Vittorie del movimento BDS: lo Stato di Washington disinveste da Caterpillar e la capitale Olympia blocca gli investimenti con l’apartheid

Lois Pearlman

6 aprile 2026 – Mondoweiss

L’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha annunciato di aver disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar, e il consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per bloccare gli investimenti in società coinvolte nell’apartheid o nell’occupazione illegale

Ventitré anni da che Rachel Corrie è stata schiacciata a morte da un bulldozer Caterpillar a Gaza, due successi in materia di disinvestimento nel suo Stato natale di Washington le hanno fatto un po’ di giustizia.

Il mese scorso l’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar e il 24 marzo il Consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per includere nella sua politica di investimento etico una dichiarazione dal tono risoluto che esclude qualsiasi investimento in società che siano collegate all’apartheid o all’occupazione illegale.

Rachel stava difendendo la casa della famiglia Nasrallah a Rafah, Gaza, dove trascorreva le notti come volontaria dell’International Solidarity Movement. Olympia è la città in cui Corrie è cresciuta e dove ancora risiede la sua famiglia.

Con la vendita delle obbligazioni della Caterpillar da parte del tesoriere statale Mike Pellicciotti, lo Stato di Washington diventa il primo degli Stati Uniti a disinvestire da tutte le società presenti nella lista del programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), come dice Noam Perry, coordinatore della ricerca presso il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’American Friends Service Committee [fondata nel 1917, l’AFSC è un’organizzazione quacchera che promuove la giustizia col ridurre la complicità delle aziende nella violenza di Stato, ndt.]

La lista si concentra sulle società quotate in borsa profondamente coinvolte nell’apartheid israeliano. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Israele utilizza da decenni i bulldozer Caterpillar per demolire le case dei palestinesi.

Nella dichiarazione rilasciata dall’ufficio del Tesoriere in merito al disinvestimento da Caterpillar si legge: “Questa decisione è stata presa per generare liquidità atta a riallocare gli investimenti in conformità con il portafoglio obbligazionario approvato per il 2026 dal team di investimento del Tesoro, che include società recentemente aggiunte all’elenco degli investimenti”.

In altre parole, il suo team di investimento ha ritenuto le obbligazioni Caterpillar un investimento rischioso, dato che altre entità statali come la Norvegia, i Paesi Bassi e la contea di Alameda in California stanno disinvestendo dalla società.

Ma Perry ha sottolineato che questo non è tutto.

“Sappiamo per certo che è stato a causa della pressione degli attivisti”, ha dichiarato a Mondoweiss.

Rae Levine di Seattle Jewish Voice for Peace (JVP) ha confermato. Insieme a Washington for Peace and Justice, un’organizzazione guidata da palestinesi, le organizzazioni hanno fatto pressione per oltre un anno sul Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington affinché disinvestisse dall’apartheid israeliano.

Levine ha spiegato che lo Stato ha due fonti di finanziamento: il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington, che gestisce i fondi pensione, e l’Ufficio della Tesoreria che gestisce i fondi operativi dello Stato. Secondo Diana Fakhoury di Washington for Peace and Justice, il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington detiene ancora investimenti in 53 società presenti nella lista BDS per un valore di circa 1 miliardo di dollari.

Secondo Dov Baum, direttore del Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’AFSC, quando gli attivisti chiedono il disinvestimento prendono di mira i fondi operativi di un’entità, perché “è facile farlo, dato che quei fondi sono solitamente gestiti da un tesoriere”.

“Di solito ci concentriamo sui fondi operativi, non sui fondi pensione”, ha spiegato Baum. “Sono pochissimi i fondi pensione che tengono conto delle questioni etiche, perché questi fondi devono essere stabili e a lungo termine. Ed è molto difficile toccarli. E noi lo consideriamo un disinvestimento completo”.

In qualità di tesoriere dello Stato, Pellicciotti aveva già istituito nel suo dipartimento una politica di investimento responsabile dal punto di vista ambientale e sociale e agli attivisti è bastato fargli notare che Caterpillar non soddisfa quegli standard. Il suo ufficio ha esaminato l’investimento in Caterpillar e ha scoperto che altri enti avevano disinvestito dalla società, il che rendeva l’investimento rischioso e discutibile.

“È molto significativo che un tesoriere affermi che un investimento è rischioso”, ha detto Levine.

Il prossimo passo della coalizione è convincere il consiglio statale per gli investimenti ad adottare una politica di investimenti responsabili. Sosterranno una proposta di legge chiamata Responsible Investment Act, che non è stata approvata dal parlamento in questa sessione ma che probabilmente verrà ripresentata quando il parlamento si riunirà di nuovo nel gennaio 2027.

In una dichiarazione pubblica della società di macchinari pesanti con sede in Illinois, Caterpillar ha continuato a negare ogni responsabilità per l’uso che Israele fa dei bulldozer che acquista da loro. Dopo aver affermato “Non tolleriamo l’uso illegale o immorale di alcuna attrezzatura Caterpillar”, Caterpillar ha inoltre dichiarato di essere “soggetta a rigidi requisiti anti-boicottaggio ai sensi di due leggi statunitensi”.

La situazione a Olympia nello Stato di Washington è diversa perché la politica di investimento recentemente modificata è stata approvata all’unanimità dal consiglio comunale.

Il testo aggiornato recita tra l’altro: “La città si asterrà dall’investire in società le cui attività principali risiedono in settori dannosi come il tabacco, i combustibili fossili, la detenzione di massa o la reclusione degli immigrati e gli armamenti di qualsiasi tipo, o in società con una comprovata storia di coinvolgimento diretto in gravi violazioni dei diritti umani come la schiavitù e il lavoro carcerario, i crimini di guerra, l’occupazione militare illegale, la segregazione razziale o l’apartheid”.

Il consigliere comunale Clark Gilman, uno dei primi sostenitori dell’iniziativa per includere la clausola, ha dichiarato: “Spero che questo ispiri altri enti locali a unirsi a noi nell’affermare che i nostri investimenti non dovrebbero sostenere chi viola i diritti umani, i combustibili fossili o le armi da guerra”.

Per Cindy e Craig Corrie, i genitori di Rachel Corrie, queste due azioni di disinvestimento rappresentano il culmine di un lungo percorso che ha incluso cause legali contro Israele e Caterpillar, la ricerca di aiuto da parte di funzionari del governo statunitense e la fondazione della Rachel Corrie Foundation for Peace and Justice nei difficili mesi successivi alla morte di Rachel.

Sebbene diversi funzionari statunitensi, tra cui l’ex Segretario di Stato Antony Blinken, concordassero sul fatto che l’indagine israeliana sulla morte di Rachel fosse poco convincente, gli Stati Uniti non hanno mai esercitato pressioni su Israele affinché conducesse un’indagine più completa. E i tribunali israeliani, pronunciandosi sulle cause intentate dai Corrie contro Israele, hanno stabilito che la morte di Rachel è stata accidentale. 

Quando la famiglia Corrie intentò una causa contro la Caterpillar a nome di Rachel e di quattro famiglie palestinesi vittime delle demolizioni israeliane effettuate con i bulldozer Caterpillar, i tribunali distrettuali federali statunitensi respinsero il caso. La Corte stabilì che, poiché gli Stati Uniti avevano finanziato l’acquisto dei bulldozer Caterpillar, sarebbe stato inammissibile per la Corte interferire nelle decisioni di politica estera del potere esecutivo.

Nel 2003 il parlamentare per lo Stato di Washington Brian Baird presentò persino un disegno di legge che chiedeva un’indagine approfondita. Sebbene 78 membri della Camera dei Rappresentanti avessero co-sponsorizzato la proposta, questa non arrivò mai al voto.

Ma la famiglia Corrie, compresa la sorella di Rachel, Sarah, non si è mai arresa, continuando a lavorare a livello locale per la giustizia in Palestina attraverso la Rachel Corrie Foundation e con altre organizzazioni.

“Non abbiamo mai pensato che le azioni che abbiamo intrapreso fossero una perdita di tempo”, ha dichiarato Cindy Corrie durante un’intervista telefonica. “Erano tutti passi avanti nel processo”.

In seguito all’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nell’ottobre 2023, questo processo li ha portati a formare un’alleanza con altri attivisti di Olympia chiamata Palestine Action of the South Sound (PASS), che ha guidato la campagna per una politica di investimenti etici. Olympia si trova al confine con la parte meridionale di Puget Sound [lunga insenatura che si trova sulla costa pacifica, ndt.]

Secondo Perry il disinvestimento basato su politiche di investimento responsabile è la strada da percorrere. Il sito web “Divesting for Palestinian rights” dell’AFSC elenca decine di città, contee, stati, università e organizzazioni che hanno disinvestito da obbligazioni israeliane o da aziende che sostengono l’apartheid israeliano.

Il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’organizzazione offre guida e supporto ai gruppi che lavorano sul disinvestimento. Cindy Corrie ha affermato che Perry e Baum hanno contribuito a guidare le iniziative sia nello Stato di Washington che a Olympia, recandosi persino a Seattle per lavorare con loro di persona.

“Questo è un ottimo esempio di ciò che può accadere e che sta accadendo”, ha detto. 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Cos’è il “Consiglio per la Pace” di Trump e chi governerà Gaza?

Faisal Edroos

19 gennaio 2026 – Middle East Eye

Una potenziale alternativa alle Nazioni Unite guidata dagli Stati Uniti, il Consiglio e gli organismi che operano sotto di esso emarginano i palestinesi e rafforzano gli esponenti filo-israeliani.

In base ad una copia del suo Statuto visionata da Middle East Eye l’iniziativa “Consiglio per la Pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe competere con le Nazioni Unite e mediare in altri conflitti globali.

L’organismo è stato originariamente concepito come parte dell’iniziativa di Trump volta alla creazione di un nuovo quadro di governance per la Striscia di Gaza devastata dalla guerra sulla scia del genocidio israeliano in corso da due anni.

Ma il testo del suo Statuto, che non menziona l’enclave palestinese, evoca un “organismo internazionale per la costruzione di una pace più agile ed efficace”, suggerendo che il suo ambito di azione potrebbe essere molto più ampio.

“Il Consiglio per la Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”, afferma lo Statuto.

“Una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”, aggiunge.

Lo Statuto conferisce a Trump ampi poteri in qualità di presidente del Consiglio per la Pace, consentendogli di nominare e rimuovere gli Stati membri, una decisione che può essere annullata solo da una maggioranza di due terzi dei membri.

Vi si legge che i paesi che aderiscono al consiglio ricopriranno un mandato limitato di tre anni, a meno che non contribuiscano con oltre un miliardo di dollari entro il primo anno di attività.

Da quando è stato presentato sono stati invitati ad aderire diversi capi di Stato e di governo e, secondo fonti di MEE, il primo tra questi è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Il 18 gennaio Egitto, India, Pakistan e Arabia Saudita sono stati tra le decine di paesi che hanno dichiarato di essere stati invitati e di stare valutando la questione.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro se fosse stato invitato anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu [in realtà il 21 gennaio è stato comunicato il sì di Netanyahu all’adesione, ndt.].

Cos’è il comitato esecutivo costituente per Gaza?

Alla base della struttura gerarchica del Consiglio per la Pace si trova il comitato esecutivo costituente” per Gaza.

Il 16 gennaio la Casa Bianca ha presentato il comitato esecutivo costituente, un organismo che, a suo dire, guiderà la prossima fase di governance e ricostruzione nel territorio devastato dalla guerra.

