Le pressioni di Israele nel controllare il discorso globale hanno contaminato il mondo della medicina

Ghada Karmi

Giovedì 8 novembre 2018, Middle East Eye

Infiltrarsi in ogni ambito della vita pubblica nel tentativo di controllare il discorso globale può certamente fare da scudo temporaneamente ai crimini di Israele – ma a lungo termine non farà che smascherare la malvagità di Israele.

Nel febbrile clima di paura riguardo all’antisemitismo che attualmente avvince la Gran Bretagna, forse non sorprende che l’infezione si sia ormai propagata a settori improbabili, compresa la professione medica.

Forse il principale esempio della ‘longa manus’ filoisraeliana all’interno del mondo della medicina è stata la pubblica umiliazione di Richerd Horton, il direttore di una delle più antiche e prestigiose riviste mediche al mondo, ‘ Lancet’. Sotto la guida di Horton la rivista ha sviluppato un’imponente copertura della sanità mondiale, mettendo in luce l’impatto dei conflitti politici e dell’ingiustizia.

Il caso di Richard Horton

Sulla base di questa impostazione etica, e colpito dalla terribile situazione dei palestinesi, nel 2010 Horton ha fondato l’Alleanza Lancet per la Salute Palestinese, un partenariato con professionisti della sanità che lavorano nei territori occupati. Questo ha fornito una valida tribuna per la ricerca e la pratica in ambito medico palestinese, migliorando drasticamente la copertura delle problematiche sanitarie che colpiscono la popolazione sotto occupazione israeliana.

Nell’estate 2014, mentre era in corso il peggior attacco israeliano contro Gaza, Lancet pubblicò una “lettera aperta a favore del popolo di Gaza”, dai toni molto forti. Venne firmata da 24 medici di diversi Paesi e descriveva nel dettaglio le strazianti conseguenze a livello medico della guerra di Israele su civili innocenti, quali armi venivano usate ed i vari tipi di aggressioni.

Si definivano senza ambiguità le atrocità commesse contro l’indifesa popolazione di Gaza come crimini di guerra.

La lettera provocò una tempesta di proteste da parte dei difensori di Israele. Venne pubblicata una lettera firmata da 500 medici, compresi cinque premi Nobel, cui seguì una grave minaccia da parte di 396 professori di boicottare l’editore di Lancet, Reed Elsevier. Vi furono richieste di cacciare Horton; lui fu bombardato da mail di odio, minacciato ed accusato di antisemitismo; la sua fotografia fu postata accanto alle immagini di nazisti; sua moglie e sua figlia subirono molestie.

Mettere a tacere le critiche

Inizialmente egli tenne testa a questo assalto, rifiutando di ritrattare la lettera o di scusarsi. Tuttavia gli attacchi contro di lui e contro Lancet erano così gravi che nell’ottobre 2014 accettò un invito da parte dell’ospedale israeliano Rambam, dove alla fine cedette alle pressioni. Esprimendo il suo profondo rammarico per aver pubblicato la lettera aperta, promise di pubblicare una ritrattazione.

Il suo pentimento non è finito lì. Nel maggio 2017 Horton ha compiuto il passo senza precedenti di dedicare un intero numero del giornale al sistema sanitario israeliano, e da allora è stato attento a mostrarsi rispettoso ed amichevole nei confronti di Israele.

Certo, nulla nella lettera aperta su Gaza che ha correttamente pubblicato durante la guerra era falso o esagerato; casomai, la situazione di Gaza oggi è ancor più spaventosa. L’autore di questa devastazione è quello stesso Israele i cui amici hanno attaccato Horton così ferocemente non molto tempo fa, e che con tanta sofferenza egli ha dovuto placare.

Le linee rosse di Israele

Horton non è l’unico obbiettivo di questa caccia alle streghe in ambito medico. Secondo recenti notizie, la Scuola di Medicina Tropicale di Liverpool, che il mese scorso aveva invitato la collega britannica Baronessa Jenny Tonge a parlare ad un convegno sulla salute materna, ha improvvisamente ritirato l’invito. Avrebbe dovuto partecipare ad un gruppo di lavoro di esperti sulla diseguaglianza nella sanità nel mondo in via di sviluppo, dove lei ha ampiamente lavorato in diverse missioni ufficiali.

Janet Hemingway, la direttrice della scuola, ha spiegato che si sono sentiti obbligati ad agire a causa di un presunto “sentimento antisemita” e di “riscontri esterni” da parte di partecipanti al convegno. Erano presumibilmente preoccupati che la sua partecipazione contravvenisse all’ “etica organizzativa” della scuola e che avrebbe stornato l’attenzione dalla questione dell’ineguaglianza nella cura della maternità al problema dell’antisemitismo.

Prima della sua carriera parlamentare, Tonge ha esercitato la professione medica ed è stata membro della Facoltà di Ostetricia e Ginecologia del Royal College per la Pianificazione Familiare e la Salute Riproduttiva . Ha ripreso quel ruolo quando è entrata in politica come portavoce per la sanità del partito liberaldemocratico e più di recente come presidente del Gruppo Parlamentare interpartitico del Regno Unito sulla popolazione, lo sviluppo e la salute riproduttiva.

Ma presto ha incontrato l’opposizione degli amici di Israele. Nel 2004, quando era deputata liberaldemocratica, Tonge ricorda che il suo intervento su “Un punto di vista liberale sulla salute” presso la Società Medica di Londra fu annullato a causa delle accuse di essere simpatizzante dei palestinesi e di criticare Israele.  

Come personaggio politico, oggi Tonge è disprezzata da Israele e dai suoi amici per il suo presunto antisemitismo nell’esprimere opinioni problematiche, come la sua osservazione che i recenti assassinii di fedeli ebrei a Pittsburgh potrebbero essere in relazione ai maltrattamenti di Israele contro i palestinesi. Attaccare Tonge a livello politico è una cosa, ma gli amici di Israele adesso stanno premendo per renderla oggetto di disprezzo anche come professionista della salute – dando il messaggio che, se si oltrepassano le linee rosse di Israele, si viene esclusi da ogni settore della vita pubblica.

La caccia alle streghe in ambito medico

Analogamente, Derek Summerfield, importante psichiatra britannico e esplicito critico della politica israeliana, nel 2007 è stato costretto a disdire la propria partecipazione ad un importante incontro medico organizzato dalla ‘Royal Society of Medicine’ dalle pressioni di membri filoisraeliani.

I suoi tentativi di indagare il ruolo di medici israeliani nella supervisione della tortura ai prigionieri palestinesi si erano scontrati con un continuo ostruzionismo.

Intanto l’Unione Europea ha ricevuto pressioni perché raccomandasse a tutti i suoi Stati membri ed istituzioni di adottare la definizione di antisemitismo dell’Alleanza Internazionale in Ricordo dell’Olocausto, che deliberatamente fa coincidere le critiche ad Israele con l’antisemitismo ed ha già influenzato la libertà di parola.

Nel maggio scorso Israele si è spinto oltre, chiedendo all’UE di sospendere i finanziamenti alle Ong che sostengono il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). 

Lo scopo di questi sforzi è mettere a tacere le critiche alla politica israeliana. Ma Israele dovrebbe stare attento a ciò che intende fare. Infiltrare ogni ambito della vita pubblica nel tentativo di controllare il discorso globale può certamente fare da scudo temporaneamente ai crimini di Israele – ma a lungo termine non farà che destare un diffuso senso di risentimento e ostilità.

Ghada Karmi è una dottoressa palestinese, accademica e scrittrice.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




È una nuova era, ma gli esercizi di equilibrismo della Cina in Medio Oriente non funzioneranno

Ramzy Baroud

30 ottobre 2018, Palestine Chronicle

Benché i legami tra Washington e Tel Aviv siano più che mai forti, i dirigenti israeliani sono consci di un contesto politico in grande mutamento. Lo stesso fermento politico negli USA e la ridefinizione del potere globale – che è molto evidente in Medio Oriente – indicano che effettivamente si sta realizzando.

Com’era prevedibile, questa nuova era coinvolge la Cina.

Il 22 ottobre il vicepresidente cinese Wang Qishan è arrivato in Israele per una visita di 4 giorni per presiedere la quarta “Commissione per l’Innovazione Cina-Israele”. Si tratta del più alto dirigente cinese a visitare Israele in quasi vent’anni.

Nell’aprile del 2000 l’ex-presidente cinese Jiang Zemin fu il primo leader cinese ad essere andato in Israele, ad aver visitato il museo dell’Olocausto “Yad Vashem” e ad aver reso omaggio diplomatico alle sue controparti israeliane. Allo stesso tempo parlò delle intenzioni della Cina di rinsaldare i legami tra i due Paesi.

Tuttavia la visita di Wang Qishan è diversa. I “legami” tra Pechino e Tel Aviv sono molto più forti di allora, come evidenziato dalle cifre. Poco dopo che i due Paesi scambiarono gli ambasciatori nel 1992 i dati commerciali salirono alle stelle. Anche le dimensioni degli investimenti cinesi in Israele sono cresciute in modo esponenziale, da 50 milioni di dollari all’inizio degli anni ’90 ai clamorosi 16,5 miliardi di dollari, secondo stime del 2016.

I crescenti investimenti cinesi e i rapporti strategici con Israele si basano su forti interessi di entrambi i Paesi nell’innovazione tecnologica, così come nella cosiddetta ferrovia “Red Med”, una rete regionale di infrastrutture marittime e ferroviarie intese a collegare la Cina con l’Europa passando per l’Asia e il Medio Oriente. Inoltre la ferrovia collegherebbe anche i due porti israeliani di Eilat e Ashdod. Notizie sul progetto cinese di gestire il porto israeliano di Haifa hanno già sollevato le ire degli USA e dei loro alleati europei.

Certo i tempi sono cambiati. Sebbene in passato Washington abbia ordinato a Tel Aviv di smettere immediatamente di scambiare tecnologia militare americana con la Cina, obbligandola ad annullare la vendita del sistema di volo di allerta rapida “Phalcon”, ora sta assistendo a come i dirigenti israeliani e cinesi stiano gestendo l’inizio di una nuova era politica che – per la prima volta – non include Washington. Per la Cina il recente amore per Israele è parte di una più complessiva strategia globale che può essere considerata la gemma della rivitalizzata politica estera cinese.

La visita di Qishan in Israele segue immediatamente i serrati tentativi di Pechino di promuovere il suo gigantesco progetto economico da trilioni di dollari, la “Belt and Road Initiative” [nota in Italia come “Nuova Via della Seta”, ndtr.] (BRI).

La Cina spera che il suo grande progetto contribuisca ad aprire nuove opportunità nel mondo e possibilmente a garantire il suo predominio in varie regioni che dalla Seconda Guerra Mondiale ruotano nella sfera di influenza americana. La BRI intende mettere in comunicazione Asia, Africa ed Europa attraverso una “cintura “di strade per il trasporto via terra e un “percorso” marittimo di rotte di navigazione.

La competizione tra la Cina e gli USA si sta accentuando. Washington vuole conservare il più possibile il proprio predominio globale, mentre Pechino sta lavorando con impazienza per soppiantare lo status di superpotenza degli USA, in primo luogo in Asia, poi in Africa e in Medio Oriente. La strategia cinese per raggiungere i suoi obiettivi è assolutamente chiara: a differenza degli sproporzionati investimenti Usa nella potenza militare, la Cina è propensa a conquistarsi lo status a cui ambisce usando, almeno per ora, solo un potere pacifico.

Tuttavia il Medio Oriente è più ricco e quindi più strategico e conteso di ogni altra regione al mondo. Pieno di conflitti e di diversi schieramenti politici, è probabile che più prima che dopo faccia fallire la strategia cinese di un potere pacifico. Mentre la politica estera cinese ha cercato di sopravvivere alla guerra con effetti di polarizzazione in Siria coinvolgendo tutte le parti e giocando in secondo piano rispetto al ruolo guida della Russia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’occupazione israeliana della Palestina è una sfida politica totalmente diversa.

Per anni la Cina ha mantenuto una posizione coerente di appoggio al popolo palestinese, chiedendo la fine dell’occupazione israeliana e la fondazione di uno Stato palestinese indipendente. Tuttavia la ferma posizione di Pechino riguardo ai diritti dei palestinesi sembra avere pochi effetti sui suoi rapporti con Israele, in quanto la collaborazione tecnologica congiunta, il commercio e gli investimenti continuano ad incrementarsi senza ostacoli.

