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“Dai da mangiare a un beduino”: video razzista israeliano suscita indignazione

Redazione di Palestine Chronicle

13 luglio 2020 – Palestine Chronicle

Riprese video diventate virali sulle reti sociali mostrano il conduttore di un popolare spettacolo televisivo israeliano per bambini che viaggia con la sua famiglia nel deserto del Naqab (Negev) e che dà da mangiare a due bambini palestinesi come se si tratti di animali da zoo.

Il video mostra Roy Oz (noto anche come Roy Boy) che apre il finestrino della sua macchina mentre tiene in mano un biscotto. Poi lui agita il biscotto davanti a due bambini palestinesi di una comunità beduina mentre chiede a suo figlio: “Ariel, vuoi dar da mangiare a un beduino?”

“Diamo da mangiare a un beduino. Non volete dare da mangiare a un beduino?” dice ripetutamente Oz ai suoi figli sui sedili posteriori.

Il video ha provocato un’immediata indignazione tra gli attivisti per i diritti umani, con molte critiche nei confronti del razzismo istituzionalizzato in Israele.

In un post su Facebook Oz ha affermato che il video era stato realizzato cinque anni fa durante un viaggio di famiglia. Non è chiaro come le immagini vergognose siano filtrate sulle reti sociali.

Atia al-Asem, capo del consiglio regionale dei villaggi palestinesi nel Naqab, ha manifestato indignazione riguardo al video, affermando che i beduini sono trattati dagli israeliani come se fossero “scimmie”

Il deputato arabo del parlamento israeliano (la Knesset) Ahmad Tibi ha descritto il comportamento di Oz come “il peggior comportamento umano, di una brutalità razzista e ignobile.”

Il giornalista e redattore palestinese di Palestine Chronicle Ramzy Baroud ha affermato: “Le migliaia di palestinesi che stanno ancora vivendo nel deserto del Naqab sono state sottoposte a una costante campagna israeliana di disumanizzazione, razzismo e pulizia etnica.”

“Il razzismo e la pulizia etnica delle comunità beduine palestinesi vanno di pari passo,” ha aggiunto Baroud. “Il video di Oz non può essere visto separatamente dai progetti del governo israeliano di rinchiudere i palestinesi nel Naqab in comunità isolate e povere per far posto allo sviluppo di zone residenziali per soli ebrei.”

“Perché questo sinistro scenario avesse successo i beduini palestinesi dovevano essere disumanizzati dal sistema politico e mediatico israeliano. Il video di Oz è una semplice manifestazione di questa indignante situazione.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Ci sposteranno, ma solo da morti”: scontro fra Israele e i beduini nel Negev

Jack Dodson

17 gennaio 2020 – Middle East Eye

Le autorità israeliane hanno intenzione di trasferire 36.000 beduini che vivono nella regione desertica per far posto a ebrei israeliani e progetti industriali e militari

Mohammad Danfiri, dal recinto delle pecore della sua famiglia beduina nel deserto del Negev, guarda verso i due ripetitori cellulari in cima alla collina vicina. Sono situati in uno spazio aperto fra il limitare tra il suo villaggio e un altro, un’area, spiega, dove sarà costruito un ampliamento della principale autostrada orientale di Israele.

Una fila di case sta a circa 60 metri dalle torri dove sono stati approvati i progetti per l’autostrada. Ma il governo israeliano sta procedendo con dei progetti per cacciare non solo i residenti più vicini alla strada progettata.

L’intera popolazione del villaggio, 5.000 persone e molte altre del circondario, verrà trasferita in unità abitative temporanee secondo il piano del governo, limitando seriamente la possibilità di allevare pecore e sviluppare l’agricoltura, le attività principali delle comunità beduine.

Danfiri è uno degli almeno 36.000 beduini del Negev israeliano che si trova ad affrontare l’espulsione (in arabo la Nakba, la catastrofe) a causa di vari progetti come l’ampliamento della superstrada.

Per mettere in pratica questi piani di sviluppo proposti da enti governativi, dall’esercito israeliano, da aziende private e da gruppi no-profit, l’Autorità israeliana per gli insediamenti beduini, l’ente governativo responsabile per la gestione dei rapporti tra beduini e Stato, mira a trasferire decine di migliaia di persone in alloggi temporanei.

I beduini chiamano questi alloggi provvisori “caravan”, perché sono casette mobili in cui gli israeliani intendono insediare intere famiglie. A ottobre, una commissione edilizia distrettuale israeliana ha cominciato a valutare se approvare questi piani di trasferimento.

I residenti che possono essere trasferiti vivono in villaggi che il governo ritiene “non riconosciuti”, sebbene la maggior parte sia vissuta su quei terreni o nelle vicinanze fin dalla fondazione del Paese nel 1948. Durante gli ultimi 50 anni, Israele ha cercato di spostare i beduini in comunità “riconosciute”, sostenendo ripetutamente che quelli delle aree non riconosciute non hanno diritti sulle terre.

I villaggi non riconosciuti non sono provvisti di infrastrutture o servizi governativi. Non ci sono mezzi di trasporto, strade, scuole e le autorità israeliane non riconoscono i leader locali né negoziano con loro.

Di conseguenza le comunità vivono una vita di sussistenza su una terra ostile. Molti allevano pecore per venderne la carne. Alcuni riescono a trovar lavoro in aziende israeliane nei dintorni.

‘Nessuna soluzione’

Danfiri, 47 anni, racconta di essere cresciuto nel villaggio dove l’unica fonte idrica era un pozzo che raccoglieva acqua piovana. Lui e i suoi amici tiravano su l’acqua e sua mamma usava il foulard per filtrare la sporcizia. I venerdì gli adulti attaccavano una televisione alla batteria di un’auto per guardare i cartoni animati e i film egiziani.

“Oggi i bambini hanno tutto” dice Danfiri, riferendosi ai pannelli solari che ora sono installati sopra molte case beduine. “Frigoriferi, internet, tutto è immediatamente disponibile.”

Danfiri dice che per proteggere lo stile di vita della comunità i beduini respingeranno i piani governativi di trasferimento. Nel caso dovessero assolutamente spostarsi, dice che rifiuteranno i “caravan” e staranno il più vicino possibile alle loro case originarie, anche se di fianco a un cantiere.

“Non ci sposteremo, lotteremo” dice. “Non succederà … un progetto come questo farebbe sparire la cultura e il patrimonio culturale dei beduini.”

Per una comunità che si riconosce in uno stile di vita tradizionale basato sull’agricoltura, la rimozione forzata è vista come l’ultima mossa di una campagna governativa decennale per concentrarli in aree specifiche. Per gente come Danfiri ciò significa rinunciare a una parte della propria identità.

Ovunque io vada la cosa di cui sono più fiero è essere un beduino. Ed è soprattutto nei villaggi non riconosciuti che i beduini conservano di più la loro cultura tradizionale.” dice.

Adalah, una ONG [israeliana] con sede a Haifa specializzata nei diritti sanciti dalla legge per gli arabi in Israele, si oppone ai piani per vari motivi. Innanzitutto, sostiene l’organizzazione, le unità residenziali progettate non sono adatte, a termini di legge, perché non hanno infrastrutture adeguate e non rispettano le norme relative alle dimensioni abitative.

Il mese scorso l’ONG ha anche pubblicato un libro bianco, sostenendo che i piani rappresenterebbero un approccio che considera i cittadini israeliani del Negev “separati ma uguali”.

Un sistema si baserebbe sulla pianificazione di una rete che operi per il beneficio, il benessere e lo sviluppo futuro di cittadini e comunità ebraiche israeliane e che pone i cittadini ebrei israeliani al centro del processo” scrive.

L’altro sistema si baserebbe sulla pianificazione di una rete che operi per l’evacuazione e il trasferimento dei cittadini beduini in residenze temporanee imponendo all’intera popolazione palestinese beduina una situazione opprimente senza averla consultata.”

Adalah afferma anche che il piano farà crescere la povertà dei beduini che sono trasferiti e di quelli che vivono nelle comunità dove verranno costruiti i campi, perché potrebbe danneggiare l’accesso al lavoro per entrambi i gruppi.

Myssana Morany, un’avvocatessa che lavora per Adalah, dice che non è chiara la velocità con cui i piani verranno eseguiti e quante persone verranno trasferite in totale. Dato che il modo di esprimersi del governo sui piani che hanno presentato è vago, dice, ciò rivela un progetto più ampio che potrebbe coinvolgere fino a 80.000 persone. Per questo stesso motivo l’assenza di un numero preciso di unità abitative significa che il governo può sfrattare quante persone vuole.

Per noi ciò significa che non hanno una soluzione per le persone che progettano di far sgombrare” dice Morany.

Hussein El Rafaiya, 58 anni, è di Birh Hamam un villaggio non riconosciuto e dal 2002 al 2007 è stato a capo di un comitato che rappresenta i villaggi non riconosciuti. Israele non riconosce l’autorità del comitato e non negozia con loro.

Rafaiya ha ricordato esempi fatti nel corso degli anni di pressioni israeliane sulle comunità beduine per costringerle ad andarsene dalle loro case, per esempio decenni di demolizioni di case e sfratti effettuati dal governo.

Noi non abbiamo nessuna possibilità di risolvere la situazione per vie legali” dice Rafaiya, spiegando che la legge israeliana semplicemente non riconosce le rivendicazioni dei beduini sulla terra o sulle case.

Questo non è il comportamento di uno Stato: è un comportamento da criminali … Tutti quegli sforzi per l’Autorità Beduina [ente governativo creato nel 2007 per occuparsi dei beduini, ndtr.]non sono stati abbastanza efficaci, così hanno deciso di creare questi campi temporanei di sfollati.”

