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Estrema destra israeliana contro conferenza sui bambini palestinesi

Deputati della Knesset interrompono la conferenza sui “Bambini sotto occupazione”

Quattro deputati di destra espulsi dall’auditorium della Knesset dopo aver interrotto una discussa conferenza organizzata dai partiti di sinistra: “Fino a che punto siete disposti a cadere in basso? Fino a portarci il nemico in casa?” ha gridato il deputato del Likud Oren Hazan.

Ynet

Inbar Tvizer – 07/03/2018

La conferenza “Bambini sotto occupazione” ospitata lunedì alla Knesset ha provocato proteste prima ancora del suo inizio, culminate quando quattro membri della Knesset hanno interrotto gli oratori e sono stati espulsi con la forza dall’auditorium dagli addetti alla sicurezza.

La prima conferenza di questo genere è stata promossa da partiti di sinistra per discutere delle conseguenze del conflitto israelo-palestinese sui bambini che vivono in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme est.

Gli organizzatori della conferenza hanno detto che avrebbero discusso dei “diversi aspetti della vita dei bambini sotto occupazione israeliana – povertà, restrizioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, di strutture idriche ed educative, così come della detenzione di bambini in base a leggi discriminatorie che rendono difficile per le famiglie riunirsi e dell’influenza del blocco nella Striscia di Gaza.”

La ministra della Cultura e dello Sport Miri Regev [del Likud, partito di destra al potere, ndtr.] ha descritto la conferenza come “una quinta colonna” e il presidente di Yesh Atid [partito di centro all’opposizione, ndtr.] Yair Lapid ha twittato che l’appoggio dell’“Unione Sionista” [coalizione di centro tra il partito Laburista e Kadima, all’opposizione. ndtr.] alla conferenza era un “regalo ai nemici di Israele.”

Alla discussa conferenza erano presenti diplomatici stranieri di stanza in Israele, compresi gli ambasciatori dell’Unione Europea, dell’Olanda e il vice ambasciatore della GB, e hanno esposto il loro punto di vista riguardo al suddetto argomento.

Il parlamentare Oded Forer (di Yisrael Beytenu [Israele Casa Nostra]) [partito nazionalista di estrema destra, al governo, ndtr.] è stato espulso dalla conferenza dopo aver gridato alla deputata Michal Rozin (del Meretz) [partito della sinistra sionista, all’opposizione, ndtr.]: “Dovresti vergognarti. Stai tenendo una conferenza senza menzionare i bambini (israeliani) che sono stati uccisi (dai terroristi palestinesi). È uno schifo.”

Gli addetti alla sicurezza della Knesset hanno espulso anche il deputato Oren Hazan (del Likud) che ha gridato: “Fino a che punto siete disposti a cadere in basso? Fino a portarci in casa il nemico? State danneggiando il (nostro) Paese.”

Il presidente della Knesset Yoel (Yuli) Edelstein ha vietato la proiezione di un video che mostra la vita di bambini palestinesi a confronto con quella di bambini ebrei.

Ciononostante i promotori della conferenza hanno inviato a tutti i partecipanti un link del video. Rozin ha detto: “Mostreremo questo video, che lo vogliano o no.”

“La ministra Miri Regev ci ha chiamati ‘quinta colonna’, Lapid chi ha chiamati ‘un regalo al nemico di Israele’. Pare che le tenere anime dei bambini terrorizzino i servi dell’opinione pubblica,” ha attaccato Rozin.

“Le loro reazioni non sono patriottiche e non riflettono l’amore per Israele. Siete quelli che mandano i (nostri) soldati a mettere in pratica questa politica e non avete il diritto di chiudere i vostri occhi e ignorare le sue implicazioni.”

Il capogruppo della “Lista Unitaria” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, all’opposizione, ndtr.] Ayman Odeh ha ringraziato la deputata Ksenia Svetlova (dell’Unione Sionista), che è stata una degli organizzatori della conferenza e l’unica del suo partito che l’ha sostenuta, per “non essersi arresa alle pressioni messe in atto contro di lei dall’opposizione.”

Un altro importante organizzatore della conferenza, il deputato Dov Khenin (della Lista Unitaria), ha detto: “L’attacco della destra radicale contro questa conferenza mostra che l’occupazione non può essere o considerata separatamente dallo spazio democratico in Israele.”

“(Quelli che ci attaccano) si stanno scontrando con il nostro diritto e dovere come membri della Knesset di esprimere le nostre posizioni. Continueremo ad essere conseguenti con la nostra posizione e non cederemo,” ha garantito il deputato.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 

 




Manifestanti organizzano un sit in alla scuola di Khan al-Ahmar, che è nella lista delle demolizioni

Ma’an News

Betlemme- 23 febbraio 2017

Giovedì il ministero dell’Educazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha organizzato un sit in di protesta nella scuola del villaggio beduino di Khan al-Ahmar nella Cisgiordania occupata contro l’ ordine imminente del governo israeliano per la demolizione della scuola e dell’intero villaggio.

I manifestanti hanno condannato l’ordine israeliano di demolizione della scuola di Khan al-Ahmar – che fornisce il servizio a 150 studenti tra maschi e femmine – ed hanno espresso la propria rabbia nei confronti dell’esercito israeliano, che prende di mira una scuola per bambini e “cerca di escluderli dal diritto all’istruzione”.

Il ministro dell’Educazione Sabri Sedim ha fatto appello a tutti i palestinesi “perché resistano e si oppongano ai progetti israeliani e alle violazioni contro l’educazione e contro le comunità beduine che svelano l’orribile volto dell’occupazione,” aggiungendo che il ministero “realizzerà tutti gli sforzi possibili per bloccare le pratiche israeliane e denunciarle sui media e nei tribunali.”

La scorsa settimana le autorità israeliane hanno emesso ordinanze di demolizione di 40 case e della scuola elementare del villaggio, compresi ordini di blocco dei lavori nei confronti di varie strutture del villaggio, che si trova nell’Area C – più del 60% della Cisgiordania sotto totale controllo israeliano e luogo di frequenti demolizioni da parte di Israele.

Al momento abitanti locali hanno detto a Ma’an che forze israeliane hanno imposto la chiusura militare della zona prima di consegnare gli ordini di demolizione, mentre a insegnanti e studenti della scuola è stato impedito l’accesso all’edificio.

Nonostante il fatto che la comunità, e la scuola in particolare, siano state minacciate di demolizione dal governo israeliano da anni, gli abitanti del luogo hanno detto che la consegna di avvisi di demolizione per ogni singola casa rappresenta un colpo senza precedenti.

Mercoledì funzionari dell’ONU hanno visitato la comunità beduina ed hanno definito la situazione “inaccettabile”. ” Khan al-Ahmar è una delle comunità più vulnerabili della Cisgiordania, che lotta per conservare uno standard minimo di vita di fronte alle pesanti pressioni da parte delle autorità israeliane per spostarla in un luogo di ricollocazione stabilito,” ha affermato in un comunicato Robert Piper, il coordinatore per l’aiuto umanitario e per le attività di sviluppo dell’ONU per i territori palestinesi occupati, aggiungendo che “questo è inaccettabile e deve finire.”

