La macchina propagandistica israeliana mette in pericolo ogni ebreo sul pianeta, me compreso

Antony Loewenstein

23 dicembre 2025 – Middle East Eye

Inquadrando gli orrori di Bondi come giustificazione delle sue azioni genocide questo governo si sta dibattendo per riconquistare la sua legittimità

Dopo poche ore dall’orribile attacco antisemita di Bondi Beach a Sidney di questo mese il governo israeliano e i suoi sostenitori hanno iniziato a fare pressioni su una Nazione in lutto con false narrazioni, sfacciate menzogne e razzismo

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e importanti ministri israeliani hanno accusato il governo australiano di “aver normalizzato il boicottaggio contro gli ebrei”, riconosciuto quest’anno lo Stato di Palestina e rifiutato di reprimere le manifestazioni a favore della Palestina.

L’ex-portavoce dell’esercito israeliano Eylon Levy ha postato su X (l’ex Twitter): “Gli ebrei di tutto il mondo vivono nella paura perché siamo braccati. Il 7 ottobre ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo e dato il via a una guerra globale contro gli ebrei.”

Non c’erano né logica né senso per questo attacco nel momento in cui a Bondi Beach i cadaveri erano ancora caldi. A quel punto, e ancora adesso, non c’è un’immagine chiara delle motivazioni del padre e del figlio accusati del massacro, soprattutto di ebrei che si erano riuniti per celebrare la prima notte di Hannukkah, benché sia stato preso in considerazione un rapporto con lo Stato Islamico.

È stato un intervento vergognoso da parte di uno sciagurato governo israeliano accusato di aver commesso un genocidio a Gaza, eppure ancora in troppi sui media australiani e internazionali hanno trattato Netanyahu e i suoi compari come commentatori credibili, affidandosi alla loro presunta saggezza.

Molti giornalisti ed editori, persino quelli che potrebbero essere in sintonia con un’opinione più scettica, in conseguenza della strage di Bondi Beach sono terrorizzati dall’idea di esprimersi, soprattutto di criticare il governo israeliano e la lobby filo-israeliana, per timore di venire accusati di antisemitismo. Il risultato sono il silenzio e l’acquiescenza.

Per il governo israeliano e per molti dei suoi sostenitori in tutto il mondo demonizzare i difensori pacifici della Palestina e vomitare odio contro i musulmani è diventato all’ordine del giorno nel momento in cui stanno perdendo la guerra di propaganda dopo più di due anni di stragi di massa a Gaza.

Fomentare paure

Un recente studio commissionato dal ministero degli Esteri israeliano ha scoperto che dal 7 ottobre 2023 l’immagine del Paese è stata pregiudicata e il suo consulente per le pubbliche relazioni ha proposto di combattere questo fatto fomentando la paura dell’Islam radicale e del “jihadismo”. La risposta israeliana al massacro di Bondi Beach si inserisce chiaramente in questo piano.

Quello che Israele e i suoi difensori continuano volontariamente a ignorare è che è difficile convincere un’opinione pubblica internazionale della giustezza della propria causa quando l’esercito israeliano continua la pulizia etnica dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Il problema non è un malfunzionamento nelle pubbliche relazioni, ma le politiche e azioni di odio contro i palestinesi. Ciononostante Israele sta intensificando la sua propaganda, prevedendo nel suo bilancio 2026 di spendere 2.35 miliardi di shekel (oltre 626.000 €) in campagne di sostegno.

Che cosa otterrà con questo? La comunità evangelica USA viene bombardata da contenuti filo-sionisti. Recentemente mille pastori statunitensi si sono recati in Israele per un viaggio pagato dal governo Netanyahu per addestrarli come ambasciatori del Paese. I cristiani palestinesi locali sono stati ignorati.

Israele sta tentando di rafforzare la sua base di appoggio all’interno della numerosissima comunità evangelica statunitense, tradizionalmente la sua maggior fonte di sostegno, perché i giovani evangelici stanno esprimendo uno scetticismo molto maggiore verso Israele e le sue politiche in Palestina.

Le mie fonti nella comunità evangelica mi dicono che il genocidio a Gaza ha avuto un profondo effetto sulle menti e sulle opinioni di molti giovani evangelici. In questi contesti religiosi preoccupazioni riguardo all’ingiustizia, in Palestina e altrove, stanno ricevendo il giusto spazio mediatico e Israele è preoccupato; da qui l’investimento di non si sa quanti milioni per diffondere propaganda a queste menti turbate.

Genocidio trasmesso in diretta

Israele deve affrontare un mondo che cambia, con il movimento MAGA di Trump sempre più diviso riguardo al suo, una volta solido, sostegno al sionismo. Gli ebrei progressisti negli USA e altrove sono largamente persi. L’estrema destra, dalla Svezia alla Francia, accoglie calorosamente Israele e la sua agenda etno-nazionalista.

Questo è l’effetto di anni di genocidio trasmesso dal vivo sulla reputazione di un Paese.

Il comportamento di Israele sta mettendo in pericolo direttamente ogni ebreo sul pianeta, me compreso. L’antisemitismo è reale e in crescita e ciò mi preoccupa profondamente in quanto ebreo. Ma l’Australia non è Berlino nel 1933, quando gli ebrei vennero improvvisamente trasformati in cittadini di seconda classe. È difficile prendere seriamente gli ebrei filoisraeliani che sostengono di sentirsi insicuri quando vedono un’anguria o sentono lo slogan “Palestina libera”.

Ma il desiderio di Tel Aviv di demonizzare il governo australiano non riguarda la protezione degli ebrei dall’antisemitismo: è un vergognoso tentativo di manipolare una discussione in cui i dirigenti israeliani non hanno un ruolo né importanza, in quanto si agitano per ristabilire la loro legittimità dopo anni di immagini quotidiane del massacro a Gaza.

Abbiamo bisogno di una classe giornalistica disposta a mettere in discussione le motivazioni di Netanyahu.

C’è una lunga storia di propaganda sionista, che risale a molto prima della nascita di Israele nel 1948, che intendeva spiegare e giustificare una presenza ebraica colonialista sulla terra.

Oggi gli strumenti di propaganda sono diffusi sulle reti sociali, e Israele sta scommettendo di poter riconquistare i sostenitori persi presentandosi come in prima linea nella “guerra al terrorismo” contro l’islamismo.

Consideratemi come profondamente scettico.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di bestseller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [sito di giornalismo investigativo, ndt.]. Ha scritto per The Guardian, the New York Times, the New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è Laboratorio Palestina: come Israele Esporta la Tecnologia dell’Occupazione in Tutto il Mondo (Fazi Editore, 2024). Gli altri suoi libri includono Pills, Powder and Smoke [Pillole, Polvere e Fumo], Disaster Capitalism [Capitalismo del disastro] e My Israel Question [La mia domanda Israele]. I suoi documentari includono Disaster Capitalism e i film di Al Jazeera in inglese West Africa’s Opioid Crisis [La crisi degli oppioidi in Africa occidentale] e Under the Cover of Covid [Sotto la copertura del COVID]. Ha vissuto a Gerusalemme est dal 2016 al 2020.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Netanyahu non è Israele”, sostengono scrittori e accademici israeliani. Stanno mentendo a sé stessi

Ilana Hammerman

9 giugno 2025 – Haaretz

La lettera aperta diffusa da 160 scrittori, accademici e intellettuali israeliani ignora che la guerra in corso a Gaza è stata fin dall’inizio una guerra di annientamento

“Netanyahu non è Israele – il suo governo non ci rappresenta!” Questo è il titolo di una lettera aperta contro la guerra nella Striscia di Gaza resa pubblica il 30 maggio. È stata firmata da 160 scrittori, accademici e intellettuali israeliani e da allora altre migliaia l’hanno firmata.

Non ci sono dubbi che le loro intenzioni erano buone. Il problema è che la lettera aperta di per sé non è buona, perché è sbagliata e ingannevole. I suoi estensori e firmatari hanno mentito a sé stessi.

Le persone che l’hanno promossa l’hanno immediatamente tradotta in inglese e inviata ai mezzi di comunicazione all’estero. Evidentemente è stato così che persone oltreconfine, ovviamente quelli che non sono antisemiti, hanno saputo che, nonostante tutto, la giustizia è dalla nostra parte. Che il 7 ottobre 2023, con grande sorpresa sbucato dal nulla (cioè da Gaza, o in altre parole dalla prigione/ghetto che abbiamo costruito per i suoi abitanti) “animali umani” sono arrivati per massacrare i loro vicini, abitanti del Negev occidentale.

Dopodiché abbiamo lanciato una guerra giusta contro quelli che in modo barbaro, con le loro stesse mani, faccia a faccia, hanno ucciso bambini, madri e padri, nonne e nonni, intere famiglie. Abbiamo lottato con grande forza e non abbiamo mollato. Per 19 mesi abbiamo bombardato, lanciato ordigni, distrutto, raso al suolo, ucciso ed espulso. Eppure, secondo la lettera aperta, questa guerra era giustificata.

Ma poi, sottintende la lettera, qualcosa è totalmente cambiato. “La guerra iniziata il 18 marzo con la violazione del cessate il fuoco da parte di Israele e dell’accordo per il rilascio degli ostaggi non è la stessa guerra giusta che abbiamo iniziato il 7 ottobre dopo l’orribile massacro delle comunità nel Negev occidentale… Una guerra in cui sono stati uccisi più di 15.600 minori è immorale,” afferma, rifiutandosi nel contempo di spiegare che la stragrande maggioranza di questi minori, insieme alle loro madri e ai loro padri, alle loro nonne e ai loro nonni, è stata uccisa nelle fasi precedenti della guerra scatenata il 7 ottobre 2023.

Dopotutto questa è stata fin dall’inizio una guerra di annientamento, 19 mesi prima, con massicci bombardamenti dei piloti dell’aeronautica e dei droni che hanno sganciato bombe pesanti quasi una tonnellata da lontano (nelle guerre contemporanee non uccidiamo più faccia a faccia) e ancor di più una volta iniziata l’operazione di terra. E in effetti questa guerra ha avuto obiettivi diversi dalla vittoria militare.

È stata progressivamente condotta nello spirito degli appelli di importanti politici, ministri e membri della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.], così come di generali, a distruggere Gaza, a spianare, sradicare, uccidere, affamare, prendere il controllo e persino a fondarvi colonie ebraiche. E quindi, molto prima del 18 marzo, l’intera Striscia di Gaza, città e cittadine, quartieri residenziali, campi di rifugiati, zone e orti coltivati, sono diventati terre desolate su cui la morte ha costantemente aleggiato.

“Netanyahu non è Israele… Questa guerra è contraria alla volontà e ai valori della maggioranza degli israeliani,” afferma la lettera aperta. Davvero? Dopotutto questo governo è stato eletto dai voti della maggioranza degli israeliani in libere e democratiche elezioni sulla base dei programmi dei partiti che lo compongono, dal Likud guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu fino a Sionismo Religioso e Otzma Yehudit [Potere Ebraico] capitanati rispettivamente da Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir.

Ecco le prime due frasi del programma di governo: “Il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e incontestabile su tutta la Terra di Israele. Il governo promuoverà e svilupperà la colonizzazione in ogni parte della Terra di Israele: la Galilea, il Negev, il Golan, la Giudea e la Samaria,” i nomi biblici della Cisgiordania. E quindi dal giorno della sua formazione ha rispettato quella promessa in Cisgiordania.

