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Le forze israeliane mandano avvisi di sgombero a 300 palestinesi in un villaggio beduino

Ma’an News

17 novembre 2017

BETLEMME (Ma’an) – Secondo l’agenzia di informazioni Wafa, di proprietà dell’ANP, venerdì le autorità israeliane avrebbero distribuito avvisi di sgombero a tutti i 300 palestinesi residenti nel villaggio beduino di Jabal al-Baba, nel distretto centrale di Gerusalemme della Cisgiordania occupata.

La Wafa ha riferito che il personale dell’amministrazione civile israeliana, spalleggiato dall’esercito israeliano, avrebbe preso d’assalto il villaggio ed ordinato ai suoi abitanti di lasciare le proprie case.

Secondo la Wafa, Jabal al-Baba comprende 100 edifici, 58 dei quali sono case, mentre i restanti sono strutture per uso agricolo. “Poiché la comunità non è riconosciuta, la popolazione di Jabal al-Baba vive senza elettricità e riceve acqua solo da camion cisterna”, ha detto Wafa.

Negli ultimi anni le forze israeliane hanno demolito decine di case nella zona di Jabal al-Baba, molte delle quali costruite con l’aiuto dell’UE e di organizzazioni umanitarie.

In agosto hanno demolito un asilo infantile del villaggio.

La collina è popolata da circa 55 famiglie di beduini che hanno vissuto nella zona per 65 anni e sono costantemente minacciate di espulsione dalle loro case.

Circa 90 beduini palestinesi, in maggioranza bambini, sono rimasti senza casa quando, nel maggio 2016, le forze israeliane hanno smantellato le case prefabbricate donate dall’UE a Jamal al-Baba.

Jamal al-Baba, come altre comunità beduine della regione, è minacciata da Israele di espulsione forzata per il fatto di essere situata nel conteso “corridoio E1”, creato dal governo israeliano per collegare Gerusalemme est annessa con la grande colonia di Maale Adumim.

Le autorità israeliane pianificano di costruire nell’area E1 migliaia di case per colonie di soli ebrei , il che dividerebbe di fatto la Cisgiordania e renderebbe quasi impossibile la creazione di uno Stato palestinese contiguo – come ipotizzato dalla soluzione di due Stati al conflitto israelo-palestinese.

Le associazioni per i diritti umani e membri della comunità beduina hanno aspramente criticato i piani israeliani di ricollocazione dei beduini residenti vicino alla colonia israeliana illegale di Maale Adumim, sostenendo che lo sgombero espellerebbe palestinesi autoctoni in favore dell’espansione delle colonie israeliane in tutta la Cisgiordania occupata, in violazione del diritto internazionale.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Per Israele espellere i beduini è economicamente remunerativo

Jeff Halper 30 agosto 2017, Middle East Monitor

Quando si parla di occupazione, repressione, deportazione e controllo, si tende a guardare alle fonti più potenti ed evidenti della coercizione e dell’ingiustizia: eserciti, politiche governative, poliziesche e diplomatiche.

La decisione della pretura di Be’er Sheva che sei abitanti beduini del villaggio di Al-Araqeeb, nel Naqb/Negev, tutti cittadini israeliani, paghino circa 100.000 dollari allo Stato come indennizzo per le spese sostenute per la demolizione delle loro case dimostra l’efficacia di micro-meccanismi meno visibili per colpire questi obiettivi fondamentali. In questo caso dimostra in che modo la legge possa essere utilizzata come un’efficace arma di deportazione.

Quando la gente non può essere intimidita perché smetta di fare resistenza contro la demolizione delle proprie case, una popolazione povera come quella beduina può essere aggredita nel punto più vulnerabile: economicamente. Circa il 75% della popolazione beduina – 200.000 persone su un totale in tutto il Paese di circa 270.000– vive nel Naqab, rappresentando oltre il 30% della popolazione totale di quella regione. Circa il 65% di loro è stato finora confinato nelle sette township [termine che in Sudafrica indica le baraccopoli in cui vivono i neri, ndt.] che Israele ha costruito per loro, posti isolati carenti di infrastrutture e di posti di lavoro, da cui sono trasportati nelle comunità israeliane come lavoratori manuali. Tutte e sette sono tra le dieci località più povere di Israele. Un terzo dei loro residenti non ha accesso ai servizi elettrici ed idrici nazionali. Solo il 37% dei beduini in età lavorativa ha un’occupazione e il 90% di loro guadagna meno dello stipendio minimo. Il salario medio di un beduino maschio è di 1.200 dollari al mese, quello di una donna di 730 dollari.

Dal 2010 Al-Araqeeb è stato demolito dalle autorità e ricostruito dagli abitanti 116 volte, un caso veramente impressionante di resistenza popolare all’espulsione e allo sradicamento culturale. (Non avendo perso il loro acuto senso di amara ironia, le 500 persone di Al-Araqeeb hanno fatto domanda di essere incluse nel Guinness dei primati per aver superato il record nel numero di demolizioni). Cambiando tattica, lo Stato ha quindi deciso di perseguire ognuna delle famiglie beduine impoverite con ordini giudiziari per fargli pagare i costi della demolizione delle loro case.

Il Comitato Israeliano contro la Demolizione delle Case (ICAHD) stima che più di 130.000 case di palestinesi (compresi i beduini) sono state demolite in tutto il Paese dal 1948. Come nel caso di molte demolizioni di case, l’obiettivo sotteso è di occupare terra araba e confinare la popolazione araba in angoli e nicchie ristretti del Paese. Gli “arabo-israeliani” rappresentano il 20% della popolazione israeliana, ma sono confinati dalle leggi, dalle politiche del territorio e dai piani regolatori solo sul 3,5% della terra.

Quasi metà della popolazione beduina, 90.000 persone, vive in “villaggi non riconosciuti”, come Al-Araqeeb. Dato che storicamente i beduini non registravano la proprietà della terra, sicuramente non come singoli proprietari privati, è stato facile per Israele sostenere in tribunale che non hanno la proprietà giuridica e che le loro terre tradizionali vengano restituite allo Stato. Ciononostante i beduini hanno lottato per i loro diritti sulla terra per anni nei tribunali israeliani, e il risultato finale deve ancora essere definito. Ciò rende le demolizioni delle case di Al-Araqeeb se non illegali (dato che non possono ottenere dallo Stato i permessi edilizi necessari), quanto meno ingiustificate e fatte in malafede, soprattutto dato che il vero motivo dello Stato non è la regolarizzazione della terra a beneficio di tutti i suoi cittadini, ma di impossessarsi delle terre dei beduini per le colonie ebraiche e per ragioni militari. Allontanata dalle proprie terre e dalla vita nomade, la popolazione beduina è quindi trasferita nelle township per languirvi in povertà.

Obbligare i palestinesi a pagare per la demolizione delle proprie case è una prassi comune anche in altre parti del Paese, compresa Gerusalemme est. Una variante di ciò è l’imposizione di pesanti sanzioni pecuniarie a famiglie che costruiscono “illegalmente” (anche se, di nuovo, non c’è modo in cui gli arabi possano ottenere da qualche parte permessi edilizi al di fuori di enclave approvate che non includono la grande maggioranza delle abitazioni e fattorie arabe) – multe che raggiungono i 15-20.000 dollari. Dato che la maggioranza delle famiglie arabe vive al di sotto del livello di povertà, possono essere obbligate dai tribunali a demolire esse stesse le proprie case in cambio di una riduzione dell’ammenda. L’ICAHD stima che l’autodemolizione, anche se non è stata rilevata, rappresenti un ulteriore terzo delle demolizioni di case.

Benché i diritti umani dovrebbero essere messi in pratica all’interno di Israele come nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), è molto più difficile che lo siano là, dato che i tribunali israeliani non riconoscono la loro applicazione all’interno di Israele o sentenziano (come nel caso di Al-Araqeeb) sulla base di tecnicismi giuridici, escludendo quindi considerazioni relative ai diritti umani. Nei TPO la situazione è diversa, e a Israele è stata contestata la violazione dei diritti umani – soprattutto della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta le demolizioni di case.

