boicottaggio contro Puma

Puma continua ad aiutare Israele a mascherare con lo sport le violazioni dei diritti umani

Imprese come Puma, che supporta le associazioni sportive israeliane, ignorano consapevolmente l’oppressione degli atleti palestinesi.

 Aya Khattab

27 Ottobre 2019 | Al Jazeera

 

Da quando ho iniziato a giocare a pallone da ragazzina, il mio sogno è sempre stato farlo nella nazionale femminile palestinese di calcio. E ci sono riuscita! Mi sono fatta strada attraverso le diverse categorie, cominciando con la squadra under 16, ed ora sono difensore nella nazionale.

Realizzare il mio sogno non ha però comportato soltanto duro lavoro, ma anche l’affrontare un’ulteriore aspetto del sistema israeliano di oppressione militare e discriminazione razziale.

Essere un atleta in Palestina non è semplice. Qui non si può dire che il gioco sia al di sopra di politica e conflitto. Qui siamo circondati da posti di blocco israeliani, barriere di separazione, strade segregate e colonie. Le infrastrutture israeliane di occupazione e apartheid negano a tutti i palestinesi, atleti inclusi, qualsivoglia libertà di movimento. Siamo costantemente vessati, minacciati e umiliati dalle forze israeliane. Quando siamo in campo, non ci è concesso il lusso di dimenticare l’occupazione.

Quando viaggiamo per gli allenamenti o per un evento siamo continuamente costretti a subire perquisizioni umilianti ai checkpoint militari. Le partite vengono interrotte da incursioni di militari armati. I campi da gioco vengono fagocitati dalla continua espansione degli insediamenti illegali, i nostri stadi devastati dalle bombe israeliane.

Dedicarsi alla carriera di atleta in Palestina è senz’altro una lotta costante, poiché l’occupazione israeliana pone delle barriere di fronte a noi ad ogni passo. Questo è il motivo per cui ci aspettiamo che il resto del mondo, ed in particolar modo le imprese e le istituzioni sportive, si mostrino consapevoli della nostra sofferenza e ci appoggino. Questo è il motivo per cui rifiutiamo i tentativi di alcune industrie o di certe marche dello sport di mascherare l’occupazione israeliana.

L’anno scorso, la multinazionale dell’abbigliamento sportivo Puma ha firmato un contratto di sponsorizzazione della durata di quattro anni con la IFA, la Israel Football Association [la federazione calcistica israeliana, ndtr.]. La IFA include squadre provenienti dalle colonie israeliane illegali, costruite su terreni sottratti alle famiglie palestinesi violando le leggi internazionali.

La complicità dell’IFA nella prassi israeliana di occupazione illegale è stata ripetutamente condannata da consiglieri delle Nazioni Unite, decine di parlamentari europei, personaggi pubblici, dalla società civile e da associazioni per i diritti umani.

La sponsorizzazione dell’IFA da parte di Puma e la legittimazione internazionale che ne consegue lasciano intendere al regime israeliano razzista e di destra che l’ espansione delle colonie illegali ottenuta con l’ espulsione di famiglie palestinesi dalle terre dei loro avi può continuare impunemente.

Puma sostiene che lo sport “ha la capacità di trasformarci e darci potere”. É vero. Lo sport ha cambiato la mia vita e quella di molti palestinesi, che hanno perseverato nel seguire i propri sogni nonostante le scoraggianti condizioni dettate dall’occupazione.

Tuttavia, anziché dare potere a persone come noi, che ogni giorno si rapportano con l’oppressione, Puma ha scelto di dare potere e supporto ai nostri oppressori.

Più di duecento squadre palestinesi hanno richiesto alla compagnia di attenersi ai suoi stessi codici etici e annullare l’accordo con l’IFA.

Qual è stata la risposta di Puma alle continue richieste di riconsiderare il contratto? Un risibile tentativo di schivare le critiche appellandosi alla “dedizione verso l’uguaglianza universale”, mentre insiste nel sottoscrivere le violazioni dei diritti umani dei palestinesi perpetrate da Israele, e aiuta lo Stato ebraico a mascherare con lo sport il suo sistema di oppressione.

Nel frattempo, l’edizione della Coppa di Palestina di quest’anno è stata cancellata a causa di nuove restrizioni israeliane alla libertà di movimento dei palestinesi. Israele aveva inizialmente negato l’autorizzazione a raggiungere la Cisgiordania a tutti i giocatori della squadra uscita vincitrice dalla Coppa di Gaza, eccetto uno. Quando la squadra ha ripresentato la domanda, Israele ha negato l’autorizzazione a tutti i giocatori eccetto cinque.

Nel 2018, i proiettili dei cecchini israeliani hanno ucciso 183 palestinesi a Gaza, ferendone più di 6,000, nel corso delle manifestazioni pacifiche mirate ad ottenere la fine dell’asfissiante assedio israeliano alla striscia (in atto da ormai dodici anni), e il rispetto del diritto al ritorno, sancito dalle Nazioni Unite. I cecchini israeliani hanno stroncato la carriera di promettenti atleti palestinesi, inclusi calciatori, pugili, ciclisti, pallavolisti.

Una commissione di indagine delle Nazioni Unite ha scoperto che i soldati israeliani hanno intenzionalmente preso di mira ed ucciso civili palestinesi che partecipavano alle manifestazioni, il che può costituire un crimine di guerra.

Ciononostante, la posizione di Puma è rimasta immutata. Ecco perché sostenitori del BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, movimento che propone il boicottaggio di Israele fintanto che non accetti di accogliere importanti richieste relative ai diritti umani dei palestinesi, ndtr.] in tutto il mondo hanno intrapreso azioni più incisive contro l’impresa. In migliaia hanno invitato a smettere di acquistare i prodotti Puma finché il marchio non mette fine alla sponsorizzazione dell’IFA.

Lo scorso giugno le associazioni per i diritti umani in venti Nazioni del mondo hanno protestato contro tale sponsorizzazione nei negozi Puma, negli uffici e durante le partite di squadre sponsorizzate dal marchio. Oggi riproporranno tale protesta per una seconda giornata di azione globale, con più di 50 manifestazioni in tutto il mondo.

Sta a tutti noi pretendere che Puma risponda per il fatto di non rispettare i principi dello sport e della correttezza.

In quanto giovane e determinata donna palestinese che ha fatto dell’andare oltre i limiti e del superare ostacoli parte essenziale della propria vita, non permetterò che il sistema di oppressione israeliano mi impedisca di vivere il mio sogno.

Tutti coloro che credono nella libertà e nella giustizia possono unirsi a me e pretendere che Puma rispetti il proprio impegno di promuovere il cambiamento sociale, mettendo fine alla sponsorizzazione della nostra oppressione.

 

(Traduzione dall’inglese di Jacopo Liuni)




La Corte Suprema sentenzia che Israele può espellere il direttore di Human Rights Watch

Henriette Chacar

5 novembre 2019 – +972

 

Il massimo tribunale di Israele sancisce che Omar Shakir può essere espulso, ratificando gli sforzi del governo per mettere a tacere chi critica le sue politiche. Il suo caso è stato descritto come uno spartiacque per la difesa dei diritti umani e per la libertà di espressione in Israele.

Martedì, dopo una lunga battaglia legale per consentirgli di rimanere nel Paese, la Corte Suprema di Israele ha approvato l’espulsione del direttore di Human Rights Watch di Israele e Palestina, Omar Shakir.

I giudici Neal Hendel, Noam Sohlberg e Yael Willner hanno accolto l’accusa dello Stato in base alla quale Shakir, cittadino statunitense, appoggia il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ed hanno respinto l’appello di Shakir e di Human Rights Watch contro la sua espulsione.

Shakir dice che ora ha 20 giorni di tempo per andarsene o subire l’espulsione.

Il caso di Shakir è stato descritto come uno spartiacque per la difesa della libertà di espressione e dei diritti umani in Israele. Ordinando la sua espulsione, Israele si affianca a Paesi come la Corea del Nord, l’Iran, Cuba e il Venezuela, che hanno anch’essi vietato l’ingresso ai membri dello staff dell’organizzazione.

La sentenza si basa sull’emendamento del 2017 alla Legge di divieto di ingresso in Israele, che autorizza il Ministro dell’Interno a rifiutare i visti temporanei o la residenza a qualunque cittadino non israeliano che abbia pubblicamente invitato o si sia impegnato a partecipare al boicottaggio di Israele. In agosto Israele ha fatto ricorso a questa legge per impedire alle deputate del Congresso [USA] Ilhan Omar e Rashida Tlaib di entrare nel Paese.

L’anno scorso il Ministero dell’Interno israeliano ha revocato il permesso di lavoro di Shakir ed ha ordinato la sua espulsione entro due settimane. È stata la prima volta che il governo israeliano ha utilizzato l’emendamento del 2017 alla Legge sull’ingresso per espellere qualcuno che era già presente nel Paese.

La decisione di Israele si è basata in larga parte su un dossier dell’ intelligence che il Ministero degli Affari Strategici ha elaborato riguardo all’attivismo di Shakir in favore dei diritti dei palestinesi prima di entrare a far parte di HRW. In quanto co-presidente degli ‘Studenti per equi diritti per i palestinesi’ a Stanford, Shakir aveva richiesto all’università di disinvestire dalle aziende che traggono profitti dall’occupazione.

HRW, rappresentata dagli avvocati israeliani per i diritti umani Michael Sfard, Sophia Brodsky e Emily Schaeffer Omer-Man, ha quindi presentato ricorso contro l’ordine di espulsione del governo.

Israele sostiene di avere il diritto di difendersi e di proteggere i propri cittadini da “un boicottaggio politico-diplomatico da parte di soggetti non statali che intendono minare le fondamenta dell’esistenza dello Stato in questione.” Tuttavia la legge anti-boicottaggio non fa distinzione tra gli inviti al boicottaggio della colonizzazione da parte di Israele, che viola il diritto internazionale, e le dichiarazioni e le azioni dirette contro lo Stato.

Lo Stato ha inoltre dichiarato che la questione non si pone rispetto a HRW come organizzazione, bensì rispetto a Shakir come singolo individuo. Nella sentenza di martedì il giudice Hendel ha detto che “Human Rights Watch non è classificata come organizzazione che boicotta – e può richiedere di incaricare un altro rappresentante che non sia coinvolto fino al collo nelle attività del BDS.” Tuttavia, secondo HRW, Shakir ha seguito e messo in atto le politiche dell’organizzazione.

HRW, organizzazione statunitense non profit indipendente fondata nel 1978 ed oggi presente in 90 Paesi, “non prende posizione sul boicottaggio di Israele. Non si tratta di una politica specifica riguardo a Israele, fa parte del nostro modo di lavorare dovunque nel mondo”, ha detto Shakir nel Podcast di +972 a maggio.

Oggi la cartina di tornasole politica per entrare in Israele sembra essere l’appoggio al boicottaggio. Potrebbe domani essere la richiesta alla Corte Penale Internazionale di aprire un’inchiesta, oppure l’invito a eliminare le colonie, o affermare che la Cisgiordania è occupata? Oggi queste limitazioni vengono usate per impedire a qualcuno di entrare nel Paese. Potrebbe domani essere questa la base per limitare le attività dei difensori dei diritti israeliani e palestinesi?” ha aggiunto.

Secondo Shakir, il suo caso non riguarda il BDS, come sostiene Israele, ma “costringere al silenzio la difesa dei diritti umani”. Decine di associazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani hanno criticato l’ordine di espulsione, come anche il Segretario Generale dell’ONU, 27 Stati europei e 17 deputati del Congresso (USA), descrivendo l’impatto agghiacciante che questo avrà su coloro che sfidano le politiche di Israele.

