La Spagna boicotterà Eurovision se Israele parteciperà alla manifestazione durante la guerra a Gaza

Redazione di MEMO

16 settembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì l’emittente pubblica spagnola ha annunciato che la Nazione non parteciperà all’Eurovision Song Contest se Israele rimarrà nella competizione mentre continua la guerra contro Gaza.

La decisione è stata approvata dal consiglio d’amministrazione della Radiotelevisión Española [Radio Televisione Spagnola] (RTVE) in seguito ad una proposta del suo presidente: è passata con 10 voti a favore, quattro contrari e un’astensione.

La Spagna si unisce a Irlanda, Slovenia, Islanda e Olanda nel chiedere l’esclusione di Israele.

Diventa anche il primo membro dei cosiddetti Cinque Grandi – i Paesi che forniscono il più ampio contributo finanziario all’Unione delle Emittenti Europee (European Broadcasting Union, EBU) – ad effettuare questo passo. Il gruppo include anche Regno Unito, Francia, Italia e Germania che entrano di diritto nella finale della competizione indipendentemente dai loro risultati precedenti.

L’EBU, che organizza l’Eurovision, deve decidere a dicembre se escludere Israele come chiesto da RTVE.

Se la Spagna boicotterà la competizione sarà la prima volta nella sua storia che non parteciperà a Eurovision.

All’inizio dell’anno RTVE ha inviato una lettera all’EBU sollecitando un dibattito sulla partecipazione di Israele. Durante la partecipazione di Israele alla competizione del 2025 commentatori e sottotitoli hanno criticato apertamente la guerra a Gaza.

Nell’edizione di quest’anno Israele si è classificata al secondo posto e ha vinto il voto del pubblico.

Lunedì il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha chiesto che Israele venga escluso dalle competizioni sportive internazionali dopo che le massicce proteste pro-Palestina a Madrid hanno costretto alla cancellazione dell’ultima tappa della gara ciclistica La Vuelta e della relativa cerimonia di premiazione.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Perché una forza di interposizione per Gaza potrebbe essere un’idea pericolosa

Haidar Eid  e Jamal Juma*

9 settembre 2025 – Al Jazeera

Israele e gli USA non permetteranno la presenza di una forza neutrale in nessun luogo vicino a Gaza. Ciò significa che uno spiegamento di forze straniere potrebbe solo favorire i piani di pulizia etnica.

L’idea di dispiegare una forza di interposizione o di peacekeeping in Palestina non è nuova. Dopo la nascita di Israele attraverso gli orrendi massacri e la pulizia etnica di massa del 1948, le Nazioni Unite crearono l’Organizzazione di Supervisione della Tregua (UNTSO) per monitorare l’attuazione degli accordi dell’armistizio arabo-israeliano del 1949. Nel 1974 inviò la Forza delle Nazioni Unite di Monitoraggio del Disimpegno (UNDOF) per sostenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria e nel 1978 venne dispiegata sul territorio libanese la Forza ad Interim in Libano (UNIFIL). Nessuna di queste forze è stata in grado di fermare l’aggressione israeliana.

Dopo la seconda invasione israeliana della Cisgiordania occupata e il massacro a Jenin del 2002 l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton riesumò l’idea di una forza internazionale nei territori palestinesi occupati.

Con l’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023 questo proposito ha iniziato a costituire nuovamente un’attrattiva diplomatica. Nel maggio 2024 la Lega Araba invocò una forza di peacekeeping per i territori palestinesi occupati. Il gradimento del Consiglio Atlantico sostenne l’idea e lo stesso fecero diversi dirigenti occidentali, compresa la Ministra degli Esteri della Germania Annalena Baerbock, accusata di complicità in genocidio [accusa sostenuta da diverse ONG per il suo sostegno all’invio di armi in Israele, ndt.].

Nel luglio di quest’anno una conferenza di alto livello guidata da Francia e Arabia Saudita ha suggerito anche una “missione internazionale di stabilizzazione” a Gaza, sulla base di un invito da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese. L’idea è stata riproposta in seguito alla molto tardiva dichiarazione della Integrated Food Security Phase Classification (IPC) sulla carestia a Gaza.

Senza dubbio un simile intervento, armato o disarmato, non solo sarebbe legale ai sensi del diritto internazionale, ma sarebbe anche un modo per adempiere al principio giuridico internazionale di responsabilità di protezione. Tuttavia la questione chiave è: come potrebbe una tale forza di interposizione agire nel mondo reale?

Considerando la realtà geopolitica, è difficile immaginare che potrebbe funzionare senza il consenso di Israele. Israele gode del pieno e incondizionato appoggio degli USA ed agisce impunemente. Ha già dimostrato che agirebbe in modo aggressivo contro ogni tentativo di rompere l’assedio di Gaza; è arrivato al punto di invadere lo spazio aereo dell’Unione Europea per attaccare una nave umanitaria diretta a Gaza. Qualunque forza di interposizione che tenti di entrare in Palestina senza il consenso di Israele verrebbe attaccata prima ancora che si avvicini.

Perciò l’unica possibilità sarebbe che Israele e gli USA la permettessero. Questo è possibile, ma avverrebbe alle loro condizioni, che molto probabilmente porterebbero all’internazionalizzazione e alla normalizzazione del genocidio.

Il primo passo in quella direzione è già stato compiuto a fine maggio col dispiegamento della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) sostenuta dagli USA. Da allora Israele e i mercenari della GHF hanno ucciso almeno 2.416 palestinesi in cerca degli aiuti e feriti più di 17.700.

Philippe Lazzarini, alto commissario dell’UNRWA, lo ha definito “un abominio” e “una trappola mortale che è costata più vite di quante ne abbia salvate”. Esperti dell’ONU hanno denunciato “il coinvolgimento dell’intelligence israeliana, di contractors USA e di non precisati enti non governativi”. L’agenzia dell’ONU per il coordinamento degli aiuti di emergenza (OCHA) ha denunciato le operazioni della GHF come un pericoloso e “deliberato tentativo di militarizzare gli aiuti”.

Le recenti rivelazioni del Washington Post, secondo cui il piano del presidente USA Donald Trump di trasformare Gaza in una “riviera del Medio Oriente” è tuttora all’ordine del giorno, indicano in che modo la forza di interposizione potrebbe diventare una realtà.

Il piano, denominato Ricostruzione, Accelerazione e Trasformazione Economica di Gaza (GREAT), vedrebbe il dispiegamento di una forza straniera come parte della gestione fiduciaria decennale sponsorizzata dagli USA sulla Striscia di Gaza. Il contingente sarebbe composto da contractors privati assunti dalla GHF, mentre l’esercito israeliano sarebbe responsabile dell’ “intera sicurezza”. Ciò significherebbe di fatto la continuazione del genocidio e della pulizia etnica dei palestinesi sotto la supervisione di mercenari stranieri.

Non è certo questo il tipo di forza di interposizione che vorrebbero vedere i promotori filopalestinesi dell’idea, ma ad oggi è l’unico realisticamente possibile.

Tutti noi auspichiamo che il genocidio abbia fine e che i palestinesi siano protetti dall’aggressione israeliana fino a che non finisca il suo regime di apartheid, pulizia etnica ed occupazione illegale. Una forza di interposizione avrebbe dovuto essere dispiegata molto tempo fa, quando il movimento sionista per primo iniziò il suo progetto genocida in Palestina nel 1947.

Oggi promuovere l’idea di una forza di interposizione non solo aprirebbe la strada alla realizzazione del piano di Trump, ma distrarrebbe dalla forma di intervento più strategica e incisiva: porre fine alla complicità internazionale e imporre sanzioni a Israele. Questo è ciò che è possibile e realistico. Questo è ciò che gli Stati che vogliono proteggere i palestinesi e difendere i nostri diritti e il diritto internazionale devono e possono fare, senza dipendere da alcun altro soggetto.

Vent’anni fa lanciammo l’appello per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e aprimmo la strada verso le sanzioni. Adesso siamo sul punto di vedere le sanzioni divenire reali e incisive.

L’anno scorso l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato una risoluzione che impegna gli Stati membri a sanzioni parziali ad Israele. Se riusciamo ad attuarla, questo minerà efficacemente la capacità di Israele di continuare ad alimentare la sua macchina genocidaria.

Nel frattempo l’azione del BDS sta avendo effetti. Stiamo cominciando ad essere in grado di interferire nella catena di rifornimento del genocidio. Abbiamo impedito che alcune spedizioni di acciaio e forniture militari raggiungessero gli acquirenti israeliani.

In agosto il presidente della Colombia Gustavo Petro ha emesso un secondo decreto di messa al bando dell’esportazione di carbone a Israele. Poco tempo dopo la Turchia ha annunciato un completo stop a tutti gli accordi commerciali e la chiusura dei suoi porti e aeroporti alle navi e aerei israeliani; il paese era il quinto principale partner di Israele per le importazioni.

Uomini d’affari israeliani stanno ammettendo ai media locali che “ha preso forma una realtà di silenzioso boicottaggio da parte dei fornitori europei e specialmente da parte di Paesi vicini come la Giordania e l’Egitto”.

Se il Sudafrica, il Brasile e la Nigeria interrompessero le forniture di energia ad Israele, questo avrebbe un enorme impatto a breve termine. La Cina potrebbe impedire alle sue imprese di far funzionare il porto di Haifa. Il sud globale ha il potere di bloccare da solo la catena globale di rifornimento del genocidio fermando il continuo flusso di materie prime e componenti.

Anche in Europa alcuni legami di complicità stanno iniziando a sciogliersi. In Olanda cinque ministri, compreso il ministro degli Esteri e il vice Primo Ministro, si sono dimessi dopo che il gabinetto di governo non è stato in grado di concordare sanzioni contro Israele, provocando una crisi di governo. La Slovenia e la Spagna hanno annunciato un embargo delle armi. Le mobilitazioni dei portuali in tutto il Mediterraneo e oltre hanno reso ancor più difficili i trasporti marittimi di materiale militare verso Israele.

Sta crescendo la pressione popolare sui governi perché rispettino i loro obblighi legali e morali ed impongano sanzioni a Israele. Non è il momento di promuovere progetti impossibili o insidiosi che potrebbero fornire loro una scusa per non agire.

Abbiamo visto tutti come Israele abbia fatto a pezzi i piani di Oslo per una soluzione di due Stati. Quegli accordi non sono mai stati niente di più che uno sforzo per far sentire meglio soprattutto l’Europa riguardo al suo ruolo nella nostra espropriazione.

Cerchiamo di non cadere nuovamente nella stessa trappola sostenendo iniziative che consentirebbero soltanto al mondo di sentirsi un po’ meglio riguardo al genocidio di Israele. Concrete pressioni e sanzioni restano le misure più efficaci a disposizione, che l’asse USA-Israele non può manipolare più di tanto.

Rafforziamo concrete iniziative globali multilaterali a supporto della Palestina e del diritto internazionale, come il Gruppo dell’Aja (gruppo di nazioni del sud del mondo creato nel gennaio 2025 per sostenere le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale, ndtr.). Facciamo pressione sugli Stati perché impongano sanzioni e interrompano la catena di rifornimento del genocidio.

Deve esserci una pressione costante fino a quando l’apartheid e il colonialismo di insediamento vengano eliminati tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

*(Attivista BDS e attivista indipendente per i diritti umani. Coordinatore della Campagna del Muro Anti-apartheid)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Potere e resistenza: un nuovo rapporto mostra come la repressione antipalestinese rafforzi l’autoritarismo

Michael Arria

5 agosto 2025, Mondoweiss

Sappiamo che la repressione antipalestinese inevitabilmente porta all’inasprimento della repressione contro tutta la popolazione, ma un nuovo studio mostra nel dettaglio come questo avviene.

L’associazione dei Musulmani Americani per la Palestina (AMP) ha appena pubblicato un esauriente rapporto intitolato “Come la repressione antipalestinese sta creando un precedente autoritario in America”.

Dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Trump il governo degli Stati Uniti ha drasticamente intensificato gli sforzi per punire l’attivismo filopalestinese creando modelli e precedenti legali per la repressione degli immigrati e delle minoranze in tutto il paese”, spiega il rapporto. “In effetti questi attacchi non hanno solo un effetto dissuasivo ma mirano a punire e criminalizzare qualsiasi protesta contro le politiche del governo USA. L’amministrazione Trump ha strumentalizzato le agenzie federali e gli organismi di regolamentazione (compreso il sistema giudiziario statunitense) e il Congresso dominato dai Repubblicani allo scopo di rafforzare il potere del presidente e sostenere provvedimenti incostituzionali volti a mettere a tacere e indebolire le lotte interconnesse per i diritti dei palestinesi, i diritti degli immigrati e la giustizia razziale”.

L’AMP ha tracciato gli attacchi del governo federale contro studenti e amministratori, la revoca dei visti, la detenzione illegale di attivisti e le minacce contro i finanziamenti alle università.

Inoltre, ha identificato i principali responsabili che rendono possibile o mettono in atto la repressione antipalestinese, tra cui funzionari dell’amministrazione Trump, organizzazioni filoisraeliane, social media e parlamentari.