I responsabili cinesi della politica estera operano con l’errata convinzione che il loro Paese possa essere allo stesso tempo filo-palestinese e filo-israeliano, criticando l’occupazione pur appoggiandola; chiedendo ad Israele di rispettare le leggi internazionali mentre al contempo rafforza Israele, anche senza volerlo, nelle sue continue violazioni dei diritti umani dei palestinesi.

L’hasbara [propaganda, ndtr.] israeliana ha perfezionato l’arte dell’acrobazia politica, e trovare un equilibrio tra il discorso occidentale degli USA e quello cinese non dovrebbe essere un compito troppo difficile.

In effetti sembra che il cliché spesso ripetuto di Israele come “l’unica democrazia del Medio Oriente” venga leggermente corretto per rispondere alle aspettative di una nascente superpotenza, esclusivamente interessata alla tecnologia, al commercio e agli investimenti. I dirigenti israeliani vogliono che la Cina e i suoi investitori pensino ad Israele come l’unica economia stabile in Medio Oriente.

Come prevedibile, le priorità palestinesi sono totalmente diverse.

Con la lotta palestinese per la libertà e i diritti umani che cattura l’attenzione internazionale con la crescita del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), sempre più Paesi sono sotto pressione perché esprimano una posizione chiara sull’occupazione israeliana e sull’apartheid.

Per la Cina entrare nella mischia con una strategia indecisa ed egoista non è solo moralmente discutibile, ma anche strategicamente insostenibile. I popoli palestinese e arabo sono poco interessati a sostituire la dominazione militare americana con l’egemonia economica cinese che fa poco per cambiare o, al massimo contesta lo status quo prevalente.

Tristemente, mentre Pechino e Tel Aviv lavorano per raggiungere il necessario equilibrio tra politica estera e interessi economici, la Cina si trova senza particolari obblighi di schierarsi con una ben definita posizione araba sulla Palestina, semplicemente perché quest’ultima non esiste. La divisione politica tra i Paesi arabi, le guerre in Siria e altrove hanno allontanato la Palestina dall’essere una priorità araba in uno strano patto che coinvolge la “pace regionale” come parte del cosiddetto “Accordo del Secolo” di Trump.

Questa penosa realtà ha indebolito la posizione palestinese in Cina, che, almeno finora, valuta i propri rapporti con Israele più importanti dei legami storici con la Palestina e con il popolo arabo.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e editore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra). Baroud ha conseguito il dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net.

(traduzione di Amedeo Rossi)




I partiti europei sono stati invitati a sottoscrivere che le pratiche di boicottaggio sono antisemite

Arthur Neslen

24 ottobre 2018, The Guardian

Un convegno spalleggiato dal governo israeliano intende proporre linee rosse per i futuri membri del Parlamento Europeo

Una conferenza a Bruxelles spalleggiata dal governo israeliano intende spingere tutti i partiti politici europei a firmare delle “linee rosse” che dichiarino le pratiche di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) “essenzialmente antisemite”.

La conferenza di due giorni, a cui parteciperà il ministro israeliano per le questioni di Gerusalemme, Ze’ev Elkin, proporrà ai futuri membri del Parlamento Europeo e ai partiti politici un testo da firmare prima delle elezioni europee nel maggio del prossimo anno.

Il testo invita gli Stati membri dell’UE a firmare la “definizione operativa di antisemitismo” dell’Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto e ad escludere dal governo tutti i politici o i partiti che la violino.

La più controversa delle linee rosse – basata su una risoluzione adottata nel 2016 in Germania dall’Unione Cristiano-Democratica di Angela Merkel – invita “tutti i partiti politici ad approvare una risoluzione vincolante che respinga le attività BDS come essenzialmente antisemite.”

Il rabbino Menachem Margolin, fondatore dell’Associazione Ebraica Europea (EJA), una coalizione di organizzazioni che sta organizzando la conferenza insieme al gruppo Affari Pubblici Europa-Israele (EIPA), ha detto: “Quando saranno approvate, queste ‘linee rosse’rappresenteranno le nostre linee scritte non sulla sabbia, ma nel cemento, e fungeranno da sveglia per i politici per segnalargli che qui è davvero in gioco il futuro dell’Europa ebraica.”

Nel suo materiale promozionale per la conferenza del 6-7 novembre l’’EJA afferma che gli inviti sono coordinati con i ministeri israeliani per le Questioni di Gerusalemme e degli Affari Esteri, di cui sono indicati i loghi.

Nessuno dei due ministeri ha per ora risposto alle richieste di un commento.

Negli ultimi anni il governo israeliano ha cambiato atteggiamento, passando dall’ignorare il movimento BDS contro Israele, negli anni seguenti alla sua fondazione nel 2005, al lancio di una campagna internazionale contro di esso, sostenendo che mira a delegittimare lo Stato ebraico. Israele ha approvato una legge che vieta l’ingresso agli stranieri che sostengono pubblicamente il boicottaggio di Israele ed ha creato gruppi in altre Nazioni per contrastare le attività e le argomentazioni del BDS.

Il ministero israeliano per gli affari strategici, che pare abbia stanziato un budget di 72 milioni di dollari per contrastare il movimento mondiale BDS, dice di non essere coinvolto nella conferenza. Tuttavia, The Guardian è a conoscenza che i suoi funzionari pubblici ed altro personale del ministero degli Esteri israeliano sono stati regolarmente in contatto con almeno una figura coinvolta nell’organizzazione dell’evento.

Secondo il sito web del gruppo, l’anno scorso il ministro degli Affari Strategici, Gilad Erdan, ha visitato l’EIPA per dare sostegno e tenere riunioni informative che in parte riguardavano “il contrasto alla narrazione del BDS”. “Come posizione ufficiale, il ministero ritiene il BDS antisemita per i suoi doppi standard e per la demonizzazione di Israele”, ha riferito una fonte vicina all’ufficio di Erdan.

Margrete Auken [del gruppo dei Verdi/Alleanza Libera Europea, ndtr.], vice-capo della delegazione del Parlamento Europeo per le relazioni con la Palestina, ha detto di non appoggiare il BDS. Tuttavia ha affermato: “Respingo i continui tentativi di assimilare questo movimento a guida palestinese all’antisemitismo”.

C’è un’evidente intenzione di mettere a tacere i sostenitori del BDS per proteggere le politiche illegali di annessione e spoliazione da parte del governo Netanyahu. La criminalizzazione e la repressione della legittima espressione della libertà di parola non possono essere accettate nelle nostre società.”

Durante l’estate le questioni relative all’assimilazione tra antisemitismo e antisionismo hanno diviso il partito Laburista nel Regno Unito. Un ‘organizzatore della conferenza ha detto che le linee rosse “potrebbero creare difficoltà ai compagni del partito Laburista nelle elezioni europee che sostengono Jeremy Corbyn come il salvatore della socialdemocrazia.”

Ed ha aggiunto: “Dobbiamo stilare queste linee e fare in modo che le persone le firmino prima di queste elezioni, in modo che in seguito noi possiamo chiedergliene conto.”

Un altro segnale che una nuova battaglia su questa questione potrebbe essere in preparazione, è il fatto che l’ambasciatore israeliano presso l’Unione Europea, Aharon Leshno-Yaar, ha accusato la vice-capo del gruppo socialista nel Parlamento Europeo, Elena Valenciano, di avere “una strana ossessione nei confronti dello Stato ebraico”, dopo che lei aveva criticato le politiche israeliane.

Sono preoccupato per il crescente numero di episodi antisemiti in Europa negli ultimi tempi”, ha detto Yaar, citando rapporti sullo spionaggio iraniano in centri ebraici. “Il vostro silenzio su questi argomenti è assordante. State adottando una narrazione che ha un unico scopo – denigrare lo Stato democratico del popolo ebreo.”

Quest’anno le accuse del ministero di Erdan secondo cui l’Unione Europea ha finanziato Ong che supportavano il BDS e il terrorismo gli si sono ritorte contro, quando il capo della politica estera dell’Unione, Federica Mogherini, le ha definite “disinformazione”.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Lara Alqasem sta danneggiando la campagna palestinese di boicottaggio?

Ali Abunimah

10 ottobre 2018, Electronic Intifada

Per qualcuno Lara Alqasem sta prendendo una posizione corretta insistendo che le dovrebbe essere consentito di studiare all’università Ebraica di Gerusalemme, nonostante i tentativi del governo israeliano di deportarla.

È istintivo e naturale stare dalla parte di qualunque palestinese, soprattutto quando è arrestato da Israele e in tal senso merita solidarietà.

Ma le sue azioni meritano uno sguardo più attento dal punto di vista del loro impatto sui tentativi da parte dei palestinesi di far pagare ad Israele la catastrofica e continua violazione dei loro diritti umani.

Da questo punto di vista la decisione di Alqasem di iscriversi all’università Ebraica viola e danneggia direttamente la campagna palestinese per boicottare le istituzioni israeliane complici del regime israeliano di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid, soprattutto in quanto il suo caso è diventato una questione di politica internazionale.

Ingresso negato

La ventiduenne cittadina statunitense con nonni palestinesi è atterrata all’aeroporto Ben Gurion il 2 ottobre e le è stato negato l’ingresso [in Israele], nonostante avesse un visto per studio rilasciato dal consolato israeliano a Miami per frequentare un dottorato.

Il pretesto per negarle l’ingresso è la sua precedente adesione all’università alla sezione della Florida di “Studenti per la Giustizia in Palestina”, che appoggia il movimento BDS – boicottaggio, disinvestimento e sanzioni – per i diritti dei palestinesi.

È parte della repressione in corso, guidata dal ministro per gli Affari Strategici Gilad Erdan, contro i sostenitori dei diritti dei palestinesi.

Lara è stata la presidentessa della sezione di uno dei gruppi BDS più estremisti e pieni di odio contro Israele negli USA,” ha detto Erdan. “Israele non permetterà l’ingresso a quanti lavorano per danneggiare il Paese, indipendentemente dalle loro giustificazioni.”

Il governo israeliano ha basato la sua causa contro Alqasem su affermazioni fatte dal sito web antipalestinese “Canary Mission”.

Da quando è atterrata, Alqasem è stata arrestata all’aeroporto Ben Gurion in attesa di un procedimento giudiziario riguardo la decisione di averle negato l’ingresso.

Lunedì un giudice israeliano ha stabilito che rimanga agli arresti finché il suo caso non verrà risolto.

A “The Electronic Intifada” risulta che è stata fissata un’altra udienza per giovedì [11 ottobre].

Il governo israeliano insiste che Alqasem non è detenuta in quanto è libera di tornare negli USA quando vuole.

Richiesta di condanna

Martedì Erdan ha cambiato tono – vedendo evidentemente la possibilità di trasformare il caso di Alqasem in una vittoria per la propaganda israeliana.

Se Lara Alqasem domani dirà con la sua voce, non attraverso ogni sorta di avvocati o dichiarazioni che possono essere fraintese, che il sostengo al BDS non è legittimo e di essere pentita per quello che ha fatto, sicuramente riconsidereremo la nostra posizione,” ha affermato Erdan.

In effetti Alqasem, attraverso i suoi legali e la sua famiglia, ha già chiarito che, se mai ha appoggiato il movimento non violento guidato dai palestinesi per fare pressione su Israele affinché ponga fine ai suoi crimini contro i palestinesi, ora non lo fa più.

Nel suo appello Alqasem ha sostenuto di non aver mai partecipato attivamente a campagne di boicottaggio ed ha promesso al tribunale che non le promuoverà in futuro,” ha riportato l’Associated Press [agenzia di stampa USA, ndtr.].

Stiamo parlando di una persona che vuole semplicemente studiare in Israele, che non sta boicottando nessuno,” ha detto all’AP il suo legale, Yotam Ben-Hillel. “Non fa neanche più parte dell’organizzazione studentesca.”

Può aver criticato alcune politiche israeliane in passato, ma rispetta la società e la cultura israeliane,” ha detto all’AP la madre di Lara, Karen Alqasem. “Per lei ciò non è una contraddizione.”