La Casa Bianca ha affermato che il comitato esecutivo costituente, composto da sette membri, è formato da persone con “esperienza in diplomazia, sviluppo, infrastrutture e strategia economica”.

Ha specificato che ciascun membro del consiglio sarebbe stato responsabile di una serie di compiti fondamentali per la stabilizzazione di Gaza”, tra cui lo sviluppo delle capacità di governance, le relazioni regionali, la ricostruzione, l’attrazione di investimenti, i finanziamenti su larga scala e la mobilitazione di capitali”.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro chi sarebbe stato responsabile di quali priorità.

Nella sua dichiarazione la Casa Bianca ha anche annunciato la nomina di due controversi consiglieri senior che riferiranno al comitato e supervisioneranno “la strategia e le operazioni quotidiane”.

Ha inoltre nominato un Alto Rappresentante per Gaza, annunciato i membri di un Consiglio Esecutivo separato per Gaza e indicato il comandante della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), un organismo la cui composizione resta avvolta nell’incertezza da mesi.

Gli annunci hanno immediatamente attirato critiche da parte di analisti e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, che hanno sottolineato come nessuno dei suoi membri più importanti sia palestinese e come quasi tutti i componenti siano strettamente legati a Israele.

Non c’è stata alcuna risposta immediata da parte di Hamas, che in precedenza aveva dichiarato di essere pronta ad abbandonare i suoi compiti di governo nell’enclave, come delineato nel piano di Trump di ottobre.

Tuttavia la Jihad Islamica, la seconda organizzazione più rappresentativa a Gaza, ha criticato la composizione del consiglio, affermando che le nomine “sono in linea con le direttive israeliane” e servono gli interessi di Israele.

Chi sono i sette membri del consiglio esecutivo fondatore?

Marco Rubio

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio è stato indicato come primo membro del comitato esecutivo fondatore.

Da sempre sostenitore di Israele, Rubio si è ripetutamente opposto all’imposizione di vincoli agli aiuti militari statunitensi al Paese.

Come senatore, Rubio ha sponsorizzato il Combating BDS Act per contrastare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni che prendeva di mira Israele, sostenendo che boicottaggi e sanzioni discriminassero ingiustamente Israele e ne minassero la sicurezza e la posizione diplomatica.

All’indomani degli attacchi del 7 ottobre ha ripetutamente sostenuto gli attacchi israeliani a Gaza, definendo la guerra cruciale per la sicurezza di Israele.

Ha ripetutamente sostenuto che Hamas deve essere “sradicata” e ha respinto le indagini internazionali sulla condotta dell’esercito israeliano.

Dal momento della sua nomina a Segretario di Stato Rubio ha ribadito questa posizione, ma ha elogiato la prima fase dell’accordo di cessate il fuoco come il piano “migliore” e “unico”.

Jared Kushner

Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti, ha acquisito notorietà internazionale nel 2020 come uno degli artefici dell’ampiamente deriso “Accordo del Secolo” [piano di pace presentato da Donald Trump nel 2020 per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Proponeva uno Stato palestinese limitato, Gerusalemme come capitale indivisa di Israele e il mantenimento delle colonie israeliane in Cisgiordania, ndt.].

Nonostante non avesse alcuna esperienza pregressa in politiche di governo o relazioni internazionali il suo controverso piano prevedeva l’annessione di ampie zone della Cisgiordania occupata e della Valle del Giordano in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese disarticolato, senza alcun controllo sui propri confini o spazio aereo.

Kushner si è scagliato contro i palestinesi quando hanno respinto il piano, definendoli “stupidi” e persino consigliando loro di “farsi una doccia fredda” e di valutarlo più attentamente.

L’anno scorso il piano ampiamente screditato di Trump di espellere con la forza i palestinesi e trasformare Gaza in una “riviera” di proprietà degli Stati Uniti riecheggiava quasi parola per parola i progetti precedentemente prospettati da Kushner per l’enclave.

Kushner ha lanciato per primo l’idea nel 2024 durante un discorso all’Università di Harvard, affermando che avrebbe “fatto del suo meglio per far evacuare la popolazione e poi ripulire la zona”.

“La proprietà costiera di Gaza potrebbe essere molto preziosa… se le persone si concentrassero sulla creazione di mezzi di sostentamento”, affermò all’epoca.

Secondo il piano ai palestinesi sarebbero stati pagati 5.000 dollari per lasciare la loro terra e Gaza sarebbe stata trasformata con la creazione di resort di lusso e isole artificiali.

Steve Witkoff

Steve Witkoff, un miliardario imprenditore immobiliare ebreo-americano, non aveva alcuna formazione diplomatica ufficiale prima di essere nominato inviato di Trump in Medio Oriente. Ma il 68enne ha ricevuto ampi elogi per aver portato a termine l’accordo di cessate il fuoco di ottobre.

Durante un incontro con i leader di Hamas a Sharm el-Sheikh, Witkoff ha condiviso nel corso dei negoziati con Khalil al-Hayya, alto dirigente dell’organizzazione palestinese, il dolore per la perdita del figlio a causa di un’overdose [Witkoff ha ricordato l’episodio, avvenuto nel 2011, nel formulare le condoglianze a Khalil al-Hayya per la morte del figlio, rimasto ucciso da un raid delle forze armate israeliane a Doha, ndt.].

All’inizio di questo mese Witkoff ha annunciato l’inizio della seconda fase del piano di Trump per porre fine alla guerra a Gaza, aggiungendo di aspettarsi che Hamas “rispettassei pienamente i suoi obblighi” previsti dall’accordo, altrimenti avrebbe dovuto affrontare “gravi conseguenze”.

Tony Blair

L’ex Primo Ministro britannico Tony Blair era stato a lungo indicato come potenziale membro del comitato che avrebbe supervisionato la situazione di Gaza nel dopoguerra, nonostante avesse trascinato il suo Paese nella disastrosa invasione e occupazione dell’Iraq del 2003.

A parte il suo ruolo nella guerra in Iraq, il suo mandato come inviato di pace in Medio Oriente non è riuscito a raggiungere una soluzione di pace duratura per Israele-Palestina ed è stato ampiamente criticato da entrambe le parti.

Dopo aver lasciato la carica, l’organizzazione di consulenza di Blair, il Tony Blair Institute (TBI), è stata oggetto di ampie critiche per aver fornito assistenza a una serie di governi autocratici, tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

L’istituto ha smentito le notizie secondo cui Blair avrebbe fornito consulenza al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi nel 2014, dopo che il generale aveva deposto il primo leader democraticamente eletto del Paese, Mohamed Morsi.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato agli insediamenti illegali israeliani e a una rete islamofoba americana.

Da quando ha lasciato l’incarico Blair è stato anche sponsor onorario della filiale britannica del Jewish National Fund (JNF) di Israele, che ha dovuto affrontare pesanti critiche per le sue attività, tra cui la donazione di 1 milione di sterline (1,15 milioni di euro) a quella che è descritta come “la più grande milizia di Israele”, e la cancellazione della Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI è stato più recentemente associato a un piano postbellico per Gaza, ampiamente disapprovato, che prevedeva la trasformazione della Striscia in un centro commerciale e lo sfollamento forzato dei palestinesi dall’enclave devastata dalla guerra.

Ajay Banga

Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, è uno dei due esperti finanziari che entrano a far parte del comitato esecutivo costituente.

Dopo aver iniziato la sua carriera presso Nestlé India, ha poi svolto un ruolo decisivo nel lancio dei franchising di fast food di PepsiCo, Pizza Hut e KFC in India, durante la liberalizzazione dell’economia del paese.

In seguito ha svolto il ruolo di consulente per diversi politici statunitensi, tra cui l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per essere poi nominato nel 2023 alla guida della Banca Mondiale dall’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Nel 2024 Banga ha elogiato il Primo Ministro indiano Narendra Modi per quella che ha definito la costruzione di un solido rapporto con gli Stati Uniti.

Anni prima Banga aveva ricevuto il Padma Shri, una delle più alte onorificenze indiane, precedentemente conferita dal governo indiano a Jawaharlal Nehru.

Marc Rowan

L’imprenditore miliardario Marc Rowan è l’altro esperto finanziario che entrerà a far parte del consiglio direttivo

In qualità di amministratore delegato di Apollo Global Management, la sua società di investimento privato, è fortemente impegnato in attività commerciali in Israele.

La sua società ha precedentemente collaborato con aziende come Phoenix Holdings, ora nota come Phoenix Financial, che, secondo i dati consultati da Middle East Eye, nel marzo 2025 deteneva azioni di società accusate dalle Nazioni Unite di operare in insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati.

In diverse interviste Rowan, 63 anni, si è definito un “orgoglioso sostenitore dello Stato di Israele” e ha definito Israele un “rifugio” per gli ebrei.

Attualmente è presidente del consiglio di amministrazione della UJA-Federation di New York, una delle più grandi organizzazioni filantropiche locali al mondo, che avrebbe inviato fondi a organizzazioni che sostengono le colonie israeliane.

Nell’ottobre 2023, diverse settimane dopo che la sua alma mater, l’Università della Pennsylvania, aveva organizzato un festival pro-palestinese, Rowan chiese le dimissioni del preside e del presidente del consiglio di amministrazione dell’università.

Nonostante l’evento si sia tenuto settimane prima degli attentati del 7 ottobre, entrambi i funzionari si sono poi dimessi.

Nel dicembre 2025, durante una raccolta fondi che raccolse circa 57 milioni di dollari per cause pro-Israele, Rowan ha accusato Zohran Mamdani, che si stava candidando a sindaco di New York, di essere un “nemico” degli ebrei .

Mamdani ha poi vinto la competizione con una vittoria schiacciante diventando sindaco di New York.

Robert Gabriel

Anche Robert Gabriel, relativamente sconosciuto, è stato nominato nel comitato esecutivo.

Gabriel è stato consulente politico nella prima campagna presidenziale di Trump e durante le rivolte del 6 gennaio scrisse un messaggio a una persona anonima, dicendo: “Sono sicuro che il POTUS [il Presidente degli Stati Uniti] sia entusiasta di questo“.

Secondo Politico Gabriel ha lavorato a stretto contatto con la responsabile dello staff Susie Wiles in qualità di “consigliere principale” e durante la campagna presidenziale del 2024 è stato il suo assistente.

Chi sono i consulenti senior nominati nel “Consiglio per la Pace“?

La Casa Bianca ha annunciato che sono stati nominati anche due consulenti senior per gestire la strategia e le operazioni quotidiane del Consiglio per la Pace: Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum.

Lightstone è stato consulente senior di David Friedman, un convinto difensore del movimento israeliano delle colonie illegali, quando questi era ambasciatore degli Stati Uniti in Israele tra il 2017 e il 2021.

È stato anche un ex direttore esecutivo di Shining Light, un’organizzazione statunitense per la raccolta fondi legata alla destra israeliana.

Secondo Haaretz Lightstone è stato anche profondamente coinvolto nella creazione della controversa Gaza Humanitarian Foundation.

Meno noto al grande pubblico è Gruenbaum, descritto dalla Casa Bianca come consulente senior responsabile del coordinamento operativo.

Tuttavia Gruenbaum è noto per aver collaborato con Kushner al piano “riviera” di Trump per Gaza.

Chi è l’Alto Rappresentante per Gaza?