Khan al-Ahmar, come altre comunità beduine della regione, è minacciata di trasferimento da Israele in quanto si trova nel conteso “Corridoio E1”, stabilito dal governo israeliano per collegare Gerusalemme est annessa [a Israele] con la grande colonia di Maale Adumim.

Le autorità israeliane pianificano di costruire nell’E1 migliaia di abitazioni per le colonie solo per ebrei, il che dividerebbe in effetti la Cisgiordania e renderebbe la creazione di uno Stato palestinese contiguo – come previsto dalla soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese – praticamente impossibile.

I gruppi per i diritti umani e i membri della comunità beduina hanno fortemente criticato i piani di ricollocazione da parte di Israele per i beduini che risiedono nei pressi delle colonie israeliane illegali di Maale Adumim, sostenendo che lo spostamento rimuoverebbe palestinesi autoctoni con lo scopo di espandere le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, in violazione delle leggi internazionali.

(traduzione di Amedeo Rossi)




“Un’atmosfera di paura”: l’aumento delle operazioni dell’esercito israeliano preoccupa il campo profughi di Aida

di Chloe Benoist

11 dicembre 2016, Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – In un freddo pomeriggio di lunedì, un gruppo di quattro soldati israeliani stava sul terrazzo di quello che gli abitanti conoscono come l’edificio Cola nel cimitero del campo di rifugiati di Aida, puntando le loro armi contro un gruppo di cinque ragazzi palestinesi, nessuno con più di 11 anni, che sbirciavano da un angolo della strada a circa 50 metri di distanza.

La scena è diventata familiare nel campo di rifugiati nella Cisgiordania occupata, in quanto l’esercito israeliano ha intensificato le azioni militari ad Aida nel corso degli scorsi mesi, creando quella che alcuni abitanti hanno definito una costante “atmosfera di paura”.

Una presenza dell’esercito “praticamente continua”

Aida, abitata da circa 5.500 palestinesi, si trova a nord di Betlemme. Nei pressi del campo si trovano il muro di separazione di Israele, che divide in particolare la Tomba di Rachele dalla popolazione palestinese, e una base militare israeliana.

Il campo ha una lunga storia di manifestazioni contro Israele, anche durante la guerra del 2014 contro Gaza. Tuttavia gli abitanti hanno raccontato a Ma’an che l’esercito israeliano ha notevolmente incrementato l’uso della violenza e gli arresti negli ultimi due o tre mesi, nonostante non ci sia stato un aumento delle proteste o di altre azioni contro l’occupazione israeliana.

” Negli ultimi due mesi le forze israeliane hanno messo sotto controllo la maggior parte della zona,” dice a Ma’an Salah Ajarma, il responsabile del centro Lajee [centro culturale di base palestinese, Ndtr.] di Aida. “Scendono (nel campo) in continuazione e non lo avevamo mai visto prima nella nostra area.”

“(Operazioni militari) sono avvenute ad Aida da quando hanno costruito il muro (di separazione), ma negli ultimi due mesi le azioni di provocazione da parte dei soldati sono diventate molto pericolose,” dice a Ma’an Nidal al-Azza, abitante di Aida e direttore dell’ong BADIL. “Ciò crea un’atmosfera di paura tra la gente.”

Muhammad Abu Srour, un volontario del centro giovanile di Aida, dice a Ma’an che i soldati sono schierati in un certo numero di zone chiave, soprattutto di notte. “Ma anche durante il giorno sparano lacrimogeni, pallottole di metallo ricoperte di gomma e a volte anche proiettili letali”, afferma.

Ajarma sostiene di temere l’uso crescente di armi contro persone e case, affermando che mentre poche persone del posto sono state ferite da pallottole vere negli scorsi mesi, molti sono stati colpiti da proiettili in apparenza meno pericolosi, come pallottole di metallo ricoperte di gomma, o da gas lacrimogeni.

L’ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha detto a Ma’an di aver registrato ad Aida dal 1 settembre al 28 novembre almeno 43 palestinesi feriti dalle forze israeliane, compresi 14 bambini.

Mentre al-Azza conferma che le forze israeliane hanno usato gas lacrimogeni “ogni giorno”, lui sottolinea che anche l’uso da parte dell’esercito di riflettori nel campo ha un effetto deleterio sulla popolazione. “Di notte le luci arrivano fin dentro le case della gente – sembra di essere di giorno,” afferma. “Ti senti come se stessero seduti con te in casa tua. Non si tratta solo di paura, ti senti a disagio, come se qualcuno ti stesse guardando.”

Il portavoce dell’UNRWA Chris Gunness ha detto a Ma’an che l’agenzia delle Nazioni Unite che fornisce servizi ai rifugiati palestinesi è “preoccupata” per l’incremento dell’uso di munizioni letali da parte dell’esercito israeliano, sottolineando di aver registrato un aumento delle ferite e delle morti provocate da questi proiettili all’interno e nei pressi dei campi di rifugiati palestinesi nel 2016.

“L’ UNRWA continua a denunciare alle autorità competenti questa preoccupazione, così come l’uso spropositato di gas lacrimogeni nel campo densamente abitato di Aida,” ha aggiunto Gunness.

“L’impatto potenziale dell’uso massiccio di gas lacrimogeni sulla salute del personale dell’UNRWA e sulla popolazione del campo, soprattutto sulle persone vulnerabili, comprese donne incinte, anziani e bambini, è inquietante.”

Gunness ha anche affermato che “in numerose occasioni” le munizioni sparate dalle truppe israeliane hanno colpito una scuola e un ufficio dell’UNRWA ad Aida.

Bambini diventati bersagli

Ciò che ha maggiormente allarmato la popolazione di Aida, tuttavia, è il fatto che sempre più spesso l’esercito prende di mira i minori, in quanto sempre più giovani palestinesi del campo, alcuni di soli 12 anni, sono stati arrestati.

“Circa sei mesi fa l’esercito ha iniziato ad arrestare ragazzi di 16-17 anni. Tre mesi fa, hanno iniziato ad arrestare bambini,” ricorda Abu Srour. “Erano soliti arrestare uno o due bambini ogni due settimane circa, ma recentemente hanno cominciato ad arrestare più bambini in un periodo di tempo più breve.”

In ottobre forze israeliane in borghese travestite da turisti hanno picchiato ed arrestato otto minorenni che si erano riuniti nei pressi della “Chiave” – il cancello simbolo di Aida che si trova nei pressi della base militare israeliana.

“Ero alla finestra quando le forze in borghese sono saltate fuori ed hanno iniziato a picchiare un bambino. Pensavo che fosse un genitore che non voleva che suo figlio stesse nella zona perché è pericolosa,” ricorda Umm Muhammad, una residente dell’area. “Ma dopo hanno iniziato a catturare altri bambini, picchiandone due, poi tre. Dopodiché, soldati (in uniforme) sono usciti rapidamente dalla base militare.”