Causa importante

Nel frattempo Alqasem è diventata una causa importante per sionisti sia progressisti che di destra.

Ha ricevuto la visita di parlamentari del partito di sinistra israeliano Meretz, che, come i suoi avversari sionisti di destra, si oppone a qualunque ritorno di rifugiati palestinesi alle loro case in quello che ora è Israele perché non sono ebrei.

L’università Ebraica, un’istituzione complice nel furto delle terre palestinesi e in altre forme di discriminazione, e che si oppone al movimento BDS, ha chiesto di unirsi al suo ricorso legale.

E sulla pagina delle opinioni del “The New York Times” anche Bari Weiss e Bret Stephens, due editorialisti di destra, strenuamente filo-israeliani, si sono schierati in difesa di Alqasem.

Gli israeliani hanno buone ragioni per vedere la campagna BDS come una forma sottilmente dissimulata di fanatismo,” scrivono gli editorialisti, diffamandola come simile al boicottaggio nazista dei negozi ebraici. Cercano anche di legare “Studenti per la Giustizia in Palestina” al terrorismo, un’altra grossolana menzogna.

Eppure suggeriscono che lasciar entrare Alqasem potrebbe aiutare a “contrastare una pericolosa tendenza tra i giovani ebrei americani, che sono sempre più distanti da Israele a causa della sua politica intransigente.”

Weiss ha combattuto strenuamente contro la libertà accademica dei palestinesi, degli arabi e dei musulmani alla Columbia University, quando è stata una studentessa, eppure senza la minima traccia di ironia ora difende Alqasem.

Tuttavia non c’è da sorprendersi che polemisti antipalestinesi come Stephens e Weiss vogliano vedere studenti come Alqasem oltrepassare i picchetti del boicottaggio.

Violare il boicottaggio

Ma il PACBI – la campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele – ha preso una posizione diversa e chiara. Il gruppo della campagna ha scritto a “The Electronic Intifada”:

Qualunque studente straniero, indipendentemente dalla sua identità, che si iscriva in una università israeliana complice [delle politiche israeliane], come l’università Ebraica, sta violando le fondamentali linee guida del BDS. Sconsigliamo vivamente questa iscrizione e qualunque altro rapporto con queste istituzioni complici.”

L’università Ebraica, come qualunque università israeliana, contribuisce al regime israeliano di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid. Queste istituzioni giocano un costante ruolo di pianificazione, messa in atto, giustificazione o occultamento delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele,” ha aggiunto il PACBI.

Ci sono un paio di cose importanti da notare riguardo a questa dichiarazione – il suo riferimento a studenti stranieri così come a identità.

Qualcuno potrebbe sostenere che l’origine palestinese di Alqasem giustifica il fatto di frequentare l’università Ebraica. Ma non è il suo caso.

Le linee guida per il boicottaggio accademico del PACBI consentono a qualche palestinese – quelli con cittadinanza israeliana – di frequentare università israeliane, ma ciò non avviene solamente per la loro origine etnica palestinese.

Piuttosto è a causa del fatto che si trovano in un “rapporto obbligato” con lo Stato di Israele. In quanto contribuenti e cittadini – benché di seconda classe perché non sono ebrei – i palestinesi in Israele non hanno scelta se non frequentare le scuole e le università israeliane per realizzare il loro diritto allo studio rimanendo risolutamente nella loro patria.

La loro situazione è quindi simile a quella dei sudafricani neri che lottavano per accedere e frequentare le università del regime di apartheid nel loro Paese, o degli afro-americani che hanno continuato a frequentare le istituzioni razziste come parte della lotta per i diritti civili per imporre la fine della segregazione.

Questa analisi del “rapporto obbligato” può presumibilmente essere estesa ai palestinesi che vivono nella Cisgiordania occupata, soprattutto a Gerusalemme est, dove le scelte educative per i palestinesi sono fortemente limitate da Israele.

Ma è difficile vedere come si possa applicare a qualcuno come Alqasem, una studentessa straniera che con la sua cittadinanza USA non dipende dalle istituzioni educative israeliane.

Anche il desiderio personale di Alqasem – condiviso da molti palestinesi della diaspora – di essere legata alla sua patria d’origine è comprensibile, ma come cittadina americana ha già la possibilità di fare quello che per milioni di rifugiati palestinesi senza Stato rimane un sogno.

Con il suo passaporto USA Alqasem è formalmente in grado di visitare la Palestina storica – o di iscriversi a un’università palestinese – anche se a causa della discriminazione arbitraria di Israele, ai palestinesi americani viene spesso negato l’ingresso.

Eppure, come dimostra il suo caso, prendersi il disturbo di ottenere un visto per studio da Israele non dà maggiori garanzie di ingresso.

Pagare un prezzo

Sarebbe particolarmente spiacevole se Alqasem decidesse di rinnegare l’appello al boicottaggio mentre altri stanno pagando un prezzo per rispettarlo.

Questa settimana al professore dell’università del Michigan John Cheney-Lippold sono stati negati un aumento [di stipendio] e un anno sabbatico come punizione per aver rifiutato di scrivere una lettera di presentazione a una studentessa per un programma di studio all’estero in Israele.

Se una studentessa avesse voluto frequentare un programma di studio all’estero in una istituzione del Sud Africa durante l’apartheid, aveva spiegato in precedenza Cheney-Lippold, “anche in quel caso avrei rifiutato di scrivere una lettera per lei.”

E USACBI, un gruppo con sede negli USA che appoggia il boicottaggio accademico, ha lanciato una grande campagna contro i programmi di studio all’estero in Israele.

Gli organizzatori della campagna sostengono che, poiché Israele regolarmente e arbitrariamente nega l’ingresso a persone di origine araba, mediorientale o musulmana, questi programmi di studio all’estero violano le clausole di parità di diritti nelle istituzioni educative.

Come singolo individuo Alqasem è ovviamente libera di acconsentire alla richiesta di Israele di denunciare pubblicamente il BDS in cambio di un beneficio personale. Ma se lo farà danneggerà i tentativi collettivi di gente in tutto il mondo per porre fine alla brutale repressione dei palestinesi da parte di Israele.

L’avvocato di Alqasem, Yotam Ben-Hillel, ha risposto ad una richiesta da parte di “The Electronic Intifada” di un commento dicendo che si sarebbe incontrato di persona con un rappresentante della rivista a Gerusalemme – una condizione impossibile dato che la rivista non ha un rappresentante là.

Allora ha risposto a un collaboratore chiedendogli di parlare per telefono o con Skype, o di fornire risposte scritte alle domande inviate da “The Electronic Intifada”, dicendo di essere troppo occupato per farlo prima dell’udienza di giovedì per il caso di Alqasem.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La stretta mortale di Israele sull’area C: lo sviluppo come resistenza

Ahmad El-Atrash

27 Settembre 2018, al-shabaka

Gli sforzi di Israele di stringere la sua presa sulla Cisgiordania sono senza precedenti da quando il governo israeliano attuale è stato formato nel 2015. L’anno scorso, per esempio, si è visto il numero più alto di bandi per la costruzione di colonie israeliane, con più di 3100 proposte governative rilasciate per la costruzione di unità abitative. Eppure tale situazione non è per niente nuova. Cinque decenni di occupazione israeliana – in particolare a partire dagli Accordi di Oslo firmati nel 1993 – hanno permesso a Israele di continuare la sua colonizzazione della terra palestinese stroncando, al contempo, lo sviluppo palestinese, distorcendolo, e rendendolo, addirittura, mitologico.

Tutto questo è particolarmente evidente nell’area C. Quest’area controllata da Israele, secondo l’impianto degli Accordi di Oslo, costituisce più del 60% della Cisgiordania. Israele l’ha sviluppata, in particolare, in funzione dei suoi interessi, cioè costruendoci colonie e infrastrutture militari.

Di fronte alle politiche israeliane in Cisgiordania i palestinesi considerano il loro proprio sviluppo come un mezzo di resistenza. Tuttavia, essi non sono stati in grado finora di realizzare un programma di sviluppo efficace che riesca ad opporsi a Israele. E questo non è una sorpresa: lo sviluppo sotto occupazione è tutto fuorché possibile. Tuttavia, i palestinesi possono lavorare collettivamente per realizzare le loro necessità attuali senza pregiudicare i loro diritti, incluso il diritto allo sviluppo di un futuro stato palestinese.

Questo articolo esamina come i palestinesi possono investire su, e promuovere ulteriore resistenza alla geopolitica attuale dello sviluppo, attraverso un focus sull’area C. Esso delinea la storia dell’area, analizza i modi in cui lo sviluppo palestinese è negato a beneficio dei coloni israeliani, e offre modi ai palestinesi per rivendicare progetti di sviluppo che servano loro per le future generazioni.

La Storia dell’area C

Come è ben noto, gli Accordi di Oslo, che cominciarono ad essere firmati nel 1993, crearono le aree A, B e C nel 1995, con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che controllava l’area A, mentre Israele e l’ANP condividevano il controllo dell’area B. Nonostante l’ANP sia responsabile, nella teoria, della vita civile nell’area C, inclusa l’educazione e la sanità, le autorità israeliane hanno totale controllo sulla sicurezza e sull’amministrazione [del territorio, ndt], inclusa la pianificazione e lo sviluppo.

La situazione doveva essere temporanea. In base a Oslo, tutte le aree dovevano essere assegnate ai palestinesi entro il 1998, ma l’accordo non si realizzò mai e l’intera Cisgiordania rimase sotto occupazione israeliana.

Il diritto umanitario internazionale definisce i palestinesi come “popolazione protetta” e Israele come “potenza occupante”, alla quale è proibito apportare cambiamenti permanenti [al territorio, ndt] e che è obbligata a proteggere lo status quo ante. Eppure, oggi i blocchi di colonie in costante crescita sono tutt’altro che temporanei. L’area C è attualmente abitata da solo il 6% dei palestinesi della Cisgiordania, cioè da circa 300.000 palestinesi e più di 340.000 coloni israeliani. Più di 20.000 dei palestinesi che vivono in area C sono beduini e comunità di pastori che vivono prevalentemente in tende, baracche di stoffa e metallo e caverne.

Le autorità israeliane hanno ostacolato lo sviluppo palestinese dell’area C e in molte altre parti della Cisgiordania attraverso ordini militari. Questi ordini impediscono ai palestinesi di registrare terre e di costruire, e vietano ai comitati locali e distrettuali la pianificazione. Come risultato, i palestinesi sono esclusi dalla partecipazione ai processi che guidano lo sviluppo territoriale, mentre Israele confisca terreni per presunti servizi pubblici quali le strade costruite per l’utilizzo esclusivo degli israeliani ebrei.
Il progetto israeliano non è temporaneo o casuale, ma è un sistema etno-nazionale e coloniale di insediamento.

Come tale, solo il 30% dei territori dell’area C sono designati per lo sviluppo a guida palestinese. Il restante 70% è classificato come zone militari chiuse che sono interdetti ai palestinesi, a meno che essi ottengano dei permessi dalle autorità israeliane. Queste gravi restrizioni sullo sviluppo territoriale dei palestinesi continuano ad intensificarsi nonostante il fatto che lo stato palestinese sarebbe impensabile senza l’area C. Infatti, l’area C contiene risorse naturali di grande valore e una ricca eredità culturale, e rappresenta la gran parte dell’area disponibile per lo sviluppo territoriale del futuro stato palestinese.

Coloro che si aggrappano al “processo di pace”, che ha prodotto la designazione dell’area C, continuano a nascondere ciò che sta avvenendo di fatto: politiche e pratiche israeliane che creano condizioni equivalenti ad un sistema di apartheid. Uno sguardo critico sull’area C conferma che il progetto israeliano non è semplicemente temporaneo e casuale – cioè un’occupazione militare – ma un sistema etno-nazionale e coloniale d’insediamento permanente. È il risultato dell’ideologia sionista e una pratica che aspira a stabilire uno Stato esclusivamente ebraico dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.

Questo è evidente nello schema di controllo israeliano, che include il sistema di identificazione, le strade di circonvallazione israeliane, i checkpoint militari, l’implementazione di un sistema giuridico separato per palestinesi e coloni israeliani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), il monopolio israeliano sulle risorse naturali palestinesi, e il muro di separazione – tutti elementi che continuano a violare il diritto internazionale.