In questo ha agito esattamente come i governi che l’hanno preceduto, anche se con maggiore zelo e violenza sotto la direzione di Smotrich, che a questo fine ha ricevuto un altro portafoglio ministeriale oltre al ministero delle Finanze, come ministro della Difesa responsabile dell’“amministrazione degli insediamenti (Giudea e Samaria).” E nell’attuale guerra il governo ha applicato questo orientamento anche a Gaza.

Ciononostante la lettera aperta afferma che “una guerra senza obiettivi politici è una guerra ingannevole.” Ma la guerra ha scopi politici: occupare, espellere, colonizzare e controllare Gaza per sempre. Gaza diventerà come la Cisgiordania.

Oltretutto questa guerra al momento sta mettendo in pratica le politiche e l’ideologia del blocco i cui sostenitori costituiscono la maggioranza, dalla gente che ha votato per Netanyahu e Gideon Sa’ar [attuale ministro della Difesa, ex-dirigente del Likud, ndt.] e per Sionismo Religioso e Otzma Yehudit, fino a gente che appoggia i politici di opposizione Naftali Bennett e Avigdor Lieberman. E neppure tra i centristi che li osteggiano, cioè il blocco che sostiene Benny Gantz e Yair Lapid, troverete una forte opposizione a tale politica.

Questa è l’attuale maggioranza israeliana, e questi sono i suoi valori. La nuova lettera aperta è arrivata decisamente molto in ritardo.

I suoi estensori e firmatari dichiarano di essere “determinati a difendere la democrazia israeliana.” Scusate, amici miei, spiegatemi. A quale democrazia vi riferite? Intendete una democrazia in cui metà della popolazione che vive sotto il controllo israeliano tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo è stata sottoposta a un violento regime militare ormai da tre generazioni, privata di diritti civili e umani, senza neppure essere protetta da distruzioni, espulsioni e pogrom per mano di ebrei?

E infine estensori e firmatari promettono di essere anche determinati “a preservare la speranza per entrambi i popoli.”

Come, se non vi dispiace?

Circa un anno fa la Knesset ha approvato questa risoluzione: “La Knesset si oppone in modo tassativo alla creazione di uno Stato palestinese a ovest del fiume Giordano. La formazione di uno Stato palestinese nel cuore della Terra di Israele costituirebbe un pericolo esistenziale per lo Stato di Israele e per i suoi cittadini, perpetuerebbe il conflitto israelo-palestinese e minaccerebbe la stabilità regionale.” Solo nove membri della Knesset, dei partiti arabi, hanno votato contro questa risoluzione. Sia il partito Unità Nazionale di Gantz che Yisrael Beitenu [Israele Casa Nostra, partito degli immigrati dall’ex-Unione Sovietica, ndt.] di Lieberman hanno votato a favore.

Se cadesse il governo Netanyahu questi due partiti, insieme a quello di Bennett, la cui opinione a questo proposito è identica alla loro, rappresenterebbero il blocco decisivo di qualunque coalizione di partiti formerà il prossimo governo. E nella Knesset una schiacciante maggioranza continuerà ad opporsi alla creazione di uno Stato palestinese, una maggioranza che rappresenta la maggioranza degli ebrei israeliani e i loro valori. Eppure i palestinesi non hanno nient’altro se non la speranza di creare uno Stato.

Da dove verrà la speranza che siete determinati a preservare per entrambi i popoli? E la vostra determinazione include qualcosa di concreto? In fondo, dato che siamo arrivati a questo punto, è tristemente impossibile non chiedersi dove sia stata finora questa determinazione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Netanyahu ha esercitato pressioni su von der Leyen in merito all’accusa di genocidio

David Cronin

21 marzo 2025 – The Electronic Intifada

Israele cerca di tenere nascosta la sua attività di lobby contro un’azione legale finalizzata a fermare il genocidio a Gaza.

Attraverso una richiesta di accesso agli atti ho scoperto che Benjamin Netanyahu ha contattato Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, in merito al procedimento avviato lo scorso anno dal Sudafrica.

L’ambasciata israeliana a Bruxelles si è opposta alla divulgazione della lettera del Primo Ministro. Vergognosamente, i funzionari di Von der Leyen hanno accettato la richiesta di Israele.

Perché la Commissione Europea concede a Israele il diritto di veto su quali documenti rendere pubblici? Cosa cercano di nascondere Von der Leyen e il suo entourage?

Il ricorso presentato dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia ha dimostrato che Netanyahu e i suoi collaboratori hanno manifestato una chiara intenzione genocida quando hanno dichiarato guerra a Gaza nell’ottobre 2023. Nella sentenza preliminare del gennaio 2024, la Corte ha giudicato l’accusa plausibile e ha ordinato la cessazione degli attacchi israeliani.

La Convenzione sul Genocidio delle Nazioni Unite impone ai governi di tutto il mondo il dovere di prevenire e punire questo crimine.

Nel mio ricorso contro il rifiuto di divulgare la lettera di Netanyahu, ho sostenuto che la trasparenza è un prerequisito per verificare se la Commissione Europea stia rispettando il diritto internazionale.

In base alle informazioni attualmente disponibili, non si può che concludere che Von der Leyen abbia favorito un genocidio.

Ha incontrato Netanyahu nell’ottobre 2023, mentre Israele compiva massacri e infliggeva enormi distruzioni a Gaza. Von der Leyen ha cercato di giustificare la violenza, suggerendo persino che Israele stesse adempiendo al dovere di proteggere la propria popolazione.

Non è la prima volta che Bruxelles occulta informazioni su richiesta di Israele.

L’Unione Europea ha precedentemente rifiutato di rispondere a semplici domande su quali ministeri e autorità israeliani partecipino ai “dialoghi sul contrasto al terrorismo” che essa organizza. Un documento interno da me ottenuto nel 2023 affermava che i diplomatici UE “temevano che gli israeliani si sarebbero offesi per la divulgazione”.

 

L’incubatore dell’industria bellica

Questa paura di offendere è evidente nel patetico comunicato diffuso dai leader UE dopo il vertice di questa settimana. Pur definendo “deplorevole” la fine della tregua a Gaza, non hanno specificato che è stato Israele a interromperla, uccidendo centinaia di palestinesi.

Dal canto suo Von der Leyen era troppo occupata a pompare denaro nell’industria bellica per versare lacrime sulla ripresa degli attacchi israeliani.

Israele trarrà quasi certamente vantaggio dall’agenda che lei sta dettando.

Lo sviluppo di nuovi droni e di sistemi di “difesa aerea” sono due priorità da lei indicate.

Israele si è ritagliata una nicchia redditizia nel mercato globale delle armi vendendo droni testati durante l’attuale genocidio e nelle precedenti offensive contro i palestinesi. E lo “scudo aereo” che Von der Leyen propone per l’Europa sembra una copia identica – o quantomeno ispirata – alla Cupola di Ferro israeliana.

Elbit Systems e Rafael – le principali aziende israeliane produttrici di droni e della Cupola di Ferro – stanno già beneficiando della corsa europea agli aumenti della spesa militare.

Le due società hanno annunciato di aver ottenuto un nuovo contratto per fornire a “paesi europei non specificati” un “sistema navale avanzato di lancio e diversione”.

I mercanti di armi riuniti al Tel Aviv Sparks Innovation Summit nei prossimi giorni discuteranno senza dubbio su come ottenere ancora più affari in Europa. “Investimenti nella difesa” è uno dei temi in programma.

I nuovi piani di Von der Leyen per sovvenzionare l’industria bellica dovrebbero favorire principalmente le aziende UE. La stessa Von der Leyen ha tuttavia garantito che le armi finanziate potranno includere fino al 35% di componenti di provenienza extra-UE.

Le società israeliane – già strettamente integrate con l’industria militare europea – trarranno vantaggio da questa sua “generosità”.

Tramite la mia sopra citata richiesta di accesso agli atti, ho anche appreso che la European Jewish Association (EJA) – un gruppo di pressione filo-israeliano – ha contattato l’ufficio di Von der Leyen (tramite diplomatici israeliani) per un possibile riconoscimento.

Sembra che l’associazione volesse premiarla ufficialmente per il suo sostegno alla guerra a Gaza. Ma è solo un’ipotesi: anche in questo caso, l’ambasciata israeliana presso l’UE si è opposta alla pubblicazione della lettera dell’EJA.

E, naturalmente, i lacchè di Von der Leyen hanno ancora una volta accettato le obiezioni di Israele. Dio non voglia che offendano uno Stato che sta commettendo un genocidio.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Netanyahu revoca la nomina di Eli Sharvit come nuovo direttore dello Shin Bet

Redazione di MEMO

1 aprile 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato la nomina del comandante della marina israeliana in pensione Eli Sharvit come nuovo direttore del servizio di sicurezza interno Shin Bet.

Una dichiarazione dell’ufficio di Netanyahu ha espresso ringraziamenti nei confronti di Sharvit per la “volontà di assumere l’incarico”, ma gli ha detto che “dopo ulteriori riflessioni, intende sottoporre a colloquio altri candidati.”

Secondo i media israeliani, incluso il sito web di notizie del Times of Israel, la coalizione di governo si è opposta alla sua nomina a causa della sua partecipazione alle proteste di massa contro il progetto del governo relativo alla riforma giudiziaria.

I media israeliani hanno anche legato la decisione a dichiarazioni fatte precedentemente quest’anno da Sharvit che ha pubblicamente criticato le precedenti politiche sul cambiamento climatico del presidente statunitense Donald Trump.

Lunedì Netanyahu aveva annunciato che il comandante in pensione della marina israeliana Eli Sharvit sarebbe stato il nuovo direttore dello Shin Bet per sostituire Ronen Bar, anche dopo che la Corte Suprema israeliana ha emesso una ingiunzione temporanea che impedisce di porre fine all’incarico di Bar fino all’8 aprile. La Corte, tuttavia, ha permesso al primo ministro di sottoporre a colloquio potenziali sostituti.

Il governo di Netanyahu si è si è attivato il 21 marzo per rendere effettiva la fine dell’incarico di Bar il 10 aprile, a meno che non fosse nominato prima un successore definitivo.

Il tentativo di licenziare Bar segna la prima volta che un governo israeliano ha cercato di rimuovere un capo dello Shin Bet. Netanyahu ha insistito che la decisione rientri nell’ambito dei poteri dell’esecutivo e che non dovrebbe essere sottoposta a valutazione giudiziaria.

Bar ha lasciato intendere che dietro la sua rimozione ci siano le motivazioni politiche, suggerendo che Netanyahu sta cercando una “fedeltà personale” che lui non gli avrebbe garantito.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)

 




Stati Uniti e Israele cercano di trasferire i palestinesi di Gaza in Somalia, Somaliland e Sudan: i particolari

Rina Bassist

14 marzo 2025 – Al Monitor

Secondo quanto riportato dall’Associated Press funzionari israeliani e statunitensi hanno preso contatti con Sudan, Somalia e Somaliland per un possibile reinsediamento dei gazawi in questi paesi.