Agli inizi del 2020, la commissione urbanistica del distretto meridionale israeliano deciderà se procedere. I due piani residenziali temporanei del governo enfatizzano la necessità di sfrattare “urgentemente” i beduini in base ai progetti di sviluppo. Agli occhi dei gruppi per i diritti umani è un modo per escogitare una soluzione rapida ma giuridicamente inefficace per espellere la gente.

Una presenza in espansione

In anni recenti l’esercito israeliano ha spostato delle basi nel Negev nel tentativo di espandervi la presenza militare e industriale e per aumentare la popolazione. Il governo ha anche investito risorse per promuovere Be’er Sheba, la più grande città meridionale, come un hub per la tecnologia e l’imprenditorialità.

Il Negev è diventato il luogo di un’ampia gamma di progetti, inclusi parchi solari, centrali elettriche, serre e altre imprese industriali. Il governo ha espresso interesse nel sostenere le coltivazioni di marijuana a scopo medico, l’industria manifatturiera e la difesa informatica, tutto tramite fondi e sussidi.

Secondo il Ministero dell’Economia dello Stato, l’idea è di far concorrenza alla Silicon Valley.

Uno dei protagonisti di questo processo è il Jewish National Fund [Fondo Nazionale Ebraico] (JNF) un’organizzazione con sedi negli USA e a Gerusalemme che ha ricevuto un’autorizzazione governativa speciale da parte di Israele per acquistare e sviluppare dei terreni per i coloni ebrei.

Supervisiona molti progetti nella regione, spesso bonificando enormi distese di terreni per piantare foreste. Alcune comunità non riconosciute di beduini si trovano in aree destinate a essere evacuate per i progetti del JNF.

Sul sito del JNF, dove si presenta il piano per il Negev, si illustra un progetto per insediarvi 500.000 persone provenienti da altre parti della regione.

Il deserto del Negev rappresenta il 60% del territorio di Israele ma ospita solo l’8% della popolazione del Paese” c’è scritto. “E in queste cifre sbilanciate noi vediamo un’opportunità di crescita senza precedenti.”

Il “Progetto Negev” del JNF dà grande evidenza alla priorità di sostenere le comunità beduine della regione, ma elenca collaborazioni solo con città beduine “riconosciute”.

Nessun portavoce del JNF ha risposto a un’email con cui si richiedeva un commento.

Thabet Abu Rass, il co-direttore di Abraham Initiatives, un’ONG che opera per i diritti politici in Israele, ha detto di non essere d’accordo con il piano governativo principalmente perché non tiene conto di nessuna delle necessità delle comunità beduine.

È un modo diverso per parlare dello sradicamento delle persone. Qui il problema è lo sradicamento delle persone.” ha detto Rass.

Il governo israeliano sta investendo un sacco di soldi nella pianificazione. Se da un lato è bene pianificare per la gente, dall’altro non va bene pianificare contro la loro volontà … i beduini non hanno voce in capitolo.”

Rass rammenta molti casi in cui il governo d’Israele ha fatto dei piani per il Negev senza consultare i beduini e senza accettare o neppure prendere in considerazione i loro diritti sulla terra.

La terra in Israele è una questione che ha motivazioni ideologiche” ha detto Rass. “Israele si definisce uno Stato ebraico e per loro è importante controllare sempre maggiori estensioni di territorio.”

Per Rafaiya i progetti sono semplicemente inaccettabili. I beduini delle comunità riconosciute non si sposteranno.

Questo piano per noi è un disastro” dice Rafaiya. “Lo Stato può venire e distruggere case e comunità. Ma noi ci sposteremo solo da morti, saremo seppelliti nella nostra terra.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La morte di una neonata beduina

Caccia mortale: famiglia palestinese piange una bambina uccisa mentre scappava da un’incursione dell’esercito israeliano

Come a molti beduini che vivono nella valle del Giordano, i soldati israeliani hanno dato la caccia per anni ai Kaabnahs. Questa volta l’inseguimento è finito in tragedia

Di Shatha Hammad

a Gerico, Cisgiordania occupata

2 settembre 2019 – Middle East Eye

 

Nelle prime ore del mattino del 5 agosto la ventiquattrenne Sara Kaabnah si è svegliata per allattare al seno sua figlia di tre mesi, Hanaa. Ma non si trattava solo di occuparsi di lei.

Sara e tutta la sua famiglia di 16 membri hanno dovuto prendere in gran fretta le proprie cose, compresa la tenda collettiva in cui vivono, e poi mettersi in cammino.

La famiglia beduina, che vive nel villaggio di al-Hadidiya, nel nord della valle del Giordano di Gerico, aveva progettato di spostarsi temporaneamente verso una comunità vicina nota come Jiftlik,  a 40 minuti di distanza.

Trasferendosi, la famiglia sperava di prevenire l’arrivo dell’esercito israeliano per confiscare il loro unico serbatoio d’acqua. I soldati erano andati da loro il giorno prima, avevano fatto fotografie della cisterna per l’acqua e minacciato che sarebbero tornati a sequestrarlo.

Come per altre famiglie beduine che dipendono dall’allevamento come principale fonte di sostentamento, l’acqua per le pecore è indispensabile. Trovare il modo per sfuggire all’esercito israeliano è parte della sopravvivenza della famiglia.

Sara ha preso la piccola Hanaa  tra le braccia ed è partita con la sua famiglia su un trattore, il loro unico mezzo di trasporto. Una parte del gruppo ha guidato le pecore a piedi e un altro ha aspettato fino a quando il trattore fosse tornato a prenderlo.

Ma le cose non sono andate come previsto. Sara ed Hanaa non sono mai arrivate a Jiftlik.

Dato che la famiglia viaggiava nel buio quasi assoluto, due veicoli israeliani hanno urtato il trattore nei pressi di un posto di controllo militare. Il trattore si è rovesciato, Hanaa è caduta dalle braccia di sua madre ed è morta. Sara è rimasta sotto il pesante veicolo.

L’equipe dell’ambulanza israeliana ha subito informato la famiglia che Hanaa era rimasta uccisa nell’incidente. Sua madre è rimasta in coma, inconsapevole che non rivedrà né avrà mai più tra le braccia la sua unica figlia.

“Siamo scappati per paura che ci venisse confiscato il nostro serbatoio, per paura della sete,” ha detto a Middle East Eye  Odeh Kaabnah. “Nostra figlia è morta a causa del fatto che l’esercito israeliano ci insegue in continuazione, ed ora potrei perdere anche mia moglie.”

Con voce tremante e lacrime agli occhi, Odeh spiega che la coppia aveva chiamato la neonata Hanaa, che significa ‘felicità’ in arabo, dal nome di sua madre. È un’ironia della sorte, dice il ventiquatrenne, che Hanaa non abbia avuto l’opportunità di provare e comprendere il sentimento espresso dal suo nome.

Quando Hanaa aveva 10 giorni l’esercito israeliano ha demolito la casa della famiglia. Prima che arrivasse ai due mesi, l’esercito ha di nuovo demolito la loro casa ed ha espulso la famiglia. E quando aveva tre mesi è morta mentre la sua famiglia cercava di scappare dall’ultima operazione dell’esercito contro la loro casa.

“L’esercito israeliano ha demolito le nostre cinque tende e baracche, in cui viviamo o che utilizziamo per ricoverare le pecore,” dice Odeh. L’hanno fatto due volte in un mese, spiega, la prima il 30 giugno e poi il 20 luglio.

 

Beduini nella valle del Giordano

I Kaabnahs riempiono quotidianamente la loro cisterna con l’acqua di una sorgente di una zona vicina. Poi devono riportarla ad al-Hadidiya per uso personale e per far bere le pecore. Questa attività fondamentale richiede almeno un’ora al giorno.

“Se loro (l’esercito israeliano) ci confiscano il serbatoio per l’acqua perderemo le nostre pecore e non potremo più vivere qui. La nostra cisterna per l’acqua e il trattore sono le uniche due cose di cui siamo proprietari e che ci consentono di vivere una vita molto semplice,” dice Odeh.

Al-Hadidiya e molte altre comunità beduine tradizionalmente nomadi nella valle del Giordano sono state bersaglio di politiche israeliane intese a creare condizioni coercitive per spingere le comunità ad andarsene. Queste politiche si sono presentate sotto forma di demolizioni quasi quotidiane, de-sviluppo intenzionale e ostacoli ad ogni tentativo di costruire infrastrutture come servizi idrici o elettrici.

L’espulsione forzata, diretta o indiretta, di una popolazione civile occupata è considerata dalle leggi internazionali un crimine di guerra.

La maggioranza delle comunità beduine della Cisgiordania si trova a vivere in quella che è stata denominata Area C, che copre il 60% della Cisgiordania occupata, come parte degli accordi di Oslo del 1993 firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Da quando gli accordi sono stati firmati l’area è stata sotto totale controllo dell’amministrazione civile e del sistema di sicurezza israeliani. È stata delimitata così per includere le colonie israeliane che ospitano più di 600.000 coloni in Cisgiordania, che per il diritto internazionale sono tutte illegali.

Mentre le colonie israeliane continuano a prosperare, l’esercito israeliano impedisce alla comunità palestinesi dell’Area C di espandersi o persino di rimanere sulla terra in cui vivono attualmente. L’esercito richiede permessi di costruzione per qualunque cosa, dai recinti per gli animali alle case, e nel contempo si rifiuta di concederli. Poi procede a demolizioni punitive delle strutture per la sopravvivenza delle comunità.

 

Politiche dell’acqua

Muayyad Bisharat, il coordinatore della zona nord della valle del Giordano per l’Unione delle Commissioni per il Lavoro Agricolo (UAWC), un’associazione no profit che aiuta contadini e pastori palestinesi, afferma che l’esperienza della famiglia Kaabnah è comune nella valle del Giordano.