Chiaramente, come risultato, lo sviluppo palestinese è soffocato dalle demolizioni israeliane, dal divieto delle costruzioni palestinesi e dalla “cooperazione” idrica tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Inoltre, per alcuni, anche i progetti di sviluppo e gli aiuti internazionali minano, invece di portare avanti, gli interessi palestinesi.

Sviluppo Represso

Distruzioni e restrizioni israeliane
Al momento sono imminenti più di 12.500 ordini di demolizione israeliani contro approssimativamente 13.000 strutture palestinesi nell’area C. Come risposta a queste demolizioni i palestinesi hanno preparato 116 piani generali che dovrebbero accomodare 132.000 palestinesi in 128 comunità. Questi piani delineano la costruzione di case e dei servizi sociali necessari, incluse le scuole e le cliniche. Nonostante il fatto che questi piani rispettino gli standard internazionali, l’Amministrazione Civile Israeliana (ICA), che amministra la pianificazione e l’urbanistica nell’area C in base all’impianto di Oslo, ha approvato solo 5 dei 102 [progetti] presentati, e 99 altri sono stati trattenuti per più di 18 mesi a causa di discussioni tecniche. Dal 2009 al 2013, sono stati approvati solo 34 permessi di costruzione su 2000 richieste per i palestinesi nell’area C.

Questo impedisce, chiaramente, lo sviluppo di infrastrutture essenziali per la comunità palestinese. Per esempio, l’area C ha una grave carenza di aule e di scuole primarie situate nelle comunità per i palestinesi, e questo influisce sull’accesso dei bambini all’educazione, in particolare quello delle bambine. Le restrizioni nell’area C impediscono anche la naturale espansione delle città urbane, dei centri e dei villaggi rurali. La comunità internazionale ha supportato l’agenda dello sviluppo compresa nei piani generali, e nonostante alcune infrastrutture sociali di vitale importanza siano state realizzate, il gap nello sviluppo rimane enorme.

In relazione a ciò, la densità della popolazione palestinese nelle zone costruite dell’area C è di 250 volte più alta di quella dei coloni israeliani. Questo contrasto, che rivela l’ampia differenza nell’accesso allo spazio vitale e alle risorse, è ancora più grande quando si comparano le densità di popolazione all’interno delle aree destinate allo sviluppo – cioè, come delineate nei piani generali presentati dai palestinesi alla luce delle attuali restrizioni israeliane. La densità della popolazione palestinese all’interno di questi piani proposti è quasi del 600% più alta della densità per i coloni israeliani nei piani per le colonie.

Inoltre, questa densità di popolazione palestinese è molto più alta della densità approvata nei piani generali delle aree A e B. Quest’alta densità pianificata per l’area C significa che c’è poco spazio per la crescita della popolazione, la fornitura dei servizi basilari, e l’agricoltura o qualsiasi altro mezzo di sviluppo economico. Limitare lo sviluppo delle comunità palestinesi nell’area C costringe i palestinesi a migrare verso i centri urbani e le comunità dell’area A e B, come parte dell’obiettivo israeliano di ridurre la popolazione palestinese nell’area C.

La “cooperazione” israelo-palestinese
La cooperazione israelo-palestinese nell’area C è tutto fuorché innocua. Nel gennaio del 2017, per esempio, l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele hanno dichiarato che il conflitto che durava da 6 anni sulla cooperazione idrica tra di loro era finito. Il comitato congiunto israelo-palestinese per l’acqua di Oslo non si era incontrato dal 2010 quando l’Autorità Idrica Palestinese rifiutò di continuare a rilasciare permessi per progetti di infrastrutture idriche nelle colonie israeliane sparse nell’area C.

Il nuovo accordo approvato da entrambe le parti dà ai palestinesi il diritto di collegare le comunità palestinesi in area C alla rete idrica senza chiedere il permesso a Israele, ma non affronta i piani palestinesi per l’estrazione di ulteriore acqua dai pozzi, per l’aggiornamento dei pozzi o lo scavo di nuovi. Inoltre, permette anche agli israeliani di costruire infrastrutture idriche e tubature senza il permesso della parte palestinese – una pratica che essi avevano portato avanti nonostante lo scontro sulla questione della cooperazione idrica.

Fondamentalmente, l’accordo non riuscì ad affrontare le profonde diseguaglianze idriche evidenti sin dagli Accordi di Oslo. I coloni israeliani, per esempio, consumano più di 4 volte tanto quanto consumano i palestinesi in Cisgiordania, inclusa l’area C, e le famiglie palestinesi in difficoltà spendono un quinto del loro salario per l’acqua. Inoltre, le autorità israeliane non negano solo ai palestinesi l’accesso alle terre e alle risorse idriche, ma distruggono anche le strutture palestinesi, tra cui le infrastrutture idriche.

Lo sviluppo idrico nell’area C perciò si dimostra quasi impossibile per i palestinesi. Se vogliono costruire piccole tubature per l’acqua per una comunità palestinese remota e vulnerabile, devono farlo in mezzo alle grandi tubature delle colonie israeliane in costante crescita.

La complicità internazionale

Anche i piani ideati dalla comunità internazionale per e con le comunità palestinesi nell’area C e in partenariato con l’Autorità Nazionale Palestinese dimostrano come lo sviluppo territoriale sia limitato. Israele ha usato queste iniziative come strumento per controllare ulteriormente la Cisgiordania e Gerusalemme e i suoi dintorni.

Le autorità israeliane, per esempio, hanno approvato una rete di strade regionali che sono state riabilitate o costruite per i palestinesi con il supporto della comunità internazionale, dato che erano di beneficio anche per i coloni israeliani in Cisgiordania. Queste strade palestinesi sono di complemento per le strade designate per gli israeliani e che collegano le colonie israeliane in Cisgiordania con Israele stesso, aggirando le comunità palestinesi. Ciò comporta gravi ripercussioni sul diritto dei palestinesi alla libertà di movimento; questo tipo di infrastruttura pregiudica anche altri diritti palestinesi connessi, come il diritto al culto e all’educazione, in quanto li costringe a fare i pendolari utilizzando strade più lunghe e più costose.

I palestinesi devono affrontare la questione dello sviluppo nell’area C con strategie che vanno oltre il soccorso e i piccoli tentativi di sviluppo.

Inoltre, i programmi di emergenza, di soccorso e quelli umanitari hanno oscurato gli interventi in direzione dello sviluppo in Cisgiordania, in particolare nell’area C. Le necessità di sicurezza rivendicate da Israele hanno reso i palestinesi dipendenti dai donatori internazionali, e le decisioni chiave sono state spostate in modo crescente fuori dal controllo dei locali.

Queste politiche, sviluppate sulla base dello schema dei due Stati, permettono ai palestinesi nell’area C al massimo di sopravvivere. Sopravvivere – cioè semplicemente esistere – è essenziale per salvaguardare la soluzione dei due Stati. Ma sebbene i palestinesi trovino modi per rimanere resilienti sotto le immense pressioni e incertezze che caratterizzano il contesto di sviluppo nell’area C, sono sempre più insicuri.

Un esempio è il villaggio di Susiya, a sud di Hebron. I 340 abitanti di Susiya, che si procurano da vivere principalmente tramite la pastorizia, resistono alle pratiche israeliane sul terreno sin da quando i coloni israeliani hanno dichiarato che Susiya era stata costituita sulla loro terra, nel 1983. Nel 1986, l’ICA ha informato i residenti palestinesi di Susiya che il loro villaggio era stato appropriato “per scopi pubblici”, e l’esercito israeliano li ha espulsi dalle loro case. Le famiglie hanno spostato le loro dimore lì vicino. L’ ICA li ha spostati di nuovo nel 2001.

Oggi Susiya continua a sopravvivere, principalmente tramite interventi umanitari e misure di sostegno da parte di attori internazionali. I residenti del villaggio hanno pure sviluppato dei piani per il futuro, come il piano generale del 2013. L’ICA ha rifiutato di approvare il piano, il quale darebbe ai residenti la sicurezza e l’accesso alle tubature per la fornitura di acqua. In contrasto, ha emesso decine di ordini di demolizione. I coloni israeliani hanno limitato l’accesso degli abitanti del villaggio ad alcune delle loro terre agricole, e la loro violenza è spesso documentata.


Che cosa possono fare i palestinesi?

Se i palestinesi vogliono ottenere le loro terre e i loro diritti, devono affrontare lo sviluppo nell’area C con interventi che rispondono alle pratiche di occupazione israeliane. Queste strategie devono andare oltre gli sforzi di soccorso e di sviluppo di piccole dimensioni.

Preservazione
Innanzitutto i palestinesi devono preservare qualsiasi loro presenza [sul territorio, ndt] attuale. La società civile palestinese, l’Autorità Nazionale Palestinese e i donatori possono trovare modi in cui le comunità palestinesi nell’area C, inclusi i beduini e le comunità di pastori, continuino a crescere e a lavorare sulle loro terre. Questi gruppi hanno diritti codificati secondo il diritto umanitario internazionale ad utilizzare le risorse naturali della terra senza subire minaccia per la loro sicurezza, nonché a mantenere la loro proprietà e i loro legami storici con la terra così come i loro valori culturali.

La capacità di sostenere queste comunità può essere rafforzata attraverso il mantenimento dei legami di parentela e dei nessi economici tra palestinesi nelle aree A, B e C. Le autorità palestinesi competenti, per esempio, possono assicurare che le grandi municipalità nelle aree A e B forniscano i servizi basilari alle zone rurali dell’area C.

La società civile palestinese può anche supportare la preservazione della presenza palestinese in Cisgiordania creando e sostenendo la creazione di mappe di fonti disponibili che includano tutte le comunità palestinesi.

Legislazione
L’Autorità Nazionale Palestinese deve sbarazzarsi delle leggi e dei sistemi di regole arcaici in modo da incentivare la crescita tra le comunità palestinesi. Le politiche datate devono essere sostituite da criteri che enfatizzino i diritti umani e la partecipazione inclusiva. Una nuova legge palestinese sulle costruzioni e sulla pianificazione, per esempio, potrebbe sostituire le leggi sulla costruzione e sulla pianificazione in atto sin dai tempi del mandato britannico (gli anni ’40) e sin dall’amministrazione giordana (anni ’60). Queste leggi non danno più risposte utili alle sfide affrontate dai palestinesi nella vita reale. Una nuova legge dovrebbe aspirare ad assicurare processi di partecipazione pubblica, e dunque la titolarità locale dei piani e dei progetti, specialmente nell’area C.

La società civile palestinese e i leader politici devono riappropriarsi dello sviluppo attraverso piani che rispondono alle necessità della popolazione.

L’Autorità Nazionale Palestinese deve anche incoraggiare il lavoro di cooperazione e sviluppo tra le comunità palestinesi nelle aree A, B e C in modo da incrementare la crescita economica territoriale. Potrebbe supportare e creare delle unità amministrative più ampie, che connettano diverse aree, per esempio, come dei consigli congiunti per i servizi e delle municipalità congiunte.

Decolonizzazione
I palestinesi devono anche ideare dei piani di decolonizzazione per l’area C. Il Piano Territoriale Nazionale per la Palestina, a supporto europeo, del 2009, include una visione di sviluppo per l’area C nota come “Previsioni per la Palestina, 2025, 2050”. Il documento rappresenta una cornice di ampia prospettiva per sette principali settori: economia, sviluppo urbano, infrastrutture, demografia, relazioni internazionali, servizi e risorse naturali. L’Autorità Nazionale Palestinese deve ultimare e adottare la prospettiva dello sviluppo territoriale come piano ufficiale che offra procedure specifiche in merito a come affrontare le colonie israeliane nell’area C. Un manuale su come comportarsi con le colonie israeliane, per esempio, potrebbe essere sviluppato in collaborazione tra tutte le parti interessate palestinesi, inclusi i profughi nella diaspora. Le linee guida detterebbero a quali settori verrebbero allocate le colonie quando si sviluppasse uno Stato palestinese, come l’agricoltura o l’industria. Questi settori determinerebbero il destino delle colonie – cioè la demolizione o la conversione.

