70 anni di promesse mancate: la storia non raccontata del piano di partizione

Ramzy Baroud

22 novembre 2017, Palestine Chronicle

In un recente discorso prima del gruppo di ricerca di Chatham House [Ong britannica che si occupa di ricerche di politica internazionale, tra i più influenti al mondo, ndt.] di Londra, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affrontato la questione dello Stato palestinese da un punto di vista astratto.

Prima di pensare alla creazione di uno Stato palestinese, ha affermato, “è tempo che noi riconsideriamo se il nostro modello di sovranità, e di sovranità illimitata, sia applicabile ovunque nel mondo.”

Non è la prima volta che Netanyahu getta discredito sull’idea di uno Stato palestinese. Nonostante le chiare intenzioni di Israele di vanificare ogni possibilità di creare un tale Stato, l’amministrazione USA di Donald Trump, a quanto sembra, sta mettendo a punto piani per un “accordo di pace definitivo.” Il New York Times suggerisce che “il piano previsto dovrà essere costruito intorno alla cosiddetta soluzione dei due Stati”.

Ma perché sprecare sforzi, quando tutte le parti in causa, compresi gli americani, sanno che Israele non ha intenzione di consentire la creazione di uno Stato palestinese e gli USA non hanno né l’influenza politica, né il desiderio, per imporla?

La risposta forse non si trova nel presente, ma nel passato.

Inizialmente uno Stato arabo palestinese era stato proposto dagli inglesi come tattica politica, per fornire una copertura giuridica alla creazione di uno Stato ebraico. Questa tattica politica continua ad essere utilizzata, anche se mai con l’obbiettivo di trovare una “giusta soluzione” al conflitto, come spesso viene propagandato. Quando, nel novembre 1917, il ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour promise al movimento sionista di garantire uno Stato ebraico in Palestina, l’ipotesi, in precedenza remota e poco plausibile, iniziò a prendere forma. Si sarebbe realizzata senza sforzo, se i palestinesi non si fossero ribellati.

La rivolta palestinese del 1936-1939 dimostrò un impressionante livello di consapevolezza politica collettiva e di capacità di mobilitazione, nonostante la violenza britannica.

Allora il governo britannico inviò in Palestina la Commissione Peel per analizzare le radici della violenza, nella speranza di sedare la rivolta palestinese.

Nel luglio 1937 la Commissione pubblicò il suo rapporto, che scatenò immediatamente la rabbia della popolazione nativa, che era già consapevole della collusione tra inglesi e sionisti.

La Commissione Peel concluse che “le cause sottostanti ai disordini” erano il desiderio di indipendenza dei palestinesi e il loro “odio e timore per la creazione del focolare nazionale ebraico.” Sulla base di questa analisi, raccomandava la partizione della Palestina in uno Stato ebraico ed uno Stato palestinese, quest’ultimo destinato ad essere incorporato nella Transgiordania, che era sotto il controllo britannico.

La Palestina, come altri Paesi arabi, era teoricamente pronta per l’indipendenza, in base ai termini del mandato britannico, come garantito nel 1922 dalla Società delle Nazioni. Per di più, la Commissione Peel raccomandava un’indipendenza parziale per la Palestina, diversamente dalla piena sovranità assicurata allo Stato ebraico.

Ancora più allarmante era il carattere arbitrario di quella divisione. Allora il totale della terra posseduta dagli ebrei non superava il 5,6% dell’estensione dell’intero Paese. Lo Stato ebraico avrebbe incluso le regioni più strategiche e fertili della Palestina, compresa la Galilea Fertile [nota come Bassa Galilea, ndt.] e molta parte dell’accesso al mar Mediterraneo.

Durante la rivolta furono uccisi migliaia di palestinesi, che continuavano a rifiutare la svantaggiosa spartizione e lo stratagemma britannico teso ad onorare la Dichiarazione Balfour e privare i palestinesi di uno Stato.

Per rafforzare la propria posizione, la leadership sionista cambiò rotta. Nel maggio 1942 David Ben Gurion, allora rappresentante dell’Agenzia Ebraica, partecipò a New York ad una conferenza che riuniva i dirigenti sionisti americani. Nel suo intervento chiese che l’intera Palestina divenisse un “Commonwealth ebraico.”

Un nuovo potente alleato, il presidente [americano] Harry Truman, incominciò a colmare il vuoto lasciato aperto, in quanto gli inglesi erano propensi a terminare il loro mandato in Palestina. In “Prima della loro diaspora”, Walid Khalidi scrive:

(Il Presidente USA Harry Truman) fece un passo avanti nel suo appoggio al sionismo, sostenendo un piano dell’Agenzia Ebraica per la partizione della Palestina in uno Stato ebraico ed uno Stato palestinese. Il piano prevedeva l’annessione allo Stato ebraico di circa il 60%della Palestina, in un momento in cui la proprietà ebraica della terra del Paese non superava il 7%.”

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale dell’ONU, in seguito a forti pressioni dell’amministrazione USA di Truman, approvò, coi voti favorevoli di 33 Stati membri, la Risoluzione 181 (II), che auspicava la partizione della Palestina in tre entità: uno Stato ebraico, uno Stato palestinese ed un regime di governo internazionale per Gerusalemme.

Se la proposta britannica di partizione del 1937 era già abbastanza negativa, la risoluzione dell’ONU fu motivo di totale sgomento, in quanto assegnava 5.500 miglia quadrate [circa 14.000 Km2, ndt.] allo Stato ebraico e solo 4.500 [circa 11.000 Km2, ndr.] ai palestinesi – che possedevano il 94,2% della terra e rappresentavano oltre i due terzi della popolazione.

La pulizia etnica della Palestina iniziò immediatamente dopo l’adozione del Piano di Partizione. Nel dicembre 1947 attacchi sionisti organizzati contro le zone palestinesi provocarono l’esodo di 75.000 persone. Di fatto, la Nakba palestinese – la Catastrofe – non iniziò nel 1948, ma nel 1947.

Quell’esodo di palestinesi fu congegnato attraverso il Piano Dalet (Piano D), che fu attuato per fasi e modificato per adeguarsi alle esigenze politiche. La fase finale del piano, iniziata nell’aprile 1948, comprese sei importanti operazioni. Due di esse, operazioni “Nachshon” e “Harel” , avevano lo scopo di distruggere i villaggi palestinesi all’interno e nei dintorni del confine tra Jaffa e Gerusalemme. Separando i due principali conglomerati centrali che costituivano il proposto Stato arabo palestinese, la leadership sionista intese spezzare ogni possibilità di coesione geografica palestinese. Questo continua ad essere l’obiettivo fino ad oggi.

I risultati conseguiti da Israele dopo la guerra non si attennero molto al Piano di Partizione. I territori palestinesi separati di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est costituivano il 22% della dimensione storica della Palestina.

Il resto è una triste storia. La carota dello Stato palestinese viene esibita di tanto in tanto proprio dalle forze che spartirono la Palestina 70 anni fa e poi collaborarono diligentemente con Israele per garantire il fallimento delle aspirazioni politiche del popolo palestinese.

Infine il discorso della partizione è stato rimodellato in quello della “soluzione dei due Stati”, propugnato negli ultimi decenni da diverse amministrazioni USA, che hanno mostrato poca sincerità nel trasformare in realtà persino un simile Stato.

Ed ora, 70 anni dopo la partizione della Palestina, esiste un solo Stato, benché governato da due diversi sistemi giuridici, che privilegia gli ebrei e discrimina i palestinesi.

Esiste già da molto tempo un solo Stato”, ha scritto il giornalista israeliano Gideon Levy in un recente articolo su Haaretz. “È giunto il momento di lanciare una battaglia sulla natura del suo regime.”

Molti palestinesi lo hanno già fatto.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo libro in uscita è “L’ultima terra: una storia palestinese” (Pluto Press, Londra). Baroud ha un dottorato in Studi sulla Palestina all’università di Exeter ed è ricercatore ospite presso il Centro Orfalea per gli Studi globali ed internazionali dell’università Santa Barbara della California. Il suo sito web è:

www.ramzybaroud.net

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 




Hamas e Fatah devono cambiare per parlare a nome dei palestinesi

Ramzy Baroud

24 ottobre 2017, Ma’an News

L’accordo di riconciliazione siglato al Cairo il 12 ottobre tra i partiti palestinesi rivali, Hamas e Fatah non è stato un accordo di unità nazionale, almeno non ora. Perché quest’ultima si possa realizzare, il patto avrebbe dovuto rendere prioritari gli interessi del popolo palestinese al di sopra dei programmi di ogni fazione.

La crisi di leadership non è nuova in Palestina. Precede di decenni Fatah e Hamas.

Dalla distruzione della Palestina e dalla creazione di Israele nel 1948, e persino ancora più indietro nel tempo, i palestinesi si sono trovati vincolati al gioco delle potenze internazionali e regionali, senza essere in grado di controllare o persino di esercitare un’influenza [su di esse].

Il più grande risultato di Yasser Arafat, il defunto ed emblematico dirigente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), è stato sapere promuovere un’identità politica palestinese indipendente e un movimento nazionale di cui, sebbene ricevesse il sostegno degli arabi, non si è appropriato nessun particolare Paese arabo.

Gli accordi di Oslo, tuttavia, sono stati la fine di quel movimento. Gli storici potranno discutere se Arafat, l’OLP e Fatah il suo principale partito politico, non avessero nessun altra opzione se non impegnarsi nel cosiddetto “processo di pace”. Tuttavia, a posteriori, possiamo sicuramente sostenere che Oslo è stata la drastica cancellazione di ogni successo politico dei palestinesi, almeno dalla guerra del 1967.

Nonostante la sonora sconfitta dei Paesi arabi da parte di Israele e dei suoi potenti alleati occidentali in quella guerra, è nata la speranza di un nuovo inizio. Israele rivendicò Gerusalemme est, la Cisgiordania e Gaza ma, involontariamente, unificò i palestinesi come nazione, per quanto oppressa ed occupata.

Inoltre le profonde ferite sofferte dai Paesi arabi in conseguenza della disastrosa guerra, diedero ad Arafat e a Fatah l’opportunità di utilizzare i nuovi spazi che si erano aperti in conseguenza del ritiro arabo.

L’OLP, che in origine era gestita dal defunto presidente egiziano, Jamal Abdul Nasser, divenne un organismo esclusivamente palestinese. Fatah, che si era formato pochi anni prima della guerra, divenne il partito che ne prese il comando.

