Fascismo n°5: la ministra israeliana recita in una bizzarra campagna pubblicitaria per un profumo

Redazione di Middle East Eye

19 marzo 2019, Middle East Eye

Secondo la candidata di estrema destra Ayelet Shaked il profumo fascista “odora come la democrazia”

La ministra della Giustizia Ayelet Shaked recita in una propaganda elettorale satirica del suo partito di estrema destra in cui compare un profumo chiamato “Fascismo” che, dice, “odora come la democrazia”.

Shaked, che partecipa alle elezioni generali del 9 aprile per il partito “Nuova Destra”, sembra prendere in giro i timori di sinistra che il suo partito stia cercando di danneggiare il sistema giudiziario a favore del governo dominato dalla Destra.

In un videoclip in bianco e nero con una musica di pianoforte in crescendo, Shaked indossa gioielli, sta in piedi di fianco a un quadro e scende al rallentatore dalle scale prima di spruzzarsi il profumo “Fascismo”, mentre una voce fuori campo sussurra le frasi “riforma giudiziaria”, “separazione dei poteri”, “governo” e “limitazione della Corte suprema”.

Poi Shaked dice agli spettatori: “Per me ha il profumo della democrazia.” Alla fine del clip di 44 secondi, mentre si allontana dalla telecamera la pubblicità afferma: “La prossima rivoluzione sta arrivando.”

L’annuncio, diffuso in ebraico, può essere visto come un esplicito sostegno al fascismo, ma colpisce per la particolare somiglianza con una scenetta di “Saturday Night Live” [programma comico di una televisione americana, ndt.] che ha ospitato Scarlett Johansson [attrice americana, ndt.] che recitava il ruolo di Ivanka Trump [figlia del presidente americano Donald Trump, ndt.] nella pubblicità di un profumo chiamato “Complicit”, in quanto il programma satirico americano voleva attirare l’attenzione sulla Trump per quelle che considera le sue responsabilità nel governo del padre.

Lunedì il co-fondatore di “Nuova Destra” e ministro dell’Educazione, Naftali Bennett, ha condiviso il video di Shaked con la didascalia: “Il profumo che a quelli di sinistra non piacerà molto.”

La campagna elettorale di Shaked e Bennett promette di contrastare il movimento palestinese Hamas e la Corte Suprema israeliana con lo slogan: “Shaked sconfiggerà l’Alta Corte di Giustizia, Bennett sconfiggerà Hamas.”

Membri del partito hanno accusato la Corte Suprema, formata da 15 persone, di limitare la capacità dei soldati israeliani di “sconfiggere il terrorismo”.

Nel 2017 Shaked ha fatto pressione con successo per la nomina alla Corte di tre giudici di destra, compreso un colono.

Domenica la corte ha escluso dalle elezioni del prossimo mese un candidato ebreo di estrema destra e approvato la candidatura di un partito arabo, una decisione che Shaked ha liquidato come un’“interferenza sbagliata nel cuore della democrazia israeliana.”

Shaked, che si definisce una politica laica, ha co-fondato il partito “Nuova Destra” a dicembre. Ora il partito ha tre seggi nel parlamento israeliano.

I sondaggi prevedono un massimo di sette seggi per il partito “Nuova Destra” nelle imminenti elezioni.

Shaked è stata costantemente criticata da parte di organizzazioni per i diritti umani per le sue virulente posizioni di estrema destra. Nel 2015 avrebbe affermato che le madri palestinesi allevano “piccoli serpenti” e chiesto che vengano uccise.

Ma in un’atmosfera politica di estrema destra in Israele molti politici competono per chi esprime la posizione più intransigente nei confronti dei palestinesi.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha alternativamente definito il suo principale oppositore nelle prossime elezioni, Benny Gantz, “debole” e “di sinistra” per il suo presunto atteggiamento disponibile a compromessi verso i palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Perché tanta indignazione? Il partito Potere Ebraico è il nuovo modello della politica israeliana

Ramzy Baroud

6 marzo 2019 Ma’an News

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha stretto un’alleanza con un gruppo politico minore, Otzma Yehudit (Potere Ebraico), e subito ne è seguita una larga indignazione.

La rabbia non proviene solo dal centro, dalla sinistra e dai partiti arabi, ma anche da destra. Persino la lobby filo-israeliana statunitense, nota per le sue posizioni politiche aggressive, si è dichiarata contro questa sinistra unione.

“Le opinioni di Otzma Yehudit”, ha scritto su Twitter l’American Israeli Public Affairs Committee (AIPAC) [la maggiore lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.], “sono riprovevoli. Non riflettono i valori fondamentali che sono alla base dello Stato di Israele “.

Ma se invece lo facessero? E se “Otzma Yehudit” non fosse altro che una diversa articolazione politica delle tradizionali idee israeliane, e riflettesse perfettamente i “valori fondamentali” che persino l’AIPAC ha ciecamente difeso sin dagli inizi nel 1953?

Già prima dell’alleanza tra Likud, il partito di destra di Netanyahu, Jewish Home (Casa Ebraica) di estrema destra di Rafi Peretz, e Otzma Yehudit, sancita il 20 febbraio, Israele non era certo una democrazia liberale che escludesse il razzismo e sposasse il pluralismo politico. In effetti bisogna capire che l’inclusione di Otzma Yehudit nella principale scena politica israeliana è coerente con la corruzione morale della politica israeliana in generale.

Protestare contro l’alleanza tra Netanyahu e i fanatici capi di Otzma Yehudit è suggerire che i più influenti politici israeliani non rappresentino gli ideali profondamente sciovinisti, razzisti e violenti che il partito estremista ha difeso fin dalla sua formazione nel 2012.

Otzma Yehudit è stato resuscitato dai seguaci del rabbino nato a Brooklyn Meir Kahane, che ha sostenuto la pulizia etnica dei palestinesi e ha guidato i suoi seguaci in molte incursioni violente contro le comunità arabe palestinesi, in Israele e nei territori palestinesi occupati.

Il suo partito Kach, messo al bando in Israele quattro anni dopo la sua formazione nel 1984, non fu allora rifiutato per le sue “politiche razziste” come oggi molti media suggeriscono. Il partito operava fuori dai confini dell’agenda del governo israeliano, quindi è stato costretto a uscirne, ma le sue idee violente persistono nella Knesset [il parlamento israeliano] a tutt’oggi. Se il razzismo contro i palestinesi era davvero un’anomalia politica sostenuta da Kach, come si spiega la legge razzista dello Stato-Nazione, che definisce Israele come “lo Stato-Nazione del popolo ebraico” – esaltando tutto ciò che è ebreo e umiliando tutto ciò che è palestinese?

La legge non si stacca molto dalla costituzione di Otzma Yehudit, che definisce Israele come uno “Stato ebraico nel suo carattere, nei suoi simboli nazionali e nei suoi valori legali”, definendo inoltre l’ebraico “unica lingua ufficiale” di Israele.

In effetti, ad una attenta lettura, la costituzione del partito e il testo della legge dello Stato-Nazione rivelano somiglianze sorprendenti. Ciò suggerisce che, dai tempi di Meir Kahane, è la società israeliana ad avvicinarsi alle opinioni degli estremisti ebrei, non viceversa.

In effetti, Kahane è stato assassinato nel 1990 ma le sue idee sono sopravvissute, espandendosi insieme agli insediamenti ebraici per conquistare infine l’immaginazione generale. L’indignazione contro l’alleanza Netanyahu-Otzma Yehudit è probabilmente motivata da un po’ di paura nel mostrare al mondo tutta la brutta faccia del sionismo.

Quanto all’AIPAC, è chiaro che neanche il più attento linguaggio diplomatico basterà a spiegare perché il governo israeliano debba essere popolato dai membri di un partito che dal 1994 compare nelle liste del Dipartimento di Stato americano come organizzazione terroristica.

Netanyahu è disperato e, come ci insegna la storia, quando il primo ministro israeliano si trova in una situazione di impaccio politico, si abbassa a qualsiasi espediente per salvarsi. Nelle ultime elezioni generali del 2015, Netanyahu ha rivolto un appello finale ai suoi sostenitori. “Gli elettori arabi si stanno dirigendo in massa verso i seggi”, ha detto, ricorrendo al suo tipico stile terroristico. Non sorprende che abbia vinto.

Netanyahu è ora più disperato che mai. I suoi avversari al Centro stanno unendo le forze in una nuova lista, Kahol Lavan o “Bianco e blu”, che ha il potenziale di spodestarlo il 9 aprile.

Peggio ancora, il procuratore generale israeliano ha deliberato il 28 febbraio di incriminare Netanyahu per “corruzione e frode”. Un sondaggio pubblicato il giorno seguente ha rilevato che due terzi degli israeliani pensano che se Netanyahu fosse incriminato dovrebbe dimettersi.

Il retaggio opportunistico di Netanyahu è più che sufficiente a spiegare la sua decisione di arrivare fino a Otzma Yehudit, ma ciò che è davvero sconvolgente è l’indignazione scatenatasi per una mossa politica che sembra perfettamente adatta alla attuale politica di Israele.

Anche se il Comitato Elettorale Centrale di Israele decidesse di impedire a Otzma Yehudit di partecipare alle prossime elezioni, cambierà poco nei termini dei valori e ideali che il partito rappresenta, principi che, in un modo o nell’altro, definiscono anche Jewish Home, Nuova Destra , Likud e altri.

La piattaforma di Otzma Yehudit invoca una guerra contro i “nemici di Israele” che deve “essere totale, senza negoziati, senza concessioni e senza compromessi”.

Ma non è sostanzialmente lo stesso punto di vista di Ayelet Shaked, ministra della Giustizia nella coalizione di Netanyahu, e ora una dei leader del neoformato partito Nuova Destra?

Nel 2014, poco prima che Israele scatenasse la sua guerra più distruttiva sulla Striscia di Gaza occupata, Shaked dichiarò la necessità di una guerra totale. “Non un’operazione, non una cosa lenta, non un’escalation a bassa intensità, senza controllo … Questa è una guerra … Questa è una guerra tra due popoli. Chi è il nemico? Il popolo palestinese … “

Più di 2.139 palestinesi, per lo più civili, sono stati uccisi nella guerra israeliana che seguì quella dichiarazione e oltre 11.000 sono stati i feriti.

Perché l’indignazione, quindi, quando la missione di quel partito marginale è di “ristabilire la sovranità e la proprietà sul Monte del Tempio” – cioè la Moschea di Al-Aqsa -, coerentemente con le opinioni di gran parte di israeliani, religiosi e laici allo stesso modo? I membri della Knesset hanno ripetuto questo appello, spesso proprio da Al-Aqsa, circondati da decine di soldati e coloni ebrei armati.

Per quel che riguarda la confisca delle terre palestinesi e l’espansione degli insediamenti illegali ebraici, di cui Otzma Yehudit è un fautore, anche questo è un ideale comune sfacciatamente caldeggiato dalla maggior parte dei gruppi politici israeliani, da destra sino a sinistra.