In seguito alla proposta avanzata a febbraio dal presidente Donald Trump di trasferire gli abitanti di Gaza altrove per un periodo imprecisato, funzionari statunitensi e israeliani avrebbero contattato Sudan, Somalia e Somaliland per verificare la possibilità di reinsediarvi i palestinesi sfollati di Gaza.

I fatti

Venerdì l’Associated Press ha riferito che funzionari statunitensi e israeliani avrebbero confermato che tali richieste erano state avanzate ai tre Paesi africani. Secondo i funzionari statunitensi non è chiaro quanto siano progrediti questi colloqui ed essi hanno sottolineato che Israele sta guidando le discussioni. Il rapporto cita anche fonti sudanesi che affermano di aver rifiutato tali offerte, mentre fonti in Somalia e Somaliland hanno dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna discussione in merito.

“Contatti separati da parte degli Stati Uniti e di Israele con le tre potenziali destinazioni sono iniziati lo scorso mese, pochi giorni dopo che Trump ha avanzato il piano per Gaza insieme a Netanyahu”, si legge nel rapporto.

I funzionari della Casa Bianca non si sono resi immediatamente disponibili per un commento. Al-Monitor ha anche contattato il Ministero degli Esteri israeliano per un commento.

Il contesto

Trump ha proposto per la prima volta il reinsediamento degli oltre 2 milioni di palestinesi della Striscia di Gaza durante il suo incontro del 4 febbraio con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. Ha sostenuto che la Striscia di Gaza è diventata inabitabile e ha suggerito di trasferire tutti i gazawi in altri Paesi. Ha aggiunto che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo di Gaza e l’avrebbero ricostruita.

“Sarà nostra”, ha detto Trump. “Prenderemo il controllo di quella zona, la svilupperemo e creeremo migliaia e migliaia di posti di lavoro, e sarà qualcosa di cui tutto il Medio Oriente potrà essere orgoglioso”. Ha anche affermato che i palestinesi trasferiti in una nuova terra “starebbero molto meglio che a Gaza, che ha attraversato decenni e decenni di morte” e che “saranno reinsediati in aree dove potranno vivere una bellissima vita”. Successivamente Trump ha dichiarato di aver discusso il piano con i leader di Giordania ed Egitto, secondo lui potenziali destinazioni dei gazawi sfollati.

Il piano di Trump ha suscitato un’ampia reazione negativa nel mondo arabo e in Europa. Sebbene abbia aggiunto che i gazawi non saranno costretti a lasciare la Striscia, non ha ritirato la sua proposta. Al contrario, le fazioni di estrema destra israeliane hanno abbracciato l’idea di un trasferimento di massa dei palestinesi, con Netanyahu che l’ha definita una “visione audace”.

Per saperne di più

Le relazioni che Stati Uniti e Israele mantengono con i tre Paesi africani in questione sono complesse.

Il Sudan è uno dei quattro Paesi – insieme agli Emirati Arabi Uniti, al Bahrain e al Marocco – che hanno inizialmente firmato gli Accordi di Abramo del 2020 per normalizzare i rapporti con Israele. Come parte dell’accordo, Washington ha rimosso il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. In effetti, mesi prima della firma degli accordi, Netanyahu ha incontrato in Uganda il leader del Consiglio Sovrano Sudanese [organo di governo sciolto da un golpe nel 2021, ndt.], Abdel Fattah al-Burhan. Nel corso degli anni le informazioni hanno suggerito che Israele abbia fornito supporto militare al regime di Burhan. Intanto dal 2023 il Sudan è stato travolto da una guerra civile. Giovedì l’UNICEF ha avvertito che il Sudan “è ora la più grande e devastante crisi umanitaria al mondo”, affermando che dopo due anni di guerra “oltre 30 milioni di persone – più della metà delle quali bambini – vivono nella morsa di atrocità di massa, carestia e malattie mortali”.

Nell’ultimo decennio gli Stati Uniti hanno collaborato con la Somalia per combattere il gruppo jihadista al-Shabaab nel sud del paese. Washington è il principale fornitore di armi della Somalia. Con una popolazione stimata di 18 milioni di persone distribuite su 640.000 km2, la Somalia rimane una delle nazioni più povere del continente. Un rapporto del 2023 del Times of Israel ha indicato che il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen ha cercato di normalizzare le relazioni con la Somalia nonostante il sostegno di lunga data di Mogadiscio alla causa palestinese. I due Paesi attualmente non hanno relazioni diplomatiche.

Il Somaliland, regione autoproclamatasi indipendente, rappresenta un caso diverso, poiché non è riconosciuto a livello internazionale come Stato sovrano. La Somalia considera il Somaliland parte del suo territorio. Posizionato sul Golfo di Aden vicino allo strategico stretto di Bab al-Mandab, il Somaliland attira da anni l’interesse israeliano. Nel 2024 il Middle East Monitor ha riferito che Israele avrebbe cercato di stabilirvi una base militare in cambio del riconoscimento della sua indipendenza, anche se i funzionari israeliani non hanno confermato la notizia.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Opinione | A causa del suo regime Israele sta perdendo ogni ragione di esistere

Michael Sfard

18 febbraio 2025 – Haaretz

L’abbandono dei suoi cittadini in prigionia per perseguire l’ideologia messianica della destra radicale e la repressione dilagante degli oppositori del governo hanno fatto di Israele uno Stato al collasso

Israele sta costantemente perdendo ogni ragione di esistere. Da un punto di vista democratico e umanistico uno Stato non è un fine di per sé quanto piuttosto un mezzo per realizzare i diritti dei propri cittadini e dei soggetti sottoposti alla sua autorità. Proprio come una cooperativa, lo Stato non possiede nulla: tutto ciò che ha appartiene ai suoi membri e tutto il suo potere deriva da essi.

Uno Stato è un’entità politica al servizio di esseri umani. Se non adempie a questa funzione, e a maggior ragione se peggiora la loro condizione, viene meno la sua ragion d’essere.

Ci sono Stati i cui regimi pregiudicano questo scopo, Stati che sono al servizio della sola classe dirigente, che sfruttano chi non vi appartiene e che sono indifferenti al benessere dei governati. Stati di questo tipo sono corrotti e criminali, come una banca che rubi i risparmi dei propri clienti.

Non c’è giustificazione alla loro esistenza. Qualsiasi oscillazione verso un’idea di Stato come un fine in sé, come un’entità con uno scopo proprio anziché come uno strumento, è una pericolosa oscillazione verso il fascismo. Può dapprima apparire innocente, ma porta inesorabilmente ai gulag dove si rinchiudono gli oppositori politici.

Uno Stato che si dichiara democratico ha lo scopo di creare un ambiente che, sotto il profilo legale, politico, culturale, economico e della sicurezza, permetta a chi vi è soggetto di realizzare i propri talenti, essere libero autore della propria storia di vita, esercitare pienamente la propria autonomia e perseguire la propria felicità. Tale ambiente è possibile unicamente sulla base di una normativa che difenda la sacralità delle libertà fondamentali, della dignità umana e dell’uguaglianza.

Ecco perché diritti umani e democrazia sono inseparabili. Non ci può essere vera democrazia senza un sistema di governo che sia fondato sulla protezione dei diritti fondamentali di ogni individuo sotto l’autorità dello Stato. Allo stesso modo non ci sono diritti umani senza una struttura politica fondata su valori democratici come l’elezione del legislatore, la separazione dei poteri e uno stato di diritto uguale per tutti. Dovrebbe essere semplice. Dovrebbe essere ciò che i bambini imparano in prima elementare. Ma questo non è ciò che ci sta accadendo, e non è ciò che i nostri bambini imparano a scuola.

Il progetto israeliano era quello di fondare una democrazia liberale, ma oggi esso è ben lungi da quell’ideale e continua rapidamente ad allontanarsene di più ogni giorno che passa.

I nobili ideali sull’essenza dello Stato, forgiati dalle rivoluzioni francese e americana e dalle lezioni della Seconda guerra mondiale, della creazione delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, sono stati scalzati dai cupi princìpi dell’odio, del razzismo, della repressione del dissenso e della concentrazione di potere nelle mani della coalizione al governo. Qualsiasi valutazione onesta dell’attuale realtà israeliana faticherebbe a trovare una giustificazione alla sua esistenza in quanto Stato. Diamo un’occhiata ad alcune delle caratteristiche più salienti di Israele.

Nel 2025 Israele è guidata da un governo che abbandona i propri cittadini. È già stato detto migliaia di volte, ma lo dirò a modo mio: abbiamo un governo che non ha saputo impedire il rapimento di cittadini dai loro letti e un anno e quattro mesi dopo, quando è chiaro che sono affamati, percossi e soffrono inimmaginabili maltrattamenti a Gaza, questo stesso governo sta cercando di sabotare un accordo che potrebbe liberarli.

In certi casi ci possono essere ragioni legittime per opporsi a un accordo sugli ostaggi, ma il sabotaggio che sta avendo luogo sotto i nostri occhi non è dettato da preoccupazioni per la sicurezza di Israele. Al contrario, esso è funzionale alle fantasie messianiche e coloniali della destra radicale e a garantire la sopravvivenza politica del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Se così non fosse, ci sarebbe stato detto esplicitamente che il governo non ha alcuna intenzione di espellere i palestinesi da Gaza e ri-colonizzare la Striscia. Ma ci è stato detto il contrario. Perciò, finché dipenderà dal governo israeliano, i restanti ostaggi ancora in vita sono destinati a morire tra atroci sofferenze per realizzare il sogno del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich di diventare il Nabucodonosor di Gaza dopo averne espulso gli abitanti e avervi insediato colonie.

I nostri ostaggi continueranno a soffrire fame e torture nell’oscurità di cantine e tunnel in modo che Netanyahu possa rimanere alla residenza del Primo Ministro a Balfour Street a Gerusalemme. Questo incommensurabile tradimento è di per sé sufficiente a inficiare la più fondamentale ragion d’essere dello Stato di Israele: la protezione dei suoi cittadini e la solidarietà sociale che assicura che nessun cittadino sarà trascurato, a maggior ragione se in circostanze estreme, quando i nemici gli fanno del male.

Il regime israeliano del 2025 reprime il dissenso. Quando i miei genitori mi raccontavano le loro esperienze nella Polonia comunista, quando il regime annullava spettacoli teatrali, censurava libri e imprigionava chi osava criticarlo, io mi consideravo fortunato per essere nato in una nazione dove non accadeva nulla di simile. Bé, sta succedendo adesso. Succede da sempre ai palestinesi, da un lato come dall’altro della cosiddetta Linea Verde. Adesso sta succedendo a tutti e sta succedendo alla grande.

La presidenza di una scuola a Tzur Hadassah, vicino a Gerusalemme, ha cancellato una lezione dell’autrice Shoham Smith perché ha criticato aspramente le azioni di Israele a Gaza. La Knesset sta approvando un disegno di legge che renderebbe illegale l’uso della parola “Cisgiordania”, obbligandoci a usare in sua vece “Giudea e Samaria”. La scorsa settimana la polizia ha fatto irruzione in una libreria a Gerusalemme Est e ne ha arrestato i proprietari perché i libri che vendevano non erano considerati abbastanza sionisti.