Quando Israele occupò il Libano nel 1982, il suo obiettivo era l’annientamento del movimento nazionale palestinese, specialmente da quando Arafat stava aprendo nuovi canali di dialogo, non soltanto con i Paesi musulmani e arabi, ma anche a livello internazionale. Le Nazioni Unite, insieme ad altre istituzioni internazionali, cominciarono a riconoscere i palestinesi non come rifugiati sfortunati bisognosi di assistenza, ma come un serio movimento nazionale che doveva essere ascoltato e rispettato.

A quel tempo, Israele era ossessionato dall’idea di impedire ad Arafat di trasformare l’OLP in un potenziale governo. Nel breve periodo Israele ottenne il suo principale obiettivo. Arafat fu mandato in Tunisia con la dirigenza del suo partito e gli altri combattenti dell’OLP vennero dispersi nel Medio Oriente, ancora una volta cadendo ostaggi dei capricci e delle priorità arabe.

Tra il 1982 e gli accordi di Oslo del 1993, Arafat combattè per mantenere una certa importanza. L’esilio dell’OLP divenne particolarmente evidente quando i palestinesi scatenarono la Prima Intifada (la rivolta del 1987). Una generazione totalmente rinnovata di dirigenti palestinesi cominciò a profilarsi; fu plasmata un’identità diversa, che venne concepita nelle prigioni israeliane e alimentata nelle strade di Gaza e Nablus. Più aumentavano i sacrifici e il numero di morti, più cresceva quel senso [di appartenenza] a un’identità collettiva.

Il tentativo dell’OLP di appropriarsi dell’Intifada fu una delle principali cause del perché la sollevazione alla fine si spense. La conferenza di Madrid nel 1991 fu la prima volta in cui i veri rappresentanti de popolo palestinese dei Territori Occupati avrebbero occupato una tribuna internazionale per parlare a nome dei palestinesi in patria.

Quel sostegno ebbe breve vita. Alla fine Arafat e Mahmoud Abbas (oggi il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese – ANP) negoziarono in segreto un accordo alternativo a Oslo. L’accordo mise ampiamente da parte l’ONU e permise agli Stati Uniti di reclamare la sua posizione di autoproclamato “ mediatore imparziale” in un “processo di pace” sponsorizzato dagli USA.

Mentre ad Arafat e alla fazione tunisina venne permesso di ritornare per governare i palestinesi sotto occupazione con un mandato limitato concesso dal governo e dall’esercito israeliani, la società palestinese cadde in uno dei suoi più dolorosi dilemmi dopo molti anni.

Mentre l’OLP , che rappresentava tutti i palestinesi, veniva messa da parte per fare spazio all’ANP, che rappresentava gli interessi solo di una fazione all’interno di Fatah in una ridotta zona autonoma, i palestinesi vennero divisi in gruppi.

Infatti, il 1994, che vide la nascita ufficiale dell’ANP, fu l’anno nel quale è realmente iniziato l’attuale conflitto palestinese. L’ANP, sotto la pressione di Israele e degli USA, represse i palestinesi oppositori di Oslo e che legittimamente respingevano il “processo di pace”.

La repressione coinvolse molti palestinesi che avevano avuto un ruolo di primo piano durante la Prima Intifada. La mossa di Israele funzionò alla perfezione. La dirigenza palestinese in esilio fu fatta ritornare per reprimere la dirigenza dell’Intifada, mentre Israele stava in disparte e assisteva al triste spettacolo.

Hamas, che era lui stesso un prodotto della Prima Intifada, si trovò a scontrarsi frontalmente con Arafat e la sua autorità. Per anni Hamas si è posizionato come maggior gruppo dell’opposizione che respingeva la normalizzazione con l’occupazione israeliana. Ciò conquistò ad Hamas un’ ampia popolarità tra i palestinesi, specialmente quando divenne chiaro che Oslo era stato un inganno e che il “processo di pace” stava andando verso un punto morto.

Quando Arafat morì, dopo avere passato anni a Ramallah sotto l’assedio dell’esercito israeliano, salì al potere Abbas. Tenendo presente che Abbas era la mente che stava dietro Oslo e della sua mancanza di carisma e di capacità dirigenziali, Hamas prese l’iniziativa con una manovra politica che si è dimostrata onerosa: partecipò alle elezioni legislative per l’ANP nel 2006. Peggio ancora, le vinse.

Emergendo come il principale partito politico in un’elezione che era in sé il risultato di un processo politico che Hamas aveva vigorosamente respinto per anni, Hamas divenne una vittima del proprio successo.

Come c’era da aspettarsi, Israele si mosse per punire i palestinesi. In seguito alle richieste ed alle pressioni degli USA, l’Europa fece lo stesso. Il governo di Hamas venne boicottato, Gaza venne sottoposta a un continuo bombardamento da parte di Israele e le casse palestinesi iniziarono a prosciugarsi.

Nell’estate del 2007 ne seguì una breve guerra civile tra Hamas e Fatah , con centinaia di morti e la separazione politica e amministrativa di Gaza dalla Cisgiordania.

Ufficialmente, i palestinesi hanno avuto due governi, ma nessun Stato. Che un promettente progetto di liberazione nazionale abbia abbandonato la liberazione e si sia concentrato principalmente a regolare i conti in sospeso [fra] le fazioni mentre milioni di palestinesi soffrivano l’assedio e l’occupazione militare e milioni ancor più soffrivano l’angoscia e l’umiliazione dello “shattat” – l’esilio dei rifugiati all’estero, è stata una beffa.

Molti tentativi sono stati fatti e sono falliti per riconciliare i due partiti negli ultimi 10 anni. Sono falliti principalmente perché, ancora una volta, i dirigenti palestinesi hanno affidato il processo decisionale alle potenze regionali e internazionali. L’epoca d’oro dell’OLP è stata sostituita dagli anni bui delle divisioni di fazione.

Tuttavia, il recente accordo di riconciliazione al Cairo non è il risultato di un nuovo impegno nei confronti del progetto nazionale palestinese. Sia Hamas che Fatah sono a corto di alternative. La loro politica regionale è stata un fallimento, e il loro programma politico ha smesso di essere convincente per i palestinesi, che si sentono orfani e abbandonati.

Perché l’unità Hamas -Fatah possa diventare una reale unità nazionale vanno cambiate completamente le priorità, in modo che gli interessi dei palestinesi, tutti, ovunque siano, divengano ancora una volta di primaria importanza, al di sopra degli interessi di una fazione o due, alla ricerca di una limitata legittimità, di una falsa sovranità e di sussidi americani.

Ramzy Baroud is an internationally syndicated columnist, author, and the founder of PalestineChronicle.com. His latest book is My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story.

Ramzy Baroud è un editorialista, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com stimato a livello internazionale. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza.”

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Che cosa c’è dietro la riconciliazione tra Hamas e Fatah?

Ramzy Baroud

12 ottobre 2017, Palestine Chronicle

L’entusiasmo dell’Egitto nel mediare tra le contendenti fazioni palestinesi Hamas e Fatah non è il risultato di un improvviso risveglio di coscienza. Il Cairo ha di fatto svolto un ruolo distruttivo nel manipolare le divisioni palestinesi a proprio vantaggio, mantenendo rigidamente chiuso il valico di confine di Rafah.

Comunque la leadership egiziana agisce chiaramente in coordinamento con Israele e gli Stati Uniti. Mentre il linguaggio usato da Tel Aviv e Washington è assolutamente prudente riguardo ai colloqui condotti tra le due fazioni palestinesi, se letto attentamente il loro discorso politico non è del tutto negativo rispetto alla possibilità che Hamas si unisca ad un governo di unità sotto la direzione di Mahmoud Abbas.

Le affermazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’inizio di ottobre confermano questa ipotesi. Non ha respinto categoricamente un governo Fatah-Hamas, ma, secondo il ‘Times of Israel’, ha richiesto che “qualunque futuro governo palestinese smantelli il braccio armato dell’organizzazione terroristica (Hamas), recida ogni legame con l’Iran e riconosca lo Stato di Israele.”

Anche il Presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi vedrebbe con favore un Hamas indebolito, un Iran emarginato ed un accordo che rimetta l’Egitto al centro della diplomazia mediorientale.

Sotto l’egida del dittatore egiziano, il ruolo dell’Egitto, un tempo centrale nelle questioni della regione, è diventato marginale.

Ma la riconciliazione tra Hamas e Fatah fornisce ad al-Sisi un’opportunità di ridare lustro all’immagine del suo Paese, che negli ultimi anni è stata appannata dalla brutale repressione dell’opposizione interna e dai suoi improvvidi interventi militari in Libia, Yemen ed altrove.

A settembre, a margine della Conferenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, al-Sisi ha pubblicamente incontrato Netanyahu per la prima volta. L’esatta natura dei loro colloqui non è mai stata completamente rivelata, anche se le notizie riportate dai media hanno sottolineato che il leader egiziano ha cercato di convincere Netanyahu ad accettare l’accordo di riunificazione tra Hamas e Fatah.

Nel suo discorso all’Assemblea Generale Onu al-Sisi ha anche fatto un improvvisato appello appassionato per la pace. Ha parlato di un’“opportunità” che deve essere colta per raggiungere l’agognato accordo sulla pace in Medio Oriente ed ha invitato il presidente USA Donald Trump a “scrivere una nuova pagina della storia dell’umanità” sfruttando tale presunta opportunità.

E’ difficile immaginare che al-Sisi, che ha un’influenza ed una forza di persuasione limitate su Israele e gli USA, sia in grado con le proprie forze di creare il clima politico necessario alla riconciliazione tra le fazioni palestinesi.

In passato sono stati fatti simili tentativi, ma sono falliti, in particolare nel 2011 e nel 2014. Addirittura già nel 2006 l’Amministrazione di George W. Bush impedì qualunque riconciliazione, usando minacce e cancellando finanziamenti per assicurarsi che i palestinesi restassero divisi. L’amministrazione Obama ha fatto altrettanto, garantendo l’isolamento di Gaza e la divisione palestinese, mentre sosteneva anche le politiche israeliane in proposito.

A differenza delle precedenti amministrazioni, Donald Trump ha destato aspettative riguardo a una mediazione per un accordo di pace di basso profilo. Tuttavia, fin dall’inizio ha preso le parti di Israele, ha promesso di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme ed ha nominato un fautore della linea dura, David Friedman, un sionista per eccellenza, come ambasciatore USA in Israele.