Sfortunatamente gli attivisti per i diritti umani e l’ANP non sono riusciti a fare in modo che i tribunali internazionali si occupino di questi casi, come hanno l’obbligo di fare in base alla giurisdizione universale. Il sistema legale israeliano sostiene che le Leggi Umanitarie Internazionali (IHL) non si applicano ai TPO perché non c’è un’occupazione. (Israele sostiene che c’è un’occupazione solo quando uno Stato sovrano conquista il territorio di un altro Stato sovrano e che nessuno ha mai avuto sovranità sui TPO, una posizione non accettata da nessuno nella comunità giuridica internazionale, ma efficace nell’intralciare il lavoro giuridico e politico). I tribunali israeliani, quindi, nei TPO decidono solo sulla base delle leggi israeliane. Ciò è doppiamente illegale – rappresenta un’estensione di fatto delle leggi israeliane in un territorio occupato, in violazione delle IHL, e ignora le protezioni che le IHL garantiscono ai palestinesi che vivono sotto occupazione.

Le sei famiglie non hanno ancora deciso se presentare appello. Nel frattempo altre comunità beduine lottano per conservare le proprie terre e il proprio modo di vita – Umm Al-Hiran, le cui terre Israele vuole per un insediamento militare (non si pensi che tutte le colonie sono nei TPO) –rappresentando il bersaglio più immediato – mentre gli abitanti delle township stanno lottando semplicemente per sopravvivere nel sottoproletariato di Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele revoca la cittadinanza a centinaia di beduini del Negev facendoli diventare apolidi

Jack Khoury – 25 agosto 2017,Haaretz

Alcuni erano cittadini da 40 anni, hanno fatto il servizio militare e pagato le tasse, ma si sono trovati con lo status di cittadini cancellato schiacciando un tasto e senza ulteriori spiegazioni.

Decine di persone – uomini e donne, giovani e anziani – si ammassano sotto una grande tenda nel villaggio non riconosciuto [villaggi, soprattutto di beduini, che esistono da decenni ma che lo Stato israeliano non riconosce come tali, ndt.] di Bir Hadaj. Alcuni tengono i documenti in una borsa di plastica mentre altri stringono logore buste. Quello che li ha portati in questo villaggio a sud di Be’er Sheva, nel deserto del Negev israeliano, è stato che l’Autorità per la Popolazione, l’Immigrazione e le Frontiere ha revocato la loro cittadinanza, sostenendo che gli è stata concessa per errore.

A giudicare dal crescente aumento di denunce che si sono accumulate negli ultimi mesi, questo sembra un vasto fenomeno tra i beduini che abitano nel Negev. Centinaia se non migliaia di loro stanno perdendo la cittadinanza a causa di “registrazioni sbagliate”. Questa è la giustificazione che hanno ricevuto dal ministero dell’Interno, senza ulteriori dettagli o spiegazioni.

Il cinquantenne Salim al-Dantiri, di Bir Hadaj , per anni ha cercato inutilmente di ottenere la cittadinanza israeliana. Non capisce perché Israele non gliela voglia concedere; suo padre è stato soldato dell’esercito israeliano. “A volte dicono che c’è stato un errore con la registrazione dei miei genitori decine di anni fa. E’colpa nostra?” chiede al-Dantiri. Non è l’unico, ma molti di quelli che sono venuti all’incontro sono restii a dire il proprio nome per timore che ciò possa danneggiarli nei rapporti con l’Autorità per la Popolazione. Altri hanno già perso la speranza.

Mahmoud al-Gharibi, della tribù Al-Azazme della zona di Be’er Sheva è un falegname che è rimasto disoccupato per un anno in seguito a un incidente stradale. Ha 12 figli da due mogli. Una è cittadina israeliana e l’altra è della Cisgiordania. Sette dei suoi figli sono cittadini israeliani ma lui è apolide dal 2000. “Sono andato al ministero dell’Interno per rinnovare la mia carta d’identità,“ racconta. “Lì, senza nessun preavviso, mi hanno detto che hanno annullato la mia cittadinanza in quanto c’era stato un errore. Non mi hanno detto di cosa si trattasse o cosa ciò significasse. Da allora ho presentato 10 ricorsi, ricevendo 10 rifiuti, ogni volta con pretesti diversi. Ho due figli che hanno più di 18 anni ed anche loro sono apolidi. E’ inaccettabile. Ho vissuto in questa zona per decine di anni e mio padre era qui prima di me. Se c’è stato un errore, dovrebbero correggerlo.”

Nella tenda un’altra persona, che desidera rimanere anonima, dice che “molte di queste persone, soprattutto quelle che non parlano molto bene l’ebraico, non capiscono cosa gli stia succedendo. Nessuno spiega niente e improvvisamente il tuo status cambia. Entri come cittadino ed esci privato della cittadinanza, e allora inizia un processo infinito di lungaggini [burocratiche].

Per anni Yael Agmon, dei dintorni di Yeruham, ha accompagnato beduini al ministero dell’Interno per aiutarli a fare le pratiche per il passaporto o il rinnovo della carta d’identità. In molte occasioni ha assistito alla revoca della loro cittadinanza. “Puoi chiaramente vedere come un impiegato inserisce i loro dati nel computer ed essi perdono istantaneamente la loro cittadinanza. Allora devono fare i conti con un processo burocratico infinito. A volte gli costa decine di migliaia di shekel [10.000 shekel = 2.355 €] per l’onorario degli avvocati e alla fine non sempre riottengono la cittadinanza,” dice.

Salman al-Amrat arriva all’incontro nella tenda a causa dello status di sua moglie e del suo figlio maggiore. Il cinquantaseienne membro della tribù Al-Azazme è cittadino israeliano. Sua moglie di 62 anni è apolide benché sia nata qui, dice. “Ogni volta che cerchiamo di avere la sua cittadinanza ci scontriamo con un rifiuto.” Anche il figlio maggiore di Al-Amrat, che ora ha 34 anni, è apolide benché i suoi fratelli minori abbiano finalmente ottenuto la cittadinanza. “Per anni abbiamo tentato di ottenere la cittadinanza per lui, ma inutilmente. Ogni volta dicono di aver perso qualche documento. Ora stiamo tentando con un avvocato. E’ illogico che sei dei miei figli ed io abbiamo la cittadinanza e il mio figlio maggiore no,” dice.

Atalla Saghaira, un abitante del villaggio non riconosciuto di Rahma, ha lottato durante 13 anni per ottenere la cittadinanza, nonostante il suo defunto padre abbia fatto il militare nell’esercito israeliano. Ha iniziato nel 2002, quando ha fatto richiesta di un passaporto e il ministero dell’Interno gliel’ha rifiutato. “Hanno detto che i miei genitori erano diventati cittadini, ma non ne avevano il diritto,” afferma. Alla fine ha ottenuto la cittadinanza israeliana nel 2015. “Ho insistito per avere i miei diritti ed ho iniziato da solo una campagna contro la burocrazia finché ho ottenuto la cittadinanza, ma so che c’è gente che ha rinunciato,” dice. Il padre di Saghaira è stato camionista nell’esercito per molti anni, e se n’è andato dopo essere rimasto ferito. All’epoca aveva sette figli (compreso Atalla), ma tre di loro sono ancora apolidi.

Un altro residente di Bir Hadaj, Abu Garud Salame, lavora nella zona industriale di Ramat Hovav. Sostiene che tutti i suoi cinque figli e tre dei suoi fratelli hanno ricevuto la cittadinanza israeliana ma a lui è stata negata ogni volta che ha chiesto che gli venisse restituita. “Abbiamo vissuto qui per decine di anni. I miei genitori sono stati registrati negli anni ’50 ed ora sono stato privato della cittadinanza. Anche se ci fosse stato qualche errore nella registrazione non so perché devo pagarne io le conseguenze,“ dice. “Perché dobbiamo essere responsabili di quello che è successo decenni fa?”

Cambiamento automatico di status

La parlamentare Aida Touma-Suliman della Lista Unitaria [coalizione di partiti arabo-israeliani arrivata terza alle ultime elezioni israeliane, ndt.] negli ultimi mesi ha ricevuto molti appelli da persone che sono state private della loro cittadinanza israeliana. L’avvocatessa Sausan Zahar del “Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele – Adalah” recentemente ha presentato ricorso al ministro degli Interni Arye Dery e al procuratore generale Avichai Mendelblit chiedendo loro di porre fine a questa politica.