La Casa Bianca ha anche annunciato che l’ex inviato delle Nazioni Unite Nikolay Mladenov è stato nominato Alto Rappresentante per Gaza e fungerà da collegamento chiave tra il Consiglio Esecutivo Costituente per Gaza e il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato tecnico composto da funzionari palestinesi che dovrebbe gestire l’enclave.

Mladenov, che risiede negli Emirati Arabi Uniti, ha stretto buoni rapporti con Kushner quando quest’ultimo stava negoziando gli Accordi di Abramo del 2020, che hanno visto Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan normalizzare i rapporti con Israele, come precedentemente riferito a MEE da funzionari arabi e occidentali.

Kushner ha dichiarato al New York Times che l’amministrazione Trump ha dato fiducia al diplomatico bulgaro durante i negoziati e ha tenuto conto dei suoi commenti costruttivi”.

Cos’è il Consiglio Esecutivo per Gaza?

La Casa Bianca ha anche nominato un “Consiglio Esecutivo per Gaza” composto da 11 membri, incaricato di garantire il coordinamento regionale e internazionale.

Non è chiaro quali responsabilità avrebbero il consiglio o i suoi membri.

Secondo l’elenco pubblicato dalla Casa Bianca il consiglio include Blair, Kushner, Rowan e Witkoff, molte delle stesse figure presenti nel consiglio esecutivo.

Il Consiglio Esecutivo per Gaza comprenderebbe anche alti funzionari degli Stati della regione, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il funzionario dell’intelligence egiziana Hassan Rashad e il ministro degli Emirati Arabi Uniti Reem al-Hashimy.

Anche Sigrid Kaag, politica olandese e coordinatrice delle Nazioni Unite a Gaza, è stata nominata per un ruolo.

Il canale israeliano Channel 12 ha riferito che anche l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, che ha avuto stretti legami con Blair e Kushner, avrebbe fatto parte del consiglio.

Cos’è il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza?

Istituito a ottobre nell’ambito del piano di pace in 20 punti di Trump per Gaza.

Annunciato formalmente il 15 gennaio, i suoi membri devono ancora essere confermati ufficialmente, ma, secondo un elenco visionato da MEE, il comitato sarà guidato da Ali Shaath, ex viceministro palestinese per la pianificazione.

Parlando ai giornalisti il ​​18 gennaio Shaath ha affermato che l’organismo cercherà di ripristinare i servizi essenziali a Gaza e di coltivare una società “radicata nella pace”.

“Sotto la guida del Consiglio per la Pace, presieduto dal Presidente Donald J. Trump, e con il supporto e l’assistenza dell’Alto Rappresentante per Gaza, la nostra missione è quella di ricostruire la Striscia di Gaza non solo nelle infrastrutture, ma anche nello spirito”, ha affermato Shaath.

Ha aggiunto che il NCAG si concentrerà sul rafforzamento della sicurezza nell’enclave, di cui poco meno della metà è controllata da Hamas.

In seguito all’accordo di cessate il fuoco di ottobre Israele controlla almeno il 53% di Gaza occupando il territorio a est di un confine invisibile e in continua espansione noto come “Linea Gialla”.

Secondo l’elenco visionato da MEE gli altri membri dell’NCAG includono Omar Shamali, che supervisionerà le comunicazioni, Abdul Karim Ashour, incaricato dell’agricoltura, Aed Yaghi, responsabile del malandato sistema sanitario dell’enclave, e Aed Abu Ramadan, che guiderà l’industria e l’economia.

L’elenco indica inoltre che Jabr al-Daour si occuperà delle questioni relative all’istruzione, Bashir al-Rayes delle finanze, Ali Barhoum dell’acqua e dei comuni, Hanaa Tarzi dei soccorsi e della solidarietà e Adnan Salem Abu Warda della magistratura.

Precisa inoltre che Rami Tawfiq Helles si occuperà delle dotazioni e degli affari religiosi, Osama Hassan al-Saadawi supervisionerà l’edilizia abitativa e i lavori pubblici, mentre Samira Helles si occuperà dell’energia e dei trasporti.

Infine Sami Nasman, alto funzionario della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in pensione e critico di lunga data di Hamas, diventerà ministro della sicurezza.

Nel 2015 un tribunale di Gaza aveva condannato Nasman in contumacia a 15 anni di carcere per aver istigato al “caos” e presumibilmente orchestrato tentativi di assassinio contro i leader di Hamas.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’economia genocida di Israele è giunta al limite? (II parte)

Amos Brison

16 dicembre 2025 – +972 Magazine

L’economista Shir Hever spiega come la mobilitazione per la guerra a Gaza abbia puntellato un’‘economia zombie’ che in apparenza funziona ma non ha futuro.

Segue dalla I parte

Come si manifesta nella vita quotidiana degli israeliani la situazione economica che descrive?

C’è una notevole differenza tra come la borsa o la moneta stanno rispondendo e come ne sta concretamente risentendo il livello di vita.

Un recente articolo del quotidiano finanziario israeliano The Market ha calcolato a 111.000 shekel il costo della guerra per famiglia (confrontando il tasso di crescita medio dell’economia israeliana con il tasso di crescita reale negli ultimi due anni). Ciò corrisponde a circa 30.000 €, una cifra molto alta.

Se hai oltre il 40% delle famiglie israeliane che spende più di quello che sta guadagnando ogni mese, esse sono già in crisi. Si stanno sempre più indebitando di mese in mese solo per tenere la testa fuori dall’acqua, spendendo per il cibo e per pagare l’affitto, ecc.

L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale non ha ancora neppure pubblicato il suo rapporto 2024 sulla povertà, ma un rapporto alternativo dell’organizzazione della società civile Latet ha scoperto che molti israeliani non ufficialmente classificati come al di sotto del livello di povertà sono tuttavia in grave crisi. Nel 2025 la percentuale di persone che non riescono a comprare cibo sufficiente, classificate come soggetti con insicurezza alimentare, si aggira intorno al 29%. Il rapporto descrive la situazione come uno “stato di emergenza”.

Da anni una grande percentuale di famiglie israeliane sa di essere “in passivo”, ad esempio con i conti bancari in rosso e compra a credito. Gli israeliani non sono già abituati a questa situazione? Cos’è cambiato durante la guerra?

Negli ultimi 5 anni la percentuale di famiglie israeliane che comprano a credito e con i conti bancari in rosso è circa del 40%, ma durante la guerra si sono notate due differenze.

Primo, i prodotti che la gente compra a credito sono meno quelli di lusso e più quelli per le necessità fondamentali. Secondo, c’è una differenza tra le famiglie che conservano un livello più o meno costante di debiti con le banche e che pagano gli interessi ogni mese e quelle i cui debiti aumentano ogni mese e delle quali crescono pure i pagamenti per gli interessi finché sono obbligate a vendere i propri averi. Durante la guerra queste ultime sono aumentate sempre di più.

E nel contempo tutto il denaro, gli sforzi e le risorse del governo vanno alla guerra. Ovviamente le persone ne risentono. Il costo della vita cresce e il livello dei servizi pubblici sta crollando in termini di qualità dei trasporti, dei servizi sanitari ed educativi. Le entrate stanno diminuendo per quasi tutti tranne che per i riservisti, e loro, come abbiamo detto, non stanno spendendo più di quello che guadagnano.

Cosa dice riguardo al fatto che gli investimenti stranieri rimangono alti, in particolare le grandi “uscite” [vendite di quote da parte di un imprenditore o di un investitore, con conseguente “uscita” dall’investimento, ndt.] del settore tecnologico? Ciò non riflette il fatto che il modello economico israeliano, benché distorto, è sostenibile?

A parte le “uscite” di giganti come Wiz [impresa della cybersicurezza comprata da Google, ndt.], la variazione netta degli investimenti è negativa, molto negativa. Gli investimenti sono drasticamente scesi, soprattutto nel settore tecnologico.

Ma anche se si guardano da vicino queste uscite, si vedrà che l’importo che ci si aspetta che il governo israeliano ne raccolga in tasse è incredibilmente ridotto in confronto alle dimensioni dell’accordo.

Nel settore tecnologico è molto comune che i lavoratori abbiano stock option, il che significa che i dipendenti, soprattutto quelli ben pagati, come i programmatori, di fatto posseggono azioni della società. Quindi, se un’impresa straniera come Google compra le azioni, le sta comprando in realtà da loro. Di conseguenza stanno diventando ricchi, ma non spendono quel denaro in Israele, perché se ne stanno andando. Il denaro viene portato all’estero.

Queste uscite sono fondamentalmente una fuga del settore tecnologico israeliano dal Paese. Queste imprese hanno già un piede fuori e anche l’altro, ancora in Israele, vuole uscirne.

Ho sentito descrivere il comportamento di Israele durante la guerra a Gaza come una forma di keynesismo [investimento da parte dello Stato per riattivare l’economia, ndt.] militare, suggerendo che sarebbe un approccio economico per lo meno in qualche modo sostenibile. Potrebbe approfondire questo aspetto?

È in primo luogo importante notare che in nessuna parte del mondo nel XXI secolo c’è qualcosa come il keynesismo militare.

È una teoria che è stata sviluppata principalmente negli anni ’60 del ‘900 durante la Guerra Fredda, e, in modo oscuro e macabro, aveva in un certo modo senso. Fondamentalmente i governi degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale crearono lavoro in modo artificioso spendendo moltissimo denaro in armamenti invece che in welfare, educazione e in una società sana, e convinsero l’opinione pubblica ad assecondarli per paura della distruzione nucleare.

Ma, dato che il valore produttivo delle armi è zero, di fatto negativo in quanto le armi distruggono invece di produrre, ciò funzionò solo per un breve periodo di tempo. Negli anni ’70 questo provocò una crisi, ed è stato allora che nacque il neoliberismo e disse che anche le spese militari dovessero essere tagliate.

Ora il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha accolto questa fantasticheria secondo cui “Ehi, qual è il problema? Torniamo ai bei vecchi tempi dei ’60 e creiamo una Nazione in uniforme e invece di mandare la gente a lavorare andranno a fare i riservisti nell’esercito.” Ma, semplicemente, non si può tornare indietro.

La ragione è che negli anni del keynesismo militare il commercio globale era una frazione di quello che è oggi. Le aziende di beni di consumo che stavano soffrendo perché la gente aveva un reddito disponibile minore semplicemente non avrebbero potuto trasferirsi in un altro Paese. Oggi alcuni israeliani sono effettivamente bloccati in Israele per ragioni personali, di salute e familiari e non hanno scelta se non fare parte di un’economia militarista, anche se il loro livello di vita sta peggiorando. Ma i capitali non hanno questi limiti e possono spostarsi in altri Paesi.

Cosa ne dice del Sudafrica durante l’apartheid e della Russia oggi? Israele non potrebbe emulare questi regimi nel modo in cui modifica la sua economia per poter rimanere bellicoso?

Prima di tutto non dimentichiamo che il regime di apartheid del Sud Africa alla fine è crollato. Ma per anni è riuscito ad autosostenersi nonostante boicottaggi generalizzati perché era ricco di risorse naturali e aveva un’economia relativamente sostenibile. Sicuramente questo non è il caso di Israele, che dipende molto dal commercio estero e non può mantenere la popolazione in uno stato di allerta militare permanente.

In tutti i suoi settori Israele dipende dall’importazione di energia, materie prime, tecnologia, componentistica e prodotti finiti, e dipende anche dalle esportazioni per finanziarsi e ottenere la valuta estera necessaria per continuare a importare.