Solo più tardi Umm Muhammad ha scoperto che nell’incursione erano stati arrestati Mohammad, il figlio sedicenne, e il nipote disabile quattordicenne, Adam. “Non ci saremmo mai aspettati che potesse capitare a noi,” dice.

“Soldati in abiti civili sono arrivati da tre diverse direzioni, ” afferma Abu Srour, che ha assistito all’incidente. “I ragazzini non stavano protestando o facendo qualcosa, stavano solo seduti lì. I soldati sono arrivati ed hanno iniziato a picchiarli, a sbatterli contro il muro e ad arrestarli.”

Umm Muhammad dice di aver potuto visitare suo figlio in carcere per la prima volta il 4 dicembre, circa due mesi dopo che era stato arrestato, aggiungendo che stava bene, ma che il personale della prigione aveva respinto la sua richiesta di avere degli occhiali per ovviare alla sua miopia.

Secondo il padre di Mohammed, i minori rischiano di essere condannati a una pena da otto a dieci mesi di prigione e a un’ammenda di 2.000 shekel (circa 500 €) per aver lanciato pietre.

Abu Srour stima che tra i 30 e i 35 giovani di Aida di un’età compresa tra i 12 e i 17 anni sono stati imprigionati da Israele fino a fine novembre.

Da parte sua l’OCHA ha detto a Ma’an che almeno 35 palestinesi sono stati arrestati ad Aida tra il primo settembre e il 28 novembre.

“Siamo spaventati”

La gente del posto deve adeguare la propria vita quotidiana all’aumentata presenza dell’esercito, in quanto, come molti hanno detto, ha inciso sulla loro libertà di movimento così come sulla loro salute psicologica.

“Vivo in questa zona (nei pressi del muro) ed ero solito usare (l’ingresso principale nei pressi del cimitero) per uscire dal campo, ma ora non più,” dice Abu Srour. “Quando torno di notte passo da un’altra parte perché è pericoloso.”

Abu Srour ha inoltre affermato che la situazione ha danneggiato le aziende nella zona, che hanno dovuto chiudere durante le incursioni, e che alcune famiglie hanno anche iniziato ad aver paura di lasciare i propri figli giocare nell’unico parco giochi del campo a causa della sua vicinanza con la base militare.

Maya al-Orzza, una ricercatrice giuridica di BADIL che inoltre vive ad Aida, ha detto a Ma’an di aver smesso di portare giacche con il cappuccio di notte per non attirare l’attenzione dei soldati, ma che da quel momento è stata infastidita dai soldati israeliani. Alcuni dei suoi amici evitano di accendere le sigarette fuori di casa alla sera, per timore che le forze israeliane possano credere che si tratti di una bottiglia molotov, ha aggiunto al-Orzza.

Nel contempo Umm Muhammad afferma che Shadi, l’altro figlio, di 15 anni, dall’arresto di Muhammad si è chiuso in se stesso.

“Dopo che hanno arrestato suo fratello, è cambiato. Non va più a scuola, ha paura, piange, non dorme,” sostiene.

“Siamo preoccupati per Shadi,” aggiunge, sottolineando che in settembre aveva sofferto di gravi attacchi di asma a causa dell’esposizione a gas lacrimogeni e aveva dovuto stare in casa per due settimane per riprendersi.

“I cani vivono meglio di noi, “afferma Umm Mohammad. “Voglio avere una vita sicura, senza minacce, senza problemi. Voglio avere una vita normale.”

Ajarma sostiene che anche l’uso di forze in borghese vestite da turisti ha avuto conseguenze nel campo, che mantiene stretti rapporti con la comunità degli attivisti internazionali filo-palestinesi.

“E’ molto difficile…ospitiamo molti stranieri, per cui questo incrina la fiducia tra i palestinesi del posto e gli internazionali,” afferma.

Tattiche intimidatorie o l’inizio di una nuova normalità?

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto a Ma’an che hanno “incrementato le operazioni nel campo” a causa delle “attività terroristiche ostili” da parte dei residenti di Aida, come il lancio di pietre o l’uso di bottiglie molotov, che secondo loro ha messo in pericolo i civili israeliani.

L’esercito non ha risposto a ulteriori domande riguardanti quanti israeliani, se ce n’è stato almeno uno, siano stati feriti da settembre, né quanti palestinesi siano stati arrestati ad Aida durante lo stesso periodo.

Gli abitanti di Aida hanno escluso che giovani del posto abbiano tirato più pietre e bottiglie molotov del solito negli ultimi mesi, e si chiedono le ragioni dell’estensione delle attività militari israeliane nella zona.

“Forse vogliono spezzare lo spirito di resistenza della gente,” dice al-Azza. “Vogliono che la nuova generazione cominci a pensare che non vale la pena resistere.”

Nel contempo Abu Srour sostiene che l’esercito sta cercando di provocare una reazione dei giovani del posto per avere un’ulteriore giustificazione per le sue azioni ad Aida.

“A volte sparano (lacrimogeni) per provocare i ragazzini, per iniziare scontri. A volte ci sono pochi ragazzini che tirano pietre lontano dalla Tomba di Rachele. Non colpiscono niente, ma per i soldati questo è un motivo per iniziare a sparare gas lacrimogeni,” sostiene Abu Srour. Sospetta che a volte la noia sia la ragione per cui i soldati israeliani aprono il fuoco.

Tuttavia più preoccupante è la teoria secondo cui la quasi continua presenza militare nel campo possa diventare la nuova normalità.

“Uno dei giovani mi ha parlato del fatto che la stessa cosa è successa anni fa nel campo profughi di Al-Arrub, quando hanno iniziato a fare incursioni nel campo ogni giorno, a sparare gas lacrimogeni e a creare questa atmosfera di paura,” afferma Al-Azza, riferendosi al campo nel distretto di Hebron. “Ora se vai ad al-Arrub, tutti i giorni ci sono checkpoint all’ingresso e gruppi di soldati che pattugliano il campo.”

Ajarma esprime il timore che la situazione di Aida attirerà l’attenzione esterna solo quando degenererà fino a provocare morti.

“Nelle ultime due settimane, quando abbiamo sentito (bottiglie molotov), subito dopo abbiamo sentito (i soldati) sparare pallottole letali” afferma. “Forse uccideranno qualcuno in futuro, ed è di questo che abbiamo paura.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Come rendere la vendetta ancora più gradevole

  1. di Amira Hass | 16 novembre, 2016 | Haaretz

Perché Israele ha bisogno di tenere in prigione per 12 anni un ragazzino palestinese di quattordici anni che non ha ferito nessuno?

Ogni palestinese conosce l’espressione infantile del suo viso, che il dolore ha trasformato [in quella] di un adulto. Nei media israeliani è permesso pubblicare solo la prima lettera del suo nome, A. Quello, e il fatto che questo processo si è tenuto a porte chiuse è stata la sommatoria di un trattamento speciale adeguato ad un adolescente di 13 anni e 9 mesi quando avrebbe commesso i reati per i quali è stato condannato.