In base agli accordi di Oslo circa l’87% delle risorse idriche in Cisgiordania ricade sotto il controllo israeliano. Con le politiche discriminatorie israeliane i palestinesi hanno gravissimi problemi di accesso all’acqua.

Bisharat spiega che la maggioranza dei pozzi sotterranei è stata scavata tra il 1948 e il 1967 durante il governo giordano in Cisgiordania e raggiungono solo la profondità di circa 70 metri. Con il passar del tempo in alcuni dei pozzi l’acqua è diventata salata ed altri si sono asciugati a causa delle politiche israeliane che hanno impedito ai palestinesi di risistemarli ed ampliarli.

Nel contempo le autorità israeliane consentono ai coloni di scavare i loro pozzi a una profondità di 500 metri, pompando grandi quantità di acqua per le colonie agricole e le basi militari.

“Le tubature idriche passano sotto comunità beduine e villaggi palestinesi, ma ai palestinesi è vietato utilizzare quest’acqua. La grande maggioranza è obbligata a comprarla e a trasportarla da lunga distanza, al costo di circa 50 dollari per un serbatoio d’acqua,” dice Bisharat.

In varie occasioni la dirigenza israeliana ha manifestato l’intenzione di conservare il totale controllo della valle del Giordano, che contiene la maggior parte delle ricche risorse naturali della Cisgiordania ed è ritenuta da Israele indispensabile.

“L’esercito ci dà la caccia, le guardie dei coloni ci danno la caccia, l’amministrazione civile israeliana ci dà la caccia e tutti i giorni fa irruzione nelle nostre case. Ci aggrediscono davanti alle nostre famiglie senza ragione,” dice Odeh, aggiungendo di credere che gli attacchi non siano solo fisici ma anche psicologici, intesi a instillare paura nelle famiglie.

In base alle tradizioni beduine Odeh e Sara si sono sposati molto giovani nel 2016. Lui immaginava che la sua vita sarebbe stata molto più stabile, dice.

“Ho costruito una stanza in cemento con un tetto di zinco perché ci andassimo a vivere. Pochi mesi dopo il nostro matrimonio l’esercito israeliano ha demolito la stanza,” dice.

“Da quando ci siamo sposati ed abbiamo formato una famiglia abbiamo sofferto a causa dell’ esercito israeliano e delle sue persecuzioni. La mia vita si è trasformata in paura ed ansia, e in spostamenti da un posto all’altro.”

 

Continue sofferenze

Odeh è riuscito ad andare a trovare sua moglie Sara in ospedale solo una volta, e solo per pochi minuti. Sta aspettando un altro permesso israeliano, di cui ha bisogno per entrare a Gerusalemme, dove lei è in cura nell’unità di terapia intensiva dell’ospedale Hadassah.

“Dall’incidente Sara è in coma. È stata colpita alla testa, ha fratture al cranio e al volto ed emorragie interne nei polmoni,” dice Odeh.

Da una parte teme di perderla. Dall’altra ha paura del momento in cui dovrà dirle della morte della loro figlioletta. Come farà a dirglielo nel momento in cui lei chiederà di Hanaa? Cosa le dirà? si chiede.

Esita prima di riuscire a descrivere com’era ridotta Sara quando è andato a trovarla.

“Era come un cadavere. Niente si muoveva, tranne il suo petto quando respirava. Ho molta paura che muoia.

“Tutto quello che spero in questo momento è che Sara viva, che torni con noi. Abbiamo sofferto troppo, vogliamo solo vivere.”

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

 




Laburismo israeliano e colonizzazione

Come il partito Laburista israeliano ha concepito le colonie ebraiche illegali in Palestina

 

Ramzy Baroud

24 agosto 2019  Middle East Monitor

 

 

Dopo la vittoria israeliana nella guerra del 1967 diventò impossibile per gli ideologi sionisti mascherare la vera natura del loro Stato: un regime colonialista inflessibile con un progetto espansionista.

Anche se il sionismo fu fin da principio un’impresa coloniale, molti sionisti rifiutarono di vedere se stessi come colonizzatori. I “sionisti culturali”, i “sionisti riformisti” e i “sionisti laburisti” sostenevano progetti politici simili a quelli dei “revisionisti” [la corrente sionista di destra, ndtr.] e di altre forme estreme di sionismo. Quando venne messa alla prova, la differenza tra il sionismo di sinistra e di destra dimostrò di essere una semplice semantica ideologica. Entrambi i gruppi lavorarono per mantenere la stessa dissonanza cognitiva: vittime alla ricerca di una patria e coloni con un progetto razzista e violento.

Questo paradigma intellettuale egoista è ancora in vigore oggi, più definito nei discorsi politici apparentemente conflittuali dei partiti di destra (Likud e altri partiti nazionalisti religiosi e di estrema destra) e di sinistra (laburista e altri) israeliani. Per i palestinesi, tuttavia, entrambe le correnti politiche sono due facce della stessa medaglia.

Dopo la decisiva vittoria israeliana nella guerra del giugno 1967, il nazionalismo ebraico acquisì un nuovo significato. Nacque l’“esercito invincibile” di Israele, e anche gli ebrei scettici cominciarono a vedere Israele come uno Stato vittorioso, che ora era una forza regionale, se non internazionale, di cui tener conto. Cosa altrettanto importante, furono i cosiddetti “progressisti di sinistra” israeliani e altri “sionisti moderati” che progettarono completamente il periodo più riprovevole della storia.

L’occupazione israeliana del Sinai, delle Alture del Golan, di Gerusalemme est, della Cisgiordania e di Gaza e la distruzione degli eserciti uniti di Egitto, Siria e Giordania entusiasmarono la maggioranza degli israeliani, spingendo molti a sviluppare una prospettiva imperialista e ad adottare totalmente un progetto colonialista, basato sulla convinzione che il loro esercito fosse il più forte in Medio Oriente. Gli stessi istinti espansionisti contribuirono a santificare il principio sionista secondo cui “non si sarebbe dovuto dividere mai più Eretz Israel [la Terra di Israele, ndtr.].”

Di fatto, come ha sostenuto il professor Ehud Sprinzak (citato nel libro di Nur Masalha “Imperial Israel and the Palestinians: The Politics of Expansion” [Israele imperialista e i palestinesi: la politica di espansione]), dopo la vittoria israeliana nel 1967, il concetto di espansione imperialista e il rifiuto della “divisione” di Eretz Israel si convertì in “un principio più vigoroso e influente nel sionismo moderno.” Indipendentemente dal fatto se Israele abbia anticipato del tutto questa espansione territoriale di massa o meno, il Paese sembrava deciso a rafforzare rapidamente le proprie conquiste, rifiutando qualunque richiesta di tornare alle linee dell’armistizio del 1949.

Benché gli ebrei religiosi fossero intossicati dall’idea che la zona biblica di “Giudea e Samaria” “ritornasse” ai suoi lontani proprietari, il primo movimento per capitalizzare le conquiste territoriali fu, di fatto, un’organizzazione laica d’élite chiamata “Movimento per Tutta la Terra di Israele” (WLIM).

La conferenza ufficiale di fondazione del WLIM si celebrò poco dopo la vittoria di Israele. Benché fosse stata fondata e dominata da attivisti del partito Laburista, il WLIM superò i confini del partito e le divisioni ideologiche, unite nella loro determinazione a conservare tutta la Palestina, come tutto Israele. In quanto alla popolazione indesiderata, quelli che non vennero espulsi dovevano essere assoggettati a dovere.

Mentre l’Egitto e altri Paesi arabi denunciavano la loro sfortunata guerra, la Palestina si occupò totalmente della prigionia dei palestinesi nella loro stessa terra. Proprio quando Israele celebrava la sua vittoria sugli eserciti arabi ufficiali, i soldati israeliani si riprendevano sorridenti mentre facevano il segno di vittoria presso il cosiddetto “Muro del Pianto”, così come nei luoghi santi della Gerusalemme araba. I palestinesi si prepararono al peggio.

Di fatto, come Baruch Kimmerling scrive nel suo libro “The Palestinian People: A History” [I Palestinesi: la genesi di un popolo, La Nuova Italia, 2002], “fu il momento nella storia palestinese più privo di speranza”, i rifugiati palestinesi che sognavano di tornare alla Palestina precedente al 1948 si scontrarono con una immane difficoltà, nei fatti una nuova Nakba, perché il problema dei rifugiati ora peggiorò e si aggravò a causa della guerra e della creazione di 400.000 nuovi rifugiati. Le ruspe israeliane si spostarono rapidamente in molte parti dei territori palestinesi appena conquistati, come fecero in altre terre arabe occupate, demolendo realtà storiche e costruendone di nuove, come fanno tuttora.

Poco dopo la guerra, Israele cercò di rafforzare la sua occupazione, in primo luogo rifiutando le proposte di pace presentate dal nuovo presidente egiziano, Anwar Sadat, a partire dal 1971, e in secondo luogo attivando la costruzione di colonie in Cisgiordania e a Gaza.

Le prime colonie avevano scopi militari e strategici, dato che l’intenzione era quella di creare fatti sul terreno tali da alterare la natura di un qualunque futuro accordo di pace; di lì il piano Allon, così chiamato da Yigal Allon, un ex ministro e generale del partito laburista nel governo israeliano, che si assunse il compito di delineare un progetto israeliano per i territori palestinesi appena conquistati.

