Gli ulivi che raccontano la storia dell’espropriazione palestinese

Meron Rapoport

28 aprile 2020 – +972mag

I palestinesi di Saffuriya furono espulsi con la forza nel 1948 e gli fu vietato il ritorno; abbandonarono i loro antichi ulivi di cui oggi si prendono cura gli ebrei israeliani.

La scorsa settimana, il mio collega Edo Konrad ha pubblicato un articolo in cui rivelava come, in onore del Giorno del Ricordo [dei caduti nel conflitto con arabi e palestinesi, ndtr.] di Israele, il Ministero della Difesa avesse deciso di consegnare alle famiglie israeliane in lutto bottiglie di olio d’oliva prodotte in una colonia della Cisgiordania occupata.

L’olio d’oliva è prodotto da Meshek Achiya, un’azienda situata nel cuore dei territori occupati a circa 45 chilometri a nord di Gerusalemme, fondata nel 1997 nell’avamposto di Achiya. Come ha spiegato a Konrad Dror Etkes, esperto per le attività di insediamento, Meshek Achiya era uno dei sei avamposti costituiti a ovest dell’insediamento di Shiloh al fine di conquistare terre palestinesi di proprietà privata.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, un certo numero di famiglie in lutto ha lanciato una petizione chiedendo al Ministero della Difesa di riprendersi il suo dono.

Durante il fine settimana, Haaretz Magazine [inserto settimanale dell’omonimo quotidiano israeliano di centro-sinistra, ndtr.] ha pubblicato un articolo sugli israeliani che coltivano ulivi secolari in Galilea, nel nord di Israele. L’articolo si concentra sulla famiglia Noy-Meir, che coltiva “centinaia di alberi secolari”, molti dei quali hanno tra i 200 e gli 800 anni, su terreni adiacenti a Moshav Tzippori nella bassa Galilea. L’olio d’oliva prodotto dall’azienda di Noy-Meir, Rish Lakish, veniva molto elogiato da Ronit Vered, autore dell’articolo e critico gastronomico di Haaretz.

Ma come mai alberi così antichi sono di proprietà della famiglia Noy-Meir, che si stabilì a Tzippori solo 20 anni fa? Nell’articolo non viene fornito alcun contesto storico per spiegare l’esistenza di questi alberi, che, scrive Vered, “sono sparsi su una vasta area e si trovano su terreni difficili per la coltivazione e la raccolta”.

Non è necessario essere un esperto di alberi per trovare una risposta: Moshav Tzippori si trova sulla terra appartenente al villaggio palestinese distrutto e spopolato di Saffuriya.

Secondo Palestine Remembered, un sito web dedicato alla conservazione della memoria degli oltre 400 villaggi palestinesi distrutti durante la Nakba, nel 1948 Saffuriya era una comunità relativamente grande con oltre 5.000 residenti. Secondo il libro di Walid Khalidi Ciò che rimane, l’area intorno al villaggio “aveva molti terreni fertili e risorse idriche di superficie e sotterranee”, e le olive costituivano il “principale prodotto agricolo” del villaggio.

Saffuriya fu conquistata dalle forze israeliane il 15 luglio 1948. Secondo gli abitanti del villaggio, solo un piccolo numero di persone rimase nel villaggio dopo che fu bombardato dagli aerei israeliani, e pochissimi furono in grado di tornare e recuperare le loro proprietà.

Nel suo libro L’origine del problema dei rifugiati palestinesi, che ha svelato archivi statali israeliani precedentemente nascosti (a cui fa riferimento Khalidi), lo storico israeliano Benny Morris scrive che coloro che rimasero a Saffuriya furono espulsi nel 1948, ma che “a centinaia tornarono di nascosto indietro” nei mesi seguenti.

Le autorità israeliane, scrisse Morris, temevano che se i palestinesi di ritorno fossero stati autorizzati a rimanere, il villaggio sarebbe “presto tornato alla sua popolazione prebellica”. All’epoca, i vicini insediamenti ebraici avevano già “messo gli occhi sulle terre di Saffuriya”.

Secondo Morris, un alto funzionario israeliano nel novembre del 1948 dichiarò: “Accanto a Nazareth c’è un villaggio … le cui terre lontane sono necessarie per i nostri insediamenti. Forse gli si può dare un altro posto. ” Poco dopo, “nel gennaio del 1949 gli abitanti furono caricati su camion e nuovamente espulsi verso le comunità arabe di ‘Illut, al-Rayna e Kafr Kanna”.

In breve, le “centinaia di ulivi secolari” non sono cresciute dal nulla. I residenti palestinesi di Saffuriya li hanno piantati e coltivati per secoli. Gli alberi gli sono stati rubati con la forza. Lo Stato dà in affitto quegli alberi dopo aver rivendicato la terra del villaggio come propria. Su parte di quella terra è stata piantata una nuova foresta dal Fondo Nazionale Ebraico [ente sovranazionale dell’Organizzazione Sionista Mondiale e proprietario di circa il 15% della terra di Israele, ndtr.].

A suo merito, la famiglia Noy-Meir si è coinvolta negli aiuti ai raccoglitori di olive palestinesi in Cisgiordania e ha lavorato a fianco dei palestinesi le cui famiglie sono state sradicate da Saffuriya. Tuttavia, ignorare la storia del villaggio, come ha fatto l’articolo di Haaretz, non è meno grave che ignorare il furto della terra in Cisgiordania, su cui Meshek Achiya produce il suo olio d’oliva.

Taha Muhammad Ali, il famoso poeta palestinese, è nato ed è stato espulso da Saffuriya. La famiglia di Mohammad Barakeh, il politico che dirige l’Alto Comitato di Controllo per i Cittadini Arabi di Israele, è stata cacciata via dal villaggio. Saffuriya può anche essere sparito, ma il suo ricordo vive.

Appartengo a un movimento israelo-palestinese – Due stati, una Patria – che propone che ogni israeliano palestinese ed ebreo possa vivere ovunque desideri tra il fiume [Giordano] e il mare, sia nello Stato di Israele che nello Stato di Palestina. I rifugiati che torneranno saranno cittadini della Palestina, ma potranno vivere come residenti con pieni diritti in Israele, proprio come i cittadini israeliani potranno vivere come residenti con pieni diritti in Palestina. Una federazione istituirebbe un meccanismo per facilitare il ritorno e / o offrire un risarcimento finanziario per i beni espropriati durante il conflitto.

Non abbiamo un futuro qui se chiudiamo gli occhi su ciò che è accaduto nel 1948, immaginando che il conflitto sia iniziato solo con l’occupazione del 1967. Non è così.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Settant’anni a sparare ai rifugiati

Jake Batinga 

8 ottobre 2019 – The Electronic Intifada 

Dal marzo del 2018 si sono tenute a Gaza delle proteste settimanali, note come la Grande Marcia del Ritorno.

I dimostranti esigono che alle persone sradicate dalle forze sioniste durante la Nakba, la pulizia etnica della Palestina nel 1948 sia permesso di tornare a casa. Questo diritto al ritorno era stato riconosciuto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 194, approvata nel dicembre del 1948.

Israele ha risposto con brutalità alle richieste che sia rispettato questo diritto fondamentale. Oltre 210 palestinesi sono stati uccisi durante la Grande Marcia del Ritorno e oltre 9000 sono stati feriti da proiettili veri.

Oltre a pretendere che il diritto al ritorno sia rispettato, negli ultimi settant’anni i rifugiati palestinesi hanno cercato, di tanto in tanto, di esercitare quel diritto e sono stati trattati con estrema violenza.

Negli anni seguenti l’adozione della risoluzione 194 dell’ONU, molti abitanti di Gaza hanno cercato di attraversare il confine con Israele, Stato di recentissima costituzione. Con un’espressione di sapore orwelliano le autorità israeliane hanno definito questi rifugiati che cercavano di tornare degli “infiltrati.”