L’AIPAC non è solo ipocrita nel suggerire che Otzma Yehudit violi i “valori fondamentali alla base dello Stato di Israele”, ma è anche intenzionalmente in errore.

In effetti, la piattaforma di Otzma Yehudit non fa altro che rinforzare i “valori fondamentali” esistenti in Israele, gli stessi valori che proprio l’AIPAC difende senza il minimo riguardo per i diritti umani, il diritto internazionale e i principi dei veri valori democratici.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è uno studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli studi globali e internazionali, UCSB.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale della Ma’an News Agency.

(traduzione di Luciana Galliano)




Il ministro del governo israeliano Erdan invita a boicottare Airbnb

21 novembre 2018, Al Jazeera

La risposta del ministro arriva dopo che Airbnb ha affermato che avrebbe rimosso 200 annunci di appartamenti in colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.

Un ministro del governo israeliano ha chiesto il boicottaggio di Airbnb ed ha pubblicizzato uno dei suoi concorrenti, intensificando la risposta del governo contro la decisione dell’impresa per l’affitto di case di togliere dalle offerte colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.

Lunedì Airbnb ha affermato che avrebbe eliminato 200 annunci dal suo sito – che consente a proprietari di affittare a persone le proprie stanze, appartamenti e case – provocando una reazione da parte degli israeliani.

Oggi faccio un appello a tutti quelli che appoggiano Israele e si oppongono a boicottaggi discriminatori. Dovrebbero smettere di utilizzare Airbnb e rivolgersi ad altri servizi,” ha detto mercoledì il ministro degli Affari Strategici Gilad Erdan ad una conferenza a Gerusalemme.

Peraltro Booking.com è un ottimo servizio,” ha aggiunto Erdan, il principale responsabile dei tentativi del governo israeliano di combattere il boicottaggio filo-palestinese.

Airbnb ha affermato che l’iniziativa si è fondata su uno schema interno utilizzato per giudicare come gestisce le offerte nei territori occupati nel mondo.

Abbiamo concluso che avremmo dovuto togliere gli annunci nelle colonie israeliane in Cisgiordania, che sono al centro della disputa tra israeliani e palestinesi,” ha affermato un comunicato sul sito web di Airbnb.

L’impresa toglierà offerte nelle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, ma ciò non include Gerusalemme est e le Alture del Golan occupate.

Il direttore di Human Rights Watch [organizzazione per i diritti umani con sede a New York, ndtr.] per Israele e i territori occupati, Omar Shakir, ha detto che la decisione di Airbnb è “un passo positivo”.

Airbnb ha mandato un importante messaggio al resto del mondo degli affari,” ha detto Shakir ad Al Jazeera.

Non è posibile fare affari (nella Cisgiordania occupata) senza contribuire a gravi violazioni delle leggi umanitarie internazionali e dei diritti umani dei palestinesi.

Stava accettando una politica per cui chi ha un documento di identità palestinese non ha il permesso di entrare in insediamenti solo per quello che è – e questo sembra essere l’unico caso al mondo in cui i padroni di casa di Airbnb hanno l’obbligo per legge di discriminare in base all’origine nazionale,” ha aggiunto.

Mercoledì, rivolgendosi ad un’altra conferenza, la ministra della Giustizia Ayelet Shaked ha appoggiato la richiesta di Erdan di boicottare Airbnb ed ha suggerito che anche Israele ricorra alle proprie leggi contro le discriminazioni.

Israele ha affermato che si rivolgerà all’amministrazione Trump e potrebbe appoggiare azioni legali contro Airbnb all’interno di Stati degli USA che hanno leggi contro il boicottaggio a Israele.

In un comunicato spedito ad Al Jazeera il responsabile globale di Airbnb per la politica commerciale e la comunicazione, Chris Lehane, ha affermato: “Israele è un luogo speciale e i nostri oltre 22.000 padroni di casa sono persone speciali che hanno accolto centinaia di migliaia di ospiti in Israele. Comprendiamo che si tratta di un problema difficile e complicato e prendiamo in considerazione la prospettiva di tutti.”

Colonie israeliane

Tutte le colonie israeliane sono illegali in base alle leggi internazionali.

Gli annunci di Airbnb in Cisgiordania sono stati a lungo criticati dalla comunità palestinese e dagli attivisti per i diritti umani.

In un rapporto del 2016 Human Rights Watch ha affermato che imprese che operino all’interno o in coordinamento con le colonie israeliane nei territori palestinesi traggono vantaggio e contribuiscono a un sistema illegale che viola i diritti dei palestinesi.

Secondo Peace Now [ong israeliana contraria all’occupazione dei territori palestinesi, ndtr.] i progetti di colonizzazione in Cisgiordania sono aumentati dall’inizio del 2017, quando il presidente Donald Trump, un alleato fondamentale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha assunto l’incarico di presidente degli Stati Uniti.

Secondo dati palestinesi, nella Cisgiordania occupata ora vivono più di 700.000 coloni ebrei in 196 insediamenti (costruiti con l’approvazione del governo israeliano) e in più di 200 avamposti di coloni (costruiti senza la sua approvazione).

Le leggi internazionali vedono la Cisgiordania e Gerusalemme est come territori occupati e considerano illegale ogni colonia ebraica sul territorio. Esse sono anche viste come uno dei principali ostacoli ai tentativi di pace, in quanto sono costruite su terre che i palestinesi vogliono destinare al proprio futuro Stato.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Nonostante il rinvio, Israele ha deciso di distruggere Khan al-Ahmar

Tamara Nassar

23 ottobre 2018,Electronic Intifada

Sabato Israele ha rimandato la demolizione e deportazione del villaggio palestinese di Khan al-Ahmar.

Secondo il quotidiano israeliano “Haaretz” il ritardo intende “finalizzare una proposta per l’evacuazione volontaria”.

Gli abitanti del villaggio si sono sistematicamente ed energicamente opposti al trasferimento forzato dalla loro terra, che non può essere in nessun caso “volontario” se avviene sotto minaccia.

Khan al-Ahmar sarà evacuato, è un verdetto della corte, è la nostra politica e sarà fatto,” ha detto domenica il primo ministro Benjamin Netanyahu in una conferenza stampa con il ministro del Tesoro USA Steven Mnuchin.

Netanyahu ha aggiunto che il ritardo sarà breve, finché gli abitanti daranno il loro “assenso” a sgomberare e distruggere il loro villaggio.

Alcuni ministri israeliani di Destra, tra cui il ministro dell’Educazione Naftali Bennett, la ministra della Giustizia Ayelet Shaked e il deputato Bezalel Smotrich, si sono opposti alla decisione di Netanyahu.

Tutti e tre sono membri del partito nazionalista di estrema destra “Casa Ebraica”.

Khan al-Ahmar deve essere distrutto. Dobbiamo opporci al mondo,” ha detto Smotrich lunedì da una collina che sovrasta il villaggio, secondo il giornale israeliano “The Jerusalem Post” [giornale israeliano di destra in lingua inglese, ndtr.].

Dobbiamo togliere di mezzo questa comunità dopo aver dato loro un’alternativa,” ha detto la vice-ministra Tzipi Hotovely sulla collina di mattina presto.

Il governo israeliano ha investito milioni per creare questa alternativa e penso che la comunità internazionale sarebbe molto più d’aiuto se non utilizzasse i beduini come strumento politico,” ha detto Hotovely.

Yehuda Glick, parlamentare dello stesso partito di Netanyahu, il Likud, e uno dei dirigenti del movimento estremista ebreo che intende distruggere la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, si è unito a Hotovely nella sua visita a Khan al-Ahmar.

La scelta tra spazzatura e liquami

Le alternative che Israele ha proposto non sono adeguate alla vita nomade dei beduini che vivono a Khan al-Ahmar.

Le alternative che Israele sta proponendo sono nei pressi di una discarica o dello scarico di una fogna,” ha detto all’israeliano “i24 News” [canale televisivo di informazioni in arabo, francese e inglese, ndtr.] Tawfique Jabareen, un avvocato che rappresenta gli abitanti di Khan al Ahmar.

Israele vuole obbligarli a spostarsi in una zona chiamata “al-Jabal ovest”, situata nei pressi della discarica del villaggio palestinese di Abu Dis. Israele ha anche proposto di spostare gli abitanti del villaggio in una zona vicina a un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi della colonia di Mitzpe, vicino alla città di Gerico, nella Cisgiordania occupata.

Jabareen ha aggiunto che gli abitanti hanno proposto all’Alta Corte israeliana di spostarsi di qualche centinaio di metri dalla loro attuale sistemazione, ma rimanendo ancora all’interno [della zona] di Khan al-Ahmar, un’idea che Israele ha rifiutato.

La Corte Penale Internazionale mette in guardia contro crimini di guerra

Il rinvio annunciato da Israele avviene dopo che la procuratrice generale della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda ha manifestato preoccupazione per la situazione a Khan al-Ahmar.

Una vasta distruzione di proprietà senza necessità di carattere militare e il trasferimento di popolazione in un territorio occupato costituiscono crimini di guerra,” ha affermato Bensouda il 17 ottobre.

Di conseguenza mi vedo obbligata a ricordare a tutte le parti che la situazione resta sotto esame preliminare da parte del mio ufficio.”

Secondo Haaretz alla polizia israeliana e all’amministrazione civile – la burocrazia militare che gestisce l’occupazione della Cisgiordania – non sia stato detto di lasciare la zona.

Nelle scorse settimane le autorità israeliane sono arrivate nel villaggio per preparare la demolizione, e talvolta hanno arrestato e ferito i manifestanti. Anche i coloni israeliani maltrattano regolarmente gli abitanti.

Durante la notte attivisti e giornalisti sono rimasti con loro nel villaggio per resistere all’invasione e all’imminente demolizione.

Khan al Ahmar si trova tra le colonie israeliane di Maaleh Adumim e Kfar Adumim.

Questa terra a est di Gerusalemme, la cosiddetta zona E1, si trova dove Israele pianifica di espandere la sua grande colonia di Maaleh Adumim, completando l’isolamento tra loro della parte nord da quella sud della Cisgiordania e circondando Gerusalemme di colonie.

In base alle leggi internazionali tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata sono illegali.

Lunedì la Francia – uno dei numerosi Stati europei che si sono opposti al progetto di Israele di distruggere Khan al-Ahmar sulla base del fatto che in questo modo verrebbe compromessa la soluzione dei due Stati – ha detto di “prendere nota” del rinvio.

Chiediamo alle autorità israeliane di abbandonare definitivamente i progetti di demolire Khan al-Ahmar e di far cessare l’incertezza che circonda il destino di questo villaggio.”

Tuttavia, a parte l’opposizione verbale, gli Stati dell’UE non hanno espresso chiaramente le conseguenze per Israele se dovesse sfidare questi appelli.

Prendere il controllo di Hebron

Nel contempo, all’inizio di questo mese Israele ha approvato un progetto per espandere la colonia esclusivamente ebraica nel cuore della città di Hebron, nella Cisgiordania occupata.