Il piano intendeva annettere per “ragioni di sicurezza” il 30% della Cisgiordania e tutta Gaza. Stabilì la costituzione di un “corridoio di sicurezza” lungo il fiume Giordano, oltre alla “Linea verde”, una delimitazione israeliana unilaterale delle proprie frontiere con la Cisgiordania. Il piano prevedeva l’annessione della Striscia di Gaza a Israele e intendeva restituire parte della Cisgiordania alla Giordania come primo passo verso la messa in pratica dell’“opzione giordana” per i rifugiati palestinesi, cioè la pulizia etnica con la creazione di una “patria alternativa” per i palestinesi.

Il piano fallì, ma non del tutto. I nazionalisti palestinesi garantirono che mai si sarebbe realizzata una patria alternativa, ma la confisca, la pulizia etnica e l’annessione della terra occupata furono un successo totale. Ciò che fu altrettanto importante e coerente fu che il piano di Allon fornì un indicatore inequivocabile che il governo laburista di Israele aveva tutte le intenzioni di conservare almeno grandi aree della Cisgiordania e di tutta Gaza, e non intendeva rispettare la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [risoluzione del 1967, che imponeva il ritiro dai territori occupati, ndt.].

Per approfittare dell’interesse politico della colonizzazione in Cisgiordania per il governo, un gruppo di ebrei religiosi affittò un hotel nella città palestinese di Hebron (Al-Khalil) per passare la festa di Pesach [la Pasqua ebraica, ndtr.] nella “Tomba dei patriarchi” e si rifiutò semplicemente di andarsene. Ciò provocò la passione per la Bibbia degli israeliani religiosi ortodossi in tutto il Paese, che si riferivano alla Cisgiordania con la sua denominazione biblica, Giudea e Samaria. Il loro movimento risvegliò anche le ire dei palestinesi, che videro con totale costernazione come la loro terra venisse conquistata, chiamata con un nuovo nome e poi colonizzata da stranieri.

Nel 1970, per “espandere” la situazione, il governo israeliano costruì la colonia di Kiryat Arba nella periferia della città araba, che attirò altri ebrei ortodossi a Hebron. Il piano Allon poteva essere stato ideato per obiettivi strategici, ma poco dopo ciò che era strategico e politico si confuse con quello che diventò religioso e spirituale.

In definitiva i palestinesi stavano perdendo molto velocemente la loro terra, un processo che avrebbe portato a un grande spostamento di popolazione israeliana, inizialmente a Gerusalemme est occupata – che venne annessa illegalmente poco dopo la guerra del 1967 – e alla fine nel resto dei territori occupati. Nel corso degli anni l’aumento delle colonie strategiche si unì all’espansione per ragioni religiose, promossa da un movimento vitale, esemplificato nella creazione di Gush Emunim (Blocco dei Fedeli [movimento dei coloni nazional-religiosi, ndtr.]) nel 1974. Il movimento era deciso a insediare in Cisgiordania legioni di fondamentalisti ebrei.

Il piano di Allon si estese anche fino ad includere Gaza e il Sinai. Allon desiderava creare una “striscia” di territori che avrebbe fatto da zona cuscinetto tra Egitto e Gaza. “Zona cuscinetto” fu, in questo contesto, un nome in codice per colonie ebraiche illegali e posti militari nell’estremo sud della Striscia di Gaza e in zone adiacenti del nord del Sinai, una regione che Israele denominò la “pianura di Rafiah”.

All’inizio del 1972 migliaia di uomini, donne e bambini, per lo più beduini palestinesi, vennero espulsi dalle loro case nel sud di Gaza. Nonostante vivessero nella zona da generazioni, la loro presenza era un ostacolo rispetto ad un piano dell’esercito israeliano che presto avrebbe inglobato la metà di Gaza. Furono evacuati senza che venisse loro permesso di portare via neppure i propri beni, per modesti che fossero. L’esercito israeliano affermò che nella zona la pulizia etnica venne messa in atto “solo” a danno di 4.950 persone. Ma i capi delle tribù affermarono che più di 20.000 abitanti vennero obbligati ad abbandonare le proprie case e terre.

Allon aveva conferito ad Ariel Sharon e ad altri comandanti militari l’incarico di dividere i territori da poco occupati in piccole regioni, tra le quali inserire colonie strategiche e basi militari per indebolire la resistenza locale e consolidare il controllo israeliano.

“(Sharon) racconta di essersi trovato in una duna (nei pressi di Gaza) con ministri del governo”, scrisse Gershom Gorenberg, “a spiegare che, insieme alle misure militari, per controllare la Striscia voleva “strisce” di colonie che dividessero le città tagliando la regione in quattro parti. Un’altra “striscia” avrebbe attraversato il confine del Sinai, contribuendo a creare una “zona neutrale ebraica tra Gaza e il Sinai per interrompere il flusso di armi e dividere le due regioni, nel caso in cui il resto del Sinai fosse tornato all’Egitto.”

Il resto è storia. Benché negli ultimi giorni la presenza demografica dei coloni si sia spostata in larga misura verso destra e la loro influenza politica sia aumentata esponenzialmente a Tel Aviv, questi coloni, che ora rappresentano circa 600.000 persone che vivono in più di 200 insediamenti, sono l’orribile creazione della “sinistra” israeliana con il totale sostegno e appoggio della destra, tutti al servizio della causa originaria del sionismo, che è rimasto fedele ai principi fondativi: un movimento colonialista sostenibile solo con la violenza e la pulizia etnica.

 

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

 

 

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)

 




Storia e politica dei beduini. Rivisitazione del nomadismo nella Palestina moderna

Middle East Monitor

The History and Politics of the Bedouin. Reimagining Nomadism in Modern Palestine [Storia e politica dei beduini. Rivisitazione del nomadismo nella Palestina moderna]

Autore : Seraj Assi

Data di pubblicazione: aprile 2018 Editore : Routledge, 222 pagine

Recensione di Ramona Wadi – 31 gennaio 2019

Lo studio di Seraj Assi sul nomadismo fa chiarezza sulle precedentemente nascoste interpretazioni che hanno contribuito al fatto che si sia discusso dei beduini da un punto di vista colonialista. The History and Politics of the Bedouin –Reimagining nomadism in Modern Palestine [Storia e politica dei beduini. Rivisitazione del nomadismo nella Palestina moderna] (Routledge, 2019) esplora la storia che sta dietro le imposizioni dall’esterno sulla popolazione. Le prime narrazioni, per lo più di rappresentanti dell’impero britannico, hanno influenzato la politica e la retorica contro i beduini “radicate nella visione sedentaria del nomadismo.”

Ispirato alla teoria post-coloniale riguardo a come la rappresentazione di soggetti colonizzati abbia fornito una “giustificazione morale” alla dominazione europea, il libro di Assi è una critica antropologica che gradualmente costruisce una complessa immagine su come il potere definisca ciò che compete allo Stato e, di conseguenza, cosa manipolare e chi escludere.

Il libro esplora cinque temi principali: l’eredità etnologica del “Palestine Exploration Fund” [Fondo di Esplorazione della Palestina, società orientalista britannica fondata nel 1865, ndtr.]; la percezione britannica del nomadismo; l’eredità dell’amministrazione britannica nel sud della Palestina; la percezione araba del nomadismo; come la storiografia sionista ha rappresentato il nomadismo.

Assi inizia con una domanda importante: “Perché Israele, che si vanta del proprio carattere democratico, continua a respingere i diritti dei beduini sulla terra come ‘invasioni tribali’ su terre dello Stato?” La sua ricerca mostra che i britannici rappresentavano gli arabi come nomadi, dando quindi inizio all’individuazione di una tendenza che con il tempo trova un terreno comune con la propaganda sionista riguardo alla terra desolata.

Recuperare le narrazioni dei beduini e sfidare i concetti colonialisti prevalenti, afferma Assi, richiede uno spostamento del centro dell’attenzione e dell’analisi storica. Egli identifica tre problemi principali che ostacolano tali narrazioni: concentrarsi su periodi in cui è emersa la coscienza nazionale palestinese; l’attenzione sulla Palestina urbana, che marginalizza i gruppi subalterni; scarso interesse nei confronti del dominio britannico in Palestina, dovuto al fatto che la maggior parte degli studi si concentra sul contrasto tra Palestina e sionismo.

Il libro ci ricorda che una classificazione storica lineare del nomadismo non è efficace. Il periodo del Mandato britannico, per altro verso, fornisce il punto di partenza per studiare concetti sul nomadismo e su come questi abbiano influenzato sia la narrazione coloniale che nazionale. Assi descrive il nomadismo come un’“eredità condivisa”. Analizza come “nazionalismo e colonialismo siano ugualmente coinvolti nel duplice processo di negazione e di invenzione, di cancellazione e riscatto, associazione e assimilazione, che plasmano la percezione e gli atteggiamenti colonialisti verso il nomadismo.”

La ricerca di Assi mostra che attribuire il nomadismo ai beduini servì in origine agli interessi imperialisti in Palestina. La categorizzazione e le attribuzioni razziali da parte degli esploratori britannici nella Palestina ottomana crearono discordanze sul diritto alla terra. I beduini vennero classificati come una razza pura, diversi dai “fellahin” [contadini, ndtr.] e dalla “gente di città”, ma ritenuti anche invasori che, con il loro nomadismo, “rendevano desolata la terra.”

Questi primi pregiudizi vennero inseriti nelle ambizioni politiche britanniche e gettarono le basi della dominazione coloniale in Palestina. Assi cita il colonnello F. R. Conder [un esploratore inglese, ndtr.] il quale affermò che “a me sembra che il miglior futuro che possa toccare alla Palestina sia di essere occupata da una forte potenza europea, che possa individuare il valore delle (sue) risorse naturali.”