Nel suo libro Le guerre di confine di Israele. 1949-1956, lo storico Benny Morris scrive che le cosiddette infiltrazioni erano “una conseguenza diretta dell’espropriazione di centinaia di migliaia di palestinesi.”

I rifugiati cercavano di ricongiungersi con le proprie famiglie, di coltivare i campi, di recuperare le proprietà perdute e naturalmente di rivedere le loro vecchie case.

Sparare a “tutto ciò che si muove”

Le guerre di confine di Israele fu pubblicato nel 1997 – sette anni prima che Morris sostenesse che le forze sioniste avrebbero dovuto espellere tutti i palestinesi negli anni ’40. Nonostante i suoi tentativi di difendere la pulizia etnica, Morris non ha mai ripudiato gli importanti fatti che aveva in precedenza scoperto.

Grazie al suo lavoro noi continuiamo a scoprire molto sui crimini commessi nel nome di Israele e della sua ideologia di Stato, il sionismo.

Egli racconta, per esempio, di come Israele abbia applicato la politica di “fuoco a volontà” contro i rifugiati che cercano di ritornare a casa. Secondo Morris, le forze israeliane “sparavano a tutto ciò che si muoveva” e spesso giustiziavano “sul posto” dei rifugiati feriti. 

In conseguenza di questa politica di fuoco indiscriminato, dal 1949 al 1956 sono stati uccisi tra i 2700 e i 5000 rifugiati, per la gran parte civili disarmati. Morris scrive inoltre che “nessun soldato, poliziotto o civile israeliano è mai stato processato per aver sparato e ucciso un infiltrato arabo disarmato.”

Mentre i rifugiati palestinesi venivano massacrati quando tentavano di esercitare il loro diritto al ritorno, il parlamento israeliano, la Knesset, nel 1950 approvò la legge cinicamente chiamata “ del ritorno” che garantiva agli ebrei in tutto il mondo il diritto di ottenere la cittadinanza israeliana e vivere in Israele.

Quelli che immigravano in Israele, molti dei quali erano sopravvissuti all’Olocausto, spesso si insediavano nelle case vuote dei rifugiati palestinesi.

Un’altra politica implementata contro i rifugiati palestinesi che cercavano di tornare a casa era nota come “ritorsione.”

Israele “operava rappresaglie” facendo incursioni nei villaggi in Giordania, Egitto, Gaza e Siria. Questi raid avevano lo scopo di punire le comunità che si presumeva avessero aiutato il rientro dei rifugiati.

Nel suo libro Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo lo storico Avi Shlaim scrive che le rappresaglie erano in realtà “una forma di punizione collettiva contro interi villaggi.”

Un caso di “rappresaglia” degno di nota è avvenuto nell’ottobre del 1953 nel villaggio giordano di Oibya.

Secondo il libro di Shlaim, i commando israeliani assalirono Oibya e costrinsero gli abitanti a restare nelle proprie case, che poi furono fatte saltare in aria con dentro la gente. Almeno 69 persone furono uccise, la maggioranza donne e bambini.

Il capo di questo raid era un giovane comandante di nome Ariel Sharon, che in seguito fu soprannominato “il macellaio di Beirut” per il suo ruolo nel massacro di massa del 1982 in Libano nei campi di rifugiati palestinesi di Sabra e Shatila.

Addossare la colpa agli altri

Israele ha costantemente cercato di dare la colpa delle sue violenze agli altri.

Negli anni ’50, il governo israeliano incolpava i governi arabi e gli stessi rifugiati palestinesi. Secondo Shlaim, Israele sosteneva che l’uccisione di civili era “una forma legittima di auto-difesa.”

Parole identiche, o quasi, vengono usate oggi dai leader politici di Israele.

Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, ha invocato “l’auto-difesa” per cercare di giustificare l’uccisione di manifestanti disarmati a Gaza. L’anno scorso, dopo un massacro israeliano a Gaza, Netanyahu ha affermato che lo Stato stava agendo per “proteggere la sua sovranità e la sicurezza dei suoi cittadini.”

Quando è stato trasmesso un video che mostrava le truppe israeliane esultare allegramente e ridere mentre un cecchino sparava a un manifestante, i politici israeliani si sono affrettati a difendere i soldati.

Avigdor Lieberman, l’allora ministro della Difesa israeliano, dichiarò che il cecchino nel video “meritava una decorazione.” Naftali Bennett, anche lui all’epoca ministro del governo, disse che “giudicare i soldati perché non si esprimono elegantemente mentre stanno difendendo i nostri confini non è serio.”

Oggi il governo di Israele denigra i manifestanti di Gaza chiamandoli “terroristi.” Benny Morris ha fatto notare che “infiltrato”, il termine usato per i rifugiati palestinesi che cercano di tornare a casa, è rapidamente diventato sinonimo di “terrorista.”

Nello stesso modo in cui le autorità israeliane hanno tentato di sfuggire alla responsabilità dei loro attacchi sui vicini arabi negli anni ’50, i politici di oggi cercano di dare la colpa delle morti dei manifestanti a Gaza ad Hamas.

Lieberman ha asserito che “nessun civile innocente” ha preso parte alle proteste a Gaza, che lui ha soprannominato la “marcia del terrorismo.” Tutti i manifestanti, secondo Lieberman, sono membri di Hamas.

Si può interpretare in modo diverso: i palestinesi hanno combattuto per i loro diritti negli anni immediatamente dopo la Nakba, così come stanno facendo nel ventunesimo secolo.

La brutalità di Israele continua e così fa anche la lotta contro Israele.

Jake Batinga è uno scrittore e attivista basato in California. È vissuto nella città di Hebron nella Cisgiordania occupata quando lavorava con l’International Solidarity Movement, [movimento internazionale di solidarietà e lotta non violenta per la liberazione della Palestina, ndtr.] per documentare le violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito israeliano e dei coloni.

(Traduzione di Mirella Alessio)




Un dipartimento del ministero della Difesa israeliano è incaricato di nascondere le prove della Nakba – da “Haaretz”

Jonathan Ofir

5 luglio 2019 MondoWeiss

Israele ha un dipartimento segreto del ministero della Difesa incaricato di far sparire documenti relativi alla Nakba. Oggi il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato un‘estesa inchiesta di Hagar Shezaf intitolata “Seppellire la Nakba: come Israele ha sistematicamente nascosto le prove dell’espulsione degli arabi nel 1948”.

Il dipartimento è chiamato “Direzione della sicurezza dell’Istituzione della Difesa”, con l’acronimo in ebraico MALMAB. In ebraico risulta persino più ossessivo, perché le parole “Difesa” e “Sicurezza” sono le stesse (‘Bitahon’), quindi sarebbe “Direzione della Sicurezza per l’Istituzione della Sicurezza”. Quindi, da cosa l’istituzione della sicurezza si sta proteggendo?

Apparentemente si tratta della ricerca di documenti relativi a informazioni sensibili che riguardano il programma nucleare segreto di Israele. Ma è chiaro che il dipartimento si è occupato di informazioni sulla pulizia etnica della Palestina nel 1948 (e anche di espulsioni successive) in quanto minaccia strategica. Quindi documenti che sono già stati approvati dal censore per essere declassificati, già pubblici e citati, sono stati di nuovo messi in cassaforte per ordine di questi funzionari.

Per parecchi decenni il dipartimento segreto ha fatto sparire documenti. Alla fine degli anni ’80 le prove documentali relative ad avvenimenti della Nakba da parte di storici quali Benny Morris, Ilan Pappe e Avi Shlaim, noti anche come “Nuovi Storici”, sono diventate un problema per lo Stato, in quanto mettevano in dubbio la versione della propaganda israeliana e confermavano in larga misura quella che era stata derisoriamente definita la “narrazione palestinese”. Yehiel Horev, l’ufficiale che ha fondato e guidato il dipartimento per due decenni, fino al 2007, non è stato per niente reticente riguardo alla sua subdola motivazione. Alla domanda riguardo a un documento problematico che Morris aveva già citato nel 1986, Horev ha detto:

Non ricordo il documento a cui lei si riferisce, ma se l’ha citato e quello stesso documento non è là (cioè dove Morris dice che sia), allora i fatti di cui parla non sono affidabili. Se dice: ‘Sì, ho il documento,’ non lo posso discutere. Ma se dice che è scritto là, potrebbe essere vero o falso. Se il documento fosse già stato reso pubblico e fosse rinchiuso in archivio, direi che è una follia. Ma se qualcuno l’ha citato, c’è una differenza tra il giorno e la notte riguardo alla validità della prova che ha citato.