Il rapporto evidenzia alcuni casi connessi alla repressione in ambito universitario. Ad esempio, ecco una voce che riguarda una studente di psicologia della Virginia Commonwealth University (VCU):

  • Sereem Haddad, una studente palestinese americana di 20 anni, faceva parte del movimento studentesco della VCU che mirava a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’oppressione dei palestinesi e sul genocidio a Gaza. Più di 200 componenti della sua famiglia allargata sono stati uccisi durante il genocidio. Nell’aprile del 2024 insieme ad altri studenti ha tentato di allestire un accampamento di solidarietà ben visibile nel campus della VCU. La stessa notte l’amministrazione dell’università ha chiamato la polizia perché sgomberasse gli studenti. Quando gli studenti si sono rifiutati di abbandonare l’accampamento la polizia li ha attaccati violentemente con spray al peperoncino, ha confiscato i loro beni e ha arrestato 13 di loro. Haddad ha dovuto essere portata in ospedale dopo che la polizia l’ha sbattuta per sei volte sul cemento causandole ferite alla testa, emorragie, tagli e contusioni. È stata arrestata senza alcuna accusa. In seguito, ha aiutato ad allestire una commemorazione pacifica per le vittime del genocidio di Gaza. Dato però che l’università ha cambiato velocemente le regole riguardanti le proteste nel campus, la commemorazione è stata considerata una violazione ai protocolli universitari per le proteste studentesche. Le è stata quindi negata la laurea dopo quattro anni, nonostante avesse conseguito il massimo dei voti”.

Il rapporto dell’AMP si conclude con una serie di raccomandazioni politiche. Il gruppo invita, tra le altre cose, a opporsi al progetto di legge n. 9495 della Camera dei deputati, tristemente noto come “ammazza associazioni senza scopo di lucro”, alla controversa definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), e a sostenere le iniziative del movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Chi lavora nell’ambito della giustizia per gli immigrati, della giustizia razziale, delle tutele sociali e più in generale della democrazia deve inoltre aver ben chiaro che l’eccezione palestinese alla libertà di parola e altri diritti ha reso possibile lo sgretolamento delle fondamenta istituzionali di tutte queste cause”, conclude il rapporto. “Proprio come la giustizia razziale e penitenziaria, insieme alla giustizia per gli immigrati, sono le stelle polari della fedeltà ai valori americani, non si può più tollerare che i palestinesi, i musulmani o i difensori della causa palestinese siano vittime giustificabili della violenza dello Stato o della cancellazione mediatica e istituzionale. I casi di repressione antipalestinese costituiscono un precedente autoritario e contro le minoranze”.

La Columbia paga 200 milioni di dollari per ripristinare i finanziamenti

Il mese scorso la Columbia University di New York ha annunciato che avrebbe pagato 200 milioni di dollari all’amministrazione Trump in relazione alle accuse di violazione delle leggi antidiscriminazione.

Questo accordo costituisce un importante passo avanti dopo un prolungato periodo di controlli governativi e di incertezza istituzionale”, ha dichiarato la presidente ad interim dell’università Claire Shipman.

La Columbia University è inoltre tenuta a pagare 21 milioni di dollari per chiudere le indagini avviate dalla Commissione statunitense per le pari opportunità sul lavoro (U.S. Equal Employment Opportunity Commission) e ha accettato di porre fine all’utilizzo della razza come criterio per promuovere la diversità nel processo di ammissione.

La decisione arriva mesi dopo che l’università ha accettato una serie di richieste da parte dell’amministrazione Trump, quasi tutte volte a soffocare le proteste filopalestinesi nel campus. Tra queste figurano il divieto di indossare maschere durante le proteste, l’aumento del numero di agenti di sicurezza nel campus e la revisione dei corsi di studi sul Medio Oriente, l’Asia meridionale e l’Africa.

La decisione coincide con la sospensione e l’espulsione di quasi 80 studenti coinvolti nelle proteste riguardanti Gaza.

Le interruzioni delle attività accademiche costituiscono una violazione delle politiche e delle regole dell’università e tali violazioni comporteranno inevitabilmente delle conseguenze”, ha dichiarato l’università.

Su Mondoweiss, Tamara Turki descrive in dettaglio come gli studenti attivisti si stanno riorganizzando in risposta a questa ondata di repressione.

È semplicemente assurdo che mentre vediamo i bambini morire di fame a Gaza siano gli studenti della Columbia a finire sotto processo”, ha dichiarato uno studente.

Rashid Khalidi cancella il corso

Rashid Khalidi, professore emerito di studi arabi moderni alla Columbia nella cattedra intitolata a Edward Said, afferma che si ritirerà dall’insegnamento del suo corso autunnale a causa dell’accordo.

Mi rammarico profondamente che le decisioni della Columbia mi abbiano costretto a privare dell’opportunità di seguire questo corso i quasi 300 studenti che si sono iscritti per frequentarlo nel prossimo semestre, così come hanno fatto centinaia di altri studenti per oltre vent’anni, negando loro la possibilità di conoscere la storia del Medio Oriente moderno”, ha scritto Khalidi in un articolo pubblicato sul Guardian. “Sebbene non sia possibile compensarli pienamente della privazione dell’opportunità di seguire il corso, ho intenzione di offrire una serie di conferenze pubbliche a New York incentrate su alcune parti del programma, che saranno trasmesse in streaming e rese poi disponibili online. I proventi, se ce ne saranno, andranno alle università di Gaza, tutte distrutte da Israele con munizioni statunitensi, un crimine di guerra sul quale né la Columbia né altre università statunitensi hanno ritenuto opportuno dire una sola parola”.

La capitolazione della Columbia ha trasformato un’università che un tempo era un luogo di libera ricerca e apprendimento nell’ombra di ciò che era, un’anti-università, una zona di sicurezza recintata con controlli elettronici all’ingresso, un luogo di paura e disgusto, dove docenti e studenti ricevono dall’alto indicazioni su ciò che possono insegnare e dire, sotto pena di severe sanzioni”, ha continuato. “È vergognoso che tutto questo venga fatto per coprire uno dei più grandi crimini di questo secolo, il genocidio in corso a Gaza, un crimine di cui la leadership della Columbia è ora pienamente complice”.

In un’intervista con Democracy Now, a Khalidi è stato chiesta specificatamente un’opinione sulla presidente ad interim dell’università Claire Shipman, che ha difeso l’accordo.

Khalidi:

Penso che stia fungendo da portavoce di quella che io chiamo la quinta colonna all’interno del Consiglio di amministrazione, della comunità dei donatori e fra alcuni docenti, per i quali qualsiasi critica a Israele è inaccettabile, certamente molte critiche a Israele sono inaccettabili, e qualsiasi o molte critiche al sionismo sono inaccettabili.

Non credo che i valori della Columbia includano la possibilità che un supervisore nominato dal governo e proveniente da un’azienda che a giugno ha celebrato l’indipendenza di Israele, o ha celebrato Israele, possa entrare nelle aule, possa partecipare alle riunioni, possa raccogliere i nostri dati. Se questo è il valore che la Columbia sostiene, è un valore da Stasi [ la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania dell’Est, ndt.]. È un valore dittatoriale, in cui il governo nomina un supervisore per controllare ciò che accade all’interno di un’università privata e indipendente. Quali valori sono protetti dalla definizione dell’IHRA? L’unico valore protetto è l’impunità di Israele mentre commette un genocidio.

Ci sono molti altri aspetti dell’accordo, come la nomina di un amministratore speciale, un vice-rettore. Perché i corsi di studio sul Medio Oriente richiedono un esame approfondito? Cosa c’è di sbagliato in ciò che viene insegnato alla Columbia? Si tratta di corsi estremamente popolari. Rappresentano il sapere di una vasta gamma di persone, non solo di coloro che insegnano alla Columbia. Rappresentano, in sostanza, il sapere più rispettato nel campo. Non c’è bisogno di qualcuno che supervisioni gli studi sul Medio Oriente alla Columbia, così come non c’è bisogno di nessuno che supervisioni altri studi di area, che è poi quello a cui si mira. E senza dubbio l’amministrazione Trump continuerà a tirare la corda su questioni di razza, di genere, sull’espansione della Columbia ad Harlem. Queste cose saranno proibite. Non sarà permesso parlare di razza, non sarà permesso parlare di genere, proprio come presto non sarà permesso parlare di… ora, secondo queste regole, non è permesso parlare di certi aspetti di Israele e del sionismo.

Secondo alcuni, per quanto riguarda la Columbia non si può parlare di “capitolazione”, dato che l’amministrazione stava già prendendo di mira gli studenti filopalestinesi prima che Trump entrasse in carica.

Non possiamo inquadrare la questione come ‘capitolazione di fronte all’amministrazione Trump’ SPECIALMENTE nel caso della Columbia. Trump fa la parte del poliziotto cattivo mentre l’amministrazione universitaria fa la parte del poliziotto buono in un assalto coordinato alla solidarietà con la Palestina, ha scritto su Twitter il critico dei media Adam Johnson. “I donatori e i dirigenti della Columbia sono in larga parte d’accordo con Trump su questo punto”.

[traduzione di Federico Zanettin]




Come può Israele essere antisemita e perché attacca gli ebrei?

Joseph Massad

27 dicembre 2024 – Middle East Eye

La caccia alle streghe filoisraeliana nei campus delle università nel mondo occidentale ha un obiettivo principale: eliminare qualsiasi distinzione tra ebraismo, popolo ebraico, sionismo e governo israeliano

La storia delle basi antisemite del sionismo è stata detta e ridetta e io ne ho scritto più volte su questa testata.

Essa include l’affinità ideologica tra le idee fondanti del sionismo e l’antisemitismo, secondo cui entrambi credono che gli ebrei europei non sono europei, ma un popolo orientale diverso.

Entrambi sostengono anche che gli ebrei non dovrebbero vivere tra gli europei cristiani, che essi sono effettivamente una razza e una nazione separate, o “un popolo a parte” come li descrisse il ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour, antisemita, protestante, fondamentalista e sionista (1916-19).  

Le alleanze che sin dagli inizi il movimento sionista mediò con politici e regimi antisemiti europei per promuovere le proprie rivendicazioni sono una parte inseparabile della storia del movimento.

Tuttavia questa eredità del movimento sionista non è finita con la creazione di Israele nel 1948.

Al contrario la nuova colonia di insediamento sionista ne istituzionalizzò le basi antisemite, sostenendo che coloro che si opponevano a sionismo e antisemitismo israeliano, ebrei o gentili, erano i veri antisemiti, cosa che era più difficile da fare prima del 1948, poiché la maggioranza degli ebrei all’epoca era antisionista o non sionista.

Stato ‘ebraico’

Per prima cosa i sionisti decisero di chiamare la loro nuova colonia di insediamento “Israele”.

Poiché con “Israele” nella tradizione biblica ed ebraica ci si riferisce ai discendenti di Giacobbe, o popolo ebraico, chiamando il Paese “Israele” si volevano identificare tutti gli ebrei con lo Stato di Israele.

Ciò facendo chiunque si degnasse di criticare Israele verrebbe accusato di attaccare e criticare tutti gli ebrei nella loro totalità e non il governo israeliano e le sue istituzioni razziste.

Secondo, un’altra indicazione è il rifiuto di Israele nel 1948 di promulgare ufficialmente una “Dichiarazione di Indipendenza”, anche se i suoi propagandisti si riferiscono disinvoltamente alla “Dichiarazione dell’istituzione dello Stato di Israele” ufficiale come alla “Dichiarazione di Indipendenza”.

La “Dichiarazione dell’istituzione dello Stato di Israele” fu chiamata così dopo che le proposte di chiamarla “Dichiarazione di Indipendenza” furono respinte dai leader sionisti.

Meir Wilner, sionista e delegato del Partito Comunista Palestinese, propose di dichiarare lo Stato “sovrano e indipendente”, ma il suo emendamento fu respinto.

Tali proposte furono fermamente respinte a favore di dichiarare semplicemente lo Stato “ebraico”.

Questo veemente rifiuto dipendeva dal proposito principale del sionismo, ossia che lo Stato che si voleva avrebbe rappresentato “il popolo ebraico” in tutto il mondo e non solo i coloni ebrei della Palestina.

Dichiarare lo Stato “indipendente” avrebbe sottinteso che era indipendente dal mondo ebraico e perciò che era uno Stato “israeliano” non uno Stato “ebraico”.

Poiché i leader di Israele pretesero che il movimento sionista continuasse le proprie attività coloniali di insediamento anche dopo l’istituzione di Israele, mentre la maggioranza degli ebrei continuava come oggi a vivere fuori da Israele, dichiarare l’”indipendenza” del Paese avrebbe potuto impedirgli di farlo.

Tali motivi sarebbero stati resi espliciti in dibattiti successivi sul rifiuto di chiamare ufficialmente lo Stato “indipendente”.

Terzo, Israele insistette nella Dichiarazione e in seguito che la sola istituzione dello Stato non era nell’interesse degli obiettivi del movimento sionista, a cui molti ebrei si erano sempre opposti, ma piuttosto che la creazione di uno Stato ebraico era “il diritto naturale del popolo ebraico di essere padrone del proprio destino, come tutte le altre nazioni, nel proprio Stato sovrano”.

Ancora una volta Israele coinvolge tutti gli ebrei, che non rappresenta, nella fondazione della propria colonia di insediamento sulla terra dei palestinesi. Perciò se qualcuno si opponesse a questo cosiddetto “diritto naturale del popolo ebraico”, tale persona sarebbe nient’altro che un virulento antisemita.

In tal modo Israele si è arrogato il diritto di rappresentare in tutto il mondo gli ebrei che non gli hanno mai accordato tale mandato.

Tutte le potenze europee e gli USA, che non permisero agli ebrei in fuga dai nazisti di rifugiarsi nei propri Paesi, riconobbero la nuova affermazione dello Stato di Israele di rappresentare tutti gli ebrei. Questa decisione li assolveva dalla responsabilità di accogliere centinaia di migliaia di rifugiati ebrei dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Gli ebrei della diaspora

L’affermazione di rappresentare e parlare a nome di tutti gli ebrei ha indignato gli ebrei non sionisti e anti-sionisti, e persino alcuni filosionisti in Europa e negli USA, che insistettero che il movimento sionista e Israele stavano fornendo pretesti agli antisemiti che accusavano gli ebrei di doppia lealtà come conseguenza di quest’affermazione israeliana.

I leader ebrei americani erano molto preoccupati precisamente per quest’affermazione pericolosamente antisemita da parte Israele.

Nel 1950 Jacob Blaustein, presidente della Comitato Ebraico Americano, firmò un accordo con David Ben-Gurion, primo ministro di Israele, per chiarire la natura dei rapporti fra Israele e gli ebrei americani.

Nell’accordo Blaustein dichiarò che quello statunitense non era un “esilio” ma piuttosto una “diaspora” e insistette che lo Stato di Israele non rappresentava formalmente la diaspora degli ebrei nel resto del mondo.

Blaustein aggiunse che Israele non avrebbe mai potuto essere un rifugio per gli ebrei americani. Egli sottolineò che, anche se gli USA avessero smesso di essere un Paese democratico e gli ebrei americani fossero stati costretti a “vivere in un mondo in cui fosse possibile che venissero scacciati dall’America a causa di una persecuzione”, tale mondo, insistette, contrariamente alle affermazioni israeliane, “non sarebbe stato un mondo sicuro neppure per Israele “.  

Da parte sua Ben-Gurion, soggetto alla pressione dei leader ebrei americani, dichiarò che gli ebrei americani erano cittadini a pieno titolo degli USA e dovevano essere leali solo a essi: “Non devono nessuna lealtà politica a Israele.”

L’accordo fra Israele e il Comitato degli Ebrei Americani stabilì che “Israele, da parte sua, riconosceva la lealtà degli ebrei americani agli Stati Uniti. [Lo Stato di Israele] non si sarebbe neppure immischiato negli affari interni degli ebrei della diaspora. C’era bisogno di persone che scegliessero di fare aliyah e sarebbero stati accolti calorosamente, ma quelli rimasti in America non sarebbero stati denigrati in quanto ‘esiliati.’ Né gli ebrei americani né quelli israeliani avrebbero parlato a nome degli altri.”

Accusati di ‘odiare sé stessi ‘

Gli israeliani non mantennero a lungo la posizione di Ben-Gurion.

Dopo la guerra del giugno 1967 e la conquista e occupazione da parte di Israele dei territori di tre Paesi arabi confinanti, Israele iniziò a chiedere che tutta la comunità ebraica mondiale sostenesse le sue politiche e che doveva farlo acriticamente.

Se non avessero seguito le sue istruzioni sarebbe stato a causa del fatto che non erano veramente ebrei, una posizione che fu espressa in modo molto chiaro da Abba Eban, il noto ministro degli Esteri israeliano, nato in Sudafrica.

Nel 1972 alla conferenza annuale in Israele sponsorizzata dal Congresso degli Ebrei Americani, Eban espose la nuova strategia: “Sia ben chiaro: la Nuova sinistra è causa e origine del nuovo antisemitismo… la distinzione fra antisemitismo e anti-sionismo non è per niente una distinzione. L’anti-sionismo è semplicemente il nuovo antisemitismo.”

Ci sarebbero voluti alcuni decenni prima che questa formula elaborata da Eban diventasse politica ufficiale non solo in Israele, ma in tutto il mondo occidentale.

Se nella conferenza del 1972 i critici non ebrei furono bollati come antisemiti, Eban descrisse due critici di Israele, ebrei americani, ossia Noam Chomsky e I.F. Stone, come affetti dalla sindrome “del senso di colpa dell’ebreo sopravvissuto “.

I loro valori e ideologie, e con questo egli intendeva il loro anti-colonialismo e anti-razzismo, “sono in conflitto e collidono con il nostro mondo di valori ebraici”.

L’equiparazione di Eban delle politiche razziste e coloniali israeliane con la tradizione e i valori ebraici erano parte integrale del coinvolgimento sionista di tutti gli ebrei nelle azioni e ideali di Israele.

Ma anche la scioccante scomunica di Eban di Chomsky e Stone dalla tradizione ebraica oggi sembra blanda se paragonata a quanto aggressivi la burocrazia israeliana e i suoi sostenitori in Occidente sono diventati da allora nel dichiarare gli ebrei critici di Israele, per non parlare degli ebrei anti-sionisti o non-sionisti, come “ebrei che odiano sé stessi ” o come antisemiti.

Un esempio significativo è prendere di mira negli ultimi due decenni studenti e educatori ebrei, deridendoli ed escludendoli nei campus dei college da parte dei sostenitori di Israele, ebrei e non, etichettandoli come “ebrei che odiano sé stessi” o ebrei ” complici con gli antisemiti” perché hanno criticato Israele o perché sostenitori dei diritti dei palestinesi.

Affermazioni filoisraeliane

I sostenitori di Israele hanno attaccato incessantemente come “odiatori di sé stessi” i docenti ebrei che hanno criticato Israele.

Alcuni sono inorriditi che ci sia “un numero ancora più vasto di ebrei che odiano sé stessi ” fra quelli che loro accusano di antisemitismo perché sostengono il movimento del Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni.  

Neanche i rabbini sionisti critici delle politiche israeliane sono stati immuni e sono stati etichettati come “odiatori di sé stessi”, così come consiglieri di alto livello della Casa Bianca che sono convinti sostenitori di Israele, ma che il primo ministro di Israele ha descritto come “odiatori di sé stessi” quando hanno chiesto a Israele di “congelare” la costruzione di insediamenti coloniali nei territori occupati.

Eppure i sostenitori di Israele, come l’accademico americano Daniel J. Elazar, sostengono che Israele “fu fondato basandosi su valori ebraici”, un’affermazione che equipara i principi coloniali dello Stato israeliano con l’ebraismo e l’identità ebraica, un parallelo palesemente antisemita.

L’identificazione di valori e politiche di Israele come “ebraici”, o la convinzione che le sue politiche siano messe in atto in difesa del popolo ebraico, va al di là dei suoi sostenitori ebrei americani. Molti fondamentalisti cristiani americani sostengono Israele proprio perché è “ebraico”.

Queste affermazioni israeliane e filoisraeliani ora sono state adottate in toto dall’establishment politico americano come verità assolute ed è ciò che ha permesso al presidente USA Donald Trump di dire agli ebrei americani a una celebrazione di Hanukkah alla Casa Bianca nel dicembre 2018 che il suo vice presidente aveva un grande affetto per il “vostro Paese”.

Israele non ha obiettato che nell’aprile 2019 Trump dicesse a un altro gruppo di ebrei americani che Netanyahu è “il vostro primo ministro”, né l’ha fatto il suo governo.

Trump non è il solo

La strategia del presidente Joe Biden per combattere l’antisemitismo include “l’incrollabile impegno (americano) al diritto dello Stato di Israele ad esistere, alla sua legittimità e alla sua sicurezza. In aggiunta noi riconosciamo e celebriamo i profondi legami storici, religiosi, culturali e altri che molti ebrei americani e altri americani hanno con Israele”.

Affermazioni come queste parlano in generale riguardo a tutti gli ebrei americani ignorando coloro che non hanno legami “profondi”, o persino superficiali, con Israele, o i cui legami non li spingono a sostenere le affermazioni di Israele sugli ebrei o le sue politiche verso i palestinesi.

Piuttosto che combattere l’antisemitismo, tale identificazione degli ebrei americani con Israele ribadisce le reiterate opinioni sugli ebrei di sionisti, israeliani, cristiani ed evangelici americani che molti ebrei americani contestano.

Le affermazioni secondo cui tutti gli ebrei americani sostengono Israele acriticamente e che tale sostegno è intrinseco all’identità ebraica non sono altro che classiche generalizzazioni antisemite.

L’identità ebraica, come tutte le identità, è plurale e varia sia per religione che etnia, oltre che geograficamente, culturalmente ed economicamente.

Formula antisemita

Oggi un crescente numero di ebrei americani si sta staccando da Israele, dal suo regime ebraico suprematista e dai suoi crimini coloniali.

Essi sono presi di mira per le loro posizioni politiche da lobby filoisraeliane e diffamati come “odiatori di sé stessi “.

Tuttavia non sono i critici di Israele, ebrei e non, che non riescono a distinguere fra ebraismo e sionismo. Al contrario essi insistono vigorosamente su tale separazione.

Anzi, coloro che guidano la campagna della destra filoisraeliana nei campus statunitensi ed europei hanno stabilito un obiettivo principale, condiviso dal governo israeliano, per la loro caccia alle streghe ad oltranza: eliminare ogni distinzione fra ebraismo, popolo ebraico, sionismo e governo israeliano.

È proprio lo stesso obiettivo su cui i fondatori di Israele insistettero e pianificarono quando chiamarono la loro colonia di insediamento “Israele”. Il movimento storico che va dal forzato riconoscimento nel 1950 di Ben-Gurion che gli ebrei americani non avevano nessun debito di lealtà verso Israele, al consenso ufficiale israeliano dopo il 1967 e all’insistenza antisemita del regime di Netanyahu che “l’antisionismo è antisemitismo” è ora completo.

Questa formula antisemita è ora stata adottata dagli USA (incluso il Congresso e Trump), insieme ai funzionari britannici ed europei. L’obiettivo attuale è costringere le università, il movimento degli studenti, le istituzioni culturali e i media, in sostanza tutti, a sottoscrivere tale formula antisemita, altrimenti….

I critici di Israele, ebrei e gentili, non accetteranno.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e sui palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il punto di vista dell’Irish Examiner: l’Irlanda resiste alle intimidazioni israeliane

Editoriale

17 dicembre 2024 – Irish Examiner

Nonostante la stizzosa decisione di Israele di chiudere la sua ambasciata, la posizione dell’Irlanda sull’attacco a Gaza è stata motivata e basata su principi umanitari

In un momento di crescenti tensioni tra due Nazioni, l’ultima cosa di cui c’è bisogno è una decisione stizzosa e avventata di chiudere qualsiasi via diplomatica tra le parti coinvolte.

La decisione del governo israeliano di chiudere la sua ambasciata in Irlanda a causa delle presunte “politiche anti-israeliane” del governo irlandese sembra, da un lato, essere un rimprovero per la continua messa in discussione da parte degli irlandesi della guerra omicida a Gaza e in Libano, che aveva visto il governo sotto pressione perché espellesse l’ambasciatore israeliano. [Il governo irlandese, n.d.t.] si è rifiutato di farlo, mentre la via più facile sarebbe stata quella di cedere in quel momento alle pressioni dei partiti di opposizione.

D’altro canto si potrebbe semplicemente trattare di un atto di riduzione dei costi e di taglio di bilancio mascherato da protesta diplomatica. Dopotutto solo tre mesi fa il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato che per finanziare le azioni militari in corso di Israele ha pianificato circa 9 miliardi di euro di ampi tagli alla spesa nel 2025.

E l’accusa dell’ex ambasciatrice israeliana in Irlanda, Dana Erlich, secondo cui qui c’è un'”ossessione anti-israeliana” e che il “governo irlandese sta promuovendo misure antisemite” fa acqua da tutte le parti.

Certamente l’Irlanda ha riconosciuto lo Stato palestinese e ha cercato di unirsi alla causa sudafricana contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia per la guerra a Gaza, ma equiparare questo alla “delegittimazione” di Israele di cui l’Irlanda è accusata è semplicemente sbagliato.

L’affermazione della sig.ra Erlich, secondo cui il suo incarico in questo Paese è stato caratterizzato da “un’ossessione anti-israeliana” e che c’era “una competizione [per vedere] chi avrebbe potuto fare le dichiarazioni anti-israeliane più estreme” ignora il fatto che l’opposizione alla guerra ha portato decine di migliaia di manifestanti nelle strade di Tel Aviv e di altre città israeliane quasi ogni giorno dall’inizio del conflitto.

L’affermazione dell’ex ministro degli Esteri e leader dell’opposizione Yair Lapid secondo cui la decisione di chiudere l’ambasciata di Dublino è “una vittoria per l’antisemitismo e le organizzazioni anti-israeliane” è più vicina alla verità.

Nonostante la sua posizione sull’Irlanda, Israele è desideroso di non iniziare uno scontro con l’UE che è il suo più grande partner commerciale ed è quindi improbabile che chiuda l’ambasciata irlandese a Tel Aviv per paura di provocare una reazione da parte di Bruxelles.

Comunque gli appelli degli israeliani, prevalentemente sui social media, per il boicottaggio dell’Irlanda e dei prodotti irlandesi si intensificheranno.

La posizione irlandese sulla guerra a Gaza è stata motivata e basata su principi umanitari. È stata ferma e risoluta e dovrebbe continuare a esserlo anche di fronte ai tentativi di intimidazione da parte di Israele.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La resistenza palestinese potrà sempre sopravvivere senza sostegno dall’esterno. E Israele?

Joseph Massad

13 dicembre 2024 – Middle East Eye

Nonostante l’esultanza in Israele per i suoi recenti successi, le vittime palestinesi continueranno a lottare fino a quando il suo genocida regime suprematista ebraico non sarà completamente smantellato.

Negli ultimi due mesi, gli israeliani e i loro padroni americani hanno intensificato la campagna di sterminio a Gaza nella speranza di reprimere la resistenza palestinese allo stato di apartheid suprematista ebraico una volta per tutte.

Non essendo riusciti a ottenere nessuno dei loro obbiettivi dopo il 7 ottobre 2023, gli Stati Uniti e Israele ne hanno attribuito la responsabilità agli alleati della resistenza palestinese e agli aiuti militari che le hanno fornito.

Hanno cominciato a prendere di mira questi alleati nella convinzione che senza aiuto dall’esterno la resistenza palestinese si sarebbe dissolta e avrebbe cessato di esistere.

Ironicamente è invece Israele che, sin dalla sua fondazione nel 1948, non potrebbe sopravvivere economicamente o militarmente in assenza di massicce e costanti iniezioni di capitale finanziario, militare e diplomatico dall’occidente.

Israele infatti non può sopravvivere oggi senza questi enormi livelli di assistenza e protezione, senza i quali la colonia di insediamento collasserebbe nel giro di mesi.

Questo fatto è risultato più chiaro nell’ultimo anno, durante il quale Israele si è dimostrato una potenza militare di quart’ordine il cui unico risultato è stato di commettere un genocidio contro una popolazione civile.

Per raggiungere i suoi obbiettivi Israele ha fatto affidamento su di un livello monumentale di aiuto militare e di spionaggio da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Con il loro aiuto Israele è stato in grado di indebolire la resistenza libanese, fino ad un cessate il fuoco che finora ha violato più di 100 volte, e di ottenere una situazione di stallo con l’Iran.

A loro volta gli americani, con la Turchia e Israele, hanno avuto successo nell’aiutare a rovesciare il regime siriano, che era stato una manna per la resistenza palestinese e libanese. Gli israeliani hanno anche preso di mira funzionari iraniani e bombardato il consolato iraniano a Damasco, cosa che ha portato alla rappresaglia iraniana e a ulteriori bombardamenti israeliani sull’Iran.

Nel frattempo, con il pieno sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, Israele ha ucciso e affamato in massa ancora di più i palestinesi nel nord di Gaza e ha intensificato i pogrom dei coloni e i raid dell’esercito, così come le invasioni di città e cittadine della Cisgiordania.

Ha anche aumentato la repressione contro i palestinesi imprigionati a Gerusalemme Est occupata, da ultimo imponendo nelle loro scuole un programma israeliano, razzista e anti-palestinese, e vietando il programma palestinese, in aggiunta alla requisizione di abitazioni e attività palestinesi a beneficio dei coloni ebrei.

Per quanto riguarda gli isolati cittadini palestinesi di Israele, il regime israeliano negli ultimi mesi ha anche emanato un certo numero di leggi che erodono i pochi diritti che ancora avevano sotto il sistema israeliano di apartheid.

L’ultimissima strategia israeliana e statunitense ambisce a cancellare dalla memoria le massicce sconfitte militari che gli israeliani hanno subito da quando Hamas ha lanciato l’operazione Al-Aqsa Flood lo scorso ottobre.

Soprattutto essa ambisce a rafforzare la colonia di insediamento ebraica contro le costanti minacce militari poste dalla resistenza e imporre la volontà israeliana, non solo al popolo palestinese ma all’intero mondo arabo.

Resistenza palestinese

Adesso che gli Stati Uniti sono riusciti a rovesciare tutti i dittatori arabi che si sono degnati di respingere l’ordine di normalizzare i rapporti con Israele (o che hanno insistito su condizioni per la normalizzazione che Israele ha rifiutato) – Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Bashar Al-Assad – mentre hanno sostenuto tutti gli altri dittatori arabi che si sono sottomessi completamente alla loro volontà e dimostrano loro obbedienza – dal Marocco alla Giordania e all’Autorità Palestinese fino al Golfo – gli americani e gli israeliani sono certi che l’eliminazione della resistenza palestinese sia del tutto alla loro portata.

Questa percezione è basata sulla persistente convinzione ideologica da parte degli imperialisti Stati Uniti e del genocida Stato israeliano che la resistenza palestinese non sia generata dalla natura genocida e segregazionista del regime della colonia di insediamento israeliana, ma sia invece il risultato del supporto esterno che riceve.

Secondo questi miopi e autoreferenziali strateghi statunitensi e israeliani una volta distrutto tale supporto, anche la resistenza palestinese scomparirà.

Non sorprende che la loro ignoranza e il loro rifiuto di imparare dalla storia della resistenza palestinese alla colonizzazione sionista e al dominio suprematista ebraico siano più ostinati che mai.

Che la resistenza palestinese sia cominciata negli anni ’80 del diciannovesimo secolo, agli albori della colonizzazione ebraica e senza supporto esterno, sembra irrilevante per i crudeli e razzisti strateghi americani e israeliani.

In realtà a partire dal 1882 e per tutti gli anni ’90 del 1800 la resistenza contadina palestinese prese di mira tutte le colonie ebraiche, al punto che “non c’era quasi colonia ebraica che non entrasse in conflitto” con i contadini palestinesi autoctoni.

Il fatto che la resistenza palestinese sia continuata da allora, per la maggior parte del tempo non solo senza supporto esterno ma nonostante gli enormi aumenti nella quantità e qualità del supporto esterno per l’oppressore sionista dei palestinesi, non disillude questi strateghi di tale convinzione razzista, che sminuisce l’oppressione dei palestinesi come vero impulso alla loro resistenza.

Soli

A differenza del popolo palestinese i colonizzatori sionisti dalla fine del diciannovesimo secolo hanno sempre goduto del supporto di tutte le nazioni colonizzatrici europee e dell’impero statunitense nella repressione di ogni resistenza alla colonizzazione ebraica e all’apartheid.

Dopo la prima guerra mondiale i sionisti sono stati aiutati nei loro sforzi anche da regimi arabi e da alcune famiglie palestinesi ricche e possidenti che hanno collaborato sia con loro che con l’occupazione britannica del paese.

Fatta eccezione per alcuni volontari provenienti da oltreconfine, il popolo palestinese ha resistito alla colonizzazione sionista da solo e con tutta la propria forza, affrontando l’impero britannico e le bande sioniste negli anni ’20 e ’30 del ventesimo secolo nonostante il ricorso da parte di britannici e sionisti al terrorismo e a brutalità estreme contro questa popolazione prigioniera.

I contadini giordani rivoluzionari che hanno tentato di aiutare i palestinesi fornendo loro rifugio e hanno preso di mira gli interessi britannici in Giordania sono stati rapidamente repressi nella seconda metà degli anni ’30 dall’Emiro Abdullah di Giordania e dal suo esercito controllato dagli inglesi, il quale si è avvalso di 10 aerei delle forze aeree britanniche per bombardarli.

Il cosiddetto supporto dei pochi eserciti arabi che sono intervenuti il 15 maggio 1948 per fermare l’espulsione sionista di quasi 400.000 palestinesi – che era cominciata quasi sei mesi prima, il 30 novembre 1947 – e per salvaguardare quel 45 % di Palestina che gli imperi del nord avevano designato come Stato palestinese nel famigerato Piano di Ripartizione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 – è stato del tutto controproducente.

Non solo questi eserciti arabi, male equipaggiati, erano in netta inferiorità numerica rispetto alle bande sioniste, addestrate ed equipaggiate meglio, ma essi hanno anche fallito nell’evitare l’espulsione per mano sionista di altri 360.000 palestinesi e hanno perso più di metà del 45 % di Palestina che avrebbero dovuto proteggere.

Tutte le terre che Abdullah, nel frattempo autoproclamatosi Re, è riuscito a tenere sono state annesse alla Giordania, secondo un piano elaborato in precedenza con i sionisti. Più tardi egli si è rifiutato di riconoscere il governo di tutta la Palestina istituito a Gaza nel settembre del 1948.

Anche i poteri imperiali hanno riconosciuto l’annessione israeliana del 78 % della Palestina e l’annessione di Abdullah del 18 %, che ha ribattezzato “Cisgiordania”. (Gaza è stata difesa dagli egiziani fino a quando non è stata conquistata due volte dagli israeliani, nel 1956 e di nuovo nel 1967, quando Israele se ne è infine impossessato).

Nel frattempo tutti le principali potenze imperiali e l’Unione Sovietica hanno sostenuto pienamente la conquista sionista del 1948 sia militarmente che diplomaticamente.

Per sostenere la conquista sionista della terra dei palestinesi, sono arrivati in Palestina piloti volontari ebrei inglesi e americani e brigate ebree sioniste internazionali da tutto il mondo occidentale. Molti volontari continuano a recarsi in Israele per contribuire a imporre ai palestinesi la supremazia ebraica e l’apartheid.

Perdere legittimità

Dal 7 ottobre 2023 anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono diventati a tutti gli effetti complici di Israele nel suo genocidio di palestinesi tuttora in corso – un genocidio che è supportato apertamente o tacitamente da tutti i regimi arabi, inclusa la collaborazionista Autorità Palestinese, con l’eccezione della libanese Hezbollah, del governo yemenita di Ansar Allah, di alcuni gruppi della resistenza irachena, del regime siriano recentemente caduto e dell’Iran.

Questi sostenitori di Israele palestinesi, arabi e occidentali hanno anche dato un contributo determinante alla protezione militare di Israele dalle ritorsioni da parte delle forze arabe della resistenza e dell’Iran e, nel caso dell’Autorità Palestinese, attuato una campagna di repressione dei resistenti palestinesi in Cisgiordania.

Allo stesso tempo i sostenitori dei palestinesi hanno lanciato una campagna per rendere sempre più difficile ai sostenitori e agli sponsor di Israele continuare ad aiutarlo nel suo genocidio in corso.

Sia presso le Nazioni Unite che presso la Corte Internazionale di Giustizia o la Corte Penale Internazionale è stato emanato contro Israele un cospicuo numero di risoluzioni, sentenze e rinvii a giudizio, che gli Stati Uniti hanno tentato di neutralizzare con tutte le minacce e le sanzioni di cui sono capaci.

A questo si aggiunge il crescente successo del movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni nell’esercitare pressioni su paesi e imprese affinché ritirino i loro investimenti in Israele, come ha recentemente fatto la Norvegia.

Inoltre la perdita del sostegno da parte di una cospicua porzione dell’opinione pubblica occidentale, inclusi gli ebrei europei e americani, ha anch’essa contribuito all’indebolimento della legittimità della colonia d’insediamento genocida in circoli occidentali tradizionalmente filo-israeliani, i quali storicamente avevano fornito indispensabile aiuto.

Collasso inevitabile

Il bilancio degli ultimi 15 mesi presenta luci e ombre.

La debolezza militare, economica e diplomatica di Israele è stata smascherata, come la sua incapacità di fermare il proprio indebolimento quotidiano su tutti i fronti, tranne quello del genocidio.

Eppure, grazie al grande aiuto militare e finanziario dagli Stati Uniti e dai paesi dell’Unione Europea, gli israeliani riescono a continuare a usare ogni barbarico metodo a loro disposizione per distruggere la resistenza palestinese.

La cosa che lascia perplessi gli strateghi americani e israeliani tuttavia è che la resistenza palestinese, la quale non ha ricevuto nessun aiuto militare o finanziario da alcuna fonte esterna all’indomani del 7 ottobre 2023, continua a resistere alla distruzione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Nonostante l’esultanza e i festeggiamenti in Israele per i suoi recenti successi, le sue vittime palestinesi continueranno a lottare fino al completo smantellamento del suo regime suprematista ebraico e genocida.

Alla luce di questi sviluppi è più probabile che sia il genocida Israele, e non la resistenza palestinese, a non essere più in grado di sopravvivere a causa del decrescente supporto dall’esterno e dell’isolamento internazionale.

Questo gli strateghi statunitensi e israeliani lo sanno bene, anche se rifiutano di prenderne atto.

Tutto l’orrore omicida che essi stanno infliggendo oggi alla regione araba non potrà che rimandare l’inevitabile collasso del genocida regime coloniale d’insediamento, ma non riuscirà a preservarne l’esistenza.

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Lo storico palestinese-americano Rashid Khalidi: Israele ha realizzato per se stesso uno scenario da incubo. Il tempo stringe (Seconda parte)

Itay Mashiach

30 nov 2024 – Haaretz

 

La questione è se il movimento nazionale palestinese degli anni novanta fosse in grado di comprendere che questo atto di rinuncia presupponeva un’evoluzione politica interna a Israele che avrebbe richiesto un po’ di tempo. E quando ci si fa esplodere nel centro di Tel Aviv quell’opzione di un cambiamento di prospettiva perde alle elezioni.

“So che gli attentati suicidi degli anni Novanta hanno avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica israeliana, ma questo non è il punto. Se il colonizzatore vuole decolonizzare viene presa una decisione di farlo. Ci sono due eventualità perché il colonizzatore lo comprenda: o il costo diventa troppo elevato e l’opinione pubblica interna cambia, o il colonizzato escogita una strategia che funziona su più livelli.

Gli irlandesi hanno escogitato una strategia, così come gli algerini e i vietnamiti. I palestinesi, con mio rammarico e tristezza, no. Né per avvicinarsi alla comunità israeliana scavalcando la loro leadership né per confrontarsi con le vostre opinioni pubbliche, vale a dire quelle degli Stati Uniti e dell’Europa, senza le quali non si può esistere come Stato indipendente e non si possono avere le proprie bombe o i propri aerei. Gli irlandesi sono brillanti; gli algerini molto intelligenti; i vietnamiti geni. I palestinesi, non così intelligenti. Se vuole la mia critica alla leadership palestinese, eccola.”

La sua spiegazione riguardo all’ascesa di Hamas è essenzialmente materialista: l’alternativa diplomatica dell’OLP ha portato a condizioni di vita peggiori per i palestinesi e ha lasciato un vuoto politico nel ramo militante, che Hamas ha riempito. Ma che dire del ruolo della religione e delle aspirazioni islamiche nella società palestinese?

“La religione è stata un elemento importante nel nazionalismo palestinese fin dall’inizio, ma la sua popolarità oscilla. Nel periodo di massimo splendore dell’OLP gli islamisti erano politicamente molto deboli, quasi inesistenti. Quindi nel dire che la società palestinese è profondamente musulmana e profondamente islamista bisogna tener conto dei diversi decenni in cui non è stato così. Hamas non ha mai ottenuto la maggioranza tra i palestinesi. Nel 2006 ha ottenuto il 43% dei voti. Conosco dei cristiani a Betlemme che hanno votato per Hamas perché erano stufi di Fatah. Quindi non penso affatto che il 43% rappresentasse la loro effettiva popolarità in quel momento.”

È critico nei confronti di Israele per aver ignorato la possibilità che in quegli anni Hamas subisse un cambiamento. Ma ciò che molti israeliani si chiedono è perché i palestinesi non abbiano sfruttato l’opportunità del disimpegno di Israele da Gaza per sviluppare la loro comunità e costruire un’alternativa pacifica.

“Perché l’occupazione non è mai finita. Questa è una domanda profondamente stupida, che viene posta da persone che cercano di giustificare una narrazione fondamentalmente falsa. Gaza non è mai stata aperta; è sempre stata occupata. Spazio aereo, spazio marittimo, ogni entrata, ogni uscita, ogni importazione, ogni esportazione: il fottuto registro della popolazione è rimasto nelle mani di Israele. Cosa è cambiato? Alcune migliaia di coloni sono stati allontanati. Quindi invece di stare in piccole prigioni all’interno di Gaza i palestinesi ora si ritrovavano in una grande prigione a Gaza. Questa non è una fine dell’occupazione, è una modifica dell’occupazione. Non è una fine della colonizzazione.

Si lascia Gaza per intensificare [la presa] sulla Cisgiordania. Abbiamo l’assistente di Sharon, Dov Weissglas, che dice [in un’intervista ad Haaretz nel 2004 che il piano di disimpegno di Sharon] ‘fornisce la quantità di formaldeide [sostanza usata nei processi di imbalsamazione, n.t.d.] necessaria affinché non ci sia un processo politico con i palestinesi’. Per l’amor di Dio, pensano che non sappiamo leggere l’ebraico? Uno Stato significa sovranità. E sovranità non significa che una potenza militare straniera occupante abbia il controllo del tuo registro della popolazione. Ci pensi per due minuti. Intendo dire, è come se l’ufficio del censimento degli Stati Uniti fosse controllato da Mosca. Davvero? Le importazioni e le esportazioni sono decise da qualche caporale o burocrate in qualche ministero a Tel Aviv o a Gerusalemme? Insomma, veramente? E i palestinesi dovrebbero dire: “Oh, creiamo una bella piccola utopia dentro la prigione”? Che tipo di assurdità è questa?”

Cosa pensa della lotta armata da una prospettiva morale?

“Partiamo dal fatto che la violenza è violenza; che provenga o no dallo Stato è comunque violenza. Se non accettiamo questo principio, non possiamo discuterne. La violenza del colonizzatore è tre, venti, cento volte più intensa della violenza del colonizzato. Quindi se vogliamo parlare di violenza parliamone; se vogliamo [solo, ndt.] mettere in luce il terrorismo e la violenza dei palestinesi non stiamo parlando la stessa lingua.

Il secondo presupposto è che dal punto di vista legale dalla seconda guerra mondiale è stato accettato che le persone sotto dominio coloniale hanno il diritto di usare tutti i mezzi per la loro liberazione, entro i limiti del diritto umanitario internazionale. Ciò significa combattenti e non combattenti, significa proporzionalità. Non è moralità, è diritto internazionale.

Ma questo vale per entrambe le parti, sia per il colonizzatore che per il colonizzato, se accettano il diritto umanitario internazionale. Quando si distrugge un intero edificio per uccidere una persona di Hamas a Jabalya, è chiaro che proporzionalità e discriminazione sono andate a farsi benedire.

Il punto non è chi ha iniziato. Proporzionalità e discriminazione non dicono che non devi tener conto di tali regole perché l’altro è un cattivo e ha iniziato lui. E infine, c’è l’aspetto politico [della violenza], relativo al modo più saggio per raggiungere i propri obiettivi”.

A questo proposito, nel suo libro cita Eqbal Ahmad, l’intellettuale pakistano che ha lavorato con Franz Fanon e il FLN, il movimento di liberazione algerino. Nei primi anni ’80 l’OLP gli ha affidato il compito di valutare la propria strategia militare. Lui ha sostenuto che, a differenza del caso algerino, l’uso della forza contro gli israeliani “non ha fatto altro che rafforzare un preesistente e pervasivo senso di vittimismo tra gli israeliani, e nel contempo [ha anche] unificato la comunità israeliana”.

“Sì, e penso che sia qualcosa di estremamente importante. Se parliamo dei francesi [in Algeria], direi che piazzare una bomba in un bar costituì una violazione dei codici morale e legale, una violazione del diritto umanitario internazionale. Lo fecero due eroine della rivoluzione algerina, Jamila Bouhired e Zahra Zarif. Penso che sul piano politico se ne possa discutere, perché i coloni [coloni francesi in Algeria, noti anche come pieds-noirs], in ultima analisi, avevano un luogo in cui tornare. Soffrivano di quella che chiamo “paura coloniale”. Erano terrorizzati dagli indigènes [popolazione indigena], perché gli indigènes erano più numerosi di loro e sapevano che gli indigènes li odiavano.

Ma non soffrivano di una paura ereditaria della persecuzione. Non possedevano una memoria storica per cui ogni attacco contro di loro potesse essere interpretato se non all’interno del contesto locale dell’Algeria. E alla fine, quella violenza ha avuto successo. Sul piano morale l’atteggiamento verso la violenza indiscriminata è netto, o bianco o nero. Ma sul piano politico è grigio. Ciò che Eqbal Ahmed dice di Israele è che a causa della natura della storia ebraica una strategia di violenza indiscriminata, come quella che l’OLP stava perseguendo allora, è politicamente controproducente”.

Come valuta il peso del BDS, il movimento di boicottaggio contro Israele, ora, due decenni dopo?

“Vent’anni fa le risoluzioni BDS [da parte dei consigli degli studenti] non potevano essere approvate in nessun campus americano, oggi vengono approvate facilmente. Ma non è stato istituito alcun boicottaggio, o pochissimi, non sono state imposte sanzioni e c’è stato molto poco disinvestimento”.

Un fallimento quindi.

“No! Il punto è che l’opinione pubblica è cambiata. Lo scopo del BDS era di aprire una discussione che l’altra parte non voleva fosse aperta. Perché [gli israeliani] chiamano antisemiti tutti coloro che osano parlare di questo genocidio [a Gaza]? Perché non hanno argomenti, non hanno niente da dire; quindi zittiteli con l’accusa più tossica possibile nel mondo occidentale. Lo scopo [del BDS], dal mio punto di vista, non è di provocare veri e propri boicottaggi, disinvestimenti o sanzioni. È una leva per iniziare a parlare di qualcosa su cui nessuno ha mai voluto discutere. Ed in tal senso è stato, a mio avviso, un enorme successo.

Ora stiamo iniziando ad ottenere una limitazione di [certe] forniture di armi a Israele da parte di olandesi, tedeschi, spagnoli, canadesi. Queste e altre mosse sono il risultato di un cambiamento di opinione nel mondo occidentale, e questo è dovuto in gran parte al BDS.”

E per lei, in quanto sostenitore del BDS, non è stato un problema essere intervistato da un giornale israeliano?

“No. Ho pubblicato libri in Israele. Penso che sia importante raggiungere un pubblico israeliano. So che è un pubblico molto ridotto, ma il punto è che non vinci, non porti cambiamenti senza capire come fare appello all’opinione pubblica, aggirando i governanti e la macchina della propaganda, che sia negli Stati Uniti o in Israele”.

Nel suo libro fa notare che gli algerini e i vietnamiti non hanno perso l’opportunità di influenzare l’opinione pubblica nelle comunità di origine dei loro nemici e sostiene che questo sia stato determinante per le loro vittorie. Cosa dovrebbero fare i palestinesi, che non stanno facendo, per condizionare l’opinione pubblica israeliana, se possibile?

“La risposta a ciò dovrebbe venire da un movimento nazionale palestinese unito con una strategia chiara, non spetta a Rashid Khalidi darla. Uno dei problemi che abbiamo oggi è la disunione e l’assenza di un movimento nazionale unito e di una strategia chiara e unitaria. Senza questo non vi sarà alcuna liberazione. La diplomazia pubblica, che può chiamare hasbara [come nel caso di quella israeliana, n.t.d.] o propaganda, è assolutamente essenziale. Ogni lotta di liberazione ha successo solo grazie a questo. Se i sudafricani non l’avessero avuta, avrebbero ancora l’apartheid”.

Qual è il ruolo della diaspora palestinese in questo attuale vuoto di leadership, e in particolare il ruolo di intellettuali come lei?

“Penso che la diaspora, e nel suo interno una generazione più giovane, integrata e completamente acculturata e che comprenda la cultura politica dei paesi in cui si trova, avrà un ruolo importante in futuro. Penso che il ruolo della mia generazione sia praticamente finito, me compreso. Non possiamo ancora beneficiare del talento e della comprensione della politica occidentale che possiede la giovane generazione. Ciò arriverà presto, spero. Ma richiede un movimento nazionale organizzato, centralizzato e unificato. Ora non ce l’abbiamo.”

Che ne pensa dell’istituzione di un governo in esilio?

“Storicamente la leadership [palestinese] è sempre stata all’estero. Uno dei tanti errori commessi da Arafat è stato quello di prendere l’intera OLP e portarla nella gabbia dell’occupazione. Chi si comporta così? Si può trasferire parte della leadership dopo aver proceduto alla liberazione, forse – [ma] lui non aveva liberato nulla. Erano così disperati perché dovevano scappare da Tunisi e dagli altri posti in cui si trovavano a causa dell’errore commesso nel sostenere Saddam Hussein nel 1990-1991, che erano disposti a saltare dalla padella alla brace. È stato un errore fatale. Chi mette l’intera leadership sotto il controllo dell’esercito e dei servizi di sicurezza israeliani? È sconcertante. Quindi, sì, avremo bisogno [di leadership nella] diaspora, e in futuro finirà per trovarsi in parte fuori e in parte dentro, si suppone. Come con l’Algeria”.

Nel movimento anti-apartheid la cooperazione con i sudafricani bianchi è stata fondamentale. Cosa si può fare per espandere l’alleanza ebraico-palestinese?

È una domanda difficile. Tra molti palestinesi, soprattutto tra i giovani palestinesi, c’è una resistenza a quella che chiamano ‘normalizzazione’. E questo, in una certa misura, rende alcuni ciechi alla necessità di trovare alleati dall’altra parte. Alla fine non si potrà vincere senza che ciò accada. È più dura di qualsiasi altra lotta di liberazione perché non è un progetto coloniale in cui le persone possono tornare a casa. Non c’è una casa. Loro [gli ebrei] sono in Israele da tre o quattro generazioni. Non andranno da nessuna parte. Non è che ci si possa rivolgere ai francesi perché riportino a casa i loro coloni. È più come l’Irlanda e il Sudafrica, dove devi fare i conti con quella che vedi come una popolazione divisa, ma che ora è diventata enraciné, radicata, e che ha sviluppato un’identità collettiva”.

Tuttavia analizza questo conflitto come un caso di colonialismo di insediamento.

“Lei sente cosa dicono le persone dell’ala destra dell’attuale governo su Gaza e vede cosa stanno facendo in Cisgiordania, come hanno spogliato le persone della loro terra e li hanno confinati in Galilea e nel Triangolo [un’area nel centro di Israele con una elevata densità di popolazione araba] dopo il 1948. Se questo non è colonialismo di insediamento non so cosa sia. Tutto ciò che è stato fatto dall’inizio è chiaramente all’interno di quel paradigma.

Ma il sionismo è iniziato come un progetto nazionale, poi hanno trovato un patron e poi hanno utilizzato gli strumenti del colonialismo di insediamento. Il che è unico. Nessun altro caso di colonialismo di insediamento ha esordito come progetto nazionale. Il paradigma del colonialismo di insediamento è utile solo fino a un certo punto. E Israele è il caso più unico che si possa immaginare. Nessuna madrepatria, quasi l’intera popolazione è lì per una persecuzione, e c’è il collegamento con la Terra Santa, con la Bibbia, per l’amor di Dio.”

Lei ha analizzato lo scambio di conoscenze sui sistemi di controinsurrezione tra le colonie britanniche e descritto come i leader sionisti adottarono le pratiche coloniali degli inglesi. Cosa ha scoperto?

“In realtà ci sto lavorando adesso. Dopo l’indipendenza irlandese gli inglesi esportarono [in Palestina] l’intera Royal Irish Constabulary [Polizia reale irlandese, ndt.] e formarono la Palestine Gendarmerie. Quando scoppiarono le rivolte, introdussero esperti provenienti da altre località. Portarono il generale [Bernard] Montgomery, che nel 1921 era stato a capo della brigata a Cork [dove furono eseguite rappresaglie contro i ribelli irlandesi] che comandò una divisione in Palestina nel 1938. Portarono Sir Charles Tegart, che avevano inviato dall’Irlanda in India, per costruire le “Tegart Forts” – centri di tortura, che erano la sua competenza. Venne in Palestina per trasmettere queste cognizioni. E un personaggio di nome Orde Wingate che ogni esperto militare israeliano conosce profondamente – il padre della dottrina militare israeliana.”

In un’intervista con la New Left Review, ha descritto Wingate come un “assassino coloniale a sangue freddo”.

“Prestò servizio in Sudan, Dio solo sa cosa fece lì. Dovrei fare altre ricerche per scoprirlo. In Palestina ha formato le Squadre Speciali Notturne, composte da quadri scelti dal Palmach e dall’Haganah [forze clandestine ebraiche] affiancati a soldati britannici selezionati. Lanciò una campagna di incursioni notturne. Attaccando villaggi. Sparando contro i prigionieri. Torturando. Facendo saltare in aria case sopra le teste delle persone. Cose orribili. Insomma, dai resoconti in nostro possesso risulta chiaramente uno psicopatico assassino. Moshe Dayan era uno dei suoi allievi, insieme a Yitzhak Sadeh [comandante delle truppe d’assalto del Palmach prima dell’IDF] e Yigal Alon. Ci sono probabilmente una dozzina di ufficiali superiori dell’esercito israeliano, la maggior parte dei quali hanno raggiunto il grado di maggiore generale, che sono stati addestrati da quest’uomo. La dottrina dell’esercito israeliano ha origine con Wingate”.

Lei conclude il suo libro affermando che “gli scontri tra coloni e popolazioni indigene si sono conclusi solo in uno di questi tre modi: con l’eliminazione o la completa sottomissione della popolazione nativa, come nel Nord America; con la sconfitta e l’espulsione del colonizzatore, come in Algeria, il che è estremamente raro; o con l’abbandono della supremazia coloniale nel contesto del compromesso e della riconciliazione, come in Sudafrica, Zimbabwe e Irlanda”. Quale strada stiamo percorrendo?

“Lo sterminio di una componente da parte dell’altra è impossibile. L’espulsione di una componente da parte dell’altra è – avrei detto impossibile – penso ora possibile ma improbabile. Quindi abbiamo due popoli. O la guerra continua o giungono a un accordo sul fatto che devono vivere su una base di assoluta uguaglianza. Non una risposta molto ottimistica, ma l’unica risposta. Mi lasci aggiungere che questa risoluzione [del conflitto] è molto più vicina come risultato della guerra attuale, perché l’opinione pubblica occidentale si è rivoltata contro Israele in un modo che non era mai accaduto, dalla Dichiarazione Balfour [della Gran Bretagna, nel 1917, a favore di una patria ebraica in Palestina] fino a oggi.

L’opinione pubblica occidentale è sempre stata unanimemente favorevole a Israele, con piccole eccezioni: nel 1982, quando videro troppi edifici distrutti e troppi bambini uccisi [in Libano], e nella prima intifada [1987-1992], quando troppi carri armati fronteggiavano troppi minorenni che lanciavano pietre. Ma, altrimenti, un sostegno granitico. Élite, opinione pubblica. Senza eccezioni, per un centinaio di anni. Tutto ciò è cambiato. Questo [cambiamento] potrebbe non essere irreversibile, ma il tempo stringe. Con il suo comportamento dal 7 ottobre Israele ha creato per sé stesso uno scenario da incubo a livello globale”.

Ci sono componenti della sinistra israeliana che fantasticano su una soluzione imposta dall’esterno. È possibile?

“Sarà possibile quando gli interessi americani riguardo alla Palestina cambieranno. Gli Stati Uniti hanno costretto Israele a fare molte cose dettate dall’interesse strategico, nazionale o economico americano”.

Durante la guerra fredda per esempio.

“Giusto. [Il Segretario di Stato Henry] Kissinger ha imposto con la forza accordi di disimpegno al governo israeliano. [Il Segretario di Stato James] Baker ha imposto [al Primo Ministro Yitzhak] Shamir di partecipare a Madrid [alla conferenza di pace del 1991]. Obama ha imposto agli israeliani di accettare l’accordo [nucleare] con l’Iran. [Il Presidente Dwight] Eisenhower li ha spinti fuori dal Sinai [nel 1957]. È stata una nostra sfortuna che la Palestina non rappresenti un importante interesse nazionale americano.

Le dittature nel mondo arabo soffocano l’opinione pubblica e sono subordinate agli Stati Uniti; i regimi petroliferi dipendono dagli Stati Uniti per la loro difesa contro le loro popolazioni e i nemici esterni. Se ciò cambiasse, se le cose che Israele fa danneggiassero l’interesse nazionale americano, ciò potrebbe portare a una coercizione esterna. Non ci spero.”

Le più giovani generazioni di attivisti pro-Palestina negli Stati Uniti l’ha criticato per le sue distinzioni sulla violenza. Cosa risponde loro?

“Non amo la violenza, ma mi è molto chiaro che la violenza è stata un elemento essenziale di ogni lotta di liberazione. Contro la violenza schiacciante del colonizzatore ci sarà violenza, che io lo voglia o no. La visione israeliana è che se la forza non funziona si debba usare più forza. Questo è il risultato. Cacciano l’OLP dal Libano e si ritrovano Hezbollah. Uccidono [il leader di Hezbollah Abbas] Musawi, [Hassan] e si ritrovano Nasrallah. Uccidono Nasrallah, tanti auguri per chi si troveranno davanti. Uccidono [il leader di Hamas Yahya] Sinwar – aspettate e vedrete chi spunterà fuori. Questa è la natura della violenza coloniale. Genera resistenza. Vorrei che la resistenza fosse intelligente, strategica, idealmente anche morale e legale, ma probabilmente non lo sarà.”

Cosa vorrebbe che gli israeliani capissero meglio riguardo al conflitto?

“Devono capire qualcosa che è molto difficile per loro afferrare: come i palestinesi e il resto del mondo vedono la situazione. Questa viene vista fin dall’inizio come un tentativo di creare uno Stato ebraico in un paese arabo. Non si tratta di un gruppo innocente di rifugiati che arrivano nella loro patria ancestrale e vengono improvvisamente attaccati da uomini e donne selvaggi. Arrivano e fanno cose che generano tutto ciò che ne consegue; il loro stesso arrivo e i loro schemi mentali sono all’origine del conflitto.

C’è mai stato un conflitto arabo-ebraico in Palestina nei secoli XVIII, XVII, XIX, XV, XII ? No. Questo non è un conflitto che va avanti da tempo immemorabile. Bisogna mettere da parte questa versione autogiustificatoria della storia. Insomma, capire che i palestinesi, gli arabi, il resto del mondo e ora anche l’opinione pubblica occidentale la vedono in questo modo. Ci sono ancora le élite che sosterranno qualsiasi cosa faccia Israele. Ma il tempo stringe. Sotto, qualcosa ribolle.”

(Prima parte)

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il Watermelon Index individua e denuncia le imprese complici della guerra di Israele a Gaza

Oscar Rickett

19 novembre 2024 – Middle East Eye

Progressive International ha lanciato uno strumento che consente ai lavoratori di contestare l’appoggio delle aziende a Israele

Una nuova banca dati di oltre 400 imprese che operano in Gran Bretagna e che sono considerate complici della guerra di Israele contro Gaza è stata lanciata da un collettivo di sindacati e organizzazioni guidato da Progressive International [organizzazione internazionale fondata da famosi politici di sinistra di vari Paesi, ndt.].

Il Watermelon Index [Indicatore dell’anguria, simbolo della Palestina, ndt.], che l’organizzazione di sinistra descrive come “uno strumento per la resistenza guidata dai lavoratori contro l’occupazione e il genocidio in Palestina”, consentirà ai dipendenti di mettersi in comunicazione tra loro e con attivisti per contestare i loro datori di lavoro riguardo ai rapporti con Israele. Tra le imprese inserite nella lista ci sono Barclays, la società di navigazione Maersk, il gigante del commercio in rete Amazon, l’azienda informatica Microsoft e l’agenzia di affitti per le vacanze Airbnb.

Oltre a queste multinazionali c’è una schiera di altre attività in rapporto con Israele, in attività che includono la finanza, le assicurazioni, la tecnologia, la logistica e l’energia. Progressive International sta concentrando i suoi sforzi in questi settori.

Secondo Progressive International la complicità di una compagnia con la guerra di Israele contro Gaza va misurata in base “alle diverse caratteristiche dell’appoggio, anche finanziario, militare, diplomatico, culturale, commerciale e sociale” che fornisce.

Il Watermelon Index contiene anche dettagli sulle campagne guidate dai lavoratori che sono state organizzate contro la guerra e include strumenti che permettono ai lavoratori di organizzarsi e mettersi in contatto tra loro.

Da quando Israele ha iniziato la guerra contro Gaza in seguito agli attacchi del 7 ottobre guidati da Hamas, sindacati e altre organizzazioni palestinesi hanno chiesto un embargo delle armi e dell’energia e ai lavoratori di tutto il mondo di agire contro la complicità dei loro datori di lavoro con Israele.

Le forze israeliane hanno ucciso circa 44.000 palestinesi a Gaza, devastando nel contempo l’enclave costiera ed estendendo la guerra al Libano.

Proteste di massa hanno avuto luogo con frequenza quasi settimanale nelle città dell’Occidente, tra cui Londra, ma la Gran Bretagna, gli USA e altri governi occidentali continuano ad armare Israele e a fornirgli appoggio non solo diplomatico.

È in questo contesto che è stato lanciato il Watermelon Index.

James Schneider, direttore per la comunicazione di Progressive International, dice a Middle East Eye: “Il ceto politico-mediatico dell’Occidente non vuole contestare il genocidio che arma e sostiene. Dobbiamo prendere l’iniziativa noi, ovunque siamo, per contrastare i gravissimi crimini contro i palestinesi.”

Schneider ha affermato che molte persone che lavorano per imprese presenti nella banca dati possono non essere consapevoli dei rapporti di queste con Israele e quindi potranno utilizzare il Watermelon Index come un modo per mettersi in contatto con altri lavoratori filo-palestinesi.

Lavoratori contro la guerra di Israele

Questo tipo di azioni guidate dai lavoratori si sono viste durante tutta la guerra. Secondo il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) l’11 novembre i lavoratori del porto di Tangeri si sono rifiutati di caricare una nave della Maersk con “un carico contenente equipaggiamento militare”.

“Chiunque accolga le navi israeliane non è uno di noi” hanno scandito i manifestanti in Marocco, mentre Maersk ha affermato che il carico non includeva affatto “armi da guerra o munizioni”.

Altrove portuali di Spagna, Italia, Belgio, Namibia e India si sono rifiutati di movimentare materiale militare destinato a Israele. Pressioni di sindacati e manifestanti giapponesi hanno obbligato il gigante del commercio Itochu a interrompere la collaborazione con la principale impresa militare privata israeliana, Elbit Systems.

“La macchina da guerra israeliana è in grado di agire grazie all’appoggio finanziario, militare, diplomatico e culturale che riceve da imprese di tutto il mondo. Migliaia di aziende, in misura maggiore o minore, sono complici,” afferma Kimia Talebi, promotrice del Watermelon Index di Progressive International.

“I lavoratori di queste imprese hanno il potere di mettere i bastoni tra le ruote della macchina da guerra. E molte migliaia di loro, come i lavoratori indiani di 11 porti, si stanno rifiutando di caricare armamenti che potrebbero essere usati per uccidere palestinesi.”

Talebi sostiene che la gente dovrebbe “utilizzare l’Index per trovare le campagne in corso contro la complicità aziendale o contattarci per avere supporto nell’organizzarne altre,” con Progressive International e altre associazioni che intendono agevolare campagne guidate dai lavoratori contro la complicità con le azioni di Israele.

Altre organizzazioni e sindacati coinvolti nel Watermelon Index includono Palestinian Youth Movement, Workers for a Free Palestine, Campaign Against Arms Trade, United Tech and Allied Workers, No Tech for Apartheid, Energy Embargo for Palestine, Organise Now!, Disrupt Power e il Movement Research Unit [Movimento Giovani Palestinesi, Lavoratori per una Palestina Libera, Campagna contro il Commercio di Armi, Lavoratori Uniti della Tecnologia, Nessuna Tecnologia per l’Apartheid, Embargo Energetico per la Palestina, Organizzatevi Ora!, Disturbare il Potere e il Movimento Ricerca Unita].

Il Palestinian Youth Movement ha già ottenuto un certo successo con la sua campagna Smascherare Maersk. Ciò ha incluso la pubblicazione di una ricerca critica relativa all’uso del porto di Algeciras da parte del gigante delle spedizioni navali che ha trasportato un cargo di armamenti in Israele, nonostante l’embargo sulle armi deciso dalla Spagna. Gli attivisti sono riusciti in seguito a ottenere che il governo spagnolo bloccasse la partenza di due navi di Maersk che portavano un carico di armi verso Israele.

No Tech for Apartheid, un altro collaboratore del Watermelon Index, ha guidato una campagna organizzando sit-in di massa, petizioni e picchetti che chiedevano di porre fine al progetto Nimbus, un contratto tra Google, Amazon e Israele.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Uno sguardo sulla guerra di Israele contro gli attivisti stranieri che aiutano i palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

17 novembre 2024 – Haaretz

Nell’ultimo anno il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha iniziato a mettere in pratica una politica di espulsione degli attivisti stranieri filo-palestinesi, molti dei quali americani, con una serie di pretesti. Il risultato: un picco nel numero di attivisti costretti ad andarsene

Quando circa un mese fa l’attivista americano per i diritti umani Jaxson Schor, 22 anni, è stato arrestato in Cisgiordania, non capiva cosa stesse succedendo. Quella mattina era uscito con diversi altri attivisti stranieri per aiutare i palestinesi a raccogliere le olive vicino al villaggio di Qusra nella zona di Nablus quando all’improvviso i soldati lo hanno chiamato. “Mi hanno detto ‘Ciao, ciao’ e mi hanno chiesto il passaporto”, ricorda. “Gliel’ho dato e ho chiesto se c’era un qualche problema”.

I soldati gli hanno detto che non gli era permesso stare lì. “È stato molto surreale”, aggiunge, e descrive il seguito di una lunga giornata caratterizzata da interrogatori in una stazione di polizia, accuse di essere “un sostenitore di Hamas”, umiliazioni da parte della polizia e un’udienza presso la Population and Immigration Authority [Autorità su Popolazione e Immigrazione, ndt.]. Al termine della disavventura il suo visto e quello di un altro attivista arrestato insieme a lui sono stati revocati. E così i due stranieri venuti in Israele con l’intento di fare volontariato con i palestinesi si sono ritrovati espulsi dal Paese.

Non sono gli unici. L’anno scorso sempre più attivisti stranieri giunti per fare del volontariato con i palestinesi sono stati espulsi. I dati ottenuti da Haaretz mostrano che dall’ottobre 2023 almeno 16 di questi attivisti sono stati estradati da Israele dopo essere stati arrestati in Cisgiordania con l’accusa di varie violazioni.

L’avvocato Michal Pomeranz, che ha rappresentato alcuni degli attivisti espulsi, afferma che c’è stato un aumento del numero di arresti di volontari stranieri con falsi pretesti, nel tentativo di fare pressione su di loro affinché se ne andassero. “La situazione non è sorprendente alla luce del carattere dei decisori al governo, ma è esasperante”, afferma Pomeranz. “È inquietante e basata su analisi fittizie”.

Non è un caso che il numero di espulsioni sia aumentato, è anzi il risultato di una politica dichiarata del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che viene realizzata sul campo tramite una stretta cooperazione tra l’esercito, la polizia e la Population and Immigration Authority. Nel quadro di tale politica negli ultimi mesi Ben-Gvir ha ordinato che gli attivisti stranieri vengano interrogati presso l’Unità Centrale di Polizia di Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania occupata, ndt.], incaricata dei crimini gravi nel distretto di polizia che controlla i territori della Cisgiordania.

Parallelamente la sottocommissione della Knesset per la Giudea e la Samaria, guidata dal parlamentare Tzvi Succot (Partito del Sionismo Religioso), si è occupata ampiamente e approfonditamente della questione. Negli ultimi mesi la sottocommissione ha dedicato almeno cinque sessioni alla questione e ha invitato a partecipare rappresentanti dell’esercito e della polizia. Secondo Succot in queste sessioni i rappresentanti dell’esercito hanno riferito che ai soldati è stato chiesto di fotografare gli attivisti e i loro passaporti e di consegnare gli attivisti o la loro documentazione alla polizia.

La collaborazione fattiva dell’esercito è fondamentale, poiché sono i soldati che, per la maggior parte, eseguono gli arresti sul campo. Un documento ottenuto da Haaretz indica che l’esercito non esita a mettere in pratica la visione di Ben-Gvir e Succot. Nel documento, una lettera del GOC [comandante generale dell’esercito) Avi Bluth inviata dal Comando Centrale a una coalizione di organizzazioni di sinistra chiamata Olive Picking Partners Forum [forum degli attivisti volontari nella raccolta delle olive, ndt.], si afferma esplicitamente che “Il Comando Centrale impedirà e farà rispettare [sic] l’ingresso di attivisti stranieri che arrivano nei siti di raccolta delle olive con l’obiettivo di creare attriti”. In risposta a una domanda di Haaretz il portavoce dell’esercito israeliano ha negato che ci siano istruzioni ai soldati di arrestare gli attivisti stranieri.

Nel frattempo sembra che la collaborazione sia produttiva: la polizia riferisce che dall’inizio di quest’anno sono stati indagati 30 attivisti stranieri. Secondo i dati ottenuti da Haaretz, la maggior parte di coloro che sono stati espulsi sono stati interrogati con l’accusa di aver commesso reati minori come ostacolare un agente di polizia o un soldato durante lo svolgimento dei suoi doveri o la disobbedienza a un ordine in un’area militare interdetta. Tuttavia, alcuni sono stati indagati anche per reati più gravi come il sostegno a un’organizzazione terroristica o l’istigazione.

Dopo l’interrogatorio alcuni dei detenuti sono stati inviati a un’udienza presso la Population and Immigration Authority e successivamente espulsi, in quanto sospettati di aver commesso reati e col pretesto di violazione delle condizioni del loro visto. Altri non sono stati formalmente espulsi ma costretti di fatto a lasciare il Paese dalla polizia, che ha trattenuto i loro passaporti fino a quando non hanno presentato un biglietto aereo. In tutti i casi nella dichiarazione rilasciata sugli arresti la polizia si è assicurata di segnalarli come “anarchici”, assecondando la politica del ministro Ben-Gvir.

Sospetto: sostegno al terrorismo

Schor afferma che da quando è arrivato in Cisgiordania in agosto la maggior parte della sua attività lì consisteva nel fornire una “presenza protettiva”, ovvero accompagnare le comunità palestinesi con l’obiettivo di proteggere gli abitanti dall’esercito o dai coloni. Questo, dice, è ciò che stava facendo alla fine dell’estate quando è stato arrestato e gli è stato confiscato il passaporto. Per tre ore è stato trattenuto sul posto, mentre attivisti di destra documentavano l’arresto e dicevano agli amici di Schor che era proibito filmare o scattare foto e che lo avrebbero “buttato fuori” da Israele.

Uno di loro era Bnayahu Ben Shabbat, dell’organizzazione di destra Im Tirtzu. Alla fine è arrivata la polizia e hanno ammanettato i due volontari. Solo allora, afferma Schor, gli è stato detto che l’area era stata designata come zona militare interdetta. A quel punto è stato trasferito alla stazione di polizia, gli è stato sequestrato il cellulare e gli è stato comunicato che era in arresto con l’accusa di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti, di aver violato un ordine relativo ad un’area militare interdetta e di aver sostenuto un’organizzazione terroristica.

Durante l’interrogatorio gli è stato chiesto cosa stesse facendo in Cisgiordania, chi gli avesse indicato dove recarsi e chi fosse il “capo” della raccolta delle olive. Aggiunge che chi faceva da interprete in simultanea era inesperto e che gli ha persino urlato contro. In seguito a Schor è stato chiesto se avesse partecipato a una manifestazione di Hamas contro Israele, e ha risposto negativamente. Mi hanno detto che stavo mentendo e che ero venuto per combattere gli ebrei e per svolgere azioni terroristiche e che mi avrebbero cacciato dal Paese”, racconta. “Mi hanno chiesto più e più volte se stessi combattendo contro gli ebrei”.

Dopo di che hanno mostrato a Schor quattro sue fotografie. Dice che una di queste era stata scattata da un soldato, un’altra da un colono, una terza era stata presa da un social network e la quarta da un sito di notizie che aveva pubblicato la documentazione di una manifestazione a Ramallah a cui aveva partecipato qualche giorno prima. Ciò ha suscitato il sospetto che fosse stato pedinato anche prima del suo arresto. Alla fine dell’interrogatorio, racconta Schor, un poliziotto gli ha chiesto se fosse un anarchico e se fosse ebreo e gli ha detto: “Noi c’eravamo prima di te e Israele starà qui dopo di te”, e poi ha aggiunto: “Ti butteremo fuori da Israele per sempre”.

Dalla stazione di polizia Schor e l’altro attivista arrestato con lui sono stati portati per un’udienza presso la Population and Immigration Authority, dove i loro visti sono stati revocati. Nell’ultimo anno altri tre attivisti sono stati espulsi da Israele con una procedura simile, in seguito ad un’udienza ufficiale presso l’Authority. Ad altri sette è stato confiscato il passaporto dalla polizia, ed è stato restituito solo dopo la presentazione di un biglietto aereo; a tre è stato offerto il rilascio durante l’indagine a condizione che lasciassero il Paese e a uno, un ebreo britannico di nome Leo Franks, non è stato rinnovato il visto. Successivamente il suo passaporto è stato confiscato e la procedura che aveva iniziato per l’aliyah, l’immigrazione in Israele, è stata bloccata.

Una condotta simile si ritrova anche nella trascrizione dell’udienza di un attivista inglese espulso ad aprile, arrestato a Masafer Yatta in Cisgiordania con l’accusa di aver violato un divieto relativo ad un’area militare interdetta e di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti. Durante l’udienza all’attivista è stato chiesto perché fosse venuto in Israele insieme alle seguenti domande: “Hai visto che Israele sta attaccando i palestinesi e sei venuto per questo?” “Perché sei andato in giro con una macchina fotografica e hai scattato foto ai soldati? Ci sono delle ragioni particolari?” “Vuoi documentare gli attacchi dei soldati contro i palestinesi?”

Secondo l’avvocato Pomeranz, la Population and Immigration Authority non era tenuta ad accettare le considerazioni della polizia riguardo agli attivisti, specialmente nei casi in cui non erano stati portati in tribunale per la custodia cautelare o non erano stati incriminati. L’udienza presso l’Authority ha lo scopo di consentire loro di esporre le loro versioni e servire da premessa per giungere alla decisione se espellerli o meno.

Donne aggredite’

Gli attivisti in Cisgiordania provengono da vari Paesi, tra cui Stati Uniti, Belgio e Inghilterra: alcuni di loro affermano di aver sentito parlare per la prima volta della possibilità di andarci tramite post sui social media, altri grazie a conoscenze. I loro numeri non sono molto alti, con una stima di poche decine di arrivi ogni anno.

Il numero raggiunge il picco con l’avvicinarsi della stagione della raccolta delle olive, che è considerata a rischio. Nell’ultimo anno, affermano gli attivisti, il loro numero è cresciuto. Molti sono arrivati ​​di recente in risposta a un appello dell’organizzazione palestinese Faz3a (Fazaa), che mette in contatto gli attivisti stranieri con le comunità palestinesi minacciate. Altri sono collegati al più veterano e noto International Solidarity Movement (noto come ISM), in parte perché nel 2003 una delle sue attiviste, Rachel Corrie, è stata uccisa da un bulldozer dell’IDF nella Striscia di Gaza. Un’altra delle sue attiviste, Ayşenur Ezgi Eygi, una donna turco-americana, è stata uccisa a settembre a Beita, vicino a Nablus, dal fuoco vivo dell’esercito israeliano.

Di recente il lavoro degli attivisti stranieri in Cisgiordania si è insediato in un appartamento nel villaggio di Qusra. L’11 ottobre i soldati dell’IDF hanno sfondato la porta e perquisito il posto. Secondo gli attivisti i soldati hanno rovistato tra i loro effetti personali, fotografato i loro passaporti e arrestato un attivista palestinese residente nel villaggio. Inoltre, affermano, i soldati hanno esaminato le lettere scritte dagli attivisti che se ne erano andati.

Sebbene non siano qui da molto alcuni degli attivisti hanno già sperimentato violenze estreme. Ad esempio Vivi Chen, una residente del New Jersey giunta in Cisgiordania a luglio, afferma di aver già assistito a due aggressioni da parte di coloni che l’hanno segnata. “Sono rimasta così sorpresa perché loro [i coloni] erano ragazzi adolescenti e stavano aggredendo con tutta la loro forza donne che avrebbero potuto essere le loro madri”, afferma riferendosi ad un fatto avvenuto il 21 luglio a Qusra. Riguardo ad un altro più grave incidente racconta che cinque giovani palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri, alcuni sparati dall’esercito.

Un’altra attivista, Lu Griffen, una siriana-americana di 22 anni, racconta che il 4 settembre, durante la sua seconda settimana in Cisgiordania, è stata violentemente aggredita dai coloni mentre accompagnava un pastore a Qusra. “Hanno iniziato a lanciarci pietre. Stavo correndo e una pietra mi ha colpito la testa e me l’ha spaccata”, racconta. Ricorda che anche dopo essere caduta i coloni hanno continuato a lanciare pietre su di lei e hanno spruzzato su di lei e gli altri dello spray al peperoncino.

Griffen spiega di essere stata attratta dall’attivismo in Cisgiordania dopo aver partecipato all’inizio di quest’anno alle proteste contro la guerra nei campus degli Stati Uniti. “È difficile spiegare come mi sento: l’indignazione, la tristezza. Qui la situazione è semplicemente sconvolgente”, dice. “Ho trascorso parte della mia vita in una zona di guerra, ma in quel momento non potevo fare nulla per il mio popolo siriano. E ora che sono abbastanza grande ho tempo, non ho figli o responsabilità che mi trattengano, non c’è niente che voglio fare di più che andare ad aiutare i palestinesi come loro ci stanno chiedendo”.

Indubbiamente però l’evento più traumatico per gli attivisti è stato l’uccisione dell’attivista turco-americana Ezgi Eygi. “All’inizio non credevo fosse morta”, ricorda Chen. “Quando è caduta e sono corsa da lei, potevo sentire il suo polso e ho detto ‘Sopravviverà’.” L’esperienza è stata particolarmente difficile, dice, a causa della diffamazione del nome e dell’attività di Ezgi Eygi. “Molti di noi hanno finito per scrivere le proprie ultime volontà come precauzione, perché vorremmo rendere le cose più facili alle nostre famiglie nel caso in cui accada qualcosa.”

Chen collega la morte di Ezgi Eygi a un incidente che l’ha preceduta nello stesso luogo: il ferimento di unattivista americana durante una manifestazione nel villaggio di Beita. “Se il governo americano avesse condannato l’uccisione di una cittadina americana in quel momento, non avrebbero avuto l’audacia di uccidere un altro straniero”, aggiunge. Secondo l’IDF, un’indagine preliminare sulla morte di Ezgi Eygi ha concluso che non sarebbe stata colpita intenzionalmente. La divisione investigativa criminale della polizia militare ha avviato un’indagine sull’incidente.

Dirgli addio’

Alcuni membri della Knesset, in particolare Tzvi Succot, hanno un problema di vecchia data con gli attivisti stranieri e sostengono che stanno causando danni allo Stato di Israele. All’interno del sottocomitato che presiede, Succot è molto impegnato nelle misure contro gli attivisti. “La legge afferma che chiunque entri nel Paese e violi i termini del suo visto può essere espulso”, dice ad Haaretz. “Quei ragazzi sono un danno strategico. In definitiva, le campagne contro Israele e le sanzioni provengono da loro. E quindi, quando vengono e molestano i soldati o entrano in un’area militare interdetta o commettono la più piccola infrazione, lo Stato di Israele deve dire loro addio/congedarli“.

Durante la conversazione con Haaretz Succot ha continuato a ripetere che il suo problema con gli attivisti consiste nel fatto che starebbero promuovendo un boicottaggio contro Israele. La sua argomentazione si basa sulla legge sull’ingresso in Israele del 2017, che proibisce di concedere un visto a chiunque promuova un boicottaggio dello Stato.

Nel frattempo Succot afferma di stare attualmente lavorando a una legislazione con l’obiettivo di istituire un’organizzazione statale che monitorizzi gli attivisti stranieri mentre sono in Israele e decida la loro espulsione nel caso che dopo il loro ingresso si scopra che abbiano fatto degli appelli al boicottaggio. “Al momento questo non sta accadendo, e quindi la soluzione tampone in questo momento è che se qualcuno viola le condizioni del visto, la legge consente di revocarlo”, aggiunge.

Il monitoraggio degli attivisti durante la loro permanenza in Israele, afferma, è attualmente svolto da organizzazioni civili senza scopo di lucro. Afferma che il recente aumento dell’attività sulla questione è il risultato di un coordinamento rafforzato tra l’IDF, la polizia e il Ministero dell’Interno. “Un soldato sul campo che incontra qualcuno del genere che violi la legge sa di dover registrare i suoi dati personali e il suo passaporto e inviarli alla polizia e poi al Ministero dell’Interno. Da lì, spiega, il passo verso la revoca del visto o l’espulsione dal Paese è breve.

La questione del boicottaggio è emersa nell’inchiesta sull’attivista Michael Jacobsen, 78 anni, dello Stato di Washington. Dopo la sua espulsione Succot ha rilasciato un comunicato stampa di encomio in cui ha ringraziato, tra gli altri, un’organizzazione non-profit chiamata The Legal Forum for the Land of Israel. Il 10 ottobre Jacobsen, che ha militato nell’esercito americano durante la guerra del Vietnam, stava accompagnando un palestinese che pascolava un gregge a Masafar Yatta. Ricorda che un soldato che ha identificato come colono gli ha chiesto il passaporto e poi gli ha detto che era ricercato dalla polizia. “Ha chiesto: ‘sei un membro dell’ISM [International Solidarity Movement]’, e io ho detto di no. E poi ha chiesto ‘sei un ebreo?’ e io ho detto di no, e lui [ha chiesto] ‘sei un terrorista?’ E io ho detto ‘no, sono un turista”.

Jacobsen è stato arrestato e portato alla stazione di polizia. Afferma che durante il tragitto ha cercato di scoprire perché lo stavano arrestando, ma non ha ricevuto informazioni. “Mi hanno detto che ero un terrorista perché ero un membro del BDS”, ha aggiunto, riferendosi al movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Alla stazione di polizia è stato interrogato con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento dei suoi doveri e di soggiorno illegale, un sospetto basato sull’accusa attribuitagli di sostegno al boicottaggio. “Chi ha condotto l’interrogatorio è stato molto borioso e maleducato con me”, racconta. “Ha detto che ero coinvolto in cinque diverse organizzazioni terroristiche”, ha continuato Jacobsen, citando le cinque come IHH Humanitarian Relief Foundation, Meta Peace Team, International Solidarity Movement, BDS e MPT.

Jacobsen afferma che Meta Peace Team è un’organizzazione di attivisti che gli ha fornito una formazione sulla resistenza non violenta, mentre IHH è un’organizzazione ombrello sotto la cui egida ha partecipato nell’aprile di quest’anno alla flottiglia verso Gaza per portare cibo e attrezzature mediche nella Striscia. Durante l’interrogatorio gli è stata anche mostrata la documentazione sulla sua attività presso Veterans for Peace in Corea del Sud, dove ha lavorato con i dimostranti contro l’istituzione di una base navale. Alla fine dell’interrogatorio gli è stata data una scelta. Poteva rimanere in stato di arresto o poteva essere inviato al confine con la Giordania. Ha scelto di andarsene, senza [partecipare ad] un’udienza presso la Population and Immigration Authority e senza sapere se sarebbe mai potuto tornare in Israele.

A ottobre due attivisti tedeschi sono stati espulsi da Israele in modo simile. Sono stati arrestati con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento del suo dovere, di riunione illegale e di far parte di un’organizzazione terroristica. Il sospetto di riunione illegale è stato attribuito a causa della loro appartenenza all’International Solidarity Movement, nonostante in Israele l’organizzazione non sia stata messa al bando.

La loro detenzione è stata prorogata due volte, e poi la polizia ha offerto loro la possibilità di scegliere tra lasciare il Paese o affrontare un’altra richiesta di proroga della loro detenzione. Se ne sono andati. Di recente la polizia ha fatto un’offerta simile a due donne americane, una suora e una pensionata di 73 anni, arrestate a South Hebron Hills con l’accusa di aver ostacolato un soldato nell’adempimento del suo dovere. Dopo il loro rifiuto, sono state rilasciate con un divieto di ingresso di due settimane in Cisgiordania.

Dalla sua attuale residenza negli Stati Uniti Jacobsen afferma che il fatto che la sua attività non violenta sia stata definita terroristica lo ha portato a opporsi alle azioni di Israele con ancora più veemenza: “Ok, mi chiami terrorista? Allora esprimerò le mie opinioni su ciò che sta facendo lo Stato sionista di Israele come attività terroristiche. In effetti, lo Stato di Israele sta usando tattiche terroristiche, sicuramente in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza”.

L’unità portavoce dell’IDF ha risposto: “Le forze di sicurezza, la polizia israeliana e l’amministrazione civile stanno agendo per consentire agli abitanti della zona di raccogliere le olive sui terreni di loro proprietà e, allo stesso tempo, stanno agendo per mantenere la sicurezza dei civili e delle comunità israeliane. In generale, non ci sono istruzioni per arrestare gli attivisti stranieri”. Il portavoce ha aggiunto che la decisione di effettuare una perquisizione nella casa degli attivisti a Qusra è derivata da una “segnalazione di attività insolite” in quel sito.

Per quanto riguarda la sparatoria contro l’attivista americana a Beita ad agosto l’esercito ha aggiunto che ciò sarebbe avvenuto dopo una segnalazione di “violento disturbo dell’ordine pubblico durante il quale i terroristi hanno lanciato pietre contro i militari, che hanno risposto utilizzando mezzi per disperdere le dimostrazioni e sparando in aria”. Hanno anche aggiunto che la segnalazione “è nota ed è in corso una verifica“.

La polizia israeliana ha risposto: “La polizia israeliana attua l’applicazione della legge con tutti i mezzi legali contro gli attivisti israeliani e stranieri che agiscono illegalmente interferendo con l’attività operativa delle forze di sicurezza e dimostrando sostegno e condivisione nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Dall’inizio dell’anno circa 30 attivisti stranieri sono stati indagati per ostacolo e provocazione contro le forze di sicurezza, e incitamento, sostegno e incoraggiamento verso le organizzazioni terroristiche Hamas e Hezbollah. Alcuni di loro hanno lasciato il Paese al termine del loro interrogatorio e per altri è stata tenuta un’udienza dalla Populating and Immigration Authority, al termine della quale è stato revocato il loro permesso di soggiorno in Israele ed è stato proibito per il futuro l’ingresso nel Paese”.

La Population and Immigration Authority ha risposto: “Di norma un cittadino straniero che entra in Israele con un visto turistico è tenuto a rispettare lo scopo per cui è stato concesso il visto. Un turista che sfrutta la concessione del visto per altre attività, tra cui una condotta di disturbo contro le forze dell’ordine, viola le condizioni per cui è stato concesso il visto ed è consentito annullare il visto e richiedere la sua espulsione dal Paese. In pratica, stiamo parlando di una manciata di incidenti e solo di quelli in cui la polizia presenta prove di reati penali commessi dal titolare del visto”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A causa del boicottaggio per il supporto ad Israele, Carrefour chiude i negozi in Giordania

Redazione di MEMO

5 novembre 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu ha riferito che ieri la catena multinazionale francese Carrefour ha affermato che chiuderà tutti i suoi negozi in Giordania, un passo riconducibile ad un boicottaggio in corso dei marchi che supportano Israele.

A partire dal 4 novembre 2024, Carrefour cesserà tutte le operazioni in Giordania e sospenderà le sue attività nel regno” ha scritto Carrefour in una dichiarazione su Facebook.

La società ha espresso gratitudine ai suoi clienti, aggiungendo: “Noi ringraziamo i nostri clienti per il loro supporto e ci scusiamo per qualsiasi inconveniente questa decisione possa causare.”

Dal 7 ottobre 2023 i principali marchi internazionali hanno subito boicottaggi internazionali come risultato dello sdegno popolare per il loro supporto diretto o indiretto ad Israele mentre bombarda Gaza.

Lo scorso mese la catena di fast food McDonald’s ha riferito di un crollo nelle vendite per il secondo trimestre consecutivo. La filiale israeliana di McDonald’s ha distribuito gratuitamente cibo ai membri delle forze di occupazione israeliane e continua a fornire alle persone attive in servizio pasti gratuiti o scontati con l’obiettivo di supportare i loro bombardamenti contro Gaza.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)