Ai beduini venne anche attribuita una lealtà tribale che, secondo gli esploratori britannici, escludeva caratteri nazionali. Tuttavia, dati i tentativi di limitare le possibilità del nazionalismo in Palestina, queste caratteristiche devono essere lette all’interno del contesto coloniale. Classificandoli come nomadi, tribali ed estranei alla Palestina, i beduini vennero automaticamente esclusi da qualunque nozione di formazione di uno Stato.

Assi afferma chiaramente che i concetti britannici di nomadismo servivano agli scopi colonialisti. L’esclusione della proprietà beduina sulla terra con l’imposizione del sistema britannico portò a una conferma delle originarie caratteristiche nomadiche. La situazione economica dei beduini era etichettata come “un’economia primitiva della povertà…a cui manca il tipo di economia che esiste tra le popolazioni sedentarie.” Facendo ricorso alla superiorità per evitare di riconoscere in modo costruttivo la politica e la società beduine, i britannici dissociarono i beduini dalla causa nazionale palestinese.

Le tre principali caratteristiche imposte sui beduini dai britannici li resero una etnia separata, distinta dagli altri gruppi etnici in Palestina, estranei alla Palestina raffigurandoli come una tribù di conquistatori privi di Stato a causa della definizione coloniale di nomadismo.

Benché ci siano stati tentativi dei palestinesi di integrare i beduini nella lotta nazionale, gli sforzi iniziali portavano con sé un punto di partenza simile a quello dei colonialisti britannici, in termini di attribuzione di purezza razziale. Assi tratteggia i tentativi dello storico palestinese Aref Al-Aref, un funzionario del Mandato britannico che agiva contro gli interessi sionisti e britannici e il cui lavoro sui beduini è considerato una narrazione storica che “rasenta l’antropologia politica.” Al-Aref, tuttavia, tentò di ribaltare i parametri di esclusione britannici e sionisti, mostrando come i beduini “non fossero fuori dalla storia, ma gli attori del ritorno degli arabi alla storia.”

L’autore descrive anche come Al-Aref abbia tentato di coinvolgere i beduini nel fondare diritti tribali sulla terra attraverso la proprietà privata piuttosto che collettiva. A questo proposito, afferma Assi, “nella sua mente persisteva il concetto che regolamentare la proprietà equivalesse a formare uno Stato-Nazione.”

Per i sionisti conquistare il deserto del Naqab [in ebraico Negev, ndtr.] equivaleva alla “concretizzazione finale del sionismo.” Assi descrive come i primi coloni inizialmente si siano assimilati con i beduini, ma fu una fase transitoria nella rivendicazione ebraica sulla terra che inaugurò i legami sionisti tra il nazionalismo agrario e il colonialismo di insediamento.

Riguardo alla strategia di colonizzazione sionista l’autore cita Ben Gurion: “Se lo Stato non mette fine al deserto, il deserto rischia di mettere fine allo Stato.”

Questa citazione del primo capo del governo di Israele è analizzata meglio se contrapposta all’analisi di Assi delle opinioni di Al-Aref sui beduini e sul nomadismo. Al-Aref afferma che i beduini non possono essere considerati come estranei e nomadi, in quanto i loro spostamenti avvengono nel loro stesso territorio, regolato dalla proprietà beduina. Il colonialismo intendeva eliminare la tradizionale proprietà della terra dei beduini, da cui l’assunzione degli originari concetti britannici di nomadismo per descrivere la comunità beduina.

Il dettagliato studio di Assi accresce la consapevolezza riguardo ai legami tra la percezione imperialista e le imposizioni sioniste e a come questa abbia modellato la narrazione esterna sui beduini e sul nomadismo. Inventare il nomadismo serviva agli interessi britannici e sionisti per fondare il lungo processo di colonizzazione. In un momento in cui l’espulsione forzata della comunità beduina rimane una priorità per il governo israeliano, questo libro è una lettura obbligata per comprendere l’invenzione politica della narrazione degli autoctoni.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Khan al-Ahmar: come stanno veramente le cose.

Angela Godfrey-Goldstein

+972 Magazine, 18 dicembre 2018

Negli ultimi mesi i media hanno raccontato mille volte la storia di Khan al-Ahmar. Ma il modo in cui è stata raccontata è pieno zeppo di equivoci. Ecco la vera storia del tormentato villaggio.

Il villaggio di Khan al-Ahmar, che ospita 193 Beduini palestinesi e una scuola, è sotto la minaccia molto seria e imminente di demolizione e di trasferimento forzato da parte delle autorità israeliane. Israele vuole toglier di mezzo Khan al-Ahmar per facilitare il suo piano di sviluppo “E-1”, che prevede 3.910 unità abitative per Israeliani e oltre 2.000 camere d’albergo e che dovrebbe collegare la colonia israeliana di Ma’ale Adumim con Gerusalemme Est. Intorno a questo blocco sarebbe poi costruito il muro di separazione, completando la “giudeizzazione” di tutta Gerusalemme e compromettendo la fattibilità di uno stato palestinese.

Negli ultimi mesi i media hanno raccontato mille volte la storia di Khan al-Ahmar, da quando la Corte Suprema israeliana ha dato il permesso di demolizione. Da quel momento, gli attivisti si sono preparati a dar battaglia contro quella che sembrava una demolizione imminente. Poi, col montare della pressione internazionale, il governo israeliano ha sospeso la demolizione. Ma il modo in cui questa storia è stata raccontata è pieno zeppo di equivoci.

Equivoco n° 1: La Corte Suprema ha ordinato l’evacuazione e la demolizione.

Questa falsa notizia è stata diffusa dal primo ministro Netanyahu che ha detto: “Questa è una decisione della Corte, questa evacuazione e demolizione è la nostra linea e sarà messa in atto.” In realtà, la Corte Suprema israeliana ha dichiarato che, poiché quelle strutture non hanno i dovuti permessi, possono essere demolite se così decide il governo, mentre i Beduini non possono essere trasferiti con la forza se decidono di non spostarsi.

Fino ad ora, i Beduini hanno respinto ogni “offerta” di essere trasferiti vicino a una discarica di rifiuti oppure vicino a un impianto di trattamento dei liquami. La vicenda non interessa soltanto i pochi Beduini di Khan al-Ahmar, poiché decine di migliaia di Palestinesi sono ora minacciati di demolizioni nell’Area C della Cisgiordania (che è totalmente sotto il controllo militare di Israele) e la decisione a Khan al-Ahmar potrebbe avere conseguenze negative per loro.

Equivoco n° 2: I Beduini di Khan al-Ahmar hanno costruito illegalmente su terreni dello Stato.

La frequente affermazione che i Beduini avrebbero costruito illegalmente su terreni dello stato (a partire dagli anni 1950) ignora il fatto che quelle terre sono proprietà privata di Palestinesi che stanno ad Anata. Questo equivoco è stato favorito dall’esercito israeliano che, all’inizio dell’anno, ha emesso nei confronti di questi stessi proprietari delle ordinanze provvisorie di esproprio per la costruzione di strade di servizio che dovevano agevolare la demolizione di Khan al-Ahmar. L’avvocato dei Beduini, Tawfiq Jabareen, ha detto alla Corte che la procedura di esproprio per quei terreni era stata avviata negli anni 1970, ma non era mai stata formalizzata, deducendo quindi che la proprietà era rimasta ai Palestinesi.

Quanto alle abitudini dei Beduini, malgrado un comune pregiudizio, si deve sapere che non sono nomadi. I Beduini del Negev erano tradizionalmente dei proprietari terrieri che si spostavano in modo quasi-nomade sulle loro terre deserte, ma fu loro impedito di conferire i loro terreni alla “Israel Land Authority” il 95% del territorio di Israele è di pubblico dominio; essere “proprietario” significa affittarne una parte da questa Authority per periodi di 49 o 98 anni, NdT. Sono stati quindi accusati di occupare abusivamente le loro stesse terre e sono soggetti ad esserne rimossi, in ossequio al mito di una terra senza popolo. L’avvocato Jabareen, inoltre, ha presentato al comitato per il piano edilizio dell’esercito una mappa giordana in cui la destinazione d’uso della zona è descritta come “terra deserta,” ciò che –secondo le leggi territoriali dell’area– non richiederebbe permessi di costruzione.

Equivoco n° 3: I residenti di Khan al-Ahmar si mostrano irragionevoli.

Niente di più falso. I Beduini di Khan al-Ahmar hanno presentato un progetto di massima in cui propongono di spostarsi più lontano dall’autostrada, ma le autorità israeliane si sono rifiutate di esaminarlo. Una delle motivazioni secondo cui Khan al-Ahmar dovrebbe essere distrutto è proprio il fatto che si trova troppo vicino all’autostrada.

Dopo la costruzione della scuola nel 2009, nel 2012 i Beduini di Khan al-Ahmar hanno spontaneamente trasferito il campo giochi e il blocco dei bagni in concomitanza con la costruzione dell’autostrada: un ingegnere stradale aveva promesso di spostare la strada in modo che non fosse troppo vicina alla scuola, cosa che non è mai avvenuta.

Secondo molti resoconti, i residenti di Khan al-Ahmar si dimostrano “irragionevoli” perché rifiutano di spostarsi di solo 200 metri, ma in realtà questa è un’offerta che non è mai stata fatta. I Beduini hanno studiato la possibilità di spostare il villaggio con tutte le sue case di 500 metri, ma un’autostrada pianificata da Israele impedisce questo spostamento, oltre al fatto che la proprietà dei terreni in cui spostarsi sarebbe problematica.

La presenza dei Beduini a Khan al-Ahmar garantisce attualmente la continuità tra Gerusalemme Est e il resto della Cisgiordania, rendendo–a parere di molti­– gli stessi Beduini i guardiani della soluzione a due stati. La demolizione del villaggio e il trasferimento forzato degli abitanti in un’area di sviluppo urbano configurerebbe non solo dei potenziali crimini di guerra (un’ipotesi che è attentamente seguita dal procuratore della Corte Penale Internazionale), ma metterebbe anche a forte rischio di estinzione la cultura del deserto dei residenti.