Secondo la sua petizione, queste cancellazioni generalizzate della cittadinanza vanno avanti almeno dal 2010. Quando cittadini beduini vanno agli uffici del ministero degli Interni a Be’er Sheva per occuparsi di questioni di routine come cambiare il loro indirizzo, ottenere un certificato di nascita o per registrare un nome, l’anagrafe esamina il loro status e quello dei loro genitori e nonni, risalendo fino ai primi giorni dello Stato [di Israele].

In molti casi l’impiegato dice loro che la cittadinanza israeliana gli è stata concessa per sbaglio. Immediatamente cambia la loro condizione da cittadini a residenti e si consegna loro un nuovo documento. Alle persone che hanno perso la cittadinanza non viene data nessuna spiegazione né la possibilità di presentare ricorso. Invece l’impiegato gli suggerisce di presentare domanda ed iniziare il procedimento per ottenere la cittadinanza da zero, come se fossero appena arrivati in Israele.

Molti, presi di sorpresa e senza una consulenza legale, non sanno cosa fare. Alcuni presentano una richiesta di cittadinanza, mentre altri semplicemente si disperano. Zahar dice che molte richieste vengono rigettate per la perdita di documenti, per la fedina penale (che non è una ragione valida per negare la cittadinanza) o persino per la difficoltà del postulante a parlare ebraico. Molte donne beduine che hanno perso la cittadinanza ricadono in quest’ultima categoria. Una di queste donne ha presentato appello contro la cancellazione della sua cittadinanza in base ad un presunto errore. Quando si è scoperto che il suo ebraico era lacunoso, il suo appello è stato rigettato. E’ rimasta apolide.

L’appello di “Adalah” al ministro degli Interni evidenzia che persone che sono state cittadine per 20, 30 o persino 40 anni, alcune delle quali hanno fatto il militare, che hanno votato e pagato le tasse, si sono trovate con impiegati che hanno cancellato il loro status schiacciando un tasto. Come residenti permanenti, possono votare per le elezioni amministrative ma non possono candidarsi, votare per le elezioni politiche o candidarsi alla Knesset [il parlamento israeliano, ndt.]. Ricevono servizi come quello sanitario e la sicurezza sociale, ma non possono avere un passaporto israeliano. Se stanno fuori dal Paese per un lungo periodo possono anche perdere la residenza permanente e, a differenza dei cittadini, non possono trasmettere automaticamente il loro status ai propri figli.

Tra quelli che restano senza cittadinanza israeliana ci sono persone nate in Israele da genitori che hanno la cittadinanza israeliana. Ci sono famiglie in cui un figlio è cittadino mentre un altro è residente permanente. Alcune delle persone colpite sono state private della loro cittadinanza quando hanno tentato di rinnovare il passaporto per andare in pellegrinaggio alla Mecca, un precetto obbligatorio dell’Islam e una cosa che ora non possono fare.

Registrazione durante il Mandato Britannico

Lo scorso anno la commissione della Knesset per gli Interni e l’Ambiente ha tenuto una discussione sul problema, in seguito alla serie di ricorsi per la restituzione della cittadinanza. Durante questa discussione i funzionari del ministero dell’Interno hanno confermato che questa politica esiste: quando cittadini beduini arrivano agli uffici del ministero, gli impiegati controllano l’anagrafe per [verificare] la registrazione dei loro genitori e nonni tra il 1948 e il 1952.

Forse quegli anni non sono stati scelti a caso. Tra la fondazione dello Stato [di Israele] nel 1948 e l’approvazione della legge sulla cittadinanza nel 1952, molti arabi non poterono registrarsi all’anagrafe in quanto le loro comunità erano governate da un’amministrazione militare. Ciò includeva zone del Negev che avevano un’alta concentrazione di abitanti beduini dopo il 1948. In molti casi controllare la registrazione dei nonni di una persona richiede la verifica della cittadinanza durante il Mandato Britannico – un periodo in cui la cittadinanza israeliana non esisteva neppure.

Dopo la discussione alla Knesset dello scorso anno, è stato chiesto al ministero dell’Interno di verificare le dimensioni del fenomeno, la sua legalità e tener aggiornata da allora la commissione per gli Affari Interni. Il capo del dipartimento per la cittadinanza del ministero, Ronen Yerushalmi, ha presentato i risultati al presidente della commissione, David Amsalem (del Likud), nel settembre 2016. Intitolato “Registrazioni errate dei residenti del Negev”, il rapporto afferma che “le dimensioni del problema possono riguardare 2.600 persone con cittadinanza israeliana, che potrebbero perderla a causa di errata registrazione da parte del ministero dell’Interno.” Aggiunge che, poiché non sono stati esaminati casi singoli, i dati non sono esatti e il numero potrebbe anche essere maggiore.

Durante un incontro della commissione nel dicembre 2015, il consulente legale della commissione, Gilad Keren, ha manifestato dubbi riguardo alla legalità della procedura: “La legge sulla cittadinanza si riferisce a casi in cui la cittadinanza è stata ottenuta in base a dati falsi, vale a dire in circostanze più gravi, non quando lo Stato ha commesso un errore. Riguarda persone che hanno fornito informazioni false prima di ottenere la cittadinanza. La legge consente al ministero dell’Interno di revocare la cittadinanza solo se sono passati meno di tre anni da quando è stata concessa. Dopo quel periodo per revocarla c’è bisogno dell’intervento di un tribunale. Quindi non capisco come, quando una persona è stata un cittadino per 20 anni e lo Stato fa un errore, lo status di questa persona venga modificato.”

Il ricorso di “Adalah” al ministro dell’Interno e al procuratore generale chiede una sospensione immediata della prassi di cancellazione della cittadinanza. Zahar sostiene che la persona colpita da questa cancellazione non ha neppure il diritto ad un processo prima che la sua cittadinanza israeliana gli venga ritirata. Oltre ad infrangere il diritto alla cittadinanza, scrive, questa politica viola in modo palese il diritto all’uguaglianza. Si fonda in modo discriminatorio sulla nazionalità, in quanto i cittadini non ebrei si sono trovati con la revoca della cittadinanza in seguito ad un errore nella registrazione dei loro genitori o nonni in base alla “Legge del Ritorno” [che consente a chiunque sia ebreo di ottenere la cittadinanza israeliana, ndt.].

Temo che quello che si vede sia solo la punta dell’iceberg e che quello che non si è ancora visto sia ancora più grave,” afferma Touma-Suliman. Dice che se Dery e Mendelblit non risolvono presto la questione, questa arriverà all’Alta Corte di Giustizia. “Non ci sono giustificazioni per questa politica,“ dice. “Il ministero viola in modo evidente la legge. E’ inaccettabile che in una famiglia che vive sotto lo stesso tetto metà dei bambini siano cittadini mentre l’altra metà siano residenti o persone con uno status indeterminato.”

Haaretz ha contattato una serie di importanti ex funzionari del ministero dell’Interno e dell’Autorità per la Popolazione, compreso il capo dell’agenzia fino al 2010, Yaakov Ganot, e Amnon Ben-Ami, il suo direttore fino a poco tempo fa. L’ex ministro dell’Interno Eli Ben-Yishai, che ha recentemente ricoperto l’incarico nel 2013, ha affermato che se è stata presa una decisione per revocare la cittadinanza dei beduini del Negev, “non ne so niente e non ricordo di aver avuto una discussione riguardo a questo problema durante il mio mandato.”

L’Autorità per la Popolazione ha risposto che i casi succitati non erano esempi di revoca della cittadinanza ma di errori di registrazione nel passato, in cui persone sono state registrate come cittadini ma non lo erano. Ha detto che ora è il momento di risolvere il problema, aggiungendo che il ministero sta discutendo della questione, il ministro ha preso una decisione e la commissione per gli Affari Interni della Knesset è stata informata. Afferma che “sono stati fatti dei tentativi per affrontare questo problema dal punto di vista legale in un modo che non colpisca lo status in Israele di queste persone.” L’Autorità per la Popolazione sostiene anche che il procuratore generale si occuperà del ricorso presentato da “Adalah”.