I palestinesi e i loro alleati devono continuare a supportare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e lavorare con le organizzazioni internazionali per lottare per i diritti dei palestinesi allo sviluppo nell’area C. I partner di sviluppo e quelli multilateriali, incluse le Nazioni Unite, dovrebbero supportare tale sviluppo promuovendo costruzioni di grande scala nell’area C in accordo con i parametri della soluzione dei due Stati.

I passi proposti qui sopra non possono realizzare uno sviluppo palestinese sostenibile, ma possono aiutare a respingere l’occupazione militare israeliana nell’area C e oltre. Adottando queste e altre misure, la società civile palestinese e i leader politici devono prendere lo sviluppo nelle loro mani attraverso piani che rispondano alle necessità della popolazione e che la mantengano sulla sua terra, per contrapporsi ai piani coloniali di Israele.

Ahmad El-Atrash

Membro di Al-Shabaka, Ahmad El-Atrash è un pianificatore territoriale palestinese e uno specialista in sviluppo urbano. Ha avuto ampia esperienza nel lavoro con think-tank, istituzioni accademiche, ONG e agenzie ONU riguardo questioni relative alla pianificazione geopolitica e strategica, alla riforma della governance, la resilienza e lo sviluppo sostenibile nel contesto palestinese. Ahmad ha conseguito un dottorato in Pianificazione Territoriale all’Università TU-Dortmund in Germania.

Traduzione di Tamara Taher




Giudice USA blocca una legge contro il boicottaggio in Arizona

Ali Harb

venerdì 28 settembre 2018, Middle East Eye

Più di 20 Stati hanno approvato leggi contro il BDS, ma in gennaio una normativa simile è stata sospesa da un giudice nel Kansas.

Giovedì un giudice statunitense ha sospeso una legge dell’Arizona che vieta allo Stato di mantenere rapporti con collaboratori esterni che boicottano Israele.

La sentenza è stata il secondo colpo alle leggi contro il boicottaggio a livello statale, dopo che in gennaio un giudice aveva bloccato una norma simile in Kansas.

Mikkel Jordahl, un avvocato che gestisce un proprio ufficio legale e ha un contratto con lo Stato come legale dei detenuti, lo scorso anno ha fatto causa all’Arizona rifiutandosi di firmare una dichiarazione in cui diceva di non essere impegnato nel boicottaggio di Israele.

Giovedì la giudice Diane Humetewa ha sentenziato a favore di Jordahl, imponendo un provvedimento inibitorio sulla legge, che secondo lei viola il diritto costituzionale a “boicottaggi politici collettivi”.

Humetewa ha affermato che chiedere a chi ha un contratto con lo Stato di dichiarare che non boicotta Israele “lede il carattere significativo dei boicottaggi politici collettivi, congelando la possibilità del querelante di unirsi alla più complessiva richiesta di un cambiamento politico.”

Jordahl aveva detto di essere stato indotto al boicottaggio di imprese che appoggiano l’occupazione israeliana dei territori palestinesi dalla campagna “Peace Not Walls” [Pace Non Muri] della Chiesa luterana evangelica in America.

Citando una serie di precedenti, Humetewa ha sentenziato che i boicottaggi politici che intendono raggiungere un fine comune riguardano la libertà di parola.

Una restrizione della possibilità di un singolo di partecipare a un appello collettivo per opporsi a Israele indiscutibilmente rappresenta un limite per imprese che desiderano impegnarsi in un simile boicottaggio ad esprimersi, come garantito [dalla legge],” ha scritto la giudice. “Il tipo di azione collettiva presa di mira dalla legge riguarda specificamente i diritti di riunione e associazione di cui gli americani e i cittadini dell’Arizona usufruiscono ‘per promuovere cambiamenti politici, sociali ed economici.’”

Jordahl ha affermato che le politiche dello Stato devono essere valutate in base alla Costituzione USA, che concede una totale protezione alla libertà di parola.

Non penso che i nostri legislatori abbiano il diritto di derogare dai diritti del nostro Primo Emendamento,” ha detto a Middle East Eye.

L’Arizona ha approvato la sua legge contro il boicottaggio nel 2016. Jordahl dice di aver firmato controvoglia la dichiarazione quell’anno. Ma dopo un viaggio in Israele e nei territori palestinesi ha rifiutato di acconsentire alla dichiarazione contro il boicottaggio per rinnovare il suo contratto.

Quando sono tornato e mi è stato chiesto di firmare di nuovo questa certificazione, semplicemente non l’avrei potuto fare perché per me sarebbe stata una vergogna,” ha detto l’avvocato. “Non ha niente a che fare con i miei contratti locali. Ma qui lo Stato dell’Arizona mi sta obbligando a dire come non posso spendere il mio denaro. Semplicemente non voglio sostenere affari che traggano profitto dall’occupazione in Cisgiordania. Spetta me [deciderlo], non a loro.”

L’“Unione Americana per le Libertà Civili” [Ong Usa che si occupa di diritti civili e individuali, ndtr.], che ha appoggiato Jordahl nel contenzioso, ha accolto favorevolmente la sentenza di Humetewa.

I boicottaggi politici sono una forma di protesta non violenta difesa dalla Costituzione,” ha detto giovedì in un comunicato Kathy Brody, responsabile giuridica dell’ACLU in Arizona. “La sentenza di oggi sostiene il concetto che il governo non ha il diritto di dire alle persone – neanche a quelle contrattate dallo Stato – quali cause possano o non possano appoggiare.”

Più di 20 Stati USA hanno approvato leggi che limitano il boicottaggio di Israele nel tentativo di lottare contro il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Chi critica queste leggi dice che i governi degli Stati stanno cercando di mettere a tacere il dibattito sulla Palestina, violando la libertà di espressione e la costituzione USA.

L’avvocato dell’ACLU Brian Hauss ha detto che la decisione dell’Arizona dovrebbe mandare un “messaggio forte” ai legislatori in tutti gli USA.

Il diritto al boicottaggio è vivo e vegeto negli Stati Uniti e i governi degli Stati non dovrebbero cercare di utilizzare i propri mezzi finanziari nei confronti di chi ha contratti con lo Stato per impedire la libertà di parola,” ha detto Hauss in un comunicato.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rivendicare la dimensione politica della narrazione palestinese

Hazem Jamjoum

12  settembre 2018, Al Shabaka

Nota del redattore: questo articolo inaugura il “Circolo sulle Politiche di narrazione e dibattito” di Al-Shabaka, un gruppo di analisti politici di Al-Shabaka che collabora al di là dei confini per affrontare la questione se i palestinesi debbano avere una sola e legittima narrazione e, se sì, quale dovrebbe essere. Il circolo politico di Al-Shabaka è un tentativo metodologico specifico di coinvolgere un gruppo di analisti in studi e riflessioni sul lungo periodo intorno ad un punto di fondamentale importanza per il popolo palestinese.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), un tempo incarnazione del movimento di liberazione palestinese, si è praticamente trasformata in un’entità non sovrana – l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) – che che svolge il ruolo di carceriere di un arcipelago di prigioni nella Cisgiordania occupata. La frattura prodotta da questa trasformazione si è manifestata nella società palestinese in tutto il mondo in una serie di gravi lacerazioni nella narrazione storica palestinese. Nel 25° anniversario dell’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, questo articolo fa il punto su uno scenario fra i più significativi per il prosieguo della lotta di liberazione, nonostante la resa dell’OLP a Oslo, e cioè gli approcci alla liberazione basati sui diritti, e ne valuta i pro e contro.1

Trattando di comunità di persone, “narrazione” è la “nostra” storia, chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando e perché.

Ovunque vi sia stata una dominazione straniera, sono invariabilmente emersi movimenti nazionali anticolonialisti, rivendicando spesso la narrazione immaginaria di un idilliaco passato pre-coloniale (e anacronisticamente nazionale). Questo passato, ci dice la narrazione, è stato lacerato dalla brutalità del colonizzatore e può essere superato solo da un’eroica lotta anti-coloniale che conduca alla liberazione. Questa liberazione è spesso immaginata nella forma di uno Stato indipendente, sovrano e immancabilmente nazionale.

Il “politico” è espressione del potere in un corpo sociale. Per quanto esteso possa essere questo potere, si coagula in specifici assi di interazione che creano gerarchie complesse e concentrate di privilegi e marginalità, condizionando così il limite entro cui gruppi e individui possono costruire la propria storia.2

In effetti, il politico è un luogo di lotta in costante cambiamento. Nei contesti coloniali le linee di potere nazionali e razziali diventano così importanti nelle narrazioni tanto dei colonizzatori quanto dei colonizzati da appiattire sia le società coloniali che quelle native: le strutture interne di subordinazione – come la supremazia maschile in entrambe le società – sono superate dalla narrazione nazionale e rimandate ad una utopica data futura, al “Giorno dell’Indipendenza”, quando l’asse di subordinazione ” principale” (leggi: coloniale) cesserà di esistere.

Nella maggior parte dei casi in Asia, Africa e America Latina, la transizione postcoloniale ha comportato la trasformazione delle leadership della liberazione in un nuovo genere di dispotismo.3 Questi gruppi dirigenti hanno indossato il mantello della lotta mentre svolgevano corrotte attività di autoritarismo in quanto Stati sovrani in un contesto neo-coloniale – e dal 1980, anche neoliberista. Per i palestinesi queste nuove forme di dominazione e immiserimento strutturali agiscono aggravando la brutalità dell’espansione coloniale in corso, intensificata dal fatto che le strutture dell’Autorità Nazionale Palestinese sono la prima linea di difesa di Israele, in conformità agli accordi di pace di Oslo.

L’approccio basato sui diritti: cedere la politica all’Autorità Nazionale Palestinese

Cercando di superare l’impasse costituito dagli accordi di Oslo e dal grave squilibrio di potere militare e diplomatico che ha portato a quello storico atto di sottomissione, alcuni palestinesi inseriti strategicamente nel fiorente settore delle ONG hanno visto nel sistema giuridico internazionale una possibilità di liberazione. Mosso dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, quest’ultimo ha sottolineato il diritto di individui e comunità ad essere liberi da crudeltà e dominazioni arbitrarie. L’adozione da parte palestinese di una strategia “basata sui diritti” per contrastare l’impasse di Oslo aveva lo scopo di aggirare il monopolio internazionale dell’ANP come rappresentante dei palestinesi.

Questo approccio ha riunito insieme gruppi e individui dell’intero spettro politico e istituzionale in un amalgama che è arrivato ad autodefinirsi “società civile” palestinese. Questa tendenza ha evitato di rivendicare una rappresentanza politica dei palestinesi, concentrandosi invece sulla rappresentanza “civile”, morale-giuridica. L’ANP e la “società civile” hanno quindi iniziato una elegante ‘dabka’ (danza palestinese, ndtr.): la difesa basata sui diritti eviterebbe di pestare i piedi ai politici, lasciando all’ANP la scelta delle campagne che rientrano nella propria narrazione in quanto tutore delle preoccupazioni nazionali palestinesi, pur mantenendo i piedi ben piantati nei pragmatici anti-principi della divisione e dell’irrisolto processo di pace.

Questa strategia della società civile basata sui diritti ha avuto un grande successo, come ben si vede nel prolungato slancio delle campagne di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), nonostante che la crisi di legittimazione della leadership sia dell’OLP che dell’ANP abbia contrassegnato gli ultimi decenni di politica palestinese. Sottolineo la parola “nonostante” perché la dirigenza dell’Autorità Palestinese ha regolarmente adottato misure per sabotare l’azione della campagna BDS. I successi basati sui diritti, tuttavia, hanno avuto un costo: spostando l’enfasi sull’ambito giuridico, la lotta palestinese, almeno su scala internazionale, rischia di perdere di vista la sua natura fondamentalmente politica.

Questo è esemplificato dalla frase: “Chiediamo il diritto al ritorno”. È  una formula che omette di dire che i palestinesi espulsi hanno già diritto al ritorno. La richiesta politica dovrebbe essere il ritorno effettivo dei palestinesi e, insieme ad esso, tutte le conseguenze politiche per un progetto coloniale che nega questo ritorno per scopi di ingegneria demografica di supremazia razziale. Se qualcuno ti sequestra, il problema non è che il tuo diritto alla libertà sia stato violato, ma che non sei più libero.