Tutto questo è accaduto recentemente. I manifestanti pro-democrazia, così come quelli che chiedono un cessate il fuoco e un accordo sugli ostaggi, sono arrestati quotidianamente dalla stessa polizia e dalla stessa magistratura che chiudono un occhio quando si tratta di incitamento ai crimini di guerra, contro l’umanità e persino al genocidio, tutte cose diventate di ordinaria amministrazione.

Il regime israeliano odia un quinto dei propri cittadini, i cittadini palestinesi di Israele. Li discrimina e mette in atto politiche e pratiche finalizzate a tenerli lontani dai centri di potere. Ogni centimetro cubo di aria israeliana urla loro in faccia che non sono a casa loro, che sono qui sotto condizione. Dalla delegittimazione dei loro rappresentanti politici, all’indifferenza di fronte all’ondata di omicidi nelle città arabe, fino alla Legge sullo Stato-Nazione [approvata nel 2018 nonostante le molte contestazioni, è una delle Leggi Fondamentali che hanno valore di costituzione.ndt.]  il messaggio è chiaro: di tutti i tratti identitari che una persona può avere in Israele, il migliore indicatore del futuro di un bambino è l’appartenenza nazionale. Diventerà un cittadino influente in un qualsiasi campo, economico, culturale, sociale e ovviamente politico? Ebreo: sì. Arabo: assolutamente no.

Israele è uno Stato razzista, incoraggia la pulizia etnica, divora chi lo critica, nutre disprezzo per i suoi cittadini non-ebrei e non ha nessuna compassione per i propri civili innocenti che sono stati presi in ostaggio. È come una banca che rapina i suoi stessi clienti e poi incita contro di loro. Quale ragione di esistere gli rimane?

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il “patto del silenzio” tra gli israeliani e i loro media

Edo Konrad

16 ottobre 2024 +972 Magazine 

I media israeliani, da tempo ossequienti, hanno badato l’anno scorso a infondere nel pubblico un senso di giustizia per la guerra su Gaza. Invertire questo indottrinamento, afferma l’osservatore mediatico Oren Persico, potrebbe richiedere decenni.

A metà della nostra conversazione Oren Persico fa una confessione sorprendente. Il veterano giornalista israeliano, il cui lavoro negli ultimi due decenni è stato per la maggior parte di monitorare i media del suo paese, non guarda i notiziari israeliani più popolari. “Non ci riesco proprio”, mi dice Persico, che dal 2006 lavora come redattore per il sito israeliano di controllo monitoraggio dei media The Seventh Eye. “È deprimente e irritante: è propaganda, sono pieni di bugie. È in sostanza un’immagine speculare della società in cui vivo, ed è difficile per me gestire la discordanza tra la mia visione del mondo e ciò che mi circonda. Devo mantenere la sanità mentale”. Invece di guardare le tv Persico si tiene aggiornato scorrendo i siti di notizie, i social media e guardando clip selezionate che le persone gli inviano.

Ma neanche spegnere la TV può fermare la dissonanza e la disperazione che prova Persico, ulteriormente aumentate dopo i massacri guidati da Hamas il 7 ottobre e il successivo assalto che dura ormai da un anno dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza. Quando è iniziata la guerra i media israeliani si sono trovati in una fase critica, gestendo il trauma di una nazione scossa da una violenza senza precedenti che si è rapidamente ripiegata in una percezione profondamente radicata di vittimismo storico. Le emittenti hanno risposto a questo trauma nazionale, nota Persico, scivolando ulteriormente nelle grinfie della propaganda sancita dallo Stato. Mentre i giorni di brutale violenza si trasformavano in settimane e mesi, i media israeliani sono tornati agli schemi familiari: radunarsi attorno alla bandiera, amplificare le narrazioni dello Stato ed emarginare qualsiasi copertura critica della brutalità di Israele a Gaza, per non parlare del mostrare immagini o raccontare storie di sofferenza umana tra i palestinesi nella Striscia.

Il percorso verso questa situazione è stato spianato molto tempo fa. Il panorama mediatico israeliano, che Persico afferma essere sempre stato asservito all’establishment politico e militare, nell’ultimo decennio è stato sottoposto a una pressione incessante da parte di Benjamin Netanyahu; il primo ministro israeliano ha cercato di trasformarlo in uno strumento per esercitare il potere e, in ultima analisi, garantire la propria sopravvivenza politica. I media commerciali, più interessati a mantenere gli spettatori che a sfidare il potere, sono caduti preda della strategia di Netanyahu: coercizione, autocensura e pressione economica. Negli ultimi anni si è assistito anche alla rapida ascesa di Now 14 (generalmente noto come Canale 14), la versione israeliana di Fox News, che si è apertamente allineata a Netanyahu e ora sta sfidando il dominio di lunga data di Canale 12. Offre agli spettatori non solo notizie ma anche dibattiti anti-palestinesi spesso palesemente genocidari, elaborati come intrattenimento.

L’abile uso da parte di Netanyahu di canali di propaganda come Channel 14, così come dei social media, lo ha aiutato a plasmare un seguito devoto che lo difende e lo rafforza contro le pressioni nazionali e internazionali. In un’intervista con +972, che è stata abbreviata e rivista per chiarezza, Persico riflette sul ruolo storico dei media nella negazione delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, sul loro fallimento nel mettere in discussione l’establishment politico e sulla quasi totale mancanza di solidarietà per i giornalisti palestinesi sotto i bombardamenti a Gaza.

Parlami del panorama dell’informazione in Israele nel periodo precedente il 7 ottobre.

Il 6 ottobre i media israeliani, pubblici o privati, in televisione, alla radio o su internet, erano indeboliti e assediati a seguito di oltre un decennio di persistente lotta del primo ministro Benjamin Netanyahu per controllarli. Mentre alcuni organi di stampa erano semplicemente diventati uno strumento della guerra di propaganda di Netanyahu, altri si sono gradualmente sottomessi alle sue pressioni, sostenendo gli alleati del primo ministro e i suoi argomenti nelle loro trasmissioni.

[Solo pochi mesi prima del 7 ottobre] il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi aveva annunciato un disegno di legge per riformare il panorama dei media, basato sul desiderio di chiudere la Public Broadcasting Corporation di Israele [conosciuta familiarmente come KAN] e di “prendersi cura” [cioè stabilire il controllo] del settore dei media privati. Tutto ciò è stato fatto con gli slogan di “apertura del mercato” e “rimozione delle barriere”, slogan che in realtà significano aprire la strada agli organi di stampa che servono gli interessi di Netanyahu e nel contempo limitare gli organi di stampa che lo criticavano.

Quali misure hanno adottato negli ultimi decenni Netanyahu e i suoi consecutivi governi per reprimere la stampa?

Dal 1999 [quando perse le elezioni dopo il suo primo mandato da primo ministro] Netanyahu ha etichettato i media come suoi rivali e ha gradualmente consolidato la sua base in una lotta populista contro di essi. Ciò è particolarmente vero dal 2017, quando sono esplosi i suoi numerosi scandali legali, tutti direttamente correlati a tentativi di controllare i media.

Nell’ultimo decennio Netanyahu ha cercato di chiudere Channel 10; ha cercato di minare la supremazia di Yedioth Ahronoth nella stampa israeliana; ha presumibilmente promesso a un magnate dei media cambiamenti normativi vantaggiosi in cambio di una copertura positiva di sé e della sua famiglia e ha meticolosamente piazzato suoi sostenitori in ogni singolo possibile canale israeliano, da Channel 12 e Israeli Army Radio a i24 e KAN.

E tuttavia non possiamo dare tutta la colpa al primo ministro. Netanyahu sta operando in un paese in cui la maggior parte dei canali di informazione sono di proprietà privata e dove il pubblico si sta spostando a destra. Quei canali privati non vogliono perdere spettatori e lettori. Non possono vendere pubblicità se non hanno un pubblico, e non possono mantenere il loro pubblico se mostrano cose che lo indispongono.

Nessuna discussione sui media israeliani odierni sarebbe completa senza parlare di Canale 14, che ha raggiunto una posizione eccellente sulla scena e potrebbe anche superare Canale 12 in termini di predominio.

Channel 14 è nato da Jewish Heritage Channel, una piccola e quasi fallita stazione dedicata a programmi di contenuto religioso che non aveva la licenza per la trasmissione di notizie. Ma gradualmente Netanyahu e i suoi alleati hanno iniziato a erodere quelle normative: alla fine gli è stata concessa una licenza per trasmettere notizie ed è diventato il gruppo di propaganda a tutti gli effetti che conosciamo oggi.

Anche se è ora il secondo canale più popolare in Israele, riceve ancora benefici come se fosse il piccolo gruppo che era all’inizio. Oggi è di proprietà del figlio di un oligarca che ha stretti legami con Netanyahu e che presumibilmente ha legami con Vladimir Putin e altri loschi figuri.

All’inizio del 2023, con l’esordio della revisione giudiziaria, molti organi di informazione si sono ricordati del loro scopo e ruolo: trattare in modo critico i nodi di potere del Paese, sia delle élite economiche che della classe dirigente. Channel 14, d’altra parte, ha continuato a essere in totale sintonia con il governo.

Gli spettatori di Channel 14 formano anche una sorta di comunità. I sondaggi mostrano costantemente che, a differenza di Canale 11, Canale 12 e Canale 13, i cui spettatori vagano tra le stazioni, gli spettatori del Canale 14 sono fedeli alla rete [e non cercano notizie o analisi su altri canali].

Significa che se Netanyahu si svegliasse una mattina e decidesse di prendere una certa posizione, Channel 14 trasmetterebbe quel messaggio ai suoi telespettatori?

Come l’intero apparato mediatico che Netanyahu ha costruito, che viene spesso soprannominato la “macchina del veleno” e che fa uso sia di media convenzionali che dei social, Channel 14 è uno strumento di propaganda. È concepito come un divertimento: offre intrattenimento alle masse.

Sembra molto simile a ciò che Donald Trump e Fox News fanno negli Stati Uniti. Com’è la cosa su Channel 14?

Gli israeliani sono impegnati da oltre un anno in una guerra sanguinosa e il messaggio che ottengono da Channel 14 è la sensazione che stiamo vincendo, che la vita è bella. Il canale enfatizza i successi militari di Israele minimizzandone i fallimenti e calunnia altri canali di notizie per aver seminato panico e disfattismo.

Ad esempio, dopo l’attacco di domenica con un drone a una base militare dell’IDF che ha ucciso quattro soldati e ne ha feriti decine di altri, i siti dei media israeliani hanno mantenuto la notizia come titolo principale per tutta la notte e nella mattinata. Non è stato così per Channel 14, che l’ha tenuta come notizia principale sul suo sito web per mezz’ora, dopodiché l’ha sostituita con un sondaggio che dimostrava come la maggior parte degli israeliani sostenga un attacco all’Iran.

Channel 14 prende di mira anche i “nemici comuni” (altri organi di stampa, l’élite dell’esercito e il procuratore generale) accusandoli di collusione contro il governo e incolpandoli della situazione attuale di Israele. È zeppo di incitamento, propaganda e teorie cospirative che fanno appello al desiderio di vendetta del pubblico dopo il 7 ottobre. I commentatori che appaiono a “The Patriots”, il talk show di punta del canale condotto da Yinon Magal, invocano regolarmente il genocidio e lo sterminio [dei palestinesi]. Molti spettatori sono contenti di vedere questo, conferma ciò che già sentono.