Indubbiamente nel giugno scorso Trump ha firmato un ordine provvisorio per mantenere l’ambasciata a Tel Aviv, deludendo molti dei suoi sostenitori filoisraeliani, ma la mossa non è indice di un serio cambiamento di politica.

“Voglio dare una chance ad un piano per la pace prima di poter anche solo pensare di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme”, ha recentemente detto Trump in un’intervista televisiva. “Se possiamo fare la pace tra i palestinesi ed Israele, penso che questo porterà ad una pace definitiva in Medio Oriente, che deve essere fatta.”

Giudicando sulla base dei precedenti storici, è più che ovvio che Israele e USA hanno dato luce verde alla riconciliazione palestinese con un chiaro obbiettivo in mente. Da parte sua, Israele vuole vedere una rottura di Hamas con l’Iran e il suo abbandono della resistenza armata, mentre gli USA vogliono dare “una chance” alle politiche in corso nella regione, dando la priorità agli interessi di Israele rispetto a qualunque risultato.

L’Egitto, essendo beneficiario di un generoso aiuto militare statunitense, è il tramite naturale per condurre la riconciliazione tra Hamas e Fatah come parte della nuova strategia.

Ciò che suggerisce chiaramente che dietro gli sforzi di riconciliazione vi siano potenti attori, è come sia filato liscio finora l’intero processo, in totale contrasto con anni di tentativi fallimentari e ripetuti accordi con risultati deludenti.

Ciò che inizialmente sembrava un altro inutile ciclo di colloqui ospitato dall’Egitto, è stato presto seguito da molto di più: anzitutto un iniziale compromesso, seguito da un accordo di Hamas a sciogliere il suo comitato amministrativo, creato per gestire gli affari di Gaza; poi, una positiva visita del Governo di Consenso Nazionale a Gaza ed infine l’appoggio ai termini di riconciliazione nazionale da parte delle due più potenti componenti di Fatah: il Consiglio Rivoluzionario e il Comitato Centrale.

Dato che Fatah controlla l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), quest’ultimo appoggio propugnato da Mahmoud Abbas è stato un’importante pietra miliare necessaria a far progredire il processo, poiché sia Hamas che Fatah si sono detti pronti ad ulteriori successivi colloqui al Cairo.

Diversamente dagli accordi precedenti, quello attuale consentirà ad Hamas di prendere parte attiva nel nuovo governo di unità. Un alto dirigente di Hamas, Salah Bardawil, lo ha confermato in una dichiarazione. Tuttavia Bardawil ha anche ribadito che Hamas non deporrà le armi e che la resistenza contro Israele non è negoziabile.

A parte il ruolo di potere giocato da USA, Israele ed Egitto, questo è certamente il nodo cruciale. Comprensibilmente, i palestinesi desiderano raggiungere l’unità nazionale, ma tale unità deve essere fondata su principi che sono assai più importanti degli interessi egoistici dei partiti politici.

Inoltre, parlare di – o anche raggiungere – unità, senza fare i conti con le farse del passato e senza concordare una strategia di liberazione nazionale per il futuro in cui il fondamento sia la resistenza, il governo di unità tra Hamas e Fatah risulterà insignificante come tutti gli altri governi che non hanno avuto una reale sovranità e, al massimo, discutibili mandati popolari.

Ancor peggio, se l’unità è guidata dal tacito sostegno USA, da un assenso di Israele e da un programma autoreferenziale dell’Egitto, ci si può aspettare che il risultato sarà il più lontano possibile dalle reali aspirazioni del popolo palestinese, che resta indifferente all’imprudenza dei suoi leader.

Mentre Israele ha investito per anni nella spaccatura tra palestinesi, le fazioni palestinesi continuano ad essere accecate da miseri interessi personali e da un “controllo” senza alcun valore su una terra occupata militarmente.

Si dovrebbe chiarire che qualunque accordo di unità che tenga conto dell’interesse delle fazioni a spese del bene collettivo del popolo palestinese è un imbroglio; anche se inizialmente “ha successo”, sul lungo termine fallirà, poiché la Palestina è più grande di qualunque individuo, fazione o potere regionale che cerchi il consenso di Israele e l’elemosina degli Stati Uniti.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Sta per uscire il suo libro ‘The last Earth: a Palestinian story’ (L’ultima terra: una storia palestinese) (Pluto Press, London). Baroud ha un dottorato in studi sulla Palestina dell’università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea per gli studi globali e internazionali dell’università Santa Barbara in California. Il suo sito web è: www.ramzybaroud.net.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Analisi: le voci palestinesi ed ebree devono sfidare insieme il passato di Israele

Ramzy Baroud, 

24 aprile 2017, Ma’an News

Analisi: le voci palestinesi ed ebree devono sfidare insieme il passato di Israele.

Israele ha fatto ricorso a tre principali strategie per soffocare le richieste palestinesi di giustizia e diritti umani, compreso il diritto al ritorno per i rifugiati.

Una è dedicata a riscrivere la storia; un’altra tenta di sviare l’attenzione dalle varie situazioni nel loro complesso; una terza mira a rivendicare la narrazione palestinese come essenzialmente israeliana.

La riscrittura della storia ha visto la luce molto prima di quanto alcuni storici possano pensare. La macchina della hasbara (propaganda israeliana, ndtr.) israeliana si è messa in movimento quasi contemporaneamente al Piano Dalet (Piano D), che prevedeva la conquista militare della Palestina e la pulizia etnica dei suoi abitanti.

Ma l’attuale narrazione relativa alla “Nakba” – o “Catastrofe” – che ha colpito il popolo palestinese nel 1947 e 1948 è stata orchestrata negli anni ‘50 e ‘60.

In un articolo intitolato: “Il pensiero catastrofico: Ben Gurion ha cercato di riscrivere la storia?”, Shay Hazkani ha rivelato l’interessante processo attraverso cui il primo ministro di Israele, Ben Gurion, ha lavorato a stretto contatto con un gruppo di studiosi ebrei israeliani per sviluppare la versione degli eventi per descrivere ciò che avvenne nel 1947-48: la fondazione di Israele e la distruzione della Palestina.

Ben Gurion intendeva diffondere una versione della storia che coincidesse con la posizione politica di Israele. Aveva bisogno di “prove” per sostenere tale posizione.

Le “prove” alla fine sono diventate “storia” e non è stata permessa nessun’altra narrazione per contestare l’ appropriazione israeliana della Nakba.

Ha scritto Hazkani: “Probabilmente Ben Gurion non ha mai sentito il termine ‘Nakba’, ma ben presto, alla fine degli anni ’50, il primo Primo Ministro di Israele ha compreso l’importanza della narrazione storica”.

Il premier israeliano ha assegnato agli studiosi dipendenti dalla pubblica amministrazione il compito di confezionare una storia alternativa, che continua ancor oggi a permeare il pensiero israeliano.

Sviare l’attenzione dalla storia – o dall’attuale realtà della terribile occupazione della Palestina – è un’operazione che è durata per quasi 70 anni.

Dall’iniziale mito della Palestina come “terra senza popolo per un popolo senza terra” fino all’odierna pretesa che Israele sia un’icona di civiltà, tecnologia e democrazia, circondata da selvaggi arabi e musulmani, le distorsioni ufficiali da parte di Israele sono incessanti.

Perciò mentre i palestinesi si organizzano per commemorare la guerra del 5 giugno 1967, che ha portato, finora, a 50 anni di occupazione militare, Israele sta allestendo una grande festa, un’ imponente “celebrazione” della sua occupazione militare dei palestinesi.

L’assurdità non sfugge a tutti gli israeliani, ovviamente.

Uno Stato che celebra 50 anni di occupazione è uno Stato che ha smarrito la direzione ed ha perso la propria capacità di distinguere il bene dal male”, ha scritto l’opinionista israeliano Gideon Levy su Haaretz.

Che cosa c’è precisamente da celebrare, Israele? Cinquant’anni di spargimenti di sangue, di violenze, di depredazione e sadismo? Solo società che non hanno coscienza celebrano simili anniversari.”

Levy sostiene che Israele ha vinto la guerra del 1967, ma “ha perso quasi tutto il resto.”

Da allora, l’arroganza di Israele, il suo disprezzo per il diritto internazionale, “il perdurante disprezzo per il mondo intero, la presunzione e la prepotenza” hanno raggiunto livelli senza precedenti.

L’articolo di Levy si intitola: “La nostra Nakba.”

Levy non cerca di recuperare la narrazione palestinese, ma dimostra sinteticamente che i trionfi militari di Israele sono stati una disgrazia, specialmente perché non ne è seguito alcun senso di riflessione nazionale o tentativo di correggere le ingiustizie del passato e del presente.

Comunque il processo di rivendicazione del termine “Nakba” è stato perseguito astutamente dagli autori israeliani per molti anni.

Per quegli studiosi, “la Nakba ebraica” si riferisce agli ebrei arabi che sono arrivati nel nuovo Stato indipendente di Israele, in gran parte in seguito alla pressione dei dirigenti sionisti perché gli ebrei di tutto il mondo “facessero ritorno” alla patria biblica.

Un editoriale del Jerusalem Post lamentava che “la macchina propagandistica palestinese ha convinto l’opinione pubblica mondiale che il termine ‘rifugiato’ è sinonimo del termine ‘palestinese’.”

Facendo questo, gli israeliani che tentano di appropriarsi della narrazione palestinese sperano di creare un’equiparazione nel discorso, che ovviamente non corrisponde alla realtà.

L’editoriale fornisce la cifra di 850.000 “rifugiati ebrei” della “Nakba ebraica”, numero di poco superiore a quello dei rifugiati palestinesi espulsi dalle milizie israeliane al momento del processo di fondazione di Israele.

Fortunatamente, queste pretese in malafede sono sempre più smentite anche da voci ebraiche.

Poche, ma significative, voci tra gli intellettuali israeliani ed ebrei in tutto il mondo hanno il coraggio di riconsiderare il passato di Israele.

Si contrappongono giustamente a una versione della storia che è stata accettata in Israele e in Occidente come l’ indiscussa verità che sta dietro la nascita di Israele nel 1948, l’occupazione militare di ciò che rimaneva della Palestina nel 1967 ed altre circostanze storiche.