Secondo Haaretz questa sarà la prima costruzione di una colonia nel cuore di Hebron in oltre un decennio.

L’edificazione del progetto da 6 milioni, che è destinato a includere 31 unità abitative, potrebbe iniziare in qualunque momento.

Parte del progetto riguarda una ex-base militare israeliana che, secondo Haaretz, “è stata costruita su terreni che erano di proprietà di ebrei.”

Quando Israele costruisce colonie in Cisgiordania spesso vengono presentate fittizie rivendicazioni di proprietà sul terreno [da edificare].

Incendiare la regione”

Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha festeggiato il nuovo insediamento.

Un nuovo quartiere ebraico a Hebron per la prima volta in 20 anni,” ha twittato.

Lieberman ha elogiato il governo per aver approvato il suo progetto per il quartiere, il cosiddetto quartiere “Hezekiah”, che ha definito “un’altra importante pietra miliare nell’estesa attività che stiamo conducendo per rafforzare l’insediamento in Giudea e Samaria.”

Ayman Odeh, capo della “Lista Araba Unita” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.] nel parlamento israeliano, ha condannato l’iniziativa, accusando il governo di “infiammare continuamente la regione e poi gridare che non ci sono partner” per fare la pace, tutto a vantaggio di un “pugno di coloni estremisti.”

Più di 800 coloni vivono in un’area nel cuore di Hebron sotto totale controllo militare israeliano.

I coloni israeliani hanno preso il controllo della maggior parte della moschea di Abramo [o Tomba dei patriarchi, per gli ebrei, ndtr.] nella città, in seguito al massacro nel 1994 da parte di Baroch Goldstein, un colono americano, di 29 fedeli palestinesi nel sito.

A lungo i palestinesi hanno temuto che la divisione della moschea di Abramo potesse servire come modello per una presa di possesso totale o parziale da parte di Israele del complesso di al-Aqsa a Gerusalemme.

Coloni si aggirano liberamente nella zona di Hebron, sotto totale controllo militare israeliano, mentre i palestinesi sono sottoposti a severe restrizioni negli spostamenti, comprese strade segregate, e alle violenze e ai maltrattamenti dei soldati come dei coloni.

Demolizioni a Hebron

Nel frattempo le forze di occupazione israeliane hanno messo in atto demolizioni di case palestinesi nelle zone nei dintorni di Hebron e in altre parti della Cisgiordania occupata.

All’inizio di questo mese le forze israeliane hanno confiscato nel villaggio di Khirbet al-Halawa, sulle colline meridionali di Hebron, nella Cisgiordania occupata, una tenda di una famiglia composta da sei persone.

La famiglia include quattro bambini, che secondo B’Tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr.] sono rimasti senza casa.

Khirbet al-Halawa è una frazione dei villaggi chiamati Masafer Yatta.

Il 3 ottobre le forze israeliane sono arrivate a Khirbet al-Mufaqara, sempre a Masafer Yatta, ed hanno confiscato materiale edile per una casa prefabbricata.

Gli abitanti dei villaggi di Masafer Yatta hanno vissuto per vent’anni sotto minaccia di espulsione forzata.

B’Tselem ha affermato: “Dagli anni ’90 Israele ha sistematicamente tentato di cacciare gli abitanti palestinesi di Masafer Yatta dalle loro case.”

Sia Masafer Yatta che Khan al.-Ahmar si trovano nell’area C, che rappresenta il 60% della Cisgiordania occupata.

In base ai termini degli accordi di Oslo, firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina negli anni ’90, l’area C resta sotto il totale controllo militare israeliano.

Israele ha negato praticamente a ogni palestinese il permesso edilizio nell’area C, obbligando i palestinesi a costruire senza permessi e a vivere con la continua paura che le loro case o comunità vengano demolite.

Martedì mattina le forze di occupazione israeliane hanno smantellato e confiscato roulotte utilizzate come aule scolastiche a Ibziq, un villaggio nel nord della valle del Giordano, nella Cisgiordania occupata.

Un video postato da attivisti mostra le forze israeliane che portano via le strutture su camion.

Pare che le roulotte siano state finanziate dall’Unione Europea e dalla Finlandia, che non hanno fatto niente per chiedere conto ad Israele della distruzione delle decine di milioni di dollari dei progetti per i palestinesi pagate dai contribuenti europei.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele e le politiche di Trump

Analisi: Israele ha ispirato la politica di Trump di separazione dalle famiglie?

Ma’an News

27 giugno 2018

di Ramzy Baroud

Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore ed editorialista di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è ” The Last Earth: A Palestinian Story” [L’Ultima terra: una storia palestinese]

Lo scorso maggio il ministro della Giustizia degli Stati Uniti, Jeff  Sessions, ha annunciato la politica della “tolleranza zero” del governo ai posti di frontiera USA. E’ stata questione di qualche settimana prima che la nuova politica iniziasse a produrre tragiche conseguenze. Chi tentava di attraversare illegalmente il confine per entrare negli USA è stato sottoposto a un’incriminazione penale federale, mentre i figli gli sono stati tolti dalle autorità federali, che li hanno messi in strutture simili a gabbie.

Come prevedibile, questa politica ha provocato indignazione e alla fine è stata revocata. Tuttavia molti di quelli che hanno condannato l’amministrazione del presidente Trump sembrano ignorare deliberatamente il fatto che Israele ha portato avanti pratiche molto peggiori contro i palestinesi.

Di fatto molti all’interno della classe dominante americana, sia repubblicani che democratici, sono stati ammaliati per decenni dal modello israeliano. Per anni opinionisti hanno elogiato non solo la presunta democrazia israeliana, ma anche il suo apparato di sicurezza come un esempio da emulare. In seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001 è fiorita una rinnovata storia d’amore con le strategie securitarie israeliane, grazie alle quali Tel Aviv ha rastrellato miliardi di dollari dei contribuenti americani in nome dell’aiuto per rendere sicuri i confini USA contro presunte minacce.

Un nuovo, persino più terribile capitolo della continua cooperazione è stato stilato poco dopo che il neo-eletto Trump ha reso noto il suo piano di costruzione di un “grande” muro sul confine USA – Messico. Ancor prima che le imprese israeliane cogliessero l’occasione per costruire il muro di Trump, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha twittato a favore della “grande idea” di Trump, affermando che il muro di Israele è stato un “grande successo” perché “ha bloccato qualunque immigrazione illegale:”

“Uccelli dello  stesso piumaggio fanno uno stormo insieme”, dice un proverbio inglese. Netanyahu e Trump si sono mossi insieme per oltre un anno e mezzo in perfetta armonia. Purtroppo la loro affinità personale, lo stile opportunistico in politica e, in modo più preoccupante, i punti di contatto ideologici hanno peggiorato le cose. Nel caso di Israele, la parola “democrazia” non è certo appropriata. Tutt’al più, la democrazia israeliana può essere descritta come unica. L’ex-presidente della Corte Suprema dello “Stato ebraico”, Aharon Barak, avrebbe detto che “Israele è diverso dagli altri Paesi. Non solo è uno Stato democratico, ma anche ebraico.”

All’inizio di quest’anno, durante una conferenza a Tel Aviv, la controversa  ministra della Giustizia di Israele, Ayelet Shaked, ha proposto la sua personale versione dell’affermazione di Barak. “Israele è uno Stato ebraico,” ha detto. “Non è uno Stato per tutte le sue nazionalità. Cioè, uguali diritti per tutti i cittadini ma non uguali diritti nazionali.”

Per preservare la sua versione della “democrazia”, Israele deve, in base alle parole di Shaked, “conservare una maggioranza ebraica anche a costo di una violazione dei diritti.”

Israele ruota il concetto di democrazia in qualunque direzione gli consenta di garantire la dominazione della maggioranza ebraica a spese dei palestinesi, gli abitanti originari del territorio, il cui crescente numero è spesso visto come una “minaccia demografica”, persino una “bomba”.

A tutt’oggi Israele non ha una costituzione formale. E’ governato da quella che è nota come “Legge fondamentale”. Non avendo un codice etico o un fondamento giuridico in base al quale può essere giudicato il comportamento dello Stato, il parlamento israeliano (la Knesset) è, di conseguenza, libero di stilare e imporre leggi che prendono di mira i diritti dei palestinesi senza doversi confrontare con nozioni quali la minaccia di ‘incostituzionalità’ delle leggi.

Una delle ragioni per cui la legge di Trump di separazione delle famiglie sul confine è fallita è che, nonostante i difetti nel loro sistema democratico, gli USA hanno una costituzione e una società civile relativamente forte che può utilizzare i codici etici e giuridici del Paese per sfidare il terribile comportamento dello Stato.

Invece in Israele questo non succede. Il governo investe molta energia e fondi per garantire la supremazia ebraica e stabilire contatti diretti tra le colonie ebraiche illegali (costruite su terra palestinese sfidando le leggi internazionali) e Israele. Allo stesso tempo investe altrettante risorse per la pulizia etnica dei palestinesi dalla loro terra, mantenendo ovunque le loro comunità separate e frammentate.

La triste verità è che quello a cui gli americani hanno assistito sul loro confine meridionale negli ultimi due mesi è quello che i palestinesi hanno provato come situazione quotidiana da parte di Israele negli ultimi 70 anni.

Il tipo di segregazione e separazione che le comunità palestinesi sopportano va persino oltre le tipiche conseguenze della guerra, dell’assedio e dell’occupazione militare. E’ una cosa sancita dalle leggi israeliane, fatte principalmente per indebolire, persino demolire la coesione della società palestinese.

Per esempio, nel 2003 la Knesset ha votato a favore della legge “Cittadinanza e ingresso in Israele”, che pone gravi limitazioni ai cittadini palestinesi di Israele che facciano richiesta di ricongiungimento familiare. Quando alcuni gruppi per i diritti umani hanno messo in discussione la legge, i loro tentativi sono falliti in quanto all’inizio del 2012 la Corte Suprema israeliana ha sentenziato a favore del governo.

Nel 2007 quella stessa legge è stata modificata per includere coniugi di “Stati ostili” – cioè la Siria, l’Iran, il Libano e l’Iraq. Non sorprende che i cittadini di alcuni di questi “Stati ostili” siano stati inclusi nel divieto di ingresso negli USA di Trump contro cittadini di Paesi in maggioranza musulmani.

E’ come se Trump stesse seguendo un modello israeliano, improntando le sue decisioni ai principi che hanno guidato le politiche israeliane verso i palestinesi per molti anni.

Persino l’idea di rinchiudere bambini in gabbia è israeliana, una pratica che è stata denunciata dal gruppo per i diritti umani “Commissione pubblica contro la tortura in Israele” (PCATI).

La politica, che a quanto si sostiene è stata sospesa,  ha consentito di rinchiudere detenuti palestinesi, compresi minori, in gabbie esterne, persino durante durissime tempeste invernali.