Alla fine di ottobre Israele ha vietato all’attivista palestinese di Amnesty International Laith Abu Zeyad di recarsi in Giordania per il funerale di sua zia, a causa di ciò che le autorità israeliane hanno definito “considerazioni di sicurezza”. Amnesty, da parte sua, ha scritto che questa è stata “una sinistra iniziativa imposta come punizione per il suo lavoro in difesa dei diritti umani in Palestina”. Nel 2017 Israele ha vietato l’ingresso al direttore per la sensibilizzazione dell’organizzazione per il Medio Oriente e Nordafrica, Raed Jarrar, in occasione di una sua visita personale nei territori occupati in seguito alla morte di suo padre.

L’anno scorso Israele ha vietato l’ingresso a quattro dirigenti statunitensi di associazioni per i diritti umani che stavano visitando Israele e la Cisgiordania per comprendere meglio la situazione sul terreno. I membri che sono stati espulsi includono Vincent Warren, direttore esecutivo del Centro per i Diritti Costituzionali (CCR) e Katherine Franke, presidente del Consiglio del CCR e docente di diritto, gender e studi sulla sessualità alla Columbia University. I due sono stati interrogati relativamente alla loro affiliazione politica a gruppi critici verso Israele e Franke è stata accusata di essere membro del movimento BDS.

Henriette Chacar è redattrice della rivista +972 che si occupa delle notizie arabo-palestinesi. È cittadina palestinese di Israele, nata e cresciuta a Jaffa. Si è laureata alla Scuola di Giornalismo della Columbia ed ha lavorato per ‘Mount Desert Islander’, ‘PBS Frontline’ e ‘The Intercept’.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il centrismo degli imbecilli

Recensione di Hannah Gurman

4 novembre 2019 – Mondoweiss

del libro How to Fight Anti-Semitism [Come lottare contro l’antisemitismo]

di Bari Weiss

224 pp.,Crown, $20.00

Nel 1971 il New York Times pubblicò un articolo sull’antisemitismo intitolato “Il socialismo degli imbecilli”. Scritto da Seymour Lipset, un eminente studioso di sociologia politica, sollecitava attenzione nei confronti dello spostamento del fenomeno. “A differenza della situazione precedente il 1945, quando le politiche antiebraiche erano ampiamente identificate con elementi di destra,” osservava Lipset,” l’attuale ondata è legata a governi, partiti e gruppi che vengono per convenzione descritti come di sinistra.” Prendendo in considerazione solo l’antisemitismo all’interno dei movimenti del nazionalismo nero e della nuova sinistra, l’articolo sosteneva che le critiche di sinistra contro Israele e il sionismo erano contagiate da luoghi comuni antisemiti e che la sinistra negli Stati Uniti e in Europa stava inconsapevolmente ripetendo la propaganda sovietica.

Lipset non era il primo ad affermare che la sinistra avesse un problema con l’antisemitismo. La frase “socialismo degli imbecilli” è attribuita ad August Bebel, un dirigente del movimento socialista tedesco alla fine del Diciannovesimo secolo. Questa critica interna tuttavia confermava la prevalente associazione tra antisemitismo ed estrema destra, che l’avvento del nazismo e gli orrori dell’Olocausto avevano reso innegabile. Tuttavia negli anni ’60 riemersero preoccupazioni riguardanti l’antisemitismo della sinistra. Questa volta gli allarmi vennero da intellettuali ebrei americani che legavano la propria analisi dell’antisemitismo a un più complessivo discorso su uno spostamento a destra nell’orientamento politico degli ebrei americani.

Molti di questi personaggi giocarono un ruolo influente nel movimento neoconservatore che emerse in opposizione con l’estremismo percepito della sinistra. Tra gli anni ’60 e ’80 importanti neoconservatori misero in relazione il loro appello a favore di uno spostamento a destra nella politica americana con problemi legati alla sopravvivenza degli ebrei. Nel 1984 Irving Kristol [giornalista noto come il “padrino del neoconservatorismo”, ndtr.] sostenne che la sinistra avesse sostanzialmente abbandonato gli ebrei. “Mentre gli ebrei bianchi americani hanno per la maggior parte conservato la propria lealtà alla politica del progressismo americano,” scrisse, “questa politica si è cortesemente e inesorabilmente allontanata da loro.” In un’intervista sul suo libro del 1984 sull’antisemitismo della sinistra, Nathan Perlmutter [dirigente del gruppo lobbystico filoisraeliano “Antidefamation League, ndtr.] sostenne che la critica della sinistra alla politica estera USA in Medio Oriente era un problema più grave del suprematismo bianco di destra. “Sono più preoccupato dell’isolazionismo che potrebbe danneggiare il maggior alleato dell’America in Medio Oriente,” affermò, “di quanto lo sia di qualche uomo del Ku Klux Klan in un pascolo per mucche nel Missouri centrale.”

Oggi una nuova generazione di intellettuali ebrei americani sta sollecitando l’attenzione sulla crescita dell’antisemitismo a sinistra. A 33 anni l’editorialista e ragazza-prodigio del New York Times Bari Weiss è una delle più giovani e al tempo stesso eminenti componenti di questo gruppo. Come Lipset, Weiss rifugge l’etichetta di neoconservatrice, identificandosi come centrista. Il suo primo libro, How to Fight Anti-Semitism [Come lottare contro l’antisemitismo], pubblicato in settembre, in apparenza mette in guardia contro la crescita dell’antisemitismo sia a sinistra che a destra. Eppure, allo stesso modo di altri recenti lavori su questa linea, come Antisemitism Here and Now [Antisemitismo qui e ora] di Deborah Lipstadt, pubblicato all’inizio di quest’anno, il punto essenziale del libro di Weiss è rimproverare la sinistra in quanto altrettanto cattiva, se non peggiore, della destra. Così facendo, continua la tradizione dei neoconservatori di calunniare la sinistra con accuse di antisemitismo. Mentre Weiss dedica attenzione ad alcune questioni di antisemitismo a sinistra, la sua analisi alla fin fine contribuisce a una pericolosa distorsione del fenomeno e a un trito tentativo di infangare i movimenti sociali progressisti nel nome del moderatismo centrista.

Nelle prime pagine del libro Weiss scrive in modo commovente del massacro avvenuto nel 2018 nella sinagoga “Tree of Life” [Albero della Vita], nella sua città natale di Pittsburgh, dove un nazionalista bianco ha ucciso undici fedeli e ne ha feriti altri sei. Si è trattato dell’attacco più letale contro ebrei nella storia degli Stati Uniti.Una buona parte della prima metà del libro è dedicata a raccontare questo ed altri atti di violenza antisemita commessi da estremisti di destra.Benché appassionate e necessarie, tale condanna di efferate atrocità non offre una visione originale sul fenomeno contemporaneo dell’antisemitismo.

Mano a mano che il libro prosegue diventa chiaro che le accuse di antisemitismo nei confronti della destra servono per lo più come preludio del vero punto cruciale del libro, che è la polemica contro l’antisemitismo della sinistra. Mentre Weiss riconosce che l’antisemitismo della destra è responsabile della grande maggioranza dell’attuale violenza fisica contro ebrei negli Stati Uniti e in Europa, osserva che tali atti sono condannati ad alta voce da pressoché tutti gli americani, incluso il presidente Trump. A differenza dell’antisemitismo di destra, che è trasparente e ovvio, sostiene lei, l’antisemitismo della sinistra è un’“iniziativa molto più sottile e sofisticata” che è “tipicamente nascosta nel…linguaggio della giustizia sociale e dell’antirazzismo, dell’uguaglianza e della liberazione.” E poiché gli ebrei sono storicamente identificati con la sinistra, il suo antisemitismo è disconosciuto, tollerato e gli viene consentito di diffondersi ancor di più. Poiché esso pone una minaccia interna ai valori e alle istituzioni progressisti, l’antisemitismo della sinistra è in ultima analisi più “insidioso e forse più radicalmente pericoloso” di quello della sua controparte di destra.

Una parte centrale dell’argomentazione di Weiss, e più in generale di quanti si autodefiniscono centristi, è l’affermazione secondo cui l’antisionismo è intrinsecamente antisemita. “Quando l’antisionismo diventa una posizione politica normativa,” scrive, “l’antisemitismo attivo diventa la norma.” Insistendo sul fatto che la lunga storia delle critiche ebraiche al sionismo non è più valida nel mondo post – Olocausto, rifiuta di accettare la possibilità che questa visione del mondo abbia un qualunque valore nell’attualità, respingendolo in modo derisorio come il programma di un misero “centinaio di anarchici impegnati a Brooklin e a Berkeley.” E mentre Weiss apparentemente riconosce che non tutte le critiche a Israele sono antisemite, dedica solo un paragrafo in tutto il libro all’anti-liberalismo dell’attuale governo israeliano e alle atrocità che ha commesso contro i palestinesi. Più in generale, ripete una pericolosa concettualizzazione dell’antisemitismo che include le critiche allo Stato di Israele. Sotto l’apparenza della neutralità politica, la “definizione provvisoria di antisemitismo” adottata dal governo del Regno Unito, dall’Unione Europea e da un’ampia gamma di organizzazioni non governative, prende di mira disordinatamente le critiche di sinistra alle violazioni israeliane dei diritti umani. Persino lo studioso americano che per primo ha stilato la definizione provvisoria ha condannato il suo uso come strumento di repressione della libertà di parola.

Ci dev’essere un legittimo dibattito sulla questione su se e perché Israele è preso di mira dalla sinistra rispetto ad altri Stati che commettono anche loro violazioni dei diritti umani e atrocità in modo sistematico. Ma mentre Weiss e altri centristi lamentano che i misfatti di Israele sono distorti e presi fuori dal contesto, essi fanno regolarmente altrettanto prendendo di mira intellettuali ed attivisti di sinistra. Rifiutando di confrontarsi con le idee di studiosi di sinistra che collocano Israele all’interno del paradigma del colonialismo d’insediamento e dell’imperialismo europeo e americano, lei al contrario sceglie esempi per evidenziare un presunto problema sistemico. Mentre cita qualche considerazione volgarmente antisemita fatta da docenti del dipartimento di studi sul Medio Oriente della Columbia University, omette i molti altri esempi in cui docenti della Columbia e altrove sono stati presi di mira da gruppi ebraici di destra, compresa “Canary Mission” [sito filoisraeliano che diffonde denunce e calunnie contro militanti filopalestinesi, ndtr.], solo perché criticano il sionismo o appoggiano il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). Mentre descrive gli intellettuali di sinistra come un branco di prepotenti antisemiti, [l’autrice] rimane in silenzio riguardo al suo stesso ruolo in campagne che intendono distruggere la carriera e la reputazione di molti professori in nome della “libertà accademica”.

L’Islam è un’altra questione centrale della denuncia centrista dell’antisemitismo di sinistra. Weiss lamenta che la sinistra accusi di essere islamofobo chiunque denunci l’antisemitismo nella comunità musulmana. “Ci vorrà molto per spiegare perché ‘la sinistra militante’ insisterà all’infinito su una panetteria che non vuole fare una torta per un matrimonio gay, ma non ha niente da dire sul delitto d’onore.”