In altre parole, l’obiettivo del lavoro è minare la credibilità di quanti hanno già citato quei documenti.

Il documento specifico a cui ci si riferisce nella domanda non è un documento qualunque. È un documento del 30 giugno 1948 chiamato “L’emigrazione degli arabi della Palestina”, redatto dal servizio di intelligence militare israeliana, che elenca le ragioni della fuga dei palestinesi. Vengono elencati undici motivi in ordine di importanza, di cui i primi tre sono:

1. Operazioni ostili ebraiche (Haganah/IDF [principale milizia sionista/esercito israeliano, ndtr.] dirette contro insediamenti arabi;

2. Gli effetti delle nostre (Haganah/IDF) operazioni ostili contro insediamenti (arabi) vicini…(…soprattutto la caduta di grandi centri nei dintorni);

3. Operazioni di dissidenti (ebrei: Irgun Tzvai Leumi e Lohamei Herut Yisrael [altre due milizie sioniste ultranazionaliste e dedite al terrorismo fin dagli anni ‘30, ndtr.]).

In seguito il documento riepiloga i fattori e conclude:

Per riassumere le sezioni precedenti, si potrebbe pertanto dire che l’impatto delle “azioni militari ebraiche (Haganah e dissidenti) sulla migrazione è stato decisivo, in quanto circa il 70% degli abitanti ha lasciato le proprie comunità ed è emigrato in conseguenza di queste azioni.

A conferma che queste sono state le principali e fondamentali ragioni della fuga dei palestinesi, il documento attesta che i palestinesi per lo più se ne andarono per il timore immediato e a causa delle ostilità dirette, e non, come sosteneva la versione della propaganda israeliana, perché “i leader arabi glielo avevano detto.” Tale documento si riferisce alla responsabilità in termini di espulsione attiva dei palestinesi, indicando la nozione di pulizia etnica – che Ilan Pappe ha esplicitato nel suo libro fondamentale del 2006 “La pulizia etnica della Palestina.”

Dopo aver scritto l’articolo nel 1986, Morris ha citato questo documento anche in libri successivi. Ho fatto riferimento a questo in precedenti articoli, citando queste parti cruciali.

Quel documento è molto esteso. Nel bel mezzo della Nakba descrive già nei minimi dettagli lo spopolamento di 219 villaggi e 4 città, di 239.000 palestinesi. La campagna di pulizia etnica era in pieno svolgimento, e in sei mesi avrebbe riguardato lo spopolamento di 500 villaggi e città e circa 750.000 palestinesi. Il documento contiene 29 pagine ed è meticoloso in modo agghiacciante. Elenca il numero di abitanti in ogni località “durante un periodo normale”, in modo molto preciso (per esempio: Salihiyya – 1.520”; “Mansura – 360”) e poi elenca la ragione dello spopolamento (ad esempio: “Ein Zaytoun – distruzione del villaggio da parte nostra”; Qabba’a – nostro attacco contro di loro”). In genere viene elencata la direzione della fuga (per esempio: Qabba’a – “Libano”).

Quindi, che ne è di questo documento? C’è stato un incidente, una crepa nel muro del negazionismo. Benché sia diventato riservato dopo essere già stato citato, e nonostante il gruppo di lavoro del Malmab avesse ordinato che rimanesse segreto, pochi anni dopo ricercatori di Akevot, un istituto di ricerca che si dedica a documentare questioni relative ai diritti umani nel conflitto israelo-palestinese, trovarono una copia del testo e lo mostrarono alla censura militare – che ne autorizzò senza condizioni la pubblicazione. A quanto pare i dipartimenti deputati a nascondere le prove non hanno comunicato in modo corretto tra di loro. Questo documento fondamentale ora si può trovare integralmente grazie ad Akevot.

Ma il sistema di occultamento retroattivo continua a funzionare. Haaretz racconta la recente vicenda della storica israeliana Tamar Novick, che ha scoperto un documento del 1948 presso l’archivio Yad Yaari [centro di documentazione e studio su alcuni movimenti sionisti, ndtr.] di Givat Haviva [centro di documentazione del movimento dei kibbutz, ndtr.]. Il documento afferma:

Safsaf (in origine un villaggio palestinese nei pressi di Safed) – 52 uomini sono stati presi, legati uno all’altro, hanno scavato una fossa e sono stati colpiti a morte. Dieci si stavano ancora contorcendo. Sono arrivate le donne, chiedendo pietà. Sono stati trovati i corpi di 6 anziani. C’erano 61 corpi. Tre casi di stupro, uno a est di Safed, una ragazzina di 14 anni, e quattro uomini colpiti e uccisi. A uno hanno tagliato le dita con un coltello per prendergli l’anello.

Continua descrivendo altri massacri, saccheggi e violenze. Il documento in sé non era firmato (benché fosse nella documentazione del funzionario del dipartimento arabo del partito di sinistra MAPAM Yosef Vashitz) ed era tagliato a metà, per cui Novick ha deciso di consultarsi con Morris – che aveva citato avvenimenti simili nei suoi scritti. Le descrizioni di Morris sono prese da un altro documento (un rapporto del membro del Comitato Centrale del MAPAM Aharon Cohen), che proveniva anch’esso dallo stesso archivio. Quindi Novick è tornata a Givat Haviva per confermare i due documenti, ed ha scoperto che quello citato da Morris non c’era più.

In un primo tempo ho pensato che forse Morris non era stato preciso nelle sue note, che forse aveva fatto un errore,” ricorda Novick. “Mi ci è voluto del tempo prima di prendere in considerazione la possibilità che il documento fosse semplicemente scomparso.” Quando ha chiesto ai responsabili dove fosse il documento, le è stato detto che era stato messo sottochiave allo Yad Yaari per ordine del ministero della Difesa.

La Malmab ha fatto sparire anche documenti successivi. Per esempio una testimonianza del geologo Avraham Parnes relativa a un’espulsione di beduini nel 1956:

Un mese fa abbiamo visitato Ramon (cratere). Nella zona di Mohila alcuni beduini sono venuti da noi con le loro greggi e le loro famiglie e ci hanno chiesto di mangiare con loro. Ho risposto che avevamo molto lavoro da fare e non avevamo tempo. Nella nostra visita di questa settimana abbiamo di nuovo visitato Mohila. Invece dei beduini e delle loro greggi c’era un silenzio di morte. Una serie di carcasse di cammelli era sparsa nella zona. Abbiamo saputo che tre giorni prima l’IDF aveva ‘tolto di mezzo’ i beduini e le loro greggi erano state sterminate – i cammelli a fucilate, le pecore con le granate. Uno dei beduini, che ha iniziato a protestare, era stato ucciso, gli altri erano scappati…Due settimane prima era stato loro ordinato per il momento di rimanere dov’erano, poi era stato ordinato di andarsene e per accelerare le cose più di 500 capi erano stati massacrati…L’espulsione era stata realizzata ‘in modo efficace’.

La lettera continua citando quello che aveva detto uno dei soldati a Parnes, secondo la sua testimonianza:

Non se ne sarebbero andati se non avessimo fatto fuori le loro greggi. Una ragazza di circa 16 anni si è avvicinata a noi. Aveva una collana di perline di serpenti d’ottone. Le abbiamo strappato la collana e ognuno di noi ha preso un pezzetto come souvenir.