Sembra che la popolarità di Channel 14 sia nata dal nulla. Come è successo?

Dal momento in cui i media tradizionali in Israele si sono ribellati alla riforma giudiziaria, gli ascolti di Channel 14 hanno iniziato a crescere rapidamente. Il secondo aumento degli ascolti si è verificato subito dopo il 7 ottobre. Entrambi questi aumenti rappresentano la capacità del canale di conformare il suo pubblico come comunità. Dopo due o tre settimane in cui è comparsa una sorta di “unità nazionale” a seguito agli attacchi di Hamas, i media israeliani sono rapidamente tornati alle loro precedenti posizioni pro o anti-Netanyahu. Subito dopo l’attacco ci sono state diverse voci su Channel 14 che hanno incolpato il primo ministro per quanto accaduto il 7 ottobre, ma anche loro hanno rapidamente ripiegato sulla linea del partito. La continua crescita e popolarità di Channel 14 dopo il 7 ottobre è, a mio avviso, lo sviluppo più significativo che c’è stato nei media israeliani dopo il massacro.

Ma le dimostrazioni di retorica estremista e guerrafondaia non sono certo limitate a Channel 14. Le abbiamo viste praticamente su ogni singolo canale di informazione generalista dopo il 7 ottobre, indipendentemente dal fatto che fossero o meno critici nei confronti di Netanyahu.

Hai ragione: l’intero pubblico israeliano ha virato bruscamente a destra e, per la prima volta nella sua storia, Channel 12 [il canale privato più visto in Israele, ndt.] sta subendo una forte concorrenza da parte di Channel 14. Ha commesso il classico errore di cercare di essere gradito a tutti, compresi i fascisti che guardano Channel 14, e quindi fornisce spazio anche a persone come Yehuda Schlesinger [che ha chiesto di rendere ufficiale la politica dello stupro dei detenuti palestinesi nel centro di detenzione di Sde Teiman]. Bisogna ricordare che i giornalisti in Israele fanno parte della società israeliana. Conoscono persone che sono state uccise o rapite il 7 ottobre. Conoscono soldati a Gaza.

Certo, ma hanno anche la responsabilità di denunciare al pubblico cosa sta succedendo, e non solo agli israeliani. Altrimenti non adempiono al loro compito.

È vero, ma mi sembra anche che il loro comportamento, per cui tralasciano la loro integrità giornalistica per creare una sorta di unità con il pubblico, sia una risposta naturale e umana a seguito di un evento così traumatico. Non penso che sia una cosa buona, penso che sia un errore. Ma non credo ci si possa aspettare da loro qualcosa di diverso.

Non è che gliela fai troppo facile?

I giornalisti israeliani ritengono sia loro dovere patriottico concentrarsi sulla nostra condizione di vittime, ignorare le vittime dall’altra parte e risollevare il morale nazionale, in particolare quello dei soldati israeliani. Credo che una cosa patriottica da fare sarebbe fornire informazioni affidabili al pubblico in modo che possa formarsi una reale visione globale di ciò che sta accadendo intorno a loro. Altrimenti la società israeliana, o qualsiasi altra società, avrà una comprensione distorta della realtà, basata su ignoranza, menzogne e negazione. Questo porta a società deboli che possono disgregarsi molto facilmente. Dire la verità avrebbe l’effetto esattamente opposto, ma qui i giornalisti non ci credono.

I media israeliani mostrano al pubblico cosa sta facendo l’esercito ai palestinesi a Gaza?

No.

Riportano le violazioni israeliane dei diritti umani in Cisgiordania?

No.

Denunciano le ripetute bugie del portavoce dell’IDF?

No.

Capisco il tuo punto di vista sulle prime settimane in cui i giornalisti erano profondamente traumatizzati, ma siamo a un anno dal 7 ottobre e i giornalisti stanno ancora, per la maggior parte, abdicando alle loro responsabilità quando si tratta di affrontare le questioni fondamentali. Hanno semplicemente smesso di occuparsene?

L’intera società israeliana ha molti anni di esperienza nell’ignorare i nostri crimini contro i palestinesi – che si tratti della Nakba, che è un argomento completamente tabù, o dell’occupazione militare in corso su milioni di persone. I media e gli spettatori sono coinvolti in una sorta di patto del silenzio: il pubblico non vuole sapere, quindi i media non ne parlano. Questi meccanismi psicologici erano già così radicati che quando è successo il 7 ottobre sono rientrati in azione e sono solo diventati più forti. Ciò a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno è il risultato di un processo decennale di educazione sia dei giornalisti che degli spettatori sul fatto che ci sono cose di cui semplicemente non parliamo e che non mostriamo nei notiziari. La maggior parte dei giornalisti che lavora in quelle emittenti popolari sa cosa sta succedendo, ma non vuole scontentare i propri spettatori per paura di perdere ascolti. Potrebbero volerci decenni per invertire questo tipo di indottrinamento.

Fanno finta che queste cose non esistano?

I media tradizionali capiscono che le violazioni dei diritti umani non sono qualcosa da celebrare, quindi semplicemente le ignorano. Non vediamo titoli sul Ministero della Salute di Gaza che denuncia che 40.000 palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Non vediamo storie umane di palestinesi sotto i bombardamenti israeliani. Non sentiamo parlare delle malattie che stanno devastando la Striscia. Personalmente quello che ho sentito dai giornalisti è che “adesso semplicemente non è il momento di parlare di questi problemi.”

Ogni volta che si accende una di queste televisioni si rivivono costantemente gli orrori del 7 ottobre, sia attraverso le storie dei sopravvissuti che attraverso nuovi reportage investigativi. Che tipo di effetto ha questo sul pubblico israeliano?

Il 7 ottobre è stato l’evento che ha riportato gli ebrei israeliani nella posizione della vittima storica. Le immagini dei kibbutz e delle città israeliane invasi e dei massacri da parte degli uomini armati di Hamas ci ricordano le immagini storiche dell’Olocausto. Non è uno scherzo: siamo una società profondamente post-traumatica che deve ancora superare l’Olocausto, e quel giorno è stata la prima volta in cui lo Stato che avrebbe dovuto impedire che si verificassero nuovi olocausti non è riuscito a farlo. E pure la propaganda che abbiamo visto nell’ultimo anno nei notiziari non fa che rafforzare e giustificare la violenza di Stato contro i palestinesi. Fornisce la logica per fare tutto il necessario per annientare coloro che vengono ritratti come un “male assoluto”. In definitiva, infonde negli israeliani un senso di rettitudine, che è necessario durante una lunga guerra senza una chiara data di fine.

Quanto è grande l’influenza che i media israeliani hanno realmente sul pubblico, soprattutto quando così tante persone hanno accesso ad altre forme di informazione sui social media?

Se in passato il ruolo dei media era quello di mediare e organizzare la realtà [per lo spettatore], il ruolo centrale dei media israeliani oggi è quello di segnare sia i confini della legittimità rispetto al discorso pubblico, sia di individuare chi è autorizzato a partecipare a quel discorso. Se si guarda Channel 2, ad esempio, si vedrà che quando si tratta di questioni militari sono ex militari, per lo più uomini, a partecipare ai dibattiti.

È anche difficile evitare un’altra dimensione del ruolo dei media: fornire una piattaforma e spesso porgere il braccio agli sforzi dell’hasbara israeliana [attività di pubbliche relazioni per diffondere all’estero informazioni positive sullo Stato di Israele, ndt.] con influencer come Yoseph Haddad [arabo-israeliano forte sostenitore delle politiche israeliane, ndt.] che appaiono regolarmente nei vari programmi di informazione.

Definitivamente. L’hasbara è molto in auge e i media, sia privati che pubblici, la offrono al pubblico perché è ciò che il pubblico vuole. Si è arrivati ​​al punto che nella prima metà del 2024 più di 1/3 di tutte le apparizioni di “esperti arabi” nei media israeliani è stato di Yoseph Haddad. Va bene che lo invitino, ma non rappresenta in alcun modo la maggioranza dei cittadini palestinesi di Israele.

Israele si vanta spesso di avere una stampa libera estremamente critica nei confronti del governo. È vero?

In ogni evento [storico] importante, i media israeliani sono sempre stati fedeli all’establishment politico e militare del Paese, che si trattasse di una guerra, di un piano di pace o di un programma economico. Fino alla revisione giudiziaria erano in accordo con praticamente ogni mossa politica importante del governo. Sono molto critici nei confronti di Netanyahu perché è un bugiardo corrotto che chiaramente antepone i suoi interessi privati ​​a quelli dello Stato. Ma non sono critici nei confronti dell’esercito o dello Stato stesso. Vale la pena ricordare che nel 2002 ci fu un’enorme onda di indignazione pubblica quando Israele assassinò il leader di Hamas [Salah Mustafa Muhammad Shehade] e uccise 14 membri della sua famiglia, tra cui 11 bambini. Ma un’occupazione continua che non riceve quasi nessuna copertura mediatica porta anche a un’erosione sia dell’indignazione pubblica che degli standard giornalistici. Oggi, l’esercito non ha problemi a uccidere 14 persone se ciò significa eliminare un membro di basso rango di Hamas, e i media, a parte giornali come Haaretz, lo assecondano.

Cosa avrebbero potuto invece fare i media nella loro copertura mediatica dopo il 7 ottobre? Che differenza avrebbero potuto fare?

Per prima cosa durante quei primi giorni dopo l’attacco i media hanno fatto un lavoro eccezionale in un momento in cui il resto delle istituzioni israeliane semplicemente non funzionava. I media hanno portato immagini al pubblico, [hanno aiutato ad] assistere i rifugiati del sud e coloro che sono sopravvissuti al massacro, fornendo letteralmente la logistica alle persone perché lo Stato semplicemente non stava funzionando. Nessuno sta costringendo il pubblico israeliano a non sapere cosa succede a Gaza e in Cisgiordania. Chi vuole saperlo può rivolgersi al New York Times o a The Guardian. Immaginate di prendere Haaretz o +972 e trasformarli in un canale di notizie mainstream: cambierebbe qualcosa? Forse un po’, ma qui stiamo parlando di annullare generazioni di indottrinamento.

Nell’ultimo mese abbiamo assistito a una sorta di euforia pubblica dopo gli attacchi ai cercapersone e l’assassinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, e di seguito abbiamo visto Amit Segal e Ben Caspit di Channel 12 mescersi bicchieri e brindare alla sua morte in TV. Questa euforia si è estesa all’invasione israeliana del Libano meridionale e all’assalto al nord di Gaza come parte di quello che è noto come il “Piano dei generali” per liquidare efficacemente l’area. Cosa pensi di questa apparente atmosfera di festa negli studi dei notiziari?

I successi israeliani in Libano sono stati accolti con grande clamore e celebrazione. Nei giorni successivi a queste “vittorie” c’è stata pochissima discussione sui media sul significato geopolitico del fatto, al di là del danno arrecato da Israele a Hezbollah che gli esperti hanno affermato potrebbe portare alla sua dichiarazione di sconfitta. Nessuno si è alzato e ha dato una valutazione realistica del fatto che stiamo entrando in una fase in cui vedremo [un aumento di] razzi e droni in tutto il nord.