Questi intellettuali lasciano un segno nel discorso Palestina-Israele dovunque vadano. Le loro voci sono particolarmente significative nel contrastare le verità ufficiali e i miti storici israeliani.

Scrivendo su “Forward” [giornale della comunità ebrea di New York fondato nel 1897, ndtr.], Donna Nevel rifiuta di accettare che la discussione sul conflitto in Palestina abbia inizio con la guerra e l’occupazione del 1967.

Nevel critica i cosiddetti sionisti progressisti, che insistono nell’impostare la discussione solo sul problema dell’occupazione, limitando così ogni possibilità di soluzione alla “soluzione dei due Stati.”

Non solo questa “soluzione” è superata e non è praticamente possibile, ma la discussione esclude la “Nakba”, ossia “Catastrofe”, del 1948.

Ha scritto Nevel: “La Nakba non rientra in queste discussioni perché è la conseguenza e la più chiara manifestazione del sionismo. Chi ignora la ‘Nakba’ – cosa che hanno sistematicamente fatto le istituzioni sioniste ed israeliane – rifiuta di riconoscere il sionismo come illegittimo fin dall’inizio della sua realizzazione.”

Questa è esattamente la ragione per cui la polizia israeliana recentemente ha bloccato la “Marcia del Ritorno”, che i palestinesi svolgono ogni anno in Israele.

Per anni Israele ha temuto che un crescente movimento tra i palestinesi, gli israeliani ed altri nel mondo spingesse per un cambio di paradigma per comprendere le radici del conflitto in Palestina.

Questo nuovo modo di pensare è stato una conseguenza razionale della fine del “processo di pace” e dell’abbandono della soluzione dei due Stati.

Incapace di sostenere i suoi miti fondativi, non in grado nemmeno di offrire un’alternativa, il governo israeliano adesso sta usando misure coercitive per rispondere al nascente movimento: punire chi insiste nel commemorare la “Nakba”, sanzionare le organizzazioni che prendono parte a tali eventi, fino a perseguire come traditori gli individui ed i gruppi di ebrei che si discostano dalle posizioni ufficiali.

In questi casi la coercizione difficilmente funziona.

La Marcia (per il Ritorno) è rapidamente cresciuta di dimensione rispetto agli anni scorsi, nonostante le misure sempre più repressive delle autorità israeliane”, ha scritto Jonathan Cook su Al-Jazeera.

Sembra che 70 anni dopo la fondazione di Israele il passato ancora incomba pesantemente.

Fortunatamente alle voci palestinesi che si sono levate contro la narrazione ufficiale israeliana si sono ora unite in numero crescente voci israeliane.

E’ mediante una nuova narrazione comune che si può ottenere una reale comprensione del passato, insieme alla speranza che la visione di pace per il futuro possa sostituire quella attuale – che può essere sostenuta soltanto con l’oppressione militare, le disuguaglianze e la pura e semplice propaganda.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza.’

Le opinioni espresso in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




La rivolta dei prigionieri: le vere ragioni che stanno dietro allo sciopero della fame dei palestinesi

2 maggio 2017 Ma’an News

 Ramzy Baroud

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza.’

Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Anche la Cisgiordania è una prigione, divisa in varie zone, note come area A, B e C. Di fatto tutti i palestinesi sono soggetti a restrizioni militari di diverso grado. In una certa misura sono tutti prigionieri.

Gerusalemme est è separata dalla Cisgiordania e coloro che vivono in Cisgiordania sono separati l’uno dall’altro.

I palestinesi in Israele sono trattati leggermente meglio dei loro fratelli nei territori occupati, ma versano in condizioni umilianti, se paragonate allo status di prima classe attribuito agli ebrei israeliani, solo in virtù della loro origine etnica.

I palestinesi abbastanza “fortunati” da evitare le manette e le catene, sono comunque imprigionati in altri modi. I rifugiati palestinesi del campo profughi libanese di Ain el-Hilweh, come milioni di rifugiati palestinesi nella “shattat” (diaspora), sono prigionieri nei campi profughi, con un riconoscimento precario e insignificante, non possono spostarsi e non possono accedere al lavoro. Languiscono nei campi, aspettando che la vita migliori, anche di poco – come hanno fatto prima di loro i loro padri e nonni per circa settant’anni.

Ecco perché la questione dei prigionieri è molto sentita tra i palestinesi. E’ una rappresentazione reale e metaforica di tutto ciò che essi hanno in comune.

Le proteste scoppiate in tutti i territori occupati a sostegno dei 1500 in sciopero della fame non sono solamente un gesto di ‘solidarietà’ con gli uomini e le donne incarcerati e maltrattati, che chiedono un miglioramento delle proprie condizioni.

Purtroppo il carcere è il fatto più normale nella vita dei palestinesi; è lo status quo; la realtà quotidiana. I prigionieri detenuti nelle carceri israeliane sono l’immagine della vita di ogni palestinese, imprigionato dietro muri e checkpoint, in campi profughi, a Gaza, nelle aree della Cisgiordania, nella Gerusalemme segregata, nelle attese per essere lasciati entrare o lasciati uscire. Semplicemente in attesa.

Ci sono 6.500 prigionieri nelle carceri israeliane. Questa cifra comprende centinaia di minori, donne, rappresentanti eletti, giornalisti e detenuti amministrativi, che sono imprigionati senza accuse e senza processo. Ma questi numeri esprimono a malapena la realtà trascorsa sotto l’occupazione israeliana fin dal 1967.

Secondo l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, oltre 800.000 palestinesi sono stati incarcerati sotto il regime militare da quando Israele ha iniziato l’occupazione dei territori palestinesi nel giugno 1967.

Cioè il 40% dell’intera popolazione maschile dei territori occupati.

Le carceri israeliane sono prigioni all’interno di prigioni più grandi. Nei periodi delle proteste e delle sommosse, soprattutto durante le rivolte del 1987-1993 e 2000-2005, centinaia di migliaia di palestinesi sono stati soggetti a prolungati coprifuoco militari, che a volte duravano settimane, addirittura mesi.

Sotto il coprifuoco militare alle persone è vietato lasciare le proprie case, con brevi o nulle interruzioni persino per comprare il cibo.

Non un solo palestinese che abbia vissuto (o stia ancora vivendo) in simili condizioni è alieno all’esperienza dell’imprigionamento.

Ma ad alcuni palestinesi in quella grande prigione sono stati concessi dei privilegi. Sono considerati ‘palestinesi moderati’, quindi vengono loro concessi permessi speciali dall’esercito israeliano per lasciare la prigione palestinese e ritornarvi a loro piacimento.

Mentre il precedente leader palestinese Yasser Arafat è stato rinchiuso per anni nel suo ufficio a Ramallah, fino alla sua morte nel novembre 2004, l’attuale presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas è libero di viaggiare.

Anche se Israele può, di tanto in tanto, criticare Abbas, lui raramente si discosta dai limiti imposti dal governo israeliano.

Questa è la ragione per cui Abbas è libero ed il capo di Fatah Marwan Barghouti (insieme a migliaia di altri) è in prigione.

L’attuale sciopero della fame dei prigionieri è iniziato il 17 aprile, in commemorazione della ‘Giornata dei Prigionieri’ in Palestina

Nell’ottavo giorno di sciopero, mentre le condizioni di salute di Marwan Barghouthi peggioravano, Abbas si trovava in Kuwait per incontrare un gruppo di cantanti arabi in abiti di lusso.

I resoconti, pubblicati dall’agenzia di stampa Safa e altrove, hanno destato molta attenzione sui media. La tragedia della doppia realtà palestinese è un fatto inequivocabile.

Barghouthi è molto più popolare tra i sostenitori di Fatah, uno dei due maggiori movimenti politici palestinesi. Di fatto, è il più popolare leader tra i palestinesi, a prescindere dalle loro posizioni ideologiche o politiche.

Se l’ANP si preoccupasse davvero dei prigionieri e del benessere del più popolare leader di Fatah, Abbas avrebbe dovuto impegnarsi a concepire una strategia per galvanizzare l’energia dei prigionieri in sciopero della fame e dei milioni tra il suo popolo che hanno manifestato in loro appoggio.

Ma la mobilitazione di massa ha sempre spaventato Abbas e la sua Autorità. E’ troppo pericolosa per lui, perché l’azione popolare spesso minaccia lo status quo esistente e potrebbe intralciare il suo governo, autorizzato da Israele, sui palestinesi occupati.

Mentre i media palestinesi ignorano la spaccatura all’interno di Fatah, quelli israeliani la sfruttano, inserendola nel più ampio contesto politico.

E’ previsto un incontro tra Abbas e il presidente USA Donald Trump per il 3 maggio.

Abbas vuole fare buona impressione sull’impulsivo presidente, soprattutto poiché Trump sta riducendo gli aiuti esteri in tutto il mondo, mentre aumenta l’assistenza USA all’ANP. Basterebbe questo per capire l’opinione dell’Amministrazione USA su Abbas ed il suo apprezzamento del ruolo dell’ANP nel garantire la sicurezza di Israele e nel conservare lo status quo.

Ma non tutti i sostenitori di Fatah gradiscono il servilismo di Abbas. I giovani del movimento vogliono ribadire una forte posizione palestinese attraverso la mobilitazione del popolo; Abbas vuole mantenere la situazione tranquilla.

Amos Harel ha sostenuto su Haaretz che lo sciopero della fame, indetto dallo stesso Barghouthi, era l’ultimo tentativo di sfidare Abbas e “ rovinare il piano di pace di Trump”.

Ma Trump non ha un piano. Sta dando carta bianca al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu perché faccia quel che vuole. La sua soluzione è: uno Stato, due Stati, qualunque cosa “vogliano entrambe le parti”. Ma le due parti sono ben lungi dall’essere potenze uguali. Israele possiede ordigni nucleari ed un potente esercito, mentre Abbas ha bisogno di un permesso per uscire dalla Cisgiordania occupata.

In questo contesto di disuguaglianza, solo Israele decide il destino dei palestinesi.

Durante la sua recente visita negli Stati Uniti, Netanyahu ha delineato la sua visione del futuro.

“Israele deve mantenere il controllo prevalente della sicurezza sull’intera area ad ovest del fiume Giordano”, ha detto.

In un articolo su ‘The Nation’ [rivista politica statunitense di sinistra, ndt.], il professor Rashid Khalidi ha spiegato il vero significato dell’affermazione di Netanyahu. Ha scritto che con queste parole “Netanyahu ha proclamato un regime permanente di occupazione e colonizzazione, escludendo uno Stato palestinese sovrano e indipendente, qualunque sia la parvenza di ‘Stato’ o ‘autonomia’ escogitata per nascondere questa brutale realtà”.