Recenti interviste, come quelle rilasciate all’inizio degli anni 2000 dal centro Yitzhak Rabin, sono state quasi tutte fatte sparire dalla Malmab, come questa sezione con il generale (della riserva) Elad Peled, intervistato dallo storico Boaz Lev Tov:

Peled: “Guarda, lascia che ti racconti qualcosa ancora meno piacevole e più crudele riguardo alla grande incursione a Sasa (villaggio palestinese nell’Alta Galilea). L’obiettivo era in effetti di scoraggiarli, di dire loro: ‘Cari amici, il Palmach (le truppe d’assalto dell’Haganah) può raggiungere ogni posto, voi non siete al sicuro.’ Quello era il cuore dell’insediamento arabo. Ma cosa abbiamo fatto? Il mio plotone ha fatto saltare 20 case con tutto quello che c’era dentro.”

Lev Tov: “Mentre la gente vi stava dormendo?”

Peled: “Penso di sì. Quello che avvenne là: arrivammo, entrammo nel villaggio, piazzammo una bomba nei pressi di ogni casa e poi Homesh suonò una tromba, perché non avevamo radio, e quello era il segnale perché (le nostre forze) se ne andassero. Corremmo all’indietro, gli artificieri rimasero, schiacciarono i pulsanti, era tutto rudimentale. Accesero la miccia o premetterono sul detonatore e tutte quelle case sparirono.”

Fortunatamente Haaretz ha avuto le trascrizioni integrali.

Questa ‘task force’ chiamata Malmab ha anche lanciato minacce contro archivisti. Menahem Blondheim, direttore dell’archivio presso l’Istituto di Ricerca Harry S. Truman dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ricorda i suoi scontri con funzionari della Malmab nel 2014:

Ho detto loro che i documenti erano vecchi di decenni e che non potevo immaginare che ci potesse essere alcun problema di sicurezza che potesse giustificare una restrizione al loro accesso per i ricercatori. Mi hanno risposto: ‘Mettiamo che ci sia una testimonianza secondo cui durante la guerra d’indipendenza [la guerra tra milizie israeliane, Paesi arabi e palestinesi nel 1947-48, ndtr.] i pozzi vennero avvelenati?” Ho risposto: “Bene, quella gente dovrebbe essere processata.”

Haaretz nota come “il rifiuto di Blondheim portò a un incontro con un funzionario più importante del ministero, solo che questa volta l’atteggiamento che riscontrò fu diverso e vennero fatte minacce esplicite. Alla fine le due parti raggiunsero un compromesso.”

A quanto pare questo intervento di un ente segreto del ministero della Difesa sta provocando un considerevole dissenso negli archivi di Stato. Circa un anno fa, il consigliere giudiziario degli archivi di Stato, l’avvocatessa Naomi Aldouby, ha scritto un parere intitolato “Documenti negli archivi pubblici secretati senza autorizzazione.” Secondo lei la politica di accessibilità agli archivi pubblici è di esclusiva competenza del direttore di ogni istituzione. Gli storici sospettavano che questo ente segreto esistesse, perché ne avevano trovato tracce. Benny Morris:

Ne ero a conoscenza. Non ufficialmente, nessuno mi ha informato, ma ci ho avuto a che fare quando ho scoperto che documenti che avevo visto nel passato ora sono secretati. C’erano documenti dell’archivio dell’esercito che avevo usato per un articolo su Deir Yassin [villaggio palestinese in cui nel 1948 avvenne la strage più nota, ndtr.) e che ora sono secretati. Quando sono andato nell’archivio non mi è più stato possibile vedere l’originale, per cui ho sottolineato in una nota (nell’articolo) che l’archivio di Stato aveva negato l’accesso ai documenti che avevo reso pubblici 15 anni prima.

Questa scomparsa di documentazione in precedenza disponibile è parte di un più generale modello di segretezza. Secondo il direttore di Akevot , Lior Yavne, l’archivio dell’IDF, che è il più grande di Israele, è quasi del tutto inaccessibile. L’archivio dello Shin Bet (servizio di sicurezza [interna]) è “totalmente chiuso salvo una manciata di documenti.” Nel 1998 la riservatezza dei documenti più antichi dello Shin Bet e del Mossad [servizio di sicurezza esterno, ndtr.] doveva scadere (dopo 50 anni). Nel 2010 esso è stato retroattivamente esteso a 70 anni, e lo scorso febbraio a 90 anni, nonostante l’opposizione del Consiglio Supremo degli Archivi.

Lo storico Tuvia Friling, che fu capo archivista tra il 2001 e il 2004, dice che una delle ragioni principali per cui diede le dimissioni fu questo intervento da parte della Malmab. Afferma che in un primo tempo accettò il suo intervento con il pretesto che i documenti sarebbero stati messi su internet e che essa operava con il mandato di impedire che segreti nucleari divenissero accessibili a tutti, ma poi censurarono altre cose:

La secretazione posta su documenti riguardanti l’emigrazione araba nel 1948 è esattamente un esempio di quello che temevo. Il sistema di conservazione e archiviazione non è un’arma delle relazioni pubbliche dello Stato. Se c’è qualcosa che non ti piace – bene, così è la vita. Una società sana impara anche dai propri errori…Lo Stato può imporre riservatezza su alcuni dei suoi documenti – la domanda è se la questione della sicurezza non agisca come una sorta di copertura. In molti casi è già diventata una beffa.

Il fondatore della Malmab Yehiel Horev ha detto a Hagar Shezaf:

Quando lo Stato impone riservatezza, il lavoro pubblicato viene danneggiato perché lui (Morris) non ha il documento.

Shefaz gli chiede:

Ma nascondere documenti presenti nelle note di libri non è un tentativo di chiudere la porta della stalla dopo che i buoi sono già scappati?

Horev:

Se qualcuno scrive che il bue è nero, se il bue non è fuori dalla stalla, non puoi dimostrare che lo sia davvero.

Ma il bue è davvero nero. Un’altra intervista che la Malmab ha tentato di nascondere è quella con il generale Avraham Tamir (sempre tratta dalle interviste del Centro Yitzhak Rabin). Tamir dice:

Ben Gurion stabilisce come politica che dobbiamo demolire (i villaggi) in modo che non abbiano dove tornare. Cioè, tutti i villaggi arabi.

Proprio come la sistematica distruzione dei villaggi durante la Nakba, l’agenzia segreta israeliana Malmab “per la sparizione di documenti” sta cercando di far sparire le tracce della Nakba, in modo che gli storici non possano avere “nessun posto in cui tornare” in termini di ricerche, persino quando si tratta di verificare una documentazione storica critica già citata. La Malmab cerca di riportare i “buoi” della Nakba nella stalla – in modo che per dimostrare che “il bue è nero”, per dimostrare che c’è stata una Nakba, l’onere della prova spetti agli storici. E allora tutto diventa una discussione tra “narrazioni”.

Come dice Horev:

C’è ogni sorta di narrazione. Alcuni dicono che non ci fu nessuna fuga, solo espulsioni. Altri che ci fu una fuga. Non è bianco o nero. C’è una differenza tra la fuga e quelli che dicono che furono espulsi con la forza. È un’immagine diversa.

Hover e Israele sanno, precisamente, che nella stragrande maggioranza dei casi si trattò di una questione di espulsione forzata e del terrore di tale espulsione che si sparse tra le comunità palestinesi. Cercano di nascondere proprio i documenti che confermano ciò in termini chiari. La logica di questa negazione è evidente: intende scongiurare il problema della colpa per l’espulsione, per la pulizia etnica, in modo da negare la responsabilità per il ritorno dei rifugiati. Perché l’espulsione dei palestinesi è stata una necessità assolutamente fondamentale per il sionismo e Israele nei termini dell’”equilibrio demografico” in uno Stato “ebreo e democratico”. Conservare questo “equilibrio”, e negare il ritorno ai rifugiati è un obiettivo centrale del sionismo, e lo è stato dalla creazione di Israele.