Benché l’eredità del colonialismo europeo possa spiegare l’esistenza dell’antisemitismo nel Medio Oriente di oggi, sostiene, non dovrebbe giustificare tali convinzioni. Ma mentre Weiss non esita a evidenziare i pericoli di basarsi eccessivamente sull’ideologia post-coloniale, rifiuta di riconoscere i modi in cui le sue stesse opinioni sono modellate sull’ideologia successiva all’11 settembre. Il libro equipara costantemente l’Islam all’estremismo islamico e riproduce le argomentazioni dell’apparato della sicurezza nazionale statunitense post- 11 settembre. Uno degli esempi che offre dell’antisemitismo musulmano negli Stati Uniti è il tentativo di attentato dinamitardo del 2009 contro due sinagoghe nel Bronx. Ripetendo i resoconti giornalistici più in voga di quegli avvenimenti, omette il fatto che quei presunti terroristi antisemiti erano vagabondi affamati, senza casa e malati mentali di Newburgh, New York, che vennero incastrati dall’FBI, che creò l’idea di un complotto, offrì grandi somme di denaro alle sue vittime e li addestrò a usare bombe. Questo è un palese esempio dei molti modi in cui Weiss e altri distorcono le opinioni e le attività di noti musulmani progressisti come Ilhan Omar e Rashida Talib [due deputate, una somala e l’altra palestinese, della sinistra del partito Democratico americano, ndtr.] che sono state accusate di antisemitismo. Ossessionata dal loro uso di luoghi comuni antisemiti, Weiss minimizza i luoghi comuni razzisti che sono stati adottati contro di loro e considera patologici i rapporti di solidarietà che si sono creati tra loro e gruppi di ebrei progressisti.

La sordità che Weiss dimostra riguardo alla sua stessa islamofobia è accompagnata dalla sua volontaria cecità per il ruolo della razza nei dibattiti riguardo all’antisemitismo contemporaneo. Sfidando la nozione secondo cui l’antisemitismo abbia qualcosa a che fare con la razza, Weiss refuta l’affermazione in base alla quale gli ebrei sono bianchi. Circa la metà degli ebrei in Israele, nota, sono sefarditi che arrivano dalla Spagna, dal Nord Africa, dalla Persia e dal Medio Oriente. Ciò può essere vero, ma non dà conto delle forme complesse in cui nonostante ciò l’ideologia razzista europea continui ad esistere in Israele, come esaminato nel lavoro di Ella Shohat. Non affronta neanche lo status razziale degli ebrei negli Stati Uniti. Nel suo libro del 1998, How Jews Became White Folks [Come gli ebrei sono diventati bianchi], Karen Brodkin esplora l’ambivalenza e l’inquietudine che accompagnarono l’accettazione degli ebrei nel proverbiale “Sogno Americano” postbellico. Al contrario Weiss formalmente riconosce i propri privilegi in quanto ebrea nell’America contemporanea, ma non come il suo status si fondi sull’essere bianca. Quindi non è in grado di fare i conti con i modi in cui le sue idee sono state modellate dalll’eredità del centrismo liberalista che si fonda sulla razza.

“Il centro è venuto meno,” lamenta Weiss. Come Arthur Schlesinger, autore del libro del 1949 The Vital Center [Il Centro Vitale], Weiss presenta il centrismo come la risposta razionale e ragionevole a un’America minacciata dall’estremismo sia di destra che di sinistra. E come Schlesinger, Weiss immagina se stessa come una voce obiettiva di moderazione che si trova al di fuori e al di sopra dell’ideologia. Mentre gli estremisti dei due estremi dello spettro ideologico adottano una pericolosa “lealtà tribale”, lei si schiera solo per la verità e la giustizia. Weiss rivolge le proprie avvertenze sui pericoli dell’antisemitismo di sinistra a quanti vedono allo stesso modo la polarizzazione della politica americana come la minaccia esistenziale per la Nazione e desiderano un ritorno al centro vitale.

Il lettore ideale del libro è un ebreo americano che si identifica come progressista ma si sente lontano e non accettato nei circoli progressisti. Il capitolo conclusivo del libro offre consigli a questo lettore su come “controbattere”: “smetti di colpevolizzarti”, “appoggia Israele”, “affidati all’ebraismo”, “racconta la tua storia”. Per contro Weiss caratterizza gli ebrei progressisti come collaboratori e complici dell’antisemitismo paragonabili agli ebrei filo-stalinisti che furono “agenti della loro stessa distruzione” in Unione Sovietica. Se sei uno di quegli individui, Weiss vuole metterti in guardia perché tu veda l’errore del tuo modo di essere prima che sia troppo tardi. Benché formulati nel linguaggio dell’attenzione e della preoccupazione, questi avvertimenti risultano calunnie politiche appena velate che ripetono la caricatura che la destra fa della sinistra.

Per molti progressisti è fin troppo facile sparlare di Weiss. Come illustrano recenti recensioni del suo libro, è una di quelle figure che la sinistra ama odiare. Ma mentre Weiss ed altri neoconservatori contrari a Trump possono essere facili bersagli, non è sufficiente deridere le risposte centriste all’antisemitismo. Benché non riescano ad avvicinarsi neanche lontanamente a fornire buone risposte, esse affrontano alcune importanti domande sul ruolo, lo status e l’esperienza degli ebrei nella politica progressista. Alcuni dei momenti più interessanti e stimolanti di How to Fight Anti-Semitism sono quelli in cui Weiss esprime la sensazione di esclusione dai circoli progressisti che, afferma, instillano un sentimento di colpa e di vergogna nell’identità ebraica contemporanea.

È un’affermazione comune che ripete i punti salienti delle critiche di Bill Maher e di altri critici di centro alla sinistra in generale. Invece di ignorare o sfottere queste sensazioni, dobbiamo analizzare come altri intellettuali ebrei le hanno elaborate in modo più produttivo. Michael Lerner, un rabbino e fondatore del movimento di rinnovamento ebraico, ne è un buon esempio. Lerner è un uomo impegnato a sinistra. Per decenni si è espresso a favore del movimento progressista per la giustizia sociale, ha criticato Israele ed ha messo in guardia contro i pericoli dei tentativi del movimento neoconservatore di corteggiare gli ebrei americani. Lui e la sua famiglia sono stati presi di mira personalmente dai sionisti militanti. Riguardo all’antisemitismo, tuttavia, Lerner non è un difensore della sinistra. Nel suo libro del 1992 The Socialism of Fools: Anti-Semitism on the Left [Il Socialismo degli Imbecilli: l’antisemitismo della sinistra], scritto in seguito ai Crown Heights Riots [i disordini di Crown Heights, zona di Brooklyn dove nel 1991 l’uccisione accidentale di un bambino da parte di un’auto guidata da ebrei scatenò una rivolta antiebraica della popolazione di colore, ndtr.] in un clima di tensioni crescenti tra ebrei e neri, egli condivideva apparentemente alcune delle preoccupazioni dei centristi. Lerner sosteneva che l’attuale movimento per la giustizia razziale si stesse ingiustificatamente inimicando gli ebrei. Era particolarmente arrabbiato per l’identificazione degli ebrei come bianchi che beneficiano del sogno americano e oppressori delle comunità di colore.

Nell’esprimere la sua frustrazione, Lerner respingeva anche l’affermazione secondo cui gli ebrei sono bianchi. Tuttavia lo fece in un modo che riformulava la concezione di bianco come forma della sua stessa oppressione. In Jews and Blacks [Ebrei e Neri] (1995), un libro con la trascrizione delle conversazioni tra Lerner e Cornel West [intellettuale militante afro-americano, ndtr.] Lerner riconosce il prezzo storico, materiale e psicologico del fatto che gli ebrei siano considerati bianchi in America: “Non solo siamo stati beneficiari della ricchezza americana (acquisita dagli americani a spese del genocidio degli indiani americani e poi della schiavitù di milioni di africani e dell’uccisione di altri milioni nel corso del processo), abbiamo avuto anche meno probabilità di diventare il principale “Altro” trasformato in vittima negli USA proprio perché quel ruolo era già assegnato agli afroamericani.” Lerner evidenziava anche come l’accettazione nell’America Bianca negli anni ’50 avesse contribuito all’accettazione sociale: “Molti ebrei americani erano interessati a normalizzare la propria vita in America…si concentrarono nel farlo e nell’accumulare benessere e potere.”

Invece di negare la realtà storica della condizione di bianco, egli la evidenziava come una forma di dipendenza materiale e psicologica che in ultima analisi è negativa per i bianchi come per i neri. Così facendo riprendeva le critiche alla condizione di bianco sviluppate da James Baldwin [scrittore e intellettuale afroamericano, ndtr.] e da altri i cui scritti hanno ispirato il campo accademico degli studi sulla condizione di bianco che sono sbocciati nelle università durante gli anni ’80 e ’90. Lerner sosteneva che la condizione di bianchi obbligò gli ebrei a concentrarsi solo sui loro interessi particolari e a dimenticare la tradizione universalistica della tikkun olam, un dovere di risanare e trasformare il mondo. Utilizzando il linguaggio della religione e della spiritualità, egli evidenziava i pericoli politici del rafforzamento dell’associazione tra ebreo e bianco: “Quelli che vedono gli ebrei come ‘privilegiati’ o ‘bianchi’ di fatto contribuiscono a rafforzare la paranoia degli ebrei di destra riguardo ad un mondo che rimarrà sempre insensibile agli ebrei, come è stato nel XX secolo del genocidio.” Invece di una politica che sminuisce l’oppressione degli ebrei e fa sentire gli ebrei a disagio con se stessi, Lerner invocava una “politica di senso” trasformatrice che venisse alimentata da un senso di solidarietà e da un desiderio condiviso di cambiare in modo fondamentale l’ordine prestabilito a favore di tutti.

L’approccio di Lerner non è privo di problemi e Cornel West giustamente mise in discussione come, tra le altre cose, questa visione potesse servire a nascondere, invece di evidenziare, le disuguaglianze del capitalismo basato sulla razza. Ma è un’importante reminiscenza del fatto che non dobbiamo negare l’esistenza dell’antisemitismo a sinistra per lottare contro le sue molto più pericolose manifestazioni nella politica della destra attuale. A livello molto elementare, possiamo riconoscere l’esistenza dell’antisemitismo nella storia del pensiero e della politica della sinistra. Sì, la figura dell’ebreo negli scritti di Marx è antisemita. Sì, Stalin massacrò migliaia di ebrei, compresi molti che erano leali alla causa. Possiamo anche riconoscere che ogni tanto il discorso attuale della sinistra, anche se per lo più involontariamente, flirta con luoghi comuni ed assunti antisemiti. Sì, è problematico escludere persone dalla Women’s March [Marcia delle Donne, manifestazioni in tutti gli USA a favore dei diritti delle donne, ndtr.] solo perché portano la stella di David.

Ma non dobbiamo neppure accettare la formulazione centrista del problema. La Women’s March è un buon esempio. Per Weiss il problema è che i sionisti non siano accettati nei circoli progressisti. Ma, per gli ebrei progressisti, il problema è il presupposto secondo cui un simbolo ebraico viene interpretato come un simbolo sionista, cancellando il ruolo degli ebrei nella storia della sinistra e lavorando contro una politica di solidarietà. Il problema con cui la sinistra deve fare i conti non è l’antisemitismo di per sé, ma piuttosto il ruolo, lo status e il senso dell’ebraismo nella politica progressista. Cercare forme migliori per includere l’ebraismo nelle politiche progressiste può essere una fonte di rafforzamento della sinistra. Gruppi come “IfNotNow” [SeNonOra, gruppo di ebrei americani contro l’occupazione, ndtr.] e Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, altro gruppo ebraico americano antisionista, ndtr.] sono testimonianze di tale possibilità trasformatrice.

In ultima analisi, Weiss e altri analisti neoconservatori dell’antisemitismo contemporaneo obbligano gli ebrei a stare all’interno di una politica cinica che pone la sopravvivenza degli ebrei in contrasto con altri movimenti per la giustizia sociale.

I progressisti hanno una visione più convincente da offrire, in cui una politica di solidarietà affronta minacce contro le comunità ebraiche non a spese di altri “Altri”, ma insieme ad essi.