Le implicazioni più generali del cedere “il politico” all’ANP nell’arena internazionale non si limitano al modo in cui concettualizziamo e formuliamo obiettivi di liberazione della Palestina, quali esigere il ritorno oppure rivendicare il diritto al ritorno. Dato il primato del nazionalismo nella narrazione OLP-ANP (“Siamo la Nazione palestinese, abbiamo diritto a uno Stato palestinese”), quali sedi abbiamo per discutere di classe, genere e liberazione sessuale all’interno della società palestinese in tutto il mondo?

Come ci relazioniamo con le lotte regionali e globali per la giustizia socio-politica, e come vogliamo che si relazionino con noi? È una questione di particolare importanza, poiché la maggior parte dei palestinesi ha sperimentato le deportazioni della perdurante Nakba e continua a condurre la lotta di liberazione oltre i confini del territorio sotto il controllo coloniale israeliano.

A un certo livello, concentrare l‘attenzione sul formalismo del diritto ci priva del linguaggio e dello spazio per pensare sino in fondo a queste domande. Ad un altro livello, questi ambiti giuridici hanno un significativo effetto determinante su quali movimenti e strutture politiche scegliamo come alleati e, soprattutto, su come e su quali basi impostiamo tali alleanze e rapporti di solidarietà. La ben nota American Civil Liberties Union [Unione Americana per le Libertà Civili, potente Ong statunitense che si occupa di diritti civili e libertà individuali, ndtr.] (ACLU) può essere un alleato potente e molto apprezzato per arginare l’ondata di violazioni dei diritti costituzionali che, per esempio, gli organizzatori BDS devono affrontare negli Stati Uniti. Tuttavia, c’è una chiara linea oltre la quale un’istituzione professionale con un mandato legale come l’ACLU non può andare – una linea che si ferma molto prima di porre pubblicamente la propria autorità a favore di una “causa controversa” come la liberazione palestinese.

Un movimento popolare organizzato come i “Dream Defenders” [‘Difensori di Sogni’, organizzazione americana per i diritti umani, ndtr.], al contrario, , non si pone simili limiti. Non si impegna per la liberazione palestinese in quanto galvanizzato dalle sfumature dell’esegesi del diritto internazionale sfornata dalla società civile palestinese. Secondo l’analisi dei ‘ “Dream Defenders”, la lotta palestinese è una lotta politica contro l’ingiustizia di un colonialismo di insediamento razzista, che assomiglia e gode di una “relazione speciale” con lo Stato coloniale razzista che i “Dream Defenders” contrastano con la propria lotta. La linea che distingue il sostegno istituzionale dalla solidarietà nella lotta raramente è sottile: segna la differenza tra i contributi attentamente pianificati da parte di soggetti consolidati e la solidarietà che rischia in prima persona di coloro che non hanno nulla da perdere se non le proprie catene.

La politica dei diritti, dei gentleman della legge e delle istituzioni legali, ha offerto alla “società civile” palestinese un modo per aggirare l’impasse di Oslo permettendo ai suoi leader – e ai nostri unici legittimi rappresentanti – l’accesso alla buona società.4 Questo è potuto accadere a costo di abbassare la guardia, e cioè ad una condizione per cui l’ordine legale internazionale stabilisce non solo un limite alle nostre richieste politiche, ma anche il linguaggio che usiamo nel ragionarci immaginando cosa possa significare per noi liberazione. Questo basso livello, o “giuristizzazione” e depoliticizzazione della politica palestinese ha fatto sì che istituzioni ben finanziate e altamente professionalizzate – quelle, come l’ACLU, con il massimo da perdere in termini di accessi, finanziamenti e problemi di pubbliche relazioni – diventino sia partner privilegiati che modelli per la nostra stessa organizzazione politica quando ci imbarchiamo in una “difesa” basata sui diritti.

È un’ulteriore ragione per cui l’Autorità Nazionale Palestinese non percepisce alcuna minaccia al suo ruolo in prima linea di difesa del colonialismo israeliano di insediamento dalle campagne basate sui diritti: tali campagne operano con la stessa logica, linguaggio e limiti del compromesso tra gentiluomini che l’OLP ha adottato nella sua metamorfosi in ANP. Faremmo bene a ricordare che ogni grande vittoria palestinese non avrebbe potuto essere raggiunta senza i sacrifici dei poveri “Andala” [popolare figura di bambino palestinese ideata dal famoso artista vignettista Naji Al- Ali, ucciso nel 1987, ndtr.] della società palestinese, all’interno e all’esterno del territorio della Palestina del Mandato [britannico]. Anche se alcuni indossano collane con Andala, che valgono più di tutto quello che ci vuole a mantenere per diversi mesi la famiglia di un bambino rifugiato, ciò non dovrebbe farci dimenticare che ogni grande resa palestinese è stata il prodotto dei compromessi fra gentleman della buona società.

Consideriamo, ad esempio, la centralità dei lavoratori e dei contadini nello sciopero generale del 1936 e la rivolta armata che durò fino al 1939, e il ruolo delle grandi famiglie di proprietari terrieri palestinesi nel porre fine a entrambi i movimenti di massa. Si potrebbe anche confrontare il servizio di intelligence libanese (il temuto deuxième bureau [secondo ufficio]) – contro il quale si ribellò il movimento dei rifugiati palestinesi perché venisse cacciato dai campi in Libano negli anni Sessanta – all’attuale ruolo dell’ “ambasciata” dell’OLP in Libano, che agevola la raccolta di informazioni e il monitoraggio dei palestinesi in quel paese. È molto più importante in questo articolo contrapporre il movimento di massa dei palestinesi da entrambi i lati della “Linea Verde” [il confine tra Israele e i Territori Palestinesi Occupati, ndtr.] iniziato negli anni Settanta e culminato nell’Intifada del 1987 al ruolo della danarosa élite palestinese nel sostenere “la pace dei coraggiosi” [definizione data da Arafat agli accordi di Oslo, ndtr.].

Cosa succede alle campagne BDS? Al massimo, ci dovrebbe essere maggiore partecipazione e sostegno al BDS, specialmente da parte di coloro che ne riconoscono le possibilità politiche e i limiti nella cornice legale. È ben oltre il mandato delle campagne BDS affrontare le politiche sociali delle comunità palestinesi, per non parlare della politica delle strategie di liberazione e delle “soluzioni”. Le organizzazioni BDS non pretendono di essere organizzazioni rappresentative o assemblee, anzi, non possono esserlo, e dal momento che prendono di mira prevalentemente terze parti –imprese, fondi di investimento, istituzioni culturali, accordi interstatali – che non sono né lo Stato israeliano né il regime collaborazionista palestinese, non possono essere ritenute responsabili dei fallimenti del movimento di liberazione in generale.

È altrettanto importante rendersi conto che il tentativo di rendere Israele moralmente e legalmente responsabile a livello internazionale non è una politica in sé e per sé, meno che mai una strategia di liberazione. È una tattica ausiliaria che, al massimo, contribuisce a creare le giuste condizioni per una lotta politica che ponga fine al progetto sionista di insediamento coloniale che ha istituito uno Stato etnico esclusivista e patriarcale in Palestina. Ciò che ho cercato di evidenziare qui sono le insidie dell’elevare una tattica – l’uso di forum e istituzioni legali internazionali a sostegno degli obiettivi di liberazione – allo stato di strategia della liberazione. Vale la pena notare che la tattica della “lotta armata” ha goduto di una simile esaltazione in quanto soluzione mirabolante che avrebbe liberato la Palestina.

Alla ricerca di una narrazione della mobilitazione politica per arrivare alla liberazione

Come accennato, quando i movimenti di liberazione basano le loro strategie di liberazione e le loro narrazioni sulla solidarietà delle istituzioni internazionali, sono costretti a rispettare la lingua e la logica di quelle istituzioni. Una delle migliori illustrazioni storiche di ciò viene proprio dall’esperienza dell’OLP. Dopo la guerra del 1967, il principio della spartizione della Palestina raggiunse lo status del “consenso internazionale” attraverso le interpretazioni della risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [che prevedeva il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati e il reciproco riconoscimento degli Stati, ndtr.]. Molti Stati arabi erano davvero ansiosi di sottoscriverlo, per eludere l’OLP e parlare in nome dei palestinesi accettando quel consenso a nome dei palestinesi. La spartizione è stata praticamente data come precondizione per il riconoscimento internazionale dell’OLP come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese, e la leadership dell’OLP ha visto quella legittimazione come condizione preliminare per la liberazione. In altre parole, non ci sarebbe stato alcun discorso di “pistola e ramo d’ulivo” da parte di Yasser Arafat all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel novembre 1974 se la Lega Araba non avesse appoggiato l’OLP come detentore del monopolio politico palestinese al summit di Rabat un mese prima. Tale riconoscimento, a sua volta, non si sarebbe verificato se l’OLP non avesse avallato ufficialmente la spartizione della Palestina nel suo programma di dieci punti del giugno 1974.

Anche con il senno di poi, non possiamo biasimare del tutto Arafat per aver riconosciuto sia la debolezza dell’OLP nello squilibrio internazionale del potere quanto il pericolo che altre entità più potenti potessero usurpare il diritto ad una rappresentanza autonoma che i palestinesi avevano faticato tanto a conquistare. Allo stesso modo, i rappresentanti politici palestinesi negli anni 2000 hanno dovuto trovare un modo per eludere la dura realtà dei fatti, cioè che il programma del 1974 avesse dato il via alla trasformazione della leadership politica palestinese in un’appendice del potere coloniale di insediamento mantenendone il monopolio sulla rappresentanza politica palestinese. Analogamente, posto che operare nell’ambito della società civile globale richiede il linguaggio del diritto internazionale e il consenso internazionale come base comune per la comunicazione e il processo decisionale, non possiamo criticare i sostenitori delle campagne basate sui diritti di fare tutto il possibile per usare l’accordo internazionale riguardo ai diritti umani per accusare Israele delle sue violazioni.

Piuttosto che cercare un capro espiatorio, spero invece di trasmettere l’urgenza di promuovere forum e azioni in cui le questioni politiche siano al centro dell’attenzione, al di sopra e al di là delle limitazioni a livello nazionale o del consenso dell’opinione pubblica internazionale. Non è un invito ad abbandonare il diritto internazionale. Piuttosto, si vuole sostenere il ritorno allo spirito originario dell’Intifada del 2000, quando i leader che sarebbero diventati la “società civile palestinese” stavano formulando insieme sia gli inizi del BDS che i modi di usare il regime legale internazionale per aggirare l’impasse politica di Oslo.

Nel 2004, quando la Corte Internazionale di Giustizia emise il suo verdetto [di condanna, ndtr.] sulle conseguenze del muro di separazione di Israele, l’ormai famoso romanziere China Miéville [scrittore, fumettista, saggista ed attivista britannico, ndtr.] stava concludendo il suo libro Between Equal Rights. Dopo essersi informato sul modo in cui gli organizzatori politici palestinesi cercavano di rispondere alla storica sentenza, prima che andasse in stampa Miéville ha aggiunto al manoscritto quanto segue:

… proprio memori della realtà politica che sta alla base della concezione e stesura del diritto internazionale, i palestinesi sono pronti a mettere da parte la “legalità internazionale” della loro stessa vittoria giudiziaria internazionale per tentare invece di usarla per mobilitare l’opinione pubblica extra-legale. È la consapevolezza che è la pressione popolare dal basso piuttosto che il diritto internazionale a rappresentare la migliore speranza per la causa palestinese e che la sentenza giudiziaria internazionale più “progressista” funziona meglio fuori dal campo del diritto internazionale.”

La scelta di Miéville dell’espressione “opinione pubblica” rappresenta il tipo di mobilitazione politica di massa a cui in quegli anni ci si riferiva a livello internazionale con “globalizzazione dell’intifada” – una mobilitazione che andasse ben oltre la lotta per ottenere uno Stato in cui i VIP palestinesi potessero sfruttare persone molto poco importanti senza interferenze da parte del colonialismo di insediamento. La globalizzazione dell’intifada è stata la politica delle manifestazioni per il ritorno dei rifugiati nel 2011, ed è stata la politica delle “Marce del Ritorno” simili ma ben più estese nella Striscia di Gaza degli ultimi mesi.