Riguardo alla Russia, quello che secondo me spiega la sua capacità di sostenere la sua economia è la vendita di armi, così come di petrolio e altre risorse naturali, ad altri Paesi. E qui penso risieda la principale differenza tra la Russia e Israele. Perché la Russia, come risultato della guerra in Ucraina, ha di fatto esteso la sua influenza internazionale. Ci sono Paesi come la Cina, l’India, l’Iran e la Turchia che vedono un potenziale nell’intensificazione dei rapporti con la Russia, mentre al contrario in seguito alla guerra Israele non sta esattamente prosperando a livello diplomatico e nei fatti si sta isolando dai suoi stessi alleati.

Israele ha cercato di costruire nuove alleanze e collaborazioni commerciali al di fuori dell’Occidente, ma ha in gran parte fallito. L’Europa rimane il più grande partner commerciale di Israele, seguita dagli Stati Uniti. Gli Accordi di Abramo [con alcuni Paesi arabi, ndt.] sono stati presentati come una nuova frontiera dell’influenza e delle alleanze di Israele, ma in pratica sono poco più di una collaborazione che precedeva gli accordi e che riguarda gli armamenti. Ma dopo che, in seguito all’attacco israeliano a Doha, gli EAU [Emirati Arabi Uniti] hanno bandito le imprese israeliane dalla fiera delle armi di Dubai, resta da vedere cosa ne è rimasto degli Accordi di Abramo.

Fino a poco tempo fa lei era anche il coordinatore del comitato ufficiale del movimento BDS per l’embargo militare. Quindi sono curioso di sentire la sua opinione riguardo a che punto è la campagna per l’embargo delle armi a Israele dopo due anni di guerra, e in futuro.

Nel 2022, quando ho iniziato a lavorare, credevo fermamente nella campagna per l’embargo militare, ma pensavo che probabilmente sarebbe stata l’ultima (del BDS) ad aver successo a causa del fatto che i singoli individui non possono realmente boicottare le armi. Mi aspettavo di vedere [avere successo] prima le campagne di boicottaggio contro le imprese di beni di consumo e poi di disinvestimenti e infine, quando le sanzioni fossero aumentate, avremmo potuto assistere a un embargo militare.

Quindi stavo progettando a lungo termine. Ma poi, quando Israele ha iniziato a commettere il genocidio, mi sono trovato attorno a un tavolo con ministri di diversi governi a dire loro che è illegale che i loro Paesi commercino armi con Israele. E loro si agitavano sulle sedie e non potevano far altro che concordare che era un dato di fatto.

Quindi si sono trovati in una situazione veramente difficile e molti governi in effetti si sono attivati. Non abbastanza e non abbastanza in fretta, possiamo sempre chiedere di più e lo dovremmo fare, ma se guardo anche solo il ritmo al quale le azioni per l’embargo sulle armi sono cresciute nei diversi Paesi, soprattutto nel Sud globale ma anche in Europa, è veramente incredibile.

E non è comparabile con altri casi di genocidio. Certo, alla maggioranza dei Paesi non importa davvero molto delle proprie relazioni con il regime rwandese, quindi hanno rispettato le leggi internazionali e imposto un embargo militare. Ma ci sono stati Paesi, come Israele, che hanno rotto l’embargo e sono stati puniti per questo. Ora, tuttavia, vediamo che in Paesi che non hanno imposto l’embargo militare, i lavoratori portuali stanno dicendo nei porti: “Bene, in questo caso abbiamo l’obbligo giuridico e morale di non caricare le armi sulle navi.”

E gli Stati Uniti, che sono il più grande fornitore di armi a Israele, e ovviamente sono più complici e più interessati a prolungare il genocidio, hanno ancora un grave problema logistico perché le armi devono passare attraverso l’Europa nel loro viaggio verso Israele. Non è tecnicamente possibile fare altrimenti. A causa di ciò è stato colpito il trasferimento persino di armi USA a Israele.

Come prevede che sarà lo sviluppo dell’economia israeliana nei prossimi anni?

Se sapessi come prevedere lo sviluppo economico sarei molto ricco. Ma penso che dovremmo prestare attenzione alla fine dell’anno, quando il ministero delle Finanze fa un resoconto di quanto il governo spende realmente per la guerra rispetto ai suoi impegni in base al bilancio 2025. Mi aspetto che molti investitori e istituzioni internazionali perderanno fiducia.

A lungo termine, mentre la banca centrale israeliana ha messo in guardia che l’economia si riprenderà lentamente, se non per nulla, l’opinione pubblica si aspetta una ripresa rapida. La delusione colpirà duramente la società israeliana, e se tutto ciò darà come risultato una maggiore emigrazione di persone altamente professionalizzate, entro 2-3 anni l’esercito israeliano smetterà di funzionare come un esercito moderno.

Possiamo già vedere segnali di questo nella crisi della disciplina militare. Alcune unità adottano emblemi propri, agiscono nella totale impunità e seguono catene di comando informali. In Cisgiordania sempre più spesso i soldati si uniscono alle milizie dei coloni e partecipano ai pogrom contro i palestinesi. E mentre migliaia di soldati crollano dal punto di vista mentale e morale e altre migliaia lasciano il Paese, il governo risponde aumentando le paghe ai riservisti. Il risultato è una specie di forza mercenaria che si sposta da un’unità all’altra invece di prestare servizio in una struttura coerente e disciplinata. In questo senso la disintegrazione della società israeliana si riflette sempre più nel suo esercito.

Amos Briton è un giornalista di +972 che vive a Berlino.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)





L’economia genocida di Israele è giunta al limite? (I parte)

Amos Brison

16 dicembre 2025 – +972 Magazine

L’economista Shir Hever spiega come la mobilitazione per la guerra a Gaza abbia puntellato un’‘economia zombie’ che in apparenza funziona ma non ha futuro.

Dall’ottobre 2023 Israele ha affrontato un insieme di contraccolpi economici. In seguito alle ostilità con Hamas ed Hezbollah decine di migliaia di persone sono sfollate dalle regioni di confine a sud e a nord, mentre decine di migliaia di riservisti sono stati esclusi dal mercato del lavoro per un lungo periodo, lasciando settori chiave con carenza di personale e una riduzione della produttività. Servizi pubblici, educazione e sanità sono peggiorati in quanto le finanze dello Stato sono state destinate alla guerra e circa 50.000 attività economiche sono fallite.

La fuga di capitali, soprattutto nel settore della tecnologia avanzata, insieme a un crescente ricorso a finanziamenti esteri, ha aggiunto una pressione significativa sull’economia, e si prevede che nel 2025 il debito arrivi al 70% del PIL. Anche la posizione internazionale di Israele si è indebolita: partner commerciali una volta stabili se ne sono andati, sanzioni e boicottaggi si sono estesi e importanti investitori hanno iniziato a rivolgersi altrove. Un rapporto sulla povertà annuale pubblicato l’8 dicembre dall’ONG israeliana Latet sottolinea la profondità della crisi sociale. Dall’inizio della guerra le spese familiari sono notevolmente aumentate, quasi il 27% delle famiglie e oltre 1/3 dei bambini ora subiscono un’“insicurezza alimentare”, circa 1/4 dei percettori di aiuti sono “nuovi poveri” spinti verso l’indigenza negli ultimi due anni.

Eppure l’economia israeliana nel contempo ha anche mostrato segni di resilienza. Dall’inizio della guerra lo shekel si è rivalutato di circa il 20% rispetto al dollaro USA e la borsa valori di Tel Aviv ha raggiunto livelli record, in parte grazie al sostegno delle spese di guerra e dell’intervento della banca centrale.

Per dare un senso a questi segnali apparentemente contraddittori — mercati in aumento insieme a un aggravamento della crisi sociale ed economica — è necessario vedere al di là dei tradizionali indicatori. L’ economista e attivista del BDS Shir Hever sostiene che ora Israele sta operando in quello che lui chiama un’“economia zombie”, che viene mantenuta in movimento attraverso massicce spese militari, credito estero e negazionismo politico.

Per oltre vent’anni Hever ha esaminato i legami tra l’economia israeliana, il militarismo e l’occupazione. In un’intervista a +972 Magazine egli spiega perché la crisi economica di Israele non può essere misurata solo in termini di PIL o inflazione e perché i pilastri che una volta sostenevano la sua crescita — investimenti esteri, innovazione tecnologica e integrazione a livello globale — hanno iniziato a venire erosi. Discute anche dell’illusione di un’economia di guerra sostenibile, del costo sociale ed economico di una prolungata mobilitazione di massa e di come il crescente isolamento di Israele sui mercati globali possa segnalare l’inizio di un declino a lungo termine.

L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Per iniziare, se riteniamo che la guerra a Gaza, nel modo in cui è stata combattuta negli ultimi due anni, sia finalmente terminata, si prevede che l’economia israeliana si riprenda, e, in questo caso, come ciò potrebbe avvenire?

Penso che prima sia importante chiedere: riprendersi da cosa?

Il problema dell’economia israeliana è sfaccettato. Primo, c’è un danno diretto alla produttività a causa dello spostamento di decine di migliaia di nuclei famigliari da zone vicino ai confini con Gaza e il Libano e dei danni inflitti direttamente in quelle aree da missili e razzi.

Secondo, il reclutamento di circa 300.000 soldati della riserva per un periodo di tempo molto lungo ha provocato un notevole calo della partecipazione al mercato del lavoro. Ciò ha anche annullato innumerevoli giorni di formazione investita in questi lavoratori in un momento in cui i mezzi per formare e addestrare i loro sostituti sono lungi dalla piena funzionalità.

Terzo, la classe media istruita israeliana sta cominciando a prendere in considerazione l’idea di emigrare, e decine di migliaia di famiglie l’hanno già fatto.

Quarto, la crisi finanziaria: molti israeliani hanno portato all’estero i propri risparmi per prevenire l’inflazione, insieme a una perdita di valore della moneta israeliana, un crollo dell’affidabilità creditizia di Israele e un incremento degli interessi da pagare per compensare il rischio.

Poiché le risorse sono state spostate sulla guerra —con i dati dello stesso governo che dimostrano che ha comprato a credito un valore di decine di miliardi di dollari in armamenti — la qualità dei servizi pubblici e dell’educazione superiore è drammaticamente peggiorata. Nella sua storia Israele non è mai stato così vicino a raggiungere una spirale del debito (una situazione in cui lo Stato è obbligato a chiedere prestiti per coprire il pagamento degli interessi su prestiti precedenti).

Infine, e ciò è molto importante, il marchio Israele è diventato tossico. Deve affrontare boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni a un livello mai visto finora. Le imprese israeliane scoprono che all’estero ex-partner in affari evitano di trattare con loro.

Ho letto un articolo su Ynet [versione in rete e in ebraico del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, ndt.] in cui intervistano alcuni uomini d’affari israeliani che hanno raccontato come si sentano isolati e come le loro controparti commerciali, persino quelle di lunga data, affermino di non volerne più sapere di loro. Raccontano come, persino in “Paesi molto amichevoli (con Israele)” gli è stato detto “per favore, cancellate ogni traccia di questo incontro, non vogliamo che qualcuno sappia che vi abbiamo incontrati.” Molto probabilmente si riferivano alla Germania, in quanto prima dell’intervista c’era appena stata a Berlino la fiera IFA [di prodotti di alta tecnologia, ndt.].

Negli ultimi mesi lei ha descritto l’economia israeliana durante la guerra contro Gaza come un’“economia zombie”. Ci può spiegare cosa intende con questo?