Hannah Gurman

Hannah Gurman è una docente associata di storia e studi americani presso la Gallatin School per lo studio individualizzato all’università di New York.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La Chiesa di Nelson Mandela ha aderito a un boicottaggio di Israele che dovrebbe essere imitato

Asa Winstanley

26 ottobre 2019 – Middle East Monitor

Questo mese la Chiesa di Nelson Mandela, la Chiesa metodista dell’Africa meridionale, ha aderito al movimento palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Durante un recente convegno a Città del Capo la Chiesa ha denunciato “i continui soprusi e l’oppressione del popolo palestinese da parte di Israele e lo storico ruolo profetico giocato dalla Chiesa e dalla comunità internazionale nel combattere l’apartheid e ogni forma di discriminazione e ingiustizia.” La chiesa ha comunità anche in Namibia, Botswana, Lesotho, Swaziland e

Dando l’annuncio della clamorosa decisione, il BDS sudafricano ha evidenziato i rapporti storici della Chiesa metodista del Paese con il suo gigante della lotta di liberazione e primo presidente democraticamente eletto: Nelson Mandela.

Mandela fu allevato da una madre cristiana profondamente religiosa e durante la sua gioventù frequentò una serie di scuole metodiste.

Nella sua autobiografia del 1994, “Lungo cammino verso la libertà” [Feltrinelli, 1994], Mandela ha raccontato la natura contraddittoria del fatto di essere cresciuto, come nel suo caso, con un’educazione colonialista rivolta ai “nativi”.

Il nostro modello era l’inglese istruito,” racconta, “aspiravamo a diventare un ‘inglese nero’, come venivamo a volte chiamati con derisione. Ci veniva detto – e lo credevamo – che le migliori idee, il miglior governo e gli uomini migliori erano inglesi.”

Ma, come molte tradizioni legate agli imperi coloniali, l’eredità metodista nell’Africa meridionale conteneva in sé molte tendenze diverse, a volte contraddittorie.

Oltre che segnate da impulsi colonialisti, le chiese sudafricane erano anche luoghi di riunione per la lotta di liberazione.

A questo proposito la figura più famosa è, ovviamente, l’arcivescovo Desmond Tutu. Il più grande veterano della Chiesa anglicana contro l’apartheid è anche un fervente critico dell’apartheid israeliano, che ha descritto come persino peggiore di quello sudafricano, contro gli indigeni palestinesi.

Ma anche la Chiesa metodista ha avuto le sue figure progressiste, e si è a lungo opposta all’apartheid.

Seth Mokitimi, uno degli insegnanti di Mandela, in seguito diventò il primo presidente nero di un’importante congregazione sudafricana – una mossa che nel 1964, al culmine del regime di apartheid, richiese coraggio.

Le convinzioni religiose di Mandela lo accompagnarono oltre la sua l’infanzia. Nelle sue memorie racconta anche di essere stato “indottrinato” (un termine significativamente religioso) al comunismo dal “mio primo amico bianco”, Nat Bregman.

Quando Mandela aveva da poco superato i vent’anni, lui e Bregman lavoravano insieme a Johannesburg in uno studio legale diretto da un ebreo progressista che simpatizzava per l’African National Congress (ANC), (il cui braccio armato ovviamente Mandela contribuì in seguito a fondare).

Com’è noto, per tutta la sua vita, e soprattutto durante la Guerra Fredda, Mandela negò di essere un comunista, anche nel “processo per tradimento” a cui venne sottoposto negli anni ’60.

Ma dopo la sua morte nel 2013 sia l’ANC che il Partito comunista sudafricano confermarono (o rivelarono, a seconda del punto di vista) che effettivamente egli ne era stato membro. Infatti il partito dichiarò: “Mandela non era solo iscritto all’allora clandestino Partito comunista sudafricano, ma era anche membro del Comitato centrale del nostro partito.”

Comunque sia, nel “Lungo cammino per la liberta” Mandela scrisse che l’insistenza di Bregman perché entrasse nel partito all’epoca non lo convinse e che una delle ragioni fu la sua fede cristiana: “Ero anche molto religioso, e l’avversione del partito per la religione mi dissuase.”

L’adesione della Chiesa di Mandela al movimento BDS è quindi estremamente significativa. È il riconoscimento di come il movimento BDS sia esplicitamente modellato sul movimento per il boicottaggio contro l’apartheid sudafricano. Oltre a ciò, dimostra ancora una volta il ruolo guida che gli attivisti sudafricani stanno giocando nel movimento mondiale per la giustizia in Palestina. Quando vedono l’apartheid lo riconoscono.

La politica della Chiesa metodista dell’Africa meridionale sul boicottaggio di Israele è particolarmente positiva. Dà indicazione ai metodisti di boicottare “ogni attività che favorisca l’economia israeliana,” come ha spiegato il BDS sudafricano.

La Chiesa ha anche promosso un “boicottaggio di tutti gli operatori e viaggi turistici israeliani per i pellegrini” e invita i cristiani che visitano la Terra Santa a “cercare invece deliberatamente viaggi turistici che offrano una prospettiva palestinese alternativa.”

Queste sono misure concrete basate sui principi che possono avere un impatto su Israele. Lento ma sicuro, il BDS si sta imponendo.

Ora Israele destina una quantità imprecisata di milioni di dollari per lottare contro il BDS – un segno che questa strategia è efficace.

Dobbiamo imitare le politiche delle Chiese sudafricane a favore del BDS e adoperarci in questo senso in Occidente.

Amandla! Awethu! [Potere! Al popolo!, slogan del movimento sudafricano contro l’apartheid, ndtr.]

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I palestinesi devono imparare dagli errori del Sudafrica

Ramzy Baroud

4 ottobre 2019 – Al Jazeera

I palestinesi che guardano al Sudafrica post-apartheid devono esaminare con attenzione i suoi tanti errori.

Oggi il paragone tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid è tanto diffuso quanto ovvio. Proprio come fecero in passato il Sudafrica e molti altri colonialismi di insediamento, ora Israele sta applicando politiche di segregazione razziale e di pulizia etnica per favorire e proteggere gli interessi dei colonialisti negando e marginalizzando i fondamentali diritti umani della popolazione colonizzata.

Naturalmente il discorso della liberazione della Palestina ha preso a riferimento la lotta popolare contro l’apartheid sudafricana, mentre anche il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) ha largamente adottato il modello del movimento di boicottaggio del Sudafrica.

L’indomita resistenza e gli enormi sacrifici dei sudafricani fatti per rovesciare definitivamente centinaia di anni di colonialismo e di apartheid razziale olandesi e britannici sono eccezionali e degni di ammirazione. Sfidare e sconfiggere ufficialmente le potenti e sinistre forze che hanno perpetrato una tale storica ingiustizia è un’impresa straordinaria. Essa sottolinea l’invincibile potere dei movimenti popolari ed offre un esempio positivo per i palestinesi.

Tuttavia, nella corsa ad enfatizzare le similitudini tra le due esperienze – che nasce dal bruciante e giustificabile desiderio dei palestinesi di raggiungere la propria “opportunità sudafricana” – vengono commessi due gravi errori.

Primo: i palestinesi spesso fraintendono e idealizzano il percorso della lotta sudafricana contro l’apartheid. Secondo: tra i palestinesi ed i loro sostenitori vi è una assai diffusa convinzione che l’abolizione ufficiale delle leggi di apartheid abbia automaticamente aperto la strada ad una nuova era di democrazia ed eguaglianza in Sudafrica.

Simili percezioni conducono all’erronea ipotesi che un’analoga vittoria legale in Israele possa risolvere tutti i problemi della Palestina e spianare la strada all’agognata soluzione di uno Stato unico.

Questa questione ha occupato i miei pensieri durante una recente visita in Sudafrica. Mentre facevo conferenze sulla Palestina e sulla comune lotta delle due Nazioni, ho avuto l’occasione di incontrare, per discutere dell’esperienza sudafricana, parecchi intellettuali, ex militanti anti-apartheid e attivisti per i diritti umani, che partecipano all’attuale lotta per l’uguaglianza in Sudafrica.

A mio avviso i palestinesi devono ascoltare ed analizzare attentamente le opinioni dei sudafricani che hanno lottato e continuano a lottare per una reale uguaglianza e per una democrazia piena, in modo da poter meglio comprendere il Sudafrica post-apartheid e ricavarne importanti lezioni per la nostra lotta.

Nazione, democrazia ed emarginazione

Una delle principali sfide che il Sudafrica post-apartheid ha affrontato è stata la costruzione di una Nazione sulle ceneri di un regime connotato dalla divisione razziale, dall’emarginazione e dall’oppressione.

Come hanno spiegato gli accademici Na’eem Jeenah e Salim Vally nel loro saggio ‘Beyond ethnic nationalism: lessons from South Africa’ [Oltre il nazionalismo etnico: lezioni dal Sudafrica], un futuro comune per colonialisti e colonizzati può essere costruito solo “quando vi sia accordo sul fatto che una nuova Nazione deve essere forgiata all’interno di un nuovo Stato.”

Benché si possa essere tentati di discutere subito di un nuovo Stato e di lasciare la questione della nuova Nazione ad una fase post-liberazione, questo sarebbe un enorme errore. In Sudafrica essa è stata rimandata e ora i sudafricani ne stanno subendo le conseguenze”, hanno scritto Jeenah e Vally.

Di certo, mentre i governi post-apartheid in Sudafrica hanno enfatizzato i simboli dell’unità e esaltato la diversità – come la bandiera arcobaleno – il simbolismo non è stato sufficiente a tenere insieme una Nazione.

Come ha sottolineato Enver Motala, professore associato alla cattedra di Educazione per comunità, adulti e lavoratori dell’università di Johannesburg, “l’approccio alla creazione della Nazione nel Sudafrica post-aprtheid spesso ha privilegiato le rivendicazioni democratico- progressiste che tendono all’inserimento in costituzione dei diritti umani e giuridici, dei loro simboli, di bandiere e slogan per l’unificazione, lasciando inalterati gli assetti strutturali e le perduranti caratteristiche del potere storicamente costituito, e la frammentazione sociale.”

Motala ha aggiunto che la creazione di uno Stato e di una Nazione veramente uniti può essere possibile solo attraverso “l’eliminazione di ogni forma concepibile di privilegio sociale”.

Ci si aspettava che l’eliminazione delle strutture politiche dell’apartheid e l’introduzione della democrazia avrebbero facilitato il processo di costruzione della Nazione. Ma, come mi ha detto Karima Brown, importante giornalista e analista politica, la svolta democratica del 1994 è stata solamente “l’inizio di un processo di rafforzamento della democrazia e di costruzione di un ordine più equo, non sessista e antirazzista.”

Ha sottolineato l’importanza di non consentire che il colonialismo di apartheid venga sostituito da un progetto neo-coloniale che continuerebbe ad emarginare molti gruppi e a minare gli sforzi di costruzione della Nazione.

Disuguaglianza e diritti sulla terra

Secondo un recente studio della Banca Mondiale il Sudafrica “resta il Paese economicamente più iniquo al mondo”, una triste realtà che ha molto a che fare con il modello economico neoliberista che il governo sudafricano democraticamente eletto ha adottato dal 1994 e che è strettamente collegato con le potenti forze neocoloniali che continuano ad agire in Sudafrica.

Vally mi ha detto che “le carenze dell’attuale sistema di disuguaglianza in Sudafrica si possono far risalire alla natura dell’accordo negoziato tra il movimento di liberazione allora egemone ed il regime di apartheid.”