“Mettere in gabbia palestinesi”, tuttavia, è una vecchia prassi. Oggi il muro dell’apartheid israeliano separa i palestinesi dalla loro terra e segrega arabi ed ebrei su base razziale. Riguardo al caso di Gaza, tutta la Striscia, che ospita 2 milioni di persone, per lo più rifugiati, è stata trasformata in un’immensa “prigione a cielo aperto” di muri e fossati.

 

Mentre molti americani sono confortati dalla decisione di Trump di porre fine alla pratica della separazione familiare sul confine, i politici e i media USA dimenticano il destino dei palestinesi che hanno subito terribili forme di separazione per molti anni. Ancora più scioccante è il fatto che molti tra i repubblicani e i democratici vedano Israele non come un ostacolo per una reale democrazia, ma come un fulgido esempio da seguire.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)




Einstein parla di Israele, 70 anni fa – Il fantasma di Herut*

Ramzy Baroud

25 aprile 2018, palestinechronicle

Il 4 dicembre 1948 Albert Einstein, insieme ad altre personalità ebree tra cui Hannah Arendt, pubblicò una lettera sul New York Times. Erano passati solo pochi mesi da quando Israele aveva dichiarato l’indipendenza, e centinaia di villaggi palestinesi erano stati intenzionalmente demoliti dopo averne espulsi gli abitanti.

La lettera denunciava il nuovo partito Herut di Israele e il suo giovane leader, Menachem Begin.

Herut era una costola della banda terroristica Irgun, famosa per i numerosi massacri di comunità arabe palestinesi conclusisi nella Nakba, la catastrofica pulizia etnica del popolo palestinese, cacciato dalla propria patria storica nel 1947-48.

Nella lettera, Einstein e gli altri descrivevano il partito Herut (Libertà) come un “partito politico strettamente affine nell’organizzazione, nei metodi, nel pensiero politico e nell’ascendente sociale ai partiti nazisti e fascisti”.

Che una lettera simile venisse pubblicata solo qualche anno dopo la fine della seconda guerra mondiale e la tragedia dell’Olocausto è un’importante indicazione dell’autentico abisso che separava gli intellettuali ebrei dell’epoca: i sionisti che sostenevano Israele e la violenza della sua nascita, e quelli che, in base ad una morale superiore, vi si opponevano.

Purtroppo, quest’ultimo gruppo – sebbene esista ancora – perse la battaglia.

Successivamente, Herut si unì ad altri gruppi per formare il Likud. Begin ha ricevuto il premio Nobel per la pace e il Likud è ora il principale partito nella coalizione israeliana di governo più di destra. La filosofia “nazista e fascista” di Herut ha prevalso e ora travolge e determina la società civile di Israele.

Questa tendenza a destra è più spiccata tra i giovani israeliani che nelle generazioni precedenti.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu è capo del partito di Begin, il Likud. La sua attuale coalizione comprende il ministro della Difesa di origine russa Avigdor Lieberman, fondatore del partito ultranazionalista Yisrael Beiteinu [Israele Casa Nostra, che rappresenta soprattutto gli immigrati russi, ndt.].

In risposta alle continue proteste popolari dei palestinesi assediati a Gaza, e a giustificazione dell’elevato numero di morti e feriti fra i manifestanti disarmati dovuti all’esercito israeliano, Lieberman ha affermato che ” a Gaza non ci sono innocenti “.

Quando il ministro della Difesa di un Paese rilascia questo tipo di dichiarazioni, non può stupire il fatto che i cecchini israeliani sparino ai giovani palestinesi, e che esultino in un video mentre colpiscono il bersaglio [un filmato circolato in rete mostra alcuni soldati che si rallegrano con un cecchino che ha sparato ad un ragazzo palestinese, ndt.].

Questo tipo di discorso – fascista per eccellenza – non è affatto una narrazione marginale nella società israeliana.

La coalizione di Netanyahu pullula di personaggi altrettanto moralmente deplorabili.

Una politica israeliana, Ayelet Shaked, ha spesso invocato il genocidio dei palestinesi.

I palestinesi “sono tutti nemici combattenti e il loro sangue dovrebbe coprirne le teste”, ha scritto in un post su Facebook nel 2015. “E questo comprende anche le madri dei martiri … Dovrebbero scomparire, come le case, luoghi fisici in cui hanno allevato i serpenti. Altrimenti, altri piccoli serpenti vi saranno allevati”.

Pochi mesi dopo la pubblicazione di questa dichiarazione, Netanyahu, nel dicembre 2015, l’ha nominata Ministro della Giustizia del Paese.

Shaked appartiene al partito Jewish Home [Casa Ebraica, partito di estrema destra dei coloni, ndt.], con a capo Naftali Bennett. Quest’ultimo è il ministro dell’Istruzione israeliano ed è noto per dichiarazioni altrettanto violente. È stato uno dei primi politici a difendere i soldati israeliani accusati di violazione dei diritti umani sul confine di Gaza. Altri importanti politici israeliani ne hanno seguito l’esempio.

Il 19 aprile, Israele ha celebrato la propria indipendenza. La mentalità “nazista e fascista” che caratterizzava Herut nel 1948 caratterizza ora la più potente classe dirigente che Israele abbia avuto. I leader di Israele parlano apertamente di genocidio e omicidio, e nonostante ciò celebrano e promuovono Israele come un’icona di civiltà, di democrazia e dei diritti umani.

Perfino gli appartenenti al passato Sionismo Culturale [corrente del sionismo, rappresentata da Achad Haam e da Martin Buber, che sostenteva la rigenerazione dell’ebraismo e la convivenza con gli arabi, ndt.] sarebbero completamente inorriditi dalla creatura che è diventato il loro amato Israel a sette decenni dalla nascita.

Sicuramente il popolo palestinese sta ancora combattendo per la propria terra, identità, dignità e libertà. Ma la verità è che il più grande nemico di Israele è Israele stesso. Il Paese non è riuscito a staccarsi dalla politica e dall’ideologia violente del passato. Al contrario, il dibattito ideologico in Israele è andato decisamente a favore della violenza senza fine, del razzismo e dell’apartheid.

Nella presunta “unica democrazia del Medio Oriente”, il margine di critica è ormai molto limitato.

Sono quelli come Netanyahu, Lieberman, Bennett e Shaked che rappresentano adesso l’Israele contemporaneo e, dietro di loro, un massiccio elettorato di religiosi di destra e di ultranazionalisti che poco badano ai palestinesi, ai diritti umani, al diritto internazionale e a valori apparentemente futili come la pace e la giustizia.

Nel 1938, Einstein aveva messo in discussione l’idea che stava alla base della creazione di Israele. È contro la “natura fondamentale dell’ebraismo”, disse.

Qualche anno dopo, nel 1946, affermò davanti alla Commissione d’inchiesta anglo-americana sulla questione palestinese: “Non riesco a capire perché ce ne sia bisogno [di Israele] … Credo sia sbagliato”.

Inutile dire che se Einstein fosse vivo oggi, si sarebbe unito al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che mira a far pagare ad Israele le sue pratiche violente e illegali contro i palestinesi.

Allo stesso tempo, sarebbe sicuramente stato etichettato come antisemita o “ebreo che odia se stesso” dai leader israeliani e dai loro sostenitori. I sionisti di oggi sono davvero imperterriti.

Ma questo tragico paradigma deve essere rovesciato. I bambini palestinesi non sono terroristi e non possono essere trattati come tali. Non sono neanche ‘piccoli serpenti’. Le madri palestinesi non dovrebbero essere uccise. Il popolo palestinese non è un “nemico combattente” da sradicare. Il genocidio non deve essere normalizzato.

Settant’anni dopo l’indipendenza di Israele e dopo la lettera di Einstein, l’eredità del Paese è ancora segnata dal sangue e dalla violenza. Nonostante la festa in corso a Tel Aviv, non c’è alcun motivo di festeggiare e molti motivi per piangere.

Tuttavia, la speranza è mantenuta in vita perché il popolo palestinese sta ancora resistendo, e ha bisogno che il mondo sia solidale. È l’unico modo perché il fantasma di Herut smetta di perseguitare i palestinesi, e le ideologie “nazista e fascista” vengano sconfitte per sempre.

*[il maggior partito politico di centro-destra del Parlamento israeliano dagli anni quaranta fino al 1988]

Ramzy Baroud è giornalista, autore e curatore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra 2018). Baroud ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Mondiali e Internazionali all’Università della California a Santa Barbara.

(Traduzione di Luciana Galliano)

 

 




Per Israele Bolton è Gary Cooper in “Mezzogiorno di fuoco”, per chiunque altro è il dottor Stranamore dentro “Apocalypse Now”

Chemi Shalev

23 marzo 2018, Haaretz

Per il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump non c’è una guerra che non gli piaccia, un nemico che non voglia distruggere o un accordo diplomatico che valga la carta su cui è scritto.

Il licenziamento di H.R. McMaster e la nomina di John Bolton come consigliere per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sono stati accolti con gioia a Gerusalemme, con terrore nelle altre capitali. Israele spera che Bolton metta a posto i suoi nemici, mentre il mondo oggi ha maggiori timori di imminenti tensioni e guerre. Israele vede Bolton come Gary Cooper in “Mezzogiorno di fuoco”, arrivato per sparare ai cattivi, ma per la maggior parte del mondo è il dottor Stranamore [personaggio dello scienziato pazzo e criminale nell’omonimo film di Kubrik, ndt.], con un pizzico di “Apocalypse Now” [omonimo film di Coppola, ambientato durante la guerra del Vietnam, ndt.]. Se non altro l’esplosione di festeggiamenti in onore della nomina di Bolton nella coalizione di Netanyahu evidenzia la collocazione di Israele all’estrema destra dello spettro politico mondiale.

Bolton ha legami di lungo tempo e profondi con molti politici e funzionari israeliani. È un “vero amico”, come ha detto la ministra della Giustizia Ayelet Shaked [del partito di estrema destra dei coloni “Casa ebraica”, ndt.], uno che appoggerà incondizionatamente i sogni e le illusioni del suo campo, a differenza di scocciatori come Barack Obama e gli europei, che di tanto in tanto osano suggerire che è tempo di ricredersi. Netanyahu può essere soddisfatto, ma dovrebbe essere più cauto: la nomina di Bolton gli renderà più difficile limitare le richieste degli alleati della sua coalizione con la scusa che gli USA vi si oppongono. La nomina di Bolton rafforza il blocco di destra – messianico – evangelico in entrambi i Paesi, a cui Netanyahu racconta ancora a se stesso di non appartenere.

Per Bolton non c’è una guerra che non gli piaccia, un rivale che non voglia distruggere, un nemico che non voglia ridurre in mille pezzi e un conflitto internazionale che non creda si possa risolvere con le armi. Disprezza la diplomazia, denigra le organizzazioni multilaterali, vuole tornare ai giorni, se mai sono esistiti, in cui l’America diceva al mondo che cosa fare e tutti le davano retta. Bolton voleva attaccare la Corea del Nord, bombardare, bombardare e ancora bombardare l’Iran, seppellire le aspirazioni nazionali dei palestinesi. Non ha mai ritrattato il suo appoggio alla fallimentare guerra all’Iraq, e probabilmente sogna di trovare il nascondiglio in cui Saddam Hussein ha occultato le sue inesistenti armi di distruzione di massa.