L’ufficio di Dery ha insistito sul fatto che i casi non erano assolutamente esempi di revoca della cittadinanza ma piuttosto situazioni di risistemazione dello status legale. “Il ministero ha destinato funzionari presso l’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione per occuparsi del processo che riguarda questo gruppo di persone nel modo più facile e semplice possibile. Il ministro Dery ha chiesto loro di trovare ogni modo possibile per accelerare la procedure nel tentativo di evitare di imporre loro qualunque tipo di disagio,” afferma l’ufficio.

L’ufficio del procuratore generale ha detto ad “Adalah” che l’anagrafe generale sta procedendo ad un esame di migliaia di persone che sono state erroneamente registrate come cittadini invece che come residenti permanenti. La risposta afferma che a coloro i quali vengano trovati registrati come tali per errore sarà concesso di ottenere la cittadinanza con un processo accelerato, nel caso in cui rispondano ai criteri legali.

In base alla risposta, finora a nessuno è stata negata la cittadinanza ed i diritti dei residenti sono stati rispettati. Di conseguenza la risposta afferma che la Procura Generale non vede ragioni per intervenire sulla decisione dell’Autorità per la Popolazione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Annettere Israele alle colonie

Oren Yiftachel

Haaretz, 12 giugno 2017

I leader dei coloni ne hanno abbastanza dell’interminabile dibattito israeliano sull’annessione dei territori occupati. Così, invece di star lì ad aspettare, hanno cominciato ad annettere Israele alle colonie.

“Abbiamo trovato una soluzione creativa al problema, come si fa nelle colonie. Li abbiamo sloggiati: dov’è il problema?” ha detto Yair Maayan, che vive nella colonia di Nokdim e, all’interno  dell’ufficio del Primo Ministro, è a capo dell’Autorità per lo sviluppo e l’insediamento dei Beduini. Stava parlando nel corso di una recente puntata dello show televisivo Hamakor (“La Sorgente”), a proposito del villaggio beduino non riconosciuto di Umm al-Hiran. Questa disinvolta dichiarazione ci dice qualcosa sui metodi usati dal progetto per popolare il Negev con gli Ebrei, un progetto che il governo ha promosso da molti anni e che danneggia fortemente i Beduini.

Quella dichiarazione rivela anche un altro, più profondo, processo che sta cambiando la situazione tra il fiume Giordano e il Mediterraneo e che si può descrivere come una “annessione alla rovescia.” I leader dei coloni, le loro organizzazioni e i loro sostenitori ne hanno avuto abbastanza dell’interminabile dibattito sull’annessione dei territori e di tutte le risposte evasive senza seguito da parte del governo di Benjamin Netanyahu. E allora, invece di star lì ad aspettare, hanno cominciato ad annettere Israele alle colonie.

In pratica, vogliono cancellare la Linea Verde, ma solo per gli Ebrei, lasciando i Palestinesi senza diritti. In questo modo non fanno altro che trasformare il silenzioso apartheid di oggi in un aperto e dichiarato regime di apartheid. Questo sta avvenendo su tre fronti principali: quello strategico, quello legale e quello pubblico.

Sul fronte strategico, certe operazioni governative che sono consuete nelle colonie sono straripate ormai da anni all’interno di Israele. La più evidente è la violenza contro i cittadini beduini del sud, tra cui il numero record di oltre 1000 demolizioni di case all’anno (molte più di quelle distrutte in Cisgiordania). Al tempo stesso, Israele ha annullato le richieste di terra da parte dei Beduini, in modo simile a come tratta i proprietari di terra in Cisgiordania.

Intanto, come in Cisgiordania, Israele sta istituendo nuove comunità per soli Ebrei, sotto la guida della Divisione Colonie dell’Organizzazione Mondiale Sionista, un organismo che poteva precedentemente operare solo nei territori occupati. Sta anche adottando pratiche importate dalla Cisgiordania, come l’insediamento di gruppi “di nucleazione” in tutto il paese e soprattutto nelle città in sviluppo e nel cuore dei quartieri arabi delle città israeliane, come Jaffa e Acri. Allo stesso modo, dozzine di fattorie individuali costruite illegalmente da Ebrei sono state “imbiancate”, cioè in altre parole sono state legalizzate, proprio come gli avamposti non autorizzati della Cisgiordania.

Sul fronte legale, l’esempio più notevole è la legge per l’esproprio retroattivo di terre, una legge promossa dai rappresentanti dei coloni e che per la prima volta permetterà di applicare ufficialmente una legge della Knesset in un’area che si trova al di là dei confini. Questa è una pratica che è stata usata da anni in modo non ufficiale, oppure mediante l’escamotage di ordinanze emesse dal comando militare in Cisgiordania.

La nuova proposta di una “legge per lo stato-nazione ebraico” comprende anche clausole per dare la priorità alla giurisprudenza ebraica, ciò che offrirà ai coloni che vivono al di là dei confini dello stato una condizione di privilegio rispetto ai cittadini arabi di Israele.

Altre mosse avanzate per accelerare l’annessione comprendono la legalizzazione degli avamposti non autorizzati, la continua registrazione di terre coltivate palestinesi come terre di proprietà dello stato, il riconoscimento della Ariel University da parte del Consiglio dell’Educazione Superiore e l’estensione della legge penale e dellalegge fondamentale israeliana agli Ebrei della Cisgiordania, ma non ai Palestinesi. Questa annessione inversa è particolarmente appariscente nel momento in cui, in occasione del cinquantenario della guerra dei sei giorni del 1967, i comitati della Knesset hanno tenuto sessioni speciali col Yesha Council delle colonie ebraiche per celebrare i 50 anni dalla “liberazione” dei territori.

Sul terzo fronte, quello pubblico, c’è una campagna per intimidire e mettere a tacere chi si oppone alle colonie e all’annessione. Qui spiccano soprattutto le attività di organizzazioni di destra come Regavim, Im Tirtzu e l’Istituto per le Strategie Sioniste. La campagna comprende un costante attacco alle organizzazioni per i diritti umani e continui tentativi di mettere a tacere insegnanti universitari e ricercatori dell’opposizione. Per esempio, imponendo un codice etico e organizzando comitati di controllo nelle università.

All’interno di questa campagna, ad attivisti che si oppongono all’occupazione, tra cui alcuni dei più importanti intellettuali ebrei del mondo come Noam Chomsky e Judith Butler, è stato impedito l’ingresso in Israele. Questi sforzi per zittire gli oppositori hanno raggiunto anche il mondo artistico, con tentativi di cancellare spettacoli e progetti che hanno a che fare con l’occupazione e con l’oppressione dei Palestinesi.

Si possono capire le attività dei coloni, che hanno interesse a portare avanti i loro obiettivi di lungo termine. È più difficile capire il silenzio della maggioranza degli Israeliani, che accettano apatici la situazione.

Saprà la maggioranza degli Israeliani svegliarsi e impedire questa annessione inversa e la sua degenerazione in apartheid? Arriverà il giorno in cui nascerà uno stato palestinese e Yair Maayan non potrà più dire ammiccante che abbiamo copiato all’interno di Israele le politiche della Cisgiordania? Non c’è occasione migliore di questo cinquantenario per cominciare un profondo cambiamento, invocato ormai da 50 anni in questa terra contesa.

Oren Yiftachel

Collaboratore di Haaretz

Il Prof. Yiftachel insegna geografia politica e pianificazione urbanistica all’Università Ben Gurion del Negev.

Traduzione di Donato Cioli

A cura di Assopace Palestina




Divide et Impera: come il sistema scolastico semina divisione tra i palestinesi di Israele

Mona Bieling Middle East Eye – Martedì 27 ottobre 2016

Com’è strutturato attualmente, il sistema scolastico israeliano serve chiaramente ai principali interessi dello Stato piuttosto che a quelli degli studenti arabo- palestinesi.

Il sistema educativo in Israele è uno dei principali contesti in cui cittadini arabo-palestinesi di Israele ed ebrei sono segregati gli uni dagli altri, in quanto le scuole sono rigidamente separate in differenti settori in base sia alla religione che all’etnia.

Nella sua attuale struttura il sistema è stato fondato nel 1953 con la legge statale per l’educazione che ha definito il quadro giuridico per la formazione di due aree: una per gli ebrei laici e una per i praticanti. Poiché in questa legge la minoranza palestinese non viene citata, ne è scaturita quasi inevitabilmente la costituzione di un settore scolastico arabo separato dai due previsti per gli ebrei.