La cosa ricorda quanto accaduto subito dopo l’attacco di Hamas, quando i media hanno affermato che l’operazione sarebbe durata solo alcune settimane o qualche mese. [Hanno ignorato completamente il fatto che] nel 2014 l’IDF stimava che la rioccupazione della Striscia avrebbe potuto richiedere cinque anni e avrebbe causato la morte di decine di migliaia di palestinesi e israeliani. Nel 2014 Netanyahu avrebbe fatto trapelare questa valutazione a Channel 2 proprio perché era consapevole dei costi altissimi e non voleva rioccupare militarmente Gaza. Perché i media non ricordano al pubblico quelle valutazioni? Perché Udi Segal, il giornalista di Channel 2 che per primo aveva riferito quella valutazione non ne parla oggi? Sono sicuro che ci siano considerazioni simili riguardo a Hezbollah, ma quando l’esercito israeliano ha iniziato la sua invasione i media hanno affermato che sarebbe durata solo poche settimane. Questo ci riporta alla prima guerra del Libano, quando i media avevano fatto affermazioni molto simili sulla durata dell’operazione [l’esercito israeliano sarebbe rimasto nel Libano meridionale per quasi due decenni].

Secondo il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi Israele ha ucciso 168 giornalisti palestinesi a Gaza dall’ottobre scorso. Quanta solidarietà c’è tra i giornalisti israeliani e le loro controparti palestinesi a Gaza, o con i giornalisti di Al Jazeera a cui è stato vietato di lavorare in Israele e i cui uffici a Ramallah sono stati perquisiti e chiusi dalle forze israeliane a settembre?

Zero. Verso la fine dell’anno scorso stavo aiutando Reporter Senza Frontiere a organizzare una petizione di solidarietà dei giornalisti israeliani per i loro colleghi palestinesi. Dissi loro che nessuno, a parte alcune persone della sinistra radicale, avrebbe firmato quel tipo di dichiarazione, e invece mi sono offerto di provare a far firmare ai giornalisti israeliani una petizione che chiedeva ai media di mostrare di più ciò che stava accadendo a Gaza, perché pensavo che saremmo stati in grado di farla firmare a più giornalisti tradizionali. Semplicemente non è successo. Pochissime persone hanno voluto firmare. Ciò che i giornalisti israeliani non capiscono è che quando il governo approva la “Legge Al Jazeera”, in definitiva si tratta di qualcosa di molto più grande che semplicemente prendere di mira un canale. L’attuale legge riguarda il bando di agenzie di stampa che “mettono a repentaglio la sicurezza nazionale”, ma vogliono anche dare al ministro israeliano delle Comunicazioni il diritto di impedire a qualsiasi rete di informazione straniera che potrebbe “danneggiare il morale nazionale” di operare in Israele. Ciò che il pubblico israeliano non capisce è che i prossimi in lista sono BBC Arabic, Sky News Arabic e CNN. Dopodiché arriveranno ad Haaretz, Canale 12 e Canale 13.

Pensi che accadrà?

Stiamo andando verso un regime autocratico stile Orbán, con tutto ciò che ne consegue: nei tribunali, nel mondo accademico e nei media. Certo che è possibile. Sembrava irrealistico 10 anni fa, poi è sembrato più realistico cinque anni fa quando sono esplosi gli scandali legali di Netanyahu relativi ai media. Poi è diventato ancora più verosimile con la revisione giudiziaria, e oggi ancora di più. Non ci siamo ancora, ma siamo sicuramente sulla buona strada.

Edo Konrad è ex caporedattore di +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Come Netanyahu ha strappato la sconfitta dalle fauci della vittoria

David Hearst

7 ottobre 2024 MiddleEast Eye

La brutale risposta di Netanyahu al 7 ottobre ha vanificato decenni di sforzi con progressivo successo da parte di Israele e degli Stati Uniti per convincere i governi arabi ad abbandonare la causa nazionale palestinese

L’anno scorso nessun commentatore del 7 ottobre – me compreso – poteva prevedere che la guerra sarebbe stata combattuta con tanta ferocia per un anno. Un anno fa nessuno aveva previsto che Israele avrebbe combattuto più a lungo di quanto non abbia fatto quando ha fondato il suo Stato nel 1948. Da allora tutte le guerre combattute da Israele sono state brevi dimostrazioni di forza assoluta.

Non perché non ci abbia provato.

Israele ha bombardato Gaza riportandola all’età della pietra. Oltre il 70 % delle case è stato danneggiato o distrutto. Israele sta ora facendo lo stesso con Tiro, i sobborghi meridionali di Beirut e molte altre parti del Libano meridionale.

Nessuno sta alzando bandiera bianca. Né ci sono segnali significativi di rivolta da parte di una popolazione che ora vive in tende, che ha perso oltre 41.000 persone direttamente a causa dei bombardamenti e tre o quattro volte di più in morti indirette.

Il Lancet [prestigiosa rivista medica inglese, ndt.] ha affermato che il numero effettivo di morti potrebbe superare i 186.000 se si prendono in considerazione altri fattori come le malattie e la mancanza di assistenza sanitaria.

Queste persone stanno morendo di fame. Sono afflitte da malattie. Stanno per affrontare un secondo inverno in tenda. Vengono bombardate ogni giorno. E tuttavia non si sottometteranno. Una simile portata di sofferenza non è mai stata inflitta a nessuna generazione precedente.

Ogni palestinese vivo oggi conosce la posta in gioco. E tuttavia non fuggiranno. La maggior parte preferirebbe morire piuttosto che cedere la propria terra e le proprie case all’occupazione.

Due strategie

Fin dall’inizio di questa guerra ci sono state due strategie molto chiare da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del leader di Hamas Yahya Sinwar.

Netanyahu aveva dichiarato quattro obiettivi dopo l’attacco di Hamas al sud di Israele: liberare gli ostaggi, annientare tutti i gruppi di resistenza in Palestina e Libano, porre fine al programma nucleare iraniano e indebolire il suo asse di resistenza e dare un nuovo ordine alla regione, con Israele al vertice.

Come è risultato presto chiaro alle famiglie degli ostaggi, così come allo stesso team di negoziazione, Hamas e William Burns direttore della CIA che ha supervisionato i colloqui, Netanyahu non aveva alcuna intenzione di riportare a casa gli ostaggi.

Ha cercato di far credere a Israele che fare pressione su Hamas avrebbe garantito un rilascio più rapido degli ostaggi. Questa era una evidente sciocchezza, poiché la stragrande maggioranza degli ostaggi (ce ne sono solo 101 ancora a Gaza) muore a causa delle bombe e dei missili sganciati da Israele. Tre sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre cercavano di consegnarsi.

Per il governo di destra di Netanyahu le vite degli ostaggi sono secondarie rispetto all’obiettivo di annientare Hamas. Se gli ostaggi fossero tornati, Netanyahu potrebbe ora trovarsi ad affrontare una lunga pena detentiva.

Ma evidentemente non è riuscito a annientare Hamas, e quindi ha velocemente iniziato una nuova guerra con il Libano e Hezbollah. Hamas ha ancora il controllo di Gaza e fino ad ora, nonostante due tentativi di sostituire il governo della Striscia, non è emersa nessun’altra forza credibile a Gaza.

Hamas ricompare ovunque non ci siano truppe israeliane. Nel giro di poche ore appaiono agenti di polizia in borghese a risolvere le controversie.

All’inizio Israele ha cercato di spazzare via la leadership di Hamas. Ha ucciso i primi e i secondi ranghi dei funzionari che gestivano il governo, la maggior parte dei quali in un massacro fuori dall’ospedale al-Shifa. Ma uno spaccato di ciò che sta realmente accadendo a Gaza è stato offerto dall’ultimo annuncio di Israele di aver ucciso tre alti funzionari di Hamas: Rawhi Mushtaha, capo del governo e primo ministro de facto, Sameh al-Siraj, che deteneva il dicastero della Sicurezza nell’ufficio politico di Hamas e Sami Oudeh, comandante della Strategia generale di sicurezza di Hamas.

L’attacco aereo è avvenuto tre mesi fa e nessuno si è accorto della loro assenza. Questo perché Hamas ha continuato a funzionare indipendentemente da quali leader fossero vivi o morti.

In passato, gli assassinii avevano portato a un periodo di incertezza per Hamas. Era accaduto dopo l’uccisione di Abdel Aziz al-Rantisi nel 2004. Ma oggi non funziona e non funziona nemmeno con questa generazione di combattenti.

L’uccisione dei capi è strettamente tattica e di breve durata. Fornisce agli assassini un sollievo temporaneo. La leadership di Hezbollah è stata effettivamente messa a dura prova da una serie di colpi di intelligence, a partire dall’esplosione di migliaia di cercapersone e walkie-talkie trappola. Ma non è stata bloccata come forza combattente, come sta scoprendo l’unità di ricognizione della Brigata Golani.

A lungo termine, i leader vengono sostituiti, le scorte vengono rifornite e le memorie vendicate.

Il ruolo dell’Iran

La colpa di ciò è principalmente di Israele, che ha deliberatamente distrutto le vecchie regole di combattimento. Un presunto obiettivo è ora ritenuto una causa sufficiente per uccidere 90 innocenti attorno a lui, che sia effettivamente presente o no. Un attacco aereo su un bar in Cisgiordania ha spazzato via un’intera famiglia. Diciotto palestinesi sono morti, tra cui due bambini fatti a pezzi. Se lanciare missili contro i bar è inteso come messaggio, sta avendo l’effetto opposto.

I martiri sono i più efficaci nel reclutare militanti.

Lo stesso vale per tutti i gruppi di resistenza, grandi o piccoli, consolidati da tempo o appena nati. Ogni volta che le truppe israeliane lasciano Jenin, Tulkarem o Nablus, pensano di aver ucciso per sempre la sua resistenza. Ogni volta, tornano per affrontare altri combattenti.

Il terrore di Israele genera solo altro terrore. La distruzione di Beirut Ovest nel 1982 ha ispirato l’attacco di Osama bin Laden alle Torri Gemelle nel 2001.

Il terzo obiettivo di Netanyahu è quello di annientare l’Iran come potenza nucleare e regionale, un obiettivo che precede di diversi decenni il 7 ottobre.

Al momento in cui scriviamo si sta aspettando la risposta di Israele al lancio di 180 missili balistici iraniani, alcuni dei quali hanno raggiunto i loro obiettivi.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dovuto rapidamente ritrattare le sue affermazioni sul consentire a Israele di attaccare le installazioni petrolifere dell’Iran dopo che gli è stato fatto notare che l’Iran potrebbe chiudere di colpo lo Stretto di Hormuz.

Nessuno è più nervoso degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo davanti ad un attacco israeliano all’Iran. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno già avuto un assaggio di cosa accadrebbe ad Aramco [compagnia petrolifera nazionale saudita, ndt.] e alle esportazioni di petrolio se le installazioni petrolifere dell’Iran venissero attaccate.

Ecco perché gli stati del Golfo hanno rilasciato una dichiarazione in cui dichiarano la loro neutralità, aggiungendo che non avrebbero permesso agli Stati Uniti di utilizzare nessuna delle loro basi aeree per un attacco all’Iran.