La chiamo un’economia zombie nel senso che si muove ma non è consapevole del proprio stato di crisi o della sua imminente morte.

Un’economia capitalistica è basata sull’idea di un orizzonte futuro costante. Non puoi avere un mercato capitalista senza investimenti, e gli investimenti sono basati sull’idea che investi il denaro ora per ricavare un profitto nel futuro. Ma in Israele il governo ha approvato un bilancio slegato dalla spesa reale, portando fuori controllo il debito e la bozza del bilancio per il prossimo anno è altrettanto illusoria.

Nel contempo molte delle persone più talentuose e istruite stanno lasciando il Paese perché non vogliono far crescere i propri figli lì. Questo è l’esatto opposto di un orizzonte futuro, uno Stato che pianifica a brevissimo termine invece che sul lungo periodo.

Così, mentre in superficie può sembrare che l’economia stia funzionando, ciò è in buona misura dovuto al fatto che importanti settori della popolazione sono stati mobilitati nella riserva, armati, equipaggiati, alimentati e trasportati per sostenere la guerra. La guerra è la principale attività economica che il governo sta intraprendendo. Persino ora, due mesi dopo il cosiddetto cessate il fuoco di Trump, non c’è stato un massiccio ritorno dei riservisti alla vita civile.

Haaretz ha calcolato che la distruzione della Striscia di Gaza è il più grande progetto ingegneristico nella storia di Israele. La quantità di cemento, materiale da costruzione, veicoli e carburante che sono stati utilizzati supera la costruzione di HaMovil HaArtzi (l’acquedotto nazionale), che è stato il grande progetto infrastrutturale degli anni ’50, e del muro di separazione in Cisgiordania, il grande progetto ingegneristico dell’inizio degli anni ‘2000. Quindi questa è veramente un’economia che sembra funzionare, ma senza alcuna proiezione verso il futuro. E’ fondata su un’illusione.

Presumibilmente tutti i riservisti che hanno combattuto durante la guerra e tutte le persone che sono state sfollate dalle proprie case nel sud e nel nord prima o poi torneranno sul mercato del lavoro. Ciò potrebbe consentire a Israele di sfuggire a una crisi economica?

In primo luogo molti di questi riservisti semplicemente non avranno un lavoro a cui tornare perché più di 46.000 attività economiche sono fallite durante la guerra.

C’è anche l’aspetto psicologico. Non sono qualificato per rispondere a quello che succederà quando queste persone cercheranno di riprendere la vita civile, ma l’impatto probabilmente sarà drammatico. Faranno uso della violenza ogni volta che qualcosa li innervosirà, come hanno fatto per centinaia di giorni a Gaza? Avranno bisogno di un enorme quantità di trattamenti psicologici per gestire il trauma e il senso di colpa? Stiamo già vedendo il suicidio di molti soldati.

Si ricordi che ci sono anche persone che non hanno passato tempo a stare al passo con gli sviluppi delle loro professioni e invece hanno commesso un genocidio a Gaza, quindi anche questo rientra nella crisi tecnologica ed educativa. Le iscrizioni all’università non hanno tenuto il passo della crescita della popolazione, il che significa che a lungo termine Israele sta per diventare meno istruito.

Poi c’è circa 1/4 di milione di israeliani sfollati dalle proprie case vicino al confine con Gaza o il Libano che hanno vissuto per oltre un anno in hotel. Hanno vissuto con il presupposto che in qualunque momento gli sarebbe stato chiesto di tornare. È molto difficile trovare un nuovo lavoro in queste condizioni, in quanto la loro indennità dipende dalla loro volontà di tornare alle comunità d’origine. In altre parole hanno dovuto scegliere tra obbedire alle condizioni poste dal governo o rinunciare all’indennità e lasciare il Paese, cosa che effettivamente alcuni di loro hanno fatto.

Tuttavia vediamo che la borsa israeliana sta raggiungendo nuovi picchi e lo shekel è stabile. Come lo spiega?

È importante notare che il mercato azionario non va solo in una direzione. Per esempio è sceso dopo il “discorso di Sparta” di Netanyahu [in cui ha dichiarato che Israele è sempre più isolato, è circondato da nemici e deve basarsi sulla propria industria bellica, ndt.] a settembre. La gente si è fatta prendere davvero dal panico quando lo ha detto, perché ha riconosciuto in una certa misura che Israele è stato colpito da sanzioni e boicottaggi e dall’isolamento economico. È stata una puntura di spillo nel palloncino dell’illusione.

Ma ci sono altre ragioni per questo, una delle quali è che Israele ha cambiato le proprie regole riguardo a quanto paga i riservisti, fino al punto che ora vengono stipendiati con 29.000 shekel [oltre 7.000 €] al mese, più del doppio delle retribuzioni medie di mercato e più di quattro volte lo stipendio minimo. Alcuni ufficiali di carriera hanno persino lasciato l’esercito per ritornarvi come riservisti e guadagnare di più.

Questi riservisti non avevano di che spendere tutto questo denaro perché erano a Gaza, quindi li hanno investiti in azioni o messi in una qualche sorta di fondo di garanzia attraverso una banca, il che significa che finiscono di nuovo in azioni. Ciò continua a incanalare sempre più denaro in borsa, quindi ovviamente il mercato azionario è cresciuto. La domanda importante è: da dove viene questo denaro?

Il direttore generale del ministero delle Finanze ha notato che queste paghe ai riservisti non si notano — ancora — nel bilancio della difesa. Lo saranno retroattivamente, e quando ciò avverrà la differenza tra il bilancio approvato e la spesa reale risulterà evidente. Allora prevedo che la valutazione dell’affidabilità creditizia di Israele scenderà e le banche internazionali saranno molto timorose di operare con Israele.

Oltre a questo la massiccia spesa sta anche aumentando l’inflazione mentre la produttività non cresce. Le persone che hanno un reddito disponibile cercano di proteggere i propri risparmi investendo nel crescente mercato azionario, contribuendo alla bolla.

Quindi c’è una specie di stagflazione, in cui l’inflazione è in aumento insieme a un rallentamento dell’economia. La banca centrare israeliana ha gestito questa situazione comprando, soprattutto all’inizio della guerra, una grande quantità di dollari, il che ha creato l’impressione che tutto fosse sotto controllo e che Israele potesse permettersi di continuare a combattere. Questo trucco ha funzionato, soprattutto con gli investitori internazionali.

Ciò ha determinato una situazione molto strana, in cui da una parte gli economisti israeliani, scrivendo in ebraico, stanno dicendo: “Non è assurdo che le agenzie di rating abbiano ridotto il rating di Israele solo di un punto? Credono ancora che il governo ripagherà il suo debito. Quanto possono essere ingenui?” E dall’altra le agenzie di rating, anche se sicuramente leggono i media finanziari israeliani, si rifiutano di reagire.

Credo che sia una forma di complicità dei media finanziari internazionali. Temono che, se riportano i fatti, saranno accusati di essere “anti-israeliani”. Vedono come i governi negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Germania stiano diffondendo menzogne e agendo come se Israele stesse semplicemente attraversando una battuta d’arresto temporanea. Se i media finanziari contraddicessero questi governi rischierebbero la repressione, quindi preferiscono nascondere le notizie ai propri lettori. Sulla base di queste informazioni di parte, anche le agenzie di rating temono di prendere decisioni basate sui fatti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata la situazione oggi (II parte).

Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione pervasiva di sconforto e che la resistenza sta lentamente diventando un ricordo.

A circa 16 km da Hebron c’è il villaggio collinare di Umm al-Khair, tristemente noto come teatro di violenti scontri con i coloni. Eid Siliman Hathaleen, un beduino palestinese e attivista di comunità del villaggio, ha sostenuto che i beduini comprarono quella terra nel 1952, ma i coloni e l’esercito israeliano stanno conducendo un’intensa campagna contro di loro. Alcune case palestinesi sono state demolite mentre i coloni estendono la loro presenza. A ottobre sette nuove case mobili sono comparse di notte in mezzo al villaggio, mentre è giunto un ordine israeliano di demolizione per altre 14 case palestinesi.

Come il resto della Cisgiordania il villaggio è sotto il costante controllo di telecamere, veicoli militari e droni. Mentre stavamo chiacchierando sono arrivati dei soldati israeliani. Hathaleen ha affermato che un’ora prima i pacifisti israeliani che si erano presentati per manifestare solidarietà con gli abitanti del villaggio erano stati portati via dopo che i soldati avevano dichiarato il posto una zona militare chiusa. I soldati ci hanno detto che anche il luogo in cui ci trovavamo era stato dichiarato ora una zona militare chiusa.

Mentre Hathaleen e i giovani soldati discutevano sull’ordine militare ci ha raggiunti un ufficiale di alto grado, pesantemente armato, con un passamontagna nero e occhiali scuri. Esasperato dalla conversazione alla fine ha detto: “Avete 4 minuti. Andatevene. Addio.” Hathaleen, secondo cui i soldati erano arrivati su richiesta dei coloni, ha filmato il battibecco con il telefonino, una provocazione potenzialmente pericolosa, ma che è finita in modo pacifico. Hathaleen ha affermato che suo padre, Siliman Hathleen, anche lui un attivista di comunità che lottava contro le demolizioni, è morto nel 2022 dopo essere stato investito da un camion della polizia israeliana. Suo cugino, Siliman Hathleen, un consulente del documentario che ha vinto l’Oscar No Other Land, a luglio è stato colpito a morte nel villaggio da un colono.

Nei villaggi palestinesi a sud di Nablus rappresentanti delle cooperative agricole e delle organizzazioni femminili ci hanno raccontato degli attacchi dei coloni che scendono dalla cima delle colline per picchiarli, distruggere le proprietà e spargere una polvere bianca velenosa per uccidere le greggi. In un villaggio i contadini, escogitando modi ingegnosi per contrastarli, hanno iniziato a coltivare verdure in barili pieni di terra non contaminata.

È possibile che la rabbia contro le incursioni dell’esercito israeliano e gli attacchi dei coloni, per non parlare della distruzione di Gaza, provochi una risposta su vasta scala, una terza intifada, in Cisgiordania? In un sondaggio di ottobre il Palestinian Center for Policy and Survey Research ha scoperto che il 49% dei palestinesi della Cisgiordania, e il 30% a Gaza, sono ancora favorevoli alla lotta armata come il modo più efficace per arrivare a uno Stato palestinese.

Abdaljawad Omar, assistente in filosofia all’università di Birzeit, che scrive con lo pseudonimo di Abboud Hamayel, è scettico riguardo a questa possibilità. Ha scritto un libro di imminente pubblicazione sulla resistenza palestinese. Egli non sostiene un ritorno alla violenza ma lamenta la fatica e paralisi prevalenti, quello che chiama lo “svuotamento emotivo”. Sostiene: “La rabbia si è trasformata in un risentimento impotente. Oggi in Cisgiordania di rado si lanciano pietre. È una novità… La resistenza sta lentamente diventando un ricordo.”

Nella Seconda Intifada i focolai di resistenza furono i campi profughi, molti dei quali risalgono al 1948, quando circa 750.000 palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle proprie case [che si trovavano] in quello che diventò lo Stato di Israele. All’ingresso del campo profughi di Aida, a Betlemme, c’è un arco sopra il quale poggia una enorme chiave che simboleggia la speranza che un giorno i suoi abitanti potranno tornare in Israele a riprendersi le loro vecchie case. Attorno alle mura del campo ci sono murales che vanno da una commemorazione degli eroi palestinesi, come i giovani lanciatori di pietre e la guerrigliera Leyla Khaled, fino a un poco lusinghiero ritratto del presidente USA Donald Trump. Affrettandosi per andare a pregare un venerdì a mezzogiorno gli abitanti avevano poco tempo per parlare ma erano sprezzanti riguardo al cessate il fuoco a Gaza – Quale cessate il fuoco? – e hanno ridicolizzato il progetto di Trump di una Gaza Riviera.