“Il successivo silenzio di Trump equivale all’approvazione del governo USA di questa grottesca visione di permanente asservimento e spossessamento dei palestinesi.”

Perché dunque i palestinesi dovrebbero stare tranquilli?

Il loro silenzio può solo contribuire a questa grave realtà, alle dolorose circostanze attuali, in cui i palestinesi sono perpetuamente imprigionati sotto un’occupazione permanente, mentre la loro ‘leadership’ riceve sia un cenno d’approvazione da Israele che elogi ed ulteriori finanziamenti da Washington.

E’ in questo contesto che lo sciopero della fame diventa molto più pregnante del bisogno di migliorare le condizioni dei prigionieri palestinesi.

E’ una rivolta all’interno di Fatah contro la sua dirigenza indifferente e un disperato tentativo da parte di tutti i palestinesi di dimostrare la propria capacità di destabilizzare la matrice di controllo di Israele, America e ANP che è durata per tanti anni.

“I diritti non vengono regalati da un oppressore”, ha scritto Marwan Barghouthi dalla sua cella nel primo giorno dello sciopero della fame.

In realtà, il suo messaggio era diretto ad Abbas e ai suoi amici, tanto quanto era diretto ad Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Opinione. Addio al linguaggio ambiguo: la terrificante visone di Israele per il futuro

L’ostinazione di Israele lascia palestinesi e israeliani con un’unica alternativa: uguale cittadinanza in uno Stato unico o un’orrenda apartheid e altra pulizia etnica

di Ramzy Baroud – Counterpunch

Ramallah, 17 febbraio 2017, Nena News

Le prove storiche empiriche combinate con un po’ di buon senso sono abbastanza per dirci il tipo di opzioni future che Israele ha nel cassetto per il popolo palestinese: apartheid perpetua o pulizia etnica, o un mix di entrambe.

L’approvazione della “Regularization Bill” del 6 febbraio è tutto quello di cui abbiamo bisogno per immaginare il futuro ideato da Israele. La nuova legge permette al governo israeliano di riconoscere retroattivamente gli avamposti ebraici costruiti senza permesso ufficiale su terra privata palestinese.

Tutte le colonie – quelle ufficialmente riconosciute e gli avamposti non autorizzati – sono illegali secondo il diritto internazionale. Tale verdetto è passato numerose volte alle Nazioni Unite e, più recentemente, riaffermato con chiarezza inequivocabile dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza.

La risposta di Israele è stata l’annuncio della costruzione di oltre 6mila nuove case da costruire nei Territori Palestinesi Occupati, la costruzione di una colonia nuova di zecca (la prima in 20 anni) e la nuova legge che pavimenta la strada all’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania occupata.

Indubbiamente la legge è “l’ultimo chiodo nella bara della soluzione a due Stati”, ma questo non è importante. Non ha mai interessato Israele, quanto meno. Le chiacchiere su una soluzione sono state mero fumo negli occhi per quanto riguardava Israele. Tutti i “dialoghi di pace” e l’intero “processo di pace”, anche quando era al suo apice, raramente hanno rallentano i bulldozer israeliani, la costruzione di altre case per ebrei o messo fine alla pulizia etnica incessante dei palestinesi.

Su Newsweek Diana Buttu descrive come il processo di costruzione delle colonie è sempre, sempre accompagnato dalla demolizione di case palestinesi. 140 strutture palestinesi sono state demolite dall’inizio del 2017, secondo l’agenzia Onu Ocha.

Da quando Donal Trump ha giurato, Israele si è sentito liberato dell’obbligo del linguaggio ambiguo. Per decenni, i funzionari israeliani hanno parlato appassionatamente di pace e hanno fatto tutto quello che potevano per ostacolare il suo raggiungimento. Adesso, semplicemente se ne fregano. Punto.

Avevano perfezionato il loro comportamento equilibrato semplicemente perché dovevano farlo, perché Washington se lo aspettava, lo chiedeva. Ma Trump gli ha dato un assegno in bianco: fate quello che vi piace; le colonie non sono un ostacolo alla pace, Israele è stato “trattato molto, molto ingiustamente” e io correggerò quest’ingiustizia storica, e così via. Quasi subito dopo l’avvento di Trump alla presidenza il 20 gennaio scorso, le maschere sono cadute.

Il 25 gennaio il vero Benjamin Netanyahu è riemerso, dichiarando con invidiabile sfrontatezza: “Noi stiamo costruendo e continueremo a costruire” colonie illegali.

Cosa c’è altro da discutere con Israele a questo punto? Nulla. La sola soluzione che interessa a Israele è la “soluzione” di Israele, sempre guidata dal cieco supporto americano e l’inutilità europea e sempre imposta ai palestinesi e agli altri paesi arabi, se necessario con la forza.

I guardiani della grande farsa della soluzione dei due Stati, chi astutamente ha costruito il “processo di pace” e ha danzato su ogni ritmo israeliano è ora frastornato. Sono stati esclusi dai terrificanti piani di Israele che spara la sua “soluzione” dritto in mezzo agli occhi, lasciando ai palestinesi la scelta tra l’assoggettamento, l’umiliazione e l’imprigionamento.

Jonathan Cook ha ragione. La nuova legge è il primo passo verso l’annessione della Cisgiordania o, almeno, di buona parte. Una volta che i piccoli avamposti saranno legalizzati, dovranno essere fortificati, (“naturalmente”) espansi e protetti. L’occupazione militare, in auge da 50 anni, non sarà più temporanea e reversibile. La legge civile continuerà ad essere applicata agli ebrei nei Territori Palestinesi Occupati e quella militare ai palestinesi occupati.

È l’esatta definizione di apartheid, nel caso ve lo stesse ancora chiedendo.

Per raggiungere i “bisogni di sicurezza” dei coloni, altre by-pass road per soli ebrei saranno costruite, altri muri eretti, altri cancelli per tenere lontani i palestinesi dalle loro terre, dalle scuole e dalle fonti di sussistenza saranno messi su, altri checkpoint, altra sofferenza, altro dolore, altra rabbia e altra violenza.

Questa è la visione di Israele. Anche Trump è più frustrato dalla sfacciataggine e l’audacia israeliane. Ha chiesto ad Israele in un’intervista con il quotidiano Israel Hayom di “essere più ragionevole con il rispetto per la pace”. “C’è molta terra ancora. E ogni volta che la prendete per le colonie, ce n’è di meno”, ha detto Trump. Ha frenato sulla promessa di trasferire l’ambasciata Usa e l’espansione senza controllo delle colonie, perché realizza che Netanyahu e i suoi sostenitori negli Stati Uniti lo hanno lasciato su un baratro e ora gli chiedono di saltare.

Ma ha poca importanza. Che Trump rimanga sulla sua posizione estremamente pro-israeliana o cambi marcia verso una più annacquata simile a quella del suo predecessore Obama, la realtà probabilmente non cambierà, perché solo Israele è alla fine autorizzato a influenzarne i risultati.

L’approvazione dei parlamentari israeliani della legge è, infatti, la fine di un’era. Abbiamo raggiunto il punto in cui possiamo apertamente dichiarare che il cosiddetto “processo di pace” è stato un’illusione fin dall’inizio, perché Israele non ha mai avuto intenzione di concedere Cisgiordania e Gerusalemme est ai palestinesi.

La leadership palestinese è difficilmente innocente in tutto ciò. Il più grave errore che i leader palestinesi hanno commesso (a parte la loro disgraziata divisione) è stato quello di aver creduto che gli Stati Uniti, il principale sponsor israeliano, avrebbero gestito un “processo di pace” che ha garantito a Israele tempo e risorse per terminare i propri progetti coloniali, devastando i diritti e le aspirazioni politiche palestinesi.

Ritornando agli stessi vecchi canali, usando lo stesso linguaggio, cercando la salvezza nell’altare della stessa vecchia soluzione a due Stati non si otterrà nulla se non lo spreco di altro tempo e altra energia.

Ma le umilianti opzioni di Israele per i palestinesi possono essere anche lette in un altro modo. Infatti, è l’ostinazione di Israele che oggi lascia i palestinesi (e gli israeliani) con un’unica alternativa: uguale cittadinanza in uno Stato unico o un’orrenda apartheid e altra pulizia etnica.

Con le parole dell’ex presidente Jimmy Carter, “Israele non troverà mai la pace fino a quando non permetterà ai palestinesi di esercitare i loro diritti fondamentali umani e politici”. Il “permesso” israeliano è lontano dall’arrivare, lasciando la comunità internazionale con la responsabilità morale di pretenderlo. Nena News

Traduzione a cura della redazione di Nena News




Fare tanto clamore per avere l’approvazione di Israele: le promesse elettorali di Trump lo perseguiteranno

Maan News Agency 31 gennaio 2017

 Ramzy Baroud

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump promette che sarà favorevole ad Israele sotto ogni aspetto.

Io sono la cosa migliore che potrebbe mai accadere ad Israele”, si era vantato al Forum Presidenziale della Coalizione Ebraica Repubblicana a Washington DC, nel dicembre 2015.

Quando nel maggio 2016 il candidato repubblicano alla presidenza si è impegnato alla ‘neutralità’ tra palestinesi ed israeliani,

per un momento è sembrato che Trump rivedesse il suo appoggio incondizionato ad Israele.

Vorrei essere un uomo un po’ neutrale”, ha detto durante un incontro nella sala municipale della MSNBC (canale televisivo statunitense, ndtr.).

Da allora, questa posizione è stata superata dalla retorica più reazionaria, a cominciare, il mese seguente, dal discorso tenuto alla conferenza della lobby israeliana (AIPAC).

Quanto a Israele, le sue aspettative riguardo al Presidente USA sono molto chiare: sostegno incondizionato sul piano finanziario e militare, carta bianca all’espansione delle colonie illegali a Gerusalemme est occupata e in Cisgiordania e la fine di ogni forma di ‘pressione’ politica intesa a risuscitare il cosiddetto ‘processo di pace’.

Non che Trump avesse alcun dubbio circa queste aspettative. La vera sfida era che la sua principale rivale, Hillary Clinton, era un’ardente sostenitrice di Israele come nessun altro prima.