Di conseguenza, la fine del sistema di apartheid non ha modificato la composizione di classe e le relazioni di potere in Sudafrica, dato che il periodo post-apartheid ha testimoniato “il permanere del carattere classista dello Stato (nonostante il discorso sui diritti umani, la democrazia borghese liberale e lo sviluppo) e l’inserimento del Sudafrica nell’economia globale di mercato.”

In un certo senso, mentre l’impianto delle leggi discriminatorie di impronta razziale è stato eliminato, le fondamenta e la struttura della diseguaglianza permangono, addirittura più forti che prima del 1994. I tradizionali capitalisti bianchi, il capitale globale, una parte della classe media nera e pochi capitalisti neri sono oggi coloro che traggono benefici a spese della grande maggioranza”, ha detto Vally.

La persistente disuguaglianza si manifesta in vari modi, in modo più evidente nella questione dei diritti e nella ridistribuzione della terra. Come nel caso dei palestinesi, i sudafricani concepiscono la terra come se avesse un valore molto più alto del suo prezzo di mercato; esso è strettamente legato all’identità e alle radici culturali.

Mahlatse Mpya, una ricercatrice del Centro africano – mediorientale, mi ha detto che il governo del Sudafrica è ancora incapace di “ capire che cosa significhi la terra per la popolazione nera”. Per i neri sudafricani “la terra è parte della loro identità ed eredità, un modo per molti di loro di collegarsi alle proprie radici e ai propri antenati”, mi ha spiegato.

I neri sudafricani si aspettavano che nel periodo post-apartheid la terra gli sarebbe stata restituita, ma per anni l’African National Congress (ANC) [prima movimento di liberazione e poi principale partito politico sudafricano, al governo dal 1994, ndtr.] si è mostrato riluttante a confiscare la terra ai bianchi. Temendo che una simile iniziativa avrebbe provocato al Paese la perdita di investimenti ed appoggi stranieri, il governo ha invece cercato di ottenere la terra comprandola dai bianchi.

Recentemente l’ANC ha adottato una risoluzione per promuovere leggi di esproprio della terra senza indennizzo. Mentre alcuni hanno apprezzato l’iniziativa, altri sono diffidenti.

La terra continua ad essere una questione conflittuale e non sarà risolta da un governo che privilegia gli investimenti esteri rispetto alla volontà del popolo”, ha detto Mpya.

Violenza e giustizia sommaria

E poi c’è il problema della violenza. L’esperienza del Sudafrica ha dimostrato che l’abbandono ufficiale dell’apartheid non significa necessariamente la fine dello stato di repressione e coercizione. Se la violenza da parte dell’apparato di sicurezza sudafricano è gestita in modo differente rispetto ai tempi dell’apartheid, l’effetto traumatizzante che provoca è sostanzialmente lo stesso.

Tokelo Nhlapo, un ricercatore del Comune sudafricano di Ekurhuleni per l’Economic Freedom Fighters (EFF) [Combattenti della libertà economica, partito di ispirazione panafricana, ndtr.], mi ha detto che il governo del Sudafrica ha utilizzato la repressione per mantenere lo stesso modello di controllo che veniva impiegato dai governanti coloniali del Paese. È stato in grado di farlo perché la giustizia sudafricana di transizione non è riuscita ad affrontare e risolvere molte delle conseguenze della violenza dell’apartheid sull’intera popolazione.

L’avvio del processo giudiziario della Commissione di Verità e Riconciliazione (TRC) ha promesso di guarire le ferite del Sudafrica e di portare la riconciliazione in un Paese un tempo profondamente diviso”, ha detto. “Mentre la TRC è stata generalmente ben accolta dalla comunità internazionale come strumento pacifico per superare un passato violento, in realtà l’approccio giudiziario alla storia del conflitto sudafricano ha identificato la violenza statale nei confronti di intere comunità, tralasciando il legame tra chi la perpetrava e chi ne beneficiava.”

Ha ulteriormente spiegato: “Con ‘approccio giudiziario’ mi riferisco all’eccessivo affidamento a mezzi legali per affrontare il fondamentale aspetto morale della violenza dell’apartheid, che negava alla maggioranza nera la concessione della cittadinanza, ne limitava la libertà di movimento tramite l’emanazione di leggi, all’espulsione forzata dalle proprie terre, al limitato accesso all’istruzione e alle opportunità di lavoro – su nessuno dei quali aspetti la TRC ha indagato.”

In conseguenza della mancanza di una vera riconciliazione e di seri sforzi da parte dell’ANC di affrontare la brutalità dell’apartheid in tutte le sue manifestazioni e strutture, la violenza si è diffusa anche all’interno delle comunità precedentemente oppresse.

Mphutlane wa Bofelo, un operatore culturale e critico della società sudafricano, ha spiegato che l’attuale violenza sommaria nella società sudafricana ha profonde radici nell’apartheid.

Ci sono stati tentativi di costruire il potere del popolo attraverso associazioni civiche, comitati di strada, di quartiere, di caseggiato, unità di difesa e tribunali del popolo”, ha detto Bofelo.

Un insieme di fattori, tra cui la detenzione di massa, gli arresti e l’esilio di leader socio-politici dotati di esperienza e maturità, la mancanza di competenze, il settarismo, la divisione in fazioni e l’infiltrazione di agenti del regime (post 1994), attenti al tornaconto personale, eccetera, ha condotto a parecchi atti di cattiva gestione della democrazia, che hanno ridotto le attività di alcune associazioni civili, comitati di strada e di caseggiato, unità di difesa e tribunali del popolo a strumenti di giustizia sommaria.”

Certamente, come hanno evidenziato ripetutamente i miei interlocutori sudafricani durante le nostre conversazioni, l’esperienza sudafricana è densa di difficoltà e di insuccessi. Molti intellettuali del Paese ritengono che il percorso post-apartheid sia poco promettente.

Perciò i palestinesi dovrebbero porre attenzione a ciò che sta avvenendo oggi in Sudafrica, piuttosto che esaltare ed applaudire ciecamente il suo passato di lotta anti-apartheid. Tutte queste questioni – la costruzione della Nazione post-apartheid, l’oppressione economica e la violenza endemica – devono essere attentamente esaminate e integrate nella strategia di liberazione palestinese.

Se vogliamo riuscire a sconfiggere l’apartheid di Tel Aviv e a costruire un luminoso futuro in cui gli arabi palestinesi e gli ebrei israeliani si spartiscano la terra e le risorse su un piano di eguaglianza, dobbiamo imparare dagli errori del Sudafrica.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, consulente di media, scrittore.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 

Si veda anche sullo stesso argomento il saggio di Al Shabaka




Artista israeliana in Germania messa in guardia perché non appoggi il BDS

Tamara Nassar

4 ottobre 2019 – Electronic Intifada

I responsabili di un locale in Germania hanno comunicato a un’artista tedesco-israeliana che il suo imminente concerto a Monaco sarà annullato se lei manifesta il proprio sostegno al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) a favore dei diritti dei palestinesi.

Il centro culturale Gasteig ha mandato una lettera a Nirit Sommerfeld, una discendente di sopravvissuti all’Olocausto, in cui esige che, durante il concerto del 5 ottobre, non faccia commenti antisemiti o di sostegno al BDS, mettendo insieme le due cose.

Se risultasse che il testo riportato qui sopra verrà menzionato durante l’evento, saremo costretti ad annullarlo,” si sostiene nella lettera.

La musicista klezmer [musica tipica degli ebrei dell’Europa orientale, ndtr.] ha risposto garantendo al centro culturale che lei dal palco non ha mai parlato di BDS, ma è comunque indignata per il fatto che abbiano confuso l’antisemitismo con il sostegno ai diritti dei palestinesi.

Per anni ho usato l’arte per promuovere la giustizia in Israele e i diritti umani per i palestinesi. Basta questo per essere sospettata di antisemitismo?” si chiede.

Vi ricordo che sono una donna ebrea nata in Israele, figlia di un sopravvissuto all’Olocausto e nipote di un nonno assassinato dagli antisemiti nel campo di concentramento di Sachsenhausen.”

Sommerfeld ha scritto spesso dei tweet a sostegno dei diritti dei palestinesi e ha invitato gli artisti a rispettare il boicottaggio culturale di Israele.

Il movimento BDS si oppone con chiarezza a tutte le forme di intolleranza, inclusi l’antisemitismo e l’islamofobia.

Atmosfera maccartista

La lettera del centro culturale Gasteig rientra nel contesto della decisione presa dal comune di Monaco nel 2017 di impedire ai sostenitori del BDS di utilizzare spazi pubblici.

Nella sua risposta Sommerfeld evidenzia che lei è stata una dei 240 accademici ebrei e israeliani che hanno firmato una lettera respingendo la recente mozione della camera bassa del parlamento tedesco che equiparava il BDS e l’antisemitismo.

Sebbene la mozione del Bundestag non sia vincolante, essa fomenta l’atmosfera maccartista anti-palestinese incoraggiata dai media e dalle élite tedeschi.

Dopo la mozione e a causa del loro sostegno ai diritti per i palestinesi, molte figure del mondo culturale sono state perseguitate o hanno subito la cancellazione di eventi in Germania.

Il mese scorso, la città di Dortmund, nel nord-ovest della Germania, ha revocato un premio alla scrittrice Kamila Shamsie a causa del suo sostegno al BDS.

La giuria del premio Nelly Sachs ha annunciato la sua decisione dopo che blogger del sito anti-palestinese Ruhrbarone hanno accusato lei di antisemitismo e la giuria di promuovere “la distruzione di Israele.”

Shamsie ha risposto confermando il suo sostegno al BDS.

Mi indigna sapere che il movimento BDS (ispirato al boicottaggio del Sud Africa) e che conduce delle campagne contro il governo di Israele per le sue azioni discriminatorie e brutali contro i palestinesi, sia considerato ingiusto e da deplorare.”

Sommerfeld è una fra decine di artisti, scrittori e musicisti che hanno espresso la loro solidarietà a Shamsie.

Revoca dei premi

Lunedì anche la città di Aachen, nella Germania occidentale, ha revocato il premio all’artista libanese-americano Walid Raad a causa del suo sostegno al BDS.

Marcel Philipp, il sindaco di Aachen, in precedenza aveva affermato che Raad è “un sostenitore del movimento BDS che ha partecipato, in vari modi, al boicottaggio culturale di Israele.”

Philipp ha definito il movimento” antisemita”.

Il museo che gestisce l’Aachen Art Prize ha tuttavia annunciato che comunque concederà a Raad un premio di 10.000 dollari.

Il Ludwig Forum for International Art ha comunicato che garantirà i fondi indipendentemente dal Comune.

Il museo ha manifestato il suo disaccordo con la decisione del Comune non trovando in Raad alcuna traccia di antisemitismo.

Secondo la rivista ARTnews, il sostegno pubblico di Raad al BDS sembra consistere nell’aver firmato nel 2014 una lettera aperta in cui si chiedeva agli artisti di ritirarsi da una mostra in un’università israeliana.

Phillip ha detto che quando Raad è stato interpellato a proposito del BDS si è dimostrato “vago” e non ha “preso le distanze” dal movimento.

(Traduzione di Mirella Alessio)




L’anti-palestinismo è il moderno maccartismo

AsaWinstanley

1 ottobre 2019Middle East Monitor

Come sanno i lettori abituali di questa rubrica, nel Regno Unito l’atmosfera maccartista contro i sostenitori dei diritti dei palestinesi sta peggiorando. Ciò è dovuto in parte al consenso della leadership del partito laburista alla campagna diffamatoria che mira a rappresentare il partito come anti-semita. L’anno scorso, l’accettazione da parte del comitato esecutivo nazionale del partito laburista della falsa “definizione operativa” di antisemitismo da parte dell‘IHRA (Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto) ha fornito al documento diffusione e approvazione immeritate, confondendo deliberatamente l’antisemitismo con le critiche ad Israele per essere quello stato razzista che così evidentemente è.