Il passaggio da McMaster a Bolton sostituisce i freni della Casa Bianca con un acceleratore premuto a fondo; acuisce l’immagine bellicosa e aggressiva dell’amministrazione Trump in tutto il mondo. La nomina consolida la trasformazione, che Trump ha iniziato con la sostituzione del segretario di Stato Rex Tillerson con il più aggressivo [ex] direttore della CIA Mike Pompeo, da una politica estera americana rude ma tradizionale a un approccio radicale basato su politiche umorali, l’uso della forza e il totale disprezzo nei confronti dell’opinione pubblica internazionale. Il Pentagono rimane nelle mani del più cauto James Mattis, che probabilmente si unirà al generale e capo di stato maggiore John Kelly per formare un fronte comune, ma sarà Bolton che d’ora in poi indicherà la linea della Casa Bianca. Non è assurdo supporre che le ore siano contate anche per la partenza di Mattis e Kelly.

Trump, che trae profitto dai conflitti, probabilmente si rallegra delle reazioni contrarie alla nomina di Bolton. Deve aver superato la sua avversione per i famosi baffi del suo nuovo consigliere. Ma Bolton deve anche il suo nuovo incarico a due miliardari di estrema destra a cui il presidente dà retta. Il primo è il riservato commerciante di algoritmi Robert Mercer, che ha finanziato il Bolton’s PAC [comitato di Bolton, istituto per la sicurezza nazionale USAda lui fondato, ndt.] e i rapporti di questo con l’ora discussa [impresa di analisi informatica, ndt.] Cambridge Analytica. Bolton è il secondo consigliere per la sicurezza nazionale che Mercer ha sponsorizzato: il primo è stato Michael Flynn, che poi è stato coinvolto nell’inchiesta sul Russiagate [scandalo sulle interferenze russe nelle elezioni vinte da Trump, ndt.] di Robert Mueller [procuratore speciale che si occupa del caso, ndt.] ed ha ammesso di aver mentito all’FBI.

L’altro magnate che si congratula con se stesso è Sheldon Adelson, che ha preso Bolton sotto la sua ala e che da molto tempo finanzia lautamente le sue attività. L’ex-ambasciatore USA all’ONU, che ha abbandonato il suo incarico un decennio fa dopo che le sue opinioni sono state giudicate troppo estremiste per essere confermato dal Senato, deve essere stato una delle poche persone al mondo ad aver approvato la proposta di Adelson di far scoppiare una bomba nucleare nel deserto iraniano, solo a scopo dimostrativo. Si dice che Adelson sia rimasto scontento di Tillerson e di McMaster e che abbia fatto presente a Trump le sue opinioni. Il suo braccio destro alla “Coalizione Repubblicana Ebraica” [gruppo lobbystico che mette in contatto la comunità ebraica con i parlamentari repubblicani, ndt.], Elliott Broidy – il finanziere californiano noto in Israele per il fallimento del suo fondo “Markstone”, che ha privato molti israeliani dei loro fondi pensione – è stato ora denunciato per aver preso 2.7 milioni di dollari dagli Emirati Arabi Uniti per promuovere i loro interessi a Washington. Broidy ha invitato Trump a mollare Tillerson; McMaster era il suo ostacolo alla Casa Bianca. Ora entrambi se ne sono andati.

La “Sheldonizzazione” dell’amministrazione Trump in generale e la nomina di Bolton in particolare riducono le già scarse possibilità che Trump non voglia abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano, intensificando inevitabilmente le tensioni regionali e creando forse le condizioni per una guerra. La presenza di Bolton alla Casa Bianca cancella anche ogni possibilità di riportare i palestinesi al tavolo dei negoziati, non solo per le opinioni del nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, ma anche a causa della legge Taylor ora approvata, che è apparentemente intesa a bloccare i sussidi dell’Autorità Nazionale Palestinese ai terroristi in carcere, ma che in realtà avrà come conseguenza una notevole riduzione dell’aiuto USA ai palestinesi.

Ma l’esultanza scoppiata nella destra israeliana va ben oltre lo scontro armato con l’Iran o il fatto di mettere la parola fine sulla bara del processo di pace. Riflette la rinnovata speranza, che ha conosciuto alti e bassi durante i primi 15 mesi di Trump al potere, che i tempi siano ora più maturi che mai prima d’ora per passi audaci ed irreversibili, compresa l’annessione [dei territori palestinesi occupati, ndt.]. Ma, mentre gli entusiasti di Bolton in Israele e negli USA stanno ascoltando estasiati le trombe che annunciano l’arrivo del Messia, il resto del mondo sta udendo sirene che danno l’allarme che non si tratta di un’esercitazione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Protezione per i ladri di terra

Editoriale Haaretz, 27 febbraio 2018

Un governo è obbligato a proteggere i diritti delle persone sotto occupazione. Ayelet Shaked lo sta rendendo difficile.

La motivazione del recente disegno di legge, promosso dalla ministra della Giustizia Ayelet Shaked, che toglie l’autorità di esaminare le petizioni dei palestinesi della Cisgiordania all’Alta Corte di Giustizia e la attribuisce alla Corte Distrettuale di Gerusalemme, è stata sintetizzata dalla ministra sulla sua pagina Facebook. In seguito alla legge, ha scritto, “Il ricorso automatico all’Alta Corte da parte dei palestinesi e dalle associazioni di sinistra finanziate da denaro straniero non avverrà più.”

Il significato del disegno di legge approvato domenica dalla Commissione Ministeriale per la Legislazione è che l’Alta Corte non sarà più il tribunale di prima istanza per i reclami palestinesi sulle decisioni relative a pianificazione e edificazione, ingresso e uscita dai territori e richieste di libertà di informazione. La rivoluzione prodotta da questa legge mira a rendere ancor più difficili le azioni dei palestinesi danneggiati da azioni governative.

Ciò che è peggio, la promessa di Shaked che la nuova legge ridurrà la pressione sulla corte non è convincente, dato che nessuno garantisce che questi casi non saranno alla fine impugnati presso la Corte Suprema. Shaked semplicemente non tollera l’intervento dell’Alta Corte contro il furto di terre e la costruzione illegale su terreni palestinesi, intervento che ha già portato alla demolizione di case di coloni e la restituzione dei terreni su cui erano state costruite quelle case ai proprietari, come è successo ad Amona e Netiv Ha’avot. Shaked intende porre una barriera tra i palestinesi e l’Alta Corte di Giustizia sotto forma della Corte Distrettuale di Gerusalemme.

Nel 2000 è stata approvata la Legge sui Tribunali per le Questioni Amministrative, in base alla quale certe questioni legali su cui la legge è chiara e coerente, e non necessita di frequenti aggiornamenti, sono state spostate dall’Alta Corte di Giustizia alle corti distrettuali. Ma qualunque caso di carattere fondamentale, o che riguardi decisioni del governo centrale, viene ancora esaminato dai giudici della più alta corte.

Nel caso dei palestinesi, che sono soggetti al governo militare in un’area sotto occupazione, il loro timore di vedere messi a repentaglio i propri diritti umani si realizza quotidianamente, da cui l’importanza di consentire all’Alta Corte di continuare ad occuparsi delle loro istanze. Lo scopo era di attribuire adeguato peso al diritto internazionale, alle iniquità perpetrate dal governo ed all’obbligo di Israele di rispettare i diritti dei palestinesi. Questi principi, che sono considerati dall’attuale governo come ostacoli al totale ed aggressivo controllo dei territori, non sono abitualmente presi in considerazione dalla corte distrettuale.

Shaked sostiene: “Non meno importante è porre fine alla discriminazione contro i residenti di Giudea e Samaria (nome storico della Cisgiordania, ndtr). I loro diritti devono essere uguali a quelli di ogni altro cittadino.” Il cinismo di Shaked non ha limiti. In un luogo in cui non vi è eguaglianza tra lo status di un residente palestinese e quello di un israeliano, ed un grande solco separa i diritti dei due gruppi di residenti, il governo è obbligato a proteggere realmente i diritti di coloro che sono soggetti all’occupazione. Questa nuova legge deve essere immediatamente abrogata.

Questo articolo è l’editoriale di apertura di Haaretz, pubblicato sui giornali ebraici e inglesi in Israele.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Perché l’ONU ha partecipato ad una conferenza israeliana con un simpatizzante del nazismo?

 

Maureen Clare Murphy -14 September 2017, Electronic Intifada

Che cosa ci faceva il coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente in una conferenza sull’antiterrorismo insieme a sostenitori del genocidio e ideologi di destra che vedono il mondo come un conflitto tra la civiltà giudaico-cristiana e i suoi nemici?

Di per sé la presenza di Nickolay Mladenov alla conferenza annuale dell’Istituto Internazionale per l’Antiterrorismo ad Herzliya [sede di un’università privata che ha stretti rapporti con i servizi di sicurezza e l’esercito israeliani, ndt.] è sconvolgente, così come le sue affermazioni come oratore principale.
 
Durante una parte improvvisata prima di esporre le sue osservazioni scritte, Mladenov ha affermato che in futuro l’Europa, come Israele, dovrà sempre più discutere dell’“equilibrio tra diritti umani individuali e sicurezza, tra lo Stato e l’individuo e tra quello che si può e si deve fare e quello che non si può e non si deve fare, in base alle leggi dello Stato e al diritto internazionale nella lotta contro il terrorismo.”
 
Che i diritti non si possano negoziare, ma siano da “bilanciare”, è una strana nozione da suggerire da parte di un importante funzionario dell’ONU.
 
Il discorso di Mladenov è stato esposto alla presenza della ministra della Giustizia israeliana, Ayelet Shaked, che a suo tempo ha promosso un appello genocida a favore del massacro delle madri palestinesi “che fanno nascere piccoli serpenti.”
Ha condiviso questo appello sulla sua pagina Facebook nel 2014, poco prima dell’attacco israeliano contro Gaza che ha ucciso più di uno ogni 1.000 palestinesi che vivono lì.
 
Diritti individuali versus sionismo
 
Shaked più di recente ha denigrato il sistema giudiziario che lei stessa dirige, per quello che ha definito il suo rispetto dei diritti umani a spese del sionismo, l’ideologia dello Stato di Israele.
 
Il sionismo non può continuare, e, lo affermo in questa sede, non continuerà ad inchinarsi al sistema dei diritti individuali intesi in modo universalistico che li separa dalla storia della Knesset (il parlamento israeliano) e dalla storia del diritto che tutti noi conosciamo,“ ha dichiarato Shaked.
 
Ha descritto la cosiddetta “Legge sullo Stato-Nazione” di Israele – che impone all’Alta Corte israeliana di favorire il “carattere ebraico” dello Stato rispetto a quello “democratico” – come una “rivoluzione morale e politica.”
E’ stato in presenza di estremisti etnocratici come Shaked, che rifiutano il concetto di diritti universali, che Mladenov ha affermato che “resistere fermamente contro il terrorismo deve essere parte integrante di ogni processo di pace,” e che “dobbiamo opporci al terrorismo ogniqualvolta e ovunque si manifesti.”
 