Era assolutamente sfrontata nell’adulare la lobby filoisraeliana. Riflettendo sulla morte dell’ex Presidente di Israele Shimon Peres, ha detto ai leader ebrei: “Quando lui parlava, per me era come ascoltare un salmo e adoravo sedermi ad ascoltarlo, sia che parlasse di Israele, la nazione che amava ed aveva fatto tanto per difendere, o che parlasse della pace o semplicemente della vita stessa.”

Ha promesso loro di “proteggere Israele dalla delegittimazione”, come scrive il quotidiano israeliano Haaretz – intendendo con ‘delegittimazione’ i tentativi dei gruppi della società civile in tutto il mondo di boicottare Israele a causa del suo mancato rispetto delle leggi internazionali e dei diritti dei palestinesi sotto occupazione.

Questo era il panorama politico in cui Trump, fondamentalmente un uomo d’affari e non un politico, doveva muoversi. In un impeto di mosse affrettate ha accettato di concedere ad Israele ciò che voleva, ma è andato anche al di là di quanto avesse fatto nessun altro presidente USA nella storia contemporanea, promettendo di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.

In quel momento è stata una mossa intelligente, sufficiente a contrastare le profferte d’amore della Clinton a Israele ed a fare di Trump il beniamino della destra politica israeliana, che attualmente controlla il governo.

Le conseguenze di quella promessa, se realizzata, comunque si dimostreranno molto costose.

Se Trump proseguirà su questa strada, è probabile che scatenerà il caos in una regione già instabile.

La mossa, che ora a quanto pare è “allo stadio iniziale”, non è semplicemente simbolica, come riferito da qualcuno nei principali media occidentali.

Trump, noto per il suo carattere impulsivo, sta minacciando di eliminare anche il minimo senso comune che storicamente ha governato la politica estera americana in Medio Oriente.

Gerusalemme è stata occupata in due diverse fasi storiche, prima dalle milizie sioniste nel 1948, poi dall’esercito israeliano nel 1967.

Avendo compreso la centralità di Gerusalemme per l’intera regione, i colonialisti britannici, che avevano ricevuto un mandato sulla Palestina dalla Società delle Nazioni nel 1922, erano favorevoli a che Gerusalemme rimanesse sotto protezione internazionale.

Comunque Israele si è impadronito della città con la forza, appellandosi ad un’ interpretazione a proprio vantaggio del testo biblico, che designerebbe Gerusalemme capitale ‘eterna’ del popolo ebreo.

Per lo sgomento della comunità internazionale, che ha sempre rifiutato e condannato l’occupazione israeliana, nel 1980 Israele ha annesso ufficialmente Gerusalemme, in violazione delle leggi internazionali.

Anche i paesi considerati alleati di Israele – compresi gli Stati Uniti – sono contrari alla sovranità israeliana su Gerusalemme e respingono l’invito di Israele a spostare le loro ambasciate da Tel Aviv alla città illegalmente occupata.

Inoltre, dal 1995, la posizione degli Stati Uniti ha oscillato tra quella storicamente filoisraeliana del Congresso e quella egualmente filoisraeliana, ma più pragmatica, della Casa Bianca.

Nell’ottobre 1995 il Congresso statunitense ha approvato il Jerusalem Embassy Act, con maggioranza schiacciante sia alla camera che al senato. Esso definiva Gerusalemme capitale indivisa di Israele e sollecitava il Dipartimento di Stato a spostare l’ambasciata a Gerusalemme.

Le amministrazioni USA dei Presidenti Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama hanno firmato una deroga presidenziale che ha rinviato di volta in volta di sei mesi la decisione del Congresso.

L’ultima volta la deroga è stata firmata dall’ex Presidente Obama il 1° dicembre 2016.

Adesso l’opportunista magnate del settore immobiliare fa il suo ingresso alla Casa Bianca con un allarmante programma che appare identico a quello dell’attuale governo israeliano di destra e ultranazionalista.

Siamo arrivati al punto che i rappresentanti dei due paesi potrebbero quasi scambiarsi il posto”, ha scritto sul New Yorker il professore palestinese Rashid Khalidi.

Questo avviene nel peggior momento possibile, in cui nel parlamento israeliano stanno saltando fuori nuove leggi per annettere anche le colonie ebree considerate illegali dagli stessi criteri israeliani e per eliminare ogni restrizione alla costruzione ed espansione di nuove colonie.

Nel corso di soli pochi giorni dall’insediamento di Trump, il governo israeliano ha ordinato la costruzione di migliaia di nuove unità abitative nella Gerusalemme occupata.

Persino i tradizionali alleati di Stati Uniti ed Israele sono allarmati dalle fosche prospettive aperte dalla nascente alleanza tra Trump ed Israele. Parlando alla conferenza di pace di Parigi il 15 gennaio, il ministro degli esteri francese Jean-Marc Ayrault ha avvertito Trump circa le “conseguenze molto gravi” che si prospettano nel caso che l’ambasciata USA venga effettivamente trasferita a Gerusalemme.

Palestinesi ed arabi capiscono che il trasferimento dell’ambasciata, lungi dall’essere una mossa simbolica, concede carta bianca per completare l’occupazione israeliana della città – inclusi i suoi luoghi santi – e portare a termine la pulizia etnica dei palestinesi musulmani e cristiani.

L’azzardo dell’amministrazione Trump di trasferire l’ambasciata USA probabilmente innescherà un incendio politico in Palestina e nel Medio Oriente con esiti terribili ed irreversibili.

Se si considera il significato che riveste Gerusalemme per i musulmani ed i cristiani palestinesi e per centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, Trump potrebbe certamente accendere una polveriera che farebbe ulteriormente deragliare la sua presidenza già in difficoltà.

In una recente intervista a Fox News Trump ha ripetuto il frusto ritornello di come è stato trattato “male” Israele e che le relazioni tra Washington e Tel Aviv sono state “risanate”.

Ma poi si è rifiutato di parlare del trasferimento dell’ambasciata perché “è troppo presto”.

Potrebbe essere il suo modo di fare marcia indietro per evitare una crisi. E’ una posizione di profilo più basso rispetto a quella della sua principale consigliera, Kellyanne Conway, che aveva recentemente affermato che il trasferimento dell’ambasciata era “una priorità molto importante”.

Anche se il trasferimento dell’ambasciata venisse rinviato, il danno rimarrà, in quanto le colonie ebree stanno aumentando esponenzialmente, compromettendo in tal modo lo status della città.

Il fatto è che l’assenza di una chiara politica estera da parte di Trump che tenda a creare stabilità – non fatta di decisioni precipitose per ottenere il consenso della lobby – è una strategia politica pericolosa.

Vuole ribaltare l’eredità del suo predecessore, ma non ne ha una sua, il che è proprio la formula necessaria a fomentare nuova violenza ed a precipitare ancor più nel baratro una regione già instabile.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

Ramzy Baroud è un giornalista internazionalmente accreditato, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza’.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Basta seminare il panico: in Palestina e Israele un unico Stato democratico è possibile

di Ramzy Baroud, 10 gennaio 2017, Middle East Monitor

Già molto prima del 28 dicembre scorso -quando il Segretario di Stato John Kerry è salito sul palco del Dean Acheson Auditorium di Washington DC per pontificare sull’incerto futuro della soluzione a due Stati e sulla necessità di salvare Israele da se stesso -Il tema della creazione di uno Stato Palestinese è stato di primaria importanza.

Infatti, nonostante ciò che si crede comunemente, lo sforzo per costituire uno Stato palestinese accanto ad uno ebraico risale a molto prima della Risoluzione Onu 181 del novembre 1947. Quella famigerata risoluzione chiedeva la partizione della Palestina in tre entità: uno Stato ebraico, uno palestinese e un controllo internazionale su Gerusalemme.

Una lettura più accurata della storia può mettere in evidenza molti riferimenti allo Stato palestinese (o arabo) tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

L’idea dei due Stati è eminentemente occidentale. Nessun partito o leader palestinese ha mai pensato che la divisione della Terra Santa fosse davvero un’opzione. Allora una simile idea è sembrata assurda, in parte perché, come evidenziato da Ilan Pappe nel suo “La Pulizia Etnica della Palestina”, “quasi tutte le terre coltivate in Palestina appartenevano alla popolazione indigena (araba), (mentre) solo il 5.8 % era di proprietà di ebrei nel 1947”.

Un precedente, ma altrettanto importante, rimando ad uno Stato Palestinese fu fatto dalla commissione Peel, una commissione britannica d’inchiesta presieduta da Lord Peel, che venne inviato in Palestina per indagare sulle motivazioni alla base di uno sciopero generale, una rivolta e più tardi di una ribellione armata che iniziò nel 1936 e si protrasse per circa 3 anni.

La commissione stabilì che le “cause sottostanti ai disordini” fossero sostanzialmente due: il desiderio di indipendenza dei palestinesi e l’astio e il timore per la costituzione della patria nazionale per gli ebrei”. Quest’ultima fu promessa dal governo britannico alla Federazione Sionista della Gran Bretagna e dell’Irlanda nel 1917, nota in seguito come la dichiarazione Balfour.

La commissione Peel consigliò la spartizione della Palestina storica in uno Stato ebraico e in uno palestinese, che sarebbe stato incorporato nella Transgiordania [l’attuale Regno di GIordania. Ndtr.], con enclavi riservate al governo mandatario britannico.

Nel lasso di tempo di 80 anni tra quella raccomandazione e l’avvertimento di Kerry secondo cui la soluzione a due Stati sarebbe “seriamente in pericolo”, davvero poco è stato fatto in termini di passi concreti verso la costituzione di uno Stato palestinese. Ancor peggio, gli Stati Uniti hanno fatto uso ripetutamente del loro potere di veto all’ONU per impedire la costituzione dello Stato palestinese, nonché utilizzato il loro potere politico ed economico di intimidazione nei confronti di chi avesse (anche solo simbolicamente) riconosciuto uno Stato palestinese. Hanno giocato inoltre un ruolo chiave nel finanziare gli insediamenti ebraici illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme, rendendo l’esistenza di uno Stato palestinese virtualmente impossibile.

Il punto ora è: perché l’Occidente continua ad utilizzare la “soluzione a due Stati” come parametro politico per giungere ad una risoluzione del conflitto israelo-palestinese mentre, allo stesso tempo, assicura che la sua stessa richiesta di risoluzione non diventi mai una realtà?