E tutto il resto – il suo arresto dopo che la folla l’aveva aggredito, le sue ferite, l’interrogatorio brutale, l’accusa più grave, il giudizio e la sentenza – il sistema giudiziario lo ha trattato esattamente nel modo in cui l’opinione pubblica israeliana chiedeva: vendetta, vendetta, vendetta.

I giudici Yoram Noam, Rivka Friedman-Feldman e Moshe Bar-Am lo hanno giudicato colpevole di due tentativi di omicidio, sebbene non abbia accoltellato nessuno. Fin da principio ha raccontato a coloro che lo interrogavano e ai giudici che lui e suo cugino, Hassa Manasra, sono andati circa un anno fa a Pisgat Ze’ev [colonia israeliana, ndt.]per spaventare gli ebrei con i coltelli che avevano con sé ( a causa del modo in cui il regime israeliano opprime i palestinesi ), forse per accoltellare qualcuno, ma senza volere ammazzare nessuno. È stato condannato perché il quindicenne Manasra ha accoltellato un giovane e un ragazzo ( la squadra della polizia di frontiera avrebbe potuto arrestarlo ma lo hanno ucciso come è di moda da queste parti).

I giudici non hanno dato importanza alla testimonianza di A, che lui e Manasra avevano deciso fin dall’inizio che non avrebbero ferito donne, bambini o anziani; di proposito non hanno provato a colpire un vecchio che hanno incrociato sul loro cammino. I giudici non hanno dato credito al racconto di A, che ha provato a evitare che suo cugino ferisse il ragazzo. I giudici non hanno dato il debito peso al fatto che A. avrebbe potuto confessare subito il tentato omicidio, così sarebbe stato condannato prima di raggiungere i 14 anni ( e così non sarebbe stato mandato in prigione). Semplicemente non ha accettato di confessare qualcosa che non aveva intenzione di fare.

L’ ufficiale responsabile della libertà vigilata, che ha dato parere favorevole per un processo di rieducazione di A, ha raccomandato la corte di seguire il consiglio dell’assistente e di tenere il ragazzo fino all’età di 18 anni in una comunità residenziale vigilata. Ma i giudici hanno imposto una condanna di 12 anni di prigione al ragazzo quattordicenne che non aveva ferito nessuno. Non hanno nemmeno dato ascolto alla richiesta di mettere A in una comunità residenziale vigilata fino al raggiungimento dei 18 anni.

“Fin da oggi!” ha decretato il giudice Noam la scorsa settimana nel giorno della sentenza. Il ragazzo deve essere immediatamente condotto in prigione(Megiddo). La vendetta è gradevole e per renderla ancora più dolce i giudici hanno ordinato al minore di pagare un risarcimento di 180.000 shekel (pari a 44mila euro) alle parti lese. Che la famiglia si rovini completamente, perché no?

I giudici avrebbero potuto considerare altre sentenze , che affermano come sia impossibile giudicare i comportamenti dei bambini con gli stessi criteri di quelli usati per un adulto. Avrebbero potuto prendere spunto dai giudici che hanno decretato condanne di 24 mesi e di 54 mesi rispettivamente [da scontare] in una comunità residenziale vigilata a due minori ebrei che hanno ucciso un vecchio che aveva rifiutato di dargli una sigaretta. Ma Noam e i suoi colleghi hanno preferito considerare “l’ondata di terrore” e “il fattore nazionalistico” piuttosto che il ragazzino.

Se avessero tenuto in considerazione il fatto che si trattava di un ragazzino avrebbero giudicato così:

“Dinanzi a noi sta un altro adolescente che dal momento della nascita a Gerusalemme ha subito una discriminazione metodica e intenzionale a favore dei bambini ebrei suoi coetanei: riguardo alla casa, alla scuola, alle opportunità lavorative, alle infrastrutture, alla libertà di movimento e alle scelte, al diritto ad avere un’identità collettiva.

Dinanzi a noi sta un altro ragazzo che sfortunatamente ha subito quotidianamente la brutalità della polizia, il disprezzo della municipalità e la malvagità del sistema. Un altro ragazzo che è confuso dalla [reazione]debole degli adulti nei confronti di tutta questa malvagità e la tendenza all’emulazione lo ha spinto a compiere un gesto assurdo e pericoloso a cui i suoi genitori si sono opposti e di cui oggi egli stesso si è pentito. Lo manderemo in una comunità residenziale vigilata per pochi anni, per riflettere, per capire e per rieducarsi.

“Il mutamento della situazione generale non dipende solamente da noi, ma è stato già dimostrato che le uccisioni, le demolizioni di case e le sproporzionate condanne alla detenzione e al pagamento di multe non sono dei deterrenti. Al contrario. Mandano un messaggio ad altri palestinesi che gli ebrei li odiano, li perseguono, li opprimono e li espellono solo perché sono palestinesi.”

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Comitato: Oltre 1000 minori palestinesi detenuti da Israele nel 2016 fino ad ora

24 settembre 2016,

Maanews Agency

RAMALLAH (Ma’an) —

Sabato il Comitato Palestinese per le questioni dei prigionieri ha detto che oltre 1000 minori palestinesi sono stati imprigionati dalle forze israeliane dall’inizio dell’anno, registrando un incremento rispetto al 2015.

Il Comitato ha dichiarato che almeno 1000 minori palestinesi, di età compresa tra 11 e 18 anni, sono stati imprigionati da Israele dallo scorso gennaio, inclusi circa 70 bambini di Gerusalemme est occupata, che sono stati posti agli arresti domiciliari.

Un avvocato del Comitato, Hilba Masalha, ha citato parecchi casi in cui i minori palestinesi hanno subito abusi e torture durante la detenzione.

Uno dei ragazzi, il diciassettenne Nidal del quartiere Issawiya di Gerusalemme est, è stato arrestato in giugno e tenuto per 20 giorni nel famigerato “Russian compound” [stazione di polizia nell’omonimo quartiere, così chiamato perché ospita una grande chiesa ortodossa, ndt], prima di essere trasferito alla prigione di Megiddo. Secondo Masalha, Nidal ha riferito di essere stato sistematicamente picchiato brutalmente ed anche insultato, mentre si trovava nel “Russian compound”.

Ha citato in particolare un’occasione in cui una decina di guardie carcerarie lo hanno trascinato dalla sua cella in una stanza senza videocamere di sicurezza e lo hanno brutalmente picchiato per un’ora mentre era ammanettato. Una delle guardie, ha detto Nidal, ha preso un secchio dell’immondizia e glielo ha messo sulla testa, mentre il gruppo rideva e lo scherniva.

Pure Ahmad, un sedicenne anch’egli di Issawiya, arrestato in aprile, è stato portato nel “Russian compound”, dove gli hanno ordinato di stare in ginocchio a testa bassa per tre ore. Prima dell’ interrogatorio, un poliziotto ha tagliato con un coltello il cappio usato per ammanettare Ahmad, ferendolo.