Angela Godfrey-Goldstein è la condirettrice di Jahalin Solidarity.

https://972mag.com/khan-al-ahmar-setting-record-straight/139270/

Traduzione di Donato Cioli

A cura di AssopacePalestina




Proteste contro la demolizione di Khan al-Ahmar

Le proteste travolgono Khan al-Ahmar mentre le forze israeliane si preparano alla demolizione

Macchinari pesanti circondano il villaggio beduino in vista della sua distruzione, che secondo chi la critica rappresenterà un crimine di guerra

Middle East Eye

 

MEE and agencies

Mercoledì 4 luglio 2018

Mercoledì palestinesi hanno protestato all’interno e attorno a Khan al-Ahmar mentre le forze israeliane hanno iniziato i preparativi per distruggere il villaggio beduino nella Cisgiordania occupata, nonostante le richieste internazionali di non proseguire nel progetto.

Abitanti e attivisti sono saliti sui bulldozer e hanno sventolato bandiere palestinesi nel tentativo di impedire che la demolizione abbia luogo.

La delegata del comitato esecutivo dell’OLP Hanan Ashrawi ha condannato gli imminenti progetti da parte dell’esercito israeliano di radere al suolo Khan al-Ahmar e ha sollecitato la comunità internazionale ad agire.

“La protezione delle famiglie palestinesi e il trasferimento forzato della nostra popolazione autoctona nelle condizioni di persone senza casa e disperate è assolutamente inaccettabile,” ha detto Ashrawi.

“Chiediamo al governo israeliano di annullare immediatamente i suoi illegali progetti di demolizione della comunità palestinese di Khan al-Ahmar.”

“Il fatto che Israele voglia distruggere un intero villaggio in cui gli abitanti hanno vissuto per 50 anni con l’unico scopo di espandere la colonia illegale cisgiordana di Kfar Adumim è vergognoso e inumano.”

La Mezzaluna rossa palestinese ha informato di 35 persone ferite, di cui 4 ricoverate in ospedale.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha affermato che 9 persone sono state arrestate – 5 del villaggio e altre 4, compreso il responsabile delle ricerche sul campo del gruppo.

La polizia ha informato di due arresti e ha detto che sono state lanciate pietre contro i funzionari.

L’incidente è avvenuto dopo che gli attivisti hanno affermato che martedì l’esercito israeliano ha emesso un mandato ai 173 abitanti di Khan al-Ahmar in cui si autorizzava l’esercito stesso a impadronirsi delle strade di accesso al villaggio.

Mercoledì nella zona sono stati visti macchinari pesanti, che hanno suggerito l’ipotesi che si stesse preparando una strada per agevolare l’evacuazione del villaggio e la sua demolizione.

Immagini hanno mostrato bulldozer e macchinari edili pesanti di proprietà di CAT, JCB e dell’impresa cinese Liugong parcheggiati fuori dal villaggio.

Fino al momento della stesura di questo articolo le imprese non hanno risposto alle richieste di commento.

“Oggi stanno procedendo con un lavoro infrastrutturale per agevolare la demolizione e il trasferimento forzato degli abitanti,”, ha detto all’AFP Amit Gilutz, portavoce di B’Tselem.

Le autorità israeliane dicono che il villaggio e la sua scuola sono stati costruiti illegalmente, e in maggio la Corte Suprema ha respinto un ultimo appello contro la demolizione.

Ma gli attivisti sostengono che gli abitanti hanno poche alternative se non costruire senza licenza edilizia israeliana, dato che questo documento non viene quasi mai concesso ai palestinesi perché costruiscano in aree della Cisgiordania in cui Israele ha il totale controllo sulle questioni civili.

Le autorità israeliane dicono di aver offerto agli abitanti un luogo alternativo, ma i residenti di Khan al-Ahmar rilevano che si trova nei pressi di una discarica.

I palestinesi di Khan al-Ahmar hanno giurato di non lasciare mai la propria terra.

“Abbiamo vissuto qui dal 1951. Mio nonno, mio padre ed io,” ha detto a Middle East Eye Faisal Abu Dawoud, un abitante di 43 anni. “È impossibile per noi lasciare questo posto. Anche se ci arrestano tutti e ci buttano fuori, torneremo.”

Khan al-Ahmar  è stato per lo più edificato con lamiere precarie e strutture di legno, come avviene tradizionalmente nei villaggi beduini.

Il sottosegretario inglese per il Medio Oriente, Alistair Burt, in maggio l’ha visitato e ha chiesto al governo israeliano di dare prova di moderazione.

Ha messo in guardia che ogni trasferimento forzato “potrebbe configurarsi come  trasferimento forzato di persone di competenza delle Nazioni Unite.”

Un simile atto sarebbe considerato una violazione della Convenzione di Ginevra, e quindi un crimine di guerra.

Anche la Francia ha bocciato i progetti israeliani per la comunità palestinese.

“I villaggi si trovano anche in una zona che è essenziale per la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese e quindi per la realizzazione di una soluzione dei due Stati, che oggi viene minacciata dalla decisione delle autorità israeliane,” ha detto in un comunicato la portavoce del ministero degli Esteri francese, Agnes Von Der Muhll.

Khan al-Ahmar si trova ad est di Gerusalemme, nei pressi di parecchi grandi blocchi di colonie israeliane e vicino all’autostrada per il Mar Morto.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




I bulldozer, i beduini e la pulizia etnica annunciano la morte della soluzione dei due Stati

Peter Oborne

Venerdì 15 giugno 2018, Middle East Eye

Gli abitanti del villaggio beduino di Khan al-Ahmar temono che la loro comunità in Cisgiordania, da tempo minacciata, possa essere demolita entro pochi giorni.

KHAN AL-AHMAR, Cisgiordania occupata – Ci vogliono circa 30 minuti per andare in macchina da Gerusalemme all’ormai condannata comunità beduina di Khan al-Ahmar, situata sull’autostrada per Gerico in Cisgiordania. Ma non c’è un’uscita sull’autostrada. Dobbiamo parcheggiare in una vicina piazzola, scavalcare la barriera metallica, evitare [di essere travolti dal] veloce traffico in arrivo e poi arrampicarci su un ripido pendio per raggiungere il villaggio.

A Khan al-Ahmar abitano 173 persone, molti sono pastori beduini che vivono nella zona da tempi immemorabili. Ma lo Stato di Israele è determinato a demolire il villaggio per fare spazio all’espansione della vicina colonia di Kfar Adumim.

Tre settimane fa, dopo anni di battaglie legali, il governo ha ricevuto dalla Corte Suprema l’autorizzazione a trasferire i beduini. I giudici hanno stabilito che la demolizione può essere effettuata perché i beduini non hanno le licenze edilizie. Ma questa è una mistificazione: i beduini non hanno modo di ottenere i permessi.

Per quanto riguarda i beduini, adesso a loro non resta che attendere l’arrivo dei bulldozer e dell’esercito israeliano che li portino via.

È stato loro assegnato un nuovo luogo per abitare vicino a una discarica a Gerusalemme est. In questa zona urbana, sulla quale non sono stati consultati, non c’è spazio per pascolare le loro greggi e quasi nessuna prospettiva di altri lavori. In realtà i beduini dicono che il luogo che è stato loro proposto per andarvi ad abitare è maleodorante, contaminato, tossico e inadatto perché vi vivano degli esseri umani.

Sono in viaggio con una guida dell’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Quando raggiungiamo il villaggio incontriamo Ibrahim Jahalin, un pastore. Sua figlia di 11 anni gioca lì accanto. Che cosa farà, gli domando, quando arriveranno i bulldozer?

Perché mai dovrei andare altrove?”, dice. “Sono nato qui. Loro sono arrivati dopo. Noi non ce ne andremo, qualunque cosa accada. Resteremo qui.”

Continue umiliazioni

Questa minaccia di trasferimento è solo l’ultima di una serie di umiliazioni inflitte dagli israeliani ai beduini palestinesi.

Jahalin appartiene ad una tribù espulsa dal deserto del Negev dall’esercito israeliano negli anni ’50. Si sono spostati dove ora c’è la vicina colonia di Kfar Adumim, ma sono stati espulsi anche di là.

Israele nega ai beduini l’accesso ai servizi pubblici e alle infrastrutture di base, come fa con la maggior parte dei palestinesi che vivono nell’area C della Cisgiordania [più del 60% della Cisgiordania, sotto completo controllo israeliano in base agli accordi di Oslo, ndtr.]. Non hanno accesso alla rete elettrica. Nel 2015 l’amministrazione civile israeliana ha confiscato 12 pannelli solari che erano stati donati ai beduini, anche se poi sono stati restituiti in seguito ad una causa legale.

Non vi è accesso all’autostrada Gerico-Gerusalemme, anche se si trova a circa 100 metri di distanza e mentre parliamo possiamo sentire le automobili che passano.

Ibrahim mi dice: “Ci vogliono dieci minuti per arrivare a Gerico in autostrada. Dato che noi non siamo collegati alla strada, ci impieghiamo mezz’ora.”

Questo isolamento ha conseguenze tragiche. Ibrahim ha perso la sua giovane figlia Aya per un incidente domestico. Attribuisce la responsabilità di ciò ai ritardi nel portarla in ospedale. “È morta, ma poteva essere salvata”, dice.

Io e Ibrahim chiacchieriamo nel cortile della vicina scuola, ascoltando i bambini che cantano nell’aula. E’ previsto che anche questo sito – che ospita oltre 150 alunni, molti dei quali delle comunità vicine – venga demolito.