La chiave di metallo da una tonnellata fissata sull’arco e i murales che celebrano la resistenza sembrano simboli di un tempo passato, un’era che sta sfuggendo, non da ultimo a causa del fatto che il sogno dei profughi di un ritorno alle proprie case d’origine in Israele quasi sicuramente non verrà mai realizzato. Durante la Seconda Intifada in un altro campo profughi a Betlemme avevo intervistato un padre che era fermamente convinto che lui, come gli altri abitanti, non avrebbe lasciato il campo se non per tornare alla sua casa d’origine. Esiste ancora questa irriducibile ostinazione? Un ex-abitante dei campi si è sorpreso sentendo che famiglie che erano state tra le più irremovibili per la prima volta stavano prendendo in considerazione la possibilità di andarsene, logorate, in parte, da disoccupazione, povertà e debiti.

L’esercito israeliano non sta aspettando che se ne vadano. All’inizio dell’anno l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha demolito vaste zone dei tre campi che erano stati all’avanguardia della resistenza durante la Seconda Intifada e fino al 2023, tutti e tre nel nord della Cisgiordania. Israele li descrive come “fulcri del terrorismo”: Tulkarem, Nur Shams e Jenin. I palestinesi dicono che l’esercito israeliano, con volantini e altoparlanti, ha avvertito gli abitanti di Aida e di altri campi che anche questi saranno distrutti, a meno che si comportino bene.

Quando nel 2002 gli israeliani organizzarono un attacco nel campo profughi di Jenin incontrarono una feroce resistenza. All’epoca intervistai un sergente israeliano, Israel Kaspi, un veterano che aveva combattuto durante la guerra dello Yom Kippur del 1973 e in Libano nel 1982 e che mi disse che gli scontri a Jenin erano stati i più intensi a cui avesse mai partecipato. Disse che i palestinesi avevano trasformato il campo profughi in una fortezza. Israele perse 23 soldati mentre combattevano di strada in strada, casa per casa e stanza per stanza, in mezzo a trappole esplosive, ordigni nascosti nei vicoli e in bidoni della spazzatura, dinamite inserita nei muri e palestinesi che sparavano da postazioni ben preparate.

All’inizio dell’anno, quando hanno attaccato i campi a Jenin, Tulkarem e Nur Shams, gli israeliani hanno perso tre soldati ma sono riusciti a svuotare i campi per un totale di 30.000 abitanti, frammentando comunità molto coese e disperdendole in sistemazioni temporanee altrove in Cisgiordania. Si stima che nei tre campi siano state distrutte 850 case e altri edifici.

Il mese scorso durante una visita ai campi di Tulkarem e Mur Shams ho potuto vedere tracce di carrarmati o bulldozer nella strada fangosa ma nessuno all’interno, in parte perché era buio, ma anche perché avventurarsi ulteriormente era pericoloso. L’esercito israeliano aveva avvertito che chiunque cercasse di entrare nei campi sarebbe stato colpito. Non si è trattato di una vana minaccia: tre giorni dopo un cameraman, Fady Yasmeen, è stato ferito nei pressi dell’ingresso durante una protesta.

Sono andato a Tulkarem con Aseel Tork, che lavora per il Bisan Centre for Research and Development, un’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce progetti comunitari in zone rurali, in particolare per donne e giovani. Nel 2021 è stata definita da Israele un’organizzazione terrorista, iniziativa condannata, tra gli altri, dall’ufficio dell’alto commissario per i diritti umani dell’ONU.

Tork mi ha detto di credere che una terza intifada in questo momento è impossibile: “Quando sono avvenute la Prima e la Seconda Intifada la comunità palestinese nel suo complesso era coesa. C’erano poche divisioni tra di noi: ideologicamente, politicamente, geograficamente. Ora non possiamo, e non abbiamo, difeso il popolo di Gaza come avremmo dovuto. Se ci fosse stata un’intifada, sarebbe avvenuta dopo il 7 e l’8 ottobre.”

In novembre, durante un evento intitolato Poetry after Gaza [Poesia dopo Gaza] a Ramallah, nella conversazione tra un europeo e un palestinese è saltata fuori una citazione di Kafka. L’avrei sentita due volte in una settimana da palestinesi in altri contesti: “C’è tanta speranza – per Dio, un’infinità quantità di speranza – solo non per noi.”

Dove possono cercare speranza i palestinesi? Ci sono a disposizione poche risposte. Un rinnovamento dell’Autorità Palestinese? Le elezioni sono attese da tempo, ma sono problematiche da un punto di vista internazionale, dato il livello di appoggio dichiarato ad Hamas. È possibile una soluzione a due Stati, una Palestina indipendente e Israele fianco a fianco, data la quantità di territorio occupata ora dai coloni in Cisgiordania? Una soluzione a uno Stato unico, con Israele come Stato di apartheid allargato in cui i palestinesi potrebbero lottare per avere uguali diritti, sostenuti dalla comunità internazionale, come in Sud Africa? Uno stanco scrittore palestinese, dopo aver dichiarato morta la soluzione a due Stati, ha detto che si accontenterebbe della soluzione a uno Stato anche solo se ciò significasse che potrebbe finalmente spostarsi liberamente.

Il mese scorso è iniziata una campagna globale per la liberazione di Marwan Barghouti, generalmente visto come la figura più adatta ad unificare i palestinesi. Barghouti, accusato da Israele di essere il leader dei miliziani di Fatah in Cisgiordania durante la Seconda Intifada, è in un carcere israeliano dal 2002, condannato per cinque omicidi, che lui nega. La speranza di lunga data dei palestinesi è che possa uscirne come un Nelson Mandela palestinese. Benché sia di Fatah, è popolare tra i sostenitori di Hamas e delle altre fazioni. Intervistai Barghouti a Ramallah l’anno prima che venisse catturato e all’epoca scrissi che pensavo potesse essere un futuro leader. Colpiva, però non aveva il calore umano di Mandela e mi sembrò, forse ingiustamente, che fosse più un combattente da strada che un politico con una visione. Ma forse in prigione è cambiato, come fece Mandela.

Dall’attacco del 7 ottobre Barghouti è stato tenuto in isolamento ed è stato picchiato quattro volte dalle guardie carcerarie, l’ultima nel settembre scorso, secondo suo figlio Arab fino a perdere conoscenza.

Barghouti era su una lista di prigionieri che Hamas ha presentato a Israele perché venisse liberato come parte dell’accordo di cessate il fuoco di ottobre. Benché Israele abbia liberato altri condannati per omicidio si rifiuta di rilasciare Barghouti. La sua decisione potrebbe riflettere la preferenza israeliana per un leader palestinese debole e manipolabile, Abbas, rispetto a una figura potenzialmente più forte.

Basem Ezbidi, un importante politologo e membro del centro studi Al-Shabaka, che ha fatto l’università con Barghouti, mette in guardia dall’aspettarsi un salvatore politico. “In tempi di disperazione la gente tende a creare miti in cui un supereroe arriva a salvarla,” ha detto. “La gente vede Marwan Barghouti in quel modo. Ma non è un uomo che fa miracoli. Può essere più puro di altri, ma non è sufficiente essere puri: devi avere capacità politiche e la giusta visione.”

Con una mancanza di alternative dall’interno, molti palestinesi vedono nella comunità internazionale la loro maggiore speranza, credendo che si sia raggiunto un punto di svolta a causa dell’indignazione mondiale per la distruzione di Gaza. Alla conferenza di Birzeit Saleh Hijazi, un coordinatore politico del Comitato Nazionale del [movimento per] Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) palestinese, ha detto che si devono fare più pressioni su Israele ponendo fine ai rapporti militari, applicando i mandati d’arresto contro gli israeliani accusati di crimini di guerra, disinvestendo dalle imprese complici ed espellendo Israele dalle istituzioni internazionali come l’ONU, la FIFA e il Comitato Olimpico. Ha detto che a livello di Stati, come in Malaysia, che ha chiuso i porti alle navi israeliane, e persino in Europa, sono state intraprese iniziative: “Ora possiamo iniziare a veder arrivare il nostro momento Sud Africa. Ma è necessaria un’intensificazione del BDS.”

Queste campagne possono funzionare sul lungo termine, come in Sud Africa. Ma a breve o medio termine non cambieranno la vita dei palestinesi in Cisgiordania, intrappolati tra l’Autorità Palestinese che non è in grado di proteggerli e Israele, con la sua repressione militare e i suoi coloni fuori controllo. Mentre in Cisgiordania durante la Seconda Intifada il conto dei morti era molto più alto, la vita è assolutamente peggiore ora per ogni altro aspetto, ha affermato Budour Hassan, un ricercatore giuridico di Amnesty International. Hassan, che è di Nazareth, ha affermato: “Persino allora c’era speranza, forse. Ora la gente sembra completamente disperata. Si sentono totalmente abbandonati.”

Negli ultimi due anni piazza Manger a Betlemme è stata deliberatamente lasciata al buio e in silenzio nel periodo di Natale per dimostrare solidarietà con Gaza. Il 6 dicembre di fronte a migliaia di palestinesi, musulmani e cristiani, e a un pugno di turisti il sindaco di Betlemme ha riacceso l’albero di Natale. Canawati sperava che la ripresa dei festeggiamenti avrebbe rilanciato il turismo. Considerava la riaccensione dell’albero un simbolo di speranza e resilienza.

“Quelli che hanno perso la speranza se ne sono andati,” mi ha detto Canawati (dal 2023 un numero stimato di 4.000 palestinesi ha lasciato Betlemme per andare all’estero). “Io non me ne andrò mai, indipendentemente da quello che succeda. So che ci sono molti come me,” ha affermato Canawati. Descrivendosi come un ottimista, spera che la reazione per Gaza spingerà i leader del mondo ad appoggiare la causa palestinese e che i negoziati avviati da Trump porteranno a un accordo di pace e a uno Stato palestinese sovrano.

Ma ha moderato questo ottimismo con sgomento nei confronti degli estremisti del governo israeliano e tra i coloni. Ribadendo la disperazione che ho trovato in tutta la Cisgiordania il sindaco ha detto: “Gli estremisti non vogliono una soluzione a due Stati o a uno Stato. Gli estremisti non vogliono darci il nostro Stato o che facciamo parte del loro Stato. Vogliono la terra senza il popolo. Vogliono solo che ce ne andiamo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La guerra di Gaza è cessata, ma non per gli artisti e gli accademici del mondo

David Rosenberg

11 dicembre 2025 – Haaretz

Nella misura in cui gli affari israeliani hanno dovuto affrontare un boicottaggio essa è cessata. Non così nelle università e nel mondo dell’arte, e il “soft power” è troppo importante per Israele per ignorarlo

Deve essere stato uno shock per molti israeliani quando la settimana scorsa quattro paesi hanno annunciato che boicotteranno il concorso Eurovision Song Contest di quest’anno in protesta contro la guerra di Israele a Gaza. Mercoledì se n’è unito un quinto, e un sesto potrebbe seguire.