La risposta sta, parzialmente, nel fatto che fin dall’inizio la “soluzione a due Stati” non è mai stata concepita fin dall’inizio per essere realizzata. Come il “processo di pace” ed altre finzioni, ha avuto lo scopo di promuovere tra i palestinesi e il mondo arabo l’idea che esista un importante obiettivo per cui battersi, nonostante esso sia inattuabile.

Ma anche quell’obiettivo è stato condizionato da una serie di richieste risultate fin dall’inizio irrealistiche. Storicamente, i palestinesi hanno dovuto rinunciare alla violenza (la loro resistenza armata all’occupazione militare israeliana), acconsentire a varie risoluzioni dell’ONU, (benché Israele ancora rifiuti di riconoscerle), accettare il “diritto” di Israele ad esistere in quanto Stato ebraico, e così via. Lo Stato palestinese, prima ancora di essere costituito, avrebbe dovuto essere demilitarizzato, diviso tra Cisgiordania e Gaza ed escludere buona parte di Gerusalemme Est occupata.

Furono offerte numerose soluzioni “creative”, per ridurre ogni timore israeliano che l’inesistente Stato palestinese, nel caso fosse stato creato, potesse costituire una minaccia per Israele. Talvolta, la discussione in corso riguardava l’idea di una confederazione tra Palestina e Giordania, altre volte, come nelle proposte più recenti del capo del Jewish Home Party [La Casa Ebraica, partito di estrema destra dei coloni. Ndtr], il ministro israeliano Naftali Bennett, quella di trasformare Gaza in uno Stato indipendente e di annettere a Israele il 60% della Cisgiordania.

E quando gli alleati di Israele, delusi dall’ascesa della destra ebraica e dall’ostinazione del primo ministro Benjamin Netanyahu, insistono nell’affermare che è giunto il momento della soluzione a due Stati, esprimono i loro timori sotto forma di un amore estremo. L’attività delle colonie israeliane sta infatti “consolidando enormemente l’irreversibile realtà dello Stato unico” ha detto Kerry la settimana scorsa nel suo discorso politico.

Tale realtà dovrebbe costringere Israele o ad un compromesso circa l’identità ebraica dello Stato (come se avere una identità etnico/religiosa in un moderno Stato democratico fosse una precondizione normale) oppure a lottare contro il fatto di diventare uno Stato di apartheid (come se ciò non fosse già una realtà).

Kerry ha messo in guardia Israele circa il fatto che sarebbe rimasta solo l’opzione di porre i palestinesi “sotto occupazione militare permanente” privandoli della maggior parte delle libertà fondamentali”, aprendo così la strada ad uno scenario di “separazione e disuguaglianza”.

Mentre ci si preoccupava della disintegrazione della possibilità della “soluzione a due Stati”, pochi in realtà hanno cercato di comprendere la realtà dal punto di vista palestinese.

Per i palestinesi, il dibattito sulla necessità di Israele di scegliere tra essere uno Stato democratico o confessionale è risibile. Infatti per loro la democrazia israeliana si applica integralmente solo ai cittadini di origine ebraica e a nessun altro, mentre i palestinesi sono sopravvissuti per decenni dietro muri, recinti, prigioni ed enclave assediate, come nella Striscia di Gaza.

E lo scenario di apartheid fatto di “separazione e diseguaglianza” evocato da Kerry, con due ordinamenti giuridici, due diverse normative e due realtà applicate a due diversi gruppi sullo stesso territorio, si è realizzato nel momento stesso in cui lo Stato di Israele è stato fondato nel 1948.

Secondo un recente sondaggio, due terzi dei palestinesi, stanchi delle illusioni della loro stessa leadership fallimentare, concordano oggi sul fatto che la soluzione a due Stati non sia realizzabile. E questo numero tende ad aumentare tanto velocemente quanto le massicce iniziative di colonizzazione illegale che costellano Gerusalemme e la Cisgiordania occupate.

Questo non è un argomento contro la soluzione a due Stati; quest’ultima è esistita semplicemente come espediente per tranquillizzare i palestinesi, prendere tempo e delimitare il conflitto ad un orizzonte politico illusorio. Se gli Stati Uniti fossero stati davvero interessati alla soluzione a due Stati, avrebbero tenacemente combattuto per realizzarla decenni fa.

Dire oggi che la soluzione a due Stati è superata, significa accettare l’illusione che sia mai stata possibile.

Ciò detto, conviene a tutti capire che la coesistenza, in uno Stato democratico, non è uno scenario oscuro che determinerebbe la fine per la regione.

E’ tempo di abbandonare illusioni irrealizzabili e concentrare tutte le energie per promuovere la coesistenza, basata sull’eguaglianza e la giustizia per tutti.

Infatti, ci può essere tra il fiume [Giordano] e il mare [mediterraneo], un unico Stato,che sia uno Stato democratico per tutta la sua popolazione, indipendentemente dall’etnia o dal credo religioso.

Ramzy Baroud è un editorialista internazionalmente riconosciuto, autore e il fondatore di Palestine Chronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre è stato un combattente per la libertà: la storia non detta di Gaza”(My FatherWas a Freedom Fighter: Gaza’sUntold Story)

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore stesso e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Ma’an News Agency.

(traduzione di Viviana Codemo)




Analisi: un colpo di fortuna insperato? La presidenza Trump potrebbe essere un bene per la Palestina

4 gennaio 2017, Maannews
di Ramzy Baroud
Israele ha le vertigini. Il 20 gennaio ci sarà una specie di secondo natale e Donald Trump è un gioviale vecchio Babbo Natale che porterà doni.

Tutto è già scritto, dal momento che il presidente eletto Trump ha nominato, come prossimo ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, un estremista, David Friedman, che ha intenzione di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme e appoggia l’espansione delle colonie illegali che hanno già frantumato l’ipotetico stato di Palestina in bantustan di tipo sudafricano.

Quindi deve suonare strano, se non assolutamente provocatorio, insinuare che una presidenza Trump potrebbe essere il colpo di grazia di cui i palestinesi, e di fatto l’intero Medio Oriente, hanno bisogno per liberarsi del peso di una politica estera americana autoritaria, arrogante e futile che è durata per decenni.

Senza dubbio una presidenza Trump è palesemente terribile per i palestinesi nel breve termine. Il personaggio non prova nemmeno a mostrare la minima imparzialità o un’ombra di equilibrio nel suo approccio al più duraturo e delicato conflitto del Medio Oriente.

Secondo il flusso quasi ininterrotto dei suoi tweets, Trump sta contando i giorni fino a quando potrà mostrare ai leaders israeliani quanto filo-israeliana sarà la sua amministrazione. Poco dopo che gli Stati Uniti il 23 dicembre si sono astenuti dal voto sulla Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha condannato le illegali colonie israeliane, il presidente eletto ha twittato: “Per quanto riguarda l’ONU, le cose cambieranno dopo il 20 gennaio.”

Trump è di nuovo ricorso a Twitter, poco dopo che John Kerry ha pronunciato un importante discorso politico sul conflitto israelo-palestinese, in cui il segretario di stato ha rimproverato Israele di compromettere la soluzione dei due stati ed ha definito l’attuale governo di Benjamin Netanyahu il più a destra della storia di Israele.

Nella sua replica Trump ha invitato Israele a “tener duro” fino al suo insediamento il 20 gennaio. Anche i leaders israeliani guardano a quella data, quelli del calibro di Naftali Bennett, capo del partito estremista Casa Ebraica, si attendono una ‘riconfigurazione’ delle relazioni tra Israele e Stati Uniti, una volta che Trump sarà presidente.

Inoltre Bennett, che è anche il ministro dell’educazione di Israele, lo scorso novembre ha dichiarato ai giornalisti: “Abbiamo l’opportunità di reimpostare la struttura di tutto il Medio Oriente, dobbiamo cogliere questa opportunità e sfruttarla.”

Una delle imminenti opportunità offerte dalla presidenza Trump, ha detto Bennett, è che “l’epoca dello stato palestinese è tramontata.”

Certo, Kerry ha ragione; l’attuale governo israeliano è il più di destra ed il più estremista, una prospettiva destinata a non cambiare presto, dato che riflette fedelmente il clima politico e sociale del paese.

Leggete come ha risposto Bennett al discorso di Kerry.

Kerry mi ha citato tre volte nel suo discorso, senza nominarmi, per dimostrare che noi siamo contrari ad uno stato palestinese”, ha detto, “perciò lasciatemelo dire esplicitamente: sì. Se dipendesse da me, non creeremo un altro stato terrorista nel cuore del nostro paese.”

All’insistenza di Kerry sul fatto che Gerusalemme dovrebbe essere la capitale sia di Israele che della Palestina, Bennett ha risposto: “Gerusalemme è stata la capitale degli ebrei per 3.000 anni. Sta scritto nella Bibbia, apritela e leggetela.”

La presa del fanatismo religioso sulla politica di Israele è irreversibile, quanto meno nel futuro prevedibile. Mentre nel passato i politici ebrei laici utilizzavano i precetti religiosi per attrarre i fedeli ebrei in cambio dei loro voti e per popolare le colonie illegali, adesso sono i gruppi religiosi che stabiliscono i criteri delle principali politiche israeliane.

E allora come può tutto questo essere un bene per i palestinesi? In parole povere: la chiarezza.

Da quando funzionari statunitensi di medio livello hanno accettato di incontrare una delegazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) in Tunisia alla fine degli anni ’80, gli Stati Uniti hanno scelto un cammino piuttosto inverosimile per fare la pace. Subito dopo che gli Stati Uniti hanno “reclutato” con riluttanza l’OLP – una volta che quest’ultima ha dovuto superare mille ostacoli politici per ottenere un cenno di assenso americano – sono rimasti gli unici a definire che cosa comportasse la “pace” tra Israele ed i suoi vicini palestinesi ed arabi.

La Casa Bianca ha stabilito i parametri del “processo di pace”, ha costretto in parecchie occasioni gli arabi ad approvare qualunque “visione” della pace gli Stati Uniti ritenessero conveniente ed hanno diviso gli arabi tra ‘moderati’ e ‘radicali’, basandosi esclusivamente su come un determinato paese avrebbe recepito i dettami di ‘pace’ degli USA nella regione.