Questa mobilitazione ha distrutto la narrazione illusoria del conseguimento dello Stato attraverso le sottigliezze di un ordine internazionale che non ha mai mostrato alcuna propensione a far valere i propri standard morali-legali nei confronti di Israele. Ancora una volta, erano gli esausti Andala a gettare in campo i propri corpi mentre i gentiluomini sfruttavano ciò che rimaneva dei loro cadaveri a brandelli per farne miglior uso nei salotti VIP.

È tempo che la politica che sta alla base dell’intifada globale sia considerata fondamentale nel plasmare il modo in cui usiamo il diritto internazionale come uno dei tanti strumenti di lotta, non il contrario. La narrazione che ci aiuta a vedere e ad agire chiaramente ai fini della mobilitazione politica verso la liberazione deve essere messa al centro dell’attenzione – non la narrazione che esibisce la nostra vittimizzazione nazionale “basata sui diritti” di fronte alla piccola nobiltà della buona società, nella speranza che l’élite palestinese possa assicurarsi un buon posto da cui godersi la grottesca orgia dello sfruttamento che consuma il nostro mondo.

Hazem Jamjoum

Membro del gruppo di commentatori politici di Al-Shabaka, Hazem Jamjoum è laureato in Modern Middle East History presso la New York University. I suoi testi si concentrano, tra gli altri temi, sugli approcci politico-economici al colonialismo israeliano e alla formazione delle élite palestinesi, e sulle critiche alle “soluzioni” di gestione del conflitto basate sulla spartizione.

(traduzione di Luciana Galliano)

1 Al-Shabaka è grato per gli sforzi compiuti dai difensori dei diritti umani per tradurre i suoi pezzi, ma non è responsabile di alcun cambiamento di significato.

2 L’importanza di questi elementi – come classe, genere, razza, abilità, sessualità e così via – non risiede nel loro essere identità che esistono in natura, ma nella loro costruzione sociale come identità che conferiscono uno status ai loro possessori. In altre parole, il loro significato è funzione dei regimi di disuguaglianza che li rendono significativi come categorie politiche, non come singoli indicatori di identità di per sé.

3 Fra le analisi più profonde rimangono quelle scritte come predizioni: Frantz Fanon, The Pitfalls of National Consciousness (Grove Press 1961 – Le insidie della coscienza nazionale), I dannati della terra (Einaudi 2007, ed. orig. The Wretched of the Earth, Grove Press 1961).

4 In un passaggio memorabile dell’autobiografia di Shafiq al-Hout [scrittore e politico dell’OLP, ndtr.] (che non c’è nella traduzione inglese), l’importante personaggio, all’opposizione nell’OLP, racconta di essere stato scherzosamente sgridato per aver criticato la quantità di tempo trascorso dai leader dell’OLP nei salotti VIP. Chi lo ha redarguito ha cinicamente spiegato che l’accesso dell’OLP nei salotti VIP è stato il principale, se non l’unico, esito positivo del sacrificio dei martiri palestinesi.




Come i tribunali spagnoli diventano terreno di scontro per i tentativi di Israele contro il BDS

Rebecca Stead

22 settembre 2018,Middle East Monitor

Il 4 settembre una corte distrettuale spagnola ha annullato una mozione di appoggio al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). La risoluzione era stata portata avanti dal consiglio comunale di Ayamonte, una piccola città sul confine con il Portogallo e chiedeva il bando di ogni rapporto con imprese o organizzazioni israeliane.

A fine agosto due Comuni spagnoli, Villarrobledo e Sagunto, hanno revocato il sostegno al BDS pochi mesi dopo aver dichiarato le loro città “spazio libero dall’apartheid israeliano.” Sono solo due di circa 60 città e cittadine spagnole che hanno manifestato il proprio appoggio al movimento BDS negli ultimi due anni. Tra queste Valencia – la terza città più grande della Spagna – che si è unita al BDS facendo riferimento alle atrocità commesse da Israele contro i palestinesi che all’inizio di quest’anno hanno partecipato alla “Grande Marcia del Ritorno” nella Striscia di Gaza assediata.

Quindi, perché questo voltafaccia? Un filo rosso che unisce i tre casi succitati è ACOM, o “Acción y Comunicación sobre Oriente Medio” (Azione e Comunicazione sul Medio Oriente). ACOM si definisce un’“organizzazione a-confessionale e indipendente che intende intensificare i rapporti politici tra la Spagna e Israele lavorando con i governi, i partiti politici, i media e la società civile.” Eppure, lungi dall’agire come un’organizzazione indipendente, ACOM è stata in prima fila nei tentativi di Israele per contrastare l’appoggio al BDS, coinvolgendo nel farlo i tribunali spagnoli in un braccio di ferro.

Nel caso di Ayamonte, ACOM ha presentato una causa legale presso il tribunale distrettuale perché la risoluzione BDS del consiglio comunale venisse annullata. Villarrobledo e Sagunto sono state minacciate di azioni legali se non avessero rinunciato al loro appoggio al movimento di boicottaggio. Parlando di Sagunto, il presidente di ACOM Ángel Mas ha detto che “continueremo a impedire al movimento estremista BDS di infiltrarsi nelle istituzioni di tutti i cittadini spagnoli e di distruggere la natura democratica, pluralistica ed aperta delle nostre istituzioni.” Secondo “Times of Israel” [giornale indipendente israeliano in inglese, ndtr.] utilizzando questa strategia ACOM ha bloccato almeno 26 iniziative di consigli locali e Comuni spagnoli per promuovere una posizione a favore del BDS. Il “Jerusalem Post” [giornale di destra israeliano, ndtr.] stima che questo numero potrebbe salire a 35.

ACOM non fa nessun tentativo di nascondere il proprio progetto filo-israeliano. Il suo sito web propone di “smontare il razzismo del BDS” e cita uno strano miscuglio di “fatti su Israele”, compreso che il 20% della popolazione di Israele è araba e che non c’è stato nessun riconoscimento da parte di Hamas del diritto all’esistenza di Israele. Se si possono trarre conclusioni su un’organizzazione in base agli amici che ha, i suoi stretti legami con l’ “Anti-Defamation League” [Lega contro la Diffamazione, organizzazione della lobby filoisraeliana, ndtr.] negli USA, il “Palestine Media Watch” [Osservatorio dei Media Palestinesi] (PMW), una ONG con sede in Israele che controlla gli “incitamenti alla violenza” da parte dei mezzi di comunicazione palestinesi, e “Ong Monitor”, un gruppo con sede a Gerusalemme noto per criticare con veemenza solo le Ong di sinistra e filo-palestinesi, la dicono lunga sul programma di ACOM.

L’organizzazione ha anche stretti rapporti con il sistema politico israeliano. Nel 2017 il membro del parlamento israeliano Yair Lapid, del partito “Yesh Atid” [partito di centro, all’opposizione, ndtr.] si è unito ad una delegazione di ACOM e di “Ong Monitor” presso il parlamento spagnolo per presentare un rapporto congiunto su Ong che “portano avanti campagne politiche ostili ad Israele.” Lapid è stato a lungo in rapporto con la politica di colonizzazione del governo israeliano, e nel luglio 2017 ha partecipato a una cerimonia nella colonia illegale di Netiv HaAvot, a sud di Betlemme, persino dopo che la Corte Suprema israeliana aveva ordinato la demolizione dell’avamposto e l’evacuazione dei suoi abitanti illegali. Nel maggio 2018 Lapid ha affermato che, in base al futuro “Accordo del Secolo” del presidente USA Donald Trump, la cittadina di Abu Dis sostituirà Gerusalemme come capitale di un futuro Stato palestinese.

Questi legami con le Ong di destra e con l’elite politica israeliana hanno collocato ACOM in prima linea nella guerra di Israele contro il BDS. Sul piano interno, la spinta ha portato Israele a vietare a vari attivisti del BDS, compresa Ana Sanchez Mera, che sarebbe affiliata al Comitato Nazionale [palestinese] del BDS (BNC) e attiva nelle iniziative del BDS spagnolo, l’ingresso nel Paese. Eppure che quest’ultima battaglia si stia giocando nei tribunali spagnoli, un luogo a dir poco improbabile, dimostra che questo braccio di ferro va ben oltre i confini dello Stato ebraico. In questo modo i tribunali spagnoli sono diventati sotto molti aspetti un microcosmo di una più ampia lotta per l’opinione pubblica, una guerra per le pubbliche relazioni combattuta in un mondo torbido di Ong e di programmi solo parzialmente occulti.

Eppure nel marzo 2018 al presidente di ACOM Ángel Mas è stato dato un assaggio della sua stessa medicina. Il “Comitato di Solidarietà con la Causa Araba”, una Ong che riceve finanziamenti da molti Comuni spagnoli, ha presentato una denuncia di 70 pagine contro Mas. L’iniziativa ha rappresentato la prima volta che un ente filo-israeliano è stato chiamato in tribunale in Spagna per le sue attività. Mas ha detto di essere “sorpreso e contrariato” per la decisione del giudice di esaminare la denuncia, definendo la mossa “un tentativo futile di abusare del sistema giudiziario spagnolo con la propaganda.” Mas ha aggiunto: “Avendo subito durissime sconfitte in tribunale, il movimento BDS spagnolo sta cambiando metodi. Sta prendendo di mira singoli individui con una campagna di menzogne (…) Non avrà successo.”

Questi costanti andirivieni giuridici non mostrano alcun segno di diminuzione. Proprio questa settimana ACOM ha pubblicato un comunicato stampa vantandosi di un’azione legale pendente contro il consiglio comunale di Pamplona, nel nord della Spagna. La denuncia lo accusa di discriminazione contro israeliani ed ebrei spagnoli per la mancata istituzione di una piattaforma di rappresentanti israeliani e per l’appoggio al boicottaggio militare [di Israele], due punti fondamentali del movimento BDS. Con questi precedenti, i tentativi di ACOM e, per estensione, di Israele per distruggere la campagna di boicottaggio in Spagna hanno sempre più spinta e forza. Benché movimenti filo-BDS come CSAC abbiano iniziato a giocare lo stesso gioco di ACOM, questi tentativi rimangono ancora indietro sia per quantità che per impatto. Se il BDS desidera conservare slancio e influenza, dovrà mettere più forza in questo prolungato braccio di ferro.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Decodificare l’“accordo del secolo” di Pipes/Trump/Kushner

Richard Falk

11 settembre 2018

Non occorreva essere dei fedeli alla linea “mai Trump” per nutrire dubbi riguardo alla proposta di portare la pace tra i palestinesi e gli ebrei creando le condizioni che avrebbero prodotto l’“accordo del secolo”. E, siamo onesti, se la gara tra le Nazioni viene giocata oggi secondo le regole di Madison Avenue [famosa strada dello shopping e pubblicità a Manhattan, ndtr.], la frase sarebbe vincente invece che perdente, se considerata da un punto di vista della risoluzione dei problemi. Persino nell’attuale clima politico degradato, scommettere su uno slogan pubblicitario come sostitutivo di idee risolutive può essere una formula efficace per garantirsi un ampio pubblico per un episodio di un reality televisivo, ma è una crudele scappatoia quando si tratta di affrontare il quotidiano calvario del popolo palestinese destinato ad essere vittima e a vivere sotto lo Stato israeliano di apartheid.

Ciò che forse è ancor peggio delle pompose spacconerie di Trump, è che qui sembra esserci una logica perversa che sorregge questo folle proposito nato dall’immaginazione ultra-sionista di Daniel Pipes [giornalista e storico statunitense ultraconservatore, ndtr.]. È stato Pipes, mesi fa, usando il Forum sul Medio Oriente pensato come suo tramite, a lanciare un appello per ciò che lui definiva “Victory Caucus” [“un comitato elettorale della vittoria”]. Pipes, uno studioso intelligente ed esperto, argomentava che il percorso diplomatico di Oslo era fallito miseramente come strumento per porre fine al conflitto attraverso negoziati. Accompagnava questa conclusione con la storica affermazione che conflitti di lunga durata tra avversari etnici raramente si concludono attraverso compromessi o accordi. Terminano con la vittoria di una delle parti e il riconoscimento della sconfitta da parte dell’altra.