La doppia presenza del termine “sicurezza” nell’acronimo Malmab è indicativo del suo opposto, l’insicurezza. Questa è l’intrinseca insicurezza morale israelo-sionista, che deriva dalla consapevolezza che il progetto sionista è basato per la sua stessa esistenza sullo sradicamento di altri. C’è una profonda consapevolezza in ogni sionista: non si potrà mai ottenere la sicurezza se non verrà posto rimedio al torto della (continua) pulizia etnica. Invece di affrontarlo, Israele pratica la negazione, nella speranza che se esso ne andrà via. Ma non lo farà. Questo bue è decisamente nero.

Jonathan Ofir è un musicista, conduttore e blogger / scrittore israeliano che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’ideologia della “Nakba 2.0” di Benny Morris

Hossam Shaker

2 febbraio 2019 Middle East Monitor

Benny Morris sa benissimo cosa significhi il termine “Nakba”. Tuttavia non pare avere alcun problema a ripeterla, considerandola più adeguata per il XXI^ secolo e, di fatto, un obbligo. Come si può dedurre dalle sue parole, questa dovrebbe essere la “Nakba 2.0” – che sarà una versione più intelligente e più decisiva della prima, avvenuta in Palestina durante la guerra del 1948.

Morris, uno dei più illustri storici israeliani, è famoso per aver riesaminato documenti d’archivio sull’espulsione forzata dei palestinesi. Tuttavia ha smesso di utilizzare il termine “pulizia etnica” per riferirsi alla Nakba, che ha trasformato in profughi la maggior parte dei palestinesi. Il suo lavoro – insieme a quello di altri pensatori noti come “Nuovi Storici”- ha contribuito a smentire la propaganda israeliana, che ha messo in circolazione affermazioni relative ai rifugiati palestinesi e all’espulsione di massa del popolo palestinese.

Tuttavia Morris non ha espresso posizioni di principio. Ha invece rifiutato quello che è successo solo da un punto di vista specifico, che ha deciso di rivelare in seguito, quando ha sostenuto che la pulizia etnica non era terminata. In ciò differisce dall’ altro suo collega che ha mostrato una posizione di principio e un impegno morale, come Ilan Pappé, autore di “Ethnic Cleansing of Palestine” (2006) [“La pulizia etnica della Palestina”, Fazi, 2008, ndtr.]

Benny Morris ha fatto un’apparizione pubblica nel XXI^ secolo con una palese tendenza di estrema destra. Oggi parla come se fosse una guida ideologica del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Questa tendenziosità politica ha un enorme significato. Attualmente Morris sta facendo uso della sua competenza e reputazione come illustre storico per giustificare la pulizia etnica dei palestinesi attraverso la sottovalutazione del processo o considerandolo come una necessità per l’esistenza dello Stato di Israele. Morris ritiene che l’espulsione forzata o la pulizia etnica non siano così negative come il mondo e i sostenitori di diritti umani, valori, principi e trattati pensano che sia. Secondo lui, l’unica alternativa a questa scelta è il genocidio.

Morris esprime crescente preoccupazione esistenziale riguardo al “destino di Israele”. Tuttavia la preoccupazione in questo caso pare essere semplicemente una scusa astuta per giustificare il comportamento definitivo che le élite dominanti desiderano adottare riguardo al popolo palestinese, senza prendere in considerazione considerazioni etiche. Quando si tratta della questione “essere o non essere”, ignorare i valori e negare gli obblighi diventa per tali persone una scelta ragionevole.

La giustificazione di Morris è la migliore interpretazione delle dichiarazioni che terrorizzano gli israeliani e che sono state esposte dal settantenne storico a gennaio durante un’intervista con Haaretz [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.]. In quell’intervista – intitolata “Questo posto è destinato ad affondare e gli ebrei rimarranno una minoranza perseguitata e potrebbero scappare negli USA” – Morris è stato molto pessimista nelle sue previsioni. Ha detto che “questo posto (Israele) sarà un paese mediorientale al collasso con una maggioranza araba e gli ebrei rimarranno come una piccola minoranza all’interno di un grande mare arabo di palestinesi. Una minoranza soggetta all’oppressione o al massacro.”

Morris ha scelto di lanciare il suo avvertimento contro questo terribile destino in occasione del suo pensionamento dalla vita accademica. Tuttavia è un modo consueto di ravvivare il senso israeliano di pericolo esistenziale, che è una tipica premessa ai discorsi di mobilitazione israeliani che incitano ad azioni risolute e crudeli contro l’origine della minaccia, rappresentata dal popolo palestinese sottoposto ad occupazione e non, per esempio, dalle “armi chimiche di Saddam Hussein (l’ex presidente iracheno)” o dall’ “Olocausto (dell’ex presidente iraniano Mahmoud) Ahmadinejad,” o dalla “bomba iraniana.” Questo discorso quindi corrisponde alla crescente retorica fascista nelle posizioni dei dirigenti israeliani.

Le conclusioni di Morris sembrano ideali da adottare per l’élite dominante estremista israeliana per scatenare una campagna finale contro il popolo palestinese – oltre a tutto quello che finora è stato commesso – con il pretesto che “se noi non uccidiamo loro, loro uccideranno noi.”

Nell’intervista Benny Morris ha disegnato un quadro mostruoso dei palestinesi senza osare descriverli come umani, proprio come ogni politico e militare israeliano. Questo è assolutamente adeguato per giustificare il fatto di ucciderli e incolparli del loro stesso destino. Morris non è solo uno storico, è anche un brillante sostenitore dell’espulsione forzata e della pulizia etnica. Ha chiaramente espresso ciò durante un’intervista con Ari Shavit su Haaretz nel 2004, quando ha detto: “Lo Stato ebraico non avrebbe potuto nascere fino a quando 700.000 palestinesi non vennero cacciati. È stato quindi necessario espellerli.”

L’impressione che si ricava dalle successive posizioni di Morris nel corso degli anni è che il fatto di non aver completato il compito di fare una pulizia etnica contro il popolo palestinese sia stato un grave errore.

Come storico è più probabile che comprenda che la sopravvivenza di popoli indigeni nel loro Paese, senza il loro totale sterminio o la loro espulsione, ha portato alla fine di ogni occupazione coloniale a cui il mondo ha assistito in precedenza. Ciò è dovuto al fatto che cercare di stabilire il controllo assoluto su un altro popolo e sottometterlo al potere di un’occupazione militare non è stata una scelta razionale nel passato. Come potrebbe avere successo ora? Morris lo esprime attraverso chiari indicatori demografici, che descrivono la crescente popolazione palestinese nella Palestina mandataria (27.000 km2, di cui la Cisgiordania costituisce solo un quinto) a un ritmo superiore di quello degli ebrei israeliani, nonostante tutti i tentativi generosamente finanziati e incessanti di fondare colonie illegali.

Il problema demografico di Morris non si limita alla Cisgiordania occupata e alla Striscia di Gaza assediata. Invece sembra essere evidentemente angosciato dai palestinesi a cui è stata concessa a forza la cittadinanza israeliana dopo la Nakba – i cosiddetti “arabo-israeliani” o “palestinesi cittadini di Israele” – e questa sensazione è condivisa da alcuni ministri del governo di Netanyahu. Morris arriva a utilizzare espressioni umilianti che lo rivelano come un razzista. Considera la maggior parte del popolo palestinese con un atteggiamento arrogante, che non contempla la logica dei diritti e della giustizia.

Morris appare come un individuo nel mezzo di una trincea ideologica, che utilizza la propria posizione accademica ed espressioni scientifiche a favore di un progetto di occupazione inconsueto in questo mondo. Ha riconosciuto le proprie inclinazioni politiche di destra e è sembrato persino entusiasta di Netanyahu, solo due mesi prima delle elezioni politiche del 9 aprile.