Ahmad ha detto che il profondo taglio sulla sua mano non è stato curato durante l’interrogatorio di tre ore da parte di cinque inquirenti israeliani, che gli urlavano contro e lo hanno picchiato diverse volte anche sulla testa, sostenendo che si stava comportando in modo “irritante”.

Masalha ha anche citato il caso del diciassettenne Umran del distretto di Tulkarem in Cisgiordania, arrestato in maggio mentre camminava per strada. Umran sarebbe stato ripetutamente picchiato mentre era detenuto.

I soldati lo hanno portato da un posto all’altro dal pomeriggio alla sera dopo il suo arresto, lo hanno condotto fino al muro di separazione israeliano e là gli hanno scattato fotografie con in mano la sua carta d’identità, tra le risate. Infine al mattino Umran è stato portato in una struttura di sicurezza prima di essere trasferito in una prigione israeliana.

In agosto il Comitato Palestinese per le questioni dei prigionieri ha dichiarato che le forze israeliane avevano arrestato 560 ragazzi a Gerusalemme est occupata dall’inizio del 2016.

Secondo il Comitato le forze israeliane hanno imprigionato 30 ragazzi palestinesi nel mese di agosto, alcuni dei quali tredicenni, ed hanno incassato 65.000 shekels ( circa 15 dollari) di multa dalle loro famiglie, mentre la maggior parte dei detenuti ha detto di essere stato picchiato e torturato durante la detenzione e l’interrogatorio e di essere stati trasportati da un centro di detenzione all’altro.

Negli ultimi mesi le forze israeliane hanno operato un giro di vite nei confronti dei ragazzini a Gerusalemme est, dal momento che le comunità palestinesi nella città occupata hanno incominciato a risentire delle conseguenze della legislazione approvata tra il 2014 e il 2015, che aumenta le pene per chi lancia pietre, consentendo che siano loro comminate condanne a 20 anni nel caso sia provata l’intenzione di ferire, e fino a 10 anni in caso contrario.

L’associazione per i diritti ‘Defense for Children International-Palestina (DCIP)’ ha citato in un rapporto di luglio molti casi di minori palestinesi che hanno ricevuto condanne al carcere per periodi dai 12 ai 39 mesi, con fino a tre anni di libertà vigilata.

I diffusi arresti fanno luce sugli abusi ampiamente documentati di ragazzi palestinesi da parte delle forze israeliane e sulle dure prassi di interrogatorio utilizzate per estorcere confessioni, che sono da tempo oggetto di critica da parte della comunità internazionale.

Secondo il DCIP, i minori di Gerusalemme, benché in teoria abbiano maggiori diritti dei ragazzi palestinesi nella Cisgiordania occupata, che sono soggetti ad un draconiano sistema di detenzione militare, tuttavia “non godono dei diritti che gli spetterebbero” all’interno del sistema giudiziario civile israeliano.

Su 65 casi documentati dal DCIP nel 2015, “più di un terzo dei ragazzi di Gerusalemme è stato arrestato di notte (38,5%), la grande maggioranza (87,7%) è stata legata durante l’arresto e solo un’esigua minoranza di ragazzi (10,8%) ha potuto avere la presenza di un familiare o un avvocato durante l’interrogatorio.”

Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma di responsabilizzazione del DCIP, è stato citato nel rapporto con queste parole: “Le modifiche del codice penale e delle linee guida politiche a partire dal 2014 sono discriminatorie e hanno come obbiettivo i palestinesi, specificamente i ragazzi. Israele è firmatario della Convenzione per i Diritti dell’Infanzia e facciamo appello perché rispetti le proprie responsabilità.”

Secondo l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, gli interrogatori dei ragazzini palestinesi possono durare fino a 90 giorni, durante i quali, oltre ad essere picchiati e minacciati, sono spesso riportati casi di violenza sessuale e detenzione in isolamento per ottenere confessioni, mentre i verbali delle confessioni che sono costretti a firmare sono in ebraico – lingua che la maggior parte dei minori palestinesi non parla.

Secondo Addameer, fino ad agosto risultavano essere stati detenuti nelle prigioni israeliane 7000 palestinesi, 340 dei quali erano minori.

Traduzione di Cristiana Cavagna




Gaza assetata

Gaza assetata

di Sami Abu Salem – Newsweek, 17 agosto 2016

Inquinamento, salinizzazione e razionamento stanno minacciando la fornitura di acqua a Gaza

Nel campo di rifugiati di Jabalia, al nord di Gaza, i bambini e le donne anziane trasportano bottiglie di plastica raccolte vicino a rubinetti per riempirle di acqua potabile da un recente pozzo artesiano costruito dal Comune.

Dalal Awwad, un’anziana donna palestinese che vive da sola in una casa vicina, dice di usare regolarmente il pozzo per rifornirsi quotidianamente di acqua potabile.

“Non ho figli che mi aiutino e questa per me è la principale fonte di acqua potabile,” racconta a Newsweek Middle East.
Mentre Awwad riempie il suo contenitore, Abboud Masoud, di 6 anni, e sua sorella Noura, di 8, stanno con altri bambini vicino ai rubinetti, aspettando il loro turno.

“Veniamo qui perchè quest’acqua è gratis. Non abbiamo acqua potabile in casa,” dice, mentre sta per andarsene sulla sua piccola bicicletta, già carica di contenitori pieni d’acqua.

A causa del decennale blocco israeliano, circa due milioni di persone nella Striscia di Gaza stanno affrontando una crisi idrica che ha colpito la qualità e quantità dell’acqua nella piccola area geografica lungo al mare, di non più di 360 km².

Benché negli ultimi anni organizzazioni internazionali abbiano messo in guardia sulla gravissima situazione a Gaza a causa della scarsità di acqua, le cose sembrano peggiorare senza alcuna soluzione a disposizione.

Nel 2012 l’ONU ha avvertito che la fornitura di acqua a Gaza “potrebbe diventare insostenibile entro il 2016″, ed i danni causati potrebbero essere irreversibili entro il 2020.”

Ad aggiungere disgrazia a disgrazia, la maggior parte dell’acqua potabile di Gaza è diventata salata.

Monther Shoblaq, direttore generale dell’azienda municipale per le forniture idriche costiere, dice a Newsweek Middle East che “il 95% dell’acqua di Gaza non è adatta all’uso domestico a causa degli alti livelli di inquinamento e di salinità.”

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) la percentuale di cloruri non dovrebbe superare i 250 mg al litro. Tuttavia a Gaza è di 1.500 mg/l, racconta Shoblaq a Newsweek Middle East.

Aggiunge che anche la concentrazione di nitrati è ben al di sopra dei 50 mg/l raccomandati dall’OMS.