Uno dei co-relatori di Mladenov alla conferenza è stato Gilad Erdan, ministro israeliano degli Affari Strategici che supervisiona un programma di “attività segrete” per combattere il movimento non violento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) in appoggio ai diritti dei palestinesi.
 
Secondo un importante analista israeliano, queste attività possono riguardare “campagne diffamatorie, persecuzione e minacce alla vita degli attivisti” così come “infrangere e violare la loro privacy.”
 
Minacce contro i difensori dei diritti umani
 
Erdan ha promesso che gli attivisti del BDS “sapranno che pagheranno un prezzo per questo,” minacciando esplicitamente il difensore dei diritti umani e co-fondatore del movimento BDS Omar Barghouti.
Erdan ha anche dichiarato che “ogni terrorista dovrebbe sapere che non sopravviverà agli attacchi che sta per perpetrare,” una politica di “sparare a vista” messa in atto contro decine di presunti assalitori palestinesi, compresi bambini, che corrisponde di fatto ad una sentenza di morte – nonostante il bando alla pena capitale in Israele.
 
Mladenov concorda con la politica israeliana secondo cui il “bilanciamento” tra diritti individuali e sicurezza necessita di un compromesso persino riguardo al diritto alla vita di un individuo?
 
In ogni caso sembra che Mladenov pensi che i palestinesi non abbiano il diritto all’autodifesa o alla resistenza.
 
Durante il suo discorso si è vantato di un rapporto redatto lo scorso anno dal cosiddetto “Quartetto per la Pace in Medio Oriente” (cioè l’ONU, l’UE, gli USA e la Russia) che identifica “l’incremento della militanza” da parte di gruppi palestinesi e, con le parole di Mladenov, “quello che sta succedendo a Gaza”, come un ostacolo alla pace.
 
Le sue osservazioni fanno eco alla posizione presa dal suo collega Robert Piper, il capo coordinatore delle questioni umanitarie dell’ONU in Palestina. L’ufficio di Piper quest’anno ha pubblicato un rapporto segnalando l’allineamento dell’organizzazione mondiale con Israele ed i suoi sostenitori internazionali nello spingere per la resa totale di Gaza.
 
Quel rapporto reputa illegittimo il governo di Hamas lì – nonostante la vittoria del partito nelle ultime elezioni legislative palestinesi – a causa del suo rifiuto di ottemperare alla richiesta del Quartetto di “riconoscere il diritto di Israele ad esistere e di rinunciare alla violenza.” Una richiesta simile di rinunciare alla violenza e di riconoscere il diritto all’esistenza dei palestinesi non è stata fatta ad Israele .
 
 
Resistenza al terrorismo di Stato
 
Alla conferenza di Herzliya Mladenov ha detto che Israele ha “convissuto per decenni con il terrorismo”, ma non ha ricordato che lo Stato stesso [di Israele] è stato fondato sul terrorismo e sulla pulizia etnica.
 
Né ha riconosciuto che i palestinesi, come qualunque altro popolo occupato, hanno il diritto all’autodifesa – un diritto riconosciuto dalle leggi internazionali.
 
Ma l’antiterrorismo è il paradigma attraverso il quale Stati come gli USA ed Israele – utilizzando una violenza massiccia e indiscriminata contro civili, di cui non sono mai stati chiamati a rispondere – portano avanti i propri interessi egemonici.
 
Un’occupazione militare infinita e bellicosa consente inoltre ad Israele di vendere la sua esperienza “antiterroristica” e i suoi armamenti come “collaudati in battaglia” – sulla pelle dei palestinesi.
 
L’antiterrorismo è il ringhioso smalto del “marchio Israele” e sembra che l’ONU se lo sia comprato.
 
Durante il suo discorso Mladenov ha ricordato che il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha recentemente formato un ufficio per l’antiterrorismo – un impegno che ha comportato “approfondite discussioni” con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e con esponenti dell’esercito israeliano.
 
Mladenov ha solo accennato alla necessità di un orizzonte politico che conservi la speranza di un futuro migliore in Medio Oriente.
 
 “Sacrifici umani”
 
Non ha evocato uno scontro di civiltà come David Friedman, il curatore fallimentare [di un casinò di Trump, ndt.] e finanziatore delle colonie, che funge da inviato di Trump in Israele.
 
Durante il suo discorso alla conferenza Friedman ha ripetutamente fatto riferimento al “terrorismo islamista radicale.”
 
Friedman che, come Mladenov, ha espresso le proprie opinioni nell’anniversario degli attacchi dell’11 settembre negli USA, ha affermato: “Sappiamo che gli israeliani non solo condividono il nostro lutto di fronte al terrorismo, ma anche la nostra determinazione a colpire i terroristi islamici radicali ovunque siano e di garantire che le loro tattiche non diventino mai dei successi politici.”
 
Ha letto un elenco di attacchi condotti da palestinesi contro israeliani, e di telefonate di condoglianze che ha recentemente fatto alle famiglie di israeliani uccisi da aggressori palestinesi, compresi due poliziotti che, ha detto, sono stati accoltellati da “terroristi islamisti radicali” – confondendo i palestinesi che resistono all’occupazione militare israeliana con i combattenti dello Stato Islamico in Siria. Friedman ha sostenuto che gli israeliani non sono i soli nella regione a soffrire in conseguenza del terrorismo, ma non si riferiva ai palestinesi uccisi dalle forze di occupazione israeliane.
 
Riprendendo l’ormai sfatato argomento secondo cui le scuole palestinesi insegnano “l’istigazione” [alla violenza contro gli israeliani, ndt.], Friedman ha affermato: “I ragazzi palestinesi che imparano a odiare gli ebrei invece di imparare matematica e scienze sono i sacrifici umani della causa dell’estremismo radicale.”
 
Non importa che le forze israeliane abbiano ucciso più di trenta bambini palestinesi nel 2016 – facendone così l’anno più sanguinoso per i bambini palestinesi in Cisgiordania da più di un decennio – ed ucciso decine di bambini nelle loro case a Gaza nell’estate del 2014.
 
La maggiore attenzione dei media nei confronti della conferenza sull’antiterrorismo a Herzliya ha riguardato la partecipazione di Sebastian Gorka, il consigliere di Donald Trump recentemente destituito e pseudo-intellettuale con legami con gruppi nazisti e violentemente anti-semiti in Europa.
 
Gorka ha ricevuto una calda accoglienza quando ha assicurato ad un pubblico che  ne ha condiviso il discorso che “America ed Israele sono Stati fondatori della civilizzazione giudaico-cristiana e insieme sfideremo i nostri comuni nemici.”
Che cosa ha a che vedere un inviato ONU per la pace con una simile compagnia?
 
(traduzione di Amedeo Rossi)
 



La polemica su Shaked e sul sionismo

Nota redazionale: le dichiarazioni della ministra della Giustizia Ayelet Shaked hanno innescato una dura polemica sul giornale israeliano di centro-sinistra “Haaretz” tra le posizioni espresse dallo storico israeliano Daniel Blatman, da Gideon Levy, una delle firme più note del quotidiano, e dalla sua collega Ravit Hecht.

Riteniamo interessante per il lettore riportare lo scambio di opinioni tra gli editorialisti non solo per la questione specifica del giudizio sulle esternazioni di Shaked, quanto soprattutto perché evidenziano una visione radicalmente diversa del sionismo e della sua natura, sintetizzata in questi articoli di fondo e rappresentativa della divisione all’interno della sinistra israeliana. Blatman ritiene che la visione di Shaked rappresenti una novità nel campo sionista, Levy che si tratti di una manifestazione esplicita di quello che il sionismo è sempre stato come ideologia razzista basata su criteri etnico-religiosi, Hecht invece ritiene che si tratti di una sua degenerazione ideologica e politica propugnata dall’estrema destra israeliana. Infine Levy ribadisce la sua opinione, sostenendo che tra le posizioni di Hecht e di Shaked c’è una differenza di forma ma non di sostanza.

  1. Il nuovo sionismo nazionalista

La visione del mondo della ministra della Giustizia Shaked ricorda la xenofobia razzista degli Stati del sud degli USA dagli anni ’30 in poi

 Daniel Blatman, 1 settembre 2017 , Haaretz

La ministra della Giustizia Ayelet Shaked si pone sempre più come leader del nuovo sionismo. Ciò non è solo la conseguenza della rivoluzione costituzionale che sta conducendo, cercando di cambiare l’immagine della Corte Suprema, o della serie di proposte di legge che sta promuovendo, compresa la legge sullo Stato-Nazione. Queste sono solo manifestazioni concrete di una coerente e consolidata visione del mondo, incentrata sull’attuazione di una trasformazione ad ampio raggio delle fondamenta ideologiche su cui è stato fondato lo Stato di Israele.

Il sionismo di Shaked non è solo un’ulteriore variazione ebraica dell’idea liberale nazionalista europea della seconda metà del XX secolo, della scuola di Theodor Herzl, Chaim Weizmann, Ze’ev Jabotinsky ed altri. Il nuovo sionismo di Shaked è una sintesi rivoluzionaria dell’etica colonialista del movimento laburista e delle componenti ebree etnocentriche-razziste, che insieme portarono ad un’importante revisione delle definizioni fondamentali dello Stato ebraico. Shaked sta essenzialmente cercando di sostituire l’idea sionista – la quale, al di là delle dispute che si sono create tra le sue varie componenti, era incentrata sulla sovranità ebraica come necessità esistenziale di un popolo perseguitato – con una basilare consapevolezza che definisce lo Stato di Israele come uno Stato uni-etnico, che attuerà la visione ebraica antiliberale del colonialismo. Le sue dichiarazioni di questa settimana alla conferenza dell’ordine degli avvocati israeliani [Israel Bar Association] a Tel Aviv sono state un’altra tappa della messa a punto di questa ideologia.

Shaked ha già pubblicato recentemente i principi della sua visione del mondo in un articolo della rivista “Hashiloach”, e questo è anche il concetto centrale della proposta di legge sullo Stato-Nazione che sta promuovendo.

Lo Stato ebraico perciò è lo Stato del popolo ebreo. E’ diritto naturale del popolo ebreo vivere come ogni altra nazione,” scrive. “Uno Stato ebraico è uno Stato la cui storia è intrecciata e intessuta nella storia del popolo ebreo, la cui lingua è l’ebraico e le cui principali festività rappresentano la sua rinascita nazionale. Uno Stato ebraico è uno Stato per il quale l’insediamento di ebrei nei suoi campi, città e villaggi è una preoccupazione di primaria importanza. Uno Stato ebraico è uno Stato che favorisce la cultura ebraica, l’educazione ebraica e l’amore per il popolo ebreo. Uno Stato ebraico è la realizzazione di generazioni di aspirazioni per il riscatto ebreo. Uno Stato ebraico è uno Stato i cui valori derivano dalla sua tradizione religiosa, in cui la bibbia è il libro fondamentale ed i profeti di Israele il fondamento morale. Uno Stato ebraico è uno Stato in cui la legge ebraica riveste un ruolo importante. Uno Stato ebraico è uno Stato per il quale i valori della Torah di Israele, i valori della tradizione ebraica ed i valori della legge ebraica sono tra i suoi valori fondamentali.”