Quello che deliberatamente Morris non menziona è che il governo di Netanyahu – che include coloni e personaggi noti per il loro fascismo – ha già incluso nel proprio programma l’espulsione forzata di palestinesi da alcune città. Ciò riguarda almeno l’Area C della strategicamente importante Cisgiordania, come Khan Al-Ahmar, un villaggio beduino che si trova ad est di Gerusalemme e che è stato ripetutamente previsto di demolire, solo per fare un esempio. I politici israeliani, compreso il dimissionario ministro della Difesa Avigdor Lieberman, hanno tentato di incitare all’espulsione forzata del popolo beduino. A novembre Netanyahu ha annunciato: “Khan Al-Ahmar sarà evacuato molto presto. Non vi dirò quando, ma preparatevi a questo,” ma il problema è che la messa in pratica dell’espulsione forzata in questa zona strategica non sarà una passeggiata.

I palestinesi di Khan Al-Ahmar restano determinati, nonostante le dure condizioni di vita che vengono loro imposte. Hanno lanciato una lotta civile che ha raggiunto il resto del mondo, che in cambio li ha appoggiati. Continuano ad aggrapparsi al luogo che le autorità occupanti vogliono destinare all’espansione delle colonie e a rafforzare il controllo sulle terre che dovrebbero rimanere libere da palestinesi. Le autorità israeliane agiscono allo stesso modo anche con circa 45 villaggi palestinesi che non sono riconosciuti nella regione del deserto del Negev. Spesso ne distruggono qualcuno per cercare di espellerne gli abitanti, come a Al-Araqeeb e a Umm Al-Hiran. Nel contempo la città settentrionale di Umm Al-Fahm, occupata nel 1948 insieme alla sua popolazione palestinese, è stata sottoposta per decenni a successive minacce di deportazione di massa.

Più in generale, il governo israeliano continua a perseguire la sua politica di lenta e silenziosa deportazione forzata, che si basa sull’espansione delle colonie, sulle restrizioni alla vita dei palestinesi, sulla confisca delle terre, sul controllo delle risorse idriche ed economiche e sull’intensificazione delle restrizioni sulle costruzioni residenziali e sull’urbanizzazione. Israele ha anche provocato problemi per loro con quotidiane campagne di arresti e il gran numero di posti di controllo che separano città e villaggi le une dagli altri, oltre al “muro di separazione” costruito attraverso la Cisgiordania, che le autorità occupanti hanno continuato a costruire nonostante le obiezioni del resto del mondo sulla sua costruzione, comprese l’Assemblea generale delle Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia (CIG).

I dirigenti politici israeliani stanno monitorando l’influenza di queste condizioni sui palestinesi in Cisgiordania, come il parlamentare della Knesset Bezalel Smotrich, che sta seguendo con grande interesse come ogni anno la situazione dell’occupazione obblighi circa 20.000 palestinesi della Cisgiordania ad andarsene. Tuttavia sta anche scommettendo sulle tendenze per risolvere la situazione demografica, parlando del 30% della popolazione della Cisgiordania che desidera emigrare, cioè, è più probabile che venga allontanata con maggiori fattori di spinta.

Questi politici che hanno una posizione compulsiva non sono soddisfatti nel vedere le conseguenze delle politiche di occupazione. Stanno piuttosto spingendo per una situazione finale decisiva senza il popolo palestinese sulla sua terra. Smotrich e i suoi colleghi del partito “Casa Ebraica” [partito di estrema destra dei coloni, ndtr.] nel settembre 2017 hanno adottato un “piano decisivo” che, secondo loro, sarebbe “meno costoso” delle guerre di Israele ogni qualche anno. Il piano chiede la cacciata di un gran numero di palestinesi dal loro Paese e l’intensificazione delle colonie in Cisgiordania, come l’intento di “determinare un fermo ed eterno destino” in uno Stato che dovrebbe essere solo ebraico, così come un atteggiamento deciso da parte delle autorità e dell’esercito israeliano nei confronti di tutti quelli che rifiutano l’occupazione.

Questo progetto fascista riceve un appoggio ideologico anche da siti “accademici”, come suggerito dalle affermazioni di Benny Morris, che formula pareri sufficienti a far suonare campane d’allarme in tutto il mondo. Per esempio, egli sottovaluta centinaia di massacri commessi dalle forze sioniste durante la Nakba – come quello di Deir Yassin nei pressi di Gerusalemme – che è particolarmente simbolico nella memoria collettiva del popolo palestinese. Pensa anche che l’espulsione forzata sia un’opzione meno pesante dello sterminio.

Le affermazioni scorrette di Morris non sono slegate da importanti sviluppi. Di fatto Morris parla mentre al potere c’è un presidente USA “scelto da dio per questo ruolo”, come la portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders ha detto alla CBN in gennaio. Questa è una definizione coerente con l’opinione di circoli USA e israeliani, che vedono il presidente Donald Trump come “un inviato dal cielo per Israele”. A differenza dei suoi predecessori, Trump ha dichiarato Gerusalemme capitale di Israele ed ha trasferito là l’ambasciata USA. I suoi collaboratori stanno partecipando ad attività pubbliche di colonizzazione e la sua amministrazione sta cercando di affamare e impoverire i profughi palestinesi e di spingerli ad emigrare riducendo le risorse UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.]. Sotto il suo governo la Knesset [il parlamento, ndtr.] israeliana ha anche approvato la legge dello Stato Nazione, che esprime le tendenze razziste nelle posizioni dei decisori politici israeliani.

Benny Morris concorda con queste tendenze con il suo tono prevenuto persino con i palestinesi, che rappresentano circa un quarto della popolazione del suo Paese e la cui nazionalità è stata loro imposta a forza e che non hanno posto nell’identità o nella cultura di questo Stato in base alla stessa legge razzista. Lo storico svolge il suo lavoro ideologico in un Paese che rifiuta di definire i propri confini. Alcuni dei suoi dirigenti politici sono impazienti di intraprendere campagne definitive di pulizia etnica, e, chissà, qualcuno a Washington, commentando la “Nakba 2.0”, potrebbe dire “dio lo vuole!”

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Settant’anni e una brutta storia

Vercelli C., Israele 70 anni. Nascita di una Nazione, Edizioni del Capricorno, Torino, 2018, 12,90 €.

Amedeo Rossi

Questo libro merita una recensione solo per una ragione: è una chiara dimostrazione del perché non sia possibile instaurare un dibattito serio neppure con i filo-israeliani di “sinistra” (Vercelli, autore di vari libri su Israele, è un collaboratore de “Il Manifesto”).

Il sottotitolo fa riferimento, in modo involontariamente ironico, ad un famoso film americano del 1915, “The born of a Nation”, un capolavoro del cinema ma anche un’esaltazione del razzismo. Non è certo la nota predominante del libro, che in quarta di copertina viene definito “una ricostruzione puntuale e obiettiva”, ma neppure questa è la descrizione corretta di questo lavoro.

Il punto di vista dell’autore viene chiarito in primo luogo dall’uso del lessico: i problemi con i palestinesi sono definiti “frizioni”, questi ultimi in genere indicati genericamente come “arabi” o “arabo musulmani”, la pulizia etnica del ’48 “fuga”, la Cisgiordania sarebbe “Giudea e Samaria”, le colonie israeliane sono definite “insediamenti”, “stanziamenti”, in un caso (Gilo) “quartiere”.

Vercelli assume, senza renderlo mai esplicito, esclusivamente il punto di vista sionista e israeliano, facendo eco a tutti i luoghi comuni ormai smentiti dalla storiografia. Dei nuovi storici israeliani in bibliografia compaiono solo Tom Segev e il libro di Benny Morris “Vittime”, di cui però non cita i passaggi che mettono in dubbio la lettura degli avvenimenti dal punto di vista israeliano.

Ecco alcuni degli esempi più evidenti a un lettore informato di questa posizione dell’autore.