Parlo a Ibrahim della crescente collera in Gran Bretagna e in Occidente riguardo ai piani di demolizione del suo villaggio. Boris Johnson, il ministro degli Esteri britannico, è “profondamente preoccupato”, e 100 deputati hanno scritto all’ambasciatore israeliano avvertendo che la demolizione potrebbe violare il diritto umanitario internazionale.

Ma i beduini sono comprensibilmente scettici riguardo a quest’ultima manifestazione di preoccupazione da parte dell’Occidente. Tutti sono troppo abituati alle dichiarazioni di sostegno dell’Occidente che non contano niente. Il libro dei visitatori del villaggio suona come un appello di persone importanti. Alistair Burt, sottosegretario agli Esteri per il Medio Oriente, il suo predecessore Tobias Ellwood, Ed Milliband, ex capo del partito Laburista, Valerie Amos, sottosegretaria delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari e coordinatrice degli aiuti di emergenza, Martin Shulz, ex capo del partito socialdemocratico tedesco, Emily Thornberry, ministra ombra degli Esteri [del partito Laburista, ndt.], William Hague, ex ministro degli Esteri, sono tra i 60 nomi presenti nel libro. Sono stati tenuti incontri all’ONU, al Parlamento britannico, al Parlamento europeo, in Svezia, in Norvegia. Tutto ciò non ha prodotto alcun effetto su Israele.

Se Israele procede con la demolizione, allora sarà un momento importante nella storia dell’occupazione della Cisgiordania. Nei decenni scorsi Israele ha condotto una politica che, in gran parte, ha evitato il trasferimento forzato della popolazione.

Le autorità hanno invece creato condizioni terribili per i palestinesi, nella speranza che alla fine se ne andassero di propria spontanea volontà. Adesso stanno optando per la deportazione: di fatto la sostituzione di un gruppo etnico con un altro attraverso la violenza.

Questa è pulizia etnica.

Con le parole di B’Tselem: “Questa non è una volgare o insignificante violazione del diritto umanitario internazionale, ma una violazione che costituisce un crimine di guerra.”

Cambio di passo’ nell’occupazione

Dopo la nostra visita a Khan al-Ahmar siamo ritornati sulla strada e siamo saliti alla vicina colonia di Kfar Adumim. Abbiamo costeggiato piccoli negozi, uno studio fotografico ed una scuola elementare. In plateale contrasto con il nostro viaggio al villaggio beduino, l’accesso è facile lungo strade asfaltate. I coloni vivono in confortevoli case distanziate tra loro, con vista spettacolare su un panorama dalle reminiscenze bibliche.

Parcheggiamo in cima alla collina e guardiamo giù verso il villaggio beduino. Mi sono chiesto: che cosa vedono i coloni quando guardano i beduini laggiù? Dei criminali? Dei terroristi? Una specie subumana di cui si può disporre a proprio piacimento?

Ibrahim mi ha parlato di quando alcuni coloni di Kfar Adumim si sono schierati con lui. Sono scesi nella notte a dormire nel suo accampamento in modo da poter essere d’aiuto se arrivavano i bulldozer. Un’ombra di umanità. Ma sono stati i coloni di Kfar Adumim a inviare la petizione per chiedere la distruzione della scuola del villaggio.

Ibrahim mi ha detto: “Temo che accadrà in questo fine settimana, quando c’è la festa per la fine del Ramadan.”

Sembra inevitabile che questa comunità verrà cacciata e diventerà un’altra vittima dell’occupazione. E che sarà un altro passo da gigante verso la creazione di un blocco di colonie urbane che separerà la parte sud e quella nord della Cisgiordania.

Significherà anche un cambio di passo nell’occupazione, in quanto Israele è orientato ad una politica di trasferimento forzato di altre comunità. E la soluzione dei due Stati apparirà sempre più come un sogno infranto.

Peter Oborne nel 2017 ha vinto il premio come miglior commentarista/blogger e nel 2016 è stato nominato giornalista freelance dell’anno del premio per i media online per gli articoli che ha scritto per Middle East Eye. E’ stato anche premiato come editorialista della stampa britannica dell’anno 2013. Nel 2015 si è dimesso da capo editorialista politico del Daily Telegraph. I suoi libri includono: ‘The triumph of the political class’ [Il trionfo della classe politica], ‘The rise of political lying’ [La nascita delle menzogne in politica], ‘Why the West in wrong about nuclear Iran’ [Perché l’Occidente si sbaglia sul nucleare iraniano].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Amnesty International: la demolizione illegale e il trasferimento forzato di un villaggio di Beduini palestinesi rappresenta un crimine di guerra.

Comunicato Stampa

1 giugno 2018, Amnesty International

Le autorità israeliane devono annullare immediatamente il progetto di demolire il villaggio beduino palestinese di Khan al-Ahmar e di trasferire forzatamente la comunità che ci vive, ha dichiarato Amnesty International in vista dell’arrivo anticipato dei bulldozer previsto per il 1 giugno, dopo che la settimana scorsa la Corte Suprema di Israele ha autorizzato la demolizione.

È stato previsto che i residenti del villaggio siano trasferiti in un’area vicino a quella che era la discarica municipale di rifiuti di Gerusalemme, nei pressi del villaggio di Abu Dis.

“La scandalosa decisione presa la settimana scorsa dalla Corte Suprema di permettere all’esercito israeliano di demolire l’intero villaggio di Khan al-Ahmar è stata un colpo tremendo per le famiglie che da quasi dieci anni stanno facendo una campagna di informazione e combattono una battaglia legale per rimanere sulla loro terra e preservare le loro abitudini di vita. Procedere con la demolizione non sarebbe solo un atto di crudeltà, ma rappresenterebbe anche un trasferimento forzato, che è un crimine di guerra”, ha detto Magdalena Mughrabi, vice-direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Khan al-Ahmar è abitato da circa 180 residenti della tribù beduina Jahalin. È circondato da diversi insediamenti illegali israeliani che si trovano ad est di Gerusalemme.

Da più di 60 anni, la tribù beduina Jahalin sta lottando per mantenere le proprie abitudini di vita. Dopo essere stati scacciati negli anni 1950 dalle loro terre nel deserto del Negev, hanno subito continue vessazioni, pressioni e reinsediamenti da parte dei vari governi israeliani.

Alla fine di agosto 2017, il ministro della difesa israeliani Avigdor Lieberman annunciava che entro alcuni mesi il governo avrebbe sgomberato l’intera comunità. Lo scorso 24 maggio, la Corte Suprema israeliana ha sentenziato a favore della demolizione dell’intero villaggio di Khan al-Ahmar, compresa la scuola che è stata costruita usando vecchi copertoni di auto e che fornisce istruzione a circa 170 ragazzi di cinque diverse comunità beduine.

La Corte ha deciso che il villaggio è stato costruito senza i dovuti permessi di costruzione, anche se per i Palestinesi è impossibile ottenere tali permessi nelle aree della Cisgiordania sotto controllo israeliano conosciute col nome di Zona C.

“Le autorità israeliane hanno distrutto migliaia di vite palestinesi, sottoponendo uomini, donne e bambini ad anni di traumi e di ansie con la loro politica profondamente discriminatoria di negare innanzitutto i permessi di costruzione per poi distruggere con i bulldozer case, scuole e strutture per la pastorizia”, ha detto Magdalena Mughrabi.

“Invece di continuare a punire i Palestinesi perché costruiscono senza permessi, le autorità israeliane devono smettere di costruire ed espandere i loro insediamenti illegali in Cisgiordania, ciò che rappresenterebbe un primo passo per rimuovere i civili israeliani che vivono in questi insediamenti.”

“La sentenza della Corte Suprema è estremamente pericolosa e può rappresentare un precedente ai danni di altre comunità che cercano di opporsi ai progetti israeliani di trasferirle nei centri urbani. Le autorità israeliane devono rispettare i loro obblighi legali internazionali e abbandonare ogni piano di trasferimento forzato per Khan al-Ahmar e altre comunità.”

Informazioni sul contesto

Khan al-Ahmar si trova circa due chilometri a sud della colonia di Kfar Adumin nella Cisgiordania occupata. Dal 2009, la comunità beduina che vi risiede sta combattendo contro i continui ordini di demolizione di edifici e infrastrutture, tra cui la “scuola di gomme”. Quello stesso anno, gli abitanti delle vicine colonie israeliane di Kfar Adumin, Alon e Nofei Prat hanno chiesto alla Corte Suprema israeliana di permettere all’esercito israeliano di eseguire gli ordini di demolizione già emessi.

Khan al-Ahmar è una delle 46 comunità palestinesi della Cisgiordania a rischio di trasferimento forzato, a causa dei piani di ricollocamento israeliani e delle pressioni ad andarsene che vengono esercitate sui residenti. Queste comunità si trovano nella zona designata come Area C in base agli Accordi di Oslo firmati nel 1993 da Israele e dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). In quest’area, che rappresenta più del 60% della Cisgiordania occupata, l’esercito israeliano ha il completo controllo sulla sicurezza. L’Amministrazione Civile israeliana, che è un corpo militare, controlla la pianificazione ambientale e urbanistica.

L’esercito israeliano ha recentemente annunciato nuovi progetti di demolizione per i villaggi di Ein al-Hilweh e Umm Jamal nella Valle del Giordano, di Jabal al Baba a est di Gerusalemme, e del 20% degli edifici nel villaggio palestinese di Susiya che si trova nelle colline a sud di Hebron.