Nonostante Shaked si sforzi di presentare la sua visione del mondo come fondata sui principi classici neoconservatori e tenda ad usare citazioni di Milton Friedman [economista e teorico ultraliberista, ndt.], la sua visione del mondo proviene da zone molto più oscure. Più che il conservatorismo americano della fine del XX secolo, la sua visione del mondo ricorda la xenofobia razzista del sud degli Stati Uniti dagli anni ’30 in poi, e la destra razzista ostile all’immigrazione, che prospera oggi nei Paesi creati dal colonialismo europeo. La sua dichiarazione secondo cui “il sionismo non deve continuare, e non continuerà, a chinare la testa di fronte ad un sistema di diritti individuali interpretati in termini universalistici”, lo testimonia chiaramente.

Negli anni ’30, quelli della grande depressione e della nascita dei regimi totalitari in Europa, l’idea universalistica di diritti individuali affrontò una grave crisi negli Stati Uniti. Il rischio di guerra e di tensioni interrazziali creò difficoltà per gli attivisti dei diritti umani, soprattutto visti gli appelli a ridefinire l’essenza dell’ “americanismo” e lo status delle minoranze del Paese, definito attraverso la razza, il colore della pelle, la religione o la provenienza etnica. L’attacco ai diritti di queste minoranze si intensificò anche a causa della crescente popolarità del fascismo europeo, che propugnava la definizione di Stato come una comunità selettiva e collettiva, che escludeva chiunque non appartenesse alla collettività. Questo valeva specialmente negli Stati del sud dell’America e si manifestava attraverso le leggi a favore della segregazione razziale della regione.

La visione di Shaked dello Stato ebraico è parallela a ciò che i sudisti negli anni ’30 chiamavano “preservare lo stile di vita americano”. Per preservare questo concetto, non solo si potevano emanare leggi che lo sostenessero e lo difendessero dal doversi inchinare ai diritti umani; si poteva anche difenderlo con la violenza. Centinaia di casi di linciaggi e violenze contro i neri sono la prova più lampante di quanto fossero profondamente radicate queste concezioni. Israele non è così distante da fenomeni simili di violenza aggressiva non statale, per esempio contro i richiedenti asilo o contro i palestinesi. Ma ciò che caratterizzava in ultima istanza il sud americano era il suo sistema legale di segregazione razziale unico. A questo punta Shaked.

Tuttavia bisogna ricordare che la separazione geografica non è mai stata il principale obiettivo dei bianchi nel sud americano. Certamente essi accettavano la realtà, forse anche la necessità, che i bianchi e i neri vivessero gli uni accanto agli altri, interagendo tra loro e mantenendo relazioni basate su interessi economici o esigenze occupazionali. Tutto era soggetto ai dettami della gerarchia razziale, o ciò che un ricercatore ha definito “l’era del capitalismo razzista.”

A questo conduce la visione sionista di Shaked. Invece della supremazia bianca, avremo la supremazia ebraica, insieme ad una visione etnocentrica-razzista che consentirà alcune prassi economiche vitali. Dopotutto, lo Stato ebraico di Shaked non intende separarsi dai palestinesi e certamente non vuole renderli cittadini. Proprio come nel sud americano la segregazione e la discriminazione politica contro i neri ha creato un ordine sociale e politico brutale e razzista, così sarà nel nuovo Stato nazional-sionista di Shaked, che non accetterà di inchinarsi alle definizioni universali dei diritti individuali e continuerà ad opprimere brutalmente le minoranze, la cui unica difesa contro la tirannia ideologica che lei propugna sono proprio quelle definizioni universali.

All’interno di questa visione dobbiamo inserire anche la paura dei rifugiati e il desiderio di espellerli dal Paese ad ogni costo. L’atteggiamento razzista nei loro confronti è un fenomeno familiare nelle società con un passato ed una tradizione coloniali, di cui Israele fa parte. Dietro all’approccio che considera i rifugiati una minaccia c’è la necessità di preservare la superiorità etnica della maggioranza coloniale, la cui presa sul territorio in cui vive non ha ancora superato l’esame della legittimazione storica a lungo termine. Ecco perché la necessità di controllare rigidamente le frontiere – quelle territoriali, ma soprattutto quelle etniche e razziali – è così cruciale. I migranti e i rifugiati spezzano questi confini; sono diversi per colore, per religione e stile di vita e quindi non solo recano danno all’egemonia etnica, ma potrebbero anche annacquare le caratteristiche umane della maggioranza della società e trasformarla in un’entità etnica e culturale differente da quella originaria.

Si tratta di un concetto nuovo dello Stato di Israele. Il concetto di Shaked di superiorità etnica ebrea poggia non solo su un’ideologia rigidamente chiusa, ma sulle politiche della paura. L’arena politica israeliana è oggi controllata da partiti che propugnano una politica della paura e Shaked vi ricopre un ruolo importante. Il messaggio principale di questa politica della paura è la necessità di mantenere l’identità ebraica dello Stato contro il mondo minaccioso che potrebbe sopraffarla ed eliminarla. Le componenti arabe, islamiche ed africane che circondano lo Stato ebraico da ogni lato potrebbero spazzarla via se essa non si rafforzerà per impedire una simile tremenda invasione.

Proprio come l’estrema destra in Australia o negli Stati Uniti cerca di erigere un muro di leggi, supportato da una potente flotta o da veri e propri muri lungo i confini a protezione della patria (quella coloniale, ricordiamoci) da ogni parte dalle infiltrazioni dal Messico o dall’Afghanistan, allo stesso modo Shaked ed i suoi colleghi stanno promuovendo una legislazione supportata da barriere, checkpoint e da un potente esercito che blinda i confini israeliani dalle orde minacciose delle masse nere. Questa combinazione di superiorità etnico-razziale, legislazione apposita e castrazione del sistema giudiziario in modo che non possa proteggere ciò che Shaked disprezza tanto – le definizioni universalistiche dei diritti universali – sta dando luogo al nuovo nazional-sionismo, il successore del sionismo storico.

Il professor Blatman è uno storico dell’università ebraica di Gerusalemme.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

  1. La ministra israeliana della verità

    La ministra israeliana della Giustizia ha detto chiara e forte la verità: il sionismo si contrappone ai diritti umani, e quindi è proprio un movimento ultranazionalista, colonialista e forse razzista

 Gideon Levy, 1 settembre 2017,Haaretz

Grazie, Ayelet Shaked, per aver detto la verità. Grazie per aver parlato onestamente. La ministra della Giustizia ha dimostrato ancora una volta che l’estrema destra israeliana è meglio degli impostori del centrosinistra: parla con sincerità.

Se nel 1975 Chaim Herzog [all’epoca ambasciatore israeliano all’ONU, ndt.] stracciò platealmente una copia della Risoluzione 3379 dell’Assemblea Generale dell’ONU che metteva sullo stesso piano sionismo e razzismo, la ministra della Giustizia ha ora ammesso la veridicità di quella risoluzione (che venne in seguito revocata). Shaked ha detto, forte e chiaro: il sionismo è in contrasto con i diritti umani e quindi è in realtà un movimento ultranazionalista, colonialista e forse anche razzista, come i fautori della giustizia sostengono in tutto il mondo.

Shaked predilige il sionismo rispetto ai diritti umani, la suprema giustizia universale. Crede che noi abbiamo un diverso tipo di giustizia, superiore a quella universale. Il sionismo al di sopra di tutto. E’ già stato detto prima, in altre lingue e da altri movimenti nazionalisti.

Se Shaked non avesse contrapposto tra loro questi due principi, avremmo continuato a credere ciò che ci è stato inculcato fin dall’infanzia: il sionismo è un movimento giusto e moralmente ineccepibile. Santifica l’uguaglianza e la giustizia: basta vedere la nostra dichiarazione d’indipendenza. Abbiamo imparato a memoria: “l’unica democrazia del Medio Oriente”, “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, “tutti sono uguali nello Stato ebraico”; abbiamo appreso della giustizia della Corte Suprema araba e del ministro del governo druso. Che cosa possiamo volere di più? E’ tutto così giusto, così equo, potremmo esclamare.

Se tutto ciò fosse vero, Shaked non avrebbe motivo di ergersi a difesa del sionismo nei confronti dei diritti umani. Per lei e per la destra, la discussione sui diritti umani e civili è antisionista, addirittura antisemita. Mira a indebolire e a distruggere lo Stato ebraico.

Quindi Shaked crede, come tanti in tutto il mondo, che Israele sia edificato su fondamenta di ingiustizia e che perciò debba essere difeso dal discorso ostile sulla giustizia. In quale altro modo si potrebbe spiegare il rifiuto di discutere sui diritti? I diritti individuali sono importanti, lei dice, ma non quando sono slegati dall’ “impresa sionista”. E nuovamente: l’impresa sionista è in realtà in contraddizione con i diritti umani.

Quali sono oggi le sfide sioniste? “Giudaizzare” il Negev e la Galilea, eliminare gli “infiltrati”, coltivare il carattere ebraico di Israele e preservare la sua maggioranza ebraica. L’occupazione, le colonie, il culto della sicurezza, l’esercito – che è essenzialmente un esercito d’occupazione – questo è il sionismo nel 2017 circa. Tutti i suoi elementi sono il contrario della giustizia. Dopo che ci è stato detto che sionismo e giustizia sono fratelli gemelli, che nessun movimento nazionale è più giusto del sionismo, arriva Shaked e dice: è proprio il contrario. Il sionismo non è giusto, è contrario alla giustizia, ma noi dobbiamo stringerci ad esso e preferirlo alla giustizia, perché è la nostra identità, la nostra storia e la nostra missione nazionale. Nessun militante del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni potrebbe dirlo più nettamente. Ma nessuna Nazione ha il diritto di rifiutare i principi universali e di inventarsi i propri principi, che chiamano giorno la notte, definiscono l’occupazione giusta e la discriminazione uguaglianza.

Il sionismo è la religione fondamentalista di Israele e, come in ogni religione, è proibito negarla. In Israele, “non sionista” o “antisionista” non sono insulti, sono ordini sociali di espulsione. Non c’è niente del genere in nessuna società libera. Ma adesso che Shaked ha messo a nudo il sionismo, ha messo la mano sul fuoco ed ha ammesso la verità, possiamo finalmente pensare al sionismo in modo più libero. Possiamo ammettere che il diritto degli ebrei ad uno Stato è in contraddizione con il diritto dei palestinesi alla propria terra, e che il sionismo di destra ha dato origine ad un terribile errore nazionale che non è mai stato sanato; che ci sono modi per risolvere e riparare a questa contraddizione, ma gli israeliani sionisti non saranno d’accordo.