Ma la verità storica è che l’Iran non è mai stato centrale per la causa palestinese. È entrato nella mischia solo dopo la rivoluzione nel 1978. Per più di 100 anni i palestinesi hanno combattuto da soli. A volte con l’aiuto degli Stati arabi, prima l’Egitto, poi la Siria, poi l’Iraq, ma per lo più la loro lotta è stata solitaria.

Il programma nucleare dell’Iran è irrilevante per la lotta palestinese. Il fattore più importante è la determinazione del popolo palestinese a vivere nella propria terra.

La vera minaccia per Israele non viene dall’Iran. Viene da un giovane palestinese a Jenin, o da un’ex guardia di sicurezza presidenziale a Hebron, o da un palestinese con cittadinanza israeliana a Nakab.

Tutti loro hanno tratto le proprie conclusioni dalla disperazione dell’occupazione sotto la quale hanno vissuto. Nessuno ha avuto alcun bisogno di un incoraggiamento da Teheran.

Dittature feroci

Il quarto obiettivo di Netanyahu è riordinare la regione con a capo Israele. I funzionari israeliani adorano informare i giornalisti statunitensi sulle parole private di sostegno che Israele sta ricevendo dai leader arabi “sunniti moderati” per il suo programma di dominio regionale. Con “moderati” intendono filo-occidentali. Sono tutte dittature feroci.

Ma, di nuovo, Israele e gli Stati Uniti commettono ripetutamente lo stesso errore confondendo le parole private di sostegno dei ricchi e obbedienti con la volontà dei popoli che affermano di rappresentare.

Fulgido esempio dei ricchi e docili, l’arcipragmatico principe ereditario Mohammed bin Salman è stato ampiamente ed erroneamente citato per sostenere la visione che nei loro cuori i governanti arabi si preoccupassero poco della Palestina.

Il titolo del suo colloquio con Antony Blinken, segretario di Stato degli Stati Uniti, era la citazione: “Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no”.

Ma la citazione completa era questa: “Il 70% della mia popolazione è più giovane di me”, ha spiegato il principe ereditario a Blinken. “La maggior parte di loro non ha mai saputo molto della questione palestinese. E quindi ne sono venuti a conoscenza per la prima volta attraverso questo conflitto. È un problema enorme. Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no, ma alla mia gente sì, quindi devo assicurarmi che questo abbia un esito”. Più il regime è autocratico e più il suo sovrano si sente instabile in tempi di crisi regionale, più deve prestare attenzione alla rabbia popolare per la Palestina. È il suo tallone d’Achille. La tirannia non sopprime o distoglie il sostegno alla Palestina. Lo amplifica.

Di conseguenza, Faisal bin Farhan al-Saud, ministro degli esteri dell’Arabia Saudita, ha annunciato che il regno avrebbe normalizzato le relazioni con Israele solo dopo la creazione di uno Stato palestinese.

Questa affermazione può essere ritrattata, ma almeno per ora l’effetto degli Accordi di Abramo nel creare un’alleanza regionale pro-Israele sta svanendo.

L’obiettivo di Sinwar

Consideriamo ora gli obiettivi strategici di Sinwar il 7 ottobre e vediamo quali, se ce ne sono, siano sopravvissuti al passare del tempo.

Sinwar aveva due obiettivi strategici. Ciò che pensa ci è chiaro da due discorsi che ha fatto l’anno prima dell’attacco di Hamas. In uno, nel dicembre 2022, Sinwar ha affermato che l’occupazione deve essere resa più costosa per Israele.

“Intensificare la resistenza in tutte le sue forme e far pagare all'[autorità di] occupazione il conto per l’occupazione e l’insediamento è l’unico mezzo per la liberazione del nostro popolo e per raggiungere i suoi obiettivi di liberazione e ritorno”, ha affermato.

In un altro discorso, Sinwar ha affermato che i palestinesi dovevano mettere Israele davanti ad una scelta chiara.

“O lo costringiamo ad applicare il diritto internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, (cioè) ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare gli insediamenti, liberare i prigionieri e (permettere) il ritorno dei rifugiati”, ha affermato.

“O noi, insieme al mondo, lo costringiamo a fare queste cose e a realizzare la creazione di uno Stato palestinese nei territori occupati, compresa Gerusalemme, oppure rendiamo questa occupazione in palese contraddizione con l’intera volontà internazionale, isolandolo così in modo energico e totale, e poniamo fine al suo processo di integrazione nella regione e nel mondo intero”.

Primo, Hamas ha certamente reso l’occupazione più costosa per Israele.

Dall’inizio della guerra, sono stati uccisi 1.664 israeliani, di cui 706 soldati, 17.809 sono rimasti feriti e circa 143.000 persone sono state evacuate dalle loro case, secondo il Jerusalem Post.

Il denaro ha iniziato a fuggire dal paese. Nonostante il ritorno di molti dei 300.000 riservisti ai loro posti di lavoro, l’Economist riferisce: “Tra maggio e luglio i deflussi dalle banche del paese verso istituzioni straniere sono raddoppiati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, arrivando a 2 miliardi di dollari. I responsabili delle politiche economiche di Israele sono più preoccupati che mai dall’inizio del conflitto”.

La maggiore conseguenza del 7 ottobre

Ma è a livello psicologico che il 7 ottobre ha inferto il colpo più duro.

Il crollo improvviso e completo dell’esercito israeliano un anno fa ha provocato un enorme shock da cui Israele deve ancora riprendersi. Ha messo fondamentalmente in discussione il ruolo principale dello Stato nella difesa dei suoi cittadini.

Ha fatto sentire tutti gli israeliani meno sicuri e questo può spiegare la brutalità della risposta militare, nonostante i profondi dubbi dei responsabili della sicurezza.

Se il video di un combattente di Hamas che telefona a casa a sua madre a Gaza vantandosi di quanti ebrei ha ucciso è inciso nella memoria di David Ignatius [opinionista del Washington Post, ndt.], che dire delle migliaia di post di TikTok che i soldati israeliani hanno postato vantandosi dei loro crimini di guerra? Che effetto hanno sull’editorialista del Washington Post? Lui, come altri, li ha oscurati.

Perché accettare la narrazione secondo cui il 7 ottobre è stato l’Olocausto di Israele significa indossare i paraocchi. Significa escludere e giustificare tutto ciò che Israele ha inflitto a tutti i palestinesi, indipendentemente da famiglia, clan o storia, una barbarie e una disumanità ben più grandi di quanto chiunque avrebbe potuto pensare possibile in uno Stato avanzato, urbano e istruito il 6 ottobre.

Qui, finalmente, arriviamo al maggiore risultato dell’attacco di Hamas.

Il 6 ottobre la causa nazionale palestinese era morta, se non sepolta. Dopo più di 30 anni dagli accordi di Oslo, Gaza era totalmente isolata. Il suo assedio era permanente e a nessuno importava.

Nel settembre 2023 Netanyahu rivendicò la vittoria all’ONU agitando una mappa in cui la Cisgiordania non esisteva.

C’era solo un punto nell’agenda regionale ed era l’imminente normalizzazione dei rapporti dell’Arabia Saudita con Israele. La regione era la più tranquilla da decenni, o almeno così scrisse con sicurezza Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, nella versione originale di un suo saggio per Foreign Affairs.

“Sebbene il Medio Oriente rimanga afflitto da questioni eterne, la regione è più tranquilla di quanto non sia stata da decenni”, scrisse in quella versione originale. Inutile dire che dovette velocemente modificarla.

Alla soglia della vittoria

Sotto la leadership di destra più estrema della sua storia, lo spazio per la pace era stato abbandonato e così anche la separazione. Conquistando la terra e mantenendola, Israele era sull’orlo della vittoria. Dopo il 7 ottobre, il sostegno alla resistenza armata in Cisgiordania è ai massimi storici. L’attacco di Hamas ha rimesso la resistenza armata all’ordine del giorno come modo per realizzare il suo programma di liberazione. Se gli accordi di Oslo fossero riusciti a produrre uno Stato palestinese entro cinque anni dalla firma, un movimento come Hamas non sarebbe esistito. O, se lo fosse, si sarebbe comportato come un gruppo scissionista dell’IRA, incapace di cambiare il corso degli eventi. Oggi, Hamas ha cambiato il corso degli eventi perché il percorso pacifico verso un fattibile Stato palestinese è stato bloccato. Ogni discorso su un processo di pace era un miraggio delle dimensioni della corazzata Potemkin.

Oslo non solo non è riuscita a creare uno Stato palestinese. Ha creato le condizioni affinché lo Stato israeliano si espandesse e prosperasse come mai prima in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Questo è stato il fattore più importante nel convincere una nuova generazione di giovani palestinesi a vendere i loro taxi e negozi in cambio di armi.

Quando le Brigate Qassam hanno attaccato il sud di Israele, quei giovani non hanno avuto molto bisogno di essere convinti. Un anno dopo, l’ala armata di Hamas ha raggiunto lo status di eroe in Cisgiordania, Giordania, Iraq e, credo, in gran parte dell’Egitto e del Nord Africa.

Hamas in questo momento spazzerebbe via Fatah se mai fosse consentito che si tenessero elezioni libere come è successo nel 2006.

A livello regionale l’asse della resistenza, che per gran parte del periodo successivo alla Primavera araba era stato un espediente retorico, è diventato un’alleanza militare funzionante.

Hezbollah, che a lungo aveva cercato di prendere le distanze dalle operazioni di Hamas, è ora sotto attacco e in guerra tanto quanto Hamas lo è sempre stato. Milioni di libanesi sono fuggiti dalle loro case e Beirut sta vivendo molto dello stesso terrore a causa dei droni e dei bombardieri israeliani che ha vissuto Gaza City.

La Palestina è tornata al suo legittimo posto, che è quello di occupare un ruolo chiave nel determinare la stabilità della regione.

Ribaltati decenni di sforzi statunitensi e israeliani

La brutale risposta di Israele al 7 ottobre ha invertito decenni di sforzi israeliani e statunitensi per convincere gli arabi che la Palestina non poteva più rappresentare un veto alle relazioni arabo-israeliane.

Oggi quel veto è più forte che mai.

Il cambiamento è stato ancora più evidente a livello globale, sostenuto dall’irrefrenabile desiderio dell’alleanza occidentale di trovare un nemico. Fino a poco tempo fa, erano i sovietici. Poi l’islamismo radicale ha brevemente preso il posto di minaccia globale. 

Ora è l’alleanza dei dittatori di Russia, Cina e Iran, tutti alla ricerca di sfere di interesse, a minare l’ordine mondiale, secondo l’ultimo saggio del segretario di Stato americano Blinken su Foreign Affairs.

Come se gli Stati Uniti non stessero cercando una sfera di interesse globale. Né le affermazioni di Sullivan né quelle di Blinken su Foreign Affairs resistono.

Ma come risultato della sua guerra, Israele ha perso il Sud del mondo e anche gran parte dell’Occidente.

La Palestina è diventata la causa numero uno al mondo per i diritti umani ed è in cima all’agenda degli sforzi per garantire la giustizia internazionale, con processi in corso presso la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia.

Ha scatenato il più grande movimento di protesta della storia recente nel Regno Unito.

Questione di tempo

Delle due strategie, sembra funzionare quella di Sinwar. Che lui viva o muoia, quell’agenda ha già un suo inarrestabile slancio.