“A Gaza è di 150 mg/l. Se la situazione idrica non cambia entro il 2020, Gaza non avrà più acqua potabile,” aggiunge.
L’inquinamento, insieme all’alta percentuale di sale nell’acqua di Gaza ha provocato malattie letali tra la popolazione locale.

“Questi fattori sono la principale ragione delle malattie renali ed infezioni delle vie urinarie a Gaza,” dichiara a Newsweek Middle East il dottor Abdallah Al Qishawi, primario del reparto di disturbi renali e dialisi all’ospedale Shifa di Gaza.

“Nitrati e cloruri provocano calcolosi renali così come infiammazioni, che portano a insufficienze renali.. .e causano malattie tra le donne incinte ed i bambini piccoli,” dice Al Qishawi.

Secondo quanto afferma, ci sono 550 pazienti in dialisi e circa lo stesso numero soffre di infezioni croniche.

Shoblaq accusa l’occupazione israeliana di Gaza come la principale ragione della crisi, oltre al comportamento irresponsabile delle persone.

Egli sostiene che Israele ha tagliato le risorse idriche trans-frontaliere installando pozzi di bonifica e bacini artificiali non lontano dalle falde acquifere sotterranee di Gaza. Così facendo, secondo Shoblaq, Gaza perde tra i 10 ed i 20 milioni di litri ogni anno.

“Questo modo di procedere impedisce il flusso naturale di acqua a Gaza…è totalmente illegale e viola le leggi internazionali,” aggiunge.

Le necessità di consumo della Striscia di Gaza sono circa dai 180 ai 200 milioni di m³ d’acqua all’anno, ma riceve meno di un terzo di questa quantità – da 55 a 60 milioni di m³ circa all’anno -, il che dimostra una gravissima carenza nell’approvvigionamento.

Nonostante  il ritiro ufficiale dalla Striscia nel 2006, Israele ha continuato a bloccare lo spazio terrestre e marittimo di Gaza.

I palestinesi si lamentano del fatto che, prima del ritiro di Israele, quest’ultimo ha fatto in modo di inquinare il luogo per la popolazione assediata.

“Una delle principali cause di inquinamento sono le vasche di acque reflue costruite da Israele in due zone, a sud e a nord di Gaza…quando si tratta di acqua, l’occupazione israeliana ha lasciato Gaza in condizioni disastrose,” dice Shoblaq. Il blocco israeliano ha avuto anche un impatto sulla fauna e la flora della Striscia, che aggrava ulteriomente il problema.

Rebhi Al Sheikh, vicedirettore dell’Autorità Palestinese per le Acque, dice che gli israeliani hanno messo i bastoni tra le ruote, sia sul campo che a livello politico, ostacolando ogni sforzo di risolvere la crisi idrica di Gaza.

Richiesto di fare un commento sul problema, il portavoce dell’esercito israeliano si è rifiutato di rispondere alle domande di Newsweek Middle East.

“Israele fornisce a Gaza 10 milioni di m³ d’acqua all’anno, così come offre assistenza per lo sviluppo delle infrastrutture idriche,” dice a Newsweek Middle East un portavoce del Coordinamento delle Attività di Governo di Israele nei Territori Palestinesi (COGAT).

“In base all’articolo 40 dell’accordo del 1995 [tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina] Israele dovrebbe consentire ai palestinesi di avere un supplemento di 70-80 milioni di m³ d’acqua all’anno, di cui 5 milioni sono per Gaza,” dice Al Sheikh.

E’ stato dopo 20 anni di negoziati che gli israeliani hanno consentito ai palestinesi di comprare 5 milioni di m³.

“Ma non possiamo comprarli integralmente perché i jet israeliani hanno distrutto il serbatoio per l’acqua in cemento ed altri impianti durante l’ultima aggressione [nel 2014],” racconta Al Shiekh a Newsweek Middle East.

“In uno dei progetti abbiamo perso circa un anno solo nell’attesa che gli israeliani autorizzassero l’attrezzatura,” afferma.

Ma gli israeliani negano l’ingresso di materiale da costruzione a Gaza, sostenendo che potrebbe essere usato per scopi terroristici.

“L’ingresso di materiale a doppio uso, che potrebbe servire a propositi terroristici, richiede un controllo di sicurezza per determinare la destinazione e l’utilizzo dei materiali per fini civili,” ha detto il portavoce del COGAT in una risposta via mail a Newsweek Middle East.

I palestinesi dicono che le affermazioni israeliano sono assurde.

“Immagina, in uno dei progetti in corso gli israeliani ci hanno chiesto di cambiare la ditta contrattata, che ha bloccato i lavori per parecchi mesi,” dice Al Sheikh.

Egli sostiene che Gaza sta costruendo tre impianti temporanei di desalinizzazione dell’acqua di mare di modesta entità per produrre 13 milioni di  m³ all’anno.

A peggiorare ulteriormente la situazione di Gaza, in seguito alla travolgente vittoria di Hamas nelle elezioni del 2006, i donatori internazionali hanno scelto di interrompere i finanziamenti dei principali progetti a Gaza, compresi gli impianti di desalinizzazione,  dice Shoblaq a Newsweek Middle East.

Ciò, oltre ai danni e alle disfunzioni della rete fognaria dovuti alle ripetute aggressioni israeliane, ha provocato l’infiltrazione di acque reflue nell’acquifero della Striscia.

Va rilevato che l’ONU ha dichiarato che, senza trattamento, il 90% dell’acqua di Gaza proveniente dall’acquifero non è potabile.
Se la situazione non viene risolta, anche l’acqua di mare si infiltrerà completamente nell’acquifero, prevede Al Sheikh.

Nel contempo anche comportamenti irresponsabili da parte della gente sta minacciando quello che rimane delle forniture idriche a Gaza.

Shoblaq dice che almeno 4.000 pozzi illegali sono stati costruiti dai gazawi e che questi costituiscono un vero depauperamento delle fonti naturali della Striscia.

“Un sacco di gente ha costruito alberghetti, villette e persino pozzi artigianali illegali che provocano una perdita di 150.000 litri al giorno.”

Allo stesso tempo, la maggioranza del milione 800mila abitanti di Gaza continua a comprare l’acqua dalle autobotti di acqua potabile del settore privato, che si riforniscono dai pozzi scavati lungo tutta la Striscia.

Assef Mousa, proprietario di un camion che vende acqua potabile, afferma che la maggior parte della gente compra “acqua filtrata” dalle autocisterne.

E apparentemente secondo Mousa, che progetta di espandere il suo giro di affari, questa attività sta andando molto bene.

“Sto pensando di comprare un nuovo camion. Abbiamo molte richieste. I nostri clienti sono in aumento,” aggiunge con un sorriso.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Il sistema giudiziario militare d’Israele sembra essersi spinto troppo lontano.

Editoriale Haaretz 6 giugno, 2016

La crescente resistenza violenta all’occupazione non deve dare a Israele e al suo apparato di sicurezza il diritto di negare la libertà a persone innocenti.