Adesso quindi è tempo per una nuova divisione, più coraggiosa e più onesta, tra gli israeliani che sono d’accordo con le affermazioni di Shaked e quelli che non lo sono. Tra i sostenitori del sionismo ed i sostenitori della giustizia. Tra i sionisti ed i giusti. Shaked non ha contemplato una terza opzione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

Quando Gideon Levy si è innamorato di Ayelet Shaked

Il mio collega Gideon Levy preferisce gli estremisti di destra alla sinistra perché dicono la verità; cioè, esprimono sinceramente opinioni pericolose ma popolari tra la gente

 Ravit Hecht – 1 settembre 2017, Haaretz

 

Nel suo pezzo di ieri [in realtà del 1 settembre, ndt.], Gideon Levy ha ringraziato la ministra della Giustizia Ayelet Shaked per aver detto la verità; Shaked ha detto che il sionismo non si inchinerà più alla Corte Suprema. La ministra sta quindi continuando con la sua campagna di provocazione contro la Corte, una campagna che sta prosperando in tutta la destra.

Dal testo di Levy emana un aroma di amore vero per la sua onesta ed audace principessa. Il suo editoriale trasmette un messaggio di ammirazione tra  radicali che dicono le cose come stanno nella loro corsa a fare danni.

E danni sono stati fatti. Che rivoluzione. Apocalypse now. La corte aggressivamente intimidita, e presto i media saranno finalmente addomesticati e messi a tacere. Il razzismo sta avendo un’impennata con l’incoraggiamento dei dirigenti e la corruzione dilaga, senza bisogno di travestirsi, per la semplice ragione che nessuno se ne vergogna più.

Tutto ciò si aggiunge alla calamità dell’occupazione – effettivamente una grande calamità –, che è l’unica cosa che Levy vede. Per quanto lo riguarda, senza risolvere questo disastro, ogni altra cosa potrebbe essere e sarà distrutta. Ciò include, per esempio, il suo diritto fondamentale di dire la sua opinione su Israele, o semplicemente di vivere qui senza essere spedito in un campo di rieducazione se rifiuta di giurare fedeltà al capo della coalizione David Bitan [della destra del Likud, ndt.].

Il danno dell’alleanza di Levy con gente come Shaked è la sua opinione secondo cui quello che Shaked, il ministro del Turismo Yariv Levin e quelli come loro stanno proponendo è il sionismo. Non lo è. E’ una sadica distorsione che interpreta la giustificata difesa degli ebrei attraverso la fondazione di una patria come una selvaggia aggressione verso l’esterno (contro i palestinesi) e verso l’interno (contro chi critica il governo). Chaim Herzog [all’epoca dell’episodio citato ambasciatore di Israele all’ONU, ndt.] aveva ragione a stracciare la risoluzione ONU che sosteneva che il sionismo era una forma di razzismo, perché il sionismo è stato una risposta al razzismo, alla persecuzione degli ebrei ovunque nel mondo e alla reale minaccia alla loro esistenza.

Senza sminuire la tragedia del popolo palestinese nel 1948, senza discolpare il partito Mapai, il predecessore del partito Laburista, per i suoi errori storici, e senza nulla togliere al ruolo del Likud nel fomentare le colonie e nell’accentuare la divisione tra israeliani, la disastrosa destra che è cresciuta negli ultimi anni è una questione completamente diversa. Non è un’evoluzione inevitabile del sionismo o una sua veritiera manifestazione, come sostiene Levy, ma un’espressione di pulsioni malefiche e pericolose – parte di un contesto globale avvelenato – che dirigenti normali ed accettabili hanno l’obbligo di frenare.

Levy preferisce la leadership di Shaked, di Miki Zohar [dirigente della destra del Likud, ndt.] e di Bezalel Smotrich [del partito di estrema destra “Casa ebraica”, ndt.] ai dirigenti del Likud liberali, sicuramente agli abominevoli dirigenti del Mapai, perché essi dicono la verità; cioè, esprimono sinceramente sentimenti popolari tra la gente. Non per fare un paragone diretto, ma anche Hitler diceva la verità, esprimendo i desideri segreti di molti, tedeschi e non solo. Né si faceva molti scrupoli nel metterli in pratica. Nei testi di storia era meglio lui dei dirigenti del suo tempo che dimostravano moderazione?

E’difficile ignorare il tango perfetto danzato da Shaked e Levy. Lei vuole un Israele più grande come parte della fantasia di una dominazione ebraica sancita dalla Bibbia, e lui vuole uno Stato binazionale come parte di un’esotica incursione nel campo del radicalismo selvaggio. Lei vede gli ebrei come una razza dominatrice con privilegi e gli arabi come una spina nel nostro fianco, mentre lui vede gli ebrei come i cattivi e gli arabi come carini Tamagogi senza responsabilità storiche per la loro difficile situazione.

Adesso quindi è tempo per una nuova divisione, più coraggiosa e più onesta, tra gli israeliani che concordano con le affermazioni di Shaked, e quelli che discordano. Tra i sostenitori del sionismo ed i sostenitori della giustizia. Tra i sionisti ed i giusti. Shaked non ha contemplato una terza opzione,” sintetizza Levy .

Ci sono ancora alcuni fautori della giustizia in Israele che credono nel principio fondamentale del sionismo del diritto degli ebrei ad avere una patria in Israele e al contempo aborrono nel profondo l’affermazione di Shaked. Né lei né Gideon Levy li faranno scomparire.

(traduzione di Amedeo Rossi)

Il tango sionista

Perché l’onesto razzismo del ministro della Giustizia Ayelet Shaked è preferibile alle false opinioni della sinistra israeliana.

 Gideon Levy – 3 settembre 2017, Haaretz

Ravit Hecht , nel suo editoriale “Quando Gideon Levy si è innamorato di Ayelet Shaked”, mi attribuisce un “aroma di amore vero” per la mia “onesta ed audace principessa”, la ministra della Giustizia Shaked. Hecht sa che i miei gusti in fatto di donne sono leggermente diversi, e che, nonostante quello che lei scrive, non so ballare il tango. Ma il mio apprezzamento per Shaked e per gente come lei è che non deludono: riconoscono apertamente il loro nazionalismo ed il loro razzismo. 

Non nascondono le loro opinioni secondo cui i palestinesi sono un popolo inferiore, abitanti indigeni che non si guadagneranno mai i diritti che gli ebrei hanno sulla terra di Israele-Palestina; che nessuno Stato palestinese vi sarà mai fondato; che Israele alla fine si annetterà tutti i territori occupati, come ha già fatto nella pratica; che gli ebrei sono il popolo eletto; che il sionismo è in contraddizione con i diritti umani ed è superiore a essi; che la spoliazione è redenzione; che i diritti biblici di proprietà sono eterni; che non esiste un popolo palestinese e non vi è un’occupazione; che l’attuale situazione durerà  per sempre.

Molte di queste opinioni sono diffuse anche tra la sinistra sionista, il campo ideologico di Hecht. L’unica differenza è che la sinistra sionista non le ha mai ammesse. Sviluppa le proprie opinioni nella luccicante carta da regalo dei colloqui di pace, della separazione e nel vuoto discorso dei due Stati, parole che non ha realmente inteso dire e che ha fatto ben poco per realizzare.

Questa è la ragione per cui preferisco Shaked. Con lei, quello che vedi è quello che hai – razzismo. Nelle sue azioni e nei suoi fatti, la sinistra sionista ha fatto di tutto per mettere in pratica le opinioni di Shaked, solo con parole ben educate e senza ammetterlo. La sinistra sionista è in imbarazzo per le cose di cui Shaked e i suoi colleghi non si vergognano. Ciò non rende la sinistra più morale o giusta. Nelle sue azioni è semplicemente stata quasi come Shaked.

L’occupazione non è stata meno crudele sotto i governi della sinistra israeliana, che è stata il padre fondatore dell’impresa di colonizzazione. Questi prìncipi della pace, Shimon Peres e Yitzhak Rabin, hanno fondato più colonie di Shaked e provocato la morte di più arabi. La sinistra ha entusiasticamente difeso ogni operazione militare che Israele ha condotto e ogni azione brutale commessa dall’esercito israeliano. Non è semplicemente rimasta in silenzio di fronte a queste azioni, le ha appoggiate. Sempre.

Le operazioni “Piombo fuso “ e “Margine protettivo” contro Gaza (nel 2008-09 e nel 2014, rispettivamente) hanno implicato migliaia di morti senza senso, e la maggioranza della sinistra sionista le ha appoggiate. La maggioranza di quelli di sinistra ha appoggiato l’assedio di Gaza, le esecuzioni ai posti di blocco, i rapimenti notturni, le detenzioni amministrative, gli abusi, la spoliazione e l’oppressione – durante questi fatti la sinistra è rimasta totalmente silenziosa.

Ma la verità è che non si tratta di Shaked e non si tratta della sinistra. E’ il sionismo. Danni sono stati fatti, come ha scritto la stessa Hecht. Ma invece di cercare di riparare le fondamenta instabili, tutto Israele – e non solo la destra – ha fatto il possibile per indebolirle ancor di più.

Sì, questo riguarda la guerra d’indipendenza del 1948 [definizione israeliana della guerra contro i palestinesi ed i Paesi arabi da cui è nato Israele, ndt.], di cui bisogna discutere anche se è imbarazzante. Lo spirito del 1948 non ha mai smesso di soffiare qui e, a questo proposito, Shaked e Hecht sono dalla stessa parte. Secondo il loro punto di vista c’è solo un popolo qui che deve essere preso in considerazione, solo una vittima, e ha il diritto di fare tutto il danno che vuole all’altro popolo. Questa è l’evoluzione sostanziale del sionismo.

Ciò avrebbe potuto e dovuto essere modificato, senza venir meno al diritto degli ebrei ad avere uno Stato. Ma la sinistra sionista non lo ha mai fatto. Non ha mai riconosciuto la Nakba [l’espulsione dei palestinesi nel 1947-48 dal territorio che sarebbe diventato Israele, ndt.] patita dai palestinesi, e non ha mai fatto niente per espiare i propri crimini. Ciò non è mai avvenuto perché la sinistra sionista crede esattamente in quello in cui crede Shaked.

E’ vero, ci sono molte altri problemi per cui la destra provoca disastri nazionali che la sinistra non avrebbe mai creato. Ma dall’altra parte della frontiera vive un popolo che negli ultimi 50 anni – in realtà negli ultimi 100 – ha sofferto ed è stato oppresso. Non passa un giorno senza che crimini orrendi vengano commessi contro di lui. Non possiamo dire: “Abbiate pazienza. Al momento siamo impegnati con lo status della Corte Suprema.”

E sul problema veramente fondamentale che oscura tutti gli altri, Shaked e Hecht stanno danzando un tango perfetto insieme, con un aroma di vero amore che emana da entrambe – un tango sionista.

(traduzione di Amedeo Rossi)