Incoraggiato dalla debolezza di Biden, dal possibile arrivo di Donald Trump che ora afferma che Israele è troppo piccolo, Netanyahu potrebbe ingannarsi e pensare di poter occupare la parte settentrionale di Gaza e il sud del Libano.

L’annessione dell’Area C, che comprende la maggior parte della Cisgiordania, è quasi certamente prossima.

Ma ciò che Netanyahu non sarà in grado di fare a Gaza, in Libano o in Cisgiordania è finire ciò che ha iniziato.

Ciò che ha costretto Ariel Sharon a ritirarsi da Gaza, o Ehud Barak dal Libano, si applicherà alle forze israeliane che Netanyahu tenta di installare a Gaza e in Libano con sempre più vigore. È solo questione di tempo.

Questa guerra ha spogliato Israele della sua immagine sionista liberale, l’immagine del nuovo arrivato che cerca di difendersi in un “vicinato ostile”.

È stata sostituita dall’immagine di un orco regionale, uno Stato genocida senza bussola morale, che usa il terrore per sopravvivere. Un tale Stato non può vivere in pace con i suoi vicini. Schiaccia e domina per sopravvivere.

La guerra di Netanyahu è a breve termine e tattica. La guerra di Sinwar è a lungo termine. Serve a far capire a Israele che se vuole la pace non potrà mai mantenere le terre che ha occupato.

La guerra di Netanyahu dura da un anno e può continuare solo nello stesso modo in cui è iniziata, infliggendo al Libano meridionale la stessa devastazione che ha inflitto a Gaza. Non c’è retromarcia. La guerra di Sinwar è appena iniziata.

Chi vincerà? Dipenderà dal grado di resilienza degli oppressi. Mi sorprenderei se non ci fossero quelli che dicono: “Ne abbiamo abbastanza, vogliamo fermarci”.

Ma passato un anno lo spirito di resistenza è alto e continua a crescere. Se ho ragione, questa lotta è solo all’inizio.

L’equazione del potere in Medio Oriente è effettivamente cambiata, ma non a favore di Israele o dell’America.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e speaker sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato caporedattore agli esteri del Guardian ed è stato corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo un’organizzazione non governativa Israele ha allestito strutture adibite alla tortura dei palestinesi

Redazione di Al Jazeera

6 Agosto 2024 – Al Jazeera

Secondo un rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem le testimonianze di 55 ex detenuti palestinesi rivelano che più di una dozzina di campi di prigionia israeliani allestiti dopo il 7 ottobre sono dedicati a violenze nei confronti delle persone in custodia

L’organizzazione non governativa israeliana che si occupa di diritti umani B’Tselem ha raccolto le testimonianze di 55 palestinesi, di cui 21 provenienti dalla Striscia di Gaza, che sono stati trattenuti in prigioni israeliane, che raccontano in dettaglio le torture cui sono stati sottoposti.

Il rapporto di B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”, ha rivelato martedì [6 agosto n.d.t.] che dall’inizio dell’attacco israeliano contro Gaza più di una dozzina di strutture carcerarie israeliane sono state convertite in una rete di campi “dedicati alle violenze nei confronti dei detenuti”.

“Tali spazi, in cui ogni detenuto è deliberatamente condannato a subire sofferenze gravi e incessanti, operano di fatto come campi di tortura,” vi si legge.

Le violazioni includono “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazioni e degrado, fame deliberata, condizioni igieniche forzate, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose, confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

B’Tselem ha riferito che dal 7 ottobre almeno 60 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana, di cui circa 48 provenienti da Gaza.

Secondo il rapporto le testimonianze dei detenuti dimostrano “una politica istituzionale sistematica basata su maltrattamenti e torture costanti di tutti i prigionieri palestinesi”.

Questa politica, si legge, è applicata sotto la direzione del Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, con il pieno sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

“Data la gravità degli atti, l’entità delle violazioni della legge internazionale e il fatto che tali violazioni prendono di mira quotidianamente e per un prolungato periodo di tempo l’intera popolazione carceraria palestinese, l’unica possibile conclusione è che nel compiere questi atti Israele sta commettendo torture che equivalgono a un crimine di guerra e persino a un crimine contro l’umanità”, afferma il rapporto in conclusione.

Richiesta di indagine da parte della Corte Penale Internazionale

Il rapporto fa appello alla Corte Penale Internazionale affinché indaghi “i singoli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”, argomentando che tali indagini non sono state possibili in Israele “poiché tutti i sistemi statali, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di questi campi di tortura”.

B’Tselem ha anche osservato che dall’inizio della guerra contro Gaza il numero di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è raddoppiato, raggiungendo i 9.623.

“Ci appelliamo a tutte le nazioni e a tutte le istituzioni e gli organismi internazionali affinché facciano tutto ciò che è in loro potere per mettere immediatamente fine alle crudeltà inflitte ai palestinesi dal sistema carcerario israeliano, e affinché riconosca il regime israeliano che gestisce tale sistema come un regime di apartheid che deve finire”, conclude l’organizzazione.

Da parte delle autorità israeliane non c’è stata alcuna reazione immediata al rapporto.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




I leader israeliani celebrano gli assassinii e fanno pagare il prezzo ai vivi

Orly Noy

2 agosto 2024 – +972 Magazine

Il genocidio a Gaza ha accresciuto la sicurezza di una singola persona in Israele? Siamo più sicuri mentre aspettiamo la risposta dell’Iran all’uccisione di Haniyeh?

Ora ci troviamo di fronte alla guerra regionale di Gog e Magog [leggendarie popolazioni barbariche che incarnavano nella tradizione biblica e musulmana una minaccia di sterminio sulla civiltà, ndt] che Benjamin Netanyahu è stato così determinato a innescare. Ognuno di noi sta ora cercando con orrore di indovinare quale sarà la risposta ai recenti assassinii, che i nostri leader stanno celebrando come un “brillante risultato” della sofisticata macchina da guerra di Israele, e se i nostri figli sopravviveranno. Ora stiamo riflettendo sul destino degli ostaggi, timorosi di dire ciò che sappiamo potrebbe essere vero.

Quindi forse ora è il momento di fermarci e chiederci: non c’era davvero un altro modo? Questo sprofondare in un inferno senza fondo era un destino inevitabile?

Una risposta iraniana all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran arriverà, così come una rappresaglia di Hezbollah per l’uccisione del suo comandante Fuad Shukr, anche se la loro intensità o natura non può essere conosciuta. Masoud Pezekshian, il nuovo presidente iraniano e il più moderato dei candidati della Repubblica islamica si è impegnato a prendere le distanze dall’estremismo bellicista del suo predecessore e a riportare lIran sulla via del dialogo con lOccidente.

Ma l’assassinio di Haniyeh, subito dopo l’insediamento di Pezekshian, mette il presidente all’angolo. Ora dovrà dimostrare la sua leadership, rispondere a questa palese violazione della sovranità del suo Paese e rafforzare la sua alleanza con Hamas.

“Meritevole di morire” è probabilmente la frase più abusata nel discorso pubblico israeliano per descrivere i recenti assassinii. È una delle tante giustificazioni che Israele ha trovato per la sua violenza sfrenata degli ultimi dieci mesi. Ma c’è qualcosa di terrificante nel fatto che la questione se qualcuno sia o meno ritenuto “meritevole di morire” determini qui [in Israele, n.d.t.] il nostro destino più dell’essere noi civili meritevoli o meno di vivere.

Dopo i massacri del 7 ottobre di fronte ad ogni crocevia Israele ha scelto la strada della violenza e dell’escalation. Le giustificazioni non sono mai mancate: dobbiamo rispondere con forza agli attacchi; dobbiamo perseguire coloro che li hanno ideati ed eseguiti; dobbiamo intensificare la pressione finché non restituiranno gli ostaggi; dobbiamo attaccare il Libano in risposta ai razzi; dobbiamo segnalare all’Iran che non resteremo in silenzio sul suo sostegno a Hezbollah.

In conclusione, tuttavia, la scelta automatica dell’escalation violenta è suicida. Questa inerzia è così radicale che non ci consente di porci domande basilari, esistenzialmente vitali: il genocidio criminale che stiamo perpetrando a Gaza ha aumentato la sicurezza di una singola persona in Israele? Siamo più sicuri ora, mentre aspettiamo la risposta iraniana? Israele è meglio collocato sulla scena internazionale rispetto a [prima del] 7 ottobre?

La risposta ovvia a tutte queste domande retoriche è un sonoro no. Allora perché continuiamo su questa strada distruttiva, quando il prezzo che stiamo pagando non fa che crescere? Perché delle persone ragionevoli celebrano la morte di Haniyeh come un’operazione brillante, quando non possiamo nemmeno stimare il prezzo che comporta?

È facile attribuire tutto a Netanyahu; dire che la guerra serve alla sua sopravvivenza politica e che ha interesse a continuarla indefinitamente. È vero, ma è una via d’uscita troppo facile. Netanyahu ha davvero scelto di sacrificare le vite di decine di migliaia di palestinesi a Gaza, le vite degli ostaggi israeliani e la nostra sicurezza collettiva per il suo tornaconto personale. Ma l’opinione pubblica israeliana si è votata fin dall’inizio, con una gioia agghiacciante, a seguire il sentiero mortale che Netanyahu ha spianato.

Non è solo la brama di vendetta che ha travolto la società israeliana dopo il 7 ottobre, galvanizzando una natura omicida di una portata che non conoscevamo. È l’estinzione della capacità di immaginare qualsiasi cosa che non sia futile violenza. Il popolo israeliano si trova di fronte alla sconvolgente realtà di non avere gli strumenti per interrogarsi sui propri interessi e di decidere tra diverse linee strategiche. Perché nella cassetta degli attrezzi israeliana non c’è altro che un martello, e un Paese senza una serie di strumenti è un Paese molto pericoloso per i suoi cittadini, e ancora di più per i suoi sudditi sotto occupazione.

Dieci mesi dopo il massacro la società israeliana avrebbe potuto essere da qualche altra parte. Avrebbe potuto essere già in fase di ripresa dal suo terribile trauma, con tutti gli ostaggi tornati a casa vivi. Decine di migliaia di suoi cittadini non sarebbero stati sfollati dalle loro case nel nord e nel sud, e la vita di così tanti soldati sarebbe stata risparmiata. La Striscia di Gaza non sarebbe diventata l’Hiroshima del Medio Oriente, con quasi due milioni di palestinesi assediati sradicati e affamati. Invece dieci mesi di scelte criminali ci hanno portato davanti ad un baratro di sicurezza, economico, sociale e morale che persino i pessimisti tra noi non avrebbero potuto immaginare.

Questa non è saggezza col senno di poi. C’era tra noi chi metteva in guardia sulle conseguenze del percorso terrificante che Israele aveva scelto fin dall’inizio e sostenevano un’alternativa. Siamo stati denunciati come disfattisti, come negazionisti dei massacri e come sostenitori di Hamas.

Ancora adesso, sullo sfondo dell’esultanza seguita agli assassinii, ripetiamo: questo è un percorso distruttivo, stupido e pericoloso e possiamo ancora cambiare rotta. Ma una società che non riesce a immaginare un approccio non violento è destinata all’estinzione. Ed è agghiacciante vedere come stiamo ancora camminando su quel percorso con gli occhi ben aperti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)