Quindi il trucco, così credeva Pipes, sta nel convincere i palestinesi ad accettare il dato di fatto ed ammettere a sé stessi e al mondo di aver perso la battaglia per impedire la creazione di uno Stato ebraico in Palestina o per dare vita ad un proprio Stato sovrano. Pipes sostiene che uno sguardo obiettivo ai rapporti di forza diplomatici e militari in Palestina e Medio Oriente conferma questo giudizio sull’esito politico anche senza contare sul solido appoggio geopolitico degli Stati Uniti, che garantiscono un sostegno incondizionato alle priorità israeliane rispetto a quelle palestinesi.

Con questa consapevolezza, il puzzle politico da risolvere allora per Pipes diventa duplice: come convincere il governo USA a passare dal fallimentare tentativo di negoziare una soluzione a quello di aiutare l’Israele di Netanyahu ad imporne una con successo e, oltre a ciò, come esercitare un’ulteriore sufficiente pressione sulla situazione dei palestinesi, sul campo e a livello internazionale, in modo che i loro dirigenti affrontino la realtà e rinuncino una volta per tutte alle loro rivendicazioni politiche e si accontentino di ciò che quindi gli si offrirebbe – una promessa di miglioramento economico nella loro situazione.

A pensarci bene, non sembra così strano che dei sostenitori così estremisti di Israele come il trio Kushner [genero e consigliere di Trump per il Medio Oriente, ndtr.], Friedman [ambasciatore Usa in Israele e colono, ndtr,] e Greenblatt [consigliere di Trump per Israele, ndtr.] siano disponibili ad un simile approccio, e potrebbero essersi mossi in una analoga direzione anche senza l’apporto di Pipes, che fornisce un quadro logico coerente. Consideriamo le iniziative prese dal governo USA negli ultimi otto mesi e ne risulterà un disegno che sembra essere comprensibile solo come tentativo di mettere in pratica il suggerimento del “Victory Caucus”: spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, attaccare l’ONU – inclusa l’uscita dal Consiglio per i Diritti Umani, a causa dei suoi pregiudizi anti israeliani, congelare e poi eliminare l’indispensabile aiuto finanziario alle operazioni dell’UNRWA a Gaza e in Cisgiordania, chiudere l’ufficio di rappresentanza dell’OLP a Washington, chiudere gli occhi sui crimini israeliani contro l’umanità commessi in risposta alla ‘Grande Marcia del Ritorno’ alla barriera di Gaza, minacciare la Corte Penale Internazionale e dare tacito assenso all’accelerata espansione delle colonie illegali israeliane (che contano ormai più di 600.000 coloni). Non c’è altro modo di leggere questo elenco di manovre provocatorie se non come una serie di segnali al popolo palestinese, e soprattutto ai suoi leader, perché capiscano l’inutilità della loro sofferenza, che peggiorerà sempre più se loro non agiranno assennatamente e si piegheranno a qualunque cosa Israele proponga per portare a termine il progetto sionista di dominio dell’intera Palestina storica, la restituzione biblica della ‘terra promessa’ che spetta agli ebrei.

Chiamare questo genere di diplomazia coercitiva su un popolo già oppresso col termine di “accordo” è una mistificazione linguistica. È più un arrogante trucco che non un accordo, che implica la parvenza di una convergenza di idee. È ciò che io ho definito in questo ed altri contesti un “crimine geopolitico” che merita sanzioni e condanne internazionali, non l’attenta considerazione riservata ad un serio tentativo di portare pace tra i due popoli. In futuro una simile iniziativa sarà conosciuta probabilmente come ‘il tentato omicidio più grave del secolo’.

Prescindendo dal disgusto per l’immoralità e l’illegalità di questo approccio di Pipes/Trump/Kushner, è importante porsi l’imbarazzante domanda: ‘funzionerà?’. Date le lotte e le sofferenze subite dal popolo palestinese per più di un secolo, sembra che il ‘Victory Caucus’ di Pipes, come l’‘accordo’ di Trump, incontrerà uno sprezzante rifiuto, probabilmente accompagnato da una drastica ripresa della resistenza palestinese, che affiancherà ulteriori espressioni militanti di attività di solidarietà a livello mondiale. Se teniamo conto della continuazione eroica della ‘Grande Marcia’ al confine di Gaza, nonostante le ripetute atrocità compiute dall’esercito israeliano, e del crescente sostegno mondiale alla campagna BDS, sembra ragionevole concludere che l’accordo del secolo è stato respinto ancor prima che fosse esplicitato con tutta la sua squallida messa in scena, compresa l’idea di ridisegnare i confini con i Paesi vicini, frammentando in modo permanente il popolo palestinese, al di là delle più fosche aspettative. Se, un grande se, il trio dei consiglieri di Trump di ‘prima Israele” agisce con molta astuzia, questo è un accordo la cui natura dettagliata non verrà mai rivelata al giudizio del pubblico, e il cui anticipato rigetto verrà nascosto dietro una valanga di denunce dell’atteggiamento di rifiuto palestinese come responsabile di aver affossato il piano di pace di Trump.

Sotto questo tentativo di costringere i palestinesi a bere una simile miscela tossica vi è un’errata lettura del corso della storia nei nostri tempi. Il sole è tramontato sul colonialismo e, al di là di quanto si possano mostrare i muscoli geopolitici, questa realtà non può essere trascurata. Questo tipo di crimine geopolitico senza dubbio aumenterà le sofferenze dei palestinesi, mentre contemporaneamente rafforzerà la loro determinazione. In questo genere di lotte contro la colonizzazione vi sono spostamenti negli equilibri del ‘potere persuasivo’, che il più delle volte producono cambiamento e non il rovesciamento dell’equilibrio geopolitico o della superiorità sul terreno di scontro. I popoli, non gli Stati e le loro forze armate, sono i protagonisti e gli attori della nostra epoca, con i governi lasciati in secondo piano a lamentarsi dei risultati. Le potenze coloniali europee lo hanno imparato nel modo più duro in una serie di guerre sanguinose, che hanno perso nonostante la loro superiorità militare. Gli Stati Uniti, nonostante le loro esperienze in Vietnam, Iraq e Afghanistan, devono ancora rendersi conto dei limiti della potenza militare nel mondo post-coloniale e quindi continuano a inventare armamenti, tattiche e dottrine senza imparare questa imprescindibile lezione sul mutamento di natura del potere.

È vero, la diplomazia di Oslo è stata un fallimento che ha giocato a favore di Israele ed è stata giustamente abbandonata. Ma la risposta di Trump a questo fallimento si configura come la criminalizzazione della diplomazia, che viola i più basilari precetti del diritto internazionale sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Arriva al punto di condurre una guerra aggressiva contro un popolo vulnerabile e disperato. Se l’ONU e i governi dominanti assistono a questo terribile spettacolo in assordante silenzio, si può solo sperare ardentemente che i popoli del mondo riconoscano la necessità di una riforma radicale per evitare una futura catastrofe, non solo per i palestinesi, ma per l’intera umanità.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Attore israeliano appoggia il BDS

Finalmente libero, l’attore israeliano Itay Tiran appoggia il BDS e afferma che il sionismo è razzismo

Jonathan Ofir

8 settembre 2018,Mondoweiss

 

Sono rimasto molto colpito dalla recitazione di Itay Tiran nell’avvincente mini-serie britannica “La promessa”, diretta da Peter Kosminsky. La serie riguarda Israele-Palestina, e va avanti e indietro tra gli anni precedenti la fondazione dello Stato [di Israele] e gli avvenimenti attuali. Tiran recitava la parte di un ebreo israeliano di sinistra che si unisce a “Combattenti per la pace” [gruppo di israeliani e palestinesi per la pace e la convivenza, inizialmente formato solo da ex-combattenti, ndtr.], e sua sorella lo considera un antisionista. È molto credibile nel suo ruolo, mentre sfida i suoi genitori “sionisti progressisti” e mette in evidenza la loro ipocrisia.

Ora l’attore trentottenne sta per lasciare Israele per andare in Germania, ed ha rilasciato ad “Haaretz” [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] un’intervista in cui si esprime liberamente. Parla a favore del BDS [movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, ndtr.], in modo ragionato. Definisce il sionismo razzista – non come iperbole –, si esprime a questo proposito in modo razionale e logico.

È davvero liberatorio leggerlo. Ci sono espressioni che i sionisti stanno cercando di vietare in tutto il mondo – ed egli è totalmente libero di parlarne! Immagino che se lo sia tenuto in serbo per il momento in cui sarebbe andato via, perché le conseguenze che ne possono derivare in Israele possono essere disastrose.

Negli estratti di intervista pubblicati finora da “Haaretz” (pensano di pubblicare l’intervista completa nel supplemento culturale in ebraico di “Haaretz”), Tiran dice che il BDS è assolutamente legittimo:

Il BDS è una forma di resistenza assolutamente legittima. E se noi vogliamo invocare un certo tipo di discussione politica che non è violenta, dobbiamo rafforzare queste voci, anche se è difficile. Del resto non importa quello che faranno i palestinesi. Quando commettono un atto di terrorismo vengono definiti terroristi violenti, sanguinari. E quando appoggiano il BDS sono terroristi politici. Se ciò che alla fine porterà a una soluzione qui saranno pressioni non violente, portate avanti come discorso politico, allora perché non appoggiarlo?

È un atteggiamento umanitario, ed è anche concreto, e penso che eviterà le prossime guerre.

Non è certo un’opinione condivisa in Israele, che ha interi ministeri e notevoli fondi destinati a lottare contro il BDS. Tiran va anche oltre.

Parla del fascismo di Israele, e della sua negazione:

Ti alzi la mattina, bevi il tuo caffè e leggi i giornali. Vedi un articolo e dici: ‘Dunque questo è il momento in cui siamo diventati fascisti o no?’ Stai lì seduto e giochi una specie di gioco e gradualmente capisci che tutto quello che fai è continuare a farti quella domanda e a stare al gioco, senza deciderti.

Parla di come la legge fondamentale recentemente approvata, che dichiara Israele lo Stato-Nazione del popolo ebraico, non sia per niente nuova, e che in questo senso non è del tutto negativa, se serve come segnale d’allarme:

Se la legge sullo Stato –Nazione è un punto di riferimento, in base al quale stabilire dove è arrivata la società israeliana, allora è chiaramente una legge razzista e non egualitaria, un altro passo nella deriva nazionalista che avviene qui. D’altra parte dico che non è solo negativa. Perché? Perché fa emergere una sorta di subcosciente collettivo che qui c’è sempre stato. La “Dichiarazione di Indipendenza” e discorsi su uguaglianza e valori, tutto ciò fu l’autoesaltazione di un colonialismo che si vantava di essere un liberalismo illuminato. C’è gente che si definisce ancora di centrosinistra, e pensa ancora che se inseriscono la parola “uguaglianza” nella legge tutto sarà a posto. Non lo credo. E realmente, l’obiezione giustificata della Destra è stato: ‘Aspettate un attimo, ma c’è la legge del [diritto al] ritorno. Come mai solo la legge sullo Stato – Nazione vi fa diventare matti?’

Ottima osservazione. Quindi l’intervistatore, Ravit Hecht, gli pone un’importante domanda:

 “Pertanto stai dicendo che il sionismo, non importa quale, è uguale al razzismo?”

“Sì”, risponde Tiran.

Semplicemente così. L’ex ambasciatore di Israele all’ONU Chaim Herzog si infuriò su tale questione, e com’è noto fece a pezzi la risoluzione del 1975 che equiparava il sionismo al razzismo. L’ambasciatore USA all’ONU, Daniel Patrick Moynihan, pronunciò un famoso discorso denunciando la risoluzione come opera dei nazisti.

L’aberrazione dell’antisemitismo ha assunto l’aspetto di una sanzione internazionale. L’Assemblea Generale oggi concede un indulto simbolico – e qualcosa in più – agli assassini di sei milioni di ebrei europei.

E c’è Tiran, che accetta l’equazione, razionalmente, pacificamente e inequivocabilmente.

Di conseguenza la discussione prosegue.

“Che il sionismo equivalga al colonialismo?” chiede Hecht.

“Sì, esatto. Tutti noi dobbiamo quindi vedere la verità, e poi prendere posizione.”

Non potrebbe essere più chiaro di così. Non è complicato. L’intervista integrale sicuramente sarà qualcosa a cui guardare con impazienza. Come ho già detto, una liberazione.

 

Su Jonathan Ofir

Musicista israeliano, conduttore e blogger / writer che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)