Senza alcun mandato, gli Stati Uniti si sono auto-nominati ‘ un onesto intermediario per la pace’, ed hanno fatto di tutto per compromettere il rispetto di quegli stessi parametri che avevano posto per raggiungere la supposta pace. Mentre arrivava a definire la costruzione delle colonie illegali israeliane un ‘ostacolo alla pace’, Washington finanziava le colonie e l’esercito di occupazione incaricato di proteggere quelle entità illegali; faceva appello a ‘costruire la fiducia’ mentre, nello stesso tempo, finanziava l’esercito israeliano e giustificava le guerre di Israele a Gaza e la sua eccessiva violenza nella Cisgiordania e a Gerusalemme occupate.

In altri termini, per decenni, gli Stati Uniti hanno fatto esattamente il contrario di ciò che predicavano pubblicamente.

La schizofrenia politica americana sta toccando il suo massimo in questo momento. Mentre Obama ha osato fare una cosa incredibile a dicembre – quando si è astenuto dal voto su una risoluzione che chiedeva ad Israele di porre fine alle sue colonie illegali in Cisgiordania – solo poche settimane prima ha concesso ad Israele “ il più cospicuo finanziamento militare nella storia.”

Nel corso degli anni il cieco appoggio americano ad Israele ha accresciuto le aspettative di quest’ultimo al punto che adesso prevede che il sostegno continui, anche quando Israele è governato da estremisti che stanno ulteriormente destabilizzando una regione già fragile ed instabile. Nella logica israeliana queste aspettative sono del tutto razionali.

Gli Stati Uniti hanno svolto la funzione di facilitatori dell’aggressività politica e militare israeliana, tenendo buoni i palestinesi e gli arabi con vuote promesse, a volte con minacce, elemosine e semplici parole.

I cosiddetti ‘palestinesi moderati’, del genere di Mahmoud Abbas e della sua Autorità Nazionale Palestinese, sono stati debitamente rabboniti, certo, perché hanno ottenuto i privilegi del ‘potere’, insieme al riconoscimento politico statunitense, permettendo intanto ad Israele di conquistare tutto ciò che rimaneva della Palestina.

Ma quel tempo è certamente finito. Finché gli USA continueranno a permettere l’intransigenza di Israele, una presidenza Trump probabilmente segnerà un totale abbandono del linguaggio ambiguo di Washington.

Il male non sarà più un bene, ciò che è sbagliato non è giusto e il militarismo non è fare la pace. Di fatto, Trump è destinato a mostrare la politica estera americana per quello che veramente è ed è stata per decenni. La sua presidenza probabilmente porrà tutte le parti in causa di fronte ad una difficile scelta su dove collocarsi riguardo alla pace, alla giustizia e ai diritti umani.

Anche i palestinesi dovranno fare una scelta, affrontare la realtà durata decenni con un fronte unito, oppure schierarsi al fianco di coloro che intendono ‘ riconfigurare’ il futuro del Medio Oriente sulla base di una fosca interpretazione delle profezie bibliche.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato internazionalmente, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La palestina nel 2017: è tempo di dire addio a Washington e di abbracciare il mondo

Ramzy Baroud – 29 dicembre 2016, Ma’an News

Non ci sono dubbi che la condanna del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad Israele venerdì 23 dicembre sia stato un evento importante e degno di nota.

E’ vero, i principali organi delle Nazioni Unite (il Consiglio di Sicurezza e l’assemblea generale) e le sue

varie istituzioni, dalla Corte Internazionale di Giustizia all’agenzia ONU per la cultura, l’UNESCO, hanno ripetutamente condannato l’occupazione israeliana, le colonie ebraiche illegali e i soprusi contro i palestinesi. Nei fatti, a differenza della risoluzione 2334 del 23 dicembre, le precedenti condanne ONU sono state molto più forti – in quanto alcune risoluzioni non solo hanno chiesto un immediato blocco della costruzione di colonie ebraiche illegali, ma anche la rimozione di quelle esistenti.

Ci sono oltre 196 insediamenti illegali sul territorio palestinese occupato, oltre a centinaia di avamposti dei coloni. Questi insediamenti ospitano oltre 600.000 coloni ebrei, che si sono installati lì in violazione delle leggi internazionali e, in particolare, della Quarta Convenzione di Ginevra.

Ma cosa rende importante questa specifica risoluzione?

In primo luogo, gli USA non hanno posto il veto sulla risoluzione né hanno minacciato di farlo; non hanno neppure fatto seriamente pressioni, come hanno fatto spesso in precedenza per rendere più morbido il testo.

Secondo, è la prima condanna decisa e chiara di Israele da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in quasi otto anni – circa l’intero periodo del mandato del presidente Barak Obama.

Terzo, il voto ha avuto luogo nonostante le eccezionali pressioni israeliane sull’attuale amministrazione USA, su quella di Donald Trump che sta per iniziare e quelle che hanno avuto successo sul presidente egiziano, Abdul Fatah al-Sisi. Infatti l’Egitto ha rimandato il voto, previsto per il giorno precedente, prima che Nuova Zelanda, Senegal, Malaysia e Venezuela accellerassero e portassero al voto la risoluzione il giorno successivo.

Senza dubbio la risoluzione ONU – come tutte le altre – rimane alquanto simbolica finché non ci sono dei meccanismi concreti per garantire il rispetto delle leggi internazionali.

Non solo Israele non rispetta la volontà delle Nazioni Unite, ma nei fatti sta accelerando le attività di colonizzazione nella zona di Gerusalemme, sfidando questa decisione.

Mentre i membri del Consiglio di Sicurezza stavano preparando per il voto sull’ “invalidità legale” delle colonie ebraiche, il Comune di Gerusalemme ha annunciato che 300 unità abitative saranno costruite nelle colonie illegali di Ramat Shlomo, Ramot e Bit Hanina.

D’altra parte l’Autorità Nazionale Palestinese sta già festeggiando un’altra “vittoria” simbolica, che è stata prontamente venduta ai palestinesi, per niente entusiasti, come un passo fondamentale verso la loro libertà e verso uno Stato indipendente. La risoluzione ONU è stata certo desiderosa di garantire che l’illusione dei due Stati sia ulteriormente perpetuata, che è tutto ciò di cui la leadership di Mahmoud Abbas aveva bisogno per insistere su un miraggio irraggiungibile.

Tenendo conto di tutto ciò, c’è una lezione – e una lezione importante – che si deve trarre a questo punto: senza il sostengo degli USA, Israele, con tutta la sua potenza, è decisamente vulnerabile e isolato nell’arena internazionale. Il risultato della votazione è stato piuttosto eloquente: i 14 membri del Consiglio di Sicurezza hanno votato “sì”, mentre gli USA si sono astenuti. Il voto è stato seguito da un raro spettacolo in simili consessi, un prolungato applauso, in cui Paesi che difficilmente si trovano d’accordo tra loro hanno concordato con convinzione sulla giustezza delle aspirazioni palestinesi e sul rifiuto del modo di agire di Israele.

Pensateci per un momento: i continui sforzi di Israele e degli USA per intimidire, forzare e imbrogliare i membri dell’ONU in modo da tener fuori la comunità internazionale dal conflitto israelo-palestinese, sono completamente falliti. E’ bastata una semplice astensione USA dal voto per mettere in luce l’unanimità internazionale ancora solida riguardo alle azioni illegali di Israele in Palestina.

In un emblematico segnale di speranza, la votazione chiude il 2016, che è stato molto duro per i palestinesi. Centinaia di palestinesi sono stati uccisi durante quest’anno durante scontri a Gerusalemme, in Cisgiordania e a Gaza; centinaia di case sono state parzialmente o totalmente demolite e danneggiate; migliaia di ettari di terra sono stati confiscati da Israele, e innumerevoli alberi di olivo divelti.

Il prossimo anno difficilmente promette di essere migliore, in quanto la nuova amministrazione USA di Trump presenta tutti i requisiti che suggeriscono il fatto che il sostegno USA a Israele rimarrà saldo, se non prenderà una piega ancora più terrificante.

Friedman [nuovo ambasciatore americano in Israele nominato da Trump ed eslicitamente favorevole alle colonie. Ndtr.] e quelli come lui non tengono in alcuna considerazione le leggi internazionali né hanno rispetto per l’attuale politica estera USA riguardo all’occupazione israeliana, all’illegalità delle colonie (considerate un “ostacolo per la pace” da varie amministrazioni) e sono pronti a spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme.

Tutto ciò è inquietante, e la risoluzione appena approvata non deve illudere che le cose stiano cambiando.

Nondimeno c’è una speranza.

La risoluzione è un’ulteriore affermazione che la comunità internazionale è incondizionatamente dalla parte dei palestinesi e, nonostante tutti i fallimenti del passato, invoca ancora il rispetto delle leggi internazionali. Questo monito avviene nel momento in cui il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) si sta rafforzando, galvanizzando la società civile, i campus e i sindacati in tutto il mondo per prendere posizione contro l’occupazione israeliana.

Mentre i diritti dei palestinesi non registrano minimamente l’attenzione degli interessi della politica estera USA (che vede la sua alleanza con un forte Israele come molto più importante delle necessità dei Paesi arabi disuniti), i palestinesi possono ancora forgiare una nuova strategia fondata sul forte sostegno che continuano a raccogliere nel resto del mondo.

Israele può essere incolpato di molte cose, ma anche i palestinesi hanno buona parte della responsabilità per la loro divisione, le lotte intestine e la corruzione.

Non si possono aspettare che i loro sforzi, per quanto sinceri, producano libertà e liberazione quando sono incapaci di formare un fronte unitario.

Ciò dovrebbe essere fatto riorganizzando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e riunendo tutte le fazioni palestinesi sotto un’unica piattaforma politica che soddisfi le aspirazioni di tutti i palestinesi, in patria e nella “Shattat” (diaspora).

La dirigenza palestinese deve capire che l’epoca dell’inconcludente egemonia USA è finita. Non più vuote promesse di pace ed elemosina per l’ANP, mentre veniva finanziato l’esercito israeliano e sostenuto politicamente Israele. La prossima amministrazione è totalmente filo-israeliana.

Questa deve essere la chiarezza di cui i palestinesi hanno bisogno per comprendere che richieste ed implorazioni per ottenere la compassione degli americani non saranno più sufficienti.

Se una dirigenza palestinese unitaria non approfitta dell’opportunità e non riprende l’iniziativa nel 2017, tutti i palestinesi ne soffriranno.

E’ ora di allontanarsi da Washington e di abbracciare il resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(traduzione di Amedeo Rossi)