Non sorprende che l’accettazione del documento dell’IHRA abbia portato i consigli comunali che lo hanno adottato a proibire in quanto “antisemite” persino innocue manifestazioni di solidarietà con l’esistenza della Palestina. Forse l’esempio più vergognoso è stato l’anno scorso, quando il consiglio comunale di Tower Hamlets [quartiere del centro di Londra, ndtr.] ha vietato al Big Ride for Palestine [Grande Corsa per la Palestina, gara ciclistica e attività di sensibilizzazione che si svolgono a Manchester e Londra, ndtr.] l’uso dei suoi parchi pubblici e spazi aperti per la manifestazione e i comizi.

Gli organizzatori del Big Ride avevano fatto domanda di autorizzazione presso tutte le istituzioni preposte: inizialmente erano stati mandati dagli impiegati comunali da un ufficio all’altro e poi avevano ricevuto un rifiuto sulla base di un’affermazione completamente pretestuosa, cioè che il Comune non permetteva raduni “politici” nei suoi parchi pubblici. Tale affermazione è stata contraddetta dallo stesso sindaco laburista di Tower Hamlets, John Biggs, che aveva precedentemente usato proprio lo stesso parco richiesto dal Big Ride per uno dei suoi raduni elettorali.

Le email di Tower Hamlets, ottenute grazie alla legge sulla libertà di informazione, hanno rivelato che la vera ragione per il divieto era che gli impiegati comunali avevano deciso che l’evento poteva violare la falsa definizione di antisemitismo dell’IHRA. Perché? Perché il sito web del Big Ride for Palestine afferma, correttamente, che ci sono “paralleli fra l’apartheid in Sud Africa e lo Stato di Israele.”

Il Big Ride for Palestine resta una delle forme di solidarietà verso la Palestina più inoffensive e condivisibili che si possano immaginare. Non progettava un’azione diretta contro i commercianti di armi che potrebbero teoricamente rischiare l’arresto. Non coinvolgeva degli oratori discussi e sobillatori.

Era semplicemente una corsa in bici sponsorizzata per raccogliere fondi per i bambini palestinesi vittime della guerra. Più precisamente, i corridori e i loro sponsor volevano aiutare i bambini di Gaza che soffrono di disturbi da stress postraumatico e altre patologie causate dalle varie guerre israeliane sui territori palestinesi, raccogliendo fondi per comprare degli equipaggiamenti sportivi. Il fatto che Tower Hamlets abbia vietato un evento così perché potenzialmente “antisemita” rivela quanto la definizione di antisemitismo dell’IHRS sia falsa.

Se le cose vanno male da questa parte del canale della Manica, pensate alla situazione degli attivisti per i diritti dei palestinesi nel resto dell’Europa. In Francia e Germania la situazione è persino peggiore, specie in Germania.

Da quando, a maggio, la camera bassa del parlamento tedesco ha approvato una mozione (non-vincolante) di condanna del movimento BDS, questo neo-maccartismo è ulteriormente peggiorato. L’establishment letterario e culturale tedesco ha cominciato a vietare, escludere e, ironia delle ironie, boicottare figure culturali internazionali se sostengono la campagna per i diritti dei palestinesi del movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Più agghiacciante ancora, alle associazioni culturali tedesco-palestinesi è vietato l’uso di spazi pubblici, a causa del loro sostegno al BDS. Questo ha conseguenze di vasto raggio dato che, sostanzialmente, tutta la società civile palestinese sostiene il movimento BDS, che è totalmente non-violento.

Due casi recenti esemplificano questa agghiacciante atmosfera politica maccartista. A giugno, il rapper afro-americano Talib Kweli, famoso per i suoi testi socialmente e politicamente impegnati, è stato escluso da un festival musicale tedesco dopo che si era rifiutato di cedere alle insistenze degli organizzatori di condannare il movimento BDS. Kweli è un sostenitore del BDS da molti anni e, cosa da ammirare, ha rifiutato la richiesta di “censurare me stesso e mentire sul BDS per soldi.”

Più di recente, una città tedesca ha revocato un premio alla scrittrice anglo-pakistana Kamila Shamsie per il suo sostegno al movimento BDS. “I membri della giuria non sapevano che l’autrice era stata un membro del movimento, dal 2014 aveva partecipato e continua a partecipare al boicottaggio del governo di Israele per le sue politiche nei confronti dei palestinesi” ha annunciato il Comune di Dortmund che assegna il premio Nelly Sachs.

Questo modo di fare della censura politica da parte della città di Dortmund nei confronti di una scrittrice importante è stato ampiamente condannato. Fra i critici ci sono Yasmin Alibhai-Brown, editorialista, Naomi Klein, scrittrice e giornalista, e la deputata pachistana Sherry Rehman.

Il blog tedesco che per primo ha attirato l’attenzione sul sostegno di Shamsie al BDS è un sito apertamente razzista. Sebbene in teoria sia di orientamento politico “liberale” quando si tratta di Israele, Ruhrbarone è apertamente anti-palestinese, arrivando addirittura a invocare il genocidio. A novembre dello scorso anno, durante un particolare attacco israeliano contro la popolazione della Striscia di Gaza, il blog Ruhrbarone  ha twittato una vignetta apertamente genocida, chiedendo, presumibilmente allo Stato sionista, di “trasformare Gaza in una Garzweiler”.

Garzweiler è una miniera di carbone a cielo aperto. La richiesta del blogger di decimare e radere al suolo il territorio palestinese assediato, abitato da 2 milioni di persone, quasi tutti civili disarmati, non avrebbe potuto avere intenti più apertamente genocidi. È da notare che gli autori del blog tedesco hanno usato l’inglese in modo da rendere ancor più comprensibili le loro intenzioni.

In Germania sembra che, quando l’obiettivo sono i palestinesi, un linguaggio violento e persino genocida sia ammissibile. Tuttavia movimenti pacifici come il BDS, che cercano di spingere Israele a cambiare le sue politiche razziste che negano ai palestinesi i diritti umani e civili più elementari, sono palesemente proibiti.

Questo, insieme al tentativo di bandire le associazioni culturali palestinesi dalla vita pubblica in Germania, rivela il razzismo insito nel tentativo di mettere oggi al bando il movimento BDS in Europa. L’anti-palestinismo, in tutte le sue forme mostruose, è davvero il maccartismo di oggi.

Le opinioni contenute in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Insegnare Edward Said a Gaza

Haidar Eid

27 settembre 2019 Mondoweiss

Questa settimana cade l’anniversario della morte di Eward Said. Sono tentato dall’idea di scrivere della sua vita di intellettuale all’opposizione, figura organica del dissenso, come avrebbe detto Antonio Gramsci. In questi tempi di crisi, non solo in Palestina, ma a livello globale, è importante ricordare Said come lui avrebbe voluto che lo ricordassimo, uno “fuori posto”. [Sempre nel posto sbagliato Feltrinelli 1999]

Personalmente, ho comunicato con lui per email solo due volte, per invitarlo in Sud Africa quando studiavo e lavoravo là, una volta per un evento organizzato dai gruppi di solidarietà e poi in occasione della Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza svoltasi a Durban nel 2001, per chiedergli se avrebbe partecipato. Purtroppo, mi rispose che si stava sottoponendo a una terapia contro la leucemia.

In quel periodo, durante una conferenza, avevo avuto una discussione con un simpatico accademico sudafricano bianco sull’analogia fra l’apartheid sionista e la Palestina e la lotta contro l’apartheid in Sud Africa. Il dibattito proseguì e si arrivò a citare gli straordinari successi dei sudafricani, dai 4 premi Nobel al premio internazionale Man Booker …ecc. Lui non aveva la minima idea di Ghassan Kanafani, Fadwa Touqan, Toufiq Zayyad, Samih El-Qasim, Mouin Bseiso, per citare solo alcuni dei giganti palestinesi. Poi ha deciso di lanciare una bomba: “Noi abbiamo Nelson Mandela, e voi chi avete?” E io, senza un minimo di esitazione, ho ribattuto: Edward Said! Fine della discussione.

A febbraio di quest’anno, mi sono offerto volontario per lavorare con la nostra università a Gaza per tenere quella che è stata probabilmente la prima conferenza in memoria di Edward Said in Palestina; la sala era stracolma di accademici, personalità della cultura e studenti che ascoltavano l’intervento, appassionato e ben articolato, di uno degli studenti di Said, il Dr Samah Idriss, direttore di Al-Adab, rivista libanese molto prestigiosa.

Quello che io, come palestinese e “altro orientale” ho capito grazie a Said è insuperabile: la complicità della cultura nell’imperialismo europeo, inclusa la narrazione sionista; ‘la lettura contrappuntistica’ vista come ‘contro-narrativa’; l’interrelazione fra ‘affiliazione’ e ‘cosmopolitismo’, il ‘criticismo secolare’ quale strategia di interferenza intellettuale. Una cosa che faccio nella mia classe, dove capita che i miei studenti siano palestinesi, è il ribaltamento del ruolo dell’estetica nel colonialismo come sua caratteristica più saliente. Nelle nostre discussioni analizziamo la dialettica di conoscenza e potere che compare nel suo lavoro seminale Orientalismo, per confutare la ‘purezza’ e il ‘disinteresse’ degli studi orientalisti. La nostra conclusione è che non c’è un ambito ‘innocente’ del discorso europeo sull’Oriente. La differenza fra Oriente e Occidente è chiarita in questo magnifico passo tratto da Orientalismo: 

Dopo un’impresa come quella di Napoleone, in Occidente il corpo di conoscenze sull’Oriente si modernizzò … c’era ovunque fra gli orientalisti l’ambizione di descrivere le loro scoperte, esperienze e intuizioni con una terminologia adeguatamente moderna, per portare le idee sull’Oriente in stretto contatto con le realtà moderne.

In uno dei corsi che tengo, studiamo dei testi che trattano le stereotipate posizioni europee, condizionate da un’opposizione binaria per cui ‘l’Occidente’ è caratterizzato da idee di illuminismo, progresso, ragione e ‘civiltà’, mentre ‘l’Oriente’ incarna la classica inversione negativa di queste caratteristiche. Questo in base alla sua tesi secondo cui “tutte le rappresentazioni sono in qualche modo fuorvianti …”

I testi che studiamo nelle mie classi vanno dal romanzo estremamente razzista di V.S. Naipaul Sull’ansa del fiume [A Bend in the River] a quello critico di Mohsin Hamid, Il fondamentalista riluttante [The Reluctant Fundamentalist], ai racconti africani anti-coloniali di Njabulu Ndebele, Ousmane Sembene e Noureddin Farah, alla “letteratura della resistenza” di Ghassan Kanafani: Uomini sotto il sole, Ritorno ad Haifa, [Men in the Sun, Returning to Haifa, All That Is Left to You]La terra delle arance tristi e La morte nel letto numero 12 [Land of Sad Oranges, Death of Bed 12]. La scelta di questi testi deriva dall’enfasi posta da Said sull’esistenza di una resistenza all’Orientalismo non solo dall’esterno, ma anche all’interno dell’orientalismo stesso. Le nostre sono letture “contrappuntistiche” che rivelano quello che lui stesso chiamava “la grande cultura di resistenza emersa in risposta all’imperialismo.”