Per gli israeliani la guerra è finita, e per quanto brutali siano stati i combattimenti, sono pronti a voltare pagina. C’è una lotta in corso su come indagare sul disastro del 7 ottobre, e l’esercito ha condotto due indagini interne, ma quasi nessuno parla di esaminare come l’esercito ha combattuto la guerra stessa. È una vicenda che un giorno dovrebbe essere lasciata agli storici, non qualcosa con cui confrontarsi qui e ora.

Ma la guerra di Gaza rimane molto viva in molti luoghi fuori da Israele. Come ha dichiarato l’RTÉ irlandese [Radio televisione pubblica, n.d.t.] in una nota annunciando la sua decisione di ritirarsi da Eurovision: “La partecipazione dell’Irlanda rimane inaccettabile data la spaventosa perdita di vite a Gaza e la crisi umanitaria che continua a mettere a rischio la vita di così tanti civili. RTÉ resta profondamente preoccupata per l’uccisione mirata di giornalisti a Gaza durante il conflitto.”

Questo non è l’unico evento BDS [di boicottaggio, n.d.t.] post-bellico. Alla fine di ottobre, più di due settimane dopo il cessate il fuoco, oltre 1.000 figure letterarie, tra cui gli autori Sally Rooney, Arundhati Roy e Rachel Kushner, hanno firmato un impegno per boicottare le istituzioni culturali israeliane. Un’iniziativa globale lanciata a settembre per bloccare la musica da Israele, chiamata No Music for Genocide, sta ancora reclutando artisti ed etichette. Allo stesso modo una campagna chiamata Filmmakers for Palestine ha visto la sua petizione per boicottare Israele firmata da star come Emma Stone.

Nemmeno il boicottaggio delle istituzioni europee di istruzione superiore contro Israele si è attenuato, secondo un rapporto pubblicato il mese scorso dall’Associazione dei Rettori delle Università israeliane. Anche se l’ondata di boicottaggi dichiarati pubblicamente è diminuita, in molti casi gli accademici israeliani continuano ad affrontare boicottaggi nascosti sotto forma di articoli respinti da riviste e mancati inviti a conferenze accademiche.

Israele è troppo globalizzato ed economicamente avanzato e il mercato del Paese è troppo piccolo per non essere coinvolto pienamente con il resto del mondo.

Ma nessuno dovrebbe sottovalutare il costo del declino del soft power di Israele, ovvero la sua capacità di influenzare altri Paesi attraverso la sua cultura, i suoi valori politici e la sua politica estera. I sostenitori del BDS avevano ragione quando il mese scorso hanno chiesto l’annullamento di un’esibizione della Filarmonica d’Israele a Parigi perché è “un’orchestra al servizio della propaganda sionista”. L’affermazione è esagerata. La Filarmonica non è un’organizzazione del governo israeliano, ma una sua eccellente esibizione ricorda alla gente che il paese non è solo guerra e oppressione dei palestinesi. I concerti fanno quasi certamente più bene all’immagine di Israele della maldestra hasbara [propaganda.n.d.t.] del governo.

In ogni caso la cultura ha un impatto diretto sull’economia. Anche se non a livello dell’alta tecnologia o del gas naturale, è un’industria esportatrice e crea posti di lavoro. I boicottaggi accademici danneggiano anche l’economia perché rendono più difficile per gli scienziati israeliani collaborare con i loro colleghi nel mondo e accedere a finanziamenti esteri che abilitano l’innovazione che guida l’alta tecnologia israeliana. Infatti le partnership transfrontaliere sono così cruciali che senza di esse Israele rischia un’ulteriore fuga dei cervelli.

Non aspettatevi che il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu affronti questo problema. Disprezza ugualmente l’establishment culturale e le università per il loro appartenere al campo anti-governativo e non sognerebbe mai di sacrificare la sua guerra contro di loro per l’interesse nazionale. “The Sea”, un film su un ragazzo palestinese che cerca di farsi avanti nella vita nonostante gli ostacoli posti dal governo, quest’anno è in lizza per un Oscar, ma il ministro della Cultura Miki Zohar vuole punire l’industria cinematografica per averlo prodotto.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il movimento europeo di solidarietà con la Palestina rafforza l’appello al boicottaggio dell’azienda farmaceutica israeliana Teva

Ana Vračar

7 novembre 2025, Peoples Dispatch

Cresce la pressione sui governi locali e le farmacie pubbliche a sostituire i prodotti Teva con alternative che non siano complici dell’occupazione e del genocidio perpetrati da Israele

Il colosso farmaceutico israeliano Teva deve affrontare la crescente pressione dei gruppi solidali con la Palestina in tutta Europa. Teva, che è una delle più grandi aziende produttrici di farmaci generici del mondo, ha attivamente sostenuto il genocidio nella Striscia di Gaza dall’ottobre 2023 e già da molto prima di allora contribuisce all’erosione dell’assistenza sanitaria palestinese, ha riferito Giorgia Gusciglio del Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC) e coordinatrice europea delle campagne per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Lo scorso anno, mentre i servizi e gli operatori sanitari di Gaza venivano quasi completamente distrutti dagli attacchi israeliani, Teva ha dichiarato un fatturato di oltre 16,5 miliardi di dollari. Parte di tali entrate proviene dal mercato palestinese, dove l’azienda trae profitto dal doppio standard imposti dal regime di apartheid israeliano.

A differenza dei produttori farmaceutici palestinesi, che devono affrontare severe restrizioni, lunghe procedure di importazione e arbitrarie designazioni di “doppio uso” (cioè vietati in quanto potrebbero avere un’applicazione non solo civile ma anche militare) per componenti essenziali, Teva può liberamente commercializzare i propri prodotti nei territori occupati, spesso senza dover adattare il packaging o la documentazione. Secondo le fonti informative di BDS Italia, l’azienda vende farmaci usando scatole e foglietti illustrativi non tradotti in arabo.

Lo sfruttamento delle necessità farmaceutiche nei Territori Palestinesi Occupati non è prerogativa di Teva e non è iniziato nel 2023. Il rapporto del 2012 “Economia prigioniera: l’industria farmaceutica e l’occupazione israeliana” concludeva che “tutte le aziende farmaceutiche israeliane vendono i loro prodotti sul mercato palestinese e ne traggono profitto, senza pagare alcun prezzo per l’occupazione e i danni che essa provoca”.

Una questione di solidarietà con la Palestina e di accesso ai farmaci

Oltre ad essersi appropriata indebitamente del mercato palestinese Teva domina una quota importante del mercato europeo, non solo attraverso la sua ampia selezione di farmaci generici, ma anche attraverso prodotti specifici a marchio proprio per la sclerosi multipla e il cancro. La contraddizione inerente tra l’impegno dichiarato da Teva “a favore di una salute migliore” e la sua comprovata complicità in crimini di guerra ha portato alla nascita di gruppi che si mobilitano per boicottare e denunciare l’azienda. Come spiega Gusciglio, le iniziative si diversificano a seconda del paese: in Irlanda c’è un ampio coinvolgimento dei sindacati, mentre in Belgio e in Italia le iniziative sono prevalentemente guidate da gruppi BDS locali e da reti di attivisti.

Un momento chiave per il raggiungimento dell’obiettivo è il coinvolgimento di pazienti e personale sanitario. Durante il genocidio, BDS Italia ha collaborato strettamente con il collettivo locale Sanitari per Gaza, raggiungendo importanti obiettivi. Secondo gli attivisti contattati da People’s Health Dispatch una delle prime azioni promosse dalla campagna di boicottaggio di Teva è stata la distribuzione di volantini informativi davanti alle farmacie per sensibilizzare utenti e farmacisti sul ruolo svolto dall’azienda durante il genocidio. “Tutti gli attivisti si sono assunti la responsabilità di recarsi in farmacia, organizzare incontri con i farmacisti e cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica sul boicottaggio dei prodotti Teva”, hanno spiegato gli attivisti. Lo stesso approccio è stato esteso ai medici di base e, ad oggi, la consapevolezza della complicità di Teva è cresciuta in modo significativo sia tra gli operatori sanitari che tra i pazienti, hanno affermato i membri di BDS Italia.

La campagna ha poi coinvolto le associazioni professionali e ha esercitato pressioni sui governi locali affinché sospendessero gli acquisti dei prodotti Teva nelle farmacie pubbliche. Negli ultimi mesi diversi comuni hanno risposto emanando linee guida affinché le farmacie sotto la loro giurisdizione cercassero alternative. “Teva vende principalmente farmaci generici, ma ci sono anche alcuni farmaci che ha sviluppato autonomamente e che quindi non sono sostituibili”, osservano gli attivisti di BDS Italia. “È importante sottolineare che chiediamo la sospensione degli acquisti tranne nel caso di medicinali essenziali o che non possono essere sostituiti”.

Il fatto che alcuni prodotti Teva non siano sostituibili viene spesso utilizzato come argomento fuorviante contro il boicottaggio. In realtà, ciò evidenzia problemi sistemici nel sistema farmaceutico e brevettuale globale più che identificare una questione concreta all’interno dell’appello BDS. Un esempio è il Copaxone, farmaco Teva per il trattamento della sclerosi multipla. Anche l’Unione Europea, alleata fidata di Israele, ha denunciato i tentativi dell’azienda di proteggersi dalla concorrenza estendendo artificialmente la protezione brevettuale del farmaco. Attraverso tali azioni, ha sottolineato BDS Italia, Teva ha probabilmente gonfiato la spesa sanitaria pubblica per i farmaci contro la sclerosi multipla: il Copaxone da solo ha pesato per circa 500 milioni di euro nel 2022. Gli sforzi per mobilitare alternative ai prodotti Teva rappresentano quindi un possibile punto d’incontro tra la solidarietà con la Palestina e le iniziative farmaceutiche pubbliche, aprendo la porta a sistemi sanitari più giusti e accessibili.

I comuni italiani adottano linee guida per sostituire Teva

La prima amministrazione locale a emanare una raccomandazione per abbandonare i prodotti Teva è stata quella di Sesto Fiorentino, vicino a Firenze”, hanno osservato gli attivisti di BDS Italia. “Sono stati prontamente attaccati dai media, con l’accusa di antisemitismo e di cattiva gestione dei fondi pubblici. Alcuni hanno sostenuto che i farmaci Teva sono più economici e che scoraggiarne l’acquisto avrebbe aumentato i costi per i pazienti e il sistema sanitario”.

Nonostante tali attacchi, un numero crescente di comuni ha risposto all’appello al boicottaggio in Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Trentino-Alto Adige, tra gli altri. In alcuni casi è stato chiesto alle farmacie pubbliche di trovare dei prodotti sostitutivi a quelli a marchio Teva, in altri casi si è scelto un approccio diverso.

A Rovereto, il Comune ha chiesto alle farmacie di esporre schede grafiche che informano i clienti del loro diritto a scegliere alternative efficaci e sicure ai prodotti Teva, in risposta al successo di un’iniziativa proposta da attivisti locali.

Mentre altri comuni in Italia discutono iniziative simili, il movimento internazionale BDS e il Centro europeo di assistenza legale (ELSC) stanno valutando la possibilità di sostenere i comuni che desiderano introdurre appalti pubblici etici in linea con la legislazione dell’UE e gli standard in materia di diritti umani. Nel frattempo, gli attivisti in Europa continuano a esercitare pressioni, concentrandosi, tra le altre cose, sulla presenza di Teva nelle farmacie ospedaliere e sui suoi tentativi di ripulire la propria immagine attraverso iniziative come gli Humanizing Health Awards, premi per progetti che “umanizzano” il percorso di malattia e cura. Gli attivisti continuano inoltre a collaborare con collettivi di operatori sanitari, come l’azione di digiuno dei Sanitari per Gaza tenutasi in Italia all’inizio di quest’anno, ampliando al contempo le reti internazionali.