Nonostante un emendamento della legge nel 2000, il settore destinato agli arabi non ha una posizione giuridica ufficiale, ma esiste come “non ufficiale ma riconosciuto”accanto ai due sistemi ebraici “ufficiali e riconosciuti”. Quindi, fin dall’istituzione del sistema scolastico statale nel 1953, agli israeliani arabo- palestinesi ed a quelli ebrei è in genere impedito di andare a scuola insieme.

Recenti tentativi di prendere in considerazione separatamente la popolazione araba cristiana di Israele riguardo al servizio militare [gli arabo-israeliani non fanno il servizio militare. Ndtr.] e all’educazione suggeriscono che il sistema educativo nella sua struttura attuale non si limita ad offrire una formazione culturale ai cittadini dello Stato. Il ministero dell’Educazione ha il controllo totale dei curricula di ogni tipo di scuola – ebraica, drusa e araba sia pubbliche che private, dall’asilo alle superiori.

Ci sono due modi prevalenti in cui il sistema educativo statale promuove la divisione tra i cittadini palestinesi di Israele: direttamente, attraverso la separazione delle diverse comunità religiose in scuole distinte, la definizione del curriculum e l’assegnazione dei docenti e dei presidi; indirettamente, con questioni relative ai finanziamenti, alle infrastrutture, alle scuole private e all’accesso all’educazione superiore.

Perciò il sistema educativo israeliano può essere visto come un’arma politica utilizzata dal governo per raggiungere i suoi scopi di rafforzamento del carattere ebraico dello Stato piuttosto che per fornire la migliore formazione possibile a tutti i cittadini.

Le divisioni create tra i palestinesi con cittadinanza israeliana avranno anche conseguenze per il tentativo più complessivo dei palestinesi di avere uno Stato e l’autodeterminazione. Pertanto la separazione tra le comunità palestinesi, una dentro Israele e l’altra fuori, come ho fatto in questo articolo, è esclusivamente funzionale all’analisi e non intende inficiare il concetto di una nazione palestinese che li comprenda.

Tener lontani i drusi

I principali e più evidenti interventi attivi da parte di Israele nel sistema educativo per dividere la sua popolazione palestinese sono i tentativi di separare la comunità in base alla religione.

La politica del divide et impera come pratica all’interno del sistema educativo risale al 1956, quando è stato fondato un sistema scolastico separato per i drusi di Israele. Questo sviluppo deve essere visto nel più complessivo contesto del tentativo di Israele di separare la comunità drusa come “un popolo a parte”, non legato in nessuno modo alla comunità palestinese.

Anzi, la lealtà dei drusi verso lo Stato è stata sottolineata e garantita includendo nell’esercito israeliano per il servizio militare tutti i maschi drusi e promuovendo ciò nelle scuole druse. Perciò, come mi ha detto la scorsa estate Ra’afat Harb, un attivista druso, sia il contesto che il curriculum nelle scuole druse sono diversi rispetto alle altre scuole degli arabo-palestinesi.

Il risultato dell’educazione segregata, limitata e tendenziosa nelle scuole druse è che l’identità drusa è stata rimodellata in modo da corrispondere all’obiettivo dello Stato e della maggioranza ebraica. Ovviamente l’identità è sempre un concetto mutevole, che è diverso sia individualmente che collettivamente, e si può manifestare in vario modo. Di nuovo, secondo Harb, ci sono drusi che si identificano come palestinesi, come arabi, come israeliani o persino come sionisti.

Tuttavia, attraverso il sistema educativo, lo Stato ha attivamente inibito lo sviluppo di un’identità araba e palestinese dei drusi ed ha invece imposto loro un’identità unicamente drusa/israeliana. Così facendo lo Stato ha chiaramente seguito un progetto per allontanare i drusi dalla comunità arabo-palestinese.

Sfide per gli arabi beduini

Un’altra divisione molto importante creata all’interno della comunità palestinese in Israele è quella tra arabi cristiani/musulmani da una parte e arabi beduini dall’altra.

La maggioranza dei beduini di Israele vive nel Naqab (Negev), nel sud del paese, dove devono sopportare condizioni di vita miserabili a causa del tentativo israeliano di espellerli dalla loro terra e concentrarli in pochi villaggi e cittadine.

Secondo Noga Dagan-Buzaglo, un ricercatore del centro “ADVA” (Informazione sull’Uguaglianza e la Giustizia Sociale in Israele), in quanto abitanti di villaggi non riconosciuti [dallo Stato israeliano. Ndtr.], i beduini patiscono le peggiori condizioni di vita del Paese.

Benché lo Stato sia obbligato a fornire educazione a tutti i cittadini dall’età di 3 o 4 anni, le scuole nel Naqab si possono trovare solo in villaggi e cittadine riconosciuti. Ciò rende difficile ai genitori dei villaggi non riconosciuti mandare a scuola i propri bambini in modo regolare.

Secondo Muhammad Zidani, ricercatore, e Muna Haddad, avvocato, entrambi di Adalah, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, poiché i genitori possono essere processati se non mandano i figli a scuola, alcune famiglie si sono spostate dai villaggi non riconosciuti a quelli riconosciuti per facilitare la frequenza scolastica ed evitare denunce penali.

Anche a questo proposito, l’educazione è utilizzata come uno strumento politico per imporre la volontà dello Stato ai suoi cittadini arabi, in questo caso spostando una parte della popolazione dalla sua terra d’origine.

Isolare gli arabi cristiani

Un terzo, e abbastanza recente, sviluppo è il tentativo di Israele di isolare gli arabi cristiani come ha fatto con i drusi per 60 anni.

Nel 2013 sono aumentati i tentativi dello Stato per incoraggiare gli arabi cristiani ad arruolarsi nell’esercito israeliano, approfittando del fatto che sono meno numerosi degli arabi musulmani, e cercando di creare timore per la “crescente ‘minaccia musulmana’ nella regione.” L’attuale tentativo dello Stato di assegnare agli arabi cristiani una nuova etnicità aramaica è collegato a questo.

Odna Copty, che lavora per il Comitato di Monitoraggio dell’Educazione Araba (FUCAE), afferma che gli arabi cristiani come lei sono ora definiti come aramaici piuttosto che arabi.

“Dicono che siamo un gruppo con religioni diverse e non abbiamo niente in comune, ” afferma. “Quando parlo con qualcun altro che è arabo, non mi viene mai in mente di chiedergli specificamente della sua religione, perché nella cultura araba non è educato fare domande simili.”

L’intento dello Stato di isolare i cristiani e fare in modo che adottino una nuova identità aramaica non ha ancora attecchito tra la gente. Al contrario, molti arabo-palestinesi come Copty deridono questi tentativi come artificiosi e destinati a fallire.

Tuttavia il passato dimostra che simili iniziative hanno avuto successo nel contesto dei drusi. Pertanto questa nuova strategia del divide et impera dovrebbe essere presa sul serio piuttosto che liquidata come assurda.

La storia di qualcun altro

La seconda area importante in cui lo Stato mette in atto direttamente la sua politica del divide et impera sono i contenuti che gli alunni studiano a scuola. Tutto il sistema educativo è basato “sui valori della cultura ebraica e sui successi in campo scientifico, sull’amore per la patria e la lealtà nei confronti dello Stato e del popolo ebraico (…)” come stabilito nella legge dell’Educazione Statale del 1953.

In pratica, ciò significa che i curricula destinati ai settori ebraici laici o religiosi intendono insegnare agli studenti i valori del sionismo ed il punto di vista ebraico. Di conseguenza, gli studenti arabo-palestinesi durante i 14 anni di scuola non apprendono niente della storia o della cultura del loro stesso popolo.

Oltretutto l’immagine degli arabo-palestinesi descritta per loro nei libri di testo è negativa, se non apertamente razzista.

Le differenze tra gli arabo-palestinesi sono evidenziate in un nuovo e controverso testo di educazione civica introdotto in maggio dall’attuale ministro dell’Educazione Naftali Bennett.