La politica di Israele di insediare civili israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, distruggendo arbitrariamente le proprietà palestinesi e trasferendo forzatamente gli abitanti che vivono sotto occupazione, viola la Quarta Convenzione di Ginevra ed è un crimine di guerra compreso nello statuto della Corte Penale Internazionale.

A partire dal 1967, Israele ha evacuato e trasferito forzatamente intere comunità ed ha demolito più di 50.000 case e infrastrutture palestinesi.

Traduzione di Donato Cioli

A cura di AssopacePalestina

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Rompendo un tabù politico, alcuni coloni israeliani si schierano con i beduini nella lotta contro le demolizioni

Yotam Berger

26 aprile 2018,  Haaretz

Decenni fa i fondatori di Kfar Adumim dichiararono che il vicino accampamento beduino di Khan al-Ahmar avrebbe dovuto essere demolito, ma ora 15 coloni cercano di unirsi alla battaglia legale a favore dei loro impoveriti vicini.

Già nel documento del 1979 che proponeva la costruzione di Kfar Adumim alcuni dei fondatori della colonia in Cisgiordania individuarono un problema nell’area circostante. “Lo spazio è privo di ogni insediamento permanente, e in particolare di insediamenti ebraici,” afferma il documento.

E prosegue: “Oggi vi si trovano due comunità precarie. Molti beduini lavorano la terra. Dato che la zona è utilizzata dall’esercito e molte delle attività economiche dei dintorni servono al sistema di difesa, l’area deve cessare di essere abitata dai beduini, i quali devono essere evacuati.”

Il documento suggeriva di popolare la zona con colonie attraverso le quali sarebbe stato possibile creare un “corridoio ebraico dalla costa, attraverso Gerusalemme, fino al fiume Giordano. Tale corridoio taglierebbe la continuità territoriale dell’insediamento arabo tra la Giudea e la Samaria [la Cisgiordania, ndt.].”

Il documento è firmato dai membri del cosiddetto consiglio locale di Ma’ale Adumim Bet, che più tardi è diventata Kfar Adumim, a est di Gerusalemme sulla strada principale che porta al Mar Morto (Ma’ale Adumim attualmente è la più grande colonia urbana). Tra i firmatari c’era un abitante di Kfar Adumim che in seguito l’ha resa importante nella politica nazionale: il ministro dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale Uri Ariel, di “Habayit Hayehudi” [“Casa Ebraica” partito di estrema destra dei coloni, ndt.]

Sono passati 39 anni da quando è stato stilato il documento, ma la lotta per eliminare i beduini dalla zona circostante è ancora in corso. La terra della limitrofa area industriale di Mishor Adumim è piena di piccoli accampamenti e villaggi beduini, i cui abitanti si guadagnano stentatamente da vivere allevando pecore e facendo lavoretti, e sono tra le comunità più povere della Cisgiordania.

La maggior parte della zona occupata dai beduini è terra dello Stato, non di proprietà privata – e la maggioranza delle tende e delle baracche di latta in cui vivono non ha permessi di costruzione o l’approvazione del piano regolatore. Perciò, il governo ha tentato di spostarli in costruzioni permanenti lontane dalle colonie ebraiche.

Mercoledì l’Alta Corte di Giustizia [israeliana] deciderà ancora una volta su una serie di ricorsi relativi all’ultima fase della lotta contro l’evacuazione di comunità beduine non autorizzate nei pressi di Khan al-Ahmar. Si tratta della più grande di queste comunità, con decine di strutture. È diventata un simbolo soprattutto per la sua cosiddetta “scuola di gomme”, costruita nel 2009 con l’aiuto di una ONG italiana. La scuola è una grande struttura ben costruita, piuttosto strana nel paesaggio circostante, ed è stata edificata senza permesso: per qualche tempo lo Stato ha cercato di demolirla e di spostarla.

La “scuola di gomme” è diventata un simbolo non solo per i beduini del posto, ma anche tra i diplomatici stranieri, soprattutto europei, che la visitano regolarmente come parte di una più generale protesta contro l’espulsione dei beduini.

Una delle parti che hanno presentato una petizione all’Alta Corte perché ordini l’ evacuazione si trova nei pressi di Kfar Adumim, la qual cosa ha reso l’incontro dello scorso venerdì di quattro residenti di questa cittadina con gli abitanti di Khan al-Ahmar nient’affatto scontato. I quattro fanno parte di un gruppo di 15 abitanti di Kfar Adumim che recentemente hanno presentato una petizione all’Alta Corte, chiedendo di consentire loro di diventare parte in causa del processo – ma a favore dei beduini. L’Alta Corte mercoledì prenderà in considerazione anche la loro richiesta.

Il gruppo è guidato dal prof. Dan Turner, un medico residente da 20 anni a Kfar Adumim. Turner ha detto ad Haaretz di aver sempre creduto che Kfar Adumim “abbia fatto ogni sorta di offese ai beduini, ma non ho mai saputo i dettagli.” Poi ha sentito del tentativo di demolire la scuola e, poco dopo, dell’intenzione di distruggere tutto Khan al-Ahmar.

Mi sono sentito molto a disagio. Non conoscevo le persone che vivevano qui, persone completamente invisibili che vivono a 300 metri da casa mia,” dice Turner.

Ora sembra che per Turner le cose siano cambiate, e, dopo esserci andato la prima volta un anno fa, ora si sente a casa a Khan al-Ahmar. Alcuni degli abitanti oggi lo riconoscono. Turner abbraccia Eid Hamis Jahalan, uno dei capi della comunità, anche se qualcun altro sembra meno a proprio agio nel farlo. Ma dopo che viene servito il tè sotto al grande albero nei pressi della tenda di Eid, l’atmosfera pare più rilassata.

Seduti sotto quell’albero si può vedere la colonia di Kfar Adumim, le sue case di pietra e i tetti di tegole. Anche se sono poche centinaia di metri, le differenze nel modo e nella qualità di vita tra i coloni e i loro vicini beduini sono quasi inimmaginabili. Quando Noa Meridor, uno dei fondatori di Kfar Adumim, dichiara: “Ci siamo opposti all’idea secondo cui tutto questo spazio debba essere ebraico” – Jahalan ascolta parole che non sono mai state pronunciate dai rappresentanti dei coloni.

Tensione ancora palpabile

Anche durante il recente, inusuale incontro la tensione è palpabile. Gli abitanti di Kfar Adumim sentono che è importante sottolineare che non si ritengono di sinistra. Quando Jahalan afferma che la situazione dei beduini in Cisgiordania ricorda quella degli ebrei nella Germania nazista, i suoi quattro ospiti ebrei rifiutano il paragone. Eppure riescono a rompere una specie di muro di vetro tra i due gruppi che vivono vicini e praticamente non avevano avuto alcun contatto.

Da parte sua Jahalan dice di non essere mai stato criticato per la sua collaborazione con i coloni. Sostiene di essere stato persino elogiato per essere riuscito in quello che organizzazioni affiliate all’Autorità Nazionale Palestinese non sono mai state in grado di fare: portare persone delle comunità vicine ad appoggiare i beduini: “È la prima volta che succede qualcosa del genere. Quelli di sinistra (israeliani) si possono vedere in posti come Nabi Saleh, a Na’alin (villaggi palestinesi della Cisgiordania). Ma coloni che vengano ed appoggino i beduini – è la prima volta.”

Il gruppo di Kfar Adumim che desidera appoggiare i vicini beduini all’Alta Corte è piccolo e marginale, e farvi parte ha delle conseguenze sui rapporti sociali. Hefziba Kelner, un’insegnante, dice che non ne parla con i suoi amici: “È un argomento molto delicato e mi pare che non sai mai chi è con te e chi non lo è. E’ difficile. Devi adeguare le tue risposte, anche ora, e capire che ci sono altre opinioni. Ci penso due volte prima di dire qualcosa in pubblico.”

L’appoggio di un ex-giudice

Il gruppo di Kfar Adumim ha allegato una lettera molto inusuale alla sua richiesta perché gli venga concesso di essere parte in causa a favore dei beduini. È stata scritta da un ex-vicepresidente della Corte Suprema, Elyakim Rubinstein. Con quella che è un’iniziativa molto rara per un giudice appena pensionato, Rubinstein esprime il proprio sostegno alla richiesta del gruppo.

Rubinstein scrive che, poiché durante gli anni ha avuto a che fare con molti casi relativi alla zona, avrebbe difficoltà a prendere parte personalmente a una campagna pubblica sull’argomento, ma “vi (ai coloni) sto scrivendo in segno di rispetto per la vostra umanità, espressa nelle vostre attuali iniziative.”

L’ex giudice scrive che, benché il governo voglia soltanto discutere su come portare avanti i progetti di evacuazione dei beduini, spera ancora che con l’aiuto di Dio e un po’ di buon senso si possa ancora trovare un compromesso condiviso.

Insieme alla lettera di Rubinstein, gli abitanti di Kfar Adumim hanno presentato all’Alta Corte il parere di una serie di famosi vincitori del premio “Israel” [una delle maggiori onorificenze israeliane, ndt.] e di intellettuali israeliani, tra cui gli scrittori David Grossman, A. B. Yehoshua e Amos Oz. Questo appoggio sta aiutando la causa dei beduini e del loro gruppo di avvocati. Shlomo Lecker, l’avvocato che rappresenta la comunità di Khan al-Ahmar, ha detto ad Haaretz che già nel 2009 aveva cercato di coinvolgere intellettuali ed accademici di Kfar Adumim perché stessero dalla parte dei beduini contro il tentativo di demolire la loro scuola – e “sono stato accolto da uno sconfortante silenzio.” Ha aggiunto di essere rimasto sorpreso dal gruppo dei 15 che si sono uniti alla lotta, e spera che il suo impegno ottenga un risultato.

(traduzione di Amedeo Rossi)