Da qui l’importanza dei suoi ripetuti riferimenti all’ “agency individuale” come componente sostanziale del suo lavoro critico. È qui che il ruolo dell’intellettuale come figura di opposizione diventa colui che trasgredisce la linea ufficiale del potere, come sostiene in Representations of the Intellectual.  L’intellettuale nello svolgere il suo ruolo ha un vantaggio, e non può interpretarlo senza avere la percezione di essere qualcuno il cui ruolo è sollevare pubblicamente domande imbarazzanti, combattere, non creare, l’ortodossia e i dogmi, una figura che non può essere facilmente cooptata da governi o corporazioni, la cui raison d’être è nel rappresentare tutti quei popoli e quelle battaglie che sono regolarmente dimenticate o nascoste sotto il tappeto .

Questo è il motivo per cui in aggiunta a “critica” lui usa costantemente “di opposizione”. E questo è il motivo per cui abbiamo deciso di portare in classe i lavori letterari di Ghassan Kanfani. Comunque, insegnare le opere di Naipaul si deve al fatto post-coloniale secondo cui il progetto imperialista europeo nel mondo non occidentale è stato consolidato dalla cultura europea alta con la collusione di raffinati intellettuali che razionalizzavano e nascondevano l’uso del potere morale per raggiungere quella che Said chiama una “pacificazione ideologica”. Nel suo Cultura e imperialismo [Culture and Imperialism] sostiene eloquentemente, alla Fanon, [Frantz Fanon è stato un grande intellettuale, critico del colonialismo] che questi intellettuali avevano tradito le loro proprie idee quando si erano convinti che esistesse una gerarchia fra i popoli, cosa che fa nascere serie domande ideologiche sull’uso del termine “post-colonialità”, per certi versi una continuazione della sottomissione coloniale.

Come lui, e Vico prima di lui, noi crediamo fermamente che la cultura umana, dato che è stata creata dal genere umano, possa essere positivamente modellata con gli sforzi delle persone. Ecco perché, ispirati dalle sue idee, abbiamo cominciato la campagna di BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per “rispondere” al sionismo, al neo-colonialismo, per sollevare morali in merito alla Palestina, rivelare ingiustizie e, cosa più importante di tutte, dire la verità al potere.

Sono tempi duri per noi palestinesi, con la negazione dei nostri diritti fondamentali, le elezioni israeliane in cui la competizione è solo fra partiti di destra, un “accordo del secolo” con il quale ci viene chiesto di firmare la nostra estinzione…ecc. Cosa avrebbe detto, scritto e fatto Edward Said?

(traduzione di Mirella Alessio)




Incatenata al proprio passato: una formula tedesca per l’ingiustizia nei confronti del popolo palestinese

Richard Falk e Hans von Sponeck

20 settembre 2019 WordPress

[Nota alla seconda prefazione del nuovo post: per consentire una prima pubblicazione tedesca in rete ho temporaneamente tolto questo post dopo due ore. Il testo è identico a quello che avevo postato in precedenza. Siamo desiderosi di incoraggiare il dibattito, la discussione e la democrazia, e quindi incoraggiamo la diffusione attraverso le reti sociali e con qualunque mezzo riteniate efficace. Un’udienza di qualche giorno fa del consiglio della città di Dormunt, che ha revocato il premio di letteratura “Nelly Sachs” alla scrittrice anglo-pakistana Kamila Shamies perché ha scoperto che è una sostenitrice del BDS, è un’ulteriore conferma del declino della democrazia in Germania, almeno riguardo a questo soggetto-argomento di Israele/Palestina].

[Prefazione: Il seguente articolo è stato scritto insieme al mio caro amico di lunga data Hans von Sponeck, che per esperienze familiari e atteggiamento morale è profondamente consapevole dei dilemmi della politica tedesca associati al suo passato. Queste questioni si sono recentemente manifestate nel contesto della soppressione dell’attivismo non violento filo-palestinese, che crediamo sia stata gestita con modalità che tendono a riprodurre, invece di superare, i mali dell’epoca nazista prendendo una serie di iniziative per proteggere le azioni criminali del governo israeliano dalle pressioni esercitate dal movimento internazionale di solidarietà con i palestinesi, e in particolare dalla campagna BDS. Abbiamo tentato di pubblicare questo commento prima su alcuni importanti giornali tedeschi, ma è stato respinto. A quanto pare in Germania i media, guardiani dell’opinione pubblica, ritengono preferibile il silenzio alla discussione e al dibattito su questo problema cruciale.

Come da biografia a parte, Hans ha lavorato per 32 anni alle Nazioni Unite. Nel suo ultimo incarico con il ruolo di assistente del segretario generale dell’ONU ha guidato il programma “Petrolio per Cibo” in Iraq in virtù del suo ruolo di coordinatore umanitario per l’Iraq (1998-2000) in seguito alla prima guerra del Golfo (1991). Ha dato le dimissioni per principio a causa dell’imposizione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di sanzioni punitive responsabili di aver prodotto moltissime vittime tra la popolazione civile irachena].

 

Incatenata al suo passato: una ricetta tedesca per l’ingiustizia nei confronti del popolo della Palestina

 

Richard Falk e Hans von Sponeck

La risoluzione del Buntestag tedesco del 15 maggio che ha condannato la campagna BDS in quanto contribuirebbe all’incremento dell’antisemitismo in Europa provoca serie preoccupazioni. Etichetta il BDS, un’iniziativa nonviolenta dei palestinesi, come antisemita e invita il governo tedesco a negare il sostegno non solo al BDS in quanto tale, ma a ogni organizzazione che lo appoggi. Prende questa posizione sottolineando la particolare responsabilità della Germania nei confronti degli ebrei, senza alcun riferimento alle prolungate violazioni di Israele del più fondamentale dei diritti umani del popolo palestinese, quello all’autodeterminazione. La risoluzione tedesca non fa neppure riferimento al ruolo importante che una precedente campagna BDS contro il razzismo sudafricano ha giocato nel determinare la fine non violenta del regime di apartheid, e al fatto che persino quelli che vi si opponevano per ragioni strategiche o pragmatiche non hanno mai cercato di demonizzarne i sostenitori.

Ciò che ci turba in particolare è l’approccio punitivo al BDS preso dal potere legislativo tedesco. Ci si dovrebbe ricordare che, nonostante la notevole opposizione contro la campagna sudafricana, agli attivisti del BDS non è mai stato detto che era giuridicamente e moralmente inaccettabile farne parte. Le obiezioni erano basate sulla fattibilità e sugli effetti, così come su affermazioni speciose secondo cui sotto l’apartheid gli africani in Sudafrica stavano meglio dei loro fratelli e sorelle nel resto del continente.

In sostanza, crediamo che questa risoluzione sia il modo sbagliato di imparare dal passato della Germania. Invece di optare per la giustizia, per la legge e per i diritti umani, il Bundestag non ha neppure menzionato il popolo palestinese e il dramma che sta vivendo e che il BDS sta sfidando. Dare il via libera alle politiche oppressive ed espansioniste di Israele vuol dire appoggiare implicitamente politiche di punizioni collettive e di violazioni del più debole che sono state, andrebbe ricordato, le caratteristiche più riprovevoli dell’epoca nazista.

Scriviamo in quanto persone con un passato molto diverso, che tuttavia condividono un impegno per Nazioni Unite forti e il dovere di Paesi grandi e piccoli di rispettare le leggi internazionali e promuovere la giustizia nel mondo.

Condividiamo anche una costante consapevolezza dell’Olocausto come terribile tragedia che colpì il popolo ebraico ed altri, così come un orrendo crimine da parte della Germania e di altri Paesi in passato. Condividiamo un impegno preminente per un ordine globale in cui tali tragedie e azioni criminali non si ripetano nei confronti del popolo ebraico e di qualunque altro popolo ovunque. Siamo anche consci che tali tragedie e crimini sono stati perpetrati dal 1945 contro vari gruppi etnici ed hanno preso di mira popoli, tra gli altri in Cambogia, Rwanda, Serbia e, più di recente, il popolo rohingya in Myanmar.

Anche le nostre origini sono piuttosto diverse. Uno di noi è tedesco e cristiano (von Sponeck), l’altro (Falk) americano ed ebreo. Von Sponeck è figlio di un generale giustiziato dai nazisti nell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale ed è andato in Israele nel 1957 per lavorare in un moshav [collettività agricola sionista con proprietà individuale, ndtr.] e in vari kibbutz [comunità sionista con proprietà collettiva, ndtr.]. Ha lavorato per 32 anni come funzionario civile internazionale delle Nazioni Unite, arrivando fino al ruolo di assistente del Segretario Generale. La sua carriera all’ONU è finita quando ha dato le dimissioni come coordinatore dell’ONU del programma “Petrolio per Cibo” (1998-2000) per protestare contro la politica di sanzioni a danno dell’Iraq da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ha portato alla morte di molti civili iracheni innocenti. Dopo le sue dimissioni von Sponeck ha insegnato e tenuto conferenze in varie sedi ed ha pubblicato libri su questioni dell’ONU, tra cui “The Politics of Sanctions on Iraq and the UN Humanitarian Exception” [Le politiche di sanzioni contro l’Iraq e l’eccezione umanitaria dell’ONU] (2017).

Falk è americano e per 40 anni è stato docente all’università di Princeton, con l’incarico di professore di diritto internazionale della cattedra Albert G. Milbank. Il suo contesto familiare include origini paterne in Germania, con entrambi i nonni nati in Baviera, non lontano da Monaco, emigrati negli Stati Uniti a metà del secolo XIX°. Tra il 2008 e il 2014 Falk ha lavorato come relatore speciale per la Palestina occupata per conto della Commissione ONU per i Diritti Umani. Ha pubblicato parecchi libri su questioni internazionali, compresi di recente “Power Shift: On the New Global Order [Spostamento di potere: sul nuovo ordine globale] (2016) e “Palestine: The Legitimacy of Hope” [Palestina: la legittimità della speranza] (2017).

Abbiamo analizzato il fallimento della diplomazia internazionale per cercare una soluzione al conflitto tra Israele e Palestina. Crediamo che Israele sia il principale responsabile di questo fallimento, che ha prodotto come conseguenza decenni di gravissime sofferenze per il popolo palestinese. Crediamo che la radice di questo fallimento sia il progetto sionista di imporre uno Stato ebraico su una società fondamentalmente non ebraica. Ciò ha inevitabilmente determinato la resistenza palestinese, e un crescente razzismo ha messo le basi di strutture destinate a tenere soggetto il popolo palestinese nel suo complesso all’interno del suo stesso Paese. Crediamo inoltre che la pace potrà venire per entrambi i popoli solo quando queste strutture di apartheid saranno smantellate, come lo sono state in Sud Africa oltre 25 anni fa.

Contro questo contesto abbiamo trovato inaccettabile e particolarmente preoccupante la resistenza del governo e del popolo tedeschi nel rispondere a queste circostanze di ingiustizia ed estremamente deplorevole la loro tacita acquiescenza in Germania. Sia noi due che le nostre famiglie siamo stati in modo diverso vittime del nazismo. Tuttavia ciò non ci impedisce di insistere sul fatto che l’esitazione tedesca a criticare l’etnocentrismo israeliano evidenzia un pericoloso equivoco riguardo all’importanza del passato nazista. L’Olocausto dovrebbe innanzitutto servire per mettere in guardia il mondo contro l’ingiustizia, i crimini di Stato e la vittimizzazione di un popolo sulla base della sua identità razziale e religiosa. Ciò non dovrebbe esimere Israele dal renderne conto giuridicamente e moralmente solo perché la sua dirigenza è ebrea e molti dei suoi cittadini ebrei sono parenti di vittime dell’Olocausto.