Nonostante accese proteste da parte della comunità arabo-palestinese, Bennett ha insistito per la pubblicazione di un libro che, tra le altre cose, “senza ragione distingue tra le componenti musulmane, cristiane, aramaiche e druse di Israele e dedica più attenzione al servizio militare di quest’ultima piuttosto che al sottogruppo più ampio “, cioè gli arabi musulmani.

Legata a questo problema è l’assunzione di insegnanti e presidi nelle scuole arabe. All’interno della comunità palestinese in Israele è risaputo che il ministero dell’Educazione non nomina le persone più adatte a questo lavoro, ma quelle che collaborano con lo Stato.

Il fatto che lo Shabak (Shin Bet), il servizio di sicurezza interno di Israele, sia coinvolto nelle assunzioni – e nella selezione che le precede- degli insegnanti e dei presidi dimostra quanto Israele consideri fondamentale la nomina delle persone ‘giuste’. Scegliendo insegnanti e presidi leali, o per lo meno non critici, lo Stato garantisce che verranno insegnati solo i contenuti previsti dal curriculum scolastico. Persino nelle scuole private, che hanno un certo grado di libertà riguardo all’assunzione dei docenti e ai contenuti, gli insegnanti sono consapevoli del loro ruolo all’interno del sistema e aderiscono in maggioranza alla narrazione dominante.

Tutti questi aspetti presi insieme garantiscono che lo Stato, grazie all’intervento diretto nel sistema educativo, trasmetta solo la narrazione sionista dominante, che dovrebbe tutelare il carattere ebraico dello Stato. Questa prassi intende seminare divisioni tra gli studenti arabo-palestinesi, perché nega l’esistenza di una Nazione palestinese e sottolinea piuttosto ogni aspetto che separa la comunità in termini di religione o di altro.

Buona educazione – se te lo puoi permettere

Israele tenta anche di indebolire la coesione nella comunità arabo-palestinese in un modo più indiretto e sottile. Anche se le cifre esatte variano, è evidente che il ministero dell’Educazione assegna molti meno fondi alle scuole arabe che a quelle ebraiche, con il risultato di una grave mancanza di risorse in tutte le scuole pubbliche arabe.

Le scuole dei beduini sono considerate ben fornite se si tratta di edifici di mattoni con acqua corrente ed elettricità. In seguito al costante lavoro del FUCAE, il ministero dell’Educazione è totalmente al corrente della quantità di denaro necessaria annualmente per studente al fine di ridurre la differenza tra studenti ebrei ed arabi.

Tuttavia, secondo Aatef Moadei, direttore generale del FUCAE, Israele è interessato a gestire questa differenza piuttosto che a ridurla. L’indifferenza dello Stato è ancora più evidente quando si prende in considerazione il fatto che è diretta contro persone che rappresentano oltre il 20% dei suoi stessi cittadini, che pagano tutti le tasse e si aspettano di vedere in cambio investimenti significativi.

In conseguenza della mancanza di fondi e della carenza delle infrastrutture nella maggior parte delle scuole pubbliche, le scuole private arabe sono diventate l’alternativa preferita per i genitori che vogliono che i propri figli ricevano un’educazione migliore. Molte scuole private arabe sono gestite ed in parte finanziate da chiese, il che significa che hanno più fondi di cui avvalersi e maggiore libertà nella gestione degli affari interni della scuola. Le scuole delle chiese arabe sono aperte a tutti gli alunni arabi, non solo ai cristiani.

Tuttavia, poiché i genitori devono pagare le tasse d’iscrizione a queste scuole, le famiglie arabe più povere, che sono in genere musulmane, sono escluse da questa alternativa. Di conseguenza, con i finanziamenti volutamente scarsi alle scuole pubbliche e obbligando la comunità araba a rivolgersi all’educazione privata, che è in parte a pagamento, ancora una volta lo Stato impone una divisione della comunità in base alla religione, oltre a mettere in evidenza la stratificazione in base alla classe sociale.

Mantenere poco istruiti gli studenti

La strategia dello Stato riguardo al sistema educativo arabo intende garantire che i cittadini palestinesi di Israele rimangano poco istruiti, pur fornendo loro la formazione sufficiente a mascherare la realtà sia per la comunità internazionale che per l’opinione pubblica israeliana.

Il grave deficit nel sistema scolastico determina una bassa partecipazione degli arabi all’educazione superiore: solo uno studente arabo su quattro arriva all’educazione superiore, rispetto a uno su due studenti ebrei. Di conseguenza, le misure dirette ed indirette attuate dallo Stato non portano solo al rafforzamento delle differenze all’interno della comunità arabo palestinese.

Su scala più ampia, queste misure configurano anche un sistema che produce forza lavoro relativamente poco qualificata, per esempio formando insegnanti arabi poco qualificati, cosa che, a sua volta, avrà un effetto sulla prossima generazione di alunni arabo- palestinesi – garantendo una costante marginalizzazione della minoranza palestinese in Israele.

Democrazia solo di nome

Quindi lo Stato interferisce direttamente e indirettamente nel settore dell’educazione araba e intende imporre la separazione tra i cittadini arabo- palestinesi in Israele sulla base dell’etnia, della religione, della geografia e della classe sociale. Il sistema scolastico, così com’è ora, serve agli interessi dello Stato piuttosto che a quello degli studenti.

I palestinesi in Israele sono consapevoli delle diversità della loro comunità. Tuttavia sostengono che il governo utilizza il sistema educativo per rafforzare le differenze esistenti, che non sarebbero così problematiche se non fossero sottolineate continuamente dallo Stato. Il controllo delle loro scuole da parte del ministero dell’Educazione e soprattutto l’assoluta mancanza di libertà riguardo ai contenuti insegnati sono due pratiche che rifiutano ampiamente.

Dunque la comunità araba palestinese di Israele chiede una completa autonomia per il settore dell’educazione araba, per farsi totalmente carico della distribuzione dei fondi, dei contenuti dei curricula e dell’assunzione degli insegnanti in tutte le scuole arabe.

L’autonomia del settore educativo arabo in Israele sarebbe un importante passo verso il miglioramento dell’educazione araba in generale. Inoltre determinerebbe un cambiamento per i cittadini arabo- palestinesi di Israele, ponendo fine ai tentativi dello Stato di dividerli in comunità sempre più ridotte per mettere in crisi il movimento nazionale palestinese.

Anche se questo obiettivo può sembrare utopico, è di cruciale importanza che Israele inizi a trattare tutti i suoi cittadini, ebrei e non, allo stesso modo se vuole continuare a chiamarsi e ad essere chiamato una democrazia.

– Mona Bieling è una dottoranda in Storia Internazionale presso l’Istituto Universitario di Studi Internazionali e Sviluppo (IHEID) di Ginevra, Svizzera. Questa ricerca è stata realizzata con il sostegno di Baladna – Associazione per la Gioventù Araba di Haifa, Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Centinaia di persone in Israele e nei territori palestinesi occupati denunciano l’incursione mortale a Umm al-Hiran

19 gennaio 2017 Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – Mercoledì cittadini palestinesi con cittadinanza israeliana e loro sostenitori sono scesi in strada in Israele e nei territori palestinesi occupati per protestare contro un attacco per espellere una comunità beduina nel Negev, che si è trasformato in omicida ieri nelle prime ore del giorno, con la morte in circostanze controverse di un cittadino palestinese con cittadinanza israeliana e di un ufficiale di polizia israeliano.

Centinaia di dimostranti si sono riuniti a Umm al-Hiran, dove il residente beduino Yaqoub Moussa Abu al-Qian, di 47 anni, è stato colpito a morte da un poliziotto israeliano, che ha sostenuto che l’insegnante di matematica stava perpetrando un attacco con l’auto che ha ucciso l’ufficiale di polizia Erez Levi, di 34 anni.

Tuttavia numerosi testimoni e dirigenti palestinesi con cittadinanza israeliana hanno messo in dubbio la versione dei fatti delle forze di sicurezza israeliane, sostenendo che i poliziotti hanno aperto il fuoco su Abu al-Qian benché non rappresentasse un pericolo, causando il fatto che abbia perso il controllo del veicolo e abbia disgraziatamente investito Levi. Il parlamentare della Knesset Ayman Odeh, capo della Lista Unitaria, che rappresenta partiti guidati da palestinesi con cittadinanza israeliana, è stato ferito alla testa e alla schiena durante l’incursione, benché ci siano versioni contrastanti tra testimoni e poliziotti su come sia rimasto ferito e da chi.