Secondo Vercelli “l’ostilità delle popolazioni arabe” verso i sionisti era dovuta al fatto che queste ne vedevano la presenza “come una crescente intrusione che, in prospettiva, poteva portare all’espropriazione delle terre e alla limitazione delle possibilità di lavoro.” Inoltre sarebbe stato particolarmente ostile “il ceto medio urbano” che “dovette confrontarsi con la concorrenza ebraica in campo commerciale, artigianale e della piccola industria.” L’autore liquida così quello che fu un tipico processo colonialista di espulsione dei contadini e di creazione di un mercato della terra in un contesto di economia agraria tradizionale, che determinò un aumento vertiginoso dei prezzi, una crisi dell’agricoltura, l’inurbamento dei coltivatori espulsi dalle campagne, la creazione di un‘ economia e di un mercato paralleli che escludevano la popolazione nativa, come aveva preconizzato lo stesso Herzl, padre del sionismo. Tutto ciò grazie anche al favore del potere mandatario inglese, che nel libro invece non viene evidenziato.

Negli anni ’30 i flussi dell’immigrazione ebraica in Palestina sarebbero stati incentivati dalla chiusura delle frontiere USA, ma anche in questo caso viene ignorato l’intervento dei dirigenti sionisti che si attivarono per promuovere questa chiusura. In merito Enzo Sereni, dirigente sionista, affermò: “Non abbiamo nulla di cui vergognarci nel fatto che abbiamo usato la persecuzione degli ebrei in Germania per l’edificazione della Palestina.” Di questo non c’è traccia nella ricostruzione qui proposta.

Altrettanto avviene riguardo alle tattiche terroristiche messe in atto da tutte le milizie sioniste, a cui Vercelli dedica solo un accenno ed una foto dell’esplosione dell’hotel King David, ma la didascalia non dice che ci furono 97 morti e 58 feriti. Vengono totalmente ignorate le centinaia di vittime arabe di attacchi terroristici sionisti, oppure l’uccisione del mediatore Onu conte Bernadotte, e il fatto che alcuni primi ministri israeliani, come Begin, Shamir e Rabin, erano stati capi o militanti di gruppi che praticavano il terrorismo indiscriminato contro i civili.

Ancora più grave è la versione accolta nel libro riguardo alla guerra del ’48, da cui è nato lo Stato di Israele. Ad esempio la questione dell’espulsione dei palestinesi dalla loro terra viene così spiegata : i profughi sarebbero stati “popolazioni civili coinvolte nei combattimenti e fuggite dai loro luoghi di residenza.” Inoltre, secondo Vercelli, questo esodo sarebbe stato incentivato dalla “propaganda dei paesi arabi… che garantivano una vittoria certa sugli ebrei”. “Nondimeno,” concede l’autore, “da parte sionista l’interesse ad avere territori abitati in grande maggioranza da popolazione ebraica era nell’ordine delle cose.” Viene liquidato in questo modo il processo di pulizia etnica e con esso il lavoro degli studiosi palestinesi e dei nuovi storici israeliani, compreso il già citato Benny Morris. Certo, dal punto di vista sionista ciò era “nell’ordine delle cose” per la semplice ragione, non menzionata nel testo, che anche nei territori destinati dal piano di spartizione dell’ONU al futuro Stato di Israele la maggioranza della popolazione era araba. Vercelli cita solo la strage di Deir Yassin, troppo nota per essere ignorata, ma non le decine di massacri perpetrati dalle milizie sioniste e le centinaia di villaggi distrutti durante la guerra. Ma definisce la cacciata degli ebrei dai Paesi arabi “un brutale meccanismo di ritorsione” e “una massiccia espulsione.”

A questo proposito, pur dedicando alcune analisi interessanti alle caratteristiche della società ebreo-israeliana, il libro ignora i molti episodi di discriminazione di carattere tipicamente eurocentrico e colonialista cui furono sottoposti gli ebrei arabi, dal rapimento di bambini di famiglie yemenite all’ emarginazione territoriale nelle zone di confine. Nel 1949 comparve su Haaretz, giornale progressista, un articolo in cui si affermava che gli ebrei di lingua araba: “Sono appena meglio del livello di arabi, negri e berberi della regione.” Un’immagine molto diversa da quella di una società felicemente multietnica, dinamica, che presterebbe “particolare riguardo ai diritti civili.” Basti pensare al trattamento riservato in Israele ai lavoratori immigrati, ai richiedenti asilo, in generale ai non ebrei. Vercelli ignora anche la condizione di inferiorità giuridica a cui sono soggetti i cittadini arabo-israeliani, sottoposti all’amministrazione militare fino al 1966, espropriati delle terre e discriminati da più di 50 leggi e regolamenti, definiti sbrigativamente nel libro “diversi vincoli e numerose limitazioni” che avrebbero provocato “un misto di diffidenza ed estraneità”. Gli “attriti” con gli “arabo musulmani” (ma ci sono anche gli “arabo-cristiani”) avrebbero determinato in “alcuni arabi” il senso di appartenenza “a quell’identità palestinese” maturata nei campi profughi “come nei Territori a maggioranza palestinese, a est e a sud di Israele”.

Grazie alla guerra dei Sei Giorni e alla conseguente occupazione della Cisgiordania e di Gaza, da cui altre centinaia di migliaia di palestinesi secondo il libro sarebbero “fuggite”, “la nozione di spazio [degli ebrei israeliani]…si svincolò dalle dimensioni asfittiche legate a una piccola porzione di territorio quale era lo Stato del 1948.”

Il libro non accenna neppure al metodico, pianificato e progressivo processo di espropriazione ed oppressione imposto alle comunità locali dai vari governi israeliani, rispetto alla quale i palestinesi manifesterebbero una “crescente indisponibilità”, non dovuta a fatti concreti ed oggettivi ma al “senso di discriminazione”. Allo stesso modo il libro minimizza, parlando di qualche centinaio di vittime, le responsabilità (riconosciute persino da un’inchiesta parlamentare israeliana) dell’esercito e dell’allora ministro della Difesa Sharon nella strage di Sabra e Shatila durante la guerra contro il Libano; la Prima Intifada sarebbe scoppiata perché “[I giovani palestinesi] si sentivano vittime di un’ingiustizia,”; la Seconda dalla “disillusione” e dal “malessere della popolazione palestinese”, che portarono ad una radicalizzazione, attribuita al successo dei gruppi islamisti, senza spiegarne le cause. Sensazioni, opinioni, emozioni soggettive. Quanto infine al fatto che nel nuovo contesto mediorientale “Israele non può dare risposte di merito ai problemi degli altri paesi della regione, ma si confronta, inevitabilmente, con gli effetti prodotti dalla loro persistenza,” andrebbe chiesto conto all’autore degli sviluppi diplomatici che vedono Israele allineato sempre più esplicitamente con i peggiori regimi arabi.

 Si potrebbe proseguire, ma credo che quanto scritto finora dia sufficientemente conto del tenore di questo libro. Si tratta di un’opera celebrativa (come testimonia il notevole apparato iconografico) ed elogiativa che esalta l’impresa sionista con un approccio solo apparentemente neutrale, la cui lettura è utile più per analizzare l’ideologia dell’autore e dei suoi sodali filo-israeliani che per il suo valore storiografico.

 




Israele ha messo in atto una pulizia etnica nel 1948. Le parole di mio padre lo testimoniano

di Ehud Ein-Gil

Haaretz20 ottobre 2016

Lo storico Benny Morris ha ragione quando menziona l’ “atmosfera favorevole al trasferimento” che ha attanagliato Israele dall’aprile 1948, ma sbaglia quando sostiene che quest’atmosfera non si è mai trasformata in una politica.

Alla vigilia della proclamazione dello Stato [di Israele], un reparto di soldati della brigata “Givani” attaccò il villaggio di Al-Qubab. Yitzhak Engel, il sergente maggiore del primo battaglione della compagnia C, descrisse l’attacco nel libro di Avraham Eylon in ebraico “La brigata Givati nella guerra di Indipendenza”.