Queste campagne già mostrano segni della loro efficacia. Se l’azienda farmaceutica israeliana ha dichiarato orgogliosamente i propri ricavi per il 2024, è stata più cauta nel riferire che già solo nei primi nove mesi dell’anno aveva registrato perdite nette pari a 1,4 miliardi di dollari. Come ha osservato BDS Italia, “l’attacco genocida di Israele dall’ottobre 2023 e le sue varie conseguenze potrebbero essere considerati potenziali fattori che influenzano questi risultati”.

Traduzione di Federico Zanettin




Dopo due anni di guerra contro Gaza, il boicottaggio accademico verso Israele tocca livelli mai visti prima

Redazione di MEMO

28 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Negli ultimi due anni il boicottaggio di ricercatori e istituzioni del mondo accademico israeliano ha conosciuto una crescita senza precedenti, che rispetto al 2023 ha visto i casi di annullamento e/o sospensione degli accordi di cooperazione universitaria addirittura triplicati. Questa netta impennata è una reazione agli atti criminosi che Israele continua a perpetrare nella Striscia di Gaza.

Stando al resoconto pubblicato lunedì scorso dal quotidiano Haaretz, gli episodi di boicottaggio verso il mondo accademico israeliano registrati dall’inizio della guerra nel mese di ottobre 2023 sfiorerebbero il migliaio. Vi hanno aderito istituti di ricerca, associazioni professionali ed esponenti della comunità accademica internazionale.

Rispetto all’anno precedente — scrive Haaretz — i casi di boicottaggio sono triplicati.

Diversi professori di spicco delle università israeliane avrebbero espresso grande preoccupazione per l’impatto sempre più grave provocato dall’attuale isolamento accademico, soprattutto in mancanza di una qualsivoglia azione efficace da parte del governo, prosegue il giornale.

Intervistato da Haaretz, un ricercatore israeliano che preferisce mantenere l’anonimato ha detto che nel paese la ricerca scientifica “è sull’orlo del tracollo” a causa del crescente isolamento internazionale.

Secondo Ariel Porat, Presidente dell’università di Tel Aviv, le istituzioni accademiche stanno attraversando “il peggior momento di tutta la loro storia, in termini di boicottaggio”, e le prospettive di un miglioramento a guerra finita “sono ancora fuori portata”, data la crescente ostilità nei confronti di Israele.

Haaretz riporta inoltre che negli ultimi due anni all’incirca 40 università estere hanno interrotto, del tutto o in parte, i rapporti di cooperazione accademica con gli atenei israeliani. Segno, questo, del netto calo di prestigio di Israele nella classifica accademica mondiale.

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




Opinioni | Come regista israeliano ringrazio tutti coloro che boicottano le mie opere

Barak Heymann

30 settembre 2025 – Haaretz

Non c’è dubbio che il boicottaggio culturale di Israele danneggerà non solo i fascisti, ma anche le persone buone e coraggiose. E allora? È un piccolo prezzo da pagare per porre fine a un genocidio.

Quanto è stata grande la delusione e quanto profonda la rabbia di alcuni miei colleghi della comunità del cinema e televisione israeliani nel leggere la lettera promossa e redatta dalle note documentariste Ada Ushpiz e Yulie Cohen e firmata da oltre 50 artisti israeliani!

La lettera intende trasmettere un messaggio inequivocabile e chiaro, anche se complesso e sorprendente, a tutti coloro che in questo momento stanno boicottando Israele. Il messaggio? Siamo con voi fino in fondo!

Lo Stato di Israele, attraverso il suo esercito, nel quale prestano servizio i nostri figli, nipoti, vicini, studenti, e con l’aiuto del denaro proveniente dalle tasse che tutti noi paghiamo, sta attualmente massacrando un’altra nazione. La sta annientando, e sta condannando chiunque non sia ancora stato ucciso a una vita di esilio perpetuo. E non mostra alcuna intenzione di fermarsi. Al contrario: più Israele uccide, più diventa assetato di sangue. Il numero dei morti nella Striscia di Gaza è equivalente, in proporzione, a 10 milioni di abitanti degli Stati Uniti. Un olocausto.

Più di 65.000 neonati, bambini, donne, uomini e anziani nella Striscia di Gaza sono stati uccisi dai nostri figli migliori”, e sempre più palestinesi stanno esalando il loro ultimo respiro in questo preciso momento a causa delle malattie, dopo che gli ospedali in cui erano in cura sono stati bombardati dai piloti dellaeronautica militare. Oppure stanno morendo di sete e di fame, in conseguenza della campagna di vendetta e punizione collettiva che Israele sta imponendo a tutti i palestinesi della Striscia, senza pietà e indiscriminatamente.

A causa di questo orrore, che nulla al mondo può giustificare, nemmeno il terribile massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre, all’estero sempre più istituzioni israeliane sono ormai oggetto di una rabbia feroce. Cosa c’è di più naturale del boicottaggio di qualsiasi istituzione pubblica sostenuta dal sanguinario governo dello Stato di Israele e dell’ostracismo di qualsiasi opera finanziata dalla sadica organizzazione terroristica chiamata governo di Israele, guidata da mafiosi [in italiano nel testo, ndt.] assetati di sangue? Cosa c’è di più ovvio dell’onorare, rispettare e incoraggiare chiunque si rifiuti di legittimare i parassiti genocidi e di normalizzare i crimini ripugnanti dello Stato di Israele collaborando con i suoi alleati?

Sono un documentarista e, per finanziare i miei film, ho fatto domanda – e continuo a farloper ottenere i fondi cinematografici locali. In questo modo, anche se a volte ciò avviene loro malgrado e in contrasto con la visione del mondo di molti dei responsabili, finisco anchio, insieme a loro, per essere parte del sostegno al governo israeliano. Abbraccio tutti coloro che scelgono di non proiettare i miei film, e li ringrazio per questo.

Ciò è chiaro e ovvio, nonostante la complessità e la contraddizione interna che ne deriva. Dopo tutto, l’utilità dei nostri film, come ben spiegato da Cohen e Ushpiz, è insignificante di fronte al colossale disastro di cui il nostro Paese è responsabile, e non abbiamo né il diritto né la possibilità di negare la nostra parte di partecipazione a questo inferno. È nostro dovere accettarne la responsabilità.

Trovo quindi sconcertante il teatrino che si è svolto la scorsa settimana all’interno della comunità cinematografica locale, dopo che uno dei suoi membri ha pubblicato su Facebook un post meschino, mendace e manipolatorio in cui attaccava coloro che avevano firmato la lettera. Il nostro unico obiettivo era quello di rafforzare la posizione delle migliaia di artisti internazionali che hanno recentemente dichiarato che, alla luce dell’olocausto che Israele sta perpetrando a Gaza e in Cisgiordania, boicotteranno ogni istituzione israeliana in quanto tale e ogni casa di produzione israeliana che sostiene il genocidio e l’apartheid”.

Non c’è dubbio che il boicottaggio culturale di Israele, che non solo comprendo, ma incoraggio (come parte di ogni opposizione al genocidio che Israele sta compiendo), danneggerà non solo i fascisti e i collaboratori del regime sionista, ma anche persone valide e coraggiose, come le donne che hanno promosso la lettera e coloro che l’hanno firmata. E allora? È un piccolo prezzo da pagare per chiunque ritenga necessario fare tutto il possibile per fermare il genocidio, e non c’è altra alternativa che pagare quel prezzo, nonostante il disagio che comporta.

Anch’io – da persona che non usa mezzi termini né esita a esprimere pubblicamente la propria opinione, che si oppone con tutta se stessa al servizio militare nell’IDF, aspira al crollo dell’entità sionista così come è attualmente costituita, e i cui migliori amici nell’industria cinematografica locale sono tra i critici più severi dello Stato di Israele – sono favorevole al boicottaggio dei miei film, fintanto che il Paese che li finanzia continuerà a uccidere una nazione, a trasferire popolazioni, ad aggravare l’apartheid e a diffondere odio, sangue e morte.

Dopo tutto, non è possibile separare le istituzioni e le produzioni ideologicamente contrarie al regime e ai suoi crimini da quelle che lo sostengono, mentre cercano di rimanerne indenni. Non è realistico. Chiunque si opponga al genocidio perpetrato da Israele non ha la possibilità di fare una distinzione del genere e si rapporta allo stesso modo con chiunque utilizzi il denaro dello Stato. Ci aspettiamo davvero che qualcuno dedichi risorse ed energie a fantomatici esami di ammissione al movimento internazionale per il boicottaggio? No, è semplicemente irrealistico.

Il compito più urgente in questo momento è fermare immediatamente il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele e garantire che il mondo intero sia consapevole di questo crimine, affinché presti attenzione e agisca per fermarlo. Quasi tutti i mezzi sono leciti per raggiungere questo nobile obiettivo, compresa una petizione che chiede il boicottaggio delle istituzioni ufficiali israeliane.

Ci siamo guadagnati questo boicottaggio a pieno titolo, poiché noi, che lo vogliamo o no, per scelta o per imposizione, siamo parte di questo crimine. Pertanto è nostro dovere morale sostenere chiunque si opponga e miri a fermarlo. Anche se questo va contro i nostri interessi personali, e anche se alcuni dei nostri bambini (film) di sinistra e umanisti verranno gettati insieme all’acqua sporca dei nostri avversari. Cosa è questo rispetto alle migliaia di bambini (bambini umani, reali) che Israele sta uccidendo da quasi due anni?

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il BDS afferma che Carrefour lascia il Bahrain e il Kuwait per la pressione del boicottaggio

Redazione di MEMO

23 settembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il Comitato Nazionale Palestinese del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) ha affermato che il gigante francese del commercio Carrefour ha abbandonato completamente il Bahrain e il Kuwait sotto la pressione di continue campagne di boicottaggio.

Secondo una dichiarazione del BDS, le attività di Carrefour in entrambi i Paesi – gestite dall’Emirati Majid Al Futtaim Group – sono state interrotte dopo aver subito “pesanti perdite finanziarie” e un danno di reputazione collegati alla complicità in azioni israeliane contro i palestinesi.

La campagna globale di boicottaggio contro Carrefour è stata lanciata nel dicembre 2022, dopo la rivelazione che Carrefour Israele ha fornito cibo e pacchi regalo ai soldati israeliani e ha organizzato raccolte fondi a loro favore. Il BDS ha anche accusato la catena di aver avviato la collaborazione con banche e società tecnologiche israeliane coinvolte in violazioni dei diritti umani.

La campagna #LetsBoycottCarrefour da allora si è estesa in tutto il mondo arabo ed oltre, con proteste, petizioni, impegni pubblici, iniziative culturali e mobilitazioni online. Nonostante le restrizioni in alcuni Paesi, secondo il movimento, le azioni dal basso si sono intensificate.

Il movimento BDS ha anche citato dati economici, affermando che i profitti netti del gruppo Carrefour nel 2024 si sono ridotti del 50% rispetto al 2023, mentre Majid Al Futtaim ha riferito il 47% di perdite nei profitti al dettaglio a causa della riduzione della fiducia dei consumatori in mercati come la Giordania, il Marocco, l’Egitto, la Tunisia, il Bahrain, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)