La parlamentare palestinese Khalida Jarrar è stata rilasciata venerdì dopo 14 mesi di detenzione in una prigione israeliana. Jarrar era una prigioniera politica e la sua detenzione è stata una detenzione politica.

Dapprima Israele voleva tenerla in prigione senza processarla; solamente dopo una protesta internazionale è stata giudicata da una corte militare per una serie di accuse, la maggior parte delle quali erano ridicole e assurde: aver partecipato ad una fiera del libro, aver pagato una telefonata di condoglianze a una famiglia palestinese e cose simili. Il fatto che Jarrar, in quanto rappresentante eletta, goda di un certo livello di immunità parlamentare è ininfluente per il sistema giudiziario militare; ci sono altri parlamentari palestinesi nelle carceri israeliane.

Jarrar, che presiedeva la commissione del Consiglio legislativo palestinese sui prigionieri politici, ha trascorso molti anni a lavorare a favore dei prigionieri palestinesi, cercando di ottenere il loro rilascio. Ma 700 palestinesi detenuti amministrativi sono attualmente nelle prigioni israeliane, alcuni dei quali sono stati incarcerati da lungo tempo senza processo. Mentre Jarrar era in carcere è stato raggiunto un altro record; 61 donne palestinesi, 14 delle quali sono minorenni, sono tenute nelle galere israeliane. Il Servizio israeliano delle prigioni [IPS] ha dovuto aprire una nuova ala nel carcere di Damon in aggiunta a quello di Hasharon per tenerle tutte in detenzione.

Insieme il numero totale di minori detenuti da Israele, più di 400 secondo B’Tselem, questi dati sono una prova dell’intollerabile e ignobile politica del sistema giudiziario militare nei confronti dei palestinesi. Nessuno si aspetta che agisca come un vero sistema di giustizia penale, ma persino per un sistema militare di giustizia sembra che si sia spinto troppo lontano nei mesi scorsi, [in quanto] Israele si è arrogato il diritto di negare la libertà alle persone che vivono sotto la sua occupazione in modo quasi illimitato.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




La condizione dei prigionieri politici palestinesi

dossier prigionieri 2016-4




Attacchi di Israele contro bambini palestinesi

Mondoweiss


Un rapporto delle Nazioni Unite elenca gli attacchi di Israele contro i bambini palestinesi, ma lascia Israele fuori dalla “lista della vergogna” di chi abusa dei diritti dei bambini

 

Allison Deger 12 giugno, 2015

 

Mesi fa dei giornalisti hanno fatto trapelare che Israele verrebbe tenuto fuori dalla lista delle Nazioni Unite dei peggiori violatori dei diritti umani dei bambini nel 2014, grazie all’accanita attività di lobby di Israele e degli Stati Uniti. The Guardian ha riferito che delle autorità hanno fatto telefonate alle Nazioni Unite, il Jerusalem Post ha ammesso che Netanyahu ha parlato personalmente con Ban Ki-moon e Foreign Policy ha scoperto che l’amministrazione Obama ha inviato in missione l’ambasciatrice Samantha Power – tutto per far pressione sulle Nazioni Unite per modificare la bozza.

“Le alte autorità si sono piegate alle pressioni politiche”, ha detto al Guardian un funzionario in marzo, “Come risultato, è stato dato un chiaro messaggio che Israele non sarà nella lista”.

Eppure Israele figura distintamente nel rapporto pubblicato ieri e viene additato come uno dei peggiori autori di abusi dei diritti dei bambini nel mondo con “conseguenze devastanti” sui minori. Il rapporto ha segnalato che lo scorso anno l’esercito israeliano ha ucciso 200 bambini in più a Gaza rispetto al numero totale dei bambini uccisi in Siria. Comunque Israele – secondo quanto riferito dai media ad inizio settimana, quando sono circolate le anticipazioni della bozza finale – è stato escluso dalla lista nell’allegato, una lista nera dei principali soggetti che compiono abusi sui bambini.

 

                                                                                                                                     Israele e lo Stato di Palestina

  1. Nel 2014 la situazione di sicurezza nello Stato di Palestina si era molto deteriorata, con un’altra escalation di ostilità a Gaza e un notevole aumento della tensione in tutta la Cisgiordania, con conseguenze devastanti per i bambini. I bambini palestinesi ed israeliani continuavano ad essere danneggiati dall’occupazione militare, dalla guerra e dall’assedio.
  2. Il periodo considerato ha visto un drammatico aumento del numero dei bambini uccisi e feriti, specialmente a Gaza. Almeno 561 bambini (557 palestinesi e 4 israeliani) sono stati uccisi e 4.271 feriti (4.249 palestinesi e 22 israeliani).
  3. In Cisgiordania sono stati uccisi 13 ragazzi palestinesi, tra gli 11 e i 17 anni. Dodici sono stati uccisi dai proiettili delle forze di sicurezza israeliane (11) e da pallottole di gomma (1) durante dimostrazioni, indagini militari e operazioni di arresto, ed un ragazzo è stato ucciso dai coloni. Il 15 maggio due ragazzi palestinesi di 16 e 17 anni sono stati colpiti ed uccisi con proiettili nel corso di scontri con soldati israeliani vicino al check point di Beituniya. Secondo alcune dichiarazioni, non sembra che i bambini uccisi dalle forze di sicurezza israeliane costituissero una minaccia letale. Il 19 marzo un ragazzo è stato colpito a morte dalle forze di sicurezza israeliane mentre attraversava il confine della Cisgiordania. In un altro caso, un bambino palestinese di dieci anni è stato colpito a morte alla schiena da proiettili delle forze di sicurezza israeliane nel campo di Al- Fawwar. Il governo israeliano riferisce che sono state o sono tuttora in corso indagini su questi casi.

Nonostante l’inserimento nel rapporto, i gruppi per i diritti umani criticano la rimozione di Israele dalla ‘lista della vergogna’. “Rimuovendo l’esercito israeliano dalla ‘lista della vergogna’, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha dato un tacito assenso alle forze armate israeliane per portare avanti impunemente gravi violazioni nei confronti dei bambini”, ha detto Khaled Quzmar, direttore generale di Defense of Children International Palestine

Ciò che è incluso nel rapporto sono cinque pagine nel documento principale che riportano 35 distinti incidenti, sotto il titolo di “Israele e lo Stato di Palestina”. E’ la sezione più lunga su 22 regioni geografiche esaminate, più lunga delle schede su Iraq e Yemen messe insieme, due paesi coinvolti in combattimenti contro l’organizzazione del terrorismo islamico e in bombardamenti delle forze di coalizione.

Nella sola Gaza, le Nazioni Unite hanno documentato l’uccisione di 557 bambini, il terzo maggior numero di minori uccisi in una singola regione, dopo Afghanistan e Iraq, ma davanti alla Siria. Dei 4.249 bambini feriti, il 70% aveva meno di dodici anni. Inoltre l’esercito israeliano ha distrutto o colpito 543 scuole, compresi 274 asili infantili. Le Nazioni Unite hanno evidenziato che sono state danneggiate più scuole a Gaza durante la guerra estiva di 51 giorni che in tutti i paesi del mondo nell’intero 2014.