Attraverso l’adozione da parte della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] di una legge fondamentale come quella dello Stato Nazione del popolo ebraico del 2018, Israele rivendica un’identità come se ciò gli conferisse un mandato di impunità. La lezione dell’Olocausto riguarda le violazioni, la criminalità e la vittimizzazione e non dovrebbe essere pervertita da nessuna implicazione sovvertitrice secondo cui, poiché gli ebrei hanno dovuto sopportare terribili crimini in passato, sono esenti dal doverne rendere conto quando commettono crimini recenti. Ricordiamo la lettera di Albert Einstein a Chaim Weizmann [uno dei massimi dirigenti sionisti, ndtr.] nel 1929, in cui scriveva: “Se non riusciamo a trovare un percorso di onesta collaborazione e non scendiamo a patti con gli arabi, non avremo imparato niente dal nostro dramma di duemila anni e meriteremo la sorte che ci affliggerà!” Il governo israeliano deve comprendere che molto del minaccioso aumento delle opinioni antisemite e anti-israeliane in Europa e altrove ha origine nelle stesse politiche che persegue.

Ci aspettiamo che le nostre dichiarazioni saranno duramente attaccate in quanto antisioniste e persino antisemite. Parte della funzione di questi attacchi è bloccare le risposte tedesche ricordando l’Olocausto e la falsa impressione che criticare Israele e il sionismo sia la ripresa di un attacco contro gli ebrei e contro l’ebraismo. Insistiamo sul fatto che non si tratta assolutamente di questo. È proprio il contrario. Sostiene che i valori fondamentali della religione ebraica e in generale i valori umanistici sono legati alla giustizia e che questo uso della calunnia di antisemitismo è una tattica totalmente inaccettabile per difendere Israele da critiche giustificate. Questo tipo di intimidazioni dovrebbe essere contrastato e superato.

Da questa prospettiva è nostra convinzione e speranza che la Germania e il popolo tedesco abbiano la forza di sbarazzarsi del torpore morale indotto dai cattivi ricordi del passato e possano unirsi alla lotta contro l’ingiustizia. Una simile dinamica del potenziamento morale sarebbe chiara se la Germania dimostrasse empatia per il dramma dei palestinesi e desse il proprio sostegno alle iniziative nonviolente destinate ad esprimere solidarietà con e incoraggiamento al movimento nazionale palestinese per ottenere diritti fondamentali, incluso, su tutti, l’inalienabile diritto all’autodeterminazione.

Ci incoraggia molto che le nostre azioni non avvengano nel vuoto qui in Germania. Prendiamo nota degli zelanti sforzi dei “Tre di Humboldt”***per protestare contro l’apartheid israeliano e del sostegno popolare che le azioni di questi giovani, due israeliani e un palestinese, hanno riscosso. Il loro messaggio ispiratore è simile al nostro. È tempo che il governo tedesco e i suoi cittadini rompano il loro silenzio, riconoscano che il passato nazista è più facile da superare attraverso l’attiva opposizione all’ingiusta oppressione del popolo palestinese. Ci sentiamo affini anche alla lettera aperta ampiamente appoggiata da intellettuali in tutto il mondo, compresi molti israeliani, che chiede a ‘individui e istituzioni in Germania’ di porre fine a ogni tentativo di confondere le critiche a Israele con l’antisemitismo.

Crediamo che la pace tra ebrei ed arabi in Palestina dipenda dal prendere iniziative per ripristinare l’uguaglianza di relazioni tra questi popoli da troppo tempo in conflitto. Ciò potrà avvenire soltanto se le attuali strutture di apartheid verranno smantellate come preludio alla pace. Il precedente del Sudafrica ci mostra che ciò può avvenire, ma solo quando le pressioni internazionali si uniscono alla resistenza interna. Sembrava impossibile in Sudafrica fino al momento stesso in cui ciò è avvenuto. Ora sembra impossibile riguardo a Israele, ma l’impossibile avviene quando è in linea con le richieste di giustizia e mobilita il sostegno di persone di buona volontà in tutto il mondo. Il corso della storia ha favorito la parte più debole dal punto di vista militare nei grandi movimenti anticoloniali dell’ultima metà del XX° secolo, e quindi noi non dobbiamo perdere la speranza in una soluzione giusta per israeliani e palestinesi, nonostante il fatto che l’attuale equilibrio delle forze ora favorisca il dominio israeliano.

É importante ricordare anche che, finché al popolo palestinese verranno negati i diritti fondamentali, non ci potrà essere pace. Ogni accordo raggiunto mentre persiste l’apartheid non sarà altro che un cessate il fuoco. Una pace duratura dipende dal riconoscimento e dalla messa in pratica dell’uguaglianza dei due popoli sulla base della mutua autodeterminazione. La Germania e i tedeschi hanno la grande opportunità di promuovere questa visione e così facendo libereranno il Paese dal suo passato. In un senso profondo, sia che siamo tedeschi o americani o altro, ognuno di noi non deve niente di meno ai popoli ebraico e palestinese.

***si tratta degli attivisti del BDS tedesco Ronnie Barkan e Stavit Sinai, ebrei israeliani, e Majed Abusalama, palestinese di Gaza, che nel giugno 2017 interruppero il discorso di una parlamentare israeliana, ospitata presso l’Università Humboldt di Berlino dalla Deutsch-Israelische Gesellschaft (Società tedesco-israeliana). Aliza Lavie, deputata alla Knesset (il parlamento israeliano) per il partito centrista Yesh Atid, aveva fatto parte del governo di coalizione israeliano durante l’attacco del 2014 contro la Striscia di Gaza, nella quale furono uccisi 2.220 palestinesi.  Con Lavie c’era Dvora Weinstein, una sopravvissuta all’Olocausto. I tre sono stati denunciati con l’accusa di invasione di proprietà privata e aggressione. Il processo è ancora in corso.

RICHARD FALK

Richard Falk è uno studioso di diritto e relazioni internazionali che ha insegnato all’università di Princeton per quarant’anni. Dal 2002 ha vissuto a Santa Barbara, California, ed ha insegnato nel campus della locale università di California Studi Globali e Internazionali e dal 2005 ha presieduto il Consiglio della Fondazione per la Pace nell’Epoca Nucleare. Ha aperto questo blog in parte per festeggiare il suo ottantesimo compleanno.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Kamila Shamsie è solo l’ultima vittima della tendenziosità della Germania contro i palestinesi

Abir Kopty

 26 settembre 2019 – Middle East Eye

Più di 70 eventi in diverse città sono stati annullati negli ultimi 4 anni in seguito a pressioni da parte della lobby israeliana

La recente decisione della città tedesca di Dortmund di ritirare un premio letterario alla scrittrice anglo-pakistana Kamila Shamsie per la sua posizione a favore dei palestinesi non è certo una sorpresa.

Non è la prima volta che questo cambiamento di una decisione avviene in seguito alle pressioni della lobby sionista in Germania. Pochi giorni fa un evento pubblico organizzato dal “Jewish-Palestinian Dialogue Group” [Gruppo per il Dialogo Ebraico-Palestinese] a Monaco è stato annullato a causa del suo appoggio ai diritti dei palestinesi e al movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). L’organizzazione Caritas, che doveva ospitare l’avvenimento, lo ha annullato a causa di pressioni della comunità ebraica di Monaco.

Far tacere critiche legittime

L’evento avrebbe dovuto ospitare il giornalista Christoph Sydow, co-autore di reportage sul campo per “Der Spiegel” [settimanale tedesco di centro sinistra, ndtr.] su come le organizzazioni della lobby ebreo-tedesca e filo-israeliana hanno giocato un ruolo fondamentale nella recente risoluzione del Bundestag [il parlamento tedesco, ndtr.] contro il BDS. Questo reportage ha fatto scalpore, provocando un violento attacco da parte della lobby filoisraeliana.

Sydow non è un attivista, ma un giornalista che ha fatto il proprio lavoro per svelare la verità sulla lobby filoisraeliana. Eppure ogni critica può essere messa a tacere sventolando la bandiera dell’antisemitismo. In Germania questa strategia sembra sempre funzionare, in quanto la lobby filoisraeliana continua ad (ab)usare della storia tedesca di genocidio contro gli ebrei per far tacere le legittime critiche alle continue violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.

Una lista stilata da attivisti tedeschi di cui sono venuta in possesso documenta più di 70 eventi in diverse città che negli ultimi quattro anni sono stati annullati per pressioni da parte della lobby israeliana.

Solo quest’anno agli attivisti palestinesi Rasmea Odeh e Khaled Barakat è stato impedito di partecipare ad iniziative pubbliche in Germania; tre attivisti sono stati processati per aver interrotto una conferenza presso l’università Humboldt di una deputata della Knesset [parlamento] israeliana che ha appoggiato l’attacco di Israele contro Gaza nel 2014; il direttore del Museo Ebraico di Berlino, Peter Schafter, è stato obbligato a dimettersi in seguito a pressioni della comunità ebraica per un tweet critico nei confronti della presa di posizione della Germania contro il BDS.

Sempre quest’anno, dopo che il gruppo Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East [Voci Ebraiche per una Pace Giusta in Medio Oriente, gruppo di ebrei tedeschi contro l’occupazione, ndtr.] ha vinto un premio per la pace nella città di Gottinga, funzionari di alto livello hanno cercato di farlo revocare – benché la giuria alla fine abbia confermato la propria decisione ed abbia finanziato il premio.

Situazione di timore

Mentre queste misure dovrebbero impensierire tutti i difensori dei diritti umani e in particolare il movimento filo-palestinese, esse dovrebbero in primo luogo preoccupare gli stessi tedeschi.

I tedeschi dovrebbero cogliere l’occasione per prendere in considerazione lo stato di timore che devono affrontare se vogliono esprimere le proprie opinioni sulle politiche di Israele. Molti tedeschi in privato mi hanno detto di non sentirsi tranquilli quando si esprimono in pubblico “a causa della nostra storia”.

Il significato sottinteso è che temono di perdere il proprio lavoro o di essere presi di mira da una campagna di calunnie che potrebbe distruggere le loro vite.

I tedeschi parlano a voce alta di persone oppresse in tutto il mondo; i palestinesi sono l’eccezione. Sembrerebbe che la Germania valorizzi la democrazia e la libertà di parola, salvo quando si tratta della Palestina. Molti semplicemente non sono abbastanza coraggiosi da schierarsi chiaramente contro quelli che soffocano la loro libertà di parola e impediscono loro di vivere secondo i propri valori.

Mentre questa condizione di timore è predominante, ci sono ancora quelli che rifiutano di essere messi a tacere e che continuano a reagire – soprattutto sul piano legale.

Motivo di speranza

Due settimane fa il tribunale amministrativo di Colonia ha ordinato alla città di Bonn di accettare la “German-Palestinian Women’s Association” [Associazione Tedesco-Palestinese delle Donne] all’annuale “Festival della Cultura e dell’Incontro” di Bonn, dopo che in un primo tempo la città aveva escluso il gruppo per il suo appoggio al BDS. Secondo il tribunale, la città non ha “neppur lontanamente dimostrato” alcuna ragione plausibile per l’esclusione.

Secondo l’“European Legal Support Centre” [Centro di Sostegno Legale Europeo] la decisione ha fatto seguito ad altre due precedenti sentenze da parte del tribunale amministrativo di Oldenburg e dell’Alta Corte Amministrativa della Bassa Sassonia, a Luneburg, che hanno anch’esse garantito l’accesso di attivisti del BDS a strutture pubbliche dopo che inizialmente erano state loro negate dalle autorità locali. 

Benché queste decisioni siano motivo di speranza, le azioni legali da sole non sono sufficienti. La vera lotta riguarda la sfera pubblica.

I tedeschi dovrebbero porsi domande scomode e decidere se intendono continuare a vivere in una condizione di timore che sabota i loro diritti fondamentali di libertà di parola e di pensiero.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Abir Kopty

Blogger, conduttrice radio-televisiva e dottoranda.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)