In seguito all’attacco mortale l’Alto Comitato di Controllo per i cittadini arabi di Israele, una commissione del parlamento israeliano, la Knesset, ha dichiarato tre giorni di lutto nelle cittadine e nei villaggi israeliani a maggioranza palestinese.

Il comitato ha anche fatto appello ai cittadini palestinesi di Israele per lanciare uno sciopero generale giovedì [19 gennaio], ed agli insegnanti per discutere dei recenti fatti di Umm al-Hiran con gli studenti.

Si sono tenute manifestazioni in altre città israeliane a maggioranza di popolazione palestinese, come Yaffa, Qalanswane, Shifa Amr, Baqa al-Gharbiya, Sakhnin e Umm al-Fahm, in cui i dimostranti sventolavano bandiere palestinesi e gridavano slogan contro quelle che denunciavano come politiche ‘razziste’ israeliane.

Il gruppo israeliano per i diritti umani Gush Shalom ha informato che ci sono state manifestazioni anche a Gerusalemme, Haifa e Acre, in cui risiedono folte comunità palestinesi, così come in numerose università.

Secondo Gush Shalom, durante un raduno a Tel Aviv il membro della Knesset e cittadino palestinese di Israele Issawi Freij ha condannato l’incremento di demolizioni di case e la violenza della polizia che prende di mira i cittadini palestinesi di Israele.

Freij ha sostenuto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha incrementato queste politiche nel tentativo di distrarre l’opinione pubblica israeliana dalle continue indagini a suo carico per corruzione.

“Il primo ministro vuole individuare un nemico su cui i suoi elettori possano sfogare la loro rabbia,” ha detto Freij a centinaia di dimostranti. “Questo nemico che il primo ministro ha preso di mira e stigmatizzato sono io, un cittadino arabo dello Stato di Israele e membro del parlamento israeliano, insieme a tutti i miei concittadini arabi, un totale del 20% dei cittadini di Israele. Dobbiamo essere i capri espiatori!”

Gush Shalom ha riferito che a Tel Aviv i manifestanti hanno gridato slogan come “Ebrei e arabi rifiutano di essere nemici” e “Netanyahu è pericoloso, corrotto e razzista.”

La deputata della Knesset Aida Touma-Sleiman, citata dal “Times of Israel” [giornale israeliano senza indipendente online. Ndtr.], avrebbe detto che una protesta più ampia è stata organizzata davanti alla Knesset a Gerusalemme per lunedì [23 gennaio] mattina.

Nel contempo nella Striscia di Gaza assediata, il movimento Hamas ha organizzato un corteo nel campo di rifugiati di Jabaliya per condannare l’evacuazione forzata di Umm al-Hiran.

Il dirigente di Hamas Muhammad Abu Askar ha detto che il movimento solidarizza con tutto il popolo palestinese, compresi gli abitanti di Umm al-Hiran, nonostante tutti i problemi che attualmente sta affrontando la Striscia di Gaza. L’ agenzia di stampa Quds ha riferito che anche a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, i palestinesi sono scesi in strada per appoggiare Umm al-Hiran e per denunciare l’uccisione di Abu al-Qian.

Intanto giovedì i deputati della Lista Unitaria Ahmad Tibi e Usama Saadi hanno presentato alla Knesset un nuovo disegno di legge che propone il congelamento per dieci anni della demolizione di case costruite da palestinesi in Israele senza permessi rilasciati dal governo per organizzare un piano regolatore e di sviluppo complessivo.

“Non è un caso che ci siano decine di migliaia di case colpite da ordini di demolizione ” nelle comunità palestinesi di Israele, ha detto Tibi a Radio Israel. “Non è un fatto genetico. Non ci sono piani di sviluppo, né piani regolatori, nessuna crescita.”

Gruppi per i diritti hanno da lungo tempo sostenuto che le demolizioni nei villaggi beduini non riconosciuti da Israele sono una politica fondamentalmente tesa a togliere di mezzo la popolazione indigena palestinese dal Negev e a trasferirla in township [nome delle città per neri nel Sudafrica dell’apartheid. Ndtr.] definite dal governo per fare spazio all’espansione delle comunità di ebrei israeliani.

All’inizio del corrente mese, le forze israeliane hanno anche demolito 11 case di proprietà di cittadini palestinesi di Israele nella città di Qalansawe, nel centro di Israele, provocando scontri tra i palestinesi e la polizia israeliana, mentre Amnesty International Israele ha condannato possibili violazioni dei diritti umani ed ha accusato le forze israeliane di agire per “motivazioni politiche”.

Intanto mercoledì Netanyahu ha emesso un comunicato piangendo la morte del poliziotto israeliano, definendo l’incidente un “attacco con un veicolo” premeditato e parte di una “minaccia omicida”, in quanto la polizia israeliana ha affermato che Abu al-Qian era un sostenitore del cosiddetto Stato Islamico.

Il primo ministro ha scartato la possibilità di congelare le demolizioni nelle comunità palestinesi in Israele. “Lo Stato di Israele è, soprattutto, uno Stato di diritto, in cui ci sarà un’applicazione equa. Questo incidente non solo non ci fermerà, ma ci rafforzerà. Consoliderà la nostra determinazione ad applicare la legge ovunque,” ha affermato.

Con un’allusione appena velata ai parlamentari della Lista Unitaria, Netanyahu ha continuato esortando “chiunque, soprattutto se membro della Knesset, ad essere responsabile, a smetterla di alimentare l’animosità e di incitare alla violenza.”

Secondo il Jerusalem Post, mercoledì anche il ministro della Giustizia Ayelet Shaked [del partito di estrema destra “Casa Ebraica”. Ndtr.] ha accusato i deputati della Lista Unitaria di incitare alla violenza.

Tuttavia, gruppi per i diritti umani come “Coesistenza del Negev”, il “Forum per l’Uguaglianza Civile” e la “Coalizione delle Donne per la Pace”, che hanno contribuito ad organizzare le proteste di mercoledì in Israele, attribuiscono la responsabilità della violenza mortale direttamente al governo israeliano.

“La responsabilità diretta per l’odierna escalation pericolosa e per lo spargimento di sangue nel villaggio di Umm al-Hiran nel Negev ricade su coloro che hanno preso la decisione di distruggere un villaggio beduino esistito per decenni, raderlo totalmente al suolo e cancellarlo dalla faccia della terra, di espellere gli abitanti e creare una “comunità” ebraica al suo posto,” hanno affermato i gruppi, citati da Gush Shalom.

Sarah Leah Whitson, direttrice esecutiva del ramo per il Medio Oriente dell’ong Human Rights Watch (HRW) ha detto che gli avvenimenti di Umm al-Hiran hanno seguito “una modalità d’azione che prevede l’uso eccessivo della forza da parte della polizia israeliana.”

“Come in Cisgiordania, Israele discrimina i beduini e i palestinesi in generale all’interno dei propri confini nelle sue politiche di pianificazione, che intendono massimizzare il controllo della terra per le comunità ebraiche. Israele dovrebbe fare un’inchiesta sulle uccisioni, obbligare i responsabili a risponderne e rinunciare al progetto discriminatorio di radere al suolo Umm al-Hiran.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto sulla Protezione dei Civili nei Territori Palestinesi occupati riguardante il periodo: 12 – 25 gennaio 2016 (2 settimane)

Nelle due settimane di riferimento sono stati registrati otto aggressioni e presunte aggressioni palestinesi con conseguente uccisione di due colone israeliane e otto degli autori e presunti autori palestinesi, tra cui quattro minori (una 13enne e tre 17enni).

Altre due israeliane, una delle quali incinta, sono rimaste ferite. Solo uno dei presunti responsabili, un ragazzo di 16 anni fuggito dal luogo dell’aggressione, è stato successivamente arrestato. Tutti gli episodi sono avvenuti in Cisgiordania: quattro ai posti di blocco militari nei governatorati di Nablus e Hebron e altri quattro all’interno o all’ingresso degli insediamenti israeliani di ‘Otniel, Teqoa, Anatot e Beit Horon. In un ulteriore episodio, secondo quanto riferito, palestinesi hanno aperto il fuoco contro un veicolo israeliano nei pressi dell’insediamento di Dolev (Ramallah), senza causare vittime. Dal 1° ottobre 2015, nei Territori palestinesi occupati e in Israele, nel corso di attacchi palestinesi e presunti attacchi contro israeliani, sono stati uccisi 105 palestinesi, tra cui 25 minori, e 25 israeliani [1].