“Il numero delle vittime tra i bambini supera il numero complessivo dei bambini palestinesi uccisi durante i due precedenti attacchi”, ha rilevato l’indagine, aggiungendo “notizie di civili palestinesi e beni civili direttamente colpiti in circostanze in cui non vi era lancio di razzi né attività di gruppi armati nelle vicinanze” – ivi compresa una quantità di droni che hanno ucciso bambini.

In Cisgiordania, “I bambini uccisi dalle forze di sicurezza israeliane non sembravano costituire una minaccia letale”, ha scritto l’ONU sulla vicenda dei 13 minori uccisi dai colpi dell’esercito israeliano.

A Gerusalemme erano detenuti 700 minori e 151 nella Cisgiordania al momento della conclusione dell’indagine nel dicembre 2014. L’ONU ha inoltre ottenuto la testimonianza giurata di 122 minori precedentemente incarcerati, che furono “soggetti a maltrattamenti, come pestaggi, bastonate, bendature, calci e abusi e minacce verbali di violenza sessuale.”

Le Nazioni Unite hanno anche accertato che militanti di Gaza erano responsabili dell’uccisione di quattro bambini israeliani e 13 bambini palestinesi nel 2014 a causa dei razzi. Tre scuole israeliane sono state danneggiate. C’erano anche cinque casi confermati di reclutamento da parte di gruppi militanti di bambini palestinesi in combattimento, in seguito uccisi dall’esercito israeliano.

Il rapporto non ha rilevato che l’Autorità Palestinese, al governo in Cisgiordania, abbia provocato alcuna uccisione di bambini nel 2014.

Ogni anno l’ONU redige un rapporto sui paesi con il più alto numero di uccisioni ed abusi fisici e sessuali. Alla fine del documento un allegato elenca i principali autori degli abusi, un insieme di forze militari statali e gruppi militanti descritti nelle precedenti schede regionali. Normalmente i soggetti elencati nell’allegato coincidono con i gruppi dettagliati nel rapporto principale, mentre Israele costituisce una rilevante eccezione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Guerra contro i bambini a Gaza

Operazione Margine protettivo: Una guerra combattuta contro i bambini di Gaza

Defense for Children International Palestine

Ramallah 16 aprile, 2015 – Defense for Children International Palestine [DCIP, organizzazione palestinese per i diritti dei bambini. N.d.tr.] ha pubblicato un rapporto, “Operazione Margine Protettivo: Una Guerra Combattuta Contro I Bambini”, che descrive l’alto prezzo pagato dai bambini durante l’attacco di Israele dell’estate scorsa a Gaza.

Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), l’operazione “Margine Protettivo”, durata 50 giorni tra l’8 luglio e il 26 agosto, è costata la vita a 2.220 palestinesi, compresi almeno 1.492 civili . DCIP ha accertato in maniera indipendente tra le vittime di Gaza la morte di 547 bambini palestinesi, dei quali 535 direttamente colpiti dagli attacchi israeliani.

Quasi il 68% dei bambini uccisi dalle forze israeliane aveva 12 anni o meno.

Hanno perso la vita anche cinque civili israeliani, compreso un bambino, e 67 soldati .

“I ripetuti attacchi dei militari israeliani e la totale inosservanza da parte di Israele del diritto internazionale hanno impedito qualsiasi significativo tentativo di assicurare una valida protezione ai bambini palestinesi” ha detto Khaled Quzmar, direttore generale di DCIP. “La comunità internazionale deve chiedere la fine del blocco illegale di Gaza e mettere in discussione la sistematica impunità indagando sulle accuse di crimini di guerra e chiedendone conto agli autori ”.

L’inchiesta del DCIP sulla morte di tutti i bambini palestinesi durate l’operazione “Margine Protettivo” ha documentato schiaccianti e ripetute prove che le forze israeliane hanno commesso nei confronti di bambini gravi violazioni che costituiscono crimini di guerra. Ciò comprende attacchi diretti di missili sparati da droni israeliani che hanno preso di mira bambini e attacchi contro scuole. Israele, il maggiore esportatore al mondo di droni, ha ucciso con attacchi di droni 164 bambini durante il conflitto.

Il 20 luglio è stato il giorno nel quale si è visto più chiaramente come gli attacchi dell’offensiva israeliana siano stati indiscriminati e sproporzionati, quando le forze di terra e di aria hanno ammazzato almeno 27 bambini nel quartiere di Shuja’iya a Gaza City. Un caccia israeliano ha distrutto la casa della famiglia Abu Jami nella cittadina di Khan Younis, a sud di Gaza, uccidendo 18 bambini. In totale 59 bambini della Striscia di Gaza hanno perso la vita in uno dei più mortali giorni dell’operazione “Margine Protettivo”.

Le testimonianze e le prove raccolte da DCIP mostrano che durante l’attacco israeliano a Gaza non c’era nessun luogo sicuro per i bambini. Bambini sono stati ammazzati nelle loro case da missili israeliani, oppure, mentre quelli che si sono rifugiati nelle scuole [sono stati uccisi] da granate dell’artiglieria israeliana ad alto potenziale esplosivo, nelle strade da missili sparati da droni o da proiettili di artiglieria quando tentavano di scappare con le loro famiglie dal violentissimo assalto.

Chi è sopravissuto a questi attacchi continuerà a pagarne il prezzo per molti anni. Secondo l’OCHA [Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari. N.d.tr.] più di 1000 bambini sono stati feriti al punto da rimanere per sempre disabili . Chi ha subito amputazioni, come il dodicenne Mohammad Baroud, che ha perso entrambi i piedi in un’esplosione che ha ucciso 11 dei suoi vicini, dovrà richiedere cure mediche e assistenza per tutta la vita.

Per i bambini che sono riusciti a rimanere incolumi, le conseguenze psicologiche di quest’ultima operazione sono state chiaramente durissime. Molti hanno perso uno o entrambi i genitori, o altri parenti. Alcuni hanno perso tutta la famiglia estesa. Tutti hanno conosciuto la violenza, la paura e l’insicurezza negli ambienti chiusi.

La comunità internazionale non è mai riuscita a chiedere conto alle forze israeliane o agli ufficiali di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei bambini palestinesi. Per porre fine all’impunità e assicurare la protezione ai bambini, DCIP sollecita con forza la comunità internazionale ad appellarsi immediatamente al Segretario dell’ONU Ban Ki Moon affinché inserisca le forze armate di Israele nell’allegato del suo rapporto annuale sui bambini e i conflitti armati, che elenca le forze armate e i gruppi che commettono gravi violazioni verso i bambini.

DCIP e altre organizzazioni palestinesi per i diritti umani hanno già chiesto al Segretario Generale dell’ONU di inserire nella “lista”del Consiglio di Sicurezza dell’Onu le forze armate israeliane nell’ordine del giorno su bambini e i conflitti armati.

 

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)