussioni su altre 100. Dodici delle strutture prese di mira, di cui cinque precedentemente fornite come assistenza umanitaria, si trovavano nei governatorati di Tubas, Nablus e Gerico, presso tre Comunità di pastori situate in aree designate come “zone per esercitazioni a fuoco” e destinate [da Israele] all’addestramento militare. In Cisgiordania nel 2019, finora, sono state demolite o sequestrate 617 strutture, sfollando 898 palestinesi; queste cifre rappresentano rispettivamente un aumento del 35% (strutture) e del 92% (sfollati), rispetto al corrispondente periodo del 2018. Oltre il 20% di tutte le strutture prese di mira nel 2019 e circa il 40% di tutte le strutture di sostegno finanziate da donatori, si trovavano in “zone per esercitazioni a fuoco”; questa denominazione viene attribuita a circa il 30% dell’Area C.

Durante una delle demolizioni in una “zona per esercitazioni a fuoco” ad est di Nablus, le forze israeliane hanno sradicato o tagliato circa 2.500 alberi forestali e alberelli. Gli alberi facevano parte di un’area ricreativa (anche descritta dai palestinesi come una “riserva naturale”) fruibile da circa 14.000 residenti della vicina città di Beit Furik e della Comunità di pastori di Khirbet Tana. Quest’area era stata attivata con il sostegno del Ministero dell’Agricoltura palestinese e di una Organizzazione internazionale. In Area C, questa è la terza area ricreativa distrutta nel 2019.

Il 10 dicembre, circa 80 agricoltori palestinesi di tre villaggi del governatorato di Salfit hanno perso il diritto di accesso alla loro terra situata dietro la Barriera della Cisgiordania; infatti le autorità israeliane hanno confiscato i loro permessi di ingresso. L’episodio si è verificato al cancello della Barriera che porta ai terreni degli agricoltori, secondo i quali non è stata data loro alcuna motivazione. Il 5 dicembre, gli agricoltori di questi tre villaggi avevano presentato una petizione alla Corte Suprema di Israele contro la abituale trascuratezza delle autorità nell’apertura del cancello all’ora prevista.

In otto attacchi di coloni israeliani, quattro palestinesi sono rimasti feriti e circa 330 alberi di ulivo e sette veicoli sono stati danneggiati [segue dettaglio]. Nella Zona (H2) della città di Hebron, controllata da Israele, tre donne palestinesi sono state aggredite con spray al peperoncino e ferite. Nei pressi dell’insediamento colonico avamposto [cioé, non autorizzato da Israele] di Ibei Hanahal (Betlemme), un pastore palestinese che stava pascolando le sue pecore è stato attaccato e ferito da un cane sguinzagliato da coloni. Presso i villaggi di Al Khadr (Betlemme) e Al Mughayyir (Ramallah), assalitori (ritenuti coloni) hanno vandalizzato circa 330 alberi di ulivo; questo episodio si è verificato in un’area in cui i palestinesi, per accedere alla loro terra, devono richiedere una autorizzazione alle autorità israeliane. In altri due episodi verificatisi nel villaggio di Far’ata (Qalqiliya) e nella Zona H2 della città di Hebron, coloni israeliani hanno dato fuoco a due veicoli palestinesi, hanno forato le gomme di altri due ed hanno spruzzato scritte tipo “Questo è il prezzo da pagare”. Altri tre veicoli palestinesi, in transito su strade principali, sono stati colpiti da pietre e danneggiati.

Secondo resoconti di media israeliani, nel corso di sette episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi, verificatisi su strade prossime a Betlemme, Hebron, Gerusalemme e Ramallah, un israeliano è stato ferito e almeno otto veicoli sono stati danneggiati.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it