Le autorità israeliane attualmente trattengono i corpi di 12 palestinesi sospettati di aver compiuto aggressioni contro israeliani; alcuni sono stati trattenuti fino a 110 giorni. All’inizio di questo mese, le autorità israeliane hanno restituito decine di corpi che avevano trattenuto, ad accezione dei residenti in Gerusalemme Est.

In due diversi scontri, uno scoppiato durante una operazione di ricerca-arresto a Beit Jala (Betlemme) e l’altro durante manifestazioni ad est del Campo profughi di Al Bureij, vicino alla recinzione che circonda Gaza, le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, tre palestinesi. Durante scontri con le forze israeliane vicino alla città di Al ‘Eizariya, un altro palestinese 17enne è rimasto ucciso allorché un ordigno che egli stava maneggiando è prematuramente esploso.

Durante proteste e scontri avvenuti in varie zone dei Territori palestinesi occupati, sono stati feriti dalle forze israeliane 400 palestinesi, tra cui 130 minori. Anche se, rispetto alle due settimane precedenti, questo numero risulta raddoppiato, tuttavia equivale ad un quinto della media bisettimanale dei ferimenti (2.090) dell’ultimo trimestre del 2015. Dei 400 ferimenti, 30 si sono verificati durante proteste e scontri vicino alla recinzione perimetrale nella Striscia di Gaza. I rimanenti 370 sono stati registrati in Cisgiordania: durante le manifestazioni settimanali a Bil’in, Ni’lin (entrambi a Ramallah) e Kafr Qaddum (Qalqiliya); durante scontri nei pressi della Barriera nella città di Adu Dis (Gerusalemme) e all’ingresso di Silwad (Ramallah); e nel corso di dodici distinte operazioni di ricerca-arresto. In due delle operazioni di ricerca-arresto, sono stati feriti tre soldati e poliziotti di frontiera israeliani, uno dei quali colpito da arma da fuoco. Almeno venti dei ferimenti registrati in Cisgiordania (pari al 5%) e otto di quelli avvenuti nella Striscia di Gaza (pari al 27%) sono stati causati da armi da fuoco, mentre la maggior parte dei rimanenti sono dovuti a proiettili di gomma e gas lacrimogeni (solo le persone che ricevono assistenza medica vengono registrate come “feriti”).

Il 13 gennaio, le forze israeliane hanno sparato un missile contro un sito vicino alla città di Beit Lahiya, uccidendo un membro di un gruppo armato e ferendone altri due; ferito anche un civile. Secondo quanto riferito, in almeno un caso, un gruppo armato di Gaza ha lanciato un razzo contro Israele, senza provocare feriti o danni. Inoltre, in tre diverse circostanze, le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno spianato il terreno ed effettuato scavi; in un altro caso, hanno arrestato due pescatori e requisito la loro barca.

In Area C e a Gerusalemme Est, in 24 distinte circostanze, per mancanza di permessi edilizi rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, oppure smontato e confiscato, 58 strutture di proprietà palestinese; 39 persone, tra cui 21 minori, sono state sfollate ed altre 333 sono state in vario modo coinvolte. Tre degli episodi hanno avuto luogo nelle comunità beduine di Jabal al Baba e Abu Nuwar, ad est di Gerusalemme, e ad Al Mashru’, in Gerico: sono state distrutte o confiscate 16 strutture, 14 delle quali fornite come assistenza umanitaria per rimediare a precedenti demolizioni. Queste comunità sono a rischio di trasferimento forzato, a seguito di un piano di “rilocalizzazione” avanzato dalle autorità israeliane. Le prime due comunità si trovano all’interno di un’area attribuita [da Israele] al piano di insediamento E1 che servirà a collegare l’insediamento [colonico] di Ma’ale Adumim a Gerusalemme Est. Il 19 gennaio, in seguito ad una visita alla comunità di Abu Nuwar, compiuta insieme ad un folto gruppo di diplomatici, Robert Piper, Coordinatore Umanitario per i Territori palestinesi occupati (OPT), e Felipe Sanchez, Direttore delle Operazioni UNRWA [Agenzia ONU per i rifugiati] in Cisgiordania, hanno condannato lo smantellamento dell’assistenza umanitaria ed hanno chiesto la fine immediata dei piani israeliani di trasferimento forzato dei beduini palestinesi nella zona di Gerusalemme. Questa richiesta è stata ribadita il 26 gennaio dal Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Sempre in Area C, in episodi diversi, le forze israeliane hanno requisito veicoli ed attrezzature, con la motivazione che gli stessi erano impiegati per realizzare “opere non autorizzate”. Le requisizioni includono: due veicoli da cantiere utilizzati per un progetto di agricoltura, finanziato da donatori, nel villaggio di Tayaseer (Tubas); tre trattori privati a Jenin, Nablus e Betlemme; attrezzature per scavi in Um Fagarah, a sud di Hebron.

Coloni israeliani, sostenuti da militari, hanno occupato due edifici nella zona della città di Hebron controllata da Israele (H2), rivendicandone la proprietà e sgomberando con la forza una famiglia di nove persone residenti in uno degli edifici; il giorno successivo, a seguito di denunce da parte dei proprietari palestinesi, le forze israeliane hanno evacuato i coloni dalle proprietà. Inoltre, durante il periodo di riferimento, per proteggere un gruppo di coloni israeliani entrati nel villaggio di ‘Awarta per visitare un sito religioso, soldati israeliani hanno occupato per alcune ore il tetto della Scuola Secondaria maschile, causando danni alle porte della scuola. Nella Città Vecchia di Gerusalemme, presunti coloni israeliani hanno spruzzato graffiti offensivi sui muri e sulle porte di una chiesa.

Durante questo periodo, in quattro diversi episodi verificatisi sulle strade della Cisgiordania, due autisti di autobus israeliani sono rimasti feriti in seguito a lanci di sassi da parte di palestinesi, e due veicoli palestinesi sono stati danneggiati da sassi lanciati da coloni israeliani.

In tutta la Cisgiordania le forze israeliane hanno dispiegato centinaia di posti di blocco “volanti”, ostacolando il movimento dei palestinesi. Nuovi cncelli stradali e barriere di terra sono stati posizionati agli ingressi dei villaggi di Nahalin (Betlemme), ‘Awarta e Odala (Nablus), Beit Imra (Hebron). Nella città di Hebron ed in altre località del governatorato, la maggior parte delle strade principali, aperte all’inizio di gennaio, sono rimaste aperte. L’accesso dei palestinesi alla zona di insediamento israeliano della città di Hebron è rimasto fortemente limitato, incluso il divieto di ingresso in alcune aree (Shuhada Street e Tel Rumeida) per i maschi tra i 15 ed i 25 anni di età, fatta eccezione per i residenti i cui nomi sono stati registrati dalle forze israeliane.

Nel periodo cui si riferisce questo rapporto, nella Striscia di Gaza la fornitura di energia elettrica ha subito un ulteriore deterioramento, a causa di ripetuti guasti nelle linee di alimentazione israeliane ed egiziane. I blackout si sono protratti fino a 20 ore al giorno, in concomitanza di difficili condizioni meteorologiche invernali. La perdurante crisi energetica continua ad ostacolare pesantemente la fornitura dei servizi di base.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è stato chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 39 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno indicato che sono registrati, e in attesa di attraversare, oltre 25.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 necessitanti cure mediche.

[1] I dati OCHA per la protezione dei civili includono gli episodi che si sono verificati al di fuori dei Territori occupati solo se risultano coinvolti, sia come vittime che come aggressori, persone residenti nei Territori occupati. I feriti palestinesi riportati in questo rapporto includono solo persone che hanno ricevuto cure mediche da squadre di paramedici presenti sul terreno, nelle cliniche locali o negli ospedali. Le cifre sui feriti israeliani si basano su notizie di stampa.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: in caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese. Nella versione italiana non sono riprodotti i

dati statistici ed i grafici.