“Nel pomeriggio del 14 maggio, mentre eravamo veramente stanchi per il ripiegamento dal campo di detenzione nei pressi di Latrun, arrivò il vice comandante della compagnia e ci disse che dovevamo andare immediatamente al kibbutz Gezer per attaccare Al-Qubab .… Alle 21,30, due ore e mezza prima che il mandato (britannico) entrasse negli annali della storia, siamo partiti..

“Sono arrivate le 12, la mezzanotte del 15 maggio. Era iniziato il bombardamento del villaggio. Ce ne rendemmo conto dalle esplosioni che cominciarono a rimbombare. Eravamo contrariati dal fatto che questo “ammorbidimento” non fosse molto più di una goccia d’acqua che esce da un rubinetto. Poi ci rendemmo conto che i Davidkas (mortai prodotti artigianalmente) trasportati da una colonna blindata erano stati schierati lontano dal villaggio, ed anche i proiettili che riuscivano ad esplodere non colpivano il loro obiettivo.

“Quando questo ammorbidimento diminuì, Yosh (il comandante di compagnia Yosef Harpaz) gridò: “Avanti, ragazzi! Vendicate il sangue dei nostri compagni che sono caduti a Latrun [battaglia tra sionisti e giordani durante la guerra del ’48. Ndtr.]!” Attaccammo immediatamente le prime case nella parte occidentale del villaggio. I ragazzi presero a calci o sfondarono le porte con il calcio dei fucili, tirarono granate nelle stanze e le sventagliarono con il fuoco dei mitra con entusiasmo. Nel villaggio non c’erano né combattenti né abitanti, e, salvo qualche anziano, non trovammo anima viva nella parte di villaggio che ci era stata assegnata.

“A un certo punto pensai che avrei incontrato forze nemiche, ma anche lì mi aspettava una ‘delusione’. Ed è andata così. Mentre avanzavo attraverso la strada dove dovevamo incontrare la colonna corazzata, improvvisamente intravidi una luce che filtrava dalle fessure di una porta di legno di una delle case. Mi misi in ascolto e sentii un grande movimento nella casa. Mi avvicinai con grande cautela e buttai giù la porta, pronto ad usare lo Schmeisser (il mitra) che avevo in mano. E quello che vidi non furono altro che i nostri ‘partigiani’ seduti insieme alla luce di una lampada ad olio, che si scolavano bottiglie di soda per festeggiare la fine del mandato britannico e la dichiarazione dello Stato.”

Villaggi abbandonati

Non c’è sangue in questa descrizione. Gli spari erano da una parte sola e nessuno rimase ucciso, ma anche in questo consiste una la pulizia etnica – un insieme di azioni banali come questa. Yitzhak Engel, che ha fornito questa descrizione, è mio padre.

Quando lessi la sua testimonianza per la prima volta a 10 anni, poco dopo che il libro era stato pubblicato, non rimasi stupito. Quando l’ho riletta, in modo più critico, dopo il mio servizio militare, mi sono posto alcune domande.

Per esempio, se i soldati del Givati non incontrarono nessuna resistenza nel villaggio, chi avrebbero dovuto “ripulire” e “spazzare via” con i mitra e le granate? E se palestinesi disarmati fossero stati seduti in quella casa in cui mio padre ha fatto irruzione, e non ‘partigiani’, gli avrebbe sparato?

Avrei voluto pensare che non lo avrebbe fatto, ma io non avevo nessuno a cui chiederlo perché mio padre non era più vivo. E oggi, quando ho più o meno la stessa età di quegli “anziani” che trovarono nel villaggio, ci sono altre due cose che mi chiedo: quante persone anziane incontrarono esattamente gli assalitori, e qual è stato il loro destino?

Il professor Benny Morris ha scritto la scorsa settimana di non accettare il termine “pulizia etnica” per descrivere quello che gli ebrei fecero in Israele nel 1948. Ed aggiunge tra parentesi una riserva – “(se si prendono in considerazione Lod e Ramle, forse possiamo parlare di una pulizia etnica parziale).”

Mi sono ricordato del tour organizzato dai veterani della brigata Givati per le loro famiglie nei luoghi delle battaglie, quando ero un ragazzino. Non ho visto neanche un villaggio arabo in piedi in quel giro o durante i viaggi di famiglia nella zona. Un’occhiata ad una mappa conferma la mia impressione – non rimane neanche un villaggio arabo da Tel Arish, che si trovava tra Tel Aviv e il suo quartiere periferico di Holon, fino al confine di Gaza [85 km da Tel Aviv, verso sud. Ndtr.]. Lo stesso vale nell’area tra Tel Aviv e Hadera [a 45 km da Tel Aviv. Ndtr.], verso nord.

Morris conclude questa discussione con una prova, secondo lui, inequivocabile: “Alla fine, 160.000 arabi rimasero nel territorio israeliano.” Forse Morris dimentica che nell’aprile 1949, nell’accordo di armistizio con la Giordania, Israele ha annesso 28 villaggi di 35.000 abitanti e rifugiati che erano stati fino ad allora sotto il controllo militare iracheno?

‘Atmosfera favorevole al trasferimento’

Pertanto più di un quinto degli arabi che “rimasero” non lo fecero in aree sotto il controllo di Israele alla fine della guerra. Il numero di arabi che “rimasero” era quindi inferiore ai 125.000, tra cui 15.000 drusi che erano alleati di Israele, 34.000 cristiani, che Israele trattò in modo decente per non inimicarsi gli alleati occidentali, e qualche villaggio di beduini musulmani, i cui capi erano alleati di Israele o dei loro vicini ebrei.

Dei 75.000 musulmani che rimasero (meno del 15% rispetto a prima della guerra), decine di migliaia erano sfollati interni – gente che era scappata dai propri villaggi o era stata espulsa da questi e da allora non ebbe il permesso di tornare alle proprie case. C’erano anche cristiani che furono evacuati dai loro villaggi come Biram e Iqrit, nei pressi del confine con il Libano.

Morris ha ragione quando menziona l’ “atmosfera favorevole al trasferimento” che ha attanagliato Israele dall’aprile 1948, ma sbaglia quando sostiene che quest’atmosfera non si è mai trasformata in una politica ufficiale. Infatti il comandante della brigata Givati nel marzo 1948 ricevette un ordine dell’infame Piano D [che secondo alcuni storici prevedeva l’espulsione dei palestinesi dal territorio su cui venne fondato Israele. Ndtr.] citato nel libro del 1959 sulla brigata Givati. L’ordine – che lasciava decidere al comandante quali villaggi del suo settore “occupare, ripulire o sterminare” – divideva le operazioni nelle seguenti categorie:

“Distruzione di villaggi – incendiare, spazzare via e disseminare le rovine di mine – soprattutto quei centri abitati che sono difficili da controllare in modo costante, ” e “organizzare operazioni di ricerca e controllo in base alle seguenti indicazioni: circondare il villaggio e perlustrare al suo interno. Nel caso di resistenza, le forze armate devono essere distrutte e la popolazione deve essere espulsa al di fuori dei confini dello Stato.”

Quindi, quando Morris scrive che “c’erano ufficiali che espulsero gli arabi e altri che non lo fecero,” si deve ricordare che quelli che hanno operato le espulsioni agirono in base allo spirito dei tempi – la stessa “atmosfera favorevole al trasferimento” che ricevette l’appoggio dall’alto nell’ordine del Piano D dell’Haganah [principale milizia armata sionista, da cui è nato l’esercito israeliano. Ndtr.]. Dobbiamo ricordarci che hanno avuto un grande successo in quello che hanno fatto.

E mentre gli ufficiali che non hanno espulso nessuno hanno agito in base alla propria coscienza nonostante l’ “atmosfera favorevole al trasferimento”, non c’è da stupirsi del fatto che nessuno di costoro sia stato decorato.

[Ehud Ein-Gil è un giornalista di Haaretz e militante socialista rivoluzionario che si occupa del supersfruttamento cui sono sottoposti lavoratori di ogni provenienza in Israele. Ndtr.]

(traduzione di Amedeo Rossi)