Festival tedesco contro gruppo musicale a favore del BDS

Un festival artistico tedesco prima revoca poi rinnova l’invito ai “Young Fathers”

Il dietrofront del festival arriva dopo che il gruppo era stato liquidato per il suo sostegno a un’organizzazione filo-palestinese

The Guardian

Philip Oltermann da Berlino

Martedì 26 giugno 2018

Un importante festival tedesco di musica e arte è stato messo in subbuglio dopo che i suoi organizzatori hanno revocato – e poi rinnovato –  l’invito al gruppo scozzese “Young Fathers” per il suo sostegno al movimento filo-palestinese Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

All’inizio del mese la direttrice artistica della “Ruhrtriennale”  ha annunciato che il trio britannico di hip-hop  sarebbe stato tolto dal programma del festival, che si svolge dal 18 agosto al 30 settembre.

In un comunicato Stefanie Carp ha affermato che, benché non creda che criticare le politiche del governo israeliano sia antisemita, il gruppo, vincitore del premio “Mercury” [importante premio musicale britannico assegnato al miglior disco dell’anno, ndtr.],  “purtroppo non ha preso le distanze dal BDS”.

Ma giovedì gli organizzatori del festival hanno fatto una svolta a 180 gradi. Non solo hanno invitato i Young Fathers, ma li hanno anche invitati a spiegare la loro posizione sul palco.

“In quanto tedesca, ovviamente è difficile per me essere messa in rapporto con un movimento che boicotta Israele,” ha detto Carp. “Ma io ho invitato i Young Fathers e non il BDS.”

Un portavoce della Ruhrtriennale ha detto a “The Guardian” che i Young Fathers li hanno informati di non poter accettare il nuovo invito.

Alcuni artisti che inizialmente si erano ritirati dalla Ruhrtriennale in solidarietà con il gruppo scozzese, compreso il chitarrista libanese Sharif Sehnaoui, hanno detto di aver accettato di essere inseriti nel programma del festival. Gli organizzatori della Ruhrtriennale hanno detto che gli altri eventi andranno avanti come previsto, con in più un dibattito sulle ragioni alla base di queste reazioni.

Comunque in Germania il dietrofront di Carp è stato criticato  da organizzazioni ebraiche locali e da Isabel Pfeiffer-Poensgen, ministra della Cultura dello Stato Nord-Reno Wstphalia.

“Non si può escludere che questa decisione darà alla campagna BDS una tribuna alla Ruhrtriennale,” ha detto  Pfeiffer-Poensgen. “In un momento di incremento dei delitti di antisemitismo ed altri incidenti, purtroppo anche nel Nord-Reno Wstphalia, questo è un segnale sbagliato.”

Nel corso degli  ultimi 10 mesi sindaci di città tedesche, comprese Berlino, Monaco e Francoforte, hanno messo in relazione l’appello del BDS al boicottaggio contro Israele a pratiche del periodo nazista. Ci sono state richieste di mettere al bando l’uso di spazi pubblici per le attività del BDS.

In una lettera a “The Guardian” 75 artisti e personaggi della cultura  hanno criticato quello che ritenevano essere un “tentativo di imporre un condizionamento politico ad artisti che appoggiano i diritti umani dei palestinesi,” descrivendo la decisione iniziale di togliere dal programma i Young Fathers come “censura, persecuzione e repressione.”

I firmatari della lettera includono Patti Smith, che si è esibita alla Ruhrtriennale nel 2005, e i Massive Attack, che hanno suonato al festival nel 2013 [e tra gli altri anche i musicisti Brian Eno, Peter Gabriel e Roger Waters, gli intellettuali Judith Butler, Noam Chomsky, Angela Davis, Alice Walker, Desmond Tutu, Naomi Klein e Eyal Weizman, i registi e attori Aki Kaurismaki Mike Leigh, Ken Loach, Mira Nair, Julie Christie e Viggo Mortensen, ndtr.].

L’esibizione dei Young Fathers è l’ultima di una serie di concerti recentemente annullati in Germania in relazione con l’appoggio di artisti al movimento BDS. Nel 2017 i Young Fathers sono stati una delle numerose band che si sono ritirate dal festival “Pop-Kulture” di Berlino, dopo che si è scoperto che l’ambasciata israeliana ha regalato 500 € per contribuire a coprire le spese di viaggio di artisti provenienti da Israele. L’ambasciata israeliana era indicata come partner sui manifesti dell’evento.

Il musicista britannico Richard Dawson, così come gli artisti di “Shopping” e Gwenno , si sono ritirati dal programma del festival “Pop-Kultur” di quest’anno, con quest’ultima che ha citato l’uccisione di palestinesi a Gaza da parte delle forze di frontiera israeliane come una delle ragioni per annullare la sua apparizione.

Lo scorso settembre la poetessa e performer inglese Kate Tempest ha annullato un concerto al teatro ” Volksbühne” di Berlino in seguito a quelle che il suo manager ha definito “minacce personali via mail e sulle reti sociali” per il suo appoggio al movimento BDS.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Registi LGBTQ rifiutano di consentire a Israele di utilizzarli per nascondere dietro al rosa i suoi crimini

Ali Abunimah

8 giugno 2018, Electronic Intifada

Arriva a 11 il numero di artisti che hanno lasciato il festival, parte di una crescente ondata di appoggio internazionale al Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) [contro Israele] in seguito ai massacri da parte di Israele di palestinesi disarmati durante le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza.

Il canadese Marc-Antoine Lemire ha ritirato il suo corto “Pre-Drink”, che ha vinto il premio per il miglior corto canadese al festival internazionale del cinema di Toronto.

Recentemente siamo venuti a sapere della strategia israeliana di “pinkwashing” [lett. “lavaggio rosa” in riferimento all’uso propagandistico delle tematiche LGBTQ, ndt.], e desideriamo esprimere il nostro rifiuto a contribuirvi, oltre al nostro appoggio alla comunità LGBTQ+,” ha scritto Lemire.

In seguito al movimento di protesta di parecchi registi e artisti in disaccordo con le politiche di Israele contro la Palestina, abbiamo deciso di prendere posizione a favore di questo movimento. Soprattutto con i recenti avvenimenti, rifiutiamo la strumentalizzazione del nostro film.”

Il regista francese Antoine Héraly ha annullato una sua prevista apparizione al festival per la proiezione del suo film “Furniture Porn Project”.

Dopo un’intensa settimana di riflessione e di letture e di discussioni con organizzazioni e un ampio spettro di intellettuali, sono arrivato alla conclusione che, se io dovessi partecipare fisicamente alla proiezione per presentare “Furniture Porn Project”, la mia coscienza sarebbe assente dalla sala cinematografica,” ha scritto Héraly agli organizzatori del festival.

Se avessi avuto un periodo di tempo più lungo in cui mettere insieme le mie idee, vi avrei chiesto di togliere il mio film dal festival, con cui non mi posso identificare, in quanto è finanziato dallo Stato e quindi parte delle politiche israeliane di ‘pinkwashing’”, ha aggiunto Héraly.

Egli ha sottolineato che il festival in ogni caso ha proiettato film di altri registi che avevano chiesto che venissero cancellati, una cosa che Héraly ha definito “inaccettabile”.

TLVFest è una pietra miliare della campagna di “pinkwashing” di Israele. Il “pinkwashing” è una strategia di pubbliche relazioni che utilizza la presunta apertura di Israele verso le questioni LGBTQ per sviare critiche contro le sue violazioni dei diritti umani e fare appello in particolare al pubblico progressista dell’Occidente.

Ciò spesso implica grossolane esagerazioni delle politiche progressiste israeliane, insieme ad assolute menzogne sui palestinesi.

Governi filo-israeliani che hanno puntualmente evitato di condannare o agire per porre fine alla deliberata uccisione a Gaza di palestinesi disarmati, compresi minori, medici e giornalisti, da parte di Israele, sono diventati sostenitori particolarmente entusiasti del “pinkwashing”.

Venerdì molte ambasciate dell’Unione Europea hanno di nuovo partecipato alla sfilata dell’orgoglio gay a Tel Aviv, come parte dei loro tentativi di etichettare la città come una destinazione turistica aperta e progressista, nonostante il modo in cui ha rappresentato un contesto violento, razzista e ostile per i palestinesi e gli africani [si riferisce soprattutto alle vicende dei richiedenti asilo africani, ndt.].

TLVFest è finanziato dal ministero della Cultura di Israele, che è guidato dall’esponente politica di estrema destra Miri Regev.

Regev è nota per la sua esternazione razzista, in cui ha paragonato rifugiati da Stati africani a un “cancro”, e per aver postato su Facebook un video in cui lei e un gruppo di tifosi di calcio israeliani incitavano alla violenza contro i palestinesi.

Tra gli sponsor di TLVFest c’è la “Saison France-Israël”, un’iniziativa di pubbliche relazioni sostenuta da entrambi i governi e intesa a promuovere l’immagine di Israele.

Boicottaggio di “Pop-Kultur”

Il musicista americano John Maus è diventato il quarto artista a ritirarsi dall’imminente festival “Pop-Kultur” di Berlino, in seguito alla sponsorizzazione da parte dell’ambasciata israeliana.

Il festival ha emesso un comunicato in base al quale Maus e il suo gruppo “preferiscono non suonare all’interno di uno scenario politicizzato.”

Tre artisti britannici – Gwenno Saunders, Richard Dawson e Shopping – hanno già annunciato il proprio ritiro.

Saunders ha scritto: “Non posso mettere in discussione il fatto evidente che il governo e l’esercito israeliani stanno uccidendo palestinesi innocenti, violando i loro diritti umani, e che questa situazione disperata deve cambiare.”

Richieste di annullare la partita di Israele in Irlanda

Queste ultime azioni in solidarietà con i palestinesi sono arrivate dopo che i grandi nomi Shakira e Gilberto Gil hanno abbandonato il progetto di esibirsi a Tel Aviv, e dopo l’annuncio congiunto dello scorso mese di decine di gruppi musicali che avrebbero rispettato l’appello palestinese al boicottaggio.

Ci sono state anche crescenti richieste di boicottare la gara canora “Eurovisione” del prossimo anno se, come è stato anticipato, Israele la ospiterà in seguito alla vittoria di quest’anno di Netta Barzilai.

Ma il maggior risultato per i palestinesi è stato la cancellazione da parte dell’Argentina di una partita “amichevole” contro Israele che era prevista a Gerusalemme questo fine settimana.

L’incontro, parte della preparazione per la Coppa del Mondo di quest’estate, sarebbe stata il fiore all’occhiello delle iniziative propagandistiche israeliane.

Sulla base dell’impulso che viene da quella vittoria della campagna BDS, il partito irlandese [della sinistra nazionalista, ndt.] Sinn Féin sta ora chiedendo la cancellazione di un’ “amichevole” tra Israele e l’Irlanda del Nord prevista a settembre.

Faccio questa richiesta in seguito al recente massacro di oltre 100 manifestanti e alle mutilazioni di migliaia di altri da parte dell’esercito israeliano,” ha detto Sinéad Ennis, parlamentare del Sinn Féin dell’Irlanda del Nord. “La comunità internazionale dovrebbe opporsi allo Stato israeliano per il massacro indiscriminato e le continue discriminazioni contro i palestinesi.”

Il Sinn Féin appoggia la campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele che riguarda i rapporti culturali, accademici e sportivi,” ha affermato Ennis.

La IFA, l’ente che gestisce il calcio nell’Irlanda del Nord, si sta già opponendo a questa richiesta.

Il Sinn Féin rappresenta tradizionalmente i nazionalisti irlandesi che pensano che l’Irlanda del Nord dovrebbe diventare parte di uno Stato irlandese unitario.

In genere i nazionalisti non si identificano con la squadra dell’Irlanda del Nord nelle competizioni internazionali e tifano per la Repubblica d’Irlanda.

Il Sinn Féin è uno dei due maggiori partiti dell’Irlanda del Nord, mentre l’altro è il Partito Democratico Unionista (DUP), che appoggia decisamente il mantenimento della divisione dell’Irlanda e il Nord come parte del Regno Unito.

Come partito di tutta l’Irlanda, il Sinn Féin si candida alle elezioni anche nella Repubblica d’Irlanda, e il sindaco di Dublino del Sinn Féin è stato un sostenitore accanito dei diritti dei palestinesi, come riflesso dell’ampia solidarietà per la Palestina nella società irlandese.

In aprile il consiglio comunale di Dublino ne ha fatto la prima capitale europea a sostenere il BDS.

E in maggio il consiglio di Derry, una città della parte dell’Irlanda controllata dalla Gran Bretagna, ha approvato una mozione presentata dal Sinn Féin per l’illuminazione di edifici comunali con i colori della bandiera palestinese in segno di solidarietà.

Al contrario il DUP, cristiano sionista e fortemente filo-israeliano, attualmente tiene in piedi il governo londinese della prima ministra Theresa May, il che gli dà un enorme potere nel Regno Unito.

I politici del DUP appoggiano decisamente la partita Israele-Irlanda del Nord.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Israele ha segnato uno “spettacolare autogol” con un’umiliante sconfitta ad opera del BDS

Middle East Monitor

7 giugno 2018

Politici israeliani si stanno incolpando a vicenda per l’imbarazzante sconfitta di martedì che ha visto l’Argentina annullare il proprio incontro di calcio con Israele. Secondo il “Times of Israel” [giornale israeliano on line indipendente, ndt.], nel contesto della sconfitta, il primo ministro Benjamin Netanyahu e la sua solitamente fedele ministra della Cultura e dello Sport Miri Regev si sono reciprocamente incolpati della decisione di tenere la partita a Gerusalemme, la mossa che si pensa abbia contribuito alla decisione dell’Argentina.

Mentre Regev e Netanyahu hanno seguito il solito copione e attribuito l’annullamento da parte dell’Argentina al terrorismo palestinese, in Israele le accuse sono reciproche. In particolare Regev sta ricevendo tutte le colpe per quello che gli stessi partiti dell’opposizione al governo israeliano hanno descritto come un evidente tentativo da parte della ministra dello Sport di politicizzare l’incontro spostandolo a Gerusalemme.

Parlando ieri, sia Netanyahu che Regev hanno negato che il luogo della partita abbia a che vedere con l’annullamento, ma ognuno di loro dice anche che l’altro è stato responsabile per il cambiamento di sede. Netanyahu, che si trova a Londra, ha detto che è stata Regev a decidere di spostare la partita a Gerusalemme. “Io non ho sollecitato o chiesto che la partita fosse spostata a Gerusalemme. Non so niente dei tentativi che sono stati fatti”, ha detto Netanyahu.

In contemporanea con la conferenza stampa nel Regno Unito e apparentemente all’oscuro delle dichiarazioni del primo ministro, Regev ha dato una versione molto diversa degli avvenimenti. Durante un’intervista con un giornale israeliano ha detto: “È stato il primo ministro a mandare una lettera al (presidente argentino Mauricio) Macri quattro mesi fa chiedendo che venissero a giocare a Gerusalemme.”

In precedenza alla Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] c’era stata un’infuocata discussione sulla figuraccia nazionale. Ad alcuni parlamentari è stato detto che Regev avrebbe accettato di pagare agli organizzatori 730.000 dollari per spostare l’incontro da Haifa a Gerusalemme a condizione che alla ministra venisse attribuito un “ruolo attivo” nell’evento, compresa una stretta di mano con Messi in campo e una conferenza stampa.

Politici dell’opposizione hanno accusato Netanyahu e Regev di aver politicizzato la partita insistendo perché avesse luogo a Gerusalemme. Secondo il “Times of Israel” Isaac Herzog, capo dell’opposizione, in un comunicato ha affermato che Israele ha segnato uno “spettacolare autogol” a favore del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) [contro Israele, ndt.], contestando affermazioni secondo cui la posizione internazionale di Israele sta migliorando e descrivendo la decisione dell’Argentina come “un fallimento simbolico di un governo che sta nascondendo la testa nella sabbia”.

La deputata dell’”Unione Sionista” [coalizione di centro, all’opposizione, ndt.] Tzipi Livni ha detto che l’annullamento è stato il prodotto dell’“insistenza di Regev e Netanyahu di trasformare la partita da una manifestazione sportiva in una manifestazione di politica personale.” Regev, che pare sia stata estremamente amareggiata dall’umiliazione, ha fatto una scenata e ha chiesto che la competizione canora “ Eurovisione” del prossimo anno [che si terrà in Israele, in quanto Paese che ha vinto quest’anno, ndt.] si tenga a Gerusalemme, che pare essere un altro tentativo da parte dell’esponente politica israeliana di trasformare un evento culturale in una presa di posizione politica.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Il massacro della Grande Marcia del Ritorno di Gaza: un punto di svolta?

Nada Elia

29 maggio 2018, Middle East Eye

I palestinesi si devono mobilitare e avere una strategia per fare in modo che il più recente attacco di Israele sia l’ultimo.

L’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme il 14 maggio ha sparso sale su ferite aperte.

Mentre la “consigliera del presidente” Ivanka Trump se ne stava allegramente vicino a un trionfante Benjamin Netanyahu nel cuore della città illegalmente annessa, Israele era impegnato nell’ennesimo massacro a meno di 100 km a sud-est. Decine di persone sono state uccise e migliaia ferite a Gaza nelle sei settimane della “Grande Marcia del Ritorno”, tra il “Giorno della Terra” e quello della “Nakba”, e molti dei feriti languiscono ancora negli ospedali mal equipaggiati di Gaza.

L’assedio di Gaza, la cui popolazione comprende in buona parte profughi, continua a strangolare la regione in quello che è stato descritto come un “genocidio progressivo” [definizione dello storico israeliano Ilan Pappe, ndt.].

Nakba continua

Questo è ciò che intendono i palestinesi quando dicono che la Nakba sta continuando. Le ingiustizie contro di noi non sono state perpetrate solo una volta, nel 1948, continuano fino ai giorni nostri, con sempre più espulsioni, furti di terra e uccisioni di massa.

Come è successo ormai da qualche anno dopo ogni massacro, sono scoppiate proteste in tutto il mondo, mentre un crescente numero di persone di coscienza ha denunciato pubblicamente le azioni di Israele e annunciato il proprio sostegno alla campagna di solidarietà per il Boicottaggio, Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Le proteste sono eventi necessari per esprimere solidarietà con i palestinesi e per mostrare ai politici che l’opinione pubblica non approva quest’ultima aggressione. Le denunce pubbliche della criminalità di Israele da parte di artisti sono benvenute e attese da tempo per dichiarare che Israele è uno Stato da emarginare piuttosto che un’attraente destinazione per la cultura e il turismo.

Come la co-fondatrice di Electronic Intifada Laurie King ed io abbiamo chiesto in un editoriale del 2011: perché dovrebbero essere da criticare artisti come Beyoncé, Usher e Mariah Carey – tutti e tre hanno fatto esibizioni private per la famiglia Gheddafi – mentre non si dice niente di gente come Madonna e Lady Gaga che si accompagnano con Netanyahu e a volte si avvolgono letteralmente nella bandiera israeliana, mentre molti altri difendono Israele quando pratica apertamente l’apartheid e la pulizia etnica?

Ma oggi, con le spudorate dichiarazioni di politici israeliani che non ci sono manifestanti innocenti a Gaza e che ogni dimostrante è un bersaglio legittimo e con i cittadini israeliani che dichiarano ripetutamente il proprio appoggio all’uccisione di palestinesi, stiamo finalmente vedendo crepe nella maschera di Israele, nella facciata democratica con cui ha preso in giro buona parte dell’Occidente.

Vecchio ordine imperiale

Tuttavia non possiamo rilassarci proprio adesso. Al contrario dobbiamo continuare a mettere sotto i riflettori Israele, in modo che non si riprenda dalle critiche del momento, come ha fatto in continuazione dopo precedenti massacri e dopo le proteste che li hanno seguiti.

Il massacro del “Giorno della Nakba” e l’inaugurazione della nuova ambasciata USA non costituiscono un’aberrazione. Gli analisti che sostengono che lo spostamento dell’ambasciata USA è la continuazione della sua politica di lunga data in Medio Oriente, a cominciare dal 1967, piuttosto che un allontanamento da essa, hanno ragione.

Aggiungerei che non è solo una continuazione della politica USA, ma di un più antico ordine imperialista – anzi, il vecchio ordine imperialista che ha dato vita agli USA. Il secolo scorso della storia palestinese è stato un doloroso ciclo di estrema ingiustizia imposta a una popolazione indigena, seguita da insurrezioni, a loro volta violentemente represse, finché la gente non si è di nuovo ribellata chiedendo giustizia.

Le rivolte, compresa l’insurrezione del 1936-39 contro il Mandato britannico e le Intifada iniziate nel 1987 e nel 2000, hanno assunto molte forme, dalla ribellione armata alle proteste pacifiche. Sono state invariabilmente affrontate con una violenza sproporzionata da parte dell’oppressore coloniale, a cominciare dall’Inghilterra, che per prima impose la legge marziale e forgiò molte delle misure che Israele utilizza ancora oggi per discriminare i palestinesi, fino ai veri e propri massacri che Israele adesso commette sistematicamente.

Oggi questi massacri sono resi possibili dagli USA, che forniscono ad Israele il necessario appoggio economico e diplomatico per agire con impunità. Nelle conclusioni al suo rivoluzionario libro del 1978 “Orientalismo” Edward Said [intellettuale palestinese e docente universitario alla Columbia University, ndt.] scrisse che la tendenza degli USA a dominare il mondo li ha messi nella posizione che aveva una volta la Gran Bretagna, quando sosteneva in modo arrogante che “il sole non tramontava mai” [frase in realtà attribuita a Carlo V d’Asburgo nel XVI° secolo, ndt.] sull’impero britannico. L’ambasciata USA a Gerusalemme illustra il giudizio di Said, anni dopo la sua prematura morte.

Una prospettiva oltre le proteste

Negli ultimi anni si è evidenziata un’altra caratteristica ricorrente dei massacri, cioè la dichiarazione che “questo è un punto di svolta”. Più di recente, la “Grande Marcia del Ritorno” è stata paragonata all’attraversamento del ponte “Edmund Pettus” [marcia pacifica per i diritti civili dei neri tra Selma e Montgomery violentemente repressa, ndt.] nel Sud degli USA, mentre il massacro del “Giorno della Nakba” è stato descritto come la Sharpeville [manifestazione pacifica contro l’apartheid in Sudafrica contro cui la polizia sparò a bruciapelo, ndt.] palestinese.

Tuttavia la “Grande Marcia del Ritorno” sarà un punto di svolta solo se noi la renderemo tale. Se vogliamo che lo schema cambi dobbiamo organizzarci con una prospettiva oltre le proteste. Per ora la maggior parte delle proteste sono state rivolte spontanee contro l’ingiustizia, con una scarsa progettualità per quello che sarebbe venuto dopo che ci siamo riuniti agli angoli delle strade e nei parchi pubblici per gridare la nostra sofferenza, la nostra indignazione e la nostra solidarietà.

Mentre ci lasciamo alle spalle il centenario della dichiarazione Balfour e il 70^ anniversario della Nakba, tra la rinnovata arroganza degli attuali leader imperialisti, è urgente che ci concentriamo nella progettazione del futuro piuttosto che limitarci a protestare.

In ultima analisi non sono le dimensioni del massacro che determinano se si tratta di un punto di svolta. Semmai è come riusciamo a reggere la nostra mobilitazione e la nostra organizzazione, in modo che non sia solo un ennesimo episodio di una lunga serie di ingiustizie.

Sta a noi onorare la resistenza palestinese non solo leggendo i nomi dei morti, ma mobilitandoci, organizzandoci e ideando una strategia concreta per fare in modo che questo massacro non sia il più recente, ma l’ultimo.

Nada Elia è una scrittrice e commentatrice politica della diaspora palestinese, che attualmente lavora al suo secondo libro: “Who You Callin’ ‘Demographic Threat?’ Notes from the Global Intifada” [“Chi definisci ‘minaccia demografica?’ Note dall’intifada globale.”]. Docente (in pensione) di studi sul genere e globali, è membro del gruppo di orientamento della campagna USA per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (USACBI).

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La verità dietro la corsa del Centro America per seguire lo spostamento dell’ambasciata USA

Maren Mantovani

giovedì 17 maggio 2018, Middle East Eye

Negli anni ’80 Israele fornì aiuto militare a brutali dittature latinoamericane. Il Guatemala è stato il primo a seguire lo spostamento dell’ambasciata USA. Honduras e Paraguay potrebbero presto essere i prossimi Paesi.

Mentre a Gaza – e in tutto il mondo – la gente stava ancora piangendo i 62 palestinesi uccisi, gli oltre 2.700 mutilati e feriti in un solo giorno in seguito a un altro massacro israeliano contro civili disarmati, il 16 maggio una seconda ambasciata stava tenendo la cerimonia di apertura a Gerusalemme.

Il Guatemala ha seguito le orme degli USA.

Israele ha dovuto promettere di pagare le spese dello spostamento. Il ministero degli Esteri israeliano ha coperto parte dei costi del trasferimento dell’ambasciata guatemalteca da Rishon LeZion [cittadina dell’area metropolitana di Tel Aviv, ndt.] a Gerusalemme, contribuendo con un totale di 300.000 dollari.

Jimmy Morales, il presidente di destra del Paese, a cui lo scorso mese gruppi delle società civile hanno chiesto di dimettersi in seguito ad accuse di corruzione, ha dovuto chiedere ai tribunali il permesso per suo fratello e suo figlio, entrambi sotto processo per corruzione, perché lo accompagnassero a Gerusalemme. Tuttavia i media guatemaltechi hanno già scoperto nella contabilità del loro governo voci di spesa sospette per la cerimonia di apertura dell’ambasciata.

Comunque sempre meno della grottesca esibizione offerta dalla cerimonia di apertura degli USA. Mentre Israele falciava manifestanti, armati solo della loro determinazione a tornare alle loro case piuttosto che soccombere in silenzio al brutale assedio di Gaza, Donald Trump ha annunciato in video che “stiamo veramente facendo grandi passi avanti” per un accordo tra Israele e i palestinesi.

Una realtà tragica e inumana

Se il riconoscimento da parte della Casa Bianca di Gerusalemme – che in base alle leggi internazionali non fa parte di Israele – come capitale di Israele e il conseguente spostamento dell’ambasciata USA non fosse parte di una realtà tragica e inumana imposta al popolo palestinese, lo si potrebbe definire surreale.

Settant’anni dopo l’inizio della Nakba – la pulizia etnica di massa del popolo palestinese – le politiche israeliane di espulsione, furto di terre e risorse, repressione e segregazione continuano giorno dopo giorno. La Grande Marcia del Ritorno, che rivendica il diritto, riconosciuto dall’ONU, al ritorno per i profughi che rappresentano più di metà del popolo palestinese, si è trasformata in un massacro.

Lo spostamento dell’ambasciata USA non è solo un attacco frontale ai diritti dei palestinesi a Gerusalemme, ma ha anche fornito una copertura diplomatica a Israele per un ulteriore massacro contro Gaza. Manda il messaggio che il regime israeliano può continuare con tutte le violazioni delle leggi internazionali e dei diritti umani fondamentali.

Ciò comprende l’attacco concreto non solo al loro diritto al ritorno, ma alle vite ed esistenze stesse dei rifugiati palestinesi a Gaza. Ciò può indurre all’impressione che Israele abbia raggiunto il massimo del suo potere, con un’impunità garantita.

Un’analisi più approfondita del potere globale che si gioca oggi sulla Palestina non cambia la conclusione secondo cui siamo arrivati ad un momento estremamente pericoloso e drammatico della storia – ma ciò fornisce qualche barlume di speranza.

A dicembre gli USA ed Israele erano profondamente isolati nel voto dell’assemblea generale dell’ONU sul riconoscimento USA di Gerusalemme come capitale di Israele. Solo altri cinque Paesi hanno votato con l’asse USA-Israele.

Stupidità politica

La legittimazione del riconoscimento USA di Gerusalemme – una città su cui in base alle leggi internazionali Israele non ha la sovranità – come capitale di Israele è un precedente che minaccia le fondamenta stesse delle relazioni internazionali. Se gli USA possono arbitrariamente decidere in materia di sovranità internazionale, verranno minacciati gli interessi di moltissimi Paesi.

Fondamentali controlli contro i capricci e la volontà del potere USA saranno eliminati. Accettarlo significherebbe la totale dipendenza dagli USA o la totale stupidità politica. Ciononostante, al momento, Israele ha previsto che oltre dieci Paesi potrebbero spostare le loro ambasciate. Oggi è in corso solo il trasloco di quella del Guatemala.

Israele spera che l’Honduras sia il prossimo a spostare la sua ambasciata.

Cosa c’è sotto il rapporto di Israele con questi Stati centroamericani, che li vede unirsi a un’iniziativa pericolosa, rifiutata dalla grande maggioranza della comunità internazionale?

I rapporti di Israele con Honduras e Guatemala divennero particolarmente stretti durante i giorni oscuri delle dittature centroamericane, quando Israele fornì generoso supporto militare ai generali guatemaltechi nel periodo del genocidio dei maya nei primi anni ’80. Addestrò le forze speciali honduregne accusate di torture e utilizzò il Paese come base per l’appoggio ai Contras [guerriglia finanziata dagli USA contro il governo sandinista, ndt.] in Nicaragua.

Oggi l’Honduras è nel bel mezzo di un ciclo di violente violazioni dei diritti umani da parte del governo di Juan Orlando Hernandez, arrivato al potere con un “colpo di Stato parlamentare”. Questo governo si è talmente macchiato di sangue che la presenza di Hernandez nel “Giorno dell’Indipendenza” di Israele ha dovuto essere annullata dopo le proteste che ha sollevato da parte israeliana.

Una prova del nove

Il presidente paraguayano, che a sua volta ha indicato l’intenzione di spostare l’ambasciata, è allo stesso modo arrivato al potere con un “colpo di Stato parlamentare”. Dato che lascerà il suo posto in agosto, pare dubbio che lo spostamento abbia effettivamente luogo.

Il tentativo della prima ministra rumena di iniziare il processo di spostamento è stato bloccato dal presidente del Paese, che per questa iniziativa ha chiesto le sue dimissioni.

La stessa cerimonia dell’ambasciata USA è stata la prova del nove senza possibilità di astensione – o gli invitati si sarebbero presentati o l’avrebbero boicottata. Persino alleati molto vicini agli USA come Australia, Canada e alcuni Stati dell’Europa occidentale hanno deciso di tenersi alla larga. Allo stesso modo, né l’India né alcuno dei principali Paesi dell’America latina hanno partecipato.

Tuttavia Israele sta facendo importanti progressi in Africa, e circa una dozzina di Paesi hanno preso parte all’iniziativa dell’ambasciata USA a Gerusalemme, tra cui Etiopia, Sud Sudan, Zambia, Kenya, Ruanda, Camerun, Repubblica del Congo, Angola, Costa d’Avorio, Tanzania e Repubblica Democratica del Congo.

Il Togo è stato l’unico Paese africano che ha votato con gli USA durante la votazione all’ONU di dicembre – ma lunedì non era presente.

La maggior parte delle ragioni per cui alcuni Paesi hanno scelto di partecipare ha poco a che fare con la Palestina. Come hanno esplicitamente ammesso commentatori dei Paesi latinoamericani coinvolti, le posizioni su Gerusalemme avevano più che altro a che vedere con la questione di garantirsi il favore degli USA, compresa l’assistenza per conservare il potere contro le loro stesse popolazioni.

Per altri si è trattato della logica prosecuzione di politiche xenofobe, di destra, suprematiste e autoritarie. Il governo dell’Austria è in larga misura emarginato in Europa per le sue politiche razziste e xenofobe, mentre Victor Orban, il primo ministro dell’Ungheria, è un noto xenofobo antisemita. Il presidente della Repubblica Ceca, Milos Zeman, è noto per la sua politica allarmistica sul terrorismo e per i suoi discorsi razzisti.

Anche la delegazione del Myanmar, che grazie all’appoggio militare di Israele dal 2015 ha intrapreso una pulizia etnica su vasta scala contro il popolo Rohingya, portando all’esilio di quasi 700.000 sopravvissuti, era tra gli ospiti.

Il fatto che Robert Jeffress, pastore evangelico USA e consigliere spirituale di Trump, universalmente accusato di sermoni antisemiti e razzisti, si sia rivolto a questa adunata pare semplicemente naturale.

L’alleanza tra Trump e Israele, sullo sfondo del massacro di Gaza, ha in effetti elevato l’appoggio all’apartheid, all’occupazione e al colonialismo di Israele a fulcro della nuova ondata di politici e partiti xenofobi, razzisti e antidemocratici arrivati al potere negli ultimi anni.

Un embargo militare contro Israele

Mentre Israele ha onorato Trump dando il suo nome a una piazza centrale di Gerusalemme, tutti quelli che sono fuori dal campo delle ideologie suprematiste, razziste ed autoritarie dovrebbero rabbrividire all’idea di esservi associati.

Per il bene della Palestina e dell’umanità, è il momento per la grande maggioranza della comunità internazionale, che non aderisce ai valori espressi nella cerimonia dell’ambasciata USA, di scrollarsi di dosso la riluttanza a prendere un’iniziativa concreta.

Resistere alle violazioni israeliane dei diritti umani e delle leggi internazionali oggi è diventata una difesa vitale dei più fondamentali valori di tolleranza, democrazia e rispetto. Siamo ancora in tempo.

Israele ha appena annunciato un’esportazione record nel 2017 di armamenti, che ha testato per decenni sul popolo palestinese. Un embargo militare contro Israele, come chiesto dal comitato nazionale del BDS palestinese e ripreso da organizzazioni dei diritti umani come Amnesty International, sarebbe un passo nella giusta direzione.

La maggior parte di queste esportazioni riguarda politiche contro i migranti ed è legata alle spese per la sicurezza dei confini dell’Unione Europea, mentre l’India da sola sta comprando il 50% delle esportazioni di armi israeliane.

L’aiuto militare USA continua ad aumentare e la cooperazione della polizia USA con Israele alimenta la discriminazione razziale e le violazioni dei diritti umani.

È tempo di ricordare lo slogan reso popolare dalla resistenza antifascista spagnola negli anni ’30 e poi ripreso da innumerevoli movimenti per la giustizia in tutto il mondo: “No pasarán!” Non passeranno.

– Maren Mantovani, coordinatrice dei rapporti internazionali per la “Campagna Palestinese dal Basso contro il Muro dell’Apartheid”.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Israele minaccia chi protesta contro il Giro d’Italia

Ali Abunimah

4 maggio 2018, Electronic Intifada

La polizia israeliana sta chiamando gli attivisti palestinesi in Israele e li sta minacciando se dovessero protestare contro la prima fase della corsa ciclistica “Giro d’Italia” iniziata venerdì a Gerusalemme.

Le minacce sono state rivelate dal “PACBI” – la campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele – che ha twittato: “Gli attivisti riterranno il “Giro d’Italia” responsabile nel caso in cui dovesse loro succedere qualcosa.”

Le autorità israeliane si sono vantate del loro apparato difensivo, creato in decenni di occupazione militare e altre restrizioni sui palestinesi, schierato per preservare la corsa dalle proteste.

Da quando la corsa è iniziata, il PACBI sta sollecitando ad usare gli hashtags “#ShameOnGiro” e “#Giro10” per esprimere la propria opposizione al modo in cui il Giro d’Italia sta “nascondendo o coprendo, grazie allo sport, i continui crimini di guerra di Israele, compresa l’uccisione deliberata di pacifici manifestanti palestinesi a Gaza, a pochi chilometri di distanza dalla corsa.”

Attivisti palestinesi in Israele hanno reso pubblico un video in cui si mette in luce come il tracciato della corsa passi vicino a luoghi in cui Israele ha commesso delle atrocità.

La corsa si svolgerà in diverse parti dell’attuale Israele, fino a domenica, prima di spostarsi in Italia la prossima settimana.

Il glamour” non distragga dai crimini

Gli organizzatori del Giro d’Italia hanno ignorato per mesi gli appelli degli attivisti che sostengono che tenere l’inaugurazione a Gerusalemme sarebbe servito a premiare Israele e a mascherare i suoi crimini contro il popolo palestinese.

Ma giovedì Amnesty International ha affermato che Israele si sbaglierebbe se pensasse che ospitare la prestigiosa competizione sposterebbe l’attenzione dalle sue violazioni.

A Gerusalemme le autorità devono aver pensato che il glamour del Giro d’Italia possa avere l’effetto di “ripulire con lo sport”, rimuovendo alcune delle macchie nella situazione dei diritti umani in Israele,” ha affermato Kate Allen, la direttrice del gruppo dei diritti umani in Gran Bretagna. “Invece è probabile che le riporti di nuovo all’attenzione.”

I corridori del Giro d’Italia inizieranno la corsa solo poche settimane dopo che le forze di sicurezza israeliane hanno scatenato un eccessivo, letale uso della forza contro i manifestanti palestinesi a Gaza, compresi minori,” ha aggiunto Allen. “La corsa partirà proprio nei pressi di Gerusalemme est, dove i palestinesi devono affrontare la demolizione di case, la costruzione di colonie illegali e una serie infinita di restrizioni ai loro movimenti.”

Dirigenti israeliani, diplomatici italiani e funzionari dell’Unione Europea vedono l’allestimento della corsa a Gerusalemme come un’ abile mossa della propaganda di Israele.

Questa è la prima volta che l’inizio della corsa si tiene fuori dall’Europa.

Pare che Israele abbia pagato milioni di dollari per attirare la RCS, che organizza il Giro d’Italia, e il vincitore del Tour de France Chris Froome.

Cecchini e biciclette

L’inizio della corsa coincide con il sesto venerdì delle proteste per la “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza.

Nelle ultime cinque settimane Israele ha ucciso 50 palestinesi a Gaza, dato che le forze di occupazione hanno messo in atto una politica di “sparare per uccidere e mutilare” contro civili disarmati che contestano l’assedio del territorio e rivendicano il proprio diritto al ritorno nelle terre da cui Israele li ha espulsi ed esclusi perché non sono ebrei.

Gli “attacchi omicidi” di Israele a Gaza, come li ha definiti Amnesty International, hanno provocato ammonizioni e denunce da parte della procura della Corte Penale Internazionale.

Ma, nel contesto di un clima internazionale di impunità, Israele continua a sostenere che le leggi internazionali per i diritti umani non si applicano ai palestinesi di Gaza.

Nel contempo gli organizzatori del Giro si sono messi a disposizione dell’obiettivo propagandistico di tenere le prime fasi della corsa sotto l’egida di Israele.

Stiamo ospitando eventi sportivi in Israele, questo è il Paese più democratico e sicuro che possa ospitare un tale evento in piena sicurezza,” ha detto ai media il responsabile della sicurezza della corsa Daniel Benaim.

Normalizzazione degli Stati arabi

I palestinesi hanno espresso sconcerto per il fatto che, mentre decine di persone sono state uccise e altre migliaia ferite – centinaia delle quali probabilmente rimarranno invalide per tutta la vita – durante gli attacchi israeliani contro civili di Gaza, le squadre degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain stiano apertamente partecipando al “Giro d’Italia”.

Gli attivisti sottolineano che, mentre queste squadre esibiscono la propria partecipazione a Gerusalemme, milioni di palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, così come altri milioni di rifugiati palestinesi in esilio, non hanno neppure il permesso di entrare in città a causa delle dure restrizioni imposte da Israele al movimento dei non ebrei.

La partecipazione sembra essere parte della crescente normalizzazione, sostenuta dagli USA, dei rapporti tra Israele ed il blocco degli Stati del Golfo guidati dall’Arabia Saudita.

Il direttore generale del ministero degli Esteri israeliano Yuval Rotem ha dato il benvenuto ai corridori degli Emirati a Gerusalemme.

Utenti di reti sociali in lingua araba hanno twittato la propria indignazione per la partecipazione delle squadre arabe utilizzando l’hashtag in arabo #اسحبوا_دراجاتكمche significa “ritirate le vostre biciclette”.

Oltre che a rinsaldare i rapporti con Israele, il Bahrain ha un ulteriore interesse nel partecipare ad una sfida al boicottaggio sportivo di Stati paria che violano i diritti umani.

Per anni il Bahrein ha fronteggiato gli appelli al boicottaggio dell’importante corsa automobilistica di Formula Uno che ospita per via della violenta repressione contro le proteste antigovernative.

Far deragliare la propaganda israeliana

La propaganda israeliana intende presentare il Paese come “normale” – una società aperta e vivace con attività culturali e sportive e “innovazioni” tecnologiche.

Quindi, benché gli attivisti non siano riusciti a bloccare la corsa, hanno provocato talmente tante discussioni su di essa che Israele non ha potuto utilizzare il Giro d’Italia per sfuggire alla propria reputazione di Stato occupante, colonizzatore e che pratica l’apartheid.

Venerdì, in un articolo su “Cycling Tips” [“Suggerimenti ciclistici”, rivista specializzata in inglese, ndt.] il giornalista sportivo Shane Stokes ha spiegato perché boicotta e rifiuta di informare sull’avvio del Giro d’Italia nel corso di una massiccia e violenta repressione dei palestinesi.

Fin da quando il Giro è stato confermato in Israele, sono arrivate le inevitabili critiche. In risposta, ci sono stati alcuni che hanno insistito che lo sport e la politica non dovrebbero mescolarsi,” scrive Stoke. “La stessa difesa venne utilizzata decenni fa quando sportivi ed altri ruppero il boicottaggio per partecipare alle gare in Sud Africa.”

Secondo Stokes tenersi alla larga dimostra anche solidarietà per Yaser Murtaja, uno dei due giornalisti palestinesi uccisi dai cecchini israeliani nelle scorse settimane.

Stokes evidenzia anche come lo slogan del Giro d’Italia sia “Amore infinito” [in italiano nel testo, ndt.].

Senza dubbio è un tema lodevole,” scrive. “Eppure la frase sembra vuota quando, a cento chilometri dall’inizio della corsa, i cecchini prendono di mira manifestanti e giornalisti, e poi premono il grilletto.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Giro d’Italia: il ciclista palestinese ferito a Gaza ‘disgustato’ dalla gara a tappe in Israele

Maha Hussaini

Mercoledì 2 maggio 2018, Middle East Eye

Alaa Al-Dali, che ha perso una gamba dopo essere stato colpito mentre protestava vicino alla barriera di confine di Gaza, afferma che la gara a tappe a Gerusalemme è un incoraggiamento agli abusi israeliani.

Un ciclista palestinese, che ha perso una gamba dopo che un cecchino israeliano gli ha sparato mentre manifestava vicino alla barriera di confine di Gaza, ha accusato gli organizzatori e i corridori del Giro d’Italia di incoraggiare la violenza israeliana accettando che la gara si disputi nel Paese.

Alaa al-Dali ha subito otto operazioni ed alla fine gli è stata amputata una gamba dopo essere stato colpito mentre partecipava alle proteste della “Grande Marcia per il Ritorno” il 30 marzo.

Il ventunenne era in lizza per gareggiare per la Palestina nei giochi asiatici a Giakarta in agosto, ed ha detto a Middle East Eye che l’esercito israeliano ha “distrutto il suo sogno”.

Il Giro d’Italia, una delle corse di ciclismo più prestigiose, inizia a Gerusalemme venerdì ed Israele ospiterà altre due tappe prima che la gara ritorni in Italia, suscitando la condanna degli attivisti per i diritti dei palestinesi e dei partecipanti alla campagna di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni (BDS).

Al-Dali ha fatto appello alla comunità internazionale perché imponga sanzioni ed un boicottaggio sportivo verso Israele, invece di permettergli l’“onore” di ospitare la gara.

“È molto triste sapere che la gente godrà del mio sport preferito nel Paese il cui l’esercito ha distrutto i miei sogni”, da detto al-Dali. “Non è bello. Sono scioccato e disgustato da questa notizia.”

La gara servirà solo a evidenziare il divario tra “l’occupante e l’occupato”, ha aggiunto.

“Questa è una contraddizione all’ennesima potenza. Simili eventi dovrebbero simboleggiare pace e umanità. Non riesco a vedere nulla di pacifico nello spararmi e rendermi disabile per essermi trovato a circa 200 metri dalla barriera di confine.”

Il fratello maggiore di Al-Dali, il venticinquenne Muhammed, ha detto a MEE che i medici hanno deciso di amputargli la gamba a causa dei danni alle ossa e ai tessuti.

Ma ha detto di credere che ci sarebbe stata una possibilità di salvare la sua gamba se Israele non gli avesse negato il permesso di farsi curare in Cisgiordania.

Il sistema sanitario di Gaza è stato devastato da un blocco di 11 anni imposto da Israele dopo la vittoria di Hamas alle elezioni, che ha gettato l’enclave in una crisi umanitaria.

‘Occhi chiusi di fronte alle nostre sofferenze’

“Gli organizzatori ed i partecipanti non solo chiudono gli occhi sulle nostre sofferenze, in quanto atleti a cui vengono negati i diritti fondamentali, ma stanno anche incoraggiando le autorità israeliane ad imporre ulteriori restrizioni ed a continuare nei loro soprusi contro di noi”, ha detto Alaa al-Dali.

Secondo Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Sanità palestinese a Gaza, dall’inizio delle proteste della Grande Marcia per il Ritorno, in cui i palestinesi stanno protestando per il loro diritto al ritorno nelle terre e nelle case occupate da Israele nel 1948 e nei successivi conflitti, almeno 44 palestinesi sono stati uccisi ed altri 7.000 feriti, comprese decine di persone rimaste disabili.

Venerdì la prima tappa del Giro d’Italia vedrà gli atleti correre una corsa a cronometro di 9.7 km. a Gerusalemme ovest, che terminerà sotto le mura della Città Vecchia di Gerusalemme, nella Gerusalemme est occupata.

Poi Israele ospiterà tappe da Haifa a Tel Aviv e da Beer Sheva attraverso il deserto del Negev fino al porto di Eilat, sul Mar Rosso.

La gara ospita alcuni dei più famosi ciclisti al mondo, compreso Chris Froome, che cerca di diventare il primo campione, nell’era del ciclismo moderno, a conquistare contemporaneamente tutti e tre i titoli dei grandi tour sportivi, il Tour de France, la Vuelta de España e il Giro d’Italia.

La gara ospita anche squadre sponsorizzate dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrain.

La partenza della gara è particolarmente significativa poiché coincide con le celebrazioni del 70^ anniversario del giorno dell’indipendenza di Israele, e avviene solo pochi giorni prima che i palestinesi celebrino l’anniversario della Nakba, o catastrofe, in cui più di 750.000 persone furono espulse con la forza dalle loro terre nel maggio 1948.

Una mappa illustrata del percorso della gara pubblicata sul Twitter del Giro mostra la Città Vecchia di Gerusalemme e la moschea della Cupola della Roccia.

Il movimento BDS ha condotto una campagna perché la corsa venisse spostata fin da quando è stato annunciato il percorso l’anno scorso, avvertendo che far partire la gara in Israele avrebbe assunto il significato di un “timbro di approvazione” delle “violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani dei palestinesi.”

“Proprio come sarebbe stato inaccettabile per il Giro d’Italia partire dal Sudafrica dell’apartheid negli anni ’80, è ora inaccettabile far partire la gara da Israele, in quanto questo servirà solo come sigillo di approvazione dell’oppressione di Israele sui palestinesi”, ha dichiarato il movimento sul suo sito web ufficiale.

In seguito alla comunicazione del percorso della gara lo scorso novembre, le associazioni per i diritti hanno emesso un comunicato congiunto chiedendo agli organizzatori di RCS Sport di spostare la partenza della gara da Israele, che, secondo loro, “accrescerà il senso di impunità di Israele.”

In risposta, RCS Sport, l’organizzatore del Giro, ha detto che la gara si sarebbe svolta in Israele come parte dell’“internazionalizzazione” dell’evento e come “un mezzo per esportare nel mondo tutto ciò che è italiano”.

A settembre il direttore della gara Mauro Vegni ha detto: “La realtà è che vogliamo che questo sia un evento sportivo e che si tenga lontano da ogni questione politica.”

Saied Timraz, vicepresidente di Palestinian Motorsport, Motorcycle and Bicycle Federation, ha affermato che è “irragionevole” tenere un evento così prestigioso in Israele allo stesso tempo in cui gli atleti palestinesi vengono privati dei loro diritti fondamentali dalle autorità israeliane.

“Israele usa lo sport per mascherare le sue flagranti violazioni contro i palestinesi. Ha un particolare interesse ad ospitare questo evento in quanto esso consente ai partecipanti di ammirare i luoghi e promuovere una immagine civilizzata di Israele”, ha detto Timraz a MEE.

“Benché lo sport e la politica debbano mantenersi separati, nulla può giustificare dare un premio agli oppressori.”

Secondo Timraz, lo scorso novembre le autorità israeliane hanno rifiutato a lui ed altri sei atleti palestinesi i permessi per uscire da Gaza per gareggiare nel campionato arabo di atletica del 2017, organizzato dalla Associazione Atletica Araba in Tunisia.

“Non è la prima volta che ci negano i permessi per partecipare ad eventi internazionali”, ha detto Timraz.

“Le autorità israeliane vogliono imporre severe restrizioni ai palestinesi che intendono partecipare ad eventi che darebbero voce alle loro sofferenze e mostrerebbero il vero volto dell’occupazione.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)





Einstein parla di Israele, 70 anni fa – Il fantasma di Herut*

Ramzy Baroud

25 aprile 2018, palestinechronicle

Il 4 dicembre 1948 Albert Einstein, insieme ad altre personalità ebree tra cui Hannah Arendt, pubblicò una lettera sul New York Times. Erano passati solo pochi mesi da quando Israele aveva dichiarato l’indipendenza, e centinaia di villaggi palestinesi erano stati intenzionalmente demoliti dopo averne espulsi gli abitanti.

La lettera denunciava il nuovo partito Herut di Israele e il suo giovane leader, Menachem Begin.

Herut era una costola della banda terroristica Irgun, famosa per i numerosi massacri di comunità arabe palestinesi conclusisi nella Nakba, la catastrofica pulizia etnica del popolo palestinese, cacciato dalla propria patria storica nel 1947-48.

Nella lettera, Einstein e gli altri descrivevano il partito Herut (Libertà) come un “partito politico strettamente affine nell’organizzazione, nei metodi, nel pensiero politico e nell’ascendente sociale ai partiti nazisti e fascisti”.

Che una lettera simile venisse pubblicata solo qualche anno dopo la fine della seconda guerra mondiale e la tragedia dell’Olocausto è un’importante indicazione dell’autentico abisso che separava gli intellettuali ebrei dell’epoca: i sionisti che sostenevano Israele e la violenza della sua nascita, e quelli che, in base ad una morale superiore, vi si opponevano.

Purtroppo, quest’ultimo gruppo – sebbene esista ancora – perse la battaglia.

Successivamente, Herut si unì ad altri gruppi per formare il Likud. Begin ha ricevuto il premio Nobel per la pace e il Likud è ora il principale partito nella coalizione israeliana di governo più di destra. La filosofia “nazista e fascista” di Herut ha prevalso e ora travolge e determina la società civile di Israele.

Questa tendenza a destra è più spiccata tra i giovani israeliani che nelle generazioni precedenti.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu è capo del partito di Begin, il Likud. La sua attuale coalizione comprende il ministro della Difesa di origine russa Avigdor Lieberman, fondatore del partito ultranazionalista Yisrael Beiteinu [Israele Casa Nostra, che rappresenta soprattutto gli immigrati russi, ndt.].

In risposta alle continue proteste popolari dei palestinesi assediati a Gaza, e a giustificazione dell’elevato numero di morti e feriti fra i manifestanti disarmati dovuti all’esercito israeliano, Lieberman ha affermato che ” a Gaza non ci sono innocenti “.

Quando il ministro della Difesa di un Paese rilascia questo tipo di dichiarazioni, non può stupire il fatto che i cecchini israeliani sparino ai giovani palestinesi, e che esultino in un video mentre colpiscono il bersaglio [un filmato circolato in rete mostra alcuni soldati che si rallegrano con un cecchino che ha sparato ad un ragazzo palestinese, ndt.].

Questo tipo di discorso – fascista per eccellenza – non è affatto una narrazione marginale nella società israeliana.

La coalizione di Netanyahu pullula di personaggi altrettanto moralmente deplorabili.

Una politica israeliana, Ayelet Shaked, ha spesso invocato il genocidio dei palestinesi.

I palestinesi “sono tutti nemici combattenti e il loro sangue dovrebbe coprirne le teste”, ha scritto in un post su Facebook nel 2015. “E questo comprende anche le madri dei martiri … Dovrebbero scomparire, come le case, luoghi fisici in cui hanno allevato i serpenti. Altrimenti, altri piccoli serpenti vi saranno allevati”.

Pochi mesi dopo la pubblicazione di questa dichiarazione, Netanyahu, nel dicembre 2015, l’ha nominata Ministro della Giustizia del Paese.

Shaked appartiene al partito Jewish Home [Casa Ebraica, partito di estrema destra dei coloni, ndt.], con a capo Naftali Bennett. Quest’ultimo è il ministro dell’Istruzione israeliano ed è noto per dichiarazioni altrettanto violente. È stato uno dei primi politici a difendere i soldati israeliani accusati di violazione dei diritti umani sul confine di Gaza. Altri importanti politici israeliani ne hanno seguito l’esempio.

Il 19 aprile, Israele ha celebrato la propria indipendenza. La mentalità “nazista e fascista” che caratterizzava Herut nel 1948 caratterizza ora la più potente classe dirigente che Israele abbia avuto. I leader di Israele parlano apertamente di genocidio e omicidio, e nonostante ciò celebrano e promuovono Israele come un’icona di civiltà, di democrazia e dei diritti umani.

Perfino gli appartenenti al passato Sionismo Culturale [corrente del sionismo, rappresentata da Achad Haam e da Martin Buber, che sostenteva la rigenerazione dell’ebraismo e la convivenza con gli arabi, ndt.] sarebbero completamente inorriditi dalla creatura che è diventato il loro amato Israel a sette decenni dalla nascita.

Sicuramente il popolo palestinese sta ancora combattendo per la propria terra, identità, dignità e libertà. Ma la verità è che il più grande nemico di Israele è Israele stesso. Il Paese non è riuscito a staccarsi dalla politica e dall’ideologia violente del passato. Al contrario, il dibattito ideologico in Israele è andato decisamente a favore della violenza senza fine, del razzismo e dell’apartheid.

Nella presunta “unica democrazia del Medio Oriente”, il margine di critica è ormai molto limitato.

Sono quelli come Netanyahu, Lieberman, Bennett e Shaked che rappresentano adesso l’Israele contemporaneo e, dietro di loro, un massiccio elettorato di religiosi di destra e di ultranazionalisti che poco badano ai palestinesi, ai diritti umani, al diritto internazionale e a valori apparentemente futili come la pace e la giustizia.

Nel 1938, Einstein aveva messo in discussione l’idea che stava alla base della creazione di Israele. È contro la “natura fondamentale dell’ebraismo”, disse.

Qualche anno dopo, nel 1946, affermò davanti alla Commissione d’inchiesta anglo-americana sulla questione palestinese: “Non riesco a capire perché ce ne sia bisogno [di Israele] … Credo sia sbagliato”.

Inutile dire che se Einstein fosse vivo oggi, si sarebbe unito al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che mira a far pagare ad Israele le sue pratiche violente e illegali contro i palestinesi.

Allo stesso tempo, sarebbe sicuramente stato etichettato come antisemita o “ebreo che odia se stesso” dai leader israeliani e dai loro sostenitori. I sionisti di oggi sono davvero imperterriti.

Ma questo tragico paradigma deve essere rovesciato. I bambini palestinesi non sono terroristi e non possono essere trattati come tali. Non sono neanche ‘piccoli serpenti’. Le madri palestinesi non dovrebbero essere uccise. Il popolo palestinese non è un “nemico combattente” da sradicare. Il genocidio non deve essere normalizzato.

Settant’anni dopo l’indipendenza di Israele e dopo la lettera di Einstein, l’eredità del Paese è ancora segnata dal sangue e dalla violenza. Nonostante la festa in corso a Tel Aviv, non c’è alcun motivo di festeggiare e molti motivi per piangere.

Tuttavia, la speranza è mantenuta in vita perché il popolo palestinese sta ancora resistendo, e ha bisogno che il mondo sia solidale. È l’unico modo perché il fantasma di Herut smetta di perseguitare i palestinesi, e le ideologie “nazista e fascista” vengano sconfitte per sempre.

*[il maggior partito politico di centro-destra del Parlamento israeliano dagli anni quaranta fino al 1988]

Ramzy Baroud è giornalista, autore e curatore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra 2018). Baroud ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Mondiali e Internazionali all’Università della California a Santa Barbara.

(Traduzione di Luciana Galliano)

 

 




È così che si fa, signorina Portman, ma è solo l’inizio

Gideon Levy

22 aprile 2018, Haaretz

Il rifiuto di Natalie Portman di prendere parte alla cerimonia del Premio Genesis è stato un grande colpo. Il suo chiarimento ha attenuato la portata del passo compiuto.

L’annuncio della decisione di Natalie Portman di boicottare la cerimonia del Premio Genesis è stato un colpo formidabile. Eccolo qui, che arriva dalla vetta del glamour, da un’innamorata di Israele quale lei è, ebrea, che parla ebraico, nata in Israele, cittadina di Israele e una fonte di orgoglio per Israele, e che ha molto da perdere. Non un’antisemita o una fondamentalista, non di estrema destra o della sinistra radicale, non Roger Waters, neppure una del BDS [movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele, ndt.]. Proprio un colpo al centro, dal cuore del centro ebraico: una critica a Israele, le bibliche “ferite di un amico” [“Fedeli sono le ferite di un amico, ma ingannevoli sono i baci di un nemico” da Proverbi, 27:6, ndt.], persino una specie di boicottaggio.

Mentre artisti israeliani “di sinistra” hanno paura del rapper “The Shadow” [“L’ombra”, rapper israeliano di estrema destra, ndt.] e soprattutto della loro stessa ombra, un’artista del suo calibro arriva e fa una chiara dichiarazione su Israele. Insieme ad una coscienza, è necessaria una grande quantità di coraggio per un simile passo, soprattutto di fronte a una Hollywood ebraica, sionista, spietata, che non perdonerà Portman né se ne dimenticherà.

Né la perdonerà per questo la Destra israeliana: il ministro della guerra (contro il movimento BDS), cioè quello della Sicurezza Pubblica, Gilad Erdan, ha subito pubblicato una lettera in cui spiega a Portman la situazione. Quello che sta succedendo a Gaza non è a causa nostra, è tutta colpa di Hamas. La solita propaganda insensata e menzognera, proprio nel giorno in cui i tiratori scelti dell’esercito israeliano hanno ucciso a sangue freddo un altro quindicenne e la foto di Mohammed Ayoub sanguinante sulla sabbia di Gaza è stata pubblicata in tutto il mondo. Si è subito scoperto che Erdan, come molti altri, era sicuro che il massacro di manifestanti a Gaza sia stato ciò che ha appiccato l’incendio nello stomaco di Portman. Ma non è stato così.

Il chiarimento di Portman ha attenuato la portata del passo compiuto: “Ho scelto di non partecipare perché non voglio apparire come una sostenitrice di Benjamin Netanyahu,” ha scritto. Un grande passo avanti e un piccolo passo indietro. Netanyahu è certamente un problema, ma non il problema su cui Portman, come persona di coscienza e sionista, deve far sentire la propria voce. Netanyahu è Israele.

Portman ha fatto molta strada, non solo dal suo primo film al suo Oscar, ma anche dalla lettera che pubblicò sull’ “Harvard Crimson” [“Harvard Cremisi”, giornale dell’università di Harvard, ndt.] 16 anni fa in difesa di Israele e negando la sua situazione di apartheid, al passo fatto venerdì.

Il cambiamento in lei, che a quanto pare è avvenuto in molti ebrei, è una buona notizia, come lo è il suo coraggio. Ma la strada è ancora lunga. Portman ha scritto che non sarebbe venuta a causa della “violenza, corruzione, disuguaglianza e abuso di potere.” Neppure una sola parola esplicita sul peccato originale, l’occupazione.

Né la protesta di Portman è diretta all’indirizzo giusto. È un’autodifesa incolpare Netanyahu di tutto. Come molti ebrei (e israeliani) progressisti, Portman considera Netanyahu la radice di ogni male. E cosa dire dei suoi predecessori, quelli che hanno seminato la distruzione e le uccisioni a Gaza e in Libano, che hanno imposto a Gaza un blocco crudele, che hanno rafforzato l’occupazione in Cisgiordania e triplicato il numero di coloni (lei ha stretto le loro mani, meno quella di Netanyahu)?

Il potere mediatico di Portman è enorme. Venerdì mattina la sua dichiarazione su Instagram aveva già riscosso 100.000 “mi piace”. Gli ebrei, come molti israeliani, hanno tirato un sospiro di sollievo. Portman è contro il BDS e contro Netanyahu, ma continua a onorare “il cibo, i libri, l’arte, il cinema e la danza israeliani”.

Con tutto il rispetto, signorina Portman, il cibo, la danza e il cinema israeliani sono anch’essi macchiati, in misura più o meno grande, dall’occupazione. Siamo tutti da condannare per questo. Il modo per porvi fine, che è la prima e fondamentale condizione per rendere Israele un Paese più giusto, passa da iniziative coraggiose come quella che lei ha preso, ma devono rivolgersi al cuore dell’inferno e non solo ai suoi margini; all’origine del tumore e non solo alle sue metastasi. Devono diventare iniziative concrete, come quelle che chiede il movimento BDS. È l’unico modo per scuotere Israele dall’autocompiacimento.

Mi tolgo umilmente il cappello di fronte a lei ed al suo coraggio, signorina Portman. La sua direzione è quella giusta; senza il vento in poppa da persone come lei, qui non cambierà niente. Ma è solo l’inizio.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




In realtà, Natalie, tu STAI praticando il BDS

Yousef Munayyer

The Forward 21 aprile 2018

Cara Natalie (se me lo consenti),
negli ultimi giorni, ho seguito attentamente la tua decisione di non partecipare a una cerimonia di premiazione in Israele e le tue dichiarazioni in merito. La tua decisione per me è stata importante non solo perché sono palestinese, ma perché mi sono reso conto che abbiamo qualcosa in comune, tu ed io. Sono nato in Israele, a soli 50km. da Gerusalemme, dove sei nata tu; a Lydda, la città della mia famiglia (la mia famiglia non si è trasferita in Israele, è Israele che è venuto da noi). Tu ed io siamo anche quasi coetanei, anche se sicuramente abbiamo vissuto il nostro essere cittadini israeliani in modi molto diversi. Per me, palestinese, ha voluto dire essere etichettato e trattato come “minaccia demografica”, mentre tu hai parlato bene di Israele e sei orgogliosa di esserne cittadina. Abbiamo entrambi lasciato Israele e ci siamo trasferiti negli USA da piccoli, insieme alle nostre famiglie. Chissà, magari abbiamo sorvolato l’Atlantico sullo stesso aereo, anche se sono praticamente certo che la tua esperienza con la polizia aeroportuale sia stata molto diversa dalla mia (anche se probabilmente entrambi abbiamo applaudito quando il pilota ci ha fatto atterrare sani e salvi). Ma se, una volta negli USA, la tua esperienza è stata simile alla mia, allora vuol dire che nemmeno tu ti sei mai sentita completamente a tuo agio né qui né lì, un piede qua e uno là, e un cuore perennemente desideroso di una casa. E arriviamo al punto in cui le nostre strade si separano. Tu hai intrapreso una carriera di attrice, fino a vincere un Oscar. La mia carriera d’attore si è fermata al Mago di Oz, in seconda media: io ero il leone, e forse ho un po’ esagerato con l’accento di Bert Lahr. Penso di aver fatto un buon lavoro, ma la mia passione mi ha portato a seguire un’altra strada, che poi è il motivo per cui oggi ti scrivo. La motivazione che hai dato per il tuo rifiuto del Genesis Prize è che non volevi condividere il palco con Netanyahu e non volevi in alcun modo dare l’impressione di sostenerlo. Penso di andare sul sicuro se ipotizzo che il tuo avercela con Netanyahu non sia un fatto personale. Non riguarda la tinta di capelli che ha scelto o l’uso continuo di patetici giochetti e slogan durante i suoi discorsi, ma ha a che fare con la politica e con le politiche che lui rappresenta, politiche che violano il diritto internazionale e i diritti fondamentali dei palestinesi, ammazzati quotidianamente dallo stato israeliano. E, con il tuo rifiuto di tollerare queste politiche e il loro sostenitore, stai dimostrando di capire che lo stato israeliano non pensa che le proprie politiche siano un problema. Ciò che invece loro credono è che la percezione che il mondo ha delle loro politiche sia diventata il vero problema. Se solo potessero far capire al mondo che, in qualche modo, è accettabile negare perennemente i diritti fondamentali a milioni di persone, a quanto pare per loro tutto andrebbe meglio. Gli sforzi di Israele per convincere il mondo ad accettare questa spoliazione includono il portare persone famose come te su palchi israeliani, mandando il messaggio ai loro fan che quel che Israele fa va bene. Questa è una strategia di pubbliche relazioni particolarmente importante per Israele, appunto perché è rivolta a un target giovane che si sta allontanando dallo stato israeliano. Con la tua decisione, hai mandato un messaggio a Israele: le loro politiche, che violano i diritti umani e civili, sono ingiustificabili. Ecco perché è così importante che tu abbia deciso di non partecipare a questa cerimonia. So che potresti non vederla così. Nel tuo comunicato, hai scritto: “Non faccio parte del movimento BDS e non lo sostengo”. “Come molti israeliani ed ebrei nel mondo, posso criticare la leadership in Israele senza per questo voler boicottare l’intera nazione; considero preziosi i miei amici israeliani e la mia famiglia, il cibo israeliano, i libri, l’arte, il cinema e la danza.” Per un cittadino israeliano, la pratica del boicottaggio può apparire complicata. Tu ed io abbiamo entrambi la famiglia in Israele, persone che amiamo e che non possiamo immaginare di non rivedere. Gli israeliani, come tutti, hanno molto da offrire al mondo. Quindi io comprendo la tua esitazione a “boicottare l’intera nazione”. Ma non è questo, il BDS. I singoli individui non sono l’obiettivo del boicottaggio, è lo Stato ad esserlo. Queste cose possono e devono essere separate. La verità è che il BDS non è nemmeno un movimento. Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni sono una serie di strategie nonviolente che vengono utilizzate da molti movimenti, ma che le istituzioni della società civile palestinese hanno chiesto alla comunità internazionale di adottare come parte del movimento nonviolento per i diritti dei palestinesi, per mandare a Israele il messaggio che deve smettere di negarli. E lo stato di Israele, dal canto suo, terrorizzato dall’adozione su vasta scala di queste strategie, ha cercato di diffamare gli attivisti e di mettere zizzania tra i palestinesi e gli internazionali che vogliono sostenerne i diritti, nel tentativo di far desistere la gente dall’uso di queste strategie nonviolente. Alla fine, israeliani e palestinesi dovranno raggiungere un accordo sulle regole politiche che governeranno la loro coesistenza. Ma questo non può succedere finché lo stato israeliano non si rende conto che lo status quo è inaccettabile, immorale e costoso. L’importante è che il messaggio venga inviato. Israele ha bisogno di sentirlo. Ma il modo in cui ognuno decide di mandare il messaggio, beh, questo dipende da ogni singola persona. Sicuramente c’è modo di fare soggiorni etici che non forniscono sostegno o legittimazione allo stato israeliano e alle sue politiche. Io preferisco un’azione economica nonviolenta contro lo stato israeliano e le istituzioni o le aziende legate allo stato che fanno profitti dalle sue politiche abusive o lavorano per mascherarle. Ciò non vuol dire che io non possa comprare l’hummus nel makolet (negozio di alimentari, n.d.t.) di mio cugino quando vado a trovare la mia famiglia. E a quanto pare tu hai trovato il tuo modo di partecipare, boicottando il Genesis Prize. C’è un’ultima differenza tra noi che mi piacerebbe sottolineare. Magari hai pensato di tornare a vivere in Israele, un giorno, con la tua famiglia. Il tuo partner, Benjamin, coreografo francese, potrebbe ottenere la residenza e poi la cittadinanza perché tu sei cittadina israeliana. La mia compagna ed io, invece, non possiamo tornarci insieme, perché lei, professoressa di chimica, è palestinese della Cisgiordania, terra occupata da Israele. Ciò significa che, anche se io sono cittadino israeliano, lo stato impedisce a me e ad altri, sposati con palestinesi, di vivere con loro in Israele. Questo perché, come ha spiegato Benjamin Netanyahu, ciò comporterebbe “un’esplosione demografica”. La differenza, vedi, è che lo stato si preoccupa dei miei figli non ancora nati, ma non dei tuoi. Tu hai contribuito a modo tuo, questa settimana, a mettere fine a questa situazione perversa, mettendoci la faccia contro questo tipo di ineguaglianze. Spero che tu e gli altri che potrebbero trarre ispirazione dalla tua decisione continuerete a farlo, in modi che facciano sentire sempre più forte il messaggio, finché non potrà più essere ignorato.
Con affetto, Yousef
Yousef Munayyer, analista politico e scrittore, è Direttore Esecutivo della Campagna USA per i diritti dei Palestinesi.
(Traduzione di Elena